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	Commenti a: Geopolitica di facebook e opacità del presente: un intervento a due voci	</title>
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		Di: andrea inglese		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Feb 2026 14:54:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Stefano Duri&#039; condivido molto di quanto hai scritto, ed è per queste ed altre ragioni che non ha senso considerare i social uno strumento neutro di comunicazione, che a seconda della buona o cattiva volontà puo&#039; funzionare o meno. Il tuo discorso pero&#039; si sposta, risptto a quello che abbiamo fatto io e Palmieri, dalle attitudini degli utilizzatori alle caratteristiche intrinseche delle piattaforme. Ovviamente le cose sono legate, ma in fase di analisi è importante distinguerle. Tu scrivi: &quot;Mi pare fuorviante rappresentare i social come una sorta di arena aperta al pubblico in cui si manifestano, si confrontano e si organizzano liberamente punti di vista di singoli attori.&quot; Certo. E alle ragioni che hai ricordato, ne aggiungo alcune altre. 

I social condizionano la forma del messaggio, e questo condizionamento è legato alla logica intrinseca dei social che non è informativa ma commerciale e pubblicitaria. La cornice del messaggo non la decide l&#039;utente, ma la piattaforma, e la cornice condiziona il messaggio. 

Secondo punto, evidente, ma spesso dimenticato: la maggior parte dei contenuti informativi che circolano su FB o Instagram non sono stati prodotti in quella sede, dagli account che vi sono iscritti, ma da fonti esterne, più o meno indipendenti, e in larga parte connesse - nel migliore dei casi - con un buon giornalismo d&#039;inchieste che ancora sopravvive anche grazie ai media mainstream. La maggior parte delle nostre bacheche sono zeppe di commenti sui fatti del giorno, che abbiamo reperito al di fuori dei social, preso fonti di tipo giornalistico.  Questo non toglie che in certi casi un giornalista possa decidere di usare un suo accaount social come canale diretto di informazioni.

Aggiungo un terze aspetto che limita la libera discussione democratica tra individui autonomi che i social dovrebbero idealmente permettere. Ne hanno parlato Vivien Garcia e Carlo Milani nella voce &quot;Gamificazione&quot; per il volume collettivo &quot;Le parole della tecnica&quot;, uscito recentemente per Einaudi a cura di Maurizio Guerri. In modo convincenti questi due autori hanno mostrato come la logica dei videogiochi e altri dispositivi simili sia divenuta un paradigma soggiacente anche alla comuniazione social. E scrivono a un certo punto: 

&quot;Le attività gamificate sfruttano una tensione intrinseca al gioco umano, ma non sono giochi proprio perché le regole sono decise dal sistema, non negoziate fra i giocatori, che anzi non hanno nemmeno contezza di trovarsi in schemi di gioco&quot;.

I like, i follower, ecc. tutto cio&#039; fornisce una connotazione specifica alla comunicazione, che in qualche modo si esaurisce con la gratificazione effimera ma immediata fornita dagli emoticon, dalle condivisioni, ecc. Sono circuiti estremamente brevi rispetto a quelli della comunicazione politica in senso ampio, che implicano feed-back lenti e spesso tortuosi.

Sono infine d&#039;accordo su un altro punto. &quot;Non assegno ai social nessuna capacità di elaborazione o mobilitazione politica, se non di tipo organizzativo&quot;. La mobilitazione, se esiste, troverà nei social una sua sponda, ma non le sue radici.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stefano Duri&#8217; condivido molto di quanto hai scritto, ed è per queste ed altre ragioni che non ha senso considerare i social uno strumento neutro di comunicazione, che a seconda della buona o cattiva volontà puo&#8217; funzionare o meno. Il tuo discorso pero&#8217; si sposta, risptto a quello che abbiamo fatto io e Palmieri, dalle attitudini degli utilizzatori alle caratteristiche intrinseche delle piattaforme. Ovviamente le cose sono legate, ma in fase di analisi è importante distinguerle. Tu scrivi: &#8220;Mi pare fuorviante rappresentare i social come una sorta di arena aperta al pubblico in cui si manifestano, si confrontano e si organizzano liberamente punti di vista di singoli attori.&#8221; Certo. E alle ragioni che hai ricordato, ne aggiungo alcune altre. </p>
<p>I social condizionano la forma del messaggio, e questo condizionamento è legato alla logica intrinseca dei social che non è informativa ma commerciale e pubblicitaria. La cornice del messaggo non la decide l&#8217;utente, ma la piattaforma, e la cornice condiziona il messaggio. </p>
<p>Secondo punto, evidente, ma spesso dimenticato: la maggior parte dei contenuti informativi che circolano su FB o Instagram non sono stati prodotti in quella sede, dagli account che vi sono iscritti, ma da fonti esterne, più o meno indipendenti, e in larga parte connesse &#8211; nel migliore dei casi &#8211; con un buon giornalismo d&#8217;inchieste che ancora sopravvive anche grazie ai media mainstream. La maggior parte delle nostre bacheche sono zeppe di commenti sui fatti del giorno, che abbiamo reperito al di fuori dei social, preso fonti di tipo giornalistico.  Questo non toglie che in certi casi un giornalista possa decidere di usare un suo accaount social come canale diretto di informazioni.</p>
<p>Aggiungo un terze aspetto che limita la libera discussione democratica tra individui autonomi che i social dovrebbero idealmente permettere. Ne hanno parlato Vivien Garcia e Carlo Milani nella voce &#8220;Gamificazione&#8221; per il volume collettivo &#8220;Le parole della tecnica&#8221;, uscito recentemente per Einaudi a cura di Maurizio Guerri. In modo convincenti questi due autori hanno mostrato come la logica dei videogiochi e altri dispositivi simili sia divenuta un paradigma soggiacente anche alla comuniazione social. E scrivono a un certo punto: </p>
<p>&#8220;Le attività gamificate sfruttano una tensione intrinseca al gioco umano, ma non sono giochi proprio perché le regole sono decise dal sistema, non negoziate fra i giocatori, che anzi non hanno nemmeno contezza di trovarsi in schemi di gioco&#8221;.</p>
<p>I like, i follower, ecc. tutto cio&#8217; fornisce una connotazione specifica alla comunicazione, che in qualche modo si esaurisce con la gratificazione effimera ma immediata fornita dagli emoticon, dalle condivisioni, ecc. Sono circuiti estremamente brevi rispetto a quelli della comunicazione politica in senso ampio, che implicano feed-back lenti e spesso tortuosi.</p>
<p>Sono infine d&#8217;accordo su un altro punto. &#8220;Non assegno ai social nessuna capacità di elaborazione o mobilitazione politica, se non di tipo organizzativo&#8221;. La mobilitazione, se esiste, troverà nei social una sua sponda, ma non le sue radici.</p>
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		<title>
		Di: Stefano Durì		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Durì]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Feb 2026 11:16:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Secondo me va meglio descritto il terreno di cui stiamo parlando. Mi pare fuorviante rappresentare i social come una sorta di arena aperta al pubblico in cui si manifestano, si confrontano e si organizzano liberamente punti di vista di singoli attori. Intanto perché, identità multiple a parte, vari studi dimostrano che in realtà sono all&#039;opera sciami di umani eterodiretti (v. https://jonaskunst.net/wp-content/uploads/2026/02/cyborg_propaganda_preprint.pdf) e di agenti AI in grado di fingere plausibili identità autonome ma di agire di concerto (v. https://arxiv.org/html/2506.06299v2). Poi per il ruolo dei proprietari delle piattaforme, dei quali non si possono ignorare le strategie di business e le agende politiche. Infine per le caratteristiche del &quot;confronto&quot; che vi si svolge: irrilevanza delle basi fattuali e della stessa tenuta logica delle argomentazioni, falsificazione delle prove, degenerazione della retorica in eristica, squadrismo verbale. Da questo punto di vista i social sembrano il laboratorio di processi più ampi. Il documento, la fotografia, il filmato non possono più - definitivamente - essere presi per &quot;calchi&quot; della realtà, sono sempre suscettibili di alterazione e quindi sospetti. Viene meno la NECESSITA&#039; stessa del &quot;vero&quot; per sostenere un&#039;opinione, né vale l&#039;appello ad autorità indiscusse o a regole di razionalità condivise. Il linguaggio sembra essersi scollato dal mondo dei fatti: pensiamo alle torsioni politiche del termine &quot;antisemitismo&quot;. Il contesto, insomma, è quello della propaganda, non della dialettica.
Per questi motivi non assegno ai social nessuna capacità di elaborazione o mobilitazione politica, se non di tipo organizzativo (&quot;tutti in piazza il&quot;) o identitario (l&#039;indignazione, il &quot;retwittiamo Barbero&quot;). L&#039;azione di massa più recente e interessante, quella legata a Gaza, ha certo trovato nei social una sponda, ma si è anche già sfarinata: il social non crea un soggetto politico antagonista, né è in grado di sostenerne lo sviluppo e il consolidamento. In un humus del genere non può svilupparsi un discorso collettivo forte, argomentato, convincente. Non sarebbe un gran problema se esistessero altri luoghi, verità, argomenti - e soggetti politici in grado di abitarli, documentarle, elaborarli e tradurli in azione. I social sono buone macchine per la propaganda. Forse gli anziani, noiosi patiti del longform e del discorso razionale vanno ormai sostituiti con brillanti giovani influencer, e le scuole di partito con software house in cui vibe coder generano sciami di AI agent addestrati al confronto politico: à la guerre comme à la guerre]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo me va meglio descritto il terreno di cui stiamo parlando. Mi pare fuorviante rappresentare i social come una sorta di arena aperta al pubblico in cui si manifestano, si confrontano e si organizzano liberamente punti di vista di singoli attori. Intanto perché, identità multiple a parte, vari studi dimostrano che in realtà sono all&#8217;opera sciami di umani eterodiretti (v. <a href="https://jonaskunst.net/wp-content/uploads/2026/02/cyborg_propaganda_preprint.pdf" rel="nofollow ugc">https://jonaskunst.net/wp-content/uploads/2026/02/cyborg_propaganda_preprint.pdf</a>) e di agenti AI in grado di fingere plausibili identità autonome ma di agire di concerto (v. <a href="https://arxiv.org/html/2506.06299v2" rel="nofollow ugc">https://arxiv.org/html/2506.06299v2</a>). Poi per il ruolo dei proprietari delle piattaforme, dei quali non si possono ignorare le strategie di business e le agende politiche. Infine per le caratteristiche del &#8220;confronto&#8221; che vi si svolge: irrilevanza delle basi fattuali e della stessa tenuta logica delle argomentazioni, falsificazione delle prove, degenerazione della retorica in eristica, squadrismo verbale. Da questo punto di vista i social sembrano il laboratorio di processi più ampi. Il documento, la fotografia, il filmato non possono più &#8211; definitivamente &#8211; essere presi per &#8220;calchi&#8221; della realtà, sono sempre suscettibili di alterazione e quindi sospetti. Viene meno la NECESSITA&#8217; stessa del &#8220;vero&#8221; per sostenere un&#8217;opinione, né vale l&#8217;appello ad autorità indiscusse o a regole di razionalità condivise. Il linguaggio sembra essersi scollato dal mondo dei fatti: pensiamo alle torsioni politiche del termine &#8220;antisemitismo&#8221;. Il contesto, insomma, è quello della propaganda, non della dialettica.<br />
Per questi motivi non assegno ai social nessuna capacità di elaborazione o mobilitazione politica, se non di tipo organizzativo (&#8220;tutti in piazza il&#8221;) o identitario (l&#8217;indignazione, il &#8220;retwittiamo Barbero&#8221;). L&#8217;azione di massa più recente e interessante, quella legata a Gaza, ha certo trovato nei social una sponda, ma si è anche già sfarinata: il social non crea un soggetto politico antagonista, né è in grado di sostenerne lo sviluppo e il consolidamento. In un humus del genere non può svilupparsi un discorso collettivo forte, argomentato, convincente. Non sarebbe un gran problema se esistessero altri luoghi, verità, argomenti &#8211; e soggetti politici in grado di abitarli, documentarle, elaborarli e tradurli in azione. I social sono buone macchine per la propaganda. Forse gli anziani, noiosi patiti del longform e del discorso razionale vanno ormai sostituiti con brillanti giovani influencer, e le scuole di partito con software house in cui vibe coder generano sciami di AI agent addestrati al confronto politico: à la guerre comme à la guerre</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Daniele Muriano		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/11/geopolitica-di-facebook-e-opacita-del-presente-un-intervento-a-due-voci/#comment-389194</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Muriano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 21:51:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2026/02/11/geopolitica-di-facebook-e-opacita-del-presente-un-intervento-a-due-voci/#comment-389187&quot;&gt;ornella tajani&lt;/a&gt;.

Grazie della consonanza. D’accordo su tutto, anche sul pezzo di undici anni fa che, per curiosità, sono andato a leggermi (“Il protocollo”, se non ho frainteso). 
Mi sembra tutto sommato raro incontrare opinioni di dieci o quindici anni fa a proposito dei social che siano coerenti e dello stesso segno rispetto a quelle attuali della stessa persona; quanti entusiasmi e tecno-entusiasmi abbiamo visto schiantarsi su effetti sistemici non così imprevedibili dopo tutto. Anche io – ma forse più su impulso del pessimismo, visto che quindici anni fa ero molto più incolto e meno sveglio di ora – ho la fortuna di poter dire “oh, non avevo visto male”. 
La confusione di valore politico, se possiamo dire così, tra dichiarazione e azione è (come emerge dall’esperienza di ciascuno, mi sembra) una delle vittime di quest&#039;ultima fase della rivoluzione digitale, magari anche con la complicità involontaria di una teoria del potere sullo sfondo che vede in ogni gesto o minuscolo atto linguistico un avamposto da conquistare o da difendere, il che distrae un po&#039;, e fornisce alibi alla stanchezza. Come patenti di attivismo praticamente a ogni parlante.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/02/11/geopolitica-di-facebook-e-opacita-del-presente-un-intervento-a-due-voci/#comment-389187">ornella tajani</a>.</p>
<p>Grazie della consonanza. D’accordo su tutto, anche sul pezzo di undici anni fa che, per curiosità, sono andato a leggermi (“Il protocollo”, se non ho frainteso).<br />
Mi sembra tutto sommato raro incontrare opinioni di dieci o quindici anni fa a proposito dei social che siano coerenti e dello stesso segno rispetto a quelle attuali della stessa persona; quanti entusiasmi e tecno-entusiasmi abbiamo visto schiantarsi su effetti sistemici non così imprevedibili dopo tutto. Anche io – ma forse più su impulso del pessimismo, visto che quindici anni fa ero molto più incolto e meno sveglio di ora – ho la fortuna di poter dire “oh, non avevo visto male”.<br />
La confusione di valore politico, se possiamo dire così, tra dichiarazione e azione è (come emerge dall’esperienza di ciascuno, mi sembra) una delle vittime di quest&#8217;ultima fase della rivoluzione digitale, magari anche con la complicità involontaria di una teoria del potere sullo sfondo che vede in ogni gesto o minuscolo atto linguistico un avamposto da conquistare o da difendere, il che distrae un po&#8217;, e fornisce alibi alla stanchezza. Come patenti di attivismo praticamente a ogni parlante.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: francesco forlani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/11/geopolitica-di-facebook-e-opacita-del-presente-un-intervento-a-due-voci/#comment-389192</link>

		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 20:24:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ritrovo nei due testi proposti la mia stessa percezione delle cose del mondo che mi attraversano senza lasciare un segno così profondo da indurmi a dedicarmi in modo totale a una pratica che si faccia carico delle cose del mondo. E non avrei nemmeno la più efficace delle argomentazioni per sottrarmi a quel movimento paventato da Andrea: sai, c&#039;ho famiglia. Allora che cosa mi trattiene dal buttarmi anima e corpo nelle &quot;Grundfragen&quot;, questioni o terre fondamentali della mia natura politica e responsabile, di abbracciare &quot;a piene gambe a pieni malleoli&quot; ( cit. Boris su Vladimir) una causa vitale del mio stare al mondo? La magra consolazione di costruire progetti collettivi, ora una rivista, una compagnia teatrale, aiutare un amico in detresse, per provare a &quot;dire&quot; la lingua che queste cose del mondo potrebbe aiutare a decodificare? O come diceva Ornella a farsi testimone, fino a incarnarsi, in un principio di realtà - che poi sarebbe anche una forma di coerenza tra il dire e il fare- e alla manifestazione da lei citata  proporre azioni concrete, picchetti, raccogliere energie e anime pronte a confrontarsi sul campo? Ha senso la parola en soi? Se è una parola come questa, pubblicata a quattro mani su NI, non ho dubbi. Un senso ce l&#039;ha. Ma in quale direzione? effeffe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ritrovo nei due testi proposti la mia stessa percezione delle cose del mondo che mi attraversano senza lasciare un segno così profondo da indurmi a dedicarmi in modo totale a una pratica che si faccia carico delle cose del mondo. E non avrei nemmeno la più efficace delle argomentazioni per sottrarmi a quel movimento paventato da Andrea: sai, c&#8217;ho famiglia. Allora che cosa mi trattiene dal buttarmi anima e corpo nelle &#8220;Grundfragen&#8221;, questioni o terre fondamentali della mia natura politica e responsabile, di abbracciare &#8220;a piene gambe a pieni malleoli&#8221; ( cit. Boris su Vladimir) una causa vitale del mio stare al mondo? La magra consolazione di costruire progetti collettivi, ora una rivista, una compagnia teatrale, aiutare un amico in detresse, per provare a &#8220;dire&#8221; la lingua che queste cose del mondo potrebbe aiutare a decodificare? O come diceva Ornella a farsi testimone, fino a incarnarsi, in un principio di realtà &#8211; che poi sarebbe anche una forma di coerenza tra il dire e il fare- e alla manifestazione da lei citata  proporre azioni concrete, picchetti, raccogliere energie e anime pronte a confrontarsi sul campo? Ha senso la parola en soi? Se è una parola come questa, pubblicata a quattro mani su NI, non ho dubbi. Un senso ce l&#8217;ha. Ma in quale direzione? effeffe</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: ornella tajani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/11/geopolitica-di-facebook-e-opacita-del-presente-un-intervento-a-due-voci/#comment-389187</link>

		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 15:11:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie di questo dialogo e del prosieguo della discussione nei commenti. Tristemente ritrovo condivisi pensieri ormai ultradecennali nella mia testa, splendidamente cristallizzati dalle vostre parole: da Palmieri che definisce il gioco retorico della politica internazionale sui social come uno strumento &quot;per alimentare il processo di autoaffermazione e di ricerca di visibilità nel grande magma degli universi virtuali, anche per coagulare piccole bolle di consenso&quot;, a Muriano che scrive che &quot;I social sono una scorciatoia politica per la complessità di questo mondo che, altrimenti, ai più apparirebbe o troppo semplice e dunque trasparente, o troppo complesso e dunque indistricabilmente opaco&quot;. Mi sembra molto lucido.
Mi è tornato in mente un pezzo di &quot;fenomenologia dei social&quot; che avevo pubblicato qui su NI 11 anni fa, l&#039;ultimo di una piccola serie, probabilmente perché mi era venuto il dubbio, leggendo qualche commento ricevuto, di essere &quot;à côté de la plaque&quot;, di stare interpretando male i segni del presente. Rileggendolo oggi, mi pare di non aver esagerato all’epoca con l&#039;idea che i social plasmino in qualche misura le coscienze, e sono ormai stanca di questa idea che la tecnologia sia neutra, idea che Andrea stesso non smette di smontare.
«Conoscere non significa agire», scrive Andrea qui sopra: mi pare sacrosanto, scriviamocelo pure sui muri, per ricordarcelo (“conoscere è possedere”, diceva, criticamente, Abraham Moles in Psychologie du Kitsch). Lungi da noi screditare la conoscenza, ma, proprio in un’ottica di pensiero critico, c’è da ricordarsi la differenza fra l’impegnarsi per esprimere sui social la propria solidarietà alle donne di una tribù dell’Amazzonia e l’andare nelle scuole a spiegare alle ragazze della provincia italiana cosa sono i consultori, dove si trovano e come si fa ad abortire (due proposte di due diversi gruppi del collettivo “Non una di meno” al raduno nazionale di diversi anni fa; mi è rimasto impresso lo scarto).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie di questo dialogo e del prosieguo della discussione nei commenti. Tristemente ritrovo condivisi pensieri ormai ultradecennali nella mia testa, splendidamente cristallizzati dalle vostre parole: da Palmieri che definisce il gioco retorico della politica internazionale sui social come uno strumento &#8220;per alimentare il processo di autoaffermazione e di ricerca di visibilità nel grande magma degli universi virtuali, anche per coagulare piccole bolle di consenso&#8221;, a Muriano che scrive che &#8220;I social sono una scorciatoia politica per la complessità di questo mondo che, altrimenti, ai più apparirebbe o troppo semplice e dunque trasparente, o troppo complesso e dunque indistricabilmente opaco&#8221;. Mi sembra molto lucido.<br />
Mi è tornato in mente un pezzo di &#8220;fenomenologia dei social&#8221; che avevo pubblicato qui su NI 11 anni fa, l&#8217;ultimo di una piccola serie, probabilmente perché mi era venuto il dubbio, leggendo qualche commento ricevuto, di essere &#8220;à côté de la plaque&#8221;, di stare interpretando male i segni del presente. Rileggendolo oggi, mi pare di non aver esagerato all’epoca con l&#8217;idea che i social plasmino in qualche misura le coscienze, e sono ormai stanca di questa idea che la tecnologia sia neutra, idea che Andrea stesso non smette di smontare.<br />
«Conoscere non significa agire», scrive Andrea qui sopra: mi pare sacrosanto, scriviamocelo pure sui muri, per ricordarcelo (“conoscere è possedere”, diceva, criticamente, Abraham Moles in Psychologie du Kitsch). Lungi da noi screditare la conoscenza, ma, proprio in un’ottica di pensiero critico, c’è da ricordarsi la differenza fra l’impegnarsi per esprimere sui social la propria solidarietà alle donne di una tribù dell’Amazzonia e l’andare nelle scuole a spiegare alle ragazze della provincia italiana cosa sono i consultori, dove si trovano e come si fa ad abortire (due proposte di due diversi gruppi del collettivo “Non una di meno” al raduno nazionale di diversi anni fa; mi è rimasto impresso lo scarto).</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Daniele Muriano		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/11/geopolitica-di-facebook-e-opacita-del-presente-un-intervento-a-due-voci/#comment-389167</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Muriano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 00:07:31 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118645#comment-389167</guid>

					<description><![CDATA[Grazie, Andrea, per la replica ampia e chiara. Credo di capire il tuo punto di vista, tranne forse che in questo passaggio, dove scrivi: “non ha senso chiedersi se viene prima l’uovo o la gallina”, in relazione al nesso tra la consapevolezza acquisita tramite i social, dove circolano informazioni altrimenti inaccessibili ai più, e le proteste nelle piazze. Mi sembra che il nesso sia irreversibile. Sui grandi problemi internazionali la politicizzazione avviene mutuamente attraverso i social, e la piazza ne raccoglie il risultato. Non potrebbe essere l’inverso, mi pare; o meglio, dei social network oggi possono sicuramente fare a meno per situarsi le persone intellettualmente strutturate che studiano la complessità dei problemi e ne ricavano la necessità di agire o di farsi sentire, come te e molti lettori di Nazione Indiana per esempio, non però la maggior parte dei cittadini (che, come ebbi a dire con un articolo proprio qui su NI, non hanno nemmeno il tempo per sapere chi siano gli italiani, figurati gli israeliani o i palestinesi – seppelliti dal lavoro salariato, e da quello di cura, oltre che spesso svantaggiati dal non avere le basi di metodo su cui edificare una conoscenza anche essenziale di un argomento complesso in tempi ragionevoli e cioè compatibili con la vita). I social sono – purtroppo, sì – una scorciatoia politica per la complessità di questo mondo che, altrimenti, ai più apparirebbe o troppo semplice e dunque trasparente, o troppo complesso e dunque indistricabilmente opaco. O almeno questa è la mia impressione. Alimentata anche dalla partecipazione molto sentita e diretta all’attivismo per la causa palestinese.
Questa mutua politicizzazione è consolatoria? Un po’, sì. È semplificatrice, esotizzante nel senso in cui abbiamo detto, vagamente turistica in certi effetti? Eccome, e su questo siamo d’accordo.
Io posso farne a meno? Credo di sì. Tu puoi farne a meno? Di sicuro sì, e forse anche meglio di me. 
Tuttavia non estenderei idealmente ai più questo privilegio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie, Andrea, per la replica ampia e chiara. Credo di capire il tuo punto di vista, tranne forse che in questo passaggio, dove scrivi: “non ha senso chiedersi se viene prima l’uovo o la gallina”, in relazione al nesso tra la consapevolezza acquisita tramite i social, dove circolano informazioni altrimenti inaccessibili ai più, e le proteste nelle piazze. Mi sembra che il nesso sia irreversibile. Sui grandi problemi internazionali la politicizzazione avviene mutuamente attraverso i social, e la piazza ne raccoglie il risultato. Non potrebbe essere l’inverso, mi pare; o meglio, dei social network oggi possono sicuramente fare a meno per situarsi le persone intellettualmente strutturate che studiano la complessità dei problemi e ne ricavano la necessità di agire o di farsi sentire, come te e molti lettori di Nazione Indiana per esempio, non però la maggior parte dei cittadini (che, come ebbi a dire con un articolo proprio qui su NI, non hanno nemmeno il tempo per sapere chi siano gli italiani, figurati gli israeliani o i palestinesi – seppelliti dal lavoro salariato, e da quello di cura, oltre che spesso svantaggiati dal non avere le basi di metodo su cui edificare una conoscenza anche essenziale di un argomento complesso in tempi ragionevoli e cioè compatibili con la vita). I social sono – purtroppo, sì – una scorciatoia politica per la complessità di questo mondo che, altrimenti, ai più apparirebbe o troppo semplice e dunque trasparente, o troppo complesso e dunque indistricabilmente opaco. O almeno questa è la mia impressione. Alimentata anche dalla partecipazione molto sentita e diretta all’attivismo per la causa palestinese.<br />
Questa mutua politicizzazione è consolatoria? Un po’, sì. È semplificatrice, esotizzante nel senso in cui abbiamo detto, vagamente turistica in certi effetti? Eccome, e su questo siamo d’accordo.<br />
Io posso farne a meno? Credo di sì. Tu puoi farne a meno? Di sicuro sì, e forse anche meglio di me.<br />
Tuttavia non estenderei idealmente ai più questo privilegio.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/11/geopolitica-di-facebook-e-opacita-del-presente-un-intervento-a-due-voci/#comment-389163</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 17:18:24 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118645#comment-389163</guid>

					<description><![CDATA[@Daniele Muriano: mi trovo in sintonia con il modo in cui descrivi il rapporto tra il locale angusto e il geopolitico. Del locale angusto siamo co-autori, più o meno attivi, o più o meno passivi. Della geopolitica (far west selvaggio) siamo spettatori giudicanti.

&quot;C’è qualcosa di vagamente turistico nell’interesse diffuso per la politica internazionale. Magari piace anche perché distrae dal locale, che per sua natura è angusto e insanabile (in quanto soggetto a un sano realismo politico di piccolo cabotaggio: partiti, elezioni, oppure udienze, processi ecc.) mentre la politica internazionale è presente nell’immaginario collettivo come territorio selvaggio, privo di regole eppure di esse bisognosa, essenzialmente non democratica (dove anche i Paesi democratici agiscono in modo non “democratico”), insomma un far west fecondo per l’immaginazione e dunque per azioni immaginarie.&quot;

Poi dici: &quot;E la consapevolezza, anche se in modo perlopiù tardivo, non si è irradiata ex nihilo ma è cresciuta rapidamente nelle piazze nella misura in cui invadeva l’online.&quot;
Forse non ha senso chiedersi se viene prima l&#039;uovo o la gallina. Ma la mia impressione è che i social nel caso migliore accompagnano azioni collettive, sia radicali come le rivoluzioni arabe sia più puntuali e circoscritte come le grandi manifestazioni a sostegno della Palestina. Non vedo come potrebbero provocarle queste azioni. Conoscere non significa agire. Ma cio&#039; non toglie che possono avere un loro ruolo positivo nella strutturazione della coscienza critica di minoranze della popolazione, ma assieme a molte altre realtà come i media, la stampa, i libri, i siti, i documentari, ecc.

Detto questo ribadisco quello che per me è un duplice disagio.
1) Non è perché si pensa e si scrive bene, che si agisce altrettanto efficacemente. C&#039;è un salto tra ragione teorica e pratica che è nella natura delle cose. Chi ha un approccio prevalentemente intellettuale alla realtà tende a dimenticarlo.
2) Mi sembra che alla fine l&#039;abitudine a denunciare le nefandezze delle nostre società sui social abbia qualcosa di consolatorio, di rassicurante. E io non voglio essere né consolato né rassicurato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@Daniele Muriano: mi trovo in sintonia con il modo in cui descrivi il rapporto tra il locale angusto e il geopolitico. Del locale angusto siamo co-autori, più o meno attivi, o più o meno passivi. Della geopolitica (far west selvaggio) siamo spettatori giudicanti.</p>
<p>&#8220;C’è qualcosa di vagamente turistico nell’interesse diffuso per la politica internazionale. Magari piace anche perché distrae dal locale, che per sua natura è angusto e insanabile (in quanto soggetto a un sano realismo politico di piccolo cabotaggio: partiti, elezioni, oppure udienze, processi ecc.) mentre la politica internazionale è presente nell’immaginario collettivo come territorio selvaggio, privo di regole eppure di esse bisognosa, essenzialmente non democratica (dove anche i Paesi democratici agiscono in modo non “democratico”), insomma un far west fecondo per l’immaginazione e dunque per azioni immaginarie.&#8221;</p>
<p>Poi dici: &#8220;E la consapevolezza, anche se in modo perlopiù tardivo, non si è irradiata ex nihilo ma è cresciuta rapidamente nelle piazze nella misura in cui invadeva l’online.&#8221;<br />
Forse non ha senso chiedersi se viene prima l&#8217;uovo o la gallina. Ma la mia impressione è che i social nel caso migliore accompagnano azioni collettive, sia radicali come le rivoluzioni arabe sia più puntuali e circoscritte come le grandi manifestazioni a sostegno della Palestina. Non vedo come potrebbero provocarle queste azioni. Conoscere non significa agire. Ma cio&#8217; non toglie che possono avere un loro ruolo positivo nella strutturazione della coscienza critica di minoranze della popolazione, ma assieme a molte altre realtà come i media, la stampa, i libri, i siti, i documentari, ecc.</p>
<p>Detto questo ribadisco quello che per me è un duplice disagio.<br />
1) Non è perché si pensa e si scrive bene, che si agisce altrettanto efficacemente. C&#8217;è un salto tra ragione teorica e pratica che è nella natura delle cose. Chi ha un approccio prevalentemente intellettuale alla realtà tende a dimenticarlo.<br />
2) Mi sembra che alla fine l&#8217;abitudine a denunciare le nefandezze delle nostre società sui social abbia qualcosa di consolatorio, di rassicurante. E io non voglio essere né consolato né rassicurato.</p>
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		<title>
		Di: nicky kelly		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/11/geopolitica-di-facebook-e-opacita-del-presente-un-intervento-a-due-voci/#comment-389157</link>

		<dc:creator><![CDATA[nicky kelly]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 15:09:42 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118645#comment-389157</guid>

					<description><![CDATA[Credo, anche il dubbio si assale, che i social, ma oramai gli stessi partiti politici, filosofia, letteratura, miti, gli stessi movimenti o azioni di protesta che via via sono emersi negli anni, da Occupy WS alle Sardine italiche, agli attivismi ecologisti, alla Flotilla anche, altro non siano che macchie d&#039;inchiostro nella grande carta assorbente (assolvente) del mondo come è diventato.Tutto viene tamponato da questo TEMPODENARO, dove i morti in guerra per un Occidente che ancora non si dispera, raffigurati su un casco sono visti di sfregio ad un&#039;olimpiade. Come può il monologo farsi dialogo, se interlocutore ed interloquito, e vice versa,  fanno giusto in tempo, se ci riescono, a intuire che (se) pensano e (se) parlano, lo fanno solo appena prima che li spazzi subito via il Big Buffer, come il camion della N.U. che la mattina dà una ripulita alle strade?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Credo, anche il dubbio si assale, che i social, ma oramai gli stessi partiti politici, filosofia, letteratura, miti, gli stessi movimenti o azioni di protesta che via via sono emersi negli anni, da Occupy WS alle Sardine italiche, agli attivismi ecologisti, alla Flotilla anche, altro non siano che macchie d&#8217;inchiostro nella grande carta assorbente (assolvente) del mondo come è diventato.Tutto viene tamponato da questo TEMPODENARO, dove i morti in guerra per un Occidente che ancora non si dispera, raffigurati su un casco sono visti di sfregio ad un&#8217;olimpiade. Come può il monologo farsi dialogo, se interlocutore ed interloquito, e vice versa,  fanno giusto in tempo, se ci riescono, a intuire che (se) pensano e (se) parlano, lo fanno solo appena prima che li spazzi subito via il Big Buffer, come il camion della N.U. che la mattina dà una ripulita alle strade?</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Ippolita luzzo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/11/geopolitica-di-facebook-e-opacita-del-presente-un-intervento-a-due-voci/#comment-389153</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ippolita luzzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 11:53:44 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118645#comment-389153</guid>

					<description><![CDATA[“ vorrei citare anche un’osservazione di Paolo Pecere, che in uno scambio mail esprimeva un disagio molto simile a quello di cui parliamo io e Palmieri. E metteva in evidenza come sui social “ci si esprim[a] soprattutto per etichettarsi, per liberarsi la coscienza, o, nel migliore dei casi, per auspicare scenari e esercitare il ragionamento, piuttosto che per organizzare azioni”. E sia ben chiaro, che il problema non è l’uso dei social. Il problema siamo noi. Il nostro ripiegare sui tanti monologhi corali, per tenere fermi nella violenza e nel disordine che ci sta sommergendo almeno il nostro profilo, la nostra identità, le nostre aspirazioni a un mondo migliore.
Io sono d’accordo con Paolo Pecere e intanto i miei applausi per l’ottimo articolo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“ vorrei citare anche un’osservazione di Paolo Pecere, che in uno scambio mail esprimeva un disagio molto simile a quello di cui parliamo io e Palmieri. E metteva in evidenza come sui social “ci si esprim[a] soprattutto per etichettarsi, per liberarsi la coscienza, o, nel migliore dei casi, per auspicare scenari e esercitare il ragionamento, piuttosto che per organizzare azioni”. E sia ben chiaro, che il problema non è l’uso dei social. Il problema siamo noi. Il nostro ripiegare sui tanti monologhi corali, per tenere fermi nella violenza e nel disordine che ci sta sommergendo almeno il nostro profilo, la nostra identità, le nostre aspirazioni a un mondo migliore.<br />
Io sono d’accordo con Paolo Pecere e intanto i miei applausi per l’ottimo articolo</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Daniele Muriano		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/11/geopolitica-di-facebook-e-opacita-del-presente-un-intervento-a-due-voci/#comment-389128</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Muriano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Feb 2026 16:11:58 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118645#comment-389128</guid>

					<description><![CDATA[Scrivo un appunto qui perché questi argomenti mi interessano un po’ almeno per due ragioni: ho eliminato i miei cosiddetti profili social per motivi consonanti con le ragioni di Andrea e di Pasquale Palmieri; ma non mi trovo del tutto d’accordo con le loro ragioni.
Quanto a me avvertivo un disagio simile a quello descritto da Inglese, che mi portava soprattutto a rimpiangere il mio di tempo, quello perso in un’attività che non saprei riassumere se non così: spostare il mondo di un miliardesimo di millimetro, o anche meno, per una quantità di moto sufficiente a riscattare la frustrazione dello stare al mondo con la finestra aperta a Occidente.
Insieme a tanti altri, vivevo lo spazio pubblico dei social come reagente. Per sopportare la sofferenza e l’ingiustizia raccontata cinicamente ogni giorno nei media, dovevo fare qualcosa di microscopico ma di terapeutico (per me e, di riflesso anche se microscopicamente, per indefiniti altri). Poi ho deciso che i miliardesimi di millimetro erano troppo pochi in relazione all’impegno, ovviamente.
Ma è vero – se posso riassumere uno dei punti toccati nei due interventi qui – che la geopolitica è per sua stessa implicazione ‘esotica’, dunque un’interfaccia per pensare il mondo in grande e da lontano. C’è qualcosa di vagamente turistico nell’interesse diffuso per la politica internazionale. Magari piace anche perché distrae dal locale, che per sua natura è angusto e insanabile (in quanto soggetto a un sano realismo politico di piccolo cabotaggio: partiti, elezioni, oppure udienze, processi ecc.) mentre la politica internazionale è presente nell’immaginario collettivo come territorio selvaggio, privo di regole eppure di esse bisognosa, essenzialmente non democratica (dove anche i Paesi democratici agiscono in modo non “democratico”), insomma un far west fecondo per l’immaginazione e dunque per azioni immaginarie.
Però c’era questo tentativo. E sì, spostare, anche se in modo minuscolo, qualcosa foss’anche un’opinione, in questo far west può dare l’impressione di essere utili, e – paradossalmente – qualche volta utili lo si è.
A dirla tutta, mi sembra inattuale l’idea per cui sui social network si ha solo l’illusione “di poter fare qualcosa per salvare le vite di persone innocenti” (Palmieri). Quest’idea mi pare figlia di un tempo in cui esistevano altri luoghi. Ora non ci sono più. Anche le piazze sono irradiazione dei luoghi virtuali che effettivamente riuniscono i partecipanti, non esistono per così dire ‘offline’. Nel concreto, le piazze come le altre leve dell’opinione (tra cui i consumi, in un&#039;ottica di boicottaggio nella forma tradizionale o di minaccia come nell&#039;attivismo woke) dipendono da ciò che accade online. E l’online è solo intercomunicabile, ‘social’.
E di nuovo, è sentitissima l’impressione ben descritta da Inglese, per cui molti cittadini/utenti si sentono immersi in una massa “ignorante, insensibile, distratta, soggetta a immaginarie opinioni egemoniche”, e dunque reagiscono sui social network. Che sono per l&#039;appunto un reagente, più che un luogo politicamente generativo.
Ma l&#039;impressione è falsa, il sospetto infondato? Lo stesso Inglese ci ricorda cosa è accaduto con Gaza. Non è forse vero che, almeno fino a un certo punto, queste “opinioni egemoniche” sono state tali al punto da imporre moralmente o moralisticamente un silenzio colpevolizzante? E la consapevolezza, anche se in modo perlopiù tardivo, non si è irradiata ex nihilo ma è cresciuta rapidamente nelle piazze nella misura in cui invadeva l’online.
Perché, allora, ciò che è accaduto per Gaza non dovrebbe riguardare i persiani, o le quotidiane prepotenze dell’egemone, o ancora i riflessi del caso Epstein che in ogni modo viene tenuto sotto chiave interpretativa evitando l’esondazione in territori rischiosi, ecc.?
È vero che la mancanza di attenzione a temi &#039;prossimi&#039;, i cui effetti si vedono concretamente nelle nostre vite, è qualcosa di colpevole. Sono d’accordo su questo punto. Credo che l’attivismo social soffra di straniamento esotizzante, come dicevo; ma per causa di una disintegrazione di senso che ha investito la politica, e che viene portata avanti anche, per esempio, da chi fa di tutt’erba un fascio, nel senso di reductio ad Mussolinum, e di chi, per usare l’espressione di Inglese, reagisce al “fascismo montante” con uno strepito uniforme e colloso, che amalgama retoricamente tutto e non fa capire niente tranne l&#039;ideologia presunta (destra, sinistra, estremo centro). Anche per uscire da questo niente che appiccica (ma non solo per questo ovviamente), c&#039;è l&#039;esotizzante, la pratica turistica di vedere come la gente si fa del male nel mondo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivo un appunto qui perché questi argomenti mi interessano un po’ almeno per due ragioni: ho eliminato i miei cosiddetti profili social per motivi consonanti con le ragioni di Andrea e di Pasquale Palmieri; ma non mi trovo del tutto d’accordo con le loro ragioni.<br />
Quanto a me avvertivo un disagio simile a quello descritto da Inglese, che mi portava soprattutto a rimpiangere il mio di tempo, quello perso in un’attività che non saprei riassumere se non così: spostare il mondo di un miliardesimo di millimetro, o anche meno, per una quantità di moto sufficiente a riscattare la frustrazione dello stare al mondo con la finestra aperta a Occidente.<br />
Insieme a tanti altri, vivevo lo spazio pubblico dei social come reagente. Per sopportare la sofferenza e l’ingiustizia raccontata cinicamente ogni giorno nei media, dovevo fare qualcosa di microscopico ma di terapeutico (per me e, di riflesso anche se microscopicamente, per indefiniti altri). Poi ho deciso che i miliardesimi di millimetro erano troppo pochi in relazione all’impegno, ovviamente.<br />
Ma è vero – se posso riassumere uno dei punti toccati nei due interventi qui – che la geopolitica è per sua stessa implicazione ‘esotica’, dunque un’interfaccia per pensare il mondo in grande e da lontano. C’è qualcosa di vagamente turistico nell’interesse diffuso per la politica internazionale. Magari piace anche perché distrae dal locale, che per sua natura è angusto e insanabile (in quanto soggetto a un sano realismo politico di piccolo cabotaggio: partiti, elezioni, oppure udienze, processi ecc.) mentre la politica internazionale è presente nell’immaginario collettivo come territorio selvaggio, privo di regole eppure di esse bisognosa, essenzialmente non democratica (dove anche i Paesi democratici agiscono in modo non “democratico”), insomma un far west fecondo per l’immaginazione e dunque per azioni immaginarie.<br />
Però c’era questo tentativo. E sì, spostare, anche se in modo minuscolo, qualcosa foss’anche un’opinione, in questo far west può dare l’impressione di essere utili, e – paradossalmente – qualche volta utili lo si è.<br />
A dirla tutta, mi sembra inattuale l’idea per cui sui social network si ha solo l’illusione “di poter fare qualcosa per salvare le vite di persone innocenti” (Palmieri). Quest’idea mi pare figlia di un tempo in cui esistevano altri luoghi. Ora non ci sono più. Anche le piazze sono irradiazione dei luoghi virtuali che effettivamente riuniscono i partecipanti, non esistono per così dire ‘offline’. Nel concreto, le piazze come le altre leve dell’opinione (tra cui i consumi, in un&#8217;ottica di boicottaggio nella forma tradizionale o di minaccia come nell&#8217;attivismo woke) dipendono da ciò che accade online. E l’online è solo intercomunicabile, ‘social’.<br />
E di nuovo, è sentitissima l’impressione ben descritta da Inglese, per cui molti cittadini/utenti si sentono immersi in una massa “ignorante, insensibile, distratta, soggetta a immaginarie opinioni egemoniche”, e dunque reagiscono sui social network. Che sono per l&#8217;appunto un reagente, più che un luogo politicamente generativo.<br />
Ma l&#8217;impressione è falsa, il sospetto infondato? Lo stesso Inglese ci ricorda cosa è accaduto con Gaza. Non è forse vero che, almeno fino a un certo punto, queste “opinioni egemoniche” sono state tali al punto da imporre moralmente o moralisticamente un silenzio colpevolizzante? E la consapevolezza, anche se in modo perlopiù tardivo, non si è irradiata ex nihilo ma è cresciuta rapidamente nelle piazze nella misura in cui invadeva l’online.<br />
Perché, allora, ciò che è accaduto per Gaza non dovrebbe riguardare i persiani, o le quotidiane prepotenze dell’egemone, o ancora i riflessi del caso Epstein che in ogni modo viene tenuto sotto chiave interpretativa evitando l’esondazione in territori rischiosi, ecc.?<br />
È vero che la mancanza di attenzione a temi &#8216;prossimi&#8217;, i cui effetti si vedono concretamente nelle nostre vite, è qualcosa di colpevole. Sono d’accordo su questo punto. Credo che l’attivismo social soffra di straniamento esotizzante, come dicevo; ma per causa di una disintegrazione di senso che ha investito la politica, e che viene portata avanti anche, per esempio, da chi fa di tutt’erba un fascio, nel senso di reductio ad Mussolinum, e di chi, per usare l’espressione di Inglese, reagisce al “fascismo montante” con uno strepito uniforme e colloso, che amalgama retoricamente tutto e non fa capire niente tranne l&#8217;ideologia presunta (destra, sinistra, estremo centro). Anche per uscire da questo niente che appiccica (ma non solo per questo ovviamente), c&#8217;è l&#8217;esotizzante, la pratica turistica di vedere come la gente si fa del male nel mondo.</p>
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