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	<title>andrea inglese &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Da &#8220;Verso a fronte&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/14/da-verso-a-fronte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 05:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[commento]]></category>
		<category><![CDATA[metaletteratura]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[valerio magrelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Valerio Magrelli</b>  <br />III<br /> MAIALI<br /> Sono stato a visitare dei maiali/in mezzo a un bosco, /ma non ho fatto neanche in tempo a vederli: /già trenta metri prima, /ci avvolse un fetore mortale. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Valerio Magrelli</strong></p>
<p><em>[Questi testi sono tratti da una plaquette uscita nel 2023 per l&#8217;editore Stampa dal titolo</em> Verso a fronte<em>. In origine, i testi sono stati realizzati dall’autore per la rivista «il </em><em>Reportage», testi in versi, ognuno dei quali accompagnato da un </em><em>autocommento.]</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>III</p>
<p>MAIALI</p>
<p>Sono stato a visitare dei maiali<br />
in mezzo a un bosco,<br />
ma non ho fatto neanche in tempo a vederli:<br />
già trenta metri prima,<br />
ci avvolse un fetore mortale.<br />
Eppure non era un allevamento intensivo,<br />
solo bestie, bestie allo stato brado.<br />
La violenza era tale da farmi ricordare<br />
una gita sull’Etna. Chiacchiere,<br />
sole, allegria, fino a quando,<br />
girando una cresta,<br />
fummo investiti da un alito di zolfo.<br />
Non era un odore cattivo,<br />
piuttosto un morso chimico,<br />
che non lasciava spazio<br />
ad alcuna reazione.<br />
Morte, era pura morte. E adesso penso<br />
che animali e vulcani appartengano<br />
a un mondo diverso dal nostro,<br />
un mondo che respira in modo diverso,<br />
protetto da una forza spaventosa.<br />
Forse è per questo, forse è per vendicarci,<br />
che stiamo distruggendolo.</p>
<p>*</p>
<p>Questi versi raccontano un’esperienza di assoluta alterità, anzi due,<br />
visto che la prima evoca immediatamente la seconda, nel segno<br />
disumano del fetore. Si tratta di una dimensione che la società odierna,<br />
sterilizzata e igienizzata (aggiungo: per nostra fortuna) ha ormai<br />
praticamente relegato alla sua periferia. Eppure, per secoli e secoli, la<br />
sfera dei miasmi ha avuto una sua illustre tradizione. Ne è la prova la<br />
quinta fatica di Ercole, consistente nel pulire le enormi stalle del re Augia<br />
malgrado le insopportabili esalazioni dello sterco.<br />
Ebbene, il testo mostra come lo stesso “fiato di morte” emani da<br />
soggetti completamente diversi tra loro: prima degli animali, poi un<br />
cratere. È come se, a distanza di anni, mi fossi imbattuto nella stessa<br />
presenza sotto due diverse forme, riconoscendole però come provenienti<br />
dalla medesima origine. La conclusione rappresenta il tentativo di trovare<br />
un elemento che accomuni i due fenomeni, elemento che mi è parso di<br />
poter individuare nella loro estraneità rispetto all’uomo. Quanto alla<br />
conclusione, si tratta di una semplice riflessione sul nostro atteggiamento<br />
predatorio nei confronti del mondo, che sembrerebbe essere<br />
riconducibile (questa la mia ipotesi) proprio alla differenza che esso<br />
oppone al<em> sapiens</em>.</p>
<p>*</p>
<p>VI</p>
<p>MODULI</p>
<p>Per me, compilare un modulo<br />
equivale a subire un affronto.<br />
Sono molestie, sevizie, sono Forche Caudine;<br />
nel pc, poi, c’è addirittura un cronometro,<br />
tanto per aumentare l’ansia.<br />
Non solo devi farlo, ma devi farlo in fretta,<br />
senza confondere password, codice utente o pin.<br />
Infine, devi anche dimostrare che tu non sei una macchina,<br />
bensì un uomo,<br />
e devi provarlo a una macchina.<br />
Ma se io sono un uomo, perché mi trovo qui?</p>
<p>*</p>
<p>Infinito è il dibattito su quanto abbiamo perso e quanto guadagnato<br />
rispetto al passato. Nel mondo radioso, incontaminato di una volta,<br />
vigeva una violenza incontrollabile, per non parlare della mortalità<br />
infantile o della mancanza di anestesia. Come rimpiangere quei tempi<br />
spaventosi? Eppure, una simile tentazione riemerge prepotente in me,<br />
ogni volta che entro in contatto con la burocrazia e i suoi derivati.<br />
Spesso, senza timore di esagerare, penso che non valga la pena vivere, se<br />
per farlo si deve passare da un modulo. Nell’Unno e nel burocrate il gusto<br />
per la sottomissione altrui, la brutalità dell’omicidio, il piacere del<br />
sopruso, sono identici: hanno soltanto assunto forme diverse.</p>
<p>*</p>
<p>VII</p>
<p>BEL PASSATO</p>
<p>Accendo il cellulare di mattina<br />
e mi trovo davanti una serie di foto<br />
scattate qualche anno fa durante un viaggio.<br />
La giungla, il paradiso, mia figlia che sorride:<br />
sento una fitta al cuore.<br />
Quanta felicità, e quanto lontana!<br />
Poi però mi ricordo che quel giorno di merda<br />
zoppicavo per un’operazione,<br />
litigai con gli organizzatori,<br />
litigai con mia figlia.<br />
Ma perché, allora, tanta tenerezza retrospettiva?<br />
Perché il passato è la nostra vita senza noi,<br />
è il tempo con la museruola,<br />
un tempo senza il morso del presente,<br />
bello perché passato, perché assente.<br />
Poi il telefono suona<br />
e dolcemente riprendo a litigare.</p>
<p>*</p>
<p>Alla fine ho deciso di affrontare il mistero della nostalgia: come mai<br />
le foto, nostre o dei nostri cari, emanano tanta dolcezza? Certo, le<br />
scattiamo nei momenti di gioia, durante le feste o in vacanza. Certo,<br />
racchiudono il segreto della morte addomesticandolo, rendendocelo<br />
familiare. Eppure, c’era qualcosa che ancora non mi convinceva. Con<br />
questi versi, ho cercato di avvicinarmi alla soluzione.<br />
Almeno per quanto mi riguarda, la bellezza di quelle immagini, la<br />
bellezza di una felicità distante, dipende molto semplicemente dalla sua<br />
distanza, ossia dalla mia mancanza. Se guardando quei luoghi mi sento<br />
così bene, è appunto perché oramai ne sono assente. Infatti, tranne<br />
qualche eccezione, io sto bene soltanto dove non mi trovo più: ecco<br />
perché il verbo “godere” andrebbe declinato solo al passato,<br />
possibilmente remoto.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine: Karel Du Jardin, <em>Drie zwijnen bij een heg</em>.</p>
<h2 class="m-0 artwork_h2 pb-1"></h2>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 05:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alienazione]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[attività letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro salariato]]></category>
		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
		<category><![CDATA[organizzazione del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia</em></p>
<p>Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (<strong>Cornelius Castoriadis</strong>, <em>L’institution imaginaire de la société</em>, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che <em>non </em>è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un&#8217;attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.</p>
<p>Vorrei però tentare una ridefinizione di questi termini. Vorrei accostarmi il più possibile alla mia concreta esperienza di lavoratore salariato. A quell’esperienza, che manifesta una crescita del dolore, ed eventualmente della collera.</p>
<p>Prendiamo questo caso. Un lavoratore svolge il suo compito in modo apprezzabile. <strong>È sfruttato</strong>: ossia il valore immaginario che si attribuisce alla sua forza-lavoro è ragionevolmente basso, rispetto ai valori immaginari associati ad altri tipi di forza-lavoro. Questa scarsa valorizzazione, ovviamente, dipende dalle esigenze proprie al datore di lavoro di realizzare profitti e arricchirsi. Va bene. Il lavoratore <strong>è anche alienato</strong>: le finalità globali della sua attività lavorativa specifica gli sfuggono: dipendono dall’istituzione o dall’azienda per cui lavora. D’accordo. L’individuo storico che sono sa che deve accettare questa condizione negativa, dal momento che non è nato in una società socialista e democratica pienamente e coerentemente sviluppata. So che sono nato in una società capitalistica.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120227 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1024x576.jpg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-2048x1152.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Le-Moulin-a-15-7-1920x1080.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Jennifer, Michael, Mariangela, Gilles. Le Moulin, 15/7/2014.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Comunque sia svolgo il mio lavoro – nel caso specifico insegnante per enti pubblici o privati – e il mio lavoro è apprezzato, da colleghi, superiori, studenti. “Apprezzato” significa che, negli anni, nessuno si è lamentato, nessuno ha trovato da ridire, nessuno ha individuato pecche importanti sul piano professionale. Bene. Un compromesso è stato raggiunto. Io mi sorbisco il mio sfruttamento e la mia alienazione, il datore di lavoro utilizza le mie “capacità”, la mia forza-lavoro, e andiamo avanti così. Fuori dalla giornata lavorativa, io cercherò (eventualmente) in diversi modi di agire perché in una società futura sfruttamento e alienazione siano ridotti, combattuti, ecc.</p>
<p>Solo che al capitalismo, ossia al modo in cui è organizzato il lavoro nel nostro mondo, non sta bene che si vada avanti così. Che io faccia il mio lavoro in modo apprezzabile. Qualche mio superiore, qualche autorità più o meno remota, decide a un certo punto che bisogna sabotare, rimettere in discussione, rendere più difficile, stupido, frustrante quanto io stavo facendo.</p>
<p><strong>Il capitalismo non solo mi sfrutta e mi aliena, ma anche vuole impedirmi di fare bene, in modo apprezzabile, il mio lavoro.</strong> Quindi cambia le carte in tavola, modifica le regole, complica le cose, muta la gerarchia delle priorità, toglie senso.</p>
<p>Non solo. Io avevo un ruolo, una funzione, uno statuto. E per anni ho rispettato quel ruolo, ottenendo di svolgerlo in modo apprezzabile. Questo è stato un grave errore. Avrei dovuto spendere le mie energie per salire, per competere, per mutare posizione e ruolo, per guadagnare autorità sugli altri colleghi. Avrei dovuto mettere molta energia in questo, ma non solo per guadagnare un po’ di più, non solo per sete personale di potere o prestigio, ma perché solo in questo modo mi garantivo di non diventare l’anello debole della catena. <strong>Chi non sale sulla testa degli altri, ad un certo punto non è semplicemente l’ultimo, quello che guadagna di meno, quello che ha meno prestigio: è quello che si può eliminare, quello che si può licenziare, quello che è più facilmente sostituibile.</strong></p>
<p>Di fronte all’invadenza, alla prepotenza e all’idiozia dello stile capitalistico di organizzazione del lavoro, il lavoratore avverte di essere in una situazione totalmente asimmetrica: nonostante le norme ancora esistenti – e non già modificate, allentate, riformate, soppresse – che lo difendono, nei fatti il datore di lavoro ha uno strapotere nel momento in cui si andasse non dico allo scontro, ma alla semplice e più benevola negoziazione.</p>
<p>Se uno quindi non è sensibile al riscaldamento globale, alla limitazione dei diritti garantiti dalla costituzione, a ciò che avviene degli abitanti palestinesi della Cisgiordania, odia comunque il capitalismo, soffre per il capitalismo, per come esso progressivamente rende il suo lavoro più difficile, più idiota, più frustrante, inquinandogli una fetta importante della propria giornata.</p>
<p>(Parentesi: ci sono tipi diversi di anticapitalismo. L’anticapitalismo che vorrebbe ritornare al mondo feudale, ad esempio. Ho sentito un giornalista di estrema destra difendere la società feudale contro l’orrenda società capitalistica. Il mio anticapitalismo ha un modello che non si è realizzato che in rari momenti rivoluzionari nella storia. Grosso modo quelli in cui i lavoratori <em>autogestivano il loro lavoro, e più generalmente la produzione.</em> <strong>Una società non capitalista per me è quella dove chi lavora, e ha esperienza del proprio lavoro, dovrebbe decidere come organizzarlo e secondo quali finalità.</strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Perché leggere, scrivere, tradurre può essere per alcun* un’attività non remunerata</em></p>
<p>Qualcuno pensa davvero che scrivere una recensione, un pezzo di teoria letteraria, un intervento politico, una traduzione, un racconto, e pubblicarli senza essere retribuiti sul blog collettivo (sulla rivista online) di cui si è membri, sia un’operazione da crumiro, sia un sabotaggio della lotta sindacale dei cosiddetti lavoratori della cultura?</p>
<p>Non so se qualcuno ha mai pensato seriamente qualcosa di simile. Ma dietro una tale accusa caricaturale e assurda, si cela una questione vera. Perché si scrivono gratuitamente e si rendono pubbliche cose, che in certi ambiti giornalistici o istituzionali o editoriali, <em>potrebbero</em> essere pagate? Qui ovviamente tutto dipende dal <em>condizionale</em>, ossia dalle condizioni che prevedono una retribuzione per una certa attività “culturale”.</p>
<p>La mia risposta è semplice: nel lavoro salariato, come insegnante (nel mio caso), sono costretto ad accettare dei compromessi per vivere (per avere un’autonomia economica); nell’attività letteraria, come scrittore, <em>non</em> sono costretto ad accettare sempre un compromesso con chi valuta e decide il compenso economico di quanto da me realizzato. Posso dire di no. Posso mandare al diavolo. Posso fare di testa mia. Posso essere autonomo. <strong>Il non dipendere da un datore di lavoro (in ambito culturale e letterario) mi dà un’<em>autonomia decisiva</em> su questioni importanti: forma di quello che scrivo, tema di quello che scrivo, lunghezza di quello che scrivo, tempistica di quello che scrivo.</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120226 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1024x576.jpg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-2048x1152.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Moulin-2014-c-16-7-La-Bande-1920x1080.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Alessandra, Mariangela, Andrea, Michael, Marc, Jennifer, Gilles, Renata. Le Moulin, 15/7/2014.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Naturalmente, questa autonomia, concretamente, in un ambiente come quello letterario, può costruirsi solamente in banda, assieme ad altri scrittori e scrittrici che hanno le stesse esigenze, le stesse ossessioni, la stessa presunzione. Quindi io fin da subito sono stato attirato da tutti i progetti collettivi, tendenzialmente paritari, in cui era più facile garantire un’autonomia radicale a quanto si scriveva e pubblicava. Questi progetti collettivi erano a volte improbabili, a volte molto efficaci, e implicavano relazioni con editori indipendenti, librerie indipendenti, festival indipendenti, ma anche con realtà già affermate, magari istituzionali, ecc.</p>
<p>In questo modo, ad esempio, sono diventato membro di Nazione Indiana e ho continuato a esserlo per più di vent’anni. Un progetto collettivo, per cui svolgo dell’attività “culturale” gratuitamente, assieme ad altri scrittori e scrittrici, e che mi consente un massimo grado di autonomia (forma, tema, lunghezza, tempo) in quello che scrivo.</p>
<p>(Poiché io conseguo da anni questa pratica – attività gratuita in cambio di autonomia –, non ho eccessiva vergogna a proporre a persone che stimo contributi non pagati a Nazione Indiana. Inoltre, a essere sinceri, è abbastanza raro che io proponga dei contributi, e lo faccio con persone che sento davvero vicine, e che non avrebbero alcuna remora a dirmi di no. Nella maggior parte dei casi sono gli altri, persone che conosco o che non conosco, a propormi dei contributi, e io gliene sono ovviamente grato. E se c’è una cosa che il tempo della vita non mi permette di fare è leggere tutte le proposte che ricevo tramite la mail “indiana”. E ammiro gli o le indiane che ci riescono maggiormente.)</p>
<p>Va bene. Ho sbandierato questa mia grande sete di autonomia. Una tale sete, che mi fa preferire guadagnarmi soldi con il salario e un <em>lavoro non letterario</em>, per essere più libero, completamente libero, nell’<em>attività letteraria</em>. Da un lato, mi si potrebbe dire che questa condizione non ha nulla di eccezionale <em>in Italia</em>, perché campare, lavorando come scrittore, è dato a pochissime persone. E alcuni riescono a farlo solo per vie traverse (corsi di scrittura, ecc.). D’altra parte, essere un po’ pagati, riuscire a fare anche parzialmente della scrittura un lavoro, significa essere <em>seri</em>. Se ti pagano è perché te lo meriti (vendi o si presuma che, in quanto personaggio-autore, tu possa vendere); se non ti pagano è perché sei uno scrittore della domenica. In effetti, questo perseguimento dell’autonomia è rischioso. Assomiglia un po’ alla libertà del pazzo. Ma per chi scrivi? Le leggi del mercato – anche quello malandatissimo della letteratura (e del mondo culturale che le sta intorno) – saranno controverse fin che si vuole, ma almeno hanno un radicamento nella realtà, non nella mente di qualcuno, obnubilato da fantasmagorie espressive e chiuso in una stanza a scrivere.</p>
<p>Io, però, avendo stabilito un compromesso con la società in cui vivo, accettando un lavoro salariato non letterario, non ho mai pensato che la scrittura fosse per me un mestiere. <strong>La scrittura, inoltre, è sempre stata per me una zona di idiosincrasia forte. Una zona in cui non mi è mai stato granché chiaro quello che facessi, per chi lo facessi, e a quale scopo lo facessi. È in questo modo che sono arrivato alla poesia.</strong> Sì, lo ammetto, ero veramente poco preoccupato del “lettore”. Poco preoccupato del “messaggio”. Poco preoccupato di rispondere a un bisogno altrui, di proporre un servizio a una comunità ben definita. Naturalmente mi si potrà venire a spiegare (soprattutto con quella splendente risolutezza borghese) che non ho capito un bel niente di come funziona <em>realmente </em>il mondo editoriale-letterario. Il mondo dove libri vengono scritti e fabbricati, per poi essere venduti a lettori precisi, con esigenze precise. Nulla di questa precisione era mia, e dei miei amici e amiche poeti. Forse ho fatto parte di una strana setta. Sarà il privilegio-maledizione di chi fa le cose come la poesia o l’arte o il romanzo come arte. Pur essendo persone socievoli, persino rispettose del consesso sociale, ci teniamo a creare uno spazio di rarefazione, o di distanza, o di disturbo, rispetto alla mente collettiva che parla in noi. Non abbiamo nessuna pretesa di porci al di sopra o al di fuori di quella mente collettiva, ma costruiamo cose nei suoi vuoti, apriamo dei vuoti e ci facciamo qualcosa, di cui per altro non crediamo di avere il completo controllo. È già questa a suo modo una inoperosità. Una modalità di disfare zone della mente collettiva, eredità della mente collettiva. Naturalmente sarebbe bello essere pagati, per fare questo. In certi paesi – non nel nostro – anche l’attività strana dei poeti, <em>stranamente sociale</em>, è considerata come un lavoro che vale la pena di remunerare. Io non ho proprio niente contro il fatto che si consideri l’attività idiosincratica della scrittura come un lavoro. Quando questo avviene, è perché la società in questione crede di aver capito cosa fare della “poesia” secreta dal poeta. Se la società lo crede, al poeta sta bene. In ogni caso, non è certo lui a decidere come e cosa verrà utilizzato socialmente della sua attività. Come autore, si può solo sperare che qualcosa venga usato.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120229 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1024x576.jpg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-2048x1152.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1920x1080.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Michael, Alessandra, Jennifer, Anne, Marc. Le Moulin, 15/7/2014.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In estrema sintesi. Dal canto mio, non è mai stato un problema essere uno scrittore intermittente. Uno scrittore senza mestiere, che scrive per lo più in un genere fantasma (la poesia) e in modalità esplorative e critiche, ossia tendenzialmente fuori dalle forme costituite. Certo, facendo le scelte che ho fatto in termini di scrittura, mi sono dovuto confrontare a una sorta di dubbio e incertezza cronica. Esisti oppure no, come autore? I tuoi libri esistono oppure no (anche se pubblicati)? I tuoi lettori esistono oppure no? Ma questi dilemmi sono ormai parte del mio percorso, anzi parte del percorso di parecchi compagni e compagne di strada. Non ci siamo scoraggiati, non ci siamo persuasi della nostra irrilevanza. Facciamo sul serio, senza poterci prendere sul serio (ma un premio Strega, nel sistema culturale di oggi, può davvero prendersi sul serio?).</p>
<p>Il vero problema, quello più urgente, è stato sempre – e lo è tutt’ora – assicurarsi un mestiere per campare. Compito tutt’altro che facile nella società capitalista dove non solo “crepino tutti i poeti improduttivi”, ma non dormano tranquilli neppure coloro che fanno bene il loro lavoro (pur malpagato, pur alienato).</p>
<p><strong>Faccio parte di quelli, e sono in tanti, che non possono mai dimenticare quanto il capitalismo è stronzo, ingiusto, demente, perché non ho mai archiviato il dossier sostentamento economico.</strong> Privilegi di classe o no, non posso dimenticarmi che sono sempre sotto il mirino. Che il monte ore d’insegnamento che mi è stato affidato può essere ridotto, che uno dei miei datori di lavoro può lasciarmi a casa, che uno sgomitatore folle può prendere il mio posto. (Certo dovrei fare mille precisazioni &#8211; lavoro nell&#8217;insegnamento privato, la mia scuola è stata comprata da un grande gruppo. Una volta avevo un capo, un avversario ben preciso; oggi ne ho una legione indifferenziata. Ma continuo a <em>generalizzare</em>, perché è il capitale a imporre <em>generalmente</em> idiozia e sofferenza sul lavoro, a prescindere dagli ambiti e dalle situazioni professionali.)<strong> Il capitale mi tiene costantemente sotto minaccia: quello che sai fare bene, anche se è socialmente importante, noi possiamo decidere che non vale niente, che non ti chiameremo e non ti pagheremo per farlo.</strong> L’attività letteraria non può fare nulla contro questa condizione, anzi mi rende più esposto, più sprovveduto. (Invece di tessere trame per conservare il mio posto e per prendere quello di un altro, “scrivo poesie” o “leggo poeti e poete”.) Ma scrivendo, traducendo, facendo lavoro di redazione, di commento, di lettura, ecc., io ignoro per un certo lasso di tempo la minaccia, vivo in una temporalità diversa, che non è quella della pura sopravvivenza, della difesa del proprio maledetto lavoro. <strong>Nel mondo immaginario del capitale, immagino un altro mondo.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Glossa</em></p>
<p>Autore, ti sei dimenticato il &#8220;che fare&#8221;! Il messaggio di speranza e di lotta! Non è vero, rispondo. Mostrare che si può costruire e difendere l&#8217;autonomia in un&#8217;attività per noi considerata importante, nonostante un prezzo da pagare, è già un messaggio di lotta e di speranza. La cultura neoliberista non solo non tollera, ma non comprende neppure il senso di un&#8217;autonomia che non sia ben inserita dentro un tessuto economico, e che non sia quindi <em>verificabile </em>sul piano del mercato. Naturalmente, questa mia prospettiva non vuole in alcun modo delegittimare compromessi accettabili che si <em>riescono</em> a realizzare anche nell&#8217;attività letteraria (accordi con testate giornalistiche, contratti con case editrici, ecc.). Infine, il che fare nei confronti del più generale conflitto lavoro-capitale, lo lascio formulare a chi ha maggiore esperienza e consapevolezza di lotte e strategie, in ambito lavorativo e politico.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120230 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Renata, Marc, Gilles, Anne, Mariangela. Le Moulin, 18/7/2014.</em></p>
<p>*</p>
<p>Ho voluto accompagnare questo testo con le foto di un&#8217;esperienza collettiva, di quelle che rendono &#8220;reale&#8221; l&#8217;<em>attività letteraria</em> non remunerata. Si tratta di un soggiorno a cui hanno partecipato dieci scrittori + un&#8217;artista visiva, soggiorno autoorganizzato e autofinanziato, dal 14 al 19 luglio del 2014 a Verberie, una località presso la foresta di Compiègne in Francia. Per una settimana, 5 autrici e autori francesi, 4 italiani e una statunitense, hanno discusso, letto, tradotto, scritto, cucinato, mangiato e vissuto assieme. Da questa attività è nato anche un &#8220;prodotto&#8221;, <a href="https://benwayseries.wordpress.com/2014/11/10/michael-batalla-alessandra-cava-jennifer-k-dick-laurent-grisel-mariangela-guatteri-andrea-inglese-anne-kawala-florence-manlik-renata-morresi-marc-perrin-gilles-weinzaepflen-le-moulin-14/">uno dei &#8220;Fogli&#8221; di Benway Series</a>, in edizione bilingue (per un progetto editoriale a cura di Mariangela Guatteri e di Giulio Marzaioli).</p>
<p>*</p>
<p>Della scrittura dentro e fuori il lavoro, di lavoro e basta, si è parlato anche <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/02/27/pagat%c9%99-per-scrivere/">qui</a> &amp; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/03/04/forma-lavoro-n1-nome-di-un-animale/">qui</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Un appunto. A proposito di Ramstein</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 10:31:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Air Base di Ramstein]]></category>
		<category><![CDATA[anna chiarloni]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[guerra in iraq]]></category>
		<category><![CDATA[militarismo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia tedesca contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[volker braun]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Volker Braun</strong> <br /> a cura di <strong>Anna Chiarloni</strong> <br /> Un intervento inedito in Italia dello scrittore Volker Braun sui nuovi orientamenti politici e militaristi della Germania attuale. "La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Volker Braun</strong></p>
<p>a cura di <strong>Anna Chiarloni</strong></p>
<p><em>[Volker Braun (Dresda 1939) è uno degli autori più rappresentativi della letteratura tedesca contemporanea. Orfano di padre caduto in guerra, si profila appena ventenne quale esponente della società letteraria della DDR: minatore e macchinista negli anni tra il liceo e gli studi di filosofia, collabora col Berliner Ensemble, il teatro di Bertolt Brecht. Debutta nel 1965 con la prima raccolta poetica,</em> Provokation für mich, <em>centrata &#8211; come in generale tutta l&#8217;opera, sia poetica che narrativa e teatrale &#8211; sull&#8217;analisi delle contraddizioni insite nella società tedesca, prima e dopo la caduta del Muro. Nel 2000 viene insignito del prestigioso “Büchner Preis”. Col suo ultimo testo,</em> Luf-Passion <em>(2022), Braun indaga i massacri perpetrati dal colonialismo tedesco al tempo di Bismarck, leggendovi un raccordo con l&#8217;attuale dilagare della violenza razzista nel mondo occidentale. A. C..]</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo.</p>
<p>Il Ministro della Difesa, si legge, “ha siglato un patto militare per l’Indopacifico”.<em> Deal</em>: ecco la ratio politica  di Trump. Un tempo si trattava di difendere un principio, adesso si fanno affari. In piena guerra – e con la guerra. Non è nostra questa guerra ma ci speculiamo sopra. Esportare armi risolleva il bilancio tedesco. La vacillante industria pesante cerca salvezza nel riarmo. Queste le ultime notizie.</p>
<p>Nella biblioteca di mio padre c’era uno smilzo volumetto, edizioni Kosmos: <em>Perché si muore</em>, Stuttgart 1914. Dentro c’è un nome, nero d’inchiostro: Johann Friedr. Braun &#8211; e io provavo un certo orgoglio leggendo la chiusa: “La ragione per cui oggi molti finiscono precocemente al cimitero dipende dal fatto che vivono in pessime abitazioni, mangiano male e sono ridotti a malconci schiavi del lavoro. Questi sono fattori molto più decisivi che non i batteri intestinali o un metabolismo carente. È lì che dovete guardare &#8211; e raddrizzar le cose!”.</p>
<p>Ma chi era questo Johann Friedr.? Ma certo, ora ricordo: è Fritz, e sarebbe stato mio zio&#8230; Quel libro se l’era preso proprio prima di partire per il fronte. Di guerra però l’autore, il Dr. Alexander Lipschitz di Zurigo, non parla. Fritz morì il 21. 4. 1918 presso Bailleul, appena diciottenne. Il libro se lo prese poi suo fratello Erich (che comprò pure il secondo volume della collana: <em>Come invecchiare</em>, 1936). Erich morì nella seconda Guerra mondiale, il 2 aprile 1945, a Ibbenbüren, aveva 40 anni. Noi cinque figli vedemmo Dresda bruciare.</p>
<p>Dalle vite mancate ai fatti compiuti. Sul suolo tedesco alloggia la Air Base di Ramstein. <em>Alloggia</em>, dico, grazie ai suoi comodi privilegi; e naturalmente sferraglia con gran fracasso.</p>
<p>Ottant&#8217;anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, di fronte al pericolo di una Terza Guerra Mondiale, il Cancelliere Schröder si batté per tenere la Germania fuori dalla guerra in Iraq. Una decisione essenziale data la situazione interna della Germania riunificata. Tuttavia fu da Ramstein che l’attacco venne sostenuto logisticamente e operativamente condotto. Sì – Ramstein costituì il cardine portante di quella spaventosa aggressione e fu dal cielo di Dresda che sfrecciarono gli squadroni di bombardieri verso l’Iraq. Ancora una volta la guerra muoveva dalla Germania. E così succede adesso con la guerra contro l’Iran. Dire che questa guerra non è la nostra, non ci mette a riparo. Al contrario, una guerra che muove dal suolo tedesco ci rende vulnerabili. Siamo di fatto un bersaglio militare primario e non sappiamo se ci aspetta la vecchiaia o la morte. Che Ramstein fosse territorio americano lo si subodorava; in realtà è una piaga purulenta in Germania. Il suo statuto speciale si è polverizzato, vanificato con questo ripetuto utilizzo in violazione del diritto internazionale. La Germania, se ha un minimo di buon senso, questa base deve chiuderla.</p>
<p>Solo uno Stato sovrano può essere uno Stato pacifico.</p>
<p>Lo scandalo sarà di breve durata; ben altri eserciti si sono già ritirati dalla Germania! Ecco il punto – e allora avanti! Era questa la parola d’ordine di Lipschitz: cambiare la situazione!</p>
<p>Quando decisi di non intervenire sull’ Alexanderplatz il 4 novembre 1989, in quanto rivendicare la libertà di parola e di stampa mi sembrava un approccio troppo limitato rispetto a una piena sovranità popolare, non immaginavo che quella manifestazione autorizzata avrebbe portato a un’auto-organizzazione delle forze democratiche. Quella fu un&#8217;autentica esperienza di libertà.</p>
<p>Se io ora mi limito a rendere noto che un problema di Stato è in attesa di soluzione, mentre si tratta di una rivendicazione più ampia, ossia del potere di una società sulle proprie decisioni fondamentali, lo faccio nella speranza che un atto di autodeterminazione, questo coraggio ‘spagnolo’, possa generare un nuovo sviluppo degli impulsi democratici. Un’ebbrezza liberatoria in questa nostra società apatica e spenta per porre fine alla stagnazione, all’impotenza e al suo declino.</p>
<p>Quando il nostro politico più esperto, il presidente Steinmeier, assieme al neocancelliere e al nostro sonnecchiante Parlamento, si gireranno tra le mani questo foglio, ci si chiederà: Quando entra in vigore? – e nell&#8217;aria già aleggia la famosa risposta: <em>Entra in vigore… a quanto ne so… immediatamente. Senza indugio.</em></p>
<p>Questa sarebbe forse la salvezza della Germania, o semplicemente una manifestazione di ragionevolezza: sarebbe il suo sorriso al mondo.</p>
<p>*</p>
<p><em>L&#8217;intervento qui tradotto per &#8220;Nazione Indiana&#8221; è stato pubblicato il 4 aprile 2026 dalla &#8220;Berliner Zeitung&#8221; e dalla &#8220;Ostdeutsche Zeitung&#8221;. Braun esordisce con la denuncia della conversione industriale in armi pesanti, promossa dal neo-Cancelliere Merz, per innescare poi un&#8217;intensa riflessione autobiografica sul lutto che attraverso le guerre del Novecento ha colpito la sua famiglia.</em></p>
<p><em>Muovendo lungo il solco della tradizione pacifista tedesca, il poeta chiede la chiusura della base aerea statunitense di Ramstein, istituita nel 1951 in funzione antisovietica e forte di 36.000 soldati americani tuttora di stanza in Germania. Si tratta della più grande base aerea statunitense in Europa e costituisce il centro logistico principale per le operazioni militari USA tra Europa e Medio Oriente. </em></p>
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		<title>Politiche della memoria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 12:34:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[ex jugoslava]]></category>
		<category><![CDATA[giorno del ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Niccolò Furri]]></category>
		<category><![CDATA[shoah]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Benjamin]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Niccolò Furri</strong> <br /> Questi due monumenti (la Foiba di Basovizza e l’Ossario dei Caduti Slavi) si configurano, quindi, non solo come lieux de mémoire, ma anche come (...)  luoghi in cui la memoria si perde o, meglio, viene fatta perdere e che concorrono alla ri-produzione dell'identità nazionale proprio attraverso il loro oblio. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Niccolò Furri</strong></p>
<p>«Mentre l’accumulazione di memoria prosegue monotona» ripete spesso la voce fuori campo in <em>Méditerranée</em> di Jean-Daniel Pollet, a indicare come lo scorrere del tempo sedimenti la storia umana negli oggetti e più in generale nella produzione culturale che la camera inquadra. Ma una tale visione, che si potrebbe dire destoricizzata, che escluda cioè la conflittualità e le forze agenti sulla formazione della memoria, che la astragga dalle condizioni materiali della sua composizione, rischia di naturalizzare questo processo, prendendolo per mera e immutabile necessità. Perché gli oggetti o luoghi, rifacendosi ai <em>lieux de mémoire</em> di Pierre Nora, e la memoria stessa sono campi in cui si scontrano sia i rapporti di potere che li hanno prodotti sia i discorsi che li innervano.</p>
<p>Lo ha rilevato, seppur all’interno della classica scissione tra struttura e sovrastruttura tanto cara al marxismo, Walter Benjamin nelle celebri <em>Tesi di filosofia della storia</em> quando scrive che «Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “come propriamente è stato”. Significa impadronirsi di un ricordo nell’istante di un pericolo»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> e questo pericolo è la sua riscrittura, la risignificazione della memoria, la sua tecnicizzazione, ovvero il suo utilizzo distorto a fini ideologici. Il termine memoria, in questo contesto, non si riferisce a ciò che qualcuno ricorda, alle memorie personali che essendo soggettive, per quanto importanti, sono costitutivamente sempre parziali e spesso soggette a ricostruzione specie se lontane temporalmente dai fatti, ma a quella che si potrebbe chiamare macchina memoriale, una politica del ricordo che stabilisce cosa possa essere ricordato, in che modo e da chi. E chi si appropria della macchina, impone la sua memoria.</p>
<p>Ne vediamo il funzionamento ogni 10 febbraio, giornata istituita come Giorno del Ricordo&nbsp; nel 2004 dalla legge 30 marzo 2004 n. 92. Se all&#8217;interno della macchina stanno alcuni fatti, diversamente dalla macchina mitologica jesiana il cui centro è inconoscibile, sulle sue pareti si staglia una serie di elementi di propaganda in questo caso (neo/post)fascista, fatti propri dallo Stato italiano: già solo il giorno (l&#8217;anniversario del Trattato di pace di Parigi del 1947, così disconosciuto in particolare per la cessione dei territori orientali) e il nome (mutuato dal Giorno della Memoria, preso a modello ma in contrapposizione a esso) scelti sono indicativi della matrice e della ratio del provvedimento. A più di vent&#8217;anni dall&#8217;istituzione della giornata la macchina memoriale fascista, che raggruppa arbitrariamente eventi a sé stanti&nbsp; (le foibe istriane del 1943, quelle giuliane del 1945 e l&#8217;esodo istriano-dalmata protrattosi per un decennio circa, indicativamente dal 1947 al 1957), inventando nessi causali e finalità di pulizia etnica, isolando i fatti dalla serie degli eventi che li hanno preceduti e gonfiando le cifre, è diventata ormai narrazione nazional-popolare attraverso opere di dubbio gusto, cerimonie istituzionali e una polizia della memoria che taccia di riduzionismo o di negazionismo le voci critiche. Questo dispositivo al tempo stesso sacralizzante e banalizzante (dove la sacralizzazione mira a «sottrarre un evento [&#8230;] al suo contesto storico specifico, [&#8230;] semplificandone la rappresentazione e preservandola da incursioni indesiderabili»<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, mentre la banalizzazione propone «equiparazioni indebite [&#8230;] le quali finiscono per minimizzare o per relativizzare»<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> il termine di paragone, in questo caso la Shoah, aumentando il capitale simbolico dell&#8217;altro termine per falsa analogia) riallaccia il solito vittimismo di destra al mito degli &#8220;Italiani brava gente&#8221;, uccisi &#8220;in quanto Italiani&#8221;, per nascondere i crimini del Ventennio e per integrarlo così nella storia citabile come un qualsiasi altro periodo, prodromo alla sua esaltazione legittima o, peggio, istituzionalizzata. Non è un caso che questa narrazione abbia trovato uno spazio sempre maggiore dagli anni Novanta del secolo scorso, quando in Europa il processo di integrazione dei vari Stati nella UE e la caduta dei cosiddetti Paesi a socialismo reale, culminata con la mattanza ex jugoslava, hanno rinfocolato i relativi nazionalismi, mentre in Italia la destra ex missina ha acquistato centralità nell’assetto politico seguito allo scossone di Mani Pulite.</p>
<p>Non è nemmeno un caso, quindi, che proprio nel 1992 il Presidente della Repubblica Scalfaro abbia dichiarato monumento nazionale la Foiba di Basovizza. È questo un esempio estremo ma emblematico di come funzioni la macchina memoriale. Innanzitutto, il termine usato: la cavità assurta a simbolo del fenomeno foibario non è una foiba, ma un pozzo minerario, chiuso da una lastra e sormontato da una scultura che riproduce la struttura portante di un argano usato per le esumazioni, culminante con una croce. Le cifre ufficiose parlano prima di 400, poi di 400-600 e infine di 1500 vittime gettate nello strapiombo tra il 2 e il 5 maggio 1945, mentre la stele esplicativa nelle vicinanze del monumento di 300 metri cubi di resti umani nel 1996, che salgono a 500 l’anno successivo. Le operazioni di recupero condotte dagli angloamericani nell’ottobre del 1945 portarono alla luce corpi di soldati tedeschi e di cavalli lì precipitati dopo la battaglia del 30 aprile. È perciò stratigraficamente molto improbabile che salme successive si possano trovare sotto a quelle precedenti e le uniche che si potrebbero rinvenire potrebbero essere quelle di cui si sbarazzarono i nazifascisti dopo l’8 settembre 1943. Ci sono inoltre le smentite del Comando generale dell&#8217;Ottava Armata britannica, del Ministero della Difesa neozelandese (anche se del 1996) e documentazione delle Forze armate statunitensi che qualifica come «inconcludenti» gli esiti della ricerca. Successivamente alla sospensione dei recuperi il pozzo è stato usato come discarica dall&#8217;amministrazione di Trieste, quasi completamente svuotato nel 1954 e infine chiuso nel 1959<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Se tutto ciò non fosse sufficiente, basterebbe un&#8217;ulteriore ricognizione ad appurare i fatti, così da allinearli con una nuova e corretta narrazione, ma si preferisce invece mantenere la parete della macchina memoriale poggiata su discorsi propagandistici.</p>
<p>Un esempio di segno opposto nel trattamento riservato al patrimonio culturale (che Benjamin chiama, a ragion veduta, «preda destinata al vincitore»<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>) è lo Spomenik di Barletta. Alloggiato nel cimitero monumentale della città pugliese, è un Ossario commemorativo dei caduti jugoslavi in Sud Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, realizzato dall’architetto Dušan Džamonja nel 1970. Civili, internati politici e militari jugoslavi fuggiti dai campi di concentramento fascisti in Italia o riparati in Puglia in seguito alle vicende belliche nei Balcani, si unirono alla Resistenza italiana e, dall&#8217;estate del 1944, quando la regione divenne una retrovia anche per la guerra di liberazione in Jugoslavia, lì vennero riaddestrati, per poi riprendere la lotta in patria<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Nell’ambito della normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, culminata con il Trattato di Osimo del 1975, con un accordo del 1964 si stabilì la costruzione di alcuni Ossari dove traslare le spoglie delle vittime combattenti. A Barletta, che durante il conflitto ospitava la sede di un contingente militare e di un ospedale e dove già riposavano 175 caduti, venne realizzato il più importante. Si tratta di un monumento brutalista su due livelli che «si sviluppa a raggiera da un nucleo centrale ellittico, costituito dall’oculo posto sulla cripta»<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a> a cui si accede scendendo una scalinata, ai cui lati stanno le celle sepolcrali contenenti i resti di 825 salme, le porte bronzee con i loro nomi (a cui se ne aggiungono 463 di dispersi), la vasca in mosaico rosso per le commemorazioni e da dove si accede a una terrazza affacciata sul mare. Al piano superiore, una serie di imponenti blocchi di cemento simili a lapidi aumentano in altezza dall’esterno verso l’interno, fino a raggiungere gli 11 metri di altezza, a protezione dell&#8217;accesso alla cripta. I due piani dialogano sia tramite gli incastri tra il solaio e la parete che chiude la scalinata, sia tramite il lucernario che permette «il collegamento visivo dello spazio inferiore con gli elementi del monumento a livello superiore, evidenziando maggiormente la crescita degli elementi verticali dalle fondazioni stesse della cripta al loro punto più alto.»<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a> Tre, invece, sono le linee di fuga che segue lo sguardo del visitatore: una, ovviamente, verso la macchia di colore rosso in basso, una frontale verso il lontano, l&#8217;Adriatico e idealmente la Jugoslavia e la terza verso l&#8217;alto a seguire l&#8217;altezza degli steli, che acquistano quasi le sembianze di vele di una nave pronta ad attraversare il mare. Con l&#8217;implosione sanguinosa della Repubblica Socialista Federale, alla quale spettava la manutenzione e la conservazione dell&#8217;opera, non si è più fatto fronte al deterioramento dello Spomenik causato dagli eventi atmosferici e il suo stato di deperimento si è fatto via via più evidente sia direttamente sui materiali con efflorescenze, licheni, crepe e la scopertura di alcune armature del cemento, sia nell’incuria degli spazi dove talvolta vengono abbandonati rifiuti e che sono usati addirittura come latrina. Lontano dagli itinerari e assente dalle guide turistiche, difficilmente instagrammabile, scenografia per cerimonie ufficiali di commemorazione dei caduti che purtroppo non riescono a svincolarsi dalla retorica nazionalista, statolatrica e militarista, l’Ossario di Džamonja è l’esempio più calzante di un doppio smemoramento: dei fatti e di ciò che è stato pensato per ricordali. Ma, come in un negativo fotografico, «le mutazioni di forma cui è soggetto un edificio sono processi di registrazione: le <em>deformazioni</em>, in quanto materia <em>in formazione</em>, sono anche <em>informazione</em>.»<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a></p>
<p>Questi due monumenti si configurano, quindi, non solo come <em>lieux de mémoire</em>, ma anche come quelli che potremmo chiamare <em>lieux d&#8217;oubli</em>, luoghi in cui la memoria si perde o, meglio, viene fatta perdere e che concorrono alla ri-produzione dell&#8217;identità nazionale proprio attraverso il loro oblio. La loro funzione obliante agisce, però, in maniera antitetica. Se la Foiba di Basovizza impone una e una sola memoria, sacralizzandola e impedendo ulteriori ricerche con la tanto simbolica quanto materica lastra a chiusura della bocca del pozzo, per lo Spomenik sono lo stato di abbandono e la marginalizzazione a operare la rimozione. In questo caso si può parlare di oblio in sé o completo (che tende cioè a dimenticare un luogo per dimenticare una serie di eventi, anche se non è mai, sul piano storico, del tutto compiuto), nel primo di oblio relativo o parziale (che tende, ricordando un luogo, a nascondere una serie di eventi). Fortunatamente c&#8217;è chi si oppone a tutto ciò proprio perché il nucleo della macchina memoriale è conoscibile, pur con le ovvie difficoltà della ricerca documentale, archeologica e testimoniale. Non ci si limita, infatti, «a girare in cerchio»<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a> attorno al centro e, se le sue pareti sono permeabili alla manipolazione, allo stesso modo possono essere attraversate per far emergere quali fatti siano stati occultati, quali inventati e quali siano ricostruibili.</p>
<p>Non si tratta di esaltare la Resistenza titina, in nome di una qualche jugostalgia, né di nasconderne i crimini, ma di (re)inserirla all&#8217;interno della lotta internazionale (e internazionalista) al nazi-fascismo, di iniziare, allo stesso tempo, a denazionalizzarla assieme a quella italiana, mettendone in luce le pluralità e, in qualche modo, smitizzarle entrambe, de-eroicizzarle, per sabotarne la latente retorica bellicista. Si tratta di preservarne il ricordo, visto che «anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince»<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a> e non lasciare che la ricostruzione fascista degli eventi rimanga maggioritaria, una ricostruzione che inventa un genocidio per occultare la partecipazione dei suoi progenitori politici a Shoah e Porrajmos, modellata da chi non vuole vedere il genocidio palestinese in corso, di cui è complice, che rivendica le politiche stragiste alle frontiere e quelle concentrazionarie dei centri di detenzione amministrativa.</p>
<ul>
<li><strong>Note</strong></li>
</ul>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, Einaudi, Torino, 1962, p. 77</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Valentina Pisanty, <em>Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah</em>, Bruno Mondadori, Milano-Torino, 2012, p. 89-90</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> ivi, p. 49</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Sulla Foiba di Basovizza, cfr. Claudia Cernigoi, <em>Operazione foibe a Trieste. Tra mito e storia</em>, Udine, Kappa Vu, 2005; Id. <em>La Foiba di Basovizza</em>, La Nuova Alabarda, Trieste, 2011: <a href="https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf">https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf</a>; Jože Pirjevec, <em>Foibe. Una storia italiana</em>, Einaudi, Torino, 2009</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, cit., p. 76</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Cfr. Andrea Martocchia, <em>I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata</em>, Odradek, Roma, 2011</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Rosanna Rizzi, <em>Il Cimitero degli Slavi di Dušan Džamonja a Barletta</em>, Politecnico di Bari &#8211; Facoltà di Architettura, Bari, 2003/2004: <a href="https://www.academia.edu/109464680/Il_Cimitero_degli_Slavi_di_Dusan_Dzamonja_a_Barletta">https://www.academia.edu/109464680/Il_Cimitero_degli_Slavi_di_Dusan_Dzamonja_a_Barletta</a></p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> ivi</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Eyal Weizman, <em>Architettura forense. La manipolazione delle immagini nelle guerre contemporanee</em>, Meltemi, Milano, 2022, p. 78</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Furio Jesi, <em>Mito</em>, Quodlibet, Macerata, 2023, p. 119</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, cit., p. 78</p>
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		<title>Un libro, anzi almeno quattro, di “Rais” Perotti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 05:27:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cristianità]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[Impero Ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Perotti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong> <br /> Eccolo, il primo livello di originalità. Un romanzo che è, classicamente, un romanzo, come non se ne vedono più (la “classicità” dunque ha qualcosa di originale), che iniziato non si può smettere sino alla fine, semplicemente perché il meccanismo narrativo è accattivante...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p>Il 1492 è un anno eccezionalmente gravido, e apre di fatto il formidabile XVI secolo, in cui l’Occidente si sarebbe per la prima volta fatto mondo, con una vera e propria globalizzazione ante litteram. Si pensa subito, ovviamente, al 12 ottobre, in cui Colombo tocca le coste delle Bahamas, cioè le propaggini dell’America. In realtà quel 12 ottobre non si può capire se non si considera prima il 2 gennaio di quello stesso anno: Granada cade nelle mani delle forze cristiane e Boabdil II, ultimo sovrano musulmano d’Europa, si ritira nell’Africa del Nord. Si chiude così, in Spagna, uno scontro durato sette secoli: ne erano state protagoniste due delle più grandi religioni monoteiste, o meglio si dovrebbe dire due culture, due modi di pensare la società e il mondo. Se si considera che all’estremità orientale dell’Europa Costantinopoli, una cinquantina d’anni prima, era caduta in mano agli Ottomani, si capirà meglio la “naturalezza”, per così dire, di un riequilibrio dell’espansione a Ovest, la strada a Est essendo ormai impraticabile: fra l’altro, la fine della guerra contro i “Mori” rendeva disponibili le forze di Spagna ad altre imprese. In mezzo a queste due date, c’è il 31 marzo, sempre nel 1492, con l’editto dell’Alhambra, che sancisce l’espulsione degli ebrei dai Regni di Castiglia e di Aragona, i quali ebrei si ricollocheranno soprattutto lungo i bordi del Mediterraneo e nel florido Impero ottomano. D’altro canto, la lotta fra Cristianità e Islam è tutt’altro che finita, ma non matura più nel continente europeo, bensì attraverso il Mediterraneo, e al posto degli arabi Omeyyadi troviamo appunto i turchi Ottomani: fra i suoi picchi c’è la famosa battaglia di Lepanto, nel 1571.</p>
<p>Questo il quadro dentro il quale si muove il romanzo di Simone Perotti <em>(Rais</em>,Frassinelli, 2016; nuova edizione Oscar Mondadori, 2025), che segue l’itinerario della vita di Dragut Rais, il “Capo” Dragut, un pirata, nato povero in uno sperduto villaggio dell’Anatolia e diventato a un certo punto Kapudan Pascià, cioè Ammiraglio supremo della flotta della Mezzaluna, come dire, il più importante comandante di mare dell’Impero ottomano. Parallelamente, il romanzo segue l’intrigo, la lotta per il possesso della misteriosa carta di Piri Rais, una sorta di portolano dell’inizio del XVI secolo che, ben prima della loro scoperta o esplorazione, traccia le linee dell’Africa Occidentale e del Sud America e forse, più a sud, addirittura i contorni del continente antartico: più precisamente, l’itinerario di Dragut Rais e quello della carta sono indissolubilmente intrecciati l’uno con l’altro, anche per via di un dettaglio su cui tornerò fra breve. Da notare che la carta di Piri Rais è veramente esistita, è stata scoperta nel 1929 durante degli scavi al Palazzo Topkapi: se la carta è vera, tuttavia, nella ricostruzione di Perotti l’intrigo è totalmente inventato, ma lo è con una tale sapienza nel contempo nascosta e ben governata, da sembrare vero – anzi, mi verrebbe da dire, da vecchio appassionato e frequentatore del XVI secolo-viaggiatore, da <em>diventare </em>vero. Sapienza nascosta, discreta, di cui si è nutrito il romanzo, ma che qua e là affiora nella navigazione del libro, come la punta di uno scoglio nel mare, frammenti, alcuni estremamente precisi – ad esempio, ma è solo uno fra tanti, una finissima disquisizione intorno al Trattato di Tordesillas, che due anni dopo la scoperta di Colombo traccia un’ideale frontiera di demarcazione che dovrà permettere di assegnare alla Spagna o al Portogallo le future scoperte – i quali tutti rivelano un lavoro di ricerca che dev’essersi protratto per molti anni.</p>
<p>Un romanzo storico a pieno titolo, dunque. E invece no: la Storia, la storia di quegli anni, c’è tutta, ma come se fosse stata assimilata, facendosi quasi invisibile, non è quella che Perotti cerca di raccontare attraverso i suoi personaggi, ed è ciò che mette questo romanzo in una prospettiva originale, su diversi piani – il che è stato il primo motivo che mi ha dato voglia di parlarne.</p>
<p>Innanzitutto è originale come la storia si costruisca attraverso l’intreccio di una serie di voci diverse e con diversa modalità di narrazione. C’è la voce di Dragut Rais, neutra, oggettiva, raccontata alla terza persona, come in un romanzo classico: i suoi dialoghi con l’attendente Kadir snocciolano naturalmente alcune perle di saggezza che sono anche un altro modo di raccontare il romanzo: “Sai qual è il momento più triste del guerriero? La vittoria” potrebbe essere quella che le intitola tutte, a testimonianza dell’autentico soffio omerico che spinge in avanti queste pagine. C’è la voce di Bora, una schiava, sin da ragazza vive reclusa in un’isola sperduta e Dragut di tanto in tanto le rende visita: il libro è anche la storia del loro grande amore, per entrambi in realtà l’unico, anche se iniziato sotto il segno della violenza, l’unico linguaggio che il pirata sembra conoscere (fino all’incontro con lei); e Bora invece parla alla prima persona, il suo tono è quello di una donna, femminile e caparbia come solo una donna sa esserlo, la cui coraggiosa trasparenza è incomparabilmente più onesta, più assoluta di quella di un uomo, e si rivolge a un invisibile personaggio che la interroga oramai vecchissima, e che solo alla fine scopriremo essere l’Inquisitore (altro scoglio di sapienza che emerge): parla di se stessa, certo, ma anche, da una diversa prospettiva, vibrante di amore, aggiunge un altro tassello alla comprensione di Dragut. C’è la voce di Keithab infine, La Spia, colui che accompagna fedelmente Piri Rais e lo tradisce, passando al nemico&#8230; Si può essere nel contempo fedeli e infedeli? Sì, si può, e la potenza della letteratura riesce a raccontarlo&#8230; Keithab ha un registro di narrazione particolarissimo, il suo è una sorta di sfogo-testimonianza a futura memoria, destinato a lasciare la traccia dell’incredibile storia appunto della Carta di Piri Rais. Ma la sua, è anche una riflessione sul destino, sulle strade diverse dei destini, sull’amicizia e sul tradimento, su come possano correre insieme, sulle contraddizioni che attraversano la vita&#8230; Perché Keithab e Dragut sono stati amici da bambini, sono stati catturati insieme, anzi, Dragut è stato catturato perché è tornato indietro a difendere l’amico&#8230; Ma uno è diventato pirata, l’altro alto dignitario, e poi Spia, la spia che ha tenuto in scacco insieme due mondi, per poi ritrovarsi di fronte l’uno all’altro, Dragut oramai morente, anche se vincitore, e lui prossimo a soccombere. E a distanza i due uomini amano anche la stessa donna, che tuttavia ama il pirata, non il dignitario, la spia&#8230;  Così, tutti i personaggi hanno uno spessore, una nobiltà, una luce, al di fuori del giudizio morale, e su tutti emerge, da tutti raccontato, Dragut, che sceglie il mare anche per il suo bisogno di libertà, per la sua incapacità di obbedire a lungo (la “terra”, la politica comportano obbedienza&#8230;), nel contempo condannandosi, quasi contro la sua volontà, alla solitudine, a diventare Rais. Da notare anche che il suo contrappeso, Keithab, la “terra”, la politica appunto – con Bora in mezzo, a tenere la rotta –  è colui che permette alla storia di trasformarsi veramente in storia, facendosi libro. Non è un caso, credo, che Kitap in turco significhi Libro.</p>
<p>Eccolo, il primo livello di originalità. Un romanzo che è, classicamente, un romanzo, come non se ne vedono più (la “classicità” dunque ha qualcosa di originale), che iniziato non si può smettere sino alla fine, semplicemente perché il meccanismo narrativo, nonostante la sua polifonia, è accattivante, è accattivante lo studio dei caratteri: non è questo il primo, indispensabile segno della riuscita di un libro? Semplicemente, che prenda, che non annoi.</p>
<p>Anzi, dovrei dire meglio, un vecchio, classico romanzo di mare, nella sublime scia di Melville o Conrad. In questa prospettiva, si intravedono in chiaroscuro altri personaggi: in particolare Piri Rais e il suo corrispettivo cristiano, Colombo, orientato però in una luce insolita, e attraverso di lui l’Atlantico, ma osservato, analizzato dalle coste della Turchia, attraverso il Mediterraneo, che è, in certo senso, il vero protagonista del romanzo. In questa prospettiva, il secolo delle grandi scoperte, sognato, seguito, spiato con gli occhi dell’Islam ottomano rivela alcuni aspetti insospettati.</p>
<p>Ma soprattutto – ed è quel che più mi ha catturato nel libro – è lo stile a essere autenticamente marino. Le tre voci narranti sono infatti diverse l’una dall’altra, e questa è di per sé una prodezza, ma tutte hanno la potenza, l’irruenza del mare, che procede fra onde e correnti, tumultuosamente. Ogni singola pagina zampilla di immagini, di idee, di situazioni, ci si perde in continuazione, in continuazione ci si ritrova, a ogni pagina supplementare abbiamo imparato qualcosa di più, di come si vive nel mare, cioè di come si vive <em>tout court</em>. Vallate, cascate di scrittura, una punteggiatura tumultuosa, frasi che si susseguono senza punto fermo per una, due, tre pagine, con intuizioni, lampi, riflessioni, osservazioni che si inanellano una dopo l’altra, anche se lo stile di Bora è suadente, quello di Rais è ruvido, quello di Keithab piano, come flautato. Un esempio fra molti (con la voce di Dragut): “&#8230; di tutto possiamo fare a meno, tranne del nemico, balsamico avversario, destinatario di ogni maledizione, causa di ogni sventura&#8230;” (e giù per tre pagine, senza un punto fermo, con lo sviluppo di un’idea su quel che è il nemico che, di nuovo, ci riporta all’epica omerica).</p>
<p>Non è un caso, Simone Perotti è un uomo di mare, anzi, del Mediterraneo, vi ha dedicato la sua vita, e non saprei dire se questo abbia influito sul suo stile di scrittura, o se in qualche modo, volontariamente, abbia cercato di imitare quel mare in cui si muove con così grande agio. Quel che so è che le sue scelte di vita e di scrittura si sono in qualche modo confuse. In qualche modo, al di là dei suoi libri – una ventina, fra romanzi, saggi filosofici e non, diari, etc… – è come se avesse voluto scrivere la sua propria vita tra i flutti, cioè libera, o aspirante tale (perché la libertà non è mai definitiva, è sempre da conquistare e difendere), anche facendone uno strumento di agitazione artistica e, soprattutto, sociale. Già, perché una ventina d’anni fa Perotti ha lasciato una comoda posizione di manager editoriale in RCS MediaGroup, a Milano, per adottare una scelta di vita minimalista, monacale, anche se “<em>socials</em>mente” alacre, e andarsene ad abitare su una sperduta isola del Mediterraneo, dando inizio a un modello rivoluzionario alternativo, dal basso, da dentro, oggi noto come <em>downshifting </em>(riduzione del lavoro puramente alimentare e del reddito, aumento del tempo libero e della libertà, ricentraggio della propria vita sulle relazioni, sulla creatività etc., con evidenti implicazioni ecologiche, sociali, dal momento in cui molte persone cominciano a praticare questa via, etc.): e appunto, ha tradotto in scrittura le diverse tappe di questo percorso, con tre libri che sono anche manuali di attivismo e rivolta (<em>Adesso basta</em>, 2009; <em>Avanti tutta, </em>2011; <em>L’Altra Via</em>, 2021). Parallelamente, sin dal 2013 ha armato, culturalmente e scientificamente, una barca a vela, e, con spirito profondamente odisseico, ha compiuto diverse spedizioni attraverso il Mediterraneo – e si noti bene, il che vibra in ogni pagina di <em>Rais</em>, che il Mediterraneo tiene insieme ben tre continenti: Africa, Europa, Asia&#8230; – toccando decine di paesi, incontrando scrittori, antropologi, scienziati, con l’intento di promuovere un vero e proprio meticciato transculturale e, all’orizzonte (l’utopia di Eduardo Galeano?), lo splendido progetto degli Stati Uniti del Mediterraneo: e di nuovo, anche questa esperienza eccola trasformata in scrittura, con <em>Rapsodia mediterranea </em>(2019), molto diario di viaggio in prima persona, singolare e plurale (Perotti è un comandante, un “rais”, ha formato un gruppo di marinai-esploratori, che in fin dei conti sono un po’ rais anche loro) e anche quaderno di appunti filosofici, una sua ossessione, testimonianza di vita e di avventure, ma molto meno degli altri tre appena menzionati manuale-modello di rivolta: al suo posto, semplicemente, travolgentemente, il mare, la vita appunto, il mare che è la vita. Soprattutto questa infatti è, in generale, la sua caratteristica più forte: Perotti non separa vita e scrittura, non le sente, come molti scrittori, in competizione. Innanzitutto vive, Simone, con entusiasmo, alimentarmente, enologicamente, fisicamente, intellettualmente: incontri, chiacchiere notturne senza limiti, allegre bicchierate di vino, scorpacciate bambinesche di ostriche, flâneries fra porti e bar, senza meta, sempre sorretti, attraversati da una costante riflessione sul mondo e su di sé, come un basso continuo, ma subito, sempre, c’è il bisogno – anche assistito da un naturale talento di inanellare parole a getto quasi continuo, incontenibile, a volte graforroico, ma quasi sempre interessante – di trasformarsi, se stesso, la propria vita, i propri desideri, le ostriche, le chiacchierate, le riflessioni, in scrittura. Insomma, Perotti appartiene alla categoria degli scrittori “prolifici”, ma senza allontanarsi dalla vita, anzi: è come se la vita gli esplodesse dentro, accanto, di fronte, e lui, trasformandola in scrittura, tentasse di navigarla, di governarla, volendone catturare ogni schizzo, ogni onda, ogni dettaglio, che a volte il lettore pensa, ecco, ora scoppia, e invece si salta, con incredibile freschezza, in un’altra pagina, in un’altra situazione.</p>
<p>Li ho letti tutti e venti, i suoi libri? No. Quelli che ho letto, mi piacciono tutti con la stessa intensità, nello stesso modo? Neanche – e per altro meriterebbero un’analisi a parte i libri più direttamente legati al suo attivismo, con le luci e le ombre proprie di ogni <em>attività</em>, in particolare con i rischi che sempre implica, dal punto di vista della letteratura, la preminenza del  “messaggio”. Ma ecco: ho appunto letto e molto amato <em>Rais</em>, come anche nella stessa prospettiva <em>L’estate del disincanto, </em>2008, il suo primo romanzo marino che, anche se la storia è diversissima, lo prepara; e poi <em>Rapsodia</em> <em>mediterranea</em> appunto (anche se non lo è, l’ho letto come un romanzo) e <em>Atlante delle isole del Mediterraneo</em>, 2017, che trasforma la geografia in una sorta di itinerario dell’anima e della sua inquietudine (e di nuovo, è letteratura, ogni singolo tassello, luogo descritto avendo il soffio di un vero e proprio racconto). È come se con questi quattro libri il messaggio, nel senso potenzialmente negativo di cui dicevo prima, rientrasse in se stesso, scomparisse, o quantomeno vivesse discreto nella testa del lettore, che si pone domande, nel testo ormai c’è solo pura letteratura. Così, dopo aver passato non poco tempo fra le pagine di questi suoi quattro libri, sono arrivato alla paradossale conclusione (provvisoria, come tutte le conclusioni&#8230;) che quello che a volte inizialmente mi sembrava un difetto, è in realtà, come spesso capita appunto nella vita, una qualità. Voglio dire: ecco che ci imbattiamo in un paio di pagine che ci sprofondano nell’essenza dell’andare per mare, come se stessimo navigando noi, e poi, dietro l’angolo c’è un’esemplificazione di quel che sono o non sono gli italiani, i francesi o gli spagnoli che, pur se Perotti mette le mani avanti (“attenzione alle generalizzazioni”) finiscono per scivolare nello stereotipo, sia pur elegantemente espresso – perché Perotti scrive bene, sempre, naturalmente. O anche: in poche battute Perotti attraverso il suo non-incontro con Naguib Mahfouz riesce a raccontare qualcosa di quell’eccelso scrittore, come se lo avesse incontrato, o viceversa descrive il suo reale incontro con Abraham Yehoshua, del quale in qualche riga restituisce un ritratto di grande profondità; e poi, del tutto inaspettato, qualche pagina dopo ci imbattiamo in un elogio di Michel Onfray, che il lettore avvertito non può non stropicciarsi gli occhi. E poi, eccolo nei suoi riferimenti di letture sul Mediterraneo orientale con una lista di persone fra le quali, e sembra fatto apposta, mancano da un bordo all’altro i nomi dei pensatori e storici più importanti, che so Edward Saïd o Zeev Sternhell, tanto per citarne due, il che farebbe storcere il naso a più d’uno, al primo approccio. Anch’io l’ho storto del resto, il mio naso, ma poi l’ho ristorto nella direzione opposta, perché appunto questo difetto, apparente o reale che sia, nasconde una ben più grande qualità: Perotti, al di fuori da un cursus intellettuale diciamo accademico, nutrito da letture intense anche se a volte disordinate, non sempre canoniche, ma sempre pronto a leggere ancora, in tutte le direzioni (perché è cocciuto ma anche molto aperto e curioso), fa parte di quei rari esseri umani che hanno un fiuto spesso giusto di quel che è bene o è male, che rifugge le semplificazioni, perché soprattutto, prima e al di là delle letture, possiede la capacità di incontrare la vita e la gente, di ascoltarla, tutti con la stessa intensità, con la stessa naturalezza, con lo stesso rispetto e spontaneità, che si tratti di un anonimo pescatore del porto di Marsala, o di uno dei più grandi scrittori viventi. Qua e là ci sono scorie? ostacoli? sobbalzi? Che importa finalmente, mi verrebbe da dire. Attraverso molte delle sue pagine, soprattutto appunto quelle marine, ho letteralmente avuto l’impressione di navigare, ogni tanto una secca, uno scoglio sfiorato, un pezzo di legno che ci viene addosso, o un’onda imprevista e beviamo un po’&#8230; Ma il senso di arricchimento, di viaggio appunto, di essere più che lettori viaggiatori insomma, non ha pari, e si nutre anche di questi contrattempi – insomma, almeno coloro che amano il Mediterraneo dovrebbero leggerlo.</p>
<p>Ed io mi chiedo – è l’interrogativo, l’altra motivazione che mi ha spinto a scrivere questo lungo articolo – come mai di uno scrittore con dietro per altro case editrici importanti (Perotti pubblica soprattutto con Bompiani e Mondadori), alcuni dei cui libri sono diventati best sellers, long sellers, con molte pagine di ottima, originale letteratura, e assolutamente originale nel suo itinerario di vita, sia rimasto, di fatto, ignorato dalla nostra critica ufficiale&#8230; Forse pesano la natura e le forme, i mezzi del suo “attivismo”, che come dicevo meriterebbe di essere analizzato. O forse pesano la sua eterogenea geografia di frequentazioni e amicizie, in cui non spiccano uomini e donne “di lettere”, anche se quando li incontra, come si è visto, sa entrarci facilmente in sintonia; il suo non appartenere a nessuna parrocchia, e magari a volte il suo meticciarle, infrangendone le regole corporative, anche dal punto di vista del suo modo di scrivere, del suo linguaggio, il non essere completamente da nessuna parte, il che per altro mi fa una gran simpatia, il suo essere profondamente solo, nonostante il suo continuo crepitio comunicativo, legato appunto soprattutto all’attivismo, il suo essere più che per terra per mare, dove non ci sono né salotti né premi, né (come suggerisce Dragut) gli intrighi della politica – in una parola, il suo aver messo la ricerca della libertà al di sopra di ogni calcolo, di ogni convenienza. Ma non basta a spiegare: il persistente silenzio critico che avvolge queste migliaia di pagine molte delle quali pregevoli resta per me un mistero. Una sorta di caso letterario in negativo.</p>
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		<title>Premio di poesia Tirinnanzi: il bando</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 21:09:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
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					<description><![CDATA[Il <b>Premio di Poesia Città di Legnano - Giuseppe Tirinnanzi</b> <br />si divide in tre sezioni: a) Lingua italiana; b) Giovani poeti e poete c) Premio alla carriera.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Comune di Legnano, la Famiglia Legnanese e la Fondazione Tirinnanzi, per ricordare il poeta Giuseppe Tirinnanzi (Firenze 1887 &#8211; Legnano 1976), indicono la quarantaquattresima edizione del <strong>Premio di Poesia Città di Legnano &#8211; Giuseppe Tirinnanzi</strong>.</p>
<p>Il premio si divide in tre sezioni: <strong>a) Lingua italiana; b) Giovani poeti e poete c) Premio alla carriera.</strong></p>
<p>La partecipazione è libera e gratuita.</p>
<ol>
<li>a) <strong>Sezione Lingua Italiana. </strong>Solo per libri editi nell’ultimo biennio.</li>
</ol>
<p>Si partecipa inviando quattro copie di un libro di poesia stampato tra il 1° gennaio 2024 e il 30 aprile 2026. I 4 volumi, corredati da breve biobibliografia, <strong>dati anagrafici</strong> e recapito dell’autore/autrice, nonché dalla dicitura “Partecipa al Premio Tirinnanzi 2026”, vanno inviati entro il 30 aprile 2026 (fa fede il timbro postale) al seguente indirizzo:</p>
<p>Segreteria Premio Tirinnanzi c/o Fam. Legnanese, C.P. 71 &#8211; 20025 Legnano Centro (Milano).</p>
<p>La Giuria Tecnica, composta da Franco Buffoni (Presidente), Uberto Motta, Fabio Pusterla e assistita dal Presidente della Famiglia Legnanese o da un suo delegato, dal Sindaco di Legnano o da un suo delegato, da un membro della Famiglia Tirinnanzi e dal Segretario Luigi Crespi, sceglie tre libri i cui autori/autrici saranno invitati alla cerimonia di premiazione che si terrà a Legnano sabato 21 novembre 2026 h 16.45 presso il Teatro Tirinnanzi, piazza IV Novembre 4, Legnano (Mi).</p>
<p>Ciascuno/a dei tre finalisti riceverà un premio in denaro di euro 1.500. Non sono ammesse deleghe. In caso di forzata assenza il/la finalista rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.</p>
<p>Alcuni testi di ciascun/a finalista saranno stampati nel programma di sala. Nel corso della cerimonia ciascuno/a dei/le tre finalisti/e sarà intervistato dal Presidente della Giuria e verrà invitato/a leggere le poesie stampate nel programma di sala. Al termine, la Giuria Popolare esprimerà su apposita cartolina il proprio voto decretando il/la vincitore/vincitrice, che riceverà un ulteriore premio di euro 2.500.</p>
<ol>
<li>b) <strong>Sezione Giovani. </strong>Tra i libri pervenuti per la Sezione Lingua Italiana la Giuria premierà anche, con euro 1.000 ciascuna, 2 opere prime o comunque di giovani poeti e poete. Non sono ammesse deleghe. In caso di forzata assenza il vincitore/la vincitrice rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.</li>
</ol>
<p><strong>Seguirà una festa del dialetto milanese con l&#8217;artista e performer Dome Bulfaro che reciterà testi della grande tradizione lombarda.</strong></p>
<ol start="4">
<li>c)<strong> Premio alla Carriera </strong>della Fondazione Tirinnanzi. Già assegnato nel 2010 a Luciano Erba, nel 2011 a Franco Loi, nel 2012 a Giampiero Neri, nel 2013 a Giorgio Orelli, nel 2014 a Vivian Lamarque, nel 2015 a Milo De Angelis, nel 2016 a Valerio Magrelli, nel 2017 a Maurizio Cucchi, nel 2018 a Biancamaria Frabotta, nel 2019 ad Antonella Anedda, nel 2020 a Giuseppe Conte, nel 2021 a Umberto Fiori, nel 2022 a Dacia Maraini, nel 2023 a Eugenio Finardi, nel 2024 a Walter Siti e nel 2025 ad Antonio Prete. il Premio alla Carriera di euro 4.000 verrà assegnato a un/una autore/autrice di chiara fama che si sia particolarmente distinto/a nella propria ricerca linguistica, tematica e nell’impegno civile. In caso di forzata assenza il vincitore/la vincitrice rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.</li>
</ol>
<p>Ai sensi del Regolamento UE 679/2016 e del D.Lgs. 196/2003 e s.m.i., i/le concorrenti autorizzano la Segreteria al trattamento dei propri dati personali forniti per la partecipazione al Premio, per tutte le finalità connesse alla gestione dello stesso. Con la partecipazione i/le concorrenti danno atto di aver letto l’informativa di cui all’art. 13 del citato Regolamento UE, pubblicata sul sito Internet www.premiotirinnanzi.it.</p>
<p>La partecipazione costituisce implicita accettazione delle norme del bando. Per quanto non previsto valgono le delibere della Giuria, il cui giudizio è insindacabile.</p>
<p><strong>Contatti:</strong>    telefono: 0331-545178</p>
<p>mobile:    347-5913468</p>
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		<title>Da &#8220;Frontiere erranti&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 05:30:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[arte del romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Edward W. Said.]]></category>
		<category><![CDATA[Hermann Broch]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[orientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Massimo Rizzante</strong> <br /> Due saggi brevi: uno su Hermann Broch, in mano agli impietosi filologi della posterità, e un altro su Edward W. Said, che fa sua la lezione di Vico e di Nietzsche, per comprendere come siano complesse e instabili le identità dei popoli e delle culture, disegnate inevitabilmente da “frontiere erranti”.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblichiamo due saggi tratti dall&#8217;ultimo volume di Massimo Rizzante</em>, Frontiere erranti. Autoritratto di un erede senza eredi, <em>pubblicato da </em><em>Effigie nel 2025. In esso, l&#8217;autore ha raccolto una quarantina di testi per lo più saggistici usciti su riviste o in rete. Si tratta di un&#8217;attraversata della letteratura &#8220;del mondo&#8221;, da Keith Botsford a Miguel Torga, da Ornella Vorpsi a Kenzaburō Ōe. Qui compaiono Hermann Broch (e i suoi filologi) e Edward W. Said.]</em></p>
<p>di <strong>Massimo Rizzante</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-119948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere.jpg" alt="" width="368" height="517" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere.jpg 368w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere-299x420.jpg 299w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere-150x211.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere-300x421.jpg 300w" sizes="(max-width: 368px) 100vw, 368px" /></p>
<p><em>Non</em><em> c’è nulla di peggio della posterità!</em></p>
<p>Bisognerebbe fare in modo che le opere rifiutate da un autore e quelle che, per una ragione o per un’altra, non è riuscito a portare a termine non fossero più pubblicate. Pio desiderio! Non c’è nulla di peggio della posterità! I morti non hanno nessun potere rispetto a quei vivi che, riesumando i fallimenti altrui, non desiderano che mostrare tutto il loro amore. Ma di che amore si tratta? Non si tratterà forse di rivalsa? Di vendetta? Di indiscrezione vestita da furore filologico? Ah, l’umiltà dei filologi, questi pesci rossi dai denti di piranha! Perché sacrificare il loro tempo a ciò che l’autore ha rifiutato? Certo, in nome del “tutto”. Ma non “tutto” quello che un autore ha scritto ha per lui lo stesso valore.</p>
<p>L’anno scorso si è ripubblicato un romanzo di <strong>Hermann Broch</strong>, <em>L’incognita</em>, edito la prima volta nel 1933, subito dopo l’uscita della trilogia de <em>I sonnambuli </em>(1932). La nuova traduzione è molto bella (molto più esatta e ispirata di quelle precedenti del 1962 e del 1981). Tuttavia, lo stesso traduttore (che è anche il curatore dell’opera) deve ammettere nell’introduzione che, nei confronti del romanzo in questione, Broch sviluppa prestissimo “una violenta idiosincrasia che giunge fino all’abiura”. Cita anche una lettera in cui l’autore confessa di averlo scritto per denaro e di considerarlo “un fallimen- to”. Non ne vuole più sentir parlare. Perché? Broch si è reso conto che Richard Hieck, il giovane matematico protagonista del romanzo, dedito alla conoscenza scientifica del mistero della vita, non è altro che una debole variante dei tre personaggi protagonisti de <em>I sonnambuli</em>? Forse. Forse, l’esplorazione e la rivelazione dei fondamenti irrazionali dell’agire razionale dell’uomo, tema dominante della trilogia, ritorna ne <em>L’incognita </em>in modo fin troppo smaccato e privo di quella novità formale che ha fatto esclamare all’autore, al termine de <em>I sonnambuli</em>, di aver scoperto una nuova forma romanzesca.</p>
<p>La storia della letteratura è fatta da pochi grandi scrittori che portano a compimento una forma e da una moltitudine di imitatori che cercano in tutti i modi di gettare discredito su quella perfezione, fino a quando giunge di nuovo un grande scrittore che porta un’altra forma a compimento. Broch lo sapeva. Per Broch scrivere un’opera letteraria è voler ottenere la conoscenza per mezzo della forma e una nuova conoscenza non può essere colta se non attraverso una forma nuova.</p>
<p>Non è soddisfatto della forma de <em>L’incognita</em>. Si tratta di un passo indietro e di una ripetizione. E l’artista non ama ripetersi. E se lo fa, ha tutto il diritto di abiurare la sua opera. Chi siamo noi, posteri, per abiurare la sua abiura?</p>
<p>Quest’anno la stessa casa editrice ha ripubblicato con il titolo <em>Il sortilegio </em>(<em>Die Verzauberung</em>) un altro romanzo di Broch, uscito per la prima volta in Italia nel 1982. Un romanzo incompiuto e la cui storia editoriale, lunga circa quindici anni, dal 1935 al 1950, anno della morte dell’autore, meriterebbe un noioso <em>excursus</em>. <em>Excursus</em> che il curatore dell’opera fa, senza poi interrogarsi sulla liceità della sua pubblicazione. Del resto, il romanzo è stato pubblicato una prima volta in Germania già nel 1953 con il titolo <em>Il tentatore </em>(<em>Der Versucher</em>) e una seconda nel 1969 con il titolo di <em>Romanzo della montagna </em>(<em>Bergroman</em>). Dopo aver concluso <em>I sonnambuli</em>, Broch, che sin dal 1927, a circa quarant’anni, aveva abbandonato la sua attività di industriale e di ingegnere tessile per dedicarsi alla letteratura e allo studio della filosofia e della matematica, si mette in testa di scrivere un’altra trilogia.</p>
<p>Nel 1933 Hitler si impadronisce della Germania. L’esistenza dell’ebreo viennese Broch, sebbene nel frattempo convertitosi al cristianesimo, si fa difficile. Il suo umanesimo radicale, condito dallo studio di Platone e dei Padri della Chiesa, è messo a dura prova. In ogni caso pensa a un “romanzo della montagna”, a un “romanzo rurale”, a un “romanzo religioso” ambientato in un villaggio alpino dove i ritmi naturali di una comunità vengono sconvolti dall’arrivo di un certo Marius Ratti, tempestiva rappresentazione, come un celebre critico ha affermato (Steiner), dell’hitlerismo, il quale, attraverso i suoi discorsi propagandistici, insinua nella comunità tali paure ancestrali da renderla succube dei suoi diktat. La prima stesura del romanzo è portata a termine nel 1936 (è il romanzo che leggiamo in italiano). Tuttavia, Broch non è contento e decide di riscriverlo. Mentre sta scrivendo la seconda versione, Hitler si annette l’Austria. Broch non riesce a fuggire in tempo e viene fatto prigioniero. Per una volta (forse l’unica) la fortuna è dalla sua parte. Dopo circa un mese viene liberato e si imbarca per l’Inghilterra da dove raggiungerà New York. Siamo nel 1939. Dal 1940 alla morte l’autore abiterà a New Haven, nel Connecticut. Si impegnerà per dieci anni a riscrivere il romanzo senza terminarlo. Nel frattempo pubblica <em>La morte di Virgilio </em>(1945), romanzo in quattro movimenti, e, in extremis, <em>Gli incolpevoli </em>(1950), romanzo in undici racconti, dove Broch crea una nuova forma di romanzo in grado di comprendere quell’aspirazione alla totalità che secondo lui né la religione, né la filosofia, né la scienza sono più in grado di soddisfare. Sentite cosa scrive alla fine dei suoi giorni:</p>
<p>La richiesta di totalità rivolta all’arte ha acquisito un carattere radicale, fin qui sconosciuto e, per soddisfarla, il romanzo ha bisogno di una complessa stratificazione, per fondare la quale non è senza dubbio sufficiente la vecchia tecnica naturalistica: si tratta di rappresentare l’uomo nella sua interezza, l’intera scala delle sue possibilità di esperienza, dal piano fisico ed emozionale all’elemento lirico.</p>
<p>Ancora una volta: non sarà che Broch abbia abiurato <em>L’incognita </em>e non sia mai riuscito a terminare <em>Il sortilegio </em>perché altro di ben più importante e di formalmente ben più innovativo gli stava a cuore?</p>
<p><strong> ⊗</strong></p>
<p><em>Tramonto a Oriente</em></p>
<p>Sono passati venticinque anni dalla prima edizione del 1978 di <em>Orientalismo</em>, opera dell’intellettuale americano di origine palestinese <strong>Edward W. Said</strong>.</p>
<p>Quel libro, diventato oggi un libro di testo nelle università, a causa del suo presunto antioccidentalismo, fu molto criticato da diverse discipline accademiche che, se avallarono il suo punto di partenza – l’Oriente è stato per secoli e secoli una versione dell’Occidente e l’orientalismo uno strumento culturale di dominio politico ed economico dell’Occidente sull’Oriente – misero altresì in rilievo molte carenze storiografiche. L’orientalismo, insomma, come campo di studi specifico, soprattutto nel XX secolo e soprattutto in Europa, era riuscito ad affrancarsi dal peccato originale e a far conoscere realtà spesso trascurate. In molti settori del mondo arabo, poi, questa interpretazione è stato letta come una difesa dell’Islam e dei popoli arabi: una sorta di apologia dei vinti contro i vincitori, nonostante Said in molte occasioni avesse ripetuto di non aver avuto interesse, né tanto meno le capacità, di mostrare cosa fossero il vero Oriente o l’Islam. Said, nel suo saggio, utilizza alcuni concetti cari a Gramsci e a Foucault, ma il suo giudizio ideologico non prevale su quello più profondamente conoscitivo. Il richiamo originario di Said è a Giambattista Vico e a Nietzsche. Del primo riprende l’osservazione basilare che “la storia umana è fatta da esseri umani”. Gli uomini sono gli artefici della loro storia e perciò tutto ciò che possiamo conoscere è stato fatto dall’uomo: la guerra per il controllo di un territorio, così come la lotta conseguente per imporvi un modello sociale e culturale che non gli appartiene. Del secondo assorbe l’intuizione genealogica fondamentale per cui l’identità non è altro che una costruzione umana che cambia e fluttua nel tempo e che, per definirsi, ha continuamente bisogno di qualcun altro, di altri, di realtà diverse, perfino opposte, senza le quali nessuna identità potrebbe sussistere.</p>
<p>Che cosa sono il nazionalismo, la xenofobia, il provincialismo culturale se non manifestazioni di questa difficoltà di accettare l’essenziale instabilità dell’identità umana, le sue frontiere erranti?</p>
<p>È difficile vivere nella consapevolezza di tale instabilità. Così come è difficile vivere nel dubbio o, meglio, fare del dubbio la propria passione. Spesso è la paura che vince. Ora, chi ha paura è solo in un modo completamente diverso da chi, come dice Said a proposito di Genet, è “innamorato dell’altro”: chi ha paura, vede o immagina intorno a lui sempre un intruso che ci spia e gracchia parole incomprensibili e che, il più delle volte, è un nemico.</p>
<p>Così, quasi tutto il male che viene commesso è commesso per paura&#8230;</p>
<p>Questo ci ha insegnato Said: che, per quanto da secoli l’Occidente, con i suoi scrittori, conquistatori, politici, storici, abbia voluto imporre un’immagine interessata e minacciosa dell’Oriente, non c’è nessuna essenza islamica, non c’è nessun Oriente, ma ci sono tante sue costruzioni storiche del passato e del presente che attendono di essere interpretate e perfino inventate&#8230;</p>
<p>Said che, come il titolo della sua autobiografia ricorda, si è trovato “sempre nel posto sbagliato”, sempre in bilico tra due culture e in nessun posto a casa, conosceva il valore dell’identità, ma, come ogni spirito lucido e antiromantico, non ne cercava l’origine, ben sapendo che la sua stessa ricerca è un prodotto della nostra coscienza storica. Preferiva pensare, al contra rio di Bergson, che l’uomo è libero nella misura in cui non coincide mai con sé stesso&#8230;</p>
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		<title>Allegorie del bene?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 05:12:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[alessandro broggi]]></category>
		<category><![CDATA[allegorie]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Andrea Inglese</strong><br /> La magnolia come l’oleandro sono reali, ma sottili e densi condizionamenti li fanno esistere vicino a noi. Non sono fino a in fondo immagini di loro stessi, non lo possono essere. Sono immagini di altre cose. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Questo testo è apparso sul n° 5 (dicembre 2025) della rivista “In Opera. Esercizi di lettura su testi contemporanei”. Il numero conteneva <a href="https://riviste.unimi.it/index.php/inopera/issue/view/2748">un dossier a cura di Riccardo Donati</a> dedicato ad Alessandro Broggi a un anno dalla sua comparsa.]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong>1.</strong><br />
Ho bisogno di vedere pioppi, così come ho bisogno di coperte pesanti per l’inverno e caffè ogni mattina, dopo essermi alzato. E se non vedo pioppi, o anche se li vedo, ho bisogno di leggere brevi testi, con brevi frasi, come i versi dei poeti e delle poetesse, dove compare la parola “pioppo”.</p>
<p>IL PIOPPO DI KARLSPLATZ</p>
<p>Un pioppo c’è, sulla Karlsplatz,<br />
in mezzo a Berlino, città di rovine,<br />
e chi passa per la Karlsplatz<br />
vede quel verde gentile.</p>
<p>Nell’inverno del Quarantasei<br />
gelavano gli uomini, la legna era rara,<br />
e tanti mai alberi caddero<br />
e fu l’ultimo anno per loro.</p>
<p>Ma sempre il pioppo sulla Karlsplatz<br />
quella sua foglia verde ci mostra:<br />
sia grazie a voi, gente della Karlsplatz,<br />
se è ancora nostra.<br />
(1950)</p>
<p>Di <strong>Bertold Brecht</strong>, traduzione di Franco Fortini e Ruth Leiser.</p>
<p>Il pioppo di Karlsplatz esibisce la foglia, la espone, la rende parte del paesaggio urbano, ed è così che il pioppo rivela la sua estraneità al tempo storico, la sua capacità di attraversarlo, non indenne, ma secondo un ritmo diverso, una pazienza ignota agli esseri umani. È, tra le altre cose, questa sconosciuta, ammirevole pazienza, che fa degli alberi dei testimoni di un tempo diverso, di un tempo che sfugge il presente, che lo scavalca.</p>
<p><strong>2.</strong></p>
<p>Paradossalmente, gli alberi contribuiscono a rompere la “logica evolutiva”, che ci assegna tutti alla freccia direzionata di un unico tempo storico. Si legga Rancière (da un’intervista su “Machina”: <em>La confusione dei tempi: intervista a <strong>Jacques Rancière</strong></em>, a cura di Pierpaolo Ascari.</p>
<p>“La tradizionale divisione gerarchica oppone il tempo degli uomini attivi, che si propongono dei fini e li realizzano oppure si godono il tempo libero, al tempo ripetitivo degli uomini passivi, dediti alle attività quotidiane. Questa prima divisione è stata ricoperta – e forse dissimulata – nell’età moderna dall’affermazione del tempo omogeneo dell’evoluzione, che ridistribuisce la gerarchia in altri modi: l’obbligo di appartenere al proprio tempo, l’esistenza dei ritardatari, la proscrizione dell’anacronismo ecc. Ho insistito sul modo in cui la sovrapposizione di diverse temporalità ha giocato un ruolo nella ridistribuzione egualitaria del sensibile. Questo è vero, su larga scala, con la reinvenzione al tempo di Winckelmann di un’antichità diversa da quella che l’ordine classico aveva assimilato e superato secondo la logica evolutiva, o al tempo della Rivoluzione francese con la resurrezione di antichi simboli politici. Ciò è ancora vero, su scala più modesta, con le commistioni di tempi e le eterogenee esibizioni di oggetti, testi e immagini che hanno costituito la cultura degli autodidatti. Questi testi e queste immagini, spesso antiquati, hanno fornito loro gli strumenti intellettuali per lottare contro la gerarchia delle temporalità che li rinchiudeva nell’unico tempo della ripetizione.”</p>
<p>Gli alberi non sono solo la vita che ritorna, ciclica, stagionale, ma l’immagine di uno sfasamento temporale rispetto agli eventi maggiori della storicità umana: sono con noi, sono nel nostro paesaggio, eppure sono estranei a esso, appartengono non certo a un ciclo inteso come eternità, ma come linea temporale altra, difforme rispetto a quella umana delle generazioni.</p>
<p>La pazienza della pianta, la sua calma, la sua grande capacità di ascolto e di relazione. Al contrario dell’animale, che risolve la maggior parte dei suoi problemi attraverso il movimento, la pianta sviluppa strategie a partire dalla sua condizione d’immobilità. “Dal momento che non può dirigersi in direzione di ciò che le è necessario, né scappare da quanto può causargli torto, la pianta deve necessariamente trovare dei meccanismi di compensazione rispetto alla sua fissità. Roman Kaiser confronta la sua situazione a quella di un paralitico, obbligato a sviluppare capacità estreme di socievolezza e d’innovazione, dal momento che non può muoversi.” Da <strong>Francis Hallé</strong>, <em>Éloge de la plante. Pour une nouvelle biologie</em> (Seuil, 1999).</p>
<p><strong>3.</strong><br />
Pensate a una foresta di eucalipti. Un’immagine maestosa, pacifica. Il profumo, la zebratura dei tronchi, con i filacci di corteccia che come scorze circolari di un frutto sbucciato cadono ai piedi dell’albero, i passi dentro il suolo asciutto, quasi sabbioso, tra un eucalipto e l’altro. Ma questa immagine nasconde un veleno, un disastro. Una foresta di eucalipti asseta le falde idriche, distrugge la fertilità del suolo e la ricchezza del sottobosco, si espone a incendi devastatori e violentissimi. In Europa, come in altre parti del mondo, principalmente nell’America latina, l’eucalipto è favorito dai coltivatori, in quanto albero dal ciclo di vita corto (12-15 anni) contro quello più lungo di alberi quali il faggio (100-140 anni) o la quercia (150).</p>
<p>Neanche gli alberi sono innocenti. Nemmeno le immagini di alberi promettono quiete e frugalità.</p>
<p>Il pioppo non è certo escluso dal tessuto economico e aziendale, che s’intreccia con il territorio “naturale”. (La “natura” più che un’entità o un sistema autonomo rispetto a quello umano e culturale, è una sorta di confine: permette di sperimentare l’enigma e l’alterità, rispetto a tutto ciò che è interno alle nostre significazioni. Ciò che chiamiamo “natura” è sia interno che esterno; come il nostro inconscio è l’esterno del nostro interno umano, individuale o collettivo, così ogni pezzo di mondo naturale è da noi intessuto di significati umani, e nello stesso tempo esibisce una fodera opaca, che trascende, sfugge, a questi significati.)</p>
<p>Da un sito aziendale: “uno dei principali attributi del legno di pioppo è che può essere ridotto in fogli di ampia superficie e privi di difetti che consentono di produrre un compensato dalle caratteristiche di aspetto esteriore pressoché uniche o quantomeno ben superiori a quelle di molti pannelli dello stesso tipo realizzati con altre specie legnose”. La pioppicultura sembra avere un impatto ambientale ben meno nocivo che la coltivazione dell’eucalipto. In Campania, nell’Area Vasta di Giugliano, un territorio in cui la camorra ha interrato per anni i fanghi industriali, la cultura del pioppo è utilizzata per sanare il suolo. Al posto delle tecniche ingegneristiche di bonifica, molto costose e che bloccano l’attività agricola, si piantano decine di migliaia di pioppi. Il pioppo è una delle specie arboree maggiormente in grado di assorbire i metalli contenuti nel suolo.</p>
<p>Tutto questo ovviamente non sembrerebbe riguardare il pioppo di Karlsplatz. Ma oggi sì. Ogni pianta può essere un avversario o un alleato. Ogni pioppo appartiene a dei sistemi più o meno controllati, a delle famiglie di viventi più o meno docili.</p>
<p><strong>4.</strong></p>
<p>I LAMPI DELLA MAGNOLIA</p>
<p>Vorrei che i vostri occhi potessero vedere<br />
questo cielo sereno che si è aperto,<br />
la calma delle tegole, la dedizione<br />
del rivo d’acqua che si scalda.</p>
<p>La parola è questa: esiste la primavera,<br />
la perfezione congiunta all’imperfetto.<br />
Il fianco della barca asciutta beve<br />
l’olio della vernice, il ragno trotta.</p>
<p>Diremo più tardi quello che deve essere detto.<br />
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,<br />
i lampi della magnolia.</p>
<p>Da <em>Paesaggio con serpente (Versi 1973-1983)</em>, di <strong>Franco Fortini</strong>.</p>
<p>Dobbiamo parlare o guardare? Se parliamo, non parleremo degli alberi, parleremo di quello che gli uomini non riescono a fare. Parleremo, magari, di quello che le donne non vogliono fare, non vogliono più fare nel mondo pensato e organizzato per la preminenza dei maschi. Si parlerà, provocando conflitto, evocandolo. Nulla andrà liscio in quel discorso, che si vuole aperto, esteso. Di parte, ma esteso. Vi entreranno dentro le collere, le impazienze. “Non vi è bastata una vita, per cambiare voi stessi e parte del vostro mondo?” Di questo e di altre cose non si parlerà, adesso. Perché si guarderanno gli alberi: l’oleandro, la magnolia. E anche le tegole, che tengono fermo il tetto e riparata la casa. E il ragno, che muove imperterrito verso la soluzione dei suoi problemi.</p>
<p>La magnolia come l’oleandro sono reali, ma sottili e densi condizionamenti li fanno esistere vicino a noi. Non sono fino a in fondo immagini di loro stessi, non lo possono essere. Sono immagini di altre cose. Sono allegorie. Allegorie di concetti che ci mancano, che rischiano di essere vuoti. Cosa includere, far esistere, sotto il concetto di “bene”? Quali sono le specifiche, concrete, appropriate, “letterali” immagini del bene? Appena se ne pronuncia il termine, se ne annuncia il concetto, da ogni parte sciamano fraudolenze. Cortesie estreme e infide, da dispositivo dialogante dell’Intelligenza Artificiale.</p>
<p>“I lampi della magnolia” sono immagini di bene. Di tali immagini dobbiamo caricarci, oppure, all’opposto, grazie a esse svuotiamo lo spirito troppo ingombro.</p>
<p><strong>5.</strong><br />
“La domanda in questione suona così: quanto tempo si può stare di fronte a una cosa? (…) Dunque mai stare davanti, non guardare fisso, non provocare. Non bisogna provocare un mandorlo, ancora più se è meravigliosamente fiorito. Basta poco e diventa incomprensibile, un ostacolo, alla fine un rimorso.”<br />
Da<em> bianco è l’istante</em> (Edizione del Verri, 2015) di <strong>Angelo Lumelli</strong>.</p>
<p>C’è un’allegria dei fili d’erba, dei fiori di mandorlo o di albicocco. Un’allegria della luce. Anche se tutto è perfettamente sospetto, anche se tutto è guasto, anche se non possiamo tenere nella mente né i fili d’erba né i fiori di mandorlo, dal momento che diverrebbero un problema, un problema alla fine da risolvere con grande violenza ed efficacia, quindi l’allegria ci serve, perché ci permette di guardare altrove, a qualcosa che ancora non c’è. A un’altra cosa allegra. A un altro bene.</p>
<p>“Molte cose accrescono la mia allegria. Gli alberi accrescono la mia allegria. Le scimmie accrescono la mia allegria. Il mare accresce la mia allegria. Le banane accrescono la mia allegria. Guidare l’auto accresce la mia allegria. I monti accrescono l’allegria.”<br />
Da <em>POLARIZZAZIONE</em>, in <em>Krieg und Welt</em> (2006) di <strong>Peter Waterhouse</strong>. Traduzione di Camilla Miglio.</p>
<p><strong>6.</strong><br />
L’OLMO DI CAMPERDOWN<br />
Dono di A. G. Burgess al Prospect Park di Brooklyn (1872).</p>
<p>Questo olmo piangente mi richiama<br />
gli <em>Spiriti affini</em> sull’orlo di un dirupo<br />
<span style="color: #ffffff;">;;;;;;;;;;<span style="color: #000000;">c</span></span>he domina un torrente:<br />
Bryant che ama gli alberi e invoca Thanatopsis<br />
sta conversando con Thomas Cole<br />
nel quadro di Asher Durand, che li raffigura<br />
sotto la filigrana di un olmo sovrastante.</p>
<p>Essi avevano visto, non c’è dubbio, altri alberi – tigli,<br />
aceri e sicomori, querce e l’albero<br />
dei viali di Parigi, l’ippocastano; ma immaginate<br />
il loro rapimento se avessero mai visto<br />
la vasta mole dell’olmo di Camperdown e “la trama intricata dei suoi rami”<br />
che s’innalzano ad arco e scendono a incurvarsi in quella nebbia di sottili fronde.<br />
Lo vide lo specialista di cavità arboree<br />
e sondò col suo braccio la caverna del tronco,<br />
per quanto era lunga; e c’erano altre sei piccole cavità.</p>
<p>Occorrono puntelli ed alimenti. Mette ancora le foglie;<br />
ancora lì. <em>Mortale</em> tuttavia. Salviamolo. Poiché<br />
è la suprema rarità di Brooklyn.</p>
<p>Da <em>Poesia sparse</em>, di <strong>Marianne Moore</strong>, traduzione di Lina Angioletti e Gilberto Forti.</p>
<p>Questa poesia, scritta da Marianne Moore nel 1967, aveva uno scopo pratico: salvare dall’incuria un olmo d’origine scozzese, sorta di bizzarria della natura (“our crowing curio”), che era stato piantato nel Prospect Park di Brooklyn nel 1872, cinque anni dopo la creazione del parco. Si tratta di un olmo dai grandi tronchi nodosi, che si sviluppano quasi parallelamente al suolo e creano una sorta di cupola attraverso il fogliame ricadente. Come si parla di un albero? Perché si parla di un albero? L’ho detto: per salvarlo. Moore, quasi ottantenne, viene eletta nel 1965 presidente della Greensward Foundation, e in questo ruolo si occuperà anche degli alberi sofferenti o in via d’estinzione del Prospect Park. Ma parlare di un albero è un affare difficile, anche perché l’albero – lo abbiamo visto – è spesso l’immagine di un’altra cosa, l’immagine di un bene. Ma qui è in questione un albero particolare, in tutta la sua opacità biologica, vegetale. Moore opera varie forme di avvicinamento obliquo, per triangolazione. Differisce l’incontro, o lo “scherma” con un dipinto, e questo dipinto contiene un olmo, ma anche un “romantico” paesaggio roccioso, con torrente annesso, e colline verdeggianti all’orizzonte. Si tratta del quadro di Asher Brown Durand : “Kindred Spirits”. E gli “spiriti affini” sono i due uomini, due amici, che stanno l’uno accanto all’altro al centro di questo paesaggio selvatico. Uno è poeta e l’altro pittore. Invece di presidiare un salotto borghese, ammaliandone il pubblico colto e agiato, o di lavorare assiduamente chi alla scrivania chi nell’atelier, se ne stanno sopra uno sperone roccioso a discettare del mondo circostante, privo di costruzioni, ferrovie, pali della luce, lampioni, scavi nel terreno. Ma Moore non è interessata a questa prima messa in scena romantica, in quanto i due solitari amanti della <em>wildness</em> servono come pretesto all’evocazione di alberi comuni: tigli, aceri, sicomori, ecc. Perché una volta che si è, da giovani o giovanissimi, imparato ad associare gli esemplari concreti degli alberi con i nomi delle loro specie, non si aspetta altro che l’occasione di elencarli, metterli per iscritto quei nomi, nella dimensione solenne e rituale del verso poetico, in modo che famiglia e individuo compaiano assieme, per un attimo, nella lettura: il tiglio scritto e nominato convoca l’insieme dei tigli visti, tutte le somiglianze tra i singoli tigli incontrati, tigli spesso già allineati dall’uomo, messi in una fila, organizzati in filari appunto, in modo tale che domini una ridondanza percettiva a ogni nuovo incontro. Per parlare di un albero centenario, situato in un parco di New York, Marianne Moore parla di un dipinto, in cui assieme a un albero e a un intero paesaggio selvatico, si vedono in piedi e sfaccendati un pittore e un poeta. Entriamo quindi nella mente di questi due individui, perché in loro troviamo la memoria di altri alberi visti, ossia incontrati e nominati. Ed è questo il nucleo, il perno estetico e libidico del componimento: la strofa centrale. E ora, che tutto un corteo d’alberi è stato evocato (ippocastano di Parigi incluso), possiamo finalmente abbordare il nostro vero soggetto poetico, ossia le cavità dello strano, fragile, sorprendente olmo d’origine scozzese.</p>
<p><strong>7.</strong><br />
Sfogliando disordinatamente l’edizione Oscar Mondadori (2005) di <em>Petrolio</em> di<strong> Pasolini</strong>, mi sono imbattuto in una serie di frammenti intitolati “I Godoari”. In nota si ricorda che tale nome è frutto dell’invenzione di Anna Banti, che in questo modo chiama un popolo barbaro insediatosi nella pianura padana intorno a una villa abbandonata (La villa romana).</p>
<p>In ognuno di questo frammenti pasoliniani, dominano delle descrizioni accurate, calme, di paesaggi naturali che si trovano spesso al confine con zone urbane e periurbane. Si tratta di descrizioni che alleano precisione documentaria e topografia fantastica. La vegetazione che la voce narrante evoca è del tutto ordinaria, familiare, eppure la successione degli spazi sembra sganciarsi da ogni continuità paesaggistica. Ancora una volta il montaggio (o il semplice collage modernista – Marianne Moore –) sembra inserirsi in questi testi piattamente descrittivi, programmaticamente bucolici, anche se in essi l’idillio è sospeso, tramortito dalla vicinanza con il detrito e la rovina, eredità dell’uomo e delle sue trasformazioni territoriali.</p>
<p>“Non potati da decenni o da secoli, gli alberi da frutto avevano duri rami contorti, troppe foglie, piccoli frutti irriconoscibili, ed erano radi, nati a caso, tra i rovi, che parevano pian piano, con le ortiche e la xxx, voler coprire tutta la campagna. Invece, al di là di una siepe, appunto di rovi, serrati e duri come il ferro, dopo un pianello d’erba corta e verde – a cui probabilmente erano mescolati della dolcetta e del radicchio – apparve un secondo indizio: ed era qualcosa che non poteva non dare un tuffo al cuore e far venire intrattenibili lacrime agli occhi: si trattava di un campicello di granoturco, con in mezzo dei filari di viti, in cui si sentiva la &lt; &gt; di una mano umana.”</p>
<p>Da Appunto 114. I Godoari (V).</p>
<p>Nell’atmosfera cupa e violenta di molte pagine di <em>Petrolio</em>, si apre questa serie non-narrativa e non-saggistica, serie di non accadimenti e non ragionamenti, in cui lo sguardo vaga libero, erratico, tra “gli alberi da frutto”, “un pianello d’erba”, “un campicello di granoturco”.</p>
<p>Parlai di queste pagine ad <strong>Alessandro Broggi</strong>, nel periodo in cui era già impegnato nella stesura di <em>Noi</em>. Avevo già avuto modo di conoscere parti del suo progetto in corso. E gli lessi quindi alcuni brani dei Godoari di Petrolio, e lui ne rimase, come immaginavo, molto intrigato.</p>
<p><strong>8.</strong></p>
<p>(Un poeta italiano che si è presto specializzato in libri sugli alberi è <strong>Tiziano Fratus</strong>. Fratus fa, appunto, libri sugli alberi. Nessuna sospetta triangolazione, nessun rovello allegorico, nessuna impossibilità conclamata (Lumelli) di far fronte a un mandorlo. Nessun’ombra, proiettata da discorsi che <em>si dovranno fare</em> “più tardi” (Fortini). Non c’è più nessun sospetto nell’albero, nell’immagine che esso sollecita in noi, per un autore come Fratus: l’albero è un amico. Punto e basta. Questa è la buona notizia. Ed è così che un poeta può scrivere un intero libro per Mondadori, ma in una rassicurante prosa, dal titolo <em>Ogni albero è un poeta. Storia di un uomo che cammina in un bosco</em>. La copertina fa subito capire che il lettore è invitato a disarmarsi. Una ragazzina dall’aria rustica se ne sta a piedi nudi sul disco di legno, di un albero tagliato alla radice, in un bosco assai favolistico, assai incantato. E la ragazza stringe tra le mani un fusto metallico poggiato alle sue spalle, da cui pende un bulbo di vetro illuminato. Gli alberi di Fratus sono davvero gli alberi amici, e basta (senza fodere opache, sfuggenti), eppure tutto è già circonfuso di magia. “La natura è, da che mondo è mondo, la nostra nutrice e la nostra precettrice. Ci insegna. Ci redarguisce. Ci informa.” Scrive, ad esempio, Fratus. Qualcosa non funziona. E io penso che, alla fine, quello che non funziona è questa “amicizia” troppo esibita, troppo sicura di sé, proprio nei confronti degli alberi. Tutti vorremmo essere amici degli alberi, nei giorni di festa. Ma nei giorni lavorativi cosa succede agli alberi? Cosa succede a noi? Come vengono usati gli alberi? Che ce ne facciamo degli alberi? Certo, uno può sempre specializzarsi nel fare libri sugli alberi, dicendo che il poeta e l’albero sono una stessa cosa. Pappa e ciccia. Poeta l’uno, poeta l’altro. Sembra di non aver più a che fare con <em>immagini </em>del bene, ma con il bene proprio, tagliato a pezzi e incellofanato per il lettore. Come in un libro sulla crescita personale.)</p>
<p>“Ci esamina da una pozza uno stormo di otarde – fasci di capperi, cardi e sorbe, castagne d’acqua e boccioli di canna, un grosso mandarino tardivo con i rami ricchi di frutti… I raggi del sole ci investono, stanno sbocciando i ventagli fogliosi della manioca, la strada è un passaggio strettissimo in mezzo a una piana di papaveri che perdono le corolle, a ciò che sta appena al di qua o al di là del campo di attenzione…”</p>
<p>Da <em>Noi </em>di Alessandro Broggi (2021), p. 19.</p>
<p>E ancora.</p>
<p>“Percepiremmo ogni mattina la giornata che si avvierebbe come un infinito campo di possibilità e agiremmo in modo da aumentarne il numero, non confermeremmo semplicemente il nostro mondo. Germinando le tassonomie più variate tra le connessure di una crosta sassosa, la stagione reimposterebbe il suo giro, i fuscelli sorgendo già pieni di api che ronzano; senza che siano tralasciati aster e farfara, festuche dal ciuffo, stipe, giunchi, erba corda, pere di terra che conoscerebbero forme di sviluppo loro proprie, sussulti arborescenti che beneficerebbero di fondovalle convergenti, a portata di mano, di ravine addizionali coronate da pennacchi di cirri.”</p>
<p>Da <em>Noi</em>, p. 89.</p>
<p>Quali sarebbero, delle infinite possibilità aperte dall’avanguardia camminante dei protagonisti del libro, <em>quelle</em> che non confermerebbero il mondo, e di cui si potrebbe parlare? Non è facile formularle, metterle in parole, tali possibilità. Ma si può procedere, come nella serie I Godoari di Pasolini, a costruire un paesaggio, montandolo pezzo per pezzo, vocabolo per vocabolo, utilizzando quella fodera opaca, per mostrare, indicare con cenni muti, che qualcosa esiste al di là di quello che ogni giorno l’Occidente ufficiale <em>conferma</em>.</p>
<p>Abbiamo bisogno di immagini del bene. Le figure umane non ci bastano. Le figure umane sono campioni nel disumanizzarsi, nel rendere se stesse disumane, agendo come mostri su mostri. Le figure viventi, non umane, portano forse un bene. Non direttamente. Non letteralmente. Di qui l’immagine di un’immagine. L’immagine di un concetto vuoto. L’immagine di un bene, che non tocchiamo, non vediamo. Per questo i “sussulti arborescenti”, che Broggi evoca, possono essere “a portata di mano”. Abbiamo bisogno di allegorie del bene. Dobbiamo svuotarci di umanità. Non verso qualche umanissimo (ancora più incanaglito) transumanesimo: ma verso la docilità e la pazienza delle erbette, smemorate, dementi, produttrici di allegria.</p>
<p>*Immagine: David Hockney, <em>Apple Tree</em>, 2019</p>
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			</item>
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		<title>Da &#8220;Sans-gêne&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/28/da-sans-gene/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 06:23:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[aforismi]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Lumelli]]></category>
		<category><![CDATA[Emilio Villa]]></category>
		<category><![CDATA[nanni cagnone]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Nanni Cagnone</strong> <br /> Non si giudichi malamente chi rinuncia al consorzio dei vivi per deperir da solo, se guardando ampiamente può tener con sé quei mondi possibili che la società vieta o trascura, e non misurarsi con manierate usanze...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Nanni Cagnone</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Tre estratti da <em>Sans-gêne</em>, La Finestra Editrice, 2022]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non mi va di ridurmi a una cosa sola. Ma in tal caso dovrei dirmi poeta, non potendo provare interamente me stesso se non <em>dichterisch </em>– entro quella terra di nessuno priva d’orientamento, povertà non bisognosa.</p>
<p>Dunque in alcun modo stride, il meditare; ombre specchiate in altre ombre, senza il respiro maggiore, o parole venute dalla veglia, già stanche. Troppa luce, troppe dichiarazioni, che in un mondo mettono discordia, e non avranno pace.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sappiatelo: «altro non scrivo / se non ciò che m’ha raggiunto». Non ho obbligazione alcuna – in me, né doppiezza né risentimenti. Perciò, sotto un cielo tempestoso un cielo stropicciato un cielo, posso parlare aperta-mente, e con naturalezza approvare o disapprovare. Troppi, dissimulatori di sé, vivono ombrosamente.</p>
<p>Tommaso Campanella: «il viver sporca chi per viver ﬁnge». D’altronde, la libertà non ha buona reputazione, conﬁgurandosi ormai come anarchico rigurgito, vana ribellione, insulto alla sociale probità; innumerevoli, coloro che ambiscono al rango del servitore che farà carriera (patetica illusione, credersi servitori solo in basso). In tal modo, si fa rasura dell’individuo, ci si unisce all’opacità senza rimedio delle masse. L’unica ambizione che sono in grado d’apprezzare è quella di pensare e agire liberamente. Peccato che a molti di noi non s’adattino queste parole di Honoré de Balzac: «Parlez, monsieur, [&#8230;] je ne suis pas sottement prude, je puis tout écouter».</p>
<p>Alﬁne ci misura il morire, e nel giorno del ricongiungimento – <em>giorno-universo </em>–, tra l’aver vinto il Nobelpriset e l’essere stati segnalati al Premio Vaginella, scarsa diﬀerenza. Invece, una domanda: sono o non sono in pace?</p>
<p>Questi libri intorno, questo pane raﬀermo. Non c’è solo povertà, in solitudine. Vi si nasconde l’incerto vanto dell’intimità: quella monotona percezione di sé, e assiduo quasi-pensare—interminato mormorío che non porta a nulla. E fuori di sé si cercano appigli—oggetti amichevoli, superstiziosi a volte. Pienezza e vuoto si alternano confondono, e specialmente: da sé non si può uscire, non si può riposare. Solitudine, fortilizio oscuro ove un tacito monologo troppo rumoroso, prepara un vuoto. Non si giudichi malamente chi rinuncia al consorzio dei vivi per deperir da solo, se guardando ampiamente può tener con sé quei mondi possi-bili che la società vieta o trascura, e non misurarsi con manierate usanze, il che fa della solitudine una tacita obiezione al malessere sociale, la mossa difensiva d’uno che verrà detto sociopatico.</p>
<p>Uno scrittore che non sia capace di <em>generosa solitudine</em>, che non si voglia appartato indipendente silenzioso, eppure pronto a congiungersi ai viventi, è destinato a frivolezza: le convenzioni del <em>milieu</em>, e il <em>colportage </em>di recensioni premi pubblicazioni scambi di favori variati riconoscimenti, gli tolgono nutrimento, fanno di lui un servitore di cose estranee, destinato al malanno dell’autocensura.</p>
<p>Non si tratta d’elogiare la solitudine, d’esporne le diﬃcoltà o dubitare del suo valore; si tratta di colmarla, facendo d’una terra inaridita <em>’erets</em>, terra coltivata. «Anche una rosa / ﬁorisce da sola.»</p>
<p>*</p>
<p>L’onore delle colline. 2015. Novalis, in <em>Blütenstaub</em>: «Freunde, der Boden ist arm, wir müßen reichlichen Samen|Ausstreun, daß uns doch nur mäßige Erndten gedeihn» (Il terreno è sterile, amici, si dovrà spargere semente | in abbondanza, e certo per noi modesti raccolti).</p>
<p>A vendicare, nel tempo presente, la delusione dei nostri raccolti, un libro d’<strong>Angelo Lumelli</strong>: <em>Bianco è l’istante</em>.</p>
<p>Mi rivolgo agli ammiratori di Ponge Cioran Jabès, non perché sminuiscano i loro amati ma perché rinuncino a far assegnamento, per una volta, sui benevoli eﬀetti della loro notorietà. Se mi dessero retta, raffronterebbero con coloro il Lumelli di questo libro, che ha l’aspetto della prosa e pur corteggia sfrontatamente la poesía (naturalmente, me ne fotto dei generi; tutte per quei lettori, le mie preoccupazioni).</p>
<p>Suppongo che – qualora le opere dei quattro autori appena evocati di-venissero anonime fra loro timide mani – stenterebbero a giudicare superiori al quarto i primi tre. Superfluo dire che potrà giovarsi di tale giudizio soltanto chi, azzardando indipendenza, si sottragga alle ingiunzioni storiograﬁche e alle leggende editoriali.</p>
<p>Non intendo aﬀatto far gareggiare Lumelli. Chiedo che si provi a leggere con la dovuta neutralità questo libro aspro scontroso testardo, opera d’un accanito coltivatore di parole—coltivatore diretto, e non allontana-to da un eccesso di letteratura. Di Lumelli si sente anzitutto la ritrosía, poi che s’avvera in lui il disagio e risentimento delle parole, la gelosía del-la lingua. La sua logica – che sarebbe piaciuta all’Alfred Korzybski di «the map is not the territory» – difetta per fortuna di linearità, d’ovvie discordie e somiglianze; muove aggirando o rasentando, tornando sui suoi passi, trascurando le vie a favore di delicati sentieri.</p>
<p>Qui si assiste a una circolazione analogica del senso, e a sue inusitate proporzioni. Scaltrezza d’una nudità senza ornato, d’un rivoltoso acume che rovescia le parole. Si dubita dell’ultima parola proferita, e la si tenta ancora. La sostanza di Lumelli è in un’errabonda fermezza. Egli guarda alle istituzioni letterarie come i Picts dovevano guardare al Vallum Hadriani: una proterva interruzione, un sopruso, un arbitrario osta-colo. Dunque, non c’è ediﬁcio alcuno lungo il suo cammino; invece, intatte rovine a cui interrogando si rivolge. Ci sono, neonate-ogni-volta, innocenza e ﬁducia nel pensare, nella fantasticata terrestrità di chi è fermo a sua terra e intimamente migrante—entro <em>’adam </em>sedentario, un nomade, in quel ch’è noto colpito e illeso, avventurato e perduto. E con lui, nel suo «viaggio contromano», sempre «la premura dello sguardo».</p>
<p>Angelo è l’onore delle colline, che «nessuna coniugale pianura capirà»; è l’esperienza d’un antico, amoroso sguardo che trova fuori tempo la sua voce. Ora, forse per somigliar d’infanzie, penso al rimbalzar sull’acqua di sassi piatti. Potrebbe piacervi sapere che un certo Russell Byars è riuscito a farlo per cinquantun volte, al Riverfront Park di Franklin, Venango County, Pennsylvania.</p>
<p>Non diversamente da noi, quei sassi – dopo aver sﬁdato piú volte la bella superﬁcie – dovranno sprofondare. Ma intanto è <em>dulzura </em>la loro ebbrezza, lor festoso sconﬁtto slancio.</p>
<p>«Ascolta la tua collina | – nessun altro – |che fa crusca e cenere | per altri millenni.» «La tua collina, primizia di tutte le stagioni—no, non la tua collina: la tua devozione.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando fai prevalere la mite ingiustizia d’una predilezione, ricorda che altri si commuovono diversamente, e ognuno di noi fa quel che può—nel migliore dei casi, quel che deve.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non c’è alcuna profondità in poesía. C’è, tremenda, l’insonnia della superﬁcie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inappropriati, i doveri e l’entiﬁcata volontà. Si conﬁdi invece nell’aver riguardo, nell’aver voglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il vecchio antropocentrismo sottomise, a vantaggio della specie umana, il mondo animale. A loro volta, gli oggetti sono screditati dall’usa-e-getta, da loro voluta precarietà e prematuro pensionamento. Allora, quale relazione con gli animali e le cose? Talora, le corrispondenti predilezioni hanno un esito maniacale (ventitré gatti, sei cani e un cercopiteco nel-la caotica abitazione di Paul Léautaud, o frenetiche forme di collezionismo), ma comunque orrenda l’oppositiva incuria.</p>
<p>*</p>
<p>Cognizione d’<strong>Emilio Villa</strong>, 1. 1990. Quando un uomo parla d’un altro che non sa più parlare, le sue parole rischiano diventare sacrosante. E allora indebolitele, queste parole, affinché si possa pensare a Emilio Villa in modi che non síano i miei.</p>
<p>La prima volta che lo vidi (1964), abitava in via Oderisi da Gubbio, nel séguito disordinato di Trastevere: una casa a lui non somigliante, elogio condominiale del geometra mediterraneo, noto persecutore dell’Aphrodítē di Mílos. Aveva cinquant’anni, ed io sapevo di lui da pochi mesi sol-tanto. Quel che avevo letto, non faceva per me: disperava ogni lingua, aﬀaticando il senso o fuorviandolo con frequenti <em>calembours</em>. I miei sentimenti erano diversi: del linguaggio, interrogavo più la qualità ieratica che non l’aﬀanno, e pensavo che le avanguardie fossero – dopo tutto – elusive.</p>
<p>Un corpo senza eufemismi. Un vólto disposto a commedie plautine, che s’atteggiava non diversamente da quello del <em>bluesman </em>B.B. King. Non ricordo cosa disse, ricordo che mi parve stranamente animatore; le interminate carte e i libri sciupati e confusi che vedevo, per svegliarsi a-spettavano lui, che andava veniva con facile aﬀetto e distrazione incompleta, ma certo disponendo un luogo intorno a sé.</p>
<p>Lo rividi mesi dopo, quando tornai a vivere a Roma. A quel tempo, abitava con aria sempre transitoria in via Monterone, presso largo Argen-tina. Una casa grande e occupata solo in parte, una casa in cui divagare. Talvolta, ci si vedeva a cena—da lui, da Leoncillo o Agustarello. Con la stessa esuberanza con cui parlava, cucinava cose selvatiche, sature di sapore. Mangiare e bere gli procuravano un tale godimento da far impalli-dire qualsiasi letteratura. Quando – da vecchio annusatore dei Semiti – prese parte alla produzione d’un <em>ﬁlm </em>di Huston (<em>The Bible: In the Beginning</em>), unico suo vanto al ritorno fu una marmellata di petali di rosa riportata dall’Egitto.</p>
<p>Credo non gl’importasse molto del mondo, se si eccettuano il vino, le donne, gli alberi improvvisi, le pietre parlanti, i bucatini fetenti, la coda alla vaccinara. Parlava con impeto – o rallentando-dissimulando un suo mite sarcasmo – come un romano assimilato; diﬃcile, pensare a lui co-me a un giovane lombardo poveramente invischiato in seminario.</p>
<p>Aveva un’intelligenza sontuosa, capace di chiamar d’ogni dove le cose più disparate – riti arcaici, congetture scientiﬁche o stridule solennità del momento – e farle gentilmente convergere entro il cratere d’un vulcano, afﬁnché più che altro ruttassero. Sovente rideva, dopo le parole, al modo in cui avrebbero riso i Ciclopi, se ne avessero avuto il baritonale talento.</p>
<p>A quel tempo, dopo aver generato alcune riviste di letteratura e arti visive, in Italia e Brasile, s’applicava a fare una discontinua rivista di poesía, intitolata <em>Ex</em>. Consisteva d’un raccoglitore per grandi fogli ripiegati, dispiegando i quali si aveva l’impressione che il proprio testo venisse ap-plaudito. S’arrangiava a vivere, Emilio—qualche quadro da rivendere, qualche litograﬁa, ottenuti scrivendo presentazioni ad artisti. Non l’ho mai sentito parlare di denaro. Elusivo com’era, non m’ha insegnato niente—niente di deﬁnito, per lo meno. D’altronde, noi non si parlava di letteratura, ma di tutt’altro. Non dimentico il modo in cui fece apparire a noi il tempio di Poseidōn a Pæstum, prima d’abbandonarlo, per intervenuta commozione, al ricordo d’un ristorante di pesce in Agropoli. La qualità più impressionante d’Emilio (per me, che in troppi poeti riconoscevo animi stentati) era l’entusiasmo. Non ho incontrato altri che avessero quella sfrenata simpatía per l’esistenza, quella magniﬁca avida propensione per qualunque cosa. Sapeva meravigliosamente rimescola-re tutto—esser ugualmente felice per Delphói e Honolulu, tradurre <em>Ta-nàkh </em>e <em>Odýsseia </em>e corrispondere con Burroughs Rothko Duchamp, apprezzare i modi beceri delle osteríe e l’elegante stravaganza di Raymond Roussel.</p>
<p>Emilio era insieme onnivoro e immangiabile. Divorava il mondo da lontano, e spesso aveva relazioni oblique. Se posto innanzi a qualcuno – non essendo riuscito a svignarsela –, poteva apparirne incantato, esendo del tutto indiﬀerente. Tale attitudine esonerava ogni forma di coraggio —una vaga aﬀabilità era maschera suﬃciente.</p>
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		<title>“Gaza, la scorta mediatica” di Raffaele Oriani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[7 ottobre 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[autocensura]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
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		<category><![CDATA[giornalismo italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Il Venerdi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Rizzo</strong> <br /> “Care colleghe e colleghi ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con il Venerdì. Collaboro con il newsmagazine di Repubblica ormai da dodici anni...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Ho ricevuto e pubblico volentieri questo intervento. In esso si cita una frase di Raffaele Oriani: “Questo genocidio è ancora muto”. Un’immagine vale mille parole si usa dire. Una bomba fa tacere mille, diecimila parole. E quante bombe sono cadute sui Palestinesi di Gaza, e quanti proiettili ancora continuano a cadere sui Palestinesi in Cisgiordania? Il mutismo del genocidio non lo abbiamo alle spalle, ma di fronte a noi. E ogni parola che i palestinesi non hanno potuto, non sono riusciti a dire, i loro figli e i figli dei loro figli dovranno dire. E questo vale anche per le parole che gli israeliani non hanno voluto dire. I figli dei loro figli dovranno anche loro, alla fine, dirle. E questo vale anche per noi, gli spettatori. Chi non è riuscito a dirle, chi non le ha volute dire, avrà qualcuno che dovrà dirle al suo posto, qualcuno </em>consapevole<em> di doverle dire. a. i.]</em></p>
<p>di <strong>Marco Rizzo</strong></p>
<p style="padding-left: 80px;"><em>“Quello che è accaduto nel corso di questi ultimi due mesi è per gente della mia generazione terribile. Ma non solo terribile per la guerra guerreggiata, terribile per la velocità incredibile, di cui voi non potete rendervi conto, della velocità incredibile con la quale tutto un intero strato delle nostre menti scriventi e parlanti si è precipitato nel peggio del peggio. […] Quella sorta di orribile livello che è stato raggiunto dalla nostra stampa ci può lasciare soltanto la melanconica soddisfazione di fare degli elenchi di nomi. […] Ebbene voi dovete, noi dobbiamo, col poco fiato che ci resta, ricordare uno dopo l’altro coloro che nella televisione, nei giornali dicono le cose che hanno il coraggio di dire, le bassezze che dicono e che pronunciano in questo momento.” </em>(Franco Fortini, febbraio 1991)</p>
<p style="padding-left: 80px;"><em>“Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro.&#8221; </em>(Omar El Akkad, 25 ottobre 2023)</p>
<p style="padding-left: 80px;"><em>“Questo è quello che la classe al potere ha deciso che sia normale. Molti di noi amano chiedersi: «Cosa farei se vivessi durante la schiavitù? O l’apartheid? Cosa farei se il mio paese stesse commettendo un genocidio?». La risposta è: lo stai facendo. Proprio in questo istante.”</em> (Aaron Bushnell, febbraio 2024)</p>
<p>Guerra e genocidio. Un binomio che la coscienza europea e occidentale pensava di aver deposto nei libri di storia. Materia di studio (sempre meno, a dire il vero) e di memoria (sempre più ipertroficamente nutrita, con tutti gli effetti collaterali del caso), non più esperienza terribile e presente con cui misurarsi intellettualmente ed eticamente. Poi è arrivato il 7 ottobre 2023. E, soprattutto, tutti i giorni che lo hanno seguito, in cui la bolla di questa cattiva coscienza memoriale è esplosa nel peggiore dei modi. A cosa sostenersi quando tutti i fondamenti di una civiltà finiscono con il precipitare? Come vivere con dignità in paesi i cui governi e i cui media si sono chiaramente schierati <em>dalla parte sbagliata della storia</em>?</p>
<p>Una risposta parziale, imperfetta, limitata quanto si vuole, ma umile, vera e reale, è la scelta di farsi da parte. Disertare il posto che si occupa, o il ruolo che si occupa. E farlo quando è più difficile farlo, addirittura quando si corre il rischio di essere i soli a farlo. <em>Gaza, la scorta, mediatica</em> (People, 2024) di <strong>Raffaele Oriani</strong> è appunto il documento esplicativo di una diserzione personale, una testimonianza morale dei nostri giorni. Ma è anche (e per questo vale la pena leggerlo) una disamina di tutte le colpevoli omissioni, del perenne doppio standard e del più retrivo orientalismo che hanno contraddistinto la quasi totalità del giornalismo in Italia, responsabile di aver sistematicamente oscurato e minimizzato, malgrado l’evidenza di prove, la realtà della carneficina che l’esercito israeliano aveva scatenato su Gaza fin dall’ottobre 2023. Per protestare contro il muro di silenzio e di complicità con l’enormità intollerabile che stava accadendo, nei primi giorni del gennaio 2024 l’autore dà le dimissioni dal giornale per cui scriveva, il <em>Venerdì</em> di <em>Repubblica</em>. “Mi sono chiesto se il lavoro che stavo facendo lì fosse il posto giusto dove trovarsi quando tutto crolla” (p. 9). Nessun eroismo in questo; e del resto sono da considerarsi sventurati i paesi che hanno bisogno di eroi, si pensava una volta. Ma di “piccoli maestri”, di semplici “giusti” abbiamo ancora bisogno e Raffale Oriani ha saputo essere uno di loro nel momento in cui era necessario. Vale la pena di riportare integralmente le sue parole <em>di allora</em>, poiché poche volte capita di leggere parole di limpidezza etica che accompagnano un gesto di coraggio:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Care colleghe e colleghi ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con <em>il Venerdì</em>. Collaboro con il newsmagazine di <em>Repubblica</em> ormai da dodici anni ed è sempre un grande onore vedere i propri articoli pubblicati su questo splendido settimanale. Eppure chiudo qua, perché la strage in corso a Gaza è accompagnata dall’incredibile reticenza di gran parte della stampa europea, compresa<em> Repubblica</em> (oggi due famiglie massacrate in ultima riga a pagina 15). Sono 90 giorni che non capisco. Muoiono e vengono mutilate migliaia di persone, travolte da una piena di violenza che ci vuole pigrizia a chiamare guerra. Penso che raramente si sia vista una cosa del genere, così, sotto gli occhi di tutti. E penso che tutto questo non abbia nulla a che fare con Israele, né con la Palestina, né con la geopolitica, ma solo con i limiti della nostra tenuta etica. Magari fra decenni, ma in tanti, si domanderanno dove eravamo, cosa facevamo, cosa pensavamo mentre decine di migliaia di persone finivano sotto le macerie. Quanto accaduto il 7 ottobre è la vergogna di Hamas, quanto avviene dall’8 ottobre è la vergogna di noi tutti. Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi. Non avendo alcuna possibilità di cambiare le cose, con colpevole ritardo mi chiamo fuori.”</p>
<p>Eloquente il silenzio di <em>Repubblica</em> e del resto della stampa su questa lettera di addio di un collaboratore. Poteva anche finire qui. E invece, inaspettatamente, pubblicate da altri (l’autore non aveva a quell’epoca propri profili social) e poi ampiamente ricondivise, le parole di Oriani hanno una risonanza enorme sulla Rete. È il primo segno di una disconnessione profonda tra il complesso politico-mediatico compattamente schierato con il “diritto di Israele a difendersi” e un’opinione pubblica già turbata e inquieta di fronte all’orrore del <em>primo genocidio trasmesso e documentato in diretta<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a></em>. “È una montagna di polvere che esce finalmente dal tappeto” (p.15). Il libro di Oriani nasce da qui, da un’impotenza ad agire che si trasforma nel dovere di manifestare un dissenso, attraverso l’osservazione e la descrizione della copertura mediatica offerta dalla stampa italiana alla distruzione di Gaza e del popolo palestinese. Copertura mediatica che, con poche eccezioni, ha minimizzato la bancarotta morale e politica di gran parte dei governi europei. Un colossale rovesciamento dei compiti etici e civili di un giornalismo inteso come cane da guardia verso il potere e non come ufficio stampa della versione ufficiale. La “scorta mediatica” che dà il titolo al libro ha finito per scortare i criminali di guerra invece che le loro vittime. Non è solo un fenomeno italiano, nota tristemente Oriani. Ma la realtà di cui siamo più direttamente responsabili è sempre quella a noi più vicina ed è pertanto ad essa che l’autore rivolge prevalentemente la sua attenzione.</p>
<p>Nonostante le sincere professioni di modestia, quello di Oriani è un prezioso strumento di critica del giornalismo, un’indagine delle modalità con cui il linguaggio può nascondere o sviare dalla verità. E dunque, per antitesi, un documento sull’eticità e la responsabilità connessa all’uso delle parole, da leggere e usare come strumento didattico anche nelle scuole. L’uso edulcorante e smaccatamente parziale del lessico è la prima e più evidente spia di un rifiuto di chiamare i fenomeni con il loro nome. Su ciò il giornalista si sofferma a più riprese, commentando dolentemente cronache, editoriali e interviste apparse in quei mesi sulla grande stampa. A titolo di esempio, leggiamo:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Il 16 febbraio 2024 un editoriale di Barbara Stefanelli, direttrice di <em>7</em>, il settimanale del <em>Corriere della Sera</em>, viene presentato in sommario così:</p>
<p style="padding-left: 80px;">&#8216;Dopo la strage del Supernova Music Festival e il dramma della popolazione di Gaza, non resta che aspettare che la metastasi di quanto è accaduto e sta accadendo possano essere fermate.&#8217;</p>
<p style="padding-left: 40px;">Gli israeliani hanno subito una <em>strage</em>, i palestinesi vivono un <em>dramma</em>: da una parte c’è una chiara intenzionalità criminale che impone di individuare, punire, liquidare i colpevoli; dall’altra, un dramma che non può che consumarsi fino a quando arriveranno tempi migliori. Tutto questo avviene mentre il macabro conteggio delle vittime riporta 1.400 morti israeliani e oltre 30.000 palestinesi. […] Qualche settimana dopo, un altro editoriale del <em>Corriere della Sera</em> metterà in sequenza lo «<em>scempio</em> inumano di Hamas», la «<em>carneficina</em> di Putin in Ucraina» e le «<em>operazioni</em> a Gaza di Netanyahu» (corsivi dell’autore). Non è esagerato dire che sono state le bombe a sterminare la popolazione di Gaza, ma è stato soprattutto il linguaggio a impedire che risuonasse forte, chiaro e assordante l’allarme che avrebbe potuto fermarle.” (pp. 22-23)</p>
<p>La sequela di sospensioni del senso di umanità e della tenuta etica documentata da Oriani atterrisce per la sua estensione e gravità. A disposizione di chi vorrà fare i conti con la storia c’è tutto un archivio da interrogare per capire come è accaduto ciò che è accaduto (e dunque, forse e con meno sicurezze di ieri, capire come far sì che esso non si ripeta). Un compito carico di inquietudini e di interrogativi che l’autore formula con lucidità: “Sarebbero morti in così tanti sotto le macerie, se sin dall’inizio i responsabili fossero stati chiamati a risponderne? Che regole di guerra avrebbe adottato l’esercito israeliano per non essere accusato di condotta criminale dai media del mondo libero? Tanta acquiescenza ha sicuramente avuto un tragico impatto sul terreno.” (p. 28) e ancora: “A inizio gennaio, quando me ne vado dal giornale, tra tante pacche sulle spalle mi colpisce un’obiezione radicale: «Sbagli, sottovaluti il 7 ottobre.» […] Il sottotesto dell’obiezione evidentemente è che le vittime di un assalto del genere vanno onorate, e che non c’è onore senza vendetta. Ma se è così, come si onoreranno le vittime di questi mesi?” (p. 68); e da ultimo, chiamando in causa <em>le nostre macerie morali</em>: “chissà che ne faremo noi, di tutti i cantori del sangue che abbiamo ospitato nei nostri giornali e nelle nostre televisioni. Questo genocidio è ancora muto, quando comincerà a parlare in tanti si troveranno confusi davanti allo specchio.” (p. 122)</p>
<p>Semplificando, potremmo ripartire il peggio offerto dalla nostra stampa in due macro-categorie: <em>distorsione e spostamento</em> delle responsabilità (nel campo palestinese) da un lato, <em>omissione di racconto e minimizzazione della violenza</em> (da parte israeliana) dall’altro. Il numero di prese di posizioni trasudanti razzismo inconsapevole e amnesie del proprio passato coloniale da cui siamo stati sommersi appare sempre più lampante col passare dei giorni (e al precipitare della storia presente verso scenari di violenza inimmaginabili fino a qualche anno fa). La razionalizzazione geopolitica è stata, da questo punto di vista, uno dei più efficaci e aberranti diversivi atti a giustificare il genocidio in corso. È in virtù di essa che il 2 marzo 2024, quando il cumulo di vite palestinesi annientate ha già superato il numero di 30.000, Ernesto Galli della Loggia può però ancora affermare senza alcuna crisi di coscienza che la priorità rimane “garantire la sicurezza assoluta di Israele.” Osserva Oriani: “Nessuno avvierebbe un’analisi del genocidio di Srebrenica, dove 8mila musulmani furono trucidati dalle milizie serbe di Ratko Mladic, parlando delle esigenze geopolitiche del popolo serbo. E invece ora accade.” (p. 48). E continuerà ad accadere a lungo anche nei mesi successivi. &#8220;Senza mai disturbare il carnefice&#8221;, come annota l&#8217;autore con disturbante sintesi. Più il cumulo di distruzione, morte e sofferenza inflitte ai palestinesi aumenta, più la nostra stampa sposta ossessivamente l’accento sul pericolo di un risorgente antisemitismo, guarda con sospetto e aria di pronta scomunica chiunque si interroghi sulla necessità di giungere a un cessate il fuoco. Viene meno cosi persino ai più elementari principi deontologici quali la critica delle fonti<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> o la difesa del diritto di informazione (e della vita) dei giornalisti in contesti di guerra:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Quando il corrispondente di <em>Repubblica</em> Sami al Ajrami denuncia l’arresto da parte israeliana di una troupe di <em>Al Jazeera</em> scrivendo che «Israele vuole mettere a tacere la stampa in modo che nessuno conosca cosa si nasconde dietro le loro operazioni», il suo giornale titola l’articolo «Stretti tra i combattimenti e il rischio di finire in manette. La solitudine dei giornalisti». Nessun giudizio, mai. Il passaggio da «Israele vuole mettere a tacere la stampa» a «La solitudine dei giornalisti» misura tutta la distanza che corre tra chi fa da scorta mediatica ai giornalisti e chi all’esercito che li ammanetta e massacra.” (p. 50)</p>
<p>Vi è poi, se possibile ancora più sconvolgente, una duplice omissione: quella delle voci ebraiche che denunciarono fin da subito l’aberrazione che il mondo occidentale e la sua stampa stavano assecondando; e quella delle incredibili, immorali, sfrenate (genocidiarie?) dichiarazioni di ministri, parlamentari, alti ufficiali dell’esercito israeliano. Mentre in Italia la parola “genocidio” subisce un vero e proprio ostracismo dal dibattito, e si bolla obliquamente o apertamente di antisemitismo chi la avanza anche solo in termini di rischio potenziale di fronte alla rappresaglia militare indiscriminata contro la popolazione civile<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, con ben maggiore lucidità diversi storici ebraici, israeliani (Raz Segal, Omer Bartov) o statunitensi (Barry Trachtenberg) guardano con allarme a una serie di segnali: la spettacolarizzazione della distruzione di Gaza da parte dei soldati israeliani da loro stessi immortalata ed esibita con compiaciuto sadismo in centinaia di video e pubblicazioni sui propri profili social; l’isolamento drammatico delle voci ebraiche che si oppongono alla deriva razzista e suprematista della società israeliana, incapace di elaborare il trauma del 7 ottobre; il crescendo di ferocia disumanizzante e di disprezzo assoluto per le vite dei civili palestinesi che prende sempre più piede ai vertici del governo, dell’esercito e di quasi tutto lo spettro politico israeliano. A titolo di esempio, e qui volutamente disposte in ordine cronologico, Oriani riporta le seguenti:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Non c’è nessuna equivalenza tra bambini ebrei e bambini palestinesi. […] I bambini di Gaza se la sono cercata!” (Meirav Ben Ari, parlamentare dell’“opposizione”, 17 ottobre 2023)</p>
<p style="padding-left: 40px;">“La comunità internazionale ci mette in guardia da un disastro umanitario a Gaza e dallo scoppio di gravi epidemie. Non dobbiamo farci intimidire. Lo scoppio di gravi epidemie nel Sud della Striscia ci avvicinerebbe alla vittoria e ridurrebbe le perdite tra i nostri soldati.” (Giora Eiland, ex generale ed ex Capo del Consiglio di Sicurezza nazionale, 19 novembre 2023)</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Sono personalmente orgogliosa delle rovine di Gaza. Orgogliosa che i bambini palestinesi di oggi si ricorderanno di cosa siamo capaci noi ebrei.” (May Golan, Ministra delle Pari Opportunità, 21 febbraio 2024)</p>
<p>Possiamo fermarci qui. Il testo di Oriani, letto a due anni dalla sua uscita, sapendo che il genocidio è continuato, a un certo punto ha solo rallentato di intensità e forse è destinato a riprendere in piena regola già nelle prossime settimane o mesi (con differenti mezzi o forse persino con gli stessi), solleva almeno due ordini di problemi. Il primo è come far uso di questo campionario per identificare la spazzatura informativa, le falsità deliberate o anche solo le narrazioni celatamente orientate che ci sono state offerte sugli stessi giornali, dalle stesse firme, prima, durante e dopo Gaza, a proposito di altri contesti di guerra. Il caso più evidente, e onestamente indicato da Oriani, è la sperequazione di trattamento che i nostri media hanno riservato al conflitto russo-ucraino e al genocidio israeliano a Gaza<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Alla luce di quali nuove domande dovremmo riesaminare i 4 anni trascorsi dal precipitare di quella guerra? Quali le narrazioni di cui dovremmo sospettare o persino da abbandonare perché incongruenti, asimmetriche, grossolanamente dopate da intenti propagandistici? Come ricostruire le condizioni di uno sguardo e di un ragionamento capace di non farsi irreggimentare in un orizzonte di guerra per difendere la civiltà che ha permesso, coperto, alimentato il genocidio palestinese, e che ancora si guarda bene dal chiamare a risponderne gli esecutori materiali? Domande che sorgono naturali e urgenti, che ci chiamano a nuove diserzioni.</p>
<p>Il secondo problema è che il giornalismo italiano ha semplicemente rimosso l’esigenza di una messa in discussione radicale di se stesso e delle proprie responsabilità per quanto è avvenuto dopo il 7 ottobre 2023. Così non è stato, invece, per il mondo della scuola, dell’università, della sanità e del volontariato, realtà che sono state realmente scosse dall’onda d’urto del genocidio e che hanno suscitato alla fine dissensi, fratture, manifestazioni di protesta collettiva, fino all’esplosione redentrice nel movimento “Blocchiamo tutto” a settembre / ottobre 2025. Niente di simile si è dato per la maggior parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream. Nessuna trasmissione, nessuna home page si è mai oscurata, nessuno sciopero è stato fatto per interrompere la fabbrica del falso. O anche solo per ricordare i nomi dei 250 giornalisti uccisi in questo “conflitto”. Il gesto di diserzione di Oriani, tanto coraggioso nella sua umile semplicità per il momento in cui è stato assunto, è rimasto sostanzialmente ignorato. Quanti giornalisti possono dire di aver letto questo libro, quanti si sono offerti di presentarlo, ne hanno fatto uno strumento di autocritica e di polemica all’interno delle proprie redazioni? Difficile dare una risposta ma, dal di fuori, si fatica a immaginare che sia positiva.</p>
<p>“La carta stampata è l&#8217;arma più potente nell&#8217;arsenale del moderno comandante” annotava un secolo fa Lawrence d&#8217;Arabia nel suo <em>La guerriglia nel deserto</em>. Se ciò è vero anche oggi, la puntuale disamina di Oriani ci mostra inoppugnabilmente come, durante il genocidio degli abitanti di Gaza, ampia parte dei collaboratori della stampa e delle tv mainstream ha chiaramente scelto quali padroni servire, quali vittime far sparire. Se non altro, la lettera di dimissioni dell’autore a inizio 2024 gli ha risparmiato di assistere alla liquidazione del gruppo Gedi che si sta consumando in questi ultimi mesi. L’ennesimo naufragio della classe imprenditoriale il cui prezzo sarà ancora una volta pagato dai lavoratori. È però inevitabile chiedersi, dopo la lettura di questo libro, quanti siano i giornalisti rimasti in quelle redazioni, quanti invece i vigilanti e i cuochi della versione e della narrazione ufficiale da reimpiegare altrimenti per la prossima guerra. O persino per il prossimo genocidio.</p>
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<p>NOTE</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Questa triste realtà, è opportuno ricordarlo, non è solo un giudizio storico, ma è anche stata messa agli atti della causa intentata contro Israele da parte del Sudafrica presso il Tribunale Penale Internazionale de L’Aja, come dichiarato dall’avvocatessa irlandese Blinne Nì Ghrálaigh: “Questo è il primo genocidio della storia che vede le vittime trasmettere in diretta la propria distruzione nella disperata, e finora vana, speranza che il mondo possa intervenire.” (cit. p. 27)</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Emblematica la mancanza di inchiesta inizialmente, ma soprattutto la mancata rettifica successiva in merito alla (per fortuna) falsa notizia delle decine di bambini decapitati da Hamas nel quadro della strage del 7 ottobre.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr. Luigi Daniele, giurista italiano presso l’università di Nottingham: “Questa condotta bellica rivela la volontà di interpretare l’intera popolazione come un’infrastruttura terroristica.” (cit. a pag. 53)</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> “L’invasione russa dell’Ucraina e la guerra che ne è seguita hanno prodotto da subito una solida, fin troppo unilaterale narrazione. I grandi giornali italiani hanno mobilitato tutte le armi del proprio arsenale comunicativo: titolazione ad effetto, grandi fotonotizie, cronache dal fronte, testimonianze drammatiche, interviste militanti, aggettivazione pesante, appellativi marcati. […] Attorno all’invasione dell’Ucraina si è costruita da subito una narrazione a fortissima impronta etica […]. È stata un’opera avvolgente che ha posizionato giornali e giornalisti non come osservatori e narratori degli eventi ma come parti in causa, avanguardie del campo della libertà contro la tirannia, del bene contro il male, dell’aggredito contro l’aggressore, del diritto europeo contro l’arbitrio asiatico.</p>
<p>È tanto più sorprendente notare come di fronte allo sterminio dei palestinesi di Gaza, a una mattanza di bambini che solo nei primi cento giorni ha superato di quaranta volte quella ucraina, quest’arsenale comunicativo sia rimasto completamente inutilizzato. Poca cronaca e nessuna narrazione, per Gaza. Una volta alla settimana i principi degli editoriali fanno le pulci a chi critica Israele, ricordano i pericoli dell’antisemitismo, aggiustano il tiro sull’uso della parola “genocidio” o azzardano improbabili scenari geopolitici che ipotizzano la fondazione di mitologici due Stati. Il tutto tenendosi sempre a breve distanza dalla realtà dei massacri.” (pp. 45-47)</p>
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