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	<title>christian raimo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Passione indiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Dec 2007 00:31:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo Devo scrivere questo post per dire una cosa che ho comunicato agli altri redattori ma che mi sembrava giusto mettere anche on-line. Ho deciso di non fare più parte della redazione di Nazione Indiana, che poi sarebbe questo blog collettivo che state leggendo. Mi dispiace e molto, perché ci ho passato da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Devo scrivere questo post per dire una cosa che ho comunicato agli altri redattori ma che mi sembrava giusto mettere anche on-line. Ho deciso di non fare più parte della redazione di Nazione Indiana, che poi sarebbe questo blog collettivo che state leggendo. Mi dispiace e molto, perché ci ho passato da lettore e da postatore cinque anni credo. Mi affeziono a cose più brevi, figuriamoci a questa. Le ragioni sono abbastanza ovvie: sono stanco e sono tiepido rispetto a una serie di progetti anche più corposi e a lunga gittata che si stanno elaborando tra gli indiani. E come dice l&#8217;Apocalisse, &#8220;Visto che non sei né caldo né freddo, ma sei tiepido, ti sputerò dalla bocca&#8221;. Ergo: mi auto-espello. </p>
<p>Grazie a tutti, redattori, commentatori, lettori occasionali, e persino i troll,<br />
a presto (forse),<br />
Christian Raimo</p>
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			</item>
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		<title>Ammazza che puzza, aho!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 01:32:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessio Spataro]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://pazzia.org">Alessio Spataro</a></p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza1-2.jpg' title='ammazza1-2.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza1-2.jpg' alt='ammazza1-2.jpg' /></a><br />
<span id="more-4987"></span><br />
<a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza2.jpg' title='ammazza2.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza2.jpg' alt='ammazza2.jpg' /></a></p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza3.jpg' title='ammazza3.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza3.jpg' alt='ammazza3.jpg' /></a></p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza4.jpg' title='ammazza4.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza4.jpg' alt='ammazza4.jpg' /></a></p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza5.jpg' title='ammazza5.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza5.jpg' alt='ammazza5.jpg' /></a></p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza6.jpg' title='ammazza6.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza6.jpg' alt='ammazza6.jpg' /></a></p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza7-1.jpg' title='ammazza7-1.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza7-1.jpg' alt='ammazza7-1.jpg' /></a></p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza8.jpg' title='ammazza8.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/ammazza8.jpg' alt='ammazza8.jpg' /></a></p>
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		<title>Il tempo di una foto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/12/07/il-tempo-di-una-foto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Dec 2007 13:20:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[luce]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Hyppolite Bayard Louis Pierson, Ritratto della Contessa Castiglione e suo figlio, 1864 C’è il tempo interno dell’immagine e il tempo necessario per farla, l’immagine, sono due cose diverse. Ma, c’è il tempo necessario a pensare e arrivare all’immagine e poi c’è quello che fisicamente serve perché l’immagine esista, venga registrata sulla pellicola. I primi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://hippolytebayard.blogspot.com">Hyppolite Bayard</a> </p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/bayard-1.png' title='bayard-1.png'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/bayard-1.png' alt='bayard-1.png' /></a><br />
<em>Louis Pierson, Ritratto della Contessa Castiglione e suo figlio, 1864</em></p>
<p>C’è il tempo interno dell’immagine e il tempo necessario per farla, l’immagine, sono due cose diverse.  Ma, c’è il tempo necessario a pensare e arrivare all’immagine e poi c’è quello che fisicamente serve perché l’immagine esista, venga registrata sulla pellicola.<br />
<span id="more-4929"></span><br />
I primi anni della fotografia erano anni di tempi lunghi e laboriosi, alambicchi e boccette contenevano liquidi che minacciavano sempre di mischiarsi e rubarsi il loro potere a vicenda, pesanti lastre di argento o vetro venivano inserite in altrettanto pesanti apparecchi fotografici di legno massiccio, fino al momento cruciale in cui tutto era in equilibrio e si poteva, diremmo noi, scattare la foto. Già, ma di scattare proprio non si trattava, anzi da lì cominciava un altro tempo lungo, cruciale, in cui tutto doveva tenersi insieme, fermo, immobile. Il tempo dell’esposizione.<br />
I sali d’argento dei primi anni della fotografia pretendevano minuti e minuti di esposizione per annerirsi a sufficienza, ma la società già chiedeva ritratti su ritratti, gruppi di famiglia, effigi gloriose. E allora era tutto un fiorire di piedistalli, di poggiatesta nascosti, di mani nel panciotto e di sguardi imbronciati per restare fermi, per conservare l’immagine cristallina e senza sbavature che si confaceva ai posteri.<br />
La fotografia ha lottato per decenni contro il tempo, ingannandolo, camuffandolo, ostinandosi a contrastare la lentezza di un’immagine che invece da subito si voleva veloce, istantanea.<br />
Negli anni poi il tempo fu davvero dominato, l’istante fu congelato e casomai divenne complesso allungarlo di nuovo, nei decenni che trascorsero tra chi scoprì come un cavallo muoveva esattamente le zampe mentre correva e chi teorizzò la poetica dell’istante decisivo. E allora fiumi di immagini amatoriali furono consacrate a cogliere, a fermare, la persona amica era sempre più bella quando non sapeva di essere fotografata, quando guardava da un’altra parte, quando la mano era congelata mentre passava nei capelli.<br />
Teleobiettivi permettevano di scrutare da lontano e prendere le immagini di migliaia di soggetti inconsapevoli, mentre i corti grandangoli facevano sempre tutto troppo largo e troppo piccolo.<br />
Chiunque conosca qualcosa di tecnica fotografica sa che l’industria regala facilmente all’amatore strumenti per catturare e fissare, ma molto meno lo mette in condizione di rallentare e lasciar scorrere il mondo dentro l’immagine. Fare una foto anche solo di un minuto durante il giorno è cosa che chiede studio e dotazione di obbiettivi professionali, filtri, pellicole di sensibilità molto basse, un armamentario inaccessibile a chi non se ne intenda. È una visione che va contro l’evoluzione tecnica, è una fotografia contropelo.<br />
Molti fotografi si sono però avventurati nella rappresentazione della durata, esplorandone diversi aspetti, usandola per giungere a visioni molto diverse tra loro. Ecco qualche esempio.</p>
<p><strong>Il tempo della luce: Hiroshi Sugimoto e Abelardo Morell</strong></p>
<p>“Immagina se fotografassi un intero film su un singolo fotogramma.” La risposta: “Avresti uno schermo di luce.” … Un pomeriggio andai in un cinema dell’East Village con un apparecchio di grande formato. Appena il film cominciò aprii l’otturatore. Due ore dopo, quando il film era finito, lo chiusi. Quella sera sviluppai la pellicola, e la mia visione esplose di fronte ai miei occhi’.</p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/bayard-2.png' title='bayard-2.png'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/bayard-2.png' alt='bayard-2.png' /></a><br />
<em>Hiroshi Sugimoto, South Bay Drive In, San Diego, 1993</em></p>
<p>Così il fotografo giapponese Hiroshi Sugimoto descrive come nacque la sua serie Theaters, immagini di sale cinematografici e drive-in immersi nel buio, dove al centro svetta un rettangolo di luce bianca che irradia gradualmente le file di poltrone e le pareti dei cinema. Mai abbiamo nero puro in queste immagini, anche nel punto più scuro scorgiamo un dettaglio o percepiamo lo spazio, come quando entrando in una stanza buia ne percepiamo la profondità. Sugimoto in queste sale arriva a rappresentare la luce della penombra, un buio che brilla di luce propria e che al tempo stesso è la rappresentazione del tempo della luce, come se in fotografia una certa luce ci portasse subito a sentire il tempo che è stato necessario per rappresentarla.</p>
<p>“Una camera oscura è uno spazio di qualsiasi dimensione oscurato completamente salvo che per una piccola apertura. La minuscola quantità di luce che entra nello spazio oscurato produce sulle pareti un immagine capovolta del mondo esterno. Più è piccola l’apertura, più scura ma nitida l’immagine apparirà”. </p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/bayard-3.png' title='bayard-3.png'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/bayard-3.png' alt='bayard-3.png' /></a><br />
<em>Abelardo Morell, Brooklyn view in Brady’s room, 1992</em></p>
<p>Abelardo Morell non usa parole difficili per illustrare la tecnica di base con cui ha iniziato la sua opera aperta Camera obscura, stanze che vengono ricoperte dalla luce delicata che viene da fuori e che va a distendere la veduta esterna su tutte le superfici, il pavimento, la coperta sul letto, i giocattoli di un bambino. Otto ore circa sono necessarie perché il debole fascio di luce venga registrato a sufficienza sulla pellicola, tempo lunghissimo la cui sensazione rimane nell’osservare quella luce fragile ma così presente che invade silenziosamente tutti gli angoli delle stanze.</p>
<p><strong>Il tempo dei luoghi: Alexey Titarenko e Matthew Pillsbury</strong></p>
<p>Esistono poi lavori che esplorano i luoghi e gli esseri umani che li abitano, rappresentando l’accumulazione del tempo e delle azioni in una singola immagine. Matthew Pillsbury è autore di luoghi scuri abitati da fantasmi, che sia una visita al museo o una presenza su un divano in una camera illuminata dallo sola luce del televisore. </p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/bayard-4.png' title='bayard-4.png'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/bayard-4.png' alt='bayard-4.png' /></a><br />
<em>Matthew Pillsbury, Jellyfush tank, Coney Island aquarium, 2005</em></p>
<p>Al contrario che in Morell, nelle immagini di Pillsbury sembra di guardare ciò che resta, una luce che mostra una progressiva scomparsa, la figura umana che si sfuma fino a scomparire, la luce che si rititira dalle cose fino a nasconderle.</p>
<p> <a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/bayard-5.png' title='bayard-5.png'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/bayard-5.png' alt='bayard-5.png' /></a><br />
<em>Alexey Titarenko, Untitled (Crowd 2), 1993<br />
</em><br />
Alexey Titarenko invece ci mostra le strade di san Pietroburgo attraversate da onde e da flussi, dentro i quali possiamo scorgere delle figure vagamente umane. L’aria, le strade e le persone sembrano fluire tutte insieme nelle sue immagini, lasciando strati e scie che colorano il bianco e nero virato delle sue fotografie. Pillsbury lavora su luoghi immobili, dove le figure quasi si cancellano per erosione, Titarenko mostra gli strati e le tracce di luoghi e persone in costante movimento.</p>
<p><strong>Oltre la durata: Michael Wesely</strong></p>
<p>“Ho scoperto che posso fare esposizioni lunghe dieci anni. Ma diventa complicato – diventa più la questione di chi svilupperà una diapositiva tra cinquant’anni, cosa succede alla pellicola lasciata per cinquant’anni dentro la macchina fotografica. E poi, ovviamente, ci sarà presto la questione della mia stessa mortalità…”<br />
<a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/bayard-6.png' title='bayard-6.png'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/bayard-6.png' alt='bayard-6.png' /></a><br />
<em> Michael Wesely, The Museum of Modern Art, New York, 9/8/2001-2/5/2003</em></p>
<p>Infine Michael Wesely e le sue foto lunghe anni, forse in futuro decenni…<br />
Ma quando delle immagini sono così lunghe, forse è il caso di dire che sono fotografie di un anno e non lunghe un anno. Qui è il tempo stesso ad essere fotografato, e i luoghi lì semplicemente a testimoniarlo. Pur nella loro pulizia compositiva, le forme si confondono, gli edifici svaniscono o sorgono creando trame fittissime, perfino l’alto e il basso sembrano relativizzarsi. Luci del giorno e della notte si fondono in tonalità quasi astratte, senza ombre, il cielo mostra decine e decine di cicli di sole che si sovrappongono. Se per Wesely il suo lavoro è anche una risposta all’infinità di immagini che vengono prodotte e consumate, non resta che scrutare dentro queste fotografie di anni e cercare immagini su immagini, strati e presenze, mentre osserviamo qualcosa che somiglia davvero al limite fisico e visivo della fotografia.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Le forme imperfette del turismo della luce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Dec 2007 13:57:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[luce]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo Che cos’è che volevi dimostrare? Lo spacco sul labbro che continua a restituire sangue a chi non ricordava neanche di averne perso così tanto. Tu una scatola sapiente, chi vince sempre stando ferma ai giochi dei bambini, la bella statuina, un due e tre stella, come quei mendicanti irlandesi che si piazzano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo </strong></p>
<p>Che cos’è che volevi dimostrare?<br />
Lo spacco sul labbro che continua a restituire sangue<br />
a chi non ricordava neanche<br />
di averne perso così tanto.<br />
Tu una scatola sapiente, chi vince sempre<br />
stando ferma ai giochi dei bambini,<br />
la bella statuina, un due e tre stella,<br />
come quei mendicanti<br />
irlandesi che si piazzano al centro<br />
di un marciapiede del centro,<br />
i cartelli dicono semplicemente “Sto male”, “Ho fame”<br />
e parlano di te: è il loro modo di fare amicizia,<br />
di metterti in pari.<br />
<span id="more-4925"></span>Per questo il mio invito è lungo decenni,<br />
come la luce di una fotografia nella quasi totale<br />
oscurità: per immortalare un atto compiuto<br />
hai bisogno di attendere che sulla pellicola<br />
s’impressioni una quantità sufficiente di aria,<br />
che la ferita si faccia profonda abbastanza<br />
per il tempo che serve a lenirla, per il tessuto cicatriziale<br />
che qualcuno, tua sorella, tua madre,<br />
ti ha appena insegnato a filare.<br />
“Sei un essere senza proverbi”, ecco chi sono,<br />
un disastro da questo punto di vista,<br />
il pupazzo del ventriloquo alcolista,<br />
una sedia piazzata proprio al centro del palco<br />
davanti alla botola vuota del suggeritore.<br />
Tutta la mia cura è – c’è da dirlo? – improvvisazione,<br />
la mia tenacia è l’opposto dell’ossessione,<br />
la stalagmite che si consuma nel suo simmetrico,<br />
e lo nutre, aspirando a una congiunzione futura,<br />
che non è detto che arrivi.<br />
Eppure il giorno del Giudizio, di questo son certo,<br />
è sempre vicino, a un passo. La tua Terra si scalda,<br />
e in questo tepore io mi addormento<br />
spesso come un vecchio, seduto,<br />
tra la polvere di casa e il calore<br />
dei termostati condominiali:<br />
a dicembre non puoi che venire<br />
a trovarmi, qui in casa. Sto solo.<br />
Ho ucciso il maiale per ricavarne<br />
la carne per passare l’inverno.<br />
E messo l’acqua del tè<br />
a riscaldare in una pentola più grande di te.</p>
<p>Come i liceali che si danno appuntamento<br />
per il venerdì successivo a casa di questo<br />
o di quello, mi chiedo se a noi,<br />
a noi in quanto singoli umani, scemotti,<br />
creature, figure di altro, gente da amare<br />
insomma anche senza un motivo preciso,<br />
non basti una volta per tutte<br />
una restituzione di sguardo,<br />
per dirci d’accordo almeno<br />
su un’intenzione immediabile:<br />
le nostre giornate, la coincidenza di vita che abbiamo –<br />
dimmi se ti convince – non è nel suo nucleo<br />
un turismo delle forme di luce?<br />
Non potrei sostituire le domande<br />
che ti faccio chiedendo piuttosto<br />
se lo vedi anche tu, se ti piace,<br />
fermarti a guardare, accostarsi da un lato,<br />
spegnere la macchina e tutto.<br />
Siamo usciti presto, oggi che è giorno di mercato<br />
e la tua migliore amica ha partorito<br />
una bambina che ha chiamato Nina,<br />
che vuol dire Bambina, Piccolina,<br />
come una mamma che a quaranta e passa anni<br />
giochi ancora a far la mamma,<br />
mentre noi ci aggiriamo per regali stamattina,<br />
tra le bancarelle di abbigliamento usato<br />
e vestiti per l’infanzia, giochi che non servono a nient’altro<br />
che a suonare e far le luci, a dire che esistiamo,<br />
e il mondo appresso a noi, ci segue, è un ragazzino imitatore,<br />
fa quello che vogliamo: discutiamo seriamente di come il cancro<br />
si elimini del tutto, alla radice. &#8220;Ti ricordi quel tuo amico<br />
che era morto l’anno scorso,<br />
siamo andati insieme al funerale?&#8221;<br />
Certo il sole stamattina non scalda ma ghiaccia,<br />
fa spiccare le impronte sgorbiute<br />
della mia faccia sopra il vetro sporco:<br />
una sindone di grasso magistrale.<br />
Il cielo è di una profondità corporea,<br />
intestina, nucleare, un abisso di luce<br />
stratificata e orizzontale, da non poter fissare<br />
stando soli. “Hai visto che cielo stamattina?” “Sì, mi mette paura,<br />
e a te no?”</p>
<p>L’eredità che ho, quella che viene dai braccianti,<br />
morti con lo stomaco schiantato<br />
(troppo sale inglese ingoiato a ogni malanno)<br />
o dai pastori che di questi tempi<br />
vedevano crepare di freddo gli agnelli,<br />
è il mio desiderio. La sigla senza alfabeto.<br />
Quello che passerò ai miei figli da piccoli.<br />
Gli dirò che il criterio con cui ho amato le cose<br />
è sociale, eterno, e alla fine inspiegabile.<br />
La purezza del mio essere vivo,<br />
il mio stesso cadavere misteriosamente amato da qualcuno<br />
che a malapena conosco. La mia voce sul nastro,<br />
che non riconosco. Non puoi liberartene,<br />
a meno di cambiare nome e cognome,<br />
e ricevere in cambio o la vita che è eterna,<br />
o una pensione sull’esistente, con cui per qualche anno<br />
tirare a campare. Gli racconterò della Vergine che dice di sì<br />
quando è il caso di farlo. Dell’Oreb, di Massa e Meriba,<br />
di Dio che passa nel vento e nessuno lo caga.<br />
E dei tre tizi bruciati che cantavano inni<br />
o qualcosa del genere nella fornace bollente.<br />
Di tutti i santi di cui ho parziale e confusa memoria.<br />
Qualcuno è vissuto così, questa è una cosa,<br />
digiunando, umiliato, curando le piaghe<br />
degli altri. Morto appiccicato a una croce.<br />
Che fra tutte le morti, oltre che atroce,<br />
mi sembra anche ridicola, e astrusa.<br />
Detto questo, ti porterò nella solita stanza,<br />
ti chiederò quei cinque minuti che diventano<br />
venti e poi un’ora e poi sempre<br />
per dirti del modo mortale e sbagliato<br />
con cui non posso fare a meno di te,<br />
è vero anche questo, è un dato di fatto.<br />
E poi potrò spegnermi anch’io,<br />
ho fatto quello che ho fatto<br />
la maggior parte non è merito mio,<br />
e accade a tutti del resto. </p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Martina si allena</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/12/01/martina-si-allena/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2007/12/01/martina-si-allena/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Dec 2007 20:38:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Mantello Dal girone dei folgorati all’aureola dei precipitati dalle tegole di un capannone ai piallati, agli schiacciati sotto macchine troppo nervose per mangiare le mani degli altri i morti atipici o innominati sono quelli non dovuti a violazione delle regole di sicurezza. Niente costi, errori umani e nemmeno un petrolchimico che olezza sotto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Mantello</strong></p>
<p>Dal girone dei folgorati<br />
all’aureola dei precipitati<br />
dalle tegole di un capannone<br />
ai piallati, agli schiacciati<br />
sotto macchine troppo nervose<br />
per mangiare le mani degli altri</p>
<p>i morti atipici o innominati<br />
sono quelli non dovuti a violazione<br />
delle regole di sicurezza.<br />
Niente costi, errori umani<br />
e nemmeno un petrolchimico che olezza<br />
sotto forma di rifiuti tossici.<br />
<span id="more-4899"></span><br />
Avvocati strasicuri che il sistema<br />
chieda un tasso naturale  di contaminati<br />
(altrimenti vietiamo gli alcolici<br />
ed il fumo dell’ultima cena)</p>
<p>I caduti dai primi piani<br />
certe sere rimbalzano ancora<br />
sulle reti dei telegiornali.</p>
<p>Con l’infarto per la scrivania<br />
o la rapida maturazione<br />
di un linfoma che li chiama malattia</p>
<p>certi passano l’inverno in redazione<br />
o si lasciano finire in prima classe<br />
come è vero che risultano leggere<br />
quando affiorano dall’acqua le carcasse.</p>
<p>Proprio adesso che avevi lasciato<br />
il tuo primo contratto a progetto<br />
e dal vecchio programma di Excél<br />
fino al letto di camera tua<br />
mi parevi sempre mezzo addormentato</p>
<p>Il guardiano che lo incontri al gabinetto<br />
lo stalliere soffocato dalla merda<br />
la puledra che spediscono in missione<br />
augurandosi che Gaia se la perda. </p>
<p>Ricordiamolo con un sorriso<br />
quel feroce calciatore di vent’anni<br />
che ora gioca di sicuro in paradiso<br />
nonostante la caduta del suo prezzo</p>
<p>Ballerine dalle ossa frantumate<br />
il bagnino fatto a pezzi dal pattino<br />
con un mare calma piatta alle taverne<br />
ed un cielo che più limpido di un pozzo<br />
accoglieva madri e padri del bambino<br />
mascherato da mela o da verme.</p>
<p>Nell’eterno carnevale che assicura<br />
temi nuovi alla letteratura<br />
i morti atipici o innominati<br />
incidenti di percorso casuali </p>
<p>per chi gode di vita sicura.<br />
Li ritengo quantomeno separati<br />
dalle facce che in terra straniera<br />
hanno l’ombra quasi scura, o quasi nera</p>
<p>Con due occhi che trasudano ragione<br />
mucche e mucchi di cadaveri ingessati<br />
si ritengono più garantiti<br />
dal mercato dell’immigrazione</p>
<p>Associandolo ad un vivere civile<br />
negoziandolo con stati confinati<br />
fino a quando non ci possono servire</p>
<p>Solo quelli un po’ più fortunati<br />
sono andati sotto i ferri, sono morti soffocati<br />
dentro camion d’ammoniaca ed alluminio.</p>
<p>Quanto a te che non credi nei visti<br />
ho deciso che esisti per sempre.<br />
Sei immortale e per questa ragione<br />
ti distinguo dai criminali<br />
e dai poveri cristi. Se lavori rimani<br />
e verrai rispettato</p>
<p>come è vero che ti abbiamo vaccinato.</p>
<p>Per il tempo necessario a definire<br />
cosa resta della voglia di partire<br />
l’espulsione ragionevole ti salva<br />
dal suicidio o dal caporalato.</p>
<p>Una forma accettabile  di schiavitù<br />
dignitosa, tutto sommato, viva<br />
se magari qualcuno si sposa, magari tu<br />
senza ruspe insanguinate nella stiva<br />
e di morti non parliamo più<br />
fino a quando la paga ci arriva</p>
<p>1. Senza avere un’idea della spesa<br />
necessaria per estinguere lo spento<br />
c’è qualcosa di salvifico e violento<br />
nei funerali in chiesa.</p>
<p>Di sicuro a sentire Marcella<br />
la nostra personalità sociale<br />
è un prodotto di chi la macella<br />
per amore dell’essere umano</p>
<p>Come è vero che i bene informati<br />
costruiscono ciò che eravamo<br />
fra la fossa ed un abito nero<br />
stai sicuro che lo siamo diventati</p>
<p>per effetto del solo pensiero.</p>
<p>2. Se non conti il minuto finale<br />
che l’amico o una santa severa<br />
riferiscono storia minore<br />
c’è qualcosa di concorrenziale<br />
nei sistemi produttivi del dolore.</p>
<p>Il cadavere una linea orizzontale<br />
e nessuno ha il controllo sui prezzi<br />
tranne il prete arrivato coi mezzi<br />
a indicare la gamma dei fini.</p>
<p>Casomai ce ne fossero altrove<br />
piante e fiori sono tanti arrivederci<br />
su una scatola di legno industriale.<br />
Se è Archemòro a finire per primo</p>
<p>la materia si astrae dalle merci<br />
e trapassa dalla forma di valore<br />
alla forma di equivalente<br />
divenendo la parola ‘commovente’.</p>
<p>Se era Tito e sorchiava del farro<br />
si cominciano tutti a baciare.<br />
Senti dire a ridosso del carro</p>
<p>che è una cosa del tutto normale<br />
ma nessuno ha la faccia distesa<br />
al pensiero che possa tornare<br />
sotto forma di vandalo o gallo</p>
<p>4. Oggi è stato un macellaio di Cerésa<br />
a lasciare le penne sul banco….<br />
I suoi uomini avvolgono il cuore<br />
nel grembiule macchiato di bianco</p>
<p>Non rimane nessuna difesa<br />
differente dall’essere altrove<br />
se ti trovi un capretto di troppo<br />
con il buco scavato nel petto</p>
<p>non entrava nemmeno nel frigo<br />
e nessuno l’ha più congelato<br />
perché adesso Natale è finito<br />
la Befana si porta le ferie</p>
<p>quanto al cuore l’ha già divorato<br />
il nipote (si chiama Luciano<br />
come è vero che vomita arterie<br />
fra il grembiule macchiato e il divano).</p>
<p>5. Capodanno si gioca alla Falce.<br />
Hai tre vite dall’undici al nove.<br />
Ogni volta che il banco ripete:<br />
‘Puoi toccare le carte’ o  ‘Tenete’</p>
<p>non si muore.</p>
<p>Quando escono il dieci coll’asso<br />
lascia stare, la mano migliore<br />
ha un valore numerico basso.</p>
<p>Dal decesso ti parla nessuno<br />
tranne il banco (con o senza cellulare).<br />
Puoi rinascere per un errore</p>
<p>o fumando da sola in terrazzo<br />
che è una specie di morte minore<br />
se ti danno tre vite del cazzo.</p>
<p>Alla fine che l’ultimo perde<br />
ricominciano tutti a parlare<br />
poi respirano dentro al bicchiere<br />
e camminano nudi colpendo</p>
<p>con le nocche  sul tavolo verde<br />
quasi fosse venuto il momento<br />
di portargli qualcosa da bere<br />
o da mangiare</p>
<p>5. Come è vero che ci piantano le tende<br />
sulle pere o le scavano via<br />
resta il fatto che eravamo le infermiere:</p>
<p>Mi chiamo Ada. E tu?</p>
<p>Maria.</p>
<p>Se gli negano la sepoltura<br />
non dipende dall’eutanasia<br />
ma dal rischio che potesse diventare<br />
una specie di icona futura</p>
<p>La ragione divina prevale<br />
su una morte umana</p>
<p>‘Come è vero che non conta la natura!’</p>
<p>‘E una chiesa di periferia?’</p>
<p>‘Rassomiglia a una piramide egiziana’</p>
<p>Con un solo campanile dritto<br />
e il profilo da figura piana<br />
non si nota alcun angolo esterno<br />
differente dall’essere uguale<br />
a qualcosa di vuoto all’interno.</p>
<p>6. L’architetto suicidato di Corviale<br />
fissa mucchi di stelle al soffitto<br />
ma le porte dell’ingresso sono chiuse<br />
come è vero che stava in affitto<br />
e inventava tantissime scuse</p>
<p>7. C’era un Tartaro che aveva speso<br />
quasi trenta milioni di carie<br />
per trascorrere la vita all’aria aperta<br />
divorava le truppe avversarie<br />
fra la Cina e la provincia di Caserta.</p>
<p>La speranza più che viva congelata<br />
di trovare una fortezza ben difesa<br />
dove esistere senza sorriso:</p>
<p>Costruisci una piccola impresa<br />
e ti sposi una paralizzata.</p>
<p>Ogni notte sforacchiava le mignotte<br />
sotto un cielo con la nuvola blindata<br />
Ogni alba la piantina di un palazzo<br />
somigliava alle strade interrotte</p>
<p>come è vero che era cieco da ragazzo</p>
<p>Forse Drogo l’avrebbe incrociato<br />
se non fosse deceduto poco prima<br />
che la sabbia si fosse rappresa<br />
sulla crepa del muro di cinta:</p>
<p>‘Il tuo giorno che finisce ogni mattina<br />
è il mio senso quotidiano dell’attesa’.<br />
Si sarebbero detti così, a guerra vinta<br />
luccicavano come una stella</p>
<p>sulle sedie del vagone ristorante<br />
mentre gli occhi strabuzzati dello Chef<br />
non ridevano affatto di quella<br />
tardiva coscienza del bluff</p>
<p>7. Senza avere la minima idea<br />
che Ezra Pound non ne fosse convinto<br />
Fabio è morto due volte<br />
poco importa se non crocefisso<br />
sopra un pezzo di legno dipinto<br />
fra la cattedra e il muro di scuola.</p>
<p>La prima volta. Vola<br />
mascherato da politico italiano<br />
a scucirsi la bocca col ferro<br />
che sporgeva dal terrazzo più lontano.</p>
<p>I becchini l’hanno pure riparato<br />
ma tre punti non facevano un sorriso<br />
e la chiesa fu distrutta da un soprano<br />
mentre l’anima fuggiva in paradiso.</p>
<p>La seconda volta. Piano<br />
Con un altro cognome, un altro viso<br />
e la sua fidanzata di lato<br />
che gridava bianchissima e muta:</p>
<p>‘Tu stai male col cervello’.</p>
<p>Certi giorni l’avrebbe ucciso<br />
come è vero che non era più venuta.<br />
All’inizio una benda sull’occhio<br />
e la testa piuttosto pelata.</p>
<p>Somigliava a un ranocchio<br />
quel suo modo di fissare le persone<br />
che prendevano fuoco all’entrata.</p>
<p>Per il due di novembre migliora<br />
dopo quindici giorni lavora<br />
e trascorre un noioso natale<br />
poco prima che l’America e il dottore<br />
ricomincino felici a bombardare.</p>
<p>Un principio di contraddizione<br />
annidato come il nuovo pannolone<br />
fra quei baci rumorosi e involontari</p>
<p>che gli uscivano dal culo e dalla bocca</p>
<p>Braccia e gambe non si muove e non si tocca<br />
rattrappisce solamente i giorni pari</p>
<p>A quel mare di persone già finite<br />
col dividersi a metà nella sua stanza<br />
ripeteva come un dio vendicatore<br />
che è parola di malato terminale<br />
ma nessuno aveva perso la speranza<br />
di vederlo lentamente peggiorare</p>
<p>7. Nel suo modo razionale di ammazzarti<br />
sembra a tratti di vedere l’Occidente.<br />
Certi cuori predispongono agli infarti<br />
se la vedova è una bomba intelligente<br />
interrompe l’esplosione della sera<br />
riscaldando il ramadàn per la sua ciurma<br />
come è vero che ritorna a luccicare<br />
sotto forma  di stella diurna. O di  telegiornale</p>
<p>8. I colombi di Piazza Farnese</p>
<p>Come è vero che non erano fregnoni<br />
all’entrata distinti ed ultrà<br />
spolveravano bene gli idiomi<br />
che parlavano tanti anni fa</p>
<p>non credevano che fosse libertà<br />
l’iscrizione ad un fondo pensione<br />
non entravano al cento per cento<br />
nella targa ‘Limonati ed Acquaviva’.</p>
<p>Come è vero che qualsiasi tradizione<br />
non è statica ma progressiva.<br />
Espandendosi coi nuovi materiali<br />
definisce linee rette all’infinito</p>
<p>fino a quando lo stomaco arriva<br />
a ripetere gli stessi itinerari<br />
con la forza persuasiva dell’invito.<br />
Se l’involucro è fuso alla faccia</p>
<p>non esiste distanza sicura<br />
fra contenente e contenuto<br />
e il diverso da sé lo si spaccia<br />
per eccentrico o sconosciuto.</p>
<p>9.  Mi chiamo Martina, lavoro a Milano<br />
e prima di farmeli corti<br />
portavo la coda, guidavo piano.<br />
Certe notti parlavo coi morti<br />
perché sono una persona viva.</p>
<p>Voglio dire per me<br />
il decesso ideale non è<br />
un prodotto dell’aria cattiva.<br />
Come è vero che ne ho quarantatré</p>
<p>può accadere che la volontà<br />
si tramuti in presenza conforme<br />
al potere naturale delle forme.</p>
<p>Poi ci sono tantissimi giorni<br />
che ti senti molto simile all’aviaria<br />
una roba che la prendi e torna su<br />
come fosse una memoria straordinaria<br />
o qualcosa che non eri più</p>
<p>Il curriculum vitae<br />
la comune passione che associa<br />
il profumo alle ferite. La tua ferocia<br />
la riveli al momento opportuno<br />
se le spese non ti sono garantite.</p>
<p>Oggi è ipocrita dire che il fumo<br />
sia qualcosa di poco reale.<br />
La sua piena consistenza la si apprezza<br />
mano a mano che ci si allontana<br />
da un’idea solo interiore di ricchezza</p>
<p>Poi ci sono certamente quelli puri<br />
che rimangono attaccati sopra i muri<br />
e attraverso una devota resistenza<br />
fanno a pezzi le sembianze conosciute<br />
nell’estremo rituale degli auguri</p>
<p>Si disprezza l’arroganza del conato<br />
se ne ama la presenza sugli sci.<br />
A conferma che il seno ti scoppia<br />
sono morti con la faccia ancora viva</p>
<p>e ti fanno sentire invincibile<br />
come è vero che gli sei sopravvissuta<br />
mantenendoti unica e doppia<br />
nel modo più sincero possibile.</p>
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		<title>Hippolyte Bayard, un meraviglioso blog di fotografia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Nov 2007 16:37:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;&#8230; la fotografia non ha bisogno di essere garantita da qualcuno: la garanzia che quello che mostra è &#8220;vero&#8221; è radicata nella nostra coscienza al punto da confondersi con la propria libera volontà. Nella fotografia si crede di credere &#8220;liberamente&#8221;: si afferma addirittura che non possiamo rifiutarci di credere ai nostri occhi. Non ci rendiamo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;&#8230; la fotografia non ha bisogno di essere garantita da qualcuno: la garanzia che quello che mostra è &#8220;vero&#8221; è radicata nella nostra coscienza al punto da confondersi con la propria libera volontà. Nella fotografia si crede di credere &#8220;liberamente&#8221;: si afferma addirittura che non possiamo rifiutarci di credere ai nostri occhi. Non ci rendiamo conto che con questa affermazione rinunciamo proprio ai nostri occhi per guardare attraverso quelli della fotografia&#8221;.<br />
</em><br />
(Ando Gilardi, Confessioni di un fotografo pentito )</p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/11/250px-hippolyte_bayard_-_drownedman_1840.jpg' title='250px-hippolyte_bayard_-_drownedman_1840.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/11/250px-hippolyte_bayard_-_drownedman_1840.jpg' alt='250px-hippolyte_bayard_-_drownedman_1840.jpg' /></a></p>
<p><strong>E&#8217; nato <a href="http://hippolytebayard.blogspot.com">Hippolyte Bayard</a>, un blog dedicato alla fotografia contemporanea. Segnalazioni su autori, libri, mostre, iniziative e riflessioni sparse.</strong><br />
<span id="more-4867"></span><br />
Bayard fu uno sfortunato inventore della fotografia, a lungo ignorato dalla storia ufficiale. Personaggio defilato nella Francia della prima metà &#8216;800, fu poco ascoltato e scavalcato da inventori più spendibili dalla politica repubblicana, appunto il Daguerre a cui si ascrive ufficialmente l&#8217;invenzione fotografica.<br />
&#8216;Il contributo di Bayard fu talmente personale da non avere alcun effetto sullo sviluppo successivo della fotografia&#8217;, è stato scritto in una delle tante storie fotografiche.<br />
Ma il buon Hippolyte aveva capito da subito le circostanze in cui era finito, consegnando le sue riflessioni al suo Autoritratto come un annegato del 1840, scrivendo sul retro della fotografia: </p>
<p>« Questo che vedete è il cadavere di M. Bayard, inventore del procedimento che avete appena conosciuto. Per quel che so, questo infaticabile ricercatore è stato occupato per circa tre anni con la sua scoperta. Il governo, che è stato anche troppo per il signor Daguerre, ha detto di non poter far nulla per il signor Bayard, che si è gettato in acqua per la disperazione. Oh! umana incostanza&#8230;! È stato all&#8217;obitorio per diversi giorni, e nessuno è venuto a riconoscerlo o a reclamarlo. Signore e signori, passate avanti, per non offendervi l&#8217;olfatto, avrete infatti notato che il viso e le mani di questo signore cominciano a decomporsi. »</p>
<p>Bayard si è trovato in sorte un ruolo ingrato nel falso mito dell&#8217;invenzione della fotografia, invenzione già pensata e desiderata prima che esistesse fisicamente, invenzione rivendicata da molti che negli stessi anni giungevano a un qualche procedimento per realizzare immagini tramite l&#8217;azione della luce.<br />
Un apporto personale era dunque l&#8217;ultima cosa che si voleva dal mito dell&#8217;immagine automatica, che nei decenni è diventato il mito dell&#8217;immagine vera e quello dell&#8217;immagine per tutti.<br />
Così oggi come allora, la fotografia viene costretta in vari modi in un&#8217; essenza unica piuttosto che un&#8217;altra, il &#8216;fotografico&#8217; come qualità universale continua a imporsi sulle fotografie e mai abbastanza viene fatta la cosa apparentemente più semplice: pensarla soltanto come un mezzo per realizzare immagini.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il triplo livello di Chesil Beach</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Nov 2007 17:07:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[McEwan]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo L’ultimo libro di Ian McEwan si potrebbe recensire anche in cinque, dieci righe. Chesil Beach (Einaudi, euro 15,50, traduzione di Susanna Basso) è appunto un buon libro da spiaggia, peccato che in Italia non sia uscito prima dell’estate come in edizione originale. Lo scrittore inglese fa quello che sa fare, con onestà [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>L’ultimo libro di Ian McEwan si potrebbe recensire anche in cinque, dieci righe. <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8806197681/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8806197681&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Chesil Beach</em></a> (Einaudi, euro 15,50, traduzione di Susanna Basso) è appunto un buon libro da spiaggia, peccato che in Italia non sia uscito prima dell’estate come in edizione originale. Lo scrittore inglese fa quello che sa fare, con onestà e mestiere: sviluppa un quarto d’idea (il racconto del fallimento della prima notte di nozze di due sposini impacciati nell’Inghilterra pre-emancipazione del 1962) fino a dilatarlo – attraverso movimenti temporali, piccole digressioni, accelerazioni e sintesi, brevi scorci sociologici – e farlo diventare un romanzo esile, 136 pagine di narrativa accessibile a un pubblico vario e mediamente colto. È un abitudine che forse hanno gli scrittori giustamente incensati e pressati dal grande pubblico e dalle grandi case editrici: mostrare di saper confezionare questi esercizi di stile, questi piani-sequenza manierati di letteratura portatile – e in questo <em>Chesil Beach</em> vale un <em>Cosmopolis</em> di DeLillo. Punto, fine. <span id="more-4820"></span><br />
Oppure. Si potrebbe fare uno sforzo in più e cercare di capire perché McEwan decide di scrivere questa sorta di prequel dei suoi libri degli esordi, andando a rintracciare un embrione di quella potente simbolica del male delle relazioni sentimentali che ha dato corpo a <em>Primo amore, ultimi riti</em> o a <em>Bambini nel tempo</em>. Perché si cura di reindagare un punto perduto del secolo scorso: il 1962 è l’anno prima di <em>Love me do</em> e di &#8220;I have a dream&#8221;, l’estremo dello spettro di un’epoca dove i rapporti personali erano determinati dalle convenzioni sociali. Cosa cerca lì? Quale eziologia ha in mente di delineare?<br />
Ripartiamo dalla storia. Ci sono due protagonisti, Edward e Florence, giovani e inesperti. Si amano ma non ci sanno fare col sesso, e soprattutto non sanno confessarsi la propria goffaggine. Ognuno spera che qualcosa – un meccanismo automatico, una sorta di provvidenzialità – venga in loro soccorso, ma non accade. E McEwan entra, come un narratore abilissimo nel giocare con la focalizzazione del punto di vista, nella testa dell’uno e dell’altro personaggio, come in un estenuante game di tennis in cui i due diventano le figure simboliche della comunicazione tra il maschile e il femminile. A tentoni, semiparalizzati, stupiti, diffidenti, curiosi. Ma dopo accostamenti millimetrici, e prese di coscienza infinitesime, sul più bello – letterale – qualcosa va storto. Entrambi si sentono in colpa, e disgustati da sé e dall’altro. Provano a parlarsi, ma, a dispetto delle buone intenzioni, non riescono a comprendersi, e quel paradiso futuro che sembrava potersi spalancare davanti alle loro vite resta solo potenziale. Una speranza meravigliosa abortita sul nascere. Il 1962 è anche l’anno prima dell’omicidio Kennedy.<br />
A una prima lettura, McEwan pare indicarci quasi con banalità dov’era nascosto quel bug che fa precipitare le cose: nel “silenzio virtuoso”. I due semplicemente non sanno comunicare, non l’hanno imparato, non si raccapezzano con le parole, che invece di aiutarli li mettono ulteriormente in scacco. L’età che gli si aprirà di fronte, i quarantacinque anni che li separano da noi, saranno anche gli anni in cui questo <em>maschile</em> e questo <em>femminile</em> impareranno, con fatica certo, a parlare, di sentimenti e di sesso anche e soprattutto, al punto che – se volete un esempio – ascoltate oggi un qualsiasi discorso di ragazzini di sedici anni e vedrete come sanno padroneggiare perfettamente tutto quel gioco linguistico che comprende cose che erano decisamente ignote mezzo secolo fa: non tanto la conoscenza del sesso, ma parole come “interagire”, “relazionarsi”, “lasciarsi i propri spazi”, etc&#8230;; oppure – meglio – leggetevi quel microcapolavoro che è il racconto di Rick Moody, “L’ineluttabile modalità del vaginale” (in <em>Racconti di demonologia</em>), la stessa storia di <em>Chesil Beach</em> invecchiata di trent’anni.<br />
Bastava solo dunque fidarsi del linguaggio, delle sue possibilità? Forse sì a dar retta alla confessione quasi commovente che fa quello che è forse il massimo filosofo del linguaggio del secondo Novecento, Jürgen Habermas, all’inizio del suo libro appena uscito per Laterza, <em>La condizione intersoggettiva</em> (euro 14) in cui racconta da dove sia scaturita la sua prospettiva filosofico-linguistica e la sua teoria morale: “Ricordo le difficoltà che incontravo quando dovevo farmi capire in classe e nel cortile della scuola, pur impedito da una nasalizzazione e da un difetto di articolazione di cui per parte mia non mi accorgevo”. Oggi essere degli out-sider della comunicazione, mostra Habermas, non è più una condizione di handicap permanente, come lo era mezzo secolo fa.<br />
Ma. A una seconda, di lettura, la vera mancanza, la vera insufficienza che fa precipitare gli eventi, non è l’impasse della comunicazione. Ma qualcosa di più profondo e radicale che oggi – nell’era che appunto pare chiamarsi della comunicazione – fa sembrare questi due cretini di <em>Chesil Beach</em> molto meno lontani di quanto vorremmo. Quello che a loro difetta, in ultima analisi, oltre le parabole viziose del disagio e della pudicizia, è l’adesione al proprio desiderio: il non riconoscere la legittimità o spesso neanche la forma del proprio desiderio. È questo il livello che illumina McEwan alla fine, spiazzando il lettore stesso proprio nel momento in cui, dopo essersi rassicurato di non essere compreso nell’auto-inganno dei protagonisti, si trova invece accanto a loro, impigliato in un timore folgorante proprio all’ultima pagina. “Ecco&#8221; ci dice l&#8217;infido scrittore &#8220;come il corso di tutta una vita può dipendere… dal non fare qualcosa”.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Cos&#8217;è una città: leggete i &#8220;Guerrieri della notte&#8221; piuttosto che Calvino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/11/19/cose-una-citta-leggete-i-guerrieri-della-notte-piuttosto-che-calvino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Nov 2007 00:04:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Calvino]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[Yurick]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Longo Tutte le volte che si dibatte di città e letteratura i discorsi convergono inesorabilmente verso un libro: Le città invisibili di Italo Calvino. Non c’è saggio sugli spazi metropolitani &#8211; romanzeschi &#8211; in cui questo non sia citato. La semiotica ha appurato che le città stesse sono testi da leggere, e tutti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Longo</strong></p>
<p>Tutte le volte che si dibatte di città e letteratura i discorsi convergono inesorabilmente verso un libro: <em>Le città invisibili</em> di Italo Calvino. Non c’è saggio sugli spazi metropolitani &#8211; romanzeschi &#8211; in cui questo non sia citato. La semiotica ha appurato che le città stesse sono testi da leggere, e tutti gli studi critici su luoghi e letteratura mantengono lo sguardo fisso su Calvino.<br />
È appena uscito in Italia un vecchio libro, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8834713435/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8834713435&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>I guerrieri della notte </em></a>(Fanucci) che dovrebbe scalzare Calvino dal suo podio. Sol Yurick, nel 1965, scrisse questo romanzo che poi divenne il celebre cult-movie di Walter Hill. <span id="more-4801"></span>Il romanzo racconta la notte in cui tutte le bande di New York si riuniscono per prendere il controllo della città. Il leader che si rivolge alla folla &#8211; per una notte le bande sono in tregua tra loro &#8211; viene ucciso durante il suo discorso rivoluzionario. La storia segue le vicende della banda dei Dominatori, che deve attraversare la città per rientrare a Coney Island: tra attacchi dei rivali, polizia, fughe, etc.<br />
La forza incredibile di questo libro sta proprio nell’essere riuscito in quell’impresa che tutti credono sia riuscita a Calvino ma che in realtà lì è solo una promessa non mantenuta. Città e letteratura qui hanno raggiunto la fusione. Nelle <em>Città invisibili</em> non c’è una trama, le pagine sono adiacenti una all’altra, le descrizioni, pur iperletterarie, risultano mirabolanti reportage ma non si trasformano mai in storia, in narrazione.<br />
Nei <em>Guerrieri della notte </em>la città non è protagonista, come si usa dire quando un romanzo tematizza bene i luoghi in cui è ambientato, ma sono i protagonisti ad essere emanazioni della metropoli: “erano emersi dal crepuscolo, brutali figure grottesche, sotto le fronde degli alberi”. La metropoli si srotola (e la si descrive) fino a costringerla a mostrare la sua natura di trama, intreccio, sceneggiatura. Attraversare la città vuol dire scrivere un testo, non metaforicamente, ma come qui si dimostra, letteralmente.<br />
I ragazzi di queste pagine sono fatti dello stesso materiale dei lampioni, il loro sguardo è quello dei fari delle automobili, il loro stile è lo stesso dei graffiti sui vagoni della metropolitana. Sentimenti e strade sono mischiati, vanno insieme, tanto da sembrare inseparabili.<br />
Nel libro di Calvino le città sono intrise di memoria, passato e sogni, e nonostante ricorrano molto frequentemente le parola “grondaie” o “zinco” o “tubature”, si ha sempre davanti agli occhi qualcosa di impalpabile. Nel romanzo di Yurick le frasi costruiscono la trama come mattoni; in Calvino le frasi sono rarefatte e non mettono insieme molto altro se non un affresco visionario: “la città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poiché essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento”. Oppure: “Filide è uno spazio in cui si tracciano percorsi tra punti sospesi nel vuoto”. E ancora: “i tuoi passi rincorrono ciò che non si trova fuori degli occhi ma dentro”.<br />
La metropoli raccontata da Yurick scolpisce gli ideali e il sistema di valori dei protagonisti. Oltrepassare un quartiere, proteggere la propria strada, varcare la zona dei nemici ha a che fare col rispetto, la reputazione, le prove di virilità, il coraggio. Per il proprio territorio si combatte, si vive, si muore.<br />
“Ormai erano nel loro territorio, tutto era tremendamente familiare e rassicurante. Lo conoscevano fino agli estremi confini; sei piccoli isolati per quattro più estesi. Per attraversarlo impiegavano ben poco. Ne conoscevano ogni mattone, ogni macchia, ogni cartello stradale, ogni scalfittura di pallottola nel cemento dei marciapiedi, ogni nascondiglio”.<br />
<em>Città invisibili</em> è un ossimoro: le città sono fatte di presenze, paure e cattivi odori. <em>Città Invisibili</em> vuol dire Città Rimosse.<br />
Yurick, per scrivere questo libro, si è messo in un furgone con dei buchi sui fianchi per sentire i discorsi dei bulli, e alla fine ha intuito che i quartieri non sono fantasie, ma sono grembi che partoriscono personaggi. Non è un caso che nell’ultimissima scena a Coney Island il protagonista si rannicchi in posizione fetale rivolto verso il mare: “con gli occhi fissi, il pollice in bocca”.</p>
<p>__________________</p>
<p><em>Questo articolo è stato pubblicato su “il Riformista” del 17 novembre 2007</em></p>
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		<title>Napoli bella? Napoli dannata? L&#8217;ultima parola di Ermanno Rea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Nov 2007 12:22:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiano De Majo]]></category>
		<category><![CDATA[Ermanno Rea]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Cristiano de Majo Napoli al centro di uno scontro tra verità e finzione. Ridotto all&#8217;osso, questo sembra essere il nucleo dell&#8217;ultimo non-romanzo di Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, parte conclusiva della trilogia iniziata con Mistero napoletano e proseguita con La dismissione, nonché congedo finale e a quanto pare irrimediabile dello scrittore dalla sua città natale. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Cristiano de Majo</strong></p>
<p>Napoli al centro di uno scontro tra verità e finzione. Ridotto all&#8217;osso, questo sembra essere il nucleo dell&#8217;ultimo non-romanzo di Ermanno Rea, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0067BIKSK/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0067BIKSK&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Napoli Ferrovia</em></a>, parte conclusiva della trilogia iniziata con <em>Mistero napoletano</em> e proseguita con <em>La dismissione</em>, nonché congedo finale e a quanto pare irrimediabile dello scrittore dalla sua città natale. Scritto durante gli anni della presidenza della Fondazione Premio Napoli, si tratta di un libro complesso, disomogeneo, composto per strati, da un lato meno riuscito del capolavoro <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0067BIKSK/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0067BIKSK&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Mistero napoletano</em></a>, dall&#8217;altro più decisivo da un punto di vista teorico circa il rapporto tra lo scrittore e la sua materia prima: la verità. <span id="more-4799"></span> Il racconto parte da un incontro, quello di Rea con un fotografo naziskin che si chiama Caracas e, mantenendo come palcoscenico principale piazza Garibaldi &#8211; luogo di nascita del primo, di elezione per il secondo &#8211; si snoda attraverso le memorie famigliari, sentimentali e topografiche del narratore e le esperienze di sangue, amore e guerra dello skin, in un continuo intreccio temporale e di punti di vista. La storia centrale è il legame estremo e disperato di Caracas con Rosa La Rosa, una tossica bellissima e irrimediabilmente persa nelle pieghe della sua dipendenza, che Rea non esita a identificare con la città: «Caracas, amico mio, ma come te lo devo dire che Rosa La Rosa è Napoli. Bella e dannata alla stessa maniera. Rassegnati. Non pensarci più».  D&#8217;altra parte nel libro i luoghi sembrano possedere dei sensi, sono feriti, malati, sessuali. E i corpi si comportano spesso come luoghi: accolgono, ascoltano, si lasciano contaminare. Oppure assumono sembianze di altri corpi: per esempio il corpo di Caracas, come per coprire un vuoto terribile, viene di continuo trasformato in quello dello scrittore Luigi Incoronato morto suicida, che Rea elegge a simbolo di tutte le vittime della città, costruendo per opposizione la sua storia di fuggito e sopravvissuto, la sua storia di napoletano distante e salvato. E questo è senz&#8217;altro il leitmotiv che ispira tutta la trilogia di Rea, il nocciolo della sua indagine letteraria che qui si espande fino a raggiungere un approdo teorico: il rapporto tra distanza e memoria, e tra vicinanza e verità. Che cosa sto scrivendo?, sembra chiedersi di continuo lo scrittore. Un diario? Una cronaca? Un romanzo? Un reportage di viaggio? Un libro di memorie? E soprattutto: cosa sto cercando di fare? Voglio arrivare a stabilire una verità?  In <em>Napoli Ferrovia</em> nessuna domanda trova risposta &#8211; e questo sembra già un punto fermo: non avere risposte &#8211; a meno di non considerare una risposta il &#8220;Post scriptum&#8221;, ultimo capitolo del libro, nel quale Rea ci racconta la sparizione di Caracas, il &#8220;suo&#8221; protagonista, che non replicando più alle sue lettere finisce per trasformare «un libro-verità in un libro-fantasia se non in un libro-menzogna». E con un finale del genere è un po&#8217; come se, alla soglia degli ottant&#8217;anni, lo scrittore-giornalista rimettesse tutto in discussione affidando la propria memoria, la propria verità, persino il proprio amore nelle mani della letteratura. In questo senso <em>Napoli Ferrovia</em> è un libro totale. Oltre a essere un libro che non può fare a meno di Napoli, luogo dolente che esce da queste pagine con la sua inesauribile capacità di generare storie, di essere uno spazio epico, di farsi esso stesso opera-mondo, nonostante tutte le estreme unzioni che riceve e continua a ricevere. E, in effetti, quelle che Rea riesce perfettamente a materializzare sono le dimensioni incorporee, mentali della città. La città come stato d&#8217;animo, o come luogo della memoria, persino come malattia, batterio, virus da mantenere a debita distanza.  Percorrendo questa ramificata topografia narrativa, viene naturale chiedersi quale altra città italiana sia stata raccontata quanto Napoli, quale altra città sia stata così massicciamente ripresa, analizzata, dissezionata, soprattutto in questi ennesimi tempi di declino e imbarbarimento, in cui la produzione di libri su Napoli o ambientati a Napoli sembra aver raggiunto la dimensione di un genere a sé stante. La cosa non può lasciare indifferenti. E nemmeno essere integralmente relegata a una questione di moda editoriale. Non si vuole riconoscere a Napoli, almeno una potenza del genere? Lo stesso Rea, nel corpo a corpo nevrotico e sentimentale, si rammarica per tutte le occasioni perse dalla città, si lamenta con le strade come fossero persone, e ancora una volta vuole farla finita, scappare per sempre da Napoli, recuperare un dignitoso anonimato da qualche altra parte, ma è qui, in questi affollati anfratti dove non si può restare anonimi che costruisce la sua mitologia dell&#8217;esilio: «Ogni tanto mi sento assalire dai sensi colpa per aver tagliato la corda, in quel lontano 1957. Mi dico che forse dovrei tornare a vivere qui in pianta stabile. Qui alla Ferrovia».  __________</p>
<p><em>pubblicato sull&#8217;inserto &#8220;Queer&#8221; di Liberazione del 11 novembre 2007</em></p>
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		<title>Le cose vanno come vanno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Nov 2007 13:18:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[delitti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo Da quando mi sono sposato, nel 1992, mi è successo di dormire con altre donne, di starci, di tradire mia moglie insomma, soltanto un paio di volte: la prima risale a una decina di anni fa, durante un periodo oscuro e avulso dal tempo che nella mia testa e forse anche nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Da quando mi sono sposato, nel 1992, mi è successo di dormire con altre donne, di starci, di tradire mia moglie insomma, soltanto un paio di volte: la prima risale a una decina di anni fa, durante un periodo oscuro e avulso dal tempo che nella mia testa e forse anche nella realtà coincide con la presunta, o anche vera, malattia di nostro figlio Edoardo, che per un anno intero, prima che gli fosse finalmente accertata una forma rara ma piuttosto innocua di artrite reumatoide, fece dentro e fuori dagli ospedali tra accertamenti invasivi, diagnosi allarmistiche e cure sbagliate; al tempo dimagrii in modo innaturale e drastico di una ventina di chili, per la tensione, la fatica o semplicemente per l’osmosi del morbo immaginario, e – in nome di qualche tipo di compensazione, credo – alla fine di tutto, come per respirare dopo essere stato troppo tempo sott’acqua, non feci molto per evitare una storia abbastanza dimenticabile con una donna che già allora non consideravo neanche bella, una nostra amica delle vacanze estive, capace però di rimanere in silenzio, in mia presenza, quasi incantata, per ore. <span id="more-4769"></span><br />
La seconda volta, la seconda volta che mi sono ritrovato a svegliarmi accanto a una persona diversa da mia moglie, con un odore diverso, un diverso modo di tenera la bocca semiaperta nel sonno, e questa volta senza provare l’ottuso disagio del post-tradimento, è cominciata lo scorso febbraio una sera che ritornavo verso casa in scooter e fui sorpreso da uno di quei nubifragi improvvisi e infingardi che da un momento all’altro sembrano poter distruggere per intero, palingeneticamente, Roma, rovine imperiali e palazzi umbertini compresi, e spazzare via in un colpo solo tutti gli uomini che si accalcano per le strade: mi riparai in un baretto squallido vicino al terminal dismesso dell’Ostiense, dove – mentre guardavo fuori aspettando che spiovesse e non spioveva – entrò anche un’altra ragazza, alta, allampanata, androgina senza volerlo, con una somiglianza che lì per lì mi venne immediata con l’attrice canadese Marie-Josée Croze, o meglio con il suo personaggio nelle <em>Invasioni barbariche</em> di Arcand – la nipote sfaccendata, tossica, che fa le iniezioni di eroina al protagonista, il professore malato di tumore. Era talmente fradicia, lei, questa ragazza, colante acqua, che la proprietaria del bar le offrì subito un asciugamano e quindi un phon. Ma appena lei lo attaccò alla presa, come per un incantesimo al contrario, il sovraccarico elettrico fece saltare la luce, e lei cacciò un urlo, si fece prendere da un panico inatteso per il buio, cominciò a strillare e a agitarsi come in preda alle convulsioni, cercando a tentoni qualcuno che le stesse vicino, aggrappandosi con le unghie alla mia giacca, finché le iniziò a uscire il sangue dal naso, e mi parve sul punto di svenire: così per mezz’ora. Quando poi si calmò, quando la burrasca anche si placò, quando la proprietaria riuscì a ripristinare la corrente, mi convinsi, e convinsi lei, ad accompagnarla al pronto soccorso del Nuovo Regina Margherita, non lontano da lì, dove la trattennero una notte per sottoporla a una TAC e da dove il giorno dopo mi chiamò per ringraziarmi e per offrirmi un biglietto per uno spettacolo teatrale di un suo amico. Io non dissi no, e cominciammo a vederci.<br />
Dovrei dire di avere passato lo scorso inverno, e la primavera, metà dell’estate, e l’autunno, vivendo una doppia vita, mistificando la realtà dell’una a dispetto dell’altra e viceversa, ma – senza essere reticente, o autoassolutorio – non sarei esatto nel descrivere la cosa in questi termini, perché dovrei parlare piuttosto di sovrapposizioni e giustapposizioni, di coincidenze che non credo vadano interpretate, come per esempio il fatto che questa ragazza si chiami Daniela, ossia come mia moglie; e dovrei – finendo coll’essere sincero – confessare che quello appena passato è stato un anno piuttosto felice: con mia moglie abbiamo deciso (o meglio: lei si è messa in testa, e io l’ho assecondata) di avere un altro figlio, di sfidare, a quarantasette anni, i consigli di amici e parenti, e di occuparci della buona salute dei miei spermicini e dei suoi ormoni follicolo-stimolanti, di quelli luteinizzanti e degli estradioli.<br />
E questo è avvenuto contemporaneamente, contestualmente direi, a quello che mi pare essere stato un mio personale cammino di formazione che avevo rimandato per chissà quanto tempo e che invece soltanto con Daniela, la ragazza Daniela, con lei, attraverso di lei, ho cominciato a compiere: non potendoci vedere mai di sera, gli appuntamenti che ci davamo si dovevano, per forza di cose, reggere sempre su una dose auto-alimentata di invenzione, di improvvisazione, di stimolo reciproco. Si trattava quindi di andare per mostre, di imbucarsi alle matinée cinematografiche per la stampa con gli inviti che lei riusciva a rimediare da una sua amica che lavora in una produzione, di andare a frequentare addirittura alcune lezioni di filosofia o di letteratura all’università, e – con una fascinazione tacitamente condivisa da subito da entrambi – di cercarci motel desolanti vicino il Raccordo o quelli ancora più pulciosi a ore che si trovano nelle stradine incrociate tutt’intorno alla stazione Termini.<br />
Proprio mentre eravamo in una di queste stanze di questi motel, qualche mese fa, è accaduto – e questo è il fulcro del racconto che vi sto facendo – l’episodio che ha rimesso in gioco la mia percezione della realtà. Steso sul letto, annullato, avevo acceso distrattamente la televisione, dopo che Daniela si era addormentata, stanca e annullata più di me per aver finito di confessarmi quello che per mesi avevo temuto sarebbe arrivata a dirmi: non soltanto si era innamorata di me, ma era incinta – e le due cose, secondo il suo punto di vista, erano in inscindibile relazione. Nella camera anossica che era diventata adesso la stanza, nel televisore a dieci pollici piazzato in alto il solito conduttore del telegiornale parlava del delitto avvenuto il giorno prima, due giorni prima, a Tor Marancia, già definendolo ad uso degli spettatori “il delitto di Tor Marancia”: una ragazza, una ragazza di ventott’anni era accusata di aver ucciso la sua coinquilina con cui – stando a varie dichiarazioni concordanti – pare avesse una relazione da tempo, solo parzialmente ricambiata. Mostravano in tv, in una specie di slide-show con un commento musicale lugubre sotto, le immagini della presunta, quasi certa, assassina, raccolte da foto di famiglia?, di amici?, da blog, da myspace, dal dovunque che ognuno sparge di sé nel mondo; ed erano immagini di una bellezza abbacinante: io guardavo, stregato, svuotato, il volto ricorsivo di questa ragazza, e mi venivano in mente in successione: certi volti di modelle antiche, del secolo scorso, degli anni ’60 o del dopoguerra persino, e poi alcuni ricordi vaghi patinati delle donne della mia infanzia, e poi delle impressioni fuggevoli di ragazze che avevo incrociato soltanto una volta in vita mia e da cui però ero rimasto abbagliato. Mi sentii, non so come dirlo per essere credibile, <em>innamorato</em>, così, come una porta che si apre all’improvviso al centro di un muro, come non mi capitava da anni. Innamorato, senza filtri né aggettivi né dubbi, di una ragazza che vedevo solo sullo schermo, un’assassina e lesbica, di nome – e il caso ancora una volta si dimostrava un grande stronzo – Daniela: Daniela Carta.<br />
Quello che è successo dopo è la dimostrazione della capacità narrativa intrinseca della vita. Il modo in cui reagii alle dichiarazioni di Daniela, della ragazza Daniela, fu quello di fare finta che lei non mi avesse detto niente di cruciale: le seguitavo a proporre di andare al cinema il pomeriggio, di accompagnarla per chiese, e a mia moglie continuavo a non fare cenno, né a mostrare in alcun modo i pensieri che avevo, la massa gommosa di tutti pensieri. Nel frattempo (“nel frattempo” che in realtà era un tempo che passavo per la gran parte immobilizzato, almeno mentalmente) presi a scrivere delle lettere barocche, esaltate, dichiarazioni d’amore di una sincerità al limite dell’autodenuncia a Daniela Carta, presso Casa circondariale di Rebibbia, via Bartolo Longo, a cui non ricevetti risposta a parte due scarni – anche se per me fondamentali – biglietti di ringraziamento per la solidarietà manifestata.<br />
Due giorni fa mia moglie ha ritirato le analisi che confermano quello che le aveva detto il test la settimana scorsa: è incinta, anche lei è incinta – il feto è una goccia di vita di quasi due mesi e fino a questo punto è sano. Sarei dovuto diventare dunque due volte padre entro la fine dell’anno, se a Daniela, alla ragazza Daniela, al quinto mese, un fibroma uterino non le avesse causato un aborto spontaneo. Daniela Carta è stata rinviata a giudizio e – a quanto dicono i giornali – si è fidanzata, non ho idea in che senso, forse platonicamente, forse nella finzione del gossip dei media, con un giornalista che da subito si era interessato al suo caso, ed è riuscito a incontrarla una volta in carcere.<br />
Le cose – pensavo proprio oggi –, alla fine, vanno come vanno. </p>
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