<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Giorgio Mascitelli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/author/giorgio-mascitelli/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 08 May 2026 15:18:28 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Splendore nel bosco</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/splendore-nel-bosco/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/splendore-nel-bosco/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[chef nel bosco]]></category>
		<category><![CDATA[Ivan Fantini]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo Mastromauro]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Vernaglione Berardi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119566</guid>

					<description><![CDATA[di <strong> Paolo Vernaglione Berardi</strong> <br /> Ivan Fantini, chef sopraffino, vive insieme alla compagna Paola Bianchi in una casa nel bosco, facendo a meno del denaro.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Paolo Vernaglione Berardi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-119567" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Screenshot-2026-03-27-at-21-05-02-anonimo-fra-gli-anonimi-–-Cronache-Ribelli-251x300.png" alt="" width="251" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Screenshot-2026-03-27-at-21-05-02-anonimo-fra-gli-anonimi-–-Cronache-Ribelli-251x300.png 251w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Screenshot-2026-03-27-at-21-05-02-anonimo-fra-gli-anonimi-–-Cronache-Ribelli-352x420.png 352w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Screenshot-2026-03-27-at-21-05-02-anonimo-fra-gli-anonimi-–-Cronache-Ribelli-150x179.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Screenshot-2026-03-27-at-21-05-02-anonimo-fra-gli-anonimi-–-Cronache-Ribelli-300x358.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Screenshot-2026-03-27-at-21-05-02-anonimo-fra-gli-anonimi-–-Cronache-Ribelli.png 367w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" /></p>
<p>Ivan Fantini, chef sopraffino, vive insieme alla compagna Paola Bianchi in una casa nel bosco, facendo a meno del denaro. Ma, a differenza della rivendicazione naturista-reazionaria della famiglia catturata nel sovranismo strapaesano e ignorante, da tempo ha fatto esodo dalla farsa oscena del potere.</p>
<p>Il baratto e il recupero di legna e cibo, la danza di Paola, coreografa da sogno, sono “il lusso della povertà” di due individualità, come dice Ivan nella intensa intervista con Leonardo Mastromauro, in <em>anonimo fra gli anonimi</em> (Cronache Ribelli, collana “archeologia del presente”, pp. 48, 8 €.).</p>
<p>La libertà, per Ivan, non è vivere nell’isolamento programmato, permeabile ad ogni cattura del discorso della civiltà, ma è la forma di vita indisciplinata che segue gli orari del giorno e la sequenza delle stagioni e del lavoro degli ingredienti con cui “fa politica”. Il che significa che, da molto tempo, Ivan non mangia, non beve, non legge, non ascolta e non veste con ciò che desidera, ma con ciò che viene da altre persone.</p>
<p>Tutto comincia da una depressione. Anni fa, con l’idea di abbandonare tutto, l’anonimo comincia a disboscare un bosco con pendenza al 38% per farlo diventare un orto per la sopravvivenza alimentare.</p>
<p>Con tre casse di mele trovate sul ciglio di una strada comincia a fare marmellate con la pectina naturale generata da bucce e semi e con la macerazione notturna con zucchero di barbabietola.</p>
<p>Nel <em>boscost’orto</em> , che è anzitutto un luogo di ascolto, si arriva con qualcosa e si porta via qualcos’altro, dopo enormi discussioni di ore intorno al tavolo. A sette anni Ivan inizia a cucinare a casa ciambelle, tagliatelle, piade, lasagne e cannelloni; si iscrive all’alberghiero e viene assunto in un ristorante della riviera romagnola, mentre suona in un gruppo punk. Agli inizi degli anni novanta entra in un circolo ARCI, si licenzia dai due ristoranti in cui lavorava, prepara crepes e concerti nello spazio-locanda annesso e, tra teatro, danza, cene, digos, polizia e banche, scopre, nelle parole di un giornalista penetrato in quegli oscuri luoghi culinari, di essere il più abile cuoco del circondario. Seguono controlli e l’inevitabile chiusura del locale. Chiamato in diversi festival teatrali e nelle house gallery a Roma, apre una mostra di Kounellis e al Macro realizza installazioni fruibili con il cibo. Alla Biennale Teatro ne realizza una imponente per l’impagabile “Societas Raffaello Sanzio”, gruppo di sperimentazione teatrale anni ottanta di rara potenza creativa.</p>
<p>Nei primi anni duemila Ivan Fantini vive e lavora in un mulino ristrutturato del ‘300. Un successo, ma con le leggi sui controlli di qualità haaccp, arrivano le multe, i debiti e l’osteria chiude. Ivan si ammala e inizia a scrivere. Da allora, come sa chi scrive davvero, la vita si trasforma e tutte le parole che si mettono su carta devono essere efficaci. Per fortuna un amico, proprietario di una casa editrice in fallimento, lo pubblica in 300 copie e 100 le vende la sera stessa ai contadini.</p>
<p>Fantini è autore intelligente, rabbioso e colto, che ha realizzato una forma di scrittura che impiega residui biografici in saporose salse in cui esplode l’infanzia. Poichè si scrive per urgenza e non per blaterare di editoria e fare l’apoteosi di se stessi, Ivan smette e rifiuta di partecipare a festival ed eventi in cui si ciancia di recupero, che viene messo nelle mani di chef dai nomi altisonanti, con cene da 130 euro a persona. É una questione di come stare al mondo con il tuo nemico, dice.</p>
<p>Stare tra gli alberi, estirpare edere, formare giacigli, creare un luogo accogliente per nessuno, non fà “stare nel buio”. Si continua a seminare cose che non produrranno nulla, tranne che un convivio per animali selvatici. Si tratta di quel quotidiano lavoro improduttivo che ha molto a che fare con lo scrivere che, se è davvero tale, consiste in una pratica vitale, un pò come quello che Foucault chiamava ‘giornalismo filosofico’. Per questa ragione ci vuole coraggio a smettere di essere cittadino per essere ultimo, per essere nel mondo ma non “del” mondo. “Ma quando ci riesci scopri che hai vinto”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/splendore-nel-bosco/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il signor Rodolfo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/20/il-signor-rodolfo/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/20/il-signor-rodolfo/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 05:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Emil Zebru]]></category>
		<category><![CDATA[il signor Rodolfo]]></category>
		<category><![CDATA[racconti contemporanei]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119291</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Emil Zebru</strong> <br /> Il signor Rodolfo amava il gelato: andava pazzo per il gusto malaga. Rispondeva cono, scuotendo la testa, quando veniva messo davanti alla scelta tra coppetta e, appunto, cono.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Emil Zebru</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-119292" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-300x220.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-768x564.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-572x420.jpg 572w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-150x110.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-696x511.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Il signor Rodolfo amava il gelato: andava pazzo per il gusto malaga. Rispondeva <em>cono</em>, scuotendo la testa, quando veniva messo davanti alla scelta tra coppetta e, appunto, cono. La domanda era del tutto superflua, perché alla gelateria lo conoscevano bene, ma a loro divertiva chiederglielo comunque, proprio perché già pregustavano la sua reazione: era una specie di rito. Il signor Rodolfo in cuor suo sapeva che lo facevano apposta per canzonarlo, ma ne percepiva la natura affettuosa e quindi non se ne aveva a male. Come sempre, estraeva dalla tasca dei pantaloni qualche moneta, pagava lasciando la mancia, poi prendeva un tovagliolino (o sarvietta come diceva lui); sfilava il gelato dal porta cono sul bancone, e si congedava facendosi accompagnare all’uscita dai saluti cordiali del personale. Il signor Rodolfo, da che se ne aveva memoria, prendeva sempre e solo il cono al malaga, per poi sputare nella sarvietta le uvette, tant’è che molti gli chiedevano perché non prendesse il gelato alla crema se non gli andavano le uvette, ma il signor Rodolfo respingeva l’obiezione con forza. Terminata la pallina di gelato e arrivato al cono, il signor Rodolfo lo rosicchiava, ruotandolo tra le dita fino al raggiungimento dei trecentosessanta gradi, liberando così il gelato rimasto intrappolato in quella gabbia di cialda; cialda che poi sputava. Perché si incaponisse tanto a prendere il cono se poi non lo mangiava non era dato saperlo, ma forse era proprio sputare la cialda a dargli gusto. La storia del cono al malaga, così come altre sue innocue stramberie, erano note a tutti; quando il signor Rodolfo passava, le mamme lo indicavano ai bambini che, sorridenti, agitavano la mano per salutarlo. Il signor Rodolfo era un abitudinario, tutti i giorni pranzava con la pasta al ragù, e la sera cenava con del caffelatte nel quale inzuppava il pane vecchio. Tutti i giorni, dopo pranzo, indossava il completo carta di zucchero, si metteva l’orologio, l’anello d’oro con una pietra nera e si schiaffeggiava il collo con l’Aqua Velva; poi prendeva l’autobus per recarsi in città a mangiare il gelato. Si serviva sempre alla gelateria Gianni perché il proprietario (Gianni) era un suo conoscente di vecchia data. Gianni portava un foulard di seta al collo che gli dava un tocco giovanile e raffinato e, sotto la sua giacca intonsa da gelataio, era sempre vestito elegante. Con il signor Rodolfo, Gianni era sempre felice di scambiare quattro chiacchiere ed era chiaro che avrebbe voluto si fermasse lì con lui, ma il signor Rodolfo non voleva disturbarlo.</p>
<p>Un giorno, brandendo il cono al malaga come se fosse uno scettro, il signor Rodolfo imboccò il sentiero di una straordinaria passeggiata a strapiombo sul fiume, gremita di gente che si godeva il bel tempo e la frescura data dall’ombra proiettata dagli alberi. Trovando una panchina libera, il signor Rodolfo si sedette a contemplare quello scorcio di natura e a inebriarsi dell’odore dell’osmanto; nel mentre, sputacchiava le uvette nella sua sarvietta. Lo incantava ammirare il fiume lì sotto che, impetuoso, si faceva strada tra i massi che albergavano nel suo letto, mentre i piccioni, nel frattempo, si litigavano la cialda del suo cono. All’improvviso il sole si oscurò quasi totalmente, come durante un’eclissi, poi fu solo un’ombra, e davanti al signor Rodolfo si piazzò un gabbiano dalle dimensioni mai viste. Il ramo su cui si posò crepitò sotto il peso dell’uccello e sembrò quasi cedere quando questo, con un rapido movimento di becco, si sistemò le piume scomposte prima di assumere la posizione definitiva. Le pupille del gabbiano si dilatarono sempre più, fino a spalancarsi come un buco nero pronto a inghiottire il  signor Rodolfo, ma il signor Rodolfo sembrava non curarsene, neppure quando lo spazzino del mare intimò:</p>
<p>«Dammi le uvette!»</p>
<p>«Le uvette sono mie e sono la cosa più preziosa che ho».</p>
<p>«Ma se le hai scartate».</p>
<p>«Le conservo per gustarmele in un’occasione speciale».</p>
<p>«Allora… ti mangerò gli occhi» disse con tono di sfida l’uccello.</p>
<p>Il signor Rodolfo aggrottò le sopracciglia distogliendo lo sguardo dal gabbiano e dirigendolo al fiume, poi abbassò la mano con la quale teneva il gelato e iniziò a guardarsi attorno e, come se parlasse tra sé e sé, disse:</p>
<p>«Non importa, mi ricorderò del verde di questi alberi, e l’impeto di questo fiume, anche solo udendo l’acqua che scorre veloce tra le rocce».</p>
<p>«Se ti mangio gli occhi morirai, vecchio» ghignò il volatile.</p>
<p>«Ah, questo non m’importa!» tuonò in risposta il signor Rodolfo.</p>
<p>Il gabbiano sobbalzò rimanendo a becco aperto per la reazione del vecchio, il quale scattò in piedi facendo alzare in un volo sgraziato lo stormo di piccioni. I pezzi di cialda croccante scricchiolavano sotto le scarpe del signor Rodolfo mentre, con le uvette strette in pugno, si sporgeva al limitare del sentiero. Quando il signor Rodolfo si fermò, alzò la testa verso le chiome degli alberi arruffate dal vento; così fece anche il gabbiano che, quando abbassò di nuovo la testa, si accorse che il signor Rodolfo non c’era più.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/20/il-signor-rodolfo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Contro la scuola neoliberale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/12/contro-la-scuola-neoliberale/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/12/contro-la-scuola-neoliberale/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[mimmo cangiano]]></category>
		<category><![CDATA[riforme della scuola]]></category>
		<category><![CDATA[scuola neoliberale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119286</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> Una recensione su questo libro collettivo che cerca di rendere conto delle trasformazioni della scuola italiana nel quadro dell'egemonia politica neoliberale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-119287" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-210x300.png" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-210x300.png 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-294x420.png 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-150x214.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-300x428.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari.png 500w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></p>
<p><em>Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza</em> a c. di Mimmo Cangiano, Milano, Nottetempo, 2026, euro 15,20</p>
<p>Il titolo militante di questo libro collettivo trae ispirazione dall’impegno di molti degli autori nella pluridecennale lotta per la difesa della scuola pubblica dall’offensiva neoliberista, ma esso non è solo un testo polemico perché risulta allo stesso tempo un’eccellente introduzione per un non addetto ai lavori desideroso di capire le dinamiche in atto grazie al livello politicamente e culturalmente alto, ma non specialistico, dei contributi e alla varietà degli argomenti trattati. Si passa così da interventi di ordine più generale, che affrontano la crisi della scuola nell’ambito della cultura postmoderna con riferimento allo sdoganamento all’interno delle didattiche di aspetti e pratiche dell’ideologia neoliberale (Lo Vetere), le modifiche, ossia gli ostacoli, al lavoro del docente portati dall’autonomia scolastica e la trasformazione della didattica come esercitazione al lavoro subordinato (Maurizi), la mercificazione dell’insegnamento universitario e secondario (Zinato) e il discorso pubblico (mediatico) sulla scuola e in particolare all’attacco alla figura del docente (Contu) per passare a messe a fuoco rigorose di vari aspetti decisivi della realtà scolastica attuale. Possiamo così vedere la crisi dell’istruzione professionale (Polacco), i meccanismi che stanno dietro alle cosiddette valutazioni oggettive dell’efficienza del sistema scolastico (Latempa), i disastri della riforma dell’accesso alla professione docente tramite i famigerati CFU (Scuderi) e la ricostruzione della vicenda dei finanziamenti PNNR come tentativo di compiere un’ideologica informatizzazione della scuola anziché cercare di usarli produttivamente per i bisogni reali (Bandini). Forse sarebbe valsa la pena di dedicare un intervento anche agli effetti selettivi che produce il mercato della scuola tramite la competizione, dalla fiera degli open day a certe innovazioni burocratiche come il RAV (rapporto di autovalutazione, un documento disponibile sul sito di ogni scuola, in cui si presentano i livelli dell’utenza dell’istituto, in modo da orientare le scelte dei genitori, particolarmente significativo nel passaggio dalla scuola elementare alla media inferiore).</p>
<p>Uno dei meriti fondamentali di questo libro è di proporre in tutti i suoi interventi una lettura di classe delle trasformazioni della scuola di questi ultimi trent’anni, siano esse riforme o ‘buone pratiche’, innovazione lessicale di epoca renziana che è coincisa con la contestuale scomparsa della riflessione su come e per chi sia buona una pratica. Oggi infatti assistiamo a un dibattito politico sulla scuola che, come nota Mimmo Cangiano nell’introduzione, è una vera e propria guerra culturale tra sinistra e destra ossia un dibattito tanto feroce quanto sovrastrutturale. Cosa vuol dire questa espressione? Che in fondo tanto destra quanto sinistra sviluppano un discorso idealizzato, se non mitico, caricando di valore smisurato misure simboliche del tutto secondarie (per esempio la questione dell’obbligo per gli alunni di alzarsi in piedi quando entra in aula il docente), trascurando i processi materiali che intervengono a modificare radicalmente la struttura della scuola. In particolare domina a destra lo stereotipo del declino della scuola abbattuta dal permissivismo sessantottino e dall’altro lato la negazione di qualsiasi declino tramite la retorica dell’inclusione. Quindi “la destra fa il gioco che ha sempre fatto: spiritualizza i processi capitalistici. Mentre lascia intatte (e anzi difende) le dinamiche strutturali che hanno condotto a un tale stato di cose, ammanta questi processi con la sue parole d’ordine (identità, tradizione ecc.)” (p.11); la sinistra invece “legge queste dinamiche strutturali come propedeutiche a una scuola che, lontana dalle secche disciplinariste del gentilianesimo, miri alla formazione di un cittadino sanamente empatico e inclusivo” (p.11). Insomma destra e sinistra si scontrano su simboli culturali, ma non intervengono sui processi materiali, economici, cha hanno un’origine sistemica, di trasformazione e di annichilimento della scuola pubblica.</p>
<p>Gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati da una miriade di riforme e innovazioni che ricevono il loro impulso iniziale dalle grandi istituzioni economiche del capitalismo (OCSE, UE, Banca Mondiale, fondazioni e think tank privati) con il duplice obiettivo, non sempre armonizzato, di creare un mercato nella scuola e di formare l’individuo neoliberale tramite l’interiorizzazione degli obiettivi e delle qualità necessarie a diventare un soggetto acquiescente a qualsiasi richiesta del mondo del lavoro. Una parte significativa della pedagogia universitaria sia progressista sia conservatrice ha collaborato fattivamente a questo processo, di cui la cosiddetta didattica delle competenze è l’aspetto più noto, presentandosi come tecnoscienza dell’insegnamento, probabilmente nel tentativo di ricollocarsi a favore di sole in un’università che a sua volta subisce l’offensiva postmoderna contro i saperi non performativi o inutili, ossia quelli non immediatamente spendibili sul mercato o non funzionali al discorso ideologico neoliberale. Possiamo vedere un sintomo di queste dinamiche nell’allergia del discorso pedagogico a qualsiasi storicizzazione, cioè  il docente e gli studenti sono considerati in una classe totalmente avulsa da qualsiasi contesto, quasi in vitro, come si può evincere dagli interventi di Lo Vetere e Maurizi in particolare. Da questo deriva una sorta di feticizzazione di determinate pratiche scolastiche, per esempio certe metodologie, sentite per loro stessa natura come progressive e, ça va sans dire, risolutive senza riflettere sul paesaggio sociale e storico in cui la scuola opera e senza prendere in esame la possibilità che il valore di una determinata pratica non sia assoluto, ma relativo e fortemente condizionato dal quadro generale.</p>
<p>In questo senso il dibattito sulla valutazione assume aspetti grotteschi o, come scrive Latempa, è inesistente perché prescinde sistematicamente dal significato politico, economico e sociale delle prove standardizzate, come quelle INVALSI, e dal loro impatto sulla scuola nel suo complesso. La pretesa di misurare oggettivamente le performance degli insegnanti tramite quelle degli studenti, essenzialmente con quiz, banalizza il lavoro scolastico e non serve a spiegare certo le difficoltà di apprendimento, ma è funzionale a creare tabelle e classifiche che, pretendendo di misurare un’astratta efficienza, mettono in competizione tra loro gli istituti. Non a caso il documento istitutivo delle prove INVALSI venne redatto da tre economisti totalmente estranei alla scuola.</p>
<p>In molti interventi emerge la questione degli insegnanti: l’attacco mediatico a cui sono sottoposti, ricordato da Contu, che li ritrae come depositari di un sapere inutile che comunque non sanno comunicare  e dall’altro la miriade di nuovi incarichi e obblighi di tipo essenzialmente burocratico, che Maurizi descrive puntualmente, non sono un effetto collaterale delle riforme o una questione eminentemente sindacale, perché l’attacco alla figura del docente come lavoratore della conoscenza e la sua trasformazione in un facilitatore o assistente senza particolare autonomia didattica e culturale, di cui si può scorgere un riflesso anche nella vicenda del PNNR raccontata da Bandini e, ancor di più, nell’incredibile riforma del sistema di reclutamento dei docenti tramite l’abilitazione professionale a pagamento offerta dalle università on line, analizzata da Scuderi, è un aspetto centrale della scuola neoliberale. Se si vuole trasformare la scuola in una cinghia di trasmissione delle idee neoliberali, occorre avere insegnanti culturalmente deboli e quindi incapaci di creare un rapporto educativo con i ragazzi. Ciò è particolarmente visibile nella questione del reclutamento dei nuovi docenti, che non deve essere considerata una delle tipiche inefficienze italiane, ma una scelta politica consapevole: cioè la possibilità di ottenere i crediti tramite cui si accede all’abilitazione professionale sostanzialmente pagando, anziché  vincendo concorsi abilitanti o, al limite, facendo scuole in presenza tenute da università pubbliche come in passato, è mirata a rendere più difficile l’assunzione di personale preparato dal punto di vista didattico e disciplinare, con buona pace della retorica della meritocrazia, perché lavoratori dequalificati sono più facilmente manovrabili e più deboli nella loro relazione con gli studenti.  La scuola che mira alla formazione del capitale umano per il mercato del lavoro non solo deve guardare con sospetto a qualsiasi forma di trasmissione culturale, potenzialmente critica verso l’esistente, ma osteggia quella relazione umana tra docente e studente, che è alla base dell’idea stessa di scuola, quello scambio necessariamente asimmetrico, specie all’inizio, ma pur sempre umano, senza il quale non si insegna né si impara nulla.</p>
<p>Si impara invece molto da questo libro, e non alludo soltanto alle analisi puntuali dei meccanismi di distruzione della scuola pubblica in una società e in un mondo, che ama dipingersi come il più civile e illuminato di sempre, ma al richiamo morale e politico, che implicitamente e talvolta anche esplicitamente comunica al lettore, di non accettare di essere governati, ma di criticare con coraggio l’esistente perché una scuola democratica è premessa irrinunciabile di una vita democratica.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/12/contro-la-scuola-neoliberale/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cinismo contemporaneo e malinconia anacronistica ovvero opinioni di un disadattato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/06/cinismo-contemporaneo-e-malinconia-anacronistica-ovvero-opinioni-di-un-disadattato/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/06/cinismo-contemporaneo-e-malinconia-anacronistica-ovvero-opinioni-di-un-disadattato/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[cinismo]]></category>
		<category><![CDATA[file Epstein]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Starobinski]]></category>
		<category><![CDATA[malinconia]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Sloterdijk]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118975</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> il cinismo non solo è un atteggiamento spirituale (o forse si dovrebbe dire figura fenomenologica) molto diffuso nel mondo contemporaneo, ma che esso è anche un prodotto di un certo tipo di sviluppo della modernità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-118976" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96-300x234.jpg" alt="" width="300" height="234" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96-300x234.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96-768x600.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96-538x420.jpg 538w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96-150x117.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96-696x544.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/960px-Edvard_Munch_-_Melancholy_1894-96.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Poco più di quarant’anni fa il filosofo tedesco Peter Sloterdijk ha convenientemente dimostrato in un libro importante, <em>Critica della ragion cinica</em>, che il cinismo non solo è un atteggiamento spirituale (o forse si dovrebbe dire figura fenomenologica) molto diffuso nel mondo contemporaneo, ma che esso è anche un prodotto di un certo tipo di sviluppo della modernità. Siccome ritengo questa diagnosi ancora valida, vale la pena di ricapitolare i tratti di questo fenomeno, secondo il nostro autore infatti “Il cinismo, inteso come falsa coscienza illuminista, è un’intelligenza astuta, ambiguamente opaca, indurita e scissa da ogni coraggio aprioristicamente ritenuto ingannevole, come ogni positività: tale forma di coscienza sa occuparsi ormai soltanto di tirare a campare, pur che sia” (op.cit., trad.it, Raffaello Cortina editore, 2013, p.368).  Si tratta cioè di una coscienza conservatrice, che, pur essendo consapevole della possibilità morale della critica, si adatta al mondo così com’è aborrendo ogni speranza, favorita dalla convinzione, fondata o meno, di aver perfettamente capito il proprio tempo.</p>
<p>Questa considerazione di Sloterdijk mi è venuta in mente di recente con la divulgazione dei file del caso Epstein. Questa foto di gruppo del capitalismo globalista, nel quale la brutale mercificazione del corpo femminile si coniuga con la costruzione di reti di complicità bipartisan, o anche tripartisan, che diventano l’iscrizione a un club esclusivo, nel quale il reciproco coinvolgimento criminale vale come la sola garanzia di rispetto degli accordi presi negli affari in un mondo che non rispetta nulla, è certamente un esempio di cinismo contemporaneo, in particolare nell’idiota fiducia che un giro così vasto nello spazio e nel tempo non sarebbe stato scoperto. Il cinismo del potere che emerge qui è, però, già noto e non aggiunge molto a quanto già visto nel passato, come hanno fatto notare sia coloro che si richiamavano nella loro analisi a Sade e a Pasolini sia coloro che guardavano a Schnitzler e Kubrick. Accanto a questo, vi è il cinismo più contemporaneo dell’apparato mediatico che diffonde le rivelazioni con sapienti dosature volte a coprire gli interessi vivi, mettendo in primo piano personaggi famosi ma non potenti o ex potenti e non distinguendo nei file tra contatti pubblici e ordinari e quelli penalmente o eticamente rilevanti. A sua volta questa strategia poggia sul cinismo implicito del pubblico, che commenterà questo o quel partecipante, ma non porrà mai la questione politica generale dell’esistenza del mondo di Epstein. Anche il militante che sarà disponibile a porre tale questione non sfugge a una dinamica cinica perché per lui essa non si pone in sé, in quanto esistenza del male, almeno in prima battuta, ma come sintomo dei rapporti di potere e di produzione sottostanti. Forse l’unica voce, in questo contesto, a sfuggire al cinismo è quella della femminista che rivendica la dignità e la libertà del corpo femminile contro la violenza maschile. Tale voce, tuttavia, a meno di non fare come quella che guarda dall’esterno senza mettere i piedi nella pozzanghera, è destinata a vivere le stesse contraddizioni del militante.</p>
<p>Per il militante, senza potere e senza voce, solo e braccato dall’insensatezza della società, non vedere nelle cose i rapporti sottointesi e rinunciare allo sguardo polemico contro il potere giudicandolo non solo per quello che fa direttamente, ma per quello che significa l’azione in una prospettiva lunga, storica, in breve non essere machiavellico ossia cinico, è impossibile, significa diventare un militante fritto (o cucinato in altra maniera). Ma se la logica del cinismo lo domina in maniera incontrastata, viene riassorbito dentro quella più generale e meglio gestita del potere.</p>
<p>Forse da questa aporia apparentemente insolubile offre una via di uscita l’ottimismo della volontà del militante. Come ogni ottimismo, anche questo deve postulare ingenuamente uno spazio per l’azione che deve essere agita limpidamente e che rompe con l’aspetto rinunciatario e ostile a ogni positività, che il cinismo porta con sé, in nome di una liberazione. Portarsi su questo piano significa però posizionarsi sul terreno del ‘ridicolo e sublime’, cocktail che nella contemporaneità lascia al secondo ingrediente un ruolo simile alle due o tre gocce di angostura nell’old fashioned. D’altra parte, mentre le quantità degli ingredienti nell’old fashioned sono destinate a restare immutabili nel tempo perché non risentono delle dinamiche storiche (forse un giorno non si berrà più l’old fashioned, ma fino all’ultimo giorno le gocce di angostura resteranno due o tre), in un’epoca di veloci trasformazioni, come è diventata la nostra a partire dall’inizio di questo decennio, le quantità di sublime potrebbero aumentare improvvisamente e i rapporti tra i due ingredienti mutarsi notevolmente.</p>
<p>Ora è evidente che se il ridicolo è compatibile con il cinismo, il sublime non lo è affatto, ma ‘ridicolo e sublime’ insieme ci pone inequivocabilmente su un piano diverso: quello della malinconia.  Caratteristica della malinconia è la ciclotimia, sono l’esaltazione e l’abbattimento, entrambi irriducibili agli schemi dell’intelligenza cinica. Ma soprattutto il “malinconico perde il sentimento della correlazione tra il proprio tempo interiore e il movimento delle cose esteriori. Si lamenta della lentezza del tempo […]. Ma spesso il malinconico sente che la sua risposta al mondo è in ritardo. Di fronte allo spettacolo esterno che si accelera vertiginosamente, egli sente in sé una sorta di impedimento” (Jean Starobinski, <em>La malinconia allo specchio</em>, p.59, trad.it., SE, 2006). Se il carattere del malinconico è questo sfasamento anacronistico, esso sfugge, si potrebbe dire per necessità logica, a quel sentimento del tempo tipicamente cinico di sentirsi posizionati al culmine dell’arco temporale, unici interpreti autorizzati del senso dei fatti. Ed è questo il pregio saliente del malinconico: il suo smarrimento e il suo sentimento di inadeguatezza, che rendono impraticabili le risposte preconfezionate del cinismo e pertanto lasciano uno spazio oggettivo alla ribellione. Ciò diventa particolarmente evidente in una vicenda come questa in cui uno dei motori principali è la perversione sessuale, l&#8217;eccitazione del potente di fronte alla vulnerabilità fisica e psicologica della ragazzina, che la società normalizza nella sua adorazione della ricchezza, ed è solo il malinconico ritardatario che può affermarne la natura malata.  Ora che di fronte alla rivelazione dei file, che in definitiva ci dicono cos’è il potere, il rischio è quello di restare attoniti o di accondiscendere al cinismo, che concede sempre una sua gratificazione simbolica e/o pratica, allora le qualità della malinconia diventano più preziose che mai nello sfuggire all’andazzo del mondo e nel preservare una propria indipendenza spirituale (e politica).</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/06/cinismo-contemporaneo-e-malinconia-anacronistica-ovvero-opinioni-di-un-disadattato/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Portare la democrazia con le armi en marche! Arthur Rimbaud e Adriano Spatola</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/31/portare-la-democrazia-con-le-armi-en-marche-arthur-rimbaud-e-adriano-spatola/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/31/portare-la-democrazia-con-le-armi-en-marche-arthur-rimbaud-e-adriano-spatola/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[adriano spatola]]></category>
		<category><![CDATA[Arthur Rimbaud]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia e colonialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Palmieri]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118903</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giovanni  Palmieri</strong> <br /> Il pensiero critico e talvolta direttamente politico di Rimbaud, al di là delle sue oscillazioni e delle sue ambiguità, è sovente occultato dal mito del poeta veggente e dai suoi auratici e davvero stucchevoli corollari.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giovanni Palmieri</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-118904" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Rimbaud_Sheikh_Othman.jpg" alt="" width="299" height="252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Rimbaud_Sheikh_Othman.jpg 299w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Rimbaud_Sheikh_Othman-150x126.jpg 150w" sizes="(max-width: 299px) 100vw, 299px" /></p>
<p><em>                                                                                           A Luciano Canfora</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Démocratie</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>   “Le drapeau va au paysage immonde, et notre patois étouffe le tambour.<br />
</em><em> “Aux centres nous alimenterons la plus cynique prostitution. Nous massacrerons les révoltes logiques.<br />
</em><em> “Aux pays poivrés et détrempés ! — au service des plus monstrueuses exploitations industrielles ou militaires.<br />
</em><em> “Au revoir ici, n&#8217;importe où. Conscrits du bon vouloir, nous aurons la philosophie féroce ; ignorants pour la science, roués pour le confort ; la crevaison pour le monde qui va. C&#8217;est la vraie marche. En avant, route !”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Democrazia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>   &#8220;La bandiera traversa il paesaggio immondo e il nostro gergo soffoca il tamburo.<br />
</em><em>&#8220;Nei centri alimenteremo la più cinica prostituzione. Massacreremo le rivolte logiche.<br />
</em><em> &#8220;Nei paesi pieni di pepe e fradici d’acqua! &#8211; al servizio dei più mostruosi sfruttamenti industriali o militari.<br />
</em><em>“A rivederci qui, non importa dove. Coscritti di buona volontà, avremo la filosofia feroce; ignoranti per la scienza, scafati per il confort; creperemo per il mondo che avanza. È la vera marcia. Avanti, marsc!”<a href="#_edn1" name="_ednref1">[1]</a>   </em></p>
<p>Il pensiero critico e talvolta direttamente politico di Rimbaud, al di là delle sue oscillazioni e delle sue ambiguità, è sovente occultato dal mito del poeta veggente e dai suoi auratici e davvero stucchevoli corollari. A parte le celebri poesie “comunarde”, l’illumination qui sopra riportata dal significativo titolo di Démocratie è un esempio di tale pensiero.</p>
<p>L’ironica denuncia dell’imperialismo ottocentesco o meglio del dispositivo linguistico che reggeva l’ideologia “progressista” e colonialista è infatti in questo testo d’immediata evidenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Chi parla?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alla prima persona plurale e con un testo completamente chiuso dalle virgolette, appare chiaro che il discorso-orazione di tipo marziale (farcito infatti da ritmiche riprese anaforiche) che costituisce questa <em>illumination</em> appartenga non all’autore ma ai soldati, o meglio ai coscritti. L’effetto ironico consiste allora nel considerare i soldati emittenti e non destinatari di un messaggio che celebra il colonialismo e che nella realtà è stato loro rivolto, ma consiste anche e soprattutto nel ripercorrere un discorso altrui – quello ideologico dell’epopea colonialista – togliendogli però la maschera dell’ipocrisia edulcorante e dicendo semplicemente le cose come stanno.</p>
<p>Si sospetti sin da subito che sia i soldati (in genere mercenari) che l’autore stesso possano essere (stati) partecipi e indirettamente complici dell’inganno colonialista, come potrebbe indurre a pensare  anche il calcolato rovesciamento dei ruoli comunicativi cui abbiamo accennato prima.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Contesto storico e biografia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo gli anni Trenta dell’Ottocento, la Francia aveva già occupato militarmente numerosi Paesi: l’Algeria, il sud della penisola indocinese, la Guyana francese, il Sénégal ecc. A località esotiche, infatti, sembra far riferimento il nostro testo parlando di “paesi pieni di pepe e infradiciati” (allusione ai monsoni). La critica ha opportunamente indicato al riguardo la politica colonialista del governo “repubblicano” francese uscito dalla sconfitta della Comune e in particolare la rivolta di massa nella Cabiria algerina del 1871 repressa nel sangue dall’esercito francese.<a href="#_edn2" name="_ednref2">[2]</a>  Nella nostra <em>illumination</em>, però, il riferimento non è soltanto al colonialismo francese ma a tutti i colonialismi (“Au revoir ici, n’importe où”).</p>
<p>Si consideri anche la dimensione economica che la politica colonialista portava con sé e gli scandali politico-finanziari che ne derivavano e che sono ricordati, ad esempio, in <em>Bel ami</em> (1885) di Maupassant.</p>
<p>Ma veniamo a Rimbaud che, a ventun anni, il 18 maggio del 1876 presso il consolato dei Paesi bassi di Bruxelles si arruolò come mercenario nell’esercito coloniale olandese per andare a combattere la guerriglia che infuriava nelle foreste dell’ex sultanato di Aceh nell’isola di Giava. Presto disgustato dai massacri degli indigeni compiuti dall’esercito olandese (“massacrerons”), Rimbaud diserterà poco dopo riuscendo a sfuggire alla cattura e ritornando rapidamente in Europa.</p>
<p>Scrive Robb che “l’esercito coloniale olandese era un’organizzazione moderna ed efficiente che, negli ultimi tre anni [1873-1876], aveva sventato piccole rivolte che minacciavano di interrompere il flusso di prodotti coloniali dalle Indie orientali olandesi.”<a href="#_edn3" name="_ednref3">[3]</a></p>
<p>Seguendo lo sviluppo del discorso della nostra <em>illumination</em>, aggiungerei che in seguito alla repressione militare, il colonialismo olandese instaurò un sistema di lavoro forzato per i contadini giavanesi (“révoltes logiques”), sviluppando in seguito una colonizzazione privata da cui derivò un’imponente serie di investimenti internazionali di capitale.</p>
<p>Se l’esperienza giavanese  – come ritengo – è alla base del <em>poème en prose</em> che sto analizzando, allora il testo deve essere stato scritto nel 1876 o oltre. <em>Les illuminations</em> saranno edite solo nel 1886.</p>
<p>De Graaf ha scoperto sulla stampa neederlandese di Bruxelles del 1876 un annuncio pubblicitario, scritto da un sedicente agente reclutatore dell’esercito coloniale olandese (un certo Vignix), che invitava all’arruolamento giovani uomini di un’età compresa tra i ventuno e i trentasette anni “che non avessero lavoro, né impiego, né famiglia, né soldi” o che fossero “grandi amanti dei viaggi e curiosi di vedere il mondo”.<a href="#_edn4" name="_ednref4">[4]</a> Di quale mondo si trattasse realmente è stato detto&#8230;</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Nel testo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il titolo <em>Démocratie</em> comporta nel lettore che arriva in fondo al testo l’immediata deduzione che la “democrazia”, nonché i “valori” portati dai colonizzatori europei, siano esattamente quelli espressi dalle “belle” gesta a cui i soldati inneggiano. Che il rovesciamento e dunque la parodia del dispositivo linguistico-ideologico che legittimava le varie aggressioni imperialiste, siano le procedure retoriche fondamentali del nostro testo è del resto confermato sin da subito.</p>
<p>L’esercito non viaggia traverso paesaggi esotici meravigliosi (forse così reclamizzati dai reclutatori) ma “immondi” (come ad esempio la giungla) e il linguaggio della retorica e della propaganda colonialista (“notre patois”) soffoca e non permette di sentire il rumore della guerra e delle armi (il tamburo). Insieme alla prostituzione e ai massacri delle rivolte più giustificabili, i soldati affermano di portare con sé la “feroce” filosofia civilizzatrice del progresso: quella dei Lumi e della sedicente democrazia.</p>
<p>Particolarmente interessante la funzione conativa espressa nell’antifrasi di tipo evangelico “Conscrits du bon vouloir” dove il poeta si comprende e l’evangelica buona volontà nonché le buone intenzioni consistono nella sopraffazione armata e nel massacro.</p>
<p>Infine la “crevaison” finale non fa riferimento ad un’auspicata morte per il mondo del progresso e per la missione civilizzatrice dell’Occidente ma piuttosto si riferisce alla morte (questa sì una vera marcia!) che coglierà i soldati al servizio del “mondo che va”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Vittime ma complici</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sia i soldati, refrattari alla conoscenza (alla “scienza”) ma sensibili ai confort, che l’autore non sono solo vittime delle guerre coloniali e dei massacri d’una filosofia feroce ma ne sono anche complici nella loro supina accettazione del “mondo che va”, per usare le parole del poeta.</p>
<p>Un saluto come “Au revoir ici, n’importe où” non si riferisce solo all’onnipresenza dell’imperialismo coloniale ma è anche per Rimbaud un azzeccato pronostico personale. Infatti, com’è noto, dopo l’esperienza giavanese, il poeta sarà mercante d’armi (e di schiavi, il che era lo stesso) in Africa. Insomma non credo che Rimbaud in questo <em>poème en prose</em> si escluda totalmente dal gruppo dei soldati e proprio da questa sottile ambiguità proviene una parte non minore del fascino di questo testo.</p>
<p>Nella sezione <em>Mauvais sang</em> della <em>Saison en enfer</em> (1873), tre anni prima dell’esperienza coloniale a Giava, Rimbaud aveva infatti profeticamente scritto:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Allons ! La marche, le fardeau, le désert, l’ennui et la colère.<br />
</em><em> À qui me louer ? [&#8230;] Quelle mensonge doit-je tenir ? – Dans quel sang marcher ?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Andiamo! La marcia, il fardello, il deserto, il tedio e la collera.<br />
</em><em>A chi darmi in affitto? [&#8230;] Quale menzogna devo reggere? In quale sangue marciare?</em><a href="#_edn5" name="_ednref5">[5]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E ancora:</p>
<p><em>Assez ! voici la punition. – En marche !</em><br />
<em>Ah ! Les poumons brûlent, le temps grondent [&#8230;]</em><br />
<em>Où va-t-on ? Au combat ?</em></p>
<p><em>  </em></p>
<p><em>Basta! Ecco la punizione. – In marcia!</em><br />
<em>Ah! I polmoni bruciano, le tempie scoppiano [&#8230;]</em><br />
<em>Dove si va? A combattere?</em><a href="#_edn6" name="_ednref6">[6]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al di là di qualche ripetuto episodio di dissipazione esistenziale, etilica e sessuale, vivere la vita come programma poetico e scrivere poesie come esclusivo programma di vita fu il vero e fallimentare progetto del poeta della <em>Saison</em> che registrò tale fallimento nelle forme di una radicale e precoce rinuncia ai versi.</p>
<p>Il fatto è che Rimbaud ha scritto poesie ma non si è mai “scelto” come letterato. Non era e non volle mai essere un <em>homme de lettres</em>. Quindi ciò che abbandonò, nelle forme di un’autopunizione crudele, non fu la letteratura ma semplicemente lo scrivere poesie. Cosa – tutto sommato – più semplice. Baudelaire, invece, che letterato fu, venne per questo aspramente criticato da Rimbaud che pure lo considerava un dio!</p>
<p>Va anche tenuta in debito conto l’amara delusione che il poeta provò nei confronti di valori che la società sedicente democratica e in marcia verso il progresso aveva di fatto “svenduto”, a cominciare dal valore della vita umana. In <em>Solde</em> (<em>Liquidazione</em>), cioè in quella <em>illumination</em> che a molti appare l’autentico congedo del poeta, Rimbaud nello stile degli annunci pubblicitari (“À vendre” è la ripresa anaforica fondamentale del testo) elenca una serie di valori e stati di cose che ormai devono essere svenduti. Si tratta di valori che nella società delle merci valgono sempre meno e perciò vanno “liquidati”, venduti sottocosto. Tra questi troviamo le vite di esseri umani identificate metonimicamente nel loro essere soltanto semplici corpi senza valore:</p>
<p><em>À vendre les Corps sans prix, hors de toute race, de tout monde, de tout sexe, de toute descendance ! Les richesses jaillissant à chaque démarche ! Solde de diamants sans contrôle !</em></p>
<p><em>Svendesi i Corpi senza prezzo, al di là d’ogni razza, di ogni mondo, di ogni sesso, di ogni origine! Le ricchezze che sgorgano da ogni scorreria! Svendita incontrollata di diamanti!</em><a href="#_edn7" name="_ednref7">[7]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che si tratti qui delle vite, dei corpi che non valgono più nulla degli indigeni uccisi nelle <em>démarche</em> coloniali dell’Occidente che producono ricchezze, mi sembra evidente ma è anche comprovato dall’accenno alle speculazioni sui diamanti estratti nelle colonie francesi dell’Africa sud equatoriale.</p>
<p>Rimane da dire che insieme ai valori liquidati sottocosto dalla società, qui è lo stesso Rimbaud che, prima di partire, annuncia a se stesso la svendita dei suoi propri valori&#8230;</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>La democrazia nei versi di Adriano Spatola</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Diversi accorgimenti</em> (Geiger ed., Rivalba -Torino &#8211; 1975) è una delle più significative raccolte poetiche di Adriano Spatola (1941-1988), non a caso accompagnata da una importante <em>Nota critica</em> di Luciano Anceschi (pp. 75-77). Nella sezione intitolata <em>Che giorno è oggi</em> (pp. 41-45) si trovano cinque poesie numerate, dedicate ognuna al concetto di democrazia. Il titolo complessivo della raccolta fa invece riferimento a differenti modi di difesa poetica dagli istituti tradizionali del discorso in versi. Per concludere, mi è sembrato opportuno e suggestivo trascrivere e commentare la terza poesia di Spatola accostandola all’<em>illumination</em> di Rimbaud.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3.</p>
<p><em>Democrazia una parola</em><br />
<em>ovviamente trascurabile origine</em><br />
<em>             scopertamente risibile</em><br />
<em>e irrisibile il peso della menzogna</em><br />
<em>             la confessione</em><br />
<em>riconducibile alle radici</em><br />
<em>precaria amarezza</em><br />
<em>o teodulia.</em> (p. 43 ed. cit.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il testo è composto con una tecnica “cubista” nella distribuzione dell’ordine delle parole e nella spezzatura dei versi. Da qui il seguente esercizio di lettura: “democrazia” è ovviamente (soltanto) una parola; la sua origine (‘potere del popolo’) è trascurabile e cioè di nessuna importanza. La sua origine suscita palesemente il riso ma la gravità della menzogna è cosa che può essere derisa ma  non è cosa da ridere; la confessione (della menzogna) che riconduce alle origini (etimologiche) suscita precaria amarezza o asservimento onniplanetario e divino alla parola democrazia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE</p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[1]</a> Cito il testo francese da Arthur Rimbaud, <em>Opere</em>, a cura di Diana Grange Fiori, Milano, Mondadori 1975, pp. 350-352. La tr. it. è mia.</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">[2]</a> Vd. in internet il commento a <em>Démocratie</em> presente nel sito <em>Arthur Rimbaud le poète</em>: <a href="http://abardel.free.fr/petite_anthologie/democratie.htm">http://abardel.free.fr/petite_anthologie/democratie.htm</a> (consultato l’ultima volta il 13 febbraio 2026).</p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">[3]</a> Graham Robb, <em>Rimbaud, vita e opere di un poeta maledetto</em>, tr. it. di Melania Mascarino e Andrea Palladino, Roma, Carocci, 2002, p. 257.</p>
<p><a href="#_ednref4" name="_edn4">[4]</a> Daniel-Adriaan De Graaf, <em>Arthur Rimbaud, sa vie et son œuvre</em>, Van Gorcum &amp; Co., Assen-Pays Bas, 1960, p. 263 e 281, n. 24. Mia la tr. it.</p>
<p><a href="#_ednref5" name="_edn5">[5]</a> Arthur Rimbaud, <em>Opere</em>, cit., pp. 216-217. Tr. it. mia.</p>
<p><a href="#_ednref6" name="_edn6">[6]</a> Ivi, p. 224. Tr. it. mia.</p>
<p><a href="#_ednref7" name="_edn7">[7]</a> Ivi, p. 334. Tr. it. mia.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/31/portare-la-democrazia-con-le-armi-en-marche-arthur-rimbaud-e-adriano-spatola/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Due piccoli spazi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/24/due-piccoli-spazi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/24/due-piccoli-spazi/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 06:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[due piccoli spazi]]></category>
		<category><![CDATA[Leonello Ruberto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118783</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Leonello Ruberto</strong> <br /> Due racconti veloci di Leonello Ruberto sulla mobilità privata che diminuisce lo spazio pubblico]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Leonello Ruberto</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-118784" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/per-post-ni-04-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/per-post-ni-04-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/per-post-ni-04-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/per-post-ni-04-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/per-post-ni-04-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/per-post-ni-04-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/per-post-ni-04-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/per-post-ni-04-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/per-post-ni-04.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><strong>Spazio pubblico</strong></p>
<p>L’aveva ereditato, non l’aveva comprato con le sue forze.</p>
<p>Il recinto: il recinto di casa. Con lo spazio per parcheggiare la macchina.</p>
<p>Quella era una cosa che aveva comprato – che aveva dovuto comprare – con le sue risorse.</p>
<p>Obbligatoria per arrivare sul posto di lavoro. Lavoro che era cambiato dai tempi dei suoi genitori, che avevano lavorato per comprare la casa col cortile.</p>
<p>Ricordava il vecchio cancello a battente da aprire a mano, poi sostituito da quello scorrevole, elettrico. Cose successe anni fa.</p>
<p>Anche le case intorno, più o meno confinanti, avevano un cortile, alcune un piccolo giardino. Delle siepi. Un cancello.</p>
<p>E lo spazio auto. Qualche casa più nuova – di un periodo in cui nei dintorni si erano costruite così: a schiera – aveva addirittura un garage seminterrato. Con una rampa davvero ripida.</p>
<p>Si sa che le persone comuni non hanno molta abilità nel guidare. Quindi non ci avrebbero messo a lungo la macchina là sotto.</p>
<p>E poi una stanza seminterrata può diventare una sala con la tv, la carambola, un frigorifero per gli amici.</p>
<p>Anche i cortili, come le rampe dei garage, non erano fatti tutti bene, con lo spazio residuo che rimaneva una volta fatta la casa.</p>
<p>Casa sua, dei suoi genitori, era un caso particolare: addirittura nel cortile riuscivi a girarci l’auto prima di uscire.</p>
<p>Tornando ogni giorno dal lavoro, aveva visto dei cambiamenti nel quartiere. Visti di sfuggita passando, che lo toccavano poco.</p>
<p>Una pianta per abbellire fuori dal cancello, vicino alla colonna che ne regge un lato. Ci stava.</p>
<p>Si sa che i vicini si imitano, e c’era chi con maggiore gusto ne aveva messe due ai lati, belle grandi.</p>
<p>A lui che passava, comunque, importava poco – a casa suo padre parlava di come era arrivato il momento di tagliare la siepe che stava sconfinando nel giardino del vicino.</p>
<p>Passando ogni giorno vide queste piante moltiplicarsi. E riempire i marciapiedi: diciamo che era da quando era bambino lui che quei marciapiedi – in ogni caso piccoli – non venivano usati per camminarci.</p>
<p>Ora però non ci si poteva passare più: erano pieni, tutti pieni. E la fila di piante nei vasi continuava, contagiava anche gli altri quartieri.</p>
<p>Non erano però le piante il problema: bensì le automobili. Erano aumentate molto negli anni, ma era un po’ stupidino da parte sua farci caso. Era uguale in tutta la città: se così la si poteva chiamare. Perché era piccola, ma dispersiva, senza un vero centro, che non fosse qualche piazza rimasta da altri tempi.</p>
<p>Suoi pensieri sparsi che non aveva il tempo di articolare bene perché era arrivato nel cortile di casa e scendeva dall’auto mentre il cancello scorreva automaticamente verso la chiusura.</p>
<p>Anche attraverso il cancello vedeva lo spazio del quartiere ingombro di macchine tutte storte. E le piante che erano aumentate, con alcuni vicini che sfidavano gli altri con scelte più costose, magari esotiche.</p>
<p>Un giorno era spuntata pure una sedia. Pensava lui ingenuo: per sedersi.</p>
<p>Ma chi si siede fuori davanti casa in mezzo alle macchine?</p>
<p>La sedia serviva per occupare un parcheggio vicino. Si sa, ogni tanto pioveva e ci si poteva bagnare mentre si entrava in casa. Per questo tutti avevano costruito delle tettoie nel cortile.</p>
<p>Sotto cui stava bene un tavolo. La seconda auto si poteva mettere pure fuori.</p>
<p>La prima, quella grossa, andava dentro. Ma solo di sera, di giorno era faticoso portarla dentro e fuori a marcia indietro.</p>
<p>Alcuni lasciavano anche la grossa fuori: tanto spazio ce n’era. E c’era anche chi ne aveva tre di auto, da mettere tutte fuori, per non fare preferenze.</p>
<p>A quel punto, altri vicini più pacati avranno pensato che non fosse giusto che i più sfacciati si prendessero tutto lo spazio esterno.</p>
<p>Allora ognuno aveva cominciato a occupare i posti intorno al suo cancello: togliendo la macchina del padre che doveva andare al lavoro per metterci subito quella del figlio.</p>
<p>Così quello spazio che prima c’era, ora praticamente non c’era più.</p>
<p>Se ne lamentavano un po’ tutti. La colpa era di tutti, quindi di nessuno.</p>
<p>Quello spazio non era di nessuno, quindi era di tutti.</p>
<p>Ma ognuno pretendeva il suo: i cortili erano così piccoli e pieni e indispensabili e privati e ci potevi fare così tante cose.</p>
<p>Chissà le critiche alle spalle della sua famiglia che lo usava solo per parcheggiarci le auto.</p>
<p>Anche il suo cortile comunque non era infinito, e una sera che aveva ospiti li aveva fatti parcheggiare fuori.</p>
<p>Il giorno dopo c’era stata qualche lamentela del vicino che non aveva trovato parcheggio davanti casa, ma era stato zittito rispondendo che lo spazio fuori era di tutti.</p>
<p>Nessuno poteva replicare a quello. Però ognuno si guardava i fatti suoi e correva ai ripari, occupando in qualche modo lo spazio che sentiva suo in quanto più vicino a casa sua. Tralasciando egoisticamente il fatto che era anche lo spazio più vicino a casa del vicino, e che così sarebbe sempre stato per tutti i vicini del mondo.</p>
<p>Anche lui si guardava i fatti suoi e nella sua famiglia era ormai un vanto di essere gli unici nel quartiere ad avere mantenuto lo spazio privato libero.</p>
<p>Era una sicurezza poter tornare a casa di sera sapendo di avere il proprio posto e non dover combattere con gli altri in una gara ad arrivare primi che già si faceva in giro durante la giornata.</p>
<p>Quanto era cambiato il quartiere monotono e quanto cambiava ancora. La fantasia delle persone era quasi comica: c’era chi addirittura, non avendo più spazio dentro, aveva ribaltato la siepe di confine, piantandola fuori, nel marciapiede già rotto da anni che ormai il Comune non curava più.</p>
<p>Una cosa però il nostro amico non considerava: che comunque ciò che facevano gli altri avrebbe prima o poi potuto toccare anche lui.</p>
<p>La sua era l’ultima casa in fondo. Già diverse volte aveva trovato l’ingresso bloccato da un’auto che il vicino aveva lasciato un attimo non avendo trovato posto, e che subito era sceso a spostare.</p>
<p>Altre volte ci era voluto più tempo perché non si trovava di chi era l’auto: stava per rimproverarlo mentre sopraggiungeva, ma quello lo aveva anticipato con una battuta scherzosa e aveva lasciato perdere perché era un tipo pacifico.</p>
<p>Un’altra volta il tizio non aveva nemmeno chiesto scusa, e con un altro aveva avuto pure un battibecco, perché secondo quello era troppo impaziente e non c’era bisogno di strombazzare in quel modo.</p>
<p>In effetti quel giorno era nervoso e non gli era piaciuto cadere in quell’eccesso: erano cose che vedeva in giro quotidianamente e non ci voleva finire anche lui.</p>
<p>Era il suo ultimo luogo calmo e sicuro. Rappresentato dal suo ampio cortile.</p>
<p>Eppure sapeva che fuori si sarebbe riempito sempre di più, e sarebbe arrivato il giorno in cui avrebbe dovuto abbandonare l’auto.</p>
<p>E tra auto, vasi di piante, sedie, panchine, bidoni della raccolta differenziata, non sarebbe più passato nemmeno a piedi.</p>
<p>Era curioso di sapere se sarebbe rimasto bloccato fuori o dentro casa e il suo ormai inutile cortile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Aerei privati</strong></p>
<p>Mi manca il rumore degli elicotteri. Il loro alzarsi in verticale. Il minore spazio occupato dalla loro carcassa.</p>
<p>Ormai i pochi rimasti sono avviati alla rottamazione. È il progresso: il progresso del mercato delle vendite.</p>
<p>Mio padre era abbastanza vecchio (e di memoria sopra la media, insinuava lui) per ricordare l’epoca precedente, quando “stavamo coi piedi per terra”.</p>
<p>Quando le città erano ancora a misura di automobile, o di furgone. Perché la storia dell’automobile (che oggi non interessa più a nessuno) raccontava di auto che all’inizio erano piccole, o comunque compatte. Poi erano state fatte sempre più grandi, per ragioni di mercato, per la necessità di avere nuovi modelli da vendere.</p>
<p>Grossi fuoristrada che circolavano invece su strade fatte per macchine compatte, o addirittura per persone a piedi, nel caso delle città più vecchie, poi adattate negli anni per le moderne esigenze di circolazione.</p>
<p>Infine anche la vendita dei fuoristrada si era esaurita, e se fossi vissuto in quegli anni avrei visto le città popolate da grossi furgoni lucidi coi vetri oscurati.</p>
<p>Le città sarebbero collassate da un momento all’altro, bloccate dai furgoni incastrati ovunque, se non fossero arrivati gli elicotteri ad alzarsi in volo.</p>
<p>Scavalcando il problema e dando nuova linfa vitale all’economia. Prima l’elicottero era per pochi, ora tutti potevano permetterselo (ovviamente sottoscrivendo pesanti rate potenzialmente infinite, ma per quello c’era comunque il lavoro già infinito di suo).</p>
<p>Pare che in antichità fosse successo lo stesso con le automobili.</p>
<p>Certo, le città si erano dovute adattare, trovare spazi per gli eliporti, ma era una cosa che andava fatta, a costo di un pesante debito pubblico e anni di rumorosi cantieri (che inevitabilmente avevano anche causato dei danni).</p>
<p>Qualcuno aveva pure proposto di fare degli elicotteri più grandi per il trasporto pubblico, ma era una strada fallimentare abbandonata da tempo, da quando si viaggiava ancora per terra, non aveva senso riproporla periodicamente.</p>
<p>Comunque io ero giovane e avevo il mio elicottero, che mi portava dove volevo e con cui stavo bene.</p>
<p>Ma anche quel tempo era arrivato alla fine, e già spuntavano ovunque le prime pubblicità su nuovi modelli di aerei, che con le loro scie spazzavano via obsoleti, piccoli e tutto sommato ridicoli elicotteri.</p>
<p>Invecchiando avevo visto i luoghi cambiare, venire sventrati, demoliti. Le distanze a misura di elicottero si dilatavano per diventare a misura di aereo.</p>
<p>La sede del mio lavoro si spostava dove avrei solo potuto raggiungerla in aereo. Il concetto stesso di città forse non esiste più. Viviamo in case che ai tempi in cui mio padre era giovane sarebbero sembrate piccoli aeroporti sparsi nel nulla.</p>
<p>Le città a misura di automobile di mio padre non ci sono più, così le mie a misura di elicottero.</p>
<p>Ognuno ha il suo aereo e io mi sono visto costretto ad adeguarmi. Ben inteso: nessuno mi ha obbligato, siamo in un mondo libero e la libertà vale per tutti. Anche per i produttori che decidono cosa produrre.</p>
<p>Lo producono per la maggioranza e se io non voglio fare parte di questa maggioranza è una mia scelta.</p>
<p>Ho scelto di comprare un aereo piccolo ed economico. Ho trovato una casa adatta che non avesse un affitto troppo alto. Ho cercato di adeguarmi con sobrietà, per quanto possa essere sobrio un mondo come questo, dove le strade sono delle piste di atterraggio.</p>
<p>Con questi pensieri scendo dal mio aereo sull’asfalto rovente. Indugio sferzato dal vento, mi guardo intorno socchiudendo gli occhi verso un lontano orizzonte sfocato.</p>
<p>Invece di imboccare il tunnel verso casa mi avvio dalla parte opposta. Come un uomo della preistoria dell’era tecnologica.</p>
<p>I miei piedi sbattono sordi sull’asfalto nudo come un suolo lunare, nell’aria rarefatta ad alto contenuto di fumi di cherosene.</p>
<p>Mi avvio verso non so dove. Con l’illusione di essere libero sui miei piedi da uomo. Percepisco i miei capelli spinti all’indietro dal risucchio dello spazio e del tempo della dimensione a cui appartengo.</p>
<p>Non posso spingermi oltre, eppure lo faccio con disperazione.</p>
<p>(N.D.R.: foto di Daniele Muriano)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/24/due-piccoli-spazi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Considerazioni sul referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/02/considerazioni-sul-referendum-sulla-separazione-delle-carriere-dei-magistrati/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/02/considerazioni-sul-referendum-sulla-separazione-delle-carriere-dei-magistrati/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 13:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[carriere dei giudici]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 22.23 marzo. CSM]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118933</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio  Mascitelli</strong> <br /> Una breve riflessione sui rischi per l'indipendenza della magistratura provenienti dalla riforma del CSM]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-118934" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Consiglio_Superiore_della_Magistratura-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Consiglio_Superiore_della_Magistratura-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Consiglio_Superiore_della_Magistratura-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Consiglio_Superiore_della_Magistratura.jpg 441w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Come è noto, il 22-23 marzo prossimi saremo chiamati a un referendum confermativo della riforma del Consiglio superiore della magistratura, che si è reso necessario in quanto tale riforma di tipo costituzionale non avuto la maggioranza qualificata dei 2/3 in parlamento. L’oggetto del referendum e della legge è la separazione delle carriere della magistratura tra quella inquirente (ossia i pubblici ministeri che fanno le indagini ed eventualmente sostengono la pubblica accusa nel caso di un processo) e i giudici propriamente detti, che invece dirigono il processo ed emettono la sentenza. Attualmente promozioni, trasferimenti ed eventuali sanzioni sono gestite dal Consiglio superiore della Magistratura (CSM, presieduto dal presidente della Repubblica, che normalmente delega il ministro della giustizia e costituito da trenta membri, venti eletti dagli stessi magistrati detti ‘togati’ e dieci dal parlamento detti ‘laici’): nella legge oggetto del referendum o meglio nei provvedimenti che correggono 7 articoli della costituzione vengono previsti due CSM, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Ora se le correzioni si limitassero a questo, probabilmente voterei per l’approvazione perché a mio avviso in uno stato democratico, e quindi garantista nell’amministrazione della giustizia, è preferibile che le carriere siano separate, anche se vi sono esempi di magistratura ben funzionante con le carriere unite.</p>
<p>Il problema è che la riforma presentata dal governo non si limita a questo, ma prevede la sostituzione dell’elezione dei membri del CSM con il sorteggio. In particolare i membri togati verranno sorteggiati tra tutti i magistrati, compresi quelli meno esperti o quelli che per qualsiasi tipo di ragione non vogliono far parte del CSM, peraltro tutti saranno indeboliti nell’espletamento dei lori compiti dal fatto di non rappresentare la scelta dei colleghi, ma di essere un prodotto del caso, mentre quelli laici saranno sorteggiati tra una lista di giuristi scelta dal parlamento senza alcun tipo di indicazione numerica (in altre parole la lista sorteggiata dal parlamento potrà essere composta da undici nomi per dieci posti con quel grado di prevedibilità che ciascuno può immaginare). In pratica mentre per i magistrati ci sarà un sorteggio effettivo, per i membri dei CSM scelti dalla politica, ci sarà una nomina travestita da sorteggio. Ora chiunque abbia un minimo di esperienza politica sa che in un&#8217;assemblea composta da una maggioranza selezionata casualmente e una minoranza compatta con una prassi e obiettivi chiari, il controllo effettivo è nelle mani di quest&#8217;ultima. In altri termini questa riforma diventa un cavallo di Troia per sottoporre la magistratura al controllo politico, in particolare della maggioranza parlamentare e quindi in definitiva del governo, come ci conferma l’altra grossa novità ossia l’introduzione dell’Alta corte disciplinare a cui viene affidato il potere di comminare provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, che adesso è competenza del CSM. Questa corte sarà composta da 15 membri di cui 3 nominati dal presidente della repubblica, tre dal parlamento e nove sorteggiati tra i magistrati con almeno venti anni di anzianità di servizio. Anche in questo caso abbiamo nomine politiche per i laici contro sorteggi per i togati. Per queste ragioni penso sia importante votare NO, in quanto i rischi per lo stato di diritto di un controllo politico della magistratura sono superiori a quelli, invero limitati, di un solo CSM.</p>
<p>Preferisco non intervenire sul contesto politico generale, anche se naturalmente alcune osservazioni generali sarebbero da fare su come si collochi questa riforma nel quadro della politica del governo e di quella italiana nel suo complesso, mantenendomi sul nocciolo della cosa perché la campagna elettorale è stata un’occasione, forse inevitabilmente, di polemiche inutili e pretestuose. Spesso nelle campagne elettorali vengono tirate in ballo problematiche relative all’universo mondo e risalenti alla notte dei tempi, ma in un referendum è importante scegliere avendo chiaro qual è il merito della questione, che consiste esattamente in quanto ho descritto sopra.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/02/considerazioni-sul-referendum-sulla-separazione-delle-carriere-dei-magistrati/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Del pisciare contro vento</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/31/del-pisciare-contro-vento/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/31/del-pisciare-contro-vento/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Jan 2026 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Blowing in the wind]]></category>
		<category><![CDATA[contro vento]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=117945</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Nicola Fanizza</strong> <br /> A pisciare contro vento prima o poi ci si bagna! Lo sanno bene i marinai che stanno sulle barche e tutti quelli che vivono sulla costa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-117946" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-1024x731.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-768x548.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-588x420.jpg 588w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-150x107.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-696x497.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-1068x763.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>A pisciare contro vento prima o poi ci si bagna! Lo sanno bene i marinai che stanno sulle barche e tutti quelli che vivono sulla costa. Da qui l&#8217;attenzione super-sorvegliata degli abitanti del mio Paese ai mutamenti del vento e, per estensione, anche al vento in politica.</p>
<p>Lì hanno davvero fiuto, arrivano sempre prima degli altri. Appena si accorgono che il vento sta cambiando direzione, diventano amplificatori di quel vento.</p>
<p>Tuttavia, per noi bambini negli anni Cinquanta andare sulla Rotonda a fare la pipì contro vento – sfidando le onde –, era comunque un piacere. Da qui – forse – la mia tendenza a collocarmi sempre contro il discorso canonizzato della polis, contro lo spirito del tempo.</p>
<p>Certo tutto ciò ha comportato parecchi raffreddori, tanto è vero che per sopravvivere mi sono trasferito a Milano, una città quasi senza vento. Ecco ciò che, a volte, mi manca del mio Paese è proprio il vento.</p>
<p>Da sempre il fantasma del vento, come mediatore del tempo, è apparso avvolto da un’aura di mistero. Solo i <em>Maestri del vento</em> sapevano individuare il fuoco da cui essi si originavano, possedevano le chiavi d’accesso al cielo, ne conoscevano la mappatura, e soprattutto conoscevano le diverse sfumature della Rosa dei Venti. Possedevano altresì la straordinaria capacità di fiutare e annusare i cambiamenti dal vento: ossia quando il vento stava per terminare il suo giro; o quando, sulla scorta delle prime avvisaglie, era possibile prefigurare a breve l’arrivo della pioggia, di una burrasca, di una forte mareggiata. In questi due ultimi casi si recavano presso le case dei pescatori invitandoli a non salpare l’ancora.</p>
<p>Il primo a parlarci del vento fu il mio nuovo maestro, quando – avevo otto nove anni – frequentavo la terza elementare. Ci raccontò una breve storia che vedeva il vento e il sole come protagonisti di una contesa, il cui oggetto era rappresentato dai vestiti di un contadino: la vittoria sarebbe andata a chi fra i due fosse riuscito a far sì che il contadino si spogliasse. Nel suo racconto il contadino, ricorrendo ai lacci e ai bottoni, era riuscito a resistere al vento, ma nulla poté fare quando fu chiamato a difendersi dai raggi del sole. Il corollario di questa storia era evidente: possiamo difenderci dal vento ma non dal sole.</p>
<p>Quello stesso anno appresi che col vento non si può scherzare, e soprattutto non lo si può sfidare. Ciò avvenne in occasione di un evento tragico che colpì la famiglia di un mio compagno di classe. Il papà di quest’ultimo e due suoi fratelli erano morti in seguito al naufragio della loro barca. La mia classe partecipò al funerale e dopo alcuni giorni venni a conoscenza, attraverso il racconto di mio padre, delle dinamiche che avevano portato alla loro morte. Insieme ad altri marinai, erano andati a pescare nello stesso braccio di mare. Avevano calato da poco le reti quando si accorsero che si stava alzando un vento fortissimo. Mentre gli altri pescatori, paventando il peggio, si erano rifugiati subito in un porticciolo lì vicino, il padre del mio compagno decise di sfidare il vento: perse, infatti, del tempo prezioso per recuperare le reti e così fu travolto insieme ai suoi due figli dalla violenza delle onde del mare.</p>
<p>Così col tempo imparai a temere e, insieme, ad amare il vento. Amavo soprattutto il maestrale. Quest’ultimo rendeva l’aria più fresca e respirabile, e per di più mi consentiva di pensare all’aria aperta. Ritenevo allora che non avrei mai potuto vivere senza sentire la sua carezza sulla pelle. Percepivo quel vento come se fosse un compagno d’avventura; come fosse un antico conoscente, familiare e, insieme, affascinante, che mi prendeva per mano, faceva volare le foglie e la polvere e per pochi istanti mi faceva dimenticare della gravità che mi teneva attaccato alla terra.</p>
<p>Che il vento possa diventare il viatico per entrare in trance estatica lo appresi da mio fratello. Asseriva che nel corso di una notte del mese di settembre era entrato in estasi e che in quell’occasione aveva avuto una visione straordinaria e per molti versi ineffabile. Allo stesso modo di Miranda, la protagonista del film di Peter Weir <em>Picnic ad Hanging Rock</em>, mio fratello si svegliò. Spinto dalla forza del vento che circolava nella nostra casa – le porte-finestre erano aperte –, usci dalla camera che condivideva con me per dirigersi in uno stato di trance verso il salotto. Si trattava di una stanza che conoscevamo appena, anche perché io e mio fratello non avevamo il permesso di entrarvi se non in rare occasioni, nei giorni di festa o quando si avevano degli ospiti. La porta era del resto quasi sempre chiusa, ma quella notte la trovò aperta. Sempre in quella «condizione alterata» di coscienza entrò nel salotto. Qui un attimo dopo l’emozione lo inchiodò sul posto. Gli sembrò di essere entrato in una stanza incantata. Gli scuri erano chiusi e le tende pesanti, di lino verde, tirate. La stanza era inondata da una strana luce color verde-oro<em>,</em> iridescente, irreale. Ebbe l’impressione di trovarsi in un altro mondo. Restò lì, sul tappeto, immobile, respirando a fatica, fino a quando sentì un brivido caldo nelle sue ossa: cadde a terra e si addormentò. Non ricordava quanto tempo dopo – un’ora o forse più –, il fresco del pavimento lo svegliò e ritornò a letto.</p>
<p>Mi disse che questo accadde una sola volta. La notte del giorno successivo tentò di nuovo di aprire quella porta; era chiusa. Asseriva, inoltre, che non aveva avuto alcun timore. Non aveva neppure il sentimento di commettere un <em>delizioso peccato</em>. Ciò che di quella notte lo aveva attirato era, il calore, la calma e la bellezza; era il salotto, con il divano e le poltrone di velluto verde, era il verde. Il tutto immerso in una luce verde oro. Tranne che a me non aveva mai raccontato a nessuno ciò che aveva percepito in quella stanza. D’altra parte, non avrebbe saputo cosa dire. Si trattava di un evento misterioso!</p>
<p>Alcuni anni dopo aggiunse che, nei momenti di sconforto o quando si era trovato a lottare con lunghe crisi di malinconia, aveva spesso cercato, inutilmente, il <em>viatico</em> che gli avrebbe consentito di entrare di nuovo in quello <em>stato di grazia</em>.</p>
<p>Per quanto mi riguarda, ho proseguito a pisciare contro vento, spesso in silenzio e a volte solo col pensiero. Cosa quest’ultima che avvenne quando avevo appena otto anni. All’inizio del nuovo anno scolastico conobbi il mio nuovo maestro. Proveniva da Matera, di statura regolare, tarchiato, aveva la testa molto grande e i capelli cortissimi. Quando, in occasione del primo appello, apprese che fra gli alunni della mia classe c’era il figlio del sindaco – quest’ultimo era stato inserito solo quell’anno nella classe! –, decise all’istante di designarlo come nuovo capoclasse.</p>
<p>Si trattava di un atto che non mi piacque, poiché tradiva il suo desiderio di ingraziarsi i potenti. Ciò nondimeno la sua si rivelò una scelta azzeccata. Il figlio dell’allora sindaco dimostrò per davvero di essere il più bravo della classe. Ma il mio maestro non poteva di certo saperlo.</p>
<p>Ciò che contribuì a turbare in quello stesso anno il mio animo non fu l’ombra del nuovo maestro, bensì la pusillanimità dell’arciprete. Il Concilio Vaticano II era di là da venire. Anche se mancavano pochi anni, il vento che avrebbe portato la Chiesa a prendere le distanze dal Medioevo nel mio Paese non si avvertiva affatto. Me ne accorsi a mie spese nel settembre del 1959. Poco prima che iniziasse il nuovo anno scolastico, cominciai a frequentare il catechismo presso la Chiesa matrice. Qui vennero creati due gruppi: i ragazzi appartenenti alle famiglie dei professionisti furono inseriti nel gruppo che fu affidato a un’anziana insegnante, che era sempre vestita di nero; i rimanenti – me compreso – furono affidati, invece, alle cure di una giovane catechista. Tuttavia, nel corso delle lezioni, scoprii con triste meraviglia che mentre al primo gruppo venivano dati in dono dei giornaletti colorati, viceversa il mio gruppo era costretto a imparare a memoria e in pillole i fondamenti della dottrina cristiana senza l’ausilio dell’apparato iconografico. Mi rivolsi pertanto alla mia maestra per poterli ottenere. Ma quest’ultima mi disse che i fascicoli erano riservati solo ai ragazzi dell’altro gruppo.</p>
<p>Quella disparità di trattamento mi apparve come un vero e proprio sopruso, come un’ingiustizia. E per di più avveniva col tacito assenso dell’arciprete. Che, benché fosse presente, probabilmente era <em>distratto.</em> La stessa Chiesa mi apparve ingiusta e decisi pertanto di non frequentare ulteriormente le lezioni di catechismo.</p>
<p>La mia indole ribelle, tuttavia, si manifestò tre anni dopo. Nel 1962, col mio ingresso nell’età dell’adolescenza, sperimentai dolorosamente l’ostilità di alcuni venti che non avevo mai conosciuto. Si trattava dei venti di guerra e del vento della modernizzazione. Il fuoco da cui essi si originavano non era reperibile nella natura, bensì in una cultura che legittimava la guerra e di una cultura che dissolveva i vincoli sociali e le relazioni degne. Una cultura che, tuttavia, non era mai appartenuta alla civiltà contadina.</p>
<p>In Italia spirava allora il vento della modernizzazione. Un vento che mirava proprio alla dissoluzione della civiltà contadina. Il dileggio del mondo rurale diventò una scheggia che si conficcò nelle mie carni. I miei compagni di classe, provenienti da famiglie facoltose, stigmatizzavano il lavoro manuale in generale e, in particolare, il lavoro del contadino. Da qui il <em>patèma</em> che investiva il mio animo ogni qualvolta – la domenica o durante le vacanze – mio padre mi portava in campagna a lavorare. Il ritorno a casa per me era un dramma: quando, al crepuscolo, il nostro carro trainato dalla mula entrava nelle strade del Paese, mi coprivo con un sacco per evitare che i miei compagni di classe scoprissero che ero figlio di contadini.</p>
<p>Di fatto, negli anni Sessanta, il mestiere del contadino era poco apprezzato e, insieme, poco remunerato. I lavoratori della terra si accorsero ben presto che la loro strada non passava per il Paese in cui erano nati e si trasferirono in massa nelle città del Nord.</p>
<p>Le ragazze a loro volta non volevano <em>sporcarsi le mani</em>. Preferivano gli impiegati, gli italo-americani, i marittimi, gli operai e giammai i figli dei contadini.</p>
<p>Come tutti i figli dei contadini, non ero capace di difendere il mio mondo, la sua cultura. La scuola di allora e, per molti versi, anche di oggi, era espressione della cultura <em>esclusivamente </em>– nel senso etimologico: che esclude – borghese.</p>
<p>La cultura borghese non è di per sé negativa, ma lo diventa quando esclude le altre. E quella scuola non era in alcun modo disposta a misurarsi con le <em>culture altre</em>: ossia non era capace di accogliere e di confrontarsi con la cultura dei contadini<em>. </em>Era una scuola incapace di riconoscere e valorizzare la capacità dei figli dei contadini di indicare gli alberi con i loro nomi, le loro conoscenze in merito all’irrigazione dei campi, alle diverse erbe, agli uccelli, e alle diverse colture, ecc.</p>
<p>Ciò spiega la loro disaffezione nei confronti di una scuola che li costringeva a vergognarsi delle loro origini, di una scuola che chiedeva loro di <em>integrarsi</em>: ossia di tradire la loro cultura contadina. In quella temperie totalitaria, mi sentivo svuotato dentro, perdevo, giorno dopo giorno, la mia linfa e il mio sangue, diventavo guscio. Io, come altri figli di contadini, rifiutai di integrarmi, e tuttavia non rinunciai agli studi.</p>
<p>Il 1962, con la Crisi dei missili a Cuba, fu anche l’anno in cui si evitò per poco una guerra nucleare e fu anche l’anno in cui ebbe inizio la guerra del Vietnam. Proprio quell’anno, per scongiurare la guerra, Bob Dylan compose <em>Blowin’ in the Wind</em>, una canzone pacifista che terminava così:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia</p>
<p>che troppa gente è morta?<br />
la risposta, amico mio, sta nel vento,<br />
la risposta sta nel vento».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono passati più di sessant’anni da quell’anno e quella speranza continua ad abitare nel vento. Intanto qui a Milano mi è capitato più volte di ripensare alla Rotonda sul mare del mio Paese. E in ognuna di quelle occasioni ho chiesto aiuto al vento per difendermi dalla malinconia!</p>
<p>(n.d.r.: foto di Daniele Muriano)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/31/del-pisciare-contro-vento/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La poesia, se è vera poesia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/13/la-poesia-se-e-vera-poesia/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/13/la-poesia-se-e-vera-poesia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Giovenale]]></category>
		<category><![CDATA[poesia di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[vera poesia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=117521</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Marco Giovenale</strong> <br /> la poesia, se è vera poesia, è sempre di ricerca la poesia, se è vera poesia, è sempre civile la poesia, se è vera poesia, è sempre realistica]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marco Giovenale</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-117522" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Serif_and_sans-serif_01.png" alt="" width="209" height="59" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Serif_and_sans-serif_01.png 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Serif_and_sans-serif_01-150x42.png 150w" sizes="(max-width: 209px) 100vw, 209px" /></p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre di ricerca</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre civile</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre realistica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre astratta</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre invendibile</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre qualcosa che arriva al cuore</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre poesia</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre in abiti dimessi</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre corale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre una consolazione</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, sa sempre farsi notare</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, resta per sempre</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre alta</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre vera</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre autenticità</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre l’autenticità</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre autentica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre sperimentale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre nuova</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, la rileggi cento volte e sempre ti sorprende</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre la poesia del quotidiano</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre una scaturigine originaria</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre tradizionale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre attuale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre di qualcuno</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre lirica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre tragica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, convoca sempre il lettore</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre come una lettera d’amore</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre violenta</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre tutta da scoprire</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre Milo</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre in medio stat virtus</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre elementare</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre liminare</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre elementale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre liminale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre parentale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre parenetica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre prenatale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre contro l’inquinamento</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, sarà pure stata scritta da qualcuno</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre preziosa</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre presente</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre numinosa</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre pudica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre pomata</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre un gesto</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre una stretta di mano</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre una legittima finanziarizzazione dell’immateriale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre possibile leggerla a salti</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre come sorbire paracetamolo sul pigro divano</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre cut-up</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre un’installazione</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre un’intuizione</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre performativa</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre installativa</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre tonale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre orale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre iconica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre conica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre dodecafonica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre melodica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre posturale</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre gestaltica</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, dà i brividi</p>
<p>la poesia, se è vera poesia, è sempre a getto d’inchiostro, reattiva, neoconfessionale, baritonale, heideggeriana, liscia, festosa, mercuriale, neomitica, ciclotimica, tedesca, una frappa, in picchiata, occhieggiante, palliativa, agli ottavi di finale, scissionista, al sugo, riccia, posticcia, documentaria, testimoniale, meridionale, matriarcale, dadaista, porosa, un acroterio, smontabile, romantica, endoscopica, pariniana, milf, surrenale, sadica, alpinistica, tanata, piduista, speziata, relativa, antiglobalista, un campanello d’allarme, una voragine, una vertigine, puro canto, sudata, un vascello in balia della corrente, una corrente, una massa, per le masse, lallazione, fornicazione, una sfida, un fido, un pasto caldo, calviniana, placebo, gourmet, ripicca, nanoparticella, vibrante, valdostana, barocca, baricca, fededegna, monoblocco, neocatecumenale, meticcia, ovale, bombata, trobadorica, pongo, postmoderna, ammaliatrice, melanconica, melensa, una mela, satirica, rabelaisiana, bidonata, manesca, romanesca, rigida, lipofantica, antitaccheggio, eliotiana, in finto camoscio, imbustata, ovulante, centipede, al dente, fatata, una mulattiera, onanistica per deterrenza, un condominio, come una roccia, una scala ascendente, disneyana, doppia, truccata, fetusa, mobbata, tantalica, sciantosa, galattosemica, sregolata, in carriera, affettata, artaudiana, mitomodernista, brokeraggio, prostatica, sereniana, fortiniana, gommosa, cleptomane, iridescente, coprofilica, volpina, in garamond, bustrofedica, abrasa,  serenamente classica, in padella, ciellina, lunare, ipercolesterolemica, perimetrale, sedentaria, foderata, dentata, cambogiana, raptus, soda tipo ikea, orientata verso Napoli, demiurgica, veterodadaista, spellata, dromomane, anarchica, istrionica, pangermanistica, farinosa, protestata, obesa, nativa, wittgensteiniana, mentolata, ospitale, della Marvel, chioccia, in cemento, azzimata, quantistica, nuda, a barre, un cioccoblocco, spaziosa, operettistica, fulminante, cerchiata, trappista, muscolare, una mail, commestibile, brasiliana, col parmigiano a scaglie sottili, col parmigiano a scaglie impercettibilmente meno sottili, comunista, ubertosa, sfiancante, girevole con un adulto a lato, gerontofobica, atea, passivizzante, sulla linea Maginot, medicamentosa, per bene, lambiccata, piantonata, pitonata, platinata, platonata, coibentata male, fungina, tellurica, al dativo, legiferante, deduttiva, spiccia, contropelo, bluastra, disillusa, reificata, albale, indicizzata all’inflazione, a zigzag, pugnace, derivativa, binaria, una dune buggy, roca, alcalina, indolente, ambidestra, corroborante, vecchia, bellica, casearia, un’anta, biscottata, al tratto, chiaroscurata, poliglotta, impanata, brutalista, oleata, un sintomo, un vagito, una tappa intermedia, open minded, googlata, egoriferita, frigorifera, pescosa, restia all’ingestione di alcolici a digiuno, un opale, schierata con Turati, medusea, karma, al tramonto, pervia, indecisa, serotonina, oca, laica, incorniciata, ricaricabile, un flap, una visione del mondo, una visione dell’io, una visione del linguaggio, una televisione, oro colato, lombrosiana, semisferica, di successo, supina, bohemienne, meccanica, pralinata, neolitica, con l’erre moscia, giroscopica, escheriana, Pat Benatar, crepuscolare, vintage, neomelodica, neometrica, signorile, sottoposta a ossidoriduzione, fecale, godibile, mescalinica, al lampone, fresata, <em>pompier</em>, gonadica, resecata al plinto, saponosa, un dodecaedro, politicamente esplicita, paludata, grata al tafanario, cristallina nei suoi enunciati, retró, un cambiavalute, impaurita dai servizi segreti, logocentrica, in lotta con le spalline del cappotto negli anni Ottanta, vaporwave, glicciata, grattata, una grattachecca, ominosa, Milo bis, aforistica, una scommessa, frenologica, geolocalizzata, diaccia, crapula, un inno al volo, un inno alla vita, un inno in generale, il draghetto Grisù, preghiera alla primavera, un candido cigno, Lou Ferrigno, sebo, brassicacea, una ninna nanna, filodiffusione in sauna, la trapunta a greche dell’ava, haiku, un portale aperto su mondi tutti seghettati, un allegro vibrione, aristocratica, Aristotile, al pantone, sospettosa, porosa, inevitabile, Rainer Maria, sportiva, love me tender, yamaha, echeggiante, angelicata, piezz’ ’e core, calibro 45, sudtirolese, senza parabeni, ortodontica, lialeggiante, militesente, d’arredamento, come un ciuffo sbarazzino, un apostrofo roseo tra le parole t’reno, mazziniana, un plettro fra i denti, trippa alla romana, come il dodo, pelle e ossa, fonte di speranza, a strapiombo, come un frutto maturo, rossetto sullo specchio, Vamba, paragonabile, un dirigibile, un testimone di geova imballato sull’A1, vedere le cose da una nube, venticinque minuti di tosse, Barthes fratto Borges, un susino, Pollenza, seminare una volante, Amazon, Batman legato sulle rotaie, Frate Indovino, Tarquinia, mezza scacchiera senza pezzi, tante care cose</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/13/la-poesia-se-e-vera-poesia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>9</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il pentimento di Dio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/12/il-pentimento-di-dio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Muriano]]></category>
		<category><![CDATA[Il pentimento di Dio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=117528</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Daniele Muriano</strong> <br /> Fin da quando sua madre aveva risposto «non lo so» (pagina 43), alla domanda su che cosa fosse Dio aveva dato una risposta non ovvia, ma l’unica logicamente possibile, almeno secondo la sua intelligenza non comune.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Daniele Muriano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-117529" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/per-post-ni-02-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/per-post-ni-02-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/per-post-ni-02-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/per-post-ni-02-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/per-post-ni-02-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/per-post-ni-02-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/per-post-ni-02-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/per-post-ni-02-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/per-post-ni-02.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Fin da quando sua madre aveva risposto «non lo so» (pagina 43), alla domanda su che cosa fosse Dio aveva dato una risposta non ovvia, ma l’unica logicamente possibile, almeno secondo la sua intelligenza non comune. Doveva essere un tipo malvagio e piuttosto cinico, sempre che fosse esistito qualcosa di lontanamente paragonabile all’idea di Dio che circolava nelle varie culture religiose, e di questo S.S. non era davvero sicuro. Se però esisteva, Dio doveva essere malvagio. Come quei dittatori a cui tutti gli sciocchi danno una patente di bontà, oltre che di onnipotenza, ma in questo caso scritta dai Ministeri della Propaganda sparsi in tutto il mondo. Dio era malvagio – pensava S.S. a undici anni dopo aver visto il padre morire di un tumore in un luogo del corpo a lui abbastanza sconosciuto, vicino al cazzo – perché amministrava la morte in modo implacabile, ma sempre incolpando gli altri: in ordine Satana, gli uomini stessi, un misterioso disegno da lui scritto ma di cui non doveva essere ritenuto responsabile, e così via. Ovviamente questa elaborazione era tardiva rispetto agli undici anni, quando in lui era stato impiantato il seme della consapevolezza.</p>
<p>A quattordici anni aveva letto la Critica della ragion pratica del filosofo Immanuel Kant, dove si dicevano un sacco di cose sull’agire umano, e si formulavano astruse leggi morali, senza che a nessuno venisse in mente di applicarle a Dio. Gli sembrava di vivere in un universo totalitario, dove i Ministri della Propaganda irraggiavano una tale quantità di bugie attorno alla figura di Dio (si faceva lo stesso con i dittatori) che era diventato impossibile criticarlo. «Chi sei tu per criticare Dio?» era la domanda che l’uomo si era impiantato nel profondo a furia di formulare idiozie cortocircuitanti.</p>
<p>A quindici anni S.S. si era fatto già una certa fama nel quartiere (di persona infrequentabile), quando a un tratto, un giorno di primavera, cambiò idea su Dio perché vide una donna circonfusa di luce azzurra su uno sfondo di nuvole che gli parlava con una voce musicale e dolcissima di quanto si sbagliasse, ma non perché lui, S.S., era una persona cattiva o male educata alla vita, o così sosteneva quella voce, piuttosto c’era stato un problema alla radice, un errore che voi umani (così si esprimeva la voce) potreste definire un errore di programmazione, come se, ammesso che il mondo fosse paragonabile a un software, il suo creatore o programmatore o (come si direbbe oggi in informatica) sviluppatore avesse commesso taluni errori che ora, con una nuova versione il cui rilascio era imminente, sarebbero stati corretti. In questo modo si espresse la donna, nel sogno più vivido e realistico che S.S., nei suoi quindici anni di vita, avesse mai fatto per poi ricordarne i minimi dettagli a partire da quanto la pelle brillava in quella luce innaturale e da come gli occhi della donna si illuminavano di azzurro soprattutto quando lei diceva certe parole (amore, pietà, compassione) quasi dovessero sottolineare visivamente, in modo persuasivo e allo stesso tempo naturale, i concetti chiave di quel sogno. Si svegliò tutto sudato e incredulo, verso le quattro del mattino. In quella camera la madre dormiva normalmente, mentre in casa regnava il silenzio. C’era un profumo di fiori nell’aria, come se le finestre fossero aperte di fronte a un giardino pensato per incantare chi avesse anche solo annusato quella meraviglia, ma S.S. non si era mai fidato del proprio naso e così aprì le finestre.</p>
<p>Tutto era normale, però, in quell’ammasso di palazzine scrostate e di cavalcavia male illuminati da cui piovevano le disordinate luci delle automobili, l’odore di fiori fu sostituito dai gas di scarico e il buio di casa veniva ora invaso dalle insegne pubblicitarie dell’unico grattacielo (dove stranamente una nota marca di reggiseni e biancheria gli stava mostrando una modella assai simile alla donna del sogno, soltanto meno giovane e candida, retroilluminata di azzurro contro un cielo sporcato dalle altre luci).</p>
<p>Guardando le finestre buie del circondario, S.S. ricordò le facce di tutti gli amici, conoscenti, mezzi parenti e zii acquisiti a cui aveva raccontato la sua versione del mondo. Loro lo odiavano, magari cordialmente ma lo odiavano, per la sua parlantina quando cercava in un certo senso di evangelizzarli attorno alla cattiveria di Dio. Non ne volevano mai sapere, e lui insisteva perché, in fin dei conti, così diceva, bisognava cominciare questa grande ribellione, un’infinita rivoluzione di tipo cosmico, la cui conclusione sarebbe stata – come in altre dittature – la destituzione del concetto di Dio, certo non prima di aver fatto fuori un discreto numero di religiosi che si sarebbero naturalmente opposti, ma di quella parte del piano non andava molto fiero e ne parlava di rado e solo nello stile di uno scherzo.</p>
<p>Comunque ora ebbe di fronte a sé tutti i volti del vicinato, i baffi e le barbe e le pelli glabre o butterate a cui aveva strappato smorfie di dolore, di pietà, di compassione pelosa e mai agita (non erano veri religiosi, erano codardi collaborazionisti, o almeno così S.S. li aveva apostrofati tutti i giorni prima di avere la straordinaria visione).</p>
<p>Ma come decifrare l’annuncio? Non importava se la donna meravigliosa del sogno aveva le fattezze di questa più sessuale e vanesia che gli appariva davanti casa tutte le notti, infatti non aveva mai creduto – nei suoi quindici anni di vita – alle stupidaggini di Freud, che pure aveva letto quasi integralmente, né ai seguaci di Freud che quindi, nel corso della storia, lo avevano rinnegato facendo nascere tutta una risma di individui compiaciuti e babbei tra cui lo psicologo che si era occupato di S.S. dopo la morte di suo padre (un uomo calvo che gli aveva dato del genio, per continuare nel corso degli anni a fargli un sacco di complimenti su quanto era bravo a scuola e intelligentissimo e raro, fino a fargli capire di essere un porco disposto a scoparsi un ragazzino): questo non significava però che lui, prima di Freud e della sua schiatta di dementi, non capisse a perfezione che l’immagine persistente di quella donna con indosso un reggiseno baluginante era imparentata con la donna del suo sogno, e che l’inconscio funzionava in modo stucchevole e preciso, ma lo stesso diede al sogno un valore.</p>
<p>Così iniziò la nuova evangelizzazione della gente là fuori nel buio, perché finalmente… sì, signori, Dio si era pentito!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oggi S.S. ha 68 anni, 2 milioni di follower su Instagram, ed è il guru autorevole di una certa controcultura pseudo-religiosa che vede in lui qualcosa meno di un profeta, ma molto più di quanto in realtà non sia. In poche parole?</p>
<p>Quattro mogli, un passato di tossicodipendenza e un best seller pubblicato da Mondadori (più una ragnatela di pamphlet, saggi brevi e introvabili, raccolte di poesie che non hanno l’ambizione di esserlo – feccia autopubblicata a giudizio della Critica, e tutta linfa insostituibile per i suoi vogliosi adepti).</p>
<p>Ma <em>Il pentimento di Dio</em> rimarrà forse nella storia della letteratura, almeno per il casino che ha combinato nel mondo. D’altra parte è un romanzo gradevole: si apre con la scena della stanza che odora di fiori, dove un S.S. tramortito dalla visione della Madonna decide di annunciare al mondo il pentimento di Dio. Nella lunga e barbosa introduzione, l’autore giura si tratti di autobiografia, anche se poi gli angeli sbrilluccicanti e molto alati e altre creature che vengono a visitarlo nel corso del romanzo – a meno che non si leggano come indizi di un delirio – non concordano molto con il realismo desiderato dall’autore.</p>
<p>E ora viene il punto veramente <em>dolente</em>, in quanto S.S. ha una vera passione per quelle ragazzine. Secondo racconti che circolano in rete da troppo tempo, ma che non gli sono ancora valsi dei guai con la polizia, lui dichiara alle giovani fan di volersi sottomettere, e in un battibaleno le ragazzine (dai sedici ai vent’anni, non un anno di più) vengono invitate a picchiarlo molto forte, più forte che possono. A parere di S.S. non c’è traccia di sesso in questi incontri, e d’altronde la sua passione per le ragazzine è inerte sul piano puramente fisico, blandamente masochista.</p>
<p>Eppure c’è chi vede qualcos’altro, forse perché la malizia è negli occhi di chi non può vedere, giusto? A fondamento di ciò possiamo dire che <em>Il pentimento di Dio</em>, unico suo romanzo, è costellato di scene abbastanza allusive dove S.S. è malmenato da pericolose ragazzine di periferia, baby gang di baby chissà cosa, le quali senza volerlo lo portano ad avere un’erezione, di nascosto da tutti, nei pantaloni. Certo la realtà, che spesso non riflette i romanzi e a volte pure li sconfessa, potrebbe essere ben diversa: fuori dal romanzo infatti a picchiarlo non sono solo ragazzine, ma anche vecchie (a volte donne decrepite che vengono armate di un posacenere qualsiasi o non riuscirebbero a nuocere in alcun modo alla tempra ancora vigorosa di S.S., il quale ogni volta, per ciascun pestaggio, pubblica il giorno dopo su Instagram le fotografie del viso o dei muscoli tumefatti) e ogni cosa sotto l’attenta supervisione delle sue mogli, in numero di quattro: tre ex redivive, e quella attualmente in carica, decisamente signore molto agguerrite, come vedremo tra un istante.</p>
<p>Per arrivare alla materia oscena, si deve conoscere la parte più bruciante del romanzo, almeno a grandi linee. Da pagina 101 a pagina 911 del Pentimento di Dio, questo teologo da strada e insieme matematico, nonché astrofisico senza una laurea, come anche botanico dilettante che studia diligentemente nel proprio bel giardino l’impollinazione del crisantemo, insomma S.S. nel suo meraviglioso splendore, ha incontrato Dio in un caffè malfamato di periferia.</p>
<p>Qui Dio annaspa sotto le mentite spoglie di un barbone dalla barba infinita e rossiccia. Non è chiaro subito se si tratta di un messaggero oppure della stessa divinità che ha assunto le sembianze di un uomo, come per esempio usavano alcune divinità antiche (possiamo dimenticare Zeus che si finge il marito di Alcmena, solo per avere un rapporto sessuale con lei?) Ma bando al passatismo, in quanto erano tempi diversi, quando c’era il politeismo e la religione non era un affare così serio. Invece, in modo serio e credibile, nel romanzo di S.S. Dio ha confermato il sogno di vent’anni prima, quando la Madonna gli assicurò che il Signore avrebbe aggiustato il mondo. O meglio, che lo avrebbe aggiornato come si fa con un software.</p>
<p>La tesi? Il Signore non era stato insensibile alla dissidenza di S.S., e come nelle buone dittature che si rispettano era sceso a patti con se stesso: in fondo perché mai opprimere il suo popolo, che era scontento e minacciava rivoluzioni? Bastava dargli un contentino, un’aggiustatina e loro, cioè noi, saremmo stati contenti e meno rivoluzionari, meno bestemmiatori e insubordinati. Le stelle che brillavano nel cielo notturno, anche in quello imbalsamato delle città in taluni momenti particolari, avrebbero (secondo Dio, cioè il barbone che parlava in quel caffè) riversato sulle nuvole e sulla terra una sostanza orgasmica. Quella pioggia luminosa avrebbe portato la felicità nel mondo. Non più catene di colpa lunghe millenni, e bando a tutti i peccati originali dell’universo. Dio era pentito, così diceva il barbone, in quanto si era reso conto che S.S. non aveva torto.</p>
<p>Il barbone parlava impugnando il calice di birra che S.S. ogni due giorni gli offriva per farlo parlare in modo più disinvolto nel dehors completamente arrugginito. A un certo punto, noi tutti avremmo avuto la felicità che ci spettava da 300.000 anni o forse più. Non avremmo dovuto più lavorare, in barba al peccato di quell’Adamo e quella Eva, i balordi oggetto di una circonvenzione d’incapace di dimensioni millenarie, e avremmo avuto qui sulla Terra il paradiso di una volta con tutte le comodità del caso.</p>
<p>Era quello il momento in cui il clochard guardava S.S. nelle palle degli occhi, anziché fissare la ruggine che si mangiava le gambe del tavolo. Faceva così tutte le sante volte, da quando S.S. gli aveva dato corda e birra. Guardava S.S. e gli faceva capire che esistevano delle condizioni. Lui si era trasformato in un barbone ed era venuto sulla Terra a trattare le condizioni con S.S. in ambasciata per la razza umana.</p>
<p>Di qui il libro prendeva il volo. C’era una lunga scarica di vicende complottiste, difficili da riassumere, in fondo alle quali S.S. tornava in sé dopo anni di abusi chimici, dopo aver immesso nel proprio corpo sostanze di ogni colore e origine che avevano – ammetteva S.S. in una nota a piè di pagina – iniettato nella testa dell’autore una orrenda paranoia capace di modificare sensibilmente la percezione di cosa era vero e cosa faceva invece un po’ ridere, modificando anche la sua opinione politica sulle droghe pesanti. E c’era stata poi la difficoltà di S.S. ad avere orgasmi e più genericamente a godere durante i rapporti sessuali. Cosa c’entrava questa roba con Dio? Ma perché miseriaccia il barbone gli aveva continuamente detto e ridetto (lo incontrava ogni dieci pagine nel corso di quel romanzo) quella maiuscola crudeltà…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>SOLO QUANDO ANCHE TU TI SARAI PENTITO, PER LE BESTEMMIE E PER LE TEORIE ANTI-RELIGIOSE CHE HAI DISSEMINATO LUNGO LA TUA VITA, SOLO ALLORA DIO POTRÀ PENTIRSI.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In fondo – diceva il clochard dalla barba rossiccia – tu sei un puntino, un uomo tra i molti miliardi che sono morti e che sono nati e che nasceranno. Della tua buia e anche terribile sofferenza non dovrebbe importarti in modo ragguardevole.</p>
<p>Ebbene tutto c’entrava, sì, infatti lui, dopo che il Dio barbone era morto per cirrosi alcolica (con tutte quelle birre che S.S. offriva su quei tavoli per farlo parlare), aveva cercato di pentirsi, e non ci era riuscito. Forse non era un tipo da pentirsi facilmente, e inoltre tutti i pamphlet che aveva scritto e le bestemmie che aveva pronunciato contro la divinità non potevano essere ritirati con tanta facilità (a meno di essere veramente ipocriti). Dunque, se non poteva pentirsi, aveva deciso che voleva almeno soffrire, in modo quotidiano e controllato, cominciando dal farsi picchiare e talvolta raschiare la pelle con le unghie da…</p>
<p>Certo, erano soprattutto ragazzine ma lui accettava qualunque persona non troppo muscolosa, purché fosse intenzionata a strappargli un pentimento sincero. Tuttavia nessuna donna ci era mai riuscita. Non le ragazzine, né tantomeno le lottatrici professioniste che aveva sposato – divorziando da ciascuna quando diventava abbastanza chiaro che non erano abbastanza violente da strappargli un pentimento doloroso e sincero.</p>
<p>Ma se si pensa che questo strano profeta (da taluni definito «da strapazzo») sfruttasse le donne per i suoi scopi mistico-teologici, allora non si conosce il peso della responsabilità che abitava il cuore di S.S. E lo stomaco. E così l’intestino, dagli scienziati definito «il secondo cervello». E a questo proposito è bene ricordare che S.S. non aveva mai cacato in modo liscio e soddisfacente nell’arco dell’intera sua vita, ma anzi bestemmiava, dalla seduta del water, invocando quel dio malvagio che gli aveva ingolfato gli intestini. Insomma è diventato complesso se non addirittura da cretini giudicare moralmente S.S., sia perché nella propria esistenza ha mostrato di essere davvero convinto che dal suo sincero pentimento discendesse il pentimento di Dio e così il miglioramento delle condizioni del mondo, sia perché la realtà e la finzione, cioè l’S.S. della realtà e l’S.S. della finzione del romanzo, si confondono in modo abbagliante, luminoso al punto che il mito di S.S. è un unico, gigantesco monolite e tutt’attorno una notte stellata, e questo vale naturalmente per i suoi follower più sfegatati e pallidi in volto quando parlano di lui come anche per chi, invece, ha appena iniziato a conoscerlo su Instagram e non ha ancora partecipato a quelle sue ambivalenti conferenze in cui, alla fine, chiede a tutti (ma con una menzione particolare per le ragazzine più attraenti) di percuoterlo un po’, con molta grazia, in modo da scatenare in lui, più potente di un orgasmo, il segno del pentimento, visto che – lo dice sempre nei video pubblicati! – «quando io riuscirò a pentirmi, il mondo intero si toglierà le mutande e farà l’amore con voi, tutti insieme o uno per uno, amen».</p>
<p>Alle spalle del predicatore, tanto nelle conferenze gremite quanto in questi video ripresi in una luce azzurrina e celestiale, ci sono le mogli, in numero di quattro (come detto: tre ex, una in carica), accuratamente vestite con tanto di guantoni e abiti da picchiatore come pantaloncini fosforescenti o kimoni con scritte dorate. Da qualche parte sempre a caratteri enormi, compare una frase da rimorchio, uno dei tanti slogan che caratterizzano l’attività di S.S. come influencer, tra cui abbiamo: «Fatemi pentire e sarete felici!» o «Se mi pento io, si pente Dio» o il più seducente: «Se volete un orgasmo che non finisce, finitemi!»</p>
<p>Su un tavolo, troviamo abitualmente il suo best seller, che tante generazioni di fanatici ha circuito e da cui è così difficile difendersi asserendo che è solo l’invenzione di un pazzo, perché fra i suggestionati ormai il pentimento di Dio sembra davvero imminente, colgono segni in qualunque miglioramento della loro vita o delle condizioni globali (trovano un amore per poi diventare finalmente persone felici, ed ecco il segno, oppure finisce una guerra che ha succhiato sangue per decenni a interi popoli, e quelli gridano a Dio che si sta pentendo per il macello millenario). Persino tra gli scettici, tra gli increduli e i detrattori inarrestabili ci sono le defezioni, qualcuno che improvvisamente compra il libro a una conferenza di S.S. e comincia a venerare l’autore per farsi prendere poi dall’ossessivo desiderio di picchiarlo, di farlo pentire della bestemmia universale a cui ha sempre aderito nella sua vita, e si immaginano chi sa quale orgasmo e quale orgia planetaria come ricompensa per questo. E la Chiesa che finge di ignorarlo? Be’, in realtà sembrano esserci migliaia di credenti e non solo laici e dicono persino qualche cardinale, che di nascosto si aspettano qualcosa da questo clima di autentica religiosità che circonda S.S., vecchi malfermi abituati a guardare sei o dieci volte Instagram in un giorno per vedere a quale punto siamo ormai con il pentimento di Dio, con il pentimento di S.S., con l’orgia universale che ci attende. Perché il Signore aggiusterà il mondo, perché Dio evidentemente si è reso conto di aver sbagliato, o così si mormora per le strade.</p>
<p>Alla televisione, in fascia protetta S.S. discute amabilmente con tutti, anche con gli scettici, e non si fa mancare le critiche più severe. Non si arrabbia nemmeno quando un intellettuale calvo, agitando il dito inquisitore come se volesse infilzare le sue menzogne, gli dice una cosa semplice. È notte: l’audience è incredibilmente alta per quella fascia oraria. È la tesi dell’intellettuale calvo a distruggere la calma di S.S., a quest’ora buia che scende in picchiata verso il mattino. Se lui dovesse pentirsi, sicuramente perderebbe il paradiso in terra che si è guadagnato, le attenzioni di cui è fatto oggi il suo mondo, e così le perversioni di massa che lo interessano, per non parlare delle ragazzine. In altre parole S.S. è il mondo che lo contiene, dice l’uomo e continua a infilare il dito in quella piaga intellettuale. Per questo è impossibile che si penta. Se lo facesse smetterebbe di essere S.S., colui del quale in troppi aspettano il pentimento. Non si eliminerà da solo, vale a dire che non si pentirà mai, qualunque sia la misura di dolore che gli altri possono giocosamente infliggergli. Quindi, comunque vada, l’umanità è fottuta dal proprio Dio.</p>
<p>Con queste parole, l’intellettuale calvo ha concluso il sofisma, e subito lo studio dev’essere stato sommerso da un silenzio duro e trasparente di tipo inattaccabile, se nemmeno il conduttore, o uno degli scalmanati ospiti del suo programma, osa ancora muoversi per spezzare il momento.</p>
<p>A un certo punto la telecamera stringe sul volto ossuto dell’accusato, perché sta succedendo qualcosa di veramente strano, quando per la prima volta in 68 anni (come ci dirà lui stesso) senza contare il giorno in cui è nato, S.S. scoppia in un pianto disperato, liberatorio e definitivo. Infatti nello stesso momento, in quattro diversi continenti del pianeta, si registrano decine di infarti, centinaia di malori e un numero imprecisato di urla desolate. Ma solo una risata, e abbastanza lasciva, quella dell’intellettuale calvo.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-08 23:21:10 by W3 Total Cache
-->