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	<title>antonio moresco &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Commiato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/05/27/commiato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio moresco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 May 2005 22:33:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco Cari amici, vi comunico la mia decisione di uscire da Nazione Indiana. Negli anni in cui ci siamo conosciuti e siamo stati insieme ci siamo sempre detti le cose con chiarezza. Per cui sento il bisogno anche adesso di esprimermi in modo libero e trasparente. Quando alcuni di noi hanno messo al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Antonio Moresco</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="notorious_16.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/notorious_16.jpg" width="300" height="200" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left>Cari amici,</p>
<p>vi comunico la mia decisione di uscire da Nazione Indiana. Negli anni in cui ci siamo conosciuti e siamo stati insieme ci siamo sempre detti le cose con chiarezza. Per cui sento il bisogno anche adesso di esprimermi in modo libero e trasparente.</p>
<p>Quando alcuni di noi hanno messo al mondo attraverso il mezzo della rete questa piccola cosa dinamica, creativa e controcorrente nel panorama culturale di questi anni e delle sue strutture (che tendono ad atrofizzare e a rendere atomizzate e puramente funzionali le persone e le vite che si muovono al loro interno) si è cercato di prendere coscienza e di definire la natura dei nostri desideri e delle nostre aspettative. L’idea era di fare qualcosa che si muovesse nella dimensione del combattimento e del sogno, cioè di un movimento unico che tenesse indissolubilmente uniti dentro di sé sia il conflitto delle idee e l’aspirazione all’apertura di spazi che l’amore per l’oggetto e la cosa in sé, sia la responsabilità intellettuale radicale che l’incandescenza, l’intransigenza e l’integrità artistica e di conoscenza.<br />
<span id="more-1181"></span><br />
A parole si era tutti d’accordo. Ma quando poi si è trattato di tradurre le intenzioni in comportamenti coerenti (come è successo in occasione dell’iniziativa pubblica su quella che abbiamo chiamato “La restaurazione”) sono emerse differenze tali che non si può far finta di non vedere continuando come se niente fosse. Ciò che è avvenuto non è una semplice diversità di opinioni su qualcosa di marginale ma una spaccatura profonda su qualcosa di sostanziale che non si può ignorare né ricucire, come mi ero illuso si potesse fare durante l’ultima riunione di Nazione Indiana. Bisogna prendere atto che solo una parte di N.I. è disposta a esporsi e a condurre certe battaglie, mentre un’altra ha evidentemente aspirazioni diverse e un’altra ancora, di fronte ai passaggi più impegnativi e quando si tratta di allungare il passo, non partecipa e non dà segni di vita. </p>
<p>In una situazione come quella che si è venuta a creare non mi sembra lungimirante una piccola e grottesca lotta tra “buoni” e “cattivi” e tra le diverse “linee” emerse per suscitare o imporre una linea unica. Io almeno mi rifiuto di ridurre tutto ciò che ha portato alla nascita di Nazione Indiana a questo piccolo, rincoglionente e prevedibile gioco già visto troppe volte in passato, in ogni campo.</p>
<p>Se, nonostante la presenza di persone che dimostrano tenuta e coerenza, la possibilità di essere una minoranza creativa e incisiva viene erosa e paralizzata dall’interno, io non trovo più ragioni per stare in questa cosa che pure ho contribuito a mettere al mondo e alla quale avevo anche trovato il nome. E’ bello e arricchente mettersi assieme ad altri per fare qualcosa di più di quanto già stiamo cercando di fare da soli, non per fare di meno, per andare verso una moltiplicazione delle forze, non una sua divisione. Non mi pare accettabile, non è eticamente, spiritualmente, artisticamente difendibile e giusto mettersi nella prospettiva di passare i prossimi anni della propria vita in un logorante lavorio “politico” di ricucitura continua di rapporti dentro una logica sempre più sfilacciata e inerte. Io perlomeno non ci sto. Non serve a nessuno, ne va della nostra integrità di scrittori e di uomini. Il solco tra aspirazione iniziale e quadro realmente emerso negli ultimi tempi è diventato per me troppo profondo. E’ bastato doversi confrontare -per la prima volta- con qualcosa che ci esponeva personalmente nei confronti della macchina editoriale (ma anche che qualificava le ragioni della nostra esistenza nel mondo culturale ed editoriale di questi anni) per far emergere di colpo, in alcuni, tutte le paure, i blocchi, le inerzie, le logiche accomodanti, le ambiguità sotterranee, i freni, le sudditanze introiettate, il rifiuto di affrontare cose impegnative e battaglie difficili e persino, in alcuni casi, povertà d’animo, mediocrità, guerricciole ecc…</p>
<p>Noi -per nostra fortuna- abbiamo rifiutato fin dall’inizio di avere una struttura burocratica e di potere. Non esiste perciò una Direzione, una Redazione. Non esiste una “linea” da seguire e quindi l’istituzionalizzazione pietrificante di “custodi” della stessa. Non esiste l’orribile istituto dell’espulsione e della messa in minoranza. E’ una scelta che continuo a ritenere giusta. Perciò ognuno, come singola persona, è responsabile nei confronti delle proprie azioni, della propria vita e dei propri sogni. Se una cosa ti va bene, ci stai, altrimenti no. Se in un posto ti trovi bene ci stai, se non ti trovi più bene non chiedi agli altri di andarsene, te ne vai tu. Se una cosa ti fa andare avanti, vai avanti con quella, se no vai per un’altra strada senza rompere i coglioni a nessuno. Se rimani da solo, pazienza. Non è una cosa di cui vergognarsi. Se trovi degli altri con cui condividere i tuoi sogni e le tue aspirazioni, vai avanti con quelli e ti inventi qualcosa. Non vedo altro modo libero e pulito di andare.</p>
<p>Si va verso qualcosa, si tende a qualcosa, prima del nostro incontro e del nostro abbraccio con la morte. Se trovi, nella solitudine profonda e ultima che avvolge ogni vita, delle persone con cui cantare attorno al fuoco e camminare per un po’ nella notte, vai avanti con quelle come in un sogno inventandoti i sentieri di volta in volta. Ma ognuno può sempre andare liberamente per la sua strada. Senza recriminazioni, senza colpevolizzazioni, senza rancori, senza voler costringere nessuno a essere quello che evidentemente non è o ad andare dove non ha voglia di andare.</p>
<p>Qualche anno fa alcuni di noi hanno dato vita all’incontro da cui è nato il libro collettivo “Scrivere sul fronte occidentale”, che ha segnato una presenza reale e che quindi è stato accolto con incomprensioni, semplificazioni e ostilità profonde, come è costume tra la cosiddetta intellighentia del nostro paese, tanto più in questi anni. Poi c’è stata Nazione Indiana, un’ esperienza, nonostante tutto, più profonda e più ampia della precedente e che ha fatto emergere anche persone meravigliose, più integre e combattive, sia tra quelle più mature e sperimentate che tra quelle più giovani e meno compromesse, che si sono potute incontrare per l’esistenza di questa avventura in rete e che considero un privilegio e una grazia avere conosciuto. Tutta questa ricchezza e questa potenzialità -umana oltre che artistica e culturale- non deve logorarsi in un continuo sforzo di autoconservazione e autodifesa o venire dispersa, ma valorizzata ancora di più nel futuro, inventandosi delle forme proporzionali, come in un viaggio si possono cambiare più volte mezzi di trasporto e compagni di viaggio per continuare ad andare.</p>
<p>Nazione Indiana ha prodotto, in due soli anni di vita, una massa impressionante e significativa di scritti. Frutto della passione volontaria di numerosi scrittori, poeti, registi, scienziati, saggisti e critici e anche di singole persone che stanno ancora precisando e inventando se stesse e di cui sentiremo parlare in futuro. Sia negli scritti pubblicati in prima pagina che nelle sterminate, rissose ma a volte anche sorprendenti finestre dei commenti. Tutta questa massa di passioni e di interventi scritti potrebbe dare vita, da sola, volendo, a un buon numero di pubblicazioni e di libri che saprebbero dire molte cose forti, fresche e non paludate su quanto sta succedendo in questi anni alle nostre vite.</p>
<p>Se l’osservazione onesta e senza veli consolatori mi fa arrivare alla conclusione che questa piccola-grande cosa d’ora in poi (nonostante i rapporti di amicizia e affetto, che per me restano intatti) può solo avvitarsi nel piccolo cabotaggio, nelle resistenze intestine non appena si tratta di affrontare qualcosa di arduo e di impegnativo e in un destino culturalistico prevedibile e “all’ italiana”, meglio per me lasciar perdere. L’idea iniziale, perseguita da me e da altri in totale buona fede, che ci potesse essere, qui ed ora, in questi anni, almeno in una parte di scrittori, intellettuali e artisti italiani una naturale predisposizione al riscatto e alla presa di coscienza della propria responsabilità nei confronti di se stessi e del mondo e della propria forza, si è rivelata un’ingenuità, una pura speranza. C’è in alcuni -ed è una novità di questi anni- ma non in molti. Bisogna, con più lucidità e con più forza, ricominciare da questa presa d’atto. Così anche il nome di Nazione Indiana, che rappresentava tale speranza, non ha per me più alcun senso. Si tratta di tenere conto, nel bene e nel male, degli insegnamenti di questa ricca esperienza e di vedere se e come si può fare di più e di meglio in futuro.</p>
<p>Io perlomeno la vedo così. Ma si tratta di una mia convinzione personale maturata soprattutto durante le ultime vicende che ci hanno attraversato e coinvolto, che mi hanno aperto gli occhi. Gli altri amici decideranno anche loro singolarmente come vorranno. Ognuno è libero di pensarla come vuole e di agire di conseguenza e di decidere come meglio crede circa le sorti di questa cosa collettiva che abbiamo chiamato Nazione Indiana, che non ha padroni che possano decidere da soli per tutti gli altri.</p>
<p>Per quanto mi riguarda, se si può solo continuare ad andare avanti per conto proprio, andrò avanti così, come ho fatto per gran parte della mia vita. Se invece c’è da correre qualche altra avventura collettiva più forte di Nazione Indiana (come N.I. è stata più forte, incombaciante e asimmetrica rispetto a “Scrivere sul fronte occidentale”), con persone veramente motivate e coerenti e disposte ad assumersi qualche rischio per quello in cui credono, per fare una cosa radicale, creativa, spiazzante, coraggiosa e felice, allora io sarò il primo a starci. Ma per fare di più, non di meno. E c’è poi da ripensare e da reinventare tutto il problema degli strumenti e del modo migliore e più dinamico di stare anche dentro la rete, che non è solo quel regno delle libertà e delle possibilità che generalmente viene descritto ma anche una macchina sbriciolante e immobilizzante dove tendono continuamente a riprodursi -magari moltiplicate- le stesse logiche che dominano all’esterno.</p>
<p>Ho aspettato di avere portato a termine il piccolo impegno che mi ero assunto con l’amata Murasaki e con il suo <i>Genji </i>prima di rendere nota questa decisione, che avevo già preso da alcune settimane.</p>
<p>Un caro saluto, un ringraziamento sincero e un bacio a tutti,<br />
Antonio.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cosa è successo nel frattempo?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/16/cosa-e-successo-nel-frattempo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio moresco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Apr 2005 21:54:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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					<description><![CDATA[(Risposta a Giulio Mozzi) di Antonio Moresco Caro Giulio, vorrei dire alcune cose sui tuoi interventi a proposito della &#8220;Restaurazione&#8221;: Uno. Quel pezzo non era espressione soltanto di una mia posizione personale (tu dici -non so perché- “profezia”), ma anche di quanto è emerso in una riunione collettiva di Nazione Indiana in preparazione dell’incontro che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(Risposta a <b>Giulio Mozzi</b>)</p>
<p>di <b>Antonio Moresco</b></p>
<p>Caro Giulio,<br />
vorrei dire alcune cose sui tuoi interventi a proposito della &#8220;Restaurazione&#8221;:</p>
<p>Uno. Quel pezzo non era espressione soltanto di una mia posizione personale (tu dici -non so perché- “profezia”), ma anche di quanto è emerso in una riunione collettiva di Nazione Indiana in preparazione dell’incontro che si terrà a Torino alla Fiera del libro.</p>
<p>Due. Non ho mai fatto una divisione manichea in buoni e cattivi e in puri e impuri. Questa cosa non la puoi trovare né nel pezzo di cui stiamo parlando né nell’intero mio lavoro di scrittore. Ma ciò non vuol dire che tutto sia uguale a tutto e che non ci siano delle differenze e non si possano esprimere con chiarezza i nostri pensieri e le nostre tensioni.<br />
<span id="more-1110"></span><br />
Tre. Non ho mai espresso una generica disistima nei confronti dell’insieme delle persone che lavorano nelle case editrici. Ti cito per esteso un passo della “Restaurazione” (che anche tu citi), dove si dice esattamente il contrario: “Non tutto si muove in questa direzione. Esiste anche qualcosa che viaggia in direzione diversa. E mai come adesso. Persone che -ciascuna a suo modo- scrivono senza arrendersi, librai che non accettano di trasformarsi in venditori di saponette, editori nuovi che nascono o si rafforzano cercando di seguire altre strade, singole persone che lavorano anche all’interno della grande editoria e dei giornali e della nuova frontiera in rete animate da un diverso atteggiamento e da una vera passione. Perché ogni gesto è importante, ogni persona -ovunque si trovi- può fare la differenza, gettare un seme, purché non si nasconda come stanno veramente le cose e com’è fatta la macchina in cui si trova e si muova dentro di essa con lucidità, cercando di cogliere le sue crepe, le sue fessure, liberando controspinte, fratellanza, coraggio. Esistono delle persone così, in questi anni, e allora può avvenire qualcosa di imprevisto, di incalcolato, qualcosa che non doveva nascere, nasce, qualcosa che non doveva passare, passa.” E’ manicheismo, schematismo e astrazione tutto questo? E -se non lo è- perché tutta questa insistenza su questo punto? Che cos’è che disturba in tutto questo discorso?</p>
<p>Per quanto mi riguarda, so che hai letto i miei libri e quindi conosci la mia inermità e la forza delle mie illusioni. Quando è uscito “Lettere a nessuno” tu sei stato uno dei non moltissimi che hanno recensito questo libro scorticato (lo hai fatto in rete) con la tua sensibilità di scorticato. Cito alcune frasi della tua recensione di allora:</p>
<p>“Questo è un libro grande e stupefacente… ‘Lettere a nessuno’ è uno straordinario libro autobiografico, è una sarcastica descrizione del funzionamento dell’industria culturale italiana… Che alcuni intellettuali di grido ne escano fatti a pezzi non è tanto importante; è importante la considerazione alla quale arriva Moresco sul finire del libro: ‘Si concede, ancora per un po’, che i libri vengano scritti dagli autori; ma la ragione del loro essere è già fuori di essi…’ ossia nelle mani dell’industria editoriale…” “E’ il libro di un pazzo? Sì, se chiamiamo pazzo colui che dice ciò che non si deve dire e pensa ciò che non si deve pensare.”</p>
<p>Eravamo nel maggio del 1997. Adesso siamo nell’aprile del 2005. Non esistono più questi problemi? Non se ne può più parlare? E perché? Cosa è successo nel frattempo per cui non se ne potrebbe più parlare? Anche se, da allora a oggi, sono riuscito a pubblicare i miei libri e ho incontrato alcuni amici meravigliosi, io non sono cambiato da allora.</p>
<p>Un’ultima cosa. Tu insisti sul fatto che le mie sarebbero profezie e discorsi campati in aria e mi opponi le inesorabili necessità della macchina. Sempre, in ogni situazione, in ogni epoca, se guardi solo dentro l’orizzonte chiuso del contingente e delle sue logiche interne, sembra che le cose non possano essere che così e che non ci sia via d’uscita. Invece, nel corso del tempo, le cose non sono mai rimaste ferme, sono sempre successi e succedono avvenimenti che modificano, spostano e a volte rovesciano le strutture consolidate. Perché il nostro compito di scrittori si dovrebbe esaurire nel dire che le cose stanno così e che quindi ci dobbiamo adattare a mangiare per sempre questa minestra così com’è? </p>
<p>A volte le persone, non solo gli scrittori, percepiscono in modo particolarmente acuto che si trovano in una situazione soffocante e cominciano col manifestarlo e cercano in questo di incontrarsi con altre persone per parlarne e magari guardare tutto il funzionamento della macchina da un’ottica un po’ più grande, per cominciare a capire che cosa si può fare. E forse anche le persone che lavorano con passione e coraggio dentro le case editrici (e ce ne sono molte) potrebbero ricevere un aiuto e una spinta da un atteggiamento diverso, più responsabile e meno rinunciatario e minimalistico e impiegatizio da parte degli scrittori di questi anni. </p>
<p>E’ anche questo il senso dell’ incontro che stiamo organizzando e anche dell’ accesa e a volte dolorosa discussione che è nata su Nazione Indiana e che alcuni hanno voluto leggere e censurare solo in termini di toni e di forme e non di sostanza e di idee messe in campo. Forse proprio perché si sono toccati argomenti per nulla astratti ma profondi e reali e quindi, inevitabilmente, anche nervi scoperti, blocchi, paure che attraversano le vite reali delle persone e i loro progetti di esistenza.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Il Papa eliminato dalla Casa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/15/il-papa-eliminato-dalla-casa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio moresco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2005 23:18:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Salvatore Toscano Ecco: parte una canzone degli Aerosmith (magari quella usata in Armageddon), oppure, che ne so, Tiziano Ferro, una qualsiasi hit del momento, o roba un po’ più sofisticata, insomma qualunque stronzata ritenuta capace di far salire la temperatura emotiva del pubblico. Allora, la situazione è questa: abbiamo appena visto Sempronio del Grande [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Salvatore Toscano</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="funeralipapa.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/funeralipapa.jpg" width="268" height="180" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left>Ecco: parte una canzone degli Aerosmith (magari quella usata in <i>Armageddon</i>), oppure, che ne so, Tiziano Ferro, una qualsiasi hit del momento, o roba un po’ più sofisticata, insomma qualunque stronzata ritenuta capace di far salire la temperatura emotiva del pubblico.<br />
Allora, la situazione è questa: abbiamo appena visto Sempronio del <i>Grande Fratello</i>, o Caio de <i>La Fattoria</i>, uscire dalla Casa acclamato come un Papa a Carnevale da figuranti che si fingono esseri umani. Sempronio del <i>Grande Fratello</i> è stato raccolto dal presentatorino fighetto che si finge un essere umano, è stato infilato in una bella automobile e portato in studio. In studio lo hanno riacclamato e abbracciato, qualcuno ha pianto, gli altri usciti dalla Casa nelle settimane precedenti sono così belli e luminosi che il nuovo arrivato fa fatica a riconoscerli ma li abbraccia lo stesso come vecchi amici, ci sono persino i familiari pure loro belli come a un matrimonio e – non c’è niente da fare, dispiace ammetterlo – hanno tutta l’aria di aver fatto un corso intensivo per imparare a fingersi esseri umani.<br />
<span id="more-1108"></span><br />
In genere funziona così: l’eliminato esce dalla casa, arriva in studio e la presentatrice dopo qualche commento fa partire una clip di un paio di minuti in cui si mostrano tutte le gesta di Sempronio nella Casa. Non rara è la comparsa di un piccolo riquadro in un angolo del teleschermo che documenta l’emozione del protagonista in studio mentre si rivede nella clip.</p>
<p>Ora, restiamo al Grande Fratello che è l’esempio perfetto per dare un’idea della sproporzione che c’è – in vari sensi, ma in particolare dal punto di vista emotivo – tra la realtà vissuta all’interno della Casa e la clip di due minuti. Per convenzione ci tocca far finta di potere etichettare ciò che accade nella Casa come “realtà” in contrapposizione alla clip che possiamo etichettare come “puro concentrato di televisione” o, per brevità, “televisione”. </p>
<p>Nella Casa, come in quasi tutte le case del mondo, la vita, se proprio ci costringiamo a osservarla per passare un po’ di tempo libero, è francamente noiosa e molti microeventi interessanti che si vedono nelle case normali non sono consentiti dal regolamento o sono ottusamente ritenuti di scarso appeal. Certo, ogni tanto gli autori si fanno venire in mente giochini da villaggio turistico, ma tutto sommato si assiste al lentissimo e noiosissimo scorrere di quintalate e quintalate di tempo. Quindi anche se gli ideatori del programma non se ne sono accorti e non l’hanno fatto apposta, il format del Grande Fratello dà vita a una specie di enorme installazione di arte contemporanea dedicata al tempo. </p>
<p>Facciamo un veloce zapping dalla Casa alla clip. Ci troviamo al cospetto di sconfinate quantità di tempo e noia messe al confronto con una strabiliante clip di due minuti in cui tutta una vita è sintetizzata ed elevata a evento televisivo.</p>
<p>Nella Casa per lo più si chiacchiera, si sta sdraiati sul divano, si fuma, si cucina, c’è un vago e molle intessersi di relazioni umane tra aspiranti ospiti di <i>Buona Domenica</i> che si fingono esseri umani, un po’ di competizione e poco altro di rilevante: credo che nel giro di un mese ci siano sì e no la metà dei colpi di scena che ci sono in una singola puntata di <i>Beautiful</i>. </p>
<p>Ritorniamo con un salto velocissimo alla nostra clip di due minuti che, va sottolineato, è messa insieme con lo stesso materiale video poco brioso che arriva dalla Casa. Allora, stabiliamo una volta per tutte che la colonna sonora la fanno gli Aerosmith, la canzone è commovente, non dobbiamo dimenticare che si tratta di <i>I don’t want to miss a thing</i> pensata per Bruce Willis che muore salvando il pianeta dalla imminente collisione con un gigantesco meteorite. Nel montaggio il bel Sempronio del <i>Grande Fratello </i>entra nella Casa con la valigia, poi ride in mezzo agli altri, poi è avvolto nel rosso del confessionale con il suo belvedere di pettorali depilati, poi se ne sta seduto sul divano con i piedi nudi poggiati sul tavolino e lo sguardo pensoso, la musica sale, ecco Sempronio al rallentatore (in verità quasi tutto è al rallentatore ma solo adesso ne prendiamo coscienza) che corre sul tapis roulant, il montaggio dettaglia in uno spolverio di secondi l’inizio di una storia d’amore, poi Sempronio si tuffa nella piscina con lei, poi è in bagno si fa la barba e lei lo abbraccia da dietro, poi è al buio, sotto le coperte con lei in un’inquadratura che ricorda le immagini notturne dell’attacco americano in Iraq, la musica naturalmente non può far altro che continuare a salire, se è possibile tutto si fa ancora più rallentato e patinato, i ragazzi della casa si fanno scherzi con la panna spray per dolci e nessuno ha mai avuto in vita sua amici come questi, Sempronio la bacia, si amano, è evidente che si amano come a pochi altri al mondo è capitato di amarsi, Sempronio è in palestra a rimpinzare i bicipiti mentre una goccia di sudore scende al rallentatore sulla tempia destra scavalcando una vena azzurra in rilievo… E niente è mai stato così irripetibile e perfetto, un po’ come l’urlo di Tardelli al mondiale del 1982 ma progettato a tavolino in ogni minuscolo dettaglio.  </p>
<p>E quanto tempo è passato? Quanto dura tutto questo? Per quanto tempo le nostre espressioni facciali sono state telecomandate dalle immagini sullo schermo?</p>
<p>Due minuti. </p>
<p>Spero di aver reso la sorprendente sproporzione tra la nullità della vita nella Casa (che poi si elegge a metafora di tutte le case dato che ci sono la “C” maiuscola e l’articolo determinativo) e la smagliante bellezza della clip, perché è in questa sproporzione che sta il nocciolo della faccenda. </p>
<p>In realtà questa doveva essere solo una premessa, forse mi sono allargato un po’. </p>
<p>Volevo parlare del Papa, e di quello che ha fatto la televisione con lui, di quanto è stato dopato l’evento, di quanto è stato potente il ruolo della televisione nel moltiplicare le masse che lei stessa inquadrava. Volevo parlare di Bruno Vespa che alla fine della diretta del funerale usava come unità di misura dell’evento la quantità di telecamere presenti: “cinquantuno, faccio televisione da quarant’anni e non ho mai visto una cosa del genere”. Forse mi sarebbe piaciuto parlare anche dell’aumento del numero di telecamere negli stadi. Proprio qualche settimana fa l’ex arbitro Graziano Cesari a <i>Controcampo</i> faceva notare che gli errori degli arbitri oggi sono più evidenti non per via della loro incapacità, ma perché ci sono molte telecamere in più rispetto a qualche anno fa. E avrei fatto notare che per lo più gli arbitri e il funerale del Papa non c’entrano un bel niente e ci distraggono dalla verità, dal nocciolo della questione che, ripeto, resta in quella formidabile sproporzione emotiva tra la clip di due minuti e il fiaccume che regna nella Casa, e sembra regnare nelle nostre case e nelle nostre vite. </p>
<p>Cinquantuno telecamere, per noi spettatori, non significano moltiplicare la nostra presenza e migliorarne la qualità, non significano essere più presenti, ma essere più manipolati, non significano essere più vicini, ma essere più lontani, messi a debita distanza dalla finzione organizzata da un regista libidinoso tutto immerso nella sua orgia audiovisiva. Cinquantuno telecamere significano inquadratura larghissima di piazza San Pietro, dettaglio della campana che suona a lutto, inquadratura degli uomini con la divisa della protezione civile che distribuiscono bottiglie d’acqua ai “pellegrini”, significano bandiere che sventolano sulle teste dei “pellegrini”, inquadratura di gente con il turbante, il presidente Ciampi che stringe varie mani, il vaticanista che commenta con le cuffie sulle orecchie, collegamento con Circo Massimo, schermi giganti in Polonia, inquadratura di Bush con moglie padre ed ex avversario… Il tutto, si badi bene, non metabolizzato e donato alle nostre capacità pensanti come può fare un DeLillo in <i>Underworld</i> o in <i>Mao II</i> (cito DeLillo perché in alcune sue scene di massa la tecnica della moltiplicazione dei punti di vista è la stessa) ma scaraventato con violenza propagandistica sulle nostre nudità di esseri, condizionati da un’inevitabile formazione cristiana, in preda all’emozione e veicolati dalla incessante parlantina esaltata di chi commenta.    </p>
<p>E nel calcio. Nel calcio oggi abbiamo tantissimi primi piani, vediamo la faccia di Totti, di Del Piero, o Ronaldo. Non so quante volte ho maledetto il regista che indugiava su un primo piano facendomi perdere una bella azione di gioco. E tutto questo perché il primo piano è necessario, è più importante della partita, nessuno può rinunciare al primo piano che è uno dei più fertili strumenti della mitopoiesi praticata dalla televisione. </p>
<p>Si tratta di gente che sa governare l’oscura grammatica della manipolazione, solo che, porca puttana, non è oscura per niente questa grammatica. I mezzi a disposizione sono tanti e ipertecnologici, ma il linguaggio è elementare, persino rozzo: pensiamo al film <i>The Passion </i>di Mel Gibson con l’abuso di rallenti e di sottolineature musicali che tentano di comandare a bacchetta i nostri stati d’animo. È così evidente e dozzinale, tutti noi li vediamo quei merdosissimi programmi televisivi pieni di stronzate ma formalmente impeccabili e persino interessanti per gli intelligentoni che li studiano e fanno della televisione una scienza, lo sappiamo benissimo come ci si dimentica presto dei personaggi del momento anche quando il primo piano e il momento durano qualche anno… È così chiaro che questi qui il loro mestiere lo sanno fare bene, solo che non sempre è chiarito che il loro mestiere è far credere a noi che guardiamo che quelle cose sono fondamentali, imperdibili, che in televisione c’è tutta roba molto più insostituibile di noi e delle nostre vite e che saremmo dei coglioni se spegnessimo il televisore per restarcene nel mortificante silenzio della nostra casa con la “c” minuscola. </p>
<p>Robert Bresson nelle <i>Note sul cinematografo</i> scriveva che “la televisione è una scuola di disattenzione” ed era vero in un tempo in cui esistevano da una parte il mondo e da una parte la televisione. Oggi però i confini si fanno più sfumati, le cose si ribaltano e la televisione si impone come mondo. In base a questa logica è il mondo stesso (quello che non sta nel video) a diventare una scuola di disattenzione e quindi va combattuto perché ci allena e fortifica nella disattenzione, ci distoglie dalle cose importanti, ci distoglie dalla televisione. </p>
<p>Ecco, io non giudico questo Papa, non è a me che compete, non ne ho gli strumenti e non sono interessato a farlo… E poi come potrei adesso che mi hanno rimbambito per giorni con questa interminabile clip di due minuti andata in onda su tutti i canali per l’uscita del Papa dalla Casa?</p>
<p>La clip è partita: il Papa è in Africa, il Papa è sugli scii, il Papa trema con la testa piegata di lato vinta dalla forza di gravità, il Papa giovane fa l’attore, il Papa prende in braccio un bambino, il Papa si accascia perché gli hanno sparato, il Papa con la colomba che non vuole saperne di volare via, il Papa nella Papamobile… Il Papa è stato eliminato e i figuranti che si fingono esseri umani lo hanno acclamato attirando un numero spropositato di esseri umani veri subito ribattezzati “pellegrini”, c’è stata un’esplosione demografica di presentatorini fighetti, e&#8230; Non so, non me la sento nemmeno di continuare, mi sembra scorretto, persino troppo facile: a questo punto il Papa eliminato dalla Casa del <i>Grande Fratello</i> non è altro che la solita trovata furbetta. Io però sono davvero incazzato perché mi fa male vedere le persone a cui voglio bene prese per il culo in questa maniera. Mia madre ha pianto per la morte del Papa, le sarebbe piaciuto essere a Roma, era stupefatta dalle cifre, dal numero dei “pellegrini”, dalla portata dell’evento che ha costretto addirittura la protezione civile a spedirle un paio di sms sul cellulare per invitarla a starsene lontana dalla capitale, è sinceramente colpita dalla faccia trasfigurata dal dolore di gente come Cucuzza o Mara Venier, e se solo provo a discutere tende a chiudersi perché è sicura che il problema si riduca a questo: lei è una credente mentre io sono solo un presuntuoso che gioca a fare l’ateo. </p>
<p>Il fatto è che mia madre è una persona ingenua come le donne che stavano davanti al televisore con David Foster Wallace l’Undici settembre 2001: “A nessuna delle presenti verrebbe in mente neppure per un attimo di notare che forse è un po’ strano che i cronisti di tutti e tre i telegiornali siano in maniche di camicia, che i capelli arruffati di Rather non siano un fatto al 100% casuale, o che certe sequenze spettacolari vengano ritrasmesse ininterrottamente nell’eventualità che i telespettatori si siano appena sintonizzati e non le abbiano ancora viste. Nessuno pare accorgersi che gli strani occhietti spenti di Bush sembrano progressivamente avvicinarsi l’uno all’altro durante tutto il suo discorso registrato, né che certe sue frasi suonino identiche e quasi al limite del plagio rispetto a quelle pronunciate un paio di anni addietro da Bruce Willis (nella parte, notate bene, di un fanatico estremista di destra) nel film <i>Attacco al potere</i>. Né che almeno una parte del trauma delle ultime due ore derivi dalla precisione con cui varie inquadrature e scene ricordino indifferentemente la trama di <i>Die Hard</i>, <i>Air Force One</i> o del romanzo <i>Debito d’onore</i> di Tom Clancy. Nessuna di esse è abbastanza sarcastica e sofisticata da proporre l’ovvio, perverso richiamo postmoderno: Questo L’Abbiamo Già Visto. Al contrario, l’unica cosa che fanno è star lì tutte sedute insieme a sentirsi malissimo e a pregare.” (<i>La vista da casa Thompson</i> nel volume <i>Undici settembre</i>, pubblicato da Einaudi).</p>
<p>Non è un problema di cultura o di istruzione, ce lo dobbiamo ricordare, per la maggior parte siamo soltanto ingenui, non ignoranti, non stupidi. Abbiamo gli occhi chiusi, o la testa girata dall’altra parte, ci lasciamo frastornare dalle clip di due minuti, ma non siamo ciechi, i nostri occhi funzionano ancora e ce lo dobbiamo ricordare.</p>
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		<title>Risposta pacata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio moresco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2005 22:53:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco Vedo che in Nazione Indiana è salita la febbre, che c’è fermento e anche scontro, e questo -se non si è cultori del quieto vivere e del bon ton a tutti i costi- mi sembra una cosa buona. Partecipiamo a questa avventura collettiva da più di due anni ed è bene cominciare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Antonio Moresco</b></p>
<p>Vedo che in Nazione Indiana è salita la febbre, che c’è fermento e anche scontro, e questo -se non si è cultori del quieto vivere e del bon ton a tutti i costi- mi sembra una cosa buona. Partecipiamo a questa avventura collettiva da più di due anni ed è bene cominciare a domandarci -magari anche tumultuosamente- il senso e l’originalità di questo stare assieme in anni come questi e dei nostri desideri e delle nostre possibili proiezioni, che non si possono ridurre al fatto di avere messo in piedi una bella vetrinetta di scrittori in rete.<br />
<span id="more-1107"></span><br />
Nelle settimane scorse ho postato tre pezzi (“Piccola nota”, “La restaurazione” e “Omaggio a Bellow”), dove ho cercato di dire cose che mi sembrava andassero dette e ho cercato di farlo in modo tranquillo e argomentato. Ho poi postato una risposta a La Porta e una a Caliceti (che tra l’altro conosco di persona e che mi è parsa una persona simpatica e intelligente), in risposta a due loro interventi sulla Restaurazione, che a me sono sembrati in diverso modo banalizzanti e castranti. Queste due mie risposte, soprattutto la seconda, sono più emotive dei tre interventi precedenti. Ma non credo per maleducazione, inospitalità o violenza. Io sono piuttosto portato alla contemplazione e alla solitudine. Ma ci sono a volte cose che sono questione di vita o di morte e battaglie che non ci possiamo permettere di non combattere, ci sono epoche in cui non si tratta solo di respirare ma in cui bisogna nello stesso tempo creare le condizioni per cui ci sia ancora aria da poter respirare.</p>
<p>A questo punto è successo che diversi commentatori, e anche diversi indiani -i quali non avevano evidentemente trovato nulla da ridire sul resto- hanno sollevato questioni di forma, si sono inalberati e hanno stigmatizzato il tono della mia risposta (e di quella di Carla Benedetti). Questa indifferenza di fronte a certe argomentazioni e invece l’indignazione di fronte a toni -magari accesi e appassionati- mi stupisce e mi preoccupa. Ragazzi, non siamo la Camera dei lord! E vi ricordo che non è detto che sia necessariamente quello che usa toni più accesi a portare violenza. Se volete andarvela a cercare, questa riflessione la trovate persino nei “Promessi sposi”, nella scena di Renzo e di Azzeccagarbugli.</p>
<p>Ma se qualcuno si è sentito offeso, allora mi scuso volentieri, visto che non era mia intenzione offendere. Ma ribadisco punto per punto, in modo pacato, quello che avevo detto in quell’ultimo intervento. Se anche non fossi uno scrittore, e fossi magari un netturbino, e magari addirittura un filo d’erba, continuerei a portare in me questo rifiuto a vivere la mia vita in questa dimensione e in questa resa. Se guardiamo alla vita subatomica della materia, e poi all’immensità del cosmo, non solo gli scrittori ma l’intero nostro pianeta possiamo vederlo come infinitamente “marginale”. Eppure, al suo interno, ogni persona e animale e organismo vivente, ogni cellula e ogni fibra e ogni più piccolo palpito portano dentro di sé qualcosa che solo un occhio semplificante può vedere come marginale ed esterno e privo di un suo diritto a vivere dentro di sé o di tendere alla pienezza o al sogno della pienezza nell’immenso vuoto. Non è questione di avere nostalgia per un ruolo di maggiore potere per gli intellettuali e gli artisti. E’ che l’arte (come il pensiero, come altre attività umane) è fecondativa e tende all’invasione. Com’erano infinitamente “marginali” e inermi gli scrittori deportati o fatti morire nei gulag durante lo stalinismo! Eppure andiamo a rileggerci i libri di Shalamov o di Mandel’shtam e vediamo un po’ come vivevano il loro essere scrittori e poeti!</p>
<p>Il mese scorso abbiamo fatto un bel convegno su “Giornalismo e verità”, con tanti meravigliosi ospiti e amici che ci hanno fatto vedere qual è la situazione nel nostro paese e ai quali abbiamo chiesto (e che ci hanno dato) coraggio. Chiedere coraggio agli altri è facile. Gli scrittori invece non devono avere coraggio?</p>
<p>Ho scritto -e anche questo è stato criticato- che d’ora in poi cercherò di rispondere di meno a certi interventi che suscitano in me troppo dolore e disperazione. Tanto più che ha perfettamente ragione Caliceti a dire che il compito principale di uno scrittore è scrivere libri. Cosa che non ho mai smesso di fare. </p>
<p>Nelle prossime settimane, dopo una sosta di quasi due anni, comincerò a rimettere la testa sui Canti del caos e a fantasticare la sua terza parte. Per cui starò un po’ più lontano e incontrerete di meno in Nazione Indiana sia la mia pacatezza che la mia emotività.</p>
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		<title>Marginalità o libertà</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/12/marginalita-o-liberta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio moresco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Apr 2005 20:54:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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					<description><![CDATA[(Risposta a Caliceti) di Antonio Moresco Caro Caliceti, ho letto il tuo pezzo sulla “Restaurazione”, sia quello su Nazione Indiana che quello parallelo su Liberazione. Che tristezza! Mi fai dire cose che non ho detto (il riscatto generazionale, ecc), sostieni che liquido in quattro e quattr’otto il dibattito che c’è stato sulla “letteratura popolare” (argomento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(Risposta a <b>Caliceti</b>)</p>
<p>di <b>Antonio Moresco</b></p>
<p>Caro Caliceti,<br />
ho letto il tuo pezzo sulla “Restaurazione”, sia quello su Nazione Indiana che quello parallelo su Liberazione. Che tristezza! Mi fai dire cose che non ho detto (il riscatto generazionale, ecc), sostieni che liquido in quattro e quattr’otto il dibattito che c’è stato sulla “letteratura popolare” (argomento che ho invece cercato di affrontare al di fuori di certe banalizzazioni in un pezzo, sempre su Nazione Indiana, intitolato “Piccola nota”), stravolgi quello che ho detto e il senso e la natura e il referente della “sfida” di cui ho parlato, mi dai del pessimista e poi teorizzi per lo scrittore una marginalità introiettata e accettata (e tutto quello che viaggia in controtendenza sarebbe solo frutto di isolato romanticismo duro a morire).<br />
<span id="more-1088"></span><br />
“Da secoli”, alzi addirittura il tiro. Eh, sì! Tutti quei poveri coglioni e quei poveri illusi come Leopardi che non si accontentavano di vivere una letteratura (come qualsiasi altra cosa) solo giocabile dentro uno spazio marginale e non si rassegnavano a trarne le conseguenze e a scrivere piccoli libri proporzionali a questa visione, ma pretendevano invece  di prendersi tutto il respiro e tutta la libertà della mente e del cuore e di volare alto, o dove cazzo gli pareva. E, anche fuori dall’Italia e durante tutto il Novecento, quanti poveri coglioni e quanti illusi, persino in situazioni di oppressione e di terrore dispiegati e di marginalità assoluta! Scrittori e poeti che -persino allora- non hanno cessato di assumersi tutte la responsabilità e libertà. Qui invece, e ora, si dovrebbe accettare questa piccola dimensione terminale, storicistica, sociologica e formalistica e questa pochezza di orizzonti e magari farci convegni sopra. A te va bene così? A me no.</p>
<p>   Ma queste -dici tu- sarebbero idee “vecchie”. Sì, in effetti io sono, anagraficamente, più vecchio di te. Quanto al resto è tutto da vedere.</p>
<p>   Concludi il tuo articolo su “Liberazione” dicendo che, sì, bisogna anche cercare di reagire, “certo, è auspicabile, ma mantenendo però sempre un lucido senso di realtà, accettando serenamente un ruolo di marginalità che oggi la letteratura nel mondo (e soprattutto in Italia) ha da almeno alcuni secoli”. E che bisogna piuttosto scrivere libri importanti, “perché lì si gioca la partita numero uno, anche sul piano culturale e politico, per uno scrittore”. Non so se sono importanti o meno, ma qualcuno, nel mio piccolo, l’ho scritto anch’io. E credo che  continuerò a farlo.</p>
<p>   D’ora in poi io non voglio più rispondere a interventi di questo tipo. Non ne vale la pena, è una perdita di tempo rispondere a chi non si confronta con quello che hai veramente cercato di dire e con le argomentazioni e i problemi realmente sollevati ma che li manda in vacca con banalizzazioni e meschinizzazioni e variegate difese dell’esistente.</p>
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		<title>La restaurazione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/04/09/la-restaurazione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio moresco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Apr 2005 08:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco Nazione Indiana sta organizzando per il mese di maggio, alla Fiera del libro di Torino, un incontro sull’editoria e, più in generale, su quanto sta succedendo in questi anni nel campo della cultura e delle sue proiezioni. Questo intervento vuole essere un contributo iniziale alla discussione. Viviamo in un periodo di pesante [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Antonio Moresco</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="rembrandt.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/rembrandt.jpg" width="300" height="225" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left><i>Nazione Indiana sta organizzando per il mese di maggio, alla <b>Fiera del libro di Torino</b>, un incontro sull’editoria e, più in generale, su quanto sta succedendo in questi anni nel campo della cultura e delle sue proiezioni. Questo intervento vuole essere un contributo iniziale alla discussione.</i></p>
<p>Viviamo in un periodo di pesante restaurazione. Siamo alle prese con un’intossicazione che attraversa le strutture della vita, dell’organizzazione sociale e professionale, delle forme economico-politiche e democratiche, delle finalità scientifiche e tecnologiche, della religione, dei media, del pensiero, della cultura, dell’arte…<br />
   La domanda è questa: dobbiamo aspettare 10 o 20 anni per vederlo scritto nei libri o lo possiamo, lo vogliamo, lo dobbiamo vedere e dire lucidamente adesso, mentre stiamo vivendo questa situazione?<br />
E ancora -detto in un altro modo- abbiamo o no la responsabilità di mostrare la macchina in azione nel momento stesso in cui agisce o dobbiamo mettere la testa sotto la sabbia, tirare a campare e aspettare di vederla inoffensivamente descritta domani, come abbiamo letto -seduti in poltrona o prima di addormentarci- le narrazioni di altri periodi di restaurazione descritti da chi ci è vissuto dentro? E a leggere sembrava tutto chiaro ed era facile stare dalla parte dell’autore che ce ne mostrava il peso sulla vita umana e la sofferenza e il prezzo e ci dicevamo: “Cazzo, ma com’erano mediocri, ciechi, vili, trasformisti e corrotti gli uomini di quel tempo!”<br />
<span id="more-1079"></span><br />
<b>Solo in politica?</b></p>
<p>   In questi anni sembra abbastanza facile vedere e ammettere l’evidenza di questo fenomeno nel campo economico, politico, religioso ecc. E ci sono molti che, per fortuna, non hanno nessuna difficoltà a denunciarlo ai quattro venti e anzi a fare di questa denuncia parte integrante del loro status e del loro target. Ma provate a dire che le stesse cose stanno succedendo -e non da oggi- nel campo della cultura, dell’editoria, dei giornali ecc… e allora vedrete che le stesse persone cominceranno a fare mille distinguo, vi diranno che è un’esagerazione, che siete apocalittici o addirittura vi daranno addosso. Per pigrizia, per spirito di cordata e di gruppo, per conformismo, per paura di restare isolati, perché anche loro si sono trovati ormai il loro piccolo ruolo negli ingranaggi di questa macchina o dei suoi spazi residuali, perché, dopo averla inseguita per molto con la lingua fuori, sono arrivati finalmente ad avere la loro fetta di potere all’interno e se la tengono stretta. Anche se questo vuol dire essere del tutto funzionali alle stesse logiche imperanti che denunciano in altri campi ma che poi sposano quando si tratta del proprio piccolo campo. Conclusione triste, patetica -tra l’altro- per una generazione che si è nutrita di miti intellettuali critici e rivoluzionari e che ora o si è chiusa in un moralismo rancoroso, elitario e conservatore o si è ridotta a fare la mosca cocchiera e la guardiana dell’esistente e dello status quo e dell’abbassamento degli orizzonti nel campo nevralgico della cultura e dell’espressione artistica e di conoscenza, diventando addirittura, in molti casi, più realista del re.  </p>
<p><b>Ai tempi di Stendhal sì!</b></p>
<p>   Facile vedere questi fenomeni e la loro azione sulle menti e sui corpi nei romanzi di <b>Stendhal</b>, per esempio. Più difficile e doloroso vederlo oggi sotto il proprio naso. Se si parla di qualsiasi altra cosa, della vergogna politica e del disonore cui è sottoposta l’Italia dall’attuale lobby di governo, dell’uso scandaloso dei media, dell’arroganza, delle leggi ad personam, della macchina pubblicitaria e di manipolazione dispiegata, dell’economia criminale, della mafia, della camorra ecc… sono tutti pronti a indignarsi e non hanno difficoltà a vedere come stanno le cose in Italia in questi anni. Ma se si passa a parlare di logiche affini che attraversano quasi senza distinzioni di connotazioni politico-culturali il campo dell’editoria e il cosiddetto mondo della cultura, allora no. Lì non esiste restaurazione, lì va tutto bene, lì è come una piccola oasi dove tutto questo non avviene, la “cultura” è anzi una sorta di naturale antidoto e di zona franca e di opposizione negli anni plumbei che stiamo vivendo, non esiste anche qui una pesante restaurazione giocata sui puri meccanismi economici e monopolistici, sulla selezione di strutture e di forme, su enormi operazioni pubblicitarie sinergiche, su censure operate dalle leggi solo apparentemente impersonali del mercato, su autocensure introiettate e fatte proprie prima ancora che vengano esplicitamente richieste, sulle limitazioni di libertà reali mentre restano in piedi quelle di facciata.</p>
<p>   I periodi di restaurazione fanno venire fuori il peggio dalle persone. La loro paura, la loro grottesca disponibilità al compromesso, la corruzione. Vedi con sofferenza le persone cambiare giorno dopo giorno, trasformarsi, piegarsi a certe logiche, dietro la maschera del buon senso o dell’arroganza. Si vive la continua sofferenza di assistere allo spettacolo di persone -anche sensibili e intelligenti e che avrebbero tutti gli strumenti per capire cosa sta succedendo- che invece si fanno prendere dalla paura di perdere chissà quale treno e quali occasioni e così si arrendono, si buttano via, entrano in logiche stritolanti. Vendendosi in molti casi per niente. Le loro stesse persone, i loro corpi e i loro volti e le loro menti subiscono una torsione, diventano rapidamente irriconoscibili, si cercano un’identità che pare a loro meno difficile da gestire nel bazar di quelle che vanno per la maggiore. Tanto più in questa epoca in cui la restaurazione non è giocata solo nella dimensione politico-sociale, come nell’Europa dopo il Congresso di Vienna, ma opera anche nelle strutture più intime e addirittura occulte, nel bios, resettando, deprogrammando, duplicando, clonando. Per questo è così difficile accettare di vedere quello che sta veramente accadendo.</p>
<p>   Non che nei periodi opposti o che appaiono tali, sotto la spinta di forti dinamiche collettive e illusioni fatte proprie da molti siano meno pesanti i condizionamenti e le coercizioni. Non che, anche allora, le cause non possano essere illusorie o sbagliate e la mente e i corpi degli uomini non vadano altrettanto ciecamente all’ammasso. Ma questo non diminuisce di un grammo il peso della nostra responsabilità e il bisogno di lucidità nei periodi in cui, con ogni tipo di copertura pubblicitaria e di mistificazione e in una fase di ripiegamento e di distrazione epocale, si usa da parte di pochi l’arma della sopraffazione, del condizionamento sistematico, dell’inganno, dell’illusionismo e della paura per tenere in scacco le vite e cancellare in esse il ricordo stesso delle loro possibilità di creazione, di libertà e di invenzione.   </p>
<p><b>Gli alibi</b></p>
<p>   Nel campo dell’editoria e del giornalismo culturale, siccome il personale è formato da intellettuali, si coprono le proprie pratiche andando a ramazzare teorie del passato e usandole in modo improprio e grottesco in una situazione diversa. Alcune di queste sono così generalizzate da diventare luogo comune. Si leggono continuamente sui giornali ridicole professioni di gramscismo da parte di vallette del Festival di Sanremo, filosofi in disarmo ecc. Praticano l’ottundimento di massa e traggono da questo la loro mercede e poi dicono che sono “nazional-popolari”. Proprio adesso che -guarda caso- non c’è più né la Nazione né il Popolo! Se ne stanno al caldo dentro macchine di consenso drogate, in grado di sedare e rimbecillire il “popolo” che hanno sottomano oggi e di elargire laute ricompense ai propri servi, e questo sarebbe ciò che intendeva il povero <b>Gramsci </b>scrivendo dalla sua prigione. Tutte le epoche di restaurazione sono così, sia quelle che si fondano su strutture ideologiche e politiche scopertamente totalitarie e violente sia quelle giocate su altre forme di coercizione e consenso.</p>
<p>   Nel campo dell’editoria si agita l’alibi che non ci sarebbe mai stato tanto pluralismo come adesso, che c’è posto per tutti, che ci sarebbero ancora spazi riservati a cose che si muovono in direzione diversa -e in un certo senso è vero che ci sono. Ogni funzionario editoriale addita a propria discolpa e alibi qualche buon libro che pure ha pubblicato, i suoi tre poeti, ecc -e anche questo è vero. Ma tace sul funzionamento generale della macchina in cui si trova e che pure conosce molto bene, che rende sempre più ristretto, aleatorio e inoperante lo spazio in cui si muovono invece le manifestazioni in controtendenza, per il funzionamento implacabile e invasivo della macchina e per l’occupazione atmosferica di gran parte degli spazi reali e delle sedi in cui si formano le strutture di giudizio.</p>
<p>   Un “pubblico” manipolato e forgiato ed esibito poi come alibi, col quale vivere un rapporto servo-padrone rovesciabile all’infinito. L’annullamento della responsabilità individuale e la resa allo spirito del tempo e a ciò che sembra al momento vincente. Come se la narcosi generale fosse un alibi per non dire nulla, non cercare nulla, non creare nulla con la propria persona, la propria voce e la propria forma, per non assumersi la responsabilità di dire come stanno veramente le cose solo perché la macchina è forte o almeno così appare. E la vita è breve. E ce n’è una sola. E bisogna cercare di salire sui carri vincenti, o che sembrano tali.</p>
<p><b>Popolare sì popolare no o qualcos’altro?</b></p>
<p>   Negli ultimi mesi si è sviluppato un vivace dibattito, sui giornali, alla radio e in rete, sullo stato dell’editoria e sulle sue logiche, dove però si è mirato in molti casi a spostare l’attenzione su altri temi (generi letterari sì generi letterari no, popolare sì popolare no, destra e sinistra, élite e masse, Gramsci ecc…) tentando di imbrigliare il dibattito dentro piccole griglie collaudate e fuorvianti. Per nascondere l’aspetto bruciante della denuncia e la radicalità e umanità che la muove. Una confusione di temi e di piani per dimostrare che chi dice certe cose non può che essere un passatista e un catastrofista elitario, come la seppia quando si sente individuata e aggredita emette attorno a sé una nube invisibilizzante di inchiostro. Ma, al di là delle pezze d’appoggio che vengono sempre usate in questi casi, occorre dire che, se guardiamo indietro anche solo al secolo appena passato, la situazione è tale che quasi tutti gli scrittori più grandi del Novecento (<b>Kafka, Proust, Joyce, Musil, Faulkner, Beckett</b>…) oggi non verrebbero più pubblicati dagli editori e dai loro funzionari (che pure continuano a venderli nelle edizioni economiche e a ricavarne profitto). Per ragioni di copie vendute e di tirature, per decisioni economiche superiori -vi diranno- quando non addirittura per un’idea piccola piccola, duplicata e parodistica di realtà. O sarebbero costretti in zone così marginali e asfissiate da risultare invisibili e inoperanti in mezzo alla massa cartacea pompata che si mangia tutto. Occorre dire che queste stesse persone che ricoprono ruoli significativi nell’editoria e che si sono magari formate su questi autori oggi si rifiuterebbero di pubblicare i loro libri. Andrebbero a Praga a dire a un signore magro e con le orecchie a sventola che i suoi primi due libri hanno venduto solo 200 copie, impossibile pubblicarlo. Perché i nuovi parametri editoriali parlano chiaro: con una previsione di meno di 5000 copie per un grande e medio editore non vale la pena di pubblicare. Andrebbero nello stato del Mississippi a dire ad un alcolista poco più che trentenne che ha già scritto <i>L’urlo e il furore</i> e <i>Luce d’agosto</i> che, in seguito a una ricerca in rete, hanno constatato che i suoi libri hanno venduto solo un paio di migliaia di copie nell’intero territorio degli Stati Uniti e nell’arco di molti anni, impossibile pubblicarlo. Ma che loro non si sentono per niente in colpa, tanto troverà comunque qualche piccolo editore che stamperà il suo libro e chi proprio lo vuole potrà alla fine trovarlo scaffalato in qualche punto più o meno nascosto delle librerie. Ma poi -detto in confidenza- nei suoi libri non si capisce un cazzo! Non se ne rende conto? Mi scusi, ma lei se l’è andata proprio a cercare! Chi si crede di essere? Non ha mica vinto il Nobel! Scriva libri più facili, più vicini al gusto del pubblico e a quella cosuccia che noi abbiamo stabilito essere “la realtà”, e allora vedrà che verrà premiato! Diventi anche lei un clone e vedrà che magari -se il caso non favorirà un altro clone più fortunato- un giro in giostra può toccare alla fine anche a lei. </p>
<p>   A me tutto questo continua a sembrare inaccettabile, abnorme, spaventoso, agghiacciante, una situazione alla quale non ci si può rassegnare. Grandi macchine editoriali e produzioni cartacee cresciute a dismisura, attraverso le sinergie messe in atto coi media e altri usi pilotati dello spazio e del tempo, hanno svuotato o ridotto ai margini la felicità e la forza creativa configurante della nuda parola e della sua spinta di allagamento, percepita proprio per questo come inaccettabile, indomabile, incontrollabile, interferente.</p>
<p>   Lo spettacolo che abbiamo sotto gli occhi è di una totale e grottesca ma anche liberatoria chiarezza. Cosa deve ancora succedere perché i realistici funzionari di ieri, scavalcati fatalmente sul loro stesso terreno, si rendano conto del piccolo ruolo che hanno svolto finora, delle nuove figure che stanno emergendo e sono anzi già emerse anche dal vuoto che loro stessi hanno contribuito a creare, che hanno lavorato soltanto per il re di Prussia? </p>
<p><b>C’è solo questo?</b></p>
<p>   Per fortuna non c’è solo questo. Non tutto si muove in questa direzione. Esiste anche qualcosa che viaggia in una direzione diversa. E mai come adesso. Persone che -ciascuna a suo modo- scrivono senza arrendersi, librai che non accettano di trasformarsi in venditori di saponette, editori nuovi che nascono o si rafforzano cercando di seguire altre strade, singole persone che lavorano anche all’interno della grande editoria e dei giornali e della nuova frontiera della rete animate da un diverso atteggiamento e da una vera passione. Perché ogni gesto è importante, ogni persona -ovunque si trovi- può fare la differenza, gettare un seme, purché non si nasconda come stanno veramente le cose e com’è fatta la macchina in cui si trova e si muova dentro di essa con lucidità, cercando di cogliere le sue crepe, le sue fessure, liberando controspinte, fratellanza, coraggio. Esistono anche persone così, in questi anni, e allora può avvenire qualcosa di imprevisto, di incalcolato, qualcosa che non doveva nascere nasce, qualcosa che non doveva passare, passa.</p>
<p>   Noi vorremmo andare a un confronto soprattutto con queste persone e queste realtà che si muovono controcorrente.</p>
<p>   Nell’immanenza di questo incontro e di questo confronto le domande che caparbiamente bisogna porre sono: è vero o non è vero che questa situazione di restaurazione riguarda non solo la dimensione politica, economica ecc ma anche quella culturale e artistica e delle sue libertà e proiezioni? E’ vero o non è vero che chi opera in questo campo seleziona, cerca, promuove e quindi anche -implicitamente o esplicitamente- richiede un prodotto medio variamente stereotipato gestibile all’interno di queste logiche economiche e pubblicitarie e di questo orizzonte? Perché la pigrizia di un pubblico fabbricato richiede questo e solo questo, perché tutti i meccanismi economici richiedono questo e solo questo, con un’idea piccola, cieca e gregaria della nostra presenza nella vita e nel mondo.</p>
<p>   Non è così? Bene, allora veniteci a dire che tutto questo non è vero, che è solo frutto di un’allucinazione solitaria, che non esiste restaurazione nel campo dove contate o credete di contare qualcosa.</p>
<p><b>Marameo!</b>  </p>
<p>   Qualcuno, di fronte a considerazioni simili, attacca sempre il solito ritornello: questi qui si lamentano sempre, sono vittimisti, paranoici, invidiosi, hanno la sindrome dell’accerchiamento, dicono queste cose solo perché vendono poco ecc… Mostrando così di essere perfettamente interni e omologati allo spirito del tempo e alle sue logiche. Questo non è un lamento, è una sfida. A chi non vuol vedere, sentire. A chi fa un gioco sporco, truccato, a chi tira a campare. La loro ottusità e la loro malafede sono tali che l’unica risposta che meritano è: “Marameo!” Siete talmente miopi che non avete ancora capito la piccola parte che state diligentemente svolgendo, chi sono gli accerchiatori e chi gli accerchiati. Credete di avere vinto, di avere il mondo in pugno e invece siete solo degli esecutori, dei conformisti, degli ignavi. Ma è proprio in epoche come queste che si vede di che pasta sono fatte le persone. Dirò di più. I periodi di restaurazione sono dei periodi buoni per gli scrittori e per chi non si arrende, perché le loro parole e le loro azioni e le loro vite si possono caricare di un peso specifico e di un’intensità di pensiero e visione inimmaginabili a chi sta dentro il piccolo giro della rassegnazione allo spirito del tempo e delle sue gratificazioni. In tutti i periodi di restaurazione c’è stata una fioritura di opere e di persone che, in un modo o nell’altro e ciascuna secondo la propria natura, non si sono piegate e che hanno messo al mondo qualcosa di inversamente proporzionale e di proiettivo. </p>
<p>   Siete sicuri che non stia succedendo la stessa cosa anche adesso, sotto il vostro naso?</p>
<p>________________________________________</p>
<p>Pubblicato originariamente il 22 marzo 2005 qui su Nazione Indiana.<br />
Per <b>inserire commenti</b> vai a <b>Archivi per mese – aprile 2005</b></p>
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		<title>Omaggio a Bellow</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio moresco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Apr 2005 15:51:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco E’ morto Bellow, uno scrittore americano che ho cominciato a leggere da ragazzo e che amo in modo particolare. In questi anni, negli Stati Uniti, ci sono diversi bravi scrittori e, se è per quello, Bellow certe volte è anche irritante con quella sua esibizione di finta mediocrità e sano e basso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Antonio Moresco</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="Bellow.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/Bellow.jpg" width="172" height="260" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left>E’ morto Bellow, uno scrittore americano che ho cominciato a leggere da ragazzo e che amo in modo particolare. In questi anni, negli Stati Uniti, ci sono diversi bravi scrittori e, se è per quello, Bellow certe volte è anche irritante con quella sua esibizione di finta mediocrità e sano e basso sentire, come può esserlo anche Orazio tra i poeti latini. Eppure, se devo dire qual è lo scrittore americano di questi anni più vicino al mio cuore, allora devo dire Bellow. Se si escludono alcune eccezioni e soprattutto lo straordinario e trasmigrante <i>Arcobaleno della gravità</i> di Pynchon, è Bellow -che cammina su quel filo sottile che separa sempre ottimismo da nichilismo- a sembrarmi il più grande. Altri scrittori del suo paese sono magari bravi, bravissimi a usare il calco, prendono gli stereotipi del romanzo americano e ci danno dentro e tutti applaudono e ci sono, anche in casa nostra, molti cloni che vengono incitati a imitarli. Però si sente, anche nei migliori, che sono di quelli che “hanno imparato”. Bellow è più artista. E coi suoi libri riesce a darci una cosa preziosa che altri scrittori, magari anche più grandi di lui, non riescono a dare: quell’intrepido e tranquillo fervore che è raro incontrare nei libri e che non trovo di meglio che chiamare “felicità”.<br />
<span id="more-1070"></span><br />
Trascrivo qui un paio di brani tratti dal suo discorso tenuto nel 1976 a Stoccolma in occasione del Nobel, che prendo da un suo libro di saggi intitolato <i>I conti tornano</i>, pubblicato da Mondadori e che ho trovato un po’ di anni fa tutto impolverato su una bancarella di libri a metà prezzo:</p>
<p>   “E’ possibile che gli esseri umani siano finiti? L’individualità dipende veramente così tanto dalle condizioni storiche e culturali? Dobbiamo proprio accettare la spiegazione che di quelle condizioni danno tanto “autorevolmente” scrittori e psicologi? Secondo me il problema non sta nell’interesse intrinseco degli esseri umani bensì nelle idee e nelle spiegazioni. E’ l’inadeguatezza delle idee, il loro essere stantie, a respingerci. Per trovare la fonte del disagio, dobbiamo guardare nelle nostre teste. Il fatto che il necrologio sia stato firmato dai saggisti più seri significa che un altro gruppo di mummie -certi rispettabili capi carismatici della comunità intellettuale- ha stabilito le sue leggi. Mi diverte che questi seri saggisti abbiano il potere di firmare il necrologio di una forma letteraria. L’arte dovrebbe forse seguire la ‘cultura’? C’è qualcosa che non va. Un narratore deve essere libero di lasciar perdere il ‘personaggio’, se così vuole. Ma è insensato prendere una simile decisione partendo dal presupposto teorico che l’epoca che ha segnato l’apogeo dell’individuo e via dicendo è finita. Non dobbiamo permettere che gli intellettuali diventino i nostri boss. E poi permettendo loro di governare le arti non gli facciamo certo del bene. Quando leggono un romanzo vogliono forse trovarvi soltanto l’avvallo delle loro opinioni? Siamo qui per fare questi giochetti?”</p>
<p>   E così conclude l’intero discorso:</p>
<p>   “Un romanzo sta in equilibrio tra alcune impressioni vere e la moltitudine di impressioni fasulle che formano la maggior parte di ciò che chiamiamo vita. Ci dice che per ogni essere umano c’è una pluralità di esistenze, che ogni singola esistenza è di per sé una parziale illusione, che queste molteplici esistenze significano qualcosa, tendono a qualcosa; ci promette un significato, l’armonia, persino la giustizia. Quanto diceva Conrad era vero: l’arte cerca di trovare nell’universo, nella materia nonché nei fatti della vita, ciò che di fondamentale, durevole ed essenziale vi è.”</p>
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		<title>L&#8217;ORA DELLA MORTE</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/03/02/lora-della-morte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio moresco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Mar 2005 21:25:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Herbert Achternbusch (Qui di seguito le prime pagine del romanzo, tradotto da Werner Waas.) “L’ora della morte” è il resoconto di un sopravissuto. Ho scritto questo libro e ora mi sento piuttosto bene. Dopo la lettura neanche Lei si sentirà diversamente. Io non volevo scrivere questo libro ma poi mi è venuta una polmonite [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Herbert Achternbusch </b></p>
<p><img loading="lazy" alt="achternbusch.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/achternbusch.jpg" width="196" height="152" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" />(Qui di seguito le prime pagine del romanzo, tradotto da <b>Werner Waas</b>.)</p>
<p><i>“<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8889416769/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8889416769&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">L’ora della morte</a>” è il resoconto di un sopravissuto. Ho scritto questo libro e ora mi sento piuttosto bene. Dopo la lettura neanche Lei si sentirà diversamente. Io non volevo scrivere questo libro ma poi mi è venuta una polmonite e tutto quello che mi stavo trascinando dietro ha avuto il sopravvento e ho rischiato di soccombere. Ho approfittato di questo stato di debolezza per interpretare la mia vita in modo nuovo e più coerente di quanto abbia fatto finora. Non ho inventato niente, e tutto corrisponde ai miei pensieri. Semplicemente non mi sono curato della linea di confine fra la mia vita e la vita in generale.</i><br />
<span id="more-994"></span><br />
<i>Se io mi interpreto in direzione di qualcosa di generale o se qualcosa di generale si definisce attraverso di me, sta a Lei giudicarlo. Ma per farlo dovrà mettere in gioco tutto l’armamentario della Sua vita, come vive, cosa sogna, di cosa soffre, cosa desidera, cosa pensa sul cesso o mentre sta guardando per un minuto intero la bandierina d’angolo durante una partita di calcio. Pensieri come quelli che vengono mentre ci si stuzzica i denti possono essere d’aiuto durante la lettura. Si ricorda momenti nei quali è stato solo? Cosa prova nel bosco mentre orina? Cosa quando si accorge che un film sta per finire? Se conosce momenti in cui la Sua vita professionale Le è indifferente, in cui non sa più di avere una famiglia, in cui se ne frega di qualunque appartenenza religiosa, in cui rischia di scoppiare a ridere in faccia al nostro governo, in cui la Sua stessa persona non è più un problema per Lei, ecco, quando potrebbe esplodere davanti allo stato delle cose e galleggiare come uovo bianco attraverso l’universo per atterrare subito dopo sulla terra e vivere una vita completamente diversa, allora sì, allora troverà la Sua felicità in questo libro.</i></p>
<p>Sono cresciuto senza luce elettrica. In una domenica come questa mio padre sta seduto nella sua capanna e guarda fuori nella neve grigia, dalla sua bocca sdentata pende un aggeggio da fumo simile ad una pipa. Nella stufa scoppiettano i ceppi di legno resinato che era sempre andato a scavare nel bosco d’estate quando l’ufficio di collocamento non lo mandava al montaggio. Mia madre sta probabilmente urlando come ha urlato fin da bambina da quando le hanno affondato una lama nel petto, che nessuno si è più preoccupato di togliere. A mezzogiorno mia madre avrà cucinato i crauti, insapori come sempre, perché senza carne. Quando ancora stavo da lei faceva bruciare tutti i budini. Non voglio mai più vedere i suoi capelli appiccicosi. A mio padre piaceva vedere la Rosa. Un giorno si è presa qualcosa sul ponte, per il freddo, ma prima di dover cedere al male e morire, si è ancora avverato in fretta il suo sogno di bambina, di pulire i pavimenti in una parrocchia. Fino a quando era stata commessa in un alimentari inseriva, per fare un favore a mio padre, il tabacco da pipa fra le cose da ordinare. Questo è tutto. La felicità di mia madre non è mai stata un tema.<br />
Quando ho smesso di crescere mi hanno dato il nomignolo “altounmetro”. Mio padre avrà dimenticato perché una volta è stato picchiato da cinque gendarmi: mi aveva portato con se nel bosco, aveva scavato nella terra e la sera mi aveva dimenticato lì perché, mentre lui raccoglieva i suoi attrezzi e poi se ne andava a casa, io stavo dormendo sotto un giovane abete. Troverà la strada da solo, disse a sua moglie. Io avevo dormito tutta la notte nel bosco. Il mattino dopo il contadino, sul cui terreno stava la nostra capanna, ha avvertito la polizia. Quella è arrivata e ha spogliato mio padre nel salotto del contadino per trovare sul suo corpo le tracce di difesa di suo figlio, che, secondo il punto di vista dei gendarmi, era stato violentato e successivamente fatto sparire dal padre. Dal momento che non disse nulla lo picchiarono. La famiglia del contadino si strinse vicino alla finestrella della porta che dava sulla cucina. Poi sono riapparso e il maestro della scuola mi ha fatto una fotografia. Uomini del futuro: figure d’acciaio, era il suo motto. Sulla foto avevo un aspetto come in sogno. Ancora non sapevo che avrei dovuto dedicare tutta la mia vita al lavoro, per buttarla via. Nulla eguagliava in confusione il carattere sperduto dei rami del nostro melo. Ma a volte a me bambino veniva da vomitare per lo schifo e andavo a riprendermi sotto i noccioli nel bosco vicino. Erano teneri verso di me, come amanti, senza starmi sulle dita dei piedi con i tacchi a spillo. Nella mia giovinezza solo il sesso guadagnò in grandezza, ed era difficile celarlo in pubblico. Le mie orecchie si riempivano del fruscìo di pacchetti di sigarette svuotati. Qualcuno m’aveva mai chiesto quale miglioramento della società mi sarebbe andato a genio? Dentro di me c’era una forza che si curvava e si curvava come una lastra di ferro. Mi dovetti curvare per far posto alle curvature del ferro dentro di me. La mia testa non lo comprendeva. La testa è un estraneo e non appartiene alle singole persone. Una volontà c’è sempre, e anche lì dove ti piegano c’è qualcosa, perché fin dalla nascita siamo informi. Mi stavano piegando nel fango e rischiavo di diventare fango. Mi prendevano per scemo, in modo che io precipitassi in tutto quel fango.<br />
Dalla campagna ero arrivato in città ed accettavo qualunque lavoro. Monaco mi fece diventare ancora più piccolo. Allo Stachus stanco, al Lenbachplatz scoraggiato, davanti alla fontana di Wittelsbach impotente. Passai di nascosto sotto il castello di Massimiliano e sembrai sul punto di perdermi nella Briennerstrasse. Avversato dalle banche. Una volta passato davanti alle chiese che mi seppellivano di superbia, davanti ai negozi nella Theatinerstrasse che mi deridevano, impunito, e come per miracolo non ferito da nessuna parola, che io desideravo, mi immaginai di essere tollerato sul marciapiede fino a quando venni colpito comunque da qualche sguardo, sentendomi spinto sulla strada, dove restai al centro perché non sapevo dove andare, ma non avevo neanche voglia di farmi investire. La mano nella tasca dei pantaloni tenevo la mia paga oraria. Non ero costretto a spendere i miei soldi in nessun locale. I miei soldi non urlavano: Lasciaci andare! E se mi compravo come sempre della mortadella per due panini alla salsamenteria Raeucheronkel? E se tanto non avevo sete? Potevo essere soddisfatto delle mie scarpe invernali nella calura. I miei pantaloni erano più resistenti. Questa supremazia mi isolò. Per me era un vantaggio essere sconosciuto all’umanità nella Dienerstrasse. Sentii di avere qualche diritto per il fatto di non partecipare con le nocche doloranti di un operaio stagionale alla determinazione del corso del tempo, anche se non sapevo ancora bene a che cosa avevo diritto. Tutto quel pessimo pubblico non mi stava salvando per lo meno da casa mia? Tutto fuorché stare a letto e non sapere poi a quale ragazza pensare durante la masturbazione. Oppure bere da solo e voler aspettare una fine del mondo incerta.<br />
Non avevo nemmeno cultura sufficiente per fare la corte a qualche ragazza quando il suo culo le tirava i pantaloni. Per questo scappavo via dalla Tuerkenstrasse nel cinema, perché volevo vivere anch’io. Sono stato per 1327 volte al cinema e non ho dormito neanche lontanamente con altrettante donne. Tutte le donne con le quali dormi diventano comunque il preludio di una che non ti sarà mai data. Più tardi delle donne non appare altro che la trasformazione che hanno operato su di te: invecchiamento accelerato. Capitavo senza criterio in film per i quali mi sarei creduto troppo stupido se avessi letto gli annunci che qualche sapientone si era spremuto fuori, capitavo in film che altrimenti non avrei mai visto. “Il Silenzio” di Ingmar Bergman, per esempio, mi è stato alienato per sempre dall’interpretazione fornita da una campagna promozionale. Chi mi risarcirà di questa perdita? Al cinema non voglio pensare ma vedere. Al cinema voglio sentirmi. Di un cinema nel quale non posso riaccertarmi del mio mondo emotivo me ne frego. Io chiedo al cinema un sentimento di giustizia. Per mantenermi in vita ho sempre avuto bisogno del cinema. Troppe cose se ne sono andate via da me nei sogni. Problemi legati ai profughi li ho capiti solo dopo aver visto “Casablanca” di Michael Curtiz. Solo dopo il film “L’abbrutimento di Franz Blum” di Peter Hauff ho saputo difendermi dall’inquietante vicinanza delle prigioni. La maggior parte delle cose le ho dovute vedere sullo schermo perché non avevo abbastanza tempo per dormire e liberarmi nei sogni di tutte le preoccupazioni che mi si appiccicavano di giorno. Dopo aver guardato i lunghi passi dell’astuto Groucho Marx ero di nuovo sulla traccia di un senso della mia vita, sono tornato a casa subito dopo il cinema con il 21 a Ramersdorf e mi sono esercitato nella scrittura. E ho educato la mia lingua per farla diventare scellerata.</p>
<p>***</p>
<p>HERBERT ACHTERNBUSCH<br />
Nato a Monaco nel 1938, cresce da sua nonna a Breitenbach, una fattoria nel bosco bavarese.<br />
Frequenta l’accademia di belle arti di Norimberga e Monaco e lavora all’inizio come pittore e operaio edile ma presto anche come scrittore.<br />
Nel 1967 legge pubblicamente insieme a Guenter Eich e Ilse Aichinger. Nel 1969 scrive il suo primo libro di racconti “Huelle”(Involucro). Nel 1974 realizza il suo primo lungometraggio “Das Andechser Gefuehl” (il sentimento di Andechs). Nel 1975 scrive “Die Stunde des Todes” (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8889416769/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8889416769&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">L’ora della morte</a>), nel 1976 scrive per e insieme a Werner Herzog la sceneggiatura per il film “Herz aus Glas” (Cuore di vetro). Nel 1977 rifiuta il premio Petrarca. Nel 1978 mette in scena a Stoccarda il suo primo testo teatrale “Ella”. Per il film “Das letzte Loch” (L’ultimo buco) riceve nel 1982 il premio speciale della giuria al festival di Locarno. Nel 1983 la Freiwillige Selbstkontrollo (l’organo di autocensura del cinema tedesco) rifiuta la liberatoria per il film “Das Gespenst” (lo spettro). A Stoccarda, Graz e Zurigo il film viene sequestrato. Nel 1984 nasce la prima serie di acquarelli “Die Foehnforscher”(gli esploratori del Foehn). Nel 1986 riceve il premio della città di Muehlheim per la sua pièce “Gust” e nel 1992 per la sua pièce “Der Stiefel und sein Socken” (lo stivale e il suo calzino).</p>
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		<title>PICCOLA NOTA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio moresco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Feb 2005 19:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco Nel dibattito in corso su editoria, “letteratura popolare”, best seller ecc. (che ha preso le mosse dall’articolo di Carla Benedetti sull’Espresso) emergono continuamente -oltre alle immancabili semplificazioni e caricaturalizzazioni infamanti- anche alcuni luoghi comuni e assiomi dati per scontati e anzi usati come capisaldi da cui far partire le critiche e sferrare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Antonio Moresco</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="leopardi.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/leopardi.jpg" width="160" height="209" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left>Nel dibattito in corso su editoria, “letteratura popolare”, best seller ecc. (che ha preso le mosse dall’articolo di Carla Benedetti sull’<i>Espresso</i>) emergono continuamente -oltre alle immancabili semplificazioni e caricaturalizzazioni infamanti- anche alcuni luoghi comuni e assiomi dati per scontati e anzi usati come capisaldi da cui far partire le critiche e sferrare gli attacchi.<br />
Vorrei introdurre una piccola riflessione almeno su due di essi.</p>
<p><b>Gramsci</b>. Il suo nome è stato utilizzato come incontestabile auctoritas e tirato in ballo strumentalmente per difendere lo status quo presente e l’alluvionale produzione libraria preconfezionata che ha poco o nulla a che vedere con quella cosa chiamata un tempo “<b>letteratura popolare</b>” e su cui Gramsci, dal fondo della sua prigione, ha impegnato a lungo la sua intelligenza e la sua osservazione.<br />
<span id="more-944"></span><br />
A me pare che Gramsci sia una persona meravigliosa. I suoi <b>Quaderni dal carcere</b> -che ho letto un paio di anni fa per intero- sono pieni di riflessioni e intuizioni preziose e sono anche un esempio straordinario di pazienza e indomabilità e resistenza. Ma questo non vuol dire che ogni cosa che ha scritto sia da prendere a scatola chiusa come verità incontestabile e che non si possa e debba guardarci dentro senza pregiudizi. Perché vi si trovano non poche posizioni che mi paiono legate a strutture mentali e interpretative ideologiche e politico-culturali che a me paiono inutilizzabili e non condivisibili, e anzi tutte interne a consuetudini di pensiero che hanno contrassegnato la vita dei gruppi culturali e intellettuali italiani nel corso del tempo (e questo proprio mentre si credeva di voler assegnare un altro e diverso ruolo agli “intellettuali”).</p>
<p>   Tutto questo non diminuisce in me la stima e l’affetto per Gramsci. Ma non posso considerare le sue parole e le sue analisi come dogmi, tanto più alla luce di quanto è successo dopo la sua morte e che sta succedendo adesso nel nostro paese e nel nostro pianeta.</p>
<p>   Il concetto di “<b>popolo</b>”, ad esempio, è improponibile oggi viste le radicali trasformazioni che sono avvenute e sono state operate nel tessuto stesso della società e delle sue aggregazioni dalle potenti macchine economiche, militari, tecnologiche, politico-pubblicitarie e mediatiche configuranti. E quindi anche, di conseguenza, la nozione di “letteratura popolare”, espressione un tempo di forze che, salendo prepotentemente dal basso e dai bisogni di altre e più profonde ed estese e antimateriche zone della società, potevano portare, in modo ineducato, irruente e nonostante a volte l’uso di calchi letterari riciclati e la mancanza di radicalità e profondità, un senso di libertà e vitalità e allargamento degli orizzonti nei territori spesso asfittici e autoreferenziali della “letteratura”, tenuta in ostaggio dai letterati cerimonieri e dai loro apriporte. Tutte possibilità che, naturalmente, possono sempre verificarsi e a volte si verificano anche oggi (cosa che nessuno si è mai sognato di negare!). Voci spesso costrette e soffocate a loro volta nelle loro potenzialità di espansione dalle stesse grandi macchine editoriali schiacciasassi dentro cui si trovano. </p>
<p>   Ma l’idea gramsciana di “cultura” e “letteratura” è, a mio parere, fortemente influenzata dalle logiche filosofiche e politico-culturali del suo tempo e degli stessi intellettuali “borghesi” che, in altri campi, Gramsci si proponeva invece di combattere politicamente. A proposito di <b>Baudelaire</b>, per esempio, Gramsci si interroga se è stato il suo distacco dal movimento operaio a determinare la sua nevrastenia o se non è stata piuttosto la sua nevrastenia a determinare il suo distacco dal movimento operaio. Quanto a <b>Leopardi</b> (l’altro “grande gobbo” italiano), i numerosi interventi di Gramsci su di lui rivelano purtroppo un’incomprensione continua del suo pensiero, della sua opera e della sua intransigenza, e anche un fondo di idealismo e moderatismo che tende a respingere posizioni forti e radicali percepite come “irrazionali”, eccessive, fughe in avanti. Mentre invece, molto spesso, sono state proprio alcune di queste a farci capire e vedere e sentire cosa stava veramente accadendo e cosa era in generazione nei singoli individui e nella pancia del mondo. Cosa che stupisce in una figura che si è posta come “rivoluzionaria” sul piano storico-politico e della “verità”.</p>
<p>   Ad esempio:</p>
<p>   “Si è affermato che l’ufficio di queste grandi figure (i “geni nazionali”) è quello d’insegnare come filosofi quello che dobbiamo credere, come poeti quello che dobbiamo intuire (sentire), come uomini quello che dobbiamo fare. Ma quanti possono rientrare in quella definizione? Non Dante, per la sua lontananza nel tempo, e per il periodo che esprime, il passaggio del Medioevo all’età moderna. Solo Goethe è sempre di una certa attualità, perché egli esprime in forma serena e classica ciò che nel Leopardi, per esempio, è ancora torbido romanticismo: la fiducia nell’attività creatrice dell’uomo, in una natura vista non come nemica e antagonista, ma come una forza da conoscere e dominare…”</p>
<p>   Oppure:</p>
<p>   “Come è nata l’idea del progresso? Rappresenta questa nascita un fatto culturale fondamentale, tale da fare epoca? Pare di sì. La nascita e lo sviluppo dell’idea di progresso corrisponde alla coscienza diffusa che è stato raggiunto un certo rapporto tra la società e la natura (incluso nel concetto di natura quello di caso e di “irrazionalità”) tale per cui gli uomini, nel loro complesso, sono più sicuri del loro avvenire, possono concepire “razionalmente” dei piani complessivi della loro vita. Per combattere l’idea di progresso il Leopardi deve ricorrere alle eruzioni vulcaniche, cioè a quei fenomeni naturali che sono ancora “irresistibili” e senza rimedio. Ma nel passato c’erano ben più numerose forze irresistibili: carestie, epidemie, ecc che entro certi limiti sono state dominate. Che il progresso sia stata un’ideologia democratica è indubbio; che abbia servito politicamente alla formazione dei moderni Stati costituzionali ecc pure. Che oggi non sia più in auge, anche; ma in che senso? Non in quello che si sia perduta la fede nella possibilità di dominare razionalmente la natura e il caso, ma in senso “democratico”; cioè che i “portatori” ufficiali del progresso sono diventati incapaci di questo dominio, perché hanno suscitato forze distruttive attuali altrettanto pericolose e angosciose di quelle del passato (ormai dimenticate “socialmente” se non da tutti gli elementi sociali, perché i contadini continuano a non comprendere il “progresso”, cioè credono di essere, e sono ancora troppo in balia delle forze naturali e del caso, conservano quindi una mentalità “magica”, medievale, “religiosa”) come le “crisi”, la disoccupazione ecc. La crisi dell’idea di progresso non è quindi crisi dell’idea stessa, ma crisi dei portatori di essa idea, che sono diventati “natura” da dominare essi stessi. Gli assalti all’idea di progresso, in questa situazione, sono molto interessati e tendenziosi.”</p>
<p>Brano del tutto illuminante, anche come riflessione sull’esito delle rivoluzioni politiche del Novecento e sulla loro subalternità ideologica intima con le ideologie delle classi dominanti, e sul tragico passaggio di mano delle stesse consolatorie e antropocentriche e “sovrastrutturalistiche” macchine teoriche ed ideologico-pratiche di dominio, tutte interne alla modernità e ai suoi miti mentre credevano invece di essere l’ultima parola della razionalità classica e del “progresso” contro la nebbia irrazionale dei miti. </p>
<p>   Trascrivo ancora un ultimo brano. Qui Gramsci opera una divisione netta, ancora una volta idealistica e culturalistica, tra “contenutisti” (“portatori di una nuova cultura, di un nuovo contenuto”) e “calligrafi” (“portatori di un vecchio o diverso contenuto, di una vecchia o diversa cultura” &#8211; dei quali farebbe parte anche Leopardi!):</p>
<p>   “Il problema quindi è di storicità dell’arte, di “storicità e perpetuità” nel tempo stesso (…).<br />
   “Così il Leopardi si può dire il poeta della disperazione portata in certi spiriti dal sensismo settecentesco, a cui in Italia non corrispondeva lo sviluppo di forze e lotte materiali e politiche caratteristico dei paesi in cui il sensismo era forma culturale organica. Quando nel paese arretrato, le forze civili corrispondenti alla forma culturale si affermano ed espandono, è certo che esse non possono creare una nuova originale letteratura, non solo, ma anzi (è naturale) che ci sia un “calligrafismo” cioè, in realtà, uno scetticismo diffuso e generico per ogni “contenuto” passionale serio e profondo. Pertanto il “calligrafismo” sarà la letteratura organica di tali complessi nazionali, che come Lao-tse, nascono già vecchi di ottanta anni, senza freschezza e spontaneità di sentimento, in cui la rozzezza iniziale delle passioni è quella delle “estati di San Martino”, di un vecchio voronovizzato, non di una virilità o maschilità irrompente, ecc…”</p>
<p>   Quante di queste artificiali e insiemistiche e ideologiche separazioni sono ancora fatte proprie e riciclate stancamente, meccanicamente e a scatola chiusa ancora oggi dai nostri “intellettuali”, persino nella situazione storico politica e di specie cui siamo di fronte! </p>
<p>   Ma se in Italia c’è stato uno scollamento tra “intellettuali” e scrittori e vita delle maggioranze che prima si potevano chiamare “popolo” (e che oggi comunque non esistono più in quella forma aggregante &#8211; e che d’altronde lamentava anche <b>Dostoevskij</b> in Russia), c’è stato anche uno scollamento altrettanto grave tra gruppi intellettuali comunque collocati e ideologizzati e vera radicalità in grado di suscitare movimento reale e profondo e discontinuità e strappo forte, come tutta la nostra storia -tranne rari picchi e eccezioni- è lì a dimostrare.</p>
<p>   C’è poi un’altra piccola cosa da dire. </p>
<p>   Sembra, da molti degli interventi che si sono susseguiti in queste settimane, che se una cosa esiste ed è dominante e assume i caratteri dello status quo non può che essere in qualche modo accettabile, se non buona. L’unico atteggiamento ragionevole, maturo e sociale è uniformarsi o perlomeno porsi con essa in dialogo costruttivo. Invece si può anche fare diversamente, non uniformarsi, non entrare in dialogo costruttivo, dire di no, anche se ciò che ci sta di fronte è o appare infinitamente più potente di noi. Si può anche dissentire, disobbedire, pensare diversamente, comportarsi diversamente. Si può anche essere non organici, “antisociali”, inattuali, se la “società” in cui siamo immersi ci fa orrore, tenere aperta la nostra ferita, acceso il fuoco, continuare a pensare, a sognare che anche all’interno di questa stessa società e questo orrore e persino dei singoli che ne fanno parte ci sia in qualche remoto punto della loro persona un’eguale ferita e uno stesso fuoco, che in nessun altro modo noi possiamo sperare o sognare di raggiungere se non mostrando in modo indifeso la nostra stessa ferita e il nostro sogno. </p>
<p>   In ogni epoca le forze dominanti deformano, ridicolizzano e caricaturalizzano le posizioni di dissenso, e c’è sempre un intero campionario culturale buono a tutti gli usi per farlo in modo diverso e ustionante ogni volta. Per mettere al bando ciò che si muove diversamente, con argomenti costrittivi mentali e ostracismi, quando va bene, con la soppressione fisica e i roghi quando va male. Agivano così i satrapi antichi, gli imperi, le strutture istituzionali fondate sulle religioni e le forme di dominio politico-ideologiche diversamente totalitarie che si sono susseguite attraverso il nostro piccolo tempo, da quando l’homo sapiens ha cancellato non si sa come quello di Neanderthal. Anche adesso, in forme e modi diversi e interni alle caratteristiche di questa epoca e di questo dominio nazionale e internazionale, succede questo. Se tu non ti conformi, non accetti, ti saltano addosso. Se non accetti di ballare l’unica musica che viene suonata -e che altri invece accettano di ballare- ci sono già pronte nel bazar linguistico culturale mille etichette riciclate, scagliate non tanto dai suonatori (che in genere stanno zitti e parlano con i fatti) ma soprattutto e con maggiore virulenza proprio dai ballerini. </p>
<p>   Ma si può lo stesso, a dispetto di tutto, continuare a dire di no, a dissentire, a pensare diversamente, a fare diversamente. Si vincerà? Si perderà? Chi lo sa! Non si può mai sapere. Ma poi, cosa importa?</p>
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		<title>TSUNAMI</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/01/03/tsunami/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio moresco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jan 2005 21:22:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco Come un milione di bombe atomiche. Il polo nord ha subito un’oscillazione di cinque, sei centimetri. L’asse della Terra spostato. Giornate più corte di tre microsecondi. L’isola di Sumatra spostata di trenta metri. Centocinquantamila solo i morti umani, ma la cifra è in crescita di ora in ora. Foto di corpi nudi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/tsunami.jpg" border="0" alt="tsunami.jpg" hspace="4" vspace="2" width="280" height="210" align="left" />Come un milione di bombe atomiche. Il polo nord ha subito un’oscillazione di cinque, sei centimetri. L’asse della Terra spostato. Giornate più corte di tre microsecondi. L’isola di Sumatra spostata di trenta metri. Centocinquantamila solo i morti umani, ma la cifra è in crescita di ora in ora. Foto di corpi nudi gonfiati, sulle spiagge, di donne sferiche a gambe aperte, col taglio della vagina in evidenza come nelle bambole gonfiabili. Montagne di cadaveri umani e animali bruciati e gettati nelle fosse comuni. Eserciti di microrganismi epidemici in attesa di avventarsi sui corpi dei superstiti.</p>
<p>Questo è ciò che abbiamo visto e saputo nei giorni scorsi. Ma ci sono altre cose che non ci hanno detto, a vari livelli. Tanto che in questa tragedia di proporzioni catastrofiche si nasconde un’altra tragedia di proporzioni forse ancora più catastrofiche, costituita dallo spostamento dell’asse psichico e di conoscenza, dalla volontà di non vedere e di non far vedere e di occultare come stanno veramente le cose.<br />
<span id="more-810"></span><br />
Che non è solo un meccanismo di difesa di fronte alla sproporzione tra la fragilità e inermità delle nostre sottopotenze umane e tecnologiche e le forze infinitamente più grandi che ci contengono, ma anche un bisogno che hanno le strutture di potere che si sono affermate nel corso del tempo di nascondere l’enorme, intima, esplosiva sproporzione su cui si fondano la vita umana associata e le sue forme di comando.</p>
<p>Perché un evento di questa portata può aprire una pericolosa crepa anche nel nostro sistema di percezione, conoscenza e giudizio. Che può portare a una diversa consapevolezza sul nostro sistematico e autodistruttivo progetto di sopraffazione e violenza nei confronti dell’habitat della vita sotto e sopra la crosta terrestre e nell’atmosfera. Che porta con sé il concreto rischio di catastrofi infinitamente più grandi di quella appena successa e di quelle che sono successe nel corso del tempo (di cui l’aspetto frattale dei margini delle terre emerse sono un’eloquente testimonianza). Come il surriscaldamento dell’atmosfera, il continuo aumento dei gas serra, il surriscaldamento e innalzamento dei mari, il progressivo scioglimento delle calotte polari e l’allagamento di grandi città e regioni costiere, la cancellazione delle ultime grandi foreste, le conseguenze geologiche delle forsennate attività estrattive e delle esplosioni atomiche sotterranee, della corsa all’impossessamento delle risorse energetiche del pianeta e dei suoi spazi strategici in vista delle guerre future, della continua sfida economico-militare che gruppi umani contrapposti portano avanti con mezzi sempre più devastanti su questo piccolo pianeta su cui è cresciuta una vita biologica configurata spinta oltre il limite minerale e dove infine una piccola, nuda, inerme, ottusa e ferocissima specie ha preso il sopravvento sulle altre, portando in brevissimo tempo la propria vita fino al limite di specie.</p>
<p>Per non parlare di altri eventi incontrollabili che si possono verificare. Impatti di corpi cosmici appena un po’ più grandi di quelli che quotidianamente penetrano nella nostra atmosfera. Altri eventi relativi alla struttura intima della materia, che potrebbero far apparire una cosa da nulla la catastrofe che ci ha appena colpiti e che potrebbero avere esiti infinitamente più devastanti.</p>
<p>Ma quello che non ci viene detto, la cosa più esplosiva che viene occultata è che tutto il quadro e le attuali strutture di comando non solo sono impari ma, mai come adesso, non sono proporzionali alle nostre drammatiche condizioni ed esigenze di specie su questo piccolo pianeta che si muove nella sua piccola orbita nell’immensità dello spazio cosmico. Che tutti gli obiettivi, i mezzi, i fini perseguiti dai piccoli gruppi umani cui è stato delegato il potere o che hanno preso il sopravvento attraverso la potenza di macchine militari, economiche, tecnologiche e del condizionamento mediatico e dell’allevamento fisico, psichico e mentale della specie, mossi solo da giganteschi interessi personali e di gruppo, sono drammaticamente e ciecamente sproporzionate e fuori asse rispetto all’enormità della nostra condizione e a ciò che questa richiederebbe. Anche in questi giorni, persino nelle riflessioni più coscienti e sensate di sismologhi, esperti, economisti ecc&#8230; viene messa in luce solo una piccola parte della portata di un simile evento e dei problemi e delle prospettive che apre e potrebbe aprire. O vengono mosse critiche su aspetti secondari, senza mai andare alla radice. Come Rifkin, a cui basta mettere in evidenza la convenienza economica che si avrebbe nel prevenire i disastri piuttosto che nel pagarne il conto alla fine, riportando cioè tutto dentro le stesse logiche e lo stesso schema. Mentre bisognerebbe al contrario spostare completamente l’angolo visuale con cui considerare l’intera situazione e le logiche fin qui perseguite dai gruppi umani e dalle loro oligarchie autoreferenziali, antropocentriche, distruttive e autodistruttive che hanno gestito le macchine di potere su questo pianeta. Con tutte le loro strutture mentali di supporto, ideologiche, politiche, religiose, in ogni campo. Persino nell’attività artistica e di pensiero dove, tranne rare eccezioni nel corso del tempo, impera e viene selezionato solo il piccolo gioco funzionale, consolatorio e macchinico piuttosto che uno sguardo inerme, orbitale e proporzionale alla situazione planetaria e cosmica della vita in ogni sua fibra e struttura.</p>
<p>Una diversa prospettiva, un diverso sguardo che renderebbe assolutamente evidente e abnorme la cecità e la mancanza di proporzionalità delle strutture di comando umane e delle ideologie e delle logiche su cui si fondano e dei fini che perseguono. Permetterebbe, ad esempio, di vedere e di intendere con terrificante evidenza quanto i vari, piccoli Bush, Putin, Bin Laden ecc&#8230; e gli altri che se ne stanno acquattati in attesa del loro turno, fino agli ultimi, infimi e disonorevoli e grotteschi governanti del nostro paese e gli altri miserrimi piccoli uomini che dovrebbero opporsi ad essi e che invece paiono presi soltanto da piccole, cieche logiche di contrattazione e sopraffazione reciproca, non siano solo dei piccoli, irresponsabili criminali che giocano un piccolo gioco di potere ciascuno coi mezzi di cui dispone. Ma come siano anche e soprattutto criminali e inadeguati nei confronti della nostra e delle altre vite di specie. E che tutte le strutture mentali, ideologiche, religiose&#8230; su cui si fondano i piccoli, transitori imperi che gli uomini si sono dati o che hanno subito perseguono finalità che sono addirittura il contrario di ciò che richiederebbe la loro reale situazione su questo pianeta e all’interno del cosmo. Che tutte queste strutture mentali e persino le ideologie ecologiche non sembrano avere coscienza di questa nostra collocazione nell’onda dello spaziotempo e nel cosmo, ma al massimo solo di un nostro piccolo spazio terrestre idealizzato, all’interno di una natura idealizzata, quando non siano prese anche queste da piccole e cieche logiche politiche e di potere di corto respiro.</p>
<p>Se gli uomini, o almeno gran parte di essi, si rendessero conto di tutto questo, come potrebbe succedere per una smagliatura mentale provocata da qualche grande catastrofe, e in questa impressionante evidenza crescessero in loro la paura, il panico per l’improvvisa presa di coscienza di questa enorme sconnessione e sproporzione e ritardo delle strutture che si sono dati e a cui obbediscono, quello che potrebbe avvenire sarebbe uno smottamento, un terremoto, uno tsunami di proporzioni infinitamente più gigantesche di quelli che ogni tanto si scatenano nella nostra vita e nella nostra storia. Che farebbe apparire poca cosa le grandi rivoluzioni politiche umane antropocentriche moderne che ci sono state a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento e poi quelle della prima metà del Novecento, tutte ancora giocate sull’ illusione che fosse sufficiente toccare e spostare qualcosa all’interno di questo stesso quadro per risolvere tutto.</p>
<p>Se si vedesse tutta la nostra vita fuori da queste piccole strettoie mentali consolatorie e funzionali solo al perpetuarsi di piccole élite di comando e degli strati che per un po’ riescono a beneficiare, tutte queste strutture di coagulo e di comando perderebbero ogni legittimazione e rappresentatività e crollerebbero come sotto il più devastante dei terremoti. Il catastrofico scollamento che potrebbe verificarsi per questa drammatica, proporzionale ma ancora scompensata fuga in avanti, ancora priva delle sue nuove sinapsi psichiche, strutturali e sociali, aprirebbe una spaccatura, una voragine proporzionale a quell’altra infinitamente più grande in cui siamo immersi. Si vedrebbe con ogni evidenza la voragine sopra la quale sta sospesa la nostra vita di specie.</p>
<p>Per questo, forse anche per tutto questo, pur con grande ritardo, le grandi strutture di comando hanno cominciato a darsi da fare per spostare l’attenzione su altri aspetti e su altri terreni, dove possono esibire la loro efficacia e potenza organizzativa, economica e tecnologica posteriore. L’esercizio della solidarietà e umanità nei confronti di altri uomini così violentemente colpiti, la gara per apparire anzi i più solleciti ed efficaci nell’alleviare le sofferenze dei superstiti, persino il ritorno che se ne può avere in termini di immagine e di penetrazione economica e organizzativa, forse nascondono anche un più profondo bisogno di occultare la presenza delegittimante di questa voragine, di riempirla con l’attivismo tecnologico e la sua consolatoria, astraente  potenza. Perché non si veda e non si pensi troppo a lungo che tutta la nostra vita è dentro questa non proporzionalità e questa voragine.</p>
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