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	<title>jamila mascat &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;Iperode, poema d&#8217;amore in quindicimila versi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jan 2025 07:51:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[poema]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Raffaele K. Salinari</strong> <br />Il poema, la poesia in generale, è sempre stata la forma prediletta per la comunicazione delle Cose Ultime, una sorta di simbologia in versi che coniuga musicalità e logos, come nella Creazione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raffaele K. Salinari</strong></p>

<a href='https://www.nazioneindiana.com/2025/01/29/liperode-poema-in-quindicimila-versi/6e4a2166-6480-4f21-a1db-061cfe981ef1/'><img width="641" height="1024" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/6E4A2166-6480-4F21-A1DB-061CFE981EF1-641x1024.jpeg" class="attachment-large size-large" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/6E4A2166-6480-4F21-A1DB-061CFE981EF1-641x1024.jpeg 641w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/6E4A2166-6480-4F21-A1DB-061CFE981EF1-188x300.jpeg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/6E4A2166-6480-4F21-A1DB-061CFE981EF1-768x1227.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/6E4A2166-6480-4F21-A1DB-061CFE981EF1-150x240.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/6E4A2166-6480-4F21-A1DB-061CFE981EF1-300x479.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/6E4A2166-6480-4F21-A1DB-061CFE981EF1-696x1112.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/6E4A2166-6480-4F21-A1DB-061CFE981EF1-263x420.jpeg 263w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/6E4A2166-6480-4F21-A1DB-061CFE981EF1.jpeg 939w" sizes="(max-width: 641px) 100vw, 641px" /></a>

<p>Il poema, la poesia in generale, è sempre stata la forma prediletta per la comunicazione delle Cose Ultime, una sorta di simbologia in versi che coniuga musicalità e logos, come nella Creazione. È, infatti, questa potenza vibrazionale, che si carica di ritmo ad ogni verso, a creare una vera e propria onda che, alla fine, sommerge l’io del lettore inducendolo in uno stato di coscienza amplificata, sottile, in cui, forse, è possibile cogliere l’essenza dell’Essere. La ricerca dell’essenza amorosa, della sua potenza ricongiungitiva al Tutto, è l’eterno tema del poema <em>L&#8217;Iperode</em>, di Lorenzo Bernardo, edito per La Scuola di Pitagora (pag. 630, € 40), che si immette nel solco di questo espediente artistico antichissimo, che forse nasce prima ancora della parola scritta, come mitologia del racconto, aura percepibile di qualcosa che altrimenti resta invisibile.</p>
<p>Gli ascendenti classici vanno da Omero a S. Giovanni della Croce, da Rumi sino alle Elegie Duinesi di Rilke, passando per il grande poema di Dante, tutti impegnati nel trovare nel verso il solvente universale dell’anima personale in un mare di amore angelicato che attraverso un singolo soggetto amato, catalizza alchemicamente la trasmutazione verso quel “fondersi senza confondersi” con la Sorgente che rappresenta il compimento della Grande Opera di tutti i mistici. Ma la via amorosa è ardua, forse la più impervia, fatta di improvvisi lampi di luce accecante attraverso i quali si svela la possibilità, e lunghi momenti di oscurità, da percorrere sino in fondo, senza paura, senza che la fede nell’amata smetta un solo momento di illuminare l’anima in cammino. Questo è il tema portante dell’<em>Iperode</em> che sdoppia e duplica, per così dire, la ricerca dell’essenza divina come ce la descrive apofaticamente San Giovanni della Croce nella sua «notte oscura».</p>
<p>Nel <em>Prologo</em> scritto da Giovanni a commento delle immagini poetiche, è interessante notare come egli stesso, per poter spiegare e far comprendere il significato di questa «notte oscura» attraverso cui l’anima deve passare per giungere alla luce divina della perfetta unione con Dio, dichiara che: «Occorrerebbero una scienza e un’esperienza superiori alla mia. Difatti sono tante le difficoltà e così dense le tenebre, spirituali e temporali, che ordinariamente le anime fortunate sogliono attraversare per raggiungere questo sublime stato di perfezione, che non bastano né la scienza umana per comprenderle né l’esperienza per descriverle. Solo chi passa per questa prova potrà darne una valutazione, ma non parlarne». Lorenza Bernardo, invece, coglie la sfida del dire poeticamente, poieticamente, e traccia la lunga strada in versi che condurrà l’amante verso la piena identità con l’amato, al Rebis Filosofico che, come ci ricorda Rilke nelle <em>Elegie</em>, a tutti gli amanti sarebbe possibile se solo (solo!) fossimo consapevoli di ciò che stiamo vivendo.</p>
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		<title>L&#8217;Avana. La rivoluzione tradita</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/01/10/lavana-la-rivoluzione-tradita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jan 2025 06:49:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[blackout]]></category>
		<category><![CDATA[cuba]]></category>
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		<category><![CDATA[Habana Libre]]></category>
		<category><![CDATA[L'Avana]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
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					<description><![CDATA[A L'Avana la memoria della Rivoluzione rischia di essere seppellita dalla crisi economica di lungo corso. Tra blackout, bloqueo e controriforme sociali, Cuba fatica ad affrontare le contraddizioni e i contraccolpi del socialismo in un solo paese.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-111186" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223545-min-1024x768.jpg" alt="" width="671" height="503" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223545-min-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223545-min-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223545-min-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223545-min-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223545-min-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223545-min-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223545-min-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223545-min-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223545-min-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223545-min-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223545-min-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223545-min-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 671px) 100vw, 671px" /></p>
<p>di <strong>Alimaj</strong></p>
<p>C’è una battuta sulla crisi demografica e le ricorrenti emorragie migratorie che circola da decine di anni a Cuba: <em>el último que apague el Morro</em>, ovvero l’ultimo (che lascia l’isola) spenga la luce del faro al Castillo del Morro, la fortezza spagnola cinquecentesca che troneggia sulla baia de L’Avana. Secondo Pablo Socorro, giornalista, a Miami dal 1996, e autore di un libro dal titolo omonimo che racconta dieci storie di esilio da Cuba, la paternità del motto di spirito deve essere attribuita al popolo uruguyano. Negli anni Sessanta, infatti, decine di migliaia di uruguayani emigrarono in massa verso l’Argentina in cerca di fortuna. Nell’aeroporto Carrasco di Montevideo comparve allora la scritta “El último que apague la luz”. C’è chi sostiene, invece, che sia un’invenzione cubana risalente all’epoca della crisi dei <em>balseros</em> del 1995, anno in cui, a causa del collasso economico che fece seguito alla frantumazione del blocco sovietico, e approfittando del via libera di Fidel Castro all’esodo, oltre 125mila persone fuggirono dal porto di Mariel saltando a bordo di fragili imbarcazioni improvvisate dirette verso la Florida a poco più di un centinaio di chilometri.</p>
<p>Poco importa se si tratti davvero del frutto dell’umorismo cubano; a Cuba, dove il desiderio di fuga è palpabile, soprattutto tra la giovani generazioni, l’espressione calza a pennello, ed è tornata in voga rimbalzando sui social media dopo il <a href="https://ilmanifesto.it/al-buio-e-il-cibo-scarseggia-cuba-cammina-sulle-uova">black out del 18 ottobre</a> che ha lasciato al buio tutta l’isola per qualche giorno – “Ma non eri l’ultimo, siamo ancora in tanti qua, riaccendi per favore!”.</p>
<p>Dal 18 ottobre ad oggi le interruzioni di corrente, parziali o totali, di un’intera giornata o di qualche ora, si sono ripetute con frequenza. Da una parte, l’avaria continua delle sette vetuste centrali termoelettriche, dall’altra la carenza di combustibile che lascia a secco i trenta generatori di cui dispone il paese. “È una questione matematica”, spiega Adalberto, ingegnere presso la <em>Empresa de Construcciones de la Industria Eléctrica</em> (ECIE). “Se l’isola ha bisogno di 3000 MW e la capacità di generazione riesce a garantirne poco meno della metà, c’è metà della rete che non potrà funzionare”. Gli operatori dell’ECIE e dell’EMCE (<em>Empresa de Mantenimiento a Centrales Eléctricas</em>) lavorano in stato di emergenza permanente. Nel frattempo il ministero dell’Energia e delle Miniere da alcuni anni sta tentando di espandere lo sfruttamento delle energie rinnovabili. Nella provincia orientale di Holguín ci sono già due grandi parchi eolici, e altrettanti sono in procinto di essere costruiti. L’energia fotovoltaica, invece, rappresenta ancora un apporto assai limitato al fabbisogno nazionale. I tre stabilimenti fotovoltaici donati dalla Cina – La Criolla a Villa Clara, il Morón a Ciego de Ávila e il  Miramar a Holguín ­– producono in totale soltanto 12 MW. “Non è con il fotovoltaico che riusciremo a cavarcela, purtroppo, ma è un peccato, visto che di sole ne abbiamo tanto, no?”.</p>
<figure id="attachment_111174" aria-describedby="caption-attachment-111174" style="width: 525px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111174" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210108-min-1024x759.jpg" alt="" width="525" height="389" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210108-min-1024x759.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210108-min-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210108-min-768x569.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210108-min-1536x1139.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210108-min-2048x1519.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210108-min-150x111.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210108-min-485x360.jpg 485w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210108-min-696x516.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210108-min-1068x792.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210108-min-1920x1424.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210108-min-566x420.jpg 566w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210108-min-80x60.jpg 80w" sizes="(max-width: 525px) 100vw, 525px" /><figcaption id="caption-attachment-111174" class="wp-caption-text">La sede dell&#8217;Empresa de Construcciones de la Industria Eléctrica (ECIE) in Tejadillo 57-59.</figcaption></figure>
<p>Adalberto  è in procinto  di partire in missione con la sua squadra verso l’est, a bordo di un pulmino bianco che passa a prenderlo di fronte alla sede dell’ECIE nel centro de L’Avana. L’indirizzo, Tejadillo 57-59, è curiosamente lo stesso dello studio da avvocato del giovane Fidel Castro, che si trova al piano superiore ed è conservato come una reliquia da oltre settant’anni, perciò non visitabile, ma solo reperibile grazie a una targa commemorativa discreta affissa sulla facciata dell&#8217;edificio.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-111172" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223113-min-1024x919.jpg" alt="" width="528" height="474" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223113-min-1024x919.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223113-min-300x269.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223113-min-768x690.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223113-min-1536x1379.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223113-min-2048x1839.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223113-min-150x135.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223113-min-696x625.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223113-min-1068x959.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223113-min-1920x1724.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223113-min-468x420.jpg 468w" sizes="(max-width: 528px) 100vw, 528px" /></p>
<p>“Se ci fosse stato lui”, ammette Rolando, rammaricato, alludendo a Fidel con un gesto che ne mima la barba, “non staremmo in questa situazione, perché lui non avrebbe mai lasciato il suo popolo in questo stato, senza acqua né luce”. Poi tira fuori dal portafoglio una foto da giovane con Raúl Castro, e confessa a malincuore che nemmeno Raúl da presidente è mai stato all’altezza di suo fratello. Ex impiegato delle poste, Rolando si è dimesso nei primi anni duemila e ha poi lavorato per tanti anni nelle cucine degli alberghi di Varadero per mettere da parte i soldi e comprarsi finalmente una Cadillac decappottabile usata, rosa smagliante, con cui trasporta in giro turisti nostalgici. “Agli americani soprattutto piacciono da morire queste macchine, perché negli anni Cinquanta erano le loro. Si mettono un cappello di paglia, un sigaro in bocca e via, tutto è <em>amazing!</em>”.</p>
<p>L’Avana pullula di macchine d’epoca, alla faccia dell’obsolescenza programmata: dalle Cadillac, Buick, Chevrolet, Pontiac, Mercury che sfrecciano sul lungomare, il <em>Malecon</em>, scarrozzando turisti, alle Fiat 126, Lada e Maggiolini privati, spesso riconvertiti in taxi collettivi per i locali. Rolando non ce l’ha affatto con i turisti, anzi rimpiange che dalla pandemia in poi le cifre siano andate scemando in picchiata, da 5 milioni a 1 e mezzo. “Cuba è sempre stata un paradiso per il turismo. Ce n’è per tutti i gusti, per chi viene a prendere il sole e riposarsi, e per chi viene a divertirsi con le ragazze. Perché qui anche <em>las chicas</em> hanno la laurea, conoscono la storia e ti fanno girare la città come guide professioniste”.</p>
<figure id="attachment_111177" aria-describedby="caption-attachment-111177" style="width: 509px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111177 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211230-min-1024x814.jpg" alt="" width="509" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211230-min-1024x814.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211230-min-300x239.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211230-min-768x611.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211230-min-1536x1222.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211230-min-2048x1629.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211230-min-150x119.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211230-min-696x554.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211230-min-1068x849.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211230-min-1920x1527.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211230-min-528x420.jpg 528w" sizes="(max-width: 509px) 100vw, 509px" /><figcaption id="caption-attachment-111177" class="wp-caption-text">Sul Malecón</figcaption></figure>
<figure id="attachment_111175" aria-describedby="caption-attachment-111175" style="width: 464px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111175 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210950-min-912x1024.jpg" alt="" width="464" height="521" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210950-min-912x1024.jpg 912w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210950-min-267x300.jpg 267w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210950-min-768x862.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210950-min-1368x1536.jpg 1368w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210950-min-1824x2048.jpg 1824w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210950-min-150x168.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210950-min-300x337.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210950-min-696x782.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210950-min-1068x1199.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210950-min-1920x2156.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210950-min-374x420.jpg 374w" sizes="(max-width: 464px) 100vw, 464px" /><figcaption id="caption-attachment-111175" class="wp-caption-text">Sul Malecón inondato</figcaption></figure>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-111183" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211821-min-1024x692.jpg" alt="" width="565" height="382" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211821-min-1024x692.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211821-min-300x203.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211821-min-768x519.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211821-min-1536x1039.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211821-min-2048x1385.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211821-min-150x101.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211821-min-696x471.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211821-min-1068x722.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211821-min-1920x1298.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_211821-min-621x420.jpg 621w" sizes="(max-width: 565px) 100vw, 565px" /></p>
<p>Nei primi anni Novanta, durante il cosiddetto <em>periodo speciale</em> quando in seguito al crollo dell’URSS, il PIL del paese in caduta libera diminuì del 35%, il governo cubano aveva cominciato a puntare tutto sul turismo, fino a fare dell’isola la terza meta dei Caraibi dopo Santo Domingo e Cancún. In quegli anni, per far fronte alla crisi economica dilagante, Castro aveva aperto ai colossi dell’hôtellerie internazionale, consentendo delle joint ventures con il capitale di stato, e creando nel 1994 il Mintur, il ministero del Turismo. In quello stesso periodo fu legalizzato il dollaro e consentita la creazione di piccole aziende private, benché solo in alcuni settori, tra cui la ristorazione. L’avvento del turismo di massa, però, aveva funzionato un po’ come una macchina del tempo, nonostante la costruzione di complessi alberghieri ultramoderni. Il dollaro era di ritorno, insieme agli americani in vacanza in camicie hawaiane, i night-club e il sesso a pagamento. Un tuffo indietro negli anni Cinquanta, ma senza i casinò, la droga e la malavita organizzata.</p>
<p>I vecchi alberghi di L&#8217;Avana ancora raccontano quella storia a cui la Rivoluzione ha messo drasticamente fine e che però poi sembra quasi essere ritornata in auge. Il più antico di tutti è l’Hotel Inglaterra, sul Paseo del Prado di fronte al Parque Central. Costruito nel 1875 dall’architetto Juan de Villamil, ex tenente colonnello dell’esercito in pensione, con la Gran Bretagna non ha nulla a che vedere e anzi ostenta i fasti della bella époque spagnola.  L’Hotel Habana Riviera, invece, è un esempio tipico dell’architettura cubana degli anni cinquanta, cementosa e prepotentemente verticale. Gli anni Cinquanta, infatti, segnano il boom dell’edilizia alberghiera in seguito alla promulgazione da parte dell’allora dittatore Fulgencio Batista della Hotel Law 2074 che regalava incentivi fiscali e license per i casinò ai costruttori di grand hotel e night-club. Inaugurato nel 1957 con la presenza di star hollywodiane come Ginger Rogers e Lou Costello e altri illustri rappresentanti della mafia nordamericana, l’Habana Riviera ospitava un enorme casinò, il più grande di tutta Cuba, gestito da <a href="https://themobmuseum.org/notable_names/meyer-lansky/">Meyer Lansky,</a> boss della mafia statunitense sull’isola.</p>
<figure id="attachment_111176" aria-describedby="caption-attachment-111176" style="width: 597px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111176 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210759-min-1024x702.jpg" alt="" width="597" height="409" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210759-min-1024x702.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210759-min-300x206.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210759-min-768x527.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210759-min-1536x1054.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210759-min-2048x1405.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210759-min-150x103.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210759-min-218x150.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210759-min-696x477.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210759-min-1068x733.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210759-min-1920x1317.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210759-min-612x420.jpg 612w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_210759-min-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 597px) 100vw, 597px" /><figcaption id="caption-attachment-111176" class="wp-caption-text">L&#8217;Hotel Deauville</figcaption></figure>
<p>Nel 1957 fu inaugurato anche un altro famoso hotel collegato alla presenza della malavita organizzata a Cuba, l’Hotel Deauville, nei pressi del lungomare e di proprietà di <a href="https://themobmuseum.org/notable_names/santo-trafficante-jr/">Santo Trafficante Jr</a>, come anche l’Hotel Capri, l’Hotel Comodoro e il casinò Sans Souci.</p>
<figure id="attachment_111205" aria-describedby="caption-attachment-111205" style="width: 486px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111205" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230941-min-1024x803.jpg" alt="" width="486" height="381" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230941-min-1024x803.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230941-min-300x235.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230941-min-768x603.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230941-min-1536x1205.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230941-min-2048x1607.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230941-min-150x118.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230941-min-696x546.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230941-min-1068x838.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230941-min-1920x1506.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230941-min-535x420.jpg 535w" sizes="(max-width: 486px) 100vw, 486px" /><figcaption id="caption-attachment-111205" class="wp-caption-text">Di fronte all&#8217;ingresso dell&#8217;Hotel Deauville</figcaption></figure>
<p>Poco dopo, però, con l’avvento della Rivoluzione, tutte le proprietà di Trafficante sarebbero state confiscate dallo Stato e il boss, originario della Florida, espulso dall’isola in quanto persona non grata, a sua volta, nel 1961, avrebbe <a href="chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https:/www.cia.gov/readingroom/docs/CIA-RDP88-01315R000300510041-1.pdf">collaborato con la CIA a uno dei numerosi tentativi di assassinare Castro per avvelenamento</a>.</p>
<p>Ma l’hotel più emblematicamente intrecciato alla storia della Rivoluzione è l&#8217;<a href="https://www.theguardian.com/cities/2015/may/12/havana-habana-libre-castro-cuba-us-history-cities-50-buildings-day-34">Habana Libre</a>, che nel gennaio del 1959 – un anno dopo la sua apertura – accolse Castro e le sue truppe  in arrivo nella capitale con la barba lunga e le armi in pugno, come ritratti nelle poche foto d’epoca che testimoniano dello sbarco dei <em>barbudos</em> in quello che al tempo era ancora l’Hotel Hilton, presto nazionalizzato e ribattezzato.</p>
<figure id="attachment_111191" aria-describedby="caption-attachment-111191" style="width: 557px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111191 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241022134601-min-1024x768.jpg" alt="" width="557" height="418" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241022134601-min-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241022134601-min-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241022134601-min-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241022134601-min-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241022134601-min-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241022134601-min-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241022134601-min-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241022134601-min-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241022134601-min-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241022134601-min-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241022134601-min-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241022134601-min-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 557px) 100vw, 557px" /><figcaption id="caption-attachment-111191" class="wp-caption-text">L&#8217;Habana Libre</figcaption></figure>
<p>Da allora La Castellana, la suite 2324 in cui Castro, <a href="https://uncpress.org/book/9781469654607/celia-sanchez-manduley/">Celia Sánchez</a> e una decina di altri membri dell’Esercito Ribelle festeggiarono l&#8217;8 gennaio <a href="https://www.presidencia.gob.cu/es/noticias/cuando-fidel-y-la-libertad-entraron-a-la-habana-audio/">l’avvento della Rivoluzione a L&#8217;Avana</a>, sarebbe diventata il quartiere generale dal nuovo presidente in visita in città e la sede da lui prescelta per ospitare eventi epocali come la firma della <a href="https://www.granma.cu/cuba/2024-05-16/la-reforma-agraria-primera-ley-de-la-revolucion">seconda riforma agraria nel 1963</a> e l’organizzazione della <a href="https://thetricontinental.org/our-history/">Tricontinental</a> nel 1966.</p>
<figure id="attachment_111196" aria-describedby="caption-attachment-111196" style="width: 375px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111196" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_224624-min-768x1024.jpg" alt="" width="375" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_224624-min-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_224624-min-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_224624-min-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_224624-min-1536x2048.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_224624-min-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_224624-min-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_224624-min-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_224624-min-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_224624-min-scaled.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_224624-min-315x420.jpg 315w" sizes="(max-width: 375px) 100vw, 375px" /><figcaption id="caption-attachment-111196" class="wp-caption-text">La porta della Castellana, la suite di Fidel Castro nell&#8217;Habana Libre</figcaption></figure>
<p>L’albergo, eletto da Castro a simbolo della Rivoluzione e del nuovo corso, era stato fino a poco prima – per l’esattezza fino alla sua fuga da Cuba il 1 gennaio 1959 mentre nella sala da ballo dell’hotel la buona società cubana celebrava il capodanno, un trofeo di Batista: la dimostrazione che Conrad Hilton, il magnate statunitense dell’hôtellerie, aveva fiducia nel futuro prospero dell’isola. Occupando l’Hilton Castro occupava l’emblema della Cuba che era e che non sarebbe più stata, e insieme un avamposto strategico, uno degli edifici più alti de L’Avana con un’incredibile vista su tutta la città fino al mare.</p>
<figure id="attachment_111213" aria-describedby="caption-attachment-111213" style="width: 589px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111213" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102116-min-1024x768.jpg" alt="" width="589" height="442" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102116-min-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102116-min-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102116-min-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102116-min-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102116-min-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102116-min-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102116-min-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102116-min-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102116-min-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102116-min-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102116-min-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102116-min-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 589px) 100vw, 589px" /><figcaption id="caption-attachment-111213" class="wp-caption-text">La vista dalla Castellana</figcaption></figure>
<figure id="attachment_111214" aria-describedby="caption-attachment-111214" style="width: 588px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111214" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102112-min-1024x768.jpg" alt="" width="588" height="441" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102112-min-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102112-min-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102112-min-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102112-min-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102112-min-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102112-min-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102112-min-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102112-min-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102112-min-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102112-min-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102112-min-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025102112-min-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 588px) 100vw, 588px" /><figcaption id="caption-attachment-111214" class="wp-caption-text">La vista dalla Castellana</figcaption></figure>
<p>La Rivoluzione avrebbe segnato la fine della dolce vita cubana per il capitale e il turismo nordamericano: la fine della notti brave sul Miramar, di cui l’Hotel Nacional, maestoso complesso extra lusso edificato negli anni 1930, era la vetrina più vistosa.</p>
<figure id="attachment_111207" aria-describedby="caption-attachment-111207" style="width: 523px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111207" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230543-min-1024x660.jpg" alt="" width="523" height="337" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230543-min-1024x660.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230543-min-300x194.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230543-min-768x495.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230543-min-1536x991.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230543-min-2048x1321.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230543-min-150x97.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230543-min-696x449.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230543-min-1068x689.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230543-min-1920x1238.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230543-min-651x420.jpg 651w" sizes="(max-width: 523px) 100vw, 523px" /><figcaption id="caption-attachment-111207" class="wp-caption-text">Di fronte all&#8217;entrata dell&#8217;Hotel Nacional</figcaption></figure>
<figure id="attachment_111200" aria-describedby="caption-attachment-111200" style="width: 476px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111200 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230631-min-1-1024x768.jpg" alt="" width="476" height="357" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230631-min-1-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230631-min-1-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230631-min-1-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230631-min-1-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230631-min-1-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230631-min-1-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230631-min-1-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230631-min-1-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230631-min-1-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230631-min-1-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230631-min-1-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230631-min-1-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 476px) 100vw, 476px" /><figcaption id="caption-attachment-111200" class="wp-caption-text">Cortile interno dell&#8217;Hotel Nacional</figcaption></figure>
<p>A distanza di oltre sessant’anni però, il Vedado, il quartiere dove sorge per l’appunto l’Habana Libre, è tornato ad essere il barrio mondano dei club e dei cinema, dei bar e dei ristoranti, non solo per turisti, ma anche per un’élite di nuovi ricchi cubani che degustano ceviche bevendo birre rigorosamente d’importazione e consumando in una serata il salario mensile di un direttore di scuola media.</p>
<figure id="attachment_111197" aria-describedby="caption-attachment-111197" style="width: 551px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111197" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230656-min-1024x768.jpg" alt="" width="551" height="413" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230656-min-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230656-min-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230656-min-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230656-min-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230656-min-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230656-min-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230656-min-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230656-min-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230656-min-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230656-min-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230656-min-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_230656-min-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 551px) 100vw, 551px" /><figcaption id="caption-attachment-111197" class="wp-caption-text">Il cinema La Rampa al Vedado</figcaption></figure>
<p>Questa è la Cuba che Nene non avrebbe mai voluto vedere. A L’ Avana da due anni, Nene è originario della provincia di Santiago che ha abbandonato, perché dice che è diventata un cimitero. Figlio di contadini in pensione, a cui la pensione consente appena di sopravvivere, Nene dispera di vedere il suo paese degradarsi così. “Per noi afrocubani la rivoluzione è stata la vera fine della schiavitù. I neri di Santiago erano quelli che lavoravano nelle piantagioni, a differenza dei neri di L’ Avana impiegati prevalentemente come domestici nelle case dei bianchi. La mia famiglia viene da quella storia lì, e per i miei è stata una cosa assolutamente incredibile che io e mio fratello siamo andati all’università. Anche se all’università alla fine poi ci andavano tutti, perché era cosi che funzionava prima. Non so ora se i miei figli vorranno studiare, ne dubito. I ragazzi sognano di andarsene, oppure magari di lavorare con il turismo per guadagnare meglio”. Da quando è a L’Avana Nene si mantiene facendo consegne a domicilio in città. Così, bussando alle porte del Vedado, ha potuto vedere da vicino le facce di questa nuova classe agiata che vive in un mondo parallelo e distantissimo dalla grande maggioranza della popolazione.</p>
<figure id="attachment_111215" aria-describedby="caption-attachment-111215" style="width: 641px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111215 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241024140425-min-1024x684.jpg" alt="" width="641" height="428" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241024140425-min-1024x684.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241024140425-min-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241024140425-min-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241024140425-min-1536x1027.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241024140425-min-2048x1369.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241024140425-min-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241024140425-min-696x465.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241024140425-min-1068x714.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241024140425-min-1920x1283.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241024140425-min-628x420.jpg 628w" sizes="(max-width: 641px) 100vw, 641px" /><figcaption id="caption-attachment-111215" class="wp-caption-text">Al Vedado</figcaption></figure>
<p>Per chi come lui è stato giovane durante il boom della rivoluzione, alla fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta, quando con la <em>juventud comunista</em> si viaggiava in giro per il mondo, e quando a scuola si impartivano corsi di marxismo e leninismo, la Cuba di oggi è irriconoscibile. Non ha nessuna fiducia nel presidente Díaz-Canel e nemmeno nel suo vice, Salvador Valdés Mesa, primo afrocubano a ricoprire un incarico di questo rango. Teme soprattutto che la situazione attuale sia esplosiva. “La gente è stanca di resistere, perché sono anni che il governo ci chiede di resistere. Ed è anche disgustata nel constatare che c’è chi va avanti a malapena a riso e chícharos, e chi fa la bella vita. Quando le cose si mettono così, non promette bene, rischiamo la guerra civile”.</p>
<p>Al vertice della Rampa, la avenida 23, la gelateria statale Coppelia, un immenso ufo di colore azzurro avvolto in un giardino verdeggiante all’ingresso del quale troneggia la scritta <em>La Habana</em> <em>real y maravillosa</em>, non è più la cattedrale del gelato che fu, nonostante la fama internazionale a cui l’aveva consacrata nel 1993 il film <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ygR1OTyVr7I"><em>Fragole e cioccolato</em>.</a></p>
<figure id="attachment_111210" aria-describedby="caption-attachment-111210" style="width: 573px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111210" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025173510-min-1024x768.jpg" alt="" width="573" height="430" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025173510-min-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025173510-min-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025173510-min-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025173510-min-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025173510-min-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025173510-min-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025173510-min-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025173510-min-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025173510-min-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025173510-min-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025173510-min-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025173510-min-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 573px) 100vw, 573px" /><figcaption id="caption-attachment-111210" class="wp-caption-text">All&#8217;ingresso del giardino della gelateria Coppelia</figcaption></figure>
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<p>Voluta personalmente da Fidel nel 1966 per offrire ai cubani una varietà infinita di gusti e battezzata in onore del suo <a href="https://www.raiplay.it/programmi/coppelia">balletto classico preferito</a>, Coppelia contava qualche centinaia di dipendenti e serviva decine di migliaia di gelati al giorno. Ma le interruzioni di corrente che da anni interessano il paese hanno progressivamente tarpato le ali e le ambizioni della gelateria, che negli anni si è vista costretta a ridurre drasticamente l’offerta di gelato.</p>
<p>A pochi passi da Coppelia e proprio di fronte all’Habana Libre, svetta una edificio di 152 metri che per ragioni comprensibili ha catalizzato l’ostilità degli habaneros. Si tratta di un hotel 5 stelle (42 piani e 565 stanze) in cui il governo ha investito 17mila milioni di pesos e che è in costruzione dal 2018. C’è chi dice che è come un pugnale conficcato nello skyline di L’Avana, ma anche un affronto sfrontato alle ristrettezze in cui vive la popolazione. Alla guida di questo progetto, fino alla sua morte inaspettata nel 2022, c’era Luis Alberto Rodríguez López-Calleja, ex generale dell’esercito riconvertito in dirigente d’impresa – la GAESA, il grande consorzio aziendale gestito dalle Forze armate rivoluzionarie – ed ex marito della figlia di Raúl Castro. Quando basta per rendere la Torre K un’iniziativa più che chiacchierata.</p>
<figure id="attachment_111185" aria-describedby="caption-attachment-111185" style="width: 404px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111185 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_212141-min-793x1024.jpg" alt="" width="404" height="521" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_212141-min-793x1024.jpg 793w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_212141-min-232x300.jpg 232w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_212141-min-768x991.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_212141-min-1190x1536.jpg 1190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_212141-min-1587x2048.jpg 1587w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_212141-min-150x194.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_212141-min-300x387.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_212141-min-696x898.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_212141-min-1068x1378.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_212141-min-1920x2478.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_212141-min-325x420.jpg 325w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_212141-min-scaled.jpg 1983w" sizes="(max-width: 404px) 100vw, 404px" /><figcaption id="caption-attachment-111185" class="wp-caption-text">La Torre K al Vedado</figcaption></figure>
<p>A ciò si aggiunge il fatto che i lavoratori impiegati sul cantiere del gruppo francese Bouygues Bâtiment International sono per la maggior parte bengalesi. Maria, un’ingegnera che durante la pausa pranzo legge <em>Los Trabajadores</em>, la testata ufficiale del sindacato nazionale, si rivolge a loro in spagnolo. “Capiscono abbastanza, perché sono qui da mesi. Lavorano tantissimo e con contratti che non sarebbero possibili per noi cubani, perciò li hanno fatti venire da fuori. Ma li pagano più di quanto non ci pagherebbero”. Maria è di poche parole e si esime dal dire cosa pensi. Forse nemmeno lei riesce a capire fino in fondo perché un governo che fatica a sfamare il popolo possa lanciarsi in un progetto del genere. Qui si lavora incessantemente, anche durante i black out, mentre il resto dell’isola è sospesa nel limbo dell’inattività, perché la corrente è sempre garantita dai generatori dell’<a href="https://hagergroup.com/en/technologies-and-innovations/international-projects/hotel-k23-havana">Hager group</a>, multinazionale originariamente tedesca che sul proprio sito vanta la Torre K come un fiore all’occhiello.</p>
<figure id="attachment_111173" aria-describedby="caption-attachment-111173" style="width: 356px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111173" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_205055-min-739x1024.jpg" alt="" width="356" height="493" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_205055-min-739x1024.jpg 739w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_205055-min-216x300.jpg 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_205055-min-768x1065.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_205055-min-1108x1536.jpg 1108w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_205055-min-1477x2048.jpg 1477w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_205055-min-150x208.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_205055-min-300x416.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_205055-min-696x965.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_205055-min-1068x1481.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_205055-min-1920x2662.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_205055-min-303x420.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_205055-min-scaled.jpg 1846w" sizes="(max-width: 356px) 100vw, 356px" /><figcaption id="caption-attachment-111173" class="wp-caption-text">Una tienda de l&#8217;estado chiusa in L&#8217;Avana vecchia</figcaption></figure>
<p>Qui si lavorava perfino il 28 ottobre, mentre Cuba celebrava il terzo e forse più amato eroe della rivoluzione prematuramente scomparso. “<a href="https://www.trabajadores.cu/20241028/camilo-cienfuegos-leyenda-viva-innata-y-eterna/">Camilo Cienfuegos</a> era il migliore, un uomo del popolo, mentre Raùl e Guevara erano due sanguinari, lo sanno tutti”. A Juan lo ha raccontato suo padre, comunista appassionato e poi disamorato del castrismo dopo la morte di Fidel, e sua nonna, 101 anni, che la sa lunga più di chiunque altro. “Mio padre sì, era comunista, io non lo so cosa sono. Sono soprattutto stufo della situazione di questo paese”. Juan lavora in una <em>tienda del estado</em> ne l’Avana vecchia in cui la carne appena arriva va a ruba, e restano in bella mostra soltanto pochi detergenti venduti a caro prezzo.</p>
<figure id="attachment_111204" aria-describedby="caption-attachment-111204" style="width: 487px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111204" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231303-min-1024x768.jpg" alt="" width="487" height="366" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231303-min-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231303-min-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231303-min-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231303-min-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231303-min-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231303-min-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231303-min-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231303-min-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231303-min-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231303-min-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231303-min-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231303-min-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 487px) 100vw, 487px" /><figcaption id="caption-attachment-111204" class="wp-caption-text">Una tienda del estado nel cuore de L&#8217;Avana vecchia</figcaption></figure>
<figure id="attachment_111212" aria-describedby="caption-attachment-111212" style="width: 481px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111212" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025161432-min-1-1024x960.jpg" alt="" width="481" height="451" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025161432-min-1-1024x960.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025161432-min-1-300x281.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025161432-min-1-768x720.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025161432-min-1-1536x1439.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025161432-min-1-2048x1919.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025161432-min-1-150x141.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025161432-min-1-696x652.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025161432-min-1-1068x1001.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025161432-min-1-1920x1799.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG20241025161432-min-1-448x420.jpg 448w" sizes="(max-width: 481px) 100vw, 481px" /><figcaption id="caption-attachment-111212" class="wp-caption-text">La fila con la libreta di fronte a una panetteria</figcaption></figure>
<p>In negozio da mesi non c’è quasi mai da lavorare, perché non c’e tristemente nulla da vendere. Allora Juan ha avviato un attività commerciale, organizza fiere di artigianato locale per turisti. Il suo sogno è comprarsi una macchina d’epoca e scarrozzare i visitatori, perché così si fanno i soldi, a meno che non li mandino le famiglie dall’estero. A sua moglie Raquel, invece, piacerebbe poter lanciare una piccola impresa di vendita al dettaglio, una delle tanto vituperate <em>mypimes</em> che pullulano in città e ostentano un’abbondanza smisurata che cozza crudelmente con la penuria che si respira in giro. Juan e Raquel non hanno figli e ringraziano il cielo perché alcuni tra i figli dei loro amici nel corso dell’ultimo anno e mezzo hanno preso la strada dell’esilio, ma non tutti sono arrivati a destinazione passando per il Messico, mentre altri sono stati dati per dispersi. “Per chi ci riesce però poi è bingo: possono mandare dei soldi alla famiglia che può cominciare fare import/export, ed è  tutta un’altra vita”, spiega Raquel. Il paradosso di Cuba infatti è che mentre lo stato subisce da più di mezzo secolo un embargo asfissiante, ampiamente contestato anche in occasione dell’ultimo voto del 30 ottobre all’Assemblea dell’ONU (solo Usa e Israele a favore), ai privati è consentito di acquistare la merce made in Usa. Così, mentre nel paradiso socialista della canna da zucchero, che fu in origine l’inferno delle piantagioni schiaviste, oggi lo zucchero scarseggia ed è praticamente assente dalla canasta mensile, i <em>cookies</em> si vendono a prezzi folli nei nuovi negozi dei nuovi ricchi, tutti scintillanti e climatizzati.</p>
<p>“La rivoluzione non è una pranzo di gala, ma nemmeno la denutrizione”, ironizza Esteban, insegnante sulla cinquantina. “Non è che non ci tenga alla Rivoluzione, anzi la amo la Rivoluzione, la amiamo tutti. Però Díaz-Canel non ha nulla a che vedere con la Rivoluzione e parla a vanvera.  Dice che la sovranità è la cosa più importante, ma purtroppo non ci riempie lo stomaco. Dice che siamo un popolo di <em>luchadores</em> e dobbiamo continuare a lottare, ma come fai a dirlo ai contadini che non ricevono le provviste da due mesi?”. Esteban si preoccupa per le giovani generazioni, i ragazzi e ragazze che accoglie ogni giorno sui banchi di scuola. Dice che è difficile trasmettere loro l’entusiasmo per una storia che non corrisponde neanche lontanamente a quel che vedono e vivono ogni giorno.</p>
<p>A sessantacinque anni di distanza, la memoria storica della rivoluzione perde colore, come sbiadiscono sui muri della città, tra <em>bloqueo</em>, uragani e black out, i volti del Che, i <em>Patria o Muerte</em>, i <em>Venceremos</em>.</p>
<figure id="attachment_111190" aria-describedby="caption-attachment-111190" style="width: 348px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111190 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231549-min-768x1024.jpg" alt="" width="348" height="464" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231549-min-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231549-min-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231549-min-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231549-min-1536x2048.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231549-min-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231549-min-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231549-min-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231549-min-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231549-min-scaled.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_231549-min-315x420.jpg 315w" sizes="(max-width: 348px) 100vw, 348px" /><figcaption id="caption-attachment-111190" class="wp-caption-text">L&#8217;ufficio di un commissariato di polizia a L&#8217;Avana vecchia</figcaption></figure>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-111192" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241030-WA0025-min-1024x686.jpg" alt="" width="519" height="348" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241030-WA0025-min-1024x686.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241030-WA0025-min-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241030-WA0025-min-768x515.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241030-WA0025-min-1536x1029.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241030-WA0025-min-150x101.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241030-WA0025-min-696x466.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241030-WA0025-min-1068x716.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241030-WA0025-min-627x420.jpg 627w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG-20241030-WA0025-min.jpg 1600w" sizes="(max-width: 519px) 100vw, 519px" /></p>
<p>Pablo, studente di storia all’Università de L’ Avana prossimo alla laurea e membro della Unión de Jóvenes Comunistas, fa parte di quei millennials cubani che, nonostante tutto e sebbene spesso in disaccordo con il Partito, vogliono continuare a darsi da fare per riscattare la memoria della rivoluzione. “Ma non sono l’unico, davvero. Non è che tutti i ventenni qui sognano l’America. Alcuni, come me, preferiscono la rivoluzione alla restaurazione, e credono ancora nei valori della giustizia e dell’uguaglianza socialista. Questo però non significa essere ciechi alla crisi”.</p>
<figure id="attachment_111181" aria-describedby="caption-attachment-111181" style="width: 516px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111181 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223223-min-1024x768.jpg" alt="" width="516" height="387" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223223-min-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223223-min-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223223-min-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223223-min-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223223-min-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223223-min-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223223-min-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223223-min-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223223-min-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223223-min-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223223-min-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241227_223223-min-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 516px) 100vw, 516px" /><figcaption id="caption-attachment-111181" class="wp-caption-text">La scalinata dell&#8217;Universita de L&#8217;Avana</figcaption></figure>
<p>Pablo ritiene che la soluzione della crisi, morale e politica oltre che economica, non debba essere poliziesca né repressiva da parte del governo. Se la popolazione s’interessa sempre meno alla cosa pubblica, si tratta di riattivare un desiderio di condivisione e gestione del comune che il via libera alle privatizzazioni, nel corso degli ultimi anni, ha soltanto contribuito a sotterrare. Quel desiderio è manifestamente scomparso. &#8220;C&#8217;è un calo del desiderio, senza dubbio, e allora che si fa?&#8221;. Pablo, nonostante tutto, sembra non disperare: la speranza è risvegliare quell’orgoglio rivoluzionario, così vivo e potente nella memoria dei cubani delle generazioni precedenti, che per decenni è stato il vero bastione del socialismo a Cuba.</p>
<figure id="attachment_111178" aria-describedby="caption-attachment-111178" style="width: 525px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-111178" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241024_172055-min-1024x884.jpg" alt="" width="525" height="453" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241024_172055-min-1024x884.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241024_172055-min-300x259.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241024_172055-min-768x663.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241024_172055-min-1536x1326.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241024_172055-min-2048x1768.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241024_172055-min-150x129.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241024_172055-min-696x601.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241024_172055-min-1068x922.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241024_172055-min-1920x1657.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241024_172055-min-487x420.jpg 487w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241024_172055-min-534x462.jpg 534w" sizes="(max-width: 525px) 100vw, 525px" /><figcaption id="caption-attachment-111178" class="wp-caption-text">Sul Malecon, non lontano dal Castillo del Morro</figcaption></figure>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-111179" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_213019-min-1024x805.jpg" alt="" width="527" height="415" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_213019-min-1024x805.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_213019-min-300x236.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_213019-min-768x604.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_213019-min-1536x1207.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_213019-min-2048x1610.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_213019-min-150x118.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_213019-min-696x547.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_213019-min-1068x840.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_213019-min-1920x1509.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/IMG_20241025_213019-min-534x420.jpg 534w" sizes="(max-width: 527px) 100vw, 527px" /></p>
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		<title>Vacanze hegeliane. Magritte, Lenin e Zetkin persi in un bicchiere d&#8217;acqua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jun 2024 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Clara Zetkin]]></category>
		<category><![CDATA[Hegel]]></category>
		<category><![CDATA[Jamila Mascat]]></category>
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		<category><![CDATA[René Magritte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Jamila Mascat</strong> <br />
René Magritte, a quanto pare, amava chiamare a raccolta i suoi amici per ricevere suggerimenti su come battezzare le sue opere. In realtà, stando a quanto riportato da sua moglie Georgette, "spesso accadeva che, il giorno dopo, non fosse più soddisfatto delle loro invenzioni...


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<p style="text-align: center;"><strong>Les vacances de Hegel (1958)</strong></p>
<p><em><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-108695" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Hegels-Holiday.jpeg" alt="" width="500" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Hegels-Holiday.jpeg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Hegels-Holiday-250x300.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Hegels-Holiday-150x180.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Hegels-Holiday-300x360.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Hegels-Holiday-350x420.jpeg 350w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></em></p>
<p style="text-align: center;">(olio su tela, 60&#215;50, collezione privata*)</p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p>Pare che <strong>René Magritte</strong> amasse chiamare a raccolta i suoi amici per ricevere suggerimenti su come battezzare le sue opere. In realtà, stando a quanto riportato da sua moglie Georgette, &#8220;spesso accadeva che, il giorno dopo, non fosse più soddisfatto delle loro invenzioni [le proposte suggerite dagli amici] e scegliesse allora un nome che piacesse a lui&#8221;.</p>
<p>Nel 1958 Magritte dipinse il quadro qui sopra che, come già &#8220;<a href="https://www.wikiart.org/en/rene-magritte/applied-dialectics-1945">La dialectique appliquée</a>&#8221; (1944-45) e &#8220;<a href="https://www.christies.com/en/lot/lot-6368114#:~:text=In%20its%20depiction%20of%20a,combination%20of%20night%20and%20day.">L&#8217;Éloge de la dialectique</a>&#8221; (1937), avrebbe ricevuto un titolo d&#8217;ispirazione hegeliana. Non è chiaro se, in questo caso, &#8220;Les vacances de Hegel&#8221;  fosse stato concepito da Magritte o suggerito dall&#8217;amico e poeta surrealista belga Paul Nougé.</p>
<p>In una lettera al critico Suzi Gablik, l&#8217;artista spiegava così la genesi dell&#8217;opera :</p>
<p>&#8220;Il mio ultimo quadro è nato con la domanda: come mostrare un bicchiere d&#8217;acqua in un dipinto in modo tale che non risulti indifferente? O capriccioso, arbitrario,  debole &#8211; ma, permettetemi l&#8217;espressione, con genio? (senza falsa modestia). Ho cominciato disegnando tanti bicchieri d&#8217;acqua, sempre con un segno lineare sul bicchiere. Questa linea, dopo il centesimo o il centocinquantesimo disegno, si è allargata e alla fine ha preso la forma di un ombrello. L&#8217;ombrello è stato poi inserito nel bicchiere e, per finire, sotto il bicchiere. Che è l&#8217;esatta soluzione della domanda iniziale: come dipingere un bicchiere d&#8217;acqua con genialità. Ho poi pensato che <strong>Hegel</strong> (un altro genio) sarebbe stato molto sensibile a questo oggetto che ha due funzioni opposte: allo stesso tempo non ammettere l&#8217;acqua (respingerla) e ammetterla (contenerla). [Hegel] Ne sarebbe stato deliziato, credo, o divertito (come in vacanza), e ho chiamato il quadro<em> Le vacanze di Hegel</em>&#8220;. (R. Magritte, <em>Les mots et les images</em>).</p>
<p>Ma l&#8217;idea che l&#8217;unità degli opposti espressa dal bicchiere avrebbe mandato Hegel in vacanza, non è l&#8217;unica speculazione possibile sui riferimenti dialettici contenuti nel dipinto. In fondo perché un bicchiere d&#8217;acqua? Come non pensare a <a href="https://studieriflessioni.blogspot.com/2017/04/il-bicchiere-della-discordia-dialettica.html">Bucharin, </a>e di rimando a Lenin?</p>
<p>In &#8220;<strong>Lenin e il movimento femminile</strong>&#8221; (1925) <strong>Clara Zetkin</strong> ricorda a distanza di qualche anno il suo incontro con il leader bolscevico a Mosca per discutere della questione.</p>
<p>&#8220;La nostra prima lunga conversazione su questo argomento ebbe luogo nell&#8217;autunno del 1920, nel suo grande studio al Cremlino. Lenin era seduto davanti al suo tavolo coperto di libri e di carte, che indicavano il suo genere di occupazione e il suo lavoro, ma senza ostentare &#8216;Il disordine dei geni'&#8221;.</p>
<p>Dopo aver tessuto le lodi delle &#8220;magnifiche operaie russe&#8221;, <strong>Lenin</strong>, curioso, chiese a Zetkin: &#8220;Ma ditemi, come va il lavoro comunista all&#8217;estero?&#8221;</p>
<p>E Zetkin riferì soprattutto della situazione in Germania, e di &#8220;Rosa [Luxemburg che] riteneva della più gran­de importanza conquistare alla lotta rivoluzionaria le masse femminili&#8221;.  Purtroppo, quanto alla situazione negli altri paesi in Europa, disponeva di &#8220;informazioni limitate, dati i collegamenti deboli ed irregolari che esistevano tra i partiti aderenti all&#8217;Internazionale comunista&#8221;.</p>
<p>Lenin si dimostrò un ascoltatore paziente, interessato anche ai dettagli apparentemente irrilevanti. &#8220;Non conosco nessuno che sappia ascoltare meglio di lui, osservò Zetkin, classificare cosi presto i fatti e coordinarli, come si poteva vedere dalle domande brevi, ma sempre molto precise che mi rivolgeva ogni tanto mentre parlavo, e dalla maniera di ritornare poi su qualche particolare della nostra conversazione&#8221;.</p>
<p>Desideroso di saperne di più Lenin continuò incalzando Zetkin: &#8220;Come insegnate alle compagne? Questo problema ha un&#8217;importanza decisiva per il lavoro da svolgere tra le masse. Esso esercita una grande influenza perché penetra proprio nel cuore delle masse, perché le attira a noi e le infiamma. Non posso ricordarmi in questo momento chi è che ha detto: non si fa nulla di grande senza passione [<em>ma come può non ricordarselo? Hegel!</em> &#8220;D<span class="text_exposed_show">obbiamo dire in generale che <i>nulla di grande</i> è stato compiuto nel mondo <i>senza passione&#8221;, </i></span><span style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">G. W. F. Hegel,  </span><em style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">Lezioni sulla filosofia della storia</em><span style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;"> (1837), I, 62-63, La Nuova Italia, Firenze, 1981, pp. 73-74]. </span>Ora, proseguì e concluse Lenin, noi e i lavo­ratori del mondo intero dobbiamo veramente compiere ancora grandi cose.&#8221;</p>
<p>Ma la domanda – <em>Come insegnate alle compagne?</em> – non era ingenua, e mirava ad una risposta precisa.</p>
<p>&#8220;Senza attendere la mia risposta, Lenin continuò:  &#8220;La lista dei vostri peccati, Clara, non è ancora termi­nata. Ho sentito che, nelle vostre riunioni serali dedi­cate alle letture e alle discussioni con le operaie, voi vi occupate soprattutto delle questioni del sesso e del ma­trimonio. Questo argomento sarebbe al centro delle vo­stre preoccupazioni, del vostro insegnamento politico e della vostra azione educativa! Non credevo alle mie orecchie.&#8221;</p>
<p>Zetkin contrastò l&#8217;idea di Lenin secondo la quale &#8220;questa abbondanza di teorie ses­suali, che non sono in gran parte che ipotesi arbitrarie, provenga da necessità tutte personali, cioè dal bisogno di giustificare agli occhi della morale borghese la pro­pria vita anormale o i propri istinti sessuali eccessivi e di farli tollerare&#8221;.</p>
<p>&#8220;Feci notare, rispose Zetkin, che le questioni sessuali e matrimoniali in regime di proprietà privata suscitavano problemi molteplici, che erano causa di contraddizioni e di sofferenze per le donne di tutte le classi e di tutti gli strati sociali. La guerra e le sue conseguenze, dicevo, hanno aggravato all&#8217;estremo per la donna le contraddizioni e le sofferenze che esistevano prima nei rapporti tra i sessi. I problemi, nascosti finora, sono adesso svelati agli occhi delle donne, e ciò nell&#8217;atmosfera della rivoluzione appena cominciata. Il mondo dei vecchi sentimenti, delle vecchie idee scricchiola da ogni parte. I legami sociali di una volta si in­deboliscono e si spezzano. Si vedono apparire i germi di nuove primizie ideologiche, che non hanno ancora preso forma, per le relazioni tra gli uomini. L&#8217;interesse che que­ste questioni suscitano esprime il bisogno di un nuovo orientamento. Qui appare anche la reazione che si pro­duce contro le deformazioni e le menzogne della società borghese. Il cambiamento delle forme matrimoniali e fa­miliari nel corso della storia, nella loro dipendenza del­l&#8217;economia, costituisce un buon mezzo per sradicare dallo spirito delle operaie la credenza nella perennità della so­cietà borghese. Fare la critica storica di questa società significa sviscerare senza pietà l&#8217;ordine borghese, mettere a nudo la sua essenza e le sue conseguenze e stigmatizzare tra l&#8217;altro la falsa morale sessuale. Tutte le strade condu­cono a Roma. Ogni analisi veramente marxista riguar­dante una parte importante della sovrastruttura ideolo­gica della società o un fenomeno sociale notevole deve condurre all&#8217;analisi dell&#8217;ordine borghese e della sua base, la proprietà privata; ciascuna di queste analisi deve condurre a questa conclusione: « Bisogna distruggere Car­tagine ».&#8221;</p>
<p>Lenin sorrise soddisfatto, per un verso, dell&#8217;arringa di Zetkin, ma continuò con tono sempre più inquisitorio:  &#8220;Molto bene. Voi avete l&#8217;aria di un avvocato che difende i suoi compagni e il suo partito. Certo, ciò che dite è giusto. Ma potrebbe servire soltanto a scusare l&#8217;er­rore commesso in Germania, non a giustificarlo. Un errore commesso resta un errore. Potete garantirmi seriamente che le questioni sessuali e matrimoniali non sono discus­se nelle vostre riunioni che dal punto di vista del materialismo storico vitale, ben compreso?&#8221;.</p>
<p>E poi, come in un crescendo, scettico e quasi condiscendente: &#8220;Ditemi, vi prego: è proprio questo il momento di tenere occupate le operaie mesi interi per parlare loro del modo con cui si fa all&#8217;amore [&#8230;]?&#8221;.</p>
<p>Zetkin si difese da &#8220;l&#8217;accusa di restare ancora fedele alle sopravvivenze del­l&#8217;ideologia socialdemocratica e dello spirito piccolo borghese di vecchio stile&#8221;, reclamando tutta l&#8217;importanza vitale della faccenda.</p>
<p>Lenin irremovibile continuò a dipanare lungamente il suo pensiero.</p>
<p>E fini per perdersi in un <strong>bicchiere d&#8217;acqua</strong>:</p>
<p>« Nel suo nuovo atteggiamento nei riguardi delle questioni concernenti la vita sessuale, la gioventù si richiama naturalmente ai principi, alla teoria. Molti qua­lificano la loro posizione come &#8220;rivoluzionaria&#8221; e &#8220;comunista&#8221;. Essi credono sinceramente che sia così. A noi vecchi non ce la danno a intendere. Benché io non sia af­fatto un asceta malinconico, questa nuova vita sessuale della gioventù, e spesso anche degli adulti, mi appare molto spesso come del tutto borghese, come uno dei molteplici aspetti di un lupanare borghese. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la &#8220;libertà dell&#8217;amore&#8221;, cosi come noi comunisti la concepiamo. Voi conoscete senza dubbio<strong> la famosa teoria secondo la quale, nella società comunista, soddisfare i propri istinti sessuali e il proprio impulso amoroso è tanto semplice e tanto insignificante quanto bere un bicchier d&#8217;acqua. Questa teoria del &#8220;bicchier d&#8217;acqua&#8221; ha reso pazza la nostra gioventù, letteralmente pazza</strong>.</p>
<p>« Essa è stata fatale a molti giovani e a molte ra­gazze. I suoi sostenitori affermano che è una teoria marxista. Bel marxismo quello per cui tutti i fenomeni e tutte le modificazioni che intervengono nella sovrastrut­tura ideologica della società si deducono immediatamen­te, in linea diretta e senza alcuna riserva, unicamente dalla base economica! La cosa non è così semplice come ha l&#8217;aria di esserlo. Un certo Friedrich Engels, già da molto tempo, ha sottolineato in che consiste veramente il materialismo storico.</p>
<p>« Io considero la famosa teoria del &#8220;bicchier di acqua&#8221; come non marxista e antisociale per giunta. Nella vita sessuale si manifesta non solo ciò che noi deriviamo dalla natura ma anche il grado di cultura raggiunto, si tratti di cose elevate o inferiori.</p>
<p>« Engels, nella sua <em>Origine della famiglia</em>, mostra l&#8217;importanza propria dello sviluppo e dell&#8217;affinamento dell&#8217;impulso sessuale in rapporto all&#8217;individuo. I rap­porti tra i sessi non sono semplicemente l&#8217;espressione del giuoco della economia sociale e del bisogno fisico, dissociati in concetti mediante un&#8217;analisi psicologica.</p>
<p>« La tendenza a ricondurre direttamente alla base economica della società la modificazione di questi rap­porti, al di fuori della loro relazione con tutta l&#8217;ideologia, sarebbe non già marxismo, ma razionalismo. Certo, la seta deve essere tolta. Ma un uomo normale, in condizioni ugualmente normali, si butterà forse a terra nella strada per bere in una pozzanghera di acqua sporca? Oppure berrà in un bicchiere dagli orli segnati da decine di altre labbra? Ma il più importante è l&#8217;aspetto sociale. Infatti, bere dell&#8217;acqua è una faccenda personale. Ma, nell&#8217;amore, vi sono interessate due persone e può venire un terzo, un nuovo essere. È da questo fatto che sorge l&#8217;interesse so­ciale, il dovere verso la collettività. Come comunista, io non sento alcuna simpatia per la teoria del &#8220;bicchier d&#8217;ac­qua&#8221;, benché porti l&#8217;etichetta del &#8220;libero amore&#8221;. Per di più, oltre a non essere comunista, questa teoria non è neppure nuova. Voi vi ricordate certamente ch&#8217;essa è stata &#8220;predicata&#8221; nella letteratura romantica verso la metà del secolo passato come &#8220;emancipazione del cuore&#8221;, che la pratica borghese cambiò poi in &#8220;emancipazione del­la carne&#8221;. Allora si predicava con maggior talento d&#8217;oggi. Quanto alla pratica, non posso giudicarne.</p>
<p>«Io non voglio affatto, con la mia critica, predi­care l&#8217;ascetismo. Sono lontanissimo da ciò. Il comuni­smo deve apportare non l&#8217;ascetismo, ma la gioia di vivere e il benessere fisico, dovuti anche alla pienezza dell&#8217;amore. Secondo me l&#8217;eccesso che si osserva oggi nella vita sessuale non produce né la gioia né il benes­sere fisico ma, al contrario, li diminuisce. Ora, in tem­pi rivoluzionari, ciò è male, molto male.&#8221;</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>*L&#8217;opera ha sempre fatto parte di collezioni private: prima acquisita dalla <span style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">Iolas Gallery, New York nel 1959, passa di seguito a </span>William Copley (Los Angeles), Paul Kantor Gallery (Los Angeles) e infine alla Galerie Isy Brachot (Bruxelles). Da qui nel 1979 viene acquisita da un altro collezionista privato che a sua volta l&#8217;ha rivenduta tramite Christie&#8217;s nel 2011 all&#8217;attuale proprietario al prezzo di 10,162,500 USD.</p>
<p>(c) Ringrazio Nikita Dhawan che,  a Dresda, durante una conferenza su Hegel e la riproduzione sociale, mi ha fatto conoscere questo dipinto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dalle fiamme (a volte) nascono libri: Contenuto Rimosso. Il fuoco nel Quadrato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/04/21/contenuto-rimosso-il-fuoco-nel-quadrato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Apr 2024 08:22:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[arte pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Trivelli]]></category>
		<category><![CDATA[Contenuto Rimosso]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzago di Cadore]]></category>
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					<description><![CDATA[di  <strong>Alice Ongaro Sartori</strong> <br />
Contenuto Rimosso di Chiara Trivelli è caso-studio fondamentale nello sviluppo dell’arte pubblica e partecipata in Italia (e non solo)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alice Sartori Ongaro</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-107966 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/copertina-libro-680x1024.jpg" alt="" width="680" height="1024" /></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://publishing.viaindustriae.it/contenuto-rimosso-il-fuoco-nel-quadrato/">Chiara Trivelli, <em>Contenuto rimosso. Il fuoco nel quadrato</em>, Viaindustriae Publishing, 2023</a></p>
<p>A Venezia il 30 luglio 2017 c’è la solita afa soffocante di mezza estate. Il pomeriggio è silenzioso e i masegni bollenti. Paolo mi prende per mano e mi dice: — stasera ti va di andare a Lorenzago di Cadore? C’è una cosa molto bella, cose così non si vedono spesso. Dovremmo andarci. È come una festa, ma è molto di più —. È un progetto d’arte pubblica e di comunità di Chiara Trivelli, artista visiva e ricercatrice indipendente. Progetto pensato per e con gli abitanti di Lorenzago. Camminando verso la stazione attraversiamo il campo di Santi Giovanni e Paolo. Sullo sfondo dell’ospedale si intravedono le cime delle Dolomiti. In mezzo al campo incontriamo Chiaretta. — Dove vai—? Le chiediamo. — Sto andando al mare, fa troppo caldo—, ci dice. —Vieni con noi a Lorenzago, torniamo in serata o forse, se ci ospitano, anche domani mattina. — Ma non ho niente con me —. Abbiamo preso Chiaretta sottobraccio, con il suo costume e telo da mare dentro lo zaino, e abbiamo guidato verso il Cadore.</p>
<p>Dal 2012 ogni 30 luglio Chiara Trivelli orchestra un’azione collettiva a cui prendono attivamente parte lorenzaghesi e associazioni di paese: <strong><a href="https://www.contenutorimosso.it/">Contenuto Rimosso</a>.</strong> Durante la serata, viene interrotta l’illuminazione elettrica nelle strade del quartiere del Quadrato e vengono accesi 18 fuochi, 125 candele, 15 torce. Il coro del paese canta, i bambini giocano per strada, il Cai e l’Associazione Volontari Vigili del Fuoco organizzano banchetti di cibo e vino tra i vicoli, gli Alpini cantano e fanno gli Alpini, divertono e si divertono. L’evento commemora un incendio che nel 1855 distrusse l’intero quartiere del Quadrato. Nessuno morì quella notte, ma la zona venne distrutta e l’accaduto rimase un evento dalle conseguenze traumatiche nella storia di Lorenzago. Le cause dell’incendio non sono mai state chiarite, e a distanza di 150 anni gli abitanti del paese non smettono di ipotizzarne le dinamiche.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-107984" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/01.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-still-da-video-2017-min-1024x576.jpg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/01.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-still-da-video-2017-min-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/01.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-still-da-video-2017-min-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/01.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-still-da-video-2017-min-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/01.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-still-da-video-2017-min-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/01.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-still-da-video-2017-min-2048x1152.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/01.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-still-da-video-2017-min-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/01.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-still-da-video-2017-min-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/01.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-still-da-video-2017-min-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/01.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-still-da-video-2017-min-1920x1080.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/01.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-still-da-video-2017-min-747x420.jpg 747w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p style="text-align: center;">[<em>Chiara Trivelli_Contenuto Rimosso, still da video, 2017</em>]</p>
<p>Dopo 11 anni di lavoro, cura e attenzione al progetto, che diventa la festa più attesa da tutta Lorenzago, viene alla luce <em>Contenuto Rimosso. Il fuoco nel quadrato </em>(Viaindustriae, 2023). La straordinarietà di questo libro è dovuta a diverse ragioni. La prima: <em>Contenuto Rimosso</em> è caso-studio fondamentale nello sviluppo dell’arte pubblica e partecipata in Italia (e non solo). La seconda: la pubblicazione è stata fortemente voluta dal Comitato 30 Luglio (formatosi proprio per il progetto) che compare come promotore principale della pubblicazione, oltre che dall’artista. Il libro è l’emblema che le cose belle si fanno assieme, dall’inizio alla fine. La terza: ci sono due sezioni principali. La prima è una ricca sezione di contributi di importanti voci del panorama internazionale: una conversazione con l’artista Antoni Muntadas, riferimento internazionale dell’arte pubblica, un saggio della critica d’arte Alessandra Pioselli che ha riconosciuto <em>Contenuto Rimosso</em> come caso-studio e un contributo della geografa Viviana Ferrario, maggiore studiosa del caso del Rifabbrico in Cadore. La prefazione del Sindaco di Lorenzago Marco d’Ambros e un testo dell’artista restituiscono la complessità e le genuinità di un’opera artistica che negli anni è diventata una nuova tradizione locale, la festa principale del paese. Una sezione importante, la seconda: “Per un libro di comunità”. Compaiono interviste e ritratti fotografici di alcuni dei (tanti) protagonisti. Dagli Alpini, ai musicanti, ai volontari e volontarie della Pro Loco, dei Vigili del Fuoco, dell’Associazione Donatori di Sangue, e altri abitanti.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-107986" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/02.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-2016-min-1024x683.jpg" alt="" width="696" height="464" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/02.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-2016-min-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/02.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-2016-min-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/02.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-2016-min-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/02.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-2016-min-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/02.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-2016-min-2048x1365.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/02.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-2016-min-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/02.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-2016-min-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/02.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-2016-min-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/02.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-2016-min-1920x1280.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/02.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimosso-2016-min-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" />[<em>Chiara Trivelli_Contenuto Rimosso, 2016</em>]</p>
<p>Chiara Trivelli è sempre attenta, e guarda sempre verso l’Altro. Alla fine di ogni intervista che conduce, non si scorda mai di chiedere se anche l’intervistato ha domande da fare a lei. La preziosità di un progetto come questo è che cuce insieme un’umanità diretta e profonda, che parte, <em>in primis</em>, dall’artista. Come spiega Trivelli, una delle fatiche principali del libro e del progetto è un lavoro costante di traduzione tra un sistema dell’arte che si muove in dinamiche neo-liberali e un territorio che si esprime con necessità delicate e importanti con uno spirito di cooperazione. Ma c’è un punto importante. L’episodio è emblema del paradossale processo di ricostruzione urbanistica che è allo stesso tempo anche un processo di rimozione collettiva: il Rifabbrico in Cadore. Il Quadrato di Lorenzago ne rappresenta uno degli esempi meglio conservati. L’incendio del 1855 e il successivo rifabbrico segnarono un punto di svolta. Quando si parla di ‘Rifabbrico’ si fa riferimento a un processo di profonda trasformazione territoriale che ha interessato alcune vallate delle Alpi orientali nella seconda metà dell’Ottocento. Le case di legno degli antichi villaggi vennero ricostruite in muratura sulla base di nuovi piani urbanistici. La rapida trasformazione e la forza dell’imposizione, che non considerava gli effetti dei radicali cambiamenti sulla società e la cultura silvo-pastorale del territorio, determinarono un trauma per i suoi abitanti. Il libro indaga in maniera precisa e trasversale anche questo tema urbanistico, sociale e politico.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-107968" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/04.-Chiara-Trivelli-Contenuto-rimosso-2016_still-da-video-1024x576.jpg" alt="" width="696" height="392" /></p>
<p style="text-align: center;">[<em>Chiara Trivelli_Contenuto Rimosso, still da video, 2016</em>]</p>
<p>Come spiega la storica dell’arte Claire Bishop in <em>Artificial Hells </em>(Verso, 2012), dall’inizio delle pratiche partecipative nell’arte contemporanea, l&#8217;artista è concepito meno come produttore o produttrice individuale di oggetti e più come produttore o produttrice di situazioni; l&#8217;opera d&#8217;arte vista meno come prodotto finito, trasportabile e mercificabile, è riconcepita come un progetto in corso o a lungo termine; mentre il pubblico, precedentemente concepito come osservatore è ora riposizionato come co-produttore o partecipante. Questo anche il caso di <em>Contenuto Rimosso</em>, che è, nella sua complessità, anche azione politica<em>. </em>Dal 2012, grazie alla dedizione e la visione di Chiara Trivelli, la rievocazione di quell&#8217;evento traumatico si è trasformata in un momento di rinascita per il paese, un&#8217;occasione per ricostruire la propria memoria. Prima dell&#8217;incendio, a Lorenzago il patrimonio silvo-pastorale era gestito come bene comune, dove i nuclei socio-economici di base, le famiglie locali, erano chiamate &#8220;fuochi&#8221;. Il sistema di fuochi a uso collettivo, ideato da Trivelli<em>,</em> facendo simbolicamente riferimento al passato, ha assunto una valenza catartica e si è trasformato in un nuovo rituale collettivo atto a consolidare l&#8217;identità della comunità. Il fuoco, elemento centrale, diventa il punto focale di quello che l&#8217;artista definisce &#8220;un esperimento di psicanalisi applicata all&#8217;ambiente&#8221;. Utilizzando il fuoco, si sublima la paura che esso stesso genera, trasformandola in un potente simbolo di unione all&#8217;interno di un rituale collettivo, e creando così una contro-immagine del trauma originario.<img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-107985" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/03.-Chiara-Trivelli_Contenuto-Rimosso-flyer-da-una-foto-di-Giuseppina-Pinazza-2019-min-1024x722.jpg" alt="" width="696" height="491" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/03.-Chiara-Trivelli_Contenuto-Rimosso-flyer-da-una-foto-di-Giuseppina-Pinazza-2019-min-1024x722.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/03.-Chiara-Trivelli_Contenuto-Rimosso-flyer-da-una-foto-di-Giuseppina-Pinazza-2019-min-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/03.-Chiara-Trivelli_Contenuto-Rimosso-flyer-da-una-foto-di-Giuseppina-Pinazza-2019-min-768x541.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/03.-Chiara-Trivelli_Contenuto-Rimosso-flyer-da-una-foto-di-Giuseppina-Pinazza-2019-min-1536x1083.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/03.-Chiara-Trivelli_Contenuto-Rimosso-flyer-da-una-foto-di-Giuseppina-Pinazza-2019-min-2048x1444.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/03.-Chiara-Trivelli_Contenuto-Rimosso-flyer-da-una-foto-di-Giuseppina-Pinazza-2019-min-150x106.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/03.-Chiara-Trivelli_Contenuto-Rimosso-flyer-da-una-foto-di-Giuseppina-Pinazza-2019-min-696x491.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/03.-Chiara-Trivelli_Contenuto-Rimosso-flyer-da-una-foto-di-Giuseppina-Pinazza-2019-min-1068x753.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/03.-Chiara-Trivelli_Contenuto-Rimosso-flyer-da-una-foto-di-Giuseppina-Pinazza-2019-min-1920x1353.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/03.-Chiara-Trivelli_Contenuto-Rimosso-flyer-da-una-foto-di-Giuseppina-Pinazza-2019-min-596x420.jpg 596w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/03.-Chiara-Trivelli_Contenuto-Rimosso-flyer-da-una-foto-di-Giuseppina-Pinazza-2019-min-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p style="text-align: center;">[<em>Chiara Trivelli_Contenuto Rimosso, flyer da una foto di Giuseppina Pinazza, 2019</em>]</p>
<p>Io, Paolo e Chiaretta passiamo tutta la notte a Lorenzago, il paese è un’esplosione di vitalità incontenibile. Incontriamo persone nuove, operose e accoglienti. Incrociamo amici di un tempo, anche loro venuti da punti diversi della regione. Chiara si prende cura di tutto, e anche di chi, come noi, viene da più lontano. Così ci svegliamo in Cadore, tra le primule rosse, e ci rimettiamo in macchina. Torniamo verso Venezia insieme a Chiara. Nel tragitto, assonnati e inebriati dal caldo e dalla notte, si parla di quello che è stato. <em>Contenuto Rimosso</em> è rimasto uno dei progetti partecipati più accorti, intelligenti e generosi che abbia visto nell’ambito delle pratiche artistiche contemporanee; perché ci sono stati spazio e tempo giusti, insieme all’attenzione di un’artista che ha fatto della relazione tra gli altri e della ricostruzione della memoria collettiva un punto di forza. A distanza di sei anni vedere la nascita del libro di <em>Contenuto Rimosso</em> è allo stesso tempo una testimonianza e una gioia doverosa, perché aveva ragione Paolo, cose così belle non si vedono facilmente.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-107971" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/05.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimossostill-da-video_2018-1-1024x576.jpg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/05.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimossostill-da-video_2018-1-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/05.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimossostill-da-video_2018-1-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/05.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimossostill-da-video_2018-1-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/05.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimossostill-da-video_2018-1-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/05.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimossostill-da-video_2018-1-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/05.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimossostill-da-video_2018-1-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/05.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimossostill-da-video_2018-1-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/05.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimossostill-da-video_2018-1-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/05.-Chiara-Trivelli-Contenuto-Rimossostill-da-video_2018-1.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p style="text-align: center;">[<em>Chiara Trivelli_Contenuto Rimosso, still da video, 2018</em>]</p>
<p>Una nota finale. In questi giorni la 60. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, a cura di Adriano Pedrosa, inaugura con il titolo “Stranieri Ovunque”. L’estraneità &#8211; come marginalità e l’essere al di fuori del conosciuto (geografico, sociale, politico, emotivo e identitario) &#8211; viene rimessa in discussione e celebrata come condizione universale. Scrivere di <em>Contenuto Rimosso</em> in queste giornate cariche di riflessioni che guardano alle geografie latino-americane, africane, pacifiche e del cosiddetto Sud Globale, mi hanno anche ricordato una cosa. Che spesso è proprio qualcosa vicino a noi che soffre tremendamente l’estraneità. Penso alle aree montane, isolate e spopolate del Cadore. E penso a come l’arte si possa trovare, nella forma più sincera, anche (e soprattutto) fuori dalle cornici espositive, dove le persone vivono, si riscoprono e festeggiano intorno a nuovi fuochi.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Oh my bike!  Ruote, caucciù e colonie</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/02/17/oh-my-bike-due-ruote-caucciu-e-colonie/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Feb 2024 16:45:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alice Seeley Harris]]></category>
		<category><![CDATA[bicicletta]]></category>
		<category><![CDATA[caucciù]]></category>
		<category><![CDATA[Congo belga]]></category>
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					<description><![CDATA[Come per incanto le ruote delle biciclette dischiudono il sipario degli imperi coloniali.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
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<div class="wp-block-group__inner-container">
<p>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p><div class="youtube-embed" data-video_id="KuQiGOqRkd0"><iframe loading="lazy" title="Tim &amp; Puma Mimi - Oh My Bike [Official Music Video]" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/KuQiGOqRkd0?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div></p>
<p style="text-align: center;">(<a href="https://timpuma.ch/?fbclid=IwAR0sf-Y65Jay6c3KJej1Mt8P8QwJ-V814sWs7Kny83bilI6nDi_kQ0epbSU">Tim &amp; Puma Mimi</a>, <em>Oh My Bike</em>, 2019)</p>
<p>Nonna Anna avrebbe detto “sempre meglio che una disgrazia”. Lo ripeteva con nonchalance ogni volta che – e, spesso, per quel che mi sembra di poter ricordare &#8211; perdeva un documento, un portafoglio, una chiave di casa. Perfino dopo uno scippo che nel 1985 le era costato trecento o quattrocentomila lire. Da piccola non riuscivo a immaginare una disgrazia senza contemplare la fine del mondo, perché tutto il resto apparteneva alla categoria del <em>sempre meglio</em>. Crescendo, però, ho imparato che anche il dispiacere vuole la sua parte, discretamente e senza clamore. A volte le cose semplicemente dispiacciono. Come la settimana scorsa che mi hanno rubato la bicicletta. Ho reimparato ad andare in bicicletta a 42 anni, dopo 30 anni di astinenza, senza aver mai coltivato alcun feticismo delle due ruote, senza aver mai partecipato a una Critical Mass, senza aver mai nutrito un grammo di ammirazione per i ciclisti vestiti da ciclisti che affannati in fila indiana arrancano sulle strade provinciali la domenica mattina presto, i fanatici del vélib parigino, gli irriducibili che si lanciano nel traffico maleodorante di Roma con o senza casco, gli inossidabili impermeabili che sfidano la pioggia battente di Amsterdam. Al culmine dell’orrore i sellini: stretti, squadrati, appuntiti, rigidi, ridicoli anche se ergonomici, per cui ho sempre provato un’inspiegabile repulsione. Poi sotto la pioggia di Amsterdam, che non è sempre così battente come la credevo, ci sono finita anch’io e sono stata catapultata in un universo della mobilità fino ad allora sconosciuto, ad andamento lento ma non troppo, alternando <em>omafietsen</em> (le bici della nonna, che frenano retropedalando) e <em>bakfietsen</em> (le bici cargo su cui si caricano bambini, cani o oggetti di grandi dimensioni).</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107045" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/58.jpeg" alt="" width="371" height="534" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/58.jpeg 371w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/58-208x300.jpeg 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/58-150x216.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/58-300x432.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/58-292x420.jpeg 292w" sizes="(max-width: 371px) 100vw, 371px" /></p>
<p style="text-align: center;">(Shadi Ghadirian, <em>Qajar #6</em>, 1998)</p>
<p>La scoperta della bicicletta è stata un’iniziazione alla settima dimensione dei trasporti terrestri. Perché la velocità e la visuale in bici non hanno nulla a che vedere con quello che offrono piedi, treni, auto, tram, bus, quad e motorini. Pedalare è panta rei. Un pezzo pubblicato sul <em>San Francisco Chronicle</em> il 25 gennaio del 1879 – San Francisco a fine Ottocento è l’avanguardia ciclistica degli Stati Uniti –  e intitolato “The Winged Heel” (Il tallone alato) rende omaggio a “l’euforia della bicicletta” celebrando “un&#8217;estasi di trionfo sull&#8217;inerzia, la gravitazione e gli altri pigri vincoli che ci trattengono”.  In bici, conclude, &#8220;<em>You are traveling! Not being traveled!&#8221;</em></p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107036" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/61DFBB58-78AD-4103-BE5C-604D6AA920BB-1.gif" alt="" width="537" height="432" />(San Francisco, 1870).</p>
<p>Così, l’euforia della bicicletta ha riattivato anche in me quel residuo di ostinazione infantile, a dispetto dell’età, che di fronte al non sapere rivendica ossessivamente il diritto di capire tutto, l’utile e l’inessenziale &#8211; Come si raddrizza un manubrio storto? Come si allacciano i catarifrangenti ai pantaloni? Come decorare a festa i raggi delle ruote, ma soprattutto perché? – fino ad essere risospinta alla domanda sulle origini &#8211; ma chi ha inventato la bicicletta? &#8211;  per rimbalzare sugli orrori estrattivi del caucciù.</p>
<p>Come nel caso di tante invenzioni, perfezionate nel corso dei secoli, anche la bicicletta è il frutto di un <em>general intellect</em> che si è dispiegato lungo circa un secolo per arrivare a produrre un dispositivo su due ruote che somiglia alle bici che conosciamo. In questa staffetta di <em>eureka</em> si susseguono il <em>velocipede</em> (o draisina), ideato nel 1817 dall’aristocratico tedesco Karl Drais, la <em>Treadle bycicle</em> (1839) a pedali, ma senza catena, costruita dal fabbro scozzese Kirkpatrick Macmillan, la <em>Michaudine</em> di Pierre e Ernest Michaud (1869) che sposta i pedali in avanti, sulla ruota anteriore, quest’ultima in crescita esponenziale fino ad arrivare al <em>Grand bi</em> che sfoggia 150 cm di diametro (1870). E ancora la prima bici con catena (1880), fabbricata dal londinese Harry Lawson, e infine la <em>Hirondelle</em> (1900) &#8211; la bici dei poliziotti francesi il cui nome deriva proprio dall’aspetto dei ciclisti che indossavano un mantello nero e si aggiravano con ali di rondine &#8211;  la cui sagoma già ricorda da vicino la silhouette di una bicicletta dei nostri giorni. Senza addentrarsi nei meandri delle catene, degli ingranaggi e dei freni, di cui l&#8217;evoluzione meccanica rimane per me incomprensibile, non si può parlare di bici senza inciampare nel mistero delle ruote e dei materiali di fabbricazione di questi cerchi magici, e poi la fattura, la consistenza, la resistenza, la resilienza. E come per incanto le ruote delle biciclette dischiudono il sipario sugli imperi coloniali.</p>
<p>È soltanto alla fine del 1800 che la gomma diventa un ingrediente fondamentale per la costruzione delle biciclette, mentre fino ad allora circolavano soltanto ruote rigide e non ammortizzate, di legno e metallo Nel 1888 sembra che il chirurgo veterinario scozzese John Boyd Dunlop, osservando il figlio pedalare con fatica in sella ad un triciclo su un pavimento accidentato, si sia posto il problema di come fare per ridurre i contraccolpi. Allora avvolge le ruote con strisce di gomma incollate e gonfiate con una pompa meccanica creando la prima rudimentale camera d’aria della storia. Nasce così il pneumatico, e nasce nel 1890 la Dunlop Rubber che brevetta e commercializza con successo le ruote di gomma. Édouard Michelin l’anno successivo perfeziona l’invenzione di Dunlop e costruisce il pneumatico smontabile, facile e rapido da riparare, con cui Charles Terront nel 1891 vince la corsa ciclistica Paris-Brest-Paris. Inizia così l’età dell’oro della bicicletta che realizza il sogno di libertà di chi non può permettersi le carrozze (né le neonate automobili) e delle donne della buona società.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107044" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/costumes_feminins.gif" alt="" width="505" height="344" />Nel 1895 si contano 7 milioni di biciclette in tutto il mondo. Dunlop, Michelin, Good Year, Continental, Pirelli fanno impennare la domanda di caucciù per fabbricare pneumatici di gomma. La gomma non è una novità assoluta, già intorno alla metà dell’Ottocento viene utilizzata nelle ferrovie o nell’industria militare per produrre scarpe, stivali, protezioni per baionette, teli, borracce, bottoni, e anche protesi ricostruttive. Soltanto l’invenzione del pneumatico e il boom del ciclismo, però, inaugurano la corsa al caucciù. La gomma sintetica fa la sua comparsa solo dopo la prima guerra mondiale; fino ad allora viene ricavata dal lattice prodotto dagli alberi della gomma (l’<em>Hevea bresiliensis</em> o <em>siringueira</em>) in Amazzonia e dalle viti selvatiche (<em>Landolphia</em>) del Congo. La giungla congolese e la foresta amazzonica (e solo successivamente le piantagioni del Sud-est asiatico) saranno per un quarto di secolo circa i luoghi di estrazione del caucciù per excellence. Così, mentre l’Europa e l’America del Nord si godono la libertà delle due ruote, sotto l’Equatore milioni di individui vengono condannati dalla gomma ai lavori forzati.</p>
<p>In <em>The Thief at the End of the World: Rubber, Power, and the Seeds of Empire</em> (2008), lo storico Joe Jackson racconta che la popolazione dello <em>Stato Libero del Congo,</em> in realtà proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II dal 1885 (Conferenza di Berlino) fino al 1908, passò da 25 milioni a 10 milioni, sacrificando 15 milioni di morti sull’altare del caucciù. Un simile destino toccò in sorte alle popolazioni indigene del Putumayo tra il Perù e la Colombia. Leopoldo II non mise mai i piedi in Congo, amministrando a distanza i proventi del caucciù prodotti dalla Anglo-Belgian India Rubber Company, rifondata con capitale unicamente belga nel 1898 come ABIR Congo Company. A vegliare sui dannati del caucciù furono predisposte le milizie della <em>Force Publique</em>, truppe di mercenari, volontari ed ex ufficiali degli eserciti europei (belgi, italiani, danesi, svedesi, norvegesi) amanti dell’avventura, del sangue e delle punizioni corporali.</p>
<p><a href="https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/239693930202600401?journalCode=ibmc">Alice Seeley Harris</a>, missionaria inglese in Congo considerata come l’iniziatrice di una delle prime campagne internazionali per i diritti umani, raccoglierà centinaia di foto con la sua Kodak, documentando per la prima volta gli orrori delle mutilazioni inflitte quotidianamente alla popolazione congolese per sostenere il ritmo della produzione della gomma. All&#8217;inizio del 1906, Alice Harris e suo marito John viaggiano negli Stati Uniti proiettando in 49 città, con il supporto delle lanterne magiche in voga all&#8217;epoca, le immagini scattate da lei. Alcuni di questi scatti, quello stesso anno, saranno pubblicati dal quotidiano <em>New York American</em> durante una settimana.</p>
<p>Nel <em>King’s Leopold Soliloquy</em> (1905) Mark Twain aveva indirettamente reso omaggio alla fotografia militante di Harris per bocca del re Leopoldo che, nel corso di un&#8217;oscena apologia di se stesso, agita lo spauracchio dei missionari  &#8211; “They travel and travel, they spy and spy!”-  e della macchina fotografica &#8211; &#8220;<em>Then that trivial little Kodak, that a child can carry in its pocket, gets up, never uttering a word, and knocks them dumb</em>”.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107038" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/EaQUmJdXkAE5ove.jpeg" alt="" width="680" height="398" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/EaQUmJdXkAE5ove.jpeg 680w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/EaQUmJdXkAE5ove-300x176.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/EaQUmJdXkAE5ove-150x88.jpeg 150w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></p>
<p>Nsala, di Wala, nel distretto di Nsongo a sud di Kinshasa, fissa la mano e il piede di sua figlia Boali, amputati. 14 maggio 1904 (Alice Seeley Harris).</p>
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		<title>Per una critica delle evidenze: il femminismo materialista di Christine Delphy</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/02/03/per-una-critica-delle-evidenze-il-femminismo-materialista-di-christine-delphy/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Feb 2024 08:24:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Christine Delphy]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo materialista]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marcella Farioli È stato tradotto di recente da Deborah Ardilli il volume di Christine Delphy, L&#8217;ennemi principal. 1. Économie politique du patriarcat, Syllepse, Paris 1998 (Il nemico principale. 1. Economia politica del patriarcato, VandA, Milano 2022, pp. 323). &#160; «&#8230;et puis je suis tombée sur Delphy et ce fut comme une révélation» (S. Chaperon, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4>di <strong>Marcella Farioli</strong></h4>
<p>È stato tradotto di recente da Deborah Ardilli il volume di Christine Delphy, <em>L&#8217;ennemi principal. 1. </em><em>Économie politique du patriarcat</em>, Syllepse, Paris 1998 (<strong><em><a href="https://www.vandaedizioni.com/prodotto/il-nemico-principale-1-economia-politica-del-patriarcato-edizione-cartacea/">Il nemico principale. 1. Economia politica del patriarcato</a></em>, </strong>VandA, Milano 2022, pp. 323).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>«&#8230;et puis je suis tombée sur Delphy et ce fut comme une révélation» </em>(S. Chaperon, in «Autour du livre de Christine Delphy L&#8217;ennemi principal», <em>Travail, genre et sociétés</em> 4, 2000/2, p. 164)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Come una rivelazione», «come inforcare un paio di lenti», «come una boccata di aria fresca»: la maggior parte delle lettrici di Christine Delphy sintetizza con espressioni di questa natura la forza argomentativa e l&#8217;effetto dirompente di sgretolamento delle “evidenze” relative ai rapporti sociali di sesso provocato dalle pagine della sociologa francese, esponente tra le più illustri del gruppo di studiose e militanti femministe fondatrici della rivista <em>Questions féministes</em>. A partire dagli anni Settanta il collettivo di <em>Questions féministes</em>, animato da donne della componente femminista radicale del Mouvement de liberation des femmes, elabora l&#8217;insieme di analisi e di strumenti teorici definiti da Delphy come “femminismo materialista”. Le basi materiali dell&#8217;oppressione delle donne sono al centro dell&#8217;analisi di queste studiose, che sviluppano, soprattutto in campo antropologico e sociologico, importanti analisi del patriarcato, dei meccanismi di oppressione e appropriazione delle donne attraverso il lavoro domestico, dello scambio sessuo-economico e infine, ben prima della teoria <em>queer</em>, del ruolo binarizzante dell&#8217;eteronormatività.</p>
<p>L&#8217;analisi di Delphy si fonda sull&#8217;estensione del metodo materialista al genere, che la porta a  identificare due modi di produzione analiticamente distinti: al modo di produzione capitalista descritto da Marx si affianca un secondo modo di produzione, quello domestico (o patriarcale), che funziona fuori dal meccanismo del plusvalore ed è basato sulla cosiddetta “divisione diseguale” del lavoro domestico e sulla sua non-remunerazione. Con il termine “lavoro domestico” (<em>travail domestique</em>), Delphy designa non solo il lavoro familiare e di cura (<em>travail ménager</em>), ma anche il lavoro gratuito effettuato dalle donne nelle attività economiche del marito o del padre. Mentre il primo modo di produzione avvantaggia i capitalisti, il secondo avvantaggia gli uomini.</p>
<p>Questa eretica – e sovente contestata – applicazione dell&#8217;analisi marxiana ai rapporti sociali tra i sessi è declinata nei dieci articoli, del periodo 1970-1978, che compongono la raccolta <em>L&#8217;ennemi principal 1</em>, uscito in Gran Bretagna nel 1984 con il titolo di <em>Close to Home</em>, poi in Francia nel 1998 in una versione accresciuta, ed ora egregiamente curato ed tradotto per la prima volta in italiano da Deborah Ardilli per le edizioni VandA. Alla stessa Ardilli, storica del movimento femminista e studiosa di teoria politica, si deve l&#8217;illuminante introduzione – un saggio critico, più che un&#8217;introduzione – intitolata <em>Istruzioni per una politica femminista dell&#8217;inimicizia</em>.</p>
<p>Il volume si apre con l&#8217;articolo che da il nome all&#8217;intera raccolta, <em>L&#8217;ennemi principal</em>, uscito sulla rivista <em>Partisans</em> nel 1970: si tratta dell&#8217;unico scritto di Christine Delphy ad essere stato tradotto e pubblicato in Italia dalle femministe della seconda ondata, nel 1972, nel volume del collettivo Anabasi <em>Donna è bello</em> e, nello stesso anno, nella raccolta <em>Per un movimento politico di liberazione della donna</em> curata da Lidia Menapace. La circolazione di questo saggio fu esigua, in rapporto alla novità teorica di cui esso si faceva portatore; nemmeno le femministe del salario, che Delphy conosceva e criticava, ne fanno menzione. I suoi contenuti spiegano d&#8217;altronde questa censura, sia da parte delle correnti differenzialiste del movimento, sia da parte di approcci che, pur condividendo con le materialiste l&#8217;uso di strumenti analitici mutuati dal marxismo, attribuivano al solo capitalismo lo sfruttamento e l&#8217;oppressione delle donne.</p>
<p>Il titolo <em>Il nemico principale</em> allude a uno degli aspetti più dirompenti del pensiero della sociologa francese, particolarmente “disturbante” anche per la coscienza femminista contemporanea. «L&#8217;idea che la politica femminista, al pari di ogni di ogni altra lotta di liberazione» scrive Ardilli «debba porsi il problema di individuare una controparte (un antagonista storico, un “nemico principale”) oggi appare stravagante, antiquata, semplificatrice, oltre che insostenibile sul piano delle condotte personali e collettive». Al giorno d&#8217;oggi prevale infatti la tendenza postmodernista ad annacquare l&#8217;efficacia strutturante delle grandi divisioni sociali, compresa quella tra i sessi. Al contrario, Delphy utilizza, per definire il gruppo sociale degli uomini e quello delle donne, il concetto di “classe”: se per classe intendiamo un gruppo sociale identificato dall&#8217;identica posizione dei suoi componenti nell’insieme del sistema di produzione (una posizione definita innanzitutto in funzione del loro rapporto con le condizioni della produzione e con le altre classi), le donne costituiscono una classe, definita dalla loro posizione subordinata e sfruttata nell&#8217;ambito del mondo di produzione domestico. È la classe degli uomini ad esercitare sulla classe delle donne uno sfruttamento legato a questo modo di produzione, che si attua attraverso l&#8217;estorsione di lavoro gratuito, in assenza di salario e (in parte) al di fuori del mercato. La classe degli uomini trae beneficio da tale sfruttamento, che si intreccia strettamente a quello capitalistico, pur rimanendone analiticamente distinto; lo sfruttamento domestico condiziona la partecipazione diseguale di uomini e donne al mercato del lavoro e, viceversa, la diseguaglianza tra i sessi nel mercato del lavoro costituisce «un&#8217;incitazione oggettiva al matrimonio» (p. 36), ovvero all&#8217;ingresso nel rapporto di produzione domestico.</p>
<p>L&#8217;applicazione del metodo materialista al genere è uno tra gli aspetti teorici più rilevanti del pensiero di Delphy: esso risponde all&#8217;esigenza di spiegare ogni fatto sociale con altri fatti sociali e di collocare il dominio sociale al centro della riflessione. Mostrando come il metodo materialista possa essere usato per analizzare altri rapporti di oppressione oltre a quello capitalista, Delphy restituisce all&#8217;appropriazione delle donne la sua centralità, riscattandola dall&#8217;etichetta di “oppressione secondaria” conferitole dalle formazioni politiche anticapitaliste (<em>Capitalismo, patriarcato e lotta delle donne</em>, pp. 287-301). A tal proposito, Delphy rimarca l&#8217;asimmetria metodologica con cui il marxismo “ortodosso” si approccia alla cosiddetta “questione femminile”; esso, derogando dagli strumenti analitici materialisti che gli sono propri, esamina l&#8217;oppressione delle donne attraverso un approccio culturalista o addirittura naturalista.</p>
<p>Da questi presupposti teorici fondamentali deriva una serie di corollari, il primo dei quali è la demolizione dell&#8217;oleografica visione della famiglia come irenico luogo di condivisione di affetti e unità di interessi. Ed è proprio sulla famiglia come istituzione economica che Delphy si concentra in numerosi articoli contenuti nella raccolta, che traggono origine dai suoi studi sociologici sulla trasmissione del patrimonio nelle società rurali francesi contemporanee: sono proprio le ricerche sulla famiglia e l&#8217;osservazione della grande quantità di beni che si producono e si trasmettono in seno ad essa che permettono a Delphy di individuare e isolare analiticamente un sistema di produzione che fuoriesce dal mercato, e che non si spiega nei termini del valore-lavoro (<em>Lavoro familiare o lavoro domestico?</em>, pp. 82-99): «Il non-valore mercantile è caratteristico dell&#8217;economia familiare. Esso non segnala l&#8217;assenza di attività economica, ma la presenza di un&#8217;economia altra» (p. 32). La famiglia si rivela così un&#8217;istituzione economica non solo in quanto unità rispetto all&#8217;esterno, ma anche nel suo funzionamento interno: un organismo gerarchico i cui membri sono caratterizzati da interessi differenti e antagonistici (<em>Famiglia e consumo</em>, pp. 100-124; <em>La trasmissione ereditaria</em>, pp. 125-160). Il lavoro gratuito delle donne, sia quello familiare sia quello destinato al mercato, scompare tuttavia dall&#8217;orizzonte visibile: i bilanci nazionali calcolano il valore dell&#8217;autoconsumo in natura delle famiglie agricole ma non quello del lavoro domestico delle donne, mentre gli enti previdenziali permettono, come si constata anche oggi in Italia, una totale <em>deregulation</em> nell&#8217;utilizzo della “collaborazione familiare gratuita”, che, oltre a dar luogo all&#8217;evasione contributiva, avalla lo sfruttamento del lavoro gratuito delle donne.</p>
<p>La diseguaglianza nella famiglia è rimarcata anche nel saggio <em>Matrimonio e divorzio</em> (pp. 161-178) in cui Delphy argomenta impeccabilmente una tesi in apparenza paradossale, quella della solidarietà sostanziale tra due istituzioni formalmente antitetiche, il matrimonio e il divorzio: esse sarebbero strutturalmente volte a garantire la continuità dell&#8217;esonero maschile dai compiti del lavoro familiare e della cura dei figli. In <em>Le donne negli studi sulla stratificazione</em> (pp. 179-194), la sociologa mette in evidenza la grottesca forzatura sottesa agli studi sociologici sulla stratificazione sociale quanto alla classificazione delle donne: queste ultime, infatti, se disoccupate, vengono inserite d&#8217;ufficio nella classe del marito, fatto che non si verifica nel caso di uomini disoccupati. Si giunge così al paradosso per cui la moglie nullatenente di un proprietario di mezzi di produzione, la “moglie del borghese” di certa retorica anticapitalistica, figura nella classe sociale del coniuge. Il tenore di vita e il mantenimento discrezionalmente offerti dal marito vengono così assimilati alla proprietà di mezzi di produzione e di beni o a un salario regolato da norme contrattuali; l&#8217;alleanza matrimoniale viene confusa con l&#8217;appartenenza di classe. «In breve, le mogli vengono trattate come se detenessero una posizione alla stessa stregua del marito, mentre il procedimento tramite il quale vengono annesse  alla classe del marito presuppone esattamente il contrario: la non titolarità di una posizione propria» (p. 156).</p>
<p>Il tema della paternalistica solidarietà maschile al movimento femminista, in particolare nelle formazioni politiche anticapitaliste, è affrontato da Delphy nello sferzante saggio <em>I nostri amici e noi. Fondamenti nascosti di alcuni discorsi pseudo-femministi</em> (pp. 195-246), in cui l&#8217;autrice ritorna sul mito de “la moglie del borghese” e sulle accuse di antifemminismo mosse dai “nostri amici” alle donne; nella seconda parte del saggio; un&#8217;analoga ironia pungente, in cui l&#8217;autorevolezza dell&#8217;argomentazione si coniuga con la ferocia della satira, caratterizza il saggio <em>Protofemminismo e antifemminismo</em> (pp. 247-286), in cui Delphy attacca il femminismo essenzialista che, basandosi su presupposti idealistici e naturalistici, finisce per tradursi in una forma di antifemminismo.</p>
<p>Cinquant&#8217;anni dopo l&#8217;apparizione del primo articolo della raccolta, le pagine di Delphy non hanno perso nulla della loro freschezza e della loro straordinaria capacita di interpretare la realtà. Al contrario, la lettura de <em>Il nemico principale</em> è particolarmente urgente – e in controtendenza – in un momento storico come quello attuale, segnato da un prepotente prevalere, in una parte non esigua del femminismo, degli approcci culturalisti: ai rapporti materiali si sostituiscono quelli simbolici e psicologici, ai concetti di oppressione e sfruttamento quelli di “stereotipi di genere”, la cultura sessista è considerata la causa, e non la conseguenza, dei rapporti di forza in atto. Dalle pagine dei giornali, nei social-media e persino nelle mobilitazioni femministe, si inneggia a una «rivoluzione culturale», a un mutamento dei costumi e delle mentalità che abbatta un patriarcato pensato nei termini di «sistema simbolico», «sostrato culturale», o come insieme di stereotipi e pregiudizi, astratto dai rapporti sociali materiali. A ciò si aggiunga quel femminismo ecumenico che, appropriandosi della vulgata dei gruppi mascolinisti secondo cui il patriarcato “opprime tutti e tutte”, oblitera l&#8217;esistenza e ancor più l&#8217;identità dei reali beneficiari dell&#8217;oppressione delle donne: disincarnando l&#8217;analisi dai rapporti sociali materiali, si simmetrizzano le le posizioni dei dominanti e delle dominate, cancellando la diversa collocazione della classe degli uomini e di quella delle donne nella struttura gerarchica della società patriarcale. Un metodo che condiziona l&#8217;approccio alla militanza e la strategia del movimento femminista e rinchiude l&#8217;analisi stessa dei rapporti sociali di sesso dentro una prigione teorica: «Se l&#8217;impulso al cambiamento va subordinato a una strategia che armonizzi gli interessi di uomini e donne, è essenziale rimuovere qualsiasi richiamo alle fonti della divisione sociale tra classi di sesso […]. Una volta disperso il nesso tra interessi materiali e obiettivi politici, ci si autorizza a credere che soltanto l&#8217;ignoranza del danno provocato a “tutti” permetta alla società di opprimere le donne» (Ardilli, pp. 12-13).</p>
<p>Ne <em>Il nemico principale</em> la riflessione teorica non è mai disgiunta da una profonda esigenza militante, che ci esorta a non perdere di vista la necessità di riportare l&#8217;analisi materialista al centro della pratica femminista e della lotta al patriarcato; un compito sempre arduo, perché, come ci ricorda Delphy (p. 218), «il pensiero idealista è l&#8217;ideologia dominante, che impregna tutta la nostra vita e i nostri concetti più elementari, mentre il punto di vista materialista non è mai acquisito in anticipo, ma deve essere sempre duramente conquistato».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Belfast città divisa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/09/28/belfast-citta-divisa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Sep 2023 06:28:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Belfast]]></category>
		<category><![CDATA[Bobby Sand]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-104956 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_150229-768x1024.jpg" alt="" width="696" height="928" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_150229-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_150229-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_150229-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_150229-1536x2048.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_150229-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_150229-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_150229-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_150229-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_150229-scaled.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_150229-315x420.jpg 315w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" />Li chiamano muri della pace (<em>peace walls</em> o <em>peace lines</em>), perché quando vennero eretti dall’esercito britannico dopo gli scontri dell’agosto 1969 che inaugurarono i <em>troubles</em> tra unionisti protestanti filo-britannici e repubblicani cattolici filo-irilandesi, Belfast era un teatro di guerra, e quelle barriere avrebbero dovuto garantire la protezione delle comunità.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-104963" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230820164405-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230820164405-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230820164405-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230820164405-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230820164405-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230820164405-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230820164405-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230820164405-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230820164405-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230820164405-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230820164405-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230820164405-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230820164405-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" />Ad oggi, di muri frammentati e sparsi, se ne contano un centinaio, prevalentemente nei quartieri a nord e ovest della città, di cui oltre una dozzina costruiti negli anni successivi agli accordi di pace del Venerdì Santo (10 aprile 1998) che segnarono la fine ufficiale del conflitto e la deposizione delle armi da parte dei gruppi paramilitari lealisti – Uvf (Ulster Volunteer Force) e Uda (Ulster Defense Association) – e nazionalisti – Ira (Irish Republican Army).</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-104965" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123546-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123546-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123546-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123546-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123546-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123546-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123546-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123546-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123546-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123546-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123546-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123546-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123546-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-104966" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123637-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123637-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123637-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123637-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123637-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123637-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123637-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123637-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123637-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123637-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123637-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123637-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819123637-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" />PER CHI È NATO</strong> a Belfast nel corso degli ultimi cinquant’anni le <em>peace lines</em> non hanno nulla di eccentrico, sono parte integrante della città, articolazioni del tessuto urbano con tanto di cancelli che aprono di giorno e chiudono di notte, cerniere e cicatrici, ma anche pagine di una storia illustrata per immagini e dipinta a tinte forti.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-104957" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819155228-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819155228-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819155228-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819155228-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819155228-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819155228-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819155228-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819155228-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819155228-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819155228-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819155228-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819155228-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819155228-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>Simbolo iconico della città, e oramai anche attrazione turistica, i murales che ricoprono dai due lati i muri di Belfast raccontano storie opposte: da un lato l’epopea epica e belligerante dei combattenti unionisti costellata di Union Jack, simboli e ritratti monarchici; dall’altra la lotta per la liberazione dell’Irlanda unita dal giogo del colonialismo britannico e i suoi martiri, tra cui Bobby Sand e gli altri militanti dell’Ira, morti come lui dopo un lungo sciopero della fame nel carcere di Long Kesh, affiancati puntualmente dai volti di Mandela, Che Guevara, Leyla Khaled e altri eroi delle resistenza internazionale.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-104964" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230912_011241-1024x900.jpg" alt="" width="696" height="612" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230912_011241-1024x900.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230912_011241-300x264.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230912_011241-768x675.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230912_011241-1536x1350.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230912_011241-2048x1800.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230912_011241-150x132.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230912_011241-696x612.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230912_011241-1068x938.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230912_011241-1920x1687.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230912_011241-478x420.jpg 478w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>A dispetto degli affreschi, i muri della città non hanno una funzione prettamente decorativa né puramente propagandistica, ed è per questo che nonostante il piano di smantellamento a dieci anni proposto nel 2013 dall’esecutivo di Belfast, il processo di demolizione è in stallo, e i residenti dai due lati delle barricate poco favorevoli ad accelerarlo.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-104953" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819153635-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819153635-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819153635-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819153635-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819153635-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819153635-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819153635-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819153635-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819153635-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819153635-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819153635-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819153635-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819153635-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /><strong>I RIOTS DELL’APRILE 2021</strong>, scoppiati a Lanark Way, nella zona protestante unionista di Shankill Road, a pochi mesi dall’entrata in vigore del Protocollo sull’Irlanda del Nord, hanno risvegliato per una settimana lo spettro dei <em>troubles</em>. La Brexit e le sue conseguenze – tra cui proprio il Protocollo che ha ripristinato un confine doganale tra l’Ulster e il resto del Regno Unito sul Mare d’Irlanda, lasciando invece libero il transito via terra tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda – hanno contribuito ad accrescere il senso di accerchiamento delle comunità protestanti. A questo si aggiungono i numeri sfavorevoli agli unionisti: il censimento del 2021 che per la prima volta ha visto la popolazione cattolica superare il numero dei protestanti (45,7% contro 43.5%), le elezioni parlamentari del 2022 in Irlanda del Nord in cui lo Sinn Féin, lo storico partito repubblicano, è diventato partito di maggioranza relegando per la prima volta il Democratic Unionist Party (Dup) al secondo posto, e più recentemente le elezioni municipali della capitale nel maggio 2023, vinte di nuovo dallo Sinn Féin.</p>
<p>Tuttavia, una lettura puramente settaria delle divisioni comunitarie non saprebbe spiegare perché nei quartieri benestanti e verdeggianti a sud della città, come Stranmillis, o nella zona residenziale intorno alla Queen’s University, o ancora nel Titanic Quarter, a nord-est, che ospita gli immensi e antichi cantieri navali di Harland &amp; Wolff, simbolo dell’attività portuale di Belfast dal 1861, i muri non abbiano ragione di esistere. E lo stesso vale per il centro storico, un cantiere in fermento in cui si restaurano gli edifici industriali vittoriani dell’ex quartiere tessile, il Linen Quarter, fiore all’occhiello della rivoluzione industriale britannica.</p>
<p><strong>A NORD E A OVEST</strong> della città di fermento invece ce n’è poco. Non mancano i pub, gremiti e festosi nei weekend e sempre rigorosamente faziosi, come il Rex Bar unionista e il Rock Bar repubblicano la cui esistenza risale a prima dell’erezione dei muri, né le associazioni locali che animano la vita delle comunità, coltivano le tradizioni e, alcune, operano per favorire la riconciliazione.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-104962" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819194821-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819194821-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819194821-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819194821-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819194821-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819194821-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819194821-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819194821-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819194821-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819194821-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819194821-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819194821-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819194821-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-104961" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819184501-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819184501-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819184501-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819184501-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819184501-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819184501-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819184501-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819184501-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819184501-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819184501-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819184501-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819184501-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG20230819184501-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" />COSTEGGIANDO</strong> da una parte e dall’altra Cupar Way, il tratto di muro lungo circa un chilometro e alto quasi quattordici metri che separa il quartiere protestante di Shankill dal quartiere cattolico di Falls, ad ovest di Belfast, colpisce che a dispetto dei simboli religiosi e politici diversi dai due lati, le somiglianze sono tante. Se non ci fosse quel pezzo di muro, ci sarebbe un unico grande quartiere popolare, come fu in passato, segnato oggi dalla disoccupazione e dalla depressione economica, e ferito dalla memoria ancora viva di un conflitto armato la cui pacificazione ha lasciato i due campi insoddisfatti. E invece quel muro c’è e probabilmente rimarrà in piedi ancora per un bel po’, come le tante altre trincee immobili che puntellano la città, facendo eco all’immobilismo dell’esecutivo e del parlamento di Stormont, sospesi dal 2022 in seguito al boicottaggio istituzionale del Dup in protesta contro il Protocollo sull’Irlanda del Nord. Da una parte e dall’altra non c’è desiderio né fretta di liberarsi dei muri che, in assenza di vincitori e vinti, preservano per gli ex combattenti dei due schieramenti a cui è stato chiesto di deporre le armi, e per le più giovani generazioni figlie del conflitto, la memoria delle battaglie, il ricordo dei caduti e il senso delle lotte.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-104960" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_144535-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_144535-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_144535-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_144535-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_144535-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_144535-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_144535-150x112.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_144535-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_144535-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_144535-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_144535-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_144535-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/IMG_20230913_144535-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>* Questo articolo è apparso su <a href="https://ilmanifesto.it/belfast-citta-divisa"><em>il manifesto</em></a> del 14 settembre.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Un corpo che si chiama desiderio. Wittig ritradotta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/04/16/un-corpo-che-si-chiama-desiderio-wittig-ritradotta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Apr 2023 06:03:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Jamila Mascat</strong> <br />VandA ha recentemente ripubblicato Il corpo lesbico di Monique Wittig nella traduzione di Deborah Ardilli, che ne ha anche curato l'introduzione.

Qui di seguito l'incipit dell'introduzione e del libro.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p><a href="https://www.vandaedizioni.com/prodotto/coming-soon-il-corpo-lesbico/">VandA</a> ha recentemente ripubblicato <em>Il corpo lesbico</em> di Monique Wittig nella traduzione di Deborah Ardilli, che ne ha anche curato l&#8217;introduzione.</p>
<p>Qui di seguito l&#8217;incipit dell&#8217;introduzione e del libro.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-102750" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Schermata-2022-12-01-alle-10.39.01-4-667x1024.png" alt="" width="667" height="1024" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Schermata-2022-12-01-alle-10.39.01-4-667x1024.png 667w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Schermata-2022-12-01-alle-10.39.01-4-195x300.png 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Schermata-2022-12-01-alle-10.39.01-4-150x230.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Schermata-2022-12-01-alle-10.39.01-4-300x460.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Schermata-2022-12-01-alle-10.39.01-4-274x420.png 274w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Schermata-2022-12-01-alle-10.39.01-4.png 688w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></p>
<p>di <strong>Deborah Ardilli</strong></p>
<p>All’interno del romanzo di formazione della generazione che, nell’ultimo scorcio del Novecento, ha tentato l’assalto al dominio patriarcale, Monique Wittig occupa il posto riservato alle grandi esploratrici, alle intrepide che prendono il largo per inoltrarsi in mare aperto, in attesa di essere raggiunte da chi è rimasta indietro. «Wittig è stata il nostro primo spaesamento culturale», ha scritto <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/03/26/incontenibile-wittig-corpo-lesbico/">Simonetta Spinelli</a> (2001) rievocando la forza d’urto di una scrittrice* capace di far deflagrare assetti categoriali ritenuti intangibili e, perciò stesso, di suscitare reazioni contrastanti nella generazione femminista e lesbica degli anni Settanta. In generale, non è affatto raro che il disorientamento provocato dall’incontro con l’inaudito dia luogo a risposte divergenti, sospese tra i poli estremi dell’accettazione senza riserve e del rifiuto pregiudiziale. Lo spaesamento può essere la prima tappa di un’avventura politica e conoscitiva perseguita fino alle estreme conseguenze o, viceversa, può indurre l’attivazione di meccanismi difensivi finalizzati a neutralizzare l’agente estraneo insinuatosi in un sistema di credenze naturalizzate. In particolare, se si volge lo sguardo alla prima ricezione italiana del Corpo lesbico, apparso in traduzione nel 1976 per le Edizioni delle Donne, salta agli occhi una pronunciata tendenza alla neutralizzazione.</p>
<p>Certo, il vantaggio prospettico della posterità impone un esercizio di carità ermeneutica nei confronti del lavoro di chi ci ha precedute: le valutazioni che oggi sono possibili, all’epoca erano precluse, o rese difficilmente udibili, da una serie di fattori contestuali che hanno pesantemente condizionato la ricezione italiana di Wittig. Nel 1976 non esiste ancora, nel nostro Paese, una vera e propria soggettività lesbofemminista e i contatti del movimento delle donne con l’area francese sono mediati quasi esclusivamente da incontri periodici con le donne di <em>Psychanalyse et politique</em>, il gruppo raccolto intorno all’autorità carismatica di Antoinette Fouque, avverso al riconoscimento politico del lesbismo e incline semmai a riferirsi a un’omosessualità primaria concepita in chiave psicoanalitica. Per P<em>sychanalyse et politique</em>, la funzione del movimento delle donne consisteva infatti nel riattivare l’originaria relazione madre-figlia in modo da farne la via maestra per il recupero della differenza femminile forclusa dall’ordine fallogocentrico. Era questa la forma archetipa dell’omosessualità individuata da Fouque, per altro convinta che non esistesse nulla di più falso della celebre affermazione di Simone de Beauvoir – successivamente ripresa da Wittig in chiave lesbica – secondo cui «donna non si nasce». A propria volta, la valorizzazione simbolica dell’omosessualità primaria e della libido femminile che le era connessa – una libido creandi assimilata in tutto e per tutto alla procreazione – era intesa da Fouque come tappa essenziale di processo più ampio, finalizzato alla costruzione di relazioni più “autentiche” con gli uomini, libere dal potere, fondate sull’amore e sull’avvento di una “vera” eterosessualità. Poste tali premesse, l’ostilità di <em>Psychanalyse et politique</em> era riservata alla tendenza femminista rivoluzionaria, rea di volersi liberare simultaneamente della discriminazione e della differenza sessuale, e a maggior ragione alla coscienza politica lesbica che, in quella tendenza, affondava le proprie radici. Il lesbismo politico, inteso come indisponibilità permanente allo sguardo maschile, come denuncia vivente dell’oppressione patriarcale, come possibilità incarnata di rimettere in questione la società eterosessuale e le sue istituzioni, rappresentava, all’interno del quadro politico e concettuale disegnato da <em>Psychanalyse et politique</em>, una provocazione inconcepibile o, al più, una fissazione di segno regressivo.</p>
<p>Nella battaglia delle idee, Antoinette Fouque poteva inoltre giovarsi di una risorsa egemonica come le éditions des femmes la casa editrice creata nel 1972 da <em>Psychanalyse et politique</em>, grazie ai generosi finanziamenti dell’ereditiera Sylvina Boissonnas, con l’obiettivo di promuovere la letteratura femminile rifiutata dalle case editrici mainstream e di creare un presidio culturale capace di fare da cassa di risonanza alla teoria della differenza sessuale.</p>
<p>L’ambiguità irrisolta tra la denigrazione del lesbismo, squalificato da <em>Psychanalyse et politique</em> come grottesca imitazione del modello maschile, e l’enfatica messa in scena dell’amore tra donne, è stata il binario ideologico su cui ha viaggiato Il corpo lesbico nella sua prima sortita al di qua delle Alpi: circostanza, questa, che ha impedito alle femministe italiane di apprezzare appieno la novità della visione politica del lesbismo tratteggiata da Wittig. Se la scrittrice francese intuisce precocemente la necessità di accelerare il passo per non lasciar rifluire la radicalità originaria del movimento, le italiane continuano invece a procedere con maggiore prudenza. Del resto, l’eco dei conflitti che infiammano il movimento di liberazione delle donne a Parigi, in particolare a partire dal momento in cui Wittig inizia a premere (senza successo) per la costituzione di un Fronte Lesbico Internazionale**, non raggiunge il nostro Paese: le prime manifestazioni di autocoscienza lesbica legate al femminismo si sviluppano in un contesto non toccato dalla «grande disputa tra le madri e le amazzoni» (Wittig e Zeig [1976] 2020, p. 51) che, a metà degli anni Settanta, porta la scrittrice ad allontanarsi dalla Francia e a stabilirsi negli Stati Uniti. Estranee ai quadri di riferimento entro cui si svolge la discussione fra le femministe italiane in quegli anni sono anche le premesse teoriche che, in Wittig, saldano l’affermazione del punto di vista lesbico all’attacco sferrato contro l’eterosessualità, intesa come sistema sociale fondato sull’appropriazione delle donne da parte degli uomini e come forma ideologica volta a giustificare, tramite la dottrina della differenza tra i sessi, tale appropriazione. Mancano ancora all’appello gli scritti in cui Wittig espone i lineamenti teorici della propria politica; e soprattutto manca, in Italia, un filone autoctono di femminismo radicale e materialista in grado di sintonizzarsi con la proposta della francese.</p>
<p>Date queste condizioni, sfugge una chiave interpretativa indispensabile per avvicinare Il corpo lesbico: nella pratica politica, letteraria e teorica di Wittig il lesbismo non denota un orientamento sessuale o un marchio identitario, non configura un’ennesima differenza essenziale candidata al riconoscimento. Esso si pone invece come negazione determinata di un rapporto sociale di oppressione e, perciò stesso, come punto prospettico privilegiato in vista della ricostruzione del contratto sociale al di là dei meccanismi costitutivi di alterizzazione e inferiorizzazione delle donne riprodotti nel contesto del dominio eterosessuale. Come ha sottolineato Christine Delphy, sua sodale all’interno delle <em>Féministes Révolutionnaires</em> e delle <em>Gouines Rouges</em> (le “lesbicacce rosse”) nei primi anni Settanta e poi ancora nei tre anni di vita della rivista Questions féministes (1977-1980), Wittig non è stata certo la prima scrittrice francese a far sapere di essere “omosessuale”: è stata invece la prima «ad aver collocato il lesbismo al centro della sua politica, e la sua politica al centro del lavoro di scrittura» (Delphy [1985] 2020). Al di fuori di queste coordinate, la prima ricezione italiana del Corpo lesbico risente di una provincializzazione profondamente equivoca del messaggio wittighiano. Ascritto d’ufficio al novero della “scrittura femminile”, il libro è presentato come un esempio di rivalutazione della differenza sessuale, alla sua figurazione del lesbismo vengono attribuite le fattezze di un’omosessualità onirica equivalente all’autoerotismo femminile e i presupposti di poetica che governano l’orchestrazione del testo passano clamorosamente inosservati.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>*Wittig prediligeva per sé la denominazione <em>écrivain</em> (scrittore), in luogo del femminile <em>écrivaine</em> (scrittrice), per distanziarsi da esponenti dell’<em>écriture féminine</em> come Hélène Cixous, Luce Irigaray, Annie Leclerc e Chantal Chawaf, a cui imputa un fraintendimento naturalistico del lavoro di scrittura, ridotto alla stregua di una secrezione naturale. Ciò nonostante, al pari di altre studiose (per esempio Feole 2020), utilizzerò il sostantivo “scrittrice” per indicare Wittig, ferma restando la necessità di dissociare il termine da ogni riferimento alla “scrittura femminile” e al suo apparato categoriale: differenza, specificità, natura, produzione inconscia, rimandi metaforici alla generatività corporea. Sulla critica di Wittig all’écriture féminine, cfr. Wenzel 1981; Griffin Crowder 1983; Armengaud 1998; Lasserre 2018.</p>
<p>** Wittig inizia a pensare al progetto della costituzione di un Fronte Lesbico Internazionale nel novembre del 1974, in occasione della Conferenza Internazionale delle Donne di Francoforte, a cui partecipano 600 donne provenienti da 18 paesi. L’idea di una coalizione lesbica internazionale è la proposta politica che Wittig lancia per evitare un riassorbimento del movimento di liberazione delle donne all’interno dell’ideologia patriarcale, eventualità che nella Francia di quel periodo appariva tutt’altro che remota: il 1974, infatti, non è solo l’anno dell’esplosione pubblica dell’<em>écriture féminine</em>, ma anche quello della creazione del Segretariato di Stato sulla condizione femminile, istituito dopo l’elezione presidenziale di Valéry Giscard d’Estaing. La proposta, tuttavia, non sopravvive all’ostilità che Wittig incontra non tanto da parte di <em>Psychanalyse et politique</em> quanto da parte della componente maggioritaria delle <em>Féministes Révolutionnaires</em>. Per la ricostruzione di queste vicende, si vedano Turcotte 2003 ed Eloit 2018; 2019. L’amarezza e la disillusione di Wittig per gli esiti di quelle vicende hanno trovato una trasposizione letteraria in <em>Paris-la-politique</em> (Wittig 1999).</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Monique Wittig,  Il corpo lesbico</strong></p>
<p>In questa geenna dorata adorata nera è tempo di dire addio m/ia molto bella m/ia molto forte m/ia molto indomita m/ia molto sapiente m/ia molto feroce m/ia molto dolce m/ia prediletta, a ciò che esse chiamano l’affetto la tenerezza o il grazioso abbandono. Ciò che ha corso qui, nessuna lo ignora, non ha nome per ora, che esse lo cerchino se ci tengono veramente, che si lancino in una battaglia di belle rivalità, cosa di cui i/o m/i disinteresso quasi completamente mentre tu puoi con voce da sirena supplicare qualcuna dalle ginocchia brillanti di venirti in aiuto. Ma lo sai, nessuna potrà sopportare di vederti gli occhi revulsi le palpebre tagliate gli intestini gialli fumanti spalmati nell’incavo delle tue mani la lingua sputata fuori dalla bocca i lunghi filamenti verdi della bile colanti sui tuoi seni, nessuna potrà sopportare l’ascolto della tua risata bassa frenetica insistente. Lo splendore dei tuoi denti la tua gioia il tuo dolore la vita segreta delle tue viscere il tuo sangue le tue arterie le tue vene i tuoi abitacoli cavi i tuoi organi i tuoi nervi la loro disgregazione il loro zampillo la morte la lenta decomposizione il lezzo il divoramento da parte dei vermi il tuo cranio aperto, tutto sarà per loro ugualmente insopportabile.</p>
<p>Se qualcuna pronuncia il tuo nome m/i sembra che le orecchie siano sul punto di caderm/i pesantemente a terra, sento il sangue surriscaldarsi nelle m/ie arterie, percepisco d’un tratto i circuiti che irriga, un grido m/i sale dal fondo dei polmoni per farm/i scoppiare, stento a contenerlo, i/o divento bruscamente il luogo dei più oscuri misteri, la pelle m/i si accappona e si copre di macchie, i/o sono la pece che brucia le teste assalitrici, i/o sono il coltello che squarcia la carotide delle agnelle neonate, i/o sono le pallottole delle mitragliatrici che perforano gli intestini, i/o sono le tenaglie arroventate al fuoco che tormentano le carni, i/o sono la frusta che flagella la pelle, i/o sono la corrente elettrica che folgora e paralizza i muscoli, i/o sono il bavaglio che imbavaglia la bocca, i/o sono la benda che copre gli occhi, i/o sono i lacci che legano le mani, i/o sono l’aguzzina forsennata galvanizzata dalle torture e le tue grida m/i eccitano tanto più m/ia prediletta perché le trattieni. A questo punto i/o ti chiamo in m/io aiuto Saffo m/ia incomparabile, damm/i a migliaia le dita che leniscono le ferite, damm/i le labbra la lingua la saliva che porta nel lento nel dolce nel velenoso paese da cui non si può fare ritorno.</p>
<div class="page" title="Page 62">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Scopro che la tua pelle può essere rimossa delicatamente pellicola per pellicola, tiro, si solleva, si avvolge sopra le tue ginocchia, a partire dalle ninfe tiro, scivola lungo il ventre, sottile fino all’estrema trasparenza, a partire dai lombi i/o tiro, la pelle scopre i muscoli rotondi e i trapezi della schiena, si solleva fino alla nuca, arrivo sotto i tuoi capelli, le m/ie dita ne attraversano la massa, tocco il tuo cranio, lo tengo con tutte le dita, lo comprimo, palpo la pelle sull’insieme della scatola cranica, strappo brutalmente la pelle sotto i capelli, scopro la bellezza dell’osso lucente percorso da vasi sanguigni, le m/ie mani frantumano la volta e l’occipite dietro, le m/ie dita ora sprofondano nelle circonvoluzioni cerebrali, le meningi sono attraversate mentre il liquido rachidiano defluisce da ogni parte, le m/ie mani sono immerse negli emisferi molli, cerco il bulbo rachidiano e il cervelletto racchiusi sotto da qualche parte, ti ho afferrata ora tutta intera muta immobilizzata ogni grido bloccato in gola i tuoi ultimi pensieri dietro gli occhi chiusi nelle m/ie mani, il giorno non è più puro del fondo del m/io cuore m/ia amatissima.</p>
<div class="page" title="Page 63">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Con i tuoi diecimila occhi tu m/i guardi, lo fai e sono i/o, non m/i muovo, ho i piedi completamente piantati nella terra del suolo, m/i lascio raggiungere dai tuoi diecimila sguardi o se preferisci dallo sguardo unico dei tuoi diecimila occhi ma non è lo stesso, questo sguardo immenso m/i tocca in ogni parte, esito a muoverm/i, se alzo le braccia verso il sole tu abbassi gli occhi di sbieco rispetto alla luce, scintillano ma tu m/i guardi oppure se vado verso l’ombra ho freddo i tuoi occhi non sono visibili là dove tu m/i segui neanch’i/o sono vista da te, i/o sono muta in questo deserto svuotato dei tuoi diecimila occhi più nero del nero in cui i tuoi occhi m/i apparirebbero diecimila alla volta neri e brillanti, i/o sono sola fino a quando sento come dei rumori di campane dei rintocchi si dice, tremo, ho le vertigini, m/i risuona dentro, m/i sconvolge, è la musica degli occhi m/i dico, sia che si urtino dolcemente e con violenza sia che da soli producano questi suoni molteplici, cado bocconi davanti o dietro da questa parte o dall’altra, gesticolo disordinatamente il tempo di capire che i/o non posso sfuggire alla molteplicità dei tuoi sguardi, ovunque i/o sia tu m/i guardi m/ia ineffabile con i tuoi diecimila occhi.</p>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Aspettando Pasolini a Ouarzazate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2023 07:32:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Jamila Mascat </strong> <br />A duecento chilometri a sud-est di Marrakech - duecento lunghi chilometri che attraversano le montagne dell’Atlante centrale d’inverno ricoperte di neve – si trova Ouarzazate, capoluogo dell’omonima...]]></description>
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<p>A duecento chilometri a sud-est di Marrakech &#8211; duecento lunghi chilometri che attraversano le montagne dell’Atlante centrale d’inverno ricoperte di neve – si trova Ouarzazate, capoluogo dell’omonima provincia, la cui denominazione in lingua berbera/<em>amazigh</em> significa “<a href="https://fidmarseille.org/film/sans-bruit-les-figurants-du-desert/">senza rumore</a>”.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-102452" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226181317-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226181317-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226181317-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226181317-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226181317-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226181317-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226181317-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226181317-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226181317-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226181317-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226181317-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226181317-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226181317-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>Non lontano dalla <em>kasbah</em> Taourirt di Ouarzazate (XVII secolo), sorge la cittadella fortificata (<em>ksar</em>) di Aït Ben Haddou (XII secolo). Rosse e friabili, come la terra di cui sono fatte, la <em>kasbah</em> e lo <em>ksar </em>si sgretolano sotto il sole e si frantumano sotto la pioggia.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-102454" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226123030-1-1024x437.jpg" alt="" width="696" height="297" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226123030-1-1024x437.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226123030-1-300x128.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226123030-1-768x328.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226123030-1-1536x656.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226123030-1-2048x874.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226123030-1-150x64.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226123030-1-696x297.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226123030-1-1068x456.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226123030-1-1920x820.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226123030-1-984x420.jpg 984w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p style="text-align: center;">Lo <em>ksar</em> di Aït Ben Haddou visto dalla città nuova</p>
<p>Una manutenzione dedita e costante, però, le tiene in vita, perché dalla sopravvivenza di questi due fragili complessi architettonici dipende l&#8217;industria cinematografica della regione, Mecca del cinema marocchino fin dagli anni Cinquanta. Qui sono stati filmati kolossal come <em>Lawrence d&#8217;Arabia</em> (1962) e <em>Il Gladiatore </em>(2000) di Ridley Scott, <em>Kundun</em> (1997) di Scorsese e  <em>L&#8217;uomo che sapeva troppo</em> (1956) di Hitchcock, <em>L&#8217;uomo che volle farsi re </em>(1975) di John Huston e <em>Gesù di Nazareth</em> (1977) di Zeffirelli.</p>
<p style="text-align: center;">Gli <em>Atlas Studios</em> costruiti nel 1983</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-102455" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG_20230226_144845-1024x743.jpg" alt="" width="696" height="505" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG_20230226_144845-1024x743.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG_20230226_144845-300x218.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG_20230226_144845-768x557.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG_20230226_144845-1536x1115.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG_20230226_144845-2048x1487.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG_20230226_144845-150x109.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG_20230226_144845-696x505.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG_20230226_144845-1068x775.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG_20230226_144845-1920x1394.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG_20230226_144845-579x420.jpg 579w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG_20230226_144845-324x235.jpg 324w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-102456" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226144525-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226144525-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226144525-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226144525-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226144525-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226144525-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226144525-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226144525-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226144525-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226144525-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226144525-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226144525-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/IMG20230226144525-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>E qui, alla porte del deserto tra Ouarzazate, Zagora e Aït Ben Haddou, nel 1966 Pasolini gira <em>Edipo re </em>(1967), a sua detta il più <em>cinematografico</em> e il più <em>autobiografico</em> dei suoi film.</p>
<p>&#8220;Il film è una proiezione in parte autobiografica. Ho girato il prologo in Lombardia, per evocare la mia infanzia in Friuli, dove mio padre è stato ufficiale, e l’epilogo, o piuttosto il ritorno di Edipo poeta, a Bologna, dove ho cominciato a scrivere poesie&#8221; (P. P. Pasolini, <em>Il cinema in forma di poesia</em>, a cura di Luciano De Giusti, Edizioni Cinemazero, 1979, pp. 57).</p>
<p>“Quando lo realizzai avevo in mente due obbiettivi: primo, presentare una sorta di autobiografia, completamente metaforica e quindi mitizzata; il secondo, affrontare sia il problema della psicanalisi sia quello del mito. Ma, anziché proiettare il mito sulla psicanalisi proiettai la psicanalisi sul mito” (in P. P. Pasolini, <em>Saggi sulla politica e sulla società</em>, a cura di Walter Siti, Mondadori, 1999, p. 1362).</p>
<p>E ancora: &#8220;Volevo ricreare il mito sotto forma di sogno; volevo che tutta la parte centrale (che forma quasi l’intero film) fosse una specie di sogno, e questo spiega la scelta dei costumi e degli ambienti, e il ritmo generale seguito. Volevo che fosse una sorta di sogno estetizzante&#8221;  (P. P. Pasolini, <em><span style="color: #202122; background: white;">Saggi sulla politica e sulla società</span></em><span style="color: #202122; background: white;">, cit, p. 1363).</span></p>
<p>Alla ricerca di un&#8217;ambientazione mitica, atemporale e al tempo stesso arcaica  &#8211; &#8220;la storia di Edipo è un fatto metastorico e, in questo caso, metastorico corrisponde a preistorico&#8221; (<em>Pasolini e l&#8217;autobiografia</em>, intervista di M. Rusconi, Sipario, 258, Roma, 1967, p. 26) &#8211; Pasolini incontra Ouarzazate.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Edipo Re,</strong> Pier Paolo Pasolini, 1967</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="iT8xtiMQYy8"><iframe loading="lazy" title="Edipo Re - Film Completo Full Movie by Film&amp;Clips" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/iT8xtiMQYy8?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
<p>In un’intervista con Alberto Arbasino racconta: “Le riprese di <i>Edipo</i> si sono svolte nelle profondità del Marocco, un paese dall’architettura millenaria e deliziosa, senza lampioni e quindi senza tutto il fastidio di girare <i>Il Vangelo secondo Matteo</i> in Italia. Certi rosa e verdi stupendi; berberi quasi bianchi, però “alieni”, remoti, come doveva essere il mito di Edipo per i Greci: non contemporaneo, fantastico..&#8221; <span style="font-family: Verdana, BlinkMacSystemFont, -apple-system, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">P. P. Pasolini, </span><i>Saggi sulla politica e sulla società</i>,  cit., pp. 1572-1573).</p>
<p>Il mito di Edipo trasposto nel sogno necessita di uno sfondo onirico e <em>alieno</em> che strappi la tragedia di Sofocle alle sue radici classiche; un luogo immobile e fuori dal tempo, la pura proiezione di un desiderio:</p>
<p>&#8220;Il Marocco è una grande distesa di paesaggi mediterraneo-africani, abitato, lungo una striscia abitabile, da dodici milioni di persone, di cui una parte (la grande maggioranza) è formata da contadini: che lavorano stupendamente la loro campagna (specialmente nella regione di Fez, i campi sono coltivati con grazia e pazienza di orefici; su un altro registro, ma praticamente in modo molto simile a quello di certe civiltà contadine che ci sono famigliari, quella toscana, quella veneta); tale è la perfezione del lavoro contadino, che si ha l’impressione di un mondo concluso che non ha bisogno né di andare avanti né di tornare indietro: ma di star fermo com’è. Anzi, quasi lo si desidera, tanta è la sua bellezza visuale&#8221; (<em>Vie nuove,</em> n. 16, 22 aprile 1965).</p>
<p>Alla &#8220;bellezza visuale&#8221; di questo mondo conchiuso e congelato s&#8217;accompagna la &#8220;profonda semplicità&#8221; dei berberi/barbari:</p>
<p>&#8220;La media dell’intelligenza tra i marocchini è bassa, devo dirlo: e anche questo li accomuna a molti altri popoli in via di sviluppo. Non certo per ineluttabili ragioni razziali: ma per una secolare mancanza di esercizio di ogni funzione critica. C’è una profonda semplicità (che si ottenebra solo nelle ben circoscritte zone della malavita) che rende i marocchini deliziosi ma un po’ privi d’interesse. È in questa mancanza di intelligenza o razionalità che vanno ricercate da una parte la mancanza di ogni stabile carica rivoluzionaria, dall’altra le improvvise, patetiche e atroci violenze di piazza&#8221; (<em>Vie nuove,</em> n. 16, 22 aprile 1965).</p>
<p>Si manifesta così, con Pasolini e oltre Pasolini, il rovescio della proiezione mitica, la mistificazione. Ouarzazate, la <em>kasbah</em> e lo <em>ksar</em>, le colline di sabbia, i mattoni di fango, le montagne dell&#8217;Atlante, la terra rossa, <em>terra nullius </em>che si presta a tutto, che si fa Tibet o Antica Roma, Arabia di Lawrence o Gerusalemme. A Ouarzazate si reclutano talibani e centurioni, legionari e crociati, cristiani e pagani, ebrei e musulmani, beduini sul cammello e cavalieri a cavallo. Le produzioni statunitensi prediligono gli occhi chiari e le barbe lunghe, che molti non radono per questo, e il colorito olivastro ma non troppo, buono per tutte le stagioni. I ragazzini ad Aït Ben Haddou aspettano l&#8217;arrivo dei set come una benedizione. E a Ourzazate c&#8217;è chi aspetta ancora il ritorno di Pasolini.</p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>Fi intidar Pasolini</strong></em> <strong>(<em>Waiting for Pasolini</em>)</strong>, Daoud Aoulad-Syad, 2007</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="1KtgNH-SoMg"><iframe loading="lazy" title="Film Fi Intidar Pasoilini فيلم مغربي في انتظار بازوليني" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/1KtgNH-SoMg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Giuro sul Corano che io amo gli arabi quasi come mia madre. Sono in trattative per comprare una casa in Marocco e andarmene là. Nessuno dei miei amici comunisti lo farebbe, per un vecchio, ormai tradizionale e mai ammesso odio contro i sottoproletariati e le popolazioni povere. Inoltre, forse tutti i letterati italiani possono essere accusati di scarso interesse intellettuale per il Terzo Mondo: non io” (<i>Nuovi Argomenti</i>, n. 6, aprile-giugno, 1967).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il disagio della decolonizzazione. Intervista a Wayne Modest</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/03/04/il-disagio-della-decolonizzazione-intervista-a-wayne-modest/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Mar 2023 07:39:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[decolonizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Tropen Museum]]></category>
		<category><![CDATA[Wayne Modest]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Jamila Mascat</strong> <br />Giamaicano d’origine, olandese d’adozione, Wayne Modest è docente di Critical Heritage Studies alla Vrije Universiteit di Amsterdam e direttore del Nationaal Museum der Wereldculturen, un complesso che...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-102093" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/EGio71XWwAEt0xV-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/EGio71XWwAEt0xV-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/EGio71XWwAEt0xV-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/EGio71XWwAEt0xV-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/EGio71XWwAEt0xV-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/EGio71XWwAEt0xV-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/EGio71XWwAEt0xV-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/EGio71XWwAEt0xV-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/EGio71XWwAEt0xV-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/EGio71XWwAEt0xV-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/03/EGio71XWwAEt0xV.jpg 1200w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>di <strong>Jamila Mascat</strong>*</p>
<p>Giamaicano d’origine, olandese d’adozione, <a href="https://www.materialculture.nl/en/about/wayne-modest"><strong>Wayne Modest</strong></a> è docente di Critical Heritage Studies alla Vrije Universiteit di Amsterdam e direttore del <em>Nationaal Museum der Wereldculturen</em>, un complesso che raggruppa i principali musei etnografici d’Olanda: il <em>Museum Volkenkunde</em> di Leiden, l’<em>Afrika Museum</em> di Berg en Dal, il <em>Wereldmuseum</em> di Rotterdam e il <em>Tropen Museum</em> nella capitale. In questa intervista racconta la sfida di una missione non impossibile: decolonizzare i musei occidentali.</p>
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<p><strong>Da tempo il dibattito sulla decolonizzazione dei musei europei si è imposto all’attenzione di un pubblico più vasto della cerchia degli addetti ai lavori. Per i fautori si tratta di un’impresa necessaria, mentre i detrattori lo considerano un’aberrazione paranoica. Quando e come ha cominciato a riflettere su questo tema?</strong><br />
Mi sono posto per la prima volta il problema della decolonizzazione dei musei negli anni ’90, quando ancora vivevo in Giamaica, dove sono nato, cresciuto e rimasto fino al 2007, pur avendo soggiornato nel frattempo in Olanda e negli Stati Uniti in maniera intermittente per proseguire gli studi. Appena diplomato in chimica all’Università delle Indie Occidentali, a Kingston, mi fu proposto di progettare e costruire un laboratorio chimico all’interno di un museo locale. Accolsi volentieri l’invito, entusiasta di quel connubio che mi sembrava eccezionale: all’interno del museo la chimica poteva finalmente prendere corpo nella materialità gli oggetti.<br />
Lavorando sul campo ho capito quanto la museologia fosse integralmente dominata dai canoni europei, a partire dalla centralità attribuita alla struttura museale come unico sito adibito alla conservazione del patrimonio. D’altra parte, i mezzi a disposizione erano limitati e la pretesa che le pratiche di conservazione in Giamaica dovessero conformarsi ai protocolli europei era fuorviante. A proposito di chimica e di materia, come si fa a pensare di conservare gli oggetti a 17 gradi in un paese in cui fin dall’alba la temperatura è già a 27, per di più con un’umidità fortissima? Eppure, l’ipotesi che in Giamaica si potesse contravvenire alla concezione <em>made in Europe</em> di cosa fosse e come dovesse essere allestito un museo era inconcepibile. Direi che proprio in questo scarto è emersa per me la questione della decolonizzazione: come un problema concreto prodotto dalle contraddizioni di una società postcoloniale.</p>
<p><strong>In Europa – pensiamo ad esempio alla Francia, alla Gran Bretagna e all’Olanda, tre paesi che nei secoli scorsi sono stati alla guida di immensi imperi coloniali – come ha cominciato ad affacciarsi l’idea di decolonizzare i patrimoni nazionali?</strong></p>
<p>Francia, Gran Bretagna e Olanda rappresentano tre realtà nazionali molto diverse, ognuna delle quali è erede di una storia distinta dalle altre. E le differenze politico-culturali affiorano chiaramente se paragoniamo i risvolti del dibattito sulle restituzioni in ciascuno di questi paesi. In Gran Bretagna la cultura dei musei è pedagogica; in Olanda individualista e molto poco comunitaria; in Francia nettamente elitista. Questo si traduce in approcci piuttosto divergenti alle teorie e pratiche della decolonizzazione.</p>
<p>Quando sono arrivato in Inghilterra nel 2007, mi sono reso conto che il tema del colonialismo era ancora un grosso tabù. Era l’anno delle celebrazioni del bicentenario dell’abolizione della tratta, che finalmente dissotterrava la storia sepolta della schiavitù, facendo solo qualche rara allusione all’esperienza coloniale britannica, ma senza mai prendere di petto la questione. Il museo etnografico presso cui lavoravo a Londra, l’Hornimon Museum, di cui dirigevo la sezione antropologica, è un museo relativamente piccolo, ma molto affascinante per la sua natura spiccatamente coloniale, e per il suo carattere fortemente didascalico. Non credo di aver mai visto un museo così tanto frequentato da famiglie con bambini, e così radicato nella vita delle comunità locali. La pratica curatoriale implicava il coinvolgimento delle comunità, i cui trascorsi migratori affondavano le radici nella storia dell’impero britannico. Il sentimento istituzionale dominante era la volontà di includere e riconciliare, anziché il desiderio di approfondire il lascito doloroso e conflittuale della storia coloniale. Mentre oggi in un museo etnografico la questione coloniale è semplicemente ineludibile, all’epoca si usavano altri termini per designarla: si parlava di ‘incontri’ e ‘relazioni’, parole che hanno il merito di dissipare la violenza e sovrascrivere la dominazione, cancellando tutte le ferite, quasi si fosse trattato di una bella avventura. Da alcuni anni però le cose sono cambiate e la Gran Bretagna ha adottato un approccio diretto e pragmatico alla questione, pur sempre all’insegna della conciliazione.</p>
<p>In Francia, invece, domina un certo elitismo, come dicevo, e una persistente difficoltà a misurarsi con il lascito del passato coloniale. Dall’esperienza inglese ho imparato l’importanza di radicare i musei nel tessuto delle comunità che abitano la città. In Francia siamo agli antipodi: l’arte è materia d’élite e come tale viene protetta dalla cittadinanza, perciò, l’intervento delle comunità interessate in particolare ai discorsi sulla decolonizzazione fa molta fatica ad essere accolto e guadagnare legittimità.</p>
<p>In Olanda la questione della decolonizzazione è affrontata con un discreto pragmatismo per rispondere alle esigenze crescenti che vengono dal basso, benché la cultura museale sia tradizionalmente individualista e non comunitaria. Quando sono venuto in Olanda per la prima volta durante circa un anno, nel 1998, per un seguire un master in museologia alla Reinwardt Academie di Amsterdam, la situazione era molto diversa da oggi: parliamo di un’epoca precedente all’11 settembre, quando non era ancora stata decretata la morte del multiculturalismo, e non era stata avviata la svolta destrorsa e nazionalista che i Paesi Bassi avrebbero conosciuto qualche tempo dopo. Quando sono ritornato nel 2010 per lavorare al Tropen Museum, ho trovato tutt’altra atmosfera. Nel corso degli anni si è imposta, non senza ostacoli e resistenze istituzionali e dell’opinione pubblica, una consapevolezza diffusa della necessità di fare i conti con la storia coloniale e di coinvolgere le comunità interessate, il cui presente è tuttora condizionato da quella storia. E ovviamente la questione si è posta in maniera ancora più urgente e bruciante per i musei etnografici, in Olanda come altrove.</p>
<p><strong>Nei Paesi Bassi, invece, come ha preso corpo il dibattito sulla decolonizzazione dei musei?</strong><br />
In Olanda è da molti anni che artisti, intellettuali e attivisti hanno iniziato a sollevare critiche giuste e coraggiose a proposito della colonialità delle pratiche curatoriali dei musei. Hanno cominciato a farlo quando ancora un dibattito pubblico sulla storia coloniale del Regno era assolutamente impensabile. C’è stato però un punto di svolta, una scintilla che posso ricordare in prima persona, perché riguarda un progetto lanciato al Tropen Museum di Amsterdam nel 2015. È in questo contesto che, per la prima volta, la parola d’ordine #<em>DecolonizetheMuseum</em> è stata introdotta in un museo nazionale per iniziativa di un gruppo di tre attiviste decoloniali coinvolte nel progetto: Simone Zeefuik, Hodan Warsame, e Tirza Balk. Il progetto prevedeva di invitare artisti e attivisti a riflettere criticamente sullo spazio del Tropen: dalle collezioni, alla maniera in cui erano presentati gli oggetti, alle didascalie. Nel 2016 il gruppo di lavoro ha proposto di organizzare un evento pubblico, intitolato&nbsp;<em>Decolonize the Museum</em>, coinvolgendo curatori, artisti e ricercatori dall’Olanda e dall’estero. Per questa occasione gli organizzatori avevano predisposto una serie di pannelli con inserzioni di testo che facevano il controcanto ai pannelli ufficiali del museo, raccontando in parallelo un’altra storia. Alcune di queste inserzioni riportavano l’origine degli oggetti esibiti e le circostanze in cui erano stati acquisiti, ovvero rubati e strappati alla propria provenienza per esser trasportati nei Paesi Bassi. Altre richiamavano la storia coloniale, rievocando la tratta degli schiavi, le piantagioni, lo sfruttamento, e contestandone l’omissione intenzionale nelle didascalie ufficiali. Per noi responsabili del museo l’esito dell’iniziativa fu una sorpresa, esperita con un certo disagio. Il messaggio trasmesso al pubblico fu una critica senz’appello, ma ne accettammo le conseguenze, perché ritenemmo che fosse un battesimo del fuoco fondamentale: quando dirigi un museo è importante sapere cosa «vedono» i visitatori e cosa non va. Saper accogliere le critiche è il primo passo per poter riorientare lo sguardo. Questa è la principale sfida da accogliere rispetto alla decolonizzazione: accettare e rispondere al disagio generato da critiche e rivendicazioni legittime e comprendere che l’obiettivo di decolonizzare la società chiama in causa la natura stessa di processi sociali e regimi epistemici intrisi della matrice coloniale che non possono essere disfatti in un lampo.<br />
Al Tropen non possiamo non fare i conti con il fatto che i nostri magazzini ospitano resti umani e oggetti rubati deportati dalle ex colonie olandesi. Il carattere etnografico di questi contenuti condiziona lo spazio e ogni mostra allestita qui dentro. Una tale consapevolezza deve spronarci ad analizzare criticamente la conservazione, la funzione che ciascun museo adempie naturalmente. Cosa significa conservare e cosa significa esporre questi materiali? C’è bisogno di riflessione, perché non c’è nessun decalogo della decolonizzazione pronto per l’uso e valido in ogni dove.</p>
<p><strong>Una delle piste più dibattute in relazione all’impresa di decolonizzare i musei europei è quella delle restituzioni. Il «Rapporto sulla restituzione del patrimonio culturale africano» (2018) commissionato dal governo francese a Felwine Sarr e Bénédicte Savoy ha contribuito ad avvalorare questa opzione, che rimane tuttavia osteggiata da molti. Restituire è necessario?</strong><br />
È necessario, ma non sufficiente. Con la fondazione Museum van Wereldculturen, che raggruppa i principali musei etnografici dei Paesi Bassi, abbiamo cominciato ad affrontare la questione delle restituzioni già diversi anni fa. E nel tempo abbiamo avviato ricerche sulla provenienza e predisposto un sistema di tracciabilità consultabile online per fare in modo che le nostre collezioni siano aperte a tutti, disponibili e accessibili. Da anni collaboriamo con diversi musei in Indonesia, dal momento che una buona parte del nostro patrimonio, circa 140 mila oggetti, viene da lì. Nella nostra esperienza il rischio paventato che i musei etnografici europei vengano svuotati dalle restituzioni è chiaramente immotivato.<br />
Quindi direi che restituire è sicuramente importante, ed è necessario, ma decolonizzare non significa solo restituire. Come lo sottolineano già Savoy e Sarr nel loro rapporto sottotitolato&nbsp;<em>Vers une nouvelle éthique relationnelle</em>, la decolonizzazione dei musei chiama in causa le relazioni che sussistono tra paesi, istituzioni e patrimoni e che passano per gli oggetti – i resti, gli artefatti e le opere d’arte. Si tratta di ripensare e riconfigurare queste relazioni, ma ciò non può avvenire senza rimettere in discussione i rapporti di proprietà e senza concepire un nuovo diritto alla circolazione delle collezioni. C’è bisogno di desacralizzare il ruolo del museo quale unico spazio adibito all’esposizione e la funzione della conservazione considerata come prerogativa esclusiva dei musei, e come un imperativo indiscutibile nell’ambito dei beni culturali.</p>
<p>Si tratta d’immaginare, ad esempio, che conservazione e fruizione di un patrimonio possano avvenire al di fuori degli spazi museali o all’interno di spazi museali concepiti diversamente rispetto a quelli europei. Significa pensare la conservazione e insieme la perdita possibile di porzioni dei patrimoni nazionali: dobbiamo conservare tutto, tramandare tutto e accumulare all’infinito? Forse no, è anche una questione di decrescita. Aprire alla restituzione vuol dire accettare la possibilità che un oggetto esposto diventi un oggetto privato, oppure un oggetto dislocato altrove, fruito altrimenti e da altri. Significa detronizzare la tradizione museale occidentale, e provincializzare l’Europa nei contenuti espositivi. Parlare di restituzioni implica anche questo.<br />
Una cosa da sottolineare è che il dibattito sulle restituzioni ha portato alla ribalta l’idea di redistribuzione. La restituzione è una pratica redistributiva che consente di concepire un diverso ordine della proprietà e della circolazione. Le opere d’arte del British Museum devono poter circolare in Ghana e in Cambogia. Il Sud globale deve poter avere accesso alla fruizione dell’arte esposta nei musei europei. E questa ipotesi è complicata dalle disparita materiali che rendono la circolazione un processo a senso unico poiché i costi che comporta non possono essere sostenuti in paesi come la Giamaica o la Nigeria.</p>
<p>Ma se fossero finanziati dai paesi più ricchi in un’ottica di fruizione globale dell’arte? L’obiettivo di decolonizzare i musei non può che costringerci a ripensare la fruizione, privilegiando la circolazione per controbilanciare le asimmetrie che esistono tra Nord e Sud, determinate dalla proprietà e dalle risorse. Da due anni dirigo un progetto di ricerca intitolato&nbsp;<a href="https://pressingmatter.nl/" target="_blank" rel="noopener"><em>Pressing matters. Ownership, Value and the Question of Colonial Heritage in Museums</em></a>&nbsp;che indaga le forme e i rapporti di proprietà con l’obiettivo di reimmaginarne di nuovi, ispirati talvolta da altre culture, che possano essere implementati dalle istituzioni museali in diverse parti del mondo. Ci sforziamo di concepire proprietà condivise o transitorie, di privilegiare l’uso al possesso, riflettiamo sul valore degli oggetti. Quanto vale una maschera mortuaria? Quanto vale un cranio? Di chi è questo cranio di provenienza neozelandese, e di chi sono le foto che ne ritraggono la misurazione avvenuta nei Paesi Bassi? Queste sono alcune delle domande che ci poniamo e a cui proviamo a rispondere per complicare, ma anche per risolvere, le questioni sottese al dibattuto sulle restituzioni.</p>
<p><strong>Negli ultimi anni ha collaborato alla grande esposizione «Slavernij» (Schiavitù, 2020) al Rijks Museum e ha curato più recentemente «Onze koloniale erfenis (La nostra eredità coloniale», Tropen Museum 2022 e ancora in corso). Che tipo di progetto o di idea di decolonizzazione veicolano queste mostre?</strong><br />
Da curatore credo fermamente che ogni esposizione sia una pratica del fallimento. Ogni mostra è intrinsecamente parziale e, nell’esibire quel che esibisce, rivela anche tutto quel che manca, tutte le promesse che l’esposizione non mantiene. Questo vale ancora di più per le mostre decoloniali. La decolonizzazione, però, non è solo disagio, è anche festa, celebrazione di un’alterità rimossa che ritorna, rivoluzione di un paradigma che muta. Il disagio deriva dal passato: siamo partecipi ed eredi di una storia coloniale di estrattivismo, sfruttamento e dominazione, che non può che metterci a disagio. E una consapevolezza del genere inevitabilmente destabilizza. Riflettere una tale consapevolezza all’interno di un museo significa smettere di concepire quello spazio come un sito edificante deputato alla fruizione del bello. Il museo decoloniale può nascere dal disfacimento e rifacimento del museo coloniale soltanto dentro questa consapevolezza.</p>
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<p>*Questo articolo è stato pubblicato su <em>il manifesto</em> del 24 febbraio con il titolo<a href="https://ilmanifesto.it/come-decolonizzare-i-musei-occidentali"> &#8220;Come decolonizzare i musei occidentali&#8221;.</a> L&#8217;immagine in apertura è una foto del Tropen Museum ad Amsterdam.</p>
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