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	<title>davide orecchio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Una baronessa con un&#8217;educazione inutile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Hélène Valla]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Hélène Valla</strong><br />
Filomène de Ricouchy aveva ricevuto un’educazione impeccabile, il che costituiva il primo dei suoi problemi]]></description>
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<p>di <strong>Hélène Valla</strong></p>
<p>(<em>Primo capitolo di un romanzo inedito</em>)</p>
<p>La baronessa Filomène de Ricouchy aveva ricevuto un’educazione impeccabile, il che costituiva il primo dei suoi problemi.</p>
<p>Le avevano insegnato a distinguere un minuetto da una gavotta dopo poche battute, a riconoscere un tessuto pregiato passando le dita sul rovescio, a scrivere lettere di ringraziamento che commuovevano destinatari di cui ignorava cordialmente l’esistenza. Aveva imparato a sorridere senza mostrare i denti, a camminare senza far rumore e a non porre domande in presenza di uomini, che le avrebbero comunque risposto male.</p>
<p>Aveva imparato, soprattutto, a occupare lo spazio che le veniva assegnato senza mai tentare di ampliarlo.</p>
<p>Del corpo umano, invece, non le era stato insegnato quasi nulla.<br />
Nonostante ne abitasse uno da ormai vent’anni.</p>
<p>Il castello dei Ricouchy si affacciava su una distesa di campi ordinati con una precisione quasi morale. Le siepi erano potate affinché nessun ramo sembrasse ambizioso, i vialetti di ghiaia rastrellati ogni mattina fino a cancellare qualunque traccia di passaggio precedente. I corridoi interni avevano un odore costante di cera e lavanda e assorbivano i passi come se il rumore fosse una forma di cattiva educazione.</p>
<p>Perfino le voci, lì dentro, sembravano educate. Non si alzavano mai abbastanza da diventare davvero necessarie.</p>
<p>La casa funzionava.<br />
Funzionava da generazioni, senza bisogno di essere interrogata.</p>
<p>Filomène trascorreva le mattine tra lezioni di musica e ricamo. Il clavicembalo le restituiva sempre la stessa risposta, indipendentemente da chi lo suonasse, e questo la rassicurava più di quanto fosse disposta ad ammettere. Il ricamo, invece, le richiedeva un’attenzione che non riusciva a concedergli: punti minuti, ripetuti, che non portavano da nessuna parte se non a una superficie più decorosa.</p>
<p>«Una mano gentile non deve mai affrettarsi», le diceva la dama di compagnia, una donna magra e composta che sembrava fatta della stessa stoffa dei tendaggi.</p>
<p>Filomène annuiva, osservando quelle mani gentili che non avevano mai stretto nulla di vivo.</p>
<p>A tavola, l’abbondanza era tale da rendere superfluo l’appetito. Le portate si succedevano senza lasciare traccia: carni morbide, salse profumate, dolci così elaborati da sembrare concepiti più per l’ammirazione che per la digestione. I corpi sedevano eretti, mai stanchi, mai sudati, mai doloranti.</p>
<p>Filomène osservava con una curiosità che non aveva ancora un nome quei colli scoperti, quelle mani curate che non avevano mai tremato per la fatica. Le parevano parti decorative di un insieme più grande. Come elementi di un mobile pregiato che nessuno aveva mai provato a usare davvero.</p>
<p>Sua madre la rimproverava spesso per quello sguardo.</p>
<p>«Una giovane donna non fissa», diceva, posando il tovagliolo con un gesto definitivo.</p>
<p>Filomène distoglieva gli occhi. Non perché fosse d’accordo, ma perché aveva imparato a risparmiare energie.</p>
<p>Durante una lezione di danza, anni prima, era svenuta. Non per emozione né per debolezza, ma perché l’aria nella sala era finita senza che nessuno se ne fosse accorto. Era caduta con una compostezza che aveva reso difficile capire se facesse parte dell’esercizio. L’episodio era stato archiviato come una sensibilità eccessiva, e corretto aumentando le pause.</p>
<p>Filomène aveva imparato allora che il corpo, quando segnalava qualcosa, veniva considerato maleducato.</p>
<p>Fu durante una di quelle cene perfettamente riuscite che accadde un piccolo incidente, tanto insignificante da non meritare di essere ricordato da nessun altro.</p>
<p>Un ospite, un uomo rubicondo e molto convinto di sé, stava spiegando con grande sicurezza perché l’ordine naturale delle cose fosse anche il più giusto possibile. Gesticolava mentre parlava, come se le sue mani avessero bisogno di partecipare alla solidità delle sue argomentazioni. A un certo punto, una goccia di vino rosso gli scivolò sul dorso della mano.</p>
<p>Nessuno se ne accorse.<br />
Nessuno glielo fece notare.</p>
<p>Il vino rimase lì, a raffreddarsi lentamente sulla pelle, mentre l’uomo continuava a parlare di equilibrio, tradizione e stabilità.</p>
<p>Filomène lo osservò. Pensò, senza particolare emozione, che se quella fosse stata una ferita, nessuno avrebbe reagito in modo diverso. Il pensiero non la turbò. Le sembrò semplicemente corretto.</p>
<p>Non disse nulla.</p>
<p>Col tempo, iniziò a notare che ogni piccolo incidente corporeo veniva trattato con un disagio sproporzionato: un taglio al dito durante il ricamo, un leggero malessere a tavola, una mano che tremava per la stanchezza. Tutto veniva corretto, coperto, ricondotto alla forma.</p>
<p>Mai osservato davvero.</p>
<p>Le aspettative su di lei erano chiare e condivise. Un buon matrimonio, una gestione decorosa di una casa importante, figli sani, silenzio opportuno. Il suo futuro era stato pianificato con la stessa attenzione con cui si pianifica un giardino: perché fosse bello da vedere, non utile a nutrire nessuno.</p>
<p>Filomène obbediva.<br />
Con grazia.<br />
Con puntualità.<br />
Con una diligenza che veniva spesso scambiata per adesione.</p>
<p>Ma di notte, quando il castello cambiava odore e il silenzio diventava più onesto, leggeva.</p>
<p>I libri non erano proibiti; semplicemente, non erano previsti. Trattati vecchi, mal rilegati, con pagine che odoravano di umido e polvere. Disegni imprecisi, annotazioni a margine, tentativi falliti. Filomène li sfogliava con attenzione, soffermandosi sulle parti che nessuno le aveva mai spiegato: come si fermava un’emorragia, perché una mano smetteva di rispondere, cosa accadeva quando qualcosa, dentro, si rompeva davvero.</p>
<p>Non provava ribellione.<br />
Piuttosto,  interesse.</p>
<p>Fu questo interesse, e non una particolare vocazione all’altruismo, a spingerla a insistere affinché parte delle rendite familiari fosse destinata a opere filantropiche in provincia. Ospedali, ambulatori, medici di cui si parlava poco e male. Suo padre approvò con un sorriso distratto: la generosità era sempre stata considerata una virtù adatta alle donne, purché non producesse domande.</p>
<p>Filomène pose le sue.</p>
<p>Quando lasciò il castello per la prima volta, diretta verso una di quelle destinazioni marginali, notò che l’aria cambiava prima ancora del paesaggio. L’odore di terra umida entrò nel carro, insieme a rumori meno educati: ferri che battevano, voci non misurate, animali che non si scusavano per esistere.</p>
<p>Non provò disagio.<br />
Provò attenzione.</p>
<p>Allora non lo sapeva ancora, ma quell’educazione così accurata, così elegante, così minuziosa, le sarebbe tornata utile solo in un modo.</p>
<p>Le aveva insegnato a osservare un sistema che funzionava perfettamente.<br />
E a riconoscere, quando fosse arrivato il momento, che funzionare non sia la stessa cosa che vivere.</p>
<p>Fu con questo pensiero — non ancora formulato, ma già presente — che Filomène attraversò per la prima volta la soglia di un luogo dove il corpo non veniva ignorato.</p>
<p>E dove qualcuno, finalmente, non avrebbe avuto il tempo di risponderle male.</p>
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		<title>Sessione plenaria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[irene marino]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Irene Marino</strong><br />
Il tempo a disposizione di ogni presentazione – o “comunicazione” come mi ha corretta più volte il professore con la giacca che puzzava di cavolo – era di venti minuti]]></description>
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<p class="LO-normal">di<strong> Irene Marino</strong></p>
<p class="LO-normal">Il tempo a disposizione di ogni presentazione – o “comunicazione” come mi ha corretta più volte il professore con la giacca che puzzava di cavolo accanto al quale mi sono seduta ieri sera – era di venti minuti. Il comitato organizzativo l’ha ricordato anche con l’ultima email ieri mattina, aveva un tono perentorio. Ho anche tagliato un pezzo delle conclusioni per rientrarci. “Organizzativo”. Il comitato aveva passato un paio di mesi a scegliere tra organizzativo e organizzatore, lo dicevano stamattina alla pausa caffè. Non stavano scherzando, non erano ironici. Forse compiaciuti è la parola giusta. “Organizzatore”. Poi, non riuscendo a decidersi, hanno chiesto un consiglio al professor Manfredi. Del resto è lui il comitato scientifico al completo. Loro, i dottorandi, stanno solo predisponendo l’intera struttura logistica del convegno per conto suo. Ridi. Tutti ridono, non ho capito cos’ha detto, mi sembrava un’affermazione normalissima. Rido. Quarantasette minuti. Gesucristo, ha una palata di fogli, legge, legge pianissimo, con quella voce tipica dei signori anziani che sarebbe anche tenera se non fosse adoperata allo scopo di sottrarti alla tua vita. Qui per la verità ce l’hanno quasi tutti. Meno il tipo che continua ad assentire ondeggiando, il prof. Bellocchio o Balocco. In compenso puzza di sigaro. È sempre seduto nella mia stessa fila, ma più verso il lato. Al momento ha il braccio piegato sul sedile di fronte – su cui per altro è seduto uno dei dottorandi del comitato organizzatore e sono quasi sicura che il professore gli stia tirando i lunghi capelli con il gomito; avrebbe fatto meglio a raccoglierli in uno chignon. Anche quell’altro sa di cavolo, quello che a cena ha raccontato commosso del periodo in cui aveva seguito l’ultimo corso completo di Althusser, l’anno prima del femminicidio. La professoressa Rinaldi invece non emana alcun odore in particolare. “Non hai letto <em>Dialettica dell’illuminismo</em>? Cara, qualcuno più severo di me potrebbe anche suggerirti di cambiare mestiere”. Le avevo chiesto solo il significato di una parola in tedesco citata nella sua comunicazione, che era una delle poche che mi aveva un pochino interessata. Neanche troppo, ma meglio di tutto il resto. Cambiare mestiere. Forse alla fine è meglio quello che puzza di cavolo.</p>
<p class="LO-normal">Il moderatore tiene un libro in mano e lo sfoglia, annuendo anche lui. A cena è stato quasi sempre zitto, immerso nel cellulare, mentre nel suo intervento di apertura ha più volte fatto riferimento, scusandosi, a un innominabile anglista, il cui nome porterebbe sfortuna. Che ore sono, devo guardare l’orologio. Posso farlo senza farmi notare, se allungo il telefono al lato un po’ sotto il sedile posso anche verificare l’identità dello studioso &#8211; il povero Mario Praz, secondo una diceria diffusa da Montanelli &#8211; senza far sfolgorare la luce. Perché ovviamente la sala è piombata nella penombra, dei milioni di bulbi dei lampadari barocchi ne saranno accesi soltanto un paio. Capisco il risparmio, ma santoddio.</p>
<p class="LO-normal">Ora il Prof. Gualtieri sta cercando la citazione sfogliando il libro. Poteva chiederla a me e fare prima, dato che ho già letto lo studio che sta presentando. È sempre lo stesso dal 1983. L’abbiamo letto tutti per almeno uno o due esami della triennale, grazie alle numerose amicizie del luminare che di anno in anno inserivano il suo libro nei loro programmi didattici. O, forse, tutti facciamo finta di averlo letto. Questo intervento aveva un titolo diverso sul programma e poi, quando si è seduto, Gualtieri ha candidamente ammesso che anche stavolta avrebbe fatto qualche riferimento all’unico studio che l’ha reso famoso e per colpa del quale dobbiamo sorbircelo in ogni convegno dal 1983.</p>
<p class="LO-normal">La pausa alla ricerca del passaggio da citare (inizio citazione, fine citazione, inizio citazione, fine citazione, inizio citazione, fine citazione) sta durando troppo. Il professore tiene in effetti gli occhi abbassati sulle pagine del libro che tiene tra le mani, ma non lo sta più sfogliando. Il volume è lievemente rivolto verso avanti, riverso. Anche la testa del professore sembra riversa. Il professore sembra riverso. Credo che il professore si sia addormentato. Abbia addormentato sé stesso. Non mi devo guardare intorno. Qualcuno se ne sarà accorto? Al tavolo grande di castagno il moderatore è rivolto verso Gualtieri, porta il bicchiere alle labbra e continua a guardarlo attento. Ma sono io a non sentirlo? Con la coda dell’occhio, giro piano piano la testa di lato. Il signore che ha lo stesso odore del relatore continua a ondulare e ad assentire. Il dottorando non riesco a vederlo, dalla mia posizione vedo solo i suoi capelli davvero troppo lunghi &#8211; anche intrecciarli sarebbe stata una buona soluzione &#8211; tesi sotto il gomito del professore dallo stesso odore di quello che parrebbe essersi addormentato, essersi addormentato in tutti i sensi permessi dal si-riflessivo e dal si-reciproco. Si deve chiamare aiuto? Sessantuno minuti.</p>
<p class="LO-normal">Avrei dovuto saperlo che non era il caso di venire, ma ero così contenta di essere stata accettata, di parlare finalmente a una delle giornate di studio più importanti dell’AIdE, l’Associazione Italiana di Estetica. Finora ho fatto domanda due volte, una durante il dottorato e una il primo anno dell’assegno. Mi hanno sempre rifiutata, è sempre dispiaciuto informarmi che l’argomento della mia comunicazione non era attinente e visto il gran numero di richieste pervenute ecc. Cinquantaquattro minuti. Io mi sono cronometrata quattro volte per rientrare nel tempo consentito dal comitato organizzatore, diciotto minuti e trentasette secondi di comunicazione, per lasciare spazio a ringraziamenti e saluti. Dovresti cambiare mestiere. Ma vaffanculo, te e i francofortesi. Neanche lei è rimasta nei tempi, ma appena di dieci minuti.</p>
<p class="LO-normal">Ho persino telefonato a mio padre per dirgli che finalmente mi avevano presa e lui ha anche finto di essere felice per me e non mi ha neanche chiesto se questa volta mi avrebbero pagata. Non solo non mi pagano, caro papà, ma non avrò neanche l’usuale rimborso spese del mio Ateneo, dato che il convegno è stato spostato all’ultimo da Enna a Potenza. Ho provato a spiegare la situazione al Segretario amministrativo, ma non ha voluto saperne di ridestinare i miei fondi missione sulla nuova destinazione. Per lo meno si sono mantenuti su due città ugualmente irraggiungibili. Bel panorama e un cibo ottimo &#8211; del resto, pranzo e cena sociale mi sono costati altri novanta euro. È proprio vero che non so leggere i segni del destino, come diceva la mia coinquilina fricchettona, quella che mi invitava sempre ai cerchi lunari e che si preparava lo shampoo da sola, a volte con l’uovo, a volte meglio non sapere. Persino un cerchio lunare in spiaggia nell’umidità di ottobre sarebbe meglio, almeno in quella situazione a una certa avrei potuto fingere di essere annichilita dall’intensità dell’esperienza e sarei potuta fuggire.</p>
<p class="LO-normal">Vorrei tanto potermi semplicemente alzare, come dal cerchio, e andar via. Nulla fa cenno di mutarsi. Non ha senso restare, voglio andar via e posso farlo. Ma come? Quando mi alzerò spingendo sui braccioli di stoffa, per quanto lentamente possa fare, il sedile si chiuderà di scatto e cigolerà, lo fa sempre. Che succede se mi alzo e qualcuno mi guarda? Se mi chiedono perché penso di andarmene, il professor Gualtieri sta tenendo una comunicazione articolata e generosa. Generosa, qualcuno lo dirà certamente. Non solo, ma per andarmene devo passare davanti al professor Bagliocco o Baiocco seduto due quattro cinque posti dopo il mio. Il passaggio è stretto: o si alza anche lui oppure gli devo passare quasi in braccio. Ho rinunciato ad andare al bagno per tutta la mattina per evitare questo balletto. Voglio andar via, qui niente accenna a cambiare.</p>
<p class="LO-normal">Il moderatore fissa il Prof. Gualtieri, che continua a dormire. Non è che sta male? Un ictus, un infarto fulminante? O forse è morto? Professore? Professore? Se è morto dovremmo interrompere il convegno, o quantomeno il panel. No, non è morto, il petto si alza e si abbassa. Deve essere un pisolino profondo, ora sorride lievemente. Quasi quasi lo invidio, mi scappa una risatina complice. Ma i dottorandi che fanno? Nulla, continuano a prendere appunti sui loro pc, ma cosa staranno scrivendo? Me lo sono chiesto per tutta la mattina, hanno ricoperto pagine e pagine di appunti, ticchettando sui tasti con una foga rapita, quasi fossero impossessati dal demone dell’estetica, o soltanto di quello della dattilografia.</p>
<p class="LO-normal">Un movimento alla mia destra. Baiotti o Bellotti ha appoggiato la schiena al sedile, scrolla il cellulare a lunghe ditate. Non tira più i capelli al dottorando. Questo potrebbe essere un buon momento. Se incrociamo lo sguardo potrei fargli cenno di dover passare, alzandomi leggermente dal sedile e indicando l’uscita. Fortunatamente il bagno è da quella parte, nessuno se ne accorgerà. E perché portarmi lo zaino allora? Maledetta me che ho deciso di portare il laptop che pesa tre quintali, con i libri, ma dove pensavo di andare. Chi pensavo di essere. Potrei lasciare qui lo zaino e tornare a prenderlo più tardi? Ma più tardi quando? Siamo già fuori tempo di ben due ore, io sono l’ultima della serata, alle 18. Non farò mai in tempo a parlare, non voglio più parlare, non ricordo neanche di cosa – basta. Bellotti o Bellozzi non mi guarda.</p>
<p class="LO-normal">Vabbè, lo faccio, mi alzo, piano piano. Non mi guarda nessuno. Il relatore continua a dormire, il moderatore ora ha iniziato a prendere appunti, i dottorandi continuano a battere sulle rispettive tastiere. Berozzi o Bettozzi continua a guardare il cellulare. Adesso sono in piedi, ho preso lo zaino da una tracolla, ora deve solo alzarsi lui. Niente, non mi guarda. Non posso tornare indietro, dall’altro lato ci sono quattro persone, tra cui la Rinaldi. “Scusi Professore, permesso”. Nulla. Un limite invalicabile. Che fare? Ormai ho perso ogni freno, ogni premura, ogni ritegno. Sono in piedi nel mezzo dell’aula. Faccio un colpo di tosse. “Permesso?”, colpetto sulla spalla. Barozzi o Barocchi non reagisce. Lo afferro per la spalla e lo scuoto, ma la mia nemesi si limita a ondulare sul posto. Non mi guarda. Sono forse invisibile, mi chiedo. “Scusate, scusate, forse è una domanda stupida, ma mi chiedevo, ma sono forse invisibile? Cioè, io sono qui, ma voi non mi vedete, perciò non saprei: che altra conclusione trarne?” Nessuna risposta. La mia voce è l’unico suono della sala. La porta di fronte a me. L’impensabile. “Mi scusi, davvero, sono desolata”, dico, più per me, per il mio decoro forse, mentre sollevo la gamba – fortuna che non porto la gonna oggi, altrimenti avremmo raggiunto un nuovo insuperato livello di biasimo personale – e la allungo oltre Barnotti o Berzotti. Ruoto lievemente sulla pianta del piede destro, e ora il momento più delicato, sollevo la gamba sinistra e sorvolo il professore seduto – occhio al cellulare, mi dico –, lo sfioro per poco, ma fortunatamente non cade. Nella fretta mi dimentico dello zaino e glielo sbatto in testa. Quello incassa senza fiatare. Sono libera. Non guardo più che ore sono. Due passi verso l’uscita.</p>
<p class="LO-normal">Un’ultima volta mi giro per guardarli. Sul podio, a cui due lati si ergono due copie di statue greche e su cui troneggia un dipinto con una scena di caccia barocca, il relatore è più ricurvo di prima, il libro, che tiene ancora riverso in mano, adesso tocca per metà sul grande tavolo di castagno. Il moderatore ha posato il bicchiere d’acqua, adesso sfoglia gli appunti, guarda il relatore e sogghigna come rispondendo a un aneddoto arguto. Ecco lo schermo del laptop del dottorando, ora che sono in piedi lo vedo. Whatsapp web. Come biasimarlo. Mi giro verso la grande porta di legno, riprendo al volo la giacca che quasi mi cade dall’avambraccio mentre spingo sulla maniglia con difficoltà, senza badare allo scricchiolio dei cardini che rimbomba nella sala. Alle mie spalle, qualcosa si muove. Senza voltarmi del tutto mi guardo indietro, in tempo per vedere il Dottorando raddrizzarsi, chiudere lo schermo del laptop con un suono sordo, e legarsi i capelli mentre la collega alla sua sinistra gli sussurra qualcosa. Il moderatore ordina i fogli l’uno sull’altro e li raccoglie sbattendoli insieme sul tavolo. Benozzi o Benazzi infila il cellulare in tasca con uno scatto, si guarda intorno e per un secondo guarda nella mia direzione.Sembra vogliano alzarsi in piedi. Forse vogliono seguirmi? Per fermarmi o per unirsi a me? All’unisono i sedili si chiudono di scatto, cigolando, Rinaldi, Bertazzi o Bertozzi, il Dottorando e anche il moderatore, adesso, sono in piedi. Applaudono. Il professor Gualtieri sembra essersi svegliato: si guarda intorno compiaciuto e annuisce. Il moderatore gli stringe la mano, ringraziandolo. Sul tavolino del posto dove sedevo sono rimasti alcuni fogli della mia presentazione. Gli altri sono caduti a terra. Venti minuti precisi, nel rigoroso rispetto dei tempi.</p>
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		<title>Nel Panopticon di Michele Mari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2026 14:32:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Michela Murgia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong><br />
Credo che nemmeno uno scrittore di fantasia come Michele Mari avrebbe potuto immaginare, molti anni dopo avere scritto questo racconto, di trovarsi in un meccanismo panottico]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_121601" aria-describedby="caption-attachment-121601" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-121601" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/panopticon.jpg" alt="" width="1280" height="762" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/panopticon.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/panopticon-300x179.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/panopticon-1024x610.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/panopticon-768x457.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/panopticon-706x420.jpg 706w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/panopticon-150x89.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/panopticon-696x414.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/panopticon-1068x636.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-121601" class="wp-caption-text"><a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/architettura-soffitto-cupola-moderno-5603602/" target="_blank" rel="noopener">Foto di Joseph Fuller, da Pexels</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>Dieci anni fa su questo sito pubblicai <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/06/06/panopticon/"><em>Panopticon</em></a>, un <strong>racconto di Michele Mari</strong>. Una fantasia sull’ideazione da parte del filosofo <strong>Jeremy Bentham</strong> del noto <strong>carcere a struttura circolare</strong>, dove un singolo custode può <strong>sorvegliare</strong> ciascun detenuto. La prima realizzazione di questa architettura della sorveglianza penitenziaria fu nell’isola pontina di <strong>Santo Stefano</strong>, Regno delle Due Sicilie, Basso Lazio, nel 1795. Ed è stato durante una visita a quel carcere borbonico che a Mari è venuta l’idea del racconto. Una breve indagine psicologica, si potrebbe dire, sulle motivazioni e pulsioni che avrebbero potuto animare l’ideatore del “carcere veditutto”.</p>
<p>Leggiamo qualche <strong>estratto</strong>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">“Così oggi io, l’Ispettore, siedo al centro, e guardo. Tutt’intorno a me, alla distanza di un raggio di cinquanta metri, gira la circonferenza di un edificio formato da tre ordini di logge; ogni loggia si articola in trentatre celle: gli assassini in basso, i pazzi in mezzo, e i politici in alto, per un totale di novantanove reclusi. Dal mio scranno girevole li tengo tutti sotto controllo, e poiché li spio da una feritoia continua, nessuno di loro può sapere quando io sia di vedetta, né in quale preciso momento il mio sguardo sia orientato verso di lui. Questo incute in ognuno di loro l’idea di essere visto ininterrottamente, ciò che inibendolo e paralizzandolo ne fa un detenuto ideale. Ideale, voglio dire, al punto da trasformarsi nel proprio custode, poiché interiorizzando il mio sguardo ha finito con il sentirsi guardato in continuità da se stesso”.</p>
</blockquote>
<p>E ancora:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">“La guardia, il guardiano, è chi guarda: se solo l’uomo avesse un po’ più di coscienza etimologica, quanti inconvenienti si eviterebbero!”.</p>
</blockquote>
<p>Ma questo, forse, <em>oggi</em>, è il brano più interessante del racconto:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">“Un complesso sistema di tubazioni a raggiera mi porta anche i suoni: basta che io tolga l’opercolo a uno dei novantanove ugelli che si affacciano alla mia specola per sentire le bestemmie e le preghiere di ognuno, il suo pianto, un tamburellare di dita, un colpo di tosse: per questo dopo qualche mese di detenzione i prigionieri più pavidi divengono pressoché muti”.</p>
</blockquote>
<p>Chi sta ancora leggendo questo pezzo avrà capito &#8211; immagino &#8211; dove voglio andare a parare. Ma mi prendo ancora un po’ di tempo.</p>
<p>In una nota a commento del racconto, <strong>Antonella Falco</strong> osservava:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">“Aspetto da non sottovalutare è che la torretta centrale, oltre ad essere la sede del custode, è aperta anche ad altri eventuali visitatori, non solo parenti di detenuti ma anche semplici curiosi. La rete voyeuristica ideata da Bentham è dunque molto più larga di quanto si possa immaginare in un primo momento e nella mente del filosofo utilitarista inglese può trovare applicazioni anche al di fuori del sistema carcerario. (&#8230;) Mediante il suo panopticon Bentham ha concepito una nuova forma di dominio dell’uomo sull’uomo, raffinata e moderna, che Michel Foucault, nel suo saggio <em>Sorvegliare e punire</em>, individua come paradigma del potere nell’ambito della società contemporanea, un potere che non incombe più dall’alto ma pervade il tessuto sociale dall’interno ramificandosi in esso e creando una fitta rete di correlazioni”.</p>
</blockquote>
<p>E adesso veniamo un po’ al punto. Quando è scoppiato il noto <strong><em>affaire</em> Mari-Ciabatti</strong>, questo racconto mi è tornato subito in mente. “Quasi” subito, per l’esattezza. Sulle prime mi sono limitato anche io, come molti altri, a vivere <strong>un’esperienza panottica</strong>, grazie all’articolo di <em>Repubblica</em> che ricostruiva la vicenda, sulfureamente propagato sui vari social. Spiavo come molti la presunta lite sul van dello Strega, le presunte parole misogine pronunciate da Mari sul corpo di<strong> Michela Murgia</strong>, e il momento sembrava cadere a metà strada tra la diceria e il grande fratello.</p>
<p>Ero, lo ammetto, costernato. Mi chiedevo come diamine fosse possibile che uno scrittore così raffinato avesse giudicato in quel modo una collega, per di più morta e ormai incapace di difendersi. Ero pronto anche io a chiudere per sempre la porta del gabbio alle spalle del detenuto Mari, recluso nel pulmino dello Strega? “Recluso”, sì, perché in quel van, in quella conversazione privata immediatamente trasformata &#8211; dalla diceria &#8211; in questione pubblica, <strong>si andava cristallizzando un’esperienza carceraria sorvegliata</strong>. Mari, l’imputato, non poteva più uscire dal van. Le sue presunte parole lo intrappolavano lì dentro. E fuori, dalla raggiera dei social alimentata da riflessioni e interviste media, il mondo (o la “bolla”) sbirciava. Proprio<strong> l’atto di guardare </strong>legittimava giudizi e sentenze: “È misoginia, è <em>body shaming</em>, che sia punito”.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">“È tutto molto semplice: i detenuti siano lo spettacolo, il carcere una sinossi, e l’intero corpo di guardia si riduca a una sola persona: un voyeur. Non siamo forse stati educati a sufficienza, quando da bambini venivamo ammoniti a non peccare perché – risento ancora la voce del parroco – ‘Dio ti vede’? Un occhio inscritto in un triangolo, ecco la religione; un occhio inscritto in un cerchio, ecco la riforma carceraria”.</p>
</blockquote>
<p>Credo che nemmeno uno scrittore di fantasia e talento come Michele Mari avrebbe potuto immaginare, molti anni dopo avere scritto queste parole, di trovarsi lui stesso in un meccanismo panottico. Certo, Mari ha avuto i suoi difensori, ma questo non ha frenato nessuno, anzi ha stizzito e provocato, ha aumentato lo sdegno. Quanto a me, man mano che il fremito social aumentava, ho cambiato idea. <strong>Tolleranza</strong> per la libertà di opinione (anche quando, come in questo caso, è un’opinione che non si può assolutamente condividere): se n’era persa traccia. Non mi sembrava tanto una faccenda di uomini contro donne. Nemmeno una faccenda di vecchi contro giovani. E non era una faccenda di squadrismo o fascismo digitale, come è stato scritto.</p>
<p>Se devo cercare una <strong>mentalità</strong> alla radice di questo episodio, mi viene da individuarla molto lontano, in un giacobinismo che ha diluito la violenza politica, il mito palingenetico del Terrore, in fustigazione verbale e digitale, ed è ancora pronto a castigare l’umano in nome non più di un Essere supremo o della rivoluzione, ma di un’ideologia morale che quando eccede nella sua intransigenza (e le capita spesso) rischia di trasformare qualsiasi giusta causa in una causa sbagliata. Questo caso, insomma, è interessante soprattutto perché rivela qualcosa sulla mentalità di chi scruta nella raggiera, una mentalità che non sembra accettare limiti, nemmeno quello posto dalla <em>privacy</em> di uno scambio di pareri. Siamo davvero al “Dio ti vede”, e se bestemmi ti ascolta.</p>
<p>Resta la questione del ben noto <strong>premio letterario</strong> in corso. Mari è uno dei più importanti scrittori italiani viventi, un grande scrittore. È in gara per lo Strega. Ed era, fino all’incidente del pulmino, il vincitore annunciato. Siccome è stata invocata la pena esemplare dell’espulsione dal premio o, dopo che questa soluzione è tramontata, l’umiliazione del perderlo, immagino che agli Amici della Domenica si proponga un fardello non leggero.</p>
<p>Se Mari, come merita, vincerà lo Strega, ascolteremo di nuovo la protesta ruggire contro l’affermazione politicamente insopportabile dello “scrittore misogino”. E se perderà &#8211; e mi dispiace scriverlo, cioè mi dispiace per le altre autrici e autori in gara, ma sarà inevitabile pensarlo: &#8211; concluderemo che sarà stato punito per le presunte parole su Michela Murgia pronunciate nel pulmino. Si tratterebbe di una pena non commisurata al “delitto”, irrogata attingendo da un codice di legge del tutto estraneo al <strong>codice della letteratura</strong>, l’unico, quest’ultimo, che dovrebbe vigere in un premio letterario. Ma su questo punto qualcuno penserà che io sono ingenuo, se non dogmatico, perché un premio letterario è uno spazio pubblico e dunque risente dell’opinione pubblica, che a sua volta è modificata dalle posizioni espresse da (o, tra <em>fama</em> e <em>doxa</em>, attribuite a) un contendente.</p>
<p>Passata questa piccola tempesta, resterà da chiedersi cosa vogliamo dalla vita. <strong>Ci piace realizzare il sogno del <em>Panopticon</em>?</strong> Dovunque noi si viaggi e viva, dire sempre la cosa giusta, la cosa corretta, o dissimularne la convinzione, per evitare la reazione di possibili guardiani in ascolto? E il passo successivo sarà direttamente dentro le pagine scritte? Potremo scrivere solo pagine che non offendano nessuno? È questa la lezione da trarre? Ma ci rendiamo conto che l’unica pagina che non offende nessuno è la pagina bianca? E che solo il silenzio è inoffensivo?</p>
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		<title>Il ritratto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[meltea keller]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Meltea Keller</strong><br /> C’erano cose che scriveva perché fossero apprezzate, condivise. C’erano cose nel suo computer che era appropriato leggere. Altre no]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_120639" aria-describedby="caption-attachment-120639" style="width: 2319px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120639" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked.jpg" alt="" width="2319" height="1739" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked.jpg 2319w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-150x112.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 2319px) 100vw, 2319px" /><figcaption id="caption-attachment-120639" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/donna-elegante-con-insegna-al-neon-in-un-contesto-urbano-36072106/">B Pixels</a></figcaption></figure>
<p>di<b> Meltea Keller</b></p>
<p>“Fai il bravo.”</p>
<p>Viveva da cinquant’anni con questa voce in testa.</p>
<p>Ultimamente si era amplificata: tornava la notte nel silenzio, gli impediva di voltarsi verso il sorriso solare di sua moglie assopita facendolo dormire nelle posizioni più assurde e lasciandolo, il giorno dopo, tutto indolenzito.</p>
<p><em>Con il tempo impari ad accontentarti di chi ti piace meno ma con cui puoi sentirti sicuro.</em></p>
<p>Oscar era un professore al secondo matrimonio. Scriveva per hobby, ma lo pubblicavano le grandi case. Piaceva il suo sguardo ironico sul mondo, le sue scene quotidiane, i suoi personaggi umani nelle loro virtù e debolezze. Nelle loro piccole scelte, nelle loro piccole vite. Ascoltava molto gli altri. E il mercato gli diceva “bravo” perché era intelligente, ma non dava fastidio.</p>
<p>Non dare fastidio era una delle sue regole principali.</p>
<p><em>Con il tempo impari che, se parti con il cambiare il mondo, devi ridimensionare le tue aspettative.</em></p>
<p>C’erano cose che scriveva perché fossero apprezzate, condivise. C’erano cose nel suo computer che era appropriato leggere.</p>
<p>Altre no.</p>
<p><em>Le persone che mi circondano sono privilegiate. Sguazzano nel privilegio come tante anatre abituate all’acqua pulita in un mondo inquinato. È facile essere felici, così. </em></p>
<p><em>E io? </em></p>
<p>Abitava in una zona gentrificata. L’idea non gli piaceva, ma quando usciva per andare in facoltà si trovava davanti tante piccole botteghe carine che lo ristoravano. Era nel posto giusto.</p>
<p>Aveva conosciuto sua moglie a una mostra d’arte. Lei era critica di fotografia. L’aveva notata subito per i capelli biondi, lo sguardo solare, la camicia sobria e la gonna di jeans con la cerniera sul davanti che le risaltava i fianchi magri senza farla sembrare volgare. In cuor suo, sperò dal principio che fosse come appariva.</p>
<p>E lo era.</p>
<p>Cresciuta in città da famiglia ricca, aveva studiato all’estero nelle università dove occorrono soldi veri. Non si definiva femminista e non sentiva il bisogno di farlo, il cambiamento climatico non le interessava e nella sua parte della città i fascisti violenti non entravano. Eppure era colta. Durante le prime uscite, avevano passato ore a parlare di Pollock e di Keith Haring. Era divertente, lo faceva ridere. Aveva un sorriso dolce. Quei fianchi, aveva desiderato di spogliarli dalla prima volta.</p>
<p><em>Una persona che non si vergogna di bere alle cinque del pomeriggio. Una persona che non ha rispetto per le gerarchie intellettuali perché sa quanto valgono. Sa quanto vale, lei. È fiera – del suo corpo morbido e lievemente sovrappeso, delle sue idee che non nasconde senza gridare. Come fa? Davvero non ha nulla a che fare con me. </em></p>
<p>Adesso che erano sposati con un bambino piccolo, sua moglie non aveva praticamente segreti per lui. Faceva lunghi viaggi all’estero, per lavoro – ma andava bene, non avrebbe avuto tentazioni. La leggeva come un libro aperto. Era il suo punto di forza.</p>
<p>Lei invece sapeva di non dover toccare mai il suo computer.</p>
<p>L’aveva aperto una volta, credeva di non fare niente di male. Il suo era nella stanza accanto.</p>
<p>Oscar l’aveva fulminata con lo sguardo. E aveva fatto una cosa che le risultò stranissima, non da lui: per un attimo era diventato assertivo. Dava ordini.</p>
<p>“Lascia stare il mio computer. Non voglio che tu lo apra.”</p>
<p>“Ok.”</p>
<p>E mai più l’aveva fatto.</p>
<p>“Fai il bravo.”</p>
<p>Ci riusciva, durante il giorno. Ogni tanto – specie fra i giovani in facoltà – si distraeva. Gli occhi gli si facevano pieni di dolore, ma nessuno lo notava. E allora si prendeva il quarto d’ora accademico per buttare giù quei pensieri e liberarsene una volta per tutte.</p>
<p><em>Perché a me? Perché non riesco a smettere di pensarla? Non la presenterei a mia madre, non sarebbe un buon riferimento per mio figlio. E allora perché ho l’impressione che con lei ci siano parti di me che scappano? </em></p>
<p>E ancora:</p>
<p><em>Dice quel che pensa, lo difende. Mi sfida. È come essere mente contro mente. È difficile tenere testa alle sue idee perché sono le mie e non lo sa nessuno. Devo stare attento. Devo stare cauto. Mi è sfuggito uno sguardo. </em></p>
<p>Adesso che gli sfuggivano sguardi, doveva rimediare:</p>
<p><em>La ignoro. Che devo fare? Ho paura che mi trasformi. Mi guardava anche lei. Non come il professore, non come lo scrittore, il marito di un’altra, l’uomo con una posizione. Di tutto questo non le importa niente. E se mi scopre?</em></p>
<p>Perché stava andando a quell’appuntamento? Per esporsi? Per dirla tutta? Per farsi mettere alla berlina? Per farsi inghiottire dal senso di colpa di non aver fatto le cose nella maniera giusta?</p>
<p><em>Ogni volta che caccia quei suoi occhi verdi dentro ai miei ho voglia di spingerla al muro e amarla davanti a tutti. Che si veda. Che goda. Lo sento al solo pensiero. </em></p>
<p><em>Ma chi diventerei? Un bruto? Uno che non si sa contenere? Che penserebbe lei stessa? Se ne approfitterebbe. Di me, nudo, esposto al freddo. Che penserebbe mia moglie? Che farei al suo sorriso? </em></p>
<p>Ma poi scriveva:</p>
<p><em>Puoi prenderti in giro fin che vuoi ma la verità è che provi qualcosa per lei. Nero su bianco. Qualcosa di tanto forte che non hai mai provato con nessuna. Lei è te se non avessi fatto il bravo. E se ti porta con sé crolla tutto. </em></p>
<p>Lo aspettava al tavolino di un piccolo bistrot, la birra chiara in mano, lo sguardo perso a osservare la gente che passava. Lui ebbe il solito brivido che provava nel vederla – lo ignorò. Lei gli sorrise, in maniera pudica, perché pudica lo era.</p>
<p>“Ho voluto vederti”, disse con la voce che un po’ tremava, “perché vorrei che sapessi che ti ho visto. Ho visto come mi guardi. Come mi parli. Come mi ignori. So che provi qualcosa per me. È corrisposto. So che le mattine in cui hai gli occhi tristi è perché piangi da solo. So anche che confessare, da parte mia, non ti farà cadere ai miei piedi. Puoi fare quello che vuoi della tua vita. Ma se ti senti in gabbia, io ci sono.”</p>
<p>Perse conoscenza per una frazione di secondo, senza darlo a vedere. Per un secondo annegò nei suoi occhi. Voleva baciarla. Voleva poggiare la fronte sulla sua e dirgli quanto fosse pericolosa e quanto avrebbe voluto accettare.</p>
<p>Le disse invece:</p>
<p>“Quello che dici è interessante. Scusa, non ho molto tempo oggi: ci penso su poi mi faccio risentire, va bene?”</p>
<p>E la lasciò lì. A bersi la sua birra.</p>
<p><em>Meglio così, meglio così, meglio così, meglio così, meglio così. </em></p>
<p>Tornò nel suo studio, accese il computer. Scrisse un’intera pagina di “meglio così” senza versare lacrime. Se l’avesse fatto – e non voleva – le mura del suo studio l’avrebbero protetto. Erano spesse, antiche, forti. Filtravano i rumori. Erano come le mura di un convento o di un vecchio carcere. Non si sentivano né le preghiere né le torture. Lì era dove doveva stare.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Beckett, Cavazzoni, Trevisan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[blackbird]]></category>
		<category><![CDATA[chet atkins]]></category>
		<category><![CDATA[chitarra]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[ermanno cavazzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Samuel Beckett]]></category>
		<category><![CDATA[The Beatles]]></category>
		<category><![CDATA[the entertainer]]></category>
		<category><![CDATA[Vitaliano Trevisan]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong><br />
Mi è venuta l'idea di associare brani che mi piace suonare a libri o autori che stimo. Ed ecco qui un paio di esempi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2><em>Blackbird</em>, <em>The Entertainer</em>, <em>Black Mountain Side</em> &#8211; strimpelling</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1030" height="579" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-edited.jpg" alt="" class="wp-image-120921" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-edited.jpg 1030w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-edited-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-edited-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-edited-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-edited-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-edited-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/guitar-edited-696x391.jpg 696w" sizes="(max-width: 1030px) 100vw, 1030px" /></figure></div>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p>Da un po&#8217; di tempo ho ripreso a suonare la chitarra. È poco più di uno strimpelling, e c&#8217;è gente, poverina, che mi ha tolto l&#8217;amicizia su Instagram per questo. Comunque mi fa stare bene e non credo di nuocere a nessuno. Poi mi è venuta l&#8217;idea di associare brani che mi piace suonare a libri o autori che stimo. Ed ecco qui due o tre esempi. </p>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<h3>Samuel Beckett 1906-2026</h3>



<p>Un classicone: <strong>Samuel Beckett</strong>, nel 120mo anniversario della sua nascita. L&#8217;ho abbinato a una versione di <em>Blackbird</em> ispirata dalla rilettura di<strong> Brad Mehldau</strong>, ma nell&#8217;arrangiamento di <strong>Mike Pachelli</strong>, più qualche variazione mia. </p>



<iframe loading="lazy" width="520" height="925" src="https://www.youtube.com/embed/1ltDjQnA2Uk" title="Samuel Beckett 1906 2026" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen=""></iframe>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">La citazione che ho scelto per questo piccolo omaggio è un po’ labirintica. Il brano viene da <em>Il calmante</em>, in <em>Primo amore</em>, trad. it. F. Quadri e C. Cignetti, Einaudi 1979. Ma io l’ho letto in un libro prezioso di Cees Nooteboom: <em>Tumbas</em>, Iperborea 2015, p. 65.</p>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<h3>Quel genio di Cavazzoni</h3>



<p>Qui il più recente<strong> Ermanno Cavazzoni</strong> di <em>Storia di un&#8217;amicizia</em>, da me molto amato. Lo accompagno con <em>The Entertainer</em> nel famoso arrangiamento di <strong>Chet Atkins</strong>. Dovendo fare una cosa rapida &#8211; li chiamano <em>reel</em> e li chiamano <em>short</em> &#8211; purtroppo non ho potuto inserire il bridge, che è forse la parte più divertente del brano.</p>



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<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">È difficile che un libro di Ermanno Cavazzoni non mi piaccia, lui è proprio geniale. Ma in questo <em>Storia di un’amicizi</em>a pubblicato da Quodlibet Cavazzoni si supera, ti mette proprio voglia di vivere, di fare e pensare, di leggere e ascoltare.</p>



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<h3>L&#8217;impareggiabile <em>Works</em> di Trevisan</h3>



<p><em>Works</em> di <strong>Vitaliano Trevisan</strong> è uno dei più importanti romanzi sul lavoro della letteratura italiana. Siamo alle altezze di Volponi e Primo Levi.&nbsp;Mi sembra giusto accompagnarlo (o almeno ci provo) con uno dei brani più belli per chitarra acustica che conosca, <em>Black Mountain Side</em> dei <strong>Led Zeppelin</strong> (e prima ancora di <strong>Jimmy Page</strong>: Bert Jansch e diversi altri).&nbsp;</p>



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<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">Siamo all’inizio del libro. La pagina di Trevisan racconta il desiderio di una bicicletta, e dà il tono all’epica del romanzo.&nbsp;C’è un sottotesto ironico: il protagonista, maschio adolescente, è stanco di usare la due ruote della sorella maggiore, e di farsi lasciare indietro dagli amici che corrono su biciclette più belle. Lui vuole una bici “da uomo”. La vuole “col palo” e le marce. Ma questo giovane figlio di proletari non può avere la bicicletta che desidera, e scopre presto il posto che gli spetta nel mondo.&nbsp; Non ci sono soldi: la bicicletta dovrà guadagnarsela lavorando.<strong> Vitaliano Trevisan</strong>, <em>Works</em>, edizione ampliata, Einaudi 2022, pp. 5-16.</p>
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		<title>Dissonanze ballardiane nella poetica dei This Heat</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[j.d. ballard]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[punk]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Spataro]]></category>
		<category><![CDATA[this heat]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Stefano Spataro</strong><br /> Ballard aveva capito che il mondo del dopoguerra era diventato un flusso di eventi impossibile da mettere a fuoco. Horizontal Hold lo traduce in forma sonica]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Stefano Spataro</strong></p>



<h2>Desincronizzazione permanente</h2>



<div class="wp-block-image wp-image-120294 size-full"><figure class="alignleft is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork.jpg" alt="" class="wp-image-120294" width="480" height="425" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork-300x266.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork-768x680.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork-474x420.jpg 474w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork-150x133.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/This_Heat_1979_artwork-696x616.jpg 696w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /><figcaption>Di This Heat &#8211; <a class="external free" href="https://www.amazon.fr/This-Claviers-Basse-Gareth-Williams/dp/B000CQKY2G" rel="nofollow">https://www.amazon.fr/This-Claviers-Basse-Gareth-Williams/dp/B000CQKY2G</a>, Pubblico dominio, <a href="https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=163717554">Collegamento</a></figcaption></figure></div>



<p>C’è un piccolo controllo sul retro delle vecchie televisioni analogiche: horizontal hold (“controllo di frequenza orizzontale”). Serve a stabilizzare l’immagine sullo schermo. Quando fallisce, l’immagine rolla, scorre in un loop verticale infinito, sempre visibile ma mai ferma. Vedi la scena ma non riesci ad agganciarla, a sincronizzarti con essa. L’informazione arriva, ma il tuo sistema di ricezione non può processarla. I This Heat registrano esattamente questo malfunzionamento. <em>Horizontal Hold</em> è musica impossibile da stabilizzare. Ogni volta che il cervello cerca di costruire un pattern, di afferrarne il ritmo, di aggrapparsi alla melodia, il brano slitta via senza sincronizzazione. Il suono rotola su sé stesso come l’immagine TV difettosa, passa e ripassa ma sempre sfasato, sempre irraggiungibile.</p>



<p>Ballard aveva capito che il mondo del dopoguerra era diventato esattamente questo: un flusso di eventi impossibile da mettere a fuoco. Vietnam trasmesso in diretta ma percepito come “sfondo mentale”. Kennedy assassinato, Oswald ucciso due giorni dopo in diretta televisiva. La realtà è una trasmissione difettosa; sai che sta succedendo qualcosa di cruciale ma non riesci a sincronizzarti con l’evento. Il cervello non tiene il passo. Nei suoi romanzi descriveva questa condizione: la velocità autostradale che rende illeggibile il paesaggio, il trauma che fa slittare la percezione temporale, la tecnologia che procede più veloce della capacità umana di elaborarla. Il mondo come istituto psichiatrico squilibrato, non perché abitato da pazzi, ma perché è il sistema stesso di percezione a essere guasto.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>



<p><em>Horizontal Hold</em> traduce questa condizione in forma sonica. La chitarra attacca, poi deraglia. Il synth emerge, poi affonda. Il ritmo si stabilizza per diverse battute, poi perde aderenza. Complessità musicale e impossibilità di ancoraggio percettivo. Il brano mima il malfunzionamento del tuo apparato ricevente. Se <em>Testcard</em> era il vuoto organizzato, il sistema in stand-by perfetto, geometrico, efficiente, <em>Horizontal Hold</em> è il pieno che cerca disperatamente di organizzarsi e fallisce continuamente. La macchina che tenta di allinearsi con sé stessa ma non ci riesce mai del tutto. L’immagine continua a scorrere, l’informazione continua ad arrivare, ma tu resti lì, incapace di fermare il flusso.</p>



<p>Ballard localizzava questa condizione nello “spazio interiore”.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> I This Heat ne fanno la struttura stessa del suono: una civiltà che ha perso sincronizzazione con la propria realtà. L’<em>horizontal hold</em> che non tiene è il sintomo preciso. Non riusciamo più ad agganciare il presente. Possiamo solo guardarlo rotolare via, frame dopo frame, sempre leggermente fuori fase, sempre mal trasmesso.</p>



<p>Il brano finisce senza concludere. L’immagine continua a rollare da qualche parte, in qualche schermo, in qualche frequenza. Il controllo è rotto. Non si aggiusterà.</p>



<h2>Termodinamica del collasso</h2>



<p>Il nome stesso della band è una trappola termica. This Heat non indica la temperatura ambientale ma uno stato di emergenza climatica permanente. Ballard aveva costruito la sua cosmologia su due poli: il mondo sommerso dall’acqua (The Drowned World) e il mondo prosciugato dalla siccità (The Drought). Non sono scenari opposti, ma la stessa catastrofe vista da angolazioni diverse. In entrambi i casi, la liquidità della civiltà che evapora o straripa.</p>



<p>I This Heat del primo disco abitano quella stessa instabilità termodinamica. <em>Not waving</em> è una trasmissione dal liquido amniotico, un rifiuto di nascere nel mondo materico. La voce affoga nel riverbero, il suono cola come condensa su vetro. Non vuole solidificarsi in forma. Ballard l’avrebbe riconosciuto subito: la regressione psichica verso l’ambiente originario, il grembo-oceano dove la coscienza può finalmente dissolversi. La strumentale <em>Water</em> conferma quest’attitudine.</p>



<p>L’idea di<em> cold storage</em> – la cella frigorifera adibita dal trio a studio di registrazione – è l’allegoria del ribaltamento di questa polarità: congelamento, ibernazione, la promessa criogenica del futuro che non arriva mai. Ballard scriveva di corpi cristallizzati in stasi temporale; i This Heat del freddo che conserva, che congela il trauma. Il suono è ghiaccio opaco, frequenze sotto zero che bruciano quanto il fuoco.</p>



<p>La <em>climate fiction</em> ballardiana non riguardava mai soltanto il clima, ma anche la psiche che collassa insieme all’ambiente. Anche nel più recente Millennium People i personaggi benestanti innescano rivolte domestiche non per disperazione, ma per noia entropica: hanno bisogno del calore della distruzione per sentirsi ancora vivi. I This Heat misurano la temperatura corporea di una civiltà in delirio.</p>



<p>Acqua che sommerge, caldo che brucia, freddo che conserva cadaveri. Ballard e i This Heat condividono la stessa ossessione: gli stati di transizione. L’accento è sul momento del passaggio, il soffocamento della morale, la terra riarsa bagnata dalle prime gocce di una pioggia di là da venire, la condensazione vetrosa della natura. È lì che la realtà si rivela costruzione instabile. È lì che il suono dei This Heat ti trascina, in quello spazio liminale dove non sai più se stai annegando o evaporando. C’è solo ciclo termico senza uscita. Il caldo genera vapore, il vapore condensa in acqua, l’acqua congela in ghiaccio, il ghiaccio si scioglie in acqua. E ricomincia. Climate fiction sonica: non il racconto della catastrofe, ma la sua frequenza perpetua.</p>



<p><em>Non c’è domani</em><br /><em>Annegare, non fluttuare.</em><br /><em>Annegare nell’oceano. Annegare nel liquido amniotico, non volerne uscire.</em><br /><em>Acqua.</em><br /><em>La realtà come una forma incapsulata dell’ambiente in cui abbiamo vissuto in precedenza e a cui restiamo aggrappati come embrioni riluttanti.</em><br /><em>Non salvateci. </em><br /><em>La circolazione si ferma.</em><br /><em>Acqua che ti congela fino al midollo.</em><br /><em>Impara ad amare l’acqua, fino a emergere alla luce brillante del sole archeopsichico interiore.</em><br /><em>L’acqua ti amerà come se non ci fosse un domani.</em><br /><em>Il legame con il futuro, fino a quel momento tormentato da tanti dubbi ed esitazioni, è ora assoluto.</em></p>



<h2>Geometria dell’occupazione domestica</h2>



<p>Ballard immaginava il futuro come il paesaggio lunare, spigoloso, geometrico, privo di ornamenti. Uno spazio dove l’isolamento sarebbe diventato libertà; la libertà di stare soli davanti alla televisione, lontani dalla folla rinascimentale delle piazze. Un deserto climatizzato dove ogni oggetto avrebbe svolto un ruolo estetico preciso, stilizzato, necessario.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p>



<p>I This Heat mostrano cosa accade quando questa geometria viene militarizzata. Nel testo di <em>Twilight Furniture</em>, l’arredamento domestico diventa arsenale. Penna stilografica e calibro .35 sono sinonimi. La macchina da scrivere si carica come una Tommy gun. Il telescopio preme su un occhio bendato – strumento ottico o mirino? Ogni superficie, ogni angolo, ogni mobile è simultaneamente funzione domestica e tattica militare. La fissione nucleare, cantano alla fine, è nostra amica. Dobbiamo stringerle la mano. Nella stanza vuota, spigolosa, efficiente, resta solo questo: il patto con la tecnologia che ci sorveglia mentre finge di servirci.</p>



<p>Ballard parlava di bambini autistici ipersensibili ai contorni delle stanze, che entravano in panico se una poltrona veniva spostata. In<em> The Atrocity Exhibition</em>, Traven si chiede se l’angolo tra due pareti ha un lieto fine. Per lui – e per l’autore – è una domanda seria; la realtà come costruzione mentale che può sgretolarsi in qualsiasi momento, rivelandosi scenografia inutile.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> Nei This Heat la risposta è netta: no. L’angolo è il punto cieco, il settore non coperto dal proiettore, lo spazio dove si nasconde il nemico. La geometria domestica non è neutra, è già campo di battaglia. Il coprifuoco inizia alle dieci, il cessate il fuoco termina a mezzanotte. Lo spazio privato ballardiano, quella stanza vuota, lunare, dove finalmente stare soli, è già sotto assedio.</p>



<p><em>24 Track Loop</em> costruisce esattamente quello spazio lunare promesso: ripetizione meccanica, angoli retti, superfici metalliche. Il loop gira su se stesso come un dispositivo di sorveglianza instancabile. Non c’è melodia, solo architettura sonora, un ambiente che ti contiene, ti misura, ti controlla. Il suono del loop ti ipereccita. Ogni variazione minima diventa trama e trauma. Il nastro gira identico per sei minuti ma tu non ti abitui mai, sei in allerta permanente, in attesa della detonazione. L’ambiente stesso è diventato frequenza ostile.</p>



<p>Ballard sosteneva che le persone cercassero la propria psicopatologia come via d’uscita dalla noia, che volessero rompere i mobili, scatenarsi, entrare in uno stato di rabbia come scimpanzé stanchi di masticare ramoscelli.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a> I This Heat registrano il momento successivo: i mobili sono già rotti, già trasformati in strumenti bellici. La rabbia è mutata in sorveglianza permanente.</p>



<p>Il pezzo finisce senza concludere, il loop semplicemente si interrompe, ma sai che continua da qualche altra parte, in un’altra stanza, in un altro nastro. La geometria lunare promessa da Ballard è qui, ma non porta libertà. Solo isolamento armato, ogni angolo un possibile fronte, ogni mobile un potenziale complice.</p>



<h2>Decomposizione e cristallizzazione</h2>



<p>Al di là del riferimento storico, Diet of Worms evoca disturbanti immagini alimentari. Chi mangia chi? I vermi mangiano il cadavere o il cadavere si nutre di vermi? Ballard aveva scritto del gigante annegato sulla spiaggia, corpo colossale colonizzato da parassiti e curiosi. La decomposizione come spettacolo pubblico, la carne morta che attira le folle, anche se per brevissimo tempo. Il brano strumentale procede per infiltrazioni, suoni che si insinuano come larve sotto la pelle della composizione, divorandola dall’interno. Non c’è melodia da seguire, solo processo organico di disfacimento. Il suono si autofagocita, si nutre della propria struttura fino a restare scheletro.</p>



<p>In <em>Music Like Escaping Gas</em> c’è il contatto ballardiano più chiaro: “datemi gli strumenti del desiderio / progettati per incendiare la mia faccia”. È The Atrocity Exhibition condensato in due versi, la richiesta esplicita di violenza tecnologica come unica via d’accesso al sentire. La nazione che ottiene le nuvole che merita, idrogeno, nitroglicerina, monossido di carbonio. Non inquinamento passivo ma chimica del desiderio, l’atmosfera come arsenale che abbiamo scelto consapevolmente. Ballard mostrava atrocità come eventi estetici: incidenti d’auto, assassinii presidenziali, esplosioni nucleari trasformate in installazioni mentali. I This Heat sublimano l’atrocità in arte. Il suono-cilindro-filtro-pompa che eroga veleni mentre cantiamo preghiere silenziose per ottenerli.</p>



<p><em>Rainforest</em> chiude il cerchio. Ballard aveva scritto sia del mondo sommerso dall’acqua sia della foresta cristallizzata, la natura che si mineralizza, diventa geometria morta, superficie riflettente. I This Heat sovrappongono le due catastrofi in un unico brano, in una foresta pluviale che si configura come archivio sonoro del collasso. Il patchwork di nastri, charleston frantumati, piatti esplosi è solo apparentemente caos, ma è piuttosto stratificazione geologica. Ogni layer sonoro è un’era differente compressa nello stesso istante: la foresta che cresce, si indurisce e rifulge di luce. I loop di chitarra sono liane sonore che si avvolgono su se stesse, soffocano, si pietrificano.</p>



<p>Nel Crystal World di Ballard il tempo si ferma, la foresta diventa museo di se stessa, ogni foglia un diamante, ogni insetto un gioiello immobile. Ma continua a esistere, intrappolata nella propria perfezione mortale.<em> Rainforest </em>è il suono di quella trasformazione: la vita organica che collassa in pattern minerale, il battito che diventa ritmo meccanico, il respiro che si fa frequenza atemporale. Il noise ultra-denso è compressione di tutte le foreste possibili, quella sommersa, quella bruciata, quella congelata, quella cristallizzata, quella interiore, suonate simultaneamente. Ballard ti faceva scegliere quale catastrofe visitare. I This Heat te le scaricano tutte addosso in tre minuti di crollo sedimentato.</p>



<p>Alla fine resta solo il riverbero, lo spazio vuoto dove la foresta esisteva, ora cristallizzato in eco perpetuo.</p>



<p>Anche i vermi si sono vetrificati.</p>



<h2>Trasmissioni dalla catastrofe amministrativa</h2>



<p>La guerra come intrattenimento domestico. Ballard lo aveva capito: il Vietnam non era un conflitto geografico ma uno spettacolo elettrico consumato in diretta dal salotto di casa. La violenza tecnologica non disgustava, eccitava. Dieci anni di cinegiornali serali avevano trasformato la catastrofe in sfondo mentale, in tappezzeria psichica.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a> I This Heat registrano il momento della caduta con la precisione di un sismografo: il drone funebre che apre<em> The Fall of Saigon </em>è la frequenza residua, quello che resta nell’etere quando l’ambasciata si svuota. Il suono avanza lento, narcotizzato, atonale, una nausea fredda che non cerca risoluzione. Nel testo, qualcuno cucina il gatto dell’ambasciatore. Poi mangia la televisione, la poltrona, il telefono, il polistirolo. Cannibalismo della civiltà. L’Occidente che divora i propri residui, i propri elettrodomestici, i propri schermi. Ballard l’avrebbe chiamata autodigestione mediatica; quando la realtà diventa indistinguibile dal suo simulacro televisivo, cosa resta da consumare se non il dispositivo stesso?</p>



<p>La chitarra scava solchi irregolari sulla superficie del drone, come unghie su una lavagna. Il ritmo ostinato sembra mettere ordine, insieme alla melodia dei cori, ma questo non preserva dalla cupezza generale del brano, che in sé suona come passi in ritirata ed elicotteri sovraccarichi che faticano a sollevarsi. L’evacuazione – quella vera, quella storica – fu un atto di selezione brutale: prima tutti, poi solo gli americani. La vita vietnamita pesata contro quella statunitense, trovata più leggera. I This Heat trasmettono questo bilancio, il calcolo freddo, la nausea burocratica.</p>



<p>Ballard sosteneva che la guerra soddisfacesse bisogni precisi. Che fossimo tutti combattenti grazie alla copertura televisiva. Che dovessimo essere onesti riguardo al fascino di quegli eventi.<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a> I This Heat lo sono. Il brano non denuncia, non piange, non protesta, abita lo spazio psichico della catastrofe, ti tira dentro, ti ci lascia crogiolare.</p>



<p>Quando il pezzo finisce non c’è sollievo. Solo il ronzio dell’amplificatore, il rumore di fondo che continua dopo lo spegnimento. La guerra è finita ma la frequenza rimane. Continueremo a trasmetterla – e a riceverla – forse per sempre.</p>



<p>Torna il vuoto organizzato della <em>Test Card.</em></p>



<h2>Note</h2>



<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. “2006: Jonathan Weiss. ‘Not entirely a journey without maps’: J.G. Ballard on The Atrocity Exhibition”. In S. Sellars, D. O’Hara (eds.), <em>Extreme Metaphors. Interviews with J.G. Ballard 1967-2008</em>, London, Fourth Estate, 2012. (Edizione digitale).</p>



<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. J.G. Ballard, “Which Way To Inner Space?”, <em>New Worlds</em> n.118, 1962, pp. 2-3; 116-118.</p>



<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. “1974: Carol Orr. How to Face Doomsday without Really Trying”. In <em>Extreme Metaphors</em>, cit.</p>



<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. “2006: Jonathan Weiss. ‘Not entirely a journey without maps’…”, cit.</p>



<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. “2006: Toby Litt. ‘Dangerous bends ahead. Slow down’: J.G. Ballard on Kingdom Come”. In <em>Extreme Metaphors</em>, cit.</p>



<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. “1974: Carol Orr. How to Face Doomsday…”, cit.</p>



<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cfr. “1970: Lynn Barber. Sci-fi Seer”. In <em>Extreme Metaphors</em>, cit.</p>
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		<title>Provare a capire</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/06/16/provare-capire-racconto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[T.T.]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>T.T.</strong><br />
Il fatto è questo: non c'è nessuna storia se non quella di un silenzio. Non parlare, non ricordare, non tramandare. Arrivando in Italia mio padre ha tentato di ricostruirsi, di essere altro, di dimenticare]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-120092" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi.jpg" alt="" width="1472" height="808" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi.jpg 1472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-300x165.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-1024x562.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-768x422.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-765x420.jpg 765w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-150x82.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-696x382.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-1068x586.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1472px) 100vw, 1472px" /></p>
<p>di <strong class="gmail_sendername" dir="auto">T.T.</strong></p>
<p>Il fatto è questo: non c&#8217;è nessuna storia se non quella di un silenzio. Non parlare, non ricordare, non tramandare. Arrivando in Italia mio padre ha tentato di ricostruirsi, di essere altro, di dimenticare. Sono nato nel solco di questa amnesia, uno spazio nuovo e salvifico in cui semplicemente poter cominciare da capo. Così questa stanza bianca, appena intonacata e ridipinta è stata coperta e agghindata da pezzi sparsi, frammenti e stracci appesi alle pareti: qualche parola in libanese, alcune immagini familiari, i sapori della cucina mediorientale e poco più. Sono coperture, pezzi di un tutto che manca all’appello, superfici senza sostanza, cocci che uniti insieme non producono senso, ma nascondono – questa è la loro funzione – un passato che mi è stato lasciato in eredità.</p>
<p>Non parlo arabo, non sono arabo; non sono libanese, non mi sento libanese. Il seme di mio padre nel ventre di mia madre, un innesto.</p>
<p>Eppure ci sono memorie e forme che non possono essere offuscate. Nei gesti, nei sospiri, nei non detti, in ciò che non ci si rende conto di fare o agire, probabilmente si stratificano e si miscelano storie implicite e somatiche, millenarie, contatti tra corpi, carezze e aggressioni, ricordi trasmessi che hanno la forma della sensazione. Così insieme al precetto che imponeva di non chiedere, non nominare, non toccare, e di negare, è passato qualcosa di tattile e sordo, silente e non rappresentabile, ruvido e materico come la pietra. Non basta imbiancare le pareti, non è sufficiente fingere che nulla sia accaduto, ortopedizzare le memorie svuotandole di profondità. Se qualcosa esiste, ritorna.</p>
<p>Luglio 2025. I miei erano alla stazione Termini, sul finire di una vacanza romana. In attesa, nel caos ferroviario, un grosso tonfo, probabilmente una valigia caduta a terra, attira l’attenzione dei viaggiatori. Mio padre (diamogli un nome, il suo nome, qualcosa che non può cancellare), Rami, inizia a correre a più non posso, mentre mia madre (diamole un nome, il suo nome, che costituisce a sua volta una storia e un’eredità, che al momento non è il caso di disturbare), Cristina, cerca di stargli appresso, chiamandolo preoccupata. Rami sale sul primo vagone del treno che gli capita a tiro, è visibilmente agitato, fuori di sé. Si siede affannato e si addormenta. A poco sono serviti i tentativi di mia madre di ottenere una spiegazione.</p>
<p>L’accaduto mi viene raccontato il giorno successivo, a casa, mentre Rami riposa a letto. È supino, smagliato, con le mani conserte sul petto brizzolato; il sole pomeridiano illumina la sottile ricrescita del cranio liscio. Mi guarda sereno, circondato dal candore delle lenzuola appena sfatte. Non ascolta ciò che mia madre, seduta poco più in là, sul bordo del materasso, cerca di descrivere.</p>
<p>Non ascolta o non sente. È sempre stato un mistero per me. È parzialmente sordo, forse per una semplice degenerazione genetica, forse a causa di una bomba, esplosagli quarant’anni prima a pochi metri di distanza. Nessuna spiegazione attendibile, nessun senso, solo pezzi sparsi. Coprire il vuoto con stralci di ricordi e non guardarlo, evitarlo. È una sordità che grida di voler essere lasciata in pace, dimenticata.</p>
<p>Cade il silenzio. Le valigie del viaggio sono ancora sparse per la stanza, testimoni di quanto è accaduto. Senza nemmeno rendersene conto Rami prende parola. Non gli era mai successo qualcosa di simile dice, se non qualche mese prima in aeroporto. Era seduto sulle poltroncine d’attesa del gate, quando ha notato un tizio che correva trafelato. Immediatamente si è buttato a terra, stringendo gli occhi e coprendosi la testa. Solo dopo si è accorto che era un semplice turista in ritardo per il volo di ritorno. Cos’è successo? Nessuna spiegazione, nessun senso. Pezzi sparsi.</p>
<p>Mettere assieme i pezzi, invano tentare di chiudere il puzzle. Perché erano a Roma? In vacanza dicevo, ma non una vacanza qualsiasi. Era un ritrovo, una rimpatriata, con un amico di gioventù, che non vedeva da almeno 20 anni. Charbel Karam, diamogli un nome e un cognome, compagno fraterno di Rami nell’infernale Beirut degli anni ’80. A differenza di mio padre ha scelto il Canada come meta di espatrio, trovando lì fortuna e una moglie di origini calabresi. Una vacanza in Italia, ha pensato allora Charbel, per rivedere un amico, con lui ricordare, con lui forse dimenticare. Ciascuno però dimentica a modo proprio, i pezzi sparsi rischiano di non rimanere così isolati, di sfiorarsi, innescare connessioni: non ricordare, non guardare, non tramandare.</p>
<p>Charbel era presente quando scoppiò quella famosa bomba che forse, e dico forse perché “non si sa”, e dico forse perché è solo un pezzo sparso, ha innescato l’ipoacusia di mio padre. È una storia che so, ma che sono convinto di non aver mai sentito uscire da nessuna bocca. È qualcosa che ho scritto addosso, proprietà del mio essere innesto, inciso tra i tessuti dei muscoli, irrimediabilmente parte di me. La conosco non essendoci stato, non avendo mai saputo, non avendola vissuta, sempre presente e sempre assente, materia invisibile che fa da sfondo ad ogni interpretazione delle azioni di mio papà.</p>
<p>La storia in questione vuole che Rami, Charbel e un terzo amico, diamogli il suo nome, Jean, fossero per le strade di Beirut, a fine serata, pronti per tornare a casa. Cade una bomba. Un’auto esplode. Jean viene travolto, mentre Charbel e Rami, sufficientemente distanti dalla zona di impatto ne escono intatti seppur frastornati. I due trasportano il terzo amico in ospedale. Jean viene salvato. Lieto fine. La storia si ferma qui, stop. Pezzo staccato e isolato. Non farsi altre domande, andare avanti.</p>
<p>C’è una seconda inedita versione dei fatti. Esce direttamente dalla bocca di mio padre, sdraiato sul letto, proprio dopo gli eventi di Roma, ancora circondato dalle valigie del viaggio. La racconta a me e mia madre come se non l’avessimo implicitamente incamerata, senza averla mai nemmeno sentita. Rami, Charbel, Jean e un quarto amico, a cui non darò un nome perché non c’è più un nome, sono per le strade di Beirut, precisamente ad Achrafieh, quartiere storicamente maronita della città. Giocano a basket assieme, evitano il dramma della guerra, cazzeggiano e si danno manforte, sono amici in un mondo in piena rovina. Dal cielo una bomba impatta direttamente sul quarto amico, di cui non dirò il nome perché non c’è un nome, perché non c’è mai stato modo di nominarlo e pensarlo, non c’è mai stato e se c’è stato è stato polverizzato, cancellato, muro bianco. Rami non pensa, non capisce. Si volta e corre fino a casa senza mai fermarsi, chilometri e chilometri in direzione Nord-Est, tra strade e vicoli, chilometri senza sosta, non provando alcuna sensazione, alcuna emozione, gambe da cestista veloci su per le scale, gradini a due a due, fino al terzo piano, dove entra in casa e annuncia a chi è presente: “non so se qualcuno è ancora vivo”.</p>
<p>Ha poi scoperto dopo che Charbel era uscito incolume dall’esplosione, mentre Jean era gravemente ferito. Rami non ha salvato nessuno. Qualcuno, di cui non dirò il nome, è morto.</p>
<p>Mio padre tace, ha gli occhi vivi di un adolescente, brillano e si interrogano senza saperlo, mentre il pomeriggio si avvia verso sera. Durante la cena, per la prima volta da quando esisto, papà racconta della sua infanzia. Storie spensierate, tra piante di melograno e corse nei prati. Storie per non pensare. Mangiamo tabbouleh e manousheh di kishik e zaatar, lo facciamo da sempre.</p>
<p>Il giorno dopo sono in auto per le vie del centro. Un vecchio marocchino si getta in strada per attraversare; inchiodo. Mi sorride e con un cenno si scusa. Lo guardo attentamente mentre si allontana svelto. Ha le stesse fitte borse sotto gli occhi che aveva mio nonno Ibrahim; baffi spessi e grigi, carnagione color cuoio, un certo modo di tendere le gambe nel passo.</p>
<p>Scoppio a piangere.</p>
<p>Sento un vento polveroso e violento soffiare dietro di me, il colpo di un’onda d’urto che non ho mai esperito. Qual è il mio ruolo ora?</p>
<p><strong>(Immagine: <em>Da sinistra a destra: Rami, Jean, Charbel e basta</em>)</strong></p>
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		<title>La parola prodromi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 05:00:31 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[davide rigiani]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Rigiani</strong><br />
Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy]]></description>
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<p>di <strong>Davide Rigiani</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="678" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg" alt="" class="wp-image-120345" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-768x509.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1536x1017.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-2048x1356.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-634x420.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-150x99.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-696x461.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1068x707.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1920x1272.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/ds_30-1795490/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Dmitriy</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Pixabay</a></figcaption></figure>



<p class="dropcapp2">Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy.</p>



<p>Sono svenuto due volte, nel giro di pochi giorni, tra Natale e Capodanno. Una volta, passi. La pressione bassa, mangiato poco. Chi lo sa. Ma due. Mia moglie esige che io vada dal medico di base. Anche io penso che sarebbe il caso, però non ci voglio andare. Ho paura che mi trovino qualcosa. O che mi prescrivano delle terapie, o degli esercizi che poi mi toccherebbe pure fare. E poi perché anche solo cercare la tessera sanitaria, prendere e andare, trovare il posto, capire a chi tocca, spiegare, stare a sentire: io non ne ho voglia. Variazioni di questo approccio alle cose definiscono il mio rapporto con il mondo. Ma se mia moglie esige, esige. Andiamo dal medico di base.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A Rocchetta di Vara, settecento abitanti, in Val di Vara, in provincia di La Spezia, niente medici di base. I medici di Rocchetta sono due ma seguono già il numero massimo di pazienti. Ci siamo trasferiti qua da circa un anno. Prima abitavamo a Sarzana. Là ero seguito da un medico che andava per i novecento anni e riceveva al pianoterra di un palazzo dalle parti del Conad. Online i suoi orari, il numero di telefono e l’indirizzo dell’ambulatorio non erano aggiornati, per stanarlo bisognava andare al vecchio indirizzo, trovare su una bacheca zeppa di bigliettini quello con l’indirizzo nuovo, risolvere gli indovinelli della Sfinge e poi una caccia al tesoro. Oltretutto l’ambulatorio da fuori era mimetizzato da ristorante di pesce, uno non l’avrebbe mai detto. Dentro era minuscolo e condiviso da vari dottori. Macchinari medici parcheggiati dove c’era spazio. Si attendeva il proprio turno in mezzo a ecografi rotellati e altri apparecchi misteriosi. Sembrava uno studio medico fatto con i pezzi avanzati da altri studi, come un’automobile costruita con i pezzi di ricambio.</p>



<p>A ogni modo questo signore, il quale una volta non fu in grado di aprire i file di una tac che egli stesso mi aveva prescritto, se n’è andato in pensione esattamente quando abbiamo traslocato. E quindi eccomi qua, a Rocchetta, settecento abitanti, due svenimenti, zero medici di base.</p>



<p>Dice: nei paesini piccoli di montagna può succedere: cerca un altro dottore a Sarzana. Anche a Sarzana niente medici di base. Ce n’è uno in un comune ancora un po’ più in là, piuttosto fuori mano. All’Anagrafe Sanitaria un impiegato logorato dalla sanità lascia intendere che, se questo medico è l’unico che ha ancora posto, un motivo ci sarà. Decidiamo di lasciar perdere.</p>



<p>Che milioni di italiani siano in questa situazione è cosa nota. Il motivo, a volerlo indagare, va indagato in un groviglio politicoamministrativo oramai impossibile da sciogliere, il quale può essere interessante quanto ti pare, ma io però sono svenuto due volte per davvero, sono qua e sono un po’ preoccupato. Che si fa? Si fa che a Rocchetta di Vara c’è l’ambulatorio medico di prossimità. L’hanno organizzato apposta per far fronte a tutta questa faccenda.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Una volta alla settimana, dalle alle, nel tal posto, è disponibile questo ambulatorio per i cittadini senza medico di base. Si va su appuntamento. Ovviamente io, all’ambulatorio medico di prossimità, non ci voglio andare. Ho un metodo per persuadermi a fare le cose che non voglio fare. Ce l’ho fin dall’adolescenza, ma è praticabile solo se si vuole scrivere. Mi dico che è tutta materia da romanzo. Le esperienze spiacevoli che nella vita tocca affrontare: materia da romanzo. Vado, le affronto, prendo qualche appunto, rimugino e filosofeggio. In seguito magari ci scriverò qualcosa. Soprattutto, così facendo, mi trasformo in un osservatore esterno della mia vita, e queste cose spiacevoli è come se capitassero a un altro.</p>



<p>E funziona? Macché. Assolutamente no. Se vado all’ambulatorio medico di prossimità è solo perché mia moglie esige.</p>



<p>In macchina mi prepara psicologicamente. Non ti piacerà il posto, dice. Lei non ha nessuna idea di come sarà il posto, ma sa che non mi piacerà. Non ti piacerà il loro modo di fare. Bisognerà aspettare una quantità di tempo offensiva. Dirai che sono incapaci e ostili.</p>



<p>È importante che lei mi ricordi tutte queste polemiche eventualità, così da non aggiungere, all’eventuale disagio, anche la sorpresa, la quale si applica alla misura del disagio come un moltiplicatore, e a quel punto il climax esponenziale è un attimo, come niente ti ritrovi in pubblico, in piedi su una sedia, a strillare questo paese è una vergogna e uno schifo. Partire con aspettative bassissime è fon da men ta le.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">E l’ambulatorio di Rocchetta com’é? Dipende. Il posto è uno spazio comunale in prestito, e non è sempre lo stesso. In questo caso si tratta di un’ex scuola elementare, credo, un paio di stanze vuote al piano superiore. Al piano di sotto c’è un negozio, ti vendono i trattori, i rastrelli e altra roba da giardinaggio. Ci avevamo portato il tosaerba quando mi era rimasta in mano quella corda che si tira per metterlo in moto. Ci avevano cambiato la corda in un attimo e ci era costato cinque euro. Cosa vuoi di più.</p>



<p>Per trasformare uno spazio di proprietà del comune in un ambulatorio di prossimità servono: un paio di impiegate dell’ASL, un dottore, una porta che si possa chiudere, uno stetoscopio, un paio di portatili, una stampante, tavoli, sedie, un lettino, e in questo caso anche una stufetta elettrica portatile, perché comunque siamo in gennaio, sono le otto del mattino e hanno appena aperto l’ambulatorio.</p>



<p>Arriviamo e una delle due impiegate dell’ASL si sta appunto scaldando le mani sulla stufetta appena accesa. L’altra mi domanda il codice fiscale e tutta la tiritera. Non aspettiamo che cinque minuti, dopodiché ci riceve una dottoressa.</p>



<p>Una persona normale, bendisposta. E non ha nemmeno novecento anni. Le spiego e lei mi sta a sentire. Sta a sentire anche mia moglie. Mi domanda. Mi ausculta. Nel breve incontro non ho avuto tempo di farmi un’idea approfondita, ma ipotizzo che si tratti di una persona animata da un travolgente ottimismo perché con me ha usato almeno due volte la parola prodromi.</p>



<p>In caso di svenimento è rilevante stabilire se ci sono stati dei prodromi, cioè se hai sentito arrivare lo svenimento, o se invece no, sei caduto come una peracotta senza preavviso.</p>



<p>Ora. Realisticamente. Se fermassimo per strada uno a caso e gli domandassimo cosa vuol dire prodromi, che probabilità avremmo di sentire una risposta grosso modo sensata? Pensiamoci un attimo.</p>



<p>Però, prima di farci tutti sconvolgere dal contagioso ottimismo della dottoressa, rivediamo un attimo quelle disperanti statistiche che ogni tanto compaiono sui giornali a proposito di cultura, di scuola e di editoria. Quelle cifre dell’Istat che misurano i lettori in Italia, ad esempio. Sapete quali. Quelle in cui se uno legge un paio di libri in un anno è già un lettore forte. E, anche così, con questo ridicolo metro di giudizio, rimangono cifre risibili. Oppure quelle cronache dell’apocalisse che ci ricordano come un adulto su tre non sappia leggere e comprendere il senso di semplici frasi scritte. Tra l’altro molti di loro scrivono libri, spesso di successo. Poi ci sono i genitori che aggrediscono gli insegnanti perché hanno dato un brutto voto ai figli, le serie tv scritte in modo ridondante perché la gente le guarda scrollando con il cellulare, l’Università del Massachusetts che dice che non siamo più in grado di rimanere concentrati per più di tredici secondi. Insomma, tutte queste informazioni davanti alle quali non c’è speranza, percentuali ed episodi che mettiamo in un cassetto del cervello che non apriamo mai, perché comunque uno cosa può fare.</p>



<p>Bene. Tiriamo fuori queste nozioni e, anche stimando che magari una parte sarà allarmista, facciamoci un’idea realistica delle probabilità che una persona presa a caso sappia cosa vuol dire prodromi. Magari lo sa, eh. Magari non lo sa. Vogliamo fare un cinquanta percento? Io francamente dico di meno, ma facciamo un cinquanta. Ecco, anche in questo caso dare per scontato che un estraneo a caso lo sappia è comunque precipitoso. Per questo dico che la dottoressa sia una persona ottimista.</p>



<p>Se invece sono pessimista io e ho esagerato ad abbassare le aspettative allora, è chiaro, è colpa di mia moglie.</p>



<p>A ogni modo. I prodromi, dicevamo. I prodromi io ce li avevo avuti. Avevo sentito che stavo per svenire. Lo dico alla dottoressa. La dottoressa pensa. La dottoressa ipotizza: sindrome vasovagale. Vorrebbe dire che svengo se provo emozioni forti, o se vedo del sangue, cose del genere. Speriamo che sia così, perché la sindrome vasovagale non è una cosa grave. Per verificare l’ipotesi mi prescrive esami cardiaci e neurologici. Bisogna andare per medici.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Me ne esco, devo dire, abbastanza soddisfatto. L’ambulatorio improvvisato sopra al negozio di trattori non è una clinica avveniristica, ma sono stato visitato bene, senza perdere tempo e non ho speso un euro. Certo, se fossi uscito di casa aspettandomi di andare in un edificio superattrezzato me ne sarei andato dicendo questo paese è una vergogna e uno schifo. E invece. Merito di mia moglie.</p>



<p>Fuori, a due minuti dall’ambulatorio, ci sono il municipio di Rocchetta, l’ufficio postale, la chiesa, la farmacia. La farmacia di Rocchetta è una cosetta piccina picciò, con dentro un genovese abbastanza simpatico, che nel retro ha una stufa a pellet e un computer per prenotare gli esami. Lì, in quattro e quattr’otto, ci prende tutti gli appuntamenti che ci servono e nel giro di un paio di settimane. Ed è molto meno di quello che mi ero preparato ad aspettare, sempre per via di quella cosa delle aspettative basse.</p>



<p>Prima cosa: analisi del sangue e ECG, per i quali andiamo al poliambulatorio di Brugnato, una metropoli in confronto a Rocchetta: milletrecento abitanti. Arriviamo la mattina presto. All’entrata non si vede anima viva. Non c’è una segreteria o uno sportello. C’è un portone in alluminio, una scala, varie porte, tutte chiuse. Tutto è tappezzato di fogli A4 con stampate frecce e indicazioni in Arial corpo trecentocinquanta. Ufficio Tal dei Tali, Ufficio Talaltro. Entrare, Non entrare. Pediatria.</p>



<p>La segnaletica fatta con i fogli A4 attaccati con lo scotch è un indice importante, misura la precarietà del mondo. Più fogli A4: più precarietà. Sapete quei film in cui un cambio di uffici o di dirigenza viene sottolineato mettendo nella scena un operaio che con un raschietto stacca per benino le lettere dorate da una porta a vetri? Fantascienza. O magari cattivo cinema. Registi italiani che volessero fare il realismo oggi dovrebbero inscenare un infermiere che arriva, stacca un foglio dal muro, ne attacca un altro e se ne va. In un attimo ambienti privi di caratteristiche diventano avamposti comunali, regionali o statali in virtù di questa segnaletica provvisoria che più provvisoria non si può, e con altrettanta semplicità possono tornare a essere ambienti vuoti. Come niente il reparto di oncologia ti diventa l’anagrafe zootecnica, il catasto, il magazzino dei pompieri. Ecco qua un colpo di Stato: un uomo arriva, stacca dal portone di Palazzo Chigi il foglio A4 con scritto Repubblica Italiana, ne attacca un altro con scritto Gran Confederazione del Davide. No, davvero, niente grida solidità istituzionale come la solidità fisica, datemi retta. Delle belle lettere di pietra, grandi come utilitarie, costose da mettere, difficili da rimuovere. Avete visto qua fuori la nostra scritta gigante Gran Banca del Credito del Davide, tutta di marmo di Carrara? Significa che ci penseremo due volte prima di sostituire questi uffici con una lavanderia e scappare con i vostri soldi.</p>



<p>Comunque sia. Le indicazioni qua, oltre che precarie, sono anche abbondanti, ma non per questo esaurienti. Arriva un signore, un novantenne con berretto degli alpini. Anche lui non capisce dove deve andare. Il posto non è grande, procedendo per esclusione saliamo le scale. Al primo piano c’è un corridoio con sedie di plastica allineate lungo i lati. Ci sediamo. Arrivano altre persone. Si siedono. Un tipo con un braccio rotto parla ad alta voce, lui solo in mezzo a un gruppo di estranei che tacciono. Monologa. Non so, parla di Facebook.</p>



<p>Comunque di lì a poco un’infermiera mi preleva il sangue, poi arriva la cardiologa. Un’altra persona normale, bendisposta, un’altra che non ha novecento anni.</p>



<p>Trovo leggermente imbarazzante riferire l’ipotesi che io svenga a causa di un’emozione più forte del normale. In quanto figlio maschio del patriarcato sono conscio di respingere inconsciamente l’idea di essere svenevole. E poi comunque non sono mica svenuto mentre guardavo un film horror o cosa ne so. Stavo a casa, seduto a scrollare col telefono apocalittiche notizie in materia di editoria. Dunque riferisco sì la teoria della sindrome vasovagale, ma rilevando che comunque io boh. Mentre riferisco, immagino che la dottoressa immagini quanto sopra a proposito del fatto che sono un uomo, e dunque, almeno per quanto riguarda certe questioni, un imbecille. Cosa più che giusta, vi dirò.</p>



<p>Mi domanda se fumo. Ho smesso da 12 anni. Nel referto mi indicherà comunque come ex fumatore. Mi domanda dei prodromi. Ancora con questi prodromi. Sono sinceramente in ansia per la mia salute, un sacco di cose gravi possono incominciare con un paio di svenimenti, ma siccome sono anche uno scemo mi viene in mente che Davide e i Prodromi sarebbe un gran nome per una band. Se mi organizzo con l’alpino e quell’altro col braccio rotto possiamo fare delle serate, sul palco sveniamo, ci facciamo venire degli attacchi epilettici e degli infarti. Davide e i Prodromi, siore e siori.</p>



<p>Alla dottoressa dico solo che i prodromi, in effetti, li ho avuti. Mi ausculta. Mi fa questo ECG, cioè mi attacca degli elettrodi e io, modestamente, produco un grafico. L’esame durerà sì e no dieci minuti. Tutto normale, pare. Mi prescrive comunque un test da sforzo, un ecodoppler e un holter. Ecco che gli esami medici si moltiplicano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A casa comincio a misurare pressione e battiti tutti i giorni, con la macchinetta, sempre alla stessa ora. Misuro tre volte e poi faccio la media, come mi hanno detto le dottoresse. Non l’avevo mai fatto prima, non con questa costanza, e ora che lo faccio sono preoccupato. Ho i battiti lenti, dicesi bradicardia. È normale negli sportivi, e io non sono uno sportivo. Cerco sull’internet e scopro che morirò. Bradicardia e svenimenti possono indicare cose gravi. Si parla come minimo di un pacemaker. Avevo uno zio col pacemaker. Ho quarantacinque anni. A quarantacinque anni si può già essere in condizioni di dover pensare a un pacemaker?</p>



<p>Veniamo all’holter. Io, che non so mai niente, credevo fosse chissà che. È un aggeggio che ti attaccano con una cinturina tipo marsupio e ti misura i battiti per ventiquattr’ore. Magari devi stare un po’ attento a non ingarbugliarti con i fili degli elettrodi mentre dormi, ma questo è tutto. La cardiologa me l’ha prescritto perché, quando un medico mi ausculta, i battiti mi salgono per l’ansia da prestazione, è più forte di me. Mia moglie sostiene che dovrei fare meditazione.</p>



<p>A ogni modo l’holter te lo mettono giù ad Arcola. Arrivo alla clinica di Arcola e non c’è neanche un singolo foglio A4 appeso da nessuna parte. È una struttura privata. C’è anche una reception, una saletta che biancheggia come i laboratori nelle pubblicità dei dentifrici. Videocamere discrete sorvegliano la sala d’attesa, peraltro vuota. Due dottori biancheggiano e bighellonano. Due segretarie fresche di parrucchiere. Io ne traggo subito conferma che una volta ancora le mie idee in materia di apocalisse sono valide: quando la società democratica si sbriciolerà le società private resteranno in piedi, e noialtri, we, the people, ci daremo guerra brandendo scudi con il logo di Google o della Nestlé. Una specie di monarchia medievale capitalistica, non mancano certo le narrazioni distopiche che ce lo spiegano.</p>



<p>Comunque sia, uno dei due dottori mi attacca gli elettrodi. È contento di avere qualcosa da fare e fa con calma. Intanto mi racconta che gli piace andare a caccia. Dice che dovrò tornare domani a riconsegnare l’holter. Tra l’altro domani è il mio compleanno. Quando avevo vent’anni festeggiavo con gli amici, mangiando e bevendo. Domani ne farò quarantasei e festeggerò andando a togliere l’holter. Magari dopo faccio colazione in pasticceria, dài.</p>



<p>L’esito degli esami del sangue si può scaricare online. L’interfaccia del Fascicolo Sanitario Elettronico, in questo mondo che da trent’anni sembra non fare altro che aggiornare le app per modificare leggermente un’icona o spostare un menù a tendina, mi fa tornare giovane perché sembra una cosa uscita dai miei ricordi di Prince of Persia o di Lemmings. Nondimeno fa il suo dovere e mi scarica un pdf con gli esami. I valori, da quel poco che capisco, che è poco, sono nella norma.</p>



<p>Bene, per l’elettroencefalogramma, il test da sforzo e l’ecodoppler bisogna andare al Sant’Andrea di La Spezia.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-default"><blockquote><p>Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà.</p></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">In ospedale ti arrabbierai davvero, m’informa mia moglie. Ci sarà da aspettare. Ti passeranno davanti in fila. Saranno sgarbati. Non si capiranno le istruzioni. E poi ti perderai.</p>



<p>In effetti mi perdo subito. A quanto pare il Sant’Andrea è composto da nove edifici diversi, e io li provo tutti. Ovunque vado vedo anziani meglio orientati di me, in coppie o anche in triplette. C’è la solita vegetazione di istruzioni e frecce stampate su fogli A4 attaccati con lo scotch. Entrare, non entrare. Neurologia struttura complessa. Chissà che cavolo significa. Paginate fitte di informazioni sul trattamento dei dati personali durante la prestazione ambulatoriale. I signori utenti sono pregati di attendere in sala d’attesa. Offendere o aggredire verbalmente o fisicamente gli operatori di questa struttura è un reato. È obbligatoria la mascherina. Ecco, l’obbligo della mascherina è ribadito più e più volte, ma non ce l’ha quasi nessuno. </p>



<p>Mi domando se sono cartelli rimasti appesi lì dai tempi del covid. A prima vista questo potrebbe essere in contraddizione con la teoria sulla precarietà del mondo. Cioè. Come fa un’indicazione fatta con un foglio appeso con lo scotch a indicare precarietà, se poi rimane lì stabilmente per anni? Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà. E infatti ci contiamo, siamo abituati, viviamo così.</p>



<p>A ogni modo. Io son qua con in mano la cartellina delle mie scartoffie sanitarie assortite, che è già diventata un bel mazzetto, e sono vestito in tuta, perché per la prova da sforzo ti devi presentare vestito pratico. Non mi piace essere in tuta fuori di casa. Sotto sotto mi sento che sto già cominciando ad andare in giro vestito da ospedale. Come in quel racconto di Buzzati, i Sette piani, in cui un tizio viene ricoverato per un nonnulla e un po’ alla volta lo spostano sempre più vicino al reparto dei malati gravi. Alla fine, ora non mi ricordo bene cosa succede, ma, diciamocelo, probabilmente il tizio schiatta. E queste cose iniziano così, andando in giro in tuta. Come niente ti ritrovi a tuo agio in pubblico col camice aperto dietro e l’asta rotellata che ti regge la flebo.</p>



<p>Comunque forse ho trovato il posto. Un cartello dice che devo attendere e verrò chiamato. Sono italosvizzero, dunque in quanto svizzero il mio impulso sarebbe quello di rispettare l’indicazione come fosse un dogma della fede, ma in quanto italiano ho imparato che devo ignorarlo e domandare a qualcuno. Infatti l’infermiera che tiene le redini di tutta la situazione, che per inciso non è fresca di parrucchiere ma è precisa e paziente, non si turba. Lo ignorano tutti quel cartello. Mi conferma che l’elettroencefalogramma si fa lì, e mi dà da firmare cose che non leggo.</p>



<p>L’elettroencefalogramma è quello che tu ti sdrai e ti attaccano degli elettrodi sulla testa. Dura un quarto d’ora. Ti dicono tenga gli occhi chiusi. Ti dicono si rilassi. Io, mi dicono si rilassi, mi agito. Ho messo l’holter apposta perché mi agito. Non è che mi agito da smaniare, ma forse è comunque sufficiente ad alterare le mie attività cerebrali. Lo è? Non lo è? E io cosa ne so. Ora mi rilasso. A cosa penso per rilassarmi? A cose assolutamente pigre e piacevoli. Ai miei gatti che cercano la posizione per dormirmi addosso. A un racconto di Barthelme che ho letto e che non ci ho capito niente. A cosa c’è per cena. Risotto al pomodoro. Molto bene. Ti sei rilassato? Guarda che, se non ti rilassi, verranno fuori dei valori sballati. Vuoi essere operato d’urgenza al cervello perché non ti sai rilassare?</p>



<p>Mi fanno aprire e chiudere gli occhi. Fanno lampeggiare delle luci. Ecco Davide, di Davide e i Prodromi, che adesso si fa venire un attacco epilettico, siore e siori, rullo di tamburi. Ma tanto quale posto migliore al mondo per farsi venire un bell’attacco epilettico del reparto di neurologia del Sant’Andrea? Siamo in una botte de’ fero.</p>



<p>Bene, quanto il test è finito domando al tizio che mi sta staccando gli elettrodi dalla testa se, così, grosso modo, ha mica visto cose rilevanti. Siccome mi risponde che lui è solo un tecnico, io ne deduco che morirò, che lui questo lo sa perché lo ha visto nel mio encefalogramma, ma vuole che sia qualcun altro a dirmelo.</p>



<p>Venite che adesso andiamo tutti a farci fare un bell’eco color doppler al cuore. È tipo un’ecografia a colori, a quanto ne so. Alla parete della stanzetta è appeso un foglio A4 con stampata l’immagine di una scultura del Canova. Paolina Borghese, pare, una bianca signorina stesa sul fianco sinistro sul suo triclino, perché a quanto pare per fare l’eco doppler bisogna appunto stare a torso nudo stesi sul fianco sinistro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Il dottore che mi ecografa è uno simpatico. Sarà sui cinquanta. Mentre mi ecografa, mi domanda cosa faccio. Ho una risposta strategica per questa domanda, di solito dico, molto genericamente, che lavoro in editoria. Se la circostanza lo richiede, spiego meglio: prima facevo il redattore, dico, cioè correggevo i romanzi degli altri, poi ne ho scritto uno io, ora magari ne scrivo un altro. Comunque evito, se posso, di usare la parola scrittore. La parola scrittore accende spesso nella fantasia delle persone due possibili idee, diametralmente opposte, entrambe problematiche. La prima idea: uno scrittore: certamente un saggio, un inarrivabile genio. Ma per favore. La seconda idea: uno scrittore: un cretino disoccupato.</p>



<p>Ecco, io non voglio rientrare in nessuna di queste due categorie, se possibile, quindi al dottore dico, molto genericamente, che lavoro in editoria.</p>



<p>Bello, dice lui.</p>



<p>Bello è bello, dico io.</p>



<p>Una volta leggevo, dice lui.</p>



<p>Non ho dubbi che sia vero. Tutti leggevamo quando i libri costavano undicimila lire, non c’era Netflix e non avevamo uno smartphone al posto della mano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-default" style="border-color:#0693e3"><blockquote class="has-text-color has-vivid-cyan-blue-color"><p>E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa.</p><p>E come vanno. Ecco che sento i prodromi.</p></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa. <br /><br />E come vanno. Ecco che sento i prodromi. Al medico che in quel momento mi sta letteralmente guardando dentro al cuore con un ecocardiografo a colori, mi scappa di dire che l’editoria italiana, e dunque la letteratura italiana, è piena di problemi. Le cose vanno male, dottore, gli dico. E poi gli riassumo le solite cose, le cose che si sanno: le librerie indipendenti non ce la fanno, in classifica c’è spesso roba indegna o libri di cucina, i piccoli editori non pagano, i grossi editori monopolizzano, l’amichettismo, la siccità e le cavallette. Dico che l’unico che paga l’affitto alla fine del mese è probabilmente il distributore, cioè quello che sposta fisicamente il libro dalla tipografia al magazzino, dal magazzino alla libreria, dalla libreria di nuovo nel magazzino, dal magazzino al macero. Se conta il profitto, il libro produce profitto più che altro come oggetto fisico da spostare di qua e di là. Tanto varrebbe spostare dei manubri.</p>



<p>Mi rendo conto che mi sto agitando, ma non posso fare a meno di dire anche, a questo signore qua che in fin dei conti mi ha solo domandato come va, che, secondo me, quando ero un adolescente, la letteratura faceva bene al mio equilibrio mentale. Non solo per le cose su cui fare qualche bella pensata che si possono trovare nei libri validi, ma anche, banalmente, perché per leggere ti devi concentrare e chiudere fuori il mondo, il che mi faceva un gran bene. Eccola la meditazione che mia moglie dice che dovrei fare. All’epoca non sapevo nemmeno distinguere tra una casa editrice e l’altra ed ero più sereno, caro il mio dottore, mentre oggi mi sembra che le cose che so dello stato dell’editoria mi avvelenino l’atto di leggere e quello di scrivere. E tanti saluti alla meditazione e all’equilibrio mentale, dico. E poi svengo.</p>



<p>Dopo so solo che un’infermiera mi sveglia con una sberla, devo dire una sberla assolutamente competente. Sto bene sto benissimo, dico. Mi tengono lì sdraiato venti minuti, per sicurezza. Mi danno un succo di frutta.</p>



<p>Ho un’oretta prima del neurologo e del test da sforzo. Rimuginando e filosofando cerco la prossima stanza. In un incontro che dura credo tre minuti, un neurologo annoiato dalle mie condizioni di salute non interessanti guarda le mie scartoffie, si dichiara d’accordo con la sindrome vasovagale, mi congeda. Non ho fatto in tempo a sedermi, ma va bene così.</p>



<p>È quasi fatta. Cosa rimane? Rimane l’ultimo cardiologo, il terzo. Questo non mi domanda né dei prodromi né che cosa faccio. Anzi, non spiccica una parola. Risponde alle mie domande a proposito della bradicardia in modo appena rassicurante, ma senza una parola di troppo, non un avverbio, non un aggettivo in più del necessario. Mi piace. Un minimalista, lo chiameremo Raymond Carver.</p>



<p>Mi mette su una cyclette, mi attacca elettrodi da tutte le parti, mi fa pedalare per un quarto d’ora. Io non mi preoccupo, è un esame che capiterà di fare anche agli anziani, penso, o a gente meno in forma di me. Si pedalerà così, un po’ in scioltezza. Tipo scampagnata. Col cavolo. Il minimalista qua aumenta sempre di più la resistenza della cyclette, ogni paio di minuti i pedali diventano più duri. Ecco qua uno che, molto genericamente, lavora in editoria che arranca su una cyclette mentre tutti gli elettrodi del mondo misurano quando ci vuole per fargli venire un infarto. Ce la farà? Ci rimarrà secco? Tutto è contro di lui. Si pubblica sempre di più, sai, e si legge sempre di meno. I libri costano sempre di più, si viene pagati sempre di meno. E io che faccio? Io pedalo, siori e siore.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Come va a finire. Alla fine l’infarto non mi viene. Anzi. Raymond approva il mio sistema cardiorespiratorio. È soddisfatto, forse persino orgoglioso. Mi fa appena un impercettibile sì con la testa. Sembra niente, ma è un po’ questa l’essenza del minimalismo, no? In un sistema di espressioni trattenute, di rimozione del superfluo, un gesto minimo è una cosa enorme. Imparo che la felicità non sta nel coronamento del vero amore, ma nel sorriso del cardiologo che ti ha messo su una cyclette.</p>



<p>Questa storia termina qui. In totale ho fatto sei esami nel giro di tre settimane, e ho speso circa 230 euro di ticket, che non è tanto. Me ne torno a Rocchetta di Vara portando con me l’immagine del personale sanitario di tutta Italia che fa del suo meglio in questo mondo precario, come d’altro canto fa la gente dell’editoria.</p>



<p>Quanto a me, tutto ha confermato la diagnosi della dottoressa ottimista, ed è un sollievo. Grazie per l’interessamento. Sono uno che sviene, a quanto pare, un po’ come faceva Dante quando non sapeva come finire un canto.</p>
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		<title>«Le porte di ferro» di Stefano Terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 05:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[le porte di ferro]]></category>
		<category><![CDATA[stefano terra]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Stefano Terra</strong><br />
Due amici del Tribune mi avevano affibbiato il nome di “riduttore”: quando capitava qualche grosso avvenimento, venivo incaricato scherzosamente di normalizzarlo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per gentile concessione dell&#8217;editore, pubblichiamo un estratto da Stefano Terra, <em>Le porte di Ferro</em>, Gammarò (Oltre). Pubblicato originariamente nel 1979 e ora riproposto nella collana i Classici con un&#8217;introduzione di Diego Zandel, il libro è un intreccio di memorialistica, reportage e avventura che esplora le radici profonde dell&#8217;Europa contemporanea. La vicenda si apre nel 1946, sul treno che da Torino porta alla Conferenza di Pace di Parigi, dove le potenze vincitrici stanno ridisegnando cinicamente i confini del mondo. Il racconto vive dello sdoppiamento tra due protagonisti, entrambi alter ego dell&#8217;autore: il maturo giornalista Gerolamo Traversa, disilluso testimone dei grandi eventi storici, e il giovane Fioravanti, rivoluzionario trotzkista animato da un idealismo puro e pericoloso</p>
<p><strong>Stefano Terra</strong>, giornalista e scrittore, nato a Torino l&#8217;11 agosto 1917, morto a Roma il 5 ottobre 1986. Antifascista del gruppo torinese di &#8221;Giustizia e Libertà&#8221;, costretto ad abbandonare l&#8217;Italia, proseguì l&#8217;attività clandestina in Egitto, al Cairo. Nel dopoguerra collaborò al Politecnico di Vittorini e diresse a Milano Il &#8217;45. Inviato speciale per La Stampa e la RAI, si occupò delle vicende politiche dei Balcani e del Medio Oriente, risiedendo per lo più in Grecia.</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-119118" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/COVER_le-porte-di-ferro-scaled.jpg" alt="" width="400" height="600" /></p>
<p>di <strong>Stefano Terra</strong></p>
<p>Avevo conservato la camera prenotata all’Hotel Scribe come ufficio. Sul divano tenevo aperti i giornali, alle pareti avevo appeso una carta d’Europa con i suoi vecchi confini da modificare ed anche una dell’Africa, per via delle colonie. Ma queste mie intenzioni organizzative caddero presto; finii per lavorare · soltanto nella sala stampa a contatto dei colleghi e delle cabine telefoniche e dove il bar contava più dei tanti e inutili comunicati ciclostilati.</p>
<p>Conoscevo quasi tutti gli inviati dei giornali inglesi ed americani dal tempo di Lisbona. Due amici del <em>Tribune</em> mi avevano affibbiato il nome di “riduttore”: quando capitava qualche grosso avvenimento, venivo incaricato scherzosamente di normalizzarlo. Ero arrivato in tempo per l’apertura della conferenza. In quei primi giorni, secondo me, l’avvenimento più importante sarebbe stato il balletto all’Opera di Parigi in onore dei delegati. Gli inviati più scanzonati dicevano che la vera Conferenza della Pace, cioè la spartizione del mondo tra i quattro grandi (che erano due), era già avvenuta a Yalta. Al Palazzo del Lussemburgo era stato organizzato un festival di oratoria per accontentare i piccoli alleati, i nemici secondari. Bevemmo insieme alle fortune dei piccoli pesci vincitori e vinti. E poi qualche giro in più perché la guerra era finita.</p>
<p>Con stupore m’accorgevo di riprendere subito in mano le fila e i trucchi del mestiere di inviato speciale, come se niente fosse capitato dopo quasi cinque anni di residenza forzata a Lisbona. Ritrovai l’informatore parlamentare dell’<em>Intransigeant</em>: lo conoscevo dai tempi di Daladier. Le piccole vene violacee sugli zigomi erano dilagate sulle guance, sul naso pesante. Brindava sempre con il mignolo alto e disse che mi avrebbe protetto dalle notizie sotterranee che poi scoppiano come mine. Le telefoniste dilatate nei loro grembiuloni neri si divisero il mio dono di gianduiotti; mi dissero che il cioccolato era ancora razionato a Parigi. Ci avrei pensato io ai rifornimenti, bastava che non mi lasciassero cadere la linea con il mio giornale e magari arrivassi un po’ prima dei colleghi. Una di loro che diceva di ricordarmi possedeva una grande matassa di capelli. La tenevano in equilibrio solidi pettini di tartaruga dalla raggiera di madreperla.</p>
<p>La rituale visita all’agenzia ufficiale per non trasmettere notizie già risapute. Gli scambi di urla con lo stenografo sordo e cattivo mentre potevi trovare quello buono che finiva lui stesso il pezzo se eri stanco o se saltava la linea.</p>
<p>Devo dire che ci sono due sapori – dal palato al cuore – che vorrei ritrovare per l’ultima volta prima di morire. Quello del liquore per finire l’ultima cartella e soprattutto la ricompensa che già il barista mi preparava appena mi chiamavano nella cabina telefonica. Quando il pezzo era partito venivo preso da un sentimento di libertà gioiosa: sino all’indomani non dovevo niente a nessuno.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>(&#8230;)</strong></p>
<p>Gli domandai quanti pezzi aveva telefonato al suo giornale. Lui rimase sopra pensiero, riempì i nostri bicchieri ed io cambiai discorso per dirgli che non doveva offendersi, ma erano soltanto dei giornalisti dilettanti che andavano a prendere appunti nella tribuna stampa e che frequentavano l’anfiteatro del Lussemburgo. I discorsi, quasi tutti inutili, erano già distribuiti, dattilografati, prima di essere pronunciati, all’Hotel Scribe, lo stesso era per i comunicati dei vari delegati e rappresentanti degli uffici stampa. “L’importante nel nostro mestiere di inviati”, continuavo a pontificare – il vino dell’ultima vendemmia un po’ aspro mi dava voglia di parlare – “è saper prevedere per non dire quello che trasmettono già le agenzie ufficiali: prima ancora che vengano in tribuna si sa che il delegato jugoslavo parlerà di Trieste, quello greco del Dodecanneso, conoscendo le loro tesi a memoria è poi difficile venire smentiti.</p>
<p>Disse che il suo modesto giornale socialista non poteva spendere molto; l’indomani avrebbe telefonato un pezzo per il numero di domenica e sarebbe passato allo Scribe prima di mezzogiorno per avere i miei “aiuti tecnici” promessi.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>(&#8230;)</strong></p>
<p>Alla mattina mi svegliò il mio direttore che mi disse dell’enorme impressione che aveva provocato, fra i lettori, la pubblicazione dei termini del trattato di pace per l’Italia; presto sarebbero arrivati a Parigi dei membri del Governo. Era meglio che mi facessi vedere per raccogliere qualche di-</p>
<p>60 chiarazione ufficiosa o ufficiale; mi avrebbe dato più spazio e in prima pagina. Solo da qualche tempo il giornale aveva riacquistato il diritto alla vecchia testata centenaria dopo la breve quaresima della disfatta. “Bisognava darsi da fare”, concluse il direttore. Come conoscevo quel “darsi da fare”! Presto sarebbero apparsi nugoli di segretari-portaborse in cerca di pubblicità per i loro ministri e delegati.</p>
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		<title>Discorso di Noè ai due liocorni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 05:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[luca bonalumi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Luca Bonalumi</strong><br />
"Noè, sei sicuro che non ci tieni qui a morire solo perché siamo due liocorni maschi innamorati? Forse ti vergogni di averci a bordo?"]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_119658" aria-describedby="caption-attachment-119658" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119658" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-1068x712.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-119658" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/pixundfertig-683277/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3008693">Ria Sopala</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3008693">Pixabay</a></figcaption></figure></p>
<p>di <strong>Luca Bonalumi</strong></p>
<p>In linea teorica ero stato assunto solo per badare alle bestie, ma in realtà mi capitava di fare molto altro. Avevo firmato un contratto di una quarantina di giorni effettivi, ma per motivi di organizzazione il capo mi aveva chiesto se fossi stato disponibile a trasferirmi sul luogo di lavoro qualche giorno prima. Io, lui, sua moglie, qualche figlio e alcuni parenti suoi: mi pareva un bel gruppo per un viaggio via mare.</p>
<p>Entusiasta di un&#8217;attività che finalmente mi consentisse di viaggiare, avevo accettato la proposta di Noè senza badare troppo alle stravaganti convinzioni che lo avevano portato a costruirsi una vera nave in legno e a farci salire, oltre alla famiglia, un numero sconsiderato di coppie di animali di ogni specie.</p>
<p>Quando però aveva iniziato a piovere sul serio, e le strade della città erano diventate fiumi, avevo capito che un fondo di verità sulle catastrofiche previsioni meteorologiche del mio datore di lavoro c&#8217;era, eccome. Solo la collina poco distante dalla città e ben ricoperta di boschi, almeno inizialmente, pareva indifferente alle piogge torrenziali e, nonostante il fradiciume del terreno, sembrava l&#8217;unico posto al mondo ancora vivibile, il giorno in cui salpammo. Tuttavia, le previsioni del mio capo lasciavano intendere che nemmeno la collina si sarebbe salvata, e tutto il mondo sarebbe stato sommerso.</p>
<p>Eppure, sebbene Noè avesse azzeccato praticamente ogni scelta fatta fino a quel momento, il giorno in cui alzammo l&#8217;àncora trovai che era molto, troppo nervoso per essere il predestinato. Lo osservavo da lontano mentre convincevo gli ippopotami a scegliere una volta per tutte un posto per mangiare e uno per fare i bisogni; si muoveva con passi veloci verso le gabbie dei castori, per poi voltarsi d&#8217;improvviso e correre senza un apparente fine verso le scomode giraffe. Dopo aver dato un&#8217;occhiata ai fori che avevamo dovuto praticare nel soffitto, e che consentivano a quelle povere bestie di tenere quantomeno il collo verticale, ripartiva a passo svelto alla volta dei canguri, che a furia di saltare stavano già creando preoccupanti crepe nella soletta. Pensai che Noè avesse solo dubbi sulla tenuta dell&#8217;imbarcazione, e che questo lo rendesse nervoso: dopotutto era la prima arca che costruiva. Mi sbagliavo.</p>
<p>Poco dopo, quando il diluvio iniziò a fare sul serio, tutti quanti sentimmo delle nitide grida d&#8217;aiuto provenienti dall&#8217;esterno. Avevo ricevuto l&#8217;ordine di non uscire allo scoperto per tutta la durata della piogge, ma eravamo appena salpati, e probabilmente non ci eravamo mossi che di qualche centinaio di metri: trovai quindi intelligente uscire sul ponte di coperta a vedere chi e perché chiedeva aiuto. Dato che Noè mi aveva anticipato, e visto che non avevo intenzione di farmi riprendere dal capo nei primissimi giorni di lavoro, mi nascosi dietro ad una balla di fieno e spiai.</p>
<p>La nave, partita dalla città, si era spostata verso la collina, della quale era rimasta visibile solo la parte sommitale, ad occhio una zona di un migliaio di metri quadrati ancora ricoperta da alberi ormai allo stremo. Sulla cima della pianta più robusta, due liocorni fradici ed infreddoliti urlavano al capitano della nave le loro ragioni.</p>
<p>&#8211; Dai, facci entrare!</p>
<p>&#8211; Siete in ritardo &#8211; rispose Noè – è solo causa vostra se non posso farvi salire. Altro che diluvio: metà del liquido che inonderà il mondo sono lacrime mie, versate per voi due, poveri ingenui animali incompresi dal resto del gruppo. Perché, perché siete arrivati in ritardo facendo ricadere su di me la decisione di lasciarvi travolgere dalle acque? Era solo una questione di imbarazzo? Potevamo parlarne tutti insieme, sapete?</p>
<p>&#8211; Ma quale imbarazzo, Noè! Volevamo solo farci un&#8217;ultima passeggiata tra gli alberi della nostra amata collina, in ricordo del nostro amore&#8230;</p>
<p>Noè iniziò a roteare il suo bastone da passeggio, e con esso ruotò d&#8217;improvviso anche il suo atteggiamento.</p>
<p>&#8211; Basta con queste sciocchezze! Vi siete comportati da immaturi. Forse è buona cosa per il futuro del pianeta che i liocorni rimangano sulla collina&#8230; Due come voi, poi, dovevano capitarmi&#8230;</p>
<p>I due liocorni si guardarono impietriti. Per lunghi secondi si sentì solo la devastante potenza del diluvio. Ecco allora, quando ormai dietro alla balla di fieno mi ero convinto del fatto che i liocorni si sarebbero estinti, che tutto cambiò.</p>
<p>&#8211; Noè, sei sicuro che non ci tieni qui a morire solo perché siamo due liocorni maschi innamorati? Forse ti vergogni di averci a bordo?</p>
<p>Il capitano impallidì, e alzò lo sguardo al cielo.</p>
<p>&#8211; Come potete dire questo? Io vergognarmi di due liocorni maschi? Avete idea di chi è il vero, unico, Altissimo conducente di questa nave?</p>
<p>&#8211; Certo – risposero i due – e sappiamo benissimo anche come la pensa. Credi forse che non siamo aggiornati? Ti sbagli Noè, anche noi siamo figli suoi. In teoria, ci ama quanto ama te. Dai facci salire e chiudiamo un occhio sull&#8217;argomento. Per ora.</p>
<p>&#8211; Mi state ricattando! Mi state ricattando! Forse oggi avrete la vostra sopravvivenza, ma non crediate che questa storia finisca qui! Oggi stesso sentirò l&#8217;Altissimo, e credetemi se vi dico che mi darà regione!</p>
<p>Noè lanciò bruscamente due salvagenti in acqua, e ad essi attaccò due robuste corde.</p>
<p>&#8211; Oreste! Dov&#8217;è Oreste? Possibile che ogni volta che serve a qualcosa non si trovi? Maledetto servo opportunista, Oreste!</p>
<p>Cercando di non farmi pizzicare, uscii dal nascondiglio e corsi a tirare le corde con forza. Sul viso dei liocorni, che avevano mollato la pianta e si erano gettati nelle acque gelide, leggevo uno strano, arcano sorriso soddisfatto.</p>
<p>Quando furono a bordo, e solo l&#8217;Altissimo sa quanto erano inzuppate d&#8217;acqua le due bestie, Noè si ricordò di non aver più locali disponibili.</p>
<p>Pensò dunque di spostare le tigri, che per ragioni di sicurezza aveva messo in una gabbia isolata. Queste si lamentarono, e avevano le loro ragioni.</p>
<p>&#8211; Ma nella nuova gabbia ci sono già le zanzare!</p>
<p>&#8211; Non me ne frega un cazzo! &#8211; rispose con rabbia il capitano – fatevene una ragione, giocate a qualcosa, inventatevi una nuova specie, ma non mi creiate nuovi problemi, sono stato chiaro?</p>
<p>Solo allora si calmò. Entrato finalmente nella stiva ed asciugatosi con l&#8217;aiuto della moglie, richiuse la botola che dava accesso all&#8217;esterno e giurò di non riaprirla per quaranta giorni.</p>
<p>&#8211; Oreste &#8211; mi disse con voce pacata dopo essersi guardato in giro – porta quei due viziosi nella gabbia isolata, laggiù dove stavano le tigri. Spiega loro che qui non siamo nel boschetto sulla collina, e che preferiremmo tutti che non giocassero a fare gli innamorati. Ma ti prego, usa le parole giuste, cerca di comportarti come sempre, fai come se fosse tutto normale. Vedi, sono in una situazione complicata. Ho una dignità da difendere, ma anche moglie e figli: non posso perdere questo lavoro, capisci?</p>
<p>Mentre accompagnavo i due liocorni nella loro stanza, vidi la moglie di Noè che guardava suo marito senza dire una parola. Aveva le rime della bocca rivolte verso il basso, gli occhi si erano fatti sottili, e la sua testa si muoveva ritmicamente a destra e a sinistra.</p>
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