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	<title>chiara valerio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>metti una sera al&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 05:30:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Maria Angela Spitella La sera andavamo al Kino E se l’ultimo mercoledì del mese ci si vedesse tutti al Kino? Ma tutti chi? Tutti noi di Audiodoc, e tutti quelli che ci vogliono seguire in questa iniziativa un po’ speciale, che è quasi una scommessa. Così il Kino, piccolo cinema in Via Perugia nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/28/metti-una-sera-al-kino/kino/" rel="attachment wp-att-42012"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-42012 alignnone" title="kino" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/kino-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/kino-300x208.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/kino-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/kino.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>La sera andavamo al Kino E se l’ultimo mercoledì del mese ci si vedesse tutti al Kino? Ma tutti chi? Tutti noi di Audiodoc, e tutti quelli che ci vogliono seguire in questa iniziativa un po’ speciale, che è quasi una scommessa. Così il Kino, piccolo cinema in Via Perugia nella zona del Pigneto a Roma, è diventato, ogni ultimo mercoledì da gennaio 2012, un punto di ascolto, non per cuori solitari, o per chi ha problemi di qualsivoglia natura, ma per chi ha voglia di ascoltare una storia orale. Audio documentari, sì state leggendo bene, e non cadete nel tranello di chiedere: “ma dove è il film?”, di film da vedere non ce n’è. La sala del Kino accoglie poco pubblico ma buono, mi viene da dire con una facile battuta.<br />
<span id="more-41996"></span><br />
Era nato tutto dopo il Bellaria Film Festival (2-5 giugno 2011), di cui già scrissi qualche articolo fa, al quale per la prima volta lo scorso anno è stata dedicata una sezione per gli audio documentari; era nato tutto per una scommessa, nessuno ci credeva sino in fondo all’inizio, ma poi, riunione dopo riunione, lavoro dopo lavoro, inteso nel senso di audio documentario dopo audio documentario, abbiamo trasformato quello che sembrava un progetto solo a parole, in una rassegna sonora. Pochi posti dicevo, 36 per l’esattezza, che si riempiono quando il Kino proietta i suoi film “speciali” in lingua originale, fuori dal grande circuito commerciale e che si riempie anche quando gli autori di audio documentari presentano le loro opere. Una breve introduzione dell’autore, e poi in sala si spengono le luci e si è avvolti nel buio totale. Cala il silenzio. Ci si immerge nell’ascolto, il tutto per un’ora, minuto più, minuto meno. Il tempo scorre, a volte veloce e a volte dilatato, dipende dagli argomenti, dalle immagini che evocano dentro ciascun ascoltatore. Ed è una realtà magica. Perché ascoltare le storie raccontate dai protagonisti dei documentari sonori è un po’ come tornare bambini, quando instancabili si ascoltavano le favole, senza bisogno alcuno di immagini. La favola delle vite degli altri, dove non sempre il cattivo fa una brutta fine. E allora la valenza dell’audio documentario salta agli occhi, anzi alle orecchie. Gli audio documentari prodotti e promossi da Audiodoc viaggiano sul binario della denuncia civile, che ha forme diverse. Concentrati su varie parti del mondo, non si fermano alla realtà italiana, cosa peraltro troppo comune per i media accartocciati solo sul nostro paese. Racconti, storie, denunce solitamente senza visibilità, ma che hanno una carica sociale ed emotiva. Come l’ultimo ascolto, quello del 29 febbraio scorso nel quale è stato affrontato il tema delle mutilazioni genitali femminili, in paesi come il Burkina Faso, il Mali e il Kenia; Elise Merlot, Andrea Cocco, Beatrice Rappo e Jonathan Zenti, con AIDOS (Associazione Italiana donne per lo sviluppo), e ragazzi e giornalisti dei tre paesi, hanno curato il progetto. Quando subentra lo sguardo italiano la narrazione diventa assai particolare. Il primo appuntamento ufficiale, perché il 30 novembre c’è stata la prova generale con l’audio documentario di Jonathan Zenti, che raccontava con senso dell’ironia e tragicità il lavoro interinale affrontando il tema sempre attuale, dello sfruttamento dei lavoratori deboli, il primo appuntamento ufficiale come dicevo, si è aperto il 25 gennaio, con l’audio documentario di Roman Hergoz: Il patto, la riapertura del caso Pasolini. Un escamotage dell’autore, tra cronaca e letteratura, per raccontare a partire da un presunto ritrovamento del capitolo 21 di Petrolio di Pier Paolo Pasolini, in mano a Marcello Dell’Utri, e un ricordo dell’ intellettuale italiano, dei suoi scritti, della sua forza intellettuale e della sua visionarietà. E allora metti una sera al Kino per ascoltare, per farti raccontare, per seguire ad occhi chiusi le storie lontane e vicine, le storie dimenticate o mai indagate; perché gli audio documentari sono anche e soprattutto questo, originalità, che nel mondo “folle” dei mass media e della multimedialità, riescono ad aprire una breccia e portare qualcosa in più&#8230; a velocità ridotta. Non posso elencare i nomi di tutti i soci di Audiodoc, per la cronaca se ne stanno aggiungendo ancora altri, che ha il merito di aver ideato l’ascolto, posso ringraziare il Kino che ha scommesso sulla nostra scommessa, posso lasciarvi il programma di sala per i prossimi appuntamenti raccomandandovi di venire ed ascoltare e poi a luci accese di guardare in faccia gli autori ed esprimere le vostre richieste, i vostri dubbi, le vostre osservazioni, ne vale la pena, come ho detto, in un certo senso è come tornare bambini, ne buoni ne cattivi, sarete voi a decidere, sarete voi a riflettere, perché l’ascolto, che avvolge il senso dell’udito, avvolge anche tutti gli altri sensi, scivola attraverso i corpi, li penetra, li stupisce, li rende cinema. Ecco perché poi potremmo dire: l’ultimo mercoledì del mese si andava tutti al Kino.</p>
<p>Appuntamento dunque mercoledì 28 marzo (stasera) ore 21 con due audio documentari: <em>Popolare non violenta </em>di Andrea Cocco: la lotta pacifica portata avanti dai comitati locali in Palestina, sostenuti da attivisti israeliani. E <em>Briseurs de Silence</em> di Simone Bitton e Anna Szmuc, France Culture. Testimonianze di soldati israeliani raccolte dall&#8217;associazione Breaking the silence e messe in voce da cittadini israeliani francofoni. Per chi vuole saperne di più www.audiodoc.it e in allegato il programma per i prossimi ascolti.</p>
<p>Kino, Via Perugia, 34 &#8211; Roma (Pigneto). E’ possible prenotarsi telefonando a: +39 366 4571726 / +39 06 96525810 oppure mandando una mail a info@ilkino.it</p>
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		<title>la confusione è precisa in amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 09:30:17 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[la confusione è precisa in amore]]></category>
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		<category><![CDATA[Nottetempo]]></category>
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		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luca Alvino Uno dei meriti più importanti della poesia è quello di saper rendere il disordine tollerabile. Come ogni potente rappresentazione artistica, essa è capace di incastonare i sentimenti più prorompenti dell’animo umano in un’espressione formale compatibile con i tempi pacati della conoscenza. In tal modo, ha il potere di sollevare dalla quotidiana fatica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/27/la-confusione-e-precisa-in-amore/confusione/" rel="attachment wp-att-42008"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-42008" title="confusione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/confusione-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/confusione-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/confusione.jpg 530w" sizes="(max-width: 209px) 100vw, 209px" /></a>di <strong>Luca Alvino</strong></p>
<p>Uno dei meriti più importanti della poesia è quello di saper rendere il disordine tollerabile. Come ogni potente rappresentazione artistica, essa è capace di incastonare i sentimenti più prorompenti dell’animo umano in un’espressione formale compatibile con i tempi pacati della conoscenza. In tal modo, ha il potere di sollevare dalla quotidiana fatica del vivere, incantando i movimenti caotici del divenire e imbrigliandoli nel ritmo addomesticato dei versi. Essa proietta nella misura del metro il precipitoso fluire del pensiero, appagando così l’esigenza di coordinate stabili nel risalto conferito alla precisione lessicale, e compensando lo squilibrio della precarietà nella rassicurante liricità del canto.</p>
<p>«A poem is an arrest of disorder», scriveva Robert Frost, e Vittorio Lingiardi – noto psichiatra, psicoterapeuta e docente di psicologia dinamica presso l’Università di Roma – ha scelto proprio questa frase come epigrafe per il suo esordio poetico, <strong>La confusione è precisa in amore</strong> (nottetempo, 2012). In psichiatria il termine «disorder» viene utilizzato per definire una serie rilevante di disturbi psicologici e comportamentali. In generale, con esso si intende la perdita di un equilibrio in un determinato contesto socioculturale, e dunque l’alterazione di una situazione di normalità. Ripensando alla scelta della frase di Frost, dunque, l’avvicinamento alla poesia da parte di Lingiardi sembrerebbe evidenziare una sua esigenza di quell’ordine e di quella stabilità che raramente lo circondano nella sua prassi terapeutica abituale.<br />
<span id="more-42007"></span><br />
Dotato di una padronanza degli strumenti poetici e retorici sempre più rara nel panorama lirico contemporaneo (e tanto più apprezzabile in un «esordiente»), Lingiardi non cede alla tentazione di una letterarietà fine a sé stessa, preferendo muoversi lungo i binari della quotidianità e rappresentando nella sua poesia soprattutto le istanze della carnalità. Il ritmo dettato dal sangue, che placa l’impazienza e l’irragionevolezza del pensiero, non deriva da un’operazione razionale compiuta a posteriori, ma scaturisce da una resa impulsiva all’autenticità del corpo: «Come conchiglia abbarbicata e sola / sul torace del tuo scoglio mi addormento. / Resisto ai flutti della mia impazienza / sentendo che il tuo cuore batte lento». È un ritmo che alberga nel respiro placido del sonno, che abita la pulsazione regolare del cuore e dei polmoni, anticorpo naturale contro le insidiose tossine della speculazione e dell’ermeneutica. Al contrario dell’analisi, che districa faticosamente i nodi dell’esperienza andando a scardinare i pericolosi viluppi del vissuto quotidiano tramite metafisiche sovrastrutture interpretative, l’opera di Lingiardi costituisce uno stratagemma per affrontare senza mediazioni il dramma della disgregazione del senso, forte di una sapienza poetica che – anche laddove si rivela più smaliziata e ricercata – conserva la freschezza dell’osservazione diretta, l’eminenza audace della meraviglia.</p>
<p>Ma l’ordine formale della rappresentazione non impedisce a Lingiardi di dedicare nella sua raccolta un’attenzione scrupolosa anche alla dissonanza, alla lateralità, proprio a quel «disordine» che sembrava voler soggiogare attraverso la poesia: «Odio i palazzi di vetro e i velluti a teatro. / Voglio l’Africa scassata degli orti fuori città / il terzo mondo balordo della tua Lambretta. / Contro l’ossequio dell’architettura urbana / bevo una sottomarca di whisky, un’aspirina scaduta».</p>
<p>La ricerca della disarmonia non è un semplice rifuggire da una realtà troppo temperata, che ha smesso di somigliare all’uomo per conformarsi piuttosto alle sue proiezioni. Essa corrisponde a un desiderio di immersione sempre più profonda in un presente che reclama urgentemente attenzione, nella sua pena e nelle sue difficoltà: «Non temo il futuro / che da solo si spiana. / è il presente / reclamante la custodia / ammalato della pena del passato / ad invocare cieco il nutrimento».</p>
<p>Il presente si impone come tempo che esige un nutrimento, qualcosa di più di uno spoglio retaggio del passato, di una deterministica maturazione degli eventi posta di fronte all’attenzione dei viventi nella sua imbarazzante evidenza; ma una dimensione da curare, da coltivare tramite la conoscenza, attraverso la saggezza che passa per le sensazioni, che nasce dalla conoscenza dei sensi: «Lascia alla magra suola il tatto / lo stupore al piede / di conoscere il cammino / la diversa consistenza del terreno / l’erba, lo sterco, il sasso / e dopo un salto l’acqua, il muschio».</p>
<p>Il disordine, metabolizzato attraverso la semplicità delle sensazioni e cristallizzato dalla forza della poesia, non s’incanala in coordinate strutturate, ma si lascia apprezzare proprio nella sua asimmetria, nella sua disorganicità. Lingiardi non è in grado di restituire coerenza alla varietà, di ristabilire un senso nella magmaticità del divenire; ma riesce – appunto – a rendere tollerabile tale disordine, consentendoci di osservarlo direttamente senza più temerne la forza disgregante, al di fuori di consolatorie e riposanti tassonomie.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/27/la-confusione-e-precisa-in-amore/lingiardi_cover/" rel="attachment wp-att-42009"><img loading="lazy" class="wp-image-42009 aligncenter" title="lingiardi_cover" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/lingiardi_cover-211x300.jpg" alt="" width="162" height="231" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/lingiardi_cover-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/lingiardi_cover.jpg 300w" sizes="(max-width: 162px) 100vw, 162px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Vittorio Lingiardi, <em>La confusione è precisa in amore</em>, nottetempo (2012), pp. 112, 7,00 eu.</strong></p>
<p><span style="color: #800000;">[l&#8217;immagine in apice è di <a href="http://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2012/01/28/macchine-avanti-fuffa/confusione/"><span style="color: #800000;">ilsimplicissimus2]</span></a></span></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.47</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 13:30:54 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/21/carta-strampalata-n-47/david-ashley-chic/" rel="attachment wp-att-41987"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-41987" style="margin: 4px;" title="david-ashley-chic" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/david-ashley-chic-240x300.jpg" alt="" width="240" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/david-ashley-chic-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/david-ashley-chic.jpg 360w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></a>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Gentile Signorina/Signora Mariarosa Mancuso,</p>
<p>come vedrà dai miei commenti qui sotto la Sua tesina “Addio al radical chic”, consegnatami domenica 18 marzo attraverso il suppemento “La lettura” del <em>Corriere della sera</em>, è piuttosto carente. Dallo svolgimento mi sembra di intuire che la materia era per lei interessante ma che la mancanza di abitudine a scrivere in modo preciso (mi riferisco tanto alla lingua quanto ai contenuti) ha lasciato il segno, rendendo l&#8217;elaborato sciatto e superficiale.</p>
<p>Comincerò dall’uso dei dati che Lei ha inserito a sostegno delle Sue argomentazioni. Con riferimento alle dimissioni dell’on. Silvio Berlusconi, Lei scrive: “Le trasmissioni televisive «contro», sempre a rischio di chiusura e di censura, dovrebbero godersi la vittoria. E invece no: gli spettatori calano, lo share diminuisce (o comunque non decolla).” gli spettatori calano? Dal grafico sembrerebbe piuttosto il contrario: “Invasioni barbariche” passa da 904.000 spettatori nel 2010-2011 a 923.000 nel 2011-2012, un aumento piccolo ma pur sempre un aumento.</p>
<p>Sempre nell’appendice statistica, Lei mette insieme due trasmissioni di Serena Dandini, “Parla con me” e “The show must go off”, trasmesse da due reti diverse (Rai e La sette) in orari diversi e in giorni diversi. Le sembra una procedura di comparazione scientificamente accettabile? Quanto aveva preso all’esame di Metodologia?<br />
<span id="more-41986"></span></p>
<p>Proseguiamo: la tesina è priva di coerenza nella dimensione temporale. Mi limiterò a citare uno dei molti strafalcioni: nella seconda colonna si parla di “un party in casa del compositore Leonard Bernstein, ospiti d’onore le Black Panthers” che sarebbe avvenuto nel 1966. <em>Le</em> Black Panthers? Stiamo parlando di un gruppo musicale femminile dell’epoca, come le <em>Supremes</em>? Forse Lei intendeva riferirsi ad alcuni militanti di sesso maschile del Black Panther Party, che difficilmente avrebbero potuto essere a New York nel 1966, visto che il Black Panther Party for Self-Defense fu fondato solo nell’ottobre di quell’anno a Oakland, in California. Il party a cui Lei fa riferimento fu tenuto in realtà nel 1970, precisamente il 14 gennaio, e diede spunto a Tom Wolfe per scrivere l’articolo oggetto della Sua tesina. Articolo sulla rivista <em>New York</em> dell’8 giugno 1970 che palesemente Lei non ha letto in originale.</p>
<p>Coerenza e omogeneità della materia trattata: Lei mescola disinvoltamente il 1970 con il 2012, Leonard Bernstein con Umberto Eco, Giorgio Faletti con Sabina Guzzanti, e addirittura Maurizio Viroli con Bernard de Mandeville: non Le sembra che il lettore, in questo minestrone, possa faticare a raccapezzarsi?</p>
<p>Criticando il libro di Maurizio Viroli <em>L’intransigente</em>, Lei definisce <em>Il legno storto dell’umanità</em> di Isaiah Berlin e <em>La favola delle api </em>di Bernard de Mandeville “due realistici resoconti del mondo in cui viviamo”. Sorvolando sul fatto che Mandeville pubblicò il suo testo nel 1714, cioè 298 anni prima del “mondo in cui viviamo”, Le sembra che due opere filosofiche possano essere definite “resoconti”? Secondo il <em>Nuovo Dizionario Enciclopedico Sansoni</em> un resoconto è una “relazione particolareggiata di un fatto”: i libri che Lei cita si riferiscono a fatti precisi, di cui illustrano lo svolgimento?</p>
<p>Spiegando le tesi di <em>Il legno storto dell’umanità</em>, Lei scrive che “prende spunto da una frase di Kant per mettere in guardia dalle teorie che intendono risanare l’umanità raddrizzandone a forza le storture”. Un po’ scolastico, non le pare? Da una tesina ambiziosa come la Sua ci si sarebbe aspettato una discussione critica un po’ approfondita. Per esempio, avebbe potuto ricordare che non esiste alcun “libro” con questo titolo scritto da Isaiah Berlin: fu il curatore Henry Hardy a scegliere come titolo di un volume che contiene otto saggi di argomento non omogeneo la citazione di Kant. L’edizione inglese, tradotta  da Adelphi nel 1994, ha come sottotitolo “<em>Capitoli</em> della storia delle idee”  e soltanto il primo saggio, <em>La ricerca dell’ideale</em> ha a che fare con il “legno storto dell’umanità”. Il saggio, che occupa appena 24 pagine, è in realtà il testo di una conferenza tenuta a Torino in occasione di un premio della Fondazione Agnelli attribuito al filosofo inglese.</p>
<p>Ora, Lei potrebbe sostenere che queste precisazioni sono superflue ma purtroppo non è così: la precisione filologica è una dote di cui un critico non può fare a meno (e Lei si presenta come un critico particolarmente ambizioso e severo nel Suo elaborato!). Vorrei poi aggiungere che il contesto in cui Lei inserisce la citazione mi sembra inappropriato (un errore frequente da parte degli studenti frettolosi) poiché Berlin mette in guardia “dalle teorie che intendono risanare l’umanità raddrizzandone a forza le storture”. Raddrizzandone <em>a forza</em> le storture è il passo chiave: nell’originale il riferimento è palesemente al nazismo e al comunismo sovietico (la conferenza fu tenuta nel 1988) e difficilmente esso può essere esteso alle teorie di Viroli, a meno che Lei non voglia sostenere che mettere in galera i ladri e i corrotti costituisce un “raddrizzare a forza” l’umanità. Posizione libertaria interessante per un seminario, ma che Lei non argomenta in alcun modo nell’elaborato.</p>
<p>L’altro autore citato, Mandeville, a suo avviso “mostra i pericoli e la miseria di una società totalmente virtuosa”. Sintesi ardita, non c’è che dire. Personalmente avrei scelto una frase dell’autore per sintetizzarne il lavoro: “I vizi privati, attraverso l’accorta amministrazione di un abile politico, possono divenire pubblici benefici” (p. 267 dell’edizione Laterza del 1987). Le parole chiave di questa conclusione di Mandeville sono <em>accorto</em>, <em>abile</em> e <em>possono.</em></p>
<p>Sarebbe stato interessante affrontare il tema di come una società fondata sui vizi privati possa produrre politici abili, i quali amministrano accortamente,  presumibilmente nell’interesse generale, cioè secondo un’idea di virtù pubblica. Se dobbiamo credere alla tesi di fondo dell’autore, sembra più realistico pensare che i “politici abili” usino la loro accortezza per soddisfare i loro vizi privati, ovvero mangiare spaghetti al caviale, intrattenersi con minorenni in “cene eleganti” ad Arcore o simili. Possiamo dire che questi comportamenti abbiano prodotto “pubblici benefici” all’Italia? (naturalmente, spaziare in una dimensione spaziotemporale di tre secoli è operazione intellettualmente assai ardita, che Lei avrebbe dovuto giustificare adeguatamente).</p>
<p>In ogni caso Mandeville sembrava meno sicuro nelle sue conclusioni (“<em>possono</em> divenire pubblici benefici”) di quanto Lei non appaia essere nel Suo elaborato, scrivendo nel modo <em>tranchant</em> che Le è consueto: le parole d’ordine di Occupy Wall Street sono “banali e generiche”, gli “anti-moderni hanno ormai dalla loro soltanto Beppe Grillo”.</p>
<p>Infine, sono rimasto estremamente deluso dal piccolo, e inutile, plagio, da Lei commesso dove scrive “Ha vinto l’Italia che piace ai radical chic: (…) se tira tardi la notte è per leggere Kant”. L’immagine appartiene a Giuliano Ferrara, che il 12 febbraio 2012, sul <em>Giornale</em> (p.1) aveva scritto che Viroli “è schierato con il <em>demi-monde</em> che legge Kant la sera”.</p>
<p>Peccato, devo purtroppo concludere che la Sua tesina non è sufficiente. Si ripresenti all’appello di giugno.</p>
<p>Molto cordialmente,</p>
<p>Fabrizio Tonello</p>
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		<title>hanksy</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 09:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Sabina de Gregori Il mondo si sa, gira e rigira su se stesso, ma ogni tanto improvvisa e sorprende con qualche variazione. In questo caso, il re della street art Banksy – ancora oggi anonimo (e milionario) – è stato sorpreso dalla variazione dei suoi stessi lavori. Per mano di chi? Hanksy. Sì, avete [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/12/hansky/2-18/" rel="attachment wp-att-41856"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-41856" title="-2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/2-300x246.jpg" alt="" width="300" height="246" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/2-300x246.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/2.jpg 586w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Sabina de Gregori</strong></p>
<p>Il mondo si sa, gira e rigira su se stesso, ma ogni tanto improvvisa e sorprende con qualche variazione. In questo caso, il re della street art Banksy – ancora oggi anonimo (e milionario) – è stato sorpreso dalla variazione dei suoi stessi lavori. Per mano di chi? Hanksy. Sì, avete capito bene, il nuovo fenomeno che viene dalle strade newyorkesi si chiama proprio così. Tra la beffa e l’omaggio, i personaggi più famosi dell’artista britannico hanno ripreso vita sui muri della grande mela, con il particolare però che i volti sono stati sostituiti con quello dell’attore Tom Hanks. Ecco quindi che negli ultimi mesi, tra i grattacieli, sono apparsi cameriere mascoline accompagnate dalla scritta “La street art è un pozzo di soldi” o bambine che guardavano volare via un palloncino con il volto dell’attore che, sarcastico, recitava: “Prendimi se ci riesci”. L’attenzione del pubblico e dei media è stata talmente alta da spingere la Krause Gallery, nel Lower East Side di Manhattan, quartiere dove è cresciuto lo stesso Hanksy, a organizzare la sua prima personale lo scorso gennaio.<br />
<span id="more-41855"></span></p>
<p>Ma non finisce qui, Hanksy, oltre a uno “stalker” del più famoso e spavaldo capostipite dello stencil, si è rivelato essere ben altro. Già dal 2009, durante il Festival delle arti a Brighton intitolato “Dirty Beach Exhibition” si era distinto come artista di eco-graffiti, realizzando stencil sulla neve e creando il sito <a href="http://www.plasticbagfreebrighton.co.uk/">www.plasticbagfreebrighton.co.uk</a>, a favore di un consumo responsabile della plastica. In una delle sue installazioni è riuscito a imprimere sulla neve che ricoprì la spiaggia inglese, la frase “Under this clean white exterior I’m a right dirty beach” che ha resistito quasi per un’intera giornata, incarnando la vera caratteristica dell’arte di strada: la volatilità. In occasione del Festival britannico Hanksy ha omaggiato anche un altro artista francese ormai noto in tutto il mondo: Space Invader, che ha riportato in voga il videogioco giapponese lanciato dalla Taito nel 1978. In questo caso è apparsa la silhouette dell’alieno colorata di viola sugli esagoni di marmo che decoravano la spiaggia; il tutto rigorosamente prodotto con materiali biodegradabili e organici.</p>
<p>L’eco-graffitaro risponde al nome di Chloe Hanks e ha alle spalle un lavoro decennale come grafico freelance, inoltre si è specializzato – insieme al suo studio Node Design – nel riutilizzo e nella produzione di oggetti ecologici esplorando anche il settore della gioielleria.</p>
<p>Il suo sito (<a href="http://www.hanksy.co.uk/">www.hanksy.co.uk</a>) ricorda in tutto e per tutto il sito di Banksy (<a href="http://www.banksy.co.uk/">www.banksy.co.uk</a>), c’è da domandarsi cosa lega l’uno all’altro, o addirittura se siano davvero due persone diverse. Il dubbio sorge dal dominio del sito di Hanksy, targato Gran Bretagna: perché se Hanksy è newyorkese? E perché i suoi primi lavori sono stati svolti in Inghilterra? Banksy è Hanksy? Esistono due Hanksy uno da una parte e uno dall’altra dell’oceano? Questa, naturalmente, è una provocazione…ma si sa, per strada tutto può succedere. Provate a scrivergli e a chiederglielo voi stessi: hanksy@hanksy.co.uk!</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/12/hansky/4-7/" rel="attachment wp-att-41857"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-41857 aligncenter" title="-4" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/4-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/4-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/4-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/4-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/4.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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		<title>se c’è una cosa che non ti fa stare zitta, è un segreto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Mar 2012 10:00:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Ha i suoi vantaggi essere nel posto più brutto, perché non ti preoccupi di perderti qualcosa. Nella stazione termale, stanno, insieme ad altri ospiti ma un po’ discoste, quattro donne. Emma, morbida perfino nei polpacci, la nipote Lucy che forse sarebbe stata più felice se quei bei ragazzi russi, intravisti all’arrivo, fossero [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/09/se-ce-una-cosa-che-non-ti-fa-stare-zitta-e-un-segreto/40316_418624364066_60318779066_4765284_6499122_n/" rel="attachment wp-att-41834"><img loading="lazy" class="wp-image-41834 alignnone" style="border: 1px solid black;" title="40316_418624364066_60318779066_4765284_6499122_n" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/40316_418624364066_60318779066_4765284_6499122_n.jpg" alt="" width="354" height="221" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/40316_418624364066_60318779066_4765284_6499122_n.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/40316_418624364066_60318779066_4765284_6499122_n-300x187.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/40316_418624364066_60318779066_4765284_6499122_n-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/40316_418624364066_60318779066_4765284_6499122_n-163x103.jpg 163w" sizes="(max-width: 354px) 100vw, 354px" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Ha i suoi vantaggi essere nel posto più brutto, perché non ti preoccupi di perderti qualcosa</em>. Nella stazione termale, stanno, insieme ad altri ospiti ma un po’ discoste, quattro donne. Emma, morbida perfino nei polpacci, la nipote Lucy che forse sarebbe stata più felice se quei bei ragazzi russi, intravisti all’arrivo, fossero rimasti, Giuseppina, con una stampella che tiene salda lei e la sua bellezza passata e presente, <em>smagliante e pugnace</em> e Lucia, sottile e appena curva come un arco teso, con <em>una faccia dolce o severa, a volte infantile</em>. Nella stazione termale, dove <em>la noia è complicata</em>, le quattro donne si notano, si seguono, soprattutto s’incrociano, <em>e poi qui è previsto di godersela</em>. Ne <strong><em>La stazione termale</em></strong> (Sellerio, 2012) di Ginevra Bompiani le quattro donne, ognuna a un’età diversa, ognuna con un differente obiettivo, o nessuno, passano il tempo nuotando, fuggendo dalla sala del pranzo e della cena per rifugiarsi in un ristorante a mangiare una tartara con salse e cognac, giocano a dama, si sogguardano, passeggiano nuotano. Soprattutto, s’incrociano. <em>Hanno una certa età, vuol dire che hanno un’età che nessuno vuole indovinare, e magari neanche avere.</em><br />
<span id="more-41832"></span></p>
<p>Se Giuseppina non ci fosse, forse non comincerebbero a parlare, rimarrebbero mute ed educate figure di quadriglia. Invece un cenno col capo, un saluto e la curiosità ordinaria, nello spazio chiuso della stazione termale, diventano subito conoscenza e appena dopo intimità. La stazione termale in fondo è un posto troppo piccolo per qualsiasi discrezione e<em> (…) una specie di Struwwelpeter per adulti, solo che gli adulti accorrono volontari, anzi volontarie, e non è una punizione, ma la condizione per guadagnarsi qualche mese in più di attenzione maschile (le donne non badano a queste cose, o sì?). O forse è la punizione per non volere, non sapere invecchiare</em>. Così Giuseppina, una famosa giornalista che <em>avanza fiera come Annibale attraverso le Alpi</em> e il cui sangue allegro le ha regalato la dote della vittoria, si sottopone a qualsiasi trattamento, invasivo o palliativo, pur di guadagnare qualche mese di quiete nella manutenzione della bellezza che ormai è la bellezza stessa, mentre Lucia, che non sopporta il dolore né il fastidio, né l’idea di non accettare la vecchiaia, guarda le donne sugli schermi pubblicizzare trattamenti che non avrà mai il coraggio di prenotare. O forse si bea di non avere rughe sulla fronte. O forse un trattamento per le rughe sul collo, in fondo potrebbe provarlo, chissà. <em>Non è la dolcezza che ti salverà dalla natura, è la tortura.</em> Lucy, la bambina ha molto tempo per pensare, in fondo si annoia, e, sentendo la zia Emma piangere, singhiozzare, sfuggire o inseguire le due amiche, cerca segreti e dunque li crea.  La zia Emma però un segreto ce l’ha, ma molto sotto la pelle, invisibile. I segreti, nella stazione termale, sono fungibili. Uno vale l’altro, o quasi. <em>Parlano basso, anche se non ce n’è bisogno. Perché basso è il tono dell’intimità. Il tono dei segreti, dei misteri, degli inizi. Non dicono segreti ancora, ma intonano la voce a un segreto.</em></p>
<p>Lucia anni prima ha insegnato e nemmeno sei mesi fa ha avuto un amore, chiamato Stefano, ma è finito e la sera esce sul balcone – <em>i balconi, sono così astratti i balconi</em> – e non sa più a chi dedicare la luna, non riesce a parlare con Giuseppina del fallimento della sua storia d’amore e nemmeno dei fallimenti in generale, si sente inadeguata, sempre troppo o troppo poco, barcollante anche nel passo, forse si annoia. Così si avvicina alla bambina, ma non per noia, per vanità, perché la bambina le ricorda lei, perché la bambina ha le stigmate di quelli che non sono amati abbastanza e che nemmeno possono esserlo. La bambina è un eterno secondo nell’amore della zia, dei genitori (altrimenti perché la manderebbero con la zia?), e pure di Lucia, perché Lucia stessa è seconda nel suo amor proprio. <em>Non è solo che mi rivedo in lei, è che quando parlo con lei ridivento quella che sono, senza età e senza luogo, come se giocassimo insieme il gioco del disamato. È un gioco pieno di pieghe, rivolti, circonvoluzioni, sfide, insidie. Si impara a giocarlo con perizia, e la posta è che si perde sempre, ma dopo c’è un’altra partita.</em></p>
<p>Giuseppina è arrivata alla stazione termale per ritoccare la propria bellezza, Emma perché ha un segreto, Lucy per accompagnare Emma e dunque per scoprirlo o almeno inventarlo, Lucia perché in fondo la bellezza è il solo modo per essere amati. E i corpi hanno una loro bellezza, come pensa Lucy dei ragazzi russi spariti per sempre. Lucia, se decidesse di cedere alle cure chirurgiche, al paradiso promesso e apparecchiato dei medici della stazione termale, forse cambierebbe sesso, così poi avrebbe <em>a che fare con una donna, che a queste cose non ci bada (o sì), e hai guadagnato altri venti anni, non sei mesi che passano in un soffio</em>.</p>
<p>Se Giuseppina non parlasse le quattro donne rimarrebbero quattro, senza moltiplicarsi in quello che avrebbero potuto o potrebbero essere. Se Emma non piangesse. Se Lucia non esitasse ancora una volta. Se Lucy non raccontasse.</p>
<p>Ginevra Bompiani è lo scrittore dell’infanzia perpetua, del tempo interrotto, dello spazio raccolto, dell’amore mancato, del corpo mancante, e <em>La stazione termale</em>, in pagine di intelligenza brillante, osservazione delicata, radicata ironia e in un racconto che ha il passo di una novella libertina e divertita, mette in scena le mutue posizioni, i chiasmi, i tentennamenti di quattro donne che in fondo non cercano altro che qualcuno da accudire e col quale condividere almeno una abitudine. Anche per poco. Qualcuno che le intrattenga. Ne <em>La stazione termale</em>, dove invecchiare è un verbo di genere femminile, Giuseppina aggiunge un anello alla sua catena di amici sparsi per il mondo, Lucy incontra una sé stessa più avanti nel tempo e si sceglie, Emma baratta un segreto con un altro e Lucia si ritrova a incontrare qualcuno che, nonostante, scorge la donna dietro <em>la sua armatura di eleganza</em>. <em>“Anch’io, credevo di venire qui a non pensare… e invece non faccio altro che pensare… è strano che una cosa che fanno tutti, una cosa così comune, nessuno ci riesce…” dice Emma. “Che cosa?”. “Invecchiare”.</em></p>
<p>La scrittura di Bompiani è immaginifica, è pensiero e azione trattenuta, considerazione e impazienza, è avvolgente di comicità e cappa di tristezza, è <em>ferma e salda</em> e spesso chiede al lettore un atto di condivisione che già è amore. <em>Del resto ho sempre pensato che chi ama è in errore, mentre chi non ama è in colpa</em>. <em>La stazione termale</em> è un romanzo da tenere sulle ginocchia, come parole crociate senza schema, in cui non siano però date le definizioni ma già i nomi, da sciogliere e intrecciare con un esercizio di curiosità, combinatoria, ansia di assoluto e interpretazione. <em>Lucia ha studiato a lungo il modo di essere più bella senza che si veda.</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/09/se-ce-una-cosa-che-non-ti-fa-stare-zitta-e-un-segreto/d_41f61da4-cb7f-434b-a4ad-eac0c2676734/" rel="attachment wp-att-41833"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-41833 alignnone" title="d_41f61da4-cb7f-434b-a4ad-eac0c2676734" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/d_41f61da4-cb7f-434b-a4ad-eac0c2676734.png" alt="" width="188" height="270" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>G. Bompiani, <em>La stazione termale</em></strong><strong> (Sellerio, 2012), pp. 146, 12 eu.</strong></p>
<p><strong>a latere</strong></p>
<p>Le ossessioni di Ginevra Bompiani, come scrittore e come saggista, sono il tempo e lo spazio. <em>Uno che abbia voglia di divertirsi col mio tempo, possibile che non ci sia su tutto un treno?</em>, come ha scritto in <em>Bartelemi all’ombra</em> (Mondadori, 1968), <em>la verità è inutile perché la sola verità è nella bocca del tempo,</em> come osservava, per Mrs Ramsay, in <em>Time, Tense, Wheater</em> (Anabasi, 1993), <em>L’orso maggiore</em> (Anabasi, 1994), che è un libro di bambini, dove pure il tempo è fittizio, è un romanzo chiuso nelle stanze folle di un collegio piccolo piccolo, <em>Mondanità</em> (La tartaruga, 1980) è una storia raccolta in un castello, come una favola dove il tempo è <em>ammobiliato</em>, <em>L’età dell’argento</em> (La tartaruga, 2001) è ambientato su un’isola, e l’isola è la camera chiusa. Qualcuno è morto, la chiave è nella toppa. Nessuno è entrato, nessuno è uscito. L’isola è proprio un’isola, canonica, col mare intorno. I titoli stessi – <em>Lo spazio narrante</em> (La tartaruga, 1978), <em>L’incantato</em> (Garzanti, 1987), <em>L’attesa</em> (Feltrinelli, 1988, et al./, 2011) – rimandano a un <em>hortus conclusus</em> nel quale il tempo è interrotto, sorpreso o sospeso, lo spazio è recintato, o comunque misurabile, e dove dunque le persone non possono cambiare, gli amori non possono consumarsi, i sentimenti non si possono sbiadire, bolle tridimensionali, miniature di realtà, dove tutto e fermo e quindi nessuno muore, labirinti dai quali è impossibile uscire, e neppure si vuole. Le rette, spesso simmetriche, che tagliano questi quadranti cartesiani di tempo e spazio, sono l’amore che è sempre insufficiente e la noia che è sempre in agguato. <em>Non c’è quasi dolore più grande; dell’inefficacia degli altri verso di noi, della nostra verso gli altri. Ogni amore ne è dannato, si misura con essa come con la propria futura, necessaria sconfitta</em> (Mondanità), <em>Perdere è terribile. Il ritorno nella parola </em>nostos<em> ha un che di stanco. È il ritorno di Ulisse. Perché è tornato? Non amava Penelope. Si è subito annoiato</em> (L’età dell’argento). Le chirurgie estetiche, plastiche et alia de <em>La stazione termale</em> non sono che la rappresentazione, forse l’estroflessione, della ricerca, bambina e (pre)potente, di un modo efficace per fermare il tempo, specialmente dopo che il tempo è passato e che il corpo invecchiato è l’estroflessione, forse la rappresentazione,  dell’impossibilità di essere amati – Temere in fondo, come osservava Woolf è sinonimo di Credere di sapere. Così all’invocazione del corpo di Sophie <em>(…) si piegò sul suo corpo, cresciutole accanto come un cespuglio selvatico: «Dammi una patria», disse al suo ventre; «Dammi una patria», disse alle sue mani, alle sue gambe, ai suoi piedi lisci e intatti. «Prendetemi con voi»</em> (Mondanità) Lucia risponde a distanza di anni, con l’evocazione dell’insufficienza del corpo stesso <em>Non voglio fargli vedere il mio corpo, pensò. E questo è irrimediabile</em> (La stazione termale). Perché oltre a desiderare un corpo, il proprio o quello di un altro, bisogna pure desiderare la forza e l’improntitudine di metterlo in relazione con gli altri, e di essere sé stessi davanti a sé stessi.</p>
<p><span style="color: #3366ff;">[l&#8217;opera in apice è di Giosetta Fioroni]</span></p>
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		<title>è tutto compresso in un istante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 10:00:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio La sera festeggiammo. Stappammo una bottiglia di vino rosso, lo stesso del nostro primo incontro, il Chianti, e io al terzo bicchiere dissi che volevo cambiare macchina. Il tipo di dettagli insignificanti che si ricordano con precisione anche dopo anni. Carlo e Isabel si sono incontrati perché Valentina, un’amica di lei, ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/07/perche-non-ti-conosco/img-2/" rel="attachment wp-att-41836"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-41836" style="margin: 8px;" title="img" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img.jpg" alt="" width="250" height="388" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img-193x300.jpg 193w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>La sera festeggiammo. Stappammo una bottiglia di vino rosso, lo stesso del nostro primo incontro, il Chianti, e io al terzo bicchiere dissi che volevo cambiare macchina. Il tipo di dettagli insignificanti che si ricordano con precisione anche dopo anni</em>. Carlo e Isabel si sono incontrati perché Valentina, un’amica di lei, ha fissato loro un appuntamento al buio. Dice che sono fatti una per l’altro, anzi che lei è <em>tagliata per lui</em>. Un appuntamento al buio in una vecchia osteria di Treviso con tovaglie ricamate a mano e un pavimento di vetro sotto al quale l’acqua scorre. Carlo e Isabel si incontrano, si piacciono, e dopo poco vanno a vivere insieme. A Padova, a casa di lui, con i mobili di lei. Un tatami con un materasso in pura lana vergine, tende di lino, incensi, cuscini marocchini per il salotto, cd di musica etnica. Si sposano in fretta perché la felicità e gli incontri non hanno bisogno di carte, e nemmeno di cerimonie. Isabel è svizzera, è vegana, è bionda, ha gli occhi azzurri, lavora in un’erboristeria, la mattina fa gli esercizi di yoga e il pomeriggio quelli di reiki, Carlo ha trentasei anni, è socio di una piccola azienda, ha una casa con un terrazzo dal quale si vedono le colline. Lui beve una birra, lei una tisana, guardano il tramonto. Sono innamorati. Così quando Isabel esce dal bagno con il test di gravidanza listato d’azzurro, <em>indaco per la precisione</em>, Carlo l’abbraccia, poi prende il telefono e chiama Livia, sua madre. <em>Eccolo il mondo delle cose definitive. Ecco che siamo diventati come loro, come mia madre, com’era mio padre, ecco che siamo passati dall’altra parte, dalla parte degli adulti, dei genitori, dalla parte delle cose più preziose e definitive</em>.</p>
<p><span id="more-41835"></span></p>
<p><strong><em>Il bambino indaco</em></strong> (Einaudi, 2012) di Marco Franzoso è il romanzo secco e commovente, rabbioso e dolcissimo della tentazione della normalità alla quale tutti cedono, per sé stessi e per i figli eventuali o già passati. E questa normalità è purtroppo e sempre inaccessibile, perché l’unica normalità concepibile, nella fuga prospettica di futuro che un figlio regala quando neppure ha un nome, e forse pure senza, è la felicità. I personaggi di Franzoso vogliono essere felici. Isabel digiunando durante la gravidanza perché il figlio non sia insozzato dall’inquinamento e dalla bruttezza venefica del mondo, e Carlo standole accanto senza contraddirla perché pensa che lei sia l’estranea dalla quale ha deciso di farsi comunque toccare, mangiando dunque fichi secchi e avocado, annusando incensi che arrivano via aerea da Ceylon, incensi che eliminano i radicali liberi del caffè che si spandono per casa e macchiano auree e polmoni. Oltre i denti. <em>Le ultime ricerche di neuropsichiatria prenatale dimostrano che il feto ha una sua propria vita emotiva, &#8211; mi comunicò con gravità. – è stato scoperto che il feto può piangere, capisci? – Beh, &#8211; dissi raddrizzandomi sulla sdraio. – il nostro non piangerà</em>. E una volta che Pietro è nato, Isabel vuole essere felice purgandolo perché i suoi organi non siano necrotizzati dal cibo che ha reso già morti tutti quelli che le camminano intorno e Carlo vuole essere felice vedendo che Pietro cresca forte e sano, o almeno, dopo un po’, che cresca e basta.</p>
<p>Il romanzo di Franzoso si apre quando ogni felicità è sopita. Isabel è sul pavimento, magrissima e rossa di sangue, Livia dorme un sonno chimico nella stanza da letto e Pietro che pure ha pianto a lungo per i morsi della fame, è stato già portato altrove. Lontano dal luogo del delitto. Il commissario Marino, alto e squadrato, non ha ancora trovato la pistola, ma sa già come è andata. Lo sappiamo tutti, anche senza perché. E poco a poco, proprio come un alone, il perché affiora e disturba. <em>La verità ultima. Il luogo in cui risentimento e gratitudine diventano la stessa cosa</em>. Il perché è la rivelazione che la maternità non è attributo esclusivo della femminilità, che essere madri è un principio di cura trasversale, e forse fantasmatico. <em>Stava giocando a fare il bambino con il padre. Io stavo al gioco e facevo il padre</em>. De Beauvoir ne <em>Il secondo sesso</em> si era scagliata contro l’istinto materno, lo aveva negato, aveva definito la funzione materna alienante per le donne. E in questa alienazione, in questa distanza tra i concetti di donna e di madre, Franzoso racconta di un padre per il quale, animalescamente, non esiste altro che il benessere del proprio bambino. Di un padre che è come una Leonessa. <em>Mi sentivo come sul tetto di un grattacielo: ovunque guardassi, era vertigine</em>.</p>
<p>E così in una storia di pianura e di Veneto, che ha qualcosa nel tono ineluttabile e pure quieto di certe storie di Carlotto, Marco Franzoso mette il lettore dalla parte del futuro, di Pietro, il bambino, anche se questo futuro esiste solo in quanto risultato di un delitto, e dunque procede storto. Ma crescere nonostante le circostante, e soprattutto nonostante l’amore e i suoi eccessi, è l’unico modo di crescere che mi viene in mente. In realtà e sulla pagina. <em>Mentre scompare il dolore scompare anche un pezzo di vita, certo. Ma non esiste altra salvezza che questa</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/07/perche-non-ti-conosco/indaco/" rel="attachment wp-att-41853"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-41853" title="indaco" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/indaco.jpg" alt="" width="242" height="245" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/indaco.jpg 242w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/indaco-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/indaco-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 242px) 100vw, 242px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>M. Franzoso, <em>Il bambino indaco</em>, Einaudi (2012), pp. 141, 16 eu.</strong></p>
<p><strong>a latere</strong></p>
<p><em>Il bambino indaco</em> è un romanzo costruito per simmetrie. E la simmetria è sempre consolatoria. Se dovessi fare un appunto direi che Franzoso ha ceduto alla tentazione della consolazione. Penso al padre e al bambino che salutano la mamma che è andata in cielo, ma forse sono io che non ho più la visione accogliente dei bambini. Penso a cibo/purga, omeopatia/allopatia, erboristeria/società di capitali, carne/acqua. La simmetria che più mi è piaciuta è certamente quella tra la madre colpevole e deleteria (Isabel) e la madre colpevole ma salvifica (Livia), perché, al netto dei fatti raccontati, la categoria maternità femminile è monda d’ogni peccato. Una madre ha salvato un figlio, anche se la faccenda rimane di articoli determinativi e pronomi possessivi.</p>
<p>L’amore di mio padre e di mia madre, per me e le mie sorelle, non è mai stato aggettivato, colorato, definito da questioni di genere. Era amore e basta. Possesso e basta. Protezione e basta. Per me dunque, paternità e maternità sono state sempre, e certe volte bruscamente, sinonimi. Di questo, li ringrazio tanto. Se le patologie di certi sentimenti prescindono dal genere, allora pure i sentimenti.</p>
<p>In L. Carroll e J. Tober (1999), <em>The Indigo Children: The New Kids Have Arrived</em>, Light Technology, i bambini indaco vengono descritti come “dotati di grande empatia, curiosità, forza di volontà, e una spiccata inclinazione spirituale. Sono anche descritti come molto intelligenti, intuitivi, e insofferenti nei confronti dell&#8217;autorità”. Credo di aver conosciuto solo bambini indaco. Lo scetticismo che ci fece stupendi per variare, ancora una volta, su un verso di Pier Paolo Pasolini.</p>
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		<title>Scritture Giovani Cantiere</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 12:00:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un corso di formazione per giovani aspiranti autori edizione 2012 Festivaletteratura, con il sostegno di Fondazione Cariplo e illycaffè, promuove un corso di formazione rivolto a dieci giovani aspiranti scrittori nell&#8217;ambito del progetto Scritture Giovani. Scritture Giovani, che dal 2002 ad oggi è impegnato nella valorizzazione di autori europei under 32 non ancora pubblicati nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/02/scritture-giovani-cantiere/18572011_09_08_sg_2130_010_web/" rel="attachment wp-att-41818"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-41818" style="margin: 8px;" title="18572011_09_08_SG_2130_010_web" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/18572011_09_08_SG_2130_010_web.jpg" alt="" width="346" height="230" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/18572011_09_08_SG_2130_010_web.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/18572011_09_08_SG_2130_010_web-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/18572011_09_08_SG_2130_010_web-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 346px) 100vw, 346px" /></a></p>
<p><strong>Un corso di formazione per giovani aspiranti autori <em>edizione 2012</em></strong></p>
<p>Festivaletteratura, con il sostegno di Fondazione Cariplo e illycaffè, promuove un corso di formazione rivolto a dieci giovani aspiranti scrittori nell&#8217;ambito del progetto Scritture Giovani. Scritture Giovani, che dal 2002 ad oggi è impegnato nella valorizzazione di autori europei under 32 non ancora pubblicati nel proprio paese attraverso la partecipazione ai principali festival letterari europei, si arricchisce di una sezione &#8220;cantiere&#8221;, rivolta a giovani che ancora non hanno pubblicato propri lavori.</p>
<p><strong>1. Finalità del corso</strong></p>
<p>La finalità di <em>Scritture Giovani &#8211; cantiere</em> è di offrire, attraverso un corso di formazione, un primo orientamento al mondo editoriale e alle professioni della scrittura, in modo da aiutare giovani di talento a capire quali sono le strade percorribili per far arrivare al pubblico le proprie creazioni e a far crescere progetti letterari di valore.</p>
<p><strong>2. Struttura del corso</strong></p>
<p>Il corso formativo prevede una serie di testimonianze tenute da professionisti dell&#8217;editoria e del libro (editori, agenti letterari, editor, traduttori, critici letterari) nonché da scrittori, alcuni dei quali partecipanti alle scorse edizioni del progetto Scritture Giovani di Festivaletteratura.</p>
<p>Il corso si articola in due sessioni di lezioni, ciascuna di 16 ore complessive che si terranno dal 23 al 25 marzo e dal 30 marzo al 1° aprile.</p>
<p><strong>3. Modalità di partecipazione</strong></p>
<p>La partecipazione al corso è gratuita. Il corso avrà carattere residenziale, e le spese di viaggio e soggiorno sono a carico dell&#8217;organizzazione. La sede delle lezioni sarà comunicata congiuntamente all&#8217;esito della selezione delle domande.</p>
<p><strong>4. Requisiti richiesti</strong></p>
<p>I requisiti richiesti per la partecipazione sono:</p>
<p>&#8211; avere un&#8217;età compresa tra i 18 e i 27 anni entro la data di scadenza del presente bando;<br />
&#8211; non avere ancora pubblicato in volume (monografico o collettivo) propri lavori di narrativa.</p>
<p><strong>5. Presentazione delle domande</strong></p>
<p>Per partecipare al corso è necessario inviare:</p>
<p>&#8211; la scheda di partecipazione compilata (scaricabile dal sito internet www.festivaletteratura.it a partire dal 30 gennaio 2012);<br />
&#8211; un curriculum vitae aggiornato;<br />
&#8211; una copia del documento di identità;<br />
&#8211; un racconto di massimo 10 cartelle (18.000 caratteri in totale, spazi compresi) sul tema “<strong>perché”</strong> (tema del racconto richiesto agli autori che parteciperanno a Scritture Giovani incontri 2012);</p>
<p>Le domande e i materiali richiesti andranno inviati per posta elettronica all&#8217;indirizzo sgcantiere@festivaletteratura.it <span style="text-decoration: underline;">entro e non oltre sabato 3 marzo 2012</span>. Non verranno prese in considerazione domande incomplete, pervenute oltre la data indicata o ad altri indirizzi di Festivaletteratura.</p>
<p><strong>6. Criteri di selezione</strong></p>
<p>La selezione delle domande verrà effettuata sulla valutazione dei racconti pervenuti effettuata da una commissione interna a Festivaletteratura. Il giudizio della commissione è insindacabile. L&#8217;esito della selezione sarà reso noto sui siti www.festivaletteratura.it e www.scritturegiovani.it da lunedì 12 marzo 2012.</p>
<p><strong>7. Diffusione del bando</strong></p>
<p>Il presente bando verrà diffuso tramite la pubblicazione sui siti internet www.festivaletteratura.it e www.scritturegiovani.it e attraverso altri mezzi ritenuti idonei.</p>
<p>Per ogni ulteriore informazione o chiarimento è possibile contattare la segreteria di</p>
<p>Festivaletteratura (tel. 0376.223989; fax 0376.367047; e-mail sgcantiere@festivaletteratura.it).</p>
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		<title>Fenoglio che visse (almeno) due volte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 09:30:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[divertissement]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo verri]]></category>
		<category><![CDATA[intervista impossibile]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Verri [A Beppe Fenoglio. Che oggi avrebbe compiuto 90 anni. Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano (ndr)] Intervistatore: Permette una domanda? Fenoglio: La prego&#8230; Mi perdoni. Debbo mettere un po’ d’ordine in questo foglio. È così difficile, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img18.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-41888" title="img18" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img18.jpg" alt="" width="550" height="330" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img18.jpg 550w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img18-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></a>di <strong>Giacomo Verri</strong></p>
<p><span style="color: #800000;">[A Beppe Fenoglio. Che oggi avrebbe compiuto 90 anni. <em>Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano</em> (ndr)]</span></p>
<p>Intervistatore: Permette una domanda?</p>
<p>Fenoglio: La prego&#8230; Mi perdoni. Debbo mettere un po’ d’ordine in questo foglio. È così difficile, è tanto complicato&#8230; Sa, io non scrivo per divertimento. Ci faccio una fatica nera! La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti. Quindi abbia pazienza&#8230; ancora un secondo.</p>
<p>I.: Certo, ci mancherebbe&#8230;<br />
<span id="more-41323"></span><br />
F.: No! Non va ancora. Ah! lasciamo stare! Mi dia da accendere… per cortesia. Perdoni la rudezza ma, quando scrivo, entro in un mondo&#8230;</p>
<p>I.: …il mondo dell’arte, la nuvola dello scrittore&#8230;</p>
<p>F.: Ma per carità! Lo sa, lei, quanto poco ho vissuto? Quarant’anni&#8230; quasi quarantuno. Ho scritto una decina di libri, e tre soli, me in vita, ne hanno pubblicati… Scrivere… sì! e con quale pena! con che fatica! Sa quante volte non ho potuto giocare con la mia bambina, quanto spesso ho tolto un bacio, una carezza, un abbraccio a mia moglie? E prima ancora di sposarmi, che vita ho fatto fare a mia madre e a mia sorella! Tornavo da lavoro e se­devo in tavola a leggere come un folle i libri tenuti accanto al piatto, oppure mi get­ta­vo niagaricamente a battere furioso sulla macchina da scrivere! Mi facevo servire per poter leggere. Sempre appoggiato a un foglio di carta, con uno stecco di sigaretta incassato tra i labbri. E il resto del tempo? In azienda, a sbrigare la corrispondenza. E non che lo facessi a contraggenio… ero attaccato a quel mio posto. Ero ligio e fiero. E, badi bene, l’essere ligio non significava che io piegassi la testa.­ No, io la portai sempre alta, e la mia fronte fu sgombra dalla vergogna e, casomai, fu appesantita dall’orgoglio. Per questo­ forse non lasciai mai Alba. Ma torniamo a dire della nuvola dello scrittore dove lei vo­leva mettermi a sedere. Nes­suna comodità in quel mondo che le dicevo: lì si forgia la lingua, si tempra l’uomo, si scrivono parole che son testamenti pesanti co­me colline gravide d’uva; una dimensione, tra l’altro, che poco ha a che fare con l’editoria. Anzi, le confesso che mi parve sempre di fare una gran figuraccia a introdurmi con terragna pertinacia nella sfera ufficiale delle lettere, piena­ di equivoci ostacoli, di sussiego, di asprezza imbellettata. Ecco un altro motivo per cui non abbandonai Alba. Un solo vero amico ebbi, di quegli ambienti della carta stampata, e fu Calvino, che tra l’altro mi pare abbia detto – ma non lo so confermare, perché a quell’epoca ero già sottoterra! – la più bella cosa su di me e sui miei libri, quando scrisse­ che io, il più solitario di tutti gli scrittori della nostra generazione, riuscii a fare il romanzo che ognuno di noi aveva sognato, <em>Una questione privata</em>, un libro non finito, incompleto, ferito, per quello che dice e per come è&#8230;</p>
<p>I.: Mi pare una faccenda importante: i suoi libri migliori sono quelli che lei non vide mai pubblicati, ma soprattutto quelli che lasciò incompleti, o, per così dire, in fase di ristrutturazione.</p>
<p>F.: Vero. Libri feriti e che feriscono&#8230;</p>
<p>I.: Già! e non fu per primo Vittorini a segnalare che i suoi libri parlano una lingua cruda, rappresentano con l’evidenza d’uno sfregio quanto l’uomo può essere aspro con l’uomo, buttano sangue negli occhi, un sangue di cui mai si vede il motivo, si scorge la ragione?</p>
<p>F.: Quel Vittorini! sempre salente in bigoncia, mi faceva paura, i suoi baffi taglienti, gli occhi anneriti come l’Africa, la piantatura folta dei capelli&#8230; era l’esempio vivente di cosa sia la violenza, di cosa sia l’uomo aspro; era, mi parve, un uomo disperato, spesso, me lo conceda, incazzato come un ciompo, altero, orgoglioso; incarnava il tipo del contadino di Sicilia ma, a un tempo, poteva tenere qualcosa dell’uomo di Langa, cocciuto, glaciale&#8230;</p>
<p>I.: Come gli uomini della <em>Malora</em>?</p>
<p>F.: In un certo senso&#8230; Sa che a tratti lo odiai? Quando mi diede del ‘provinciale del naturalismo’&#8230; meno male che c’era Calvino…. Eppure ci vogliono uomini come quello per raffinare la propria violenza sull’altrui violenza, il proprio odio sulle ingiustizie, la propria mortale indifferenza sulle crudeltà infinite&#8230;</p>
<p>I.: Ma lei non è mai stato un uomo indifferente!</p>
<p>F.: No e sì. No, perché mai mi feci ridurre passivamente dall’indifferenza a essere indifferente, dalla crudeltà a essere crudele&#8230; Ma lo fui, indifferente, ogni volta che non riuscii a essere migliore di me stesso. E fu molte vol­te. Ma non creda: io cercai sempre di ribellarmi.</p>
<p>I.: Non si preoccupi: ben si vede dalle sue pagine, dai suoi eroi&#8230;</p>
<p>F.: Lei confonde me coi miei personaggi, biografia e letteratura! Ma stia se­reno, la prego. Non posso dirle che sia un bene in assoluto&#8230; voglio dire, con certi autori è meglio non operare pericolose sovrapposizioni&#8230; tuttavia, nel mio caso&#8230;. Non è un segreto che io mi sia sentito Milton, Johnny, Ettore&#8230;</p>
<p>I.: &#8230;un contadino delle Langhe, un uomo qualsiasi dei suoi racconti? Un uomo che vive di terra, che sa di terra, che la ama e la odia?</p>
<p>F.: A costo di parerle brutale, le di­co che si sbaglia. I miei contadini non amano la ter­ra, né la odiano. Almeno, non la odiano e non la amano con quella chiarezza intellettuale che io penso di avere. Odiano e amano­ come fanno le bestie, baciano la terra quando dà i frutti, e la forzano, e la violentano per­ché li dia; ma la prendono a calci, se il frut­­to è scarso, tarda a venire o è guasto. So­no spietati, come è giusto che sia.</p>
<p>I.: Non la capisco! Perché è giusto essere spietati?</p>
<p>F.: Ha ragione. Ho usato male le parole. Avrei dovuto dire che è necessario essere spietati; è la legge della vita che lo vuole. Ciò che tentai di costruire con i miei personaggi è un’opposizione a questa legge brutale che non distingue, che calpesta come un toro, che spacca come un ariete, che avanza, umanamente boriosa, a preservare se stessa.</p>
<p>I.: I suoi eroi, quindi, non muovono da motivi ideologici, non combattono il fascismo perché vi si oppongono politicamente&#8230;</p>
<p>F.: No, mio caro amico. Il fascismo fu solo l’estrema pelle, una copertura oscena e cribrosa di un corpo già corrotto, debilitato, ammalazzato: il corpo della violenza, un corpo di cui tutti noi partecipiamo in una tragica comunione. Anzi il fascismo, per la verità, fu il segno che concesse a me, e a tanti altri, l’intelligenza di quel corpo universale. Fu un simbolo co­sì­­ grosso, bruto, stupido che po­temmo vedere il suo schifoso organismo stac­carsi da noi: per la prima volta non più ci sentimmo partecipi della tetragona violenza del mon­do. Tornammo a diventare uomini, come Dio, forse, li volle fare dal principio&#8230;</p>
<p>I.: Mi vengono in mente alcune parole del <em>Partigiano Johnny</em>: «Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì, si sentì investito &#8211; nor death itself would have been divestiture &#8211; in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra».</p>
<p>F.: Ecco l’atteggiamento fiero con cui volli affrontare la vita.</p>
<p>I.: Il fascismo fu dunque una sorta di Moby Dick, un condensato del male che scatenò, per antitesi, la Resistenza&#8230;</p>
<p>F.: No, faccia attenzione. In primo luogo Moby Dick è il simbolo del male tutto,­ preso nella sua vastità e profondità ocea­nica; è il male nobile, grande, eterno, sublime&#8230; il fascismo non fu che una povera cosa. E poi la Resistenza: un fulgido e ammirevole stato di grazia collettivo. Ma fu il singolo uomo, Johnny o un altro, poco importa, a dover combattere, periclitare, patire, sputare, per raggiungere la statura morale che lo avrebbe fatto sentire grande, un grande uomo.</p>
<p>I.: Purezza sentimentale, grandezza della storia!</p>
<p>F.: Sì, la purezza, il raffinamento dello spirito. È qualcosa che si ottiene nella solitudine d’una stanza, come d’una somma collina. Nella sconfinata, assoluta, profonda, alta, stregata, incubosa, vespertina, invernale, vacua solitudine che s’aderge superba, che separa una morte dall’altra. Amavo e tuttora­ amo fumare in solitudine e absent-mindedness, quasi cercando un esercizio di souplesse. Nobile souplesse. Il mio esercizio spirituale mirava alla grandiosità, all’impressionante umanità dell’agire. Volevo che tutto fosse in me nobilmente umano. Ha mai vi­sto una foto di me camminante? Prenda quel­la che è in capo alla prima edizione della <em>Paga del sabato</em>. Io ero un uo­mo­­ serio. Io camminavo fiero, co­me deve camminare un uomo che s’è dato il compito di sfidare la violenza metafisica dell’umanità. Era sacro quel conato di vi­ta contro la violenza, contro il male.</p>
<p>I.: Possiamo dire che lei ha combattuto da partigiano e da scrittore.</p>
<p>F.: Possiamo. La mia casa trasudava carte, era un oceano di carte tuffate nei cassetti, sulle scrivanie, rintanate in armadiature infinite. Quante! E che pena ho procurato a chi si è preso la briga di fare ordine! <em>Il partigiano Johnny</em> poi… ha dato non pochi grattacapi! Ecco un residuo di cattiveria: infatti non ho nessuna intenzione di mandare segni per sciogliere l’enigma della datazione. Che fatichino! La fatica è una purga dello spirito, un raffinamento.</p>
<p>I.: Allora non è proprio così cattivo!</p>
<p>F.: Crede? Non sta a me pronunciare un giudizio a voce alta. Combattei, dunque, sia da partigiano sia da scrittore. La lingua dei miei romanzi è lì a testimoniarlo: non fu forse una dura battaglia? Volli sfidare la mia pochezza per sentirmi completamente uomo, un uomo nel senso che prima abbiamo detto. Mi piacque raccontare l’entrante inverno del ’44, l’assenza lunga del sole, sputare su quell’appello del ge­nerale Alexander. Affondai nell’abisso della disperazione quando rifilai a Ettore quel sontuoso mal di gola, più fastidioso del fascismo, e poi lo feci catturare dai repubblichini. Godetti nel far emergere quel mio Johnny, solo di fronte alla leviatanica solitudine dell’inverno. Che dolcezza gelida! L’uomo che supera l’uomo, che combatte in uno stato elementare! Lo vede il mio naso?</p>
<p>I.: Certo, lo vedo.</p>
<p>F.: Bene. È un naso esagerato, una pal­la di carne posticcia, una concrezione di cartilagine, un naso robusto, acropolico. Mi piace pensare che sia venuto così per il gelo, per la vita grama del partigianato. Quel più di carne, quando mi specchio, mi sembra non mia, amo pensare che sia cresciuta in quei mesi in cui fui meglio di me stesso, in cui passai il segno della mia miseria.</p>
<p>I.: Forse lei è troppo se­vero&#8230;</p>
<p>F.: Mai abbastanza. Per questo combattei aspramente con la scrittura: per raffinarla, per mandarla oltre. Ho scritto sempre with a deep distrust and a deeper faith… Ma ora vada, ché altro tempo non ho, sebbene qui il tempo sia infinito. L’infinità, anzi, mi fa male: m’ha messo in bocca questo tono asseverativo, che prima non ebbi mai, giacché in vita parlavo poco, e solo con gli amici fidati. Ero pure balbuziente! Ma adesso… adesso, in questo tempo eterno, la mia pochezza si fa sempre più vasta, e io ne soffro, ne soffro terribilmente.</p>
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		<title>i vecchi invisibili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 09:40:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Oggi sono venti anni dalla morte di Valentino Bompiani (Ascoli Piceno, 27 settembre 1898 – Milano, 23 febbraio 1992), editore, drammaturgo e scrittore italiano che nel 1929 ha fondato la casa editrice che porta il suo nome. Le righe che seguono sono state pubblicate sul quotidiano La stampa il 5 Marzo 1982] di Valentino Bompiani [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/02/23/i-vecchi-invisibili/bompiani01g/" rel="attachment wp-att-41737"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-41737 aligncenter" style="margin-top: 8px; margin-bottom: 8px;" title="bompiani01g" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/bompiani01g.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a><br />
<strong></strong></p>
<p><span style="color: #333399;">[Oggi sono venti anni dalla morte di Valentino Bompiani (Ascoli Piceno, 27 settembre 1898 – Milano, 23 febbraio 1992), editore, drammaturgo e scrittore italiano che nel 1929 ha fondato la casa editrice che porta il suo nome. Le righe che seguono sono state pubblicate sul quotidiano <em>La</em> <em>stampa</em> il 5 Marzo 1982]</span></p>
<p>di <strong>Valentino Bompiani</strong></p>
<p align="right"><em>Oh, se tu sapessi, se tu sapessi, la terra eccessiva- mente vecchia e cosí giovane,<br />
il gusto amaro e dolce, il gusto delizioso che ha la vita cosí breve dell’uomo.</em><br />
A. Gide, <em>I nutrimenti terrestri</em></p>
<p>Passati gli ottant’anni, ti dicono: “Come li porti bene, sembri un giovanotto”. Parole dolci per chi le dice ma a chi le ascolta aprono la voragine del tempo in cui si affonda come nelle sabbie mobili. La vecchiaia avanza al buio col passo felpato dei sintomi, squadre di guastatori addestrati che aprono l’inattesa, inaccettabile e crescente somiglianza con gli estranei. Su una fitta ai reni o per l’udito ridotto, anche il nemico diventa parente. Lo spazio e le cose si riducono: la vecchiaia è zingaresca, vive di elemosine.<br />
<span id="more-41736"></span><br />
Poeti, scrittori e filosofi che hanno parlato della aborrita vecchiaia, i piú non l’hanno mai raggiunta; parlavano dunque della vecchiaia altrui, che è tutt’altra cosa. Niente offende piú dei coetanei tossicolosi, che perdono tempo sulle panchine. Impazienti, vogliono essere serviti per primi, mangiano guardando di sot- tecchi il piatto degli altri, tirano fuori continuamente l’orologio, un conto alla rovescia. Per la strada, a un incrocio, alzano il braccio col bastone anche quando non lo hanno, stolida affermazione di una capacità perduta. Scambiano per conquistata saggezza la paura e tendono all’ovvio, che li uccide.</p>
<p>Nelle ore vuote telefonano. A chi? A chi li precede di un anno o due, che è la dimensione del possibile. Rifiutano i segni della decadenza ma non della peggiore di tutte che è la speranza delle circostanze, le quali nelle mani dei vecchi diventano gocce di mercurio nel piatto, si uniscono, si dividono o si ingrossano, ignorandoli. Neppure i giovani possono dominarle, ma credono di poterlo fare.</p>
<p>Capita di sentirsi domandare: “Se potessi tornare indietro, che cosa faresti di piú o di meno?” Non vorrei tornare indietro: mi mancherebbe la sorpresa delle circostanze e sarei saggio senza recuperi. La vecchiaia è la scoperta del provvisorio quale Provvidenza. L’unità di misura è cambiata: una malattia non <em>è quello che è, </em>ma<em> quello che non è</em> e la speranza ha sempre il segno del meno. La provvisorietà della vita esce dal catechismo per entrare in casa, accanto al letto. Quando il medico amico batte sulla spalla brontolando: “Dài ogni tanto un’occhiata all’anagrafe”, gli rispondo che no, a invecchiare si invecchia e dài e dài, va a finire male. Bisogna resistere alla tentazione delle premure e dei privilegi. Ricordo Montale, a Firenze, durante la guerra; non aveva cinquant’anni e faceva il vecchio col plaid sulle ginocchia e i passettini. Si proteggeva con “l’antichità” dalle bombe.</p>
<p>Ero giovane quando ho pubblicato quarant’anni fa <em>Monsieur Teste</em> di Paul Valéry, ma soltanto adesso mi pare di capire alcune parole che allora trascrissi in un quadernetto: “Quando si è giovani ci si scopre, si scopre lentamente lo spazio del proprio corpo, si tocca il proprio tallone, si prende il proprio piede destro con la mano sinistra e si tiene il piede freddo nella mano calda. Ora mi conosco a memoria, anche il cuore”. Il corpo, la materia si fanno fatiscenti e dietro quelle ombre c’è il vuoto, un buco nella terra per qualcosa che domani germinerà, nascosta ai nostri occhi pieni di ieri.</p>
<p>Mia sorella di un paio d’anni piú anziana di me, un giorno diceva: “La vita è strana”. Subito qualcuno ha parlato d’altro, secondo l’idea che la vecchiaia, di memoria corta, va distratta, come se fosse un cedimento sconveniente da coprire col falso stupore di un’infanzia ritrovata: “È come una bambina”. Senza sorridere lei ha ripreso: “Nella vecchiaia bisogna scegliere: o ci si difende con l’egoismo o ci si affida fino in fondo all’altruismo, che tutti hanno avuto almeno in qualche momento”. Su queste parole mormorate in confessione, l’aria si è aggrumata nel silenzio. Poi è capitato di trovare sul suo scrittoio un elenco, come l’appunto per un ricevimento ma con nomi disparati: c’erano le amiche ma anche il droghiere, il fioraio all’angolo, l’ortolano. “Che cos’è?”, le abbiamo domandato. “Ah,” dice, “facevo la lista di quelli che verrebbero al mio funerale”. Ha scosso il capo: “Pochi, però&#8230;”.</p>
<p>Da vecchi si diventa <em>invisibili</em>: in una sala d’aspetto, tutti in fila, entra una ragazza che cerca qualcuno. Fa il giro con gli occhi e quando arriva a te, ti salta come un paracarro. La vecchiaia comincia allora. Si entra, già da allora, in quella azienda a orario continuato, qual è il calendario; il risveglio al mattino diventa uno scarto metafisico; il movimento nella strada si aggiunge come l’avvertimento che per gli <em>altri </em>il tempo è scandito dagli orari.</p>
<p>Bisogna, per prima cosa, mettere in sospetto le proprie opinioni, comprese quelle piú radicate, per rendere disponibile qualche casella del cervello. È faticoso perché i punti di realtà si vanno rarefacendo e le opinioni rap- presentano l’ultima parvenza della verità. Come a guardare controluce il negativo di una vecchia fotografia: quel giorno in cui facevo, dicevo, guardavo&#8230; Il bianco e nero invertiti stravolgono la realtà, che si allontana. La vecchiaia è la scoperta del piccolo quale dimensione sovrumana. Chi pensi alla fortuna o alla Provvidenza, sempre s’inchina alla vita che domani farà a meno di lui. Non è un pensiero sconsolato, ma di conforto: la memoria, estrema forma di sopravvivenza.</p>
<p>Un uomo di ottant’anni, malato di cancro, senza forze per stare in piedi, dice: “Non è che io chieda molto: stare su un terrazzino anche cosí a guardare il mare”. Moriva il giorno dopo. Perché non gli è stato dato un giorno in piú? Possibile che non ci sia una parola per ottenerlo? Il meccanismo inesorabile della natura sgomenta piú dei fatti che determina.</p>
<p>Qualche tempo fa Cesare Zavattini mi scriveva: “&#8230; si muore, come tu dici per il cane, sulla tomba di qualche cosa di inspiegabile. In effetti non siamo in grado di spiegare niente. Ma solo di rappresentare il nostro limite. Non basta piú. E allora si cerca, si cerca, e me ne sarei già andato se non fossi sicuro che bisogna portare a compimento l’incompiuto, a costo di voltarsi indietro (come doveva essere bella Euridice), mi hai fatto sentire inesorabilmente l’attuale situazione del pensiero – perché non cambiare il pensiero, essergli meno fedeli? L’aria è piena di guaiti, di silenzi, le parole sole non contano piú niente, derivanti tutte da un pensiero che continuo a dire che non c’è&#8230;”.</p>
<p>Il deserto della vecchiaia va attraversato con gli occhi riarsi d’amore. Bastano, perché vedono per <em>l’ultima volta</em> e tutto diventa sacro. Che la fine cominci dal cervello. Tre secoli fa il mistico svedese Swedenborg scriveva, anzi <em>informava “ex auditis et visis</em>” che nell’al di là prima si perde la memoria, poi i desideri fino a che l’occhio fisso non vede che la luce di Dio.</p>
<p>Che sia questo il sorriso dei morti?</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.46</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 07:54:47 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/02/23/carta-strampalata-n-46/singular-or-plural-1/" rel="attachment wp-att-41735"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/singular-or-plural-1-300x150.jpg" alt="" title="singular-or-plural-1" width="300" height="150" class="alignleft size-medium wp-image-41735" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/singular-or-plural-1-300x150.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/singular-or-plural-1.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Carissimi amici italiani, vi mando il più affettuoso saluto dalla Nuova Caledonia, dove sto sorseggiando un long drink al latte di cocco mentre aspetto di tuffarmi tra i coralli e i pesci tropicali. Mi dispiace che voi siate bloccati sotto la neve in compagnia di Alemanno: io ho appena concluso un accordo miliardario con FaceGooglAmazon per un nuovo software e penso di starmene qui per qualche annetto. L’idea del mio rivoluzionario software, <em>Plural</em>, è venuta leggendo “Nòva”, il supplemento tecnologie del “Sole 24 Ore” del 5 febbraio, tutto dedicato al ruolo che avrà la Rete nel rivoluzionare l’insegnamento. Basta con le aule! Abbasso le spiegazioni! Stop ai metodi autoritari e cattedratici!  D’ora in poi, <em>La didattica va a lezione di tablet</em>  (p. 51). L’articolo spiegava che all’università di Padova hanno creato Wecampus, “uno spazio dove sono gli allievi delle università a segnalare i documenti che trovano interessanti e possono aggiungere commenti”.<br />
<span id="more-41734"></span></p>
<p>L’ho provato ed effettivamente è uno strumento utilissimo: “Quella carogna di Diritto Costituzionale mi ha dato 18 e rovinato la media!”; “Per fare Storia Contemporanea c’è un manuale di 1000 pagine!”; “Se fate gli esami in aula M, ricordatevi di arrivare presto e sedervi nei posti in alto, lontano dalla cattedra, dove si può copiare tranquillamente”; “Tonello mi ha chiesto la data dell’arresa del generale Lee a Potomattox!”. Altri commenti utili e partecipativi, che generalmente iniziano con “Quella troia della (<em>omissis</em>)” oppure “Quello stronzo di<em> (omissis</em>)”, sono stati eliminati grazie a una nuova funzionalità del software, che quando incontra una parola inclusa nell’apposita lista “Espressioni frequenti nelle toilette dell’Ateneo”, cancella il post.</p>
<p>Un altro articolo nella stessa pagina riferisce di un sondaggio effettuato da YouGov con la domanda: “Ti nascondi quando controlli la posta e le news a tavola con la tua compagna o la tua famiglia?” Certo che no: mentre la mia compagna metteva in tavola il brasato al Barolo (unico cibo adatto alla stagione) ho detto: “Urca! Lo sapevi che, secondo il Tg1, Monti indossa il loden e la Fornero usa le sovrascarpe per la neve?”. In quel momento ho sentito una puntura sul palmo della mano sinistra, quella che uso per tenere il telefonino: era il forchettone del brasato che, dopo aver attraversato l’iPhone 4S (per fortuna in garanzia) mi si era piantato nel palmo. Ho pagato 88 euro di ticket all’ospedale Maggiore e adesso non lo faccio più, però forse dovrei dirlo a quelli di YouGov perché aggiornino i risultati della ricerca.</p>
<p>L’articolo successivo, <em>Nessun progresso senza internet in aula</em>, riferiva le dichiarazioni del collega Paolo Ferri dell’università Milano Bicocca e diceva, tra l’altro, che è stata annunciata un’alleanza tra Apple e alcuni grandi editori “per l’insegnamento delle scienze naturale”. Diceva proprio così: “delle scienze naturale”. A quel punto sono andato in biblioteca Sala Borsa, ho preso in prestito vari manuali su come fondare una start-up (più chic che dire: come aprire una partita Iva) e mi sono messo al lavoro. Due giorni e due notti usando il mio Macintosh del 1985 (un po’ vecchiotto ma per certe cose funziona ancora benissimo) e il software <em>Plural </em>era pronto. L’ho mandato al mio amico Pietro Falcone a Londra per i test e, dopo 6 ore, la risposta è arrivata: “Funziona”.</p>
<p>A quel punto ho telefonato a Mark Zuckerberg e gli ho detto: “Ehi Mark, vecchio mio, sospendi la quotazione in Borsa: ti cedo i diritti di un nuovo software che farà raddoppiare gli iscritti a Facebook nel giro di due mesi”. Zuckerberg sulle prime era un po’ scettico ma poi gli ho spiegato come funzionava <em>Plural</em> e lui, dopo una rapida consultazione con Jeff Bezos di Amazon e il fantasma di Steve Jobs appositamente evocato da Vanna Marchi, ha deciso di creare FaceGooglAmazon, una nuova società con capitale sociale di 36 fantastiliardi di dollari, che nasce per sfruttare al meglio <em>Plural. </em>Io mi sono accontentato delle briciole, ho firmato e mi sono fatto portare in Nuova Caledonia.</p>
<p>Sull’aereo ho finito di leggere il giornale perché sulla copertina di “Nòva” c’era un titolo stuzzicante: <em>A scuola s’impara meglio con il libri formato tablet.</em> Proprio così: “il libri”. Ho pensato che forse avrei dovuto contrattare di più con Zuckerberg, date le infinite occasioni di utilizzazione di <em>Plural</em>, ma ormai quel che era fatto era fatto. E poi io non sono un tipo avido. Sceso a Nouméa, ho trovato ad aspettarmi una copia ancora fresca d’inchiostro di “Nòva” del 12 febbraio, inviata da Sarkozy con il suo aereo personale in cambio della promessa di fare il ministro delle Tecnologie se verrà rieletto alle prossime elezioni in Francia. C’era un articolo sul nuovo software del mio collega padovano Massimo Marchiori intitolato <em>La risposta di Fb a Volunia?</em>. Tra le altre cose diceva: “La sperimentazioni di Fb partirà con i giochi”.</p>
<p>“La sperimentazioni”, un altro cliente assicurato: anche al Sole 24 Ore dovranno comprare <em>Plural</em>, il magico software che insegna le concordanze tra articolo e sostantivo oppure tra soggetto e verbo. Niente più problemi con singolare e plurale, comprate <em>Plural…</em></p>
<p>[<strong>nota della Redazione</strong>: <em>Nazione Indiana</em> non accetta messaggi pubblicitari né sollecitazioni all’acquisto, pertanto l’articolo del prof. Tonello è stato troncato qui].</p>
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