<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>giuseppe schillaci &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/author/giuseppe-schillaci/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Mon, 18 May 2026 06:58:09 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Hajar Azell, Il senso della fuga (Marcos y Marcos 2026)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/18/linvenzione-della-luna/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/18/linvenzione-della-luna/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Beirut]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo di guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[marcos y marcos]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[scrittrice marocchina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119929</guid>

					<description><![CDATA[di <b>Hajar Azell </b> <br />Beirut gennaio 2010<br />
Alice cammina per le strade buie di Beirut un’ora dopo essere atterrata. Passa davanti ai bar dalle luci soffuse, percorre...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Hajar Azell</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-120598 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar-190x300.jpg" alt="" width="319" height="504" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar-190x300.jpg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar-266x420.jpg 266w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar-150x237.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/copertina-jpg-hajar.jpg 300w" sizes="(max-width: 319px) 100vw, 319px" /></p>
<p style="text-align: center;">Prime pagine del secondo romanzo dell&#8217;autrice</p>
<p style="text-align: left;">Beirut, gennaio 2010<br />
Alice cammina per le strade buie di Beirut un’ora dopo essere atterrata. Passa davanti ai bar dalle luci soffuse, percorre due volte avanti e indietro la stessa stradina prima di riuscire a trovare quello che le aveva indicato Paul, nascosto nel cortile di un palazzo. Entra, si siede su uno degli sgabelli al bancone e ordina: «Vodka, salsa piccante, limone, oliva».<br />
«Il doudou?»<br />
«Sì, tre doudou».<br />
Il barman, intrigato, la guarda buttar giù gli shot. Alice, poggiando l’ultimo bicchiere sul bancone, avverte un bruciore alla gola. Si trova finalmente dove ha sempre sognato di essere: in un paese sconosciuto, da sola, con il giornalismo come unica occupazione. Morde l’oliva scandagliando il locale con lo sguardo. Non assomiglia affatto al covo di corrispondenti che le aveva descritto Paul.<br />
In fondo alla sala, alcuni adolescenti muovono timidamente i fianchi sulla pista da ballo. Il barman le spiega che il locale ha cambiato proprietario da qualche mese. «Per fortuna siamo riusciti a salvare il bancone…» dice passando la mano sul legno segnato. Alice annuisce. Prima che possa prendere il cellulare, l’uomo le mette un bicchiere sotto il naso. «Offre la casa» le dice fiero presentandosi: si chiama Hussein. Alice sorride. Il chili le ha lasciato un sentore di piccante sulle labbra. Sono rosse e lucide. Hussein si apre una birra Almaza. I loro bicchieri si toccano, poi Alice torna a guardare il telefono per leggere la mail di Paul. Quando è riuscita a ottenere lo stage al giornale libanese, è stato il primo a saperlo. Era contento di farle scoprire la città nella quale era stato corrispondente per più di quindici anni. “A Beirut si danza intorno alle tombe” le aveva raccontato, con una strana fascinazione negli occhi. Alice lo aveva aspettato al termine del corso che teneva nella sua scuola di giornalismo per fargli alcune domande. Voleva sapere come diventare reporter, da dove cominciare, dove andare. Da quel momento, ogni volta che doveva prendere una decisione importante, Alice consultava Paul.<br />
A poco a poco il bar si riempie. La musica si alza e i muri sono inondati da lampi di luce. Alice si lascia trascinare dal ritmo, stringendo un altro bicchiere fra le mani. È mezzanotte quando finalmente il dj mette su la dance. I corpi si dimenano al suono di Get It Right degli Y.A.S. Hussein guarda Alice allontanarsi dal bancone per ancheggiare sulla pista con le mani in aria. I lunghi capelli ondeggiano prima da un lato poi dall’altro, e Hussein si chiede chi sia quella ragazza che, dopo aver buttato giù quattro doudou, balla sola la sera. “Let it laugh, let it crash”. La voce vellutata di Yasmine Hamdan si sovrappone ai ronzii elettronici e tutti ripetono in coro: “Let it laugh, let it crash”. Alla fine del suo turno, Hussein si passa una mano tra i capelli e cerca Alice con lo sguardo.<br />
Invano. È sparita. Non l’ha vista uscire. “Let it shine on, let it die”.<br />
Alice esce dalla porta sul retro senza salutare Hussein. Non sa mai cosa dire quando arriva il momento di lasciarsi. Entra in un bar, poi in un altro, si ferma a guardare le persone che si abbracciano, ridono a crepapelle, camminano incespicando, parlano troppo forte. Una sensazione di vuoto la invade.<br />
Si sente estranea alla scena, come se un vetro la separasse da ciò che vede. Continua a camminare tenendo l’ultima sigaretta fra le dita. Fa girare la rotella con il pollice che si arrossa, ma l’accendino si rifiuta di funzionare. Non fa più clic, si sente solo il sibilo del gas che fuoriesce. Nulla per rischiarare la notte.<br />
Alice traccia il suo cammino nell’oscurità allontanandosi dalla festa. Quella mattina era ancora a Parigi, nell’appartamento snobbato dalla luce. E ora, attraversa questa città le cui strade le sembrano già familiari. Cammina senza meta da quando ha lasciato Gemmayzé, poi decide di seguire rue de Damas, la Linea verde. Durante la guerra civile quella linea tagliava in due la città: a ovest, i quartieri musulmani, a est, quelli cristiani. Ha letto decine di articoli a riguardo. La Linea verde: gli abitanti sono fuggiti e la vegetazione l’ha invasa. Nelle foto di Paul, si vedevano alberi cresciuti un po’ ovunque, grandi alberi folti di un verde brillante.<br />
Alice cammina per un’ora, legge i nomi delle vie, tenta di ricomporre i quartieri. Lo sguardo diretto ai piani alti dei palazzi. Gli alberi si erano fatti strada attraverso le finestre, fin negli appartamenti disertati dai loro inquilini. Si chiede chi li abiti oggi. Da che parte stavano quelle famiglie durante la guerra? Quali paure le tormentano ancora la sera? E poi, sfinita dalle domande che le frullano in testa, Alice si ferma alcuni minuti a osservare il cielo. È un’abitudine di quand’era bambina. Ogni sera, prima di dormire, cerca la Luna con lo sguardo. Intorno all’astro perlaceo brillano le stelle, guardiane silenziose di tutte le storie mai raccontate. Fin dai primi giorni a Beirut, Alice vaga per la città. Ama l’ebrezza dell’ignoto, l’euforia delle prime volte. Può finalmente parlare arabo, dopo averlo studiato per anni ai corsi serali. Le persone si stupiscono della sua padronanza linguistica, le chiedono da dove viene, se in fondo, a cercar bene, non abbia un po’ di sangue libanese. Col passare del tempo, finisce per dire che sì, forse viene anche un po’ da qui, chissà.<br />
Il proprietario dell’appartamento che ha affittato è un ex architetto. Le racconta che, negli anni Novanta e Duemila, condomìni nuovissimi sono spuntati un po’ dappertutto, come a nascondere le tracce della guerra. Solo poche famiglie sono riuscite a battersi per salvare la propria casa. La collina verde di Beirut è diventata una montagna biancastra sulla quale il cemento cresce come le ortiche.<br />
Da quando ne hanno parlato, per Alice la città è come un puzzle di cui sta ricostruendo l’immagine.<br />
C’è la Beirut festosa, la Beirut della guerra, la Beirut delle comunità, la Beirut ricca. La città ha in sé qualcosa di inafferrabile che affascina Alice. Da quando è arrivata, ogni fine settimana corre lungo la strada panoramica, l’album degli Y.A.S. nelle orecchie. Alice guarda Beirut sfilare come un film accelerato. Costeggia il lungomare, gli occhi assorbiti dalle onde che si infrangono sugli scogli.<br />
Correre le regala un senso di pace. I pensieri che si agitano confusi trovano finalmente un ordine. Le sembra di rimbalzare sull’asfalto. Quando corre, Alice si sente invincibile.</p>
<hr />
<p><strong>Hajar Azell </strong>è nata a Rabat nel 1992, Hajar Azell non aveva ancora vent&#8217;anni quando, tra il 2010 e il 2011, la ‘primavera araba‘ infiammò le strade di Tunisi, Il Cairo, Damasco e Algeri, prima che le speranze che aveva suscitato fossero spazzate via o represse nel sangue. Oggi Hajar vive tra Parigi e Rabat; ha dato vita alla rivista www.onorient.com, che celebra lo slancio creativo del Nord Africa e del Medio Oriente.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/18/linvenzione-della-luna/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Anna Voltaggio &#8211; La santa degli altri</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/11/anna-voltaggio-la-santa-degli-altri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Voltaggio]]></category>
		<category><![CDATA[neri pozza]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[santa rita]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119277</guid>

					<description><![CDATA[Primo capitolo dal nuovo romanzo di Anna Voltaggio "La santa degli altri" (Neri Pozza, marzo 2026)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Anna Voltaggio</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-119391 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-181x300.jpg" alt="" width="255" height="422" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-181x300.jpg 181w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-253x420.jpg 253w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-150x249.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-300x498.jpg 300w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /></p>
<p style="text-align: center;">Primo capitolo de</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La Santa degli Altri</strong></p>
<p style="text-align: center;">di Anna Voltaggio</p>
<p>Nica mi ha lasciato, e per due settimane non me ne sono accorto. Un giorno mi ha fatto trovare un biglietto nella nostra stanza. L’ha scritto sulla carta di un cioccolatino,lo ha mangiato e poi ha scritto: Sapevamo entrambi che il trop po è per poco.<br />
Io mi sono messo seduto, dal lato in cui si sdraiava lei, e ho cercato di ricordare cosa fosse successo nelle ventiquattro ore precedenti, alle volte sono distratto.<br />
Anche a considerare dettagli senza importanza, non c’era niente che anticipasse una decisione così drastica, non trovavo segnali che facessero sospettare che quella sera avrei aperto la porta e trovato il suo passaggio e la sua fuga.<br />
Aveva anche quantificato il nostro tempo. Era stato davvero «poco»?<br />
Non avevo mai ragionato su quanto potesse durare la nostra relazione, come non ragiono su quanto possa durare la mia vita. Le cose finiscono, si sa, non ha senso starci a pensare.<br />
Di tanto in tanto era stato argomento delle nostre conversazioni, perché invece Nica, su questa cosa del tempo, ci ragionava eccome.<br />
Aveva ordinato un chinotto con ghiaccio e limone, al chiosco improvvisato sulla stradina sterrata davanti agli scogli. Il tavolo in alluminio era ricoperto di salsedine e avevo l’impressione che l’ombrellone dell’Algida sopra di noi creasse l’unico quadrato d’ombra di tutta la Sicilia.<br />
«Per quanto mi sforzi, non riesco a vederci nel futuro» disse all’improvviso, incastrando il bicchiere ghiacciato tra le cosce nude.<br />
«Da quand’è che cerchi di vedere il nostro futuro? Io non ci penso mai».<br />
«Ah, ecco. Sarà per questo che non lo vedo».<br />
«Sei di cattivo umore?»<br />
«No, affatto».<br />
«Non si direbbe».<br />
«Ti comporti come se ti avessi chiesto qualcosa…»<br />
«Ho solo sottolineato che non ci penso».<br />
«Ho detto che non riesco a immaginarci. È ridicola la tua reazione».<br />
«Va bene. Non mi va di litigare con trenta gradi».<br />
«Ti piace così tanto assumere questa posa?»<br />
«Di che stai parlando? Tu pensi troppo, diventi intrattabile quando pensi troppo».<br />
«Secondo te dove arriveremo?»<br />
«Suppongo che arriveremo fino alla fine».<br />
«Dunque, abbiamo una fine».<br />
«Non fare la bambina, anche l’amore eterno ha un tempo finito».<br />
«Noi bambine crediamo ai miracoli e all’amore infinito. Voi bambini fate la guerra, fate finire le cose».<br />
«Ce la stiamo vivendo, Nica. Quando finisce, finisce».<br />
«La stiamo vivendo a tentoni come un cieco».<br />
«A essere onesti, è l’unico modo».<br />
Si alzò e rimase in piedi davanti al tavolo, come fanno i ragazzini impazienti di fare qualcosa di meglio. L’uomo del chiosco si avvicinò presentandomi lo scontrino con aria vagamente solidale. Nica era generosa. Generosa nel senso che mi faceva continuamente regali, piccoli o costosi, nei limiti dei suoi guadagni, eppure non pagava mai. Mai al bar,<br />
né al ristorante, né al cinema. Non faceva neanche il gesto e non mi ringraziava dopo che le porgevo il suo biglietto o ci presentavano il conto che ormai avevo preso l’abitudine di afferrare. C’era qualcosa di lieve in quella sua indifferenza, che m’inteneriva, perché<br />
per tutto il resto voleva controllo, come se potesse calcolare ogni variabile della vita senza farsi mai trovare impreparata.<br />
Queste cose posso dirle adesso, che passo i miei giorni incollando pezzetti di lei come se fosse un puzzle di cui cerco di costruire il disegno.<br />
L’unica ragione che quella mattina l’aveva trattenuta dall’impulso di andarsene era che stavamo con la mia macchina a nove chilometri dalla città. Sentivo distintamente il suo senso di repulsione per la mia ragionevolezza, e di quelle sue reazioni ero esausto ma<br />
anche appagato.<br />
A ripensarci adesso che non c’è più, mi viene il dubbio che con quella frase improvvisa, Non riesco a vederci nel futuro, volesse lasciarmi intendere qualcosa di più profondo che però fatico ad afferrare. Ma forse sto soltanto manipolando la verità di un fatto molto<br />
più semplice, forse sto soltanto rimuginando troppo. Da quando se n’è andata non faccio che vivisezionare il tempo per trovare il punto esatto che mi sono perso, quello in cui ha deciso di sparire, e inizio a credere che, più mi ostino a cercare lei, più perdo me stesso.<br />
Sulla via del ritorno, il caldo opprimente combinato alla conversazione ci aveva reso tristi e non parlammo più. Misi in moto senza allacciare la cintura e dopo pochi secondi l’avviso acustico di sicurezza azionò i suoi bip striduli, sempre più ravvicinati, che ostentavo<br />
di ignorare fissando la strada. Sentivo il suo sguardo addosso, una furia muta che riempiva tutto l’abitacolo. In uno scatto improvviso e rapido, come qualcosa che cade dall’alto, Nica sbatté con una violenza selvaggia entrambe le mani sul cruscotto, facendomi saltare in aria. Allacciai la cintura e accesi la radio, senza dirle una parola. Dopo un paio di chilometri partì un brano dei Clash con un ritmo irresistibile che mi spinse a tamburellare con le dita sul volante, e Nica spense la radio.<br />
La sua irritazione provocava la mia, in una spirale che si alimentava in sé stessa. Il sale mi bruciava addosso e m’infiammava la pelle, sentivo prudere dappertutto, ma non osavo grattarmi. La macchina intanto scivolava sul viale ombroso della Favorita e ci riportava verso la città.<br />
Da quando mi ero trasferito a Palermo, fantasticavo di prendere una villetta sotto le Grotte dell’Addaura. L’idea di vivere in una casa tra il mare e le montagne mi dava la convinzione che avrei potuto combinare qualcosa di buono e smettere di scrivere i sottotitoli dei film, che presto sarebbero stati tradotti da un’intelligenza artificiale velocissima ed efficiente,<br />
in grado di cogliere sfumature di linguaggio apprese in dodici minuti.<br />
Quando ho conosciuto Nica, devo ammettere, ero in quel momento fragile della vita in cui non è chiaro se il futuro che deve arrivare è ancora quel genere di futuro che cambia le cose o se invece è soltanto il tempo che resta. In questi momenti, in modo del tutto paradossale, le illusioni generano sicurezza.<br />
Per non lasciarmi sopraffare da certe inquietudini, comunque, mi limitavo ad allontanarle, considerando fatti che non avevano a che fare soltanto con me stesso, ma con me in relazione al mondo. Mi concentravo sull’insieme e mai sul dettaglio.<br />
Quando si affacciano domande scomode è bene spostare l’attenzione su cose di maggiore importanza, che rendono insignificanti le nostre piccole miserie. I Paesi in guerra, l’oscenità mediatica, la paura del vuoto, gli squilibri economici, le solitudini, il disincanto del mondo.<br />
Mi chiese di lasciarla al negozio della sua amica Teresa e quando fermai la macchina, prima di aprire lo sportello mi guardò con un ghigno.<br />
«E allora? Come andrà a finire tra me e te, visto che tutto finisce?»<br />
«Come vuoi che vada a finire?»<br />
«Come se fosse stato un sogno» disse.<br />
Quella frase mi sembrò naïf, ma piena d’amore. Ricordo di aver sentito qualcosa di profondo salire in superficie e poi espandersi. Avrei voluto abbracciarla, ma invece non feci niente. Lasciai le braccia tese sul volante e la macchina in moto.<br />
Nica allora scese spingendo indietro lo sportello con una certa forza e per due giorni non si fece più sentire.<br />
Comunque sia, anche a saperle, tutte queste cose, si va avanti lo stesso, e il futuro, quando ci sono di mezzo i sentimenti, sembra che non debba arrivare mai. Dopo quei giorni di assenza, infatti, abbiamo ricominciato a vederci come se quella giornata non<br />
avesse avuto nessun senso. Nessun significato. Siamo abituati a immaginare il futuro convinti che saremo come siamo nel momento in cui lo stiamo pensando. Come se non dovessimo mutare, come se, nel frattempo, le cose della vita non dovessero succedere. È stupefacente come siamo ostinati a rifiutare la morte.<br />
Ultimamente mi chiedo come avrei dovuto risponderle quel giorno in macchina e se avrebbe fatto una qualche differenza. Come volevo che andasse a finire?<br />
Ognuno ha le sue idee sul modo di finire le cose. Che Nica sparisse così, come in un gioco di magia, non mi sembrava il modo migliore, ma avrei preferito una cena al ristorante o una lettera? Avrei preferito lasciarla io. Ecco cosa avrei dovuto rispondere. Per quanto doloroso possa essere, scegliere di allontanarsi da qualcuno contiene l’idea di avere<br />
accettato una rinuncia, e non è roba da poco.<br />
Succede sempre tutto in primavera. Adesso che è luglio, non succede più niente, l’estate addormenta le cose.<br />
Sono andato al negozio della sua amica Teresa, ieri, ho fatto avanti e indietro davanti alla vetrina decorata di piccole luci gialle e gigantografie di modelle dall’ovale rassicurante, ho guardato le clienti circondate dalla carta da parati a fiori, le ceste di shampoo e gli scaffali con le creme azione d’urto. Sembrava che lì dentro le persone si muovessero più lentamente, come se l’aria fosse soffice e asciutta mentre fuori, dove ero confinato io, traboccava di umidità. Avevo l’impressione che la porta di vetro del negozio fosse l’accesso di un mondo che mi veniva precluso. Ho osservato per un po’ le mani di Teresa che si davano da fare sopra la testa della donna seduta, che le sorrideva attraverso lo specchio mentre lei ricambiava con indulgenza, districando pazientemente la massa di capelli ruvidi e ispidi. I suoi, al contrario, sembravano una decorazione, ricci stretti e lunghi che occupavano molto spazio intorno a lei. Ne ha raccolto un paio di ciocche appuntandole con qualcosa, sono così neri che il sole che filtrava dal vetro li faceva luccicare.<br />
Non so quasi niente di lei, se non che con Nica si conoscono dai tempi della scuola e che è orfana. Quella parruccheria del borgo l’ha ereditata dalla zia perché ci lavora dentro da quando è una ragazzina, e le sorelle, per questa ragione, dell’eredità adesso non<br />
le parlano più.<br />
Le amiche di Nica mi hanno sempre messo uno strano timore addosso. Ogni tanto mi parlava di loro e me le figuravo come amazzoni sempre pronte a colpire, ma Teresa più di tutte, e adesso che la vedo per la prima volta mi sembra di riconoscere la bellezza severa che avevo immaginato.<br />
Se fossi entrato a chiederle dove fosse finita la sua amica non mi avrebbe risposto; nel migliore dei casi mi avrebbe guardato con compatimento, nel peggiore mi avrebbe chiesto di andarmene, senza riconoscermi, guardandomi come un estraneo, un nemico, un infiltrato.<br />
Alla fine, ho passeggiato avanti e indietro senza fare niente, ripensando alla stanza più vuota che avessi mai visto, quella senza di lei.<br />
La sera in cui Nica è sparita era il 22 maggio. È una coincidenza, perché il 22 maggio è la festa di santa Rita. Mi chiedo se l’abbia scelto apposta, perché anche questo era un tema ricorrente nelle nostre conversazioni, e il giorno del nostro primo incontro, senza che le avessi chiesto un bel niente, mi si era seduta accanto e aveva cominciato a parlare di santa Rita. Ci siamo conosciuti a un funerale. Questo particolare grottesco avrebbe dovuto prepararmi, anziché divertirmi. Era morta Mimì Puglisi, proprietaria della libreria Le Volte, che frequentavo abitualmente da quando mi ero trasferito, una di quelle librerie che<br />
sembrano il salotto di casa, con un divanetto a due posti tappezzato in velluto verde oliva e un vecchio pianoforte addossato al muro dove, sopra, era appesa una bella stampa incorniciata con un disegno di Dino Buzzati. Ero fuori dalla chiesa perché volevo prendermi<br />
una pausa da quella messa lunga e faticosa, dal prete che parlava con tono cantilenante citando passi del Vangelo secondo Matteo, e non so perché fosse uscita anche lei, ma in quel momento pensai che fosse per la stessa ragione.<br />
«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».<br />
«Beati voi» mi era suonato ironico.<br />
Il prete pronunciava frasi brevi con un tono che invitava a completarle, e infatti tutti, in coro, finivano le frasi dietro di lui. Parole sempre uguali ritornavano fino a svuotarsi di significato, come un rituale ipnotico in cui non si chiede a nessuno di comprenderne il<br />
senso.<br />
Io non sono stato educato a frequentare le chiese da fedele, neanche da simpatizzante. Le ho sempre conosciute vuote e stratificate, perché entrambi i miei genitori erano architetti e mi raccontavano le piante a croce, il transetto e l’abside, ma nessuna storia che riguardasse i misteri o le leggende. Non sono neanche abituato a vedere le chiese piene di persone, né preti che dicono messa. Mio padre aveva deciso che non era il caso che facessi il catechismo come il resto dei miei amici e nel 1987 ero l’unico bambino della<br />
scuola, forse di tutta Pavia, a essere esonerato dall’ora di religione.<br />
A un certo punto della messa mi ero isolato e avevo perso il significato di tutte le parole, non pensavo più neanche a Mimì Puglisi. Ero abbandonato a un flusso di pensieri vaghi sulla colpa e il desiderio, e di tanto in tanto tiravo fuori il cellulare dalla tasca per lasciarmi<br />
distrarre dall’algoritmo e accertarmi che fosse ancora carico, anche se sapevo che lo era.<br />
L’odore intenso della chiesa mi aveva messo addosso un fastidioso senso di disagio ed ero uscito. Seduto su un gradino defilato, davanti a un vecchio portone di cui si intuiva il verde della pittura ormai scrostata, mi accesi una sigaretta nel mezzo del mercato chiuso e muto. Nica si avvicinò e venne a sedersi accanto a me come se fosse normale. Indossava pantaloni stretti e un maglione che sembrava fatto a mano, con le maniche troppo lunghe che lasciavano appena scoperte le dita affusolate. Era un maglione nero con<br />
due grandi narcisi azzurro polvere che sparivano dietro i fianchi; sopra portava un trench lungo fino alle caviglie che svolazzava appena mentre avanzava verso di me con i suoi stivaletti di pelle sottile. Era una figura elegante e determinata, con la vita stretta e il ventre incavato. Dalle mie parti non è abitudine sedersi accanto a un estraneo, per di più per condividere una cosa tanto intima come il fumo di una sigaretta. Mi chiese da accendere con un tono molto serio, ma d’altra parte eravamo a un funerale. Fissai la sua<br />
giacca leggera e scura che strisciava a terra.<br />
«Hai visto il santuario di Santa Rita?» disse mentre avvicinava la sigaretta incastrata tra le labbra alla fiamma.<br />
«No» risposi sorpreso.<br />
«Eri dentro la chiesa, però».<br />
«Mi sono fermato nelle ultime file».<br />
«È alla sinistra della navata, nel cortile del convento. È molto potente».<br />
«Non sono religioso» mi affrettai a dire con un’aria di superiorità. «Conosco giusto i fondamentali».<br />
«Sei milanese». Inclinò a destra la testa sorridendo, come se esserlo fosse stupido.<br />
«Pavia. Ma l’ho lasciata presto e sono stato un po’ qui e un po’ lì. Adesso vivo a Palermo da quasi tre anni».<br />
«Molte donne sono devote a santa Rita in questa città, cercano aiuto e lo chiedono, sentono una connessione forte».<br />
«Santa femminista…»<br />
Fece una risatina per compiacermi.<br />
«D’altra parte sei un uomo» disse.<br />
«È un insulto? Non sono un fan del patriarcato».<br />
«È un fatto con i suoi limiti; gli uomini non possono sapere queste cose, non fanno parte della loro storia. Voglio dire… a Palermo le donne dovevano farsi furbe per sopravvivere, cercare alleanze. Meglio se con una santa».<br />
Mi era parso che s’illuminasse, mentre parlava, quel tipo di luce che trafigge da dentro, che rivela un fuoco.<br />
Fece un lungo tiro dalla sigaretta e il fumo uscì così denso e azzurro che ebbi l’impressione di guardarla attraverso la nebbia.<br />
«Quando ero piccola mia nonna mi raccontava la sua storia per farmi addormentare. La conosci la storia di santa Rita? Ma più ancora dei miracoli, mi piaceva sentire le richieste che le venivano fatte, mi sembrava di entrare nelle vite degli altri».<br />
Parlava senza prendere fiato, come se avesse fretta di dirmi tutte quelle cose che ascoltavo senza capire.<br />
«Speravo sempre in un lieto fine» disse, «che il miracolo si compisse, che i desideri venissero esauditi.<br />
Anche io cercavo di fare miracoli. Una volta ho resuscitato Lola, la mia gatta, quando è caduta dal terzo piano. Ma non sono riuscita a resuscitare mia nonna».<br />
Questa volta risi io. Timidamente. E lei mi guardava e mi sembrava contenta.<br />
«Ho l’impressione che si raccontino volentieri le grazie ricevute e ci si dimentichi di quelle inascoltate. Io preferisco non credere ai miracoli».<br />
E quando dissi così lei si rifece seria all’improvviso.<br />
«Forse non hai mai sofferto» disse.<br />
«Non saprei».<br />
«Per dolori profondi sono necessarie difese forti».<br />
Non ero affatto sicuro di seguire il filo del suo discorso ma non volevo che smettesse di parlare, stavo scivolando dal mondo reale a quello delle possibilità, e il desiderio che nasceva bruscamente per lei mi dava una vertigine.<br />
«Era di Cascia, niente di più lontano da un’isola. Ma a Palermo le donne sognavano cose impossibili, soluzioni a vite disperate».<br />
«E tu preghi per i tuoi sogni impossibili?»<br />
«Sì, una specie».<br />
Lo disse con dolcezza e poi fece un sorriso incredibile che per un momento sembrò dissolvere tutta la tristezza del mondo.<br />
Mi rendevo conto di guardarla come un innamorato pazzo. Le fissavo il collo nudo e gli occhi screziati di arancione, contornati di nero. In certi istanti sembrava una fata o una sirena; qualcosa di soprannaturale, ma provai a non darci peso. Si sarebbe alzata e<br />
non l’avrei vista più, pensavo, come succede con le fantasie.<br />
Non ricordo bene il resto della conversazione ma, improvvisamente, senza tanti giri di parole, le chiesi il numero di telefono e lei mi illuminò con un’occhiata rapida e chiara.<br />
Tirò fuori dalla tasca della giacca una penna con l’inchiostro liquido rosso e lo scrisse sulla mia mano, insieme al suo nome. Nica. Senza fare nessun sorriso e senza chiedermi perché. Io dissi ad alta voce il mio nome, Tommaso, lasciandolo appeso nell’aria, poi rimanemmo qualche minuto uno accanto all’altra senza dire altro, con le cicche delle sigarette spente nelle mani.<br />
«Perché sei a questo funerale?» mi chiese, alla fine.<br />
«Era la mia libraia. Ho passato molte ore a parlare con lei, mi ero affezionato a quel suo modo polemico e tenero che aveva di guardare il mondo. Ogni tanto mi chiedeva di tradurre certe schede che presentavano i libri da ordinare, erano per la sua socia francese,<br />
aveva anche una libreria italiana a Parigi. Ma forse lo sai» dissi distrattamente, rivedendo per un momento il viso di Mimì che rideva.<br />
«Sei un traduttore?»<br />
Annuii e subito dopo, come preso da uno strano pudore, mi corressi.<br />
«Una specie: scrivo i sottotitoli dei film, finché i robot non lo faranno al posto mio». (Ma non aggiunsi che nei mesi peggiori traducevo anche i bugiardini delle medicine e le istruzioni per ogni genere di elettrodomestico).<br />
«Bello» disse, con un’indifferenza sincera.<br />
«Mimì Puglisi invece stava scrivendo un libro, chissà se è riuscita a finirlo. Diceva che me lo avrebbe fatto leggere. Era appassionata di piante, un giorno mi ha regalato dei bulbi di amaranto, ma ho dimenticato di piantarli».<br />
«E di che parlava? Il libro, dico».<br />
«Non lo so. Qualche tempo dopo ho saputo che si era ammalata e non l’ho vista più in libreria. Mi è dispiaciuto».<br />
«Già».<br />
«Tu la conoscevi bene?»<br />
«Anche io ho passato molte ore a parlare con lei».<br />
Poi era andata via e alla fine della funzione l’avevo cercata tra i capannelli di persone che indugiavano sulla strada. Guardandomi intorno chiesi di lei a uno sconosciuto con la barba che fumava la pipa e che aveva gli occhi lucidi di chi ha trattenuto il pianto.<br />
«È andata al cimitero, per la sepoltura» disse quell’uomo. «È la figlia».<br />
La notizia e il caldo, quella notte, non mi avevano fatto dormire.</p>
<hr />
<p><strong>Anna Voltaggio</strong> è nata a Palermo. Vive a Roma e lavora nel settore culturale. Ha esordito con La nostalgia che avremo di noi, pubblicato da Neri Pozza nel 2023.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La Moda &#8211; racconto di Manuel Perrone, illustrazioni di Ettore Tripodi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/01/manuel-perrone-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 05:23:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[ettore tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[Manuel Perrone]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[moda]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[salone del mobile]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=112219</guid>

					<description><![CDATA[La Moda: racconto inedito di Manuel Perrone con le illustrazioni di Ettore Tripodi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Manuel Perrone</strong> e <strong>Ettore Tripodi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-119384 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-282x300.jpeg" alt="" width="282" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-282x300.jpeg 282w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-964x1024.jpeg 964w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-768x816.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1446x1536.jpeg 1446w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-395x420.jpeg 395w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-150x159.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-300x319.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-696x739.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1068x1134.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1920x2040.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30.jpeg 1928w" sizes="(max-width: 282px) 100vw, 282px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>LA MODA</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>testo di Manuel Perrone / illustrazioni di Ettore Tripodi</strong></p>
<p>La moda è -forse- l&#8217;unica soluzione di continuità dopo Beckett. Dopo Godot. Non succede nulla. C&#8217;è tutto: la luce, la scenografia, la musica e i costumi. Ma non c&#8217;è neanche un tentativo di drammaturgia.<br />
A modo loro non ci sono problemi. Tutto sta per iniziare, ma è già finito.<br />
Ho assistito una sola volta a una sfilata di moda, alla villa Noailles di Hyères. Tutto stava per succedere. Il pubblico era composto da gente che arrivava in elicottero. Una vecchia stalla per i tori in mezzo alle acque paludose della presque-ile. Agenti di sicurezza con l&#8217;inalambrico e l&#8217;ansia da guardie del corpo. Tutti seduti stretti e trepidanti. Un anti-comunione in cui l&#8217;obiettivo ultimo è l&#8217;esclusione e non l&#8217;inclusione. Un rituale post-moderno di una non-comunità.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-119385 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-3-300x282.jpeg" alt="" width="300" height="282" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-3-300x282.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-3-1024x962.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-3-768x721.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-3-1536x1442.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-3-447x420.jpeg 447w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-3-150x141.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-3-696x654.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-3-1068x1003.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-3-1920x1803.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-3.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
Poi il silenzio. Le luci, la musica, e i personaggi che arrivano &#8230; e se ne vanno.<br />
Cos&#8217;è questo teatro che nega un ruolo all&#8217;attore, al conflitto e al suo sviluppo? Anche i corpi che sfilano sono già risolti. A volte un qualche stilista ambizioso userà un vecchio, ma usandolo anche la vecchiaia in quella forma liofilizzata sarà già risolta. Ma anche i più belli durano una sola stagione, sono intercambiabili. L&#8217;abito non fa il monaco, è monaco, resta solo lui, a mala pena ha bisogno di corpi per essere portato.<br />
La sfilata non prevede nient&#8217;altro. Si vede che le piacciono i codici del teatro, le mitologie del cinema, ma è un inno all&#8217;eiaculazione precoce come soluzione ultima alla continuazione della specie.<br />
Cerco di capire Milano da quando ci vivo. La cerco nelle canzoni di Jannacci ma trovo altro. O non trovo e continuo a cercare. Da tempo inizio a intuire che non troverò niente, che è proprio quello l&#8217;elemento da trovare.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-119383 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1-300x219.jpeg" alt="" width="300" height="219" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1-300x219.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1-1024x749.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1-768x562.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1-1536x1124.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1-574x420.jpeg 574w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1-150x110.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1-696x509.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1-1068x781.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1-1920x1404.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1-324x235.jpeg 324w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.30-1.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Le prime sfilate di moda nascono durante il secondo impero, leggo, quello di Napoleone terzo. L&#8217;imperatore vuole fare della capitale francese una vetrina.<br />
Ecco. La moda sta alla vetrine come il teatro sta al palcoscenico.<br />
Ma le nostre città che erano palcoscenici involontari sono tutte diventate vetrine? Ma vetrine per chi, per cosa? Chi è che compra e che cosa è in vendita?<br />
A Milano sono andato al salone del mobile. Perché voglio capire. Non so esattamente quand&#8217;è che poeti e compositori hanno lasciato il posto a mutande e posaceneri. Ma evidentemente è il loro turno storico.<br />
Vedo una fila. Mi metto in fila dietro l&#8217;ultima persona. Non so se posso. Arriva il mio turno, la guardia mi chiede di inquadrare un QR-code con il telefono. Lo faccio. E ho diritto a entrare.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-119382 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-2-286x300.jpeg" alt="" width="286" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-2-286x300.jpeg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-2-976x1024.jpeg 976w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-2-768x806.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-2-1464x1536.jpeg 1464w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-2-400x420.jpeg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-2-150x157.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-2-300x315.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-2-696x730.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-2-1068x1121.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-2-1920x2014.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-2.jpeg 1952w" sizes="(max-width: 286px) 100vw, 286px" />Seguo la fila. Dentro non so esattamente cosa c&#8217;è da guardare e, per sbaglio, guardo le altre persone. Poi guardandole meglio vedo che tutti guardano un divano. E allora guardo il divano anch&#8217;io. E aspetto. Lo spazio è bello, un hangar industriale rivisitato con un lucernario da cui filtra la luce del giorno come un occhio di bue a teatro, delle pensiline metalliche che portano a porte chiuse a mezz&#8217;aria. Ma non si può camminare sulle pensiline. Non si può far altro che guardare il divano. E prendersi in foto con lui, come se fosse una pop-star o un papa. Poi tutti vanno. Io resto ancora un po&#8217; a guardarlo. Esito. Indugio. Caso mai facesse qualcosa, avesse un messaggio. Poi vado.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-119381 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-1-300x280.jpeg" alt="" width="300" height="280" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-1-300x280.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-1-1024x957.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-1-768x718.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-1-1536x1436.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-1-449x420.jpeg 449w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-1-150x140.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-1-696x650.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-1-1068x998.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-1-1920x1794.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.29-1.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>La vetrina si è evoluta e non serve neanche più a vendere qualcosa. Le sfilate non servono a vendere tessuti o a indicarci come ci dovremo vestire. Il divano non è in vendita. è “l&#8217;esperienza di stare con lui” che è offerta a noi, pubblico privilegiato.<br />
Non scomoderei i marziani e il loro stupore nel vederci fare cose cosi, penso che gli extraterrestri abbiano già materiale sufficiente da millenni per trovarci incongruenti e strani. Ma penso che siamo strani anche agli occhi dell&#8217;umano. Cioè c&#8217;è qualcosa di oggettivamente fuori luogo. Eppure.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-119380 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.28-273x300.jpeg" alt="" width="273" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.28-273x300.jpeg 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.28-931x1024.jpeg 931w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.28-768x845.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.28-1397x1536.jpeg 1397w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.28-382x420.jpeg 382w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.28-150x165.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.28-300x330.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.28-696x766.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.28-1068x1175.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.28.jpeg 1862w" sizes="(max-width: 273px) 100vw, 273px" />Non so perché ma mi sento solo in questo pensiero. Eppure lo so che anche gli altri in fondo si chiedono quando inizia, anche per gli altri è una forma di arte abortita, di coito interrotto. C&#8217;è tutto, dico, c&#8217;è veramente tutto e ci sono anche i mezzi perché succeda qualcosa. Eppure.<br />
Forse è questo che vogliono? Kafka ha scritto le leggi e Beckett la Bibbia?<br />
La moda è la fine di tutto perché è il trionfo di un nulla sovrano?<br />
Adesso le marche hanno più soldi di tutti. Gli stilisti sono gli ultimi faraoni.<br />
Adesso comprano tutto il resto: finanziano musei, pagano il cinema, danno anche qualche<br />
monetina ai teatri.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-119379 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.27-300x283.jpeg" alt="" width="300" height="283" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.27-300x283.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.27-1024x967.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.27-768x725.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.27-1536x1450.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.27-445x420.jpeg 445w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.27-150x142.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.27-696x657.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.27-1068x1008.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.27-1920x1812.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/WhatsApp-Image-2026-01-22-at-12.37.27.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Tra poco inizia. Sta per iniziare. Ma già tutto è finito.</p>
<hr />
<p style="text-align: left;"><strong>Manuel Perrone. </strong>Autore e regista. Il suo linguaggio artistico si esprime tra cinema, teatro e radio e quando può scrive, che gli piace tanto&#8230;. Vive e lavora tra Milano e Marsiglia. La sua serie podcast “Cristo si è fermato a Seveso” ha ricevuto numerosi premi. I suoi lavori filmici sono stati presentati a Quinzaine des realisateurs/Cannes, MoMA, Locarno IFF. Prepara il suo primo lungometraggio “L&#8217;Ultima Cena”.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Ettore Tripodi</strong>(Milano, Italia, 1985). Vive e lavora a Milano.<br />
Spazia dalla pittura alla scultura, con una particolare predilezione per il disegno.<br />
Compone le immagini in una forma che ricorda quella del poema. Accostando un’opera all’altra crea una struttura narrativa non lineare. Ettore Tripodi è tra i fondatori di MammaFotogramma Studio.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Primo capitolo del romanzo Chianafera (NN Edizioni, 2026)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/07/nuovo-romanzo-orazio-labbate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2026 06:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[butera]]></category>
		<category><![CDATA[dio]]></category>
		<category><![CDATA[gotico siciliano]]></category>
		<category><![CDATA[miniera]]></category>
		<category><![CDATA[nosocomio]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[zolfatare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118103</guid>

					<description><![CDATA[Estratto dal nuovo romanzo di Orazio Labbate (Chianafera, NN Editore).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Orazio Labbate</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-118583 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-191x300.jpg" alt="" width="237" height="372" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-652x1024.jpg 652w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-768x1206.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-978x1536.jpg 978w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-1304x2048.jpg 1304w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-267x420.jpg 267w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-150x236.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-300x471.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-696x1093.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-1068x1678.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Cover_labbate_RGB-scaled.jpg 1630w" sizes="(max-width: 237px) 100vw, 237px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>La fuga necessaria</strong></p>
<p style="text-align: left;">Non conosco il moto. I miei muscoli sviluppano, da ormai decenni, la forza paziente della lenta pioggia. Non posso ancora incamminarmi, infuocato, sull’unico sentiero di arenaria, giallo sciatto e lordo, fuori di qui. È annerito dalla pioggia, compatto come spaghetti incollati da più sputazzate di bambini. Collosi e nodosi, piccolini, gli scaracchi.<br />
Vedo, dassùtta, alcuni lampi, pochi altri subito dopo, gemelli insicuri, dentro le nuvole sconvolte, senza la madre a sistemarli. Nessuno può sapere della natura scombussolata di Dio.<br />
I lampi sono cuori di polvere e di agavi abbrustolite, dentro la materia screpolata delle nuvole. Esse sono disposte come tumultuosi cancelli rossi nei campi del cielo, al di là della linea barcollante del mare fasullo che è l’atmosfera. Poi i lampi, nella mia stanza, penetrano e diventano ceneri sottratte al rogo dell’aria. Finiscono per aggirarsi nei miei occhi. Mi fanno vedere l’inflessibile paranoia della mia penombra. Oltre l’unica finestrella c’è l’immenso patrimonio del buio della campagna attorno a Riesi. Intravedo l’impassibilità paralitica degli uccelli notturni che rimangono mucciàti e impigliati, con la propria lingua, nei rami di carrubi scheggiati dalla rottura temporale di altri fulmini. Dio affretta i tempi e li affretterà, Signore dei tempi e delle occasioni, Messia per il quale il tempo preme e aggiunge una dimensione di urgenza anche agli uccelli e alla notte. L’ordine del tempo ne è rovesciato e mi interrogo per mezzo di presagi, i critici e i vastàsi dell’anima: ora che uscirò da qui, come entrerò nel disordine dell’oscurità degli uccelli? Finirò innanzi a un’antropomorfa bestia siciliana, ripiena di enigmi e di lingue accartocciate, pronta a interrompere il camminamento?<br />
Qui, nella stanza, di ora, di prima?, ho trascorso un presente detemporalizzato, una catastrofe che si è ripetuta col male supèrchiu. Oltremisura è accaduto tutto nello stesso<br />
tempo, come se tutte le cose fossero sigillate nell’ossario antico del mio santo.<br />
Ho accettato lo strano sacramento della dimenticanza, catalogato il mio inconscio come fosse l’animale imbalsamato di un museo a cui è ancora, sempre, negato di accedere all’esistenza. Ho acquistato, infine, un’intelligenza tacita nei ragionamenti. La capacità silenziosa di apprezzare le metamorfosi perverse e sdìsuneste di volontà estranee alla mia. Sono parole impiccate o appese di sogni. Le ho viste e sentite pronunciare nel cuore fitùsu dei muri. Le udirò ancora nella bocca mortificata di bellezza, impastata di tranelli, quella di chi forse è solito affogarsi di rebus per mestiere? Perché chi fa parte di altri mondi più complessi– una nevrotica sfinge, una disarticolata bestia seduta di paese? – ci confonde attraverso le sue irresolutezze, sempre a partire dalle nostre. E noi gliele risolviamo, per poi scivolare, sicuru, negli altri livelli della nostra psiche, fino a uccidere il prodigio finale affinché ci liberi dagli annebbiamenti della nostra ragione mortificata.<br />
Un giorno, una faccia di merlo, congestionata d’ira, faceva la conta simbolica sulle pareti. Con le vene lilla, simili a quelle sotto la lingua, componeva poi un màgnu pannello provvisto di una cassetta composta di cifre mobili e io giocavo, prudente, col suo meccanismo rotan­te. Sono penetrato nella malinconia dell’uccello quando sbagliavo la combinazione e non vedevo nessuna fenditura nel muro appena spariva nell’indescrivibile solitudine del capannone tenebroso che è il corridoio notturno del nosocomio.<br />
È stata una vera indecenza la sfacciata fulmineità della scomparsa delle figure le quali, rettilesche, scivolose come sporgenze labiali, sono sprofondate nella sozzura delirante<br />
della mia ragione.<br />
Sono ancora affaticato dai discorsi di tutti quei reperimenti prodigiosi, dal loro silenzio mai assoluto, dall’inguaribile delirio mondano accaduto tra le pance reiette della mia psiche. Eppure, c’è lo stesso tenace lavorio mentale nelle costellazioni – impìstate da Dio per i più –, che solo dopo eoni vomitano, cerebrali e faticose, appena un loro elemento incongruo è rigettato sulla terra per farsi reale.<br />
Che sia una stella, che sia una piccola peripezia notturna cancellata dall’improvviso illuminismo di Dio lungo il firmamento, non si mostra alcuna contenuta tenerezza nei<br />
confronti della deflagrazione di una tristezza stomachevole nell’invisibile.<br />
Capto proprio adesso degli smottamenti interiori, ma non per ulteriori metafisiche disumane da osservare, bensì a causa del mero benevolo statuto dell’ansia. Il mio spirito<br />
non è più la rappresentazione geometrica di un enigma. È imbevuto dell’ordine fatidico di una mappa sconosciuta che mostra, però, il paese presso cui recarmi e quello da cui sto scappando irrisolto.<br />
Getto una guardata.<br />
La pioggia disorienta gli uomini con le sue forzose tempeste di robustezza eretica. Riesi, distante, sembra accudita dagli alberi circolari, a mo’ di una morta fresca di assassinio nel cofano splendente di un’auto. La pianura dentro cui è incassata, composta di spighe ritirate<br />
e di rocce sbiadite (quelle sottoposte a vecchi incendi), ora riluce – di picca –, di grappoli di lampioni ingobbiti attorno alla robusta chiesa della Madonna della Catena.<br />
È svuotata di reliquie, non si intravedono i fedeli. Ispessendo gli occhi, frettolose e fumose stelle ornano i tetti di una colonna di case incomplete, in cemento, come fossero sbilenche antenne. Ci vivono, sicuru, dentro, giacché le luminarie della festa patronale mariana non sono ancora state espulse, mentre fumi di zolfo fuoriescono dalle stesse fratturate dalla pioggia. Le miniere Trubia, unna sono, mi chiedo. Non ricordo. Non le vedo in piazza Garibaldi, in centro. Non le ho mai viste? Nessuna cattedrale metallica di zolfatara serpeggia nella notte a confondere il firmamento con chissà quale cometa stràmma prima<br />
che essa capitomboli nella sua scomparsa per disgrazia atmosferica. Che siano state masticate a bocca aperta, le torri, vastase, delle miniere, dall’arsura di questa terra saturnina anche se fradicia? I paesani sono stati immersi nei sotterranei e i loro scheletri, in qualche misura integri, hanno fondato, venuti fuori precari di mente, il nosocomio, il loro?<br />
L’aria è vuota e gelatinosa. L’orrore e le paure incontrollabili della vita sono onnipresenti nei posti in cui risultano ubique. La redenzione che aspetto con avidità, al di là della strada, è prossima. Pirchì?<br />
Siamo mostri psichici che bramano con avidità la fuga, altresì, nella pericolosità eccentrica degli incubi. Le nostre conversazioni segrete, ogni profonda irritazione dolorosa, le malinconie incoscienti vengono fuori nelle ore notturne con un’agitazione confusa di parole. Ci sfondiamo l’anima e io conosco, da molto tempo, l’inframondo di questo divoramento.<br />
Scavo preghiere nel costato svuotato di Dio e ho ascoltato i canti del tintinnio delle costole fra di esse e non c’è stata carne santa che ha potuto frenare la melodia a me piacevole. L’ho gustata dal burrone di vertigine della mia stanza, quella d’ora o quella dopo?, mentre pervertito dall’anima rompevo per poco i sigilli scandalosi della tensione psicologica. Ho bevuto acqua con pillole sotto i deboli lumi della luna della camera, d’ora o dopo, ho sentito l’oscillazione catastrofica dello scirocco, la tragica interruzione del sole prima di stutàrsi dentro di me, l’accorciamento dei tempi di Dio per lasciare spazio al sole della malattia invece. Il tempo è stato ricolmo di queste sacche illuminanti, di una sconvolgente letteratura delle macerie.<br />
Quale sarà la tessitura del tempo nuovo, della sua sacca? So che questa fuga qualificherà la serietà del mio tempo successivo. L’ho ripetuto più volte nauseandomi, come se stessi andando in giostra dentro un ristretto loculo ospedaliero. Si è adagiato, il mio pensiero, nella paralisi fatale delle mie interiora animiche, è stato illuminato da una sorta di penosa luce d’emergenza come quella che usiamo allo stremo, rannicchiati, l’unica disponibile, per leggere i libri astrusi dai doppi sensi.<br />
Ho tentato di raffigurarmi i posti di coloro che mi hanno abbandonato, ho allontanato in me i problemi della messa in immagine del divino. Sono rimasto defraudato del mio nome, da non conoscerlo.<br />
Una bara, la mia Butera, l’unica, ritratta in una geometria imprevista che non vedo ancora bene, nel mio cuore doppio, che sto lasciando? Scacciato, da chi?<br />
È un corpo in miniatura, un corpuscolo, il paesino dove sono nato. Sarà il doppio del mio corpo vivente, d’ora in avanti? Il rivestimento definitivo del mio vuoto, la cui proprietà essenziale è stata l’assenza.<br />
Rinascono così gli uomini assurdi, indossando una bara, che è la città o meno, come se si vestisse, attorno all’involucro osseo del nostro corpo, un qualcosa di simile a una bandiera conquistata.</p>
<hr />
<p><strong>Orazio Labbate</strong> (1985) è nato e cresciuto a Butera, in Sicilia. Autore di romanzi e saggi, nel 2018 ha vinto il Premio Rocco Federico per la narrativa. Dal suo romanzo Lo Scuru è stato tratto il film omonimo. Dirige la collana “Interzona” di Polidoro e scrive come critico letterario per La Lettura.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dancing Queen &#8211; Estratto dal nuovo libro di Camila Fabbri (Polidoro Edizioni, 2025)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/09/dancing-queen-camila-fabbri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jan 2026 06:15:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[incidente]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[regista]]></category>
		<category><![CDATA[sceneggiatrice]]></category>
		<category><![CDATA[scrittrice]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=117610</guid>

					<description><![CDATA[Estratto dalla nuovo raccolta di racconti di Camila Fabbri, scrittrice argentina]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Camila Fabbri</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-117965 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/dancin-queen-copertina-200x300.jpg" alt="" width="304" height="456" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/dancin-queen-copertina-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/dancin-queen-copertina-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/dancin-queen-copertina-768x1152.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/dancin-queen-copertina-1024x1536.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/dancin-queen-copertina-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/dancin-queen-copertina-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/dancin-queen-copertina-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/dancin-queen-copertina-696x1044.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/dancin-queen-copertina.jpg 1067w" sizes="(max-width: 304px) 100vw, 304px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Sport ad alto impatto</strong></p>
<p style="text-align: left;">«<em>Psss</em>, Paulina. Ci sei?».</p>
<p style="text-align: left;">Apro a stento l’occhio destro ed è come se qualcosa di aguzzo e sottile mi stesse mangiando il bulbo oculare. Potrebbe essere il becco di un vile colombaccio. Ho l’impressione che la cornea stia sanguinando, o forse è la pupilla. Non lo so, non ne sono sicura. Non sono molto pratica di lessico oculistico. Dev’essere sera, a giudicare dalle luci: fasci rossi e gialli che spuntano tra gli edifici, ma neanche di questo sono certa. Riesco a vedere soltanto un ramo secco sopra il cofano. Invio segnali col cervello ma il busto non risponde, il collo è ancora tutto intero. Stacco la nuca dal sedile anteriore dell’auto e una pioggia di vetri cade circondandomi il culo come fosse un falò. Qualche scheggia mi si pianta tra le natiche. Il dolore è reale. Ciò che credevo fosse un uccello intento a beccarmi l’occhio è invece vetro, la protezione antisfondamento pagata l’anno scorso in dodici rate senza interessi. Uno di quei gesti camuffati da piccole imprese eroiche.</p>
<p style="text-align: left;">Neanche il busto risponde, è sempre incollato alla similpelle, stretto nella cintura di sicurezza, come se io stessa fossi uno di quei manichini usati per simulare sciagure stradali. L’autoradio è sintonizzata su una frequenza inesistente. Si sentono migliaia di voci di donne, uomini, bambini. Ogni tanto una sequenza pubblicitaria. Talvolta qualche parola ben udibile come «inflazione», «dollaro», o frasi più complesse come «Supermercati Rua», «Sapone Fuku», «Ancora preoccupazione per l’aumento del».</p>
<p style="text-align: left;">Ho il petto che bolle e sento il cuore battere appena. È uno stato di agitazione estremamente timido. Qualcosa sul punto di svanire.</p>
<p style="text-align: left;">«<em>Psss</em>, mi senti, Paulina? Non far finta di essere morta».</p>
<p style="text-align: left;">Il silenzio sarà dovuto all’orario, fuori c’è fin troppa calma. Dovrò aspettare che vengano a cercarmi. Un liquido caldo mi cola giù dall’orecchio. Può significare molte cose, nessuna buona, nessuna salutare. Ho freddo, mi trema la mandibola. Una volta ho sentito parlare del freddo che si prova prima di morire, eppure giurerei di essere viva. Non so dov’ero diretta né da dove arrivavo. Non so proprio un bel niente.</p>
<p style="text-align: left;">Voglio urlare «Felipe!» ma la voce non esce. Così come il petto, anche la gola è tutta un bollore, le mie tette un nido di passeri. Potrei benissimo averci dentro delle piume. È da quando ho riaperto gli occhi che ho sensazioni da uccello. Qualcosa in quest’auto mi dà la nausea, o è forse allergia?</p>
<p style="text-align: left;">Vedo finalmente in modo chiaro una cosa. Sul parabrezza sembra esserci una macchia d’olio, o di qualcosa che si solleva prendendo una pozzanghera, in uno schizzo che somiglia a una crepa disegnata. Più in basso, piccolissima, c’è una macchiolina tra il marrone e il bordò. Quel sangue è mio: sarà anche uguale a ogni altro sangue che ho visto finora, ma so che è mio. Vedo da lontano il dna. Com’è ridotta l’auto! Ora è soltanto un altro rottame, mentre prima era un oggetto amato, o perlomeno tenuto in considerazione. Chi prova pietà per un’auto ammaccata? A vederla così mi si scheggia il cuore.</p>
<p style="text-align: left;">Silenzio.</p>
<p style="text-align: left;">Riesco a vedere le mie scarpe bianche, intatte, che mi sono messa mentre ascoltavo la risata isterica di due speaker alla radio. I jeans che mi vanno grandi e le buste grigie del tabacco. Dunque no, certo che no, non sto messa poi tanto male a memoria. Non si tratta di Alzheimer o di anomalie del tessuto cerebrale. È qualcos’altro. Anche i rami dell’albero che vedo potrebbero essere dei neuroni e la crepa sul parabrezza un’infinita catena di connessioni nervose. Che brava sono a descrivere i sintomi. Che orecchio fino per i malesseri il mio, per tutti i tipi di malesseri, per tutti quanti i malesseri del mondo. Però l’occhio mi fa tanto male, mi sa che sono a un soffio dal perdere la vista.</p>
<p style="text-align: left;">Muovo appena il collo e l’intero quadro si tinge di giallo. In modo chiaro riesco solo a sentire e ciò che sento arrivare è il <em>fiuuu</em> del primo vento della giornata. Un cane corre all’esterno dall’auto e si arrampica al mio finestrino con le zampe anteriori. Mi guarda e ansima, dalla bocca gli esce la tipica saliva dei mammiferi. Mi sporca l’auto. Sa bene che qui dentro c’è un essere moribondo, o magari è solo attirato dall’odore del sangue. Ma certo, gli animali. Tra squali e cani non c’è alcuna differenza. Fila via, sacco di pulci, gli direi. Brutto quattrozampe randagio. Vai a ficcare il muso in qualche sudicio bidone. E non guardarmi con quell’aria solidale, vuoi soltanto succhiarmi il sangue dall’occhio come un ghiacciolo. Se fossi il mio cane ti chiuderei in cucina al buio. Ah, quanta poca immaginazione per la cattiveria. Continuo a vedere tutto giallo. Alle mie spalle, sento a stento dei respiri. Non posso girare il collo. Ho il sospetto che sia rotto, se così fosse verrò cremata o seppellita in una cassa di legno con sopra un Cristo argentato. Alzo gli occhi, il tanto che posso, il tanto che mi permette questa posizione, questa cintura salvifica, questo stato vegetativo. Vedo a stento ma vedo. Addormentata o svenuta, non credo morta, una ragazza sui quindici anni. Indossa un vestito a fiori e scarpe bianche uguali alle mie. Non so chi sia, eppure si trova dentro la mia auto e nemmeno lei si muove. Mi domando cosa ci faccia qui e mi mette tanta ansia non trovare nei meandri della mia mente un qualche filo da tirare che mi dica chi è questa esile ragazzina, questa creatura ferita ma piena di vita. Mio Dio. Io non credo in Dio, però dico spesso «Mio Dio» o «Cristo santo».</p>
<p style="text-align: left;">Non so quanto tempo sia trascorso. Siamo due donne sole in attesa che vengano a metterci un collare ortopedico. So chi sono io ma non so chi è lei, perciò la mia memoria non è poi così messa bene. Dal fondo dello stomaco mi arriva un sapore amaro. Vomito sul volante. Ah, che bella la mia auto però. Così nuova e così grigia, dotata della migliore tappezzeria. Di un airbag per ogni evenienza, che stavolta però non si è gonfiato, e poi posacenere, maniglie d’appoggio, portabicchieri, lettore cd, dvd, mp3, Wi-Fi, videoschermi. Evidentemente sono una che ha tanti soldi, una che guadagna bene. Perciò verrà a prendermi qualcuno dell’assicurazione medica. L’odore di vomito è intenso. Provo a risalire alla causa ma non ci riesco. Ancora quel cane assassino che vuole rompere il vetro per leccarci il sangue. Orrenda sanguisuga, potessi acchiapparti ti prenderei a legnate.</p>
<p style="text-align: left;">«Paulina». La quindicenne dice qualcosa. Ripete: «Paulina, Paulina, siamo in cielo?».</p>
<p style="text-align: left;">Non riesco a muovermi. Non so se è seduta, sdraiata, moribonda. Mi chiama Paulina. Non ricordo che qualcuno mi abbia mai chiamata così.</p>
<p style="text-align: left;">«Paulina, stai bene? Stiamo bene?».</p>
<p style="text-align: left;">Ride. Ripete quella roba sull’essere in cielo, il che la diverte in modo inquietante. Non riesco a risponderle. Ho un filo di voce intriso di sangue, sono come una tartaruga esplosa all’interno. Una di quelle tartarughe domestiche che cadono dal balcone e muoiono dopo ore per via degli organi incancreniti.</p>
<p style="text-align: left;">«Paulina. Ti prego. Mi fa male la testa».</p>
<p style="text-align: left;">Ci credo, tesoro. Siamo andate a schiantarci e non so bene il perché. Tutt’intorno vedo luci sparate a mille, come su un palcoscenico, ma nessuno è ancora venuto a prenderci.</p>
<p style="text-align: left;">«Paulina, ho paura di muovermi».</p>
<p style="text-align: left;">Ti capisco, stellina. Il fatto è che non posso risponderti perché se mi sforzo mi scoppierà qualche vena nella testa. Sento la quindicenne sistemarsi il vestito a fiori. Non vuole che nessuno le veda il culo. Fa bene, neppure da ammaccata vuole che qualcuno si fissi su quella parte del suo corpo. Riesco a muovermi sempre meno, la mia testa però non si ferma, avanza come una montagna russa appena inaugurata. Sale, scende, fa vivere ai passeggeri l’esperienza più alta della loro vita, su in cima, per poi venir giù a tutta velocità con le coronarie che fanno il possibile di fronte alla frenesia.</p>
<p style="text-align: left;">«Paulina, scendo. Gallardo è uscito fuori».</p>
<p style="text-align: left;">Gallardo? Cos’è questo nome? Il cane? Sarà mica quel dannato cane? Quella bestiaccia che si approfitta delle sciagure stradali altrui. Quel bastardo randagio metà pastore tedesco e metà fox terrier. Qualcuno lo disintegri subito.</p>
<p style="text-align: left;">Silenzio. Troppo silenzio.</p>
<p style="text-align: left;">Il ramo sul cofano scivola avanti e indietro. Se il vento è aumentato, allora c’è qualcosa a farlo muovere. Può darsi che la giornata stia volgendo al termine. Sento la portiera di dietro aprirsi. Ora si richiude. Un cane saltella di gioia sul corpo di una quindicenne con i capelli lunghissimi. Non li vedo ma li sento, così me li immagino. Adesso vedo scuro, tra il grigio e il nero. Mi aggrappo al grigio, soprattutto perché col nero, in un momento simile, penserei solo a cose brutte. Avrei potuto andarmene da un pezzo e invece sono sempre qui, nella mia Peugeot con dentro odore di vomito e una quindicenne sopravvissuta senza un solo graffio. E poi il freddo. Vedo una ciocca di capelli cadermi sulla gamba destra. Sono sottili ma è un ciuffo bello folto. Dev’essere stress postraumatico. Di nuovo la nausea. Me ne dispiaccio ma vomito ancora. La testa mi rode come un insetto che nessuno sa bene cosa sia. Un esemplare comunissimo, tra il grigio e il marrone, con ali rigide. Un misto tra un grillo, una mosca e un moscerino. L’insetto non smette di parlarmi, o forse sarò io stessa? La quindicenne riesce ad aprire la mia portiera e mi guarda negli occhi. Scoppia a piangere sconsolata, ha il viso tutto impiastricciato di moccio, lacrime e umidità. La guardo, ci provo davvero a riconoscerla, ma è inutile. Non ho la minima idea di chi sia questa creatura in preda all’angoscia. Prova a togliermi la cintura di sicurezza e scopro così che nessuna parte del mio corpo risponderà.</p>
<p style="text-align: left;">«Paulina!».</p>
<p style="text-align: left;">La sconosciuta lancia un grido, pronuncia il mio nome e un istante dopo l’auto è circondata da uomini e donne vestiti da impiegati, forse appena usciti dal lavoro. Prima un uomo calvo con denti sani, poi una donna con le sopracciglia spesse. Mi guardano con pena e disgusto. Non capisco perché nessuno faccia niente. Continuo a inviare ordini al cervello ma è tutto inutile. Non risponderà. L’adolescente scambia qualche parola con la donna e di lì a poco sono impegnate in una chiamata d’emergenza. L’uomo calvo mi fa domande a cui non riesco a rispondere. Muovo a stento la bocca. Ho la schiena in fiamme, come le tette. L’uomo mi fissa la scollatura e stringe i denti. Pure questo mi tocca sopportare.</p>
<hr />
<p><strong>Camila Fabbri</strong> (Buenos Aires, 1989) è una scrittrice, drammaturga, sceneggiatrice, regista e attrice. Nel 2023 ha scritto e diretto il film <em>Clara se pierde en el bosque</em>, di cui è anche una degli interpreti. Nel 2015 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti, <em>Los accidentes</em>, e nel 2019 il suo primo romanzo, <em>El día que apagaron la luz</em>. Nel 2021 è stata selezionata dalla rivista <em>Granta</em> tra i migliori giovani scrittori di lingua spagnola. I racconti <em>Sani e salvi</em> (2022) sono usciti per Polidoro nel 2024.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Intervista a Simona Zecchi su &#8220;Pasolini: ordine eseguito&#8221; (Ponte alle Grazie, 2025)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/11/27/intervista-simona-zecchi-pasolini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Nov 2025 06:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Caso Mattei]]></category>
		<category><![CDATA[dario bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia Cristiana]]></category>
		<category><![CDATA[eugenio cefis]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Ventura]]></category>
		<category><![CDATA[Maletti]]></category>
		<category><![CDATA[Ordine Nuovo]]></category>
		<category><![CDATA[pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[ponte alle grazie]]></category>
		<category><![CDATA[Richard Nixon]]></category>
		<category><![CDATA[Simona Zecchi]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti d'America]]></category>
		<category><![CDATA[strage di piazza Fontana]]></category>
		<category><![CDATA[strategia della tensione]]></category>
		<category><![CDATA[Una storia sbagliata]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=117001</guid>

					<description><![CDATA[Intervista a Simona Zecchi, autrice del libro "Pasolini: ordine eseguito", Ponte alle Grazie 2025.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="ltr">
<div style="text-align: left;"><strong>di Giuseppe Schillaci</strong></div>
<div><img loading="lazy" class="wp-image-117111 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-204x300.jpg" alt="" width="251" height="369" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-695x1024.jpg 695w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-768x1132.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-1042x1536.jpg 1042w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-1390x2048.jpg 1390w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-285x420.jpg 285w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-150x221.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-300x442.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-696x1026.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-1068x1574.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina.jpg 1643w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" /></div>
<div style="text-align: left;"></div>
<div style="text-align: left;">
<div class="gmail_quote">
<div dir="ltr">
<div>
<div dir="ltr">
<div><strong>1) &#8220;Pasolini: ordine eseguito&#8221;, dopo &#8220;Massacro di un poeta&#8221; (2015) e &#8220;L&#8217;inchiesta spezzata&#8221; (2020) chiude la tua personale trilogia sull&#8217;omicidio Pasolini; come nasce la tua &#8220;ossessione&#8221; per Pier Paolo Pasolini e la sua tragica uccisione ?</strong></div>
</div>
</div>
</div>
<div dir="ltr">
<div>
<div>La mia, più che una ossessione, è continua ricerca della verità, che certo probabilmente può diventare un&#8217;ossessione. Indagare quanto è accaduto a Pasolini e &#8220;indagare&#8221; Pasolini stesso diviene indagine sull&#8217;Italia di quegli anni che si pensa di conoscere in tutti i suoi aspetti&#8230; e invece emerge sempre qualche passaggio oscuro che ci sorprende e ci inquieta.</div>
</div>
</div>
<div dir="ltr">
<div>
<div dir="ltr">
<div><strong>2) Perché l&#8217;assassinio Pasolini resta ancora irrisolto? Quali &#8220;corde&#8221; italiane e internazionali toccava la sua voce critica e irriducibile ?</strong></div>
</div>
<div dir="ltr">
<div>Ci sono più motivi: chi vuole che il suo assassinio resti solo chiacchiere e interpretazioni ha dalla sua parte anche molta incompetenza e persone mosse solo dalla ricerca della vanità, invece che della verità: mettere un cappello sull&#8217;inchiesta è, a esempio, un aspetto di quest&#8217;ultima. E per farlo alcuni sono disposti anche a sacrificare il vero. C&#8217;è poi una parte della magistratura e della politica (non solo di destra) che fa di tutto affinché la verità non si mostri. Ci sono uomini storicamente di sinistra che potrebbero rivelare su questa vicenda cose importanti e non lo fanno, perché ammoniva Pasolini: &#8220;il coraggio intellettuale della veritàe la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia&#8221;.</div>
<div>Come scrivo in <em>Pasolini, ordine eseguito:</em> la verità storica, nessuno può impedirci di cercarla e via via&#8230; mattone su mattone, piccolo o grande che sia, ci stiamo riuscendo.</div>
</div>
<div>Le ragioni anche internazionali sottese al movente dell&#8217;omicidio, da me soprattutto esplorate ne <em>L&#8217;inchiesta spezzata,</em> concorrono a far sì che questa vicenda resti incartata in una verità monca e mistificata. E sono tutte ragioni che coinvolgono la strage di Piazza Fontana e la strategia della tensione, dove strutture americane hanno potuto guidare cellule eversive, lasciando loro  anche commettere azioni di sangue volte a destabilizzare il nostro Paese. A Pasolini era stato recapitato un dossier che, se approfondito, avrebbe fatto emergere questi aspetti. Nel 1975.</div>
<div dir="ltr">
<div><strong>3) Le tue inchieste si sono focalizzate sempre di più sul carteggio tra Pasolini e il terrorista neofascista Giovanni Ventura. Come la strategia della tensione entra nelle tue indagini e negli ultimi anni di vita di PPP ?</strong></div>
</div>
<div>Questi temi arrivano tra le mie mani, letteralmente esplodono, dal 2014, da quando cioè scopro l&#8217;esistenza del carteggio tra Pasolini e l&#8217;ex di Ordine Nuovo Ventura. La tesi del Capitolo 21 legata a <em>Petrolio</em> non mi ha mai convinta e in <i>Massacro di un poeta</i> prima di abbandonarla la esploro in tutti i suoi aspetti. Nell&#8217;ultimo libro chiudo un cerchio al riguardo. Dal momento in cui scopro i contenuti delle lettere, mi immergo (anche attraverso la lettura di lavori altrui che hanno per primi esplorato il tema, ma facendomi una mia idea) negli anni infiltrati e complessi della strategia della tensione e di tutto ciò che li ha preparati. Per questo poi rileggere gli ultimi articoli di Pasolini pubblicati sul Corriere della Sera, soprattutto quelli di un periodo specifico, dal marzo all&#8217;ottobre del &#8217;75, ha acquisito poi luce nuova. Ed è proprio la luce nuova quella che serve alla ricerca della verità.</div>
<div dir="ltr">
<div><strong>4) Petrolio, l&#8217;ultimo romanzo pubblicato postumo nel 1992, è stato letto da molti come una sorta di scatola nera dell&#8217;omicidio Pasolini. Quali elementi di verità ci sono realmente in quell&#8217;opera incompiuta per capire le ragioni della morte di Pasolini ?</strong></div>
</div>
<div>Come  ho anticipato nella risposta precedente, oggi posso dirlo  &#8211; e con più forza -: Petrolio non è affatto la scatola nera per capire l&#8217;omicidio. Capisco che vado contro corrente, capisco che ancora resiste la suggestione letteraria, ma diceva Pasolini &#8220;un autore quando è disinteressato e appassionato è una contestazione vivente&#8221; e in questo mi riconosco. Fare inchiesta non è fare letteratura e non è la letteratura che spiega le cose. Può aiutare ad entrare nell&#8217;anima di queste, solo dopo che i segreti sono svelati, questo sì. C&#8217;è però un punto fondamentale per leggere con le lenti filologiche dell&#8217;inchiesta quel magma importante che è comunque <i>Petrolio</i>: la redazione del romanzo sui temi delle stragi accompagnano Pasolini solo dalla fine del 74  in poi; prima l&#8217;autore si concentra sulla perversione del potere, il tema del doppio con la contrapposizione ma anche lo scambio (altro tema quello dello scambio tra vittime e dei carnefici, caro al regista e all&#8217;autore) tra Cefis e Mattei, l&#8217;omologazione culturale e politica.</div>
</div>
</div>
</div>
<div class="gmail_quote" dir="auto">
<div dir="ltr">
<div>
<div>Ho esplorato <em>Petrolio</em> ne <em>L&#8217;inchiesta spezzata</em> soprattutto per questa seconda parte più  riferita  alle stragi, come a esempio l&#8217;Appunto riguardante una festa data da una nobildonna rivelatore di molte cose se letto con davanti le lettere tra Ventura e Pasolini e il dossier che ricostruisco; e vi è il protagonista di un altro Appunto, una vera persona esistita, che intervisto e che mi rivela il ruolo spia di un giornalista inglese, probabile fonte di Pasolini legato alla strage di Piazza Fontana. Dalla fine del &#8217;74 in poi, così come nei suoi articoli, Pasolini si concentra &#8211; e quella diviene la sua ossessione &#8211; sulle stragi della strategia della tensione e sugli uomini Dc (&#8221; i Nixon italiani&#8221;) che meritano un processo. E c&#8217;è anche da sottolineare, come da Pasolini stesso comunicato in interviste varie, che <em>Petrolio</em> avrebbe visto la luce soltanto da lì a 5-6 anni. E non si uccide uno scrittore, un giornalista, un poeta quando ancora non ha le prove (&#8220;Io so&#8221;) o per qualcosa che ancora non è stato reso pubblico, ma per qualcosa che avrebbe potuto sconquassare il sistema del Palazzo (al contrario le tesi su Cefis come mandante per l&#8217;omicidio di Mattei erano note da anni). E cosa avrebbe potuto creare un terremoto nel 1975 e in quelle ultime settimane? Le prove del coinvolgimento politico ed economico nella destabilizzazione a suon di bombe.  La scatola nera resta quella aperta sulle verità ricevute dallo scrittore da uno dei maggiori personaggi coinvolti in quella strategia della tensione, come accenno prima in <em>Massacro di un Poeta</em>, poi esploro ne <em>L&#8217;Inchiesta spezzata</em>&#8230;  e come infine chiarisco oggi in <em>Pasolini, ordine eseguito</em>. Per quelle verità anche Dario Bellezza poeta e segretario di Pasolini ha rischiato la morte.</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
<div dir="ltr">
<div style="text-align: left;"><strong><span style="color: #333333;">5) Cosa l&#8217;Italia ha voluto omettere e dimenticare di questa &#8220;storia sbagliata&#8221; ?</span></strong></div>
</div>
<div style="text-align: left;"><span style="color: #333333;">   Quello che l&#8217;Italia ha fatto con questa storia nera in tutti i sensi è stato quello di cancellare le evidenze di una verità pericolosa e scomoda (il Sid considerava Pasolini &#8220;pericoloso per le istituzioni&#8221; cit Maletti alla sottoscritta) e sostituirle con una storia sbagliata prima (quella tra <i>froci</i>) e depistata poi (l&#8217;Appunto 21) trascinando con sé, per quanto riguarda quest&#8217;ultima, anche chi è ed era in buona fede. E&#8217; la &#8220;tinta&#8221;, per citare sempre Pasolini, con la quale si è voluto ammantare e tombare tutto. </span></div>
<div style="text-align: left;"></div>
<div style="text-align: left;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</div>
<div><strong>Simona Zecchi</strong>, giornalista d’inchiesta, scrive su testate nazionali come Il Fatto Quotidiano, L’Espresso e Il Venerdì di Repubblica. Ha indagato anche sul caso Moro di cui ha scritto La Criminalità servente nel Caso Moro (La nave di Teseo, 2018). Ha indagato sulle stragi di mafia degli anni &#8217;90. Ha vinto i premi Marco Nozza X edizione (2016) e Javier Valdez (2019). <a href="https://www.agenziaedelweiss.com/simona-zecchi/">https://www.agenziaedelweiss.com/simona-zecchi/</a></div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Manomissione &#8211; il nuovo romanzo di Domenico Conoscenti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/27/domenico-conoscenti-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Sep 2025 05:01:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Conoscenti]]></category>
		<category><![CDATA[estate]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=115450</guid>

					<description><![CDATA[di <b>Domenico Conoscenti</b> <br />
Preso dai pensieri che mi pulsano per la testa, non mi sono accorto di essere arrivato sotto casa. Infilo la chiave nella toppa del portone. Faccio le scale di casa mia. Apro la porta di casa mia.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-116038 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-196x300.jpg" alt="" width="251" height="384" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-196x300.jpg 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-670x1024.jpg 670w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-768x1173.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-1005x1536.jpg 1005w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-150x229.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-300x458.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-696x1063.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-1068x1632.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore-275x420.jpg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/copertina.anteriore.jpg 1103w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em> Manomissione </em>(Il ramo e la foglia, 2025)</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Cap.  28° &#8211; In un dopopranzo d’estate, che estate non è </strong></p>
<p>Preso dai pensieri che mi pulsano per la testa, non mi sono accorto di essere arrivato sotto casa. Infilo la chiave nella toppa del portone. Faccio le scale di casa mia. Apro la porta di casa mia. Entro, richiudo e accendo le luci. Ma è davvero casa mia? È la mia, almeno dovrebbe, ma è come se non lo fosse veramente. Potrei mettermi a osservare questi spazi come una telecamera che scorre lenta, e cercare di ricordare se le cose presenti coincidano con quelle che la mia memoria ha conservato: posizione, forma, dimensioni, colore… Forse <em>Certuni</em> hanno creato una copia quasi esatta di casa per farmi confessare qualcosa che (ancora) non so o farmi impazzire perché invece, senza saperlo, so troppo. Oppure <em>Qualcosa</em> cerca di nascondere, sotto l’apparente continuità del reale, un cambiamento già in corso, in modo che io possa accorgermene solo quando non potrò più fare nulla per impedirlo e nemmeno fuggire, e a quel punto dovrà eliminarmi o inserirmi nell’ingranaggio creato per i suoi scopi malvagi. Quello però che penso in questo istante, in questa casa che dovrebbe essere casa mia, è che tutte le cose (intendo gli oggetti, le pareti, i mobili, la macchina da scrivere, il pavimento, il soffitto, le lampade e le sedie e le stoviglie e i libri e il letto e il divano e gli interruttori e insomma tutte le cose tutte) mi stanno osservando per vedere se è la stessa persona, lo stesso io, anziché un intruso, identico solo in apparenza, quello che è appena entrato.</p>
<p>Fa caldo, tanto per cambiare. Un’umidità greve ristagna per le stanze. Ho un subitaneo accenno di vertigine che però ritorna sui propri passi. Ogni tanto si ripresenta, con lo stesso andamento elastico, ma più a lungo e sempre più simile a un malessere vago e deciso allo stesso tempo. Sento affiorare alla pelle la pellicola di sudore. Socchiudo le finestre, mi butto supino sul letto.</p>
<p>Sdraiato, in mutande, chiudo gli occhi e sullo schermo interno delle palpebre proietto la figura di Gaetano. Gaetano d’estate, dopo pranzo, sdraiato in mutande sul letto, con gli occhi chiusi ma sveglio. Si accosta al mio fianco, poggio le labbra sul suo collo, le nostre mani percorrono i corpi che si vanno assestando in maniera che il mio onori la santa consuetudine delle sue terga&#8230; Immagini remote, distanti anni luce, come un filmino amatoriale sgranato, con macchie e qualche salto. Non è questo Gaetano a mancarmi. Perduta col tempo la sua santità, quella consuetudine si era trasformata in sequenze sempre più cupe dov’era evidente infine che quei due non erano più né io né lui, ma controfigure svogliate. Non è questo il Gaetano che mi manca. Non mi mancava negli ultimi anni, quando tutte le notti dormivamo ciascuno nella propria stanza. Mi manca l’intimità domestica e la condivisione delle consuetudini che so che non raggiungerò con nessun altro. Lui che cucina e lascia a me i piatti da lavare, lui che mi dice di sua madre che confonde sempre più i tempi e le persone, lui che ascolta e assorbe le mie insofferenze sul lavoro, che per un po’ mi fa compagnia sul divano mentre guardo un film e poi se ne va a leggere o a telefonare, che si muove per casa prendendo la biancheria da mettere in lavatrice o che sbriga le sue incombenze senza per forza parlare o ascoltare, che non vuole prendere le medicine che gli passo quando sta male, lui che mi fa leggere quello che va scrivendo… Gaetano che semplicemente c’è, c’è ed è con me, anche se non siamo insieme nello stesso posto e nello stesso momento e lui è nella sua stanza o in giro con un amico o è in un’altra città, c’è anche se non facciamo l’amore da tanto tempo e scambiamo frasi sul mondo di fuori ma non più su di noi, noi come persone distinte, noi come coppia e oramai i silenzi sono più profondi e complici e intensi di quello che ci diciamo sulle bollette che stanno per scadere o sui film da vedere o sui racconti letti, immaginati e da scrivere o sui figli, se mai avessimo potuto adottarne…</p>
<p>Sdraiato in mutande sul letto, con gli occhi chiusi ma sveglio, in un dopopranzo d’estate che estate non è, da qualche parte, in un nastro temporale differente Gaetano sta in questo momento aspettando che la mano dell’uomo accanto a lui si poggi sulla sua coscia e resti lì ferma, come un tempo la mia. Vuole accertarsi che il proprio desiderio coincida con quello dell’altro, un desiderio composito, di ombre mutevoli e non tutte condivise allo stesso modo o nello stesso momento, come è il desiderio fra due che si amano. Quell’uomo non sono io. E questo pensiero mi disturba, certo, ma è indolente, è fiacco l’impulso di avventarmi su quell’estraneo, di insultarlo, di scaraventarlo con violenza fuori e mettermi al suo posto accanto al mio Gaetano. Potrei accettare la possibilità di lui insieme a un altro, ma senza vedere quest’altro né conoscerlo meno che mai, se non, forse, a distanza. Potrei accettare perfino di sentirgliene parlare, ammesso che voglia farlo, purché Gaetano ritorni e ci sia, sia il mio compagno, mia madre, mio figlio, il mio ex, il mio complice e amico e consorte. Purché ci sia, anche quando non è in casa o in città o è con quell’altro, purché accetti di esserci nella vita che mi resta, che ci resta da vivere, come due maturi e poi vecchi coniugi o ex coniugi che sanno di potere contare solo su quel partner, perché senza di lui rimaniamo privi della nostra interezza anche se non facciamo più l’amore da tanto tempo né condividiamo più tante altre cose, perché quella è l’unica persona rimasta che ci conosce e ci ha amato e voluto bene e con la quale non è necessario discutere o stare a spiegare le fisime, i rimpianti, i malesseri, le rabbie, i dolori del corpo e gli altri più oscuri.</p>
<p>Sdraiato in mutande sul letto, con gli occhi chiusi ma sveglio, in un dopopranzo d’estate che estate non è ma è come se lo fosse, da qualche parte, in qualche dimensione irreale o reale, da solo o con un altro, se pensa a noi due, Gaetano continua a sentire intollerabile quel nostro rapporto di affetto smisurato e complicità e sostegno infinito e cura, da tempo però amputato del richiamo imprevedibile dei corpi, quel rapporto che, dopo gli anni luminosi della scoperta e del reciproco adattarsi all’altro, aveva conosciuto un graduale diradarsi dei momenti di gioia, sia i nostri, di coppia, che quelli vissuti insieme agli amici, e a nulla erano valsi i suoi tentativi di coinvolgermi per tentare di leggere quanto ci stava accadendo. Forse banalmente ci stava accadendo quello che accade a tutte le coppie immerse nel flusso del tempo. Gaetano però si è sentito lasciato da solo, quasi tradito, nel suo tentativo di opporvisi, frenarlo. E ad un certo momento le mie ragioni, le mie colpe, le mie responsabilità, ma anche le sue colpe secondo me, le sue responsabilità ho iniziato a tenermele dentro, soprattutto l’insofferenza a vederlo ostinarsi in un modo di stare insieme che per lui rimaneva il paradiso perduto, sebbene ci avesse rivelato pure nelle nostre immancabili ombre, nelle nostre durezze e nelle disillusioni. Un silenzio opaco aveva preso a dilagarmi dentro, una paura istintiva priva di spiragli, un dolore vischioso come pece. Forse era rabbia per le sue tacite accuse, forse orgoglio, sì, forse soprattutto fastidio per il suo bisogno di trasformare sempre in spiegazioni, in parole quello che stavamo vivendo, per il suo non accettare e basta senza dovere capire a qualsiasi costo perché non si può capire ogni cosa, rifiutandosi al tempo stesso di ricordare che tutto cambia, al di là della nostra volontà, ci piaccia o no, che l’impermanenza era, è la regola ferrea del mondo sensibile secondo i suoi sapienti buddisti, i quali infatti ci ammoniscono a essere preparati in ogni istante a dire addio ai giorni felici, che abbiano un corrispettivo nella realtà esterna o pulsino solo come miraggi della mente. Alla fin fine era sfiducia nella sua capacità di uscire da sé per comprendermi veramente e comprendere in particolare che anche lui, anche noi eravamo immersi nel flusso rapinoso del tempo. Ma nemmeno adesso, forse, se mai mi chiedesse di parlare, di dire cosa sentissi o pensassi – aveva finito per adeguarsi al mio silenzio, le mie colate di pece avevano raggiunto anche lui – nemmeno adesso penso che potrei dirgli qualcosa. Non a lui. È già difficile pensarlo a voce alta, dirmi tutto fino in fondo, farci i conti con questa rabbia e questa paura abbarbicate e tossiche.</p>
<p>Sdraiato in mutande sul letto, con gli occhi chiusi ma sveglio, in un dopopranzo d’estate che estate non è, o forse sì, in qualche dimensione diversamente reale Gaetano si è rifugiato da qualche parte, scampato al pestaggio brutale dei poliziotti, e scappato da questo nostro rapporto in cui per anni si è sentito morire ogni giorno un poco, fino a quando si è convinto, dopo il fallimento dei suoi tentativi contrari a ogni evidenza, che nulla oramai sarebbe cambiato, e meno che mai tornato come prima. Sembrava che dopo un periodo teso e scontroso, Gaetano avesse accettato lo stato delle cose, vedevo in lui istanti di confidenza e di affetto, che non erano mai mancati, ma ora sotto una luce nuova, più serena. Eravamo tornati a stare bene insieme, certo, in maniera diversa e con ancora più spazi vissuti autonomamente. Avevamo superato il giro di boa. Ma dentro di me sapevo che era quello che avrei voluto io. Dal suo punto di vista era una realtà vera, sì, quel rapporto così solido e tutto nostro che non era mai cessato malgrado tutto, ma era vero altrettanto lo spazio rimasto desolatamente muto alle sue aspettative di un cambiamento, uno solo: l’apertura a condividere ancora momenti di gioia. E la speranza, si dice, è insonne, la rassegnazione è quiete.</p>
<p>In mutande sul letto, forse sullo schermo interno delle sue palpebre Gaetano ogni tanto proietta la mia immagine, come sto facendo io con la sua, ignoro se riproducendo spezzoni d’archivio o sperimentando variazioni inedite o altre del tutto improbabili. Posso dire con certezza in questo momento che vorrei che Gaetano esistesse in qualche realtà, sdraiato su un letto, con gli occhi chiusi ma sveglio, scampato alla brutalità degli agenti. Posso dire che preferirei anche saperlo fuggito dal nostro rapporto, purché vivo e guarito, intanto nel corpo. Mi piacerebbe dire infine che vorrei rivederlo, incontrarlo in questa o in un’altra dimensione, e sarebbe la verità, nient’altro che la verità. Ma non ora. Non ancora, almeno per me che parlo qui adesso.</p>
<hr />
<p><strong>Domenico Conoscenti</strong> (Palermo, 1958)<em> </em>ha insegnato in una casa di reclusione e, in seguito, negli istituti superiori. Ha pubblicato: <em>Qui nessuno dice niente. Un anno di scuola tra i carcerati</em>, Marietti, 1991 (Il Palindromo, 2021); il romanzo <em>La stanza dei lumini rossi</em>, Edizioni e/o, 1997 (Il Palindromo, 2015), edito in tedesco da<em> Berlin Verlag, </em>1999<em>;</em> la raccolta di racconti <em>Quando mi apparve amore</em>, Mesogea, 2016; il saggio ‘<em>I Neoplatonici’ di Luigi Settembrini. Gli amori maschili nel racconto e nella traduzione di un patriota risorgimentale</em>, Mimesis, 2019; <em>Intimo Paradiso</em>, trenta poesie, con trenta foto in b/n di Angelo Di Garbo<em>, Edizioni del laboratorio poetico di Palermo, </em>2022.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Strani Disegni (Einaudi) &#8211; recensione di Niccolo&#8217; Vittorio Pasetti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/08/strani-disegni-einaudi-recensione-di-niccolo-vittorio-pasetti/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/08/strani-disegni-einaudi-recensione-di-niccolo-vittorio-pasetti/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Sep 2025 05:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[marketing]]></category>
		<category><![CDATA[saviano]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=114777</guid>

					<description><![CDATA[I due volti dello struzzo:
breve analisi del “fenomeno Strani disegni”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-115374 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Strani-disegni-2-192x300.jpg" alt="" width="283" height="442" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Strani-disegni-2-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Strani-disegni-2-655x1024.jpg 655w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Strani-disegni-2-150x234.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Strani-disegni-2-300x469.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Strani-disegni-2-269x420.jpg 269w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Strani-disegni-2.jpg 668w" sizes="(max-width: 283px) 100vw, 283px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>I due volti dello struzzo</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>Breve analisi del “fenomeno Strani disegni”</strong></em></p>
<p>[@einaudieditore su Instagram, 24 giugno 2025]<br />
Leggilooooooooooooooooooo.<br />
“Strani disegni” è in libreria.<br />
Lo ha scritto Uketsu (@uketsu_ ) e Stefano Lo Cigno (@steflcgn) lo ha tradotto.</p>
<p>Sfondo nero. Lo struzzo di Einaudi in bianco, con una maschera senza lineamenti. Maschere, struzzi, maschere. “Strani disegni” in verde acido.</p>
<p>[Roberto Saviano Official su YouTube, 27 giugno 2025]<br />
E così mi sono imbattuto in questo performer, youtuber, scrittore giapponese. Uketsu. Senza volto, o meglio: indossa questa maschera. […] Mi ha incuriosito subito perché ho pensato a Miyazaki, all’uomo senza volto di Miyazaki. […]<br />
L’horror di Uketsu si trasforma in atto artistico, che non vuole soltanto intrattenere, ma inquietare, muovere un pensiero.<br />
[…] Il Teatro Nō, il Kuroko, sembra essere il riferimento evidente di Uketsu. […] Visto che conoscevo il personaggio, youtuber, ho diffidenza sui [sic] libri di chi fa video. […] Qui mi è sembrato talmente geniale il personaggio […] capace di descrivere l’incubo senza dover avere quella cifra tipica statunitense: l’incubo che mi deve far alzare i peli. […] Qui no, qui è far pensare.<br />
[Libreria Feltrinelli di Pavia, 29 giugno 2025]<br />
Prendo in mano il libro. Diciotto euro e cinquanta. Lo sfoglio, poi lo poso di nuovo sullo scaffale.<br />
[Quarto piano di Casa Feltrinelli, 30 giugno 2025]<br />
“Il problema della comunicazione editoriale è che si cerca di piegare il mezzo al contenuto. Se si vuole arrivare al grande pubblico, raggiungendo i giovani, bisogna saper parlare la loro lingua e quella del medium che li ospita. Sono pochi i casi in cui succede. Mi sembra che ci stia riuscendo Strani disegni, il romanzo uscito la scorsa settimana per Einaudi.”<br />
“Lo hai comprato?”<br />
“No.”<br />
“E allora forse non funziona.”<br />
“Però l’ho preso in mano.”<br />
[Amazon, 8 luglio 2025]<br />
Strani disegni è stato aggiunto al carrello. Grazie per il tuo ordine. Ti invieremo un’e-mail quando il tuo articolo sarà spedito.<br />
[Whatsapp, 11 luglio 2025]<br />
Immagine allegata: foto della copertina.<br />
“Ne ho parlato ieri con le altre, volevamo comprarlo anche noi! Poi dimmi com’è.”<br />
“Stasera te lo dico.”<br />
[Aula del Master in Editoria, 14 luglio 2025]<br />
“Nei prossimi giorni mi metto a scrivere qualcosa su Strani disegni.”<br />
“Lo hai letto? Com’è?”<br />
“… Mediocre.”<br />
Ecco il succo. Il libro che “ha ridefinito i confini dell’inquietudine” è un testo mediocre. Non l’urlo di disgusto per il brutto, né il tremito della lingua che ammutolisce dinanzi al bello: la medietà ha pochi aggettivi, perché genera poco trasporto. In copertina c’è tuttavia uno struzzo, a cui si deve in fondo qualche parola, fosse anche per il fatto di non aver “mai nascosto la testa sotto la sabbia”.<br />
Gli elementi fondamentali di un “thriller psicologico” sono due, senza che questa affermazione abbia un sapore definitorio: l’atmosfera e la verosimiglianza della trama. Si può forse dir meglio: atmosfera e verosimiglianza della trama sono ciò che distingue un libro mediocre da un buon libro, almeno per chi ai testi chiede qualcosa. Sull’atmosfera serve spendere qualche parola. Essa è ciò che accade sulla superficie delle parole, è la patina che vi si posa, il metallo delle concatenazioni sintattiche che si ossida e acquisisce riflessi cangianti. In breve, è l’idea gestaltica della maggior ricchezza del tutto rispetto all’insieme delle parti: si leggono parole neutre, quotidiane, e in virtù della loro collocazione queste ci appaiono come impregnate di un senso più ricco, che trascende il significato letterale.<br />
Ma è sopra e tra le parole che si crea l’atmosfera, non al loro interno: ancora, è qui che si apre la faglia tra la buona narrativa e quella mediocre. Gli americani dicono show, don’t tell, come se fosse un precetto di Dio: io ritengo si debba dire “fa’ ciò che vuoi”, purché non mi si prescriva cosa percepire, soprattutto se non lo percepisco. Delle venticinque pagine che seguono l’introduzione di Strani disegni (pp. VII-X), circa quattordici sono occupate dalla trascrizione dei post del blog che fa da cornice alla trama. I personaggi discutono e riflettono dunque per una decina di pagine, immagini incluse. “Strano” ricorre sei volte; “sinistro” tre, di cui due tra pagina cinque e sette, nello spazio di due cartelle di testo; “paura” compare tre volte, una volta “pauroso”, una volta “inquietante”. Il risultato è un po’ grottesco, come spesso sono grottesche le reazioni dei creatori di contenuti sul web: chiunque sia cresciuto con YouTube e abbia imparato sulla propria pelle cosa valga la pena vedere, conosce il fenomeno dell’overreacting. Qui se ne ha una testimonianza scritta, deprecabile quand’anche si trattasse di uno stilema giapponese.<br />
Messa da canto l’atmosfera, per verosimiglianza della trama intendo la sensazione suscitata nel lettore che l’articolarsi dei fatti sia coerente con il mondo finzionale in cui sono ambientati. In una Terra senza gravità (dunque fantastica, lontana dal reale), gli oggetti non cadono, e se lo fanno deve esserci una ragione che lo spieghi. Così, nella Tokyo dall’aspetto canonico che fa da sfondo al romanzo di Uketsu, le persone si incontrano, le vite si incrociano per caso: in sintesi, le coincidenze esistono. Ma la prerogativa di una coincidenza è la sorpresa, la sua rarità nel trascolorare senza volto degli eventi.<br />
Chi scrive gialli è un tessitore. Seduto al telaio, tira i fili sapendo che si dovranno intrecciare: la narrazione si deve risolvere, deve emergere un disegno dalla trama. È un compito ingrato, perché il lettore vuole essere stupito nonostante se lo aspetti, ha comprato il libro per quello: una ventina di euro in media, non briciole, per qualche nodo ben ordito. Solo qualche nodo ben ordito, perché non tutto torna, né deve farlo. In gioco c’è la verosimiglianza della trama, la sensazione che non sia tutto perfetto a tal punto da sembrare irreale persino nella finzione.<br />
Si può fare un esempio. Supponiamo di camminare in una città straniera e di incontrare un vecchio compagno di scuola. Lo salutiamo con entusiasmo, sorridendo del destino che ci ha condotti lì (“come è piccolo il mondo!”). Poniamo ora che quell’amico ci appaia durante il nostro viaggio successivo, e in quello dopo, e in quello dopo ancora, infinite volte: l’entusiasmo dei primi incontri si esaurirà presto, lasciando posto al fastidio, a una forma di straniamento. Se alla roulette esce sempre lo stesso colore è truccata, e giocare a un gioco truccato non è così divertente. Bene, nella finzione letteraria mi sembra accada lo stesso. Ogni volta che il meccanismo della verosimiglianza si inceppa, il lettore fa un passo indietro e aggrotta le sopracciglia: la realtà, anche quella più distante da noi, non funziona così.<br />
Chiunque abbia letto il libro di Uketsu si renderà conto di averlo chiuso con in bocca il sapore implausibile delle scene finali, dove tutti i pezzi si appaiano e nulla va sprecato. Strani disegni si dà insomma in questo modo: tondo, artificioso e pertanto inverosimile.<br />
Per fare un passo oltre si deve però dire qualcosa in più, perché un suono non è solo il contatto della corda con il martelletto: è anche la vibrazione che si diffonde nell’aria, che rimbalza sulle pareti, che prefigura la nota successiva e ritiene il silenzio che l’ha preceduta. E così il terremoto non è mero contatto tra due placche tettoniche, ma è il sismografo che oscilla, il lampadario che trema, i passi svelti della gente che si riversa in strada. In altre parole, un fenomeno è l’insieme di relazioni che si dipana da un nucleo, non un punto nello spazio. Più che la recensione del suo contenuto, allora, faremmo meglio a dire che è l’analisi del “fenomeno Strani disegni” a meritare un po’ di attenzione.<br />
Uketsu è probabilmente un giovane sulla trentina. Aspirante mangaka senza successo, ripiega sulla scrittura, perché non disegna abbastanza bene. Apre un canale YouTube mentre è dipendente in un supermercato: la maschera, il costume e la voce alterata gli servono per non farsi riconoscere dai colleghi, verso i quali proverebbe vergogna. Forse per l’atteggiamento clownesco e weird, forse perché il travestimento sottrae dal pregiudizio, il giovane pubblico a cui si rivolge risponde subito con interesse.</p>
<p>In breve tempo accumula milioni di visualizzazioni e in Giappone, dove le persone sotto i quarant’anni non leggono più romanzi, Strani disegni vende oltre un milione e mezzo di copie.<br />
Uketsu non è tuttavia scrittore più di quanto sia attore o regista: si limita a giocare con la forma-libro, allo stesso modo in cui gioca con la produzione video. Il medium è davvero un mezzo: egli crea a partire dal sostrato culturale che lo ha plasmato, con un linguaggio in cui immagini, testo e voce possono avere la stessa rilevanza, lo stesso valore. Poco importa che la gabbia di testo che riempie la pagina, con la purezza della sua linea e i rapporti definiti tra bianco e nero, diventi una cella “tutta lacera e rovinosa” in cui si innestano i disegni: se i giovani giapponesi non leggono, è perché non hanno affezione per l’oggetto-libro con i suoi abiti secolari. Cercano un intrattenimento che non somigli alla mano paterna delle generazioni passate che si allunga minacciosa su di loro. E Strani disegni non lo è: si fa romanzo, ma non è un romanzo in senso stretto. È un video su YouTube, una creepypasta su carta usomano. Proprio per questa ragione funziona, perché è un contenuto puro che s’intreccia a un mezzo.<br />
Più o meno consapevolmente, Einaudi tutto ciò l’ha intuito. Lo si intende dalle scelte comunicative: i post con cui il libro è stato lanciato e promosso sono nello stile dell’autore, non nel canone degli editori. L’equazione è piuttosto immediata: se Uketsu sa rivolgersi ai giovani e ai giovani ci si vuole rivolgere, bisogna trovare i loro luoghi ed esprimersi con il loro stesso linguaggio. Facile a dirsi, bofonchieranno gli addetti ai lavori. Eppure, si consideri questo caso: degli ultimi venti video postati dal profilo TikTok della casa editrice, pochi superano le duemila visualizzazioni, e quelli che lo fanno, raramente arrivano alle cinquemila. Il video per il lancio di Strani disegni (quello menzionato in apertura) ne ha invece totalizzate quattro milioni e seicento mila, circa dieci volte in più rispetto al secondo video più visto sul profilo. Anche supponendo che una parte non sia organica, ma ottenuta tramite campagne a pagamento, è difficile immaginare un risultato più esplicativo.<br />
Un’ultima osservazione. Poche righe più in alto si è usato “intuito”, e “intuito” non è “compreso”.<br />
Oltre a essere il logo di una casa editrice generalista, lo struzzo Einaudi è ancora un simbolo, almeno per i discendenti di quei lettori che gli storici dell’editoria definiscono “pubblico Einaudi”. Se è dunque vero quanto si è detto, l’“aristocrazia intellettuale” einaudiana (con le parole di Gian Carlo Ferretti) non si lascia convincere da maschere e jingle interpretati dall’AI: ha bisogno di spessore, di profondità. Per questo la comunicazione di Strani disegni ha due facce. Da un lato la maschera di cartapesta di Uketsu, che con il suo linguaggio transmediale riesce a parlare ai giovani; dall’altro il volto noto e affidabile di Roberto Saviano, la cui autorevolezza deve convincere gli estimatori delle copertine bianche, deve persuaderli dell’idea che l’autore giapponese sia il nuovo non-volto della letteratura noir psicologica.<br />
L’esito paradossale è che la cartapesta si mostra solida, l’intellettualismo piuttosto fragile. Su Strani disegni Saviano realizza un video (i cui punti salienti sono trascritti in apertura) e un’intervista per il “Corriere della Sera”. L’obiettivo è nobilitare Uketsu, incuriosendo il pubblico. Gli si pone allora sullo sfondo il teatro Nō, il valore culturale della maschera: lo si rende un critico acuto della modernità, con radici ben salde nella tradizione nipponica. Ma la sensazione è che non ci sia in Uketsu più teatro Nō di quanta critica crociana ci sia in questa analisi: se c’è, è mediato infinite volte, fluttuante in sospensione, di certo non “evidente”. Ancora, nessun immaginario consapevole in cui la maschera funge da tramite “tra il mondo dei vivi e il mondo degli spiriti che non trovano pace” (vestire i panni di un senza volto aiuta il processo creativo? Risposta: “Per quel che riguarda la mia professione di scrittore, no. Non l’ho mai percepita come un valore aggiunto.”). Tanto nel video quanto nell’intervista per il Corriere c’è più Saviano che Uketsu, più sovrainterpretazione che intenzione genuina, e la debolezza dell’approccio culturale alla comunicazione di prodotti come questo si mostra senza indugi.<br />
Non serve neppure che lo si smascheri. L’anti-intellettualismo dell’autore giapponese è lì, manifesto:<br />
“Molte persone vengono cresciute sentendosi dire che si deve leggere molto per diventare intelligenti.<br />
[…] Io vorrei semplicemente dire loro che la lettura non è altro che un passatempo, qualcosa a cui dedicarsi in tutta tranquillità, senza pensare ad altro.” Chi ha letto Strani disegni convinto di sentirsi sferzato da un vento d’avanguardia storcerà il naso e svilupperà presto una forma di diffidenza verso i giudizi dei “volti noti”. In un panorama di influenze a pagamento, dei recensori ci si fida sempre meno e scelte come queste esacerbano la malattia.<br />
Strani disegni non è un capolavoro, né fa “pensare” poi molto. Però, mentre gli scaffali s’affollano di libri-simulacri, di volti scintillanti di webstar che si spera vendano qualche migliaio di copie, Einaudi dà spazio a un personaggio per cui il libro non è merchandising, ma l’esito di un conatus produttivo. Uketsu è mediocre, ma scrive. Lunga vita a Uketsu.</p>
<hr />
<p><strong>Niccolò Vittorio Pasetti</strong> (1998) è laureato in Scienze Filosofiche all&amp;#39;Università di Milano e ha frequentato il Master in Editoria dell’Università Cattolica. Ha tradotto il saggio Rivoluzione ed evoluzione di L.I. Mečnikov (Massari Editore, 2025) e collabora con riviste accademiche e culturali.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/08/strani-disegni-einaudi-recensione-di-niccolo-vittorio-pasetti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Venice 4 Palestine : occhi su Gaza al Festival di Venezia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/26/venice-4-palestine-occhi-su-gaza-al-festival-di-venezia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Aug 2025 12:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[festival di venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[mostra cinematografica di venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=115341</guid>

					<description><![CDATA[<b>STOP AL GENOCIDIO – PALESTINA LIBERA!</b><b><br />
</b><b>MANIFESTAZIONE 30 AGOSTO ore 17.00</b><b><br /> 
Santa Maria Elisabetta – Lido Venezia </b>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-115346 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-212x300.png" alt="" width="276" height="391" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-212x300.png 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-724x1024.png 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-768x1086.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-1086x1536.png 1086w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-1448x2048.png 1448w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-150x212.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-300x424.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-696x985.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-1068x1511.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza-297x420.png 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Locandina-gaza.png 1587w" sizes="(max-width: 276px) 100vw, 276px" /></p>
<p style="text-align: center;"><b>STOP AL GENOCIDIO &#8211; PALESTINA LIBERA!</b></p>
<p style="text-align: center;"><b>MANIFESTAZIONE 30 AGOSTO ore 17.00 </b></p>
<p style="text-align: center;"><b>Santa Maria Elisabetta &#8211; Lido Venezia </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il genocidio è sotto gli occhi di tutte e tutti. L’esercito israeliano a  Gaza massacra la popolazione civile palestinese, prendendo di mira ospedali, campi profughi, punti di distribuzione del cibo e dell’acqua, scuole, università, chiese e moschee. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La negazione degli aiuti umanitari, dell’acqua e del cibo sono una strategia del genocidio, portata avanti con la complicità degli U.S.A. e dei governi europei, compreso il nostro che continua a sostenere Israele economicamente, politicamente e diplomaticamente, continuando a fornire armi e mantenendo gli accordi commerciali. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Inoltre con il perseguimento del sistema di apartheid e pulizia etnica portata avanti dall’esercito israeliano e dai coloni armati nella Cisgiordania occupata, l’uccisione programmata di giornalisti e medici, il sequestro di navi come la Freedom Flotilla, ed ora l’annuncio ufficiale dell’occupazione di Gaza fatto da Netanyahu, l’escalation di violenza sembra non avere fine. Israele sta annientando Gaza e la Palestina: ogni limite è stato superato. Le atrocità vanno fermate!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel momento in cui gli occhi del mondo saranno puntati su Venezia e la Mostra del Cinema, abbiamo il dovere di far sentire la voce di tutte le persone che si indignano e si ribellano: puntiamo allora i riflettori della Mostra sulla Palestina.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non vogliamo più sentirci impotenti, Israele va fermato!</span></p>
<hr />
<p>Seguono le adesioni di moltissime associazioni e professioniste/i del cinema e dell&#8217;audiovisivo, tra cui Matteo Garrone, A firmarla, fra gli altri, Marco Bellocchio, Laura Morante, Abel Ferrara, Alba e Alice Rohrwacher, Toni e Peppe Servillo, Matteo Garrone, Valeria Golino, Moni Ovadia, Michael Moore, Annie Ernaux, etc, etc.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Terra Colta &#8211; romanzo d&#8217;esordio di Filippo Pistoia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/12/romanzo-pistoia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Aug 2025 06:50:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Dopoguerra]]></category>
		<category><![CDATA[inchiesta storica]]></category>
		<category><![CDATA[lotte contadine]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[noir mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[storia contemporanes]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=114413</guid>

					<description><![CDATA[Terra Colta è il romanzo d'esordio di Filippo Pistoia, un noir mediterraneo ambientato a Palermo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-114460 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-195x300.jpg" alt="" width="255" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-667x1024.jpg 667w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-150x230.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-300x460.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-696x1068.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50-274x420.jpg 274w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/PHOTO-2025-06-12-17-10-50.jpg 720w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>La prima e unica indagine del Prof. Salvo Perricone</strong></p>
<p>ANTEFATTO</p>
<p>30 marzo 1947</p>
<p>“Andrea Raia di Casteldaccia, sindacalista, ucciso dai mafiosi locali mandati dai grossi proprietari terrieri fascisti e separatisti nell’agosto del ’44. Agostino D’Alessandria, di Ficarazzi, segretario della camera del lavoro, ucciso a settembre del ’46 per la sua lotta contro la mafia che controlla i pozzi per l’irrigazione. Gaetano Guarino, sindaco socialista di Favara, ucciso a maggio del ’46 dopo appena sessantacinque giorni dalla sua elezione; la sua unica colpa: chiedere a gran voce l’attuazione dei decreti Gullo per la ridistribuzione delle terre incolte. Pino Camilleri, sindaco socialista di Naro. E di recente, negli ultimi mesi, i nostri compagni e amici Accursio Miraglia, a Sciacca, e Pietro Macchiarella, a Ficarazzi, Leonardo Salvia, a Partinico…”.</p>
<p>In trentamila stavano ascoltando, senza fiatare, quel lungo elenco di nomi. Uomini, donne in rigoroso silenzio. Anche i bambini non fiatavano: i neonati erano stati attaccati al seno dalle madri per non farli piangere, i più grandicelli zitti per paura di prendere qualche scappellotto dai padri. Trentamila contadini giunti a Palermo da tutti i paesi della Sicilia occidentale, volti scavati dalla fame, coppole e vestiti logori. Molti di loro con gli occhi pieni di lacrime: i nomi che Li Causi, dal podio, stava elencando, erano stati compagni di tante lotte.</p>
<p>“È a loro che dobbiamo la vittoria di oggi. Al loro sacrificio”.</p>
<p>Un applauso scrosciante sostituì il silenzio.</p>
<p>Salvatore sentì il fragore di quel battere di mani quando era già arrivato al centro dei Quattro Canti. Camminava cercando di non pestare la distesa di merde di cavallo e di mulo che riempiva via Maqueda. La protesta era arrivata in città a dorso di scecco e aveva lasciato un palmo di concime lungo le strade, fin sopra i marciapiedi. Un percorso insidioso, soprattutto per le sue scarpe nuove, comprate, con tanti sacrifici, qualche giorno prima.</p>
<p>Stava tornando alla stazione centrale per prendere l’ultima corriera, quella delle 18, che l’avrebbe riportato a casa. Non vedeva l’ora di raccontare a sua moglie Giovanna, per filo e per segno, tutti i momenti di quella eroica giornata: l’incontro, all’alba, con i compagni davanti alla Casa del Popolo nella piazza del paese, poi il viaggio di andata in corriera in un misto di speranza e di paura per le sorti della manifestazione che da settimane stavano organizzando, l’arrivo a Palermo, il raduno a piazza Indipendenza con i rappresentanti delle centinaia di leghe cooperative nate negli ultimi tre anni, gli stendardi che riempivano l’area, la marcia verso la sede dell’Alto Commissario per la Sicilia, le bandiere rosse dei Fasci Siciliani che, tirate fuori dai loro nascondigli, di nuovo tornavano a sventolare, la delegazione, guidata da Mommo Li Causi che entrava dentro il palazzo, ore e ore di composta attesa e poi infine l’esplosione di applausi quando Li Causi, uscito dall’incontro con l’Alto Commissario, salito su un podio costruito alla buona durante l’attesa, aveva dichiarato vittoria.</p>
<p>Sulla corriera, seduto in disparte, mentre i suoi compagni ridevano e festeggiavano, Salvatore Perricone stava in silenzio, si godeva il paesaggio e la sensazione di soddisfazione che gli riempiva l’anima. La stanchezza per l’interminabile marcia era svanita. Così come erano svanite anche la paura per il futuro incerto e la rabbia contro il gabellotto mafioso al soldo del barone che l’aveva minacciato fino a pochi giorni prima. La gioia per il risultato raggiunto in quella giornata di vittoria del movimento contadino aveva annullato anche il dolore ai piedi per le scarpe nuove.</p>
<p>Sorrideva pensando alle tonnellate di letame che ingombravano le strade di Palermo. E, pieno di letame, oltre alle strade, c’era anche l’Alto Commissario per la Sicilia che adesso doveva per forza applicare i decreti Gullo dopo tre anni dalla loro emanazione. Tre anni in cui il blocco formato da politici, latifondisti e mafiosi aveva spadroneggiato infischiandosene della riforma agraria proposta dal Comitato di Liberazione Nazionale.</p>
<p>Giovanna ci avrebbe creduto? Avrebbe creduto che finalmente, dopo anni di lotte, avrebbero avuto anche loro diritto alla terra?</p>
<p>Sceso dalla corriera si mise a correre verso casa, veloce, incurante dei compaesani che lo chiamavano per avere notizie della marcia. Aprendo la porta trovò un gran casino: i pochi mobili erano riversi a terra, le sedie a gambe all’aria, il tavolo addossato a una parete. Si diresse verso l’unica altra stanza e trovò la moglie in lacrime, sul letto, mezza nuda, con la veste a brandelli.</p>
<p>Salvo non disse niente, le si sedette accanto e la strinse a sé.</p>
<p>“Don Calò fu, con suo figlio e suo compare”.</p>
<p>Furono queste le uniche parole, intervallate da lunghi singhiozzi, che udì da lei per molti e molti giorni.</p>
<p>*</p>
<p>11 maggio 2024</p>
<p><em>Questa terra, questa sconfinata solitudine schiacciata dal sole, è la Sicilia, che non è soltanto il ridente giardino di aranci, ulivi, fiori che voi conoscete, o credete di conoscere, ma è anche terra nuda e bruciata, muri calcinati di un biancore accecante, uomini ermetici dagli antichi costumi che il forestiero non comprende. Un mondo misterioso e splendido di una tragica ed aspra bellezza…</em></p>
<p>“Ivan, per favore, metti in pausa”.</p>
<p>La voce fuori campo si interruppe, Salvo accese la luce, un paio dei suoi studenti strinsero gli occhi che ormai si erano abituati al buio della sala.</p>
<p>“Ecco, adesso guardate le prossime scene del film. Immaginate i personaggi con cappelli e vestiti da cowboy. Questo di Pietro Germi è indubbiamente il primo western italiano. Ivan, premi play”.</p>
<p>Le scene di <em>In nome della legge</em> si susseguirono proiettate sullo schermo: i banditi mascherati, l’agguato e l’esecuzione del carrettiere, il furto dei muli. L’antesignano degli spaghetti western di Sergio Leone.</p>
<p>“Ivan, metti di nuovo in pausa. Ecco, state attenti adesso a quello che succede: questa è una delle prime pellicole in cui si comincia a trattare il tema del rapporto tra mafia e latifondismo. Tra un po’ il barone Lo Vasto lo dirà chiaramente che i notabili del tempo facevano affari con i campieri e con i gabellotti che rappresentavano la mafia di allora”.</p>
<p>“Prof, ma così ci sta spoilerando tutto il film”.</p>
<p>La voce arrivò dal centro della sala provocando una risata collettiva.</p>
<p>“Avete ragione! Dai, Ivan, attacca, proverò a non interrompere più”.</p>
<p>Salvo Perricone amava alla follia tutto il cinema neorealista, in particolare adorava i film e i documentari che raccontavano il mondo contadino. E In nome della legge, capolavoro del 1947 di Germi, era uno dei suoi preferiti.</p>
<p>Ci aveva pure scritto un libro su quell’opera.</p>
<p>Poca cosa, comunque, in confronto alle dozzine di saggi che invece aveva dedicato alla storia del movimento contadino e alle lotte popolari dell’Ottocento e del Novecento italiano.</p>
<p>Salvo ci aveva costruito tutto il suo percorso accademico su quel periodo storico: prima da studente, poi da dottorando, dopo da ricercatore. E ora, da professore associato dell’Università di Palermo.</p>
<p>Anni e anni di studi e di meticolosa ricerca storica gli avevano permesso di ingraziarsi il professore Vinciguerra, il titolare della cattedra di Storia contemporanea della sua facoltà. Vinciguerra lo aveva voluto prima come assistente e in seguito come associato, affibbiandogli tutto il lavoro: le lezioni, gli esami, i ricevimenti con gli studenti. Ma Salvo non percepiva tutto questo come sfruttamento, anzi, al contrario, era felice del suo ruolo: amava trasmettere le proprie conoscenze, lo faceva con passione, con dedizione. E gli studenti, a loro volta, lo amavano. Era un giovane professore dai modi poco convenzionali che riusciva a catturare l’attenzione di tutta l’aula, soprattutto l’attenzione delle studentesse e in particolare quella di Agnese, ricercatrice fresca fresca di incarico che lo seguiva in tutte le attività didattiche da lui proposte: gruppi di ricerca, organizzazioni di mostre, rassegne cinematografiche a tema, convegni, lezioni di approfondimento. Agnese aveva una cotta stratosferica per Salvo.</p>
<p>Anche Ivan, l’altro ricercatore, l’aveva. Ma, a differenza di Agnese, Ivan, pigro com’era, non aveva voglia di impegnarsi di più nella sua ricerca per poter trascorrere più tempo con il suo amato professore.</p>
<p>I titoli di coda cominciarono a scorrere sullo schermo dopo la cavalcata del mafioso Don Turi, interpretato da Charles Vanel, e dei suoi uomini.</p>
<p>Salvo Perricone accese le luci in sala. “Allora, che ne pensate? Commenti?”.</p>
<p>Agnese intervenne immediatamente, scatenando la gelosia di Ivan: “È emblematica nel film la figura del giovane magistrato Guido Schiavi. La sua insistente lotta contro l’ingiustizia fa quasi tenerezza. Io la trovo mielosa…”.</p>
<p>L’intervento dal tono cinico di Agnese venne interrotto sul nascere dallo squillo di uno smartphone.</p>
<p>Salvo si guardò attorno irritato: “Per favore! Vi ho sempre chiesto di tenere i cellulari spenti in aula…”.</p>
<p>Si interruppe vedendo Ivan, accanto al proiettore, che gesticolava per attirare la sua attenzione. Il ragazzo indicava con insistenza la valigetta in pelle che il professore teneva sulla cattedra.</p>
<p>Salvo, rosso di vergogna, si scusò con la platea e tirò fuori dalla borsa lo smartphone.</p>
<p>Sullo schermo lesse un nome che lo incupì: <em>Mario Sinna.</em></p>
<p>*</p>
<p>Salvo chiuse la porta dell’aula alle sue spalle lasciando dentro Agnese che aveva ripreso il suo intervento.</p>
<p>Rispose al telefono con tono infastidito: “Mario, dimmi, che c’è? Sono a lezione. È urgente?”.</p>
<p>“Certo che è urgente. Altrimenti non ti avrei chiamato. Lo so che a quest’ora sei all’università, sono dieci anni che sei sempre lì”.</p>
<p>“Che fa sfotti?”.</p>
<p>“No, assolutamente!”.</p>
<p>Salvo percepì il tono sarcastico dell’amico.</p>
<p>“Dai, non farmi perdere tempo, ho gli studenti che mi aspettano”.</p>
<p>“E mi sa che devono aspettare un po’. Ho bisogno di te. Stamattina abbiamo trovato il cadavere di una persona di novant’anni”.</p>
<p>“E io che c’entro, Mario? Le persone a novant’anni muoiono. È così che va la vita”.</p>
<p>“Sì, solo che questo non è morto per cause naturali. È stato ucciso nel letto mentre dormiva”.</p>
<p>“Oh, cazzo! A quell’età? È stata una rapina?”</p>
<p>“Dentro casa sembra non manchi niente. C’è tutto: soldi, gioielli&#8230; No, non si tratta di una rapina”.</p>
<p>“E quindi?”.</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>“Mario, scusami, devo continuare a farti io le domande o vuoi finalmente svelarmi il motivo di questa telefonata?”.</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>“Ohi, Mario, ci sei ancora? Pronto. Mario?”.</p>
<p>Ancora silenzio.</p>
<p>“Pronto. Ma che fa, è caduta la linea? Mario?”</p>
<p>“Scusa, è che sono rientrato nella stanza da letto. Qui la scena del delitto è assurda. Sembra il set di un film horror. C’è sangue ovunque. Ti ricordi quando eravamo bambini e abbiamo assistito all’omicidio di Nino ’U Summaccu? Ti ricordi quanto sangue c’era sul muro della sala biliardo? Qui ce n’è molto, molto di più! Credimi”.</p>
<p>Salvo si perse nei ricordi: Nino <em>’U Summaccu</em> era stato il primo della catena di morti ammazzati a Belmonte Mezzagno durante la seconda guerra di mafia dall’81 all’84. Gli avevano sparato in faccia in pieno giorno mentre ancora aveva la stecca in mano dopo un tiro a carambola. Il killer mandato dai corleonesi era fuggito via nello stesso istante in cui Salvo e Mario stavano entrando nella sala. La scena terrificante che si era svelata ai loro occhi non l’avrebbero più scordata.</p>
<p>“Sì, certo che lo ricordo. Hanno sparato in faccia pure a questo novantenne?”.</p>
<p>“L’hanno sgozzato come un animale e con il sangue l’assassino ha scritto una frase sul muro. È per questo motivo che ti ho chiamato. Ho bisogno del tuo aiuto per decifrare la frase”.</p>
<p>“Scusami, Mario, ma non ho capito. E perché telefoni a me? Cos’è, mi hai fatto un contratto da consulente e io non me ne sono accorto? Io mica sono della polizia scientifica!”.</p>
<p>La porta alle sue spalle si aprì, e via via gli studenti cominciarono a uscire. Agnese per ultima.</p>
<p>La ragazza si fermò a pochi passi da lui “Prof, tutto bene? È successo qualcosa di grave?”.</p>
<p>Salvo con un cenno della mano la tranquillizzò: “Tutto bene, grazie. Sono al telefono con un amico”.</p>
<p>Quando Agnese si fu allontanata, riprese la conversazione telefonica: “Mario, scusa, i miei studenti sono appena andati via, li ho salutati”.</p>
<p>“Scusami tu per avere interrotto il tuo lavoro. Mi sei venuto in mente e ti ho chiamato senza pensarci su. Ho bisogno che mi aiuti a capirci qualcosa. In vent’anni di servizio non avevo mai visto niente di simile”.</p>
<p>Il tono del maresciallo Mario Sinna non era spavaldo come al solito. La sua era davvero una richiesta di aiuto.</p>
<p>Salvo si mise in modalità ascolto.</p>
<p>“Con il sangue schizzato dalla giugulare l’assassino ha scritto: …<em>è del sistema</em> e l’ha scritto su un foglio di carta attaccato con lo scotch alla parete. Aspetta che ti leggo il resto: <em>Persuadevo dolcemente i lavoratori morenti di fame che la colpa non è di alcuno…</em> E poi ci sono decine di volantini ciclostilati attaccati in giro per la stanza, volantini comunisti che inneggiano al movimento contadino, alla distribuzione delle terre. Che significa, Salvo?”.</p>
<p>“La frase che mi hai letto è di Nicola Barbato, capopopolo dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. È un pezzo del suo discorso al processo dell’aprile 1894 dopo la messa al bando del movimento…”.</p>
<p>“Hai visto che avevo ragione a chiamarti? Lo sapevo che avresti decifrato la frase. È il tuo mondo, questo. A che ora torni in paese? Vorrei mostrarti le foto degli altri reperti trovati a casa del morto”.</p>
<p>“Rientro alle 18. Dove ti raggiungo? Chi è il morto?”.</p>
<p>“È Don Ciccio Passalacqua, il vecchio capomafia in pensione ormai da vent’anni”.</p>
<p>“Cazzo, Don Ciccio? Ma perché non me lo dicevi prima?”.</p>
<p>“Perché se lo avessi fatto, non mi avresti aiutato”.</p>
<hr />
<p><strong>Filippo Pistoia</strong> (Palermo, 1975) da più di vent’anni è manager di progetti culturali in Sicilia. Negli ultimi anni ha concentrato le sue energie sul processo di rivitalizzazione dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo In <em>Terra colta</em>, il suo primo romanzo, ha provato a fondere le sue due principali passioni: le lotte contadine del Novecento e il noir mediterraneo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-21 13:24:59 by W3 Total Cache
-->