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	Commenti a: Per una lettura biopolitica dell’Anoressia	</title>
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		<title>
		Di: Mariasole Ariot		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariasole Ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Oct 2025 11:24:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cara Lucrezia, grazie mille per la risposta e la chiarezza. In questi giorni ti rispondo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Lucrezia, grazie mille per la risposta e la chiarezza. In questi giorni ti rispondo</p>
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		<title>
		Di: Lucrezia Lombardo		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lucrezia Lombardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 07:09:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie per le vostre osservazioni e i vostri commenti, che sono fonte di arricchimento. Vorrei rispondere con una riflessione: siamo circondati e feriti, tutti quanti, da una tale violenza, di cui neppure ci rendiamo conto. Violenza sociale, verbale, visiva, politica, economica, familiare… Una violenza che ferisce e le cui tracce, seppure latenti, ci accompagnano negli anni. Ho avuto anch’io esperienza diretta dell’Anoressia, con una parente  vicina che ne ha sofferto, e di Anoressie nel mio lavoro di docente, durante cui ho incontrato decide di ragazze affette da DCA. Il mio interesse per questo tema è nato proprio in conseguenza a tali esperienze dirette e dopo una formazione in counseling e psicoanalisi. Ebbene, le spiegazioni che la psicologia forniva non mi bastavano, seppure il metodo psicoterapeutico rivestiva e riveste un’ importante centrale nel trattamento dei DCA, al pari dell’ approccio medico. Eppure, nonostante le teorie e le storie familiari, nonostante le pratiche, il mistero profondo dell’assenza di senso e della perdita dell’amor di sé, a cui le Anoressie conducono, restava senza comprensione. E proprio qui, a partire da tale cortocircuito, si è generato un approccio differente al fenomeno in questione: un approccio che non voleva escludere la psicologia e le sue eziologie, bensì completarle con una riflessione più profonda, che toccasse  proprio il potere e la sua subdola violenza. Certamente, nel Medioevo, e direi in tutte le pratiche ascetiche e mistiche (anche in Oriente  e specie lì), il digiuno, e la conseguenza Anoressia, sono presenti, ma hanno un valore diverso rispetto ai digiuni contemporanei: allora ci si asteneva per distaccarsi dal corpo e per raggiungere la contemplazione divina annientando le passioni, oggi si digiuna contando le calorie e per raggiungere la magrezza assoluta. E cosa rappresenta questa magrezza, tipicamente frutto della nostra contemporaneità e associata innegabilmente al corpo femminile? Nel passato, infatti, la bellezza era data da altri parametri… Essa, dunque, costituisce oggi un  ideale irraggiungibile, e proprio per questo, da bramare a tal punto da votarsi interamente  ad esso. Il corpo sfinito  si fa “lluogo” in cui trovare ordine e controllo in mezzo al disordine dilagante. La magrezza, allora, lungi dall’essere via di contemplazione divina grazie all’astinenza, diviene una forma di violenza sul corpo femminile (date le proporzioni dei DCA e delle Anoressie nelle donne), una violenza subdola perché auto-inflitta e indotta dai modelli che normalizzano certi parametri patologici (penso alle passerelle su cui per anni hanno sfilato ragazze pelle e ossa). La magrezza diviene  una delle subdole strade che il potere delle immagini propone, come via di fuga dalla sofferenza, alle donne. Ecco che l’Anoressia di oggi, le cui radici sono nella psiche e nei suoi traumi (familiari, infantili, affettivi, sessuali etc.) diventa, altresì, qualcosa a cui  subdolamente il potere invita le donne, per renderle docili, associandole ancora una volta al corpo, tanto che il grido di dolore muto di molte si trasforma adesso in smaterializzazione e rinuncia totale alla vita. Quel grido d’insoddisfazione, che potrebbe portare a uno sconvolgimento, viene invece subdolamente disciplinato dal potere e diretto verso il dominio del proprio corpo, nuovo  terreno su cui si giocano le dinamiche del potere contemporaneo, specie quello applicato al femminile. L’articolo, allora, intende, seppur in estrema sintesi (sono condensati una tesi dottorale e anni di studi),  fare luce proprio su simoli dinamiche di potere, inconsce e collettive, che a partire da modelli estetici (in relata etici) veicolati attraverso le nuove tecnologie -e non solo- creano  soggettività resettate e incatenano, grazie all’introiezione. Non si parla più, difatti,  di un potere verticale ma orizzontale, in cui il soggetto stesso si auto-disciplina senza rendersene conto. Laddove il dolore personale e psicologico e’ canalizzato in forme autodistruttive e distruttive, del resto, e’ sempre intravedibile un meccanismo disciplinare. Le donne, così, si fanno spesso “complici” inconsapevoli di tali modelli disciplinari perfetti per incanalare una legittima sofferenza, che non sa trovare modo costruttivi per esprimersi. Si tratta quindi di un meccanismo di interiorizzazione, derivante da un’azione di martellamento costante e  di manipolazione non manifesta a cui soprattutto il sesso femminile è sottoposto ancora oggi per via della associazione arcaica tra femminile-corpo-sessualità. Nella misura in cui viviamo nella società mimetica delle immagini, in cui il confronto è indotto di continuo e, con esso, il senso di frustrazione che deriva dalla competizione e dal non esser mai alla pari con i modelli di perfezione irraggiungibili promossi dal mercato, tutte le donne sono potenziali “vittime” di certi fenomeni.  Lo dimostra altresì  la chirurgia estetica e plastica, a cui ormai fa ricorso un gran numero di donne occidentali e non solo, assecondando ancora una volta il modello dell’eterna giovinezza e attrazione sessuale a cui il gentil sesso pare essere votato… Si parla  di Sindrome di Grimilde, in questo caso… Ancora una volta subdole forme di violenza e meccanismi di disicplinamento che si rivolgono al femminile attraverso una rete orizzontale di imperativi, che fanno sì che l’individuo si auto-disciplini (Foucault e Girard ne hanno a lungo parlato, e Hun ha poi ampliato).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie per le vostre osservazioni e i vostri commenti, che sono fonte di arricchimento. Vorrei rispondere con una riflessione: siamo circondati e feriti, tutti quanti, da una tale violenza, di cui neppure ci rendiamo conto. Violenza sociale, verbale, visiva, politica, economica, familiare… Una violenza che ferisce e le cui tracce, seppure latenti, ci accompagnano negli anni. Ho avuto anch’io esperienza diretta dell’Anoressia, con una parente  vicina che ne ha sofferto, e di Anoressie nel mio lavoro di docente, durante cui ho incontrato decide di ragazze affette da DCA. Il mio interesse per questo tema è nato proprio in conseguenza a tali esperienze dirette e dopo una formazione in counseling e psicoanalisi. Ebbene, le spiegazioni che la psicologia forniva non mi bastavano, seppure il metodo psicoterapeutico rivestiva e riveste un’ importante centrale nel trattamento dei DCA, al pari dell’ approccio medico. Eppure, nonostante le teorie e le storie familiari, nonostante le pratiche, il mistero profondo dell’assenza di senso e della perdita dell’amor di sé, a cui le Anoressie conducono, restava senza comprensione. E proprio qui, a partire da tale cortocircuito, si è generato un approccio differente al fenomeno in questione: un approccio che non voleva escludere la psicologia e le sue eziologie, bensì completarle con una riflessione più profonda, che toccasse  proprio il potere e la sua subdola violenza. Certamente, nel Medioevo, e direi in tutte le pratiche ascetiche e mistiche (anche in Oriente  e specie lì), il digiuno, e la conseguenza Anoressia, sono presenti, ma hanno un valore diverso rispetto ai digiuni contemporanei: allora ci si asteneva per distaccarsi dal corpo e per raggiungere la contemplazione divina annientando le passioni, oggi si digiuna contando le calorie e per raggiungere la magrezza assoluta. E cosa rappresenta questa magrezza, tipicamente frutto della nostra contemporaneità e associata innegabilmente al corpo femminile? Nel passato, infatti, la bellezza era data da altri parametri… Essa, dunque, costituisce oggi un  ideale irraggiungibile, e proprio per questo, da bramare a tal punto da votarsi interamente  ad esso. Il corpo sfinito  si fa “lluogo” in cui trovare ordine e controllo in mezzo al disordine dilagante. La magrezza, allora, lungi dall’essere via di contemplazione divina grazie all’astinenza, diviene una forma di violenza sul corpo femminile (date le proporzioni dei DCA e delle Anoressie nelle donne), una violenza subdola perché auto-inflitta e indotta dai modelli che normalizzano certi parametri patologici (penso alle passerelle su cui per anni hanno sfilato ragazze pelle e ossa). La magrezza diviene  una delle subdole strade che il potere delle immagini propone, come via di fuga dalla sofferenza, alle donne. Ecco che l’Anoressia di oggi, le cui radici sono nella psiche e nei suoi traumi (familiari, infantili, affettivi, sessuali etc.) diventa, altresì, qualcosa a cui  subdolamente il potere invita le donne, per renderle docili, associandole ancora una volta al corpo, tanto che il grido di dolore muto di molte si trasforma adesso in smaterializzazione e rinuncia totale alla vita. Quel grido d’insoddisfazione, che potrebbe portare a uno sconvolgimento, viene invece subdolamente disciplinato dal potere e diretto verso il dominio del proprio corpo, nuovo  terreno su cui si giocano le dinamiche del potere contemporaneo, specie quello applicato al femminile. L’articolo, allora, intende, seppur in estrema sintesi (sono condensati una tesi dottorale e anni di studi),  fare luce proprio su simoli dinamiche di potere, inconsce e collettive, che a partire da modelli estetici (in relata etici) veicolati attraverso le nuove tecnologie -e non solo- creano  soggettività resettate e incatenano, grazie all’introiezione. Non si parla più, difatti,  di un potere verticale ma orizzontale, in cui il soggetto stesso si auto-disciplina senza rendersene conto. Laddove il dolore personale e psicologico e’ canalizzato in forme autodistruttive e distruttive, del resto, e’ sempre intravedibile un meccanismo disciplinare. Le donne, così, si fanno spesso “complici” inconsapevoli di tali modelli disciplinari perfetti per incanalare una legittima sofferenza, che non sa trovare modo costruttivi per esprimersi. Si tratta quindi di un meccanismo di interiorizzazione, derivante da un’azione di martellamento costante e  di manipolazione non manifesta a cui soprattutto il sesso femminile è sottoposto ancora oggi per via della associazione arcaica tra femminile-corpo-sessualità. Nella misura in cui viviamo nella società mimetica delle immagini, in cui il confronto è indotto di continuo e, con esso, il senso di frustrazione che deriva dalla competizione e dal non esser mai alla pari con i modelli di perfezione irraggiungibili promossi dal mercato, tutte le donne sono potenziali “vittime” di certi fenomeni.  Lo dimostra altresì  la chirurgia estetica e plastica, a cui ormai fa ricorso un gran numero di donne occidentali e non solo, assecondando ancora una volta il modello dell’eterna giovinezza e attrazione sessuale a cui il gentil sesso pare essere votato… Si parla  di Sindrome di Grimilde, in questo caso… Ancora una volta subdole forme di violenza e meccanismi di disicplinamento che si rivolgono al femminile attraverso una rete orizzontale di imperativi, che fanno sì che l’individuo si auto-disciplini (Foucault e Girard ne hanno a lungo parlato, e Hun ha poi ampliato).</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Anna Giuba		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381514</link>

		<dc:creator><![CDATA[Anna Giuba]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 16:05:40 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=115562#comment-381514</guid>

					<description><![CDATA[Una sola, ultima cosa: ricordare che è una patologia borghese. Nasce in contesti dove spesso non si sa che cosa siano la miseria e la fame. Grazie a tutti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una sola, ultima cosa: ricordare che è una patologia borghese. Nasce in contesti dove spesso non si sa che cosa siano la miseria e la fame. Grazie a tutti.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381513</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 16:00:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381506&quot;&gt;Anna Giuba&lt;/a&gt;.

Rinnovo il ringraziamento Anna per questa tua testimonianza. E credo che il riferimento personale sia in questo caso necessario, proprio per la nozione di &quot;singolarità&quot; che Mariaosole sottolineava.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381506">Anna Giuba</a>.</p>
<p>Rinnovo il ringraziamento Anna per questa tua testimonianza. E credo che il riferimento personale sia in questo caso necessario, proprio per la nozione di &#8220;singolarità&#8221; che Mariaosole sottolineava.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381511</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 15:53:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie Mariasole. Io, come ho ripetuto, non ho nessuna certezza in materia, e quindi m&#039;interessa la discussione e le obiezioni che il pezzo ha suscitato.Trovo molto interessante la divaricazione tra generalità (e generalizzazione) e singolarità, proprio in riferimento alla malattia. Forse la malattia è proprio una modalità di sfuggire il sociale e la sua violenza in un forma di singolarità (come se il dolore vissuto in prima persona permettesse di rompere la comunicazione &quot;obbligata&quot; con il consesso sociale). Continuo a interrogarmi pero&#039; anche sulla dimensione collettiva e storica della malattia. E questa dimensione, in una società dominata dall&#039;immaginario capitalista, non sfugge forse del tutto a qualche forma di condizionamento. Penso che il paradigma bio-capitalistico possa avere qualche senso con feomeni amplificati dalle piattaforme come lo #SkinnyTok, e le comunità ossessionate dagli elogi al controllo fisico e della propria immagine (in un senso o nell&#039;altro - vita strettissima o all&#039;opposto seni prosperosi).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Mariasole. Io, come ho ripetuto, non ho nessuna certezza in materia, e quindi m&#8217;interessa la discussione e le obiezioni che il pezzo ha suscitato.Trovo molto interessante la divaricazione tra generalità (e generalizzazione) e singolarità, proprio in riferimento alla malattia. Forse la malattia è proprio una modalità di sfuggire il sociale e la sua violenza in un forma di singolarità (come se il dolore vissuto in prima persona permettesse di rompere la comunicazione &#8220;obbligata&#8221; con il consesso sociale). Continuo a interrogarmi pero&#8217; anche sulla dimensione collettiva e storica della malattia. E questa dimensione, in una società dominata dall&#8217;immaginario capitalista, non sfugge forse del tutto a qualche forma di condizionamento. Penso che il paradigma bio-capitalistico possa avere qualche senso con feomeni amplificati dalle piattaforme come lo #SkinnyTok, e le comunità ossessionate dagli elogi al controllo fisico e della propria immagine (in un senso o nell&#8217;altro &#8211; vita strettissima o all&#8217;opposto seni prosperosi).</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Anna Giuba		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381506</link>

		<dc:creator><![CDATA[Anna Giuba]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 14:39:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381496&quot;&gt;Mariasole Ariot&lt;/a&gt;.

Buongiorno, ti ringrazio moltissimo, Mariasole, per questo commento che va al cuore del problema. Soprattutto alla fine, con l&#039;elencazione, la catalogazione in DSM, con la presunta arroganza di schematizzare e richiudere l&#039;individuo ( mi ostino a parlare in termini anche maschili) in scatole scientifiche o pseudo tali che nulla hanno a che vedere con la storia di un&#039;anima. In fondo credo si tratti di questo e che il corpo, per un&#039;anoressica/o, sia percepito talmente estraneo e punibile nell&#039;autodistruzione da privilegiare altri &quot;canali&quot;di percezione. Mi spiego. Quando pesavo ormai pochissimo, il mio cervello era divenuto prodigioso. Facevo la quinta ginnasio e riuscivo a tradurre versioni complicatissime senza vocabolario o altri ausilii. I docenti, che venivano a trovarmi in ospedale, non riuscirono mai a spiegarsi un tale rendimento in quelle condizioni fisiche. Ero in un&#039;altra dimensione. Più mortificavo il corpo, più la mente si elevava. Perdonate il riferimento personale, ma credo che il fatto di aver vissuto questo calvario mi dia una microscopica percentuale di autorevolezza nel discuterne, e mi fa molto piacere farlo qui dove sono stata pubblicata per anni. Il presunto DSM viene applicato a qualsiasi disturbo mentale, ignorando ( il ricordo di Basaglia è solo un ricordo), il vissuto, che tiu Mariasole giustamente sottolinei, la famiglia, causa precipua di tutto. Basta recarsi in un centro di salute mentale per vedere fantasmi gonfi di aghi e sieri che non riescono nemmeno a pensare. Ricordo l&#039;etimologia della parola &quot;psichiatra&quot;, per chi la ignorasse. Colui che si prende cura dell&#039;anima, del soffio vitale che è dentro l&#039;essere umano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381496">Mariasole Ariot</a>.</p>
<p>Buongiorno, ti ringrazio moltissimo, Mariasole, per questo commento che va al cuore del problema. Soprattutto alla fine, con l&#8217;elencazione, la catalogazione in DSM, con la presunta arroganza di schematizzare e richiudere l&#8217;individuo ( mi ostino a parlare in termini anche maschili) in scatole scientifiche o pseudo tali che nulla hanno a che vedere con la storia di un&#8217;anima. In fondo credo si tratti di questo e che il corpo, per un&#8217;anoressica/o, sia percepito talmente estraneo e punibile nell&#8217;autodistruzione da privilegiare altri &#8220;canali&#8221;di percezione. Mi spiego. Quando pesavo ormai pochissimo, il mio cervello era divenuto prodigioso. Facevo la quinta ginnasio e riuscivo a tradurre versioni complicatissime senza vocabolario o altri ausilii. I docenti, che venivano a trovarmi in ospedale, non riuscirono mai a spiegarsi un tale rendimento in quelle condizioni fisiche. Ero in un&#8217;altra dimensione. Più mortificavo il corpo, più la mente si elevava. Perdonate il riferimento personale, ma credo che il fatto di aver vissuto questo calvario mi dia una microscopica percentuale di autorevolezza nel discuterne, e mi fa molto piacere farlo qui dove sono stata pubblicata per anni. Il presunto DSM viene applicato a qualsiasi disturbo mentale, ignorando ( il ricordo di Basaglia è solo un ricordo), il vissuto, che tiu Mariasole giustamente sottolinei, la famiglia, causa precipua di tutto. Basta recarsi in un centro di salute mentale per vedere fantasmi gonfi di aghi e sieri che non riescono nemmeno a pensare. Ricordo l&#8217;etimologia della parola &#8220;psichiatra&#8221;, per chi la ignorasse. Colui che si prende cura dell&#8217;anima, del soffio vitale che è dentro l&#8217;essere umano.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: Mariasole Ariot		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381496</link>

		<dc:creator><![CDATA[Mariasole Ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 10:18:20 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=115562#comment-381496</guid>

					<description><![CDATA[Ho letto più volte il testo. Trovo ci siano spunti interessanti e che, come scrivi tu, Andrea, disturbi complessi richiedano anche una storicizzazione e una lettura che non guardi solo a una causa ma che sia di ampio respiro. Eppure, nel complesso, sento che qualcosa stride - e il commento/testimonianza di Anna Giuba conferma alcune riflessioni che il testo mi ha mosso. Innanzitutto credo che, come qualcuno diceva, non bisognerebbe parlare di &quot;anoressia&quot; al singolare ma di &quot;anoressie&quot;, come pure &quot;bulimie&quot; anziché &quot;bulimia&quot;. Perché se è necessario storicizzare e contestualizzare un problema, è pur vero che quando si tratta di patologie psichiche o di sintomatologie gravi, è necessario entrare nel cuore del problema attraverso una maggiore attitudine alla soggettivizzazione. Ogni essere al singolare, con una propria storia biografica, dove il sintomo dice qualcosa di preciso, puntuale, e che assume connotazioni anche strutturali altamente diversificate. Siamo certi che nel corpo anoressico che si riduce a un osso &lt;i&gt;s’inscrive la traccia visibile di un consenso costruito, non imposto. Un consenso ottenuto attraverso la seduzione estetica, la normatività dell’immagine, l’autodisciplina elevata a virtù. È qui che il biocapitalismo contemporaneo raggiunge la sua massima efficienza: allorché la vittima si fa carnefice di se stessa, in nome di un ideale che non le appartiene.&lt;/i&gt;?
Io non credo. Il testo non menziona il fatto che una percentuale altissima di persone che si ammalano di anoressia o bulimia abbiano, ad esempio, vissuto abusi in età precoce, sia di natura psicologica all&#039;interno di contesti ambientali disfunzionali, sia di natura fisica e spesso sessuale. (in rete si posso trovare facilmente le casistiche). E da lì: un corpo che più che adeguarsi e &quot;ammobiliarsi&quot; si riduce, si fa corpo scomparso, corpo negato, corpo che, forse, se ridotto al suo estremo, può (finalmente) essere rifiutato, scartato. In questo senso la dinamica si produce paradossalmente nel suo opposto: non la ricerca di un corpo accettabile, conforme a ciò che l&#039;Altro sociale vuole, piuttosto un corpo che si scarnifica per scomparire all&#039;occhio invasivo di un altro minaccioso. 
Quando si parla di anoressia, infatti, non si tratta di un corpo &quot;magro&quot;  &quot;bello&quot;  &quot;perfetto&quot; - e che dunque si conformerebbe a un ideale di bellezza imposto dal sistema capitalistico (senza nulla togliere al fatto che questa dimensione sia sicuramente presente, ma è una dimensione maggiormente presente in altre tendenze dell&#039;attuale meno invasive), ma un corpo piuttosto mostrificato, scheletrificato, emaciato. E la bulimia, rappresentata peraltro da una percentuale maggiore secondo le stesse fonti citate nell&#039;articolo, mostra tanto più quest&#039;evidenza. Un corpo martoriato anche nell&#039;interno, che espelle fino a distruggersi organi e battiti cardiaci. 
Credo sia sempre rischiosa un&#039;analisi di manifestazioni sintomatiche così gravi quasi solo alla luce di considerazioni di natura storica, politica e sociale - e lo dico a partire da una formazione sociologica.  
Sono assolutamente d&#039;accordo con questo paragrafo: 
&lt;i&gt;Bordo evidenzia come, nelle società occidentali a capitalismo avanzato, il corpo femminile sia al centro di dispositivi simbolici e materiali di potere, che ne condizionano l’esistenza. Le immagini veicolate dai media – pubblicità, televisione, cinema, moda, web – costituiscono un vero e proprio regime visivo disciplinante, capace, cioè, di produrre modelli di bellezza, magrezza e perfezione, che vengono interiorizzati dagli individui e dalle donne in particolare, agendo come imperativi morali più che estetici.&lt;/i&gt;
Ma questo è estendibile ad un generale &quot;trattamento&quot; del corpo femminile (e della donna) - che tocca tutte le donne - al di là delle patologie psichiche. Quando si entra nel patologico, nella sofferenza manifestata in forma di sottrazione, là c&#039;è la singolarità. Il sintomo si riproduce nelle stesse modalità, ma il punto di partenza resta nel soggettivo. Ho conosciuto donne anoressiche, e quasi tutte avevano una storia profondamente sofferente alle spalle - e che nulla (mi verrebbe quasi da dire &quot;ahimè&quot;) aveva realmente a che fare con dispositivi biopolitici. Piuttosto, un dispositivo biopolitico per eccellenza è proprio il DSM citato. La categorizzazione, l&#039;elencazione sistematizzata di sintomi a fini diagnostici e che porta all&#039;idea di  albero rotto che va raddrizzato, un&#039;immagine, se non erro, portata ad esempio proprio dallo stesso Foucault. Un disciplinamento del corpo e dei corpi, un tentativo di normalizzazione. 
Se l&#039;articolo avesse preso in esame, ad esempio, i tentativi odierni della ricerca di un&#039;omologazione di volti e corpi esposti modificati, operati, ricostruiti dalla chirurgia plastica, in una rincorsa a modelli effettivamente imposti (nemmeno troppo velatamente dal sistema), e che vediamo ogni giorno fuori e dentro la rete, sarei stata d&#039;accordo su tutto. Quando però si entra nel reale scabroso della patologia che segna il corpo, che lo distrugge, mi verrebbe da fare un passo indietro. O di lato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto più volte il testo. Trovo ci siano spunti interessanti e che, come scrivi tu, Andrea, disturbi complessi richiedano anche una storicizzazione e una lettura che non guardi solo a una causa ma che sia di ampio respiro. Eppure, nel complesso, sento che qualcosa stride &#8211; e il commento/testimonianza di Anna Giuba conferma alcune riflessioni che il testo mi ha mosso. Innanzitutto credo che, come qualcuno diceva, non bisognerebbe parlare di &#8220;anoressia&#8221; al singolare ma di &#8220;anoressie&#8221;, come pure &#8220;bulimie&#8221; anziché &#8220;bulimia&#8221;. Perché se è necessario storicizzare e contestualizzare un problema, è pur vero che quando si tratta di patologie psichiche o di sintomatologie gravi, è necessario entrare nel cuore del problema attraverso una maggiore attitudine alla soggettivizzazione. Ogni essere al singolare, con una propria storia biografica, dove il sintomo dice qualcosa di preciso, puntuale, e che assume connotazioni anche strutturali altamente diversificate. Siamo certi che nel corpo anoressico che si riduce a un osso <i>s’inscrive la traccia visibile di un consenso costruito, non imposto. Un consenso ottenuto attraverso la seduzione estetica, la normatività dell’immagine, l’autodisciplina elevata a virtù. È qui che il biocapitalismo contemporaneo raggiunge la sua massima efficienza: allorché la vittima si fa carnefice di se stessa, in nome di un ideale che non le appartiene.</i>?<br />
Io non credo. Il testo non menziona il fatto che una percentuale altissima di persone che si ammalano di anoressia o bulimia abbiano, ad esempio, vissuto abusi in età precoce, sia di natura psicologica all&#8217;interno di contesti ambientali disfunzionali, sia di natura fisica e spesso sessuale. (in rete si posso trovare facilmente le casistiche). E da lì: un corpo che più che adeguarsi e &#8220;ammobiliarsi&#8221; si riduce, si fa corpo scomparso, corpo negato, corpo che, forse, se ridotto al suo estremo, può (finalmente) essere rifiutato, scartato. In questo senso la dinamica si produce paradossalmente nel suo opposto: non la ricerca di un corpo accettabile, conforme a ciò che l&#8217;Altro sociale vuole, piuttosto un corpo che si scarnifica per scomparire all&#8217;occhio invasivo di un altro minaccioso.<br />
Quando si parla di anoressia, infatti, non si tratta di un corpo &#8220;magro&#8221;  &#8220;bello&#8221;  &#8220;perfetto&#8221; &#8211; e che dunque si conformerebbe a un ideale di bellezza imposto dal sistema capitalistico (senza nulla togliere al fatto che questa dimensione sia sicuramente presente, ma è una dimensione maggiormente presente in altre tendenze dell&#8217;attuale meno invasive), ma un corpo piuttosto mostrificato, scheletrificato, emaciato. E la bulimia, rappresentata peraltro da una percentuale maggiore secondo le stesse fonti citate nell&#8217;articolo, mostra tanto più quest&#8217;evidenza. Un corpo martoriato anche nell&#8217;interno, che espelle fino a distruggersi organi e battiti cardiaci.<br />
Credo sia sempre rischiosa un&#8217;analisi di manifestazioni sintomatiche così gravi quasi solo alla luce di considerazioni di natura storica, politica e sociale &#8211; e lo dico a partire da una formazione sociologica.<br />
Sono assolutamente d&#8217;accordo con questo paragrafo:<br />
<i>Bordo evidenzia come, nelle società occidentali a capitalismo avanzato, il corpo femminile sia al centro di dispositivi simbolici e materiali di potere, che ne condizionano l’esistenza. Le immagini veicolate dai media – pubblicità, televisione, cinema, moda, web – costituiscono un vero e proprio regime visivo disciplinante, capace, cioè, di produrre modelli di bellezza, magrezza e perfezione, che vengono interiorizzati dagli individui e dalle donne in particolare, agendo come imperativi morali più che estetici.</i><br />
Ma questo è estendibile ad un generale &#8220;trattamento&#8221; del corpo femminile (e della donna) &#8211; che tocca tutte le donne &#8211; al di là delle patologie psichiche. Quando si entra nel patologico, nella sofferenza manifestata in forma di sottrazione, là c&#8217;è la singolarità. Il sintomo si riproduce nelle stesse modalità, ma il punto di partenza resta nel soggettivo. Ho conosciuto donne anoressiche, e quasi tutte avevano una storia profondamente sofferente alle spalle &#8211; e che nulla (mi verrebbe quasi da dire &#8220;ahimè&#8221;) aveva realmente a che fare con dispositivi biopolitici. Piuttosto, un dispositivo biopolitico per eccellenza è proprio il DSM citato. La categorizzazione, l&#8217;elencazione sistematizzata di sintomi a fini diagnostici e che porta all&#8217;idea di  albero rotto che va raddrizzato, un&#8217;immagine, se non erro, portata ad esempio proprio dallo stesso Foucault. Un disciplinamento del corpo e dei corpi, un tentativo di normalizzazione.<br />
Se l&#8217;articolo avesse preso in esame, ad esempio, i tentativi odierni della ricerca di un&#8217;omologazione di volti e corpi esposti modificati, operati, ricostruiti dalla chirurgia plastica, in una rincorsa a modelli effettivamente imposti (nemmeno troppo velatamente dal sistema), e che vediamo ogni giorno fuori e dentro la rete, sarei stata d&#8217;accordo su tutto. Quando però si entra nel reale scabroso della patologia che segna il corpo, che lo distrugge, mi verrebbe da fare un passo indietro. O di lato.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Anna Giuba		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381482</link>

		<dc:creator><![CDATA[Anna Giuba]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 06:48:34 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=115562#comment-381482</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381431&quot;&gt;Andrea Inglese&lt;/a&gt;.

Buongiorno Andrea e grazie. Segnalo a questo proposito un bellissimo testo di Bell che lessi molti anni fa, &quot;La santa anoressia&quot;, digiuno e misticismo dal medioevo a oggi. La componente ascetica anche nell&#039;anoressia attuale secondo me è molto forte. Saluti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381431">Andrea Inglese</a>.</p>
<p>Buongiorno Andrea e grazie. Segnalo a questo proposito un bellissimo testo di Bell che lessi molti anni fa, &#8220;La santa anoressia&#8221;, digiuno e misticismo dal medioevo a oggi. La componente ascetica anche nell&#8217;anoressia attuale secondo me è molto forte. Saluti.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381431</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2025 21:42:45 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=115562#comment-381431</guid>

					<description><![CDATA[Grazie Anna del tuo commento, che credo ricordi una cosa importante: è difficile &quot;generalizzare l&#039;origine di un disturbo cosi complesso&quot;. Sono d&#039;accordo, e lo dico ovviamente da persona che non ha competenze né esperienze specifiche sull&#039;argomento. Nello stesso tempo, penso che anche i disturbi più complessi siano &quot;storici&quot;, ossia legati un mondo storico-sociale specifico. E quindi trovo importante che si citino studi che si sono occupati anche dell&#039;aspetto bio-politico dell&#039;anoressia. Anch&#039;io sono scettico sull&#039;idea che sia possibile identificare una chiave unica per un tale fenomeno. Ma attenzione, i rischi di generalizzazione sono presenti anche in un&#039;affermazione come quella che fai sulle sante del passato. Che ne sappiamo noi dell&#039;anoressia di &quot;quasi tutte le sante del passato&quot;? Ma certo è anche questa una chiave di lettura interessante.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Anna del tuo commento, che credo ricordi una cosa importante: è difficile &#8220;generalizzare l&#8217;origine di un disturbo cosi complesso&#8221;. Sono d&#8217;accordo, e lo dico ovviamente da persona che non ha competenze né esperienze specifiche sull&#8217;argomento. Nello stesso tempo, penso che anche i disturbi più complessi siano &#8220;storici&#8221;, ossia legati un mondo storico-sociale specifico. E quindi trovo importante che si citino studi che si sono occupati anche dell&#8217;aspetto bio-politico dell&#8217;anoressia. Anch&#8217;io sono scettico sull&#8217;idea che sia possibile identificare una chiave unica per un tale fenomeno. Ma attenzione, i rischi di generalizzazione sono presenti anche in un&#8217;affermazione come quella che fai sulle sante del passato. Che ne sappiamo noi dell&#8217;anoressia di &#8220;quasi tutte le sante del passato&#8221;? Ma certo è anche questa una chiave di lettura interessante.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Anna Giuba		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/12/per-una-lettura-biopolitica-dellanoressia/#comment-381337</link>

		<dc:creator><![CDATA[Anna Giuba]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Oct 2025 14:17:34 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=115562#comment-381337</guid>

					<description><![CDATA[Buongiorno, mi &quot;ammalai&quot; di anoressia nervosa nel 1978, nessuno sapeva di che cosa si trattava. Subii analisi mediche e cliniche, ero il primo caso a Torino, forse anche in un raggio più ampio. Poi fui costretta da una famiglia disfunzionale a cinque anni di psicoterapia assolutamente inutile. Il mio disturbo non aveva nessuna origine imposta da un potete che non fosse quello affettivo. Ancora oggi mi ritengo politicamente anarchica. E reputo che non sia generalizzabile l&#039;origine di un disturbo così complesso, né sociologicamente né psicologicamente. Ogni individuo ( non dico donna volutamente) misura la visione di se stesso attraverso la lente di lettura che si costruisce anche con gli strumenti che si è saputo conquistare da solo. E credo che una lettura in termini di imposizione di modelli culturali sia troppo facile. Le grandi sante del passato erano quasi tutte anoressiche, ma non per sfilare in passerella...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Buongiorno, mi &#8220;ammalai&#8221; di anoressia nervosa nel 1978, nessuno sapeva di che cosa si trattava. Subii analisi mediche e cliniche, ero il primo caso a Torino, forse anche in un raggio più ampio. Poi fui costretta da una famiglia disfunzionale a cinque anni di psicoterapia assolutamente inutile. Il mio disturbo non aveva nessuna origine imposta da un potete che non fosse quello affettivo. Ancora oggi mi ritengo politicamente anarchica. E reputo che non sia generalizzabile l&#8217;origine di un disturbo così complesso, né sociologicamente né psicologicamente. Ogni individuo ( non dico donna volutamente) misura la visione di se stesso attraverso la lente di lettura che si costruisce anche con gli strumenti che si è saputo conquistare da solo. E credo che una lettura in termini di imposizione di modelli culturali sia troppo facile. Le grandi sante del passato erano quasi tutte anoressiche, ma non per sfilare in passerella&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
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