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	Commenti a: Pensare la poesia di ricerca	</title>
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		<title>
		Di: Il fu GiusCo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/16/pensare-la-poesia-di-ricerca/#comment-386039</link>

		<dc:creator><![CDATA[Il fu GiusCo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Dec 2025 14:41:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Suggerirei un riesame sperimentale della poesia del/col corpo a scapito di prosopopee varie e pappagalli AI.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Suggerirei un riesame sperimentale della poesia del/col corpo a scapito di prosopopee varie e pappagalli AI.</p>
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		<title>
		Di: Daniele Barbieri		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/16/pensare-la-poesia-di-ricerca/#comment-385902</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Barbieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 14:47:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho risposto ad Andrea Inglese sotto la replica di Massimiliano Manganelli al mio articolo (https://www.nazioneindiana.com/2025/12/20/descrivere-non-e-occupare/).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho risposto ad Andrea Inglese sotto la replica di Massimiliano Manganelli al mio articolo (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/12/20/descrivere-non-e-occupare/" rel="nofollow ugc">https://www.nazioneindiana.com/2025/12/20/descrivere-non-e-occupare/</a>).</p>
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		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/16/pensare-la-poesia-di-ricerca/#comment-385894</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 10:55:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Visto che Daniele Barbieri mi chiama in qualche modo in causa, un piccolo intervento lo faccio sotto la replica di Massimiliano Manganelli (https://www.nazioneindiana.com/2025/12/20/descrivere-non-e-occupare/) ma lo riporto anche qui. Per parte mia poi, su queste faccende, ho già scritto anche da un punto di vista teorico-critico, e continuerò a farlo. 

Sulla questione in sé : esiste la ricerca in letteratura? Esiste in poesia? Se esiste come la descriviamo? Come la chiamiamo: post-poesia, scrittura di ricerca, poesia non lineare, scritture complesse? Sulla questione in sé, c’è un processo in atto per definire delle categoria, delle descrizioni adeguate, un corpus di testi probante. Questo processo è necessario? Io penso di sì. È concluso? Io penso di no. C’è unanimità? Probabilmente sì su alcuni punti, su diversi altri meno. Il fascicolo “La scuola delle cose” curato da Marco Giovenale partecipa di questo sforzo. Propone un approccio ampio e inclusivo, ma nello stesso tempo ricalca anche la tendenza del curatore e di alcuni dei critici che sono stati invitati a partecipare al progetto. E ciò mi sembra inevitabile. Siamo nel campo della militanza, non della sistemazione di un’eredità più o meno assodata. Quindi non credo del tutto alla neutralità descrittiva che rivendica Massimiliano Manganelli. Nel lavoro critico e teorico su questo campo di scritture, l’azione descrittiva si accompagna anche a un&#039;assegnazione di valore. Ma questo di per sé non implica né l’imposizione di un codice di norme definito né il colpo di stato (letterario) delle neoavanguardie. Ora, visto il contesto letterario e l’epoca, l’idea della presa del Palazzo d’Inverno è una fantasia davvero inattuale, ma ritornante come uno spettro, perché il trauma prodotto dalla neovanguardia non ha ancora finito di rimarginare. Detto questo apprezzo in Daniele Barbieri la voglia negli anni di confrontarsi con approcci e teorie che non condivide. Una delle difficoltà dell’ambito che si vuole definire ricerca, è che continua ad essere semplicemente ignorato. Ma per entrare effettivamente nel dialogo secondo me bisogna almeno abbandonare un luogo comune, assai cavo e sonante, ovvero che la ricerca è presente in ogni vera poesia, in ogni vera opera letteraria, e quindi la faccenda è chiusa.

Ora per non farla lunga, le questioni per me non-assodate sono almeno tre, anche considerando i contenuti della “Scuola delle cose” e questo recente scambio. 

Non è assodata la scelta di porsi al di fuori della poesia, in una sorte di genere ulteriore, quale che sia il suo nome. Lo avevano capito tutte le correnti eretiche del novecento (poesia concreta, poesia visiva, poesia totale, poesia azione, poesia non-lineare, language-poetry, ecc.) Trovo che sia comprensibile come mossa tattica, ma penso che non si efficace sul piano strategico. Io continuerei a parlare di “ricerca letteraria”, come una tendenza che tra l’altro si manifesta anche in altri generi (romanzo, narrativa breve, teatro, ecc.) e lotterei perché il termini poesia si declini al plurale, fuori da ogni essenzialismo. E su questo non c’è stato unanimismo, ma un inevitabile tentennamento terminologico che dura ancora.

Non è assodata, e qui mi rivolgo a Barbieri, la sua descrizione di come la lirica dovrebbe funzionare, perché innanzitutto taglia fuori tutta la dimensione storico-ideologica, della lirica, almeno a partire dalla modernità. Lascia fuori gli ideali “espressivisti”, che sono in qualche modo la cornice in cui s’inscrive la lirica novecentesca. E lascia fuori anche la dimensione apodittica, giudicante, della lirica, come discorso di verità sul mondo. Su questo non posso che segnalargli un pezzo, dove almeno in parte la questione è toccata (cap. 2), io spero, con una certa chiarezza: https://www.nazioneindiana.com/2023/01/10/leggere-reznikoff-tra-oggettivismo-e-letteralita/

Non è, però, del tutto assodata neanche la risposta di Massimiliano Manganelli sulla questione della “non-assertività”. Leggiamo Manganelli: “Non assertivo non significa interpretabile in molti modi, ma privo di mandato interpretativo. La differenza è pragmatica, non ermeneutica”. Nel lavoro teorico-critico di Picconi (“La cornice e il testo”, 2020) che ha tentato in modo più sistematico di chiarire la nozione di non-assertività, in relazione alla postura di certi autori e alle caratteristiche di certi loro testi, l’intreccio è denso tra concetti come “non-assertività”, “opacità”, “illeggibilità”, ma anche “ambiguità”, “ironia,” “duplicità”. Intendo dire che un rifiuto di mandato interpretativo non implica per forza una scelta d’illeggibilità pura o di figuratività zero, e questo vale per la scelta degli autori, indipendentemente da quello che potrebbe dirci una teoria della letteralità alla Gleize, ad esempio. La pragmatica non silenzia puramente e semplicemente l’ermeneutica, ma la sospende, e ne rende incerta, problematica l’applicazione.

Infine: non c’è dubbio che Inglese, e ancora più Raos, non rispondano a un certo modello o a certi criteri della scrittura di ricerca, ma: gli autori di “Prosa in prosa” non sono certo i depositari di tutto quello che è ricerca letteraria oggi in Italia, e quindi la lista degli autori e autrici per ora poco frequentati anche dalla critica militante sono tanti. La ricerca (entro e fuori l’Italia) è molteplice e mobile, e quindi c’è ancora molto da leggere, prima di fissare confini troppo netti e criteri troppo limitati. Ma il sommario della “Scuola delle cose” mi sembra ben consapevole di questa molteplicità di direzioni e aspetti, anche se il grosso del lavoro resta da fare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Visto che Daniele Barbieri mi chiama in qualche modo in causa, un piccolo intervento lo faccio sotto la replica di Massimiliano Manganelli (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/12/20/descrivere-non-e-occupare/" rel="nofollow ugc">https://www.nazioneindiana.com/2025/12/20/descrivere-non-e-occupare/</a>) ma lo riporto anche qui. Per parte mia poi, su queste faccende, ho già scritto anche da un punto di vista teorico-critico, e continuerò a farlo. </p>
<p>Sulla questione in sé : esiste la ricerca in letteratura? Esiste in poesia? Se esiste come la descriviamo? Come la chiamiamo: post-poesia, scrittura di ricerca, poesia non lineare, scritture complesse? Sulla questione in sé, c’è un processo in atto per definire delle categoria, delle descrizioni adeguate, un corpus di testi probante. Questo processo è necessario? Io penso di sì. È concluso? Io penso di no. C’è unanimità? Probabilmente sì su alcuni punti, su diversi altri meno. Il fascicolo “La scuola delle cose” curato da Marco Giovenale partecipa di questo sforzo. Propone un approccio ampio e inclusivo, ma nello stesso tempo ricalca anche la tendenza del curatore e di alcuni dei critici che sono stati invitati a partecipare al progetto. E ciò mi sembra inevitabile. Siamo nel campo della militanza, non della sistemazione di un’eredità più o meno assodata. Quindi non credo del tutto alla neutralità descrittiva che rivendica Massimiliano Manganelli. Nel lavoro critico e teorico su questo campo di scritture, l’azione descrittiva si accompagna anche a un&#8217;assegnazione di valore. Ma questo di per sé non implica né l’imposizione di un codice di norme definito né il colpo di stato (letterario) delle neoavanguardie. Ora, visto il contesto letterario e l’epoca, l’idea della presa del Palazzo d’Inverno è una fantasia davvero inattuale, ma ritornante come uno spettro, perché il trauma prodotto dalla neovanguardia non ha ancora finito di rimarginare. Detto questo apprezzo in Daniele Barbieri la voglia negli anni di confrontarsi con approcci e teorie che non condivide. Una delle difficoltà dell’ambito che si vuole definire ricerca, è che continua ad essere semplicemente ignorato. Ma per entrare effettivamente nel dialogo secondo me bisogna almeno abbandonare un luogo comune, assai cavo e sonante, ovvero che la ricerca è presente in ogni vera poesia, in ogni vera opera letteraria, e quindi la faccenda è chiusa.</p>
<p>Ora per non farla lunga, le questioni per me non-assodate sono almeno tre, anche considerando i contenuti della “Scuola delle cose” e questo recente scambio. </p>
<p>Non è assodata la scelta di porsi al di fuori della poesia, in una sorte di genere ulteriore, quale che sia il suo nome. Lo avevano capito tutte le correnti eretiche del novecento (poesia concreta, poesia visiva, poesia totale, poesia azione, poesia non-lineare, language-poetry, ecc.) Trovo che sia comprensibile come mossa tattica, ma penso che non si efficace sul piano strategico. Io continuerei a parlare di “ricerca letteraria”, come una tendenza che tra l’altro si manifesta anche in altri generi (romanzo, narrativa breve, teatro, ecc.) e lotterei perché il termini poesia si declini al plurale, fuori da ogni essenzialismo. E su questo non c’è stato unanimismo, ma un inevitabile tentennamento terminologico che dura ancora.</p>
<p>Non è assodata, e qui mi rivolgo a Barbieri, la sua descrizione di come la lirica dovrebbe funzionare, perché innanzitutto taglia fuori tutta la dimensione storico-ideologica, della lirica, almeno a partire dalla modernità. Lascia fuori gli ideali “espressivisti”, che sono in qualche modo la cornice in cui s’inscrive la lirica novecentesca. E lascia fuori anche la dimensione apodittica, giudicante, della lirica, come discorso di verità sul mondo. Su questo non posso che segnalargli un pezzo, dove almeno in parte la questione è toccata (cap. 2), io spero, con una certa chiarezza: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/01/10/leggere-reznikoff-tra-oggettivismo-e-letteralita/" rel="nofollow ugc">https://www.nazioneindiana.com/2023/01/10/leggere-reznikoff-tra-oggettivismo-e-letteralita/</a></p>
<p>Non è, però, del tutto assodata neanche la risposta di Massimiliano Manganelli sulla questione della “non-assertività”. Leggiamo Manganelli: “Non assertivo non significa interpretabile in molti modi, ma privo di mandato interpretativo. La differenza è pragmatica, non ermeneutica”. Nel lavoro teorico-critico di Picconi (“La cornice e il testo”, 2020) che ha tentato in modo più sistematico di chiarire la nozione di non-assertività, in relazione alla postura di certi autori e alle caratteristiche di certi loro testi, l’intreccio è denso tra concetti come “non-assertività”, “opacità”, “illeggibilità”, ma anche “ambiguità”, “ironia,” “duplicità”. Intendo dire che un rifiuto di mandato interpretativo non implica per forza una scelta d’illeggibilità pura o di figuratività zero, e questo vale per la scelta degli autori, indipendentemente da quello che potrebbe dirci una teoria della letteralità alla Gleize, ad esempio. La pragmatica non silenzia puramente e semplicemente l’ermeneutica, ma la sospende, e ne rende incerta, problematica l’applicazione.</p>
<p>Infine: non c’è dubbio che Inglese, e ancora più Raos, non rispondano a un certo modello o a certi criteri della scrittura di ricerca, ma: gli autori di “Prosa in prosa” non sono certo i depositari di tutto quello che è ricerca letteraria oggi in Italia, e quindi la lista degli autori e autrici per ora poco frequentati anche dalla critica militante sono tanti. La ricerca (entro e fuori l’Italia) è molteplice e mobile, e quindi c’è ancora molto da leggere, prima di fissare confini troppo netti e criteri troppo limitati. Ma il sommario della “Scuola delle cose” mi sembra ben consapevole di questa molteplicità di direzioni e aspetti, anche se il grosso del lavoro resta da fare.</p>
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		Di: Corrado Aiello		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Corrado Aiello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2025 06:57:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Articolo lucidissimo e necessario che riflette inconsutile il mio pensiero in merito. Grazie.]]></description>
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