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	<title>giacomo sartori &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ecofascisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2026 04:45:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesca Santolini</strong> <br /> Per l’ecofascismo, la difesa di una comunità passa attraverso la preservazione ecologica del suo territorio, l’assegnazione delle risorse a coloro che vi sono nati e la stigmatizzazione sociale dei gruppi considerati estranei.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Santolini</strong></p>
<p><em>ringraziando l&#8217;editore per la disponibilità, pubblichiamo la prima parte dell&#8217;ultimo capitolo (&#8220;Conclusioni&#8221;) del saggio di Francesca Santolini &#8220;Ecofascisti. Estrema destra e ambiente&#8221;, pubblicato da Einaudi (2024)</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-119755" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-598x1024.jpg" alt="" width="380" height="651" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-598x1024.jpg 598w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-175x300.jpg 175w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-768x1315.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-245x420.jpg 245w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-150x257.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-300x514.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-696x1192.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_.jpg 876w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />«Il fascismo era un totalitarismo <em>fuzzy</em>. Il fascismo non era una ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni», sintetizzava Umberto Eco nel <em>Fascismo eterno</em> (1995), delineando al passato un profilo che sembra essere ancora oggi perfettamente somigliante, come abbiamo visto aggirandoci tra i gruppi di (piú o meno) estrema destra: eterogenei, contraddittori, ma al tempo stesso in movimento, in ascolto della società, anche se per coglierne gli umori piú irrazionali e pericolosi. Nella società di oggi l’umore da intercettare è certamente quello sulla questione climatica: il tema politico fondamentale da cui dipenderà il senso della storia, attorno al quale si ridefiniranno gli antagonismi sociopolitici, le sfide del futuro. Non si può prescindere dalla crisi climatica. E questo è ormai chiaro a tutti, a sinistra come a destra.<br />
Al netto degli ultimi fervori negazionisti, segmenti sempre piú numerosi della destra radicale in Europa e negli Stati Uniti non solo riconoscono il collasso ambientale in corso, come abbiamo visto, ma lo considerano un’opportunità per riorganizzare la società secondo logiche autoritarie, xenofobe, quando non apertamente razziste.<br />
Esiste il rischio che l’ecologismo possa diventare il fattore normalizzante di ideologie di estrema destra? Dobbiamo prendere sul serio il pericolo di una deriva ecofascista?<br />
Per rispondere occorre innanzitutto, ormai lo sappiamo, abbandonare la convinzione che l’ambientalismo progressista sia il titolare esclusivo dei temi ecologici. Perciò abbiamo iniziato questo percorso dalle radici dell’ecofascismo. E lí, alla fonte, abbiamo visto formarsi l’idea aberrante ma ampiamente argomentata nel tempo della convergenza tra purezza razziale e concetto di ambiente come parte del piú vasto concetto di patria: ogni nazione e ogni etnia è stata fusa con il proprio ambiente, la protezione dell’una comporta quella dell’altra.<br />
Se l’ecologia ha vinto una fondamentale battaglia culturale e politica per cui oggi il cambiamento climatico è in cima alle preoccupazioni dei cittadini italiani ed europei, l’esigenza di occupare questo spazio politico anche da parte dell’estrema destra sfocia in misura e forma diverse nell’opportunismo politico, quando non nella grave manipolazione ideologica.<br />
Nelle mani della propaganda di estrema destra, l’idea progressista di proteggere l’ambiente e gli esseri umani viene distorta, manipolata e strumentalizzata per diffondere false teorie, nazionalismi, xenofobia, per fomentare divisioni sociali e conflitti politici, alimentando le paure verso i cambiamenti nel nostro stile di vita, dai trasporti all’alimentazione.<br />
Soffiando sul fuoco delle paure per le ricadute quotidiane che avrà la transizione ecologica, l’“ambientalismo” di estrema destra promuove un’ideologia tecnicamente reazionaria, che mira a difendere il modo di vivere e di consumare dei cittadini, denunciando qualsiasi evoluzione green possa minacciarlo.<br />
Un approccio politico opportunistico appunto, che cerca di creare una contrapposizione tra il “buon senso paesano” e l’“ideologia urbana borghese”. Da qui, o accanto a questo approccio quello altrettanto radicale piú strettamente ruralista, che considera la globalizzazione e le politiche europee come il nemico dei paesaggi e della tradizione.<br />
Nel collage ideologico <em>fuzzy</em> dell’ecofascismo, però, ci sono anche alcune caratteristiche dominanti che sono emerse con estrema chiarezza dal percorso che abbiamo seguito. Il tema centrale è quello dell’idea di Stato e di autorità. L’ecofascismo in maniera largamente condivisa (salvo qualche irregolare solitario come FC/Unabomber) auspica la costruzione di uno Stato forte che ha il compito di proteggere il suo ordine naturale dal degrado ambientale, dalla sovrappopolazione e dalla contaminazione etnica: tutti fattori che minacciano contestualmente l’identità e l’integrità del popolo e del suo habitat naturale.<br />
L’ecofascismo sostiene che l’integrazione di determinati gruppi di persone, come migranti o stranieri, non sia (piú) possibile: i loro modi di vita e il loro numero in costante crescita costituiscono una minaccia per l’ambiente naturale e per le sue risorse, oltre che evidentemente per l’identità della comunità. I migranti vengono paragonati a specie «infestanti» e incarnano, in tale impostazione ideologica, l’irruzione di una natura nociva per l’ecosistema.<br />
Per l’ecofascismo, la difesa di una comunità passa attraverso la preservazione ecologica del suo territorio, l’assegnazione delle risorse a coloro che vi sono nati e la stigmatizzazione sociale dei gruppi considerati estranei. La «grande sostituzione» di Renaud Camus ha dunque aggiunto alla sfumatura etnica anche quella ambientale: la distruzione consapevole di un ambiente naturale perpetrata dagli “invasori”, un “ecocidio”. E il termine «sostituzione» per parlare dei fenomeni migratori è entrato nel lessico anche di molti politici di destra: ha parlato di «sostituzione etnica», per esempio, il ministro dell’Agricoltura di Fratelli d’Italia Francesco Lollobrigida2. In Francia invece a parlare di <em>remplacement</em> sono soprattutto politici come Marine Le Pen ed Éric Zemmour, leader del partito di estrema destra Reconquête, condannato a piú riprese per incitamento all’odio razziale.</p>
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		<title>Un marsupio di pietre e di terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 05:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carabba editore]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[Liguriana]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marino Magliani </strong>  <br /> Scoprii così che ogni vallata era un marsupio di pietre e terra, di paesi e di parole e che io l’andavo abitando. Il fondovalle era il marsupio. Il marsupio era il fondovalle.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><em>il testo che segue è tratto dalla parte iniziale del racconto lungo del narratore <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Marino_Magliani">Marino Magliani</a> &#8220;Fondovalle&#8221;, pubblicato di recente dalla <a href="https://editricecarabba.it/">casa editrice Carabba</a>, che ringraziamo</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-119759" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Magliani-Copertina-DEF_page-0001.jpg" alt="" width="380" height="592" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Magliani-Copertina-DEF_page-0001.jpg 411w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Magliani-Copertina-DEF_page-0001-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Magliani-Copertina-DEF_page-0001-270x420.jpg 270w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Magliani-Copertina-DEF_page-0001-150x234.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Magliani-Copertina-DEF_page-0001-300x467.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>Poi, c’era il marsupio. Una parola che non avevo mai usato e avrei imparato solo col tempo. Conoscevo l’entroterra, tutto composto di vallate una accanto all’altra, dalla spalliera delle montagne al mare, con i suoi costoni, i suoi vallonelli interni, i torrenti, e un giorno la scrittura mi insegnò a vedere e cercare parole nuove. Scoprii così che ogni vallata era un marsupio di pietre e terra, di paesi e di parole e che io l’andavo abitando. Il fondovalle era il marsupio. Il marsupio era il fondovalle.<br />
Lo riconoscevo lentamente. Era una specie di luogo interno, ben definito e spopolato, l’unico mondo, in quanto privato, che mi apparteneva interamente. La notte assomigliava a una camera, piena di luna e di listelli di persiana. Io ancora non lo sapevo, ma intuivo avesse anch’essa la forma di un marsupio.<br />
La questione verbosa, sia chiaro, la potevo risolvere da solo. Anzi era la sola questione che non potevo spartire con nessuno. Le parole, in dialetto e in italiano, davano un senso alla mia incapacità, al sentirmi pienamente inadatto alle diverse proposte di lavoro e ai diversi aspetti del mondo del lavoro. E nello stesso tempo riuscivano a farmi accettare da un buon numero di cose mute, come la campagna ulivata e gli orti, i muri intatti. Ciò che intendo è che i muri con la pancia, prossimi a crollare, non mi ferivano se mostravano una possibile frattura tra me e la natura, al contrario, attraverso il racconto e le parole, persino nell’eccezionalità sintetica di un dirmi «belin», le parole esaltavano in me una quota di ingegno.<br />
Uno scrittore ligure, di un paesino di fondovalle come il mio, ma più di frontiera, pur non avendo mai rialzato un muro, si occupava di queste questioni, tra il lirico e il pratico, diventando una specie di guru, di santone in grado di esercitare fascino, di costruire la sua poetica della decadenza. L’avrei voluto conoscere e mi chiedevo se anche a me non fosse riservato un destino simile. Ma io non scrivevo, non lo facevo ancora, l’avrei mai fatto? Sentivo, tuttavia, senza mai aver eccelso nelle materie umanistiche – o in altre – che mi attendeva un destino, una missione. Un giorno mi convinsi a confessarlo ai miei genitori. Fu verso agosto, durante un pranzo. Non lo sarei diventato o non lo avrei fatto, non c’era niente da fare o non c’era da fare niente, che è diverso, semplicemente ero lo scrittore di quella valle e lo sarei stato persino di un insieme di vallate, rigorosamente senza mai scrivere nulla.<br />
Mio padre disse «belin», mia madre inclinò la testa e trattenne, mi pare di ricordare, un meschin.</p>
<p>Per il resto dell’estate, il pomeriggio prendevo un asciugamano e andavo a un laghetto. L’agitazione dell’acqua piena di girini e di una vita da osservare sotto la pelle dell’acqua mi dava un senso di movimento, era l’impressione di far parte di un mondo frenetico, di avere per me e per quel mondo un’occupazione. Senza saperlo esercitavo per ore l’occhio, mi descrivevo la ruvidità del paesaggio come se ne stessi elaborando la poetica, il corso dell’acqua mi accoglieva e mi chiedeva di realizzare un impianto botanico e zoologico, collocare tutti quegli animaletti anfibi in una storia. Abbassavo un filare di americana che attraversava il torrente, e quando l’uva non bastava a togliermi fame e sete, tornavo in paese. Immagino che mio padre avvertisse il rumore dei miei zoccoli come io sentivo le sue ciabatte e i gambali infangati. A casa facevo una faccia da lavoratore stanco, come se avessi faticato a qualche prosa, e in effetti a qualcosa del genere avevo lavorato.</p>
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		<title>SU LA TESTA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 05:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[deriveapprodi]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura working class]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mauro Baldrati </strong> <br /> Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><em>Il racconto che segue dello scrittore romagnolo Mauro Baldrati, fa parte della raccolta &#8220;La sagra delle anime perdute&#8221;, pubblicata recentemente dall&#8217;editore <a href="https://deriveapprodi.com/libro/la-sagra-delle-anime-perdute/">Derive Approdi</a>, che ringraziamo; ogni testo è preceduto da una &#8220;scheda introduttiva&#8221; e da una fotografia, entrambe dell&#8217;autore</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-119573" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-615x1024.jpg" alt="" width="380" height="632" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-615x1024.jpg 615w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-180x300.jpg 180w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-768x1278.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-252x420.jpg 252w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-150x250.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-300x499.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-696x1158.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001.jpg 833w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /><br />
&nbsp;<br />
SCHEDA INTRODUTTIVA</p>
<p>La seconda avventura del camionista-gruista Trapattoni, questa volta giù dal camion a sbadilare in uno scavo. Come ha detto qualcuno in un commento sotto al racconto, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/il-lavoro-fa-male-mobbing-2/">pubblicato su Nazione Indiana</a> nell’aprile del 2006: “Finalmente gli altri hanno preso quella decisione che lui non riusciva a prendere”.  Nella foto: il rapper Papa Ricky.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-119624" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/paparicki.fuckjpg.jpeg" alt="" width="427" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/paparicki.fuckjpg.jpeg 427w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/paparicki.fuckjpg-200x300.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/paparicki.fuckjpg-280x420.jpeg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/paparicki.fuckjpg-150x225.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/paparicki.fuckjpg-300x450.jpeg 300w" sizes="(max-width: 427px) 100vw, 427px" /></p>
<p>SU LA TESTA</p>
<p>Ho il camion rotto, stamattina non è partito. Il Carnivoro, dopo avere sbraitato “te Trapattoni, tutte le mattine ci hai un casino!” ha consultato il foglietto dei viaggi, ha scosso il testone e ha detto: “Non ho neanche un camion libero. Va’ in cantiere a dare una mano”.<br />
Gli autisti-cortigiani hanno ridacchiato. <em>Dare una mano</em> è lo spauracchio di tutti i camionisti. È dura, negli scavi. Si sgobba, ci si cuoce al sole, ci si congela nella nebbia invernale. E poi si è gli ultimi degli ultimi, senza uno straccio di prospettiva. I capicantiere, che non spostano un chiodo, si prendono tutto il merito e soprattutto intascano il premio di produzione. In cantiere si è pagati poco, non si avanza nella carriera, a meno di non fare parte di una delle mafie vincenti. Piuttosto che concedere una qualifica a un operaio fuori dalle mafie i vertici della cooperativa lo lasciano morire d’inedia nello scavo. E questo vale anche per gli autisti e per gli operatori di ruspe, pale, scavatori. Il capobastone è il Carnivoro in persona: o si è nelle sue grazie o si è destinati a sopravvivere in uno stato di inferiorità, senza mai avanzare di qualifica, fino alla pensione.<br />
Salgo sul pulmino di una delle squadre in partenza. Sono tutti ferraresi e rovigotti, come la maggior parte degli operai del resto. Il capocantiere è il Zambaldo (il rospo, in dialetto), soprannome attribuito dal Carnivoro ovviamente. Non so perché: non ha un volto rospesco, assomiglia piuttosto a una scimmia. Ma Il Carnivoro ha una visione tutta sua della fisiognomica, e nessuno si sognerebbe di metterla in discussione.<br />
Il cantiere è a Mezzalega, un misto edilizia-infrastrutture. Per la verità la parte edile, la costruzione di un grande capannone industriale, è quasi terminata, ed ora si stanno completando gli impianti: gli allacciamenti, le canalizzazioni, i pozzetti.<br />
Vengo assegnato allo scavo dell’Enel. Devo stare di fronte alla benna dello scavatore e controllare che non vi siano cavi o tubi che si potrebbero tranciare. Nessuno conosce esattamente i tracciati preesistenti dei fili della luce, o dei tubi del gas. Si procede a tentoni, e non appena c’è qualcosa di sospetto, un blocco di calcestruzzo per esempio, il manovale dello scavo, cioè io, va a controllare col badile o col piccone.<br />
Dopo mezz’ora arriva il camion che deve caricare la terra che lo scavatore asporta durante lo scavo. È quel pellagroso dell’Ortolano. Si piazza di fianco al tracciato, sulla destra, a portata del braccio della macchina. Quel puzzone però non spegne il camion, e siccome la marmitta è a sinistra mi scarica in faccia i gas di scarico.<br />
Cerco di attirare la sua attenzione, urlo: “O’ scemo, spegni quel camion!”, ma L’Ortolano, che si è subito stravaccato con la musica a tutto volume, non sente, o fa finta di non sentire. “Spegni il camion!” urlo di nuovo, sbracciandomi. Niente. Fa il sordo e il cieco. Mi avvicino alla cabina, caccio un pugno sulla portiera. L’Ortolano mi guarda coi suoi occhi piccoli, acuminati. Abbassa il vetro elettrico. “O’ Trapattoni che cazzo fai? Sei fuso?”.<br />
“Sei fuso te” grido, per farmi sentire nel frastuono dello scavatore, del camion e della musica di Gigi D’Alessio che esce dall’impianto stereo. “Spegni quel camion, ho la marmitta in bocca!”. L’Ortolano sghignazza. “Urca, come sei delicato Trapattoni. Che cazzo spengo, lo scavo è piccolo, non vedi che mi devo fare avanti ogni minuto? Cosa vuoi, che abbia solo il da fare di accendere e spegnere perché te sei delicato?”.<br />
“Fai come ti pare! Io non posso respirarmi i gas della tua marmitta fino a sera!”.<br />
L’Ortolano ghigna, dice “Trapattoni, io dico che te sei troppo delicato per fare questo lavoro” e tira su il finestrino.<br />
Sono schiumante di rabbia. Prendo una pietra, se non spegne il camion gliela scaglierò contro la cabina. E chi se ne frega se spaccherò il vetro. In quel momento arriva il Zambaldo, che grida: “Ma cosa succede qui, perché lo scavo è fermo?”.<br />
Indico il camion con la mano che stringe la pietra. “Quell’asino dell’Ortolano non spegne il camion, guarda un po’ dov’è la marmitta!”.<br />
Il Zambaldo guarda il camion, lo scavo, guarda me. Non è un tipo bilioso il Zambaldo, non perde mai la calma. Procede in silenzio, tiene un profilo basso. Ma intanto fa correre gli operai come matti, gli aspira il sangue, il midollo.<br />
Si rivolge all’Ortolano, dice: “E spegni quel camion, va là”. L’Ortolano tira giù i piedi dal cruscotto, abbassa il vetro e scaglia la cicca di sigaretta nello scavo. “Come faccio” dice, “devo avanzare ogni minuto. Cosa accendo e spengo per la bella faccia di questo qui?”. Il Zambaldo sbuffa, allarga le braccia. “O’ Trap, non puoi sopportare? Vedi pure che si deve spostare di continuo”.<br />
Lascio cadere la pietra a terra. La rabbia mi è passata ma sono deciso a risolvere questa storia. Mi bruciano gli occhi e la gola con lo scarico del camion. “Perché non provi a scendere qui dentro? Ho la marmitta in bocca, non vedi?”.<br />
Il Zambaldo continua a lanciare occhiate allo scavo, al camion, fa la faccia lunga. Si gratta il mento, borbotta tra sé. Probabilmente sta imprecando a bassa voce. “O’ sentite, voi due, cercate una soluzione perché lo scavo non può fermarsi”.<br />
Una soluzione. L’unica possibile è che L’Ortolano spenga il motore, ma non lo farà mai. E non avrà problemi con nessuno. È il superfavorito del Carnivoro, è un intoccabile, può fare quello che vuole.<br />
“Senti un po’” dico, “non si può respirare questa roba, lo capisci? Se quello scemo non spegne vengo fuori dallo scavo. Poi fai quel cazzo che ti pare”.<br />
Il Zambaldo guarda per l’ennesima volta lo scavo, guarda il camion, borbotta. Lo sento che bestemmia, che dice: “Te Trapattoni se non spacchi le palle non sei contento”. Poi lancia occhiate in varie direzioni e dice, rivolto all’Ortolano: “Allora mettiti a sinistra dello scavo, così la marmitta spara dall’altra parte”.<br />
L’Ortolano sembra riflettere intensamente su quella proposta, poi sospira, guarda in alto e dice: “Vacca troia, te Trapattoni devi andare in montagna, a fare le passeggiate, mica qua in cantiere”. Si ricompone con lentezza esasperante, ingrana la marcia e fa il giro dello scavo, piazzandosi alla mia destra. Così va meglio. Sento ancora la puzza della marmitta, ma almeno è dalla parte opposta. È tutto quello che posso ottenere. O così o me ne vado a casa.</p>
<p>Lavoriamo allo scavo tutta la mattina, poi andiamo a mangiare in una piccola mensa e all’una si riprende. Lo scavo si è fermato, lo scavatore deve spostare dei tubi di cemento, che è un lavoro che probabilmente avrei fatto io con la gru, se il mio camion non fosse in officina. Il Zambaldo mi manda dentro al capannone, a “dare una mano ai pavimentisti”.<br />
Qui la situazione è peggiore, molto peggiore. Stanno realizzando un pavimento speciale, che si crea in opera con un cemento mescolato con una sostanza a base di cristalli di quarzo; viene steso da due operai col badile e tirato a livello con la staggia. È un lavoro delicato, perché l’impasto, che viene preparato da un operaio che ha come unico compito quello di aprire i sacchi per rovesciarne il contenuto in una betoniera, deve avere una consistenza perfetta, altrimenti si formano dei grumi che rendono difficoltoso il tiraggio.<br />
Il problema è la polvere: il materiale a base di quarzo è finissimo, e si spande nell’aria come un aerosol. Sembra che nel capannone sia scesa la nebbia.<br />
Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.<br />
Io, sempre io. Io devo protestare. Da solo.<br />
Vado dal Zambaldo. Mi sembra di non avere più forze, di essere svuotato, rassegnato. Eppure non posso respirare quella roba tutto il pomeriggio. Questa è l’unica certezza.<br />
“Che fai qui Trapattoni?” dice il Zambaldo, sorpreso di vedermi fuori dal capannone.<br />
Inspiro una boccata d’aria. “Senti, là dentro è impossibile stare senza una mascherina. Il quarzo fa una polvere pazzesca”.<br />
“Cosa?” esclama il Zambaldo, guardando verso il capannone con le sopracciglia aggrottate.<br />
“Sì. Quella roba si spande nell’aria, c’è da prendersi la silicosi là dentro. Tra l’altro nessuno ha la mascherina, mi sembra una cosa assurda”.<br />
“Che? La silicosi? Ma che cazz&#8230; Porco cane, Trapattoni, ma come fai te a creare dei problemi tutti i minuti? Ma ti rendi conto?”.<br />
“Senti, ci vuole la mascherina. Non è possibile una cosa così, devi capirlo. Va’ dentro a vedere”.<br />
Il Zambaldo sbarra gli occhi. “E dove me la prendo una mascherina adesso? Ma lo sai cosa stai dicendo Trapattoni?”.<br />
“Sì che lo so. E ti dico anche: ma come si fa a non avere le mascherine in cantiere?”.<br />
“Come si fa?” sbotta. “Sai quante cose mancano qua dentro, attrezzi, macchine? Ascolta, Trapatttoni” dice, calmandosi di colpo, abbassando lo sguardo a terra. “Quello è un pavimento ad alta resistenza. I pavimentisti mi hanno chiesto due omacci per preparare la roba, perché da soli non ce la fanno. Sono venti centimetri di spessore, capisci? E devono finire entro stasera, perché domani cambiano cantiere. Se non finiscono come facciamo? Siamo nella merda, siamo!”.<br />
In quel momento una voce nasale, inconfondibile, arriva dalle nostre spalle. È lui, il Presidente della coop in persona, detto Johnny Profumo, perché dicono che abbia il vezzo di deodorarsi ogni mattina e si lascia dietro la scia. Non l’ho mai visto di persona, ma solo in fotografia, e in televisione, mentre stringeva la mano a Massimo d’Alema durante un convegno su L’etica del lavoro: i valori della cooperazione. “Che cosa succede qua?” Fa un passo verso di noi coi piedini che calzano un paio di scarpette con la frangia, muove con grazia le manine femminili che reggono una cartella di pelle. “Va tutto bede?”.<br />
Il Zambaldo guarda a terra, sbuffa. Sta pensando come introdurre il problema, cioè io. Lo precedo, ormai sono lanciato. “Il fatto è, Presidente, che c’è da lavorare dentro al capannone senza mascherina, e c’è una polvere di quarzo incredibile”.<br />
Johnny Profumo strabuzza gli occhi dietro gli occhiali di tartaruga e guarda il capannone. “Ah. E perché sedza bascherida?” dice, e rimane con la bocca aperta, come dopo ogni frase che conclude. Il Presidente è famoso anche per le sue adenoidi: sono così grandi che gli impediscono persino di respirare.<br />
Il Zambaldo si gratta la testa. “Non ne abbiamo. Giovedì Roberto in magazzino era senza”. Probabilmente è una balla. È impossibile che il magazziniere Mercalli, uno dei pochi personaggi normali qua dentro, fosse senza maschere.<br />
“Oh” fa Johhny Profumo. Si è avvicinato ancora, adesso sento l’olezzo di acqua di colonia. “E dod si può risolvere id qualche bodo?”.<br />
Il Zambaldo allarga le braccia. “E come, Presidente? Sai che problemi abbiamo qua. I pavimentisti hanno bisogno di due omacci, io gliene ho dato uno. Stasera devono cambiare cantiere, e se non finiscono il pavimento siamo nella merdaccia. E siamo già in ritardo sui tempi lo sai anche te”.<br />
Johnny Profumo ondeggia. Voglio prevenire la sua richiesta, ovvia, di sopportare fino a sera per cause di forza maggiore. Le sue cause, e del Zambaldo, non le mie. Ci sono io nella merda, non loro. “Sì, ma è impossibile lavorare là dentro senza una mascherina” dico. “Presidente, va’ a vedere. Tra l’altro anche quelli là non dovrebbero”.<br />
Il Zambaldo sbotta, mi interrompe. “Ma cosa vuoi Trapattoni, quelli sono artigiani, sono cazzi loro”. Non è così. Lui è il responsabile del cantiere, lui deve obbligare chi ci lavora a usare i sistemi di sicurezza.<br />
Johnny Profumo intanto strabuzza gli occhi, lancia occhiate verso il capannone che non so definire se di puro terrore o di assoluta ferocia. “Questo ragazzo ha ragiode” dice. Tira fuori dalla cartella un piccolo telefono portatile e compone un numero. “Bercalli, sodo io. Badda subito, ba subito, delle bascheride qua a Bezzalega&#8230; cosa?&#8230; Dod b’idteressa se dod c’è uda bacchida, ho detto subito!” Fa una pausa, dice una serie di “sì” e “do”, poi si arrabbia, dice “dod b’idteressa! Preddi la tua bacchida e viedi qua subito!” Poi chiude il telefonino e lo rimette nella cartella. “Tutto a posto” dice, ma non vi è traccia di sollievo nella sua voce: gli occhi continuano a roteare dietro le lenti, e la faccia è una maschera di marmo. “Staddo arrivaddo le bascheride”.<br />
Il Zambaldo allarga di nuovo le braccia, sospira. “Bene” dice. “Allora Trapattoni, intanto che arrivano&#8230; vedi quei sacchi di plastica?”. Indica un cumulo di sacchi vuoti, quelli che proteggono i bancali di cemento. “Va’ là e bruciali”. Bruciare la plastica. Altra porcheria. Fa un fumo pestilenziale, e libera nell’aria delle sostanze cancerogene.<br />
“Bruciare quella enorme mucchia di plastica? Ma che schifo!”.<br />
Il Zambaldo resta come paralizzato. Come se non credesse alle sue orecchie. Ma forse davvero non crede alle sue orecchie. Non ribatte, lancia un’occhiata sfuggente al presidente Profumo, che per un attimo strizza gli occhi dietro le lenti.<br />
“No ma te Trapattoni…” borbotta, e scuote la testa, cercando di riprendersi, di credere alle proprie orecchie. “Te, Trapattoni, ma che cazzo sei venuto a fare qui? Vuoi bloccarmi il cantiere, cos’è che vuoi boia d’un giuda?”.<br />
Il Presidente profumo finge di frugare nella sua borsetta di pelle e pesta i piedini nella polvere. Gli occhi diventano piccoli dietro le lenti. Per un attimo mi sembra di captare un afrore più intenso del solito, come se il suo corpo avesse appena subito un subbuglio cellulare, intensificando verticalmente la temperatura.<br />
“Ma che diavolo, la plastica è altamente cancerogena, scarica la diossina, non si può fare, lo vieta una disposizione della Sanità Pubblica”.<br />
Non sono proprio sicuro di questa affermazione, forse l’ho letto da qualche parte, comunque è un vero schifo e la butto là.<br />
Ancora una manciata di secondi di paralisi. Mi sembra che la faccia del Zambaldo si stia gonfiando, gli occhi stiano per uscire dalle orbite.<br />
“E secondo te” insorge, “come dovremmo fare coi sacchi? Dove li sbologniamo? Ma lo sai che non basta neanche un camion a quattro assi per trasportarli tutti? E dove poi? Spesso li sotterriamo, ma qui non c’è spazio, non vedi?”.<br />
Sotterrarli. Un’altra di quelle brutture immani. Lo so. Conosco punti del territorio bolognese dove sono seppelliti centinaia di sacchi vuoti.<br />
Sto per commentare anche questa, anche se mi sto pentendo, mi pare di oltrepassare il limite della loro sopportazione. Ma il Zambaldo mi previene, intanto che il presidente Profumo, forse già oltre, fa: “Idsobba, vediabo di risolvere id qualche bodo. Adesso io vado là da…” e non capisco le ultime parole, fatto sta che si gira e ne va saltellando con le scarpine leggere nel ghiaino puntiforme del vialetto.<br />
“Fai una cosa Trapattoni: li vedi quei sacchi pieni? Ecco, spostali uno per uno a due metri sulla destra. Poi riportali sul bancale. Fai così fino a sera. Questo è quello che puoi fare finché non arrivano le mascherine, boia d’un giuda!”.<br />
E se ne va anche lui, dietro al presidente Profumo.</p>
<p>Alla sera arrivo a casa alle sette. Ho fatto due ore di straordinario, per aiutare i pavimentisti albanesi, che sono ancora in cantiere, a tentare di finire il lavoro. Ho detto loro di mettere le mascherine, ma non mi hanno neanche risposto. È gente taciturna, dura, che lavora senza un attimo di pausa per dieci, dodici ore di fila, compresi il sabato e la domenica.<br />
Mia moglie è in piedi nel minuscolo soggiorno con un foglio in mano. Continua a leggere mentre mi tolgo gli scarponi e la tuta, che lascio cadere sul pavimento. Poi me lo porge. È un telegramma della cooperativa. All’inizio non riesco a capire il contenuto, devo rileggerlo: “Siamo spiacenti di comunicarle che il suo periodo di prova non ha avuto esito positivo. Non è quindi possibile riconfermare la sua assunzione a tempo indeterminato. Può passare dal nostro ufficio personale eccetera”.<br />
Rimango col foglio in mano, senza parole e senza fiato. Ma che significa? Che mi hanno buttato fuori? Ma com’è possibile? Il mio periodo di prova non è ancora concluso, mancano due mesi. Quindi mi hanno cacciato prima del tempo. Ma come ha potuto il Zambaldo, in così poco tempo, non più di tre ore&#8230; O sarà stato il presidente? Sono incredulo, in stato confusionale. Devo sedermi sul divano, per non perdere l’equilibro.<br />
“È meglio così” dice mia moglie. “Sono contenta. Avresti dovuto farlo prima”.<br />
“Cosa?” dico, quando riesco a riprendermi, e a capire il significato delle sue parole. “Ma&#8230; ma&#8230; è un grosso guaio invece. Cosa faremo adesso?”.<br />
“Qualcosa faremo. Ma è meglio. Tornavi sempre nervoso, la notte dormivi male, ti lamentavi. Portavi a casa del negativo, della sofferenza. È una benedizione del cielo”.<br />
Già. Una benedizione. È accaduto ciò che non avevo il coraggio di fare accadere. Adesso sono di nuovo in strada, di nuovo senza lavoro. Accartoccio il foglio, lo lancio nel cestino vicino al lavello della cucina. “Non abbiamo un quattrino” dico, con voce grave. Un caos di sentimenti contrastanti si agita in me. Sollievo, paura, rabbia, incredulità. Di nuovo in strada&#8230;<br />
“Ce la faremo. Tra un po’ mi metterò anch’io a cercare”.<br />
“Tu? Tu devi badare a lei”. In quel momento mia figlia si sveglia. La sollevo dalla culla, la prendo in braccio. Mi molla un pugno sul naso.<br />
“Io sono contenta. Chiederemo dei soldi ai genitori, per un po’. Ma è una liberazione. Se non fosse arrivato il telegramma ti avrei chiesto io di licenziarti”.<br />
La piccola si mette a piangere, protende le braccine verso sua madre. Probabilmente vuole mangiare. Gliela passo. Mi stendo sul divano, fisso un punto del soffitto. È una liberazione ha detto mia moglie. È vero. Non dovrò più vedere il Carnivoro ogni mattina e ogni sera, né gli autisti cortigiani, né quei capicantiere&#8230; Intanto potrei andare al sindacato e denunciarli per mobbing&#8230; macché. Il delegato sindacale è uno dei più schifosi imboscati di tutta la mafia là dentro, non mi appoggerebbe mai.<br />
E poi, chi se ne frega?<br />
La cooperativa stradini e muratori è il passato adesso. È la Tenebra, il Buio, ed è alle mie spalle.</p>
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		<title>La misura della fine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 06:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Julian Barnes]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Corian.]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Corian </strong> <br /> L’io che emerge da queste pagine non cerca di imporsi come centro indiscusso dell’esperienza; accetta invece di essere attraversato dal tempo, di essere modificato dal ricordo, di scoprire che ogni interpretazione resta provvisoria.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Corian</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-119304" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/51-h33ZHcL._SL1500_-644x1024.jpg" alt="" width="380" height="604" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/51-h33ZHcL._SL1500_-644x1024.jpg 644w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/51-h33ZHcL._SL1500_-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/51-h33ZHcL._SL1500_-768x1220.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/51-h33ZHcL._SL1500_-264x420.jpg 264w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/51-h33ZHcL._SL1500_-150x238.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/51-h33ZHcL._SL1500_-300x477.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/51-h33ZHcL._SL1500_-696x1106.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/51-h33ZHcL._SL1500_.jpg 944w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Arriva un momento in cui uno scrittore non ha più bisogno di dimostrare nulla; gli basta verificare se lo spazio e la forma che ha abitato per una vita reggano ancora il peso dell’esperienza, il tempo presente e ciò che invece potrebbe essere il futuro. <em>Partenze</em> di Julian Barnes sembra nascere esattamente da questa verifica, da una riflessione che riguarda insieme la memoria, l’amore e la prossimità della fine.</p>
<p>Il romanzo intreccia due stagioni della vita di Stephen e Jean: la giovinezza negli anni Sessanta, con la sua energia ancora intatta, e l’età avanzata, quando ciò che è stato vissuto torna a presentarsi come materia da interpretare. Non si tratta di un semplice confronto tra entusiasmo e disincanto, né di un dispositivo narrativo costruito per mostrare ciò che si perde con gli anni; ciò che interessa a Barnes è piuttosto la variazione dello sguardo, il modo in cui un medesimo episodio, rivissuto interiormente a distanza di decenni, cambia consistenza, si carica di un peso diverso, talvolta rivela un significato che al momento dell’accadere restava invisibile.</p>
<p>La memoria, in questo libro, diventa allora il vero spazio narrativo. Stephen anziano non ricostruisce soltanto una storia d’amore, ma la propria identità, attraverso una serie di aggiustamenti interiori, riconoscendo che ogni ricordo contiene già un’interpretazione. Tra l’uomo che agiva e quello che ora contempla si apre uno scarto che nessuna rilettura riesce a colmare del tutto. In quello scarto prende forma la sostanza del romanzo.</p>
<p>Accanto a questa linea si muove la presenza discreta di Jimmy, il cane che accompagna la vecchiaia di Stephen. Il corpo animale, con il suo declino silenzioso, fino alla morte, restituisce alla riflessione sul tempo una materialità che impedisce ogni astrazione: la fine si inscrive nella quotidianità, nel ritmo delle passeggiate, nella cura, nella consapevolezza che ogni vita possiede una propria misura.<br />
L’apparizione di una figura chiamata Julian introduce un ulteriore livello di coscienza: la scrittura entra in scena come gesto che si interroga sul proprio stesso senso. Il dato biografico della malattia che ha colpito Barnes negli ultimi anni resta sullo sfondo e conferisce al libro una gravità particolare, come se l’orizzonte della finitudine attraversasse la pagina senza bisogno di aggiungere altro.</p>
<p>In un contesto letterario, e un panorama narrativo, in cui il romanzo tende spesso a legittimarsi attraverso un’esposizione quasi spasmodica dell’io, <em>Partenze</em> sceglie una via più mirata, quasi appartata, e affida il proprio vigore alla precisione dello sguardo. L’io che emerge da queste pagine non cerca di imporsi come centro indiscusso dell’esperienza; accetta invece di essere attraversato dal tempo, di essere modificato dal ricordo, di scoprire che ogni interpretazione resta provvisoria.<br />
Se questo libro rappresenta davvero un congedo, lo fa attraverso un gesto di rarefazione: ogni elemento appare ridotto all’essenziale, come se la narrazione avesse attraversato un lungo processo di distillazione e purificazione. I temi che hanno segnato l’opera di Barnes riaffiorano qui con una limpidezza quasi definitiva, consegnando al lettore una meditazione sulla continuità dei legami e sulla loro inevitabile trasformazione.</p>
<p>Chiudendo il libro si avverte qualcosa di più sottile di una conclusione: la percezione che la vita, quando viene osservata a distanza, acquisti insieme maggiore chiarezza e fragilità. Ciò che rimane, alla fine della lettura, non è l’impressione di un epilogo drammatico e solenne, ma quella di un equilibrio raggiunto: la percezione che la durata della vita, osservata con sufficiente attenzione, diventi essa stessa forma, e che l’amore, riletto attraverso le sue trasformazioni, assuma un significato più vasto della somma dei suoi episodi. In questa scelta di misura e di concentrazione si riconosce la cifra più profonda del libro, e forse anche la sua attualità e la sua forza, perché ricorda che la letteratura può ancora interrogare il tempo senza gridarlo, può ancora esplorare la fine senza trasformarla in spettacolo.</p>
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		<title>John Fante e Arturo Bandini. Il romanzo di una vita di strade e di polvere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[castelvecchi]]></category>
		<category><![CDATA[Editrice Morcelliana]]></category>
		<category><![CDATA[John Fante]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Fancesco Minervino]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Scholé]]></category>
		<category><![CDATA[strade]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mauro Francesco Minervino </strong>  <br /> Solo la strada, come la scrittura, contiene “l’intera storia”, il fiotto umano del tempo che scorre via come fenomeno liberato dalla dialettica tra finzione e verità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Fancesco Minervino</strong></p>
<p><em>quello che segue è il capitolo “La diritta via” del saggio di Mauro Minervino &#8220;<a href="https://www.morcelliana.net/collane-schole/saggi/le-strade-la-vita-9788828407331.html">Le strade, la vita. Storie, luoghi, antropologie</a>&#8220;, pubblicato di recente da Scholé (<a href="https://www.morcelliana.net/">marchio dell&#8217;Editrice Morcelliana</a>), che ringraziamo</em></p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-118942" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-704x1024.jpg" alt="" width="380" height="553" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-704x1024.jpg 704w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-206x300.jpg 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-768x1117.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-289x420.jpg 289w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-150x218.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-300x436.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-696x1012.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_.jpg 1000w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></em></p>
<p style="padding-left: 80px;">Ero giovane, saltavo i pasti, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore. Le mie letture andavo a farle nella biblioteca di Los Angeles, nel centro della città, ma niente di quello che leggevo aveva un rapporto con me, con le strade o con la gente che le percorreva. Poi, un giorno, presi un volume e capii di essere arrivato in porto. Cominciai a leggerlo e mi parve di che mi fosse capitato un miracolo, grande, inatteso.</p>
<p>Così Charles Bukowski, alla ricerca di uno stile narrativo in prima persona, racconta l’incontro folgorante, del tutto casuale, con Arturo Bandini, protagonista di <em>Chiedi alla polvere</em>, il capolavoro di John Fante, pubblicato nel 1939 ma rimasto sconosciuto al grande pubblico fino alla fortunosa ristampa del 1980, sollecitata proprio da Bukowski che del libro scrisse una prefazione entusiastica, al punto da dichiarare di Fante: «Lui è il mio Dio».</p>
<p>Il pretesto narrativo offerto dal racconto autobiografico dell’esperienza della strada che compare tra gli elementi centrali nella narrazione di John Fante, si affronta principalmente nel romanzo <em>La strada per Los Angeles</em>, che rappresenta il primo fondamentale incastro della saga autobiografica di Arturo Bandini. A Los Angeles, Fante vive in alberghetti fatiscenti e spesso per strada, alterna la sua attività di scrittore a lavori precari come il lavapiatti, il fattorino d’albergo, l’operaio nelle fabbriche di scatolame di pesce. Anche se in ordine cronologico <em>La strada per Los Angeles</em>, più volte rifiutato dagli editori e poi uscito postumo, rappresenta il secondo capitolo della saga autobiografica dell’aspirante scrittore Arturo Bandini, completata da <em>Aspetta primavera, Bandini </em>(1937), <em>Chiedi alla polvere </em>(1939) e <em>Sogni di Bunker Hill </em>(1982). Questo romanzo-trilogia, scritto da fante a partire dal 1933 ma pubblicato postumo nel 1985, racconta le vicende di un giovane italo-americano Arturo Bandini, avventuriero e aspirante scrittore, e rappresenta un’esplorazione dei suoi sogni, frustrazioni e ambizioni nella Los Angeles degli anni ’30. Bandini è impegnato a rincorrere il successo in un viaggio per le strade di questa enorme metropoli-mondo, in cui il protagonista esplora la sua crescita e il suo sviluppo come narratore. Un’esperienza mobile e avventurosa che getta le basi per la creazione del personaggio di Arturo Bandini e per l’esplorazione di temi chiave nella narrativa di Fante.</p>
<p>Da quando negli USA fu riscoperto da Bukowski negli anni ’80 il romanzo divenne un bestseller, un cult della letteratura americana con milioni di copie vendute anche in Europa. Tradotto per la prima volta in Italia da Elio Vittorini nella celebre collana “Medusa” di Mondadori, già nel febbraio 1941, il romanzo passò però quasi ignorato col titolo <em>Il cammino nella polvere</em>. Molti anni dopo, quando una nuova generazione di artisti, principalmente californiani, e di scrittori come Pier Vittorio Tondelli aveva ormai riconosciuto in Fante un maestro, l’editore Marcos y Marcos propose una nuova traduzione, affidata a Maria Giulia Castagnone, del suo romanzo-culto. Nel 2003, l’edizione in allegato al quotidiano «la Repubblica», con la distribuzione in edicola, raggiunse tirature e vendite da capogiro e nessuno si stupì più della ennesima consacrazione italiana del narratore “dimenticato” più famoso del mondo. «Anch’io come Bukowski ho scoperto John Fante prendendo per caso un volume dallo scaffale di una libreria, e come lui ne sono rimasto folgorato. <em>Chiedi alla polvere </em>è un romanzo dalla struttura semplice, con pochi personaggi, ma è un libro intenso e ricco di suggestioni che non si dimenticano», ha scritto il critico e americanista italiano Angelo Cennamo.</p>
<p>Con il suo prepotente ibridismo linguistico e la sua ricca e caotica problematicità antropologica e sociale, il romanzo di Fante è un documento letterario vivo e incandescente, scaturito da un’esperienza alienante come quella migratoria; e la strada, tutte le strade percorse ossessivamente da Arturo Bandini all’interno del complesso e labirintico palinsesto simbolico che disegna il romanzo rappresentano il <em>luogo comune </em>in cui si imprime la forma mobile di questo processo fondamentale di ibridazione. La strada è la spaziatura di un miraggio, opaco o sfavillante a seconda degli stati d’animo, in cui si producono sradicamento, smarrimento, conflitto, bramosia, speranza; dalla strada sorgono le molteplici traslazioni culturali e le identità provvisorie a cui i personaggi fondamentali forgiati da Fante per popolare la sua celebrazione mobile della vita, vengono sottoposti di continuo come a una serie continua di ordalie. Il loro posto nel mondo sembra solo quello, la strada e la sua impermanenza, solo quella è la destinazione certa: «Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti».</p>
<p><em>Chiedi alla polvere </em>racconta la storia di un giovane scrittore di origini italiane (l’autore italo-americano era figlio di emigrati abruzzesi), alter ego di Fante, che dal Colorado si trasferisce a Los Angeles in cerca di successo, di donne, di sesso. «Non è colpa tua, ecco cosa pensi; tu sei nato povero, figlio di contadini miserabili, la tua città natale ti ha respinto perché eri povero, costringendoti ad andare ramingo per le strade di Los Angeles». Quella del viaggio e delle peripezie affrontate nel corso di questo passaggio dallo scrittore alter ego è un espediente letterario al quale ricorrono molti autori nordamericani, basti citare il Daniel Quinn della <em>Trilogia di New York </em>di Paul Auster; il Nathan Zuckerman di Philip Roth o l’Hank Chinaski dello stesso Bukowski. Arturo Bandini è un girovago, uno spiantato, caratterizzato da comportamenti rovinosi e sprezzanti, è maniacale e molto sicuro di sé ma senza ispirazione. Vive di espedienti e ha infatti pubblicato un solo racconto dal titolo bizzarro: <em>E il cagnolino rise. </em>I pochi dollari guadagnati gli sono finiti e non sa più come pagare il fitto della camera dove alloggia, e neppure come nutrirsi decentemente senza dover ricorrere a penosi stratagemmi del tipo rubare il latte da un camioncino mentre il garzone è impegnato a fare il giro dell’isolato.</p>
<p>Vagabondando per le strade della città, il «mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto», Arturo in cerca di esperienze, conosce in una delle sue scorribande una giovane cameriera messicana, Camilla Lopez, e intreccia con lei una difficile e tormentata storia d’amore, passionale e burrascosa, incongrua e faticosa come la sua esistenza. Su entrambi gli amanti incombe lo spettro della precarietà, della povertà e dell’infima condizione sociale. Camilla sopravvive facendo la cameriera in una birreria. Bandini se ne innamora spericolatamente, ma sul più bello gli manca la giusta passione per possederla. Come quella sera al mare – nella scena più poetica del romanzo – quando tutti e due, nudi, nuotano tra le onde dell’oceano al chiaro di luna. Camilla è una ragazza misteriosa, attratta da Bandini ma innamorata di un altro uomo che però di lei non vuole saperne. E proprio quando Arturo sembra averla conquistata definitivamente, lei scompare di nuovo come inghiottita dal deserto. La storia è un continuo rincorrersi, tra strade caotiche e periferie polverose, con la ragazza che precipiterà fatalmente in un destino di droga e autodistruzione. Può essere che qualcuno l’abbia tirata su e l’abbia portata in Messico. Può darsi sia tornata a Los Angeles e sia morta per strada o in una stanza sudicia di qualche motel ai margini di una highway. Nessuno da allora l’ha più vista.</p>
<p style="padding-left: 80px;">Così l’ho intitolato <em>Chiedi alla polvere</em>, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo senza speranze alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro.</p>
<p><em>Chiedi alla polvere </em>è il romanzo sommario di tutte le vitali passioni di Arturo Bandini. Quella per la scrittura lo spingerà di continuo per le strade di Los Angeles in cerca di vita da mettere sulla pagina. E sempre la strada lo porterà ad una disperata inconciliante e fervente conoscenza amorosa: «Ecco che parto, ed è una sensazione bella e dolce e calda, morbida, deliziosa, delirante»; dalla mobilità della strada sorgono gli incontri che porteranno Bandini a intrecciare con la sua giovane cameriera messicana una relazione fatta di ossessione, di fughe, tradimenti e ferite immedicabili. Camilla la sbeffeggia e la denigra, ma alla fine Arturo è l’unico che se ne prenderà cura quando lei si annienterà per un altro.</p>
<p>Fante ha la grande capacità di parlare di cose profonde in modo apparentemente leggero: l’amore non corrisposto, le strade di un mondo ostile ed estraneo, il senso di sradicamento, la paura del futuro, il razzismo e le ingiustizie sociali, il senso di colpa legato al peccato, le difficoltà dei rapporti tra uomini e donne, le inquietudini della gioventù che esce per strada non per ritrovarsi ma per perdersi.</p>
<p>«Muovendomi con il traffico, mi domandavo quanto altri come me prendevano la strada semplicemente per sfuggire alla città. Giorno e notte, la città formicolava di traffico ed era impossibile credere che tutte quelle persone avessero una ragione purchessia per guidare», scrive è John Fante, nel libro <em>Sogni di Bunker Hill</em>, l’ultimo romanzo del ciclo su Arturo Bandini, dettato dallo scrittore alla moglie, poco prima di morire. Fante ha scritto dal quartiere di Bunker Hill quasi tutti i suoi libri, sotto la funicolare di Angel’s Flight, tra le case vittoriane dello storico distretto di Downtown LA, scenografia prediletta dalle pellicole noir degli anni Cinquanta. Arturo Bandini in <em>Chiedi alla polvere</em>, resta ad osservare la città dall’hotel St. Paul, percorrendo le vie di Bunker Hill, da solo: «vagavo per quelle strade e m’impregnavo di loro e della loro gente, come fossi fatto di carta assorbente», insieme alle sue fantasie, pronte per essere messe sulla pagina, per diventare materia del suo primo romanzo: «Bandini, assurdamente impavido, che non teme nulla se non l’ignoto in un mondo di stupefacente mistero. Sono risorti i morti? I libri dicono di no, la notte grida di sì».</p>
<p>Non si capiscono le ambizioni di Arturo Bandini, i suoi sogni di Bunker Hill, le sue velleità di scrittore, la sua esigenza di liberarsi dell’ossessione per una città rinchiudendola in una pagina, se non si comprende la sua incorreggibile e calamitosa ossessione per quel regno della polvere della metropoli che sono le strade: «Los Angeles, dammi qualcosa di te! Los Angeles, vienimi incontro come ti vengo incontro io, i miei piedi sulle tue strade, tu, bella città che ho amato tanto, triste fiore nella sabbia».</p>
<p>Il Bandini dalle facili disperazioni e dagli altrettanto rapidi entusiasmi, quello ansioso di vita, quando questa sembra sempre nascondersi altrove, «fame di vita in una terra di polvere, fame di cose da fare e da vedere», lo si ritrova solo a patto di incontrarlo sbandato e delirante in mezzo a una di quelle lunghissime strade americane, infinite come la morte, che si annuncia come una calamita con la paura del deserto: «Tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare». Più di ogni cosa conta il viaggio, la prova della strada. Basta poter illudere ancora una volta la fuga, anche se quella che abbracci è l’unica strada, e non vedi vie d’uscite, e non ha più neanche speranze di arrivare alla fine: «a quelli che sono rimasti a casa potrete sempre mentire, tanto non amano la verità, non vogliono conoscerla, preferiscono credere che, prima o poi, anch’essi vi raggiungeranno in paradiso». La strada è la scena indispensabile di quella “poetica della solitudine” sorretta da una prosa mimetica che come la strada è superficie imprevedibile e visionaria in cui Fante/Bandini sprofonda in se stesso, stabilendo attraverso la strada una relazione univoca e paranoica con il mondo esterno, con il presentimento sempre incombente della fine, e della sua inutilità che sommerge tutti: «ora sono vecchi e stanno morendo sotto il sole e nella polvere calda delle strade».</p>
<p>E tuttavia, «Non tiratevi mai indietro di fronte a una nuova esperienza. Vivete la vita fino in fondo, prendetela di petto, non lasciatevi sfuggire nulla». Tutta la polvere che si alza e ricade sui marciapiedi della vita viene dalle strade. «Ero arrivato in autobus ed ero tutto impolverato. Strati di polvere del Wyoming, dello Utah e del Nevada mi si erano depositati fin nei capelli e nelle orecchie». Dalle strade sale il richiamo incessante e caotico della vita, seducente e mendace sino alla sua consunzione finale, il pulviscolo ardente della vita e lì anche quando il mondo esterno non si accorge di nulla, o fraintende completamente questa passione incenerita: «Arturo, va’ a cercarti un lavoro. Va’ là fuori a cercare ciò che non troverai mai». È emblematico in questo senso l’episodio in cui Bandini si invaghisce sfrenatamente di una donna che indossa un cappotto rosso, una sconosciuta incontrata per strada. Inizialmente la segue, e quando riesce ad avvicinarla gli manca il coraggio di farsi presente e scappa di nuovo via, su quella stessa strada.</p>
<p>Nel <em>Prologo </em>che Fante scrisse per la prima edizione americana della trilogia, scritta nel 1939 ma rimasta a lungo inedita, c’è una nota in cui lo scrittore spiega con la stessa voce di Arturo Bandini la sua esperienza e l’importanza generativa della strada nella sua scrittura narrativa: «Così l’ho intitolato <em>Chiedi alla polvere</em>, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro».</p>
<p>E infatti la caratterizzazione ossessiva del quartiere della città è offerta attraverso la strada e la polvere, soprattutto nei capitoli <em>Sei </em>e <em>Sette</em>: «Mi diressi verso la mia stanza, su per le scale polverose di Bunker Hill […]. Polvere, vecchie case e vecchia gente seduta alle finestre, vecchi che uscivano traballando dalle porte, e che si trascinavano lungo le strade buie […]. Con la polvere di Chicago, di Cincinnati, di Cleveland sulle scarpe».</p>
<p>Arturo scende in strada; non può fare altro se vuole scrivere, se vuole vivere, se vuole innamorarsi. Arturo Bandini è pur sempre Arturo Bandini, dovunque vada o vorrebbe andarsene, e sempre si rimette in viaggio per andare o tornare a Los Angeles, la città dove conducono tutte le sue strade, le strade che penetrano il labirinto di questa nuova “città eterna”. Alla fine Bandini dopo averlo così faticosamente e dolorosamente concluso prende il manoscritto intero del suo romanzo e lo scaraventa rabbiosamente nel deserto; lo lascia lì a consumarsi. Altre strade, altra polvere, per sempre.</p>
<p>Solo la strada, come la scrittura, contiene “l’intera storia”, il fiotto umano del tempo che scorre via come fenomeno liberato dalla dialettica tra finzione e verità. L’unica cosa che resiste alla polvere, alla fine di una strada, è il sogno. E Fante lo sapeva bene, lui che non ci ha mai rinunciato: «uscì per la strada con la profonda soddisfazione che gli veniva dalla convinzione d’essere il padrone della terra».</p>
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		<title>La separazione delle carriere: giudici e no (Letteratura e diritto #6)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 06:00:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura e diritto]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> La prima separazione delle carriere l’ha realizzata Atena nell’Areopago. Nella trilogia di Eschilo, infatti, assistiamo alla nascita del processo e alla trasfigurazione della vendetta arcaica nella più moderna amministrazione della giustizia. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p>La prima separazione delle carriere l’ha realizzata Atena nell’Areopago. Nella trilogia di Eschilo, infatti, assistiamo alla nascita del processo e alla trasfigurazione della vendetta arcaica nella più moderna amministrazione della giustizia. Questa svolta di civiltà produce anche un mutamento antropologico. Le terribili Erinni, che sono le accusatrici di Oreste, colpevole di aver ucciso la madre Clitennestra per vendicare il padre Agamennone, si trasformano in Eumenidi, le benevole. Chissà che l’inconscio collettivo della politica non riveli questo desiderio: rendere i pubblici ministeri, che rappresentano, appunto, l’accusa, più benevoli. Ammansire le procure è l’inconfessato obiettivo che una parte politica persegue dai tempi di Tangentopoli. Con il referendum del prossimo marzo siamo arrivati all’Armageddon.<br />
Sul piano giuridico il discorso si fa più lineare. La nostra civiltà, almeno sulla carta, ha già introiettato la riforma di Atena. Tanto che il pubblico ministero ha l’obbligo di cercare anche le prove a favore dell’imputato. Nella pratica, si dirà, questo non avviene. Il tema, dunque, è un altro. Si dovrebbe avere il coraggio di non parlare più di carriere ma di funzione. Sarà mica che la funzione inquirente non è una funzione giurisdizionale ma poliziesca? La discussione assumerebbe tutt’altra piega e si sgancerebbe dall’attualità del referendum. Vi immaginate lo zelante ispettore Javert essere benevolo nel perseguire Jean Valjean? E chi può pensare al Grande Inquisitore dei Fratelli Karamzov o al giudice istruttore Petrovic di fronte al delitto compiuto da Raskol’nikov, come a un giudice terzo? Ne Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird), ci ricordiamo, anche grazie al film, l’avvocato Atticus Finch, ma non Horace Gilmer, il procuratore pieno di pregiudizi razziali niente affatto benevoli.<br />
Per trovare un giudice-eumenide bisogna andare a Porte aperte e al giudice descritto da Leonardo Sciascia (tirato per il bavero nella polemica referendaria). Impariamo da questo romanzo che il mestiere del giudice, qualunque sia la carriera, consiste, come la lingua italiana, nel “ragionare”. E mi pare evidente che stiamo vivendo un’epoca di scarsi ragionamenti. Il giudice di Mani Pulite Antonio Di Pietro voterà SI al referendum sulla separazione delle carriere. Appunto, lo avevano criticato per essere stato, in realtà, un poliziotto. Almeno, lui è rimasto coerente. Noi invece ci sentiamo più garantiti se giudici e procuratori condividono la stessa cultura della giurisdizione e dunque lo stesso ordinamento.<br />
Il sistema giudiziario italiano è, per fortuna, tra i più garantisti. Lo dimostra, se si guardano le statistiche, il fatto che, con tre gradi di giudizio, le assoluzioni prevalgono sulle condanne. Se c’è stato e persiste un abuso della carcerazione preventiva, va detto che in Italia, appena fuoriuscito dalla stagione del terrorismo (ed allora la legislazione di emergenza restrittiva delle garanzie costituzionali fu contestata da pochi), il sistema giudiziario è stato continuamente “stressato”, prima con la corruzione di Tangentopoli, poi con l’offensiva della criminalità organizzata.<br />
C’è da chiedersi perché le forze politiche che invocano la separazione delle carriere in nome del garantismo e dello stato di diritto, sono le stesse che invocano misure securitarie e repressive in materia di ordine pubblico. Questa contraddizione rivela una cattiva coscienza. “Li arrestano, poi i giudici li mettono fuori”. Quante volte abbiamo sentito questa frase da bar? Ecco, i giudici sono alla bisogna, secondo la convenienza, quelli che non rispettano i diritti della difesa, e allo stesso tempo quelli che lasciano liberi i delinquenti.  Siamo arrivati al punto. La separazione è solo un velo. Dietro questa riforma, soprattutto con lo sdoppiamento del CSM, l’organo di autogoverno della magistratura, c’è l’obiettivo non dichiarato di rompere l’unità della giurisdizione, che in Italia ha col tempo anche formato una cultura della giurisdizione garantista e soprattutto indipendente dal condizionamento del potere politico.<br />
Non è stato sempre così, attenzione. Fino agli anni ’70 gli uffici giudiziari di Roma venivano chiamati il “porto delle nebbie”. La stagione è cambiata con la generazione dei “pretori d’assalto”. Con le loro prime inchieste contro la corruzione ruppero la storica alleanza tra Potere e Magistratura. La volontà di una parte politica è di ritornare al passato. Le procure vanno normalizzate. Erinni con i pesci piccoli. Benevole con i potenti. Altro che garantismo. Addio indipendenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
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<h1 class="tdb-title-text"></h1>
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		<title>Lo spazio del passato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 06:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Arkadia Editore]]></category>
		<category><![CDATA[berlino]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[rovereto]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Nardon]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Walter Nardon </strong>  <br /> Zangrando si muove dunque consapevolmente in un’autobiografia-da-farsi che diventa un gioco di specchi nel quale si riconosce il lavoro dello scrittore, chiuso fra un protagonista che non riesce a raccontare per intero la sua storia... ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Walter Nardon</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-118488" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788868516314_0_0_536_0_75.jpg" alt="" width="380" height="570" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788868516314_0_0_536_0_75.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788868516314_0_0_536_0_75-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788868516314_0_0_536_0_75-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788868516314_0_0_536_0_75-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788868516314_0_0_536_0_75-300x450.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Di norma in un’autobiografia è la voce narrante ciò che imprime il ritmo agli avvenimenti, ordinandoli secondo la singolarità dell’esistenza; è il suo timbro emotivo a rendere inconfondibile la storia ben più che gli eventi in sé, tanto che perfino una vita priva di grandi soprese può risultare, in forza di quest’unica qualità, più che avvincente: il passato si piega secondo le risorse dell’intuizione, la distensione dell’animo rivela la sua sintassi interiore. Tuttavia, non sempre le cose vanno in questo modo; per quanto la geografia – almeno in tempo di pace – giochi un ruolo minore nella ricostruzione del nostro passato rispetto agli oggetti, agli incontri o alla successione degli istanti a cui emotivamente la nostra coscienza è rimasta legata, alcuni luoghi o eventi remoti sembrano promettere garanzie imprevedibili, anche quando non riescono a mantenerle. A volte, infatti, può sorgere la convinzione che siano i luoghi a certificare un’esistenza o, per meglio dire, che contribuiscano in modo determinante a definirne l’identità.</p>
<p>È questo il caso al centro del romanzo <em>I padri si saltano</em> di Stefano Zangrando, uscito da poco da Arkadia. Ne riassumo in breve la vicenda. Durante il lockdown del Covid, il narratore, un insegnante le cui ambizioni di scrittore sono state soffocate dalla scuola, riceve fortunosamente via social una richiesta di aiuto che si traduce nell’incarico di mettere per iscritto l’autobiografia di un ex-deejay altoatesino, ora riparato a Cagliari in una barca, Eritreo Scheinwindl, che a Berlino si esibiva col nome d’arte di “Magra Sorte”. Il narratore vive a Rovereto con Erica e la loro figlia undicenne Asia.</p>
<p>Durante gli incontri telematici via Meet il narratore raccoglie le confessioni di Eritreo il quale, più che raccontare la propria storia, appare fin da subito preoccupato di ricostruire una genealogia familiare accidentata, dalle influenze più varie (austriache, sarde; il bisnonno è chirghiso). Così, più che il racconto di un’esistenza, il lavoro del narratore prende la piega di una ricerca in cui la genealogia – e i luoghi che la costellano – danno l’impressione di offrire alla vicenda umana di Eritreo una garanzia di coerenza altrimenti incerta, evanescente quanto il suo corpo, visto che si dice afflitto da un male che lo porterebbe ad autodissolversi. Nel corso delle chiamate, Berlino (il luogo in cui dodici anni prima Eritreo ha incontrato il narratore), la bisessualità, una molestia giovanile, la scoperta del rock, lo spaccio, la musica elettronica, il travestitismo e la donna che gli ha cambiato la vita assumono rilievo in forza dei contesti in cui sono inseriti, più che per ciò che hanno lasciato nella continuità della coscienza, come se il racconto del protagonista non fosse che un omaggio a quei vari contesti. Il narratore riporta gli eventi, li riassume di seguito, in un lavoro estenuante di trascrizione che coincide, di fatto, col romanzo.</p>
<p>Mentre cerca un profilo nella vita di Eritreo, che non si mostra mai del tutto a fuoco neanche in video, il narratore è costretto a rivedere anche la propria condizione, a partire dalle difficoltà con Erica, che soffre il lockdown più di lui e che non riesce a sentirsi partecipe del compito – peraltro ben retribuito – di venire a capo di questa storia. Sempre più immerso nella vita dell’ex-deejay, il narratore si ritrova straniero nei suoi spazi quotidiani: i suoi gesti, sia verso Erica, sia nei confronti della figlia si fanno troppo volontari, impacciati. La quotidianità della scuola, come altri affetti familiari vengono relegati sullo sfondo: la sua vita si sta allontanando da Rovereto e infatti, non appena possibile – con uno stratagemma un po’ meschino che gli consente di saltare gli esami di maturità – il narratore segue la sua impresa e la sua possibilità espressiva fino in fondo, ossia fino al porto di Cagliari.</p>
<p>In questo libro ritornano i temi cari all’autore: gli scambi transfrontalieri fra Alto Adige e Austria, Berlino capitale del mondo tedesco e insieme metropoli e laboratorio internazionale. Ritorna anche la ricerca sull’identità, che era già al centro del libro precedente di Zangrando, <em>Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B.</em> (Arkadia, 2018); ma se nel caso di quel romanzo-inchiesta la sorte di Peter, il più sfortunato esponente della famiglia Brasch, non richiedeva un supplemento di documentazione perché – per così dire – questo compito era già stato svolto dall’anagrafe e dalla Storia, nel caso di Eritreo Scheinwindl il romanzo sembra costretto a fornirla, oltre che dal punto di vista genealogico, anche da quello storico istituzionale: qua e là ritornano in breve la guerra, l’opzione etnica, la difficile coabitazione fra gruppi diversi, il terrorismo altoatesino. Su ciò che è rimasto al centro della vita di Eritreo, andando a costituire quel nucleo di affetti e di preferenze che ne hanno segnato non i singoli eventi, ma la durata, rimane il silenzio, sia che si tratti di reticenza, nella sua confessione, sia che questo derivi da qualche indiscrezione folgorante ed ellittica da parte di qualche amica sarda, ad esempio su un’altra donna che a Bologna ha giocato un ruolo determinante nella sua vita. Il romanzo non presenta mai la voce di Eritreo per intero, rompendo deliberatamente il racconto in più punti; altrettanto frammentarie risultano le opinioni dell’inafferrabile interlocutore sul tramonto dell’Occidente nel XXI secolo e sulla mancanza di un’alternativa concreta al capitalismo. Se parla a più riprese del bisnonno e del nonno, raccontando anche della madre Cecilia e accennando alla linea femminile – a cui Erica per principio darebbe maggiore spazio – lascia nell’ombra il padre; del resto, come recita il titolo del libro, in certe circostanze e per ragioni che il libro stesso chiarisce, questo passaggio si salta. Eritreo sembra più incline a parlare di ciò che gli è remoto, ciò di cui non ha fatto esperienza, che della sua vita, una scelta certo motivata, ma che non facilita la stesura di un’autobiografia.</p>
<p>Zangrando si muove dunque consapevolmente in un’autobiografia-da-farsi che diventa un gioco di specchi nel quale si riconosce il lavoro dello scrittore, chiuso fra un protagonista che non riesce a raccontare per intero la sua storia e un narratore che è costretto a raccontare la vita di un altro. Spostando l’attenzione sul narratore e sulle sue mosse – dopo aver aperto alla possibilità di un incontro con Eritreo – nella seconda parte Zangrando imprime al libro un passo meno analitico e più spedito.</p>
<p>E qui, all’inizio quasi inavvertitamente, le scelte del narratore si sovrappongono passo dopo passo a quelle di Eritreo, nella ricerca dell’autenticità (e di una voce) che si corona paradossalmente proprio nei luoghi dove il protagonista del racconto ha deciso di fermarsi e che in talune circostanze induce il narratore a identificarsi a tal punto in Eritreo da condividere gli spazi che questi ha occupato e, in un caso, ad abbracciarne perfino un amore. Al di là delle ipotesi finali un po’ stravaganti, il narratore sembra riconoscere, nel confronto col suo doppio, una parte di sé incoerente e sovrabbondante con cui è costretto a fare i conti, una parte che intuisce viva anche in diversi frangenti successivi. I luoghi che hanno ospitato le varie azioni, invece, come durante i mesi più duri della pandemia, rimangono testimoni indifferenti e inesauribili.</p>
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		<title>La lingua come sola patria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Feb 2026 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alice Pisu]]></category>
		<category><![CDATA[Burhan Sönmez]]></category>
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		<category><![CDATA[Nottetempo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Alice Pisu</strong> <br /> Sönmez usa l’espediente della documentata finzione per riprendere la polemica realmente innescata dalla domanda ‘Bisogna bruciare Kafka?’]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alice Pisu</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-118760" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-683x1024.jpg" alt="" width="380" height="570" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-768x1152.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-696x1044.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_.jpg 1000w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />“Non mi sono riscattato attraverso lo scrivere. Durante tutta la mia vita sono morto e ora morirò davvero. La mia vita era più dolce di quella degli altri, la mia morte sarà tanto più spaventosa. Lo scrittore in me naturalmente morirà subito, poiché una tale figura non ha terreno, non ha consistenza, non è nemmeno di polvere; è soltanto vagamente possibile nella più folle vita terrena, è solo una costruzione della brama di piaceri. Questo è lo scrittore. Io stesso però non posso continuare a vivere, poiché non ho vissuto, sono rimasto argilla, la scintilla non l’ho trasformata in fuoco, ma utilizzata solo per l’illuminazione del mio cadavere.”<br />
Scrive così Franz Kafka nella lettera a Max Brod del 5 luglio 1922, a cui l’amico risponde quattro giorni dopo notando la loro distanza nell’esperire la scrittura. Secondo Walter Benjamin Kafka ha voluto porre con questa amicizia un punto di domanda accanto alla sua vita (rilevante il volume <em>Un altro scrivere. Lettere 1904-1924, </em>Neri Pozza, per comprendere il complesso legame tra i due, retto più sulle divergenze caratteriali e letterarie che sulle affinità).<br />
Il mondo dei fatti che conta per Kafka – sostiene Brod – è invisibile: la scrittura è una cifra della vita, condensa l’esperienza e la rende possibile. Non c’è opposizione tra le due, come ricorda Ricardo Piglia nell’<em>Ultimo lettore</em>, Sur, “è solo che la vita deve sottomettersi a questa continuità, perché in definitiva questa è l’esperienza per Kafka”. E forse la vera libertà, come suggerisce Raoul Precht, può arrivare per uno scrittore solo quando nessuno lo leggerà più. Quel desiderio, espresso come volontà testamentaria, verrà tradito da Brod, che passerà la sua vita a occuparsi della redazione e della promozione delle opere di Kafka, diventando il suo principale biografo.<br />
Il nuovo romanzo di Burhan Sönmez, <em>Gli amanti di Franz K.</em> (trad. Nicola Verderame, Nottetempo) esplora questo cortocircuito con un’acuta riflessione in forma narrativa sul diritto all’oblio in letteratura, sul significato di fedeltà e tradimento, sul valore della giustizia, sul ruolo del passato in relazione all’identità dell’individuo, aspetti centrali nella sua intera produzione letteraria.<br />
Originario di Haymana, avvocato specializzato in diritti umani, Burhan Sönmez è stato rifugiato politico in Inghilterra per un decennio dopo una violenta aggressione subita dalla polizia turca nel 1996. Attualmente vive tra Istanbul e Cambridge, dove è Senior Member dello Hughes Hall College e del Trinity College. Ogni sua narrazione, pur differente nei motivi espressivi e nelle vicende affrontate, verte sugli effetti sociali dei pesanti abusi di potere (significativo in tal senso il saggio ‘<em>Erdoğan. Un uomo normale’ </em>nel volume <em>Strongmen</em> a cura di Vijay Prashad, Nottetempo).<br />
Affine alla sua intera produzione il racconto del doloroso esilio dai luoghi dell&#8217;infanzia, l&#8217;analisi delle storture del regime, i soprusi delle forze dell’ordine, le ripercussioni sulla politica sulla diffusione della cultura, sulla religione e sulla società. La condizione comune studiata nelle sue opere palesa meditazioni sul significato di patria come infanzia, capace di crescere nel distacco.<br />
Nel suo ultimo romanzo ambientato a Berlino Ovest nel 1968, Sönmez sperimenta l’impianto del dialogo definito dal ritmo incalzante di un interrogatorio tra Ferdy Kaplan (l’omicida di uno studente di Biologia) e il commissario Müller, intervallato da scorci su Parigi e Tel Aviv e ingrandimenti su vicende che illuminano la principale. La scelta formale permette all’autore di definire la tensione apparentemente irrisolvibile tra forze dell’ordine e mondo intellettuale che solleva istanze rivoluzionarie.<br />
Kaplan incarna il conflitto tra influenze diverse. Di padre turco e madre tedesca, entrambi ferventi nazisti, rimane orfano durante i bombardamenti sovietici, viene estratto dalle macerie da suo nonno che prima di morire lo manda dai parenti a Istanbul. Il ritorno in Germania è segnato dalla crescita in un paese distrutto dalla guerra, dai disastri politici turchi, dai tumulti francesi, e trova espressione nella militanza radicale e conforto nella passione letteraria.<br />
La personalità complessa e le diramazioni delle sue radici portano gli inquirenti a battere piste bizzarre, sulla base di accuse pregiudizievoli di xenofobia e antisemitismo.<br />
Una persona non è solo la sua identità, sostiene Kaplan dal penitenziario di Tegel dove è rinchiuso. Nello scagliarsi contro un’istituzione che sembra piegare il diritto a suo piacimento, rievoca casi disparati di manifestazioni contro l’oppressione e le ineguaglianze represse col sangue dalla polizia.<br />
“Si rende conto di dove si trova, commissario Müller? Questo è un carcere, e la storia di questo posto è piena di ingiustizie compiute dallo Stato contro le persone, e non solo sotto il nazismo. E lei, in quanto funzionario dello Stato, viene a parlarmi proprio qui della morte di gente innocente. Annusi queste pareti e sentirà l’odore delle vite marcite degli innocenti”.<br />
Attraverso il caso di Kaplan, Sönmez riflette sugli esiti di discriminazioni continue tra palesi violazioni dei diritti che ledono la visione dell’esistenza e possono portare a maturare una concezione di giustizia riparatrice. La vicenda personale si fa portatrice di istanze collettive, con rimandi a eventi drammatici nei quali rimane coinvolto anche il protagonista, come il pogrom di Istanbul del 1955.<br />
Prende forma una vicenda complessa che innesca domande sul valore della verità. Il crescendo appassionato che delinea il vero obiettivo mancato, Max Brod, porta un commissario a studiare Kafka, le sue opere, la sua vita e il suo periodo berlinese, e un omicida a dispiegare i reali intenti della sua vendetta: punire con la morte l’artefice del crimine letterario verso uno dei massimi scrittori del XX secolo.<br />
Tra i risvolti, il rischio di strumentalizzare l’attentato sulla stampa come ostilità antiebraica verso uno scrittore i cui libri erano finiti al rogo a Berlino la notte del 10 Maggio 1933 con altri ventimila volumi nell’azione nazista intrapresa contro ‘lo spirito non tedesco’. Nell’intento di scovare un’ipotetica organizzazione sotterranea, si indaga anche su voci dissidenti votate alla vendetta: realtà clandestine francesi attive attraverso riviste durante la Resistenza e nei decenni successivi.<br />
Sönmez usa l’espediente della documentata finzione per riprendere la polemica realmente innescata dalla domanda ‘Bisogna bruciare Kafka?’ sollevata nel 1946 dalla rivista comunista <em>Action </em>che quattro anni dopo vede la risposta di Georges Bataille nel saggio <em>Kafka de­vant la critique communiste</em>. Una vicenda complessa in cui si inseriscono numerosi interventi critici, tra cui il pregevole <em>Kafka Pro e contro</em> di Günther Anders (pseudonimo di Günther Stern) oggi ripubblicato da Quodlibet con in appendice la critica di Max Brod del 1951 ‘Assassinio di un fantoccio chiamato Franz Kafka’, la replica di Anders e la controreplica di Brod del 1952.<br />
Anders esorta a interrogarsi sul valore del fallimento per comprendere Kafka. Sönmez riprende idealmente tali assunti nell’assegnare contorni nuovi alla polemica immaginando un senso di colpa talmente lancinante in Brod da spingerlo a boicottarsi. Quella voce pentita trova spazio tramite una lettera che motiva la sua assenza in tribunale: è il pretesto per definire i motivi della sua scelta e il conflitto interiore che dopo l’euforia iniziale lo ha condotto all’infelicità.<br />
“Poiché non gli è stato possibile vivere la sua vita come avrebbe voluto, aveva paura della morte. E così io ho vissuto questa vita al posto suo. […] La sua volontà era simile a quella di un amante che dice ‘Dimenticami’ prima di andarsene, ma non vorrebbe essere dimenticato. Io lo sapevo.”<br />
Si insinuano per voce del protagonista continue riflessioni sul ruolo della lingua, sul significato del nome, sull’identificazione di sé sulla base dell’eredità culturale e sulla possibilità di affrancarsi da essa. Tra due poli all’apparenza opposti il terreno si sposta su questioni letterarie e filosofiche, riflessioni sul destino, sul libero arbitrio che avvicina l’essere umano a Dio, sull’opportunità o meno di pubblicazioni postume che non godono dell’avvallo dell’autore, sulla disobbedienza come forma di protezione, con un parallelo tra il tradimento di Brod a scopo di difesa, e quello di Satana, contrario alla creazione di esseri umani a immagine e somiglianza divina per il rischio di intaccarne l’unicità.<br />
La bellezza dell’opera risiede anche nella vicenda che scorre in parallelo. Un amore lontano irrompe nel presente e destabilizza il protagonista attraverso un disegno capace di sancire un legame imperituro culminato, dopo la lettura di <em>Un artista del digiuno</em>, nel tributo alla vita con l’invio di lettere ai morti. Tale scambio impossibile rimanda al rilievo rivestito dalla corrispondenza come genere in Kafka, in grado di palesare, tra ossessioni e interruzioni, l’esigenza vitale di rendere visibili le connessioni, e di favorire nell’altro la lettura della realtà come sperimentata da lui.<br />
A marcare i tratti dei soggetti narrati sono le reti sociali che hanno contribuito a definirne lo spessore intellettuale, come un dottore che per avvallare la tesi della superiorità della verità sulla paura, sull’amore e sulla morte, cita Immanuel Kant e Louis Aragon.<br />
Sönmez studia l’ineffabilità del vivere attraverso un complesso universo figurativo con ricorrenze dominanti, come l’idea di un impossibile rispecchiamento, la peculiare concezione dell’altrove, la riflessione sulla solitudine attraverso l’immobilità degli oggetti, l&#8217;annullamento del passato e del futuro. Come per Kafka, non si tratta di una scrittura simbolista, ma che si regge sulle metafore per potenziare le suggestioni visive e concepire l’immaginazione come una delle possibilità del reale.<br />
Affine a quanto sostenuto da Simone de Beauvoir – “Nessuno scriverebbe se non avesse, in un modo o nell’altro, sofferto la separazione e non cercasse, in un modo o nell’altro, di distruggerla” – Sönmez celebra il potenziale insito nella distruzione per interrogarsi sulle frontiere della letteratura nel conciliare l’inconciliabile. Con <em>Gli amanti di Franz K.</em> struttura un intenso omaggio a Kafka con un’opera che scruta l’incubo della libertà in assenza di confini tra esistenza e scrittura, e scandaglia i recessi di colpa e pena, la coesistenza del negativo nella visione del vivere, l’abbaglio della coscienza, il valore dell’alterità e la condizione della lingua come sola patria per lo scrittore, dove immortalare uno smarrimento condiviso e attestare l’urgenza vitale di cesura.</p>
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		<title>Quando gli alberi parlano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/12/quando-gli-alberi-parlano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[castelvecchi]]></category>
		<category><![CDATA[Donatella Alfonso]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[ponente]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>Marino Magliani</strong> intervista <strong>Donaltella Alfonso</strong>  <br /> Siamo abituati a leggere, con quella retorica che purtroppo per molti anni ha accompagnato una certa narrazione della Resistenza, di scelte convinte e assolute.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Marino Magliani</strong> intervista <strong>Donatella Alfonso</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-118574" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/ALFONSO.jpg" alt="" width="380" height="537" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/ALFONSO.jpg 453w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/ALFONSO-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/ALFONSO-297x420.jpg 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/ALFONSO-150x212.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/ALFONSO-300x424.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p><strong>Marino Magliani</strong> La prima cosa che vorrei chiederti a proposito del tuo romanzo <em>Quando gli alberi parlano </em>(Castelvecchi Editore), è su Borgo: nome di un luogo per cui se non essendo specificata l&#8217;ubicazione vale il marchio del borgo che non esiste. È una scelta della quale ci puoi parlare? Sono più di uno gli scrittori del ponente che decidono di confondere le idee sull&#8217;ambientazione; uno è Biamonti, pensa al suo Luvaira, allo stesso Avrigue che potrebbe essere, ma anche no, Apricale, oppure Pietrabruna, ma la Pietrabruna del suo <em>Attesa sul mare</em> è situata ben più a ponente e a ridosso della frontiera di quanto non lo sia la vera Pietrabruna, comune della Valle San Lorenzo non distante dal Faudo. Il motivo per cui anch’io mi ritrovo a usare toponimi inventati, Sorba su tutti, è che posso collocarvi storie e descrivere personaggi senza dare riferimenti geografici e senza dovermi giustificare se qualche conoscente mi accusa di averlo fatto vivere nelle mie pagine. Borgo tuttavia ha qualcosa di speciale, il libro stesso ha qualcosa di speciale, con la fotografia in copertina di un luogo esistente, peraltro molto significativo e vivo nell&#8217;epopea partigiana: la battaglia del Monte Grande, durante la quale un gruppetto di partigiani è riuscito a stanare il nemico nazista e a portare a casa, in montagna, una vittoria importante. C&#8217;è poi il luogo della Spianata, e trattandosi di un&#8217;autrice che ha frequentato molto Imperia vien subito da pensare che si riferisca alla Spianata di Borgo Peri. Ma qui è tutt&#8217;altro che spiaggia. E a chi ti sta intervistando viene da chiedersi: hai utilizzato prima Spianata (nel romanzo è la radura pietrosa e erbosa ai margini di un bosco di cui la flora di medio e alto fusto raccoglie e conserva le voci e le memorie della fauna umana), o è l&#8217;utilizzo di Borgo che ti ha suggerito poi l&#8217;utilizzo di Spianata? O forse Spianata è da riferirsi a un altro luogo?</p>
<p><em><strong>Donatella Alfonso</strong> In realtà, la Spianata esiste ed è quella dell’immagine di copertina: è a San Bernardo di Conio, ai piedi del Monte Grande, il luogo dove ogni prima domenica di settembre si ricorda quella importante battaglia vinta dai partigiani. L’ho “incontrata” casualmente in uno dei tanti giri per l’imperiese e, anche per la lapidi che vi sono state erette, ho pensato che fosse uno dei luoghi fondamentali dove volevo situare il romanzo. Ma Borgo non è un semplice centro di una delle vallate dell’estremo ponente: è l’essenza del vivere un paese, con i suoi protagonisti &#8211; non a caso ho scelto di dare alle voci della gente il ruolo del “coro” &#8211; perchè è il paese stesso che è protagonista, che critica, valuta, definisce, tanto più se dall’altra parte ci sono le scelte di una donna libera come Antonia. Quindi Borgo è molti paesi, un luogo di molti luoghi visti &#8211; da Aurigo a Costa d’Oneglia, per restare nell’imperiese, ma vale anche per alcuni piccoli centri delle vallate cuneesi, o molto più in là, fino alle Cevennes &#8211; ma soprattutto è un essenza di paese e della gente che lo vive. Una realtà che chi ha vissuto i piccoli centri conosce bene.</em></p>
<p><strong>M.M.</strong> Ci puoi parlare un po&#8217; di Antonia, ribelle, giovane, le sta stretto il borgo, anche se in realtà in paese non le manca molto, almeno dal punto di vista di un minimo di benessere. Minimo, poiché il benessere negli anni della guerra significava non fare la fame, e Antonia non dovrebbe conoscerla, sostanzialmente per una buona ragione: i suoi genitori gesticono la <em>bitega</em>, l&#8217;alimentari del paese. Ma Antonia vuole andare via. Antonia “parla” o parlerebbe a un giovane del paese, Nini, partigiano, amico del fratello, che ha un certo fascino, ma in apparenza un sentimento tiepido, senza troppo entusiasmo. Il verbo “parlare” si usava anche subito dopo la guerra e non significa fidanzamento, ma piuttosto le prime prove, l&#8217;approccio, ora casto ora meno, e comunque pur sempre una scelta. Ma Antonia l&#8217;amore, o quello che lei crede esserlo, lo trova, forse, nella persona giusta che sta dalla parte sbagliata: un giovane tedesco della Wehrmacht.</p>
<p><em><strong>D.A.</strong> Credo che non fossero poche le ragazze come Antonia, in un tempo in cui non solo le costrizioni della mistica fascista sul ruolo femminile, ma proprio le convenzioni, le abitudini, lasciavano alle donne poca scelta sul loro futuro. Infatti l’unica via che lei pensa di trovare per affermare la sua autonomia è, attendendo la fine della guerra, tornare sulla costa &#8211; volutamente non ho indicato le città, potrebbero essere Imperia, Sanremo, Bordighera &#8211; e trovare un impiego da maestra, visto che il diploma l’ha conseguito, o magari lavorare in un albergo, o chissà, incontrare un amore. Si sente ed è diversa dalle coetanee: ha comunque studiato e, nella piccola società di Borgo avere, come dici tu, la bitega, le garantisce una “posizione”, come si soleva dire. Paradossalmente, il paese ha deciso che può accasarsi con Nini, perchè viene da una famiglia benestante, e lei stessa forse accetta di “parlarsi” con lui, in attesa che la fine della guerra le riapra le porte del mondo. “Si parlavano” è un termine che mi faceva sorridere molto, quando lo dicevano mia nonna o mia madre, ma che tu definisci bene: non più solo un corteggiamento, una amitié d’amour, piuttosto, e poi sarebbe stato il tempo o il caso a decidere se sarebbe sfociata in un fidanzamento vero e proprio o si sarebbe persa per strada, di fronte a un sentimento più concreto. Antonia trova in Nini quella momentanea conferma del suo ruolo, e si affida a lui, ma soprattutto alle scelte del fratello Enzo, anche per decidere di affiancare la Resistenza. Antonia esprime il dubbio: quello stesso dubbio che, dall’altra parte, incrocia in Martin, l’ufficialetto tedesco che studia la letteratura italiana e alla guerra non crede. Il loro &#8211; spinto proprio dal fatto che lei sia maestra, quindi titolata a fare conversazione con il militare &#8211; è l’incontro di due dubbi, in quella zona grigia che ha riguardato tanti. Perchè siamo abituati a leggere, con quella retorica che purtroppo per molti anni ha accompagnato una certa narrazione della Resistenza, di scelte convinte e assolute. Ci sono state e sono fondamentali per la costruzione de ”l’esercito scalzo” come fu definito, che portò alla Liberazione, ma ci furono anche quelli che si trovarono coinvolti per ragioni familiari, affettive, casuali. </em></p>
<p><strong>M.M.</strong> Non si può non tornare su questa parola che chiude la tua risposta. Non può essere casuale che Antonia sposti le sue attenzioni sul tedesco. Il cuore poteva battere per quello di un saloino (non un fascistone convinto, ma uno di quei repubblichini mezzi costretti, il cervelletto lavato dalla crescita in mezzo alle idee sbagliate), e invece è un tedesco. E questo perché, forse, a te tornava bene di introdurre un ragionamento sulla nazificazione della Wermacht.</p>
<p><em><strong>D.A.</strong> E’ vero. Non a caso &#8211; qui la mia storia di giornalista e di saggista prende il sopravvento &#8211; ho riportato il testo del decalogo di comportamento che veniva consegnato ai militari della Wehrmacht nelle zone occupate. E come si vede, riecheggia il rispetto, anche in zona di guerra, che doveva essere eredità dell’antico esercito del Kaiser, legato a canoni ottocenteschi. Nonostante la nazificazione della Germania, la Wehrmacht, soprattutto tra i richiamati, accoglieva molti uomini che ritenevano assurda se non intollerabile la scelta dei più fanatici, i rastrellamenti, le uccisioni di civili, l’odio per l’odio. Pochi, in realtà, si sono ribellati scegliendo di disertare, ma ci sono stati, prendendo anche parte attiva alla Resistenza, non solo in Italia. Solo negli ultimi anni, però, e a parte vicende famose come quella di Rudolf Jacobs, ben raccontato da Carlo Greppi ne “Il buon tedesco”, stanno emergendo queste vicende. Anche perchè in Germania, come ho potuto appurare, fino alla metà degli anni Settanta la diserzione o anche la collaborazione con il “nemico”, compresi i partigiani, veniva ancora considerato un atto di tradimento, con ricadute giudiziarie. Da qui una delle ragioni di tanto silenzio. Perchè se è vero che lo stato tedesco ha provato a fare i conti con il suo passato nazista, non lo ha fatto , se non in alcuni casi, con quanto i suoi soldati e ufficiali hanno fatto nei territori occupati. Va preso ad esempio positivo il discorso del presidente Steinmeier a Marzabotto nel 2024, quando chiese scusa ufficialmente per quella strage. Ma appunto, sono passati ottant’anni. E una presa d’atto e di coscienza non cancella migliaia di morti. </em></p>
<p><strong>M.M.</strong> L&#8217;ultima domanda è sul <em>nostos</em> dei reduci tedeschi dopo tanti anni, tanti o relativamente tanti, ma che sono comunque tornati. È un argomento che affascina anche me. In un mio romanzo di quasi vent&#8217;anni fa, un veterano torna &#8211; da anziano &#8211; in una vallata ligure dove la sua compagnia ha commesso una crudeltà per capire e, forse, per espiare la sua colpa privata. È povero, vive di fronte al paese, nei rovi, poiché le fasce ulivate che un tempo venivano pulite e coltivate ora sono inghiottite completamente dai rovi, quasi che anche la terra si vergognasse e sentisse la sua colpa, si nascondesse. In realtà non è così, il <em>nostos</em> dei reduci è documentato, in genere si tratta di gente benestante, tornano per rivedere la bellezza della luce del mare che freme su scogliere, palme e uliveti. Altri, pare tornino &#8211; ma nelle vallate circolano a proposito alcune leggende &#8211; perché da qualche parte hanno nascosto segreti e tesori. Altri ancora tornano per comprare un rudere e restaurarlo, e per allungare così la decadenza di una terra e fingere che la loro stessa decadenza fisica assieme a quella crollante della Liguria assomigli a una dichiarazione poetica. Insomma, in genere questi reduci che tornano sono più o meno benestanti, ma cosa tornano a fare i tuoi reduci, e chi sono?</p>
<p><em><strong>D.A.</strong> Non so se ci siano stati tesori segreti da recuperare, nelle ragioni per cui tanti tedeschi, a partire dagli anni Cinquanta, ma soprattutto nei Sessanta, hanno iniziato a cercare ruderi da recuperare o case coloniche da acquistare anche in luoghi &#8211; diciamolo francamente &#8211; non proprio turistici dell’entroterra ligure. E’ accaduto, peraltro, anche in Toscana, specialmente nelle zone dove si attestò a lungo la linea del fronte, nel Senese soprattutto. Credo che per i più l’Italia rappresentasse esclusivamente un bel posto dove avevano vissuto un periodo che ritenevano però superato, come quello della guerra, e quindi, dove garantirsi uno spazio per le vacanze. Di certo ci sono quelli che cercano o hanno cercato di capire: non casualmente, al Museo della Resistenza di Carpasio &#8211; salendo lungo la Valle Argentina &#8211; un luogo da conoscere e da visitare, ogni anno arrivano gruppi di persone dalla Germania e da altri Paesi che, dicono, vogliono capire, spesso anche perché vengono da famiglie che furono coinvolte nel nazismo. Martin torna, ma non sa cosa sia successo dopo la sua partenza: quando si renderà conto che c’è astio verso di lui, cerca di riprendere i fili di quelle scelte che non ha saputo fare fino in fondo, e anche le ragioni della distanza, dell’impossibilità, così gli sembra, di riprendere un filo di dialogo con Antonia. Capire, prendersi le proprie responsabilità: al di là della vicenda personale, credo che la storia che ho voluto raccontare sia tutta in questo contesto. E poi ci sono gli alberi, quelli che ascoltano le parole degli umani, quelli che la Storia e le storie le vedono passare. E che, a differenza delle persone, non giudicano mai. Ed è la ragione, in fondo, per cui Antonia quando va sulla Spianata, si sente libera. Anche se è rimasta a Borgo.</em></p>
<p><strong>M.M.</strong> Grazie.</p>
<p><em><strong>D.A.</strong> E grazie a te!</em></p>
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		<title>Il mondo dipende da chi lo racconta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/09/il-mondo-dipende-da-chi-lo-racconta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 06:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[albania]]></category>
		<category><![CDATA[Italo Svevo Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[Ruska Jorjoliani]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Morelli </strong> <br /> Questo piccolo libro ci ricorda che la letteratura ha il compito e il senso di continuare la tradizione del narrare, perché, checché ne dicano gli ignavi, noi possiamo sostenere la prova della nostra vita solo raccontando.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-118492" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-654x1024.jpg" alt="" width="380" height="595" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-654x1024.jpg 654w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-768x1202.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-981x1536.jpg 981w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-268x420.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-150x235.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-300x470.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-696x1089.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923.jpg 1000w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Grazie a dio forse, e quindi raramente, abbiamo l’impressione che non tutto sia perduto. Per esempio che quella del narrare non sia un’arte ormai delusa o esausta, solo preda di calcoli residuali, ma una predestinazione insegnata più che altro dal vento, come era nei toni svitati del cantore prescelto quella sera attorno al fuoco.</p>
<p>Sicuro che esagero, ma mi sono venuti i toni elegiaci nel leggere <em>Ardesia</em>, della georgiana (ma da tempo vive a Palermo) Ruska Jorjoliani, da lei scritto in italiano e stampato da Italo Svevo (16 euro). Un piccolo libro in cui la protagonista, assai contigua alla narratrice, torna dall’Italia al paesino natale dove si trova per caso ad assistere alla riesumazione, la ricerca in un campo incolto delle ossa perdute del bisnonno, un irrequieto, un ribelle, un delinquente, forse un tagliagole. Assieme ai resti riaffiorano man mano i ricordi di quello che per lei era invece “un angelo custode e un compagno di giochi” e, siccome diceva Balzac il caso non visita mai gli stupidi, quello scavo, la traslazione si trova ad assumere il modello quasi solenne di un coro funebre, uno <em>zari</em>, che nella tradizione locale è per i maschi mentre qui è lei da sola a intonarlo, appassionato e rivoltoso assai più che mesto o struggente.</p>
<p>In Georgia, nella sua vasta terra del confine, tra coloro che sono ancora vivi e il Gran Paese dei più persiste un doveroso, dignitoso e per lo più laico scambio continuo, non solo nella settimana invernale in cui vengono invitati e accuditi nelle case; e l’ardesia è nei muri delle abitazioni ma pure nelle pietre che ricoprono i morti, “segna il varco, il passaggio da un mondo all’altro, la trasformazione, e persino il nome con cui la si designa, <em>ka</em>, ha la brevità e il fascino di certe parole fondative”.</p>
<p>Per quanto riguarda la trama potremmo fermarci qui. Basta e avanza perché si proceda alla lettura. Ma, ci si potrebbe chiedere, come mai le categorie scadenti del veromile realistico, del servile, vero <em>sine qua non</em> delle odierne scritture italiche, qui non hanno presa? Per come la vedo io la caratteristica fondamentale di una storia è il narrare e non il suo contenuto, vale a dire che il necessario contenuto è il veicolo del racconto, non il racconto il veicolo del contenuto. Questo libro è perfettamente attuale, cammina tra i b&amp;b della moderna economia turistica locale e le truffe promesse dai <em>bitcoin</em>, i bistrot e i cocktail (“il tutto un po’ mischiato, sconnesso”), eppure sembra provenire dall’epoca in cui raccontare storie si occupava di una cosa evidente: che esiste il tempo e la nostra vita è vissuta in quanto tempo. Quando raccontare storie significava occuparsi del tempo e esperire che la nostra vita ha un termine, e così quella di coloro che amiamo e che si portano via per sempre il loro mondo. Significava accettare la tristezza di questa finitudine, in questo caso poi indissolubilmente intrecciata al particolare <em>sense of humor</em> di quella parte di mondo: “Quasi che il riso e il pianto siano stati distribuiti nel mondo in quantità precise, un tot a testa; il riso molto meno rispetto al pianto, e se c’è un’eccedenza del primo bisogna subito far quadrare i conti. Il georgiano in questi casi cerca di negoziare: «Perdonami, Dio, se rido. Non mi chiedere gli interessi per questo piccolo credito. Ripianerò il bilancio con il prossimo pianto». Ma non è mai un buon debitore.”</p>
<p>Neppure questo libro lo è. In questa sorta di instabile “taumatropio che ruotando crea l’illusione del movimento delle immagini”, l’indagine delle reminiscenze si svolge tutta all’aperto, a ribadire l’assunto cruciale che lo scrivere non procede dall’interno, ossia dall’alto della presunzione dei pensieri, del dominio della scena, bensì dall’esterno verso l’interno, e solo nel finale infatti, in un tempo sospeso nel “penultimo atto del giorno”, la protagonista verrà riaccompagnata a casa. E perché ancora quel tempo non è determinato dal contenuto ma dal narrare, e la storia è una storia perché ce ne ricorda altre, e se lo fa non è solo attraverso i fatti ma per i toni, la sua voce, cioè a dire quel congegno infallibile che ogni volta ci riporta al remoto, al condiviso. In questo modo la narrazione torna ad avere la sua funzione primaria come luogo di convergenza, un dispositivo che è parte di una ricerca fantastica che ci lega affettivamente agli altri, del bisogno di storie che l’umanità ha sempre avuto.</p>
<p>Questo è il modo per avvicinarci bravamente a ciò che abbiamo perso, quelle figure da leggenda caucasica, burbanti, stravaganti e piene d’umori, il bisnonno come classico eroe-bandito (“Quelli come lui non hanno una tomba, ne ero convinta. Non muoiono. Al massimo, in certi periodi di grande siccità, evaporano”: i georgiani tutti ancora figli del leggendario capo pagano Kartlos); alla vitalità che emana dalla totalità del carattere dell’individuo e a noi giunge come esasperata, e così la sofferenza di chi si mette in gioco senza limiti eppure, a brandelli, instilla ancora fiducia. Ed ecco che tornando ad essere quello che è sempre stato il narrare può ancora offrirci un’opportunità, è l’occasione incolta degli universi che convivono, e tanto basta a tutt’oggi per rappresentare qualcosa di sovversivo.</p>
<p>Sembra che il Mondo Nuovo che ci si impone creda di esistere soltanto nella cancellazione, nell’annullamento del passato, pare che solo così trovi le sue folli ragioni. Pure con il suo svelto montaggio finale (sola concessione forse alle scuole creative), assieme alle figure sbiadite questo piccolo libro ci ricorda che la letteratura ha il compito e il senso di continuare la tradizione del narrare, perché, checché ne dicano gli ignavi, noi possiamo sostenere la prova della nostra vita solo raccontando. E la domanda poi se ciò sia naturale o acquisito è, specie in questi tempi, solo irrilevante.</p>
<p>&nbsp;</p>
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