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	<title>giuseppe acconcia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mi chiamo Handalino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 05:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Mazzeo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Acconcia]]></category>
		<category><![CDATA[Lelio Bonaccorso]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Antonio Mazzeo</b> <br />
«Fanno bene quei marinai a partire con il loro carico di aiuti. Non sarà abbastanza, ma per qualche bimbo palestinese ci sarà finalmente da mangiare. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-122300" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/71RyDH3Sf1L._AC_UF10001000_QL80_-180x300.jpg" alt="" width="180" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/71RyDH3Sf1L._AC_UF10001000_QL80_-180x300.jpg 180w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/71RyDH3Sf1L._AC_UF10001000_QL80_-252x420.jpg 252w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/71RyDH3Sf1L._AC_UF10001000_QL80_-150x250.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/71RyDH3Sf1L._AC_UF10001000_QL80_-300x500.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/71RyDH3Sf1L._AC_UF10001000_QL80_.jpg 600w" sizes="(max-width: 180px) 100vw, 180px" /></div>
<div dir="auto">di <b>Antonio Mazzeo</b></div>
<div dir="auto">«Fanno bene quei marinai a partire con il loro carico di aiuti. Non sarà abbastanza, ma per qualche bimbo palestinese ci sarà finalmente da mangiare. E grazie a quei doni chissà quanti a Gaza torneranno a sorridere dopo giorni e notti d’inferno.»</div>
<div dir="auto">Illustrazioni di Lelio Bonaccorso</div>
<div dir="auto">In libreria dal 22 settembre 2026</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Handalino è un piccolo peluche rosso che lascia la sua casa nel Salento e l’amata Greta per salire a bordo di Handala, una nave carica di aiuti umanitari e giocattoli destinati ai bambini della Striscia di Gaza. Durante la traversata del Mediterraneo incontra Handala, il bambino palestinese creato dal vignettista Naji al-Ali, e scopre il significato di alcuni simboli della memoria e della resistenza palestinese: la chiave del ritorno, l’anguria, la kefiah e l’ulivo.</div>
<div dir="auto">A poche miglia dalla costa, la nave viene assalita dai pirati e il suo carico viene sequestrato. Impaurito, Handalino trova rifugio tra le braccia del Vecchio Marinaio, che per tranquillizzarlo gli racconta la fiaba che avrebbe voluto portare ai bambini di Gaza.</div>
<div dir="auto">Comincia così la storia di Conigliopoli, una città felice minacciata dai militaren kattiven, decisi a distruggerla e a costruire un missile capace di annientare la Terra. Saranno Coniglio Clown, l’Ulivo Saggio, la Luna Piena e tutti i piccoli abitanti della città a trovare la parola in grado di fermarli: PACE.</div>
<div dir="auto">Con una narrazione che alterna avventura, ironia e commozione, Mi chiamo Handalino avvicina lettrici e lettori dai 6 agli 11 anni ai temi della Palestina, della solidarietà e dell’educazione alla pace. La storia invita a riconoscere la forza dell’azione collettiva e il diritto di ogni bambina e bambino a vivere, crescere, imparare e giocare in libertà.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Ogni copia venduta contribuisce a sostenere l’ospedale Al-Awda di Gaza.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Titolo: Mi chiamo Handalino</div>
<div dir="auto">Autore: Antonio Mazzeo</div>
<div dir="auto">Illustratore: Lelio Bonaccorso</div>
<div dir="auto">Data di pubblicazione: 22 settembre 2026</div>
<div dir="auto">ISBN: 979-12-80727-11-4</div>
<div dir="auto">Collana: Miranda Editrice</div>
<div dir="auto">Prezzo: 15,00 euro</div>
<div dir="auto">Illustrazioni a colori</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">L’AUTORE</div>
<div dir="auto">Antonio Mazzeo è insegnante, saggista, peace researcher e attivista impegnato sui temi della pace e del disarmo, della tutela dell’ambiente e dei diritti umani e nel contrasto alle mafie e al razzismo.</div>
<div dir="auto">Nel 2020 ha ricevuto la Colomba d’oro per la Pace, assegnata dall’Archivio Disarmo, per avere interpretato il giornalismo e la scrittura come una missione di difesa dei diritti umani. Nel 2025 ha partecipato a una missione della Freedom Flotilla a bordo dell’imbarcazione Handala, sequestrata da Israele nel luglio dello stesso anno.</div>
<div dir="auto">Per contatti: <a href="mailto:amazzeo61@gmail.com" target="_blank" rel="noopener">amazzeo61@gmail.com</a>  &#8211; Cell. <a href="tel:(331)%20751-2255" target="_blank" rel="noopener">3317512255</a></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">L’ILLUSTRATORE</div>
<div dir="auto">Lelio Bonaccorso è fumettista, illustratore e poeta siciliano. È autore di Vento di libertà e, con Fabio Brucini, di Sinai, la terra illuminata dalla luna. Insieme allo sceneggiatore Marco Rizzo ha realizzato, tra gli altri, A casa nostra. Cronaca da Riace, Salvezza, Peppino Impastato. Un giullare contro la mafia e Jan Karski. L’uomo che scoprì l’Olocausto.</div>
<div dir="auto">Ha illustrato Gli arancini di Montalbano di Andrea Camilleri, cura le animazioni della serie crime Dark Lines e collabora con l’edizione italiana e francese de La Revue Dessinée.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Mi chiamo Handalino è pubblicato da Miranda Editrice, marchio per l’infanzia di Prospero Editore.</div>
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		<title>L&#8217;inclusione che esclude. Il paradosso normativo del &#8220;politicamente corretto&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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<p>di <strong>Omar Bellicini</strong></p>
<p>Ogni epoca produce il proprio lessico. Le parole, specie quelle di recente introduzione o viceversa quelle abbandonate, sono mezzi attraverso i quali una società stabilisce ciò che è dicibile, ciò che è interessante, ciò che viene considerato opportuno. Il «politicamente corretto» — definizione contemporanea di un fenomeno antico quanto gli esseri umani — si sviluppa in questa dinamica, talvolta spontanea, talvolta guidata, ma sempre morale. La sua manifestazione più recente non nasce come forma di oppressione, ma come tentativo di correggere un’asimmetria storica: lo scopo è rendere visibili categorie di persone e individui che il linguaggio comune aveva relegato ai margini, spesso trasformando la frequenza statistica in criterio implicito di normalità, quindi di superiorità.<br />
La lezione proveniente dagli studi dell’Otto-Novecento sul linguaggio, d’altra parte, è anche questa: da Ferdinand de Saussure fino alla pragmatica di John Austin, passando per il secondo Wittgenstein, il linguaggio è stato riconosciuto come dispositivo per organizzare le esperienze, per direzionare il pensiero, per conferire significati alla realtà, ben al di là di una chimerica descrizione neutrale. Parlare e scrivere sono azioni che comportano delle scelte, e non stupisce che la politica abbia individuato proprio nelle parole uno dei terreni più fertili di trasformazione, se non di manipolazione.<br />
Il linguaggio, insomma, contribuisce a edificare gerarchie — ne è un esempio discusso il maschile sovraesteso, che in idiomi come l’italiano si applica, in ipotesi di pluralità di persone di diverso genere, anche ai soggetti femminili, senza una corrispondenza di segno opposto —; e modificare quelle gerarchie non può prescindere da una contestazione del linguaggio. Perfino — e forse a maggior ragione — quando viene condiviso da chi ne è vittima, secondo quel processo di introiezione della «violenza simbolica» descritto da Pierre Bourdieu. Stimolare il cambiamento anche negli usi comunicativi, seguendo una traiettoria di superiore equità, è perciò lodevole.<br />
Il pericolo si affaccia quando un progetto emancipatorio si tramuta, pur al netto dei propositi, in un dispositivo normativo eccessivamente severo — si pensi all’etichettamento retroattivo di opere cinematografiche e letterarie o alla loro revisione forzata, come nel caso dell’edizione Puffin de La fabbrica di cioccolato, di Roald Dahl. È lì che emergono le contraddizioni. L’inclusione, infatti, presuppone un ampliamento del perimetro della convivenza, ma ogni norma — anche sociale — che proclami quali parole siano lecite e quali no introduce invece un confine, con un dentro e un fuori; e se prima l’esclusione riguardava gli appartenenti a determinate categorie sociali, ora rischia di investire chi utilizza codici linguistici diversi da quelli ritenuti più aggiornati, magari per abitudine, ignoranza, appartenenza generazionale o finanche dissenso teorico.<br />
La questione, ovviamente, non riguarda gli insulti deliberati o i discorsi d’odio, il cui carattere discriminatorio è evidente. Concerne, piuttosto, quella zona grigia in cui le consuetudini vengono sovrapposte agli intenti offensivi, senza la volontà di discernere le effettive intenzioni. Quando ciò avviene, la critica del linguaggio smette di essere una proposta d’incontro e diventa un filtro di appartenenza: un codice settario. Le parole smettono di essere messe in discussione e vengono prescritte, con finalità di integrazione nella propria comunità di riferimento — come suggerisce Durkheim, parlando di «funzione integrativa della norma» — più che di miglioramento dell’ambiente circostante. Non è un caso che il dibattito attuale assuma spesso i tratti di una disputa canonica: si esamina la correttezza formale dell’enunciato prima ancora dei messaggi che intende veicolare. Cosicché, l’ortodossia lessicale prevale sull’argomentazione complessiva e la verifica dell’immediata conformità al dogma sostituisce la persuasione.<br />
In verità, sarebbe ingenuo ignorare quanto questo tema sia stato strumentalizzato: una parte del populismo contemporaneo ha costruito sull’avversione al politicamente corretto un seguito politico, alimentando caricature, elevando casi marginali a paradigma e dando corso ad autentiche campagne di disinformazione. Ridurre il dibattito a una fantomatica «dittatura woke» significa non comprendere la complessità storica delle discriminazioni, motore della revisione critica del discorso pubblico. Tuttavia, proprio perché la caricatura del fenomeno è intellettualmente povera, diventa ancora più importante problematizzare la sua articolazione reale.<br />
In termini generali, non è inconsueto che una pratica liberatrice si irrigidisca in una grammatica dell’affiliazione: ogni ordine simbolico produce i propri rigoristi e un senso di elitismo. Ogni regolamentazione aspira a costituire una nuova normalità, in opposizione alla precedente. Normare e normale condividono, del resto, la medesima radice etimologica. La domanda, allora, non è se sia giusto modificare il linguaggio — ogni società lo ha sempre fatto — bensì quale rapporto debba esistere tra trasformazione e imposizione. Forse, il limite di certa pedagogia linguistica — che può non essere maggioritaria, ma che è comunicativamente rilevante — consiste nell’inversione del processo di maturazione sociale: si promuove l’empatia attraverso imperativi di linguaggio, anziché favorire l’evoluzione spontanea del linguaggio incoraggiando l’empatia.<br />
Quando una comunità interiorizza davvero il valore della dignità altrui, infatti, le parole cambiano senza la necessità di spingerle; e, se non cambiano, assumono nuovi significati. Al contrario, quando la riforma lessicale precede quella emotiva, il rischio è che venga percepita come un obbligo esterno, producendo resistenze, prese di posizione identitarie e nuove polarizzazioni; generando nuovi esclusi, sulla base della dignità morale attribuita al modo di esprimersi.<br />
In questo senso, la vera inclusione richiederebbe qualcosa di più complesso e laborioso della sorveglianza linguistica: un impegno culturale capace di modificare gli approcci, prima ancora dei vocaboli. Perché le parole possono certamente educare, ma solo se varcano la soglia della sensibilità. Ed è questo il paradosso che merita di essere affrontato, senza contrapposizioni preconcette: una società pienamente inclusiva deve accogliere anche quanti non hanno ancora aderito al linguaggio d’inclusione. Per contro, se la difformità linguistica diventa motivo di riprovazione, il confine tra emancipazione e sostituzione dell’escluso diventa più sottile di quanto si sia disposti ad ammettere.</p>
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		<title>Due libri per la Palestina di Ghazy e Meschiari</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/07/due-libri-per-la-palestina-di-ghazy-e-meschiari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 05:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-121416" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61ZnmXhemIL._SL1500_-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61ZnmXhemIL._SL1500_-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61ZnmXhemIL._SL1500_-672x1024.jpg 672w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61ZnmXhemIL._SL1500_-768x1171.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61ZnmXhemIL._SL1500_-276x420.jpg 276w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61ZnmXhemIL._SL1500_-150x229.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61ZnmXhemIL._SL1500_-300x457.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61ZnmXhemIL._SL1500_-696x1061.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61ZnmXhemIL._SL1500_.jpg 984w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" /></p>
<p>Randa Ghazy con questo libro si propone di cambiare la lente con cui per troppo tempo si è raccontata la Palestina: offrendo prospettive nuove, umanizzando il popolo palestinese attraverso testimonianze raccolte di prima mano, ripercorrendo gli avvenimenti che hanno portato alla situazione attuale, perché la Storia «non è cominciata il 7 ottobre». La Storia è la lente senza la quale il presente risulta incomprensibile. Ecco perché il primo passo per decolonizzare il nostro approccio alla Palestina, e la narrazione che ne facciamo, è ricordare il passato e riconoscere il legame del popolo palestinese con la propria terra. Solo se utilizziamo questa lente possiamo capire appieno gli eventi di oggi. Se spegniamo il ronzio della propaganda israeliana, dell’appiattimento culturale e intellettuale dei nostri salotti televisivi, al netto delle dichiarazioni surreali e tutt’altro che veritiere dei nostri governi, ciò che sta accadendo si rivelerà a noi per quello che è: un crimine che può continuare a perpetrarsi solo grazie alla nostra complicità. Per fare questo, tuttavia, dobbiamo ammettere una verità amara: in questa vicenda non siamo noi i «buoni». Se, per difendere Israele, abbiamo dovuto accettare la distruzione del nostro sistema di leggi internazionali, significa che abbiamo perso noi stessi. Yasmeen, Nedal, Yousef, Bushra, Hani, Mosab: sono le storie che i nostri media hanno deciso di non raccontare. Che i nostri leader scelgono di ignorare. Che i nostri studenti non hanno mai studiato. E che i nostri cuori sanno di non aver accolto. Dobbiamo ripartire da qui. Dalla memoria. Ricordare la Storia, ricordare i rifugiati palestinesi. Reclamare il loro diritto al ritorno.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-121417" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61CYIQBgSL._SL1049_-286x300.jpg" alt="" width="286" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61CYIQBgSL._SL1049_-286x300.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61CYIQBgSL._SL1049_-976x1024.jpg 976w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61CYIQBgSL._SL1049_-768x806.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61CYIQBgSL._SL1049_-400x420.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61CYIQBgSL._SL1049_-150x157.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61CYIQBgSL._SL1049_-300x315.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61CYIQBgSL._SL1049_-696x730.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/61CYIQBgSL._SL1049_.jpg 1000w" sizes="(max-width: 286px) 100vw, 286px" /></p>
<p>Palestina. Una regione che è ponte tra continenti, corridoio per chi si muove, passaggio obbligato da sempre, dalla preistoria ai giorni nostri. Una terra che nella storia ha visto più guerre di qualunque altra, da cui emana un senso del sacro più forte che altrove. Un luogo in direzione del quale ci si gira per pregare, verso il quale si puntano armi, dal quale decollano aerei carichi di bombe, per il quale si lotta da decenni, secoli, millenni.<br />
Una terra così è stata disegnata migliaia e migliaia di volte, e ognuno ci ha visto qualcosa di diverso, ci ha aggiunto del suo, speranze, desideri, tradizioni, un credo, persino l’arroganza e la crudeltà. Matteo Meschiari usa lo sguardo dell’antropologo e del geografo per decostruire quaranta mappe di questa terra, senza mai dimenticare la gente che quei luoghi li abita. Perché la Palestina, come ogni terra reale, è fatta di persone, prima che di segni e convenzioni, e chi vuole la pace, dietro le linee di un trattato, vede sempre i volti, le singole storie.</p>
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			</item>
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		<title>Il segreto dell&#8217;olio e della spada</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/03/il-segreto-dellolio-e-della-spada/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2026 05:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Giuseppe Acconcia</b>
<br />Walid Daqqa, nato a Baqa vicino Haifa nel 1961, arrestato dagli israeliani nel 1986, condannato a 38 anni di carcere, ammalato di cancro, è morto in prigione nel 2024.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-121084" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/146-thickbox_default-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/146-thickbox_default-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/146-thickbox_default-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/146-thickbox_default-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/146-thickbox_default-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/146-thickbox_default-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/146-thickbox_default.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></div>
<div></div>
<p>di <b>Giuseppe Acconcia</b></p>
<div>Walid Daqqa, nato a Baqa vicino Haifa nel 1961, arrestato dagli israeliani nel 1986, condannato a 38 anni di carcere, ammalato di cancro, è morto in prigione nel 2024. Le autorità israeliane continuano a trattenere la sua salma. In carcere Daqqa ha finito gli studi universitari e scritto racconti e saggi, ha sposato la sua avvocata e ha avuto una figlia mentre era in prigione.</div>
<div>Il volume riunisce due romanzi brevi, scritti in carcere: Il segreto dell’olio (2018) e Il segreto della spada (2021) in cui Daqqa esprime la creatività di una fiction che mima la vita, e viceversa, ed afferma così la resistenza palestinese all’occupazione e al genocidio in corso.</div>
<div></div>
<div>Edizioni Q, Roma, a cura di Aldo Nicosia, pp. 146, € 14,00</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? Il noir politico di Naïri Nahapétian</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/24/chi-ha-ucciso-layatollah-kanuni-il-noir-politico-di-nairi-nahapetian/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 05:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Teheran, giugno 2005. Alla vigilia di un’elezione destinata a irrigidire il potere religioso con la vittoria di Mahmoud Ahmadinejad, l’ayatollah Kanuni — giudice potentissimo e volto della repressione — viene trovato assassinato nel suo ufficio al Palazzo di Giustizia. La sua morte apre una crepa nel regime: la lista dei possibili colpevoli è lunga [&#8230;]]]></description>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Teheran, giugno 2005. Alla vigilia di un’elezione destinata a irrigidire il potere religioso con la vittoria di Mahmoud Ahmadinejad, l’ayatollah Kanuni — giudice potentissimo e volto della repressione — viene trovato assassinato nel suo ufficio al Palazzo di Giustizia. La sua morte apre una crepa nel regime: la lista dei possibili colpevoli è lunga quanto la memoria del Paese: dai mujaheddin del popolo agli ex fedayn, fino ai vari nemici interni del sistema stesso, tuttavia basta trovarsi non lontano dal luogo del delitto per essere sospettati. È quello che succede a Narek Djamshid, un giovane reporter venuto dalla Francia per scrivere un articolo sul Paese in cui era nato, e a Leila Tabihi femminista islamica, apparentemente intoccabile, perché il padre era un’eminente personalità della Rivoluzione. I due vengono così arrestati, e partendo dalla loro detenzione emerge un Iran attraversato da tensioni sociali, ambizioni soffocate, giochi di potere che si consumano dietro porte chiuse. L’indagine non sembra fatta per far luce sull’omicidio, rivela invece un meccanismo che si alimenta di opacità, dove la verità è un territorio instabile e spesso inaccessibile.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Dall’Incipit: <em>L’estate a Teheran si annunciava siccitosa, vibrante per gli ingorghi che <span aria-invalid="grammar">bloccavano</span> gli autobus stracarichi di gente in mezzo alla mischia delle automobili. La calura era calata su Leila nel silenzio del suo appartamento, un silenzio interrotto dalle telefonate impreviste giunte dopo l’ora della preghiera serale. Di notte, rimuginava ancora sulle chiamate: Kanuni in persona, che le dava appuntamento; poi Massoud, dopo tutti quegli anni… La sua mente correva senza freni, scacciando il sonno. Avrebbe fatto meglio a pensare a qualcos’altro, al test <span aria-invalid="grammar">di ingresso</span> all’università di suo nipote, per esempio. Amir-Ali era un ragazzo serio e lavoratore, diceva di non crederci, ma faceva di tutto per riuscirci, da mesi. Dio sarebbe stato al suo fianco.</em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Naïri Nahapétian </strong>(Téhéran 1970) ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione islamica all’età di nove anni. I suoi genitori sono armeni iraniani. Scrittrice e giornalista, vive in Francia e collabora con <em>Alternative économiques</em>, occupandosi di cambiamenti sociali, economici e politici.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Un romanzo noir che usa le convenzioni del poliziesco come pretesto per guardare dentro un sistema che teme la luce, e restituisce il ritratto di un Paese in bilico tra modernità e repressione.</strong></p>
<p><em>Naïri Nahapétian ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione islamica all’età di nove anni… È tornata regolarmente nel suo Paese d’origine come giornalista per realizzare numerosi reportage</em>.</p>
<p><strong>Naïri <span aria-invalid="spelling">Nahapétian</span></strong></p>
<p><strong><em>Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni?</em></strong></p>
<p>Collana Oltreconfine</p>
<p>Traduzione di Manuela Vidale</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;etica comunicativa delle élite da Kant a Donald Trump</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/03/letica-comunicativa-delle-elite-da-kant-a-donald-trump/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Omar Bellicini</b> <br />
Quando Kant, nel 1784, risponde alla domanda «Che cos’è l’Illuminismo?», la definizione a cui si affida è: «L’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che deve a se stesso»]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-120121" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/images-1-300x284.jpeg" alt="" width="300" height="284" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/images-1-300x284.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/images-1-150x142.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/images-1.jpeg 356w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di<strong> Omar Bellicini</strong></p>
<p>Quando Kant, nel 1784, risponde alla domanda «Che cos’è l’Illuminismo?», la definizione a cui si affida è: «L’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che deve a se stesso». Una minorità non provocata da difetti d’intelligenza o carenze di cultura, come penserebbe – forse – un erudito mondano, bensì di coraggio. Sapere aude, scrive il filosofo: osa conoscere. Un invito che condensa l’ethos di quella stagione intellettuale, presentando l’Illuminismo come volontà di sottoporre autorità, tradizioni e presunte «realtà di fatto» al vaglio del ragionamento; cioè, dell’argomentazione. Un altro tedesco, Jürgen Habermas, avrebbe completato la riflessione circa due secoli dopo, focalizzandosi sul metodo: la razionalità – ammonisce – è il prodotto di una conversazione a più voci; non una conquista meramente individuale (v. Teoria dell’agire comunicativo, 1981).<br />
Al netto delle diverse sensibilità per l’interazione con l’altro, per oltre duecento anni la capacità di argomentare è stata la fonte di legittimazione di ogni discorso, culturale e politico, e ha costituito perciò una qualità ineludibile delle classi dirigenti. Non importa che le soluzioni individuate fossero tra loro divergenti o persino inconciliabili: dalle teorie reazionarie di De Maistre alla sovversione mazziniana, dalle «leggi economiche» liberali allo storicismo marxista, il comune denominatore era l’ambizione di fondarsi su criteri razionali; la pretesa di appellarsi a verità – rivelate, scientifiche o appunto storiche – capaci di giustificare le rispettive visioni. La politica, in breve, si concepiva come interpretazione coerente del mondo; e non solo la politica: perfino il culto – per abitudine antica, ma con rinnovata energia – cercava nei «buoni argomenti» un veicolo di diffusione e una garanzia di reputazione.<br />
Così nel passato, anche recente. La fotografia dell’oggi, però, restituisce un paesaggio diverso. Il discorso pubblico si compone di stimoli emotivi, slogan, contrapposizioni elementari. Le leadership contemporanee – in genere – non si propongono più come attuatrici di modelli di pensiero: reagiscono agli avvenimenti, orientandoli solo di rimbalzo. La psicologia sociale, del resto, ha dimostrato ormai da decenni come i meccanismi di conferma del pregiudizio e l’euristica dell’affetto – fenomeno per cui il benessere emotivo influenza le scelte ben più della razionalità – determinino le propensioni collettive in misura più efficace della ponderazione. La sociologia dei media, poi, ha evidenziato il consolidarsi, nell’accesso all’informazione, di comunità omogenee, in cui le convinzioni preesistenti si sclerotizzano: sono le cosiddette «camere dell’eco», divenute d’attualità soprattutto con l’avvento dei social.<br />
In questo contesto, l’argomentazione perde terreno rispetto alla sollecitazione. Non si domanda al cittadino di comprendere, ma al consumatore politico di accogliere. Per comprendere la portata della frattura occorre tornare alle ragioni storiche dell’Illuminismo. Esso nasce in un’Europa lacerata da conflitti dinastici, in un continente che ha sperimentato per più di un secolo il prezzo dell’assolutismo e dell’intolleranza religiosa. L’appello alla ragione, allora, può essere letto come strategia di pacificazione: si intende sottrarre il potere all’arbitrio, si cerca di fondare l’azione di governo su principi valutabili. La convinzione è che l’uso politico dell’intelletto possa migliorare fattivamente le condizioni di vita. La scienza diventa quindi un modello, non solo per l’indagine dei fenomeni naturali ma anche per l’organizzazione del dibattito. Da quel momento in poi, la politica – anche quando si traveste da mito o da fede, come nel caso delle ideologie novecentesche – si sente in obbligo di spiegare se stessa. L’avversario, persino il nemico, è anzitutto «qualcuno che sbaglia».<br />
Nel XXI secolo, questa tensione verso la ricerca del vero sembra però attenuarsi. Il termine «post-verità» – selezionato dagli Oxford Dictionaries come parola dell’anno, nel 2016, in concomitanza con la prima elezione di Donald Trump – è entrato nel lessico comune per indicare una fase in cui le narrazioni contano più dei fatti: una questione che non riguarda soltanto la proliferazione di notizie false, favorita dai nuovi media, quanto la diffusa indifferenza nel distinguere tra il vero, il verosimile e addirittura l’inverosimile. Dal «Pizzagate» – teoria del complotto secondo la quale esponenti dei Democratici statunitensi avrebbero gestito un traffico di minori in una pizzeria di Washington – ai «350 milioni di sterline a settimana» prelevati dall’Unione Europea – slogan della campagna in favore della Brexit – fino ai dati distorti su migrazioni e vaccini, la smentita non produce più scandalo. Il politico non teme di essere colto in contraddizione: confida nella volatilità dell’attenzione.<br />
Le premesse di questo disinteresse sono profonde. La secolarizzazione ha eroso l’idea di una verità ultima, che trascenda le opinioni. Concezioni novecentesche, come il post-strutturalismo di Foucault e Derrida, hanno messo in discussione la possibilità stessa di un accesso neutrale al reale, insistendo sul carattere artificiale dei discorsi: se tutto è linguaggio, se ogni affermazione va situata in un contesto, la differenza tra interpretazione e manipolazione tende ad assottigliarsi; è solo questione d’intenzioni. Insomma: la critica alle grandi narrazioni, nata per liberare, ha finito per disperdere il senso, aprendo la porta a nuove contraffazioni.<br />
A queste trasformazioni si sommano, inoltre, cause tecniche. La crisi dei media tradizionali ha indebolito i dispositivi di verifica che per decenni avevano filtrato le informazioni: le redazioni ridotte, la precarizzazione del lavoro giornalistico e la competizione per l’attenzione comprimono il tempo da dedicare all’analisi delle fonti. Le piattaforme digitali, dal canto loro, offrono un ambiente in cui notizie effettive e pure invenzioni condividono la forma grafica, lo stesso ambiente di circolazione. Non c’è diversità di rango tra una ricerca scientifica e un’opinione improvvisata. Marshall McLuhan aveva intuito, già nei primi anni ’60 – nel pieno del trionfo della televisione –, che il mezzo di comunicazione non è un semplice canale di trasmissione, ma un contenitore che modella il contenuto; e, se il medium continua a essere «il messaggio», nel contesto dei social ciò si traduce nella radicale equivalenza tra i contenuti che si susseguono nei feed. I social network, infatti, si propongono come apparentemente antigerarchici: evitano quella dichiarazione implicita di valore che, sui giornali, viene data dall’organizzazione di pagina. Il contenitore non guida più l’interpretazione. Il lettore scorre, reagisce, condivide. Il tempo lungo della riflessione cede al flusso veloce dell’impressione.<br />
In questo scenario, il potere avverte sempre meno la necessità di giustificare se stesso. La legittimazione non passa più attraverso l’argomentazione, ma attraverso la capacità di interpretare umori diffusi e occupare spazio mediatico. Sono venuti meno i tre pilastri che sorreggevano l’etica dei Lumi: l’apprezzamento per il dibattito ragionato, l’ammirazione per il metodo scientifico, come paradigma di rigore, e la fiducia nell’avvenire, sostituita da una pulsione distruttiva nei confronti del presente. La competenza diventa sospetta, l’ottimismo fatuo – o come si usa dire «buonista». L’apoteosi di tale tendenza è rappresentata da Donald Trump, il cui stile combina infantilismo psicologico — uso sistematico dell’insulto, semplificazione estrema, personalizzazione del conflitto — e avventurismo politico-economico. Il comune denominatore è l’ostilità alle regole: normative, di opportunità, finanche linguistiche. La trasgressione è prova di autenticità.<br />
D’altra parte, non solo la politica ma anche la produzione artistica sembra aver rinunciato a proposte programmatiche, manifesti, visioni coerenti: la domanda orienta, l’opera si adegua al gusto anziché sfidarlo. È il postmodernismo descritto da Fredric Jameson, in opposizione al modernismo delle avanguardie novecentesche, che si percepivano come avamposti di trasformazione (v. Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, 1989). Oggi, prevale una pluralità senza centro; talvolta brillante, ma raramente sorretta da un’idea di progresso o di verità. Se l’età dei Lumi aveva insegnato a dubitare dell’autorità, la nostra epoca sembra dubitare della possibilità stessa di fondare qualcosa.<br />
Dire «fine dell’Illuminismo», ad ogni modo, non significa auspicare un ritorno ai dogmi o alle gerarchie incontestabili. Significa riconoscere che l’imperativo categorico di esporre le proprie ragioni non è più un presupposto condiviso. Resta da chiedersi se sia possibile riattivare quel coraggio sollecitato da Kant; non come nostalgica rievocazione, ma come esigenza presente. Perché, senza l’ambizione di distinguere il vero dal falso, il potere non ha bisogno di spiegarsi; e una società che non chiede spiegazioni al potere rinuncia, in fondo, a un approccio adulto; e alla libertà di scelta che contraddistingue gli adulti.</p>
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		<title>She is the Weaker</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/she-is-the-weaker/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Nawaal al-Saadawi</b> <br />(traduzione di <b>Simona Kaldas</b>)<br />Solo il dito medio della mano destra. Nessun altro dito. Il mignolo era più lungo del dovuto, il pollice più tozzo. L’unghia del dito...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-119499" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/images.jpg" alt="" width="183" height="275" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/images.jpg 183w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/images-150x225.jpg 150w" sizes="(max-width: 183px) 100vw, 183px" /></p>
<p>di <strong>Nawaal al-Saadawi</strong></p>
<p>(traduzione di Simona Kaldas)</p>
<p>Solo il dito medio della mano destra. Nessun altro dito. Il mignolo era più lungo del dovuto, il pollice più tozzo. L’unghia del dito indice era morta; non era più cresciuta dopo essere stata schiacciata da una zappa. E l’unghia era importante, forse più importante del dito stesso, perché sarebbe stata l’unghia ad aprire la via. Aveva implorato sua madre di usare qualcos’altro, qualcosa di più duro, come la punta di una canna di bambù. Ma sua madre l’aveva punzecchiato sulla spalla con le sue dita forti e lui era rotolato al suolo, incapace di sputare ma solo di leccare il terreno con la lingua mentre guardava gli ampi piedi della madre che avanzavano fermamente, il suo imponente corpo muscoloso che scuoteva il suolo, le sue lunghe dita indurite intorno alla zappa che la sollevavano come se fosse una pannocchia secca, riportandola giù a terra per aprirla in due come un cocomero. Forte come un toro. Sulla testa portava carichi più pesanti di un asino. Lavorava vasche di impasto, spazzava, cucinava, zappava, aveva portato figli in grembo e li aveva partoriti, eppure non si era mai stancata o stufata. Tuttavia, nonostante fosse sua madre, colei che l’aveva generato dalla sua carne e dal cui sangue lui aveva bevuto, si era tenuta la forza per sé. Da lei non aveva preso niente se non bruttezza e debolezza. Il violento bisogno di aggrapparsi a sua madre, di mettere la sua testa sul suo seno e di inalare il suo odore non era amore. Voleva fondersi con lei una volta ancora, così che lei potesse partorirlo di nuovo con muscoli più forti. Voleva inalare un po’ di forza dal suo respiro. Quando la baciava, non voleva davvero baciarla ma morderla e mangiare la sua carne muscolosa un pezzo dopo l’altro. Ma non poteva farlo. Tutto ciò che poteva fare era nascondere la testa sulle sue cosce e odiarla. A volte piangeva, a volte scappava. Una volta era sgattaiolato via dal campo a fine giornata e, con l’orlo della galabiya tra i denti, aveva corso fino ad arrivare in un posto sconosciuto. L’oscurità l’aveva circondato su tutti i lati e, sentendo l’ululato di un lupo, aveva girato sui tacchi ed era corso di nuovo verso casa. Una volta aveva rubato una moneta da 5 piastre dalla borsa di sua madre e aveva preso il treno per arrivare in un paesino di cui non conosceva il nome. Aveva iniziato a girovagare per strada fin quando il suo stomaco aveva brontolato e le piante dei piedi avevano iniziato a bruciare. Così aveva comprato un biglietto ed era tornato al suo villaggio. Un’altra volta aveva rubato un pezzo da 10 piastre ed era andato segretamente dal barbiere-chirurgo. Gli si era parato davanti, ansimante.- Parla, ragazzino. Che vuoi? Aveva provato a staccare la sua lingua asciutta dal palato, le mani nascoste nella sua galabiya. &#8211; Le mie dita&#8230; &#8211; Cos’hanno che non va? &#8211; Non tengono la zappa come quelle di mia madre. L’uomo l’aveva colpito sulla spalla &#8211; Vergognati, ragazzino. Vai a farti fare mezzo chilo di carne da tua madre e diventerai forte come un cavallo. Aveva pianto sulle ampie cosce di sua madre finché non gli aveva comprato un pezzo di carne che poi aveva divorato. Aveva bevuto e ruttato, una piacevole sensazione di calore che gli scorreva tra le dita. Le aveva contratte e allungate, piegate e allargate, felice del suo nuovo potere. Ma sentendosi le palpebre pesanti, aveva chiuso gli occhi ed era caduto in un sonno profondo. Quando si era svegliato, due giorni dopo, era corso fuori sentendo che i resti della carne erano scivolati via dal suo corpo, insieme al suo nuovo potere. Ci doveva essere una soluzione. Nella sua testa aveva un cervello funzionante. Era l’uomo più sveglio del villaggio. Leggeva loro il giornale, scriveva le loro lettere, risolveva i loro problemi, recitava il sermone del venerdì quando l’Imam non c’era. Ma il suo cervello e la sua intelligenza non l’avrebbero giustificato. Per loro, essere un vero uomo significava avere un corpo forte anche avendo la mente di un mulo. Il suo cervello funzionava ma i suoi muscoli erano deboli. Il tempo passava. Il fatidico giorno si avvicinava e nessuno dei suoi tentativi si rivelava di qualche utilità. Chiudeva a chiave la porta della sala sul retro e si allenava. Contraeva le dita, le piegava e le allargava e le scrocchiava. Si allenava ogni notte. A volte le sue dita si contraevano in un pugno, altre volte si contorcevano e si afflosciavano&#8230; Il giorno arrivò. Aveva guardato sua madre spolverare e pulire il salone prima dell’alba e impilare panchine di legno davanti la casa. Aveva finto di essere addormentato o morto, ma sua madre gli aveva punzecchiato la spalla con quelle sue dita e lui era scattato in piedi. Gruppi di persone avevano iniziato a riversarsi nel cortile della casa; uomini che portavano bastoni, che giocavano e ballavano, donne con tuniche di colori vivaci, che cantavano e ululavano, lanciandogli cose che gli pizzicavano la nuca. Era inchiodato al terreno da un paio di nuove babbucce di pelle gialle che gli irritavano i piedi. Intorno al suo collo una nuova kuffiya, che strattonava con dita doloranti e con la quale si sarebbe strangolato se solo i suoi muscoli non fossero stati molli come un impasto. Le sue gambe non si muovevano, venivano spinte da dietro, la sinistra, la destra, facendolo oscillare come se stesse danzando con dei ballerini e barcollando finché non si era ritrovato sull’uscio del salone. Sollevando la testa, aveva visto davanti a sé una cosa curiosa, una cosa coperta a metà da un grande scialle rosso, l’altra metà due gambe nude, al fianco di ogni gamba una donna che l’afferrava con braccia robuste dalle quali sporgevano vene spesse. Era rimasto in piedi sull’uscio, gli occhi accecati, la bocca che tentava di aprirsi per urlare. Ma niente veniva fuori dalle sue labbra se non un rivolo di saliva che scorreva, tiepida e fluida, dall’angolo della sua bocca, come la coda di un serpente inoffensivo… Aveva sentito dita forti come quelle di sua madre spingerlo verso il basso dalla spalla. Si era sentito quasi sollevato, con il sedere sul terreno pulito e umido. Era rimasto seduto, gli occhi chiusi, semicosciente. Ma un altro colpo sulla spalla l’aveva portato ad aprire gli occhi per ritrovarsi faccia a faccia con le gambe divaricate. Aveva distolto lo sguardo e con la coda dell’occhio aveva notato una folla di uomini e donne riuniti nel cortile dietro di lui. No, non avrebbe fornito loro uno scandalo. Non era stupido. Era l’uomo più sveglio del villaggio&#8230; leggeva loro il giornale e scriveva le loro lettere, recitava il sermone quando l’Imam non c’era. Doveva uscirne a testa alta, come tutti gli uomini del villaggio, anche lo sciocco ragazzo che balbettava e sbavava&#8230; Allungò le dita della mano destra e le portò in direzione delle gambe. Ma il suo braccio tremava, scuotendo violentemente il dito che si afflosciò come la coda di un cucciolo morto&#8230; Non si fermò. Ci riprovò e si sforzò. Il sudore scivolava copioso tra le rughe del suo viso e arrivava alla bocca; lo leccò con la lingua, gettando uno sguardo furtivo alle due donne che sedevano vicino a lui. Ognuna teneva stretta una gamba, il viso voltato verso il muro, troppo gentili per guardare una scena simile, o indifferenti a un qualcosa di visto e rivisto, o rifiutando di essere ispettrici della virilità di un uomo durante la cerimonia del suo matrimonio, o imbarazzate o apprensive, o qualcosa. L’importante era che non lo vedessero. Cautamente, portò gli occhi verso la porta per trovare una sezione della folla in piedi che guardava. Con la coda dell’occhio aveva notato il vecchio, il padre della sposa, in piedi sulla porta, gli occhi ansiosi e spaventati che guizzavano dalla porta alle facce delle persone. Si strofinò le dita con sicurezza. Nessuno sapeva la verità. Le due donne non avevano visto niente a parte il muro e il vero interessato era assorto nel pensiero del suo onore&#8230; Nessuno sapeva la verità&#8230; tranne lei. Lei? Chi? Non la conosceva, non l’aveva mai vista, non aveva mai visto il suo viso né i suoi occhi né un singolo capello della sua testa. La vedeva in quel momento per la prima volta e non vedeva una sposa, non vedeva una persona, vedeva solo un grande scialle rosso dal cui bordo spuntavano due gambe spalancate come quelle di una mucca paralizzata. Ma eccola lì di fronte a lui, che esponeva la sua impotenza. Stava lì come una trappola per la sua debolezza e il suo fallimento e la odiava tanto quanto odiava sua madre. Avrebbe voluto farla a pezzi con i suoi denti o gettarle addosso dell’acido per bruciarla. L’odio gli aveva conferito ingegno e orgoglio. Sputò a terra con scontento e strinse le labbra con disprezzo. Si predispose, si alzò lentamente dal suo posto e si girò verso la porta, la testa alta, il fazzoletto abbassato. Si avvicinò al vecchio con falcate lente e sicure, gli lanciò uno sguardo di superiorità, poi gli gettò il fazzoletto in faccia. Era pulito come prima, immacolato come prima. Non una goccia di sangue rosso l’aveva macchiato. Gli occhi del padre della sposa si abbassarono per l’onta. Le sue spalle si accartocciarono finché la sua testa non raggiunse il suo petto. Gli uomini lo circondarono da tutti i lati per confortarlo, poi si voltarono verso la porta del salone, in attesa&#8230; La sposa apparve sull’uscio, sotto lo scialle rosso il piccolo capo penzolante per l’avvilimento, con sguardi brucianti e accusatori lanciati da tutti i lati.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Racconti di guerra degli iraniani sotto i bombardamenti. “C’è chi intravede un futuro migliore e chi solo distruzione”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/08/racconti-di-guerra-degli-iraniani-sotto-i-bombardamenti-ce-chi-intravede-un-futuro-migliore-e-chi-solo-distruzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 12:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Acconcia]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Acconcia</strong> <br />
Sono passate cinque settimane dai primi raid di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Gli iraniani all’estero come in patria continuano ad essere divisi tra chi considera questi attacchi una fonte di distruzione irreparabile...]]></description>
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<p>di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>Sono passate cinque settimane dai primi raid di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Gli iraniani all’estero come in patria continuano ad essere divisi tra chi considera questi attacchi una fonte di distruzione irreparabile per un paese dalla storia millenaria e chi li valuta come una possibile opportunità per un cambiamento futuro. Negli ultimi giorni sono stati colpiti uno dei più importanti centri medici del Medio Oriente, l’Istituto Pasteur di Teheran, i politecnici Imam Hussein e Malek Ashtar di Teheran, e più volte l’Università di Isfahan, insieme al ponte in costruzione B1 nella provincia di Alborz. E così anche i più strenui oppositori del regime iraniano come Masih Alinejad, tra le ideatrici del movimento “Donna, vita, libertà” ha chiesto agli Stati Uniti di risparmiare le infrastrutture energetiche del paese e di concentrarsi sui centri di potere del regime. Mentre le autorità iraniane continuano a eseguire le condanne a morte tra chi è stato arrestato nelle proteste di inizio anno, tra cui il giovane Amirhossein Hatami, insieme ad Abolhassan Montazer e Vahid Baniamerian, presunti membri del gruppo terroristico in Iran Mojahedin e-Khalq (Mek), e ad arrestare le voci critiche come l’avvocato per la difesa dei diritti umani, Nasrin Sotudeh. Sono almeno 2000 le vittime e 3,2 milioni gli sfollati, secondo i dati delle Nazioni Unite, dall’inizio del conflitto. Abbiamo raccolto voci e testimonianze di chi sta vivendo in prima persona la catastrofe di una guerra illegale, evitabile e non necessaria, combattuta nell’oscuramento di internet, accessibile solo per brevi intervalli, e di cui non si vede la fine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Da Teheran al Mazandaran </strong></p>
<p>“Tutti noi abbiamo un familiare o un amico ucciso in questi bombardamenti”, ha raccontato Mohammad. Solo nei raid in piazza Resalat a Teheran, dove si trova uno dei quartier generali più grandi del gruppo paramilitare dei basiji, 40 persone sono state uccise nei bombardamenti delle prime due settimane. “Si stavano preparando a lasciare il quartiere, aspettavano che la figlia tornasse a casa dal lavoro per andare via tutti insieme. Ma l’esplosione è avvenuta prima che Nilufar tornasse a casa. Sono tutti morti”, ha raccontato Mahnaz. “Conosco una famiglia che ha perso 14 componenti. Una mattina sono passato di qui e ho visto vari resti di cadaveri, uccisi nelle esplosioni”, ha proseguito.</p>
<p>“Nel mio villaggio nel Mazandaran continuano a svolgersi i funerali delle vittime”, ha raccontato Payam. “Ogni volta, come da tradizione, viene collocata una gigantografia del defunto. Lo stesso è successo con Amir Mohammad, aveva appena 21 anni e un fisico da lottatore”, ha spiegato. “Era andato a Teheran per il servizio militare. Aveva promesso a sua madre di tornare a casa per aiutarla a vendere le verdure al mercato. Ma non ha fatto in tempo”, ha spiegato il giovane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Da Isfahan a Bandar Abbas</strong></p>
<p>“Ho visto missili colpire la città. In alcuni casi i raid sono andati intensificandosi. Ho visto tanti essere trasportati in ambulanza in condizioni critiche”, ha spiegato Ahmad, studente che vive a due passi da piazza Naqsh-e Jahan, patrimonio Unesco. “Da quando i bombardamenti sono iniziati, tutti i lavoratori sono terrificati e produciamo la metà rispetto al solito. Abbiamo perso migliaia di euro per tutti i prodotti che avevamo preparato per il capodanno iraniano (Newroz) e che sono rimasti invenduti”, ha spiegato Jolan, proprietario di una panetteria. “Dopo il bombardamento a una caserma anche la nostra casa è andata distrutta. Non possiamo tornare a casa”, ha aggiunto Moataz.</p>
<p>“Eravamo tutti molto preoccupati e pensavamo che ci avrebbero uccisi da un momento all’altro. Abbiamo salutato i nostri professori e compagni di classe pensando che non li avremmo mai più rivisti”, ha spiegato la giovane liceale di Bandar Abbas, Fatemeh. “Dovevo prepararmi per i test di accesso all’università ma ora ho paura di tutto”, ha aggiunto la ragazza.</p>
<p>“Una bambina è corsa verso di me per essere abbracciata mentre erano in corso i bombardamenti”, ha raccontato Sina, 20 anni che vive nella zona industriale di Bandar Abbas. Suo padre gli ha detto di andare via il prima possibile dalle vicinanze del porto. “Dopo un lungo viaggio sono arrivato a Shiraz, la stazione dei bus è stata bombardata e ho continuato il viaggio verso Teheran in taxi”, ha raccontato il giovane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sui tetti di Teheran</strong></p>
<p>“È la seconda volta in un anno che ci siamo trovati a Teheran nel mezzo della guerra. Ci sono checkpoint per strada e milizie che minacciano i cittadini comuni”, ha spiegato Datis, attivista della capitale iraniana. “Passiamo ore sui tetti, abbiamo imparato a distinguere tra MIM-104 Patriot, B-2 e F-35. È meno terribile restare all’aperto che aspettare i bombardamenti chiusi in casa”, ha proseguito Datis. “Mi hanno mandato la foto di una stazione di polizia demolita dai bombardamenti israeliani. L’ho riconosciuta subito perché è il luogo dove sono stato detenuto l’ultima volta che mi hanno arrestato. Passeggiavo mano nella mano con la mia ragazza e la polizia morale ci ha fermato, insultato e umiliato”, ha proseguito Sorush. “Da quella stessa stazione di polizia hanno attaccato chi protestava con spari e kalashikov, senza preavviso”, ha continuato. “Non è possibile fotografare i danni causati dai raid, alcuni sono stati arrestati mentre portavano i familiari in ospedale”, ha aggiunto.</p>
<p>“Ci ritroviamo con i vicini sui tetti perché sono luoghi semiprivati, dove c’è libertà. Lo facevamo anche nella guerra dei 12 giorni dello scorso giugno e nelle proteste di gennaio. Con il passare dei giorni molti sono andati via, dopo i raid alle raffinerie l’aria era irrespirabile ma abbiamo continuato a incontrarci mentre i missili precipitavano”, ha continuato Anita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La vita degli iraniani è segnata da una delle guerre più dure che abbia attraversato il Medio Oriente negli ultimi venti anni, mentre il negoziato per una tregua mediata da Pakistan, Egitto e Turchia fatica a materializzarsi. Non solo, è in corso una guerra di propaganda per cui la nuova generazione di militari iraniani, dopo l’uccisione dei vertici dei pasdaran nei raid israeliani, appare più aggressiva nella comunicazione, così come fa il presidente Usa, Donald Trump che ha promesso di riportare l’Iran “all’età della pietra”, nonostante lanci messaggi confusi sulla durata del conflitto. Fin qui l’aumento del prezzo del petrolio, ben oltre i 110$ al barile, e il pieno controllo dello Stretto di Hormuz sembrano accrescere la capacità negoziale di Teheran, mentre il paese viene distrutto e gli Usa minacciano l’intervento di terra.</p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Perché la guerra di Trump e Netanyahu in Iran è illegale e viola il diritto internazionale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/06/perche-la-guerra-di-trump-e-netanyahu-in-iran-e-illegale-e-viola-il-diritto-internazionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 13:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Acconcia</strong> <br />

Nessuna guerra è necessaria ma questa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran lo è ancora di meno. Mentre cresce il fronte di chi non vuole sostenere l’intervento statunitense e israeliano come la Spagna e chi avanza seri dubbi sulla sua legittimità, come Francia, Canada e Gran Bretagna...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-119078" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/646163394_3384418785045292_8854536450290383495_n-249x300.jpg" alt="" width="249" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/646163394_3384418785045292_8854536450290383495_n-249x300.jpg 249w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/646163394_3384418785045292_8854536450290383495_n-849x1024.jpg 849w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/646163394_3384418785045292_8854536450290383495_n-768x927.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/646163394_3384418785045292_8854536450290383495_n-348x420.jpg 348w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/646163394_3384418785045292_8854536450290383495_n-150x181.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/646163394_3384418785045292_8854536450290383495_n-300x362.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/646163394_3384418785045292_8854536450290383495_n-696x840.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/646163394_3384418785045292_8854536450290383495_n-1068x1289.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/646163394_3384418785045292_8854536450290383495_n.jpg 1080w" sizes="(max-width: 249px) 100vw, 249px" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>Nessuna guerra è necessaria ma questa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran lo è ancora di meno. Mentre cresce il fronte di chi non vuole sostenere l’intervento statunitense e israeliano come la Spagna e chi avanza seri dubbi sulla sua legittimità, come Francia, Canada e Gran Bretagna, è importante chiarire che non esistevano delle prove di un attacco imminente da parte iraniana contro altri paesi. La possibilità che Teheran fosse nell’imminenza di lanciare missili contro l’Europa o addirittura più lontano non è sostenuta da alcuna prova reale. Lo stesso si può dire della possibilità che l’Iran stesse per realizzare un’arma nucleare, smentita dallo stesso direttore dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea), Rafael Grossi.</p>
<p><strong>Perché i raid statunitensi e israeliani sono illegali</strong></p>
<p>I raid di Usa e Israele, inclusi quelli della guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, sono illegali e violano il diritto internazionale. Per Marko Milanovic, docente di diritto internazionale all’Università di Reading, “i raid sono chiaramente una violazione delle norme delle Nazioni Unite che proibiscono l’uso unilaterale della forza tra gli stati”. “L’autodifesa è la sola possibile eccezione a questo divieto ma non è applicabile al caso dei raid statunitensi e israeliani”, ha aggiunto il docente.</p>
<p>L’articolo 2 delle Nazioni Unite proibisce l’uso della forza con l’eccezione di due casi: se c’è l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per autodifesa, e se un attacco avviene contro uno stato membro delle Nazioni Unite.</p>
<p><strong>L’autodifesa</strong></p>
<p>Il Consiglio di Sicurezza Onu non ha autorizzato i raid del 28 febbraio scorso, lasciando aperta la sola possibilità che si trattasse di autodifesa. Il diritto internazionale criminalizza anche l’uso della forza se non nei casi detti prima.</p>
<p>E così chi ha autorizzato questo tipo di raid può essere processato dai tribunali internazionali per crimini di guerra. L’aggressione è uno dei quattro crimini secondo la Corte penale internazionale, con il genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Tuttavia, nessuno dei tre paesi in conflitto ha sottoscritto il trattato fondativo della Corte penale internazionale.</p>
<p>Un attacco preventivo per autodifesa è possibile solo quando è previsto un attacco imminente. Molti paesi rifiutano completamente la possibilità che siano ammessi attacchi preventivi perché sono basati su false percezioni di minacce. Un esempio in questo senso può essere l’attacco in Iraq contro Saddam Hussein del 2003, sebbene non avesse, come è stato poi dimostrato, le cosiddette armi di distruzione di massa, usate come pretesto per fare la guerra.</p>
<p><strong>La minaccia nucleare è stata costantemente esagerata</strong></p>
<p>Con il tempo sarà ancora più evidente fino a che punto sia stato Israele a spingere gli Stati Uniti, nonostante le smentite di Trump, a entrare in questa guerra così come è successo lo scorso giugno. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha suggerito questa interpretazione quando ha spiegato che intervenire in seguito avrebbe aumentato i rischi di perdere vite umane statunitensi.</p>
<p>È plausibile che la decisione di attaccare sia arrivata durante l’ultimo incontro tra Trump e Netanyahu di mesi fa a Washington. Quello che è certo è che Israele ha impedito che i negoziati sul nucleare venissero presi seriamente da parte degli Stati Uniti, ha sempre ostacolato qualsiasi possibilità di dialogo tra i due paesi per evitare una guerra che va principalmente nell’interesse di Tel Aviv. E così mentre si negoziava, Israele e Stati Uniti erano già pronti ad ammassare truppe per attaccare l’Iran.</p>
<p>Non solo, lo stesso ministro degli Esteri dell’Oman, il principale mediatore nel negoziato, aveva formalmente assicurato che l’Iran “non avrebbe mai usato l’uranio arricchito per creare una bomba”. E poi esiste una fatwa in questo senso dell’ex guida suprema, Ali Khamenei, uccisa nei bombardamenti, che vieta l’arma nucleare.</p>
<p>Non solo, lo stesso Trump aveva assicurato dopo gli attacchi di giugno alla centrale di Fordow e in altre località che le capacità nucleari del paese fossero state completamente cancellate.</p>
<p><strong>Non è un’operazione proporzionata</strong></p>
<p>E poi quando si parla di imminenza di un attacco si fa riferimento a una finestra temporale ben precisa e molto ristretta che non esiste nel caso della guerra all’Iran.</p>
<p>Come ha continuato Milanovic, l’uso della forza deve essere comunque proporzionato. “Attaccare l’Iran durante i negoziati è difficile che possa essere considerato un atto di difesa”. Si tratta di una chiara violazione di qualsiasi principio di fiducia reciproca, come sottolineato da Teheran.</p>
<p>Poi bisognerà valutare l’estensione della risposta militare iraniana per analizzarne la proporzionalità. Teheran ha deciso di coinvolgere il più possibile i paesi arabi vicini attaccando basi statunitensi ed europee nella regione, attivando le milizie sciite in Iraq e Libano, chiudendo lo Stretto di Hormuz. Sono 1400 i morti iraniani al sesto giorno di guerra, e poche decine le vittime di Israele e sei i soldati statunitensi.</p>
<p><strong>Crimini di guerra</strong></p>
<p>Nonostante la percezione dei Repubblicani negli Stati Uniti, animati da una vera e propria iranofobia, dell’aggressività regionale iraniana che ha spinto Trump nel 2018 a stracciare l’accordo sul nucleare, voluto dall’ex presidente Barack Obama, l’Iran non ha mai tentato di esportare il modello rivoluzionario post-khomeinista. Se altri paesi hanno seguito gli schemi decisionali iraniani o hanno permesso alle milizie sciite di essere attive in altri paesi, lo hanno fatto nel vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti nella regione dopo il loro ritiro.</p>
<p>D’altro canto, fin qui gli attacchi al palazzo del Golestan, patrimonio Unesco, l’uccisione delle piccole studentesse nella scuola Minab, oltre 160, l’attacco all’ospedale Ghandi di Teheran possono davvero essere inquadrati come crimini di guerra di Israele e Stati Uniti.</p>
<p><strong>L’intervento a sostegno delle masse</strong></p>
<p>Se poi l’intervento Usa è stato motivato dalle mobilitazioni di piazza che hanno portato migliaia di iraniani a protestare contro la Repubblica islamica, a partire dallo scorso 28 dicembre, come spesso sostenuto da Israele, bisogna finalmente ammettere che si tratta davvero di un protesto che si è volatilizzato in pochi giorni.</p>
<p>La possibilità per gli iraniani di scendere per strada e manifestare contro il regime c’è sicuramente stata dopo l’uccisione di Ali Khamenei. Ma non si è mai concretizzata, gli iraniani non hanno mai “preso il controllo del paese”, come auspicato dallo stesso Trump. In altre parole, la maggioranza degli iraniani è contraria a questa guerra ingiustificabile. E per chiudere il conflitto con la fine del regime sarà necessario l’invio di truppe di terra trasformando l’Iran in una guerra logorante che potrebbe essere peggiore del pantano iracheno. Proprio l’opposto delle richieste che venivano in campagna elettorale dalla base Maga di Trump. E poi, in ogni caso, anche questa guerra, come nel caso dell&#8217;Afghanistan, conferma che è impossibile esportare la democrazia con le bombe.</p>
<p>La guerra di Stati Uniti e Israele è illegale e contraria al diritto internazionale. È vista negativamente dal popolo iraniano e potrebbe determinare accuse di crimini di guerra per le autorità statunitensi e israeliane che l’hanno avviata. Purtroppo, l’escalation del conflitto è arrivata a un punto di non ritorno che difficilmente può riportare in pochi giorni le parti a un negoziato per evitare un’estensione indefinita del conflitto. Eppure il dialogo e la soluzione pacifica delle controversie dovrebbero essere sempre la sola carta possibile per evitare massacri e distruzione, soprattutto in una regione già dilaniata dai conflitti com’è il Medio Oriente.</p>
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		<item>
		<title>In difesa della rivoluzione del Rojava</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/26/in-difesa-della-rivoluzione-del-rojava/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 06:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Rojava]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Xanim Serencelik Gianolla</strong> <br />
Alle organizzazioni femminili, ai movimenti delle donne, alle rappresentanze democratiche di tutte le donne e all’opinione pubblica!]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-118407" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/PHOTO-2026-01-28-18-05-02-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/PHOTO-2026-01-28-18-05-02-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/PHOTO-2026-01-28-18-05-02-644x1024.jpg 644w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/PHOTO-2026-01-28-18-05-02-768x1222.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/PHOTO-2026-01-28-18-05-02-264x420.jpg 264w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/PHOTO-2026-01-28-18-05-02-150x239.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/PHOTO-2026-01-28-18-05-02-300x477.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/PHOTO-2026-01-28-18-05-02-696x1107.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/PHOTO-2026-01-28-18-05-02.jpg 921w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" /></p>
<p><strong>di Xanim Serencelik Gianolla</strong></p>
<p>Alle organizzazioni femminili, ai movimenti delle donne, alle rappresentanze democratiche di tutte le donne e all’opinione pubblica!</p>
<p>Non è mai casuale quali siano i diritti sospesi durante le guerre, i conflitti e i periodi di crisi. Da sempre, i primi diritti a essere presi di mira sono quelli legati al corpo, all’identità e alla differenza. Le donne ne sono le vittime più visibili e più gravemente colpite.</p>
<p>Ciò che sta accadendo in Rojava rende questa realtà ancora una volta chiaramente evidente. Il corpo senza vita di una combattente donna gettato dal tetto di un edificio davanti alle telecamere; i capelli tagliati di un’altra donna esposti come “bottino di guerra”; le conversazioni su a chi “donare” due donne curde fatte prigioniere: tutto questo è avvenuto sotto gli occhi del mondo, in una simultanea testimonianza globale.</p>
<p>Questi atti costituiscono crimini di guerra secondo il diritto internazionale. Questi atti sono, allo stesso tempo, una forma esplicita di violenza contro le donne. Le donne curde sono il bersaglio diretto di questa violenza. I responsabili sono miliziani jihadisti appartenenti all’Esercito nazionale siriano.</p>
<p>A questo punto è inevitabile porsi una domanda fondamentale: che cosa rivela il silenzio di fronte a questa violenza evidente, documentata e pubblicamente esibita contro il corpo delle donne?</p>
<p>Le reazioni — o le mancate reazioni — alla brutalità perpetrata nel Rojava funzionano come una cartina di tornasole per comprendere l’atteggiamento dei poteri politici nei confronti dei diritti delle donne e delle loro conquiste storiche. L’indifferenza mostrata di fronte alla violenza di genere è essa stessa una presa di posizione politica.</p>
<p>Il fatto che le strutture jihadiste prendano di mira le donne curde non è casuale. È il risultato di un’ostilità ideologica verso un modello di vita in cui le donne sono soggetti attivi, fondato sull’uguaglianza e sulla libertà. Gli attacchi contro la resistenza delle donne curde non sono limitati a una specifica area geografica: queste pratiche preannunciano la violenza che domani potrebbe colpire le donne in altri contesti.</p>
<p>In Medio oriente sono in corso da tempo conflitti, rivolte e lotte contro regimi oppressivi. Tuttavia, oggi non domina solo una retorica di guerra regionale, ma una narrativa bellica su scala globale. In un’epoca in cui l’autoritarismo viene legittimato attraverso i discorsi sulla sicurezza, la sopravvivenza dello stato e la necessità militare, sappiamo quanto rapidamente i diritti conquistati dalle donne possano essere messi in discussione e cancellati. È proprio per questo che oggi è necessario riflettere due volte, essere più vigili e prendere sul serio i segnali precoci.</p>
<p>La documentazione e la diffusione mediatica della violenza contro il corpo delle donne sono atti politici. Attraverso questi meccanismi, la violenza maschile militarista viene resa visibile, normalizzata e riprodotta all’interno di un sistema di impunità. Eppure, colpisce l’assenza di una posizione chiara e netta da parte dei governi e delle élite dirigenti che si definiscono difensori della democrazia e dei diritti umani di fronte a questa barbarie. Ancora una volta, assistiamo a come la violenza contro le donne venga ignorata quando entrano in gioco interessi imperiali.</p>
<p>Questo quadro rappresenta una soglia politica per le organizzazioni femminili, i movimenti delle donne e le donne con rappresentanza democratica.</p>
<p>Perché sappiamo che i diritti non esistono solo nel momento in cui vengono conquistati, ma esistono nella misura in cui vengono praticati e difesi. Il silenzio, il più delle volte, non è neutralità: apre spazio all’espansione della violazione.</p>
<p>La normalizzazione odierna della violenza antifemminile in un territorio, la vita di quali donne dovrà colpire un domani affinché venga finalmente compreso che si arriva ad agire tardivamente?</p>
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