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	Commenti a: Su &#8220;Inside Story&#8221;	</title>
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		Di: Giuseppe A. Samonà		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/18/su-inside-story/#comment-386756</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 19:43:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cari Simone e Nando, vorrei ringraziarvi insieme perché, leggendovi in sequenza uno dopo l’altro, posso ricentrare la mia domanda, il suo perimetro, anche se capisco che esondare nelle risposte, come dice Nando, fosse inevitabile. Tuttavia, al di là delle opinioni che l’uno e l’altro possiamo avere su Israele e delle quali non volevo né voglio discutere qui (ma devo dire che nella risposta di Nando ritrovo, dette con spontanea semplicità, alcune delle cose che penso da molti anni, a cominciare dal “coraggio”), vale SEMPRE e COMUNQUE la pena  – Amis c’entra, come vedrete leggendolo – interrogarsi sull’odio.  Preziosa la distinzione  di Simone – perché la precisione nell’uso dei termini è importante, e lo è ancora di più per uno scrittore – fra ciò che è “odioso” e l’azione di “odiare”: non se ne può fare a meno, certo, quando si subisce un torto particolarmente grave, ma un conto è farlo per reazione, in preda all’ira, un’altra è farne uno strumento strutturale, pianificato, se non lo strumento principale di risoluzione di un conflitto, che sia individuale o politico. Per di più se – è principalmente a questo che pensavo, grazie Nando per permettermi di precisarlo – non si tratta di persone che stanno dentro al conflitto in questione: noi europei, proprio perché fuori dal teatro dei massacri e dei soprusi, dovremmo farci mediatori per la risoluzione giusta di questa tragedia, nutrire tutto quello che da una parte e dall’altra favorisce coloro che, per minoritari che siano, provano a dialogare,  non certo alimentare l’odio verso gli uni o verso gli altri, e degli uni verso gli altri. All’epoca del genocidio in Ruanda insegnavo a Montréal, e ho partecipato a diverse iniziative, anche perché mi ero legato di amicizia con alcuni dei miei studenti, che erano Tutsi: ricordo che mi colpirono, dietro lo sgomento, la compassione e – dico la parola – l’amore per coloro che avevano subito la furia omicida degli Hutu radicali, insieme al bisogno determinato, coraggioso, di giustizia; ma mai, se non molto saltuariamente, l’odio per il “nemico”, sia di noi europei o americani desiderosi di manifestare contro l’abominio, che degli stessi Tutsi canadesi, che avevano laggiù i loro cari, quasi sempre senza o con poche notizie.  Mi ricordo che uno degli ultimi miei post su Facebook era un’aria del Simon Boccanegra, in cui il doge Simone, nel mezzo di un inestricabile groviglio di odî canta: “E vo gridando pace, e vo gridando amor.” Ecco, quel che da anni mi colpisce, a me che sin da ragazzo ho a cuore – e di più – la causa palestinese, è che all’inverso il movimento propal nostrano abbia in parte – e sottolineo in parte, Andrea, ma una parte rumorosa e loquace – adottato, o quantomeno tollerato, la prospettiva dell’odio, come se questo sentimento distruttivo per il “nemico” fosse diventato un vero e proprio strumento politico, necessario per rendere giustizia a chi subisce l’ingiustizia (mentre non porta da nessuna parte...). Ai tempi delle manifestazioni per il Vietnam o per il Cile, sentivo sempre, fra altri sentimenti, un filo potente di amore: oggi no, e anzi, sento appunto il contrario, e mi interroga, mi inquieta – perché come dice Simone (Perotti, ma anche Boccanegra) l’odio dice di più su chi lo prova che su chi lo subisce, e non permette mai di risolvere un conflitto. Resta infine da capire perché fra tutti i nemici da odiare Israele abbia, da ben prima dell’epoca Netanyahu, il primato di quest’odio “lontano”, nel contempo astratto e collettivo: ma di questo, per lasciare un minimo di suspense, riparlerò eventualmente con coloro che avranno letto Amis.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari Simone e Nando, vorrei ringraziarvi insieme perché, leggendovi in sequenza uno dopo l’altro, posso ricentrare la mia domanda, il suo perimetro, anche se capisco che esondare nelle risposte, come dice Nando, fosse inevitabile. Tuttavia, al di là delle opinioni che l’uno e l’altro possiamo avere su Israele e delle quali non volevo né voglio discutere qui (ma devo dire che nella risposta di Nando ritrovo, dette con spontanea semplicità, alcune delle cose che penso da molti anni, a cominciare dal “coraggio”), vale SEMPRE e COMUNQUE la pena  – Amis c’entra, come vedrete leggendolo – interrogarsi sull’odio.  Preziosa la distinzione  di Simone – perché la precisione nell’uso dei termini è importante, e lo è ancora di più per uno scrittore – fra ciò che è “odioso” e l’azione di “odiare”: non se ne può fare a meno, certo, quando si subisce un torto particolarmente grave, ma un conto è farlo per reazione, in preda all’ira, un’altra è farne uno strumento strutturale, pianificato, se non lo strumento principale di risoluzione di un conflitto, che sia individuale o politico. Per di più se – è principalmente a questo che pensavo, grazie Nando per permettermi di precisarlo – non si tratta di persone che stanno dentro al conflitto in questione: noi europei, proprio perché fuori dal teatro dei massacri e dei soprusi, dovremmo farci mediatori per la risoluzione giusta di questa tragedia, nutrire tutto quello che da una parte e dall’altra favorisce coloro che, per minoritari che siano, provano a dialogare,  non certo alimentare l’odio verso gli uni o verso gli altri, e degli uni verso gli altri. All’epoca del genocidio in Ruanda insegnavo a Montréal, e ho partecipato a diverse iniziative, anche perché mi ero legato di amicizia con alcuni dei miei studenti, che erano Tutsi: ricordo che mi colpirono, dietro lo sgomento, la compassione e – dico la parola – l’amore per coloro che avevano subito la furia omicida degli Hutu radicali, insieme al bisogno determinato, coraggioso, di giustizia; ma mai, se non molto saltuariamente, l’odio per il “nemico”, sia di noi europei o americani desiderosi di manifestare contro l’abominio, che degli stessi Tutsi canadesi, che avevano laggiù i loro cari, quasi sempre senza o con poche notizie.  Mi ricordo che uno degli ultimi miei post su Facebook era un’aria del Simon Boccanegra, in cui il doge Simone, nel mezzo di un inestricabile groviglio di odî canta: “E vo gridando pace, e vo gridando amor.” Ecco, quel che da anni mi colpisce, a me che sin da ragazzo ho a cuore – e di più – la causa palestinese, è che all’inverso il movimento propal nostrano abbia in parte – e sottolineo in parte, Andrea, ma una parte rumorosa e loquace – adottato, o quantomeno tollerato, la prospettiva dell’odio, come se questo sentimento distruttivo per il “nemico” fosse diventato un vero e proprio strumento politico, necessario per rendere giustizia a chi subisce l’ingiustizia (mentre non porta da nessuna parte&#8230;). Ai tempi delle manifestazioni per il Vietnam o per il Cile, sentivo sempre, fra altri sentimenti, un filo potente di amore: oggi no, e anzi, sento appunto il contrario, e mi interroga, mi inquieta – perché come dice Simone (Perotti, ma anche Boccanegra) l’odio dice di più su chi lo prova che su chi lo subisce, e non permette mai di risolvere un conflitto. Resta infine da capire perché fra tutti i nemici da odiare Israele abbia, da ben prima dell’epoca Netanyahu, il primato di quest’odio “lontano”, nel contempo astratto e collettivo: ma di questo, per lasciare un minimo di suspense, riparlerò eventualmente con coloro che avranno letto Amis.</p>
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		<title>
		Di: Ferdinando D'Angeri		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/18/su-inside-story/#comment-386491</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ferdinando D'Angeri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2026 09:23:40 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=117127#comment-386491</guid>

					<description><![CDATA[Mio caro Giuseppe, 
Avevo intenzione di scrivere due righe su quel poco che so di Amis ma constato che si è andati per altre strade…
La questione israelo-palestinese, nella discussione, ha preso il sopravvento. E così deve essere perché è una questione che ha, in sé, il “senso del grave”, come diceva un mio prof.su altre materie!
Con te ne abbiamo discusso abbondantemente in passato. Ma alla tua domanda, oggi, non saprei più come rispondere… Ma, certo, che è lecito impegnarsi contro un governo messianico-fondamentalista-bellicoso che con determinazione assoluta prova a realizzare, ad ogni costo, il “Grande Israele”. E prova ad accompagnare alla porta un intero popolo: Bye Bye and let’s never see you again, Au revoir et merci! As-Salamu-Alaykoum! Shalom! Arrangiatevi…
In Israele, il lascito di questo governo potrebbe essere l’autoestinzione, nel senso che sono sull’orlo di una guerra civile essendo loro divisi in gruppi, tribù di Israele, ormai poco disposti alla conciliazione.
In tutto questo, lo stato della Palestina, non esiste. E non esiste alcun leader palestinese in grado di fare il leader, aprire un dialogo, intraprendere una trattativa diplomatica, dire cose sensate… Tutti dicono Barghouti, il nuovo Mandela! Ma lui è in galera. Non so quanti ergastoli c’ha addosso. E Ben-Gvir non credo che sarà disposto a liberarlo. E anche quando lo liberassero, deve stare attento Barghouti, lo potrebbero volere morto in parecchi. Da una parte e dall’altra.
Esiste solo Odio… Odio fra israeliani. Odio fra palestinesi. Odio fra israeliani e palestinesi. 
Gli altri paesi arabi hanno da tempo messo in soffitta la questione palestinese… Tranne i proclami di facciata, non ne vogliono sapere dei palestinesi… Non è più affar loro. La Umma araba non esiste più, qualora fosse mai esistita (grandeur nasseriana). Odio fra sunniti e sciiti (non si amano affatto!). 
Anche noi (occidentali) vogliamo contribuire a fomentare odio contro di loro? A seconda di come siamo messi ad appartenenze ideologiche? Ma noi, nel senso del resto del mondo e anche nel senso di ognuno di noi, cosa si può fare? Ti direi proprio nulla. Un Grande Nulla. Oggi.
Certo, qualcosa si deve pur fare… 
Si deve cercare di aiutare gli israeliani a cambiare governo. Loro, ancora, ci vanno a votare. Li dobbiamo aiutare a rinsavire dall’abbaglio che hanno preso eleggendo ‘sto governo… Ma è abbaglio per noi, che siamo lontani da certi teatri di guerra. Per loro, forse, non lo è. Lo hanno voluto loro questo governo perché i messianici e i coloni (nel West Bank) stanno diventando, demograficamente parlando, maggioranza.
Si deve cercare di aiutare i palestinesi a trovare un leader. Una dirigenza nuova, non compromessa con il loro passato. Un gruppo dirigente in grado di riunificare le fazioni divise. I palestinesi sono, a loro volta, divisi quasi irrimediabilmente in consorterie, clan, bande armate, mini organizzazioni criminali. I ricchi, la classe borghese economicamente fiorente e a loro modo laico-emancipata non stanno lì. Vivono in tutte le parti del mondo tranne che in Palestina. Esilio? Insomma… Sì ci sono delle “enclave” nel West Bank. Sarà questo il futuro stato della Palestina?
A noi occidentali, indignati e sconvolti, ci basta il fatto di affermare che quello che sta perpetrando Netanyahu è genocidio a tutti gli effetti o, mi chiedo, più prosaicamente sono «crimini di guerra» che non è che è meno grave, però? O no? Non lo so se è genocidio, francamente… e poi, cosa cambia? Se il Mondo sarà ancora libero e democratico, un giorno, dovrà pur esserci una “Alta Corte Globale” che giudicherà quanto accaduto (per quelli di Hamas e per Netanyahu, Smotrich, Ben-Gvir e gli altri) ai danni della popolazione inerme gazawi e di quei poveri uccisi nel corso di quello scellerato assalto. Ma lo sarà?
Sollecitare l’opinione pubblica su di una terminologia piuttosto che un’altra - che poi diventano slogan che si svuotano di significati reali -, cosa cambia? Genocidio, pro-pal, sionismo-diabolico, antisemitismo-confusionario, flottiglie, etc. Agli europei, a noi italiani, basta questo e siamo a posto così? Cosa vogliamo fare? Dove vogliamo andare? Che atteggiamento abbiamo rispetto a questo inestricabile garbuglio? Proviamo ad analizzarlo o semplifichiamo e andiamo per le vie brevi? Quali proposte abbiamo da poter suggerire alle parti? Nessuna, temo. Demandiamo. 
La mia impressione è che in Occidente i progressisti fanno di tutto per auto-estinguersi. Dilaga il populismo, incombono astute “Narrazioni”. Trump, Putin, Xi sono i grandi narratori, e gli altri si adeguano. “Narrano” storie. La fastidiosa Europa è stata by-passata. Cosa abbiamo da raccontare, da proporre, noi europei? Nessuno più vuole parlare con gli europei. Come è possibile?
Abbiamo perso il senso del “grave”!
Si è concretizzata una miracolosa momentanea fragile tregua. Che è già un passo avanti. Ma che non serva solamente a riarmare le parti.
Caro Giuseppe, come ben sai, rimango della mia opinione: Bisogna che le parti siano coraggiose. Bisogna che si sbarazzino di tutto ciò che ha portato a questa catastrofe. Bisogna che facciano una “pace fredda”. Riconoscimento (reciproco) del diritto all’esistenza dei due popoli. Del diritto ad avere una nazione, un paese, uno Stato per i due popoli, e poi, ignorarsi. Ignorarsi per i prossimi cent’anni… Forse in quell’epoca ci sarà qualcuno che analizzerà questa storia in modo distaccato e ne potrà trarre delle costruttive conseguenze. E la pace, may be, potrà diventare “calda”.
La strada è questa. Fare accordi di pace. Coinvolgere gli altri. Noi dobbiamo aiutarli a convincersi che c’è una unica strada. Detestarsi (ok, è comprensibile), ma convivere. “non par espoir et enthousiasme, mais par épuisement et désespoir”.
Facile a dirsi… ma ci dobbiamo impegnare… intensa attività diplomatica…non attività di propaganda.
«Les mois à venir détermineront le sort des deux peuples. Nous découvrirons si le conflit qui dure depuis plus d’un siècle est mûr pour une résolution raisonnable, morale et humaine. Comme il est tragique que cela se produise – si tant est que cela se produise – non par espoir et enthousiasme, mais par épuisement et désespoir. Là encore, c’est cet état d’esprit qui conduit souvent les ennemis à se réconcilier, et c’est aujourd’hui tout ce que nous pouvons espérer. Nous allons donc nous contenter de cela. Il semble que nous ayons dû traverser l’enfer lui-même pour arriver à l’endroit d’où l’on peut voir, par une journée exceptionnellement lumineuse, le bord lointain du paradis».
David Grossman, Israël tombe dans un abîme, mars 2024
Me lo hai mandato tu… E sempre lì stiamo.
In risposta a GS &#124; 2 gennaio 2026 &#124; 0re 10,23.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mio caro Giuseppe,<br />
Avevo intenzione di scrivere due righe su quel poco che so di Amis ma constato che si è andati per altre strade…<br />
La questione israelo-palestinese, nella discussione, ha preso il sopravvento. E così deve essere perché è una questione che ha, in sé, il “senso del grave”, come diceva un mio prof.su altre materie!<br />
Con te ne abbiamo discusso abbondantemente in passato. Ma alla tua domanda, oggi, non saprei più come rispondere… Ma, certo, che è lecito impegnarsi contro un governo messianico-fondamentalista-bellicoso che con determinazione assoluta prova a realizzare, ad ogni costo, il “Grande Israele”. E prova ad accompagnare alla porta un intero popolo: Bye Bye and let’s never see you again, Au revoir et merci! As-Salamu-Alaykoum! Shalom! Arrangiatevi…<br />
In Israele, il lascito di questo governo potrebbe essere l’autoestinzione, nel senso che sono sull’orlo di una guerra civile essendo loro divisi in gruppi, tribù di Israele, ormai poco disposti alla conciliazione.<br />
In tutto questo, lo stato della Palestina, non esiste. E non esiste alcun leader palestinese in grado di fare il leader, aprire un dialogo, intraprendere una trattativa diplomatica, dire cose sensate… Tutti dicono Barghouti, il nuovo Mandela! Ma lui è in galera. Non so quanti ergastoli c’ha addosso. E Ben-Gvir non credo che sarà disposto a liberarlo. E anche quando lo liberassero, deve stare attento Barghouti, lo potrebbero volere morto in parecchi. Da una parte e dall’altra.<br />
Esiste solo Odio… Odio fra israeliani. Odio fra palestinesi. Odio fra israeliani e palestinesi.<br />
Gli altri paesi arabi hanno da tempo messo in soffitta la questione palestinese… Tranne i proclami di facciata, non ne vogliono sapere dei palestinesi… Non è più affar loro. La Umma araba non esiste più, qualora fosse mai esistita (grandeur nasseriana). Odio fra sunniti e sciiti (non si amano affatto!).<br />
Anche noi (occidentali) vogliamo contribuire a fomentare odio contro di loro? A seconda di come siamo messi ad appartenenze ideologiche? Ma noi, nel senso del resto del mondo e anche nel senso di ognuno di noi, cosa si può fare? Ti direi proprio nulla. Un Grande Nulla. Oggi.<br />
Certo, qualcosa si deve pur fare…<br />
Si deve cercare di aiutare gli israeliani a cambiare governo. Loro, ancora, ci vanno a votare. Li dobbiamo aiutare a rinsavire dall’abbaglio che hanno preso eleggendo ‘sto governo… Ma è abbaglio per noi, che siamo lontani da certi teatri di guerra. Per loro, forse, non lo è. Lo hanno voluto loro questo governo perché i messianici e i coloni (nel West Bank) stanno diventando, demograficamente parlando, maggioranza.<br />
Si deve cercare di aiutare i palestinesi a trovare un leader. Una dirigenza nuova, non compromessa con il loro passato. Un gruppo dirigente in grado di riunificare le fazioni divise. I palestinesi sono, a loro volta, divisi quasi irrimediabilmente in consorterie, clan, bande armate, mini organizzazioni criminali. I ricchi, la classe borghese economicamente fiorente e a loro modo laico-emancipata non stanno lì. Vivono in tutte le parti del mondo tranne che in Palestina. Esilio? Insomma… Sì ci sono delle “enclave” nel West Bank. Sarà questo il futuro stato della Palestina?<br />
A noi occidentali, indignati e sconvolti, ci basta il fatto di affermare che quello che sta perpetrando Netanyahu è genocidio a tutti gli effetti o, mi chiedo, più prosaicamente sono «crimini di guerra» che non è che è meno grave, però? O no? Non lo so se è genocidio, francamente… e poi, cosa cambia? Se il Mondo sarà ancora libero e democratico, un giorno, dovrà pur esserci una “Alta Corte Globale” che giudicherà quanto accaduto (per quelli di Hamas e per Netanyahu, Smotrich, Ben-Gvir e gli altri) ai danni della popolazione inerme gazawi e di quei poveri uccisi nel corso di quello scellerato assalto. Ma lo sarà?<br />
Sollecitare l’opinione pubblica su di una terminologia piuttosto che un’altra &#8211; che poi diventano slogan che si svuotano di significati reali -, cosa cambia? Genocidio, pro-pal, sionismo-diabolico, antisemitismo-confusionario, flottiglie, etc. Agli europei, a noi italiani, basta questo e siamo a posto così? Cosa vogliamo fare? Dove vogliamo andare? Che atteggiamento abbiamo rispetto a questo inestricabile garbuglio? Proviamo ad analizzarlo o semplifichiamo e andiamo per le vie brevi? Quali proposte abbiamo da poter suggerire alle parti? Nessuna, temo. Demandiamo.<br />
La mia impressione è che in Occidente i progressisti fanno di tutto per auto-estinguersi. Dilaga il populismo, incombono astute “Narrazioni”. Trump, Putin, Xi sono i grandi narratori, e gli altri si adeguano. “Narrano” storie. La fastidiosa Europa è stata by-passata. Cosa abbiamo da raccontare, da proporre, noi europei? Nessuno più vuole parlare con gli europei. Come è possibile?<br />
Abbiamo perso il senso del “grave”!<br />
Si è concretizzata una miracolosa momentanea fragile tregua. Che è già un passo avanti. Ma che non serva solamente a riarmare le parti.<br />
Caro Giuseppe, come ben sai, rimango della mia opinione: Bisogna che le parti siano coraggiose. Bisogna che si sbarazzino di tutto ciò che ha portato a questa catastrofe. Bisogna che facciano una “pace fredda”. Riconoscimento (reciproco) del diritto all’esistenza dei due popoli. Del diritto ad avere una nazione, un paese, uno Stato per i due popoli, e poi, ignorarsi. Ignorarsi per i prossimi cent’anni… Forse in quell’epoca ci sarà qualcuno che analizzerà questa storia in modo distaccato e ne potrà trarre delle costruttive conseguenze. E la pace, may be, potrà diventare “calda”.<br />
La strada è questa. Fare accordi di pace. Coinvolgere gli altri. Noi dobbiamo aiutarli a convincersi che c’è una unica strada. Detestarsi (ok, è comprensibile), ma convivere. “non par espoir et enthousiasme, mais par épuisement et désespoir”.<br />
Facile a dirsi… ma ci dobbiamo impegnare… intensa attività diplomatica…non attività di propaganda.<br />
«Les mois à venir détermineront le sort des deux peuples. Nous découvrirons si le conflit qui dure depuis plus d’un siècle est mûr pour une résolution raisonnable, morale et humaine. Comme il est tragique que cela se produise – si tant est que cela se produise – non par espoir et enthousiasme, mais par épuisement et désespoir. Là encore, c’est cet état d’esprit qui conduit souvent les ennemis à se réconcilier, et c’est aujourd’hui tout ce que nous pouvons espérer. Nous allons donc nous contenter de cela. Il semble que nous ayons dû traverser l’enfer lui-même pour arriver à l’endroit d’où l’on peut voir, par une journée exceptionnellement lumineuse, le bord lointain du paradis».<br />
David Grossman, Israël tombe dans un abîme, mars 2024<br />
Me lo hai mandato tu… E sempre lì stiamo.<br />
In risposta a GS | 2 gennaio 2026 | 0re 10,23.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: simone perotti		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/18/su-inside-story/#comment-386370</link>

		<dc:creator><![CDATA[simone perotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Dec 2025 16:03:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Giuseppe caro.
Odiare è conseguenza del tutto comprensibile dell&#039;orrore. Chi odia avendo patito l&#039;orrore sappiamo che è un essere umano, e non possiamo non comprenderlo. Mi avessero fatto la metà di quello che hanno fatto ai poveri palestinesi odierei anche io, ne sono quasi certo. Dunque tutti quelli che odiano Israele adesso, per me, sono comprensibili.
Poi però occorre anche sempre capire chi è che odia e perché odia. In quest&#039;epoca si odia per molto meno, per una risposta data male, per un semaforo. Un odio diverso, certamente... ma che nasce da un profondo squilibrio. Io odio tutte le guerre, ad esempio, ma nel senso che trovo odiosa la guerra e chiunque non fa di tutto per evitarla o peggio la fomenta. Ma io non odio nessuno, in realtà, se non colui verso cui provo davvero un moto interiore, emotivo, personale di reazione d&#039;odio: se vedo le immagini dei militari israeliani che uccidono una persona inerme (e ne ho viste tante) in quel momento provo odio, vorrei essere lì e spaccargli la faccia, lo ammetto. Ma prima e dopo, no. Prima di quell&#039;istante di perdita di senno non ho nella mia vita motivi d&#039;odio (l&#039;odio è sempre riferito a chi lo prova, ai suoi squilibri non-momentanei. A tutti invece piace pensare che l&#039;odio riguardi il cattivo di turno, che la scatena e ne è il colpevole. Il che è vero per l&#039;odio istantaneo, motivato, non per quello strutturale e perdurante e a distanza, che è prodotto, pasciuto e mantenuto da noi).

Dunque odiare un popolo significa meno di niente, significa massificare le persone tutte in un giudizio medio che riguarderebbe tutto, quella cultura, quella gente, quei luoghi... È come dire gli scozzesi sono tutti tirchi, come i genovesi... O gli americani sono tutti ignoranti... Roba da bar, da autobus, niente di più. Ci sono le epoche in cui le popolazioni rivelano una aprte almeno della pasta di cui sono fatte, e allora sì che si fanno odiare. Gli &quot;italianetti&quot; del ventennio fascista, ad esempio. Era odiosa e odiabile l&#039;Italia in quel momento? Eccome se lo era... adolescenti squilibrati in gran parte, pecoroni senza alcun senso antropoligico, culturale, umano al seguito. Israele è odisa, odiabile, oggi? Eccome se lo è! Lo era anche ieri a dire il vero, perché questa situazione tragica con la Palestina è antica. Diciamo che su una scala di tempo maggiore i popoli e i paesi hanno più chance di dimostrarsi non odiosi e odiabili. Israele di tempo ne ha avuto poco e lo ha anche sprecato. Ma come la mettiamo, comunque, con i non odiabili e odiosi italiani che invece non erano fascisti? Pochi, in percentuale. Insufficienti a non destituire di fondamento l&#039;odio che l&#039;Italia fascista ha generato non solo nei greci e negli albanesi dell&#039;epoca (memoria corta, grazie al cielo, oggi ci amano) ma in chiunque guardasse a Roma. Idem per Israele. E sulla quantità dei dissenzienti/dissidenti però non farti illusioni Giuseppe. Io sono tristemente in contatto con le esiguissime minoranze israeliane &quot;contro&quot; e ti assicuro che quelle contro davvero sono quattro gatti, talmente pochi che i &quot;contro&quot; si stanno tutti interrogando su dove andare, su cosa fare, perché lì non riescono più a starci. Loro mi dicono che i &quot;contro&quot; non arrivano al 2%. Dunque che facciamo, è odiosa e odiabile Israele? Eccome, quel 2% dice molto su cosa stanno diventando e cosa sono diventati gli israeliani in questa epoca. Odiare Israele come Paese sempre, in generale? Insensato, inutile. Non solo perché l&#039;odio è un nastro trasportatore di macerie... Non soltanto perché se si odia Israele si deve odiare qualunque cosa di Israele, anche ciò che di buono è stato, le persone per bene, i loro sentimenti, il loro tentativo-di-vivere-la-loro-vita come esseri umani, le loro scoperte, la loro cultura, i pensieri, i libri, tutto... e questo è impossibile. Ma soprattutto perché chi come noi non è obnubilato dall&#039;odio che regna laggiù (sotto le bombe non sei lucido. Quando ti muore un figlio nulla può essere preteso da te) deve costruire, deve almeno lui non odiare sempre e comunque, o odiare il minimo umanamente possibile, e non concepire l&#039;odio strutturale, e subito dopo l&#039;istante obnubilato riprendere a mettere i bastoni nell&#039;ingranaggio del nastro-trasportatore-di-macerie dell&#039;odio, se riesce, se può, come può, quando sa. 

Uomini di cultura, comunicatori, artisti, intellettuali... chiunque possa avere un palcoscenico, chiunque abbia una voce che conta più di uno... questo deve fare. Perché questo dice la cultura, questo impone il pensiero, la riflessione. E l&#039;amore che (si spera) ne emerge. Altrimenti, la cultura, a che serve?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giuseppe caro.<br />
Odiare è conseguenza del tutto comprensibile dell&#8217;orrore. Chi odia avendo patito l&#8217;orrore sappiamo che è un essere umano, e non possiamo non comprenderlo. Mi avessero fatto la metà di quello che hanno fatto ai poveri palestinesi odierei anche io, ne sono quasi certo. Dunque tutti quelli che odiano Israele adesso, per me, sono comprensibili.<br />
Poi però occorre anche sempre capire chi è che odia e perché odia. In quest&#8217;epoca si odia per molto meno, per una risposta data male, per un semaforo. Un odio diverso, certamente&#8230; ma che nasce da un profondo squilibrio. Io odio tutte le guerre, ad esempio, ma nel senso che trovo odiosa la guerra e chiunque non fa di tutto per evitarla o peggio la fomenta. Ma io non odio nessuno, in realtà, se non colui verso cui provo davvero un moto interiore, emotivo, personale di reazione d&#8217;odio: se vedo le immagini dei militari israeliani che uccidono una persona inerme (e ne ho viste tante) in quel momento provo odio, vorrei essere lì e spaccargli la faccia, lo ammetto. Ma prima e dopo, no. Prima di quell&#8217;istante di perdita di senno non ho nella mia vita motivi d&#8217;odio (l&#8217;odio è sempre riferito a chi lo prova, ai suoi squilibri non-momentanei. A tutti invece piace pensare che l&#8217;odio riguardi il cattivo di turno, che la scatena e ne è il colpevole. Il che è vero per l&#8217;odio istantaneo, motivato, non per quello strutturale e perdurante e a distanza, che è prodotto, pasciuto e mantenuto da noi).</p>
<p>Dunque odiare un popolo significa meno di niente, significa massificare le persone tutte in un giudizio medio che riguarderebbe tutto, quella cultura, quella gente, quei luoghi&#8230; È come dire gli scozzesi sono tutti tirchi, come i genovesi&#8230; O gli americani sono tutti ignoranti&#8230; Roba da bar, da autobus, niente di più. Ci sono le epoche in cui le popolazioni rivelano una aprte almeno della pasta di cui sono fatte, e allora sì che si fanno odiare. Gli &#8220;italianetti&#8221; del ventennio fascista, ad esempio. Era odiosa e odiabile l&#8217;Italia in quel momento? Eccome se lo era&#8230; adolescenti squilibrati in gran parte, pecoroni senza alcun senso antropoligico, culturale, umano al seguito. Israele è odisa, odiabile, oggi? Eccome se lo è! Lo era anche ieri a dire il vero, perché questa situazione tragica con la Palestina è antica. Diciamo che su una scala di tempo maggiore i popoli e i paesi hanno più chance di dimostrarsi non odiosi e odiabili. Israele di tempo ne ha avuto poco e lo ha anche sprecato. Ma come la mettiamo, comunque, con i non odiabili e odiosi italiani che invece non erano fascisti? Pochi, in percentuale. Insufficienti a non destituire di fondamento l&#8217;odio che l&#8217;Italia fascista ha generato non solo nei greci e negli albanesi dell&#8217;epoca (memoria corta, grazie al cielo, oggi ci amano) ma in chiunque guardasse a Roma. Idem per Israele. E sulla quantità dei dissenzienti/dissidenti però non farti illusioni Giuseppe. Io sono tristemente in contatto con le esiguissime minoranze israeliane &#8220;contro&#8221; e ti assicuro che quelle contro davvero sono quattro gatti, talmente pochi che i &#8220;contro&#8221; si stanno tutti interrogando su dove andare, su cosa fare, perché lì non riescono più a starci. Loro mi dicono che i &#8220;contro&#8221; non arrivano al 2%. Dunque che facciamo, è odiosa e odiabile Israele? Eccome, quel 2% dice molto su cosa stanno diventando e cosa sono diventati gli israeliani in questa epoca. Odiare Israele come Paese sempre, in generale? Insensato, inutile. Non solo perché l&#8217;odio è un nastro trasportatore di macerie&#8230; Non soltanto perché se si odia Israele si deve odiare qualunque cosa di Israele, anche ciò che di buono è stato, le persone per bene, i loro sentimenti, il loro tentativo-di-vivere-la-loro-vita come esseri umani, le loro scoperte, la loro cultura, i pensieri, i libri, tutto&#8230; e questo è impossibile. Ma soprattutto perché chi come noi non è obnubilato dall&#8217;odio che regna laggiù (sotto le bombe non sei lucido. Quando ti muore un figlio nulla può essere preteso da te) deve costruire, deve almeno lui non odiare sempre e comunque, o odiare il minimo umanamente possibile, e non concepire l&#8217;odio strutturale, e subito dopo l&#8217;istante obnubilato riprendere a mettere i bastoni nell&#8217;ingranaggio del nastro-trasportatore-di-macerie dell&#8217;odio, se riesce, se può, come può, quando sa. </p>
<p>Uomini di cultura, comunicatori, artisti, intellettuali&#8230; chiunque possa avere un palcoscenico, chiunque abbia una voce che conta più di uno&#8230; questo deve fare. Perché questo dice la cultura, questo impone il pensiero, la riflessione. E l&#8217;amore che (si spera) ne emerge. Altrimenti, la cultura, a che serve?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: Giuseppe A. Samonà		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/18/su-inside-story/#comment-386358</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Dec 2025 10:56:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Fulvio, Vale per te quello che già ho detto ad Andrea, anzi, ancora di più, perché tu la mia domanda la trasferisci d’emblée in un altro contesto, di teoria generale diciamo, o meglio, &quot;nel&quot; contesto, quello di sempre, quasi che il solo nome di « Israele », un po’ come il « Frau Blücher » di Frankestein Junior che provoca il nitrito dei cavalli, dovesse necessariamente mettere in moto la questione delle sue origini, della sua legittimità.  No, Israele non è il filo conduttore del libro di Amis – e tuttavia è impossibile afferrare il senso della sua visione del mondo e della letteratura se non se ne segue l’itinerario – e neanche del mio articolo, visto che ne occupa due paragrafi su dieci, ma appunto... Intendiamoci: da un lato mi rendo conto che, vista la fase  particolarmente tragica che stiamo attraversando, questa sorta di riflesso alla cane di Pavlov è inevitabile; dall’altro quel che evochi, per mezzo delle riflessioni di Arendt e Freud (più Arendt che Freud, a mio avviso, in questa prospettiva) è più che degno di interesse, è fondamentale, e globalmente la prospettiva antinazionalista mi trova, come sai, più che d’accordo. Se però non vogliamo snaturarle, quelle riflessioni, riducendole a una formula da volantino, ma capirne veramente la portata – com’è, lo so, la tua intenzione – è necessario contestualizzarle: il sionismo, anzi, i sionismi (già, “sionismo” è un’altra parola magica, agitata spesso senza sapere tutto quel che c’è dietro), con le diverse correnti in lotta fra di loro, da quelle fondatrici, esplicitamente socialiste e universaliste, a quelle più nazionaliste, o addirittura fascisteggianti, o revisioniste, e poi l’ostilità di una parte dell’ebraismo, l’antisionismo etc... Ci vorrebbe un seminario di studi, e non è il caso di cominciarlo qui, non era comunque – lo ripeto – il senso della mia domanda. Mi permetto comunque di sottolineare, sempre a proposito di contestualizzazione, almeno un « dettaglio »: le riflessioni di Arendt di cui parli sono, come tu stesso precisi, degli anni 30, il libro di Freud anche (è l’ultima sua opera del resto, e sarebbe morto poco dopo, nel 1939). Insomma, la Shoah, la conoscenza della sua devastante vastità, che hanno fratturato irreversibilmente l’Europa, non si erano ancora realizzate – la considerazione di quel che poteva o doveva essere Israele dopo il genocidio non è stata più la stessa, anche fra molti antisionisti della prima ora. La stessa Hannah Arendt, del resto (Freud era appunto morto senza dover affrontare né l’orrore della catastrofe né la nascita di Israele), aveva con Israele, come sai, delle relazioni ambivalenti e complesse (sanamente ambivalenti, mi verrebbe da dire): di contro alla tendenza nazionalista, particolarista, che secondo lei rischiava di prendere il sopravvento (ahimè, come darle torto, oggi?), vi vedeva anche la possibile utopia di un universalismo egalitario da realizzarsi, secondo una delle prospettive del sionismo che aveva accolto come una salutare svolta rivoluzionaria – e ne vedeva i possibili segni nei kibboutzim, ad esempio. Insomma, Israele ai suoi occhi era una realtà complessa, contraddittoria.... D’altro canto, Arendt ha portato la sua attenzione anche sui paesi arabi, ne ha criticato i furori nazionalisti, il « romanticismo » anticoloniale (sia benedetta per questo, Fulvio, c’è un tale silenzio, una tale ignoranza al proposito...), la loro deriva ideologica (uguale e contraria, se vogliamo, a quella israeliana) etc. – da qui, il sogno di un paese federativo o binazionale, il continuo invocare la riconoscenza reciproca fra arabi o palestinesi ed ebrei (del resto, il fare « come se » i Palestinesi non esistessero, è forse una delle censure più inquietanti dell’Israele attuale), ma anche, alla prova della realtà, il riconoscimento di quel che oramai esisteva, l’ormai affermatosi Stato di Israele (giusta o sbagliata che fosse la decisione di dargli vita), con le sue contraddizioni, le sue storture, le sue censure, ma anche le sue « riuscite », le sue luci, etc., sino ad appoggiarlo, ad esempio, nella Guerra dei Sei giorni... Difficile insomma rendere conto del pensiero di Hannah Arendt in proposito riducendolo a poche frasi, a qualche formula, senza fare i conti con la sua tormentata complessità... Questo per altro mi fa venire in mente che è proprio nella nostra antica casa comune « viceversienne », a Montréal, che, attraverso alcuni incontri, ho cominciato a conoscere e analizzare anche i nazionalismi arabi con la loro retorica (per non parlare dei più recenti movimenti jihadisti), arricchendo, complessificando la mia visione fin lì molto unilaterale e schematica del medio-oriente e del suo groviglio di odio. Perché se  c’è una lezione che ho imparato con il gruppo di Viceversa è quella che i nazionalismi vanno smontati nel loro gioco reciproco, e dentro il loro contesto reale; non serve, ad esempio, criticare quello del Québec esaltando la retorica di quello canadese, quello spagnolo facendosi soggiogare da quello catalano o viceversa, etc., perché altrimenti si esce dalla padella e si entra nella brace – nel caso specifico, la sacrosanta critica al radicalismo nazionalista ebraico deve andare di pari con la critica ai nazionalismi e agli altri progetti di omogeneità nazionalistico-religiosa ancora più radicali tutt’intorno a Israele, altrimenti si resta impantanati in un discorso vuoto o, peggio, propagandistico.   Sempre a proposito di Viceversa, poi, e per tornare alla mia (e di Amis) domanda, che è rimasta del tutto inevasa, mi accorgo che tu usi, non a caso, il termine, questo sì astratto, di « nazione »; io non a caso, te lo faccio notare, quello di « paese » (nel senso concreto, eterogeneo, che mi si è precisato leggendo le pagine di Amis). Ahimè, completamente nell’aria dei tempi, la deriva autoritaria, fascista e messianica al governo attualmente in Israele, il trionfo della prospettiva nazionalista, per dirlo con Arendt, è devastante, spaventosa, per i Palestinesi, certo, ma anche per Israele come progetto democratico, umanista e universalizzante (perché c’è stato e ancora c’è anche questo aspetto, come appunto sottolineava proprio Hannah Arendt), cioè concretamente per quegli Israeliani che fascisti e messianici non sono. Insomma, di nuovo, a prescindere da tutto il male che se ne può pensare, a prescindere dai disaccordi anche profondi che ci possono essere sul groviglio di cause all’origine di questa tragedia, ecco che odiare nel suo insieme quel paese, oltre ad essere un atteggiamento intrinsecamente distruttivo, significa isolare e indebolire proprio l’opposizione israeliana, e insieme quei Palestinesi (ci sono anche loro, anche se non se ne parla abbastanza) che si oppongono insieme ai teo-fascisti israeliani e ai quelli, interni, di Hamas. È più chiaro adesso ? (Avrei anche una parolina da aggiungere, in questa prospettiva, sulla transcultura, ma siamo oramai definitivamente « fuori tema », e non mi sembra opportuno lanciarmi, qui, in questo discorso).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Fulvio, Vale per te quello che già ho detto ad Andrea, anzi, ancora di più, perché tu la mia domanda la trasferisci d’emblée in un altro contesto, di teoria generale diciamo, o meglio, &#8220;nel&#8221; contesto, quello di sempre, quasi che il solo nome di « Israele », un po’ come il « Frau Blücher » di Frankestein Junior che provoca il nitrito dei cavalli, dovesse necessariamente mettere in moto la questione delle sue origini, della sua legittimità.  No, Israele non è il filo conduttore del libro di Amis – e tuttavia è impossibile afferrare il senso della sua visione del mondo e della letteratura se non se ne segue l’itinerario – e neanche del mio articolo, visto che ne occupa due paragrafi su dieci, ma appunto&#8230; Intendiamoci: da un lato mi rendo conto che, vista la fase  particolarmente tragica che stiamo attraversando, questa sorta di riflesso alla cane di Pavlov è inevitabile; dall’altro quel che evochi, per mezzo delle riflessioni di Arendt e Freud (più Arendt che Freud, a mio avviso, in questa prospettiva) è più che degno di interesse, è fondamentale, e globalmente la prospettiva antinazionalista mi trova, come sai, più che d’accordo. Se però non vogliamo snaturarle, quelle riflessioni, riducendole a una formula da volantino, ma capirne veramente la portata – com’è, lo so, la tua intenzione – è necessario contestualizzarle: il sionismo, anzi, i sionismi (già, “sionismo” è un’altra parola magica, agitata spesso senza sapere tutto quel che c’è dietro), con le diverse correnti in lotta fra di loro, da quelle fondatrici, esplicitamente socialiste e universaliste, a quelle più nazionaliste, o addirittura fascisteggianti, o revisioniste, e poi l’ostilità di una parte dell’ebraismo, l’antisionismo etc&#8230; Ci vorrebbe un seminario di studi, e non è il caso di cominciarlo qui, non era comunque – lo ripeto – il senso della mia domanda. Mi permetto comunque di sottolineare, sempre a proposito di contestualizzazione, almeno un « dettaglio »: le riflessioni di Arendt di cui parli sono, come tu stesso precisi, degli anni 30, il libro di Freud anche (è l’ultima sua opera del resto, e sarebbe morto poco dopo, nel 1939). Insomma, la Shoah, la conoscenza della sua devastante vastità, che hanno fratturato irreversibilmente l’Europa, non si erano ancora realizzate – la considerazione di quel che poteva o doveva essere Israele dopo il genocidio non è stata più la stessa, anche fra molti antisionisti della prima ora. La stessa Hannah Arendt, del resto (Freud era appunto morto senza dover affrontare né l’orrore della catastrofe né la nascita di Israele), aveva con Israele, come sai, delle relazioni ambivalenti e complesse (sanamente ambivalenti, mi verrebbe da dire): di contro alla tendenza nazionalista, particolarista, che secondo lei rischiava di prendere il sopravvento (ahimè, come darle torto, oggi?), vi vedeva anche la possibile utopia di un universalismo egalitario da realizzarsi, secondo una delle prospettive del sionismo che aveva accolto come una salutare svolta rivoluzionaria – e ne vedeva i possibili segni nei kibboutzim, ad esempio. Insomma, Israele ai suoi occhi era una realtà complessa, contraddittoria&#8230;. D’altro canto, Arendt ha portato la sua attenzione anche sui paesi arabi, ne ha criticato i furori nazionalisti, il « romanticismo » anticoloniale (sia benedetta per questo, Fulvio, c’è un tale silenzio, una tale ignoranza al proposito&#8230;), la loro deriva ideologica (uguale e contraria, se vogliamo, a quella israeliana) etc. – da qui, il sogno di un paese federativo o binazionale, il continuo invocare la riconoscenza reciproca fra arabi o palestinesi ed ebrei (del resto, il fare « come se » i Palestinesi non esistessero, è forse una delle censure più inquietanti dell’Israele attuale), ma anche, alla prova della realtà, il riconoscimento di quel che oramai esisteva, l’ormai affermatosi Stato di Israele (giusta o sbagliata che fosse la decisione di dargli vita), con le sue contraddizioni, le sue storture, le sue censure, ma anche le sue « riuscite », le sue luci, etc., sino ad appoggiarlo, ad esempio, nella Guerra dei Sei giorni&#8230; Difficile insomma rendere conto del pensiero di Hannah Arendt in proposito riducendolo a poche frasi, a qualche formula, senza fare i conti con la sua tormentata complessità&#8230; Questo per altro mi fa venire in mente che è proprio nella nostra antica casa comune « viceversienne », a Montréal, che, attraverso alcuni incontri, ho cominciato a conoscere e analizzare anche i nazionalismi arabi con la loro retorica (per non parlare dei più recenti movimenti jihadisti), arricchendo, complessificando la mia visione fin lì molto unilaterale e schematica del medio-oriente e del suo groviglio di odio. Perché se  c’è una lezione che ho imparato con il gruppo di Viceversa è quella che i nazionalismi vanno smontati nel loro gioco reciproco, e dentro il loro contesto reale; non serve, ad esempio, criticare quello del Québec esaltando la retorica di quello canadese, quello spagnolo facendosi soggiogare da quello catalano o viceversa, etc., perché altrimenti si esce dalla padella e si entra nella brace – nel caso specifico, la sacrosanta critica al radicalismo nazionalista ebraico deve andare di pari con la critica ai nazionalismi e agli altri progetti di omogeneità nazionalistico-religiosa ancora più radicali tutt’intorno a Israele, altrimenti si resta impantanati in un discorso vuoto o, peggio, propagandistico.   Sempre a proposito di Viceversa, poi, e per tornare alla mia (e di Amis) domanda, che è rimasta del tutto inevasa, mi accorgo che tu usi, non a caso, il termine, questo sì astratto, di « nazione »; io non a caso, te lo faccio notare, quello di « paese » (nel senso concreto, eterogeneo, che mi si è precisato leggendo le pagine di Amis). Ahimè, completamente nell’aria dei tempi, la deriva autoritaria, fascista e messianica al governo attualmente in Israele, il trionfo della prospettiva nazionalista, per dirlo con Arendt, è devastante, spaventosa, per i Palestinesi, certo, ma anche per Israele come progetto democratico, umanista e universalizzante (perché c’è stato e ancora c’è anche questo aspetto, come appunto sottolineava proprio Hannah Arendt), cioè concretamente per quegli Israeliani che fascisti e messianici non sono. Insomma, di nuovo, a prescindere da tutto il male che se ne può pensare, a prescindere dai disaccordi anche profondi che ci possono essere sul groviglio di cause all’origine di questa tragedia, ecco che odiare nel suo insieme quel paese, oltre ad essere un atteggiamento intrinsecamente distruttivo, significa isolare e indebolire proprio l’opposizione israeliana, e insieme quei Palestinesi (ci sono anche loro, anche se non se ne parla abbastanza) che si oppongono insieme ai teo-fascisti israeliani e ai quelli, interni, di Hamas. È più chiaro adesso ? (Avrei anche una parolina da aggiungere, in questa prospettiva, sulla transcultura, ma siamo oramai definitivamente « fuori tema », e non mi sembra opportuno lanciarmi, qui, in questo discorso).</p>
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		<title>
		Di: Giuseppe A. Samonà		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/18/su-inside-story/#comment-386354</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Dec 2025 10:14:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2025/12/18/su-inside-story/#comment-385744&quot;&gt;andrea inglese&lt;/a&gt;.

Caro Andrea, ti ringrazio per il tuo commento – ma, come dire, pur partendo dalla mia domanda, rispondi a qualcosa che nella mia domanda non c’è. Io parlavo – portato dalla lettura di Amis – di “paese”, non di “Stato”, e non è una differenza da poco. Non volevo infatti, e non voglio, affrontare la discussione di sempre, con tutto quello che ci accomuna e che ci differenzia, non in questo spazio, almeno. Ma adesso, per non sottrarmi alle tue osservazioni, non posso, innanzitutto, non dirti “almeno” questo... Al di là dell’opportunità o meno di utilizzare il termine genocidio, va notato che in Israele non solo c’è gente, una minoranza certo – ma a conoscerla da vicino, molto meno piccola e più combattiva di quel che emerge dalle tue righe, troppo astratte, generali per renderne conto – che si oppone a guerra, occupazione e massacri; non solo c’è una parte della società, ben più ampia questa, che si è ritrovata intrappolata in una guerra che non voleva, e che, pur traumatizzata dall’attacco del 7 ottobre e dalla conseguente interminabile questione degli ostaggi, è comunque agli antipodi della “detestabile ideologia” di cui tu parli (e là ancora, bisognerebbe analizzare, capire, non ammucchiare); ma anche c’è una battaglia proprio dentro gli apparati dello Stato, appunto, fra governo e magistratura, dentro una parte dell’esercito etc., senza parlare di una parte della stampa, di diverse associazioni, delle iniziative contro Netanyahu, ma anche contro la guerra, etc., il che rende comunque la situazione israeliana inconfrontabile, ad esempio (quello più eclatante, ma ce ne sono altri), con quella della Germania nazista, cui un certo insano « senso comune »  l’avvicina spesso. Questo del resto, insieme ad altri argomenti, mi fa pensare che il termine genocidio non sia adatto, non abbastanza specifico, per descrivere quel che è successo e succede a Gaza – anche se ovviamente questa discussione terminologica mi appare secondaria, persino oziosa se non oscena, rispetto all’emergenza che è quella di far cessare massacri e soprusi, comunque li si voglia definire.... E sia chiaro : non parlo tanto in senso etico, come a delineare una gerarchia degli orrori – il che ha sempre qualcosa di indecente – ma strutturale. Non voglio assolutamente, infatti, sminuire la gravità delle tragedie che abbiamo sotto gli occhi e che tu ricordi, né negare che la società israeliana si sia, in parte (ma non tutta, Andrea, non tutta), e per ragioni che, di nuovo, dovrebbero essere analizzate, “assueffatta” al male, “disempatizzata” dalla sofferenza altrui, quella palestinese in particolare, anzi, “incattivita” (qui virgoletto termini usati da persone di cui ho grande stima), e non solo dal 7 ottobre 2023: la nakba per gli israeliani, espressione con la quale Amis definisce l’Occupazione va proprio in questa direzione (ma Amis affronta anche le radici dell’odio che circonda Israele, il che è fondamentale se si vuole veramente capire e affrontare il conflitto). Voglio solo ricordare che quella società è molto più complessa della semplificazione che ne fa una certa narrazione stereotipata: e se vogliamo combattere la destra fascista e il suo progetto messianico, con tanto di annunciata pulizia etnica o addirittura « genocidio » – battaglia che per me, come ti ho detto tante volte, è una priorità assoluta; è una priorità  in particolare, da prima del 7 ottobre, la lotta per la fine dell’Occupazione in Cisgiordania, che dal mio punto di vista è il cuore del vulnus e del sopruso – dobbiamo difendere, dar solidarietà, sostegno, coraggio a chi la combatte dal di dentro, cercando di capire cosa succede e sia successo veramente in quella società, non solo dal 7 ottobre (il più grande massacro di ebrei del dopo Shoah, con il trauma che ha comportato), ma anche negli anni precedenti, un decennio, o anche due...: le due azioni vanno insieme, l’una senza l’altra serve solo – a mio avviso, beninteso – a nutrire l’odio. Ecco però che, reagendo al tuo commento, anch’io divago: insomma, sarebbe interessante sviluppare questo discorso, come anche quello – che sento vibrare dietro le tue righe – sulla sovrapponibilità o meno dell’antisionismo e dell’antisemitismo...., ma non qui, non adesso.  NON APPUNTO SU QUESTO SI INTERROGAVA LA MIA DOMANDA, e siccome le parole sono importanti, soprattutto per chi quotidianamente le usa per scrivere, vorrei provare a chiarire. Se dovessi dire con una breve frase quel che più mi ha conquistato nella scrittura di Martin Amis, direi : la sua capacità di cavalcare, raccontandola, la complessità, spiazzando continuamente il lettore (il che per me è la prima qualità di uno scrittore).  La mia domanda nasce sull’onda di « questa » lettura, per dare voce a un punto in cui la mia sensibilità si incrocia con quella dello scrittore inglese. Cos’è un “paese”, dunque ? Filippo La Porta mi ricorda come Hannah Arendt dicesse che non si può amare un popolo, un paese, perché si amano solo individui concreti, e dunque non lo si può neanche odiare; nella stessa direzione, Simone Perotti mi scrive che « non si può odiare un paese, perché un paese non esiste, esistono le epoche e gli uomini che le rappresentano ». ... E io sono d’accordissimo con l’uno e con l’altro. L’odio per un paese, in questa prospettiva, mi sembra astratto nel migliore dei casi, pericoloso negli altri, che si verificano quasi sempre, quando cioè di fatto si finiscono per odiare dietro l’inaferrabile forma astratta i singoli concreti individui che a quel paese appartengono, come indistintamente espressione di un presunto male in sé, da sradicare. In tal senso, Andrea, quando descrivi la difficoltà di sapere se l’israeliano che abbiamo di fronte, etc., finisci per tratteggiare  – involontariamente, credo – un’immagine che mi fa salire un brivido lungo la schiena: di noi che ci ergiamo a tribunale speciale, in quanto “dalla parte giusta”, scrutando passaporti e visi, per dire “questo sì / questo no”... Un paese – questo concretamente emerge dalla lettura di Amis – è un insieme di itinerari creati dai singoli individuii, una società, una cultura, epoche appunto, cioè una storia, piene di veleni, certo, ma non solo, anche di anticorpi, di antidoti, di luci. Che sia l’America, la Russia o Israele questo odio è insensato – Israele per altro è un mosaico di minoranze, di &quot;tribù&quot;, ebraiche e non, e di posizioni, opinioni, tendenze talmente diverse fra di loro che la sua reductio ad unum risulta, solo a conoscerlo un poco, impossibile. Ed ecco che il paese meno conosciuto di tutti –  perché di fatto pochi fra coloro che molto ne parlano lo conoscono veramente, al di fuori degli stereotipi delle opposte popagande – diventa quello che ha il primato dell’odio, e non parlo tanto di chi ne subisce la violenza, il che si può anche capire, quanto soprattutto di chi, nell’Occidente, è lontano dal teatro del scontro: come mai, appunto ? Un amico palestinese in Canada amava per altro ripetere – non so se fosse una citazione, o pura farina del suo sacco – « non odio Israele, odio l’Occupazione ». Ecco, siccome la mia domanda era concreta, ed esprimeva un interrogativo nella prospettiva di Amis su Israele, vorrei, concretamente, ricordare che i più eminenti rappresentanti dell’attuale governo israeliano, Ben-Gvir e Smotrich su tutti, festeggiano ogni anno l’anniversario dell’assassinio di Rabin. « Odiare » indiscriminatamente Israele, oltre a essere logicamente insensato, aiuta, esalta, rinforza proprio coloro che odiano e prosperano sull’odio altrui, nutrendo un’ideologia, un’azione, un’idea di paese quelle sì oggettivamente odiose, e isola, indebolisce chi la combatte. (Alcuni commenti privati di amici e lettori, mi hanno fatto pensare che ci sarebbe anche da riflettere – ed è una riflessione ricca, complessa – sulla genesi e la funzione dell’odio, in contesti del genere: in cui  è evidente che il « nemico » da odiare conta molto di più dell’ « amico » da aiutare, da difendere, e perché no amare. Di nuovo Simone Perotti, che pur definisce l’Israele attuale « mostruoso », mi scrive che « l’odio aggiunge solo distruzione a macerie ». E a Roma ho visto una grande scritta, fra una bandiera palestinese e una falce e martello, che diceva, come una sorta di anatema assoluto « Roma odia ancora ». Non la capisco sino in fondo, ma mi fa tremare). Odiare un paese, dunque?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/12/18/su-inside-story/#comment-385744">andrea inglese</a>.</p>
<p>Caro Andrea, ti ringrazio per il tuo commento – ma, come dire, pur partendo dalla mia domanda, rispondi a qualcosa che nella mia domanda non c’è. Io parlavo – portato dalla lettura di Amis – di “paese”, non di “Stato”, e non è una differenza da poco. Non volevo infatti, e non voglio, affrontare la discussione di sempre, con tutto quello che ci accomuna e che ci differenzia, non in questo spazio, almeno. Ma adesso, per non sottrarmi alle tue osservazioni, non posso, innanzitutto, non dirti “almeno” questo&#8230; Al di là dell’opportunità o meno di utilizzare il termine genocidio, va notato che in Israele non solo c’è gente, una minoranza certo – ma a conoscerla da vicino, molto meno piccola e più combattiva di quel che emerge dalle tue righe, troppo astratte, generali per renderne conto – che si oppone a guerra, occupazione e massacri; non solo c’è una parte della società, ben più ampia questa, che si è ritrovata intrappolata in una guerra che non voleva, e che, pur traumatizzata dall’attacco del 7 ottobre e dalla conseguente interminabile questione degli ostaggi, è comunque agli antipodi della “detestabile ideologia” di cui tu parli (e là ancora, bisognerebbe analizzare, capire, non ammucchiare); ma anche c’è una battaglia proprio dentro gli apparati dello Stato, appunto, fra governo e magistratura, dentro una parte dell’esercito etc., senza parlare di una parte della stampa, di diverse associazioni, delle iniziative contro Netanyahu, ma anche contro la guerra, etc., il che rende comunque la situazione israeliana inconfrontabile, ad esempio (quello più eclatante, ma ce ne sono altri), con quella della Germania nazista, cui un certo insano « senso comune »  l’avvicina spesso. Questo del resto, insieme ad altri argomenti, mi fa pensare che il termine genocidio non sia adatto, non abbastanza specifico, per descrivere quel che è successo e succede a Gaza – anche se ovviamente questa discussione terminologica mi appare secondaria, persino oziosa se non oscena, rispetto all’emergenza che è quella di far cessare massacri e soprusi, comunque li si voglia definire&#8230;. E sia chiaro : non parlo tanto in senso etico, come a delineare una gerarchia degli orrori – il che ha sempre qualcosa di indecente – ma strutturale. Non voglio assolutamente, infatti, sminuire la gravità delle tragedie che abbiamo sotto gli occhi e che tu ricordi, né negare che la società israeliana si sia, in parte (ma non tutta, Andrea, non tutta), e per ragioni che, di nuovo, dovrebbero essere analizzate, “assueffatta” al male, “disempatizzata” dalla sofferenza altrui, quella palestinese in particolare, anzi, “incattivita” (qui virgoletto termini usati da persone di cui ho grande stima), e non solo dal 7 ottobre 2023: la nakba per gli israeliani, espressione con la quale Amis definisce l’Occupazione va proprio in questa direzione (ma Amis affronta anche le radici dell’odio che circonda Israele, il che è fondamentale se si vuole veramente capire e affrontare il conflitto). Voglio solo ricordare che quella società è molto più complessa della semplificazione che ne fa una certa narrazione stereotipata: e se vogliamo combattere la destra fascista e il suo progetto messianico, con tanto di annunciata pulizia etnica o addirittura « genocidio » – battaglia che per me, come ti ho detto tante volte, è una priorità assoluta; è una priorità  in particolare, da prima del 7 ottobre, la lotta per la fine dell’Occupazione in Cisgiordania, che dal mio punto di vista è il cuore del vulnus e del sopruso – dobbiamo difendere, dar solidarietà, sostegno, coraggio a chi la combatte dal di dentro, cercando di capire cosa succede e sia successo veramente in quella società, non solo dal 7 ottobre (il più grande massacro di ebrei del dopo Shoah, con il trauma che ha comportato), ma anche negli anni precedenti, un decennio, o anche due&#8230;: le due azioni vanno insieme, l’una senza l’altra serve solo – a mio avviso, beninteso – a nutrire l’odio. Ecco però che, reagendo al tuo commento, anch’io divago: insomma, sarebbe interessante sviluppare questo discorso, come anche quello – che sento vibrare dietro le tue righe – sulla sovrapponibilità o meno dell’antisionismo e dell’antisemitismo&#8230;., ma non qui, non adesso.  NON APPUNTO SU QUESTO SI INTERROGAVA LA MIA DOMANDA, e siccome le parole sono importanti, soprattutto per chi quotidianamente le usa per scrivere, vorrei provare a chiarire. Se dovessi dire con una breve frase quel che più mi ha conquistato nella scrittura di Martin Amis, direi : la sua capacità di cavalcare, raccontandola, la complessità, spiazzando continuamente il lettore (il che per me è la prima qualità di uno scrittore).  La mia domanda nasce sull’onda di « questa » lettura, per dare voce a un punto in cui la mia sensibilità si incrocia con quella dello scrittore inglese. Cos’è un “paese”, dunque ? Filippo La Porta mi ricorda come Hannah Arendt dicesse che non si può amare un popolo, un paese, perché si amano solo individui concreti, e dunque non lo si può neanche odiare; nella stessa direzione, Simone Perotti mi scrive che « non si può odiare un paese, perché un paese non esiste, esistono le epoche e gli uomini che le rappresentano ». &#8230; E io sono d’accordissimo con l’uno e con l’altro. L’odio per un paese, in questa prospettiva, mi sembra astratto nel migliore dei casi, pericoloso negli altri, che si verificano quasi sempre, quando cioè di fatto si finiscono per odiare dietro l’inaferrabile forma astratta i singoli concreti individui che a quel paese appartengono, come indistintamente espressione di un presunto male in sé, da sradicare. In tal senso, Andrea, quando descrivi la difficoltà di sapere se l’israeliano che abbiamo di fronte, etc., finisci per tratteggiare  – involontariamente, credo – un’immagine che mi fa salire un brivido lungo la schiena: di noi che ci ergiamo a tribunale speciale, in quanto “dalla parte giusta”, scrutando passaporti e visi, per dire “questo sì / questo no”&#8230; Un paese – questo concretamente emerge dalla lettura di Amis – è un insieme di itinerari creati dai singoli individuii, una società, una cultura, epoche appunto, cioè una storia, piene di veleni, certo, ma non solo, anche di anticorpi, di antidoti, di luci. Che sia l’America, la Russia o Israele questo odio è insensato – Israele per altro è un mosaico di minoranze, di &#8220;tribù&#8221;, ebraiche e non, e di posizioni, opinioni, tendenze talmente diverse fra di loro che la sua reductio ad unum risulta, solo a conoscerlo un poco, impossibile. Ed ecco che il paese meno conosciuto di tutti –  perché di fatto pochi fra coloro che molto ne parlano lo conoscono veramente, al di fuori degli stereotipi delle opposte popagande – diventa quello che ha il primato dell’odio, e non parlo tanto di chi ne subisce la violenza, il che si può anche capire, quanto soprattutto di chi, nell’Occidente, è lontano dal teatro del scontro: come mai, appunto ? Un amico palestinese in Canada amava per altro ripetere – non so se fosse una citazione, o pura farina del suo sacco – « non odio Israele, odio l’Occupazione ». Ecco, siccome la mia domanda era concreta, ed esprimeva un interrogativo nella prospettiva di Amis su Israele, vorrei, concretamente, ricordare che i più eminenti rappresentanti dell’attuale governo israeliano, Ben-Gvir e Smotrich su tutti, festeggiano ogni anno l’anniversario dell’assassinio di Rabin. « Odiare » indiscriminatamente Israele, oltre a essere logicamente insensato, aiuta, esalta, rinforza proprio coloro che odiano e prosperano sull’odio altrui, nutrendo un’ideologia, un’azione, un’idea di paese quelle sì oggettivamente odiose, e isola, indebolisce chi la combatte. (Alcuni commenti privati di amici e lettori, mi hanno fatto pensare che ci sarebbe anche da riflettere – ed è una riflessione ricca, complessa – sulla genesi e la funzione dell’odio, in contesti del genere: in cui  è evidente che il « nemico » da odiare conta molto di più dell’ « amico » da aiutare, da difendere, e perché no amare. Di nuovo Simone Perotti, che pur definisce l’Israele attuale « mostruoso », mi scrive che « l’odio aggiunge solo distruzione a macerie ». E a Roma ho visto una grande scritta, fra una bandiera palestinese e una falce e martello, che diceva, come una sorta di anatema assoluto « Roma odia ancora ». Non la capisco sino in fondo, ma mi fa tremare). Odiare un paese, dunque?</p>
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		<item>
		<title>
		Di: Fulvio Caccia		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/18/su-inside-story/#comment-385818</link>

		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Caccia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 15:47:13 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=117127#comment-385818</guid>

					<description><![CDATA[Caro Giuseppe

Grazie per averci segnalato l&#039;ultima opera di Amis, che mi accingo a leggere di corsa, tanto più che sono impegnato in un analogo percorso, sia biografico che narrativo. Inoltre, il fatto che la tua rilettura, a quanto pare eccezionale, ti abbia portato a scrivere questo lungo articolo aggiunge credito alla domanda di Amis, in cui la condizione ebraica, e Israele in particolare, sembra essere il filo conduttore. Il che logicamente porta a porsi queste domande in un contesto particolarmente delicato come quello odierno. Di quale Paese stiamo parlando? Sono le stesse domande che si poneva Hannah Arendt alla fine degli anni Trenta, quando i leader sionisti avevano dato una svolta decisamente nazionalista allo Stato che volevano fondare in Palestina. La filosofa che, durante il suo soggiorno parigino, si era adoperata così valorosamente per l&#039;aliyah dei giovani ebrei europei, non risparmiava parole nel descrivere questo derivato del movimento sionista come fascista. A suo modo, Sigmund Freud ha detto la stessa cosa nel suo ultimo libro, Mosè o il monoteismo, un libro luminoso che ho letto due volte. Perché l&#039;ha fatto? Perché si proponeva di decostruire il meccanismo di elezione che ha portato allo Stato nazionale, la cui matrice si trova nel monoteismo. In un libro più recente, pubblicato nel 2020, ma con un titolo che più biblico non si può, Boulem Sansal rivisita anche la fondazione di Israele attraverso l&#039;itinerario contemporaneo del antenato Abramo. Immagina il ritorno della figura di Abramo, nato Brahim, arabo e caldeo, nell&#039;antica Ur, oggi turca, e segue le orme del fondatore del monoteismo sulla scia degli accordi di Sykes e Picot della Prima guerra mondiale, per trovare la terra di Canaan e adempiere alla Quinta Alleanza. Di cosa sarebbe fatta questa quinta Alleanza? L&#039;autore, in conformità con i versetti della Bibbia, non lo dice. Ma è possibile indovernirla. Questo è il paese utopico immaginato dalla Arendt. Ma l&#039;utopia è diventata distopia. Il progetto transculturale così come lo abbiamo concepito circa quarant&#039;anni fa sulle pagine della rivista ViceVersa consisteva proprio nel far nascere quel Paese.  A bon entendeur, salut]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giuseppe</p>
<p>Grazie per averci segnalato l&#8217;ultima opera di Amis, che mi accingo a leggere di corsa, tanto più che sono impegnato in un analogo percorso, sia biografico che narrativo. Inoltre, il fatto che la tua rilettura, a quanto pare eccezionale, ti abbia portato a scrivere questo lungo articolo aggiunge credito alla domanda di Amis, in cui la condizione ebraica, e Israele in particolare, sembra essere il filo conduttore. Il che logicamente porta a porsi queste domande in un contesto particolarmente delicato come quello odierno. Di quale Paese stiamo parlando? Sono le stesse domande che si poneva Hannah Arendt alla fine degli anni Trenta, quando i leader sionisti avevano dato una svolta decisamente nazionalista allo Stato che volevano fondare in Palestina. La filosofa che, durante il suo soggiorno parigino, si era adoperata così valorosamente per l&#8217;aliyah dei giovani ebrei europei, non risparmiava parole nel descrivere questo derivato del movimento sionista come fascista. A suo modo, Sigmund Freud ha detto la stessa cosa nel suo ultimo libro, Mosè o il monoteismo, un libro luminoso che ho letto due volte. Perché l&#8217;ha fatto? Perché si proponeva di decostruire il meccanismo di elezione che ha portato allo Stato nazionale, la cui matrice si trova nel monoteismo. In un libro più recente, pubblicato nel 2020, ma con un titolo che più biblico non si può, Boulem Sansal rivisita anche la fondazione di Israele attraverso l&#8217;itinerario contemporaneo del antenato Abramo. Immagina il ritorno della figura di Abramo, nato Brahim, arabo e caldeo, nell&#8217;antica Ur, oggi turca, e segue le orme del fondatore del monoteismo sulla scia degli accordi di Sykes e Picot della Prima guerra mondiale, per trovare la terra di Canaan e adempiere alla Quinta Alleanza. Di cosa sarebbe fatta questa quinta Alleanza? L&#8217;autore, in conformità con i versetti della Bibbia, non lo dice. Ma è possibile indovernirla. Questo è il paese utopico immaginato dalla Arendt. Ma l&#8217;utopia è diventata distopia. Il progetto transculturale così come lo abbiamo concepito circa quarant&#8217;anni fa sulle pagine della rivista ViceVersa consisteva proprio nel far nascere quel Paese.  A bon entendeur, salut</p>
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		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/18/su-inside-story/#comment-385744</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 17:41:48 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=117127#comment-385744</guid>

					<description><![CDATA[Caro Giuseppe, rispondo all&#039;ultima domanda, ma vi posso rispondere solo personalmente. Ma per rispondervi devo anche cercare di capirla, di coglierne il senso. Chi denuncia la violenza genocidaria oggi sui Palestinesi di Gaza e il progetto di pulizia etnica in Cisgiordania,&quot;odia in sé tutto un paese&quot;? Innanzitutto non lo odia &quot;in sé&quot;, ma lo odia semmai per quel che &quot;fa&quot;. E quindi tutto riguarda come descriviamo quel &quot;fare&quot;. Che cosa sia &quot;detestabile&quot; in quel fare credo che non ci siano dubbi. L&#039;ingiustizia se è tale è sempre detestabile. Se poi l&#039;ingiustizia diventa trionfante nella sua estrema atrocità, è comprensibile che essa susciti orrore, ma anche collera e anche una forma di odio. Il problema è poi cosa fa ognuno di quest&#039;odio. Cioè che espressione politica cerca di dargli (denuncia, boicottaggio, ecc.) E parlo sempre per me, per un testimone terzo, perché è a un testimone terzo che tu ti rivolgi. Il punto pero&#039; penso più problematico, non è tanto forse la detestazione dell&#039;ingiustizia: ma chi o cosa è detestato. E&#039; detestato solo un uomo (il primo ministro)? E&#039; detestato solo un piccolo gruppo di uomini (tutti i ministri di un governo) o è detestato un popolo: tutti gli israeliani in quanto israeliani? Io credo che tu sappia qual è la mia risposta: è detestato uno Stato (qualcosa di più di un governo e qualcosa di meno di un popolo), ed è detestata un&#039;ideologia che permette a una parte importante di cittadini di quello Stato di far funzionare un genocidio. Per fare un genocidio non basta un governo. Ci vuole un consenso più ampio che si estende ad una catena di soggettività, dentro e fuori la politica, dentro e fuori l&#039;esercito. Ma lo Stato funziona perché c&#039;è un&#039;ideologia che è capace di radunare nelle sue istituzioni una gran quantità di individui diversi. E&#039; quindi in ultima analisi l&#039;ideologia genocidaria condivisa da tutti i diversi attori del genocidio che è detestabile. Ma questi attori non sono gli israeliani in quanto tali. Sono quegli israeliani che, in un modo o nell&#039;altro, pensano che non ci sia alternativa a quanto il governo sta facendo. Non possiamo sapere a prima vista, scrutando un passaporto, se l&#039;israeliano che potremmo avere davanti è portatore o meno di quella ideologia. Sappiamo che alcuni israeliani non sono per nulla portatori di quella ideologia, e lo pagano caro. Sappiamo pero&#039; che i sostenitori di questa ideologia detestabile sono una maggioranza, ossia una massa sufficiente a far funzionare la macchina di distruzione e annessione dello Stato israeliano a Gaza e in Cisgiordania. Non sono i coloni a fare il genocidio, né il solo ministro: è l&#039;esercito regolare e tutte le istituzioni grazie al quale esso puo&#039; funzionare efficacemente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giuseppe, rispondo all&#8217;ultima domanda, ma vi posso rispondere solo personalmente. Ma per rispondervi devo anche cercare di capirla, di coglierne il senso. Chi denuncia la violenza genocidaria oggi sui Palestinesi di Gaza e il progetto di pulizia etnica in Cisgiordania,&#8221;odia in sé tutto un paese&#8221;? Innanzitutto non lo odia &#8220;in sé&#8221;, ma lo odia semmai per quel che &#8220;fa&#8221;. E quindi tutto riguarda come descriviamo quel &#8220;fare&#8221;. Che cosa sia &#8220;detestabile&#8221; in quel fare credo che non ci siano dubbi. L&#8217;ingiustizia se è tale è sempre detestabile. Se poi l&#8217;ingiustizia diventa trionfante nella sua estrema atrocità, è comprensibile che essa susciti orrore, ma anche collera e anche una forma di odio. Il problema è poi cosa fa ognuno di quest&#8217;odio. Cioè che espressione politica cerca di dargli (denuncia, boicottaggio, ecc.) E parlo sempre per me, per un testimone terzo, perché è a un testimone terzo che tu ti rivolgi. Il punto pero&#8217; penso più problematico, non è tanto forse la detestazione dell&#8217;ingiustizia: ma chi o cosa è detestato. E&#8217; detestato solo un uomo (il primo ministro)? E&#8217; detestato solo un piccolo gruppo di uomini (tutti i ministri di un governo) o è detestato un popolo: tutti gli israeliani in quanto israeliani? Io credo che tu sappia qual è la mia risposta: è detestato uno Stato (qualcosa di più di un governo e qualcosa di meno di un popolo), ed è detestata un&#8217;ideologia che permette a una parte importante di cittadini di quello Stato di far funzionare un genocidio. Per fare un genocidio non basta un governo. Ci vuole un consenso più ampio che si estende ad una catena di soggettività, dentro e fuori la politica, dentro e fuori l&#8217;esercito. Ma lo Stato funziona perché c&#8217;è un&#8217;ideologia che è capace di radunare nelle sue istituzioni una gran quantità di individui diversi. E&#8217; quindi in ultima analisi l&#8217;ideologia genocidaria condivisa da tutti i diversi attori del genocidio che è detestabile. Ma questi attori non sono gli israeliani in quanto tali. Sono quegli israeliani che, in un modo o nell&#8217;altro, pensano che non ci sia alternativa a quanto il governo sta facendo. Non possiamo sapere a prima vista, scrutando un passaporto, se l&#8217;israeliano che potremmo avere davanti è portatore o meno di quella ideologia. Sappiamo che alcuni israeliani non sono per nulla portatori di quella ideologia, e lo pagano caro. Sappiamo pero&#8217; che i sostenitori di questa ideologia detestabile sono una maggioranza, ossia una massa sufficiente a far funzionare la macchina di distruzione e annessione dello Stato israeliano a Gaza e in Cisgiordania. Non sono i coloni a fare il genocidio, né il solo ministro: è l&#8217;esercito regolare e tutte le istituzioni grazie al quale esso puo&#8217; funzionare efficacemente.</p>
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