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	<title>francesca fiorletta &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sentimi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/05/19/sentimi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 May 2018 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[feltrinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Staffa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Sentimi]]></category>
		<category><![CDATA[Tea Ranno]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Staffa Sentimi, un appello, un’esortazione, un imperativo. Sentimi è l’invocazione liturgica di un rituale celebrato nel tempo extra-ordinario della notte, in cui le “manifestazioni oniriche” si fanno “vita” perché sono esse stesse vita. È un tempo “che era diverso da quello dell’orologio. Un tempo senza minuti e senza ore, con l’andare e il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Staffa</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-73483" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/038978889342HIG_9_227X349_exact-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" /> <i>Sentimi</i>, un appello, un’esortazione, un imperativo.</p>
<p><i>Sentimi </i>è l’invocazione liturgica di un rituale celebrato nel tempo <i>extra-ordinario</i> della notte, in cui le “manifestazioni oniriche” si fanno “vita” perché sono esse stesse <i>vita</i>. È un tempo “che era diverso da quello dell’orologio. Un tempo senza minuti e senza ore, con l’andare e il venire delle epoche una dentro l’altra. Il tempo senza tempo delle storie [&#8230;] in cui tutto può coincidere e sovrapporsi”. Il tempo del mito e quindi del rito che lo ripropone. Ed è un vero e proprio rito quello che si realizza nel romanzo, dove le anime si raccontano per ricostruire la propria identità, per ottenere il proprio riscatto e rappacificarsi con la collettività di appartenenza. <span id="more-73482"></span></p>
<p>Sono donne, queste anime che a tratti si dischiudono dalla nebbia di cui sono il <i>corpo</i>. Sono donne che portano una pena, che tutti hanno deriso e su cui sono nate dicerie insulse e malevole, su cui, per dirla con Primo Levi, “tutti scaricano i loro mali umori e il loro desiderio di nuocere”. Sono donne <i>uccise</i> nel proprio <i>rimorso</i> e che, come se punte da un’immaginaria <i>lycosa </i>o da un <i>latrodectus</i>, sentono il pungolo di quel <i>morso</i> manifestato nella <i>s-mania</i> di “parlare finalmente”. “[&#8230;] Pure a me m’abbrusca sulla bocca quello che ti voglio dire” dice impaziente una delle voci che vuole essere ascoltata e narrata e, “sbracciata, scapigliata”, si fa “largo tra la folla” come una <i>tarantolata</i> pronta per la sua <i>terapia </i>coreutico musicale. Ma a differenza delle <i>donne</i> di De Martino, non ci sono violini o tamburelli a scandire il ritmo; qui, la catarsi passa attraverso le parole. Parole pronunciate, ascoltate e trascritte. Quel <i>verbo</i> da cui tutto principia e che è alla base dell’agire. Quel <i>verbo </i>de <i>li cunti</i>, i racconti che <i>insegnano</i>, che <i>educano</i>, che <i>distinguono </i>i valori dai dis-valori e che trovano origine nella cultura vernacolare di cui la nostra tradizione è ricchissima, mantenendo saldo quel filo che ci lega alle nostre radici.</p>
<p>La signora con il taccuino sembra essere al centro di una ragnatela intenta a tessere le narrazioni di queste <i>Menadi</i> cucendole insieme in una trama perfetta. Ed è così che la frenesia di queste anime trova il giusto ritmo, che le loro storie apparentemente parziali, esclusive e degne di nota, trovano una dimensione corale componendo un’unica storia: quella della redenzione, quella della salvezza. Tutte (o quasi) queste donne concorreranno con le loro gesta a decretare il destino di Adele, figlia della colpa e perciò emblema di <i>quel</i> femminile già sancito a livello patriarcale e biblico dalla figura di Eva.</p>
<p><i>Sentimi </i>è l’orazione di un coro di voci orchestrata magistralmente dalla penna eccezionale di Tea Ranno, è un inno alla vita scandito dal latrare di una muta di cani (la <i>caccia selvaggia</i> di Ginsburghiana memoria?). Muta di cani che, forse, rappresenta l’originale <i>ri</i>&#8211;<i>morso</i> del romanzo. Sono proprio loro a sbranare e deturpare quella che, a mio avviso, risulta essere l’emblema della donna ripudiata, sottomessa, annullata in quanto <i>diversa </i>da quel <i>maschile</i> che non può far altro che desiderarla, possederla e addomesticarla perché mai potrà <i>raggiungerla</i> né comprenderla. Allora la sminuisce, la rende debole e la condanna alla sofferenza perpetua. Ma Cinzia, questo è il nome della donna che, nuda, ha voluto sfidare il <i>potere del maschio</i>, ha sconfitto questa condizione e, nuda sull’altare “dove l’ostia si fa Gesù Cristo e il vino si fa sangue suo”, ha redento tutte quelle sorelle che hanno subito, subiscono e subiranno la sua stessa sorte. Seppur <i>mascherata</i> da divagazione, la storia di questa donna, credo, sia la più potente dell’intero romanzo. Quella che condensa una condotta troppo spesso tollerata e considerata giusta. Una condotta dalla quale ci dovremmo affrancare definitivamente, rendendo universale il monito che l’appello di <i>Sentimi</i> ci grida con urgenza e passione, perché l’atto di redenzione sia salvifico non solo per le protagoniste del romanzo, ma per chiunque abbia la <i>forza </i>di accoglierlo.</p>
<p><i>Sentimi</i>, infine, è un inno alla <i>Puisia</i>, sia essa composta da <i>sante</i> o <i>buttune</i>, <i>dannati</i> o <i>beati</i>, ché “U cielu è chino ‘i puisia [&#8230;] L’anciuli su’ puisia. U ventu è puisia. I manu to’ ca trafichiunu su’ puisia”. La penna di Tea Ranno è Puisia.</p>
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		<title>Cometa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/05/13/cometa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 May 2018 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Cometa]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Merlini]]></category>
		<category><![CDATA[Gregorio Magini]]></category>
		<category><![CDATA[Neo Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gabriele Merlini Non lavorare. Non aspettare. Non invecchiare. Questi «i tre comandamenti dell&#8217;ebrezza» in cui ci imbattiamo a circa un decimo della lettura: fidandomi abbastanza dell&#8217;autore, li prendo per buoni. Però l&#8217;ebrezza sembra che sia uno stadio più o meno passeggero ed è complicato esimersi dall&#8217;avere una professione, evitare ogni forma di attesa o [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gabriele Merlini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73661 size-thumbnail" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Copertina-COMETA-Gregorio-Magini-Neo-Edizioni-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Copertina-COMETA-Gregorio-Magini-Neo-Edizioni-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Copertina-COMETA-Gregorio-Magini-Neo-Edizioni-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></p>
<ol>
<li><i></i><i>Non lavorare.<br />
</i></li>
<li><i></i><i>Non aspettare.<br />
</i></li>
<li><i></i><i>Non invecchiare.<br />
</i></li>
</ol>
<p>Questi «i tre comandamenti dell&#8217;ebrezza» in cui ci imbattiamo a circa un decimo della lettura: fidandomi abbastanza dell&#8217;autore, li prendo per buoni.<br />
Però l&#8217;ebrezza sembra che sia uno stadio più o meno passeggero ed è complicato esimersi dall&#8217;avere una professione, evitare ogni forma di attesa o assicurarsi l&#8217;eterna giovinezza. Allora meglio affrontare il naturale corso delle cose utilizzando altre modalità tra quelle proposte al lettore dai personaggi di <i>Cometa</i>, seconda prova narrativa di Gregorio Magini per <i>NEO edizioni</i>: ironia, disincanto, una strana forma di passione e slancio verso faccende più o meno assurde. Talvolta sobri, mediamente imprigionati nelle proprie ossessioni, riflessivi. <span id="more-73660"></span><br />
Gli anni dell&#8217;infanzia e l&#8217;adolescenza, la prima età adulta, il liceo, l&#8217;università, le relazioni sentimentali, le scelte occupazionali e le passioni di una variegata, caotica umanità a diramarsi nel corso di tre decadi di storia. Esperienze riconducibili sotto vari aspetti a colui che le ha messe su carta quindi poco usuali ma, c&#8217;è da augurarselo, buone per dirci qualcosa di sensato sul periodo che stiamo vivendo. (Ai tempi ci saremo aggrappati al termine <i>Bildungsroman </i>e forse ancora calza però, annusando la repulsione dei protagonisti di <i>Cometa </i>per le schematizzazioni, la pignoleria e il sarcasmo che dimostrano, meglio mettere da parte le classificazioni e andare nello specifico evitando scivoloni dei quali poi pentirsi è un attimo.)</p>
<p>La prima parte di <i>Cometa </i>si intitola <i>Pseudologia fantastica </i>e già questo aiuta a definire un paio di faccende degne di nota ossia l&#8217;infanzia, per chiunque desideri riviverla a distanza di anni, inevitabilmente si ripresenta sospesa, un materiale fumoso ma dettagliato, una mitologia inquietante di fatti verificabili, reali e fittizi. Un memoriale, la <i>Pseudologia fantastica</i>, in cui si mescolano i primi ricordi sessuali di un neonato – accaduti o meno, poco importa – alle peripezie che ogni bambino vive durante le elementari. Il rapporto con il compagno ritardato, i momenti ludici, gli spogliarelli nei bagni oppure in classe – «normalmente avremo passato il tempo a scambiarci le figurine parlando di Top Gun, e giocando a mosca cieca o al Mago Mangiafrutta. Invece&#8230;» – con dinamiche familiari complesse, filtrate dagli occhi inesperti ma non semplicistici di un preadolescente destinato nel breve a cambiare radicalmente pelle («avevo sempre odiato quelli che si vestivano come Rimbaud, tuttavia mi dissi: se c’è qualcosa che non va, non puoi cercare la soluzione nelle cose che ti piacciono, perché sono le cose che già fai. L’unico modo per superare se stessi è fare qualcosa che ci fa schifo.»)<br />
L&#8217;entrata in scena della coscienza civica, il liceo e la facoltà – «la politica dal basso, a cavallo del millennio, era divertente» annuncia un membro del <i>FAP </i>o <i>Frenocomio Autogestione Perenne </i>– poi la laurea. L&#8217;abbandono del nido, l&#8217;epopea dei viaggi e le salutari musate in giro per il continente. «Mi restava solo una certezza: il futuro era nell&#8217;Europa. Annunciai al nonno che partivo per il Gran Tour della fica. Mi diede un bacio in fronte e mi alzò la paghetta da ottocento a mille e duecento euro al mese.»</p>
<p><i>Anelli di crescita</i>, la parte successiva del testo, è insieme uno sviluppo della <i>Pseudologia fantastica </i>e una svolta, specie per il peso crescente di tematiche personali e al tempo stesso universali: computer, MS-DOS, programmazione, <i>Lotus 1 2 3 </i>– «perché si chiamano dischetti se sono quadrati?» –, videogiochi (non male l&#8217;esergo da <i>Monkey Island</i>: «premi CTRL + W per vincere», efficace metafora del presente.) Attorno ai protagonisti il mondo dei progressivi miglioramenti tecnologici che dal Commodore 64 ci hanno condotto alla rete, ai social e le app, entità immateriali vive e pulsanti utilizzabili come grimaldello per forzare nella storia il limite tra reale e fantastico e, persino nei brani in cui <i>Star Trek</i>, <i>Wing Commander</i>, <i>Space Quest III </i>potrebbero apparire semplici fondali ludici, eccellenti strumenti per delineare il pollaio dei trenta-quarantenni cui ancora abitiamo, un virtuoso mix tra nostalgia del passato e proiezioni nel futuro.<br />
Frasi che spingerebbero qualsiasi lettore a fermarsi pensieroso cercando un dizionario adeguato – «scrisse uno scraper in grado di quantificare l&#8217;impatto attrattivo/repulsivo generato da un commento su Slashdot, mappando i grappoli di thread su un toy model gravitazionale semiclassico» – ma che in <i>Cometa </i>funzionano per una caratteristica ammirevole sebbene rara nella gran parte delle lettere nostrane: la certezza di quanto prendersi troppo sul serio sia uno sport assurdo e, al netto delle disquisizioni, ancora l&#8217;ironia rimanga cosa buona se usata con cervello.<br />
(«La regola che mi sono dato è non cercare mai di fare ridere» mi spiega Magini, a occhio stiracchiando le gambe sotto il microscopico tavolino. «Cioè sfrutto il mio umorismo involontario.» Ovviamente non gli credo. «Me l&#8217;hanno detto gli altri che <i>Cometa </i>fa anche ridere, io non me ne ero accorto quando scrivevo.» Piccola pausa. Temo sia evidente il disappunto. «Diciamo che quando mi hanno fatto notare che era un libro buffo ho iniziato a valorizzare gli aspetti buffi, ma senza capire a mia volta perché erano buffi.»)</p>
<p>Ironia e ricerca, <i>plot </i>solido e flusso di coscienza, <i>Cometa </i>sceglie di misurarsi con più registri e ne esce meritoriamente integro; un romanzo ancorato al reale ma non solo – il virtuale, come ogni ossessione, può inglobare e cambiare prospettive salvo poi risputarti a terra con violenza – diretto e ricercato (i capitoli rimanenti si chiamano <i>Epidharmide</i>, <i>Storia di un corpo umano </i>e <i>Entropussy.</i>) Un lavoro nel quale la rilettura dei modelli letterari – il <i>memoir </i>che sfocia nell&#8217;immaginifico, le digressioni, le contaminazioni new-weird e il grottesco humour delle <i>bizzarro fiction </i>anglosassoni – non è puro esercizio di stile ma punto di partenza per sperimentare forme di narrazione che, almeno da queste parti, davvero suonano nuove e, in periodi di prove letterarie sbandierate ovunque come rivoluzionarie, senza dubbio preziose.</p>
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		<title>Un luogo di sosta e di pensiero</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/05/08/un-luogo-di-sosta-e-di-pensiero/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 May 2018 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Camminare]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Bernhard]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Morelli Non tanto nei contenuti quanto nella forma, o forse meglio nella ‘dizione’, la lettura dei libri di Thomas Bernhard ci appare ogni volta come l’incontro con una mente molto simile, e in quell’incontro c’è qualcosa di autorevole. Se, come affermano gli scienziati il divagare è il modo basilare della mente umana, vale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-73690" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/226e3e38dbdfc1d3d6ad90ee18c4258e_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy-178x300.jpg" alt="" width="178" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/226e3e38dbdfc1d3d6ad90ee18c4258e_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy-178x300.jpg 178w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/226e3e38dbdfc1d3d6ad90ee18c4258e_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy-160x269.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/226e3e38dbdfc1d3d6ad90ee18c4258e_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpg 240w" sizes="(max-width: 178px) 100vw, 178px" />Non tanto nei contenuti quanto nella forma, o forse meglio nella ‘dizione’, la lettura dei libri di Thomas Bernhard ci appare ogni volta come l’incontro con una mente molto simile, e in quell’incontro c’è qualcosa di autorevole. Se, come affermano gli scienziati il divagare è il modo basilare della mente umana, vale a dire l’andamento naturale del pensiero sul quale si innesta o si innerva tutto il resto, dalla concentrazione all’attenzione, dai calcoli ai bei ragionamenti, leggere i libri di Bernhard può somigliare a un allenamento, a dimostrare di fatto come la narrazione non sia tanto l’orpello culturale quanto invece stia lì fin dall’inizio e per necessità.<br />
Per ottenere il risultato però il libro deve contenere una voce, vale a dire quel congegno infallibile che in letteratura ci riporta ogni volta al remoto, al condiviso, alla parte universale della nostra mente. Un piccolo esempio ma mirabile lo troviamo in <i>Camminare</i> (il titolo originale <i>Gehen</i> è ancora più perentorio, tradotto con gusto ed acribia da Giovanna Agabio), un testo del 1971: 125 pagine fluenti con appena tre o quattro capoversi.<br />
“Camminare con Karrer è stato un susseguirsi ininterrotto di processi di pensiero, dice Oehler, che spesso abbiamo sviluppato a lungo l’uno accanto all’altro e poi d’un tratto abbiamo concluso in un qualche luogo <i>di sosta </i>o luogo <i>di pensiero</i>, ma per lo più in un preciso luogo di sosta e di pensiero.” Nel libro, che è a sua volta tale luogo di sosta e di pensiero la vicenda di cui si discute si chiarisce man mano, forse allo stesso autore e sempre traverso le sonorità. C’è un gruppo di amici che sono soliti camminare in una città austriaca, sempre più o meno sugli stessi itinerari, nella nostra provincia si direbbe le stesse ‘vasche’, finché uno di loro impazzisce, anzi è già impazzito prima che il libro si fermasse a raccontare: “Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì”. Questo il decisivo inizio, questa l’accordatura che ci viene proposta. Una volta che gli abbiamo accordato l’orecchio ci viene fornito il resoconto dei fatti occorsi attraverso le voci dei protagonisti, appena appuntate o mediate da quella del narratore sulle varie tonalità, con l’uso dei corsivi ad esempio.</p>
<p>Potrebbe essere una chiacchiera cerimoniale se l’autore, e i suoi personaggi in conseguenza non fossero affetti da un’intelligenza quasi viziosa per come somiglia a un residuo, a un brandello della razionalizzazione cartesiana, vale a dire un apparato da sovrapporre alla propria mente per cercare sempre inutilmente, disperatamente, di tentare di dare un ordine qualsiasi al mondo. Nel groviglio dei discorsi che si intrecciano, nelle attribuzioni dissociate possiamo seguire la meccanica del pensiero che come avvertiva Leopardi coincide con l’azione incessante del desiderio, ed è volontà sempre inefficace. E si scopre allora che è l’incertezza che ci fa cominciare a pensare, ci garantisce ampio terreno e anche la costante presenza dell’errore.</p>
<p>Il tentativo è quello di fare del camminare e del pensare “<i>un unico processo totale</i>“, un solo esercizio, ovviamente fallimentare. È già il linguaggio la spia di questo fallimento, nel parlare, ci suggerisce Bernhard in tutti i suoi libri, sembra esserci qualcosa come il gesto reattivo di qualcuno che si sente escluso. Eppure dobbiamo continuare a camminare per poter pensare, nei personaggi c’è questa urgenza. Camminare e pensare fanno parte dello stesso esercizio, ma anche scrivere e, a questo punto, leggere. “Camminiamo con le nostre gambe, diciamo, e pensiamo con la nostra mente. Ma potremmo anche dire che camminiamo con la nostra mente” (sarebbe interessante comparare il medesimo esercizio, e ancora più decisivo, in Robert Walser).</p>
<p>Irrequieto, ripetitivo, ossessivo come una mente che deve rispondere in modo obbligato se non compulsivo agli impulsi continuati che le provengono dall’esterno quanto dall’interno, e mostra per questo ostensivamente il suo “stato di sfinimento”, “una tensione nervosa incredibile, quasi intollerabile” che è già pazzia prima che ne assuma le forme ridicole, maniacali, grottesche. Irritabile, vulnerabile, è una partitura che immaginiamo improvvisata ogni volta, e invece non c’è niente di più stabilito secondo leggi ferree: “<i>Se noi ci immaginiamo una condizione mentale</i>, una qualsiasi, siamo in questa condizione mentale e quindi anche nella condizione patologica che immaginiamo, <i>in ogni condizione in cui ci immaginiamo di essere</i>”.</p>
<p>È la mistura di folle e oltraggiosamente comico che forma l’andamento quotidiano delle nostre attività mentali, anche se la nostra presunzione è di estrema serietà e sanità, giacché “l’arte della riflessione consiste nell’arte, dice Oehler, di interrompere il pensiero esattamente prima dell’attimo letale”. E di questo ancora, nell’evoluzione, non siamo stati capaci.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Notturno salentino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 May 2018 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[estratto]]></category>
		<category><![CDATA[Federica De Paolis]]></category>
		<category><![CDATA[mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[Notturno salentino]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Federica de Paolis Una masseria in Salento, una festa, estate. Una Puglia arsa dal sole, meravigliosa e impenetrabile, colonizzata da ricchi milanesi e romani e dalle loro case di villeggiatura, abitata da personaggi astuti e imprevedibili. Appena edito da Mondadori, &#8220;Notturno salentino&#8221;, il nuovo romanzo di Federica De Paolis. Di seguito un estratto. Ero [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Federica de Paolis</strong></p>
<p><em>Una masseria in Salento, una festa, estate. Una Puglia arsa dal sole, meravigliosa e impenetrabile,<br />
colonizzata da ricchi milanesi e romani e dalle loro case di villeggiatura, abitata da personaggi astuti e<br />
imprevedibili.<br />
</em>Appena edito da Mondadori, &#8220;Notturno salentino&#8221;, il nuovo romanzo di Federica De Paolis. Di seguito un estratto.</p>
<p><em><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-73486" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/COP_De-Paolis_Le-geometrie-familiari_NARRATIVE_140x215-bross-195x300.jpeg" alt="" width="195" height="300" /></strong></em></p>
<p>Ero ferma sotto al patio, il sole filtrava tra gli ulivi, e nonostante l’estate incandescente del Salento tra le foglie frusciava un’aria azzurra. La mano mi tremava. Per quanto non si trattasse di un vero e proprio furto, se Antonio Locandido mi avesse visto intascarmi il suo cellulare sarei morta di vergogna. Immobile, osservavo la porta chiusa della camera di Cynthia, la nostra tata nigeriana che da due anni viveva con noi a Roma, stipata in una stanza di sei metri quadri nella quale snocciolava le sue ore libere guardando il soffitto. Ora era chiusa nella sua camera con Antonio: aveva cominciato a flirtare con il ragazzo salentino da qualche settimana; lui era il fabbro che stava costruendo il cancelletto della nostra casa, un bamboccio di una trentina d&#8217;anni, un metro e ottanta di testosterone che girava con un pastore tedesco, osservando il mondo femminile come se potesse succhiarlo e sputarlo in un solo colpo. Ero ferma davanti alla porta, e come un cecchino guardavo il cellulare di lui poggiato sul tavolo nel patio: bastava fare due passi, allungare la mano e appropriarmene; per scherzo, per vendetta.<span id="more-73485"></span></p>
<p>Antonio aveva la faccia tosta di lasciare il telefono in bella vista ogni volta che si chiudeva in camera di Cynthia: non voleva essere disturbato mentre faceva l’amore, lasciava un testimone chiaro della sua presenza. Marcava il territorio. Come se non bastasse, aveva l’ardire di fare il cascamorto anche con me &#8211; &#8220;Signora che gambe longhe… bastano tre passi che arrivi allu paese!&#8221; mi aveva detto un giorno. Rideva, rideva sempre, mentre i suoi affilati occhi neri si insinuavano nel corpo delle donne. Non era stupido, sapeva fin dove poteva spingersi. Con me si limitava alle battute, ma con Klara, la giovane polacca che mi stava aiutando a sistemare la casa in cambio della vacanza, si era spinto ben oltre. L&#8217;aveva invitata fuori il quarto giorno che eravamo arrivate nella casa di villeggiatura, una cena in piena regola che però aveva deluso le aspettative della ragazza. Lei era tornata lamentandosi che Antonio era fidanzato, la voleva <i>scopare</i> e basta. Klara era cattolica, nevrotica, bionda platino e intransigente: il contrario di Cynthia, una suadente ventottenne con un corpo mozzafiato, morbida di gesti e di animo, che galleggiava i giorni cantilenando le sue nenie africane. Antonio e Cynthia si erano avvistati da subito, mentre lui lavorava nel giardino: erano sguardi precisi e sessuati, e Antonio non si era neanche scomodato a invitarla fuori. Dopo settantadue ore di adocchiamenti aveva cominciato ad avvicinarsi, era salito sul terrazzino della sua stanza; due battute erano bastate a farlo scavalcare, entrare nella sua camera e dentro di lei. Mi domandavo se la natura degli avvicinamenti avesse a che fare con la disponibilità di Cynthia, oppure con il fatto che fosse di colore. Questo pensiero mi dava ai nervi: in Salento percepivo un pregiudizio razziale molto forte, che veniva accentuato ulteriormente dalla presenza di Klara, una filo nazista con il mito di Hitler. Le sue idee politiche echeggiavano nel suo impeccabile italiano con scelte mirate, <i>i froci, i negri, quei bastardi degli ebrei</i>.  Girava alla larga da Cynthia e se era nella stessa stanza la ignorava; all&#8217;inizio della vacanza, con aria complice, mi aveva detto: «Non senti un odore strano?» Sapevo che si riferiva alla pelle di Cynthia e la battuta era stata l&#8217;occasione per mettere le cose in chiaro. «Klara, il tuo orientamento politico non mi riguarda, sono fatti tuoi, ma qui non voglio storie, ci siamo capite?»</p>
<p>Lei aveva assentito, guardandomi con i suoi occhi acquamarina bistrati dall’eyeliner; taceva poiché non era nella posizione di potersi ribellare.</p>
<p>Se Klara si fosse accorta che Cynthia e Antonio avevano iniziato a frequentarsi, probabilmente avrebbe aggredito Cynthia, forse sarebbe addirittura andata via, e io avevo bisogno di lei. Non mi sentivo nelle condizioni di poter sindacare il comportamento di Antonio, i suoi giochetti da playboy, tanto meno discettare con Cynthia sull’incontro con il ragazzo, ma ero arrabbiata. Sottrargli il cellulare mi dava la sensazione di parlare la<i> loro</i> lingua. Non avrei detto nulla, solo fatto sparire il telefono, per sancire il mio potere. Forse, però, lui avrebbe potuto pensare che a farlo fosse stata Klara. Era un rischio da correre: volevo allontanare Antonio, volevo punirlo. Soprattutto perché ora Cynthia era cambiata, distratta e turbata dalle effusioni del ragazzo, che intimamente le invidiavo.</p>
<p>Provavo una profonda gratitudine per quella donna che viveva con me e si occupava della mia economia domestica e affettiva, amando i miei figli in modo incondizionato. Nelle sere in cui restavamo sole, anche a Roma, si creava una profonda complicità femminile: lei lavava i piatti mentre io fumavo una sigaretta appollaiata accanto alla finestra della cucina, e mi raccontava le incredibili storie della sua famiglia. Era cresciuta in un paesino nigeriano vicino Benin City, e i genitori erano stati uccisi dalla vita: la madre partorendo l’ultimo figlio, in bagno (aveva quarantatre anni) mentre il padre si era lasciato morire, smettendo semplicemente di bere, mangiare, sognare. Lei era la più grande di sette fratelli: vivevano in una casa di paglia e calcestruzzo, i genitori e i nonni erano seppelliti sotto il pavimento, i morti dovevano restare vicini, erano spiriti benevoli, angeli del sottosuolo. Le storie di Cynthia ridimensionavano, al confronto, la depressione borghese di dover crescere due bambini – Marta e Tito – che erano così piccoli, senza parole, solo intesa: gorgoglii, pannolini e ninne nanne.</p>
<p>Avevo appena perso mia madre, dopo un cancro sfiancante che l’aveva ridotta uno scheletro, il cervello tempestato da metastasi che occupavano i suoi pensieri un tempo così cristallini. Era stata una grande psicanalista. Il tumore aveva colpito il <i>suo</i> organo principe: una nemesi, uno scherzo del destino. Cynthia si era presa cura anche del mio lutto fresco: mi portava una camomilla a letto, chiudeva la porta salutandomi con la sua manina d’ebano: «Buonanotte Ma’, riposa bene che domani bimbi vogliono te.» Quell’estate finiva il primo anno di lutto, e Cynthia mi aveva “curata” per dodici mesi: parole, gesti, piccoli pensieri; adesso era chiusa in camera con Antonio, e aveva smesso di parlarmi. Si era trasformata in un’ombra come quando Boris tornava dai suoi viaggi: si sfilava in punta di piedi dalle nostre consuetudini, lasciava il posto a lui, lo chiamava signore. Eppure ora lui non c’era e lei mi ignorava: era partito, lasciandomi con due bambini piccoli, una casa appena comprata da sistemare, il cuore rotto per la sua ennesima assenza, e Cynthia era risucchiata dal suo flirt, dagli andirivieni occasionali di Locandido.</p>
<p>Se gli avessi preso il cellulare, se lo avessi buttato in un campo, per un po’ non avrebbero potuto comunicare, avrei reso meno facili i loro incontri, liberato la mente da quella storia che stava diventando un’ossessione. L’assenza di Boris mi spingeva a concentrarmi su di loro: sentivo la sua voce ronzarmi nell’orecchio e rimproverarmi ogni volta che avanzavo verso il telefono fino a sfiorarlo. Posavo la mano sullo screen-saver che si illuminava, sorprendendomi: sopra c’era una foto di Antonio in piedi accanto al suo cane, Zinzulusa. Tutti e due fissavano l’obiettivo, fissavano me. Gli occhi di Antonio mi facevano paura, una paura inspiegabile che mi assaliva anche di notte, in giardino.</p>
<p>Quando avevo acquistato la casa in Salento, l’avevo fatto con l’intento di ritrovare un briciolo di entusiasmo e scrollarmi di dosso quelle meteore di tristezza che mi avevano ingrigito la pelle, sbiancato la radice dei capelli, risucchiato il corpo. Sognavo che quella casetta imprigionata negli ulivi e nel canto delle cicale potesse rappresentare una rinascita coniugale per me e Boris: mentre i piccoli scorrazzavano liberi nel grande giardino e Cynthia li seguiva lisciando le sue trecce di nylon io e Boris – pensavo &#8211; avremmo ritrovato la nostra intimità. Invece lui era ripartito per l&#8217;ennesima volta. E al suo posto, accanto a me, si erano sistemate la paura, la solitudine, l’alienazione: occupavo le mie giornate a controllare Antonio e Cynthia.</p>
<p>Boris organizzava tour musicali in Asia, i suoi appuntamenti coincidevano con momenti cruciali dell&#8217;anno, Natale, Pasqua, Agosto: era sempre tempo di concerti. Ero furiosa con lui. Anche grazie all’eredità di mia madre avrebbe potuto tranquillamente rinunciare a qualche tour, e invece avevo la sensazione costante che mi sfuggisse. Non che mettesse il lavoro prima della famiglia, no: una sensazione più dolorosa. Come se avesse bisogno di partire costantemente per ossigenarsi, tirare il fiato.</p>
<p>Le sue fughe mi rabbuiavano, dall’inizio della nostra storia. In principio, lavoravo per una società che si chiamava <i>Il Pensiero scientifico</i>: correggevo bozze di manuali di medicina, non era un lavoro straordinario ma mi garantiva un’autonomia economica e mi mischiava alla vita: l’ufficio, i colleghi, le uscite di casa. Poi, con la nascita dei bambini, avevamo deciso che avrei potuto abbandonare il lavoro. Boris aveva insistito. Le sue assenze erano divenute più frequenti e insopportabili. Lui mi colpevolizzava, diceva che mi comportavo come una bambina, che il nostro amore era di cemento; ma la sua malta non mi bastava. Spesso, anche quando era presente, era capace di nebulizzarsi: ore con gli occhi nel telefono o immersi nelle serie televisive (l’oppio del XXI secolo), nel bombardamento telematico delle notizie online, mai <i>abbastanza </i>su di me. Quell’estate – più di sempre &#8211; mi sembrava stesse mancando l&#8217;appuntamento con la nostra relazione, sfuggendo alla riconquista di noi stessi. E mi ero ritrovata sola, con due donne di servizio che si detestavano, l’elaborazione del lutto, i miei figli imbizzarriti per l&#8217;assenza del padre, la paura e le notti insonni con le orecchie tese a cogliere ogni minima mossa di Locandido: il suo arrivo in bicicletta, i passi mischiati a quelli del suo pastore tedesco, il sassolino che batteva sul vetro di Cynthia. Mi affacciavo alla finestra per guardarli; lei che scivolava fuori dalla stanza con una camicia da notte grande come un fazzoletto, la pelle scura che s&#8217;intravedeva sotto la stoffa sintetica e trasparente, lo scatto energico di lui che si arrampicava per avvicinarla. Sentivo il fastidio di quell’intrusione in casa mia e al tempo stesso l’invidia per quegli incontri clandestini: immaginavo i corpi che si toccavano senza bisogno di parole, l’eccitazione, l’urgenza del desiderio, tutte sensazioni che non provavo più.</p>
<p>La mia relazione con Boris era iniziata otto anni prima: eravamo ossidati dalla quotidianità, sprofondati nel ruolo di genitori, incarcerati nella routine. Temevo i suoi viaggi, ero gelosa anche solo del fatto che avrebbe dormito in alberghi a cinque stelle svegliandosi senza bambini piagnucolanti davanti allo skyline di Shangai, terrorizzata che mi tradisse. Pensavo che se non fosse partito, non mi sarei ritrovata a seguire le mosse di Cynthia e Antonio come un segugio. Mi appostavo di notte vicino alla stanza di lei e restavo a guardare il telefono di Locandido illuminarsi nell’oscurità, fantasticavo che altre donne lo stessero cercando, immaginavo la sua vita erotica, rimpiangevo la mia giovinezza. Quel giorno era addirittura riuscito a intrufolarsi nella stanza di Cynthia all’ora di pranzo – senz’altro sapeva che sarei uscita – e lei, la <i>mia</i> ragazza, non aveva avuto neanche il riserbo di farlo arrivare dopo.</p>
<p>«Io vado&#8230;» bisbigliai, fuori dalla sua stanza. I bambini riposavano.</p>
<p>«Esco, Cynthia&#8230; Mi senti?» insistei avvicinandomi all&#8217;uscio.</p>
<p>«Sì, Ma&#8217;&#8230;» La sua testa reclinata sbucò dalla porta, le lunghe trecce oscillavano nella calura, gli occhi impastati di oscurità batterono a contatto con la luce. Aveva la bocca piena dei baci di Antonio, avrei voluto gridarle: “Non voglio quell’uomo dentro casa mia”. Invece dissi: «Torno tra un paio d&#8217;ore.»</p>
<p>Assentì, come se la cosa non la riguardasse.</p>
<p>Quando chiuse la porta afferrai il cellulare di Locandido, con una rapidità e un sapore di vendetta che non conoscevano ragionamenti, non valutavano conseguenze. Camminai a passo sostenuto verso la masseria, il sole che splendeva alto: all’inizio mi sentii pervasa da un panico sottile, pensai che ero stata imprudente e anche sciocca, poi, man mano che mi allontanavo da casa, mi calmai. Quando fui alla giusta distanza presi il cellulare: ebbi la tentazione di intrufolarmi nella vita di Antonio; se non ci fosse stato un codice di sicurezza, avrei letto i messaggi, guardato le sue foto, mi sarei appropriata dei suoi segreti. Volevo un vantaggio su di lui. Rimasi a fissare la sua immagine sullo screen-saver: il suo giovane corpo era della stessa pasta di quello del suo cane, atletico, i tendini e le cartilagini in rilievo. Non avrei mai potuto affrontare Antonio a parole, era un maschio alfa, un ragazzino con la faccia da schiaffi. Avevo fatto bene a rubare il telefono; era un monito preciso, un modo per fargli capire che, a comandare, ero io. Solo io.</p>
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		<title>Le assaggiatrici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 May 2018 05:00:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[cibo]]></category>
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		<category><![CDATA[Le assaggiatrici]]></category>
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		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Staffa Le assaggiatrici, dieci giovani donne che ogni giorno entrano nella tana del lupo per assicurare che il grande dittatore non muoia avvelenato. Dieci cavie che attraverso il loro corpo garantiscono la salvaguardia del corpo del lupo e con esso quello del corpo sociale che lui rappresenta e ha creato. Dieci donne che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-73441" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Unknown.jpg" alt="" width="179" height="281" />di <strong>Francesco Staffa</strong></p>
<p><i>Le</i> <i>assaggiatrici</i>, dieci giovani donne che ogni giorno entrano nella <i>tana del lupo</i> per assicurare che il <i>grande dittatore</i> non muoia avvelenato. Dieci cavie che attraverso il loro corpo garantiscono la salvaguardia del corpo del <i>lupo </i>e con esso quello del corpo sociale che lui rappresenta e ha creato. Dieci donne che ingerendo cibo permettono la vita.</p>
<p>È tutto qui? Ovviamente no! Questo è solo uno dei livelli del romanzo di Rosella Postorino, ispirato alla vicenda di Margot Wölk, ultima sopravvissuta delle assaggiatrici di Hitler. L’autrice l’ha scoperta leggendo un trafiletto e quando è riuscita a trovare il suo indirizzo, intenzionata a incontrarla, ha avuto la triste notizia che nel frattempo la novantaseienne era deceduta. E probabilmente, non me ne voglia la povera Wölk, proprio questa è stata la <i>fortuna</i> del romanzo poiché Rosella ha potuto creare una narrazione di pura fantasia che le ha permesso di andare oltre la vicenda umana e scandagliare temi ben più profondi a partire da quello del corpo. Un corpo declinato in diverse sfumature: quello femminile, prima di tutto. <span id="more-73439"></span>Sono donne le assaggiatrici, sia perché gli uomini sono distanti, a combattere al fronte, ma soprattutto perché è il loro corpo che <i>naturalmente</i> garantisce il futuro, la vita appunto. E così, come crescono in grembo un figlio, allo stesso modo <i>assaggiano</i> il cibo che sarà destinato al Führer. Sono tedesche e “i Tedeschi amano i bambini”. Sono indispensabili, sono corpi che appartengono al Reich, sono <i>contenitori</i>, secondo la più beffarda e crudele visione paternalista. Sono corpi che non si ribellano, ma che per sopravvivenza obbediscono, rendendosi allo stesso tempo vittime e colpevoli, collusi a un regime che nel romanzo appare ferocemente folle nelle ossessioni del suo ideatore: come quella di ripopolare la foresta di ranocchi per permettere al lupo di poter dormire placidamente cullato dal loro gracidare. Ed è questa un&#8217;altra attestazione di forza della narrazione di Postorino: ridurre il regime non tanto alla sua <i>disumanità </i>(evocata nelle pagine dello sterminio), quanto alla sua <i>umana</i> demenza declinata nelle manie di Hitler che del resto non era un alieno. La guerra è lontana, se ne sentono solo gli echi; l’ambientazione è quella rurale e apparentemente pacifica che accende con sapienza le vibranti note della melodia ripetitiva di Heimatiana memoria. Scorrendo le pagine tornano, infatti, alla mente le immagini di quell’angolo di mondo che è la “piccola patria” di Reitz dove gli artigli della Storia lentamente affondano. E allo stesso modo affondano nel romanzo dove troviamo ancora un altro corpo, quello solidale che si viene a creare in situazioni di coercizione. Le dieci assaggiatrici si dividono in gruppi: da una parte le <i>esaltate</i> che indossano il <i>dirndl</i>, l’abito tipico austriaco, in onore del capo di stato, e sono quelle che ricevono premi per via del numero di figli di pura razza ariana che sono riuscite ad allevare; dall’altro c’è chi preferirebbe non salire ogni mattina sul pulmino, le donne che casualmente si ritrovano lì a sopravvivere. Però qualcosa le accomuna: la mancanza di scelta. Del resto non è contemplato che una donna si rifiuti di adempiere al volere di Hitler (e per estensione al volere dell’uomo?). È in questo secondo gruppo che figura Rosa, la narratrice che per assonanza possiamo confondere con l’autrice <i>Rosella</i>.</p>
<p>Rosa Sauer, la berlinese, la <i>straniera</i>, la donna che deve compiere un rito di passaggio per poter essere accettata dal gruppo. Un rito che sancirà il suo atto di ribellione: rubare il latte dal “corpo Reich” per darlo al “corpo gruppo” di cui vuole far parte. Un atto che non andrà a buon fine perché, scoperta, Rosa sceglierà (e forse questa sarà la sua unica scelta) di gettare quel nutrimento prezioso per i figli delle altre. “Nessuno doveva berlo. Volevo [&#8230;] negarlo a qualunque bambino non fosse mio, senza provare rimorso”. E Rosa figli non ne aveva perché il marito Gregor “diceva che mettere al mondo una persona significava condannarla alla morte”.</p>
<p>E allora scendiamo ancora di livello e abbandoniamo la solidarietà che vedrà alcune di queste donne adoperarsi per il benessere delle altre e ci troviamo di fronte al corpo di Rosa che agisce spesso in disarmonia dalla mente. I suoi desideri infatti la spingerebbero alla negazione, al rifiuto, alla ribellione, ma si comporta sempre obbedendo: alla fame, alla sopravvivenza, al regime, al volere del gruppo, dell’amica baronessa e di Ziegler, il capo delle SS che la sorvegliano. Vorrebbe essere altrove, inseguendo il suo amore Gregor, ma quando apprende che è ormai disperso, segue i dettami della carne che la spingono tra le braccia dell’aguzzino. Ed è il corpo desiderato e preso da quell’uomo che più della mente le darà la percezione di <i>esserci</i>. Rosa smetterà di sopravvivere e inizierà a vivere solo quando le mani di Ziegler la toccheranno.</p>
<p>Ma sarà proprio l’unione di quei corpi a instillare la colpa. Rosa si sente colpevole perché il suo corpo si nutre del cibo di Hitler e delle carezze di Ziegler, accettando inconsapevolmente che è comunque il Regime a darle vita.</p>
<p>E quando il regime crolla? Apparirà <i>l’ultimo corpo</i> del romanzo quello <i>sterile</i> di Rosa che, pur avendolo desiderato, non avrà figli. Come se essere sopravvissuta alla caduta del Reich la macchiasse di una colpa ancora più grave delle altre e per questo come una gallina Rosa “si è mangiata suo figlio” perché può succedere che “per sbaglio le galline rompono un uovo e d’istinto lo assaggiano. Siccome è gustoso, lo mandano giù”. Ritroviamo Rosa con le mani sulla pancia, la scaldano. Resta ferma, seduta. Aspetta un po’, poi si alza.</p>
<p>Forse alla fine si è ribellata con la mente e con il corpo. Non ha avuto figli anche se “I tedeschi amavano i bambini. Le galline mangiavano i propri figli”. Ma lei non è “mai stata una buona tedesca” e a volte le “facevano orrore le galline, gli esseri viventi”.</p>
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		<title>Il bene è una modesta proposta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Mar 2018 06:00:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-72941" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Unknown.png" alt="" width="180" height="281" />di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p>“A un certo punto, nell’educazione di mio figlio, ho cominciato a sostituire i concetti di <i>buono</i> e <i>cattivo</i> con quelli di <i>reale</i> e <i>irreale</i>, per quanto ciò possa sembrare arbitrario”. Nei suoi ultimi libri Filippo La Porta pare prendere il via da considerazioni di carattere pedagogico assai personale. Ma se nel precedente, <i>Indaffarati</i>, l’indagine riguardava la gioventù odierna e i suoi problemi d’adattamento, qui il critico letterario torna alla grande letteratura e alle sue possibilità di interpretazione ed integrazione nel vissuto quotidiano. Sarà per questo intento iniziale forse, educatore ed autobiografico che la lettura di quello che è pur sempre un saggio dantesco si presenta confortevole, amicale, familiare, con tutta evidenza cosa assai rara.<span id="more-72940"></span></p>
<p>La Commedia di Dante, dispiegata e spaginata quasi fosse un esercizio spirituale, cioè a dire una pratica personale destinata ad operare un mutamento di visione. Terreno impervio, vista da stratificazione quasi millenaria di pensose riletture e studi accademici sul poema, quella di guardare oggi al viaggio avventuroso nell’oltretomba come un percorso morale di perfezione, un rivolgimento, e alla portata di tutti. Lui il Sommo, così avverso alla modernità riletto come classico contemporaneo, non aggiungendo quindi l’ennesima dose di filologia dantesca bensì alla scoperta di un Dante etico che “possa aiutarci a ridefinire un’etica per il terzo millennio”. E con un suo mentore anche in questo caso, magari più di uno, ma certamente centrale appare la figura di Simone Weil e la sua affermazione che “è bene ciò che dà maggiore realtà agli esseri e alle cose, male ciò che gliela toglie”.</p>
<p>Ed è con la forza delle analogie e la disinvoltura di un appassionato e continuo processo d’induzione che l’autore si avvicina, pure lui “con esitante umiltà”, si appresta a smuovere il monumento per una buona causa, costeggiando o corteggiando l’arbitrario per scrollarsi di dosso il noto, il risaputo, per riaprirlo convinto, almeno pragmaticamente, del primato della morale sulla metafisica e l’idea di grandezza che inevitabilmente essa porta in sé.</p>
<p>Dalla lettura attenta del poema quindi si può ricavare un’idea di bene “come riconoscimento della realtà (…), del carattere inesauribile e diversificato del mondo”, mentre il male, qui sempre minuscolo, è “sottrazione di realtà” per se e per gli altri, è chiusura. È bene (e aggiungerei io, utile) accettare l’insensatezza, la carenza, la reale e realistica nostra debolezza di fronte all’esistere, il male morale nasce invece da una cattiva immaginazione, dall’illusione di una stabilità. Amare qualcuno è dargli realtà, scrive La Porta, e lo ripete nel libro quasi con effetto psicagogico, vale a dire lasciare essere l’altro quello che è, senza volerlo per forza cambiare, ritirarsi quando serve per far esistere l’altro giacché solo “ci si salva lasciando che il mondo esista”. Il corollario di questa intuizione weiliana con cui leggere la Commedia è che una mente sana è una mente non distratta, causa ed effetto al contempo di una speciale qualità di attenzione non solo per gli altri ma per se stessi, traverso la quale è possibile riconoscere che tutti gli eventi e le cose al mondo, noi compresi, sono invariabilmente collegati, intrecciati da nessi cangianti, e ciò che li collega può addirittura definirsi il ‘sacro’.</p>
<p>Quindi il fine della ricerca dantesca, e della nostra parimenti potrebbe essere la visione delle cose come sono, ma il mezzo, lo strumento non può che essere l’attenzione, una speciale qualità d’attenzione come atto intellettivo originario da cui scaturisce, quasi per forza, l’effetto di un amor proprio meno lòico (lo è il diavolo), calcolatore e più laico, cioè forte abbastanza da avere il senso del limite, da poter esercitare la mitezza, quella mitezza così spesso scambiata per debolezza.</p>
<p>Ma poi sul libro aleggia anche, a mio parere, l’urgenza, l’esigenza di una critica letteraria risvegliata dal pensiero etico. Il pensiero pigro, esausto, nichilista o post-moderno che dir si voglia della nostra attualità accetta che non vi sia alcuna verità intrinseca nell’opera d’arte, e che la valutazione si possa quindi limitare al gusto personale, più o meno ammantato da chiacchiere e distintivo. In realtà, e se vogliamo sognare una rifondazione di una necessità quotidiana, di una efficacia autentica, la verità di un’opera d’arte dovrà trovarsi nella maggiore approssimazione del bello al bene, nella <i>kalokagathìa</i> per dirla alla greca.</p>
<p>E questa non è solo una modesta proposta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>**</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Filippo La Porta<br />
</i><i>Il bene e gli altri (Dante e un’etica per il nuovo millennio)<br />
</i><i>Bompiani<br />
</i><i>Il bene è una modesta proposta</i></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Questi fantasmi di un autunno romano, tra Manganelli e Hitchcock </title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Mar 2018 07:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Matteo Pelliti Luca Ricci approda al romanzo, Gli autunnali (La Nave di Teseo, 2018) senza rinnegare il suo passo da raccontista convinto e, anzi, dedicando questo ultimo lavoro al suo nume Maupassant, l&#8217;autore che, a detta dello stesso Ricci, lo avviò sulla strada della scrittura durante una giovanile peregrinazione per i lungarni pisani in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-72948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di Matteo Pelliti</b></p>
<p>Luca Ricci approda al romanzo, <i>Gli autunnali</i> (La Nave di Teseo, 2018) senza rinnegare il suo passo da raccontista convinto e, anzi, dedicando questo ultimo lavoro al suo nume Maupassant, l&#8217;autore che, a detta dello stesso Ricci, lo avviò sulla strada della scrittura durante una giovanile peregrinazione per i lungarni pisani in preda a una lettura capace di imprigionarlo fuori dal tempo fino a che non l&#8217;avesse conclusa. “Tornano, i morti?”, si chiede Maupassant nell’epigrafe del capitolo Ottobre. Evidentemente sì, se è vero che la letteratura è inesauribile dialogo coi morti (chi ha scritto prima di noi) e che questo romanzo è reincarnazione di alcune membra di racconti, smembrati (senza dolore) dell&#8217;autore per farne carne da romanzo. Specularmente a quanto aveva fatto appena poco tempo fa, sopprimendo romanzi per farne racconti (<i>I difetti fondamentali</i>, Rizzoli 2107) qui Ricci si auto-cannibalizza riusando suoi moduli propri (come dichiara esplicitamente nella nota a fine testo). Il risultato degli innesti è invisibile e riuscito (<i>Il piede nel letto</i>) e, dove in qualche punto qualche cicatrice pare riaffiorare sulla pagina (come nell’uso del racconto <i>Amici immaginari</i>), ciò costituisce un grumo narrativo posto a sbalzo, a render omaggio all’arte del racconto, come inserendo un quadro in un quadro. <span id="more-72947"></span></p>
<p>Ricci utilizza spesso la reiterazione nella forma di lista, compilando cataloghi che cercano di misurare il mondo nelle sue meschinità: l’invettiva contro Roma (che ricorda una famosa poesia di Remo Remotti, “Mamma Roma addio), l’elenco delle coppie alla clinica in attesa di partorire, il catalogo delle tipologie di critici letterari, l’ipotizzato trattato sugli uomini in attesa delle mogli davanti ai camerini prova nei negozi. Tutto questo forma l’antropologia tragica in cui Ricci è abilissimo ricercatore. Il protagonista (solo innominato tra tutti i personaggi) è un io-narrante psicotico, dalla coscienza ipertrofica e allucinata, capace di nominare il senso profondo delle cose, degli essere umani, delle stagioni, abitato cioè dalla &#8220;poesia&#8221;, che è in definitiva non una categoria letteraria ma una alterazione della coscienza che entra in contatto con l&#8217;essenza del Mondo. Scrittore a riposo, cinico cinquantenne, disincantato, iperbolico, marito in crisi e traditore seriale, descrittore in servizio permanente effettivo delle miserie delle coniugalità (viene in mente Flaiano: “All&#8217;occorrenza essere capaci di andare a <i>letto</i> con la propria <i>moglie</i>.”), massimo cantore dei tic posturali degli amanti, il protagonista si innamora di un&#8217;allucinazione, la foto di  Jeanne Hébuterne (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Jeanne_H%25C3%25A9buterne">https://it.wikipedia.org/wiki/Jeanne_H%C3%A9buterne</a>) amata da Modigliani e morta suicida, incinta, dopo la morte del pittore livornese. <i>La donna che visse due volte</i> di Hitchcock riecheggia – per me &#8211; in alcuni angoli del romanzo, dichiaratamente ispirato alle atmosfere de <i>La chioma</i> di Maupassant, “governo ombra” del testo, per usare le parole di Ricci nella sua nota finale, dal quale racconto derivano le epigrafi dei capitoli de <i>Gli autunnali</i>. <i>La chevelure</i> (La chioma), presenta un personaggio che – come nel romanzo di Ricci &#8211;  impazzisce sedotto dal contatto con una chioma di donna ritrovata nello scomparto segreto di un mobile acquistato (come ne <i>Gli autunnali</i> sarà la foto di Jeanne a generare prima l’innamorato per un fantasma e poi l’ossessione per la sua sosia, Gemma). Maupassant nel suo racconto cita il sergente François Bertrand, figura realmente esistita, processato e condannato per profanazione di cadaveri di giovani morte. Amore e morte sono due lati della stessa ossessione anche nel romanzo di Ricci L&#8217;intarsio tra il feto crescente nella pancia di Gemma e le brutali violenze sulla prostituta appartiene allo stile geometrico della scrittura di Ricci, che costruisce su questi polittici il procedere della sua narrazione&#8221;. Ricci racconta l&#8217;erotismo “malato” dello scrivere in sé, il tentativo titanico di rispondere a un impulso di morte, che il vivente porta con sé, attraverso la Letteratura (amiamo i morti, amando gli autori che amiamo, come il ricordo degli amori che ci hanno lasciato o che abbiamo lasciato).</p>
<p>I fantasmi di cui parla Ricci – scrittore del fantastico &#8211; sono, in realtà, spettri di comportamenti possibili, non figure che ci vengono a trovare dall&#8217;aldilà della letteratura, siamo noi i fantasmi, stanno dentro di noi. Per questo Ricci è un scrittore antirealista proprio là dove sembra descrivere un deriva morale contemporanea nei rapporti tra uomini e donne: le sue figure della coniugalità sono casi limite ultraquotidiani e, per questo, invisibili: non ci accorgiamo più della dimensione tragica del quotidiano, del routinario. Quando Ricci sembra parlare di scopate, di perversioni, di follia sta parlando, invece, dell’unica attività erotica vera e propria che ritenga descrivibile: fare letteratura. Per questo, da circa dodici anni a questa parte Ricci batte efficacemente lo stesso tasto dell&#8217;abisso di abiezione che è la routine coniugale traendone, di volta in volta, nuove composizioni. In questo suo romanzo, in più, giganteggia Roma: è una protagonista necessaria del romanzo, e non luogo sostituibile con altri all’interno della storia. Nelle descrizioni romane del protagonista sembrano riecheggiare le parole definitive di Giorgio Manganelli sulla Capitale (“Certo, il clima è pesante; un sudore ignobile, notti da balconi spalancati, passeggiate in pigiama; poi, una tramontana a mano libera, iraconda e sprezzante…”, scrive nel <i>Lunario dell’orfano sannita</i>). Roma non è resa come è, ma è descritta come vive nella sua natura di “morto iperletterario”, di zombie fantastico che non sa morire, di cui l&#8217;autunno romano è il simbolo massimo, col suo umidore di vita e morte mescolate insieme, capace di creare una nuova epica cittadina contrapposta al “mito della montagna” (lieve evocazione ironica verso il collega Paolo Cognetti, ultimo Premio Strega?). La figura dell’amico del protagonista, infine, lo scrittore e giornalista Gittani, svolge una funzione di<b> </b>intermediazione tra realtà allucinatoria e pragmatismo, àncora il lettore agli elementi di realtà e, si rivelerà, (spoiler) <i>deus ex machina</i> dell’intera vicenda. O forse no, nel gioco di specchi che la narrazione costruisce (qui siamo dalle parti de “La finestra sul cortile”).</p>
<p>C&#8217;è un verso di Mario Luzi che a mio avviso, descrive perfettamente la psicologia del protagonista de Gli Autunnali: «La mia pena è durare oltre quest&#8217;attimo» perché esprime la vertigine della dimensione allucinatoria dell&#8217;amore, di quell’impossibilità della durata nel tempo espressa nell’impossibilità a finire di certi amori, ma nel poter solo “ricominciare da capo”.  L’epilogo è l’unica parte del romanzo scritta in terza persona, tramite il classico narratore onnisciente che prende distanza e congedo dalla materia che ha manipolato. Tutto il resto, invece, è un testo che “scrive” l’autore, dal quale l’autore è scritto, dettato dall’interno, come in poesia, come nell’invasamento poetico, discesa agli inferi e punizione (come nel Don Giovanni, in fondo), del “dissoluto punito”, e altissimo esercizio di reincarnazione: di racconti in romanzo, di amore in amore, di autore in autore, di Letteratura in Letteratura.</p>
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		<title> Il doppio sguardo. Su Parlarne tra amici e Lealtà  </title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2018 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
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		<category><![CDATA[Sally Rooney]]></category>
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					<description><![CDATA[di Eloisa Morra                                                      Ci sono tanti tipi di lettori quanti tipi di romanzi; tra questi ultimi preferisco quelli che chiamo tra me e me “romanzi-gazzella”: testi brevi il cui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Eloisa Morra</b><b>                                                     </b></p>
<p>Ci sono tanti tipi di lettori quanti tipi di romanzi; tra questi ultimi preferisco quelli che chiamo tra me e me “romanzi-gazzella”: testi brevi il cui fascino è racchiuso nella brillantezza dei dialoghi e in una voce narrante capace di rendere interessante il paesaggio o il tipo umano più noto. Certi romanzi di Maugham, tutto Lernet-Holenia, il primo Roth<i>… </i>Leggo questi libri con lentezza esasperante, maledicendo gli autori per non aver scritto un tomo. Poi però mi dico che se li venero è proprio per la <i>brevitas</i>, e che i romanzi “obesi” non sono davvero nelle mie corde: di David Foster Wallace mi divertono i saggi, ma ho ripreso tre volte in mano <i>Infinite Jest </i>senza mai riuscire a finirlo (per Zadie Smith il discorso è diverso, ma forse lei è l’eccezione che conferma la regola). Come mai mi trovo più a mio agio nella Firenze volutamente <i>cliché </i>di Maugham<i> </i>o nella felix Austria di Lernet-Holenia che in quelle pagine ribollenti di attualità?<span id="more-72805"></span></p>
<p>Mi sa che la lunghezza e il passatismo non c’entrano. Forse sono solo allergica agli autori troppo presi dal loro virtuosismo per abbandonarsi al puro piacere di raccontare: «L’intelligenza analitica è la morte del narratore», sussurravo tra me l’altro giorno addentando un mango mentre fuori nevicava. «Vagolare tra accadimenti improbabili, velleità, momenti di noia per tradurli in parole richiede tutto tranne l’intelligenza», concludevo così la mia geremiade mentale, mentre la neve fregandosene di me picchiettava imperterrita. Per fortuna la realtà è sempre più lungimirante di noi, e in meno di due mesi mi ha messo sotto gli occhi due romanzi che mandano ogni teoria a gambe all’aria; vi si respirano brillantezza e attualità, ma funzionali a intrecci e voci narrative avvincenti. Ho iniziato <i>Lealtà </i>di Letizia Pezzali (Einaudi, 2018) e <i>Parlarne tra amici</i> di Sally Rooney (Einaudi, 2018) in due notti similmente fredde e insonni; li ho letti con voracità, senza centellinare. Ad essere sincera non me ne sono ancora fatta un’idea precisa. Come tutti i libri importanti, mi hanno colpito per ragioni di cui non mi sono ancora fatta una ragione.</p>
<p>L’architettura e lo stile dei due romanzi non potrebbero essere più diversi. Letizia Pezzali dà vita a una struttura centripeta, scabra, a tagliola. A guidarci è la voce houellebechiana di Giulia, trentaduenne analista finanziaria che descrive con vibrante precisione l’ambiente della City per poi proiettarci nella Milano che dieci anni prima ha segnato il suo incontro con Michele, l’economista quarantenne divenuto la sua ossessione — e il modo migliore per mettere a tacere i demoni, si sa, è farci i conti. Rooney invece costruisce un romanzo centrifugo, che sdipana le diverse alchimie di rapporti derivanti dall’incontro di Frances e Bobbi, due studentesse impegnate in spettacoli di <i>spoken word</i>, con Melissa e Nick, coppia di trentenni benestanti e affermati. Melissa, anche lei scrittrice, propone di scrivere un profilo sulle due ragazze per un blog; da qui nascerà una frequentazione da cui si susseguiranno tradimenti, rivalità e inaspettate alleanze. La voce di Frances ingloba in sé gli scambi di battute del gruppo di amici per riversarli in un monologo interiore attento all’inarcatura di una frase come all’ombra del bombo sulla carta da parati della villa francese che segna quella che è stata definita la sua “seconda formazione”. A queste scelte in termini di architettura romanzesca corrispondono due modelli agli antipodi, che fanno capolino tra le pagine: Pezzali si ispira al Fenoglio concentrato della <i>Paga del sabato</i>,<i> </i>regalato da Giulia a Michele durante il loro primo appuntamento; la narrazione polifonica di <i>Middlemarch </i>è invece il punto di riferimento di Rooney, che ironicamente lo mette in mano alla mamma della protagonista («Non sono riuscita a oltrepassare pagina dieci»).</p>
<p>Eppure i due libri sono abitati da nuclei comuni. L’età di Giulia e Frances scivola tra i venti e i trent’anni; entrambe hanno un rapporto irrisolto con la figura paterna, il che le porta a sviluppare una resistenza alle emozioni declinata nella riluttanza ad esprimere richieste (Frances) e nell’«ossessione comunicativa» (Giulia e i suoi infiniti messaggi); si avvicinano con ansia di riscatto ad un ambiente borghese che non conoscono e finiscono per restare invischiate in rapporti di potere e ossessioni amorose, calate rispettivamente nella Londra finanziaria e in una Dublino allo stesso tempo studentesca e luccicante. Lontane anni luce dalle opere-mondo alla Foster Wallace o De Lillo, Pezzali e Rooney raccontano sentimenti primari apparentemente <i>old-fashioned</i>: il rapporto tra amore, ossessione e potere; le rivalità tra colleghi; quel delicato momento di passaggio, cruciale nella vita di ogni ragazza, dalla prevedibilità dell’analisi alla verità dell’esperienza. L’attualità non scompare, ma acquisisce significato solo perché ci dice qualcosa dei personaggi a loro insaputa. Le discussioni su femminismo e migrazione di Francis, Bobbi, Melissa e Nick in <i>Parlarne tra amici</i> risultano posticce,<i> </i>mettendo in luce il velleitarismo di chi vorrebbe identificarsi in quello che fatalmente non è; la Brexit aleggia nelle chiacchierate tra colleghi a Canary Wharf, ma sembra essere nient’altro che uno sfondo per Giulia, assorbita da una vita che lascia spazio solo al lavoro e all’ossessione amorosa.</p>
<p>Più che nel dipingere spazi o ambienti le due autrici brillano nel descrivere la fisiologia dell’innamoramento. Le loro protagoniste si abbandonano senza volerlo ad amori sbagliati eppure irrecusabili: «Era una persona inconfondibile: vidi la sua sensualità attraversare tutta la sua esistenza», dice Giulia di Michele poco dopo averlo conosciuto per caso a una presentazione all’università. Frances, l’intelligentissima, non può invece fare a meno di innamorarsi di Nick, l’affascinante e fragile attore marito di Melissa: «Provai un improvviso e irresistibile bisogno di dire: ti amo, Nick. Non era una brutta sensazione, nello specifico; aveva un che di divertente e folle, come quando ti alzi dalla sedia e a un tratto ti rendi conto di essere ubriachissima. Ma era vero. Ero innamorata di lui».<i> </i>Chi sono questi due uomini in realtà? Difficile rispondere. Come Robert in <i>Cat Person, </i>anche Nick e Michele ci vengono descritti in modo mobile e complesso, attraverso le progressive idee che di loro si fanno Frances e Giulia. In questa descrizione però resta sempre un vuoto, il che costituisce allo stesso tempo il fascino e il limite di due romanzi centrati sul monologo interiore. Questi uomini carismatici, dolci e fragili danno narrativamente il meglio di sé durante le conversazioni tra le lenzuola. Nei <i>pillow talks </i>— brillanti e senza senso, proprio come nella vita vera— <i>Lealtà</i> e <i>Parlarne tra amici </i>toccano i momenti più incisivi del racconto, sgranando la materia volatile di rapporti che mischiano amore e devozione, gratificazione e dipendenza.</p>
<p>La tenuta del racconto ha qualche cedimento quando ai dialoghi o alle mail viene sostituito il flusso delle chat. Come influiranno i social sulle forme narrative? Gli scambi su Facebook danno senz’altro la misura del divario generazional-comunicativo tra le due coppie e nel caso di Pezzali rappresentano un originale motivo di riflessione sulla natura dei mercati, sulla scia del legame tra economia e passione che è tra i motivi più affascinanti di<i> Lealtà</i>. La sfida però non sembra essere raccolta del tutto: il senso di svuotamento e claustrofobia che ci deriva dalla lettura delle pagine effetto-social è reale o voluto? Queste smagliature forse si spiegano pensando che <i>Lealtà</i> e <i>Parlarne tra amici </i>sono due romanzi sulla fine della giovinezza, e di quest’ultima racchiudono in sé il portato assolutizzante, cerebrale, claustrofobico. Scrivere mail chilometriche, discettare su tutto, amare in modo devoto e senza traccia di umorismo, essere molto<i> self-absorbed</i>; chi non ha vissuto tutto questo a vent’anni? Se arriviamo di filato alla fine però è perché i due libri hanno il pregio di fare un passo più in là, verso una ironica consapevolezza di sé e del mondo<i>. </i>C’è un doppio sguardo che silenzioso si irradia tra le pagine di questi due libri, illuminandole: «Prima di capire certe cose» conclude Frances «le devi vivere. Non puoi sempre assumere una posizione analitica».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La vita lontana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2018 13:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Minervini]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-72887" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/COPERTINA_PECERE-01-solo-fronte-186x300.jpg" alt="" width="186" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/COPERTINA_PECERE-01-solo-fronte-186x300.jpg 186w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/COPERTINA_PECERE-01-solo-fronte.jpg 404w" sizes="(max-width: 186px) 100vw, 186px" /><em>Domani 1 marzo esce il romanzo di Paolo Pecere, filosofo e ricercatore, &#8220;La vita lontana&#8221;, edito da LiberAria, nella collana Meduse curata da Alessandra Minervini.</em><br />
<em>Di seguito, l&#8217;incipit in anteprima. Buona lettura.</em></p>
<p>di <strong>Paolo Pecere </strong></p>
<p>Il giorno d’agosto in cui Livio e Marzio sono nati ci alzammo presto e scendemmo a vagare per le vie deserte, come una coppia di palombari nello scafandro dell’auto, sonnolenti e senza direzione. Elio guidava piano, rideva fuori sincrono, mi sfiorava dolcemente il braccio. Nella pancia sentivo un solletico elettrico. Forme di vita cominciavano a uscire di casa per procurarsi cibo e giornali, il vento palpitava sotto i panni appesi, i filamenti delle nuvole si aprivano. Dai tetti delle palazzine scese una scala musicale: l’esercizio di un musicista al flauto, appena distinto tra gli sbuffi dei motori, o un miraggio uditivo di cui una voce bisbigliante in me giurava l’esistenza. Un giorno sei stata felice.<br />
– Mare? – disse Elio, e poi silenzio. Comunicavamo col pensiero, seguendo una traccia invisibile, centrifuga, per un istinto migratorio che portava via dalla calotta della città, oltre l’agro romano, verso un’altra vita.</p>
<p><span id="more-72886"></span>Sostammo al recinto di un cantiere abbandonato, ai margini di Casal Monastero. L’erba spuntava dalle spaccature del cemento tra gli avamposti di mattoni rossi, mossa dal vento secco e pulito. Qui mancava una scuola, osservai. Per Elio, come sempre, non bastava: bisognava abbattere, rifare tutto da capo, come disse, passando la mano sul profilo preistorico di un escavatore chino al suolo, poi sul mondo intero. Gli accarezzai la testa, già scaldata dal sole. Ripartimmo. La campagna si allargò intorno a noi.<br />
Persi l’orientamento nel terreno senza linee, forse mi addormentai, mentre Elio procedeva sicuro. Una sterpaglia bruciava in lontananza, sotto una macchia di grigio. Il vento secco mulinava impregnato di fumo. Il forte calore piegava la luce, mischiando boschetti e lotti edificati all’orizzonte. Poi scomparvero i riquadri colorati delle costruzioni: qui il passato assomigliava al futuro, e saremmo potuti essere chiunque.<br />
Ritrovammo l’orientamento sulla via Pontina, dove ci fermammo a rinfrescarci all’ombra di una bancarella della frutta. Due giovani sikh fumavano appoggiati alle biciclette. Ci dissero di essere fratelli. Elio fissava i capelli neri e il fuoco sulle sigarette con la concentrazione introvertita che adoravo. Il fruttivendolo accettò di scattarci una foto: noi due con i fratelli indiani, tutti con espressioni imbarazzate, disposti a riconoscere il destino in quell’incontro casuale.<br />
Tirammo ancora gli sportelli. Il crepitare di cicale e aghi di pino frantumati sull’asfalto riprese, si perse nell’urto dell’aria, tornò distinto mentre ci veniva incontro e si fermava il lungomare del Circeo. Scivolammo tra le nostre ombre sulla sabbia, unendoci ai gruppi di bagnanti rifugiati sotto il monte, tra la cresta dei cespugli e il mare. Oltre la duna scomparivano le auto e il dormiveglia collettivo era lo sfondo di un film di cinquant’anni prima, dove la somiglianza tra Elio e Marcello Mastroianni diventava quasi identità: osservai la distesa della fronte incresparsi lievemente mentre s’inginocchiava, affondava il braccio fino al gomito, traeva la terra nera, piantava l’ombrellone. Per la fibrillazione degli ormoni fantasticavo dettagli surrealisti alla deriva: atleti greci, bronzi metafisici, torri nel nulla.<br />
Sfilammo i libri dalle borse. Sulla spiaggia, tra caldo, gravità e ingloriose sfide a racchettoni, tutti cedevano al torpore, e leggere era un modo di riaffermare chi eravamo. Sfilai il segnalibro da un romanzo austriaco che mi sforzavo di finire, in cui non si capiva se la narratrice amasse un fantasma o un personaggio reale. Elio sfogliava la rivista Focus, numero doppio con dieci ipotesi sull’autodistruzione della specie umana, commentando a voce alta. La luce era accecante e il litorale, oltre il riparo delle ciglia, assomigliava al cartone preparatorio di un dipinto che non si è potuto finire. Sotto il cielo smaltato riposavano figure primitive, due buchi neri e un taglio muto al posto del viso. Un cane fissava qualcosa nello spazio turchese.<br />
Elio mi lesse, con la voce a tratti cancellata dal vento, l’articolo tipicamente estivo sulla scoperta di un gruppo di psicologi californiani. Parlava di un sogno identico sognato da migliaia di persone: l’alta marea che sale lentamente intorno alle caviglie, mentre nessuno si allarma, finché l’acqua arriva al collo. Uomini e donne stancamente sorpresi, mentre i vestiti diventano una seconda pelle e il peso del corpo si confonde con la corrente, osservano con muta rassegnazione la superficie del mare che sale, scambiandosi occhiate che esprimono domande primordiali: di chi è la colpa, e perché non fa qualcosa. Una rappresentazione nell’inconscio collettivo di una catastrofe prossima ventura, che Elio riportò seccamente alle sue convinzioni.<br />
–  Tutti sanno, ma non reagiscono: che fine miserabile!<br />
–  Sciocchezze. E poi, tu che ne sai?<br />
–  Non posso prevedere il futuro. Ma so che è brutto.<br />
L’apocalisse, nientemeno. E rieccolo a gesticolare verso i bagnanti, colpevoli di letargia morale. Ma la giornata mi appariva dolce. Tenendomi una mano sulla pancia, appoggiai il libro aperto tra le gambe, vidi le pesche e le banane calcate nel borsone di stoffa e, oltre il bordo dell’ombrello, il profilo di un torso: tutto sembrava un rebus della Settimana Enigmistica, l’attesa equanime di una soluzione. E ancora il nostro gioco sfaccendato, che andava avanti in pratica dai tempi del liceo: lui che s’indispettiva per il pianeta abusato, disperando della resistenza ai fatti della specie umana, della stupidità come malattia autoimmune, col sorriso che cercava una reazione; io che gli davo un po’ di corda, fidandomi dei suoi eccessi più che dei miei compromessi, ma concludevo che le cose si sarebbero aggiustate, non sapevo come. Due bambini giocavano a rincorrersi tra gli schizzi, sotto la linea dell’orizzonte. In quel momento per me il mondo – non il pianeta – era bello, fatto apposta per gli occhi e i pensieri sublimi.<br />
Alle dodici spaccate il libro si bagnò. L’acqua impregnò le lettere fino a gonfiarle.<br />
– Non ho sentito niente! – dissi. Solo un vago bruciore.</p>
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		<title>La fine dell’acqua</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/02/23/la-fine-dellacqua/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Feb 2018 06:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vincenzo Corraro Verso la fine di agosto, quando già l’estate precipitava in un vortice di luce avanzata, Miro Brunetti pensò bene che era venuto il tempo di ratificare il passato. Tenne la cosa in gran segreto ancora per alcuni giorni, e invece che stare lì a vagare per i boschi fissando con gli occhi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Vincenzo Corraro</b></p>
<p>Verso la fine di agosto, quando già l’estate precipitava in un vortice di luce avanzata, Miro Brunetti pensò bene che era venuto il tempo di ratificare il passato. Tenne la cosa in gran segreto ancora per alcuni giorni, e invece che stare lì a vagare per i boschi fissando con gli occhi ormai saputi l’algoritmo degli uccelli in volo o a fiutare nell’aria l’odore asprigno di rosa canina dei caprioli in amore (era un anno che si trascinava tra le montagne e dal velario di quei dirupi, con le spalle alla roccia, sentendosi protetto, sentinellava gradasso il bosco vagliandone minuziosamente, da competente, ogni respiro: acquattato e calmo come una bestia in fuga nella vegetazione fittissima, si teneva lontano da certe minacce che persino i carabinieri di R. gli avevano preannunciato serie tanto da dissuaderlo dal farsi vedere in giro, per un bel po’), si decise a scendere al casolare e tornare diritto da Piera, scusarsi una volta per sempre, portarla a mangiare una pizza e dirle com’era il fatto. Ma fin quando avesse avuto negli occhi solo cielo e il riflesso del sole sulla lastra bocciardata della falesia, quella faccia livida di rancore a stento contenuto poteva dirsi tranquilla e piena di fiducia tra le balze delle rocce che l’infallibile crudezza di popolo aveva segnato per sempre come l’Abisso del Diavolo.<span id="more-72748"></span></p>
<p>Alto e impraticabile, così staccato dal resto della montagna, l’Abisso del Diavolo dirupava su una radura lunghissima, puntellata da rovi e prugnoli spinosi, prima di infilarsi nel grande bosco di aceri e castagno che per secoli aveva alimentato l’economia del paese; bucherellato come un’arnia o un rognone di vitella, con quegli accessi che parevano provenire direttamente dalle nuvole e da un biancore fisso in tutte le stagioni dell’anno, quello sperone era un ottimo nascondiglio che nessuno ricordava più. Spuntava certe volte solo nelle bestemmie quando, per l’effetto di quel nuvolare imperturbabile e severo, una fastidiosissima cappa di umido arenava fin giù nella valle e spingeva sui tetti e i muri di contenimento della provinciale, ricacciando, specie di sera, il paese nell’ansia o in un sentimento che assomigliava a quello di un destino provvisorio.</p>
<p>L’ultimo anno, si vedeva in paese solo per prendere le sigarette. Andava questuando pace e sonno, come i buoi che discendono i recinti d’altura e caracollano sfiniti sull’asfalto, al tepore del primo sole di marzo. Si muoveva a fatica e a passi lenti. Parlava con l’aria spenta, sfogata, e aveva smesso di suonare, ma pure di prendere la carta ai tavoli, così – diceva – si risparmiava l’affronto insulso di qualche lattante se era basso di primiera e, siccome aveva i conti in sospeso con tre quarti di quelli, i cinque minuti buoni di compromettersi una volta per sempre. Al bar poteva stare il tempo di tre bicchieri; sorrideva a chi trovava, con gli occhi fissi al bancone, prima di riprendere la via delle montagne e rituffarsi in quella rigida disciplina (gli urtava che lo trattassero come un malato) con indosso un’orripilante sahariana, il tascapane di tela e ai piedi stivaletti militari.</p>
<p>Saverio Mannarino, il socio di una vita, arrivava sempre quando lui era già passato, e gli raccontavano che a Miro forse era venuta la cirrosi perché era magro come una frusta di salice: un nervo d’uomo con la faccia gialliccia e seccata, che stava sempre a grattarsi e lasciava sui tavoli una scia schifosa di croste e pelle squamata. Saverio l’aveva perduto troppo presto, e di lui non parlava più con nessuno. Neanche con Piera. Che fosse ridotto in condizioni pietose lo dicevano con il sorso di birra in bocca, a bassa voce e a lui solo (anche il fatto disgustoso della pelle), perché sapevano il rispetto e l’amicizia antica che li legavano. Certe volte al bar trovava quelli del Consorzio: li vedeva che circospetti, tra un Campari e un pugnetto di arachidi, torchiavano i giocatori di carte su chi avesse messo in funzione la vecchia teleferica e chi trafficasse la notte per vendere in paese le canne di legna senza licenza. Era lui: i giocatori di carte si vendono per una birra, per un coscione d’agnello. Dicevano che scendeva coi camion dei rumeni in paese e in mezza mattinata accontentava le vecchiette. Le signore volevano Miro e nessun altro perché teneva pazienza e garbo; quelli che si erano fatti i soldi con la legna, nelle viuzze scomode, col trattore e le macchine agricole non volevano più entrarci, e tutti dicevano che mettere un rumeno a giornata per completare il lavoro dello scarico non conveniva. In realtà quelli del Consorzio avevano fatto cartello per aumentare il prezzo, specie al primo freddo, ma la loro legna rimaneva invenduta nei piazzali o sui nastri delle segherie perché Miro li fregava allegramente portando il suo carico fin dentro i sottoscala delle signore: prendeva giusto un regalo per sistemargliela ordinata, godendo di una rete di protezione anche dopo aver intascato il contante e le loro benedizioni (uguale a quando passava con la banda di San Quaranta e quelle stesse donne, identico anche il gesto, gli allungavano una bella mancia appena sentivano quel clarino che vibrava come la carta velina sugli acuti spremi-lacrime di <i>Una spina e una rosa</i>). Poi sgattaiolava in un baleno e a testa bassa su per i sentieri dietro le case, pensando già al nuovo traffico da piazzare.</p>
<p>Piera, la moglie, si era accorta che stava succedendo qualcosa. Mai un cenno sugli affari della segheria, mai un principio di discussione: si chiudeva in un silenzio diffidente quando a sera studiava le bollette, le lettere spillate agli F24 del commercialista, i conti dell’ampliamento e dei macchinari nuovi ipotecati da un mare di cambiali in protesto. Un’aria intorbidita, pesante come il piombo, lo precedeva: l’annusavano per primi i cani, scodinzolanti e irrequieti, come punti dalle zecche, tra le gambe di Piera e lo specchio ovale che ingombrava l’anti-ingresso. L’immagine di Piera si rifletteva dentro quel vetro scheggiato di traverso, esaltando i suoi tratti scomposti e sensuali, la pelle lattiginosa e al mattino freschissima. Proprio nel punto dove Piera attendeva Saverio, Miro amava radersi. Perché al sole, diceva, non sgarri mai le basette e guidi più sicuro il contropelo. Neppure le assenze, quelle scuse infantili per nascondersi e scappare, l’irreversibile apatia che lo consumava nel fisico, potevano scalfire il gesto primitivo e vanesio di radersi, come il padre, e ancor prima come il nonno, davanti al portone di casa.</p>
<p>La segheria scricchiolò quasi subito e già dopo i primi investimenti la società venne meno: quello che lavorava come carrellista aveva optato per il comodo posto nel 118, Saverio invece, più del mestiere, siccome avanzava trentamila euro, tra mensilità, interessi e spese legali, aveva protestato – visto che Miro andava nascondendosi in preda a quel perenne stato di collasso – direttamente con Piera. Era salito fino al casolare per chiarirle perché quel capannone non aveva mai ingranato e in due anni di prestiti bancari e di emungimenti del PSR regionale non avevano chiuso un contratto decente con le ditte del pellet e le falegnamerie della valle. Un filo di luce passava dai lobi di Piera, proprio dai due buchi per gli orecchini che non metteva da anni, e si allargava a ventaglio sopra le sue guance. Increspava ancor di più la sua chioma, così riccia e folta, sempre curata. Risaltava il profilo dei suoi seni, quel gesto di annodare i capelli dietro la nuca, mentre faceva avanti e indietro dall’anti-ingresso con un vestito fiorato e una gamba tesa per infilarsi le scarpe. Sapeva che lui non staccava gli occhi dal movimento delle sue gambe senza calze – così lo teneva in pugno. Turbato, Saverio abbassava lo sguardo. Ancora non si faceva capace come lei potesse dominare questa sua solitudine, come su quella faccia impassibile si stesse modellando l’espressione di un abbandono fiducioso. Era un motivo tecnico: il legno – le spiegò balbettante – era nodato, e lui aveva sbagliato a mettersi con gente incompetente che voleva solo comandare. A Saverio gli tremavano i polsi, gli pareva di risentire, nella sua voce rauca, i gridi di Miro, quando beveva e si sfogava nella sua macchina e gli cercava disperato i soldi nelle tasche. Prese Piera per un braccio e la condusse in mezzo alla spianata. Lei, scorta l’accetta nello zaino, pensò al peggio. Il passo pesante, l’espressione sorniona e furbesca: ogni minimo dettaglio faceva presagire che Saverio si stesse accomodando su un trono vuoto. Per l’agitazione, arrivò a credere che quel disperato di Miro chissà quali patti schifosi avesse fatto per dilazionare i suoi prestiti. Guardava implorante verso l’Abisso del Diavolo, sperava che Miro la vedesse. Non era più arrabbiata con lui. Saverio afferrò un ramo di lato al sentiero e con un colpo secco lo spezzò dall’albero. Lo scorticò con maestria e fece un intaglio ad elle, mostrandoglielo: “Questo è un legno malato, lo capisci? Segno che tutta la zona qua attorno, a meno che non ci sia un fosso di guado in mezzo all’agro, lo è. Il verme salta, si replica a milioni nei faggi e li polverizza una volta tagliati. Andava trattato, maledizione! Disboscato il ceduo quando era tempo! Ma tuo marito è una testa di capra! Non mi ha mai voluto dare ascolto!” Non disse altro e la lasciò andare, anche se le gambe stavano per cedere e il pensiero di sfiorarle quelle labbra da ragazzina per un attimo venne. Tra le debolezze di Piera accendeva sempre una miccia: sentiva di poter cominciare a guadagnare la sua fiducia, pur temendo la sua bellezza, la sua spavalda incostanza. Per molto tempo ancora, ogni volta che la vedeva in piazza, la squadrava, felice e rabbioso.</p>
<p>***</p>
<p>Piera viveva dentro una conca tettonica che nel Pleistocene doveva essere un lago. Lo aveva letto su un dépliant del comune che declamava gli scavi archeologici e le bellezze turistiche del territorio; lo teneva sul camino dietro la sveglia, insieme alle bollette, alla scheda punti del supermercato e alle partecipazioni dei matrimoni che ancora, caparbi, le mandavano, nonostante non andasse a una festa da secoli. Da quella conca, specie dopo le piene invernali nei calcarei cretacei, riaffioravano fossili di conchiglie e selce lavorata, e l’estesa presenza di lignite – così era scritto sul pieghevole del comune –  testimoniava che una volta c’erano boschi abitati dall’uomo, alberi padri che arrivavano alla punta del cielo e fauna di grosse dimensioni, tipo orsi, leoni, cervi, ippopotami ed elefanti. Trafficava, estate e inverno, sempre smanicata, i capelli sulla nuca raccolti a cipolla, mossa da pigrizia e abitudine: il gesto insonnolito di far scorrere la carrucola, per allungare i panni, dalle travi delle roselline che fiancheggiavano il vialetto fin verso i prati e la basolatura, dove stanziava sempre un bel sole, della stalla sfasciata dei Gagliardi. Alla controra i panni si gonfiavano nella luce, alti e svolazzanti, e Piera li lasciava apposta stesi anche se erano asciutti. Le piaceva che i fiori, specie l’aroma dei gelsi, profumassero il bucato, confortata dal pensiero che, uscendo dalle forre, quei panni fossero il primo segnale avvistato dal marito.</p>
<p>Sentiva di tenere fuori l’ostilità del mondo, di non dover spartire più con nessuno rabbie o sguardi rassegnati, e la solitudine era diventata un’istintiva difesa, un gioco che aveva oltrepassato i confini del dominio e adesso cominciava a destare timore. Chi vive isolato impara a regolare il fondo delle proprie angosce sulle scarse novità dello spazio che lo circonda, e la paura vera, se di quella si vuol dire, era arrivare alla fine del mese: pagare le bollette, la rata del Suzuki, circoscrivere di normalità gli studi universitari di sua figlia. Aveva parlato col sindaco, ci era andata con un top di paillettes, come aveva visto fare alle ragazzette, con il collo scoperto e gli spallini sottili. Aveva provato fastidio per quel gesto di superstite, goffa leziosaggine, si sentiva schifata nel profondo per quegli ammiccamenti impiastricciati di profumo stomachevole e trucco pesante. Non erano bastate tre docce, rientrando a casa, per ridare alla pelle un odore cristiano. Erano seicento euro al mese. Puliti.</p>
<p>Quella mattina di agosto lo disse a Miro. Lui si infuriò così tanto che sgarrò le basette, rinunciando per il nervoso al contropelo: “Lascia fottere quella fogna della politica!” Le parlò di dignità. “Sì, ma la dignità pane sotto i denti non ne porta!”, mormorava malsicura. Anche con una punta di ribrezzo per come, avendo persa la pazienza, le uscivano di bocca i concetti. Si andava inselvatichendo come i ruderi abbandonati nella sua frazione, dove rimanevano solo ovili e serre di pomodori. Miro ritrovava in lei forse la lontananza, quel gesto di alzare e abbassare le sue pupille grandi, come faceva da ragazza, al passo dei suoi scoppi d’umore: quel suo schietto e incancellabile stampo che, ieri come oggi, disorientava, spaventava.</p>
<p>Quando scendeva dalla montagna, girava paranoico due o tre volte il muro di cinta della casa, controllava tutte le imposte del pianterreno, il contachilometri del Suzuki: con un balzo saltava il cancello e compariva ai piedi del letto, pieno d’affanno come un animale braccato, levandosi i vestiti strada facendo. Gli piaceva sorprenderla al mattino presto, ascoltare il suo batticuore, portarsela in bagno, riempire la vasca per levarsi dal corpo quell’odore di creta rafferma e foglie marce. Piera gli diceva sempre, con voce spaventata: “Mi fai paura a entrare così in casa! Quando verrai da cristiano?”, però era contenta di saperlo vivo, d’essere presa in quel modo. Da ragazza era una fantasia ricorrente. “Chi vuoi che venga, scemotta, il lupo nero?”, rispondeva lui ridendo col sangue agli occhi, mugolante dietro un’aria birichina, stordito da un’eccitazione mai provata: le lenzuola fresche, la biancheria di Piera che balenava nell’ombra e nel vapore dell’acqua bollente: sudario per sciogliere il calco di infinite notti di sperduto prigioniero e per incartare ancora scuse riguardo ai fatti di quel periodo. La prendeva in braccio come la prima notte di nozze e sprofondava tra le sue cosce impaziente, urtando la specchiera, il comò e i cento spigoli al buio tra la camera e il bagno. Affondava a morsi dietro il collo e sul seno, leccandole la pelle mentre la poggiava sul lavandino, reggendola smanioso per i polpacci (la vasca si riempiva inutilmente). Piera si teneva forte al suo collo, si inarcava come su un’altalena, gli cercava disperata i baci, liberandosi degli slip sul bordo del sanitario con un atletico, delirante colpo di bacino. La bocca restava spalancata fino a ingoiare un piacere concentrato, un lamento tremolante fatto di abbandono e risentimento, che risaliva in superficie, piano e inappellabile, come il mercurio nel tubo del termometro. Lei aveva sempre tante cose da dirgli – rabbie accumulate, sentimenti di offesa che si erano fatte croste dentro – ma già quando poggiava i piedi a terra e chiudeva il rubinetto della vasca, rivestendosi, calava il pentimento: non sapeva mai da quale parte cominciare a recriminare. Poi Miro chiedeva premuroso di Livia, se avesse telefonato, come fosse andato questo o quell’altro esame. Se i soldi erano bastati. La retta dell’affitto era una canna di castagno stagionato e le previsioni parlavano di un inverno freddo. S’informava se fosse venuto qualcuno a cercarlo, Piera alzava le spalle e gli lanciava occhiate rabbiose: “Non puoi sempre scappare!” “Mi fermo! Mi fermo!”, diceva lui irritato coi suoi occhi di bosco, e cambiava discorso ridendo. Si faceva pietà. “Non ce la faccio più, Miro! Ho tutto il diritto di risvegliarmi con te al mattino…”, sospirava lei ormai senza speranze, per un rigurgito di orgoglio, e lui la zittiva con un bacio prima che cominciasse a dire stupidaggini. Il resto del giorno lo passavano a programmare il lungo periodo di assenza, il gioco da sostenere nel caso l’avessero cercato quelli del Consorzio. Non chiedeva mai di Saverio. Lui impartiva raccomandazioni e finiva di radersi accanto all’uscio di casa e nello specchio vedeva riflesso il petto di Piera sollevarsi in un respiro quieto. Immusonito e taciturno sedeva e fumava: gli piaceva sentire addosso il vento che la moglie muoveva, nel fare i servizi, a un passo da lui. Per giorni, nella casupola che si era scavato nelle grotte, quel vento gli sarebbe mancato più di ogni altra cosa. Aveva cura di non pensare a Piera o ai sensi di colpa proprio quando si sarebbe trovato su quel passaggio da esperti che nei mesi di disgelo mulinellava senza sosta. Sarebbe bastato un piede in fallo, un giramento di testa e in un niente si sarebbe ritrovato per la via del mare, inghiottito da un labirinto di canali che ramificavano sotterranei dalle vette e che sfogavano qua e là, sui costoni, in sorgenti di acqua freddissima, buona da bere o in piccole paratoie per irrigare.</p>
<p>***</p>
<p>Da quando aveva iniziato i lavori per sistemare il tetto, Saverio Mannarino aiutava Piera a fronteggiare le spese. Le sue continue visite, d’un tratto signorili e garbate, la fecero sprofondare nei pensieri per Miro e in quegli anni ormai morti, da cui riaffiorava la luce compressa dei ricordi e la narrativa di fatti scombinati: un’afasia del tempo. Quei fatti, implosi nella menzogna, li vedeva ora lontanissimi: non arrossiva più nel salutarli, non s’indignava più nel ricordarli: nella memoria galleggiavano vuoti e siderali, senza emozioni, come richiusi in un recesso dove soffiava un vento cattivo e stizzito, uguale a quello che viene giù a gennaio dalle gole del Diavolo. I carabinieri le avevano consigliato di non restare più da sola su quei canaloni aperti, temendo ritorsioni e minacce, come era successo col marito, con il rischio di crepare d’infarto nel trovarsi a quattr’occhi con qualche malintenzionato. Ma Piera aveva risposto serafica: “Qua sono”. E li aveva ringraziati per la premura. Ammassava panni e cianfrusaglie di Miro in un angolo della spianata, li bruciava, come una macabra premonizione, a piccoli mucchi sopra le pietre, sotto lo sguardo curioso dei muratori. A volte cantava per disorientarli, a gola spiegata e melodia ferma, sorpresa che quella voce toccasse, per la tiroidite, toni sempre più bassi.</p>
<p>Cantava anche nell’orto, così teneva lontani, assieme ai pensieri, gazze e piccioni che gli mettevano il verme ai frutti e quegli stramaledetti cinghiali che forzavano la recinzione. Certe mattine, quando toccava il suo turno per irrigare, col buio e l’umido che aggredivano le gambe scoperte, Piera avvertiva inquietudine. Le macchie della nebbia pareva modellassero, tra i rami e i pali dei fagioli, forme arzigogolate e, nel fissare il rivolo lentissimo dell’acqua che scorreva nei solchi, lei credeva che da un momento all’altro, dal nero della terra, spuntasse un ippopotamo o il viso inferocito di qualche bestia pleistocenica. O magari, cosa più facile, uno di quei buzzurri che l’avevano minacciata dopo che lei aveva accampato un suo diritto. Le continue perdite della rete non solo facevano passare la voglia di coltivare (l’Ente Irrigazione razionalizzava le bocchette dell’acquedotto e l’utilizzo delle pompe per ciascun terreno in modo da consentire il livello sufficiente dei serbatoi e non lasciare a secco gli usufruttari. Fornendo i ticket per ciascun consorziato, erogava a orario l’acqua in base alla quota dei terreni: e lei, avendo un piccolo appezzamento, doveva irrigare quei quattro fagioli sempre prima dell’alba e “in orari da galera!” – diceva protestando con Saverio che scappava a sturarle i tubi pieni d’aria nel cuore della notte), ma creavano una tensione allucinante: ore di attesa e litigi continui coi soliti deficienti che le rubavano l’acqua, approfittando del fatto che fosse donna e sola.</p>
<p>La verità è che ultimamente non stava bene e Livia doveva arrivare alla tesi serena: aveva chiesto a Saverio se poteva parlare di nuovo col sindaco. Ormai lui non c’era solo per le commissioni, per portarla dal medico o a fare le analisi: in lui ritrovava quella consolazione e quel calore che le erano mancati, sentiva nascere un affetto. Attendeva i risultati dell’esame citologico alla tiroide con calma e senza un fremito. La spossatezza, le gambe legnose, anche una leggera febbricola, la tenevano in apprensione. Ma ci fumava sopra. Il suo conforto era riposto nella certezza che Saverio, ora che non schiumava più di rabbia, le volesse veramente bene, senza calcolo, senza patemi. Ora che il silenzio che veniva dall’Abisso del Diavolo era tornato impassibile, feroce e simile ai suoi stessi pensieri, quelli che le toglievano il sonno e la facevano alzare di notte a rassettare la casa, a controllare sul calendario il ciclo della luna per tirare dai solchi ortaggi vigorosi, o per regolare le dosi del cortisone. Pensieri, infine, che vincevano ritrosie e timidezze nell’esaltazione di quel corpo di nuovo aggressivo, tonico, rinvigorito dalla terapia ormonale. Dopo un primo esame dei movimenti bancari, il direttore della Banca di Credito, avendo notato picchi di assegni interni, l’aveva contattata per dirle se passava a prendere un caffè. Piera declinò gentilmente, si era sempre tenuta lontana dai pettegolezzi. Il paese continuava a farle paura e Saverio si stava troppo allargando.</p>
<p>***</p>
<p>Deglutì e avvertì un dolore forte alla gola ripensando a quella mattina che lui scese per dirle il gran segreto. Mentre rotolavano in cortile nell’ultimo strascico di passione, lei gli chiese solo la cortesia di non fumare (voleva sentire l’odore dei semprevivi che si sfrangevano sotto il peso dei loro corpi) e di montare il clarino. In alto c’era un bel sole e lui l’aveva infine accontentata. Suonava ancora bene, col doppio staccato, senza far fischiare l’ancia. Si sentiva che in montagna si esercitava parecchio. Piera lo aveva afferrato da un braccio, e contenta, civettuola, lo guidava nei passi. Miro sentiva la durezza dei suoi seni sul petto, scheggiò un paio di note per l’eccitazione, lei alzava lo sguardo e gli sorrideva negli occhi, diceva che se lui non avesse avuto l’impiccio dello strumento potevano pure ballare. “Livia è molto più brava!” cantilenava lei, “Nostra figlia è nata per il ballo, per la musica. Lei è brava in tutto! Qualcosa di buono, io e te, l’abbiamo combinato”, continuava incontenibile, in preda a una debolezza.</p>
<p>“Ce la caveremo, vedrai. Tieni botta un altro po’…”, diceva agitato, coi suoi occhi annuvolati.</p>
<p>“Ma tu suona, ti prego. Non ti fermare…”, lei si accoccolava continuando a fischiettare il ballabile nelle orecchie di Miro, mentre una scorza rubina di cielo insisteva fra i rami, nel laconico commiato dell’estate.</p>
<p>“Lascio il paese”, disse a Piera, “ecco la grande novità. Forse mi prende una ditta di posacavi. Ho fatto il colloquio ieri: tutto a posto. Devono potenziare la fibra ottica in Toscana. Tre anni ininterrotti di lavori, indennità di trasferta, vitto e alloggio spesato”. Nel cielo passavano nuvole lente. Sostavano un attimo sopra quei campi sterminati e poi riprendevano, galoppanti a bassa quota, il cammino verso il mare. Piera scuoteva la testa. “Ma io non torno, lo dobbiamo a Livia, è l’ultimo sacrificio che ti chiedo”, diceva mentre imbustava il bucato fresco e riponeva il clarino – sbatacchiando come se, insieme a quelle nuvole, pure lui volesse salutare.</p>
<p>In Toscana Miro Brunetti non arrivò mai; l’ultima volta lo videro risalire il sentiero per le grotte e sostare guardingo in una carbonaia scavata sotto le radici asciutte dei cerri e risistemata alla meglio per riposare. Così annotarono nel rapporto i carabinieri di R.</p>
<p>L’anno dopo il sindaco firmò l’ordinanza che vietava bivacchi e pic-nic in montagna, con il divieto assoluto, a scopo potabile, dell’utilizzo delle fontanelle che sgorgavano dai canaloni e dai muri paralleli all’Abisso del Diavolo. Questo finché l’Istituto Superiore della Sanità non avesse effettuato controlli più accurati. Più di una persona si lasciò andare alla maligna assonanza che le sorgenti fossero infettate per colpa di quel disgraziato di Miro, avendo lui fatto la fine stupida dell’acqua e immaginando la sua carcassa impigliata nello sprofondo di qualche anfratto, piallata da alghe e larve, con la bocca aperta che zampillava come una sorgente.</p>
<p>Il giorno stesso che il sindaco firmò l’ordinanza, la ditta della mensa chiamò Piera a scuola. Uscita dal suo primo turno di lavoro, ad aspettarla, con la macchina in moto e lo stereo acceso, c’era tutto contento e imbolsito Saverio Mannarino.</p>
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