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	<title>Andrea Raos &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Incantamenti, molteplice, identità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jun 2024 04:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
Nella mia casa conservo una valigetta di cartone dove anni fa ho chiuso un incantesimo. Ne ricordo la fonte: era un lutto per il quale ho rinnovato una delle mie molte e bizzarre promesse infantili.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-108492" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-666x1024.jpg 666w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-768x1181.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-999x1536.jpg 999w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-1332x2048.jpg 1332w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-150x231.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-300x461.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-696x1070.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-1068x1642.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-273x420.jpg 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front.jpg 1533w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" />di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Introduzione a <a href="https://www.vydia.it/it/incantamenti/" target="_blank" rel="noopener"><em>Incantamenti</em>. Antologia poetica a cura di Francesca Matteoni, Cristina Babino, Laura Di Corcia, pubblicata da Vydia Editore</a>.</p>
<p>Con poesie di Mariasole Ariot, Cristina Babino, Elisa Biagini, Maria Borio, Alessandra Carnaroli, Tiziana Cera Rosco, Laura Corraducci, Manuela Dago Pecorari, Azzurra D’Agostino, Evelina De Signoribus, Laura Di Corcia, Francesca Genti, Laura Liberale, Viola Lo Moro, Franca Mancinelli, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Laura Pugno, Marilena Renda, Mariagiorgia Ulbar.</p>
<p style="text-align: right;"><small>per Cristina, Laura e tutte le altre che sono,<br />
che verranno</small></p>
<p>Nella mia casa conservo una valigetta di cartone dove anni fa ho chiuso un incantesimo. Ne ricordo la fonte: era un lutto per il quale ho rinnovato una delle mie molte e bizzarre promesse infantili. Ho portato quella valigetta con me per quattro traslochi fino all’abitazione odierna, senza mai riaprirla, scordandomi pure del suo contenuto. Ogni tanto riappare nello sguardo. La lascio dov’è. Un incantesimo funziona meglio quando ce lo dimentichiamo, quando la volontà espressa è tale da lasciarsi la nostra persona molto indietro sul cammino. <span id="more-108404"></span></p>
<p>Alcuni incantesimi sono amuleti. Alcuni di questi amuleti sono parole. Parole-oggetto che lavorano sull’altro per tramite del suono o della scrittura; parole che crepano l’illusione di una scansione temporale, riportandoci alla rete fungina di memorie sognate e timori che è l’esserci e il dirsi presenti.<br />
Per anni mi sono addentrata negli incantesimi tramandati in Europa in un’epoca di crisi – l’era moderna della caccia alle streghe. Assonanze magico-simpatiche, invocazioni, santi nominati con lo scopo di recuperare la salute del corpo. Emorragia nasale, mal di denti, emicrania sono comuni fra le malattie che potevano essere curate per incantamento, di solito invocando qualcuno che se le portasse via: il Cristo che ferma il sangue in virtù delle sue ferite; la Madonna curatrice di ogni male; Paolo e Pietro, fondatori della chiesa (qualcosa, si dice la mente pragmatica del popolo, sapranno fare pure loro! Mettiamoli alla prova). Accanto a queste parole di guarigione vi erano quelle delle presunte streghe per guastare la comunità. L’unguento portentoso che permetteva il volo alla fattucchiera Matteuccia da Todi, arsa nel quindicesimo secolo; i versi con cui, due secoli dopo in Scozia, Isobel Gowdie si mutava in lepre; le formule delle streghe francesi per succhiare il latte del bestiame dei vicini, come bevendo rugiada in un campo. Non è tanto interessante il risultato pratico di incanti e malie, quanto ciò che lasciano emergere come materiale davvero antitetico rispetto all’ordine costituito.<br />
Tempi di crisi traggono fuori dall’umano un riconoscimento dell’universo quale luogo dove ogni cosa può essere continuamente risignificata perché contaminata, pervasa, illuminata o minacciata dall’altro. Le strutture sociali chiedono definizioni, ordinamenti, chiusure, la vita tuttavia, nella sua accezione globale, è contro-identitaria. Non dà valore alle cose in sé – queste si cantano le une nelle altre, in modi stupefacenti e spaventosi. Tempi di crisi preludono spesso al re-incanto del mondo, argomento discusso e discutibile sia nei suoi aspetti vitalistici sia in quelli più oscuri.<br />
È innegabile che tutta la terminologia dell’incanto susciti la diffidenza di una certa cultura moderna, poiché rimanda a una dimensione di dominio sull’altro, che agisce attraverso le fragilità dell’umano. Facendo leva sulle ansie e sul bisogno di fiducia delle nostre menti l’incantesimo diventa sortilegio, atto occulto di persone malevole, oppure inganno che promette facili soluzioni attraverso formule e riti. Ma questa è una prospettiva riduttiva, che rinuncia a indagare le ragioni della paura per bollarle come “superstizione”, negando all’incanto una dimensione ben più ricca, nella quale non siamo mai separati dal resto del mondo. È la molteplicità ciò che l’incanto rende a sguardi privi di pregiudizio. Come scrive l’antropologa Stefania Consigliere: «Molteplicità dei mondi, dei tempi, delle linee del passato e del divenire, dei modi di fare umanità, degli enti e dei paesaggi, delle intenzioni, delle forme di vita e di noi stessi» [S. Consigliere, <em>Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione</em>, DeriveApprodi, Roma 2020, p. 93]. Come suona quella molteplicità? La risposta mi arriva ancora dal diciassettesimo secolo delle streghe, nella voce di Calibano:</p>
<p>Non devi avere paura.<br />
L’isola è piena di rumori,<br />
Suoni e dolci arie<br />
Che danno piacere e non fanno male.<br />
A volte sento<br />
Mille strumenti vibrare<br />
E mormorarmi alle orecchie.</p>
<p>[W. Shakespeare, <em>La tempesta</em>, Atto III, Scena II, traduzione di A. Lombardi, Garzanti, Milano 1982, p. 123.]</p>
<p>Ai rumori vibranti, che conducono l’ascoltatore in un’autentica dissoluzione dell’ego, Calibano, il mostro, si addormenta e sogna. Quei rumori non animano la materia, sono la materia. Fanno paura perché dicono che niente è mai piegato del tutto al controllo, e il linguaggio si evolve in una continua approssimazione che non esaurisce, fallisce piuttosto, il senso dell’intero. Così anche un mostro diventa un poeta – lo è, di fatto, sempre stato. Questo è un luogo selvaggio, ma tu non temere, consiglia Calibano. Non è più selvaggio di te. Fidati dei suoi verbi che ti cantano là dentro e qui, fuori da te stessa.<br />
Ogni incantamento, dunque può sottendere un gesto di consapevolezza dell’altro, chiunque esso sia, che rigetta politicamente il potere contenitivo della società a favore dell’ascolto delle lingue – come cercano giustizia, come ci strappano di dosso le frontiere, come ci annunciano le loro morti e i loro desideri, come in loro coabitino, senza distinzione, ciò che opprime e ciò che viene oppresso. Ogni incantamento è radice poetica, chiamata delle esistenze all’essere reciproco e relazionale, ritmo di rottura nelle apparenze accettate come regola. La crisi del tempo odierno potrebbe essere fatale a noi come a molte altre specie con cui formiamo una famiglia interdipendente. In questa deriva, il cui motore principale è il principio estrattivista, una porzione di umanità – bianca, benestante, capitalista, tradizionalmente monoteista – ha deciso, con poca consapevolezza, lo sfruttamento di chiunque sia fuori da simili confini, fino al paradosso del suicidio. È una postura che non si stabilisce solo verso le categorie del regno animale o vegetale, su cui sembra focalizzarsi un’ecologia ingenua e nostalgica. Avviene prima di tutto verso le nostre vicende personali, nel tracciare il tempo in una linea di crescita e superamento, quando sarebbe più sensato ammettere il mescolarsi delle esperienze le une nelle altre, o confessare con sollievo che non supereremo nulla, perfino ben oltre la dantesca metà della vita. Le noi bambine scintillano come le anziane; le figlie partoriscono le nonne; il passato scrive con la sua cifra il futuro. Un incantamento trae dalla perdita linfa per altre connessioni, ma quando tutto ciò che seminiamo sono punti di non ritorno, a quale tu potremo rivolgerci, quale compromesso potremo stringere per sopravvivere immaginativamente, fisicamente? Allora un incantamento è qualcosa in più dell’opporsi allo status quo. È disfarlo, una parola alla volta. È rifare il bordo assicurandosi che ci sia posto per la sfilacciatura, per il non detto, non scritto, non deciso, perché una parte dell’incanto inizi in chi compone, ma l’ultima si schiuda in chi ridice. Cambiare la percezione da legge a canto, farlo prevedendo sempre un collettivo, attuale o a venire che sia, capace di trasformare a sua volta il messaggio.</p>
<p>Scrivo questi appunti dopo aver riletto gli incantamenti che venti voci di poete, per la maggioranza nate fra gli anni Settanta e Ottanta, hanno regalato a questo progetto antologico, curato dalla sottoscritta insieme a Cristina Babino e Laura Di Corcia. Li scrivo dopo gli innumerevoli messaggi nella nostra chat di coordinamento, variando dal personale al sociale, dalla confessione alle speranze, dalle sciocchezze alle angosce per le derive totalitariste della nostra contemporaneità. Li scrivo con preoccupazione, intenzione, riconoscenza. Non sapevo, proponendo qualche anno fa a Cristina e Laura questo lavoro e immaginandolo, come ancora lo immagino, quale primo passo di un dialogo, un laboratorio costante che partisse dalla nostra generazione, cosa avremmo raccolto.<br />
Ora ho per le mani un’opera corale, che unisce diversità di poetiche in quel molteplice di cui si diceva prima, che non teme la fastidiosa solerzia delle classificazioni e delle appartenenze. È un’opera di donne. Ancora di più: è un’opera genuinamente femminista, proprio perché rompe l’asse dei poteri per un cerchio della parola, perché fa un abito dello stigma – streghe, poetesse, perfino, citando Gloria Evangelina Anzaldúa, “attiviste spirituali” (mai così materiche, mai così dentro ciò che si vede) – affinché esso splenda e ci affranchi dalla paranoia identitaria.</p>
<p>Mariasole Ariot apre con il suo potentissimo tu allitterativo che chiama un ritorno mentre spalanca l’inconcepito e inconcepibile sfaldamento di ogni terra immaginata. Cristina Babino ci immette nel tentativo impossibile di superare un lutto, ri-cantandosi negli oggetti di un lungo tempo insieme ai morti, fino alla reciproca liberazione. Elisa Biagini affonda e incontra i corpi in sostanze del mondo vegetale, senza alcun lirismo panico, dissezionando, piuttosto, le parti vitali fino all’essenza. Maria Borio vanifica ogni nettezza riguardo alla sua persona o alla parola casa, affidandoci imperativi e domande che confondono il noi negli elementi. Alessandra Carnaroli sovverte, in una sequenza di anafore, la vittima e il carnefice come un fermo gridare fuori dalle voci e dalla morale maggioritaria. Tiziana Cera Rosco decide il viaggio nell’altro (amato, rivale, specchio) per il recupero di una limpida cura di sé, fuori da falsi conforti. Laura Corraducci detta nei versi un’eredità poetica, prestando la voce a tre artiste del passato e alla loro opera, ridefinendo una genealogia familiare. Manuela Dago Pecorari scrive formule magiche in forma di filastrocca, riannodando al presente il filo di una sapienza infantile da mandare a memoria. Azzurra D’Agostino guarda, lontana da ogni istinto predatorio, agli animali e alle piante per lasciarsi mostrare la partecipazione trepidante e concreta all’esistenza. Evelina De Signoribus evoca un gesto antico di tessitura e racconto, dove i morti respirano nei vivi, li incontrano nei segni delle stagioni. Laura Di Corcia trasforma l’incantesimo in esercizio di autodeterminazione, che afferma innocenza e divergenza, in una pratica di fiducia fra bambina e adulta. Francesca Genti segna una rotta di congedo, lasciando tuttavia che chi muore sia ancora ospite del quotidiano, senza soluzione fra tristezza e gratitudine. Laura Liberale cerca il rito per discendere nello spirito, in una meditazione verso gli inferi la cui uscita è nella dignità dell’altro animale. Viola Lo Moro scrive come una rabdomante urbana trovando l’altra sul fondo dell’acqua per opporre, insieme, una danza anarchica a un sistema codificato. Franca Mancinelli scandisce il ritmo in un cammino dove guidano i piccoli, gli inermi: a essi conferisce la capacità di sollevare il mondo. La sottoscritta usa gli incantesimi per definirsi dentro l’altro, sia esso un approdo, un distacco o una mutazione animale che ricrea il linguaggio. Renata Morresi dona la voce alla bambina in un’istanza di giustizia contro il male, una maledizione immersiva che benedice ciò che siamo state. Laura Pugno ci soffia nella dimenticanza della specie come in un’origine minerale dove la scrittura sarà restituita ad altri tracciati viventi, non umani. Marilena Renda affila e non lenisce il conflitto familiare delle generazioni, rivendicando la rabbia, un incedere zoppo che frantuma illusioni e attese. Mariagiorgia Ulbar ci sospende in una sequenza meravigliata e inquieta come una ninna nanna, con cui ricominciare l’infanzia finita nel sonno degli adulti.</p>
<p>Infanzia, transpecismo, post-umano (o pre-umano), casa, ritorno, discesa, eredità, lutto, ferita, rito, anatema, contro-magia, maternità, ombra, corpi, origine, trasmutazioni, ibrido; sono fra le prime parole-soglia che riconosco in questa mappa antologica di poesia. Invito ognuno a trovare le sue per seguire sentieri di incontro su cui perdersi ripetutamente. Alcuni di questi testi faranno parte di lavori in divenire delle autrici e mi piace pensarli come semi comunitari.<br />
Forse, infine, gli incantamenti non esprimono un fare, per mezzi invisibili e trasversali, nel tempo e nello spazio che abitiamo, ma uno stupirsi della loro natura multiforme, la loro irriducibilità a una versione utilitaristica di progresso e sviluppo.</p>
<p>Torno alla mia valigetta e al suo contenuto. È qui davanti a me. Cosa volevo che si avverasse? Volevo che il dolore trascorresse, volevo ricordare in oggetti, vicini ma separati da me, fino a lenire la mente? Credo che, senza saperlo, senza averlo deciso a priori, volessi soprattutto evocare un luogo per ciò che non può essere espresso. Perché la materia sia materia. L’altro, nella vita e nella morte, sia sciolto dai legami.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Geografia umana dell’alterità e migrazione del corpo. Su “Isola aperta” di Francesco Ottonello</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/06/05/geografia-umana-dellalterita-e-migrazione-del-corpo-su-isola-aperta-di-francesco-ottonello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jun 2023 04:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Ottonello]]></category>
		<category><![CDATA[Interno Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Teresa Tommasini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Teresa Tommasini </strong>  <br />
Con un verso di Hart Crane «la memoria, affidata alla pagina, è stata rotta» si apre l’arcipelago di poesie che compongono Isola aperta Isola aperta (Interno Poesia, 2020, pref. Tommaso Di Dio, Premio Gozzano e Premio Internazionale di Letteratura Città di Como Opera Prima).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Teresa Tommasini</strong></p>
<p>Con un verso di Hart Crane «la memoria, affidata alla pagina, è stata rotta» si apre l’arcipelago di poesie che compongono <i>Isola aperta </i>(<a href="https://internopoesialibri.com/libro/isola-aperta/" target="_blank" rel="noopener">Interno Poesia</a>, 2020, pref. Tommaso Di Dio, <a href="https://internopoesia.com/concorsi-letterari/xxiii-concorso-nazionale-di-poesia-e-narrativa-guido-gozzano/" target="_blank" rel="noopener">Premio Gozzano</a> e <a href="https://internopoesia.com/concorsi-letterari/premio-internazionale-di-letteratura-citta-di-como-2023-x-edizione/" target="_blank" rel="noopener">Premio Internazionale di Letteratura Città di Como</a> Opera Prima). È questa stessa epigrafe a introdurci <i>in medias res</i> nell’aura di declino e di infuturibilità del poeta e forse dell’intero genere umano. La prospettiva da cui il crepuscolo della rigeneratività viene osservato è la peculiarità di questa raccolta, non di rado affiancato dal tema del <i>nostos</i>, il viaggio attraverso cui l’autore ritorna presente a se stesso dopo essersi espatriato, vissuto come un esodo da sé per approdare ad altro, per “fare di sé un altro sé”, come recita il titolo shakespeariano <i>Fai di te un altro te</i> (con un’eco del sonetto X). <span id="more-103363"></span> Accanto al <i>nostos</i> si inserisce anche il tema del contrasto tra apertura e chiusura, intrinsecamente connesso all’idea di isola, da leggersi ora come antitesi memoria/oblio, ora evasione/reclusione, o ancora vita/morte. La sterilità, uno dei <i>Leitmotive</i> della raccolta, fa il suo ingresso sin dalla poesia d’apertura <i>Sarai sterile, tua madre morirà</i> per poi riverberarsi lungo tutta la raccolta, trovando terreno fertile soprattutto nella terza sezione –<i> Censurato</i>. Qui, la sterilità è indagata da una prospettiva omoerotica e viene resa attraverso diverse suggestioni: l’assenza della donna, punto di entrata e di uscita di ogni vita futura («La donna, ma verrà a mancare. […] una, una vita senza entrata»); l’acerbità dell’uomo (suggerita anche dal titolo della quinta sezione <i>Una riproduzione acerba</i>), ora destinato a scomparire come i «ragazzi acerbi» di <i>Sterilità</i>, ora destinato a rimanere «lì fermo per sempre» nel «verde / acerbo»; l’evirazione, declinata metaforicamente su un io alienato, «che non significa niente», a tal punto insignificante da essere “evirato dalla grafia” (come suggerisce il titolo della poesia <i>Evirarsi dalla grafia</i>). Solo attraverso l’espatrio, l’emersione e l’eccesso (còlto nel suo senso etimologico) l’io, nella poesia conclusiva della sezione <i>Una riproduzione acerba</i> (la già menzionata <i>Fai di te un altro te</i>), oltrepassa il limite fisico della sua origine biologica ed emozionale («Questo emergere è espatriarsi / oltre il latte materno e le galassie»), “lacerando” quell’<i>insula</i> («una piccola regione nella corteccia cerebrale […] Gli scienziati dicono che proprio lì si prenderebbe coscienza della mente e del corpo e, se vi subissimo un grave danno, saremmo per sempre slegati da noi. Ci troveremmo davanti a una totale assenza di empatia») di cui parla nella prosa <i>Schwarzwald, 2015,</i> accompagnata da una fotografia in bianco e nero, fino a infinitarsi nello sparire e a ricongiungersi con il suo nome: «vivi sbranando, sapendo sparire / una volta infinitamente per tutte / per finirla, per finirci, Francesco».</p>
<p>L’impossibilità di generare la vita apre a un’altra dominante della raccolta: l’io lirico autoriale sembra alla ricerca di un rispecchiamento consustanziale con il paesaggio che lo circonda. Si tratta però di un’identificazione instabile, così come instabile e straniato è il paesaggio rappresentato: siamo di fronte a una primavera in stato di crisi, in cui la forza rigeneratrice della natura deve fare i conti con l’imminente predestinazione allo sradicamento («io che faccio le radici / per essere staccato, per portarmi via») e con l’impossibilità di rinascita («vedo alberi senza oltre in me»). La potenza di questa crisi si fissa nell’immagine del vento, emblema di instabilità ma, paradossalmente, anche l’unica certezza rimasta («ora resta il vento / nel giardino fiorito della casa»).</p>
<p>La fragilità del ricordo affidato alla memoria con cui si apre la raccolta ritorna circolarmente nella poesia di congedo <i>Affrancati Franco, affranchiamoci tutti</i>. Dopo aver pianto «il mondo prima di me», dopo aver perso l’isola, essersi sradicato e censurato, quello che «resterà» dell’io poetico è «un solstizio, un corpo chiuso / nerissimo tra due mani impossibili». L’inizio di qualcosa di nuovo che ancora una volta è vacillante, tra il torrido e il gelo, si apre nel segno chiuso di una impossibilità: a essere persa è anche la potenzialità della memoria transitiva di ricostruire e traghettare definitivamente gli insegnamenti della storia verso il futuro. È una memoria fragile, fragile come la carta destinata a spezzarsi ma fragile anche per la portata di ciò che si scrive: «qualcosa che non esiste / se è esistito si perde». Eppure non è nel segno della disperazione passiva che <i>Isola aperta</i> si chiude, proprio l’accettazione della perdita e dell’isola aprono verso una tensione rinnovata: «Dimmi adesso perché scegli di vivere» recita il verso isolato finale. Rivolgendosi a un “tu”, indefinito quanto universale, emerge la voce di chi, dalla propria isola, con «un disperato gesto del domani», tende ripetutamente al tu-mondo interrogandolo sul senso immanente dell’esistenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La traduzione del testo poetico tra XX e XXI secolo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/03/18/la-traduzione-del-testo-poetico-tra-xx-e-xxi-secolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2022 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Testo a fronte]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[a cura di Franco Buffoni [Molto volentieri segnalo l&#8217;uscita di questo volume per le edizioni Interlinea. Dice la quarta di copertina: &#8220;I maggiori autori e studiosi della traduzione letteraria sono raccolti in un libro di riferimento a cura di Franco Buffoni, tra i massimi esperti del settore a livello europeo. Da Bonnefoy e Sanesi a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-97050 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Traduzione-cover-1-1-300x203.png" alt="" width="300" height="203" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Traduzione-cover-1-1-300x203.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Traduzione-cover-1-1-1024x692.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Traduzione-cover-1-1-768x519.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Traduzione-cover-1-1-1536x1038.png 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Traduzione-cover-1-1-2048x1384.png 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Traduzione-cover-1-1-150x101.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Traduzione-cover-1-1-696x470.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Traduzione-cover-1-1-1068x722.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Traduzione-cover-1-1-1920x1298.png 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Traduzione-cover-1-1-621x420.png 621w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />a cura di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>[Molto volentieri segnalo l&#8217;uscita di questo volume per le <a href="https://www.interlinea.com/scheda-ebook/franco-buffoni/la-traduzione-del-testo-poetico-tra-xx-e-xxi-secolo-9788868574482-435014.html" target="_blank" rel="noopener">edizioni Interlinea</a>. Dice la quarta di copertina: &#8220;I maggiori autori e studiosi della traduzione letteraria sono raccolti in un libro di riferimento a cura di Franco Buffoni, tra i massimi esperti del settore a livello europeo. Da Bonnefoy e Sanesi a Bacigalupo, Magrelli e Gardini, sono messi in luce i diversi aspetti del tradurre, nell’idea che occorra comprendere e monitorare «il concetto di costante mutamento e trasformazione che è delle lingue e della traduzione, come metafora del nostro esistere».&#8221;<br />
Riporto qui due stralci dell&#8217;introduzione di <a href="https://francobuffoni.it/" target="_blank" rel="noopener">Franco Buffoni</a>. a.r.]<br />
<span id="more-96819"></span></p>
<p>«Come riprodurre, allora, lo stile?» è la domanda che poco fa abbiamo lasciato in sospeso. Il nocciolo del problema, a nostro avviso, sta proprio nel verbo usato per porre la domanda: riprodurre. Perché la traduzione letteraria non può ridursi concettualmente a una operazione di riproduzione di un testo. Questo può valere al massimo per un testo di tipo tecnico, per il quale è – tutto sommato – congruo continuare a parlare di decodifica e di ricodifica. L’invito nostro è invece a considerare la traduzione letteraria come un processo, che vede muoversi nel tempo e – possibilmente – fiorire e rifiorire, non “originale” e “copia”, ma due testi forniti entrambi di dignità artistica. [&#8230;] Il concetto di “movimento” del linguaggio nasce proprio dalla necessità di guardare nelle profondità della lingua cosiddetta di partenza prima di accingersi a tradurre un testo letterario. L’idea è comunemente accettata per la cosiddetta lingua di arrivo. Nessuno infatti mette in dubbio la necessità di ritradurre costantemente i classici per adeguarli alle trasformazioni che la lingua continua a subire. Il testo cosiddetto di partenza, invece, viene solitamente considerato come un monumento immobile nel tempo, marmoreo, inossidabile. Eppure anch’esso è in movimento nel tempo, perché in movimento nel tempo sono – semanticamente – le parole di cui è composto; in costante mutamento sono le strutture sintattiche e grammaticali, e così via. In sostanza si propone di considerare il testo letterario classico o moderno da tradurre non come un rigido scoglio immobile nel mare, bensì come una piattaforma galleggiante, dove chi traduce lavora sul corpo vivo dell’opera, ma l’opera stessa è in costante trasformazione o, per l’appunto, in movimento. In questa ottica, la dignità estetica della traduzione appare come il frutto di un incontro tra pari destinato a far cadere le tradizionali coppie dicotomiche, in quanto mirato a togliere ogni rigidità all’atto traduttivo, fornendo al suo prodotto una intrinseca dignità autonoma di testo.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Fu proprio dall’opportunità che nel 1988 mi diede l’Università di Bergamo di organizzare il convegno <em>La traduzione del testo poetico</em> che l’anno successivo nacque il semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria “Testo a fronte” giunto oggi felicemente al sessantesimo numero. Ricordo che in quegli anni sentivo la mancanza di un denominatore che fosse comune, da un lato al mio lavoro di ricercatore, dall’altro a quello di traduttore di poesia. Lo trovai nella scienza della traduzione.<br />
Ricordo che durante quel convegno molti autorevoli ospiti, la cui testimonianza è presente anche in questo volume, ancora rifiutavano il termine irridendolo, ma non perché “brutto”, o almeno non soltanto per quello (ricordo che qualcuno propose “translatica” in sostituzione): il rifiuto era più grave e radicale, e riguardava il fatto stesso che potesse esistere una scienza della traduzione.<br />
Oggi questa diatriba è alle spalle, ma come sarà chiaro leggendo i contributi dei poeti più giovani in questo volume, difficilmente si avrà la sensazione di una applicazione pedissequa di teorie elaborate a freddo. La traduzione letteraria, e quella di poesia in particolare, è un’attività naturalmente empirica.<br />
Rispetto agli atti del convegno che organizzai nel 1988 all’Università di Bergamo, e rispetto alla prima ristampa del volume avvenuta nel 2005, in questa seconda ristampa riveduta e ampliata una nuova generazione di poeti-traduttori è ormai diventata protagonista. Ciò mi ha indotto a suddividere in tre macro-sezioni gli interventi selezionati, aprendo il volume con un grato pensiero ai maestri che nel convegno di Bergamo dell’88 furono protagonisti; facendo seguire una seconda sezione intermedia dedicata a coloro che allora rivestirono il ruolo dei “giovani”, e chiudendo con alcuni giovani di oggi che hanno scelto di continuare a ricercare e a produrre nell’impervio e spesso ingrato campo della traduzione di poesia, dando per scontato che il confine fra poesia e prosa è ormai diventato più fluido. E quindi più che mai attenti ad operare sulla sintassi, sullo straniamento e sul ritmo interno della frase. In una sorta di nevrotica e sconsolata ricerca di qualcosa che si sa già in partenza non potrà essere definitiva, rivelatoria o tanto meno trasgressiva.<br />
Anche questa riflessione ha insito in sé il concetto di costante mutamento e trasformazione, che è delle lingue e della traduzione come metafora del nostro esistere.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>XV Quaderno di poesia italiana contemporanea</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/09/29/xv-quaderno-di-poesia-italiana-contemporanea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Sep 2021 04:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Bertini]]></category>
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					<description><![CDATA[[Volentieri presento il XV Quaderno di poesia italiana contemporanea (Marcos y Marcos, 2021) con la prefazione di Franco Buffoni e una selezione di testi a cura di Francesco Ottonello, che ringrazio. a.r.] Franco Buffoni Prefazione “Come si riconosce una poesia?” si chiede Antonella Anedda presentando in questo volume la silloge Diritto all’oblio di Sara Sermini, dandosi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-92959 size-thumbnail" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Quaderno-Cover-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Quaderno-Cover-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Quaderno-Cover-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Quaderno-Cover-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Quaderno-Cover.jpg 600w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /> [Volentieri presento il <em><a href="https://marcosymarcos.com/libri/quindicesimo-quaderno-italiano-di-poesia-contemporanea/" rel="noopener" target="_blank">XV Quaderno di poesia italiana contemporanea</a></em> (Marcos y Marcos, 2021) con la prefazione di Franco Buffoni e una selezione di testi a cura di Francesco Ottonello, che ringrazio. a.r.]</p>
<p><strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><em>Prefazione</em></p>
<p>“Come si riconosce una poesia?” si chiede Antonella Anedda presentando in questo volume la silloge <em>Diritto all’oblio</em> di Sara Sermini, dandosi una risposta che è insieme definizione e massima: si riconosce una poesia “dal fatto che tiene, conservando la sorpresa, in una strategia di prossimità̀ e distanza”. Perché́ Sermini “mostra di saper sorvegliare gli elementi, gli umori della materia che tratta”. Come la stessa poeta dimostra con i suoi versi: “La realtà̀ è quella del sopravvissuto. / Nel bulbo dell’occhio riflesso sul vetro / piovono case, finestre illuminate, passi”.<span id="more-92955"></span></p>
<p>Procedendo – per una volta – con l’ordine alfabetico al contrario, per quanto riguarda i poeti, ma corretto per quanto attiene i prefatori, entriamo nel vivo di un anniversario: il trentesimo anno di vita dei <em>Quaderni</em>, nati nel 1991 per volontà̀ mia e di Giuliano Donati da una costola del semestrale «Testo a fronte» presso l’editore Guerini e Associati. Con una breve permanenza da Crocetti alcuni anni dopo, e infine l’approdo a Marcos y Marcos.<br />
Un’iniziativa che mirava e tuttora mira a presentare ogni due anni sette tra le nuove voci poetiche più̀ significative, prescindendo dall’appartenenza a singoli gruppi o tendenze. Cercando sempre il meglio, ovunque lo si possa scovare.<br />
Questo intendimento mi dà subito modo di festeggiare un altro approdo, quello del primo poeta sardo nei <em>Quaderni</em>: Francesco Ottonello, classe 1993, che forte dei suoi studi classici si è dato il compito di analizzare i riusi del latino nella poesia italiana contemporanea. Come scrive Paolo Giovannetti presentando <em>Futuro remoto</em>, con Ottonello “si trascorre da una scrittura a dominante autobiografica, incentrata su un luogo, la Sardegna, a una scrittura a dominante distopica, incentrata su una spazialità̀ sfuggente, ‘rizomatica’”. “Stai solo. in monca radice / per un gesto senza più̀ canto / perso, perso” gli replica idealmente l’autore, alla ricerca di un volgare primigenio che ricorda la conquista romana dell’isola: “cada die pro totus sos mundus et dies / vivi sbranando, sapendo sparire / una volta infinitamente per tutte”.<br />
Già̀ da queste prime avvisaglie critiche e poetiche si comprende come non sia stato facile il lavoro di selezione che ha impegnato per più̀ di un anno il Comitato di lettura (Umberto Fiori, Massimo Gezzi, Fabio Pusterla, Claudia Tarolo, Marco Zapparoli) che ho l’onere e l’onore di coordinare. Come sempre, mentre è possibile compiere abbastanza agevolmente la prima selezione – riducendo da duecento a trenta le candidature – diventa alquanto arduo in seguito procedere alla riduzione a quindici e infine a sette, perché́ in ciascuna di quelle trenta sillogi si sono rilevati veri motivi di interesse critico e di originalità̀ nella resa poetica. Per questo, nel novembre scorso, mentre si rendevano noti i nomi dei sette poeti inclusi, si è ritenuto opportuno comunicare anche quello dei trenta autori giunti all’ultima selezione.<br />
Proseguendo con il nostro ordine alfabetico al contrario incontriamo gli incantevoli paesaggi, non privi di angosciose striature che caratterizzano <em>La danza degli aironi</em> di Matteo Meloni e i <em>Testimoni</em> del musicologo e musicista Emanuele Franceschetti. “Cercano il riposo / degli alberi, le pazienti praterie. / Nel sonno tra le piume li guida / il petto ampio della terra” afferma Meloni, che sul fondale delle Alpi Cozie e Graie ha saputo costruire un’unità capace di contenere la storia umana. Come rileva il suo prefatore Pusterla (col quale l’incontro “poietico” appare notevole) nella poesia di Meloni incontriamo “la più̀ breve vicenda personale, e insieme il ritmo biologico e geologico della montagna e dei suoi elementi; un antropocene rovesciato di segno”. Mentre in Franceschetti “l’io, i corpi, si ammassano sui treni, nei musei, si stratificano nei condomìni, producono parole, rumori, sorrisi, muoiono o si tolgono la vita”. Lo constata Gezzi, prefatore e conterraneo dell’autore, sottolineando come in questa poesia siano i segni sonori – campane, canti, rantoli, gridi, voci interiori – a invitare “alla partecipazione della sorte di tutti”. Perché́, e diamo voce al poeta: “Non posso dirti il corpo / che mi resiste ancora, / corpo che non è spirito / ma terra scossa, carne spalancata”.<br />
Un altro bell’incontro “poietico” tra due voci femminili si verifica accostando i testi della giovanissima Linda Del Sarto alle riflessioni critiche di Franca Mancinelli. Se la poeta in <em>Questi che siamo</em> afferma: “Due corpi che a parlare / fanno luce: il mio ti / vedeva per com’eri”, l’acuta prefatrice individua in questo dettato “la magica equivalenza che rende la parola capace di farsi essa stessa realtà̀”. E attraverso le brevi sequenze del reale ritagliate da Del Sarto – che fanno da sfondo al rapporto con l’altro maschile, giustificando in qualche modo il titolo al maschile della silloge – si giunge un po’ a sorpresa alla parte finale della raccolta, che capovolge al femminile il titolo (<em>Queste che siamo</em>) escludendo completamente ‘il maschile’.<br />
In questo <em>Quaderno</em> appare rispettata anche un’ampia rappresentanza regionale: dal Piemonte di Meloni alle Marche di Franceschetti, dalla Lombardia di Sermini alla Sardegna di Ottonello, alla Toscana di Del Sarto, giungiamo al Veneto di Simone Burratti, che con la silloge <em>Nuovi modi per uscirne</em> si conferma una delle voci più̀ ragguardevoli della nuova poesia italiana: “Io non sto male perché́ non sei qui / ma perché́ ci sei stata. / Io che per te sono stato soltanto un erasmus”. Come autorevolmente osserva il prefatore Guido Mazzoni: “Burratti tende a una forma di scrittura bianca e neutra, dà per scontato che il confine fra poesia e prosa sia fluido. Burratti lavora invece sulla sintassi, sullo straniamento e sul ritmo interno della frase”. E se “una richiesta di trascendenza non si può̀ dichiarare perché́ diventerebbe ridicola”, le cose infine “si fanno lo stesso, ma senza crederci, senza esserne fieri e senza pensare che siano un’esperienza rivelatoria o, peggio, trasgressiva”.<br />
Ho parlato di regioni italiane, ma ormai con queste nuove generazioni di autori si fa sempre più̀ fitto un internazionalismo, che “è nelle cose”. Burratti è originario della Tuscia e vive a Padova, però dichiara di essere nato a Dunwich, un borgo costiero della contea di Suffolk in Inghilterra. Ma Dunwich è anche una città immaginaria, creata dallo scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft, per fare da sfondo ai suoi racconti più̀ noti: il racconto horror <em>L’orrore di Dunwich</em> – ricordiamolo – apparve nel 1929. Dobbiamo attenderci da Burratti altri eteronimi?<br />
Sono anche poliglotti i nostri poeti: Sermini è trilingue e studia in Svizzera, Ottonello ha studiato in inglese in Germania, ma legge poesia anche in francese, spagnolo e greco; Linda Del Sarto traduce dal polacco; Meloni – che sembra tanto saldamente legato alle sue vette piemontesi – è nato a Roma ed è dottorando a Chapel Hill in North Carolina. Più̀ stanziali parrebbero (ma non ne siamo sicuri) Franceschetti che sembrerebbe essersi limitato ad inurbarsi nella Capitale, e Dario Bertini col quale chiudiamo la nostra rassegna.<br />
Bertini pare giocare i suoi spostamenti tra Milano Nord-Ovest, dove nasce (a Legnano) e Milano Sud, dove ha studiato e attualmente abita (a Pavia), con una coerenza degna della convinzione pessoviana che viaggiare sia inutile: “Ovunque mi trovassi con chi starei se non con me stesso?” E mettendo in pratica la massima wittgensteiniana – poi fatta propria da Vittorio Sereni – secondo la quale è possibile diventare profondi scrittori solo continuando a scavare il medesimo terreno nei propri immediati dintorni. Me lo vedo Bertini che esce dai cortili che furono di Ugo Foscolo e di Alessandro Volta per svoltare nel vicolo dell’Osteria delle Carceri del suo amico Andrea De Alberti, che lo segue da anni e che anche in questa occasione lo descrive come uno che scava “con grande cautela in quel piccolo fazzoletto di terra che è un letto d’ospedale. La lucertola, il merlo, le blatte, il canarino giallo, i gatti, le mosche, i cani, un colibrì̀, le formiche, i pesci, perfino i cammelli, cerbiatti, conigli, volpi, la marmotta, il capriolo e per finire un drago!”, nella profondità “di un abitare soppresso in un modo o in un altro dalla mancanza di movimento”. E con quel suo titolo <em>Il caffè della sala infermieri</em> (“A ben vedere, la cameriera assomigliava ad una stufa a gas: / con le sue piccole fiammelle blu / sorrideva ai clienti”) che non si dimentica facilmente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sara Sermini</strong><br />
da <em>Diritto all’oblio</em><br />
Medicago sativa</p>
<p>I</p>
<p>Li conservano in teche di ferro battuto<br />
i vostri rami: femori, falangi, radî,<br />
ulne e cumuli di cranî. A seccare<br />
come erba medica che nutre ma non cura.</p>
<p>Vostri, di gente sconosciuta, abbracciata<br />
in questi ossarî, o forse soltanto<br />
impilata come i libri negli antiquarî.<br />
Oppure separata in blocchi di cemento<br />
asettici, in quadrati asfittici, chiamati<br />
colombarî: sotto al tetto si accentua<br />
la caduta, segno che le accumulazioni<br />
si producono per perdite.</p>
<p>La casa dei morti invece è senza copertura,<br />
incompiuta, e poi abbandonata, eppure<br />
ornata di fiori finti e vasi e foglie<br />
da spazzare, erbacce da estirpare.</p>
<p>II</p>
<p>La morte è sopravvalutata. L’ho letto<br />
una volta su un libro. Siamo noi<br />
a tenerla in vita. Occorrerebbe, dicono,<br />
smetterla di credersi il centro del mondo.<br />
Bisognerebbe dimenticarsi della parola<br />
‘importanza’, o stringerla piano<br />
alla sola ‘portanza’ in genere, capacità massima di carico</p>
<p>Aggrappata alla teoria tentavo di capire<br />
la vulnerabilità, l’inermità, la povertà,<br />
l’astrazione di ogni realtà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Ottonello</strong><br />
da <em>Futuro remoto</em></p>
<p>||<br />
muru muru riu riu a s’anda anda<br />
unu pitzinnu malandrau ch’at biu<br />
sa vida ch’iscurribat irmenticada<br />
brulla brua, cua cua, como como est.<br />
no podemus ischire poite no torrat<br />
sa vida est una mitza semper appeddende<br />
ma andende andende eo chirchu su fogu<br />
ca mi podat annegae artzadu in bolu<br />
–<br />
lungo il muro, lungo il fiume si va<br />
come un ragazzo ferito che ha visto<br />
la vita che scorreva dimenticata<br />
scherzando, a nascondino, proprio ora.<br />
non possiamo sapere perché non torna<br />
la vita è un torrente, borbotta sempre<br />
ma mentre si va io cerco quel fuoco<br />
che alzandomi in volo mi anneghi</p>
<p>||<br />
tutte le epoche ora non esistono più<br />
il tempo è tutto in un punto, non c’è<br />
altro, continuo nascere e solitudini<br />
stalagmiti cunicoli segmenti<br />
stasi tesi steli gameti<br />
recedendo mani, peli<br />
piedi, sogni recalcitrando<br />
androni, bosoni, polimeri<br />
–<br />
sei un punto tagliato ora, un sibilo<br />
uno sputo proiettato in una mente<br />
una veglia approssimata in uno schema<br />
la vagina di un’eterna battaglia<br />
–<br />
scienza esatta era è questa mia lingua<br />
saliva netta, che mai avesti osato.<br />
l’intrusione nell’ossame fomenta<br />
fami foniche e fantasie incavate<br />
–<br />
il pomo virtuale di un albero inesistente<br />
cogli, residuo di umano che stenti.<br />
questa lingua è la fine del miracolo<br />
un’alba fossile, che avrai dimenticato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Matteo Meloni</strong><br />
da <em>La danza degli aironi</em></p>
<p>Portano doni offerte generose<br />
quegli sciami di farfalle<br />
nel cuore dell’estate.<br />
Vanno tra le curve dove piega<br />
la collina sulle case<br />
un oracolo di oleandri.</p>
<p>*<br />
Da queste malghe non passa più nessuno.<br />
Il ginepro è cresciuto negli anfratti,<br />
le betulle si sporgono<br />
dalle vecchie finestre.<br />
Sarà una folla di ortiche ad accogliere<br />
i viandanti, a popolare<br />
la cerimonia della neve.</p>
<p>*</p>
<p>Disinfetta la ferita<br />
la foglia dell’olmo,<br />
nasconde le cicatrici.<br />
Adesso scorre la linfa dell’albero,<br />
si dilegua il passato<br />
tra la folta corteccia, l’invisibile<br />
orditura delle ragnatele.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Emanuele Franceschetti</strong><br />
da <em>Testimoni</em></p>
<p>Trois pour le suicides</p>
<p>*<br />
Arrivò la conferma del suicidio.<br />
Poi venne l’imbarazzo, il silenzio obbligato,<br />
la parafrasi a margine di un testo già annunciato.<br />
Nessuno uscì dal proprio nascondiglio,<br />
ciascuno volle immaginarsi <em>altrove</em>.<br />
Qualcuno finì per riconoscersi nel fondo, irreparabile.</p>
<p>**<br />
Ogni cosa era stata predisposta, ma il transito che fulmina sorprende<br />
anche il decreto più inflessibile. Si è impiccato nei depositi della macelleria,<br />
nel freddo che conserva le carcasse, tornando dal viaggio di nozze,<br />
vinto chissà come da un tempo che non sazia.</p>
<p>***<br />
Gli oggetti ritrovati sono un paratesto inessenziale. Pensi alla diretta<br />
televisiva che restituisce il contesto geografico e familiare. Pensi al<br />
giornalista in funzione epica nella drammaturgia complessiva. Ti chiedi<br />
quali parole avrebbero potuto evitare il gesto. Ora la morte ha chiuso la<br />
partita. Ti chiedi se questo sia dicibile in una forma verbale, attraverso<br />
procedimenti retorici efficaci o con l’utilizzo di un lessico specifico. Ti<br />
chiedi se sia davvero necessario dire ‘testimoni oculari’, ‘rilevamento’,<br />
‘esame autoptico’. Ti chiedi se si sia ucciso per impazienza. Pensi al cranio<br />
di Gerico, alla morte diecimila anni fa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Linda Del Sarto</strong><br />
da <em>Questi che siamo</em></p>
<p>Lenta era la fame che ti viene.<br />
Chiedeva scusa dopo aver ucciso,<br />
immiseriva tutto quanto eri.</p>
<p>Io la sapevo sempre la tua guerra.</p>
<p>La scala che tenevi al quarto piano<br />
serviva per salire a ritrovarti:<br />
mi porta piano ancora a dove vivi,<br />
a prendermi la cura, le tue mani.</p>
<p>**</p>
<p>Due corpi che a parlare<br />
fanno luce: il mio ti<br />
vedeva per com’eri – dirottava<br />
ogni tuo passo, che<br />
non finisse mai<br />
il viaggio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Simone Burratti</strong><br />
da <em>Nuovi modi per uscirne</em></p>
<p>ESORCISMI<br />
Quello che si chiama fallimento ma è piuttosto una conferma programmata, registrazione puntuale delle ricadute attese, assecondate, previste ancora prima del loro sviluppo, forse o quasi, sul tavolino dell&#8217;I Ching o sotto le coperte che portano consiglio, che portano sfortuna, dietro le falle e procrastinazioni quotidiane, che ci sia il sole o la pioggia, che ci siano quelle nuvole che vanificano ogni narrazione altrove, divano sufficienza occhi che non si accendono, dedizione all&#8217;errore, inceppamento dell&#8217;azione entro l&#8217;orario post-pomeridiano</p>
<p>posso raccontare una storia e cioè quella della noce in mezzo agli occhi, che è simile al tumore di mio nonno ma meno grande di una palla da golf, la mia noce è più piccola e soprattutto la custodisco con cura nel comodino tirandola fuori solo in caso di pericolo, irrequietezza o stizza, odio e elettricità, quando sento che il braccio mi diventa gigantesco e vorrei colpire un muro, o una parete di legno, o una vetrina che deride, toro, alcolismo, capacità di irritazione superiori al consigliabile che sfociano in spaccature e/o immobili distrutti, espressioni di cui non ero a conoscenza, allora tiro fuori la mia noce dal cassetto e vado a lanciarla contro le serrande dei vicini, contro i lampioni che dividono la strada, da dove sono io a dove non posso</p>
<p>guardarla, passarla fra le dita, tenerla stretta in mano fino all’esito delle nocche bianche, di notte meglio che di giorno di notte meglio che quando la gente vede, giudica e passa avanti, la mia noce che è un eremo in miniatura, figura-e-compimento, riassunto del mio reticolo inerziale, inaggirabile</p>
<p>eppure sì, ci sono stati e ancora c’erano momenti di pianure e pianure, vasti possedimenti di relazione non virtuale, non irritabile, non contemporanea, come un mondo possibile che si apre negli occhi e fa stare caldo il corpo-mente del bambino, qualcosa per cui dormire, vivere ogni esperienza il giorno dopo, nel letto, solo per ripensarla, consumarla fino al tutto-è-completato, fino al tutto-è-finito, tutto mi crea un cerchio spaventoso di niente fuga e prospettive, non come le montagne o il mare, non come le finestre di casa affacciabili dove il vento risponde attraverso consonanti fricative, una che vale l’altra</p>
<p>certi giorni mi sento così stanco, così lasciato andare che dentro o fuori non fa differenza: il bel tempo non reagisce, il materasso scava lo sprofondamento della schiena, e io non ho più la forza per immaginarmi in piedi</p>
<p>ma questo non importa perché ho sempre la mia noce nel cassetto, pulita, levigata, nuda che non l’ha mai vista nessuno, la sua condensazione primordiale quando c’erano solo occhi, mani e poco linguaggio, la noce che posso tenerla sotto il cuscino, sentirla ferma senza che faccia niente, nessuna pulsazione, nessuna vibrazione, nessun pericolo, un&#8217;assicurazione sulla vita, con quel presentimento che non crescerà e non diminuirà, non diventerà, come tutte le cose che mi piacciono perché non mi richiedono, e poi non vanno via.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Dario Bertini</strong><br />
da <em>Il caffè della sala infermieri</em></p>
<p>L&#8217;autopsia dell&#8217;angelo</p>
<p>quando è arrivata nella stanza sembrava tutto nella norma:<br />
dalla statura non si intuiva niente, la schiena scivolava diritta,<br />
parallela al lettino metallico; la pelle luminosa<br />
avrebbe potuto essere un segnale: nessuna cicatrice<br />
neanche un neo o una piccola macchia; nel referto<br />
si diceva avesse oltrepassato i settanta, ma appariva<br />
più giovane in modo sorprendente:<br />
l&#8217;anatomopatologo si preparava come di routine,<br />
era un giorno comune di lavoro, un caso non diverso<br />
dagli altri: soltanto gli occhi un po&#8217; più chiari<br />
come certe mattine quando promette neve:<br />
alla prima incisione rimase folgorato da ciò che vide:<br />
non c&#8217;era sangue, ma luce e amore e una voglia<br />
di piangere e ridere nello stesso momento.<br />
Fu allora che capì che tutto sarebbe andato per il meglio,<br />
mentre lei sorrideva, sopra il lenzuolo, splendida,<br />
molto più giovane della morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La &#8220;Bestia divina&#8221; di Mario Fresa (e i suoi fiori caduti nell’ansia di un labirinto)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/08/18/mario-fresa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Aug 2021 04:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Fresa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Prisco de Vivo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Prisco De Vivo &#160; &#8220;Colui che farà ricorso ad un veleno per pensare ben presto non potrà più pensare senza veleno.&#8221; Charles Baudelaire &#160; &#8220;La poesia è crudele e solitaria&#8221;, con grande icasticità ha sentenziato Valerio Magrelli  nel suo saggio La lettura è crudele: così come spietata e crudele è l’estroflessione intimistica e controversa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-92090 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/231378376_543520316692700_3354185197054596739_n-225x300.gif" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/231378376_543520316692700_3354185197054596739_n-225x300.gif 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/231378376_543520316692700_3354185197054596739_n-150x200.gif 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/231378376_543520316692700_3354185197054596739_n-300x400.gif 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/231378376_543520316692700_3354185197054596739_n-315x420.gif 315w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>

<p>di <strong>Prisco De Vivo</strong></p>



<p>&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-right" style="text-align: right;">&#8220;Colui che farà ricorso ad un veleno per pensare</p>



<p class="has-text-align-right" style="text-align: right;">ben presto non potrà più pensare senza veleno.&#8221;</p>



<p class="has-text-align-right" style="text-align: right;">Charles Baudelaire</p>



<p>&nbsp;</p>



<p>&#8220;La poesia è crudele e solitaria&#8221;, con grande icasticità ha sentenziato Valerio Magrelli  nel suo saggio <em>La lettura è crudele</em>: così come spietata e crudele è l’estroflessione intimistica e controversa dell’ultimo libro di poesia di Fresa, <em><a href="https://www.scuoladipitagora.it/collane-scuola-di-pitagora/nuovi-echi/bestia-divina" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bestia divina</a></em> (La scuola di Pitagora Editrice); un testo fondato sul dissidio di ciò che è naturale e ciò che non lo è.</p>
<p><span id="more-92067"></span></p>



<p>Si avverte, qui, vivissima, una condizione di astenia della parola che si fa nervosamente informe e che si decostruisce di continuo tra veglia e sonno, tra lucidità e delirio. Ma, in fondo, il titolo di questo libro diventa con cognizione di causa un vero ossimoro; ché la bestia non può essere mai <em>divina</em>.</p>



<p>Così, emerge dalle pieghe del testo un monito apocalittico, un immaginario della fine dei tempi, un’umanità privata sempre più del suo Logos, del suo centro; e senza più il suo dio creatore (un dio che in questo libro sembra perfino rinunciare a un eventuale Giudizio Universale). Ne esce fuori una visione tormentosa, persa, e dispersa, tra le mobili (e, appunto, bestiali) pareti di un buio corridoio: quello di un continuo, divorante autorispecchiamento:</p>



<p>Allora il sosia si decide a mostrare sia la coda,</p>



<p>sia il bagaglio. Si butta dalla finestra ma prima</p>



<p>vuole un’abbondante colazione. Si annoierà soltanto</p>



<p>fino a Lunedì, per trasformarsi</p>



<p>in un Bianchino da naso; e l’ho legata stretta stretta</p>



<p>come succede nei libri;</p>



<p>come se fosse davvero un morso ciuco.</p>



<p>Dalle visioni deraglianti di questo libro emerge, quindi, una capacità segreta di costruzione e di decostruzione, un lucido <em>nonsense</em> che fa di Mario Fresa un poeta singolare; un poeta che, come un sarto ossessivo, disegna e ridisegna il corpo della parola, percependone la sua natura più profonda e disperata:</p>



<p>Avete visto com’è spettro e bicchiere, questo corpo?</p>



<p>Quando la noti, si fa destino intero;</p>



<p>viaggio di lingua e orrendo viso di terrore.</p>



<p>Il nostro colloquio s’apre come un insetto male</p>



<p>che ad ogni dolce notizia spara, dalla ringhiera, in due;</p>



<p>s’ingoia proprio tutto, stomaco e sogno:</p>



<p>fino al cervello celeste, possessivo.</p>



<p>Il duello concettuale fra una parola e l’altra è ben evidente nella raccolta; e sempre si percepisce quell’essenzialità che evoca e fa evocare il ludibrio teatrale della messinscena:</p>



<p>I domestici, vedi, hanno gambe</p>



<p>di morti. Le mosche</p>



<p>si aprono all’orecchio; portami via.</p>



<p>Anzi si spacca sul vetro fino, diresti,</p>



<p>a non essere più.</p>



<p>Ogni passaggio da un testo all’altro svela, per tagli e sottrazioni, una verità opaca che si assoggetta alla verosimiglianza di qualcosa che, di continuo, fluisce e si disperde; creando un’immagine caleidoscopica che si distanzia sempre da sé stessa (e dallo sguardo dello stesso osservatore).</p>



<p>Così, nel mostrare continuamente assenza e dispersione, diluizione e mancamento del soggetto, questa mirabile poesia diventa un fiore velenoso che si apre al lettore mostrando una natura ritrosa e ambiguamente accogliente, e offrendogli la possibilità di percorrere una strada sottilmente rischiosa: quella di confrontarsi con parole che possono diventare pericolose e perturbanti per chi le ascolti.</p>



<p>Dunque, parafrasando Laforgue, ci troviamo di fronte a &#8220;un magma incandescente sempre sul limite di esplodere e di sgorgare attraverso chissà quali passaggi&#8221;.</p>



<p>Tutto è intimo e tutto si sfalda nella poesia di Fresa, che ricompatta e sperimenta, con occhi e orecchi sempre nuovi, la tradizione; un orfismo onirico, febbrile, incandescente vive e si rinnova, rivive e si trasforma sempre nei suoi testi.</p>



<p>E l’immaginario della poesia di Fresa mi riporta senza mezzi termini alle visioni taglienti e provocatorie dell’artista belga Wim Delvoye, le cui decorazioni anarchiche e bizzarre vogliono, allo stesso tempo, divertire e turbare l’osservatore. Lo scopo è uno solo: quello di cogliere lo spettatore di sorpresa, quasi assalendolo con la tenera violenza di un sogno che d’improvviso ci stringe nel suo denso ragnatelo.</p>



<p>Chi legge, allora, continuamente lotta e gioca con (e contro) sé stesso, rispecchiandosi in una poesia misteriosa e respingente; lo stesso Delvoye ha confessato, a chi gli chiedeva di spiegare i suoi lavori: &#8220;sono un giocatore di tennis che gioca da entrambi i lati della rete, e ritengo che ciò valga per ogni cosa che ho fatto fino a questo momento&#8221;.</p>



<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Reading Natalia Ginzburg</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/03/13/reading-natalia-ginzburg/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Mar 2021 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Natalia Ginzburg]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[stiliana milkova]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[[La rivista &#8220;Reading in Translation&#8221; ha dedicato un numero speciale a Natalia Ginzburg, a cura di Stiliana Milkova. Con grande piacere pubblico l&#8217;introduzione e l&#8217;indice del numero. a.r.] Editor&#8217;s Introduction Stiliana Milkova &#160; Natalia Ginzburg (1916-1991) was an Italian writer, translator, playwright, and essayist. She worked as an editor at Italy’s premier publishing house Einaudi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-88777 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-300x204.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-768x522.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-1024x696.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-250x170.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-200x136.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-160x109.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa.jpg 1303w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></em><small>[La rivista &#8220;<a href="https://readingintranslation.com/" target="_blank" rel="noopener">Reading in Translation</a>&#8221; ha dedicato un numero speciale a Natalia Ginzburg, a cura di Stiliana Milkova. Con grande piacere pubblico l&#8217;introduzione e l&#8217;indice del numero. a.r.]</small><em><br />
</em></p>
<p><em>Editor&#8217;s Introduction</em></p>
<p><strong>Stiliana Milkova</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="wp-block-group alignwide">
<div class="wp-block-group__inner-container">
<p>Natalia Ginzburg (1916-1991) was an Italian writer, translator, playwright, and essayist. She worked as an editor at Italy’s premier publishing house Einaudi, alongside authors such as Cesare Pavese and Italo Calvino. She was at the center of Italy’s flourishing post-war cultural industry, and in 1963 her novel <em>Family Lexicon </em>won the most prestigious Italian prize for literature, the <em>Premio Strega. </em>Her works include novels, collections of short stories and essays, plays, and literary criticism. She translated Flaubert and Proust.</p>
<p>Her life was difficult, but she sublimated hardship into superb writing. She grew up in Turin, the fifth child of the renowned Jewish professor Giuseppe Levi and his Catholic wife Lidia Tanzi. Natalia lived through the horrors of fascist Italy and the anti-racial laws. In 1940 she accompanied her husband, the anti-fascist political activist and the co-founder of Einaudi Leone Ginzburg on his internal exile. And in 1944, shortly after she followed him to Rome with their three children, Leone was tortured and murdered in a Roman prison. They had been married for six years.</p>
<p>She established herself as one of the most revered 20<sup>th</sup>-century writers, crafting a lucid, dispassionate voice that narrates war, exile, abandonment, disillusionment, resignation, apathy, and death through the intimate—and often oblique—perspectives of marginalized figures. She weaves autobiography, fiction, and non-fiction into new literary forms that defy the borders of genre. Today, thirty years after her death, her writing is more relevant than ever, as the geopolitics of war and violence and the hypervisibility of suffering, death, and disease are reshaping both literature and our relationship with reality.</p>
<p>This special issue “Reading Natalia Ginzburg” responds to the renewed interest in her writing in the Anglophone world and posits that Ginzburg’s texts capture many of our own struggles today. As Katrin Wehling-Giorgi comments it in her contribution:</p>
<blockquote class="wp-block-quote is-style-default"><p>Re-reading her works in the midst of this devastating pandemic, I can newly relate to the rawness that stands out amidst the everyday in her writings, to the acute presence of trauma in the face of personal and collective hardship, and to the material constraints of family commitments in the intellectual and practical life of women that she relates so compellingly.</p></blockquote>
<p>Or, as Natalia Ginzburg puts it in her essay “Silence,” and as the global Covid-19 pandemic has shown, “Today, as never before, the fates of men are so intimately linked to one another that a disaster for one is a disaster for everybody.”</p>
<p>“Reading Natalia Ginzburg” introduces the general reader to Ginzburg’s life and writing; it explores the texts, voices, bodies, and spaces that define her style and subject matter; and highlights the work of her translators. It constructs an accessible scaffolding with multiple points of view and multiple points of entry.</p>
<p>Part I, <strong><em>“The Examined Life: Natalia Ginzburg’s Life and Works,”</em></strong> outlines the framework for approaching Ginzburg’s biography and literary production. Lynne Sharon Schwartz’s preface to her translation of Ginzburg’s collection of essays <em>A Place to Live</em> presents Ginzburg the essayist<em>.</em> The contributions that follow—by Andrew Martino and Chloe Garcia Roberts—dwell on Ginzburg’s essays and the lessons they teach us. Jeanne Bonner discusses the paradoxes of Ginzburg’s narratives and their representation of loneliness and loss. Concluding this part are two significant pieces: an excerpt from Sandra Petrignani’s recent biography of Natalia Ginzburg, <em>La corsara</em>, in Minna Zallman Proctor’s translation—an excerpt that depicts Natalia’s life around the time she met and married Leone; and an interview with Sandra Petrignani herself.</p>
<p>Part II, <strong><em>“A Poetics of the Real: Natalia Ginzburg’s Voices, Bodies, and Spaces,”</em></strong> explores in more depth Ginzburg’s unique style. Katrin Wehling-Giorgi discusses the forging of Ginzburg’s female voice out of real and existential exile, both as a Jew and as a woman operating in what was still a deeply patriarchal culture. Serena Todesco listens attentively to Natalia’s recorded voice whose aural presence lends a key to reading her works, offering an insight into her inner world and poetics, and constituting a means of resistance. Enrica Maria Ferrara’s contribution sheds light on Ginzburg’s representation of queer identity in the novella <em>Valentino</em> and argues for the text’s intersectional feminism <em>avant la lettre. </em>Italo Calvino’s essay “Natalia Ginzburg or the Possibilities of the Bourgeois Novel,” appearing in English for the first time, articulates crucial components of Ginzburg’s singular style. In the closing essay Roberto Carretta maps and then meditates on the topography underpinning Ginzburg’s gaze—Turin’s real and metaphysical cityscape.</p>
<p>Part III, <strong><em>“The Words Become New: Translators on Ginzburg / Ginzburg on Translation,”</em></strong> foregrounds the role of translators in making Ginzburg’s works accessible in the Anglophone world. In analyzing <em>Voices in the Evening</em>, Eric Gudas makes a compelling argument for the novel’s urgent re-translation. Minna Zallman Proctor reflects on translating Ginzburg’s novel <em>Caro Michele </em>while Jenny McPhee converses with Eric Gudas about translating Ginzburg’s humor and eccentricity in <em>Family Lexicon. </em>Natalia Ginzburg was a translator herself and thus Part III concludes with her remarkable translation manifesto published in English for the first time—her translator’s note to <em>Madame Bovary. </em>Minna Zallman Proctor’s skillful translation of Ginzburg on translation displays Ginzburg’s skills as an essayist and brings us back full circle to Part I.</p>
<p>The three parts of “Reading Natalia Ginzburg” that I have outlined here are in fact interconnected, each illuminating aspects of the other two, presenting a view at once panoramic and up-close.</p>
<p>This special issue would not have come into existence had it not been for Eric Gudas’s astute eye and profound knowledge of Natalia Ginzburg’s works. I am grateful to all the contributors for their time, immense expertise, and enthusiasm. “Reading Natalia Ginzburg” gives space to voices that are diverse and deep, moved by respect and passion.</p>
<p class="has-text-align-right">Stiliana Milkova, Editor</p>
</div>
</div>
<p><span id="more-88618"></span></p>
<hr class="wp-block-separator" />
<p class="has-medium-font-size"><strong><em>Part I. “The Examined Life”: Natalia Ginzburg’s Life and Works</em></strong></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/preface-to-natalia-ginzburgs-a-place-to-live-by-lynne-sharon-schwartz/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Preface” to Natalia Ginzburg’s <em>A Place to Live</em> by Lynne Sharon Schwartz</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/a-world-filled-with-echoes-on-natalia-ginzburgs-the-little-virtues/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“A World Filled with Echoes: on Natalia Ginzburg’s <em>The Little Virtues</em>” by Andrew Martino</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/walking-with-natalia-on-reading-winter-in-the-abruzzi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Walking with Natalia: On Reading ‘Winter in Abruzzi’” by Chloe Garcia Roberts</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/putting-a-brave-face-on-loneliness-and-loss-natalia-ginzburgs-family-and-borghesia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Putting a Brave Face on Loneliness and Loss: Natalia Ginzburg’s <em>Family</em> and <em>Borghesia</em>” by Jeanne Bonner</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/historys-inexorable-demands-an-excerpt-from-sandra-petrignanis-la-corsara-translated-from-italian-by-minna-zallman-proctor/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“History’s Inexorable Demands”: An Excerpt from Sandra Petrignani’s <em>La corsara, </em>translated from Italian by Minna Zallman Proctor</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/on-female-genius-a-conversation-with-italian-writer-and-ginzburg-biographer-sandra-petrignani/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“On Female Genius: A Conversation with Italian Writer and Ginzburg Biographer Sandra Petrignani,” translated from Italian by Stiliana Milkova and Serena Todesco</a></p>
<hr class="wp-block-separator" />
<p class="has-medium-font-size"><strong><em>Part II. “A Poetics of the Real”: Ginzburg’s Voices, Bodies, and Spaces</em></strong></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/forging-the-female-voice-out-of-the-ruins-of-history-reading-natalia-ginzburg/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Forging the Female Voice Out of the Ruins of History: Reading Natalia Ginzburg” by Katrin Wehling-Giorgi</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/natalia-ginzburgs-speech-acts-the-female-voice-as-a-form-of-resistance/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Natalia Ginzburg’s Speech Acts: The Female Voice as a Form of Resistance” by Serena Todesco</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/queering-family-roles-and-gender-norms-in-natalia-ginzburgs-valentino/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Queering Family Roles and Gender Norms in Natalia Ginzburg’s <em>Valentino</em>”by Enrica Maria Ferrara</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/italo-calvino-natalia-ginzburg-or-the-possibilities-of-the-bourgeois-novel-translated-by-stiliana-milkova-and-eric-gudas/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Natalia Ginzburg or the Possibilities of the Bourgeois Novel” by Italo Calvino, translated from Italian by Stiliana Milkova and Eric Gudas</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/the-light-of-turin-natalia-ginzburgs-cityscape/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“The Light of Turin: Natalia Ginzburg’s Cityscape” by Roberto Carretta, translated from Italian by Stiliana Milkova</a></p>
<hr class="wp-block-separator" />
<p class="has-medium-font-size"><strong><em>Part III. “The Words Become New”: Translators on Ginzburg / Ginzburg on Translation </em> </strong></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/translating-natalia-ginzburgs-voice-that-says-i-in-the-twenty-first-century/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Translating Natalia Ginzburg’s ‘Voice That Says <em>I</em>’ in the Twenty-First Century” by Eric Gudas</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/on-humor-eccentricity-and-sound-in-family-lexicon-a-conversation-with-ginzburg-translator-jenny-mcphee/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“On Humor, Eccentricity, and Sound in <em>Family Lexicon</em>: A Conversation with Ginzburg Translator Jenny McPhee” by Eric Gudas and Jenny McPhee</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/i-translated-you-for-fun-about-caro-michele-and-natalia-ginzburg/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Dear Natalia: How I Translated <em>Caro Michele</em>” by Minna Zallman Proctor</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/la-signora-bovary-translators-note-by-natalia-ginzburg-translated-by-minna-zallman-proctor/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“La Signora Bovary”—Translator’s Note by Natalia Ginzburg, translated from Italian by Minna Zallman Proctor</a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La propria lingua</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/03/02/la-propria-lingua/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2021/03/02/la-propria-lingua/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2021 05:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alexandrina Scoferta]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=88150</guid>

					<description><![CDATA[Due prose di Alexandrina Scoferta &#160; I. A volte ho la sensazione di vedere le clienti di mia madre camminare fuori dalla libreria. Mi affretto ad uscire e gridare – Buongiorno Rosi! – ma non è una di quelle mattine in cui porto le brioche di Regina Adelaide a mia madre in negozio e di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-88218 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-300x220.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-768x564.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-1024x752.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-250x184.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-200x147.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia-160x117.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Alexdoppia.jpg 1080w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Due prose di <strong>Alexandrina Scoferta</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.</p>
<p>A volte ho la sensazione di vedere le clienti di mia madre camminare fuori dalla libreria. Mi affretto ad uscire e gridare – Buongiorno Rosi! – ma non è una di quelle mattine in cui porto le brioche di Regina Adelaide a mia madre in negozio e di certo la signora Rosi non è su queste strade mediterranee che cammina con la spesa in mano. Prima di partire mi chiedevo cosa portare via con me. Alla fine non ho preso quasi nulla. Dopo un paio di giorni mi sono resa conto di non avere nemmeno vestiti. Le cose della stanza appartengono alla stanza. Le cose del lago appartengono al lago. Non ho mai sopportato le romanticherie simboliche. Un sasso del lago di Garda è solo un sasso, qui non mi avrebbe fatta sentire più vicina al lago. <span id="more-88150"></span>La signora con la busta della spesa invece, per un attimo solo, mi ha fatta sentire sul lago. Eppure la signora nulla ha a che fare con il lago, somiglia solo alla sagoma di Rosi nei giorni di domenica, quando ha la piega appena fatta. Nemmeno il mio accento nordico ha qualcosa a che fare con il nord. Al nord mi dicevano sempre che non ero di lì. Da quale paese del sud vieni? mi chiedevano. Sei tedesca o francese? mi chiedevano. Hai un accento indefinito, non capisco da dove vieni, mi dicevano. Quando qualcuno non parla come noi, diamo per scontato che sia venuto da qualche parte. Da qualche parte uno dovrà pur venire, altrimenti non sarebbe mai venuto. Ma se uno è venuto da qualche parte, dovrà pur poterci tornare un giorno. Io dal nord non avevo alcun posto in cui tornare. Ero venuta quindi, ma da nessun posto. L’idea del ritorno mi ha sempre fatta sognare, sognare di poter ritornare. Il ritorno per me non era mai stato un fallimento, ma una meta. Avere un posto in cui tornare, che bella cosa. Vorrei essere un posto in cui tornare. Vorrei essere un luogo vivo con volontà propria che si intreccia con la volontà dei suoi abitanti. Un luogo fluido, vaporoso, interiorizzante, adattabile, non al quale ci si debba adattare. Una specie di luogo/sostanza chimica che varia in base alle sostanze che la abitano e che a sua volta cambia le sostanze, ma con naturalezza, non con esercizio e pazienza. Non come sono diventata quella che viene dal nord. Mi vorrei affidare alla lingua per diventare qualcosa di simile, per questo mi fa male quando so parlare. Dire bene qualcosa a qualcuno è come scagliargli una pietra addosso, nulla l’altro può farci se non reagire al colpo. Se la pietra non fosse cristallizzata, se non fosse pienamente pietra, sarebbe qualcosa su cui si potrebbe agire, ci si potrebbe vivere insieme. Se la cosa da dire non fosse pienamente detta, la si potrebbe dire insieme. Parlare può essere come baciarsi, baciarsi non lo si può fare da soli.</p>
<p>L’altro giorno ho detto ad un cliente che sono emigrata una seconda volta. Lui mi ha risposto che non è possibile, che si emigra una sola volta, la prima, che gli altri sono solo spostamenti. Ma io questa, la seconda, non mi sono solo spostata. Non mi sto spostando. Non mi sto inserendo in questo luogo come ho fatto la prima volta. Semmai questa volta è il luogo che si sposterà dentro di me ed io sarò abitabile. Gli abitanti di questo luogo mi possono abitare, perché io non farò domande e non racconterò nulla di me a meno che non me lo chiedano. Non eseguirò nessun esercizio di esistenza. Non farò quella cosa che si chiama fare amicizia. Crediamo che una persona ci sia amica quando possiamo farci affidamento e viceversa, ma è solo una questione di sicurezze e di pigrizia. Abbiamo raccontato un sacco di cose ad una persona e la chiamiamo amica soltanto perché poi non dobbiamo più fare la fatica di spiegarle le cose. Il luogo in cui tornare che vorrei essere io è qualcosa di più bello, perché non facendo domande non ci sarà bisogno di spiegarmi le cose nemmeno una prima volta e non ci sarà bisogno che io capisca nulla. Le cose comprensibili, le cose chiare sono la condanna ad un personaggio da interpretare. Questa volta non mi sono solo spostata, mi sono liberata dal personaggio. Dal lago ho portato via solo qualcosa che sembra un accento del nord. Mi ascoltano parlare e dicono che vengo dal nord. Mi va bene, è bello che io dia loro questa sicurezza, fa sì che io non debba spiegare nulla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II. <em>La propria lingua è una musica di sottofondo</em></p>
<p>&#8220;Le parole sono condannate ad essere libere dal dire ciò che vogliamo far loro comunicare&#8221; gli avevo detto al mattino. &#8220;Cominci sempre le giornate condannando qualcuno o qualcosa?&#8221; ribadì. &#8220;Chi non vorrebbe essere condannato alla libertà?&#8221; domandai. &#8220;Le parole&#8221; rispose &#8220;le parole non hanno volontà, per questo possono essere libere&#8221;.</p>
<p>La sera stessa lo accompagnai alla masterclass di Guinga, era così felice. Lui non somigliava alla musica brasiliana e il Brasile sembrava non avere nulla a che fare con lui. Guinga rideva spesso, la sua risata sembrava far parte dello spettacolo.  Alla fine gliel’ho detto. A lui, non a Guinga. &#8220;Pure quando ride, sembra che quell&#8217;uomo rida in portoghese&#8221; gli ho detto. &#8220;Tutto il mondo ride nella propria lingua&#8221; mi ha risposto.</p>
<p>&#8220;E io&#8221; gli ho chiesto &#8220;io in che lingua rido?&#8221;</p>
<p>&#8220;Tu non ridi in nessuna lingua&#8221; mi ha risposto &#8220;tu non emetti suoni quando ridi.&#8221;</p>
<p>La propria lingua è una musica di sottofondo, un tamburo che dà il ritmo ad ogni singola parola. La propria lingua è anche nel movimento della mano che portiamo al bicchiere per portarlo alla bocca. La propria lingua è il modo con il quale ci inseriamo in tutte le cose del mondo e inseriamo tutte le cose del mondo dentro di noi. Pure quando si canta, non si può che cantare nella propria lingua, pensa ai cantanti brasiliani quando cantano in italiano, pensa a Toquinho e “Roma nun fa la stupida stasera”. La propria lingua è una musica di sottofondo, un tamburo che dà il ritmo ad ogni singola parola, un suono che ho perso. Quella sera mettevo su Guinga uno sguardo pieno d’invidia. Io non rido in nessuna lingua.</p>
<p>Il mattino dopo lui ha accompagnato me a scuola, dovevo parlare agli studenti di Luceafărul e di Eminescu. Abbiamo tradotto parti del poema tutti insieme. Dovevo far capire loro cosa accade nel processo della traduzione. Non solo nella testa del traduttore letterato, ma anche in quella del ragazzo straniero, dell’appena arrivato.</p>
<p>Ho speso tanti anni a narrare e ad eliminare, subito dopo, tutto quello che producevo. Lo faccio ancora adesso, ma ora sono consapevole del fatto che non mi interessa il testo finale, io sono ossessionata dall’atto stesso della scrittura, della trascrizione. È in questa operazione che è insita la traduzione stessa. Essere stranieri è la grande traduzione. Lo straniero è la pancia che rimane incinta dopo la copulazione delle due lingue, il suo parlare è un parto e la parola, oh la sua parola è il risultato dell’unica lingua viva che agisce sul discorso. Si può dire di questa lingua che è debole, poco credibile all’ascolto ed è quasi ridicola proprio perché è drammaticamente onesta.</p>
<p>La lingua madre è la madre, la lingua ospite è il padre e la parola dello straniero è il parto, il puro atto della nascita della lingua, l’unica lingua viva che agisce. È una carezza in atto, corteggia con la lingua straniera ciò che non potrebbe mai essere detto “puro” come nell’originale, ma è sincero nel suo sapervi solo rimandare. Riconsegna all’indicibile la sua originaria condizione di non poter essere detto.</p>
<p>Per questo il ragazzo che si trova catapultato in una scuola straniera, ha bisogno del suo tempo per trasformare la lingua e adeguarla ai suoi strumenti comunicativi, diversi da quelli dei suoi compagni, ma anche e soprattutto dei suoi insegnanti. Questi ragazzi sono testimoni di un parto linguistico complicatissimo, perché un giorno parleranno italiano come una lingua madre, ma sarà un italiano nuovo, un italiano colmo di gesti estranei, modi di dire stranieri, un italiano che attraverserà il confine geografico ogni volta che verrà detto.</p>
<p>Mentre mi riaccompagnava a casa disse &#8220;Tu non ridi in italiano, questo è certo, ma non posso sapere se ridi in moldavo, se non so come sia la risata moldava&#8221;. Sono scoppiata a ridere.</p>
<p>La lingua ufficiale della Moldavia è il rumeno, ma non per questo il moldavo è meno lingua, anzi, lo è di più. Il moldavo non ha regole, chi parla moldavo sa di parlare sbagliato. Quando, in luogo di situazioni formali, qualche bambino parla in moldavo, la madre gli dà uno scappellotto sulla testa e lo rimprovera: &#8220;parla correttamente&#8221;. Il moldavo è più di una lingua, si potrebbe dire che sia un dialetto, ma io vorrei azzardare l&#8217;ipotesi che sia più anche di un dialetto. Il moldavo è un suono, una parolaccia, una sorta di sputo, è una canzone popolare cantata da voci stonate che amano stonare. Quando parlo in moldavo il mio corpo si ingobbisce, muovo la bocca come se stessi masticando una chewing gum e mi asciugo la fronte come se fosse sudata, come se avessi portato un bicchiere d&#8217;acqua alla nonna che zappa sotto il sole. Quando parlo in moldavo io non parlo, non costruisco delle frasi, non coniugo verbi, improvviso, sono libera come quando mi prude la schiena e mi gratto, perché non mi vergogno di nessuno, in barba alla buona educazione, in barba alla correttezza. Parlare in moldavo per me è come sputare a terra davanti a tutti, senza che questa sia una cosa maleducata, perché ho qualcosa dentro da tirare fuori e la tiro fuori così come la cosa vuole venire al mondo.</p>
<p>&#8220;Allora no&#8221;, mi ha detto, &#8220;non è in moldavo che ridi&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Inchiesta sul mancare. Alla maniera di Neruda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Feb 2021 05:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[Ghazal Mosadeq]]></category>
		<category><![CDATA[michele zaffarano]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ghazal Mosadeq traduzione di Andrea Raos * ¿Dormi bene la notte? ¿Rivivi sempre le stesse situazioni? ¿Chi stai cercando? ¿Di dove sei? Voglio dire, di dov’è il tuo bell’accento? ¿Tuo padre, il padre di tuo padre, di dove sono? ¿Dov’è qui? ¿Credi che i nostri ricordi dolorosi possano svanire? Presto? ¿Hai mai pensato che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-88124 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Orpheus1979.jpeg" alt="" width="320" height="187" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Orpheus1979.jpeg 320w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Orpheus1979-300x175.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Orpheus1979-250x146.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Orpheus1979-200x117.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Orpheus1979-160x94.jpeg 160w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" /></p>
<p>di <strong>Ghazal Mosadeq</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>¿Dormi bene la notte?</p>
<p>¿Rivivi sempre le stesse situazioni?</p>
<p>¿Chi stai cercando?</p>
<p>¿Di dove sei? Voglio dire, di dov’è il tuo bell’accento?</p>
<p>¿Tuo padre, il padre di tuo padre, di dove sono?</p>
<p>¿Dov’è qui?</p>
<p>¿Credi che i nostri ricordi dolorosi possano svanire? Presto?</p>
<p>¿Hai mai pensato che se il fuoco si spegne lo possiamo riaccendere?</p>
<p>¿Ricordi le conversazioni con tua madre sulla bellezza e sul terrore, sulle ombre senza sostanza, sull’ostilità della vita?<span id="more-87952"></span></p>
<p>¿Qual è l’ingegnosa ferita che hai sulla punta della lingua?</p>
<p>¿Credi che fossimo meno fragili prima dell’invenzione del silenzio?</p>
<p>¿Credi che sia giunta l’ora di cambiare?</p>
<p>¿Perché?</p>
<p>¿Ti irriti facilmente?</p>
<p>¿Stai pagando per le illusioni perdute tue o altrui?</p>
<p>¿Canti?</p>
<p>¿Credi che la terapia ci possa distrarre dal rispettare pienamente il dolore?</p>
<p>¿Te ne stai a piedi nudi su una superficie di acqua gelata?</p>
<p>¿Hai visto la mia quercia?</p>
<p>¿Hai risolto le tue crisi di fiducia?</p>
<p>¿Ti fanno ancora paura gli scivoli alti? Oppure adesso hai paura solo della morte?</p>
<p>¿Lo sai che siamo quasi arrivati?</p>
<p>¿Hai dimenticato perché ti sei stabilita in questa città?</p>
<p>¿Devi continuare a essere considerata di successo in senso stretto?</p>
<p>¿Qualcuno si è mai innamorato di te tanto da sfiorare la follia?</p>
<p>¿Sei un agente sotto copertura?</p>
<p>¿Non sarebbe divertente?</p>
<p>¿Chi di noi ha lasciato il ventesimo secolo con il cuore più gonfio?</p>
<p>¿Tu? Mi prendi in giro?</p>
<p>¿Hai mai percepito l’esistenza reale di un’altra persona?</p>
<p>¿E tu?</p>
<p>¿Leggi?</p>
<p>¿Hai fotoresistenze nel cuore, negli occhi, tanto più potenti quanto più amore ricevono?</p>
<p>¿Ti mangi le unghie?</p>
<p>¿Sei capace di aspettare?</p>
<p>¿Hai mai chiesto a un amico se i suoi genitori erano profughi? Da un luogo qualunque?</p>
<p>¿Sei a pochi minuti appena da un futuro aperto?</p>
<p>¿Trentasei minuti?</p>
<p>¿Ti mancano i vecchi tempi?</p>
<p>¿Credi che troverò mai l’angolazione da cui vedere le tue mani come esseri paralleli?</p>
<p>¿Vuoi un po’ di carote?</p>
<p>¿Dove fai la spesa?</p>
<p>¿Esiste un registro delle perdite annue?</p>
<p>¿Stai guardando la sottile lama di luce che scivola fino in fondo alla cucina del tuo vicino?</p>
<p>¿Ti va di spingermi con molta delicatezza quell’asta di bandiera nel culo?</p>
<p>¿Sai che fuori dal tempo le cose sono ancora più caotiche?</p>
<p>¿Dietro a quale porta stai?</p>
<p>¿Quando non ridi, di cos’è che non ridi?</p>
<p>¿Hai un animale domestico?</p>
<p>¿Ti capita di avere la mente preda di vertigini?</p>
<p>¿Sei l’antica Grecia rispetto alla Roma imperiale?</p>
<p>¿Te ne vai inutilmente a caccia di vergogna o di gloria tra le pagine della tua storia personale?</p>
<p>¿Il narcisismo ha mai avuto la meglio su di te?</p>
<p>¿Un conoscente non ti ha riconosciuta per strada?</p>
<p>¿E i tuoi parenti cosa pensano di te?</p>
<p>¿Sei tu l’unica colonizzata che non coglie l’estasi dell’autosabotaggio?</p>
<p>¿Cosa ti ci vorrebbe per andare oltre?</p>
<p>¿La donna scomparsa l’hai vista prima o dopo la bruma?</p>
<p>¿È troppo tardi per tornare alle barche?</p>
<p>¿Ti sono state date indicazioni sbagliate più di una volta?</p>
<p>¿Che cosa fai se non ti guardo?</p>
<p>¿Sei il re di dove?</p>
<p>¿Come nascondi la tua ignoranza? Continuando a ripetere la stessa cosa?</p>
<p>¿Sei allergica al polline?</p>
<p>¿La tua autocoscienza nazionale è contagiosa?</p>
<p>¿Sai che la violenza estrema rilassa i nervi?</p>
<p>¿Preghi?</p>
<p>¿Cosa c’è di più casalingo del tuo sguardo filantropico?</p>
<p>¿Se te lo chiedo te ne vai?</p>
<p>¿Senti di avere bisogno di un’identità coerente?</p>
<p>¿Ti manca una madrepatria a cui tu non manchi per niente?</p>
<p>¿Ti senti come se stessi sprofondando in una palude?</p>
<p>¿Hai ferito i sentimenti di un poeta russo morto?</p>
<p>¿Non è stato divertente quando hai detto “ciao, sono io”?</p>
<p>¿Lo sai che non dovresti affezionarti a me se sto morendo?</p>
<p>¿Quand’è che sono state cancellate la nostra storia e la nostra lingua?</p>
<p>¿Cos’è che manca tra noi due?</p>
<p>¿Te la meriti la mia voce?</p>
<p>¿Cosa me ne faccio delle rose per cui ti sei prostituito?</p>
<p>¿Guardi sempre il mondo dalle fessure del tuo nascondiglio?</p>
<p>¿Che c’è di strano nel paragonare i nostri costanti pregiudizi ad azalee?</p>
<p>¿Ti senti sempre bloccata a metà strada?</p>
<p>¿Sei a tuo agio stando alle spalle dei tuoi contemporanei?</p>
<p>¿Ti sei sempre sentito a un passo dall’avere una vita vera?</p>
<p>¿I tuoi vicini conoscono il tuo vero nome?</p>
<p>¿Te ne vai sbattendo la porta se dico ancora una volta “imperialismo culturale”?</p>
<p>¿Rischi che le tue pseudovoci prendano il controllo?</p>
<p>¿Conti su di me?</p>
<p>¿Puoi mettere una piantagione di ciliegi nel tuo cortile?</p>
<p>¿Sai nuotare come un’anguilla?</p>
<p>¿Hai fatto incredibili passi avanti verso un bel niente?</p>
<p>¿Credo che si potrebbe aggiungere qualcosa?</p>
<p>¿È inutile sperare che i nostri sentimenti ci possano indicare una via d’uscita da questo caos?</p>
<p>¿Sarebbe chiedere troppo?</p>
<p>¿Le tue false apparenze ti hanno mai aiutato?</p>
<p>¿Sei mai incappata in conversazioni che valesse la pena origliare?</p>
<p>¿Ti capita mai di suonare come me?</p>
<p>¿E allora di dov’è quell’accento?</p>
<p>¿Cos’hanno in comune le convulsioni orgasmiche del tuo drink con il cosmo?</p>
<p>¿Come sono stati i tuoi ultimi tre secondi?</p>
<p>¿Ti piacciono le lunghe e tortuose ouverture della musica persiana?</p>
<p>¿Qual è l’aggettivo più sciocco con cui hai mai dovuto fare i conti?</p>
<p>¿Cosa stiamo aspettando ancora?</p>
<p>¿Credi che il tuo paese ti ricorderà per sempre?</p>
<p>¿Cosa ti ha fatto pensare che avessi una macchina da cucire?</p>
<p>¿Sei in grado di dirmi che è ora di andare senza guardare l’orologio, solo con gli occhi?</p>
<p>¿Chi va incolpato per il fatto che ci manca tutto?</p>
<p>¿Chi cazzo era Picasso?</p>
<p>¿Hai mai pensato di concederti un tentativo con l’amore eterosessuale?</p>
<p>¿Una volta soltanto?</p>
<p>¿Dovrei dire forza, fatti sotto a quell’anima in eterna sofferenza che so che si farà sotto in ogni caso?</p>
<p>¿Hai visto qualche falco o gufo ultimamente?</p>
<p>¿Dovrei dire guardami, due volte ma molto veloce?</p>
<p>¿La cosa che accosti a un’altra cosa è la vera porta per la tua psiche?</p>
<p>¿Credi di esporre il tuo corpo se te ne stai accanto alla finestra?</p>
<p>¿Qual è l’aspetto del non essere romantico che ti rende più fiero?</p>
<p>¿Quale livello di discorso credi ci distruggerà più in fretta?</p>
<p>¿Hai appena chiamato il mio smoking “giacca spiegazzata”?</p>
<p>¿Questa cultura alternativa ci rimodella a sua volta?</p>
<p>¿Le tue deviazioni come hanno influito sulla strada?</p>
<p>¿Quando parlano i tuoi amici senti la voce di Aristotele?</p>
<p>¿Quando ti tocco la pelle del collo è un diagramma o una mappa tra la pelle e la carne?</p>
<p>¿Trovi un po’ piatto spiegare il caos?</p>
<p>¿Ti ha mai contattata un amante di eoni fa per tossire nervosamente e dire ciao?</p>
<p>¿Criticare il capitalismo con tutte le nostre forze può evitarci di essere presi per poeti?</p>
<p>¿Se mai dovessimo importare a qualcuno chi decifrerà i nostri messaggi confusi?</p>
<p>¿Hai capito?</p>
<p>¿E quindi?</p>
<p>¿Ti ho detto che ho letto le tue lettere dalla prigione?</p>
<p>¿Hai notato che possiamo riassumere tutto quello che ci capita con delle storielle zen?</p>
<p>¿Quando ti rivedrà quella casa in campagna?</p>
<p>¿Esistono ancora le rose rosa e color crema?</p>
<p>¿Trovi ancora triste la parola “marciapiede”?</p>
<p>¿E su quello cosa proietti?</p>
<p>¿Quel velo opaco che doveva attutire la nostra lucidità ci sta trasformando in bruchi?</p>
<p>¿Sei in ben altra forma adesso?</p>
<p>¿E adesso?</p>
<p>¿Da quando?</p>
<p>¿Chi di noi è il più radicale?</p>
<p>¿E le rondini?</p>
<p>¿Che cosa avevamo per completare il nostro silenzio? E perché l’abbiamo rifiutato?</p>
<p>¿Chi dice che ormai non sia diventato te?</p>
<p>¿È qui che si deve svoltare?</p>
<p>¿Cosa provi quando ti confondi con l’ambiente?</p>
<p>¿Quello sguardo non è stato altro che ricapitolare tutto ciò che è mai esistito?</p>
<p>¿Il tuo spacciatore sa che sei qui con me?</p>
<p>¿Che ne facciamo di quell’impulso?</p>
<p>¿Ci sono le istruzioni?</p>
<p>¿Dovrebbero esserci più riferimenti alla letteratura persiana?</p>
<p>¿Come dovrebbe essere il primo verso di un’elegia dedicata a un’anatra ricoperta di petrolio?</p>
<p>¿È più probabile che arrivi la speranza o l’inverno?</p>
<p>¿Su base quotidiana cosa ci fanno le aspettative?</p>
<p>¿Le cose nascoste possono ripetersi nelle oscure forme dell’ossessione?</p>
<p>¿Onori i ricordi che dovresti aver avuto?</p>
<p>¿Hai detto che le strutture sono messe in fila per creare circoli viziosi alle illusioni?</p>
<p>¿Possiamo renderli reali con gli acquarelli?</p>
<p>¿Come posso capire se siamo in silenziosa armonia o se invece le nostre onde sonore sono diventate troppo flebili per vibrare nell’aria?</p>
<p>¿E se le nostre parole si fossero congelate in materia solida?</p>
<p>¿Mi senti?</p>
<p>¿Il considerare gli altri con sufficienza ci sta venendo a rompere il cazzo?</p>
<p>¿Ci guadagniamo in saggezza proprio adesso che stiamo per affondare?</p>
<p>¿Il merluzzo morto che ho premuto contro le labbra è la fine di tutto?</p>
<p>¿Possiamo sovvertire il potere di “tutto” aggiungendo “cazzo”?</p>
<p>¿Un albero alto si è mai piegato a salutarti?</p>
<p>¿Che fine ha fatto la calma delle serate estive? L’emisfero sud?</p>
<p>¿Ti senti in gola le stelle morte?</p>
<p>¿Quando il genocidio ebbe inizio, qual era la battuta di apertura?</p>
<p>¿Quei moti circolari dentro di noi erano le stagioni del non amare/amare troppo?</p>
<p>¿L’estasi è iniziata proprio adesso che i negoziati sono conclusi?</p>
<p>¿Riesci a sopportare questo peso? Quando le presupposizioni perseguitano i passanti? E quando noi non c’entriamo? Riesci a sopportare questo peso?</p>
<p>¿Mi dici qualcosa delle tue ascendenze aristocratiche?</p>
<p>¿Hai mai sviluppato foto con lo sciroppo per la tosse?</p>
<p>¿Ti capita mai di vederti come uno straniero contro muri grigi senza appigli e niente in tasca tranne un telefono prepagato?</p>
<p>¿Dobbiamo andarcene prima che le muffe penetrino le nostre radici?</p>
<p>¿Le frontiere sono tutte negate dai limiti della tua stanza da letto?</p>
<p>¿Quarant’anni dopo la fuga e alla fine i paparazzi ci hanno beccati a fare cosa?</p>
<p>¿Ne valeva la pena?</p>
<p>¿Il tuo nome è quello di una forma poetica?</p>
<p>¿Che ci fanno i tuoi occhiali sul mio zerbino?</p>
<p>¿Cosa resta da fare per le nostre questioni vitali?</p>
<p>¿Eri tu in tv l’altro giorno? Che camminavi dai gradini della stazione verso oceani e campi aperti?</p>
<p>¿Cos’è successo ai ciottoli che ti si accumulavano attorno alle dita dei piedi?</p>
<p>¿Lascerai messaggi sulla mia segreteria telefonica?</p>
<p>¿Stai prendendo in considerazione di darmi addosso?</p>
<p>¿Posso dire che questo è tutto?</p>
<p>¿Hai letto dei miei fallimenti?</p>
<p>¿Ne hai almeno sentito parlare?</p>
<p>¿Ti rivedrò?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ghazal Mosadeq</strong> è poetessa e traduttrice di stanza a Londra. È la fondatrice di <strong><a href="https://www.pamenarpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Pamenar Press</a></strong>, casa editrice indipendente transculturale e multilingue basata in Inghilterra, Canada e Iran. Ha pubblicato tre libri di poesia: <em>Dar Jame Ma</em> (2010), <em>Biographies</em> (2015) e <em>Supernatural Remedies for Fatal Seasickness</em> (2018).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo stesso testo è disponibile anche come <a href="http://gammm.org/2021/02/11/an-inquiry-into-wanting-ghazal-mosadeq" target="_blank" rel="noopener"><strong>ebook di GAMMM</strong></a>, in formato PDF e con testo a fronte.</p>
<p>Un grazie particolare a Michele Zaffarano per la revisione della traduzione e per la creazione dell&#8217;ebook. [a.r.]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immagine: Cy Twombly, &#8220;Orpheus&#8221;, 1979, tratta da <a href="https://fxreflects.blogspot.com/2017/03/cy-twombly-orpheus-gagosian-paris.html" target="_blank" rel="noopener">qui</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Favola della buonanotte</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/02/09/favola-della-buonanotte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Feb 2021 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Felderer]]></category>
		<category><![CDATA[glitch]]></category>
		<category><![CDATA[Maruo Suehiro]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giulia Felderer “For bonny sweet Robin is all my joy” Mi piaci fin dal Paradiso Terrestre senza dubbio ti ricordi di: ma anche di: quella volta in cui: siamo stati benissimo abbiamo corso a perdifiato sotto la Luna ne abbiamo le foto e tutti se ne ricordano tutti non possono averle dimenticate in quanto: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-87946 size-thumbnail" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Suehiro-Maruo-The-Camellia-Girl-1984-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Suehiro-Maruo-The-Camellia-Girl-1984-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Suehiro-Maruo-The-Camellia-Girl-1984-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />di <strong>Giulia Felderer</strong></p>
<p><em>“For bonny sweet Robin is all my joy”</em></p>
<p>Mi piaci fin dal Paradiso Terrestre senza dubbio ti ricordi di: ma anche di: quella volta in cui: siamo stati benissimo abbiamo corso a perdifiato sotto la Luna ne abbiamo le foto e tutti se ne ricordano tutti non possono averle dimenticate in quanto: le abbiamo postate su Instagram. Oppure si trattava di una pubblicità di biscotti fin dal Paradiso terrestre ma tutti e noi ce ne ricordiamo bene.</p>
<p>A volte ho l’impressione di avere un meccanismo di lame dentro al corpo fin dal Paradiso Terrestre e anche lì i dottori che erano gli angeli non sapevano bene come comportarsi. Di conseguenza si comportarono male. Sollevarono la cassa toracica e al posto degli organi erano ruote dentate e dissero: “uhm uhm”. Le ruote dentate sorrisero smaglianti alla vista dei bisturi e i bisturi ricambiarono il sorriso luccicando. Aprirono il cranio e vi trovarono soltanto una piccola lama che cantilenava avanti e indietro come un pendolo sopra il condannato disteso su di un panno rosso. Il condannato piangeva e cercava di modulare la propria voce sulla voce della lama pregandola di non avvicinarsi. La lama faceva finta di non capire ma si divertiva un mondo a scendere scendere scendere per fare il solletico sulla pancia del condannato. Gli angeli guardarono per un po’ e dissero ancora: “uhm uhm uhm”.</p>
<p>Infine diedero un’occhiatina all’utero, ma lo fecero, devo dire, con molta delicatezza e pudicizia; all’inizio fecero fatica ad afferrarlo perché l’utero saltava e rimbalzava a destra e a manca: era davvero un dispettoso ma anche bello e vanitoso perché era tutto trasparente.<span id="more-87939"></span> Gli angeli a quel punto si scomposero un po’ nel corrergli dietro, ed erano buffi a vedersi con le ampie vesti bianche che battevano senza posa sulle gambe pallide e tutte quelle ali svolazzare disordinate. Afferratolo lo incisero ma dentro c’erano soltanto cose davvero poco interessanti come conchiglie, denti da latte e qualche lametta da rasoio .</p>
<p>Gli angeli a questo punto non sapevano davvero più che fare o che farsene anche se erano creature veramente intelligenti ed esperte di matematica. A uno di loro, il più burlone della schiera, venne l’idea di prendere una grossa calamita e di farla penzolare un poco al di sopra degli ingranaggi e gli ingranaggi si misero sull’attenti e cominciarono a stridere così dolcemente che gli angeli ne furono estasiati e cominciarono a danzare più rapidi dei colpi di spada, cosa che di solito non fanno mai perché sono sempre molto tristi e composti. Solo il serafino che reggeva la calamita non poteva danzare e ad un certo punto si seccò e pretese che qualche altro angelo gli desse il cambio ma a nessuno andava di farlo: erano troppo impegnati a fare le giravolte. Così il serafino mise da parte la calamita e tutto finì: gli angeli tornarono meditabondi.</p>
<p>Da una parte avrebbero voluto tenere per sé quel così bravo carillon, dall’altra sapevano che il buon Dio non l’avrebbe mai permesso così come non aveva permesso loro di tenere gli specchi (gli angeli sono molto vanitosi) o le rose (gli angeli sanno essere più romantici dei poeti romantici). Al buon Dio infatti piace che le sue milizie angeliche siano massimamente serie e non si distraggano. Dopo una lunga discussione e un aggrottare di fronti pallide decisero di demandare la questione alla Terra, sulla quale non nutrivano opinioni positive, ma pazienza. Dopo aver sbrigato l’iniezione dell’anima e altre pratiche altrettanto noiose riposero il corpo in un astuccio di cellophane e lo espulsero tramite un particolare scivolo che conduceva in qualche angolo del pianeta strano. Da allora non ne hanno più avuto notizie, come del resto non ne hanno per tutti gli altri corpi che passano loro tra le ali.</p>
<p>A proposito degli angeli si raccontano molte e graziose storie di cui alcune false ed altre altrettanto.</p>
<p>Pare che un tempo ciascuno di loro possedesse una vasta collezione di bianchissime spade e che si divertissero a duellare nell’alto dei cieli, scatenando tremendi bagliori che gli uomini credevano stelle, ma che dopo un po’ questo gioco sia venuto loro a noia: gli angeli infatti non possono morire e meno che mai perdere un po’ di quel brillante liquido rosso che invece gli uomini posseggono in grande quantità. Si ferivano e dalle loro ferite non scaturiva altro che semplice pioggia che è una cosa noiosissima. Così, quando il buon Dio li inviò sulla Terra a fare un po’ di pulizia (che è un modo più informale per dire “giustizia”), si fecero prendere la mano e punzecchiarono parecchi ometti, donnine e molti bimbi finché il buon Dio non li richiamò all’ordine e ritirò loro le spade con la promessa di rendergliele soltanto nel sospirato Giorno del Giudizio Universale.</p>
<p>Da allora gli angeli da spadaccini sono divenuti scienziati e del resto le loro tuniche bianche si prestano singolarmente bene a questo scopo, ma questa è davvero una ben misera consolazione per loro: perciò dall’inizio dei tempi fanno il conto alla rovescia per il Giorno del Giudizio come noi lo facciamo per il Capodanno o per altre belle festività. Naturalmente il Giorno del Giudizio è a discrezione del buon Dio e chissà quando sarà: neppure gli angeli lo sanno ma è certo che sarà un tripudio e che nessuno troverà scampo: gli angeli aspettano da troppo. È probabile, comunque, che il canto del carillon abbia ricordato loro il sublime canto delle spade rutilanti nell’aria e che per questo sia stato rispedito sulla terra: gli angeli sono molto volubili e hanno desideri terribili, che non hanno nulla a che vedere con i nostri; una sola nota di più e avrebbero rovesciato il buon Dio e ricordato i nomi delle loro lame, che sarebbero accorse in gran fretta: a quest’ora non troveresti neanche un bruco sulla Terra.</p>
<p>Quando verranno io prego mi riconoscano e si ricordino del piccolo carillon che gli piacque tanto e che dal Paradiso terrestre non ha più suonato e forse non suonerà più: nell’attesa di loro ho scritto questa storia.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><small>Autobio: &#8220;Volatili che preferiscono rimanere anonimi riferiscono che Giulia Felderer è semplicemente una grande&#8221;.<br />
Un altro suo testo <a href="https://gammm.org/2020/04/02/please-help-me-im-burning-alive-giulia-felderer-2019/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>.<br />
Immagine: Giulia Felderer, &#8220;Glitch su una tavola di Maruo Suehiro&#8221;, 2016.</small></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Strade perdute</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/02/02/strade-perdute/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2021/02/02/strade-perdute/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Feb 2021 05:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Elisabetta Costanzo]]></category>
		<category><![CDATA[martina betti]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Shedir]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Elisabetta Costanzo musiche di Martina Betti aka Shedir 1. Paesaggio SHEDIR · 1. Paesaggio Eravamo in macchina; avanzavamo veloci mentre i ciottoli sull’asfalto crepitavano al nostro passaggio. Mi sembrava di volare; istantanee della campagna si susseguivano dietro il finestrino, albero dopo albero, chilometro dopo chilometro. Il sole si nascondeva tra le chiome per poi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-88101" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Martina-4-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Martina-4-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Martina-4-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Martina-4-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Martina-4-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Martina-4-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Martina-4-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Martina-4-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Martina-4-160x160.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/Martina-4.jpg 1080w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> di <strong>Elisabetta Costanzo</strong></p>
<p>musiche di <strong>Martina Betti</strong> aka Shedir</p>
<p><strong>1. Paesaggio</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://w.soundcloud.com/player/?url=https%3A//api.soundcloud.com/tracks/968524906&amp;color=%23ff5500&amp;auto_play=false&amp;hide_related=false&amp;show_comments=true&amp;show_user=true&amp;show_reposts=false&amp;show_teaser=true" width="100%" height="166" frameborder="no" scrolling="no"></iframe></p>
<div style="font-size: 10px; color: #cccccc; line-break: anywhere; word-break: normal; overflow: hidden; white-space: nowrap; text-overflow: ellipsis; font-family: Interstate,Lucida Grande,Lucida Sans Unicode,Lucida Sans,Garuda,Verdana,Tahoma,sans-serif; font-weight: 100;"><a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="SHEDIR" href="https://soundcloud.com/martina-betti-690902308" target="_blank" rel="noopener">SHEDIR</a> · <a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="1. Paesaggio" href="https://soundcloud.com/martina-betti-690902308/1-paesaggio" target="_blank" rel="noopener">1. Paesaggio</a></div>
<p>Eravamo in macchina; avanzavamo veloci mentre i ciottoli sull’asfalto crepitavano al nostro passaggio. Mi sembrava di volare; istantanee della campagna si susseguivano dietro il finestrino, albero dopo albero, chilometro dopo chilometro. Il sole si nascondeva tra le chiome per poi riapparire in una striscia di luce calda. Era un bel momento; non si capisce mai fino a che punto la bellezza ci accarezzi finché non si consuma.<span id="more-87919"></span><br />
Distese verdi si espandevano oltre la carreggiata; a volte si intravedeva un gregge di pecore oppure un gruppo di mucche, poi di nuovo il nulla. I casolari abbandonati erano il mio frammento preferito di quel paesaggio in movimento: un grosso buco al posto del tetto e delle finestre, e poi la polvere, i sassi traballanti.<br />
Mio padre guidava silenzioso accanto a me. Ogni tanto emetteva dei lunghi sospiri, dopo aggrottava le sopracciglia in modo improvviso, come se in mezzo alla strada fosse apparso qualcosa di visibile soltanto a lui. La sua mente era sempre stata un mistero per me, un enigma che non ero nemmeno sicura di voler risolvere.<br />
Poi ricevette una telefonata. Sentii il suo respiro farsi sempre più pesante, sembrava che dalla sua bocca uscissero mattoni al posto di manciate d’aria.<br />
Quei versi si trasformarono in grida e insulti contro la voce in linea.<br />
Alla fine interruppe la chiamata, ma il suo pensiero rimase agganciato al filo del telefono. Immaginai che si trattasse di una questione di lavoro; all’inizio pensai di fargli qualche domanda, poi scelsi il silenzio. Lui continuò a premere il piede sull’acceleratore con le mani strette sullo sterzo.<br />
Passò circa un’ora prima di renderci conto che ci eravamo persi, nessuno dei due aveva idea di dove fossimo. A mio padre furono sufficienti pochi secondi per perdere del tutto il controllo. Il filo era stato spezzato e il suo cervello vagava in un campo di fuoco.</p>
<p><strong>2. Lacrime come sassi</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://w.soundcloud.com/player/?url=https%3A//api.soundcloud.com/tracks/968532928&amp;color=%23ff5500&amp;auto_play=false&amp;hide_related=false&amp;show_comments=true&amp;show_user=true&amp;show_reposts=false&amp;show_teaser=true" width="100%" height="166" frameborder="no" scrolling="no"></iframe></p>
<div style="font-size: 10px; color: #cccccc; line-break: anywhere; word-break: normal; overflow: hidden; white-space: nowrap; text-overflow: ellipsis; font-family: Interstate,Lucida Grande,Lucida Sans Unicode,Lucida Sans,Garuda,Verdana,Tahoma,sans-serif; font-weight: 100;"><a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="SHEDIR" href="https://soundcloud.com/martina-betti-690902308" target="_blank" rel="noopener">SHEDIR</a> · <a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="2. Lacrime Come Sassi" href="https://soundcloud.com/martina-betti-690902308/2-lacrime-come-sassi" target="_blank" rel="noopener">2. Lacrime Come Sassi</a></div>
<p>Iniziò a sbattere la testa sul volante per una, due, tre volte. Avanzava sempre più velocemente, generando dei forti scatti. Il motore gemeva mentre le ruote grattavano sul cemento. Dopo cominciò a sbandare, spingendo il volante a destra e a sinistra.<br />
La macchina ondeggiava simile a una nave immersa nella tempesta.<br />
Le mie dita afferrarono il sedile, presto sentii i muscoli contratti e i polpastrelli consumati. Guidò in quel modo per diverso tempo; il tono spaventato e supplichevole con cui gli chiesi di fermarsi fu l’unica cosa in grado di placarlo.<br />
Mi disse di chiudere la bocca e, lentamente, rallentò finché non riprendemmo un ritmo normale.<br />
Fuori il tempo era cambiato. Nonostante il sole splendesse ancora alto, la pioggia scese giù a fiumi sino a trasformarsi in grandine. Lacrime dure come sassi colpirono i vetri della macchina. Non avevo mai assistito a niente del genere, con la luce solare che illuminava quelle scariche d’acqua condensata.<br />
In lontananza sentivamo gli animali emettere degli acuti latrati, poi alcune pecore si avvicinarono alla carreggiata tremando senza sosta. Sembrava che qualcuno stesse dando loro la caccia tanto i loro corpi si agitavano, eppure non c’era nessuno oltre mio padre e me.</p>
<p><strong>3. Il cielo non è mai lo stesso</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://w.soundcloud.com/player/?url=https%3A//api.soundcloud.com/tracks/968533999&amp;color=%23ff5500&amp;auto_play=false&amp;hide_related=false&amp;show_comments=true&amp;show_user=true&amp;show_reposts=false&amp;show_teaser=true" width="100%" height="166" frameborder="no" scrolling="no"></iframe></p>
<div style="font-size: 10px; color: #cccccc; line-break: anywhere; word-break: normal; overflow: hidden; white-space: nowrap; text-overflow: ellipsis; font-family: Interstate,Lucida Grande,Lucida Sans Unicode,Lucida Sans,Garuda,Verdana,Tahoma,sans-serif; font-weight: 100;"><a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="SHEDIR" href="https://soundcloud.com/martina-betti-690902308" target="_blank" rel="noopener">SHEDIR</a> · <a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="3. Il Cielo Non È Mai Lo Stesso" href="https://soundcloud.com/martina-betti-690902308/3-il-cielo-non-e-mai-lo-stesso" target="_blank" rel="noopener">3. Il Cielo Non È Mai Lo Stesso</a></div>
<p>Eravamo circondati da una strana foschia simile a piccole nuvole bianche che si estendevano basse per quasi tutta l&#8217;ampiezza della carreggiata, tuttavia questo non fermò mio padre che continuò ad avanzare come un soldato su un campo di battaglia.<br />
Il gregge si mosse impaurito, sparpagliandosi e invadendo la nostra corsia; ciascun animale cercava di proteggersi dietro agli altri e tutto avvenne in un attimo: dentro un nero frame che racchiudeva il fischio dei freni e il tonfo sordo di un corpo contro il parabrezza. Io urlai, mio padre rimase immobile: una statua di ghiaccio con gli occhi spalancati. Solo a quel punto spense il motore e scese dalla macchina.<br />
Fuori il tempo era cambiato di nuovo: la nebbia si era diradata e aveva smesso di piovere. Soffiava un vento fortissimo. Non c’era nulla da fare, l’agnellino era morto e il suo cadavere giaceva in mezzo alla strada. Lo implorai di seppellirlo da qualche parte, ma lui si limitò a spostarlo oltre la carreggiata. Le altre pecore si riunirono il più rapidamente possibile oltre la strada.</p>
<p><strong>4. Papà</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://w.soundcloud.com/player/?url=https%3A//api.soundcloud.com/tracks/968535682&amp;color=%23ff5500&amp;auto_play=false&amp;hide_related=false&amp;show_comments=true&amp;show_user=true&amp;show_reposts=false&amp;show_teaser=true" width="100%" height="166" frameborder="no" scrolling="no"></iframe></p>
<div style="font-size: 10px; color: #cccccc; line-break: anywhere; word-break: normal; overflow: hidden; white-space: nowrap; text-overflow: ellipsis; font-family: Interstate,Lucida Grande,Lucida Sans Unicode,Lucida Sans,Garuda,Verdana,Tahoma,sans-serif; font-weight: 100;"><a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="SHEDIR" href="https://soundcloud.com/martina-betti-690902308" target="_blank" rel="noopener">SHEDIR</a> · <a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="4. Papà" href="https://soundcloud.com/martina-betti-690902308/4-papa" target="_blank" rel="noopener">4. Papà</a></div>
<p>Le ruote scorrevano sull’asfalto bagnato e in poco tempo riacquistammo velocità. Mio padre guidava con lo sguardo fermo in avanti, quasi per lasciarsi alle spalle ciò che era appena accaduto.<br />
Mi voltai verso di lui e fu come se la macchina ci avesse portati indietro di molti anni. Vedevo mio padre con i capelli scuri e folti, gli occhiali dalla montatura spessa, l’andatura agile. Ricordai i suoi scatti d’ira, le sue lotte, ma anche i sorrisi, le ore trascorse a giocare sdraiata sulla sua pancia. Poi, allo stesso modo, apparve il futuro: vidi mio padre ingobbito, con la testa rada, le orecchie grandi e rugose.<br />
Il presente, invece, era circondato dalla nebbia. Viaggiammo in silenzio per un tempo che mi sembrò un&#8217;eternità, immersi in una luce grigio piombo che avvolse la macchina e le cose attorno come una coperta. Abbassai il finestrino e mi lasciai sferzare il volto dal freddo; il paesaggio continuava a scorrere portandomi con sé.</p>
<p><strong>5. Stazione di servizio</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://w.soundcloud.com/player/?url=https%3A//api.soundcloud.com/tracks/968537503&amp;color=%23ff5500&amp;auto_play=false&amp;hide_related=false&amp;show_comments=true&amp;show_user=true&amp;show_reposts=false&amp;show_teaser=true" width="100%" height="166" frameborder="no" scrolling="no"></iframe></p>
<div style="font-size: 10px; color: #cccccc; line-break: anywhere; word-break: normal; overflow: hidden; white-space: nowrap; text-overflow: ellipsis; font-family: Interstate,Lucida Grande,Lucida Sans Unicode,Lucida Sans,Garuda,Verdana,Tahoma,sans-serif; font-weight: 100;"><a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="SHEDIR" href="https://soundcloud.com/martina-betti-690902308" target="_blank" rel="noopener">SHEDIR</a> · <a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="5. Stazione Di Servizio" href="https://soundcloud.com/martina-betti-690902308/5-stazione-di-servizio" target="_blank" rel="noopener">5. Stazione Di Servizio</a></div>
<p>Per la prima volta da quando eravamo partiti ci imbattemmo in una stazione di servizio. Accostammo per fare benzina e sgranchirci le gambe. Il sole affiorò come un vaporoso disco giallo che si ingigantiva, quasi sciolto nel cielo e senza più contorno; un lieve tepore si diffuse nell&#8217;aria.<br />
Notai una macchia di sangue sul parabrezza. Ciò che era rimasto della morte dell’agnellino era impresso nella vernice: piccole gocce rosse che insieme avevano la forma di una nuvola. Sentii un brivido invadermi dall’interno, spasmi che si estendevano dalla costole come rami, poi un nodo alla gola. Mio padre era concentrato a fare benzina. Gli dissi della macchia e parve molto irritato; dopo mi allontanai verso il bagno.<br />
Accadde in un attimo: osservai mio padre di spalle, di fronte il serbatoio aperto. Provai delle sensazioni indecifrabili tanto erano diverse fra loro.<br />
Mi incamminai verso la distesa verde che si espandeva in lontananza insieme agli animali selvatici, ai casolari abbandonati. Mio padre divenne una macchia piccolissima; poi scomparve.</p>
<p><strong>6. Strade perdute</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://w.soundcloud.com/player/?url=https%3A//api.soundcloud.com/tracks/968540557&amp;color=%23ff5500&amp;auto_play=false&amp;hide_related=false&amp;show_comments=true&amp;show_user=true&amp;show_reposts=false&amp;show_teaser=true" width="100%" height="166" frameborder="no" scrolling="no"></iframe></p>
<div style="font-size: 10px; color: #cccccc; line-break: anywhere; word-break: normal; overflow: hidden; white-space: nowrap; text-overflow: ellipsis; font-family: Interstate,Lucida Grande,Lucida Sans Unicode,Lucida Sans,Garuda,Verdana,Tahoma,sans-serif; font-weight: 100;"><a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="SHEDIR" href="https://soundcloud.com/martina-betti-690902308" target="_blank" rel="noopener">SHEDIR</a> · <a style="color: #cccccc; text-decoration: none;" title="6. Strade Perdute" href="https://soundcloud.com/martina-betti-690902308/6-strade-perdute" target="_blank" rel="noopener">6. Strade Perdute</a></div>
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