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	<title>giuliomozzi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il tonno che si taglia con un pennino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Aug 2006 06:45:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Caracaterina [Qualche giorno fa, in calce al mio pezzo Una notizia cattiva spacciata per buona, Caracaterina (il cui blog si chiama: Il mio stupido blog) segnalava velocemente un proprio pezzo che prendeva spunto dallo stesso articolo del supplemento del venerdì di Repubblica al quale mi attaccavo io. Poiché ciò che dice Caracaterina mi sembra molto utile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://caracaterina.clarence.com">Caracaterina</a></strong></p>
<p>[Qualche giorno fa, in calce al mio pezzo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/08/20/una-cattiva-notizia-spacciata-per-buona/">Una notizia cattiva spacciata per buona</a>, Caracaterina (il cui blog si chiama: <a href="http://caracaterina.clarence.com">Il mio stupido blog</a>) <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/08/20/una-cattiva-notizia-spacciata-per-buona/#comment-35350">segnalava velocemente</a> un proprio pezzo che prendeva spunto dallo stesso articolo del supplemento del venerdì di Repubblica al quale mi attaccavo io. Poiché ciò che dice Caracaterina mi sembra molto utile e interessante, con il suo permesso lo riprendo qui. <em>giuliomozzi</em>] [Su questioni analoghe in Nazione indiana: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/08/23/gli-scrittori-sintomatici-compreso-me/">Christian Raimo</a>]</p>
<p>Questo blog, aperto, come si può controllare, il 10 luglio 2003, deve il suo titolo al fatto che <strong>Stupido blog</strong>  campeggiava  proprio  tre anni e un mese fa in testa ad un articolo dell’Espresso piuttosto scettico nei confronti  dell’allora iniziale diffusione di massa del fenomeno. Nel link a <a href="http://www.blogoltre.it/blog/archives/000086.html">Blogoltre</a> trovato su google  è riassunta anche la nota e immediatamente precedente polemica  contro lo scarso coraggio della scrittura in rete <a href="https://www.nazioneindiana.com/2003/06/16/bloggers-siete-peggio-di-liala/">avviata da Tiziano Scarpa</a>. Tre anni e un mese, due mesi. <span id="more-2372"></span>Nel frattempo l’annosa questione, come amano dire le persone di mondo, già all’epoca piuttosto irritante per molti, si è ciclicamente riattizzata, suscitando sempre le stesse passioni faziose e gli stessi sbadigli ma è passata tanta acqua fra le maglie di questa rete che sembrano trascorsi decenni. E  fra una stuffia e l’altra, una polemica e l’altra  qualcosa è successo. Anzi, tutti noi che leggiamo blog libri e giornali sappiamo che è successo parecchio. Tre anni e un mese di nostre letture, di nostre scritture, di idee, dibattiti e realizzazioni pratiche. Più di tre anni di nostra vita. Anche se, pare, non ancora di vita pienamente autonoma. La Rete, qui da noi almeno, in questo territorio provinciale, sembra avere ancora bisogno di eroi, dei Magnifici Sette che insegnano ai peones a difendersi. Sicché oggi [<em>il 18 agosto 2006</em>], aprendo il Venerdì di Repubblica e tagliandomi un polpastrello con la carta (un segno?)  non mi sono certo stupita di questo articolo bene in vista:<strong> </strong><em>I nuovi talenti? Gli editori li pescano con la Rete</em>.  Dato che anch’io sono <strong><a href="http://www.untitlededitori.com">un’editrice che “pesca con la Rete”</a></strong>, o, addirittura, che viene dalla Rete, che sta in Rete, e la cui attività editoriale nasce proprio, forsennatamente, dalla Rete e non dalla terraferma,  considero.  E considero qui, esclusivamente, quanto l’articolo riporta  delle parole degli editori,  ovvero dei loro rappresentanti, volutamente tralasciando di commentare le parole degli scrittori, e la tessitura giornalistica di Emanuele Coen, tutta volta a  patrocinare  in particolare NI, ampiamente citata insieme agli altri due lit-blog conosciuti, meritoriamente, anche fuori dalla rete, e ai soliti altri tre siti letterari, noti anche se blog non sono. Sottolineando, grassettando e colorando a mio piacere, comincio [*].</p>
<p>Con Antonio Riccardi, presentato come direttore libri hardcover (ah, la provincia!) Mondadori: “I blog rappresentano per la casa editrice un terreno di ricerca abbastanza continuativo, un’<strong>area di carotaggio</strong> importante e per certi versi necessaria. Però bisogna stare attenti a non cadere <strong>nell’equivoco che tutto ciò che viene pubblicato in Rete sia interessante</strong>, occorre usare un fortissimo filtro qualitativo”. Due pagine dopo (ma in mezzo non conta, c’è la pubblicità), parla Andrea Bosco, direttore editoriale dei libri tascabili Einaudi: “Per la <strong>saggistica</strong> la nostra casa editrice non può più prescindere dal mondo dei blog, sono <strong>segnali di fumo</strong> importanti  su cosa succede nella società. Basti pensare al diario on-line di Beppe Grillo, che scavalca le strutture tradizionali della politica. Attraverso Internet molte persone <strong>al di fuori della comunità letteraria</strong> riescono a farsi conoscere a un pubblico potenzialmente vasto e, perché no, anche ai <strong>grandi editori</strong>.  Il mondo reale, però, è molto più ampio. Come sostiene Cass Sunstein, docente di Diritto all’Università di Chicago, il web consente anche  di costruire l’accesso alla Rete a propria immagine e somiglianza. Se inserisco tra i siti preferiti soltanto quelli della Sampdoria, dei Ds e dell’acqua minerale  che bevo tutti i giorni, il web può diventare uno spazio angusto, un l<strong>uogo solipsistico</strong>”. L’ultima parola viene data  a Maurizio Donati, editor di saggistica della Bur: “Un testo che produce molto dibattito in Rete ha la forza giusta per sollevare interesse e curiosità. I blog rappresentano oggi un importantissimo <strong>spazio di autenticità</strong>. La Rete è anzitutto uno <strong>strumento e va vissuto come tale</strong>. Posso servirmene per tirar fuori stimoli, suggerimenti, sollecitazioni anche editoriali. Ma questo lavoro di acquisizione e registrazione di informazioni ha bisogno di un’idea, di un riferimento e una sensibilità radicata nel mondo in cui viviamo. Proprio come i libri di Bajani, Rovelli e Saviano”.</p>
<p>Prima di tutto: che la Rete <strong>vada usata</strong> come strumento, come un martello, un periscopio, un rete da pesca, una lente d’ingrandimento, un sismografo, significa ridurne le potenzialità e, in definitiva, il potere. <strong>La Rete è un ambiente</strong>. Chi scrive in Rete non ha solo l’occasione di adoperarla come una scala per salire a bordo delle barche da pesca dei grandi editori, in forma di pesce da esporre sui banchi del supermercato, di naufrago bianco salvato o di indigeno colonizzato. La Rete è un mondo, solo che non sa ancora bene di esserlo, che non sa ancora scrivere la propria storia, crearsi le proprie narrazioni, un mondo dove cancellare i propri archivi spesso non è un viaggiare liberati dall’ingombro dei bagagli, un atto di fiducia nel futuro, ma piuttosto di rinuncia alla parola, una cessione della voce all’urlo e al rumore.</p>
<p>Poi: a pelle, a unghie e a naso, a me fa specie che tutte le voci  citate siano maschili, e che siano uomini anche gli scrittori di cui si parla. Sì, avevo promesso di non considerare la faccenda ma come si fa, quando le donne blogger-scrittrici citate – senza commenti, è un bene? è un male? &#8211; e fotografate sono solo la Pulsatilla con le prugne secche e la Julie Powers col suo ricettario?  Ieri alla libreria Feltrinelli cercavo l’ultimo libro della Szymborska pubblicato da Adelphi e mi sono diretta al solito scaffale basso, un poco oltre le casse, beh, da un po’ era anche un poco oltre la cancelleria e i dvd ma, insomma, ancora visibile. Al posto della signora polacca, invece, trovo uno sterminio di librucci  “al femminile”, di donne e per donne, tutti pimpanti e colorati come i diari scolastici degli studenti delle medie e  che già dal titolo facevano rimpiangere Bridget Jones. Ora, noi della <strong><a href="http://www.untitlededitori.com">Untitlededitori</a></strong> siamo tre donne e, su sei libri pubblicati, quattro sono di donne, non hanno la copertina colorata,  parlano del lavoro di un medico, di pedofilia e fallimenti, di favole bizzarre e amare, di un lungo viaggio da sola da una parte all’altra dell’Europa. Questo scrivo, se vogliamo affrontare la questione dei contenuti e solo di striscio della forma e mi perdonino i (per ora soli) due maschietti. Perché, mi chiedo, dalla Rete non sembrano uscire sui giornali altro che maschi impegnati a scrivere dei problemi del mondo (per di più col solito equivoco che anche il Grillo nazionale tenga un “diario on-line”), se non addirittura dei massimi sistemi, e femmine impegnate a cucinarsi il cuore? E’ così che siamo?  E’ questa l’idea, “la sensibilità radicata nel mondo in cui viviamo?” Tanto per.</p>
<p>Ma quello che mi fa proprio imbufalire (ieri sera ho visto alla tivvu un pezzo di straziante documentario in cui una mandria di bufali resisteva e scacciava più volte un branco di leoni all’attacco, che poi, però, un bufalino se lo mangiavano,  –  e anche un elefantino, malato e abbandonato dalle costernate elefantesse, ma di cui non ho proprio potuto sopportare di vedere la fine) è la  paura continuamente sbandierata che la singola voce del blogger possa  significare solipsismo e che,  oltretutto, tale eventualità sia considerata automaticamente portatrice, oltre che di irrilevanza, anche di cattiva qualità (letteraria, immagino). Questo corto circuito concettuale mi è insopportabile per la puzza acre di ipocrisia che ne emana.  Tutti e tre gli esponenti editoriali intervistati sentono il bisogno  di sottolineare: la Rete, sì, ma… Ma, cosa? A che serve puntualizzare l’ovvio? Sottolineare che non tutta la scrittura in Rete è di qualità? Come dire che non tutti possono essere pubblicati. E allora? Dov’è il problema? Temono, forse, i grandi  editori che non sanno stare in rete di non potersi difendere da Vajont di manoscritti precipitati in redazione? Di perdere il diritto di decidere chi o cosa pubblicare? Di venir contagiati da mortiferi virus verbali? Di venir invasi dagli alieni? E, poi: che senso ha temere l’eventuale autoreferenzialità  dei blogger e poi pubblicare <a href="http://pulsatilla.splinder.com/">Pulsatilla</a>? E non cito la simpatica amica, e amica, in particolare, di una di noi tre da tempi non sospetti, a caso, o solo perché è il cult del momento ma perché, ampliato di molto, lo stesso discorso letto qui sopra in tre versioni differenti, lo fece coram populo di <a href="http://ineditablog.splinder.com/">Inedita</a> proprio l’editore Castelvecchi, il 4 febbraio scorso a Genova, all’incontro fra editori e blogger. Siccome ho un collegamento a manovella non posso postare la registrazione qui. Spero che, al suo ritorno, lo faccia la webmistress del nostro sito, di là. La qualità del file-audio è, come si dice, amatoriale, nel vero senso della parola, anche perché la fece mio marito col  voice recorder da taschino. E’ presa in medias res  (è perché ci sta la citazione di Castelvecchi Vocor ad coenam che mi metto a tirar giù tutte ‘ste espressioni in latinorum?), anzi, in medias voces e si sente Untitled_io/Anna, che risponde alle critiche castelvecchiane alla limitatezza dei diari in rete, poi c’è un commento di un signore di cui purtroppo non ricordo né nome né “titolo”, quindi la voce della <a href="http://placidasignora.splinder.com/">Placida Signora</a>, ovvero di Mitì Vigliero che moderava gli interventi, quindi i toni scolastico-moraleggianti di Castelvecchi che aveva  da poco detto che non ce l’aveva coi blogger perché stava proprio per pubblicarne una, ovvero la simpatica amica che sappiamo, “ma non in quanto blogger”. Ecco, appunto. Quindi: diario no, per carità, che qui vogliamo qualità e divine commedie,  a meno che non si tratti di un diario femminile e, perché no,  tendenzialmente &#8220;sporcaccione&#8221; (e/o culinario) meglio se pescato  dalla Rete che è il trend del momento. Una questione di “qualità”, vero? Di “autenticità” pure. Di freschezza del pesce, insomma. Che, pescato, infarinato e divorato dovrebbe sentirsi fiero  di venir riscattato (con che cosa?) dalla sua respirazione branchiale e portato all’asciutto. Nel mondo degli umani. Dei “grandi editori”  che scrutano il mar degli scritti col cannocchiale della rete per trovare i tonni dalla carne più rosa.</p>
<p>Qualcuno dei “grandi editori”, infine, lo dovrebbe spiegare perché mai linkare solo la Sampdoria, (chissà com’è che gli è venuta in mente), i Ds e l’acqua minerale dovrebbe costituire un esempio centrato di “spazio angusto e luogo solipsistico”.  Ci starebbero mondi e galassie in quei link, per niente irrilevanti. O forse qui si sottintende che, ad essere irrilevante  è  la persona comune, anonima, la voce “detitolata” a tutti gli effetti, quella che è difficile rendere personaggio, volto che perfora lo schermo, nome curioso che cattura l’attenzione del distrattissimo utente-consumatore e di cui l’industria editoriale fabbrica il sognato alter-ego.</p>
<p>Sempre ieri sera, con un angolo dell’occhio al documentario etologico, leggevo questo pezzo di Manganelli, pubblicato in <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8884030064/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8884030064&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">un bel librino</a> dalla chissà-come-mai defunta Quiritta e che trascrivo annotato dai miei commenti e grassetti: Se vogliamo andare un poco oltre, vorrei dedurne una tesi che trovo centrale e affascinante, e cioè che l’autore non esiste. […] i testi letterari sono <strong>essenzialmente anonimi</strong>. […] Potrebbe confermare questa estensione del discorso di Jung  una proposizione in cui Jung nota che lo scrittore non sa nulla, non ha informazioni privilegiate su quello che scrive : &#8211; Quel che dicono della loro opera spesso non è quel che di meglio se ne possa dire.- […] Se l’autore altro non è che una superstizione culturale, e del tutto contemporanea, in che modo noi possiamo descrivere lo scrittore <strong>non contemporaneo, protoromantico e preanalitico</strong> [per le discronie in cui è immerso e per l’immediatezza della scrittura questi aggettivi sono attribuibili, seppur con una certa forzatura retorica, a chi (ad alcuni, almeno) tiene un blog]?  E’ un salto brusco, ma a questo punto vorrei citare la <em>Crestomazia</em> italiana di Giacomo Leopardi, libro delizioso ma forse non molto goduto. La <em>Crestomazia</em> – mi riferisco specialmente all’antologia della prosa – <strong>ignora la partizione per autori</strong>; i testi sono distribuiti per temi e generi , e dunque lo stesso autore appare in diverse sezioni dell’opera [un aggregatore semantico, insomma, per tag, per categorie e, nello stesso tempo, la frammentazione di un solo scrittore nei commenti di più post]. Per secoli la letteratura venne divisa in generi, e a ciascun genere corrispondeva un corpo di prescrizioni retoriche. Ora noi abbiamo imparato da Jung che l’esperienza della creazione non è euforica, ma che anzi <strong>spesso è affidata a persone scarsamente adattabili</strong>, giacchè solo chi è tanto disadattato [alla logica dominante dell’utilitarismo e dell’identificazione totale, per esempio] da poter diventare anonimo può sperimentare una condizione di creatività impersonale. Psicologicamente, tutto ciò comporta un rischio, come ogni volta che l’Io cosciente deve essere invaso ma non predato, ferito ma non leso [esperienza comune, in Rete] . La mia convinzione è che alla necessaria opera di protezione abbia sempre provveduto la retorica, appunto la classica arte del <strong>disporre le parole</strong>: nella sua discesa agli inferi, l’<strong>anonimo scrivente</strong> ha, come solo soccorso, una copia di un testo giustamente anonimo, la classica <em>Retorica ad Erennio</em>. Alla stupenda aggressione della “mancanza di senso”, [al rumore del web, alla sua dispersività ma anche alla sua colonizzazione da parte delle parole d’Ordine] lo scrivente opporrà la sua oculata miseria, la sua paziente, <strong>pedante estraneità</strong>, la sua arte di perdersi.“  E di non farsi “pescare”.</p>
<p>[*] Non sono riuscito a riprodurre qui in N.I. i grassetti e i colori usati da Caracaterina nel suo sito &#8211; che facilitano assai la lettura. gm</p>
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		<title>Una cattiva notizia spacciata per buona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Aug 2006 22:19:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di giuliomozzi Nel supplemento del venerdì del quotidiano &#8220;La Repubblica&#8221; distribuito il 18 agosto c’è, alle pagine 86-89, un articolo di Emanuele Coen intitolato: «Nuovi talenti? Gli editori li pescano con la Rete». Nelle due pagine d’apertura, foto belle grandi di Roberto Saviano e di Valeria di Napoli alias Pulsatilla, e un po’ più piccole [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.vibrissebollettino.net/"><strong>giuliomozzi</strong></a></p>
<p>Nel supplemento del venerdì del quotidiano &#8220;La Repubblica&#8221; distribuito il 18 agosto c’è, alle pagine 86-89, un articolo di Emanuele Coen intitolato: «Nuovi talenti? Gli editori li pescano con la Rete». Nelle due pagine d’apertura, foto belle grandi di Roberto Saviano e di Valeria di Napoli alias Pulsatilla, e un po’ più piccole di Andrea Bajani e di Marco Rovelli; nella pagina a seguire, una foto di Julie Powers (blogger newyorchese che ha pubblicato un libro di un certo successo) e un banner – praticamente una piccola inserzione pubblicitaria – del blog di Beppe Grillo.<br />
Attenzione: questo non è il solito articolo nel quale si dice che i giornalisti della carta stampata non capiscono niente della rete. No. Qui riassumo un po&#8217; l&#8217;articolo, poi cerco di esporre una questione, e di passaggio faccio notare un furto. Il pezzo è un po&#8217; tirato via, sto scrivendo in un internet point con una tastiera impossibile.<br />
<span id="more-2362"></span><br />
L’articolo comincia così: «Mai più senza blog. Per scoprire nuovi talenti, i grandi editori scavano tra i diari on line, spulciano i post, seguono su Internet le furiose polemiche tra i lettori. E alla fine riescono a individuare lo scrittore su cui puntare. […] Per l’Italia il fenomeno è nuovo. Ma non è un caso che tre dei giovani autori più interessanti della loro generazione – Andrea Bajani, Marco Rovelli e Roberto Saviano – firmino regolarmente su Nazione indiana (www.nazioneindiana.com), uno dei blog letterari più fecondi e frequentati della Rete. In modo schietto e diretto, senza retorica, i tre scrittori descrivono la vita dei lavoratori preari, i Cpt, i famigerati centri di permanenza temporanea per immigrati, la mattanza quotidiana tra i clan dell’hinterland partenopeo». Più avanti: «Resta il fatto che senza Nazione Indiana, Vibrisse (www.vibrissebollettino.net), Lipperatura (http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura), Carmilla (www.carmillaonline.com), I Quindici Wu Ming foundation (www.iquindici.org/news.php), Il primo amore (ilprimoamore.com) molti potenziali scrittori sarebbero rimasti nell’ombra. Ed è forte del suo cliccatissimo blog http://pulsatilla.splinder.com che la 25enne scrittrice foggiana Pulsatilla ha trovato la strada della libreria, con <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8876152407/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8876152407&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">La ballata delle prugne secche</a> (Castelvecchi), con una sorta di anti-Bridget Jones di provincia che spopola tra i ventenni. E’ un mondo, quello degli scrittori-blogger, sempre più fertile e popolato». E ancora: «Ma resta un dato di fatto: le vie dei blog sono infinite. Da un diario on line ne nasce un altro, da un libro può nascere un blog. In lageritaliani.splinder.com, Marco Rovelli documenta giorno per giorno il suo viaggio attraverso i centri di permanenza italiani».</p>
<p>Nell&#8217;articolo c’è una dichiarazione di Antonio Riccardi, direttore editoriale libri hardcover Mondadori: «E’ la curiosità a orientare il nostro lavoro. I blog rappresentano per la casa editrice un terreno di ricerca abbastanza continuativo, un’area di carotaggio importante e per certi versi necessaria. Però bisogna stare attenti a non cadere nell’equivoco che tutto ciò che viene pubblicato in Rete sia interessante, occorre usare un fortissimo filtro qualitativo». Altra dichiarazione, di Maurizio Donati, editor di saggistica della Bur: «Un testo che produce molto dibattito in Rete ha la forza giusta per sollevare interesse e curiosità. I blog rappresentano oggi un importantissimo spazio di autenticità. La Rete è anzitutto uno strumento e va vissuto come tale. Posso servirmene per tirar fuori stimoli, suggerimenti, sollecitazioni anche editoriali. Ma questo lavoro di acquisizione e registrazione di informazioni ha bisogno di un’idea, di un riferimento e una sensibilità radicata nel mondo in cui viviamo».</p>
<p>Allora: secondo me, non c’è da rallegrarsi tanto se Roberto Saviano o Marco Rovelli o Andrea Bajani scrivono in Nazione Indiana. L’articolo in questione è, come tanti articoli che parlano della rete, un tantinello euforico: ma questa euforia mi pare proprio fuori luogo.</p>
<p>La domanda è: ma perché Roberto Saviano, Marco Rovelli o Andrea Bajani non scrivono in «Repubblica», o almeno nel «Mattino di Napoli» o nel «Secolo XIX» o nella «Stampa»? (Magari adesso ci scrivono, peraltro; adesso). Se questi ragazzi hanno così tanto talento (e nel caso di Saviano c’è un consenso quasi universale), perché per anni e anni hanno dovuto ridursi a pubblicare i loro testi in rete, ossia – in sostanza – ad autopubblicarsi? Sarà stata scelta loro? Va bene: sarà stata scelta loro. Ma se anche è stata scelta loro, perché questa scelta? Non l’avranno compiuta, questa scelta, semplicemente perché i giornali e i settimanali sembravano (risultavano) loro inabitabili?</p>
<p>La notizia è, allora, questa (è la scoperta dell&#8217;acqua calda, lo so; ma a me non interessa dare la notizia, che peraltro tutti già sanno; interessa far notare uno dei modi con i quali la si traveste): la grande stampa periodica (ma anche quella media e piccola) ha smesso un tot di anni fa di dare spazio agli scrittori e agli intellettuali. E&#8217; stato messo un blocco:chi c&#8217;era c&#8217;era, e chi non c&#8217;era non poteva più entrare. (In tempi recenti fa eccezione, come noto, certa stampa &#8220;di destra&#8221;: perché, secondo alcuni, ha bisogno di &#8220;imbarcare&#8221;; o perché, secondo altri, in quei giornali le pagine di cultura non interessano a nessuno, e quindi ci si può pubblicare qualsiasi cosa; raramente si fa l&#8217;ipotesi che, di fatto, nelle redazioni di certi giornali, oggi, ci sia più libertà di parola che nelle redazioni di altri). E quindi, per un&#8217;intera generazione &#8211; faccio un discorso deliberatamente generico; le eccezioni ovviamente ci sono &#8211; l&#8217;accesso a certi luoghi autorevoli è diventato semplicemente impossibile.</p>
<p>&#8220;Non ci sono più i Calvino, i Pasolini, quegli intellettuali che sapevano intervenire ecc.&#8221;: questa è la cantilena. Invece ci sono: solo che un tempo il &#8220;Corriere della sera&#8221; si onorava di ospitare Calvino e Pasolini (o, se volete: li ospitava per darsi una patina di progressismo, per fare marketing verso le giovani generazioni ecc.), mentre i Calvino e i Pasolini d&#8217;oggi devono accontentarsi dell&#8217;autopubblicazione in rete, cioè di uno mezzo di comunicazione che li mette, per certi aspetti (non proprio trascurabili), allo stesso livello del ragazzino che si fa il sito o del distinto signore che, vistosi rifiutare da tutti il suo orribile romanzo, lo &#8220;pubblica&#8221; (osservare le virgolette, please) in formato pdf su tutti i siti di pubblicazione automatica che gli capitano a tiro.</p>
<p>&#8220;Questa è la democratizzazione&#8221;, si dice di solito a questo punto: e si dice una gran fesseria. L&#8217;Italia non diventa più democratica se i mezzi di comunicazione di massa decidono di non dare più spazio a chi può scrivere cose intelligenti e, in quanto intelligenti, disturbanti; o a chi, entrando nel &#8220;giro&#8221;, potrebbe mettere in crisi la carega di chi è già dentro. &#8220;Così oggi l&#8217;intellettuale, lo scrittore, la loro autorevolezza se la devono guadagnare da soli, non stanno più nelle gabbie dorate ecc.&#8221;, si dice ancora, di solito, a questo punto: altra gran fesseria. Se un intero sistema culturale-industriale decide di sbarcare intellettuali e scrittori, togliere loro credito, proletarizzarli, costringerli ad arrangiarsi, è tutto da dimostrare che questo sia un bene.</p>
<p>Nessuno mi venga a dire, ora, che Saviano Bajani Rovelli non sono all&#8217;altezza di Calvino e Pasolini. Io non dico che lo sono. Dico che il confronto è insensato e stupido, perché Calvino e Pasolini (che prendo qui come semplici &#8220;campioni&#8221;) sono diventati ciò che sono diventati anche perché a un certo punto hanno avuto accesso a dei veri mezzi di comunicazione di massa. Scrivere su un mezzo che raggiunge tutti i giorni un milione di persone è cosa assai diversa che scrivere su un mezzo che raggiunge tutti i giorni forse un migliaio di persone. Scrivere su un mezzo che raggiunge tutti giorni un milione di persone è cosa che ti fa proprio diventare diverso. Scrivere su un mezzo che raggiunge tutti i giorni un milione di persone è esercitare un potere mica da ridere. Certo: un potere che ti è stato concesso. Che non è tuo. Ma sempre potere è. Ed esercitarlo con ardimento e prudenza ti fa diventare altro da quel che eri (non m&#8217;interessa se diventi migliore o peggiore; m&#8217;interessa che tu cambi).</p>
<p>Alla domanda: &#8220;Dove vuoi arrivare?&#8221;, rispondo: &#8220;Da nessuna parte&#8221;. M&#8217;interessa solo far notare che una cattiva notizia (l&#8217;espulsione degli scrittori dai mezzi di comunicazione &#8220;nobili&#8221;) viene fatta passare per una buona notizia. L&#8217;articolo comparso nel supplemento di Repubblica non è un articolo che &#8211; come mi ha detto l&#8217;amico che mi ha telefonato per segnalarmelo &#8211; &#8220;finalmente rende giustizia ai blog&#8221;. E&#8217; un articolo che certifica la ghettizzazione degli intellettuali &#8211; fatta salva la possibilità per l&#8217;industria culturale di prenderne qualcuno al volo, e tirarlo fuori. Ripeto: non è certo cosa che si scopre oggi; voglio solo far notare come l&#8217;internet-euforia serva anche a nascondere queto fatto.</p>
<p>[Dicevo che volevo anche denunciare un furto. Nell&#8217;articolo, il <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8876152407/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8876152407&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">libro</a> (assai <a href="http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/2006/07/pulsatilla_la_b.html">deludente</a>) di Pulsatilla viene descritto come il libro di &#8220;una sorta di anti-Bridget Jones di provincia&#8221;. Ora, &#8220;<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8878995169/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8878995169&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Il diario di un&#8217;anti-Bridget Jones</a>&#8221; è il titolo di un libro uscito l&#8217;altr&#8217;anno, firmato da un&#8217;altra blogger, <a href="http://www.pornosnob.org/mbm/">Pornosnob</a> (il blog, trasformatosi in libro, ora non è più leggibile). E il libro di Pornosnob è, a mio giudizio, molto, <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/06/la_messinscena.html">molto più interessante</a> di quello di Pulsatilla].</p>
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		<title>Un discorso architettato peggio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Aug 2006 07:11:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di giuliomozzi [a parte il titolo, credo che questo pezzo non c&#8217;entri niente con quello che ha pubblicato Gianni Biondillo qualche giorno fa. gm] Io sono un uomo orientato. Se mi fermate in centro a Milano, di notte, con la pioggia, dopo una serata magari allegra, e mi domandate all&#8217;improvviso: &#8220;Dov&#8217;è il Sud?&#8221;, io di scatto alzo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.vibrissebollettino.net/"><strong>giuliomozzi</strong></a></p>
<p>[a parte il titolo, credo che questo pezzo non c&#8217;entri niente con quello che ha pubblicato <a title="Un ragionamento architettato male, di Gianni Biondillo" href="https://www.nazioneindiana.com/2006/08/03/un-ragionamento-architettato-male/">Gianni Biondillo</a> qualche giorno fa. gm]</p>
<p>Io sono un uomo orientato. Se mi fermate in centro a Milano, di notte, con la pioggia, dopo una serata magari allegra, e mi domandate all&#8217;improvviso: &#8220;Dov&#8217;è il Sud?&#8221;, io di scatto alzo un braccio e dico: &#8220;Di là&#8221;. Fate un segno per terra, prendete nota, fotografatemi, fate come vi pare, e tornate sul posto la mattina dopo. Controllate, e vedrete che davvero il Sud sta lì, dove dico io.<span id="more-2354"></span></p>
<p>Io sono un uomo urbano. In campagna, non è certo difficile sapere dov&#8217;è il Sud. Basta sapere all&#8217;incirca che ora è: e, di solito, noi uomini urbani, sappiamo con precisione che ora è. L&#8217;altro giorno viaggiavo in automobile con un&#8217;altra persona, in aperta <a title="Campagna modenese" href="http://www.vibrissebollettino.net/sottoicieliditalia/archives/2006/08/un_cielo_in_mez.html">campagna</a>; l&#8217;altra persona guidava, io facevo il navigatore. Dovevamo trovare un paesino minuscolo, una frazione. A un certo punto l&#8217;altra persona ha detto: &#8220;E adesso? Da che parte andiamo?&#8221;. Era l&#8217;una, stavamo procedendo con il sole in faccia. &#8220;Prendi la prima strada che va a est&#8221;, ho detto. L&#8217;altra persona ha detto: &#8220;Eh?&#8221;. Io ho detto: &#8220;A sinistra&#8221;. L&#8217;altra persona ha detto: &#8220;Ah&#8221;.</p>
<p>Il libro di Franco La Cecla <a title="La scheda del libro nel catalogo Laterza" href="http://www.amazon.it/gp/product/8842061751/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8842061751&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Perdersi</a>, che sto leggiucchiando in questi giorni, comincia raccontando (tra le altre cose) che ci sono popoli per i quali esistono prima di tutto la destra e la sinistra, il davanti e il dietro; e altri popoli per i quali esistono prima di tutto l&#8217;Oriente e l&#8217;Occidente, o la parte del mare e la parte della montagna, o il punto dal quale viene il vento freddo e il punto dal quale viene il vento caldo; e così via.</p>
<p>Ci sono popoli, in somma, presso i quali lo spazio si organizza a partire dal soggetto che sta parlando in quel momento (&#8220;alla <em>mia</em> destra&#8230;&#8221;, &#8220;alle <em>nostre</em> spalle&#8230;&#8221;), o al massimo &#8211; per gentile concessione &#8211; a partire dal soggetto che ascolta il soggetto che sta parlando (&#8220;lì, dietro di <em>te</em>&#8230;&#8221;), e altri popoli presso i quali lo spazio esiste, ed è orientato, indipendentemente da chi parla e da chi ascolta.</p>
<p>Ho detto: è <em>orientato</em>. Ha dunque una <em>sorgente</em>, un luogo dal quale sorge, questo spazio.</p>
<p>Negli ultimi anni ho fatta l&#8217;esperienza di un modo forse un po&#8217; bizzarro di fare fotografie. Volevo riuscire a fare delle fotografie <em>nelle quali non ci fosse un soggetto</em>. Però non volevo, per dire, chiudere gli occhi e scattare, o appendermi la macchina fotografica dietro le spalle e scattare (come pare faccia, ma non certo come pratica esclusiva, <a href="http://www.edizionisocrates.com/Galleria_arti/galleria_arti_unavolta.html">Wim Wenders</a>). Volevo riuscire a concentrarmi così bene, ma così bene, su ciò che vedevo, da riuscire a fare delle fotografie nelle quali non ci fosse un soggetto. Delle fotografie delle quali non si potesse dire &#8220;che cosa&#8221; fotografavano. (Che poi fossero belle o brutte, non m&#8217;interessava; né avevo l&#8217;ambizione di fare fotografie belle o, peggio, di fare <em>arte</em>).</p>
<p>A un certo punto cominciai a fotografare il cielo. Dirigevo verso l&#8217;alto l&#8217;obiettivo della macchina fotografica, e scattavo. Ci fu il grande periodo delle <a title="Due cieli in Polaroid" href="http://www.vibrissebollettino.net/sottoicieliditalia/archives/cieli_sopra_le_isole/index.html">Polaroid</a>, poi a un concorso a premi vinsi una macchinetta fotografica digitale. La cosa che mi impressionava di più, in realtà, di quelle fotografie che facevo, era la loro memorabilità. Se a distanza di anni le guardavo, immediatamente le riconoscevo: &#8220;Ah sì, questo è il cielo di Mestre, di quella volta che&#8230; E questo è il cielo di Campobasso, che ci andai con Gualtiero&#8230;&#8221;.</p>
<p>Fotografare il cielo è forse il modo più spiccio per illudersi di fare fotografie senza soggetto. Tant&#8217;è che nel giro di pochi anni ho smesso di fare fotografie del cielo; ora faccio, in sostanza, fotografie di cose che si sporgono contro il cielo. <a title="Un cielo di Vermicino" href="http://www.vibrissebollettino.net/sottoicieliditalia/archives/2006/07/un_cielo_di_ver.html">Cartelli stradali</a>, <a title="Un cielo sopra la via Emilia." href="http://www.vibrissebollettino.net/sottoicieliditalia/archives/2005/10/un_cielo_sopra_6.html">pali della luce</a>, <a title="Un cielo di Catania" href="http://www.vibrissebollettino.net/sottoicieliditalia/archives/2006/07/un_cielo_di_cat_3.html">muri</a>, <a title="Un cielo di Catania" href="http://www.vibrissebollettino.net/sottoicieliditalia/archives/2006/07/un_cielo_di_cat_2.html">tubi che sporgono dai muri</a>, <a title="Un cielo di Padova" href="http://www.vibrissebollettino.net/sottoicieliditalia/archives/2006/03/un_cielo_di_pad_15.html">fili dell&#8217;elettricità</a>. Delle fotografie, in somma, che hanno un soggetto apparente (la cosa che si sporge, che si mette tra me e il cielo), che però solo in apparenza (o, al massimo, in intenzione &#8211; l&#8217;intenzione però di una falsa coscienza) è un soggetto apparente: in realtà, c&#8217;è poco da fare, è un soggetto vero e proprio (qualcuno mi presenti, peraltro, un <em>soggetto</em> che non sia <em>apparente</em>; se non appare, che soggetto è?). I <a title="un pezzo del Capodivisione Tuzzi" href="http://www.capodivisionetuzzi.splinder.com/post/4280191">32 propositi</a> di <a title="Qualcosa su Carlo Dalcielo, ma non molto" href="http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=2538&amp;IDCategoria=76">Carlo Dalcielo</a>, ai quali tanto mi ero affidato, li ho sostanzialmente dismessi: non perché non li prenda più per buoni, ma perché non ce la faccio.</p>
<p>Fare fotografie senza soggetto è <em>disorientante</em>. Se la fotografia è un &#8220;ritaglio&#8221; della visione, un &#8220;mettere tra virgolette&#8221; un pezzo di mondo, l&#8217;assenza di un <em>qualcosa</em> in base al quale orientare la fotografia, l&#8217;assenza di una &#8220;sorgente&#8221;, ci mette (noi, uomini urbani) un po&#8217; nei guai. Ci mette nella condizione di quello che va a vedersi la mostra d&#8217;arte antica e ci trova quadri astratti, grumi di cera, pezzi di legno ammucchiati, e ingenuamente domanda: &#8220;Ma che cosa rappresenta?&#8221;. &#8220;Che cosa c&#8217;è in questa fotografia?&#8221;, noi domandiamo al fotografo, &#8220;Che cosa devo guardare? Per quale ragione hai fatto questo scatto qui? Qual era la tua intenzione? Parla, accidenti!&#8221;.</p>
<p>Quando fermammo l&#8217;automobile, l&#8217;altro giorno, in mezzo alla campagna modenese, e ci decidemmo ad aspettare che qualcuno passasse, cominciammo a guardarci intorno. I punti cardinali ci erano chiari. Avremmo saputo dire da che parte era il mare più vicino, in che direzione si trovava il Po, all&#8217;incirca da che parte stava il paesotto dal quale eravamo partiti. Non riuscivamo però a immaginarsi dove fosse (ci eravamo fermati, giustamente, a un crocicchio) la frazione che cercavamo (e che risultò, poi, composta di esattamente quattro case una chiesa un cimitero). Quando finalmente qualcuno passò, era un uomo in bicicletta. Al quale domandammo: &#8220;Dove siamo?&#8221;, e lui rispose: &#8220;Dove dovete andare?&#8221;.</p>
<p>Perché, dove eravamo &#8211; ci rendemmo conto subito -, nemmeno lui l&#8217;avrebbe saputo spiegare. Ma la strada per andare dove volevamo andare, la sapeva e la sapeva spiegare benissimo. La <em>sorgente</em> dello spazio, in quell&#8217;occasione, non era l&#8217;oriente, non eravamo noi: era il nostro dover andare.</p>
<p>Se siete mai stati a bordo di un&#8217;automobile con il navigatore satellitare, provate a guardare il piccolo schermo del navigatore. Vedrete (almeno ho visto io, nelle occasioni che ho avute) che la freccia simboleggiante l&#8217;automobile (e, in un certo qual modo, voi stessi) rimane immobile; mentre il mondo, tutt&#8217;attorno, continuamente ruota. Lo schermo del navigatore offre una visione del mondo così radicalmente centrata su noi stessi da risultare, all&#8217;osservatore inesperto,  quasi incomprensibile. Perché noi, è vero, ragioniamo secondo destra e sinistra e davanti e dietro; ma, se siamo in città, ancor di più se siamo nella nostra città, abbiamo sempre ben presente una visione in pianta. E ha senso dire &#8220;destra, sinistra&#8221; solo se il mondo sta ben fermo, saldo, e noi ci muoviamo dentro di lui. A me, se guardo lo schermo di un navigatore satellitare, viene il mal di mare.</p>
<p>A uno che fa un discorso, come io lo sto facendo ora, a un certo punto si domanda: &#8220;Sì, vabbè, ma dov&#8217;è che vuoi arrivare?&#8221;. Se poi il ragionamento sembra divagante, o policentrico, o semplicemente confuso, tanto più si giustifica la domanda. La risposta: &#8220;Da nessuna parte&#8221; è vagamente offensiva.</p>
<p>Sto leggendo, in queste settimane, diversi libri di quelli che spingono il lettore a domandare: &#8220;Sì, vabbè, ma dov&#8217;è che vuole arrivare questo qui?&#8221;. Alcuni sono libri pubblicati, magari da secoli, e sono dei classici; altri, un paio, sono libri da pubblicare, libri che forse saranno pubblicati e forse no. Io so che, se questi due libri saranno pubblicati, io dovrò rispondere alla domanda: &#8220;Di che cosa parla questo libro?&#8221;. Dovrò fornire (a chi lavora in redazione, all&#8217;agente che farà il giro delle librerie, al libraio, al potenziale acquirente, al lettore, al recensore, eccetera) una risposta attendibile. Addirittura: dalla mia sicurezza nel dare una risposta a questa domanda già in casa editrice, nella sede in cui si decide che cosa pubblicare e che cosa no, dipendono le chances di esistenza di questi due libri.</p>
<p>E allora, se da qualche parte porta questo mio discorso, forse porta a una domanda. Come ci orientiamo, noi, nei libri? (Dico: &#8220;libri&#8221;; non dico: &#8220;narrazioni&#8221;, &#8220;romanzi&#8221; ecc.; mi interessa l&#8217;orientamento nell&#8217;oggetto fisico, nel testo esistente come <em>cosa</em>). Abbiamo davvero così tanto bisogno di un &#8220;soggetto&#8221;? In che modo riconosciamo (e quindi costituiamo) un soggetto? (In un libro, intendo). I nostri modi di sentire lo spazio (destra e sinistra, o Oriente e Occidente, o villaggio e bosco, o noto e ignoto&#8230;) hanno delle somiglianze esplorabili con i nostri modi di sentire un libro come un luogo? (Ma voi, sentite un libro come un luogo? Perché io, vedete, sì).</p>
<p>Ho visto più volte delle persone con ruolo di &#8220;critico&#8221; (magari non erano dei critici di professione, o riconosciuti come tali; ma in quel momento esercitavano il ruolo del critico) <em>essere sperduti </em>dentro un libro più o meno come noi eravamo persi in mezzo alla campagna modenese, al crocicchio, l&#8217;altro giorno. E fortuna che l&#8217;uomo al quale avevamo rivolta la domanda sbagliata ci ha suggerita la domanda giusta. Qualche giorno fa, a Milano, in mezzo a un traffico assurdo per essere agosto, nell&#8217;esatto momento in cui ci passava difronte una Prinz verde con a bordo tre africani neri, un amico mi ha detto: &#8220;A Milano non c&#8217;è niente da vedere&#8221;.</p>
<p>Io passo delle ore a guardare il cielo. Non ho, credo, nessun &#8220;sentimento poetico&#8221; del cielo. Ma, mi accorgo, ormai considero il cielo come <em>sorgente</em> dello spazio nel quale mi muovo o sto fermo. C&#8217;è chi, per capire dov&#8217;è, si guarda intorno; io tendo a guardare in alto. Così, mentre leggo certi libri, magari con la responsabilità di decidere se impegnarmi o no per una loro pubblicazione, tendo a non accorgermi dell&#8217;intreccio. Non riesco a farmi un&#8217;immagine &#8220;in pianta&#8221; del libro.</p>
<p>Stop (un arresto arbitrario, tanto qui non si capisce dove si va).</p>
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		<title>La verità in democrazia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/03/28/la-verita-in-democrazia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Mar 2006 10:34:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luisa Muraro e Massimo Adinolfi [Il 21.03.06 nel quotidiano il manifesto è apparso un articolo di Luisa Muraro che, a partire da altri articoli dedicati al caso dello storico David Irving, affronta la questione della verità in democrazia. A me è sembrato un articolo interessante. Ieri in Left Wing è apparso un articolo di Massimo Adinolfi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="Alcuni articoli e un profilo di Luisa Muraro" href="http://members.xoom.virgilio.it/nuovofile/indiceinterno.htm">Luisa Muraro</a> e <a title="Il blog di Massimo Adinolfi" href="http://azioneparallela.splinder.com">Massimo Adinolfi</a></p>
<p>[Il 21.03.06 nel quotidiano <a title="Il manifesto on line" href="http://www.ilmanifesto.it">il manifesto</a> è apparso un articolo di Luisa Muraro che, a partire da altri articoli dedicati al caso dello storico David Irving, affronta la questione della <em>verità in democrazia</em>. A me è sembrato un articolo interessante. Ieri in <a title="Left Wing" href="http://www.leftwing.it">Left Wing</a> è apparso un articolo di Massimo Adinolfi che discute, mi pare assai utilmente, l&#8217;articolo di Luisa Muraro. Li riporto, qui di séguito, entrambi. giulio mozzi]<span id="more-1944"></span></p>
<p><strong>Possiamo dire la verità?, </strong>di <strong>Luisa Muraro</strong></p>
<p>Sul manifesto del 7 marzo, nella rubrica delle lettere, Giorgio Pecorini ha obiettato che quello di David Irving, condannato in Austria a tre anni di prigione per aver negato pubblicamente le camere a gas e i forni crematori, non si può chiamare un reato d&#8217;opinione, come aveva scritto Maurizio Matteuzzi. Il giornalista si difende dicendo che, in alternativa, si potrebbe parlare di falso storico, ma che non sarebbe una soluzione, primo perché, come reato, non si lascia definire bene (falsificare la storia non è lo stesso che falsificare denaro) e, secondo, perché sarebbe pericoloso farne un reato, in quanto alla fine del falso storico o scientifico c&#8217;è sempre una Santa Inquisizione e un Galileo Galilei.</p>
<p>Con la sua replica il giornalista ha finito per evocare un problema enorme, che si ha paura ad affrontare ma che, una volta evocato, non si può neanche far finta di niente, intendo il problema della verità come minaccia alla libertà di pensiero. Una formulazione meno spaventosa del problema potrebbe riassumersi in questa domanda: nel discorso pubblico di una società laica e democratica il vero/falso può entrare in gioco con il suo valore dirimente? In altre parole, in una società laica e democratica ha senso presentarsi pubblicamente con la pretesa di dire la verità, come fa il papa, per fare un esempio che ci riguarda?</p>
<p>C&#8217;è una risposta accomodante secondo cui di vero/falso può essere questione in certi contesti a certe condizioni (chiesa, scuola, società scientifica, ecc.) e non in altri, non nella formulazione di una legge che deve valere per tutti. Ma ci sono delle difficoltà non piccole a definire i contesti come le condizioni, e a regolarsi di conseguenza.</p>
<p>Ci sono studenti che usano il «secondo me» anche per fatti storici assodati, come le circostanze della morte di Hitler, e l&#8217;insegnante non può non giudicare scorretto questo uso del «secondo me» sia dal punto di vista del linguaggio storico sia dal punto di vista della lingua italiana, in quanto non si tratta di opinioni. Ma dove finisce lo studente e dove comincia il seguace di David Irving? In altre parole, dove finisce la scuola e dove comincia il mondo? Un certo confine esiste, lo fa il diverso tipo di rapporti che si praticano di preferenza, ma sarebbe sbagliato considerarlo impermeabile, per cui sappiamo che bisogna impegnarsi per la verità storica dentro e fuori dalla scuola, senza soluzione di continuità. Senza però fare ricorso alla sanzione penale, qualcuno può obiettarmi e mi trova pienamente d&#8217;accordo per quel che riguarda la/lo studente. Ma un giudizio ci vuole e si dà il caso che proprio la giustizia penale, per esercitarsi, non possa fare a meno della testimonianza veridica, tant&#8217;è che la impone e sanziona chi vi si sottrae. Anche qui, dov&#8217;è il confine tra un tribunale e la storia? David Irving non somiglia forse a un falso testimone di una verità difficile da ricordare per tutti?</p>
<p>L&#8217;analisi critica potrebbe continuare con un altro caso, quello del capo del governo italiano, il cui ricorso alla menzogna ha oltrepassato i taciti confini finora assegnati alla licenza di non dire la verità in politica, e ha prodotto un disordine simbolico demoralizzante, nel senso forte della parola. Come si può contrastare questo disordine senza fare appello al valore del dire la verità anche in politica?</p>
<p>Insomma, io penso che la risposta accomodante somigli molto a un evitamento del problema. E passo a riformulare quest&#8217;ultimo nei suoi termini radicali, così come mi pare che si presentino. Da una parte, non c&#8217;è modo di fare a meno della «verità» perché è una parola che ci appartiene (e alla quale apparteniamo), per antica tradizione che non è morta, e questo apre delle possibilità (e delle impossibilità) che Franca D&#8217;Agostini ha spiegato ragionando sui «superconcetti» (la verità ne è uno) nel suo ultimo lavoro, <a title="Nel chiuso di una stanza con la testa in vacanza" href="http://www.amazon.it/gp/product/8843029878/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8843029878&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21">Nel chiuso di una stanza con la testa in vacanza</a> (Carocci, Roma 2005). D&#8217;altra parte, e vengo al punto, nessuno dei significati storici della parola «verità» ricevuti dalla tradizione, si accorda abbastanza finemente con le istanze di una società che pratica un&#8217;effettiva libertà di pensiero, non riservata a una minoranza colta. (Con queste parole vorrei riassumere lo spirito liberale non liberista di una società laica e democratica.) Da qui viene la contraddizione che porta i sostenitori della libertà laica e democratica a rinunciare alla «verità».</p>
<p>Questa deliberata rinuncia traspare anche nelle parole del giornalista del manifesto che si adatta a parlare di «reato d&#8217;opinione» per qualcosa di cui sa bene che non è affatto riducibile a un&#8217;opinione. Si ha paura di dare esca a una concezione autoritaria e fanatica della verità, ma si deve anche avere paura di lasciare la verità esposta all&#8217;uso demagogico e strumentale, e di finire così tutti nel relativismo e nell&#8217;indifferenza. Un esito, quest&#8217;ultimo, temibile specialmente per chi non accetta che le nostre vite e la convivenza umana siano subordinate alla ricerca del profitto. Assistiamo in questi anni a un imprevisto risveglio d&#8217;interesse per la filosofia e mi chiedo se la ragione non sia proprio quella di un bisogno diffuso di sottrarsi all&#8217;effimero e di trovare un orientamento personale, per una specie di rivolta tacita alla miseria simbolica dei consumi facili. In questa sorprendente moda della filosofia forse c&#8217;è più che un sintomo, e cioè quasi un suggerimento circa la direzione da prendere. Che sarebbe secondo me, di cominciare a pensare alla verità nei termini di un processo in cui sia coinvolta la comunità dei parlanti, fatto di pratiche e di ricerca, processo di «generazione» della verità dicibile e riconoscibile dal comune delle persone.</p>
<p>Che cosa c&#8217;è di diverso, in questa proposta, dal processo che porta la società scientifica a stabilire il vero/falso? Due cose, che si tratta di un processo non chiuso nel laboratorio, tra specialisti, ma operante nella vita ordinaria del corpo sociale. E coinvolgente, oltre ai rapporti interpersonali, anche la soggettività delle singole persone. Anni fa una prof mi disse che non voleva più accompagnare classi ad Auschwitz perché i ragazzi erano capaci di mettersi a ridacchiare e a fare orrende battute. Eppure, anche lei sapeva che lì si esprimeva un turbamento senza parole che non andava represso con il conformismo. Insomma, non si tratterebbe più di far riconoscere una verità oggettiva (storica o politica o altro che sia) già stabilita, spesso non si sa da chi, ma di generarla in prima persona, dal vivo di una situazione, e di generarla come dicibile e condivisibile da altri, secondo una concezione relazionale e contingente: la verità come ciò che può avvenire, avere luogo, nella parola scambiata con altri, sapendo, bisogna aggiungere, che il suo luogo preferito non è dalla parte di chi dice ma da quella di chi ascolta.</p>
<p>Questo privilegiamento dell&#8217;ascolto, nella generazione della verità, era un&#8217;antica dottrina mistica e si ritrova in Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé , dove dice parole che faccio mie: io vi racconterò quello che ho pensato, come l&#8217;ho pensato, e voi, se c&#8217;è del vero, lo riconoscerete.</p>
<p><strong>La sinistra che ha paura del relativismo</strong>, di <strong>Massimo Adinolfi</strong></p>
<p>La filosofa Luisa Muraro ha riproposto la questione della verità in democrazia (Il manifesto, 21 marzo). Lo spunto è offerto dal caso Irving, lo storico condannato in Austria per un reato d’opinione, come se fosse materia opinabile il fatto che gli ebrei furono uccisi a milioni dalla Germania di Hitler. Eppure, per non condannare Irving, dobbiamo accettare che nelle nostre società liberal-democratiche anche sul genocidio nazista ognuno abbia la propria opinione. Secondo la Muraro, se lo accettiamo, è perché abbiamo paura di una &#8220;concezione autoritaria e fanatica della verità&#8221;: nessuno infatti, e per fortuna, desidera infrangibili verità di Stato; nessuno desidera che sia stabilita per decreto una lista di fatti su cui non ci sia spazio per opinioni diverse. Eppure, scrive ancora la filosofa, dovremmo avere paura anche &#8220;di lasciare la verità esposta all’uso demagogico e strumentale, e di finire così tutti nel relativismo e nell’indifferenza&#8221;. Anche la Muraro accredita dunque l’idea che a lasciare a tutti la libertà di opinione ci sia il rischio di finire nel relativismo e nell’indifferenza. Se infatti uno Stato non sanziona le bugie sesquipedali di Irving, mostra di essere indifferente a che nel dibattito pubblico circoli la verità piuttosto che la menzogna sulle atrocità commesse dal nazismo.</p>
<p>Il fatto è che non è così. Nei libri di testo, nei programmi televisivi, nelle chiacchiere al bar, l’opinione di Irving è trattata per quel che è, anche senza il ricorso alla giustizia penale. Non è vero che versiamo in un imperdonabile indifferentismo, e non è vero non solo nelle materie di fatto, ma neanche nelle materie di valore. Potete verificarlo da voi stessi con il piccolo esercizio seguente: scegliete anzitutto una qualunque materia, empirica o valoriale, e guardatevi intorno per verificare se tutte (ma proprio tutte) le opinioni relative a quella materia ricevano lo stesso trattamento, abbiano il medesimo spazio nella vita pubblica, siano parimenti accolte e godano effettivamente dello stesso credito, nei luoghi di formazione del consenso o anche solo nei luoghi che voi abitualmente frequentate. Se trovate una roba del genere, per favore mandatemi una mail.</p>
<p>Ma, si dirà, in linea di principio sarebbe possibile. Qui in primo luogo rispondo che nemmeno in linea di principio lo è, ma essendo complicata la dimostrazione che dovrei fornire al riguardo mi accontento di osservare in secondo luogo che se anche fosse, la linea di quel principio sarebbe così lontana, così poco alle viste, che non vedo perché dovrei stare a preoccuparmene fin d’ora. Forse sarà pure troppo tardi se me ne preoccuperò solo quando quello stato di morte della verità nell’indifferenza si verificherà, ma adesso è sicuramente troppo presto perché me ne occupi da subito.</p>
<p>Ma la Muraro obietta: se siamo tutti d’accordo che in tribunale o a scuola non basta premettere un &#8220;secondo me&#8221; per giustificare una qualunque opinione, perché nella società dovrebbe essere possibile? Nessuno studente può dire a scuola, in nome della libertà d’opinione, che secondo lui Napoleone è nato e vissuto a Vibo Valentia: non lo può dire, senza essere sanzionato da un voto negativo. In società invece, si può dire un’enormità simile senza rischiare un voto negativo. Rispondo: ma lo si può dire davvero senza rischiare un voto negativo? Voi per esempio eleggereste a sindaco uno il quale pensi convintamente che Napoleone Bonaparte era calabrese?</p>
<p>Avendo a cuore la verità, ma non volendo imporla d’autorità, la Muraro suggerisce una concezione &#8220;relazionale e contingente&#8221; della verità. Suggerisce cioè di &#8220;pensare alla verità nei termini di un processo in cui sia coinvolta la comunità dei parlanti&#8221;. Non so a voi, ma a me sembra che dopo un lungo periplo la Muraro abbia trovato una buona definizione per quel che c’è già, ovvero le società liberal-democratiche. Le quali, quando funzionano, sanzionano in forme diverse dalla condanna penale l’opinione falsa e chi la difende, coinvolgendo la comunità dei parlanti invece che i tribunali. Certo, la Muraro può lamentare che esse non funzionano affatto, ma sarebbe altra questione. O almeno: non sarebbe una mancata sanzione penale per Irving e per l’apologia del nazismo il segno che quelle società non funzionano e non hanno a cuore la verità tanto quanto la Muraro.</p>
<p>E se poi non funzionassero, potrebbe mai essere che questo accada perché la verità in esse non riesce ad imporsi da sé? Se così fosse, non resterebbe che imporre la verità che non riesce ad imporsi. Ma questo dimostra solo che, a meno di non volere assumere una concezione autoritaria della verità (cosa che la Muraro dice di non volere fare), se una questione di principio deve effettivamente essere elevata, deve esserlo in direzione opposta a quella indicata da quanti accusano la democrazia di indifferentismo: nessuno Stato e nessuna società può infatti affidarsi al libero gioco democratico di formazione delle opinioni se, posto che la verità sia preferibile all’errore, non si ritiene che la verità si impone da sé in mezzo alle opinioni – o anche: che l’uomo in generale ha interesse alla verità. Democratico è solo uno il quale ritiene che la democrazia selezioni verità, proprio come autocratico è chi ritenga che sia l’autocrate a selezionare la verità per tutti. La democrazia non ha solo un fondamento negativo: nessuno possiede la verità, ma ne ha anche uno positivo: tutti, insieme, camminano verso la verità. Se dunque si vuole criticare la democrazia &#8220;da sinistra&#8221;, lo si faccia pure. Il mio modesto consiglio è però che si lasci ad altri (che di solito lo sanno fare pure meglio) la lagna sul presunto indifferentismo delle democrazie.</p>
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		<title>A proposito degli immigrati di destra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/03/26/a-proposito-degli-immigrati-di-destra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Mar 2006 10:52:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
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					<description><![CDATA[di giuliomozzi Sherif El Sebaie  ha pubblicato l&#8217;altro giorno un interessante articolo dal titolo: &#8220;Un immigrato di destra?&#8220;. Vi invito a leggerlo dal principio alla fine. Qui faccio qualche considerazione al volo, appoggiandomi a brevi citazioni. (Di Sherif El Sebaie  merita attenzione anche la campagna: &#8220;Adotta il voto di un immigrato&#8220;).  1. &#8220;Dal mio punto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a title="L'Africa secondo noi" href="http://www.ilmanifesto.it/g8/dopogenova/3e6f708c31aa5.html">giuliomozzi</a></strong></p>
<p><a title="Il blo di Sherif El Sebaie" href="http://salamelik.blogspot.com">Sherif El Sebaie</a>  ha pubblicato l&#8217;altro giorno un interessante articolo dal titolo: &#8220;<a title="Un immigrato di destra?" href="http://salamelik.blogspot.com/2006/03/un-immigrato-di-destra.html">Un immigrato di destra?</a>&#8220;. Vi invito a leggerlo dal principio alla fine. Qui faccio qualche considerazione al volo, appoggiandomi a brevi citazioni. (Di Sherif El Sebaie  merita attenzione anche la campagna: &#8220;<a title="Adotta il voto di un immigrato" href="http://salamelik.blogspot.com/2006/03/adotta-il-voto-di-un-immigrato.html">Adotta il voto di un immigrato</a>&#8220;).<span id="more-1933"></span><strong> </strong></p>
<p><strong>1</strong>.</p>
<p>&#8220;<strong>Dal mio punto di vista</strong>&#8220;, scrive Sherif El Sebaie, &#8220;<strong>un immigrato intenzionato a votare a destra o è un pazzo, o è un ignorante o è un ingrato</strong>&#8221; (ovviamente Sherif El Sebaie si riferisce non all&#8217;immigrato non in possesso di cittadinanza, che votare non può, ma all&#8217; &#8220;immigrato naturalizzato, non più definibile come immigrato, che invece può tranquillamente votare alle politiche, come qualsiasi altro cittadino&#8221;).</p>
<p>E&#8217; un <strong>ignorante</strong>, scrive Sherif El Sebaie, se non altro perché della coalizione di destra fa parte la Lega Nord: e non si può non sapere, a meno di essere &#8220;fuori dal mondo&#8221;, che la Lega Nord è un movimento razzista, anti-immigrazione eccetera (e che, quindi, votarlo o votare i suoi alleati è contro il proprio interesse).</p>
<p>E&#8217; un <strong>ingrato</strong>, scrive ancora Sherif El Sebaie, anzi doppiamente ingrato: &#8220;nei confronti dei propri compatrioti neo-immigrati che oggi soffrono ogni sorta di offesa e di difficoltà&#8221;, e &#8220;nei confronti della sinistra che lo ha aiutato e sostenuto fino a farne un cittadino, ché è difficile che sia stata la destra a offrirgli sostegno in tal senso&#8221;.</p>
<p>Infine, è un <strong>pazzo</strong>, scrive ancora Sherif El Sebaie (e qui, devo dire, l&#8217;argomento è assai debole) perché &#8220;un immigrato sano di mente, informato sul paese in cui vive e sulle forze politiche presenti sulla scena, attento ai propri interessi in quanto immigrato o quanto meno che conservi il senso di gratitudine una volta diventato cittadino, consapevole quindi delle nuove e insormontabili difficoltà che deve affrontare chi si trova oggi in una situazione peggiore di quella in cui esso stesso si è trovato appena qualche anno fa, non può che votare a sinistra&#8221; (l&#8217;argomento è debole perché si appoggia sui primi due: pare che chi sia ignorante e ingrato sia, di conseguenza e necessariamente, anche non &#8220;sano di mente&#8221;).</p>
<p>Ora, io mi domando: <strong>a una persona che io ritengo essere ignorante</strong> (e sospetto di poter dire, interpretando quando ha scritto Sherif El Sebaie: ignorante <em>per scelta</em>), <strong>ingrata e non sana di mente, che cosa posso dire?</strong> Se è ignorante per scelta, presumo che non mi starà a sentire. Se è ingrata, qualunque vantaggio od opportunità io offra lo prenderà senza ritenersi in debito (neanche in debito di gratitudine). Se non è sano di mente, non potrà nemmeno capire quello che gli dico &#8211; o non sarà in grado di articolare un comportamento conseguente.</p>
<p>Peraltro, mi domando ancora: &#8220;Se a una persona do dell&#8217;ignorante, dell&#8217;ingrato e del pazzo, questa persona avrà torto se penserà che io stia agendo nei suoi confronti una forma di <strong>disprezzo</strong>? Avrà torto se penserà che io non sia disponibile a una discussione da pari a pari?&#8221;.</p>
<p><strong>2</strong>.</p>
<p>C&#8217;è un passaggio dell&#8217;articolo di Sherif El Sebaie che mi sembra molto interessante. Stralcio (e, di nuovo, vi raccomando di andare a leggere l&#8217;<a title="Un immigrato di destra?" href="http://salamelik.blogspot.com/2006/03/un-immigrato-di-destra.html">articolo per intero</a>).</p>
<blockquote><p>[&#8230;] Uno straniero naturalizzato che vota oggi a destra è un ingrato. E&#8217; chi ha avuto la fortuna di capitare in questo paese quando l&#8217;immigrazione era un fenomeno lontano dai riflettori, quando le leggi e le procedure erano molto più semplici e scorrevoli di oggi e i pochi immigrati rappresentavano una curiosità interessante e non un pericolo incombente. Questi individui hanno avuto la fortuna di trascorrere una vita tutto sommato tranquilla rispetto a oggi. [&#8230;] Questa tranquillità ha permesso loro di non essere guardati con diffidenza, di avere meno difficoltà a trovare lavoro o casa rispetto a oggi, di essere aiutati (soprattutto dalla sinistra, da sempre aperta nei confronti degli stranieri) e di andare avanti indisturbati fino a diventare cittadini italiani. Una volta ottenuta la cittadinanza però, questi personaggi cambiano registro e sembra che siano i primi a voler sigillare le frontiere. E&#8217; un meccanismo umano, in un certo senso comprensibile, anche se evidentemente egoista. <strong>L&#8217;immigrato che si &#8220;affranca&#8221; acquistando la cittadinanza comincia a comportarsi esattamente come alcuni cittadini autoctoni</strong>. E a volte anche peggio, considerato che ha dovuto &#8220;faticare&#8221; per ottenere la cittadinanza. Si rifiuta di aiutare i propri compatrioti o di difenderli, si oppone ai procedimenti che potrebbero rendere la loro vita più facile e spesso e volentieri contribuisce esso stesso a creare un clima di ingiustificato allarmismo e diffidenza nei confronti dei nuovi arrivati, il famoso <em>&#8220;Ai miei tempi gli immigrati non erano così&#8221;.</em> Non si capisce esattamente cosa tema, ma probabilmente, come alcuni autoctoni, crede che ogni nuovo immigrato che arriva gli toglie qualche privilegio acquisito e faticosamente conquistato. Il suo voto a destra è quindi un&#8217;espressione di questa fobia, comune anche ai cittadini che credono di essere &#8220;superiori&#8221; agli immigrati solo in virtù del fatto che il caso abbia voluto che nascessero in un determinato paese e non in un altro. [&#8230;]</p></blockquote>
<p>Le frasi chiave, mi pare, sono queste: &#8220;E&#8217; un meccanismo umano, in un certo senso comprensibile, anche se evidentemente egoista&#8221;, e &#8220;Non si capisce esattamente cosa tema&#8221;.</p>
<p>Il punto è che, <strong>secondo me, si capisce benissimo che cosa tema l&#8217;<em>immigrato cittadino</em></strong>. Se le sue <em>chances</em> di conservare un lavoro (o di trovarlo) dipendono (e questo è frequente) dalla sua disponibilità a orari, turni, mansioni ecc. particolarmente faticosi, accompagnata da miti pretese economiche, è evidente che l&#8217;<em>immigrato cittadino</em> ha molto da temere dall&#8217;arrivo in Italia di persone più disponibili di lui a farsi sfruttare (e più sfruttabili proprio perché non cittadine, <em>invisibili</em>).</p>
<p>Se l&#8217;<em>immigrato cittadino</em> è albanese o nigeriano o marocchino e trova i giornali pieni di cronache che parlano di papponi albanesi, prostitute nigeriane e spacciatori marocchini, ha senso che tema di essere trattato, più o meno esplicitamente, dai <em>cittadini italiani per nascita</em> (nonché dalle istituzioni), come un naturale o potenziale pappone, prostituta o spacciatore (secondo il principio che i pregiudizi degli altri non sono un problema per gli altri, ma lo sono per me che li subisco).</p>
<p>Sarà egoismo questo? Lo sarà. Ma <strong>il punto non è se questo sia o non sia egoismo</strong>. <strong>Il punto è piuttosto, mi pare, se e come si possano rimuovere (anche semplicemente con i mezzi del discorso: ri-raccontandole, re-interpretandole) le <em>buone ragioni</em> di questo egoismo</strong>. Non posso sperare di raccogliere consensi con una chiamata all&#8217;altruismo; posso sperare di raccogliere consensi spiegando (con tutta la persuasività necessaria) su che cosa, a proposito di che, eccetera, conviene essere egoisti; e dove conviene che un egoismo di gruppo, di comunità, di cittadiananza, di classe, di etnia, eccetera, conviene che prevalga sull&#8217;egoismo individuale o familiare.</p>
<p>A un giovanotto albanese che è riuscito, tanto per fare un esempio, a trovarsi una fidanzata italiana che lo vuole sposare (ed è uscito così dalla <em>segregazione sessuale</em>, quella per cui uno straniero in Italia si accoppia più facilmente con una straniera di altra provenienza che con un&#8217;italiana [1]), e addirittura una banca che gli concede il mutuo per la casa, non fa certo piacere che nel quotidiano locale, proprio il giorno in cui deve andare (in compagnia della fidanzata) a firmare per il mutuo, appaia un enorme articolo su una <em>gang</em> di albanesi che pare faccia il bello e il cattivo tempo nel mercato della prostituzione. Non gli fa piacere, anche perché il funzionario della banca, <em>che ha una copia del quotidiano ripiegata e appoggiata su un angolo del tavolo</em>, gli dice che gli spiace, ma ci sono stati dei problemi, l&#8217;ufficio superiore ha deciso che è meglio soprassedere, non è proprio il momento per concedere mutui agli albanesi&#8230; [2]</p>
<p><strong>3</strong>.</p>
<p>Concludo questi appunti. Sherif El Sebaie solleva questioni serie, e fa bene a sollevarle. Ho l&#8217;impressione che ora forse bisognerebbe:</p>
<p>[a] rimuovere (come gesto di <em>non belligeranza preventiva</em>) il disprezzo per le persone con opinioni e posizioni diverse,</p>
<p>[b] di conseguenza, prendere seriamente in considerazione le opinioni e le posizioni diverse (cioè discuterle su un piano reale e non con argomenti <em>ad personam</em> del tipo: &#8220;Hai questa opinione perché ti conviene&#8221;) ,</p>
<p>[c] rimuovere l&#8217;idealismo (non l&#8217;idealità della serena convivenza, ma l&#8217;idealismo della serena convivenza come questione morale e non politica).</p>
<p> </p>
<p>&#8212;-</p>
<p>[1] L&#8217;ho letto in una rivista. Non riesco a ritrovare l&#8217;articolo. Se qualcuno può confermare o confutare la cosa, lo ringrazio.</p>
<p>[2] Episodio raccontatomi dal protagonista: non dal giovanotto albanese, non dalla fidanzata italiana, ma dal funzionario di banca.</p>
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		<title>Breve dialogo sull&#8217;amore (con sorpresa finale)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Mar 2006 13:14:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di giuliomozzi Mi trovo a bere una birra con il mio amico Sauro. Ci conosciamo da trent&#8217;anni. Sauro è laureato in filosofia, ma il suo mestiere è elaborare software per il trattamento delle immagini. E&#8217; un lavoratore a tempo indeterminato. La sua automobile è una Ka gialla. Sauro pratica il Bdsm. Ogni tanto succede che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a title="Tutto il sesso di Nazione indiana" href="http://www.google.it/search?as_q=sesso&amp;num=10&amp;hl=it&amp;btnG=Cerca+con+Google&amp;as_epq=&amp;as_oq=&amp;as_eq=&amp;lr=&amp;as_ft=i&amp;as_filetype=&amp;as_qdr=all&amp;as_occt=any&amp;as_dt=i&amp;as_sitesearch=http%3A%2F%2Fwww.nazioneindiana.com&amp;as_rights=&amp;safe=images">giuliomozzi</a></strong></p>
<p>Mi trovo a bere una birra con il mio amico Sauro. Ci conosciamo da trent&#8217;anni. Sauro è laureato in filosofia, ma il suo mestiere è elaborare software per il trattamento delle immagini. E&#8217; un lavoratore a tempo indeterminato. La sua automobile è una Ka gialla. Sauro pratica il <a href="http://it.dir.yahoo.com/Societa_e_culture/Sessualita_ed_erotismo/Attivita_e_pratiche/BDSM/">Bdsm</a>. Ogni tanto succede che ne parliamo: non perché Sauro esibisca la cosa, ma perché io sono curioso.<br />
&#8220;Vedi&#8221;, dice Sauro. &#8220;Tu dici: <em>amore</em>. Ma il campo semantico della parola <em>amore</em> è assai vasto; e il termine <em>amore</em>, oggidì, è diventato una delle parole più usate e abusate, alla quale si annettono significati del tutto differenti tra loro&#8221;.<br />
&#8220;Sì&#8221;, dico io. &#8220;Basti vedere, tanto per stare alla cronaca di questi giorni, per quale e quanto diverso <em>amore di patria</em> hanno ricevuta una medaglia tanto Nicolò Calipari e Fabrizio Quattrocchi&#8221;.<br />
&#8220;Dài&#8221;, dice Sauro. &#8220;Non buttarla subito in politica&#8221;.<br />
&#8220;Va bene&#8221;, dico. &#8220;Vai avanti&#8221;.</p>
<p><span id="more-1928"></span>&#8220;Ecco&#8221;, dice Sauro. &#8220;I greci antichi, ad esempio, hanno visto nell&#8217;<em>amore</em>, in quello che chiamavano <em>eros</em>, innanzitutto l&#8217;ebbrezza, l&#8217;entusiasmo, la ragione che viene sopraffatta da una sorta di follia divina, la sperimentazione &#8211; oggi magari parleremo di stati alterati della coscienza &#8211; di una beatitudine sovrumana. L&#8217;<em>eros</em> è una potenza che crea una comunione tra l&#8217;uomo e il dio&#8221;.</p>
<div>
<div>&#8220;Una potenza del tutto positiva, dunque&#8221;, dico.      </p>
<p>&#8220;Eh, non proprio del tutto&#8221;, dice Sauro. &#8220;Perché l&#8217;<em>eros</em> può portare alla pazzia vera e propria, può condurre ad atti distruttivi e autodistruttivi. Nel togliere l&#8217;uomo dalla sua umanità l&#8217;<em>eros</em> è ambivalente: così come può <em>disumanizzare</em> l&#8217;uomo verso l&#8217;alto avvicinandolo al dio, con altrettanta facilità può <em>disumanizzarlo</em> verso il basso, avvicinandolo alle bestie&#8221;.</p>
<p>&#8220;L&#8217;<em>eros</em> è sacro&#8221;, commento banalmente. &#8220;E&#8217; santo, e insieme impuro. Divino e demoniaco&#8221;.</p>
<p>&#8220;Appunto&#8221;, dice Sauro. &#8220;Si tratta dunque di inventare un modo per prendere la potenza di <em>eros</em>, accoglierla, e insieme indirizzarla&#8221;.</p>
<p>&#8220;Verso il dio?&#8221;, domando.</p>
<p>&#8220;Ma&#8221;, dice Sauro, &#8220;quantomeno verso un <em>amore</em> &#8211; torno a usare questa parola &#8211; che non sia solo il piacere che culmina in un istante ma, perdonami il linguaggio un po&#8217; pomposo, un <em>pregustamento del vertice dell&#8217;esistenza</em>, di quella beatitudine alla quale tendiamo con tutto il nostro essere&#8221;.</p>
<p>&#8220;Eh&#8221;, dico, &#8220;il punto importante sta nel <em>pre</em>&#8230;&#8221;.</p>
<p>&#8220;Certo&#8221;, dice Sauro. &#8220;<em>Pre-gustare</em> è diverso da <em>gustare</em>. Si pregusta ciò che non è ancora avvenuto, e forse non avverrà mai. Si gusta solo ciò che è ormai già dentro la nostra bocca. C&#8217;è un&#8217;eleganza, per così dire, una disciplina, nel concentrarsi sul <em>pre-gustare</em>&#8220;.</p>
<p>&#8220;E <em>disciplina</em> è un&#8217;altra parola chiave&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Saresti piaciuto come <em>sparring partrner</em> al Socrate&#8221;, dice Sauro.</p>
<p>&#8220;Non si potrebbe affermare il contrario&#8221;, dico ridendo. &#8220;Ma continua&#8221;, aggiungo, &#8220;vai avanti&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ma&#8221;, dice Sauro, &#8220;a questo punto, le cose che saltano agli occhi sono due. Inannzitutto, che tra l&#8217;amore e il divino esiste una qualche relazione: l&#8217;amore promette infinità, eternità, una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere. Tu, che sei innamorato, lo sai&#8221;.</p>
<p>&#8220;Lo so&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Ma, d&#8217;altra parte&#8221;, continua Sauro, &#8220;è ormai chiaro che la via per arrivare a questo <em>traguardo di eternità</em> &#8211; che mai <em>gusteremo</em>, sia chiaro; ma che possiamo <em>pre-gustare</em>&#8230; &#8211; non sta semplicemente nell&#8217;abbandonarsi all&#8217;<em>eros</em>. Sono necessarie purificazioni e maturazioni, che passano anche attraverso la strada della rinuncia. E questo, checché ne pensi il borghese perbenista, non è rifiuto dell&#8217;amore, non è il suo pervertimento, ma è proprio il prendersene cura. L&#8217;amore si educa, si raffina, si disciplina, in una parola &#8211; come dicevo prima &#8211; si purifica&#8221;.</p>
<p>&#8220;E le purificazioni sono spesso dolorose&#8230;&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Non necessariamente&#8221;, dice Sauro, &#8220;però sì. Possono essere dolorose&#8221;.</p>
<p>&#8220;Quindi è un&#8217;etica del sacrificio, quella che tu proponi?&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Ma no!&#8221;, dice Sauro. &#8220;Casomai è un&#8217;ascesi. Dove ogni sacrificio è ampiamente ricompensato dalla pre-gustazione. Vedi&#8221;, continua Sauro, scaldandosi un po&#8217;, &#8220;il modo di esaltare il corpo al quale noi oggi assistiamo, è ingannevole. L&#8217;<em>eros</em> &#8211; dico l&#8217;<em>eros</em>, eh!; non dico ancora l&#8217;amore &#8211; ridotto al sesso in senso stretto, all&#8217;eccitazione e allo sfregamento dei genitali, e reso per di più obbligatorio e ripetitivo, viene insieme banalizzato (quindi privato di ogni capacità di vero piacere) e mercificato. I nostri corpi sono merce&#8221;.</p>
<p>&#8220;Siamo tutti <em>calendarizzati</em>&#8220;, dico.</p>
<p>&#8220;Ecco, se vuoi, sì&#8221;, dice Sauro. &#8220;Siamo sottratti a noi stessi, resi schiavi della bellezza da calendario, dell&#8217;eros genitale, e così via. E tu ti renderai conto, che questo è l&#8217;esatto contrario di quella <em>appropriazione del corpo</em> della quale tanti, soprattutto le donne, parlano tanto. No. Questo è semplicemente un considerare certe parti del propri corpo come <em>oggetti</em>, materiali che devono essere resi efficienti e adoperati con una certa frequenza. E&#8217; una degradazione del corpo umano, che così non viene più integrato nel tutto della libertà della nostra esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, viene per così dire respinto nel campo <em>puramente biologico</em>&#8220;.</p>
<p>&#8220;Bisogna quindi non farsi ridurre al puramente biologico, e nel contempo difendersi dalla follia divina dell&#8217;<em>eros</em>. Né animali né dèi, in somma&#8221;, dico.</p>
<p>&#8220;Sì&#8221;, dice Sauro. &#8220;E questo si ottiene solo con la disciplina e la purificazione&#8221;.</p>
<p>&#8220;Però tu dici che il Latex aiuta, no?&#8221;, dico.</p>
<p> <br />
[Se questo dialoghetto vi è sembrato interessante &#8211; o sciocco -, vi consiglio di leggere attentamente i primi cinque paragrafi del documento che trovate <a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20051225_deus-caritas-est_it.html">qui</a>. gm]</div>
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		<title>Amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Feb 2006 21:06:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di giuliomozzi Il bambino disse: «Voglio una pistola». L&#8217;uomo disse: «Va bene». Guidava piano, cercando un parcheggio. All&#8217;Upim il bambino guardò tutte le pistole. Ne scelse una a tamburo, di metallo nero e lucido, con l&#8217;impugnatura di legno. Prese anche una confezione di cartucce e una cintura da pistolero con la fondina. L&#8217;uomo pagò tutto. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>giuliomozzi</strong></p>
<p>Il bambino disse: «Voglio una pistola».</p>
<p>L&#8217;uomo disse: «Va bene». Guidava piano, cercando un parcheggio.</p>
<p>All&#8217;Upim il bambino guardò tutte le pistole. Ne scelse una a tamburo, di metallo nero e lucido, con l&#8217;impugnatura di legno. Prese anche una confezione di cartucce e una cintura da pistolero con la fondina. L&#8217;uomo pagò tutto.</p>
<p>A casa, l&#8217;uomo portò subito il bambino in bagno. Lo spogliò e lo mise nella vasca da bagno. Lo lavò con cura, con il bagnoschiuma e la spugna. Il bambino stava dritto in piedi dentro la vasca. <span id="more-1804"></span></p>
<p>L&#8217;uomo avvolse il bambino nell&#8217;asciugamano grande, lo portò in camera da letto e lo distese sopra il letto grande. Aprì l&#8217;asciugamano e cominciò a massaggiare delicatamente il bambino. Lo toccava appena con la punta delle dita.</p>
<p>Quando l&#8217;uomo toccò l&#8217;inguine del bambino, il bambino disse: «Portami la pistola». L&#8217;uomo andò nell&#8217;ingresso e prese la pistola dal sacchetto dell&#8217;Upim. La diede al bambino.</p>
<p>Poi l&#8217;uomo si spogliò e si distese sul letto vicino al bambino. Stava disteso sul fianco destro e accarezzava ancora il bambino con il palmo della mano sinistra. Il bambino era disteso sulla schiena e teneva la pistola nella mano destra. Guardava il soffitto e ogni tanto tendeva il braccio destro verso l&#8217;alto.</p>
<p>L&#8217;uomo baciò i capezzoli del bambino e poi cominciò a leccargli il petto. Il sesso del bambino si mosse appena. L&#8217;uomo lo prese in bocca e cominciò a succhiarlo lentamente. Il bambino non si muoveva quasi più e teneva il braccio destro, la pistola impugnata, appoggiato al letto.</p>
<p>«Lascia stare la pistola, adesso», disse l&#8217;uomo. Il bambino disse: «No». Si inginocchiò e cominciò a toccare il sesso dell&#8217;uomo con la canna della pistola. L&#8217;uomo si abbandonò.</p>
<p>Il bambino si sedette sopra il petto dell&#8217;uomo. Strinse la mano sinistra alla base del sesso dell&#8217;uomo, che era diventato gonfio, e continuò a toccarne la punta con la canna della pistola.</p>
<p>L&#8217;uomo si sollevò appoggiandosi sui gomiti. Era quasi seduto. Con entrambe le mani prese il bambino per la vita. Ruotò in modo da appoggiarlo sul fianco sul letto. Aprì le gambe del bambino, infilò la testa in mezzo e di nuovo prese il sesso in bocca.</p>
<p>Il bambino cominciò a leccare il sesso dell&#8217;uomo. Evitava il glande e la radice, lo toccava appena con la lingua, piccoli colpi senza appoggiare. L&#8217;uomo invece teneva tutto il sesso del bambino dentro la bocca. Poi il bambino si distese, chiuse gli occhi.</p>
<p>Con un brivido il bambino venne, una sola goccia molto liquida. L&#8217;uomo la inghiottì, pulì il sesso del bambino con la lingua. Il bambino rimase fermo, gli occhi ancora chiusi.</p>
<p>«Fai venire anche me», disse l&#8217;uomo.</p>
<p>Il bambino disse: «No», senza aprire gli occhi.</p>
<p>«Fammi venire», disse ancora l&#8217;uomo.</p>
<p>Il bambino aprì gli occhi e si inginocchiò. Puntò la pistola in faccia all&#8217;uomo, tenendola con tutte e due le mani. «Ti uccido», disse.</p>
<p>L&#8217;uomo disse: «Io ti voglio bene».</p>
<p>«Non devi muoverti», disse il bambino. Con la mano sinistra continuò a tenere la pistola puntata in faccia all&#8217;uomo. Con la destra prese il sesso dell&#8217;uomo vicino alla punta e lo strinse forte.</p>
<p>«Mi fai male», disse l&#8217;uomo. Ma non si mosse.</p>
<p>Il bambino disse: «Se ti muovi ti uccido». Abbassò la mano destra e scoprì il glande dell&#8217;uomo. Cominciò a pizzicarlo con il pollice e l&#8217;indice. L&#8217;uomo chiuse gli occhi.</p>
<p>L&#8217;uomo venne sussultando. Lo sperma, molto e denso, bagnò la mano del bambino. Il bambino sfregò la mano sporca sulla pancia dell&#8217;uomo.</p>
<p>L&#8217;uomo restò disteso con gli occhi chiusi, respirò a fondo tre volte, quattro. Aspettò un poco. Disse a bassa voce: «Adesso ti riporto a casa, amore».</p>
<p>«Ti sei mosso», disse il bambino. Infilò la canna della pistola nell&#8217;ombelico dell&#8217;uomo e cominciò a spingere.</p>
<p>[Pubblicato nel volume:<a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00CRJ7YUG/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00CRJ7YUG&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em> Il male naturale</em></a>, Mondadori 1998.]</p>
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		<title>Merce Scaduta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/02/25/1803/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Feb 2006 09:39:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gabriella Fuschini  [questo articolo di Gabriella Fuschini è apparso oggi in Il primo amore. gm] Mi chiamo Vanessa, ho sedici anni, studio al liceo, faccio sesso col mio ragazzo e sono scaduta. Cioè, il mio corpo è scaduto. Non valgo più niente, perché non sono più vergine. Quindi, se per caso qualcuno mi stupra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gabriella Fuschini</strong></p>
<p> [<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_65.html">questo articolo</a> di Gabriella Fuschini è apparso oggi in <a href="http://www.ilprimoamore.com/">Il primo amore</a>. gm]</p>
<p>Mi chiamo Vanessa, ho sedici anni, studio al liceo, faccio sesso col mio ragazzo e sono scaduta. Cioè, il mio corpo è scaduto. Non valgo più niente, perché non sono più vergine. Quindi, se per caso qualcuno mi stupra avrà diritto alla riduzione di pena. In pratica, avrà lo sconto perché l&#8217;usato vale meno. Si sa. È una legge di mercato. Chissà, magari, se succedesse a febbraio oppure in luglio, sarei persino in saldo! <span id="more-1803"></span><br />
Mia madre che faceva la femminista da giovane, dice che loro, quelle del movimento delle donne, avevano fatto tanta fatica per liberare la società dai pregiudizi. Quelli per cui la donna è sempre provocatrice, ammicca: un po&#8217; puttana e un po&#8217; colpevole. E dice, mia madre, che ora siamo tornati indietro, come una specie di medioevo. Io non lo so questo. So che la mia amica Cinzia, da quando il suo patrigno l&#8217; ha violentata non dorme più la notte senza i tranquillanti e poi certe notti si sveglia tutta sudata e vomita. La sento piangere nel bagno, mugola e fa dei suoni strani con la voce; io allora mi alzo, vado di là e l&#8217;abbraccio forte finché non si calma. Sono due mesi che vive a casa nostra, da quando è successo e non vuole stare a casa sua. Io, per fortuna, il patrigno non ce l&#8217;ho e nemmeno il padre.<br />
Se penso che da bambina piangevo all&#8217;idea di essere orfana, ora sono quasi contenta. Però una domanda a quel sessuologo e ai giudici della corte di cassazione vorrei proprio fargliela. Ma la mia amica Cinzia chi la rimborsa, che adesso, oltre che usata, è anche scaduta?</p>
<p>Vedi anche l&#8217;articolo di Giuseppe Caliceti: <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/02/corpi_merci_per.html">Corpi, merci, persone, oggetti</a>.</p>
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		<title>Puntare un&#8217;arma contro un leghista non è disdicevole</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/02/06/puntare-unarma-contro-un-leghista-non-e-disdicevole/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Feb 2006 23:22:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di giuliomozzi Leggo in Nazione indiana un articolo di Christian Raimo intitolato: Ha vinto Berlusconi. Non è di questo articolo che intendo parlare. Nei commenti Andrea Barbieri racconta di aver visto un programma televisivo nel corso del quale G. Moncalvo (il conduttore, presumo) &#8220;ha maneggiato per alcuni minuti una pistola smontando il caricatore e fingendo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.vibrissebollettino.net" target="_blank">giuliomozzi</a></p>
<p>Leggo in Nazione indiana un articolo di Christian Raimo intitolato: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/02/04/ha-vinto-berlusconi/"><font color="#8fabbe">Ha vinto Berlusconi</font></a>. Non è di questo articolo che intendo parlare. Nei commenti Andrea Barbieri <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/02/04/ha-vinto-berlusconi/#comment-21541"><font color="#8fabbe">racconta</font></a> di aver visto un programma televisivo nel corso del quale G. Moncalvo (il conduttore, presumo) &#8220;ha maneggiato per alcuni minuti una pistola smontando il caricatore e fingendo di puntarla contro un ospite. Poi ha detto che era un giocattolo&#8221;. Aggiunge Barbieri: &#8220;Quei minuti sono stati vergognosi nei confronti del telespettatore&#8221;. Una mezz&#8217;oretta dopo un&#8217;altra persona (nomignolo: kristian) <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/02/04/ha-vinto-berlusconi/#comment-21545"><font color="#8fabbe">scrive</font></a>: &#8220;Ma dai, puntare un’arma contro Borghezio, magari si configura come reato, ma non è mica disdicevole! Piuttosto, è la scelta dell’arma che mi delude: con quelli lì basta lo spruzzino&#8221;. [*]</p>
<p><span id="more-1696"></span>Vi ricordo che il 18 dicembre 2005 il signor Mario Borghezio è stato picchiato da un gruppo di manifestanti (vedi il <a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/12_Dicembre/18/borghezio.shtml"><font color="#8fabbe">Corriere</font></a>; vedi anche l'&#8221;<a href="http://www.interno.it/sezioni/ministro/intervistadiscorso.php?idarticolo=412"><font color="#8fabbe">informativa urgente</font></a>&#8221; del ministro dell&#8217;Interno Pisanu), che gli hanno spaccato il naso e procurato un trauma cranico &#8220;distrattivo&#8221; (che non so cosa voglia dire).<br />
Tutto questo mi ha ricordato lo slogan: &#8220;<strong>Uccidere un fascista non è reato</strong>&#8220;. In una versione, se volete, soft: &#8220;<strong>Puntare un&#8217;arma contro un leghista non è disdicevole</strong>&#8220;.</p>
<p>Lo so: si può certo dire che il sig. Kristian scherzava (io credo che scherzasse). [**] Si può dire che era uno scherzo pesante ma pur sempre uno scherzo (e io lo credo). Si può dire che il signor Mario Borghezio ha agite con gran clamore, e ripetutamente, violenze verbali e simboliche assai più gravi di quelle che ha ricevute (ma io mi rifiuterei di comparare violenze fisiche con violenze verbali e simboliche). Si può dire che il signor Mario Borghezio, con la sua azione politica, con le leggi che ha proposte, sostenute, approvate col suo voto, ha fatto ben di peggio di quanto gli è stato fatto il 18 dicembre 2005 (e questa è una comparazione più decente).</p>
<div id="a001411more">
<div id="more">Ma con simili argomenti non ho voglia di confrontarmi. (Confesso che, peraltro, proprio il tono di leggero scherzo della battuta di Kristian mi ha fatto tristezza. E ancor più tristezza mi fa il vedere simili dichiarazioni proferite anonimamente).            </p>
<p>Durante la discussione (svoltasi qualche settimana fa in Nazione indiana, e anche un po&#8217; in vibrisse) a proposito del saluto romano rivolto dal calciatore Di Canio ai tifosi della Lazio, a un certo punto è saltata fuori una domanda: &#8220;<strong>Il mio schifo mi fa assomigliare a loro?</strong>&#8220;. Alla quale io ho risposto, e rispondo: &#8220;<strong>Sì, il mio schifo mi fa assomigliare a loro</strong>&#8221; (vedi <a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/12/24/il-senso-e-la-sperabile-utilita-di-una-discussione-il-mio-schifo-e-lanimale-da-guardare/"><font color="#8fabbe">il mio articolo</font></a>, dal quale si risale a tutti &#8211; credo &#8211; i pezzi della discussione).</p>
<p>Ora: se c&#8217;è una cosa che desidero, è che l&#8217;ideologia della quale il signor Mario Borghezio è un valido esponente venga riconosciuta da tutti i miei concittadini (da tutti coloro che, come me, sono cittadini italiani) come un&#8217;ideologia scema. Questa non mi pare, peraltro, una buona ragione né per spaccare il naso a Mario Borghezio né per fare battute sulla liceità o sulla &#8220;non disdicevolezza&#8221; di puntargli contro un&#8217;arma.</p>
<p>Se non si è migliori dei propri avversari, si viene sconfitti.</p>
<p>[Aggiunta: vedi, ad esempio, che cosa è successo <a href="http://www.repubblica.it/2006/b/sezioni/politica/borghezio/borghezio/borghezio.html"><font color="#8fabbe">ieri pomeriggio</font></a> a Livorno, durante un comizio di Mario Borghezio.]</p>
<p> <small>[*] A questo punto, nella prima versione di questo articolo, scrivevo: &#8220;Un quarto d&#8217;ora dopo un&#8217;altra persona (nomignolo: <a href="http://tashtego.splinder.com/"><font color="#006600">tashtego</font></a>) <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/02/04/ha-vinto-berlusconi/#comment-21546"><font color="#8fabbe">scrive</font></a>: &#8216;Molto efficace, Christian, lucido, preciso. Vero. Concordo e diffondo'&#8221;. Ma la persona che si firma Tashtego si riferiva, e avrei dovuto accorgermene, all&#8217;articolo di Christian Raimo e non al precedente commento della persona che si firma Kristian. Ringrazio chi nei commenti mi ha fatto notare l&#8217;errore e mi scuso con la persona che si firma Tashtego, alla quale ho attribuite opinioni evidentemente non sue.</small></p>
<p><small>[**] A questo punto, nella prima versione di questo articolo, scrivevo, perseverando (il che, notoriamente, è diabolico) nell&#8217;errore di cui sopra: &#8220;Si può certo dire che il sig. Tashtego stava allo scherzo (e io credo che stesse allo scherzo)&#8221;. </small></div>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Il senso e la sperabile utilità di una discussione (il mio schifo, e l&#8217;animale da guardare)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/12/24/il-senso-e-la-sperabile-utilita-di-una-discussione-il-mio-schifo-e-lanimale-da-guardare/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2005/12/24/il-senso-e-la-sperabile-utilita-di-una-discussione-il-mio-schifo-e-lanimale-da-guardare/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Dec 2005 11:14:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=1590</guid>

					<description><![CDATA[di giuliomozzi [Pubblico questo articolo contemporaneamente qui e in vibrisse. Lascio aperti i commenti qui, e li chiudo in vibrisse. gm] A che cosa serve, si è domandato più d&#8217;uno, una discussione come quella, abbondantissima, che è nata in Nazione indiana attorno all&#8217;articolo di Raul Montanari (pubblicato da Piero Sorrentino) Grazie, Di Canio, è proseguita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>giuliomozzi</strong></p>
<p>[Pubblico questo articolo contemporaneamente qui e <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/12/il_senso_e_la_s.html">in vibrisse</a>. Lascio aperti i commenti qui, e li chiudo in vibrisse. gm]</p>
<p>A che cosa serve, si è domandato più d&#8217;uno, una discussione come quella, abbondantissima, che è nata in Nazione indiana attorno all&#8217;articolo di Raul Montanari (pubblicato da Piero Sorrentino) <a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/12/18/grazie-di-canio">Grazie, Di Canio</a>, è proseguita in calce all&#8217;articolo di Christian Raimo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/12/21/okkio-al-canio/">Okkio al Canio</a>, si è parzialmente spostata in vibrisse dopo il mio articolo <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/12/della_pia_bella.html">Della più bell&#8217;acqua</a>, e ora ha ripreso a <em>macinare</em> di nuovo in Nazione indiana con la ripresa, sempre da parte di Sorrentino, di un intervento di Montanari (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/12/23/addenda-a-grazie-di-canio/">Addenda a &#8220;Grazie, Di Canio&#8221;</a>) già apparso nella discussione in vibrisse? A che cosa serve?<br />
[E vedo ora che si aggiunge un altro articolo di Christian Raimo: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/12/24/natale-con-i-tuoi">Natale con i tuoi</a>].<br />
Dico subito: nei vari filoni della discussione ci sono stati interventi futili, provocatori, scemi, osceni, dileggianti, ridicoli: in una parola, interventi inutili. Ce ne sono stati come ce ne sono in ogni discussione &#8211; nel web si vedono di più, perché restano lì scritti. Questi interventi programmaticamente, intenzionalmente ed effettivamente inutili non mi interessano (per ora): sono il ronzio, il rumore di fondo.<br />
La parte non intenzionalmente inutile della discussione, allora, è riuscita a essere effettivamente utile? Che anche in questa parte della discussione ci siano state alzate di tono, scambi di cordialità non esattamente carinissime, eccetera, vabbè: anche questo succede in tutte le discussioni. Si discute, si litiga, si equivoca, ci si spiega, eccetera. Non può essere che così; e tutto questo non inficia complessivamente l&#8217;utilità della faccenda &#8211; se un&#8217;utilità c&#8217;è.<br />
A me sembra che la discussione sia stata utile. Per due ragioni: per due risultati positivi raggiunti.<span id="more-1590"></span><br />
1] Il primo risultato positivo raggiunto è una domanda. L&#8217;ha formulata, nella discussione in vibrisse, <strong>Andrea Barbieri</strong>. La domanda è: <font color="#114477"><strong>Il mio schifo mi fa assomigliare a loro?</strong></font> Che io sia un fan delle domande, è cosa nota: ma questa mi sembra proprio ben formulata, e utile. Mi viene voglia di parafrasarla, di ampliarla, di dettagliarla: ma ne diminuirei la forza. E così mi butto nella risposta: <font color="#114477"><strong>Sì, il mio schifo mi fa assomigliare a loro</strong></font>.</p>
<p>[2] Il secondo risultato raggiunto viene fornito da tutta la discussione, compreso quello che ho chiamato prima &#8220;ronzio, rumore di fondo&#8221;. La persona che si firma <strong>Lucis</strong> ha scritto, sempre nella discussione in vibrisse: &#8220;La politica è subconscio&#8221;. Queste discussioni sono una grande esibizione di subconscio. C&#8217;è chi gli &#8220;dà voce&#8221; in maniera del tutto irriflessa, chi lo produce con &#8220;strumenti retorici&#8221; più o meno &#8220;complessi&#8221;, chi ci gioca a rimpiattino accumulando domande su domande (indovinate chi); eccetera. Il secondo risultato raggiunto è dunque questo: dobbiamo scordarci la pretesa di essere razionali, quando parliamo di certe cose. C&#8217;è sempre, o quasi sempre (un minimo di dubbio devo avercelo, no?) l&#8217;animale che parla. Chi prende la parola ha il dovere, sempre (questa volta sì, non ho dubbi: sempre), mentre parla o si prepara a parlare, guardarsi nello specchio e osservare, nell&#8217;immagine riflessa, l&#8217;animale. Discussioni come queste non servono tanto a decidere se ha ragione Tizio o Canio. Se hanno una utilità, è questa: addestrano a <strong>vedere l&#8217;animale</strong>. (Se poi uno dà a sé stesso, o accetta che altri gli diano, la qualifica di <em>scrittore</em>, tanto più ha il dovere di addestrarsi a vedere l&#8217;animale).</p>
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