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	<title>mariasole ariot &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La terza creatura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 05:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[La terza cratura]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Riva]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Valentina Riva</strong>  <br />Adesso la cascata è fatta di carne, pelle e sangue. Lo sguardo dentro lo sguardo corre in un canale profondo. È tutto buio ma non fa paura. La Terza Creatura è formata.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><align=right>di <strong> Valentina Riva </strong></p>
<p>(Il racconto può essere letto in versione integrale, solo nella parte in corsivo o solo in quella in tondo: ogni percorso di lettura mantiene senso compiuto.)</p>
<p><em>Non saprei indicare con precisione l’epoca in cui, nella mia regione epigastrica, si sia prodotta questa sorta di cavità. In verità ne avverto l’esistenza da sempre, ma solo oggi ho deciso di esaminarla. Vi ho introdotto la mano, quindi l’intero braccio, senza tuttavia raggiungerne il fondo: il che induce a supporre che la cavità non presenti un limite definito, o che la sua estremità sfugga a qualsiasi accertamento. All’interno pare muoversi un’aria oscura, vorticosa, che ricorda il moto dei pensieri ossessivi. Non provoca dolore; piuttosto una lieve dispnea.</p>
<p>Esame fenomenologico – Venezia, Giorno 1 </em></p>
<p>Di Almerico, le era piaciuto come le aveva fatto scorrere gli occhi su ogni poro della pelle, senza averla nemmeno guardata. Le pupille, le aveva sentite brillare direttamente in corpo; buchi liquidi e caldi, che non smettevano di pulsarle nel petto. Avrebbe voluto nuotarci dentro a bracciate larghe. Pelle bianca che affiora sulla superficie nera. Respiro. Apnea. Respiro. Alla luce dei suoi occhi, era vivida. Vibrava. Voleva un’altra dose del suo sguardo, ma lui l’aveva lasciata a terra con il corpo in convulsione ed era sparito senza dire niente. Allora era costretta a darsi spiegazioni da sola, sdraiata sul tetto, mentre si mangiava le unghie e la pelle delle labbra, in mezzo ai miagolii. A seconda delle versioni che costruiva nella sua testa, lui appariva come una persona di grande eleganza o, al contrario, un superficiale. Allora smetteva di analizzare ogni parola che si erano detti e stringeva i pugni immaginando di poter leggere tutte le ragioni, semmai fossero esistite, direttamente in cielo; ma quella sarebbe stata magia e lei era una donna di scienza.</p>
<p><em>Il vortice pare aver ampliato la propria estensione, ma, data la natura cronica e strutturale della patologia, deduco che l’esito più probabile non sia la morte biologica, piuttosto uno stato di sopravvivenza gravemente menomato. Dall’osservazione del quadro somatico, risulta che il parametro più adatto per valutare lo sviluppo della cavità è il peso. Il vortice, pur composto di sola aria, manifesta infatti una pressione gravitazionale percepibile, il che spiegherebbe l&#8217;effetto dispnoico.<br />
Comincio a temere che i fenomeni osservati possano ripercuotersi a livello encefalico: si registra una certa difficoltà nel governare i pensieri e la gestione del tempo. Come è noto, non è possibile governare il tempo meteorologico. Tuttavia, avevo lungamente coltivato la convinzione di poter dominare il tempo cronologico. Tale persuasione appare ormai vacillante.</p>
<p>Prognosi e fisiopatologia – Venezia, Giorno 7</em></p>
<p>Avvicina il volto allo specchio e stende due strisce magenta sulle labbra. Sotto la luce artificiale, le linee intorno agli occhi e i solchi che scendono dal naso sono più evidenti. A forza di tirare avanti, il tempo ha smagliato la pelle dell’interno coscia. Alvise doveva avere una decina di anni meno di lei. Le sue braccia solide l’avevano stretta più di una volta. C’era qualcosa in quella forza che somigliava al possesso, alla fame degli animali. In fondo, lui era un essere semplice, fatto solo di corpo. Quando lei passava la mano sul suo torace, al posto della carne, percepiva aria: non perché anche lui fosse affetto dalla cavità, ma perché non sembrava affetto da niente. In almeno due occasioni lei aveva provato a modificare il DNA di uno di quegli insetti forbici. Avrebbe voluto ficcarglielo nell’orecchio così che gli suggerisse le cose giuste da dire. Ma gli insetti sono esseri minimi, difficili da manipolare. E lei aveva esperienza solo di animali veri.<br />
Oreste, invece, aveva la capacità di capire cose che gli altri non riuscivano nemmeno a immaginare. La sensazione che i suoi nervi fossero sensibili come fili elettrici scoperti a contatto con una goccia d’acqua, l’affascinava più di tutto. Come quella volta che lo aveva visto avvicinarsi a un papavero con la bocca aperta e gli occhi lucidi. Era bastato guardarsi. I pistilli nerissimi che trafiggono il centro; petali sanguigni così lievi da scorrere tra le dita. Eppure, quello era solo un fiore di campo. Ma per motivi che lei non comprendeva, Oreste non l’aveva scelta fino in fondo. Come se fosse facile trovare un’altra persona che guarda i papaveri allo stesso modo.</p>
<p><em>La pressione tende ad accentuarsi in assenza delle persone la cui prossimità sarebbe ritenuta necessaria. Ne deduco che una possibile terapia consisterebbe nello sviluppo di una completa autosufficienza emotiva; soluzione però difficilmente realizzabile poiché il comportamento umano, seppur influenzato da vari fattori, resta biologicamente orientato alla vita di gruppo e vincolato al fenomeno della riproduzione. In alternativa si può ipotizzare la ricerca di un’adeguata forma di quella che, per convenzione, chiamerò Terza Creatura. Nell’interazione tra due individui, ciascuno introduce nel rapporto una specifica sfaccettatura della propria personalità, modulata in relazione all’altro. Da questo incontro nasce un’entità distinta, la Terza Creatura, la cui configurazione varia a seconda degli interlocutori. Con individui compatibili, essa può svilupparsi fino a sublimare l’esperienza di entrambi e ridurre, se non sanare del tutto, la cavità. Su questi presupposti, procederò allo sviluppo di una cura.</em></p>
<p><em>Ipotesi terapeutiche – Venezia, Giorno 14 </em></p>
<p>Alvise era nudo e immobile sul letto di metallo con le palpebre molli rilassate nelle cavità oculari; Almerico era raggomitolato nella vasca dei cadaveri con le orbite vuote; il corpo di Oreste era sotto di lui, con la pelle che aveva già preso il colore della polvere perché tutto il suo sangue era stato trasfuso in un’ampolla.<br />
I bulbi oculari sono delicati, vanno maneggiati con cura. Lei li solleva uno a uno dal vassoio e li posiziona nelle cavità, appena sotto la palpebra molle contornata da ciglia rade. Passa una mano sul braccio freddo, ruvido. Preme due o tre volte per trovare la vena perché i liquidi corporei hanno già gonfiato lo strato sottocutaneo. Infila la cannula e il filo rosso comincia a percorrere il tubicino trasparente.<br />
L’ampolla è finalmente vuota. Lei sfila la cannula e collega gli elettrodi sul petto, polsi, testa e caviglie, così da provocare il collegamento dei neuroni interni. Preme il bottone di attivazione. Si tratta di un processo lungo e bisogna aspettare.</p>
<p><em>Nelle prossime ore si compirà una fase decisiva dell’osservazione clinica della terapia. Sarà necessario stabilire se la Terza Creatura possieda condizioni di vitalità. L’insorgenza del fenomeno è quasi immediata: basta che due individui si trovino a breve distanza perché l’entità cominci a delinearsi. I primi segni sono fondati su percezioni chimiche e psichiche, a loro volta influenzate dall’impostazione sociologica. Si annoverano postura, espressione del volto, odore percepibile; progressivamente si aggiungono timbro della voce, velocità dell’eloquio e contenuto semantico del discorso.<br />
La Terza Creatura è assimilabile al fenomeno del vento: è mutevole e invisibile, ma capace di produrre effetti rilevanti sugli individui che vi partecipano. Se —</em></p>
<p>Lo scricchiolio del letto di metallo la interrompe. Lei alza lo sguardo dalla pagina e poggia la penna. L’uomo ibrido si mette seduto: il gonfiore è sparito e non ci sono lividi o cicatrici visibili. Scende dal letto, oscilla, ma i piedi restano saldi sulle mattonelle. Comincia a camminare a piccoli passi. Lei lo guarda e si aggrappa alla sedia sulla quale è seduta. Ingoia aria, non aveva pensato a cosa dire e non aveva pianificato cosa fare; forse non aveva nemmeno creduto fino in fondo che l’uomo sarebbe resuscitato. Continua a sprofondare nella sedia di legno, con gli occhi sbarrati, mentre lui arriva con il volto a pochi centimetri dal suo.</p>
<p>“Come sei bella”</p>
<p>Lei riprende a respirare, intanto che il cuore torna a pulsare secondo ritmi normali. Gira il volto e guarda a terra. Con una mano, cerca di domare la nebbia dei capelli gonfi. Le occhiaie, le sente brulicare sottopelle; unico tocco vivo, il rossetto. L’uomo allunga la mano direttamente nella sua vestaglia di velluto. Lei abbandona la testa all’indietro, anche le braccia cadono molli. È una cascata di pelle e carne su una sedia di legno. L’ibrido apre l’ultimo drappo di velluto. Lei sussulta sotto il freddo del palmo che scorre dal collo, lungo tutto il torace.</p>
<p>“Cosa sono tutte queste cicatrici?”</p>
<p>Lei si guarda addosso, non sapeva di averle. Sembrano pezzi di lenzuolo cuciti male, proprio sopra la cavità vorticosa. L’ibrido passa la lingua su ogni taglio e il bianco si fa rosa, poi rosso come la pelle incisa. Dalle labbra magenta, versi dei gatti che s’incontrano sui tetti. Lui sopra; dentro di lei, attesa. Adesso la cascata è fatta di carne, pelle e sangue. Lo sguardo dentro lo sguardo corre in un canale profondo. È tutto buio ma non fa paura. La Terza Creatura è formata.</p>
<p><em>— la manifestazione dell’entità è quasi immediata, la sua validazione richiede tempo.<br />
Il metodo più attendibile resta l’osservazione dei fatti che il discorso non può manipolare. Tra gli indizi più rivelatori figurano una dimenticanza significativa, una menzogna accertata, la reiterata ambiguità nel comportamento o, semplicemente, l’assenza di una presenza solida. Non di rado, per il benessere psichico degli individui coinvolti, si rende necessario lasciare deperire l’entità o persino procedere alla sua soppressione deliberata. È esperienza comune che una Terza Creatura dissolta con un atto chiaro e netto risulti più accettabile di un’entità che svanisce senza causa manifesta o spiegazione intelligibile.</p>
<p>Protocollo di validazione – Venezia, Giorno 21</em></p>
<p>L’ibrido sistema un mazzo di papaveri al centro del tavolo di legno, sotto il cono di luce soffocato dalle tende di velluto. Sorride, si muove piano nella stanza, seguito dagli occhi di lei, seduta con le mani in grembo e la schiena curva. Sono troppo in alto per vedere chi passi per il canale, ma ogni tanto arriva la voce dei gondolieri, lo strido di qualche gabbiano. Lei ascolta solo il suo stesso respiro per capire se la cavità si stia chiudendo. Ma forse è troppo presto per capire.</p>
<p><em>Va precisato che l’essere umano non è riducibile a etichette generiche come “noioso” o “simpatico”, né tali aggettivi possiedono valore positivo o negativo in senso assoluto. Gli individui possono partire da qualsiasi configurazione caratteriale e osservare la forma che scaturisce dal loro incontro. In ogni caso, per garantire la durata della Terza Creatura, i soggetti coinvolti devono possedere due caratteristiche fondamentali:</p>
<ul>
<li>la volontà, tradotta nell’aderire in modo reiterato e consapevole al supporto del fenomeno</li>
<li>un sufficiente grado di stabilità psicologica</li>
</ul>
<p>Quanto al primo punto, per gli individui rivolti soprattutto alla propria energia intrapsichica, la valutazione dell’altro non avviene tramite un autentico apprezzamento della persona, ma secondo modalità superficiali e strumentali, subordinate a fini utilitari. Ne deriva una facile soppressione dell’entità nei momenti di difficoltà, o persino la mancata attivazione iniziale per scelta deliberata. Non di rado, questo tipo di individuo arriva a creare innumerevoli Terze Creature, perseguendo scariche dopaminiche alla stregua di una vera e propria dipendenza.<br />
Riguardo agli individui irrisolti richiamati nel secondo punto, non dispongo ancora di elementi sufficienti per formulare un’opinione solida.</p>
<p>Fattori determinanti Parte Prima – Venezia, Giorno 28</em></p>
<p>La Terza Creatura aleggia nell’aria, non dice niente, non si agita, non minaccia e, soprattutto, non abbandona.<br />
Il respiro dovrebbe entrare nei buchi nel naso, scendere per la gola e gonfiare tutto lo stomaco. Solo allora può lasciare il corpo passando per le labbra. C&#8217;è sempre bisogno di aria nuova. Lei non ha il coraggio di guardare la cavità. Non ancora. Infila una mano nella vestaglia e, con la punta delle dita, si tocca le ferite spesse e frastagliate. Mentre tiene lo sguardo fisso sull’ibrido, si muove nella stanza, sposta il vaso di papaveri e si sdraia sul tavolo. Apre le gambe come si aprono le margherite all’alba e la vestaglia scivola giù. L’ibrido si avvicina a leccare ogni ferita.<br />
La luna è un puntino luminoso al centro dei drappi di velluto che pendono alla finestra. L’uomo dorme su un lato. La casa è imbottita della pazienza della Terza Creatura. Lei si alza dal letto, infila la vestaglia, spinge il portone e la sua pelle si inumidisce dell’odore della pioggia appena passata. Attraversa i ponti a piedi nudi, serpeggia nei vicoli tra i gondolieri che controllano i ferri di prua e riparano i remi. Gli sguardi degli uomini restano attaccati alla sua scia. Lei si appoggia a un muro, sposta i capelli da un lato e offre il collo al vento. Fa scivolare una mano dal seno all’inguine; dall’apertura della vestaglia, mostra tutta la lunghezza delle gambe. Alle sue orecchie, arriva qualche risata e la voce dei gondolieri.</p>
<p>“Hey… Hai voglia di divertirti un po’?”</p>
<p>E due braccia ispide di peli le circondano la vita. Corpo a corpo. Palmi larghi e ruvidi percorrono la sua schiena, si aggrappano alle curve. Dal canale salgono vapori e rumori liquidi. Le labbra di lei si aprono a un centimetro da quelle del gondoliere; si scambiano fiato bianco per qualche istante. Ora sono una sola sagoma impressa nel buio frusciante. Nell’acqua la luna trema.</p>
<p>“Ahi! Ma sei pazza?!”</p>
<p>Il gondoliere arretra con una mano sul labbro sanguinante. Lei ride a bocca aperta. Ride reggendosi lo stomaco, fin quando le lacrime le colano giù per le guance. Tornerà a casa prima che l’ibrido si svegli.</p>
<p><em>Alla luce di ulteriori studi, posso finalmente chiarire il ruolo del soggetto portatore di conflitti psico-emotivi nella gestione della Terza Creatura. Anzitutto, egli/ella manifesta incapacità di valutarne con obiettività lo stato di formazione, reagendo spesso con timore: paura che l’entità abbia origine tossica, che non giunga a compimento, oppure, paradossalmente, che nasca davvero. Emergono limiti anche nella gestione successiva alla formazione, a causa della generale mancanza di obiettività e fermezza. L&#8217;evoluzione più preoccupante si manifesta, tuttavia, nella fase di morte della Terza Creatura. L’elaborazione del lutto può essere un processo emotivamente invalidante per qualsiasi individuo, ma nel soggetto irrisolto tale perdita può addirittura coincidere con la morte psicologica del soggetto stesso. Egli/ella può infatti interpretare l&#8217;entità come parte del suo stesso corpo, provando, alla sua scomparsa, un dolore quasi fisico, paragonabile alla perdita di un arto o della vita stessa. In alcuni casi il soggetto irrisolto arriva addirittura a costruire Terze Creature immaginarie e a soffrire per la loro morte come se fossero state vive e durature.</p>
<p>Fattori determinanti Parte Seconda – Venezia, Giorno 35</em></p>
<p>Lei è in piedi sul tetto avvolta dai suoi stessi capelli. Sul suo corpo struscia il velluto della vestaglia e il pelo del gatto che le accarezza le caviglie. Ha con sé il quaderno degli appunti. Chiude gli occhi, prova a concentrarsi sul suo stomaco per capire se si è fatto più leggero, ma il vento confonde il respiro. Si affaccia giù. Teste colorate si spostano lungo le viuzze; sale odore di carne arrostita, mare e urina, e lei è abituata solo a quello dell&#8217;umidità. Alza lo sguardo alle nuvole fumose e il vento le lava la testa dai capelli e da tutti i pensieri.</p>
<p><em>Le informazioni acquisite finora sono sufficienti a formare un quadro abbastanza completo della Terza Creatura, ma non sono ancora in grado di stabilire la sua efficacia come cura della cavità. Per completezza riporto che, secondo articoli scientifici recenti, ogni individuo possiederebbe una forza intrinseca sufficiente a supportare la guarigione. In particolare, si rileva che il cervello, in quanto organo dotato di plasticità, è capace di modificare la propria forma se supportato da grande forza di volontà e percorsi specifici. In ogni caso, a mio avviso, non si può sottovalutare la complessità, la natura strutturale, e talvolta contraddittoria, delle patologie psico-emotive, la cui radice tuttora mi sfugge.<br />
Criticità delle ricerche esterne – Venezia, Giorno 42</em></p>
<p>Non si può più aspettare. Slaccia la vestaglia, apre un drappo, poi l’altro. Abbassa la testa e apre gli occhi: la cavità è ancora lì; e gira allo stesso modo. Prende il quaderno e scrive un’ultima frase:<br />
Il cervello è plastico, ma il cuore rimane un muscolo involontario.</p>
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		<title>Dialogo (?) fra una femminista e un misogino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/29/dialogo-fra-una-femminista-e-un-misogino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 06:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Lea Melandri]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Martina Panzavolta]]></category>
		<category><![CDATA[Sibilla Aleramo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Martina Panzavolta</b> <br />
Lea Melandri ne scrive un dialogo, ma come può esservi <em>Dialogo tra una femminista e un misogino?</em> Chi dei due si muove verso l’altra o verso l’altro? Un misogino di certo no: per principio egli non può concedere alcuna ragione a una donna – preferirebbe dirsi sedotto. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Jean-Leon_Gerome_004-812x1024.jpg" alt="" class="wp-image-117981" width="609" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Jean-Leon_Gerome_004-812x1024.jpg 812w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Jean-Leon_Gerome_004-238x300.jpg 238w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Jean-Leon_Gerome_004-768x968.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Jean-Leon_Gerome_004-333x420.jpg 333w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Jean-Leon_Gerome_004-150x189.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Jean-Leon_Gerome_004-300x378.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Jean-Leon_Gerome_004-696x877.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Jean-Leon_Gerome_004.jpg 960w" sizes="(max-width: 609px) 100vw, 609px" /><figcaption>Jean-Léon Gérôme Vendita di una schiava romana (1884)</figcaption></figure></div>



<p class="has-text-align-center">di<strong> Martina Panzavolta</strong></p>



<p>Lea Melandri ne scrive un dialogo, ma come può esservi <em>Dialogo tra una femminista e un misogino?</em> Chi dei due si muove verso l’altra o verso l’altro? Un misogino di certo no: per principio egli non può concedere alcuna ragione a una donna – preferirebbe dirsi sedotto. Da parte sua, una femminista non vuol recedere da una posizione appena conquistata: non può fare l’ennesimo passo per compiacere a un uomo. Allora, il titolo dell’ultimo libro di Melandri (Bollati Boringhieri, settembre 2025) è a tutti gli effetti un paradosso, una menzogna aggravata dal fatto che uno dei duellanti, Otto Weineger, è morto da più di cento anni. Forse che Melandri, presidentessa della Libreria delle Donne di Milano, fra le più attive voci degli anni ’70, abbia, per una volta, voluto mettere il femminile in vantaggio e battere l’avversario in partenza?<br />Con la frequenza con cui avvengono in Italia – e non solo – uccisioni di donne, una penna allenata alla coscientizzazione come quella di Melandri non può aver dato per scontato che il suo alter-ego femminista abbia la vittoria in mano. Di più, a ben rifletterci, l’autrice potrebbe aver pensato il suo dialogo in un senso meno conciliante di quanto si creda. Del resto, fin dai tempi di Platone, una conversazione può rimanere dall’inizio alla fine aporetica – persino Socrate, talvolta, congedava i suoi interlocutori dall’altra parte della strada. E infine, perché no, anche se la femminista e il misogino restano fermi, forse è vero che qualcos’altro, nel testo che scorre sotto l’indice di lettrice e lettore, si muove.<br />Per etimo, il dia-logos è ciò che si trova attraverso <em>(dia)</em> la parola <em>(logos) </em>e pertanto è il residuo di ciò che essa porta a galla. In effetti, fra le parole con cui la femminista ripercorre <em>Sesso e carattere</em> (1903), il testo cardine del pensiero misogino di Weiniger, emerge qualcosa di piuttosto insidioso, un’eredità di pensiero plurimillenaria. Di fatto, proprio perché il testo una tesi di laurea, come ogni elaborato universitario che si rispetti è sostenuto da un ragguardevole apparato di note; da parte sua, Melandri non può che osservare i rimandi del suo interlocutore, e non impiega molto a capire che essi vengono da molto lontano, addirittura da Platone e Aristotele – nello scritto in analisi, il femminile è la stessa carne debole che era nell’antica Grecia, sintomo della sua sensibilità e pulsionalità, di contro a un archetipo maschile simbolo di forza, razionalità, penetranza.<br />Invero, quel ritratto di donna che esiste da quando la filosofia si è fatta scrittura, è arrivato fino a noi e non ha affatto perso in sensatezza. Questo perché, come spiega Melandri, ha goduto di una inconsapevole e sottile complicità femminile. Ciò non era sfuggito a Sibilla Aleramo, la stella polare di Melandri, la quale pochi decenni dopo Weiniger scriveva che la donna ha sentito di guadagnare in parità di dibattito con l’uomo, ma non ha capito che per guadagnare veramente tale posizione avrebbe dovuto prima interrogare sé stessa – così, nella fretta, troppo avventatamente «è entrata nell’azione come un misero e inutile duplicato dell’uomo» . In effetti, da questa prospettiva, Weineger non ha tutti i torti ad associare l’emancipazione delle donne alla loro parte maschile, alla stregua del Platone che ammetteva la presenza della donna-filosofa qualora quest’ultima fosse, per inclinazione, della stessa razionalità dell’uomo. Del resto, anche oggi molte donne “di successo” finiscono per descriversi come androgini – corpo di donna, ma testa da uomo.<br />Quale è il problema? La donna è nata dalla costola di Adamo, oggetto rispetto al soggetto, complemento sentimentale di un’anima. Anche se sul piano giuridico gode degli stessi diritti dell’uomo – questo, d’altronde, è riconosciuto persino da Weiniger – non si è accorta che la sua cittadinanza della polis è interdetta – il suo corpo è, di fatto, asservito al maschile. Di nuovo con Aleramo, la femminista Melandri sottoscrive: «Finora l’uomo ha creato, la donna no. La donna s’è contentata di questa rappresentazione del mondo fornita dall’intelligenza maschile» . Ma finché non dice nulla o quasi nulla a se stessa, ancora nulla può dire di sé all’uomo.<br />La femminista in dialogo, che pure sembrava poter vincere in maturità e dialettica sull’avversario – il quale è appena diciannovenne e di certo non al passo con i tempi – alla fine si accorge che non ha ancora la vittoria in pugno. Ma ammetterlo è importante, e non è sinonimo di sconfitta: di contro alla debolezza che le è stata cucita addosso come un bel vestito, nondimeno sa di poter costruire ciottolo dopo ciottolo la propria strada.<br />Innanzitutto, deve comprendere che le forme di resistenza che ciascuna donna può portare avanti ogni giorno sono tutt’altro che teoriche. La sua bussola deve tenere insieme il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Per reinventarsi da capo le occorre seguire un sentiero impervio e scegliere da sé i propri modelli, da Sibilla Aleramo a Gino Cecchettin. Non occorre che rinneghi una maternità, non è detto che la lotta inizi da una richiesta di aiuto o da una protesta privata. L’importante è che tenga gli occhi aperti sugli “imprevisti” favorevoli che dischiudono orizzonti e smontano il potere dove meno lo si aspetta.<br />Non bisogna demordere: è questo, forse, il monito che lettrice e lettore traggono in tralice dal dialogo impossibile tra la femminista e il misogino. Per scendere dal piedistallo, occorre sempre e per sempre avere in canna la propria parola.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nota su La disisperanza di Elio Tavilla</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/14/nota-su-la-disisperanza-di-elio-tavilla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Grazioli]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Tavilla]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Elena Grazioli</strong> <br />La disisperanza è un libro sul nostro tempo e lo è con una lucidità poco accomodante. Non racconta la catastrofe, la registra, la contabilizza, ne fa un inventario che tiene insieme residui tecnologici, degrado ambientale e affettività logorate.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-117706" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Capture-décran-2025-12-16-à-15.21.20.png" alt="" width="338" height="470" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Capture-décran-2025-12-16-à-15.21.20.png 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/Capture-décran-2025-12-16-à-15.21.20-150x208.png 150w" sizes="(max-width: 338px) 100vw, 338px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Inventario della fine<em> (condiviso).</em></strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Nota su </em><strong>La disisperanza<em> di Elio Tavilla</em></strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Elena Grazioli</strong></p>
<p><strong> </strong><em>La disisperanza</em> è un libro sul nostro tempo e lo è con una lucidità poco accomodante. Non racconta la catastrofe, la registra, la contabilizza, ne fa un inventario che tiene insieme residui tecnologici, degrado ambientale e affettività logorate. L’io poetico rinuncia programmaticamente al diario lirico per farsi testimone: non confessa, rileva; non consola, riconosce. Il neologismo del titolo non scioglie l’enigma poiché <em>disisperanza</em> non equivale a <em>disperazione</em>, ma dice piuttosto di una speranza deformata, intermittente, che non salva e tuttavia impedisce il precipizio nel nulla.</p>
<p>L’architettura del libro, scandita in nove blocchi-sequenza, orienta la lettura come un attraversamento a stazioni; l’impressione è di un viaggio frammentato attraverso luoghi e stati mentali. Ogni sezione rappresenta un varco più che un episodio, e l’insieme costruisce una geografia urbana e post-industriale segnata da rifiuti, tossine ed elementi naturali “corrotti” o estremi, in un ciclo di apparizioni e ricadute. L’indice stesso, con i titoli-innesco («solitudine dei neon intermittenti», «cadeva così a pezzi che», «da distanza disarmante»), espone fin da subito un repertorio di oggetti e situazioni comuni, quasi “da cronaca”, che l’autore sottrae all’ovvio per trasfigurarli in segni di tempo storico. In questo senso, l’elenco completo delle sezioni – <em>Riparare no</em>, <em>Randagio delle fosse</em>, <em>Tempo di giocare</em>, <em>Solitudine dei neon intermittenti</em>, <em>La vita che ti guasta</em>, <em>L’uomo in meno</em>, <em>Mia adorata ardente replicata</em>, <em>Dire fare bruciare</em>, <em>Il qui non esistente</em> – costituisce già un micro-racconto autonomo, una partitura di immagini e azioni che prepara il lettore all’atmosfera del libro. Brevi frasi, a volte ellittiche a volte narrative – in cui convivono negazione, affetto, degrado, ironia e assenza –, anticipano la gamma emotiva e semantica dell’intera raccolta.</p>
<p>L’andamento del libro alterna momenti di descrizione visionaria, quasi cinematografica, con zoom improvvisi, e riflessioni oblique sul senso della sopravvivenza. Non c’è un <em>climax</em> narrativo, ma piuttosto un ritorno ciclico di ossessioni: il degrado, la guerra, la distruzione, il tentativo di afferrare qualcosa prima che svanisca. La sintassi è spezzata, il verso franto da <em>enjambement</em> che rendono l’avanzare incerto, sospeso, fino a un effetto quasi di “smarrimento”. Il lessico accosta linguaggi settoriali – dalla geologia («faglie»), alla medicina («mitocondri») e all’elettronica («pixel») – a immagini più liriche. L’effetto non è un <em>collage</em>, bensì un attrito fertile che costringe ogni immagine a passare attraverso il filtro del presente, con occhio tecnico e “clinico”. La presenza di toponimi (es. «via Gastaldi», «Lomellina») e segnali urbani costituisce l’ingresso, dentro il dettato visionario, di ciò che Benjamin chiamava <em>Sachgehalt</em>, il “contenuto fattuale”: feritoie di reale che ancorano la visione a coordinate verificabili.</p>
<p>Nel libro, almeno tre grandi campi tematici si intrecciano fino a formare un paesaggio unitario. La <strong>tecnologia</strong> è onnipresente ma priva di trionfalismo, non promessa di progresso bensì relitto o minaccia silenziosa; infatti, appare nelle forme di infrastrutture abbandonate, luci artificiali difettose, suoni metallici che persistono oltre il loro scopo («neon intermittenti», «sonar fra gli scarti», «monitor iridescente», «subwoofer rotti», «3D destrutturato»), con la doppia funzione di creare un contrasto tra la materialità tangibile e la rarefazione emotiva, e di “fissare il tempo storico”. Il <strong>clima</strong> è un organismo malato, segnato da eventi estremi, come piene, allagamenti, fulmini e tempeste («fiumi straripare», «picchi di calore», «grecale che infuria, «uragano tropicale», «picco di corrente»), e la natura sembra aver smesso di vivere per limitarsi a recitare la propria vitalità («le piante fingono una vita inesistente»); tuttavia, non c’è distinzione netta tra ciò che accade agli esseri viventi e ciò che accade alla biosfera (es. «la fine disgraziata dei lupi fuori area»). L’<strong>amore</strong>, infine, non si sottrae a questo scenario poiché irrimediabilmente contaminato dal tempo, dal rancore, dalla distanza, messo a nudo nella sua componente di falsità e di potere, più parte del guasto generale che via di salvezza («l’amore che svanisce / come stella millenaria sfracellata / anni-luce fa sopra un’orbita di gas / pulviscolare», «non era indispensabile mentire / ma lo hai fatto e questo / resta», «quei nostri sottintesi che non capiamo più / facciamoci il piacere di annullarci, ti prego»). Questi tre assi non restano compartimenti stagni, ma si compenetrano: il lessico tecnico può entrare in un testo d’amore, i cambiamenti climatici possono assumere la forma di un’immagine urbana, e un gesto affettivo può essere filtrato da una percezione meccanica o digitale. È in queste sovrapposizioni che <em>La disisperanza</em> trova la propria forza, trasformando la frammentazione in un inventario coerente del nostro tempo.</p>
<p>Accanto ai tre assi principali, la raccolta si muove lungo altre direttrici che ne consolidano la complessità e la capacità di restituire un’istantanea stratificata del presente. Le poesie sono popolate da presenze che si muovono ai bordi della scena («l’uomo in meno», bambini, malati, «gli idioti», ma anche randagi, specie minacciate, animali morenti), non sono mai eroi né figure idealizzate, ma si configurano come indicatori del guasto collettivo, segnalatori umani o animali dello sfacelo che avanza. Chi sta ai margini è il primo a registrare – o a subire – il deterioramento ambientale (onnipresenti i rifiuti e le materie inquinanti), sociale, affettivo. Queste figure creano quello che potremmo chiamare un “atlante della vulnerabilità”, in cui fragilità biologica e marginalità sociale coincidono, mostrando come la crisi colpisca in primo luogo le esistenze meno protette. L’acqua attraversa l’intero libro, dalle prime poesie fino alle ultime, ricorrendo in forme molteplici: sottopassi allagati, fiumi che straripano nei <em>boulevard</em>, maree dalle forze magnetiche, paludi che diventano mare. Non è però mai un elemento puramente vitale, ma appare piuttosto come forza dirompente, residuo stagnante o liquido che intride superfici industriali. In più di un testo diventa metafora del tempo e della memoria: trascina via ricordi e oggetti come il «fango che / riemerge dai cofani delle auto ammutite / dal picco di corrente sotto i ponti». Questa insistenza non è decorativa, l’acqua assomiglia molto di più alla sostanza instabile su cui si regge il mondo di Tavilla, un elemento che unisce il paesaggio urbano, quello naturale e quello interiore in un’unica condizione di allagamento. Tra le righe del libro si percepisce anche un continuo rumore di fondo di tipo bellico («proiettili», «un tiro di mitraglia», «eravamo soldati», «sommarie esecuzioni»). Non ci sono racconti di guerra in senso stretto, ma una percezione costante di assedio; la vita quotidiana è avvolta da conflitti politici, sociali o ambientali. Uno stato di allerta diffuso che si manifesta tanto nella difesa di spazi vitali, urbani o naturali, quanto nella tensione invisibile che pervade i rapporti umani.</p>
<p>Cifra distintiva della raccolta è anche la sua tendenza enumerativa, che si manifesta in sequenze serrate di oggetti («auto rotte, case a pezzi») e di azioni («cerca e trova, cerca e trova, trova / e tronca»). Questo modo di procedere costituisce una dimensione da <em>reportage</em>, vicina alla cronaca, pur mantenendo la densità e l’ambiguità della lingua poetica. L’elenco non è un semplice accumulo, ma più una strategia per restituire l’ampiezza del guasto, mettendo sullo stesso piano il dettaglio minimo e la grande scena, il frammento di vita e il fenomeno collettivo. Tutti questi elementi concorrono a formare una testimonianza corale: la voce poetica non si colloca in alto a giudicare ma cammina dentro i luoghi che descrive, è partecipe e vulnerabile quanto le figure che incontra. La «disisperanza<em>»</em> non è lo sguardo distaccato di chi osserva da una torre d’avorio il senso della fine, ma quello di chi ci è immerso fino alle ginocchia, come nei sottopassi allagati del libro, e sceglie di guardare senza voltarsi dall’altra parte. Questa postura interna, condivisa, dà coerenza all’inventario di Tavilla e lo trasforma in uno spazio di identificazione per il lettore. Il <em>Sachgehalt</em> benjaminiano agisce come metodo compositivo: la poesia accoglie dati minimi di realtà che perforano l’allegoria e impongono al lettore un riconoscimento. All’opposto dell’evasione, l’autore propende per una pedagogia dello sguardo. Quei lampi fattuali non illustrano l’idea, ma la costituiscono. Senza di essi, «disisperanza<em>»</em> resterebbe un lemma astratto, con essi diventa condizione “di tutti”. Rispetto al panorama italiano recente, Tavilla sceglie di non chiudere l’io nel proprio microcosmo emotivo, ma lo espone al mondo, lo obbliga a passare attraverso infrastrutture, scarti, corpi sociali. Il risultato è una voce che, pur personalissima, produce uno specchio collettivo: leggiamo e ci individuiamo non per identità biografica, ma perché condividiamo l’ambiente di rischi – tecnologici, climatici, relazionali – che il libro mappa con ostinazione.</p>
<p>Dentro l’inventario, qua e là affiorano minimi bagliori – «il colore imperituro dei susini», «come / sboccino nel buio / le cicorie» – ma sono lampi destinati a spegnersi, intermittenze senza esito. Molte poesie, infatti, si chiudono con immagini di sconfitta e di annientamento: «la faccenda triste di / precipitare e mai risorgere», grugni «schiacciati sull’acciaio / delle grate», «un misto / di cocente sconfitta ed eremo / assolato, privo di conforto». Non si intravede resurrezione, ma piuttosto l’attesa di un’estinzione inevitabile, che «attende / come te di spegnersi e svanire». La stessa esistenza appare retrospettivamente come errore: «nullità che già sapevi / fosse meglio non essere mai nato». Nel finale, ciò che resta è un segno minimo, disperato: «un’ultima volta fare segno / di soccorso e resa», un’estinzione collettiva consumata «al lumicino / di qualche apocalisse senza gloria». L’ultimo verso, che domanda «dimmi / dove metti i trascurati dalla luce / dimmi, dove», consegna la formula più estrema della <em>disisperanza</em>: l’esistenza ridotta a «lotta per il niente come fosse vita». Non c’è redenzione, né sopravvivenza simbolica, soltanto la precisione implacabile di una voce che nomina l’epilogo senza alleggerimenti, trasformandolo in un’immagine nitida e memorabile del nostro presente; un inventario della fine (condiviso).</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>John Berger: uno scrittore al suo specchio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/11/26/john-berger-uno-scrittore-al-suo-specchio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Nov 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Martina Panzavolta </strong> <br />La traduzione mostra al Berger scrittore che esiste una creatura lingua, assicurandogli di riflesso che ciò che ha sempre tentato di fermare sulla pagina è una sensazione viva, che ha valore. Un’esperienza preverbale che un’intelligenza artificiale non potrà mai cogliere.]]></description>
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<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5.jpg" alt="" class="wp-image-117271" width="574" height="429" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5.jpg 765w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-562x420.jpg 562w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-150x112.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-696x520.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 574px) 100vw, 574px" /><figcaption>disegno di John Berger</figcaption></figure></div>



<p>di <strong>Martina Panzavolta </strong></p>



<p>Aveva quasi novant’anni, eppure il suo bisogno più impellente era quello di scrivere. È questa l’ultima<br />immagine che ha voluto lasciare ai posteri. Nella sua vita, John Berger ha fatto tante cose – è stato un critico d’arte, un disegnatore, uno sceneggiatore cinematografico e altro ancora – ma, in fondo, si sentiva uno scrittore. Del resto, non è un caso che la sua raccolta postuma, <em>Confabulazioni </em>(Neri Pozza, 2017), sia un’ultima e più intima riflessione interamente dedicata alla scrittura.<br /><br />Nato a Londra il 5 novembre 1926, John Peter Berger è morto il 2 gennaio 2017. La sua curiosità nel leggere il mondo è stata la cifra della sua poliedricità. Come pensatore, egli era interessato alla visione in profondità.<br />Il suo programma televisivo&nbsp;<em>Ways of Seeing</em>, andato in onda sulla BBC nel 1972, rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per tutti coloro che cercano, attraverso l’arte, nuove prospettive sul mondo.<br /><br />Di certo, in meno di dieci anni dalla sua morte, molti paradigmi umani sono cambiati, così come la<br />concezione dell’arte. Senza dubbio, la nostra intelligenza artificiale sarebbe per Berger una “way of seeing” ancora da studiare. A noi basta digitare qualche parola online per avere pronto, in pochi secondi, ogni genere di testo – dalla ricetta di una torta, alla email di lavoro, all’articolo di giornale. Chissà cosa potrebbe dirne Berger: forse che la sua amata scrittura sia destinata a scomparire?<br /><br />Invero, egli non ha lasciato i posteri senza risposta. <em>Autoritratto</em>&nbsp;(2014), il primo saggio a figurare in<br />Confabulazioni, è precisamente il suo testamento da scrittore. Qui Berger ha indicato in modo provvidenziale come guardare alla parola se non avessimo più creduto nel suo potere.<br /><br />L’intento generale dell’autore “autoritratto” è quello di risalire al germe della sua vocazione, dissotterrando il motivo per cui, da tutta una vita, scrive. Berger ha quindi bisogno di guardarsi di riflesso, ma sceglie uno specchio decisamente inedito e originale. Di fatto, non si osserva nella torsione narcisistica del sé, ma si studia da un modo di vedere “altro”, quello del traduttore. La scelta è di certo interessante e affatto banale – soprattutto, perché si può dire che Berger abbia fatto tante cose, fuorché traduzioni. Nondimeno, l’accostamento fra scrittura e traduzione sembra valido soprattutto oggi, nel mondo dell’AI: forse che anche la traduzione sia destinata a scomparire?<br /><br />È chiaro che scrittura e traduzione sono due lati del medesimo edificio: chi scrive desidera che i propri testi siano letti, e per tale ragione è ovvio che ne desidera anche una traduzione – che implica un pubblico più numeroso. Eppure, a ben rifletterci, una traduzione è qualcosa di pericoloso: dopo aver tanto meditato su quell’unica parola giusta che possa dire ciò che si vuol dire, dopo aver scritto e riscritto per mesi o anni le stesse frasi, come si può accettare di leggersi in una lingua diversa che usa, per forza di cose, diverse espressioni?<br /><br />Anche quando una traduzione è il più fedele possibile all’originale, il testo non è lo stesso. Non c’è da molto da spiegare, è un luogo comune. Si pensi alla parola per eccellenza, ovvero il <em>logos</em> degli antichi greci. Nel <em>Faust</em> goethiano l’omonimo protagonista si struggeva per tradurre il versetto giovanneo&nbsp;<em>In principium erat Verbum</em> –&nbsp;Ἐη ἀρχῇ ἦν ὁ λóγος, perché logos è l’intraducibile parola, pensiero, forza, atto. Come può una sola di queste espressioni rimandare a tutte le altre? Se, come è ovvio, non può, quale è in traduzione il termine più giusto fra tutti?<br /><br />Di certo, il medesimo problema affligge tutte le traduttrici e tutti i traduttori. Diversamente da un’intelligenza artificiale, queste e questi non lavorano con un algoritmo e si trovano continuamente di fronte a questo genere di scelta. Similmente a scrittrici e scrittori, anche loro trascorrono ore e giorni sull’unica parola, sull’unica frase, a scrivere e riscrivere.<br /><br />D’altronde, sono i momenti di ricerca e di scelta a riunire scrittura e traduzione nella costante tensione verso la lingua in quanto tale. «Se si guarda alla faccenda in modo convenzionale – scrive Berger – [le traduttrici] e i traduttori non devono far altro che studiare certe parole scritte su una pagina, per poi renderle in una lingua diversa su un’altra pagina. Il procedimento implica dunque una cosiddetta traduzione parola per parola, una successiva rielaborazione che rispetti e incorpori la traduzione e le regole della seconda lingua […]. Molte delle traduzioni seguono questo metodo e i risultati sono validi, ma di seconda qualità. Perché? Perché la vera traduzione non è una relazione binaria fra due lingue, ma una storia a tre. Il terzo punto del triangolo è ciò che sta dietro le parole del testo originale prima che venisse scritto. La vera traduzione esige che si ritorni al pre-verbale» (p. 7).<br /><br />Quando il tradurre è sentito come un compito, le parole del testo originale vengono lette e rilette non tanto per ragioni stilistiche quanto per toccare l’esperienza da cui sono scaturite. In seguito, se la si trova, la si raccoglie nel suo essere tremante e quasi muto e si tenta di collocarla dietro la lingua in cui deve essere tradotta. A quel punto, il lavoro principale di traduttrici e traduttori «è convincere la lingua ospitante ad accettare e accogliere la “cosa” che aspetta di essere articolata». Precisamente per questa postura, la traduzione mostra alla scrittura un qualcosa che appartiene a entrambe, ovvero la dimensione della lingua parlata. Quest’ultima è un vero e proprio corpo, una creatura vivente o, meglio, più corpi e più creature viventi: sono tante, del resto, le lingue che si generano nel medesimo «inarticolato oltre l’articolato» (p. 8).</p>



<p>Del resto, come spiega Berger, “lingua materna” in russo si dice <em>rodnoi-jazyk</em>, che significa la lingua “più cara” o “più vicina”. L’autore afferma che la si potrebbe chiamare la “lingua amata”. La lingua materna è la prima lingua di ciascuno e, per Berger, «è senz’altro femminile», e il suo centro è «un utero fonetico» capace di generare imparentato con tutte le altre lingue materne capaci di generare – fra queste anche i linguaggi non verbali come la lingua dei segni, la pittura, e così via (pp. 8-9). È precisamene per questa fitta rete di sorelle che ogni testo sente di trovare «il proprio posto, indescrivibile ma sicuro», in ogni altra lingua (p. 9).<br /><br />La traduzione mostra al Berger scrittore che esiste una creatura lingua, assicurandogli di riflesso che ciò che ha sempre tentato di fermare sulla pagina è una sensazione viva, che ha valore. Un’<em>esperienza</em> preverbale che un’intelligenza artificiale non potrà mai cogliere. Lo stesso autore autoritratto può infatti fermarsi a guardare, a quasi novant’anni, la sua relazione d’amore quella creatura-lingua che si muove sotto l’allitterazione e il ritmo delle parole; la osserva e la ascolta confabulare. Talvolta, gli sembra che contesti certe parole scelte e che metta in discussione il ruolo che l’autore ha loro assegnato. «Perciò modifico le battute – scrive Berger – cambio una parola o due, […] finché non c’è un lieve mormorio di provvisorio assenso. Allora procedo al paragrafo successivo». Nel suo ultimo e più maturo ritratto, Berger si dipinge quindi nella sottomissione alla lingua amata, a tal punto che ammette di essere, di mestiere, più che uno scrittore «un figlio di puttana – e potete immaginare chi è la puttana, no?» (p. 10) <br /><br /><br /><br /><br /></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Le sale operatorie di esistenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/17/le-sale-operatorie-di-esistenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Oct 2025 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mariasole Ariot </strong> <br /> Le nubi che non sanno i temporali ci crollano dall'alto, di gambe spalancate per un bimbo già morto solo morto già nel prima di arrivare a compimento]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="681" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-1024x681.jpg" alt="" class="wp-image-115980" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-1024x681.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-768x511.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-696x463.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-1068x710.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280-632x420.jpg 632w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/the-war-2096164_1280.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>di <strong>Mariasole Ariot </strong></p>



<p>*scritto in occasione della festa di Nazione Indiana 2025  per &#8220;La scena del tempo &#8211; tra passato e presente&#8221; </p>



<p></p>



<p class="has-text-align-right"><em>&#8220;Lei non voleva stare, la misero a gambe all&#8217;aria<br />con la baionetta e la squarciarono&#8221;<br />Costanza C. 1944</em><br />(Guerra Totale, Gribaudi)</p>



<p>Precipitano dai cieli come collassi, arterie che si tacciano a un futuro ancora incerto ma deciso:<br />le nubi che non sanno i temporali ci crollano dall&#8217;alto, di gambe spalancate per un bimbo già<br />morto solo morto già nel prima di arrivare a compimento.<br /><br />Ai nomi è tolto un nome, strappato come vesti in ospedali senza porte senza tetti, persone con<br />le teste mutilate, l&#8217;elenco delle case a sparizione delle cose: tagliare una ferita a cielo aperto,<br />affinano le buche collinari di una donna, s&#8217;infettano del sangue già ammalato: non sono<br />baionette sono uncini. Che strappano i presenti dalle costole del tempo.<br /><br />E dicono scavare proprie fosse, un ultimo dei letti che non porta che terriccio e sassi e nuche, le pietre si trasformano a giacigli, il fango nella bocca che prega le sementi: ma quanto è vuoto un mondo, ma quanti sono i mondi che sappiamo ricordare.<br /><br />Rottami disperati si rifugiano alla notte, arrivano macerie di insepolti, rosicchiano per fare delle donne un fiorellino, profanano minuscole esistenze e le corolle, saccheggi massacri e bruciature, le masse non comportano una resa.<br /><br />Elaborano le morti come albe già calate, i soli puntellati sono occhi &#8211; lo spreco di due cieli, le<br />piccole cellette in cui si attendono le corde. E quante corde non conoscono le teste, quante<br />teste nascondono una tomba.<br /><br />Picchiate con la canna dei fucili già pronti forti eretti per violare. La terra si insinua a stringere le stelle che non fanno le stellate: esplose le scintille si salvano cordoni ombelicali, la pioggia incastonata nella sete non dice il perdonare: dice il giorno della morte di una presa: dice basta per bastare alla condanna: dannati sono gli altri che non siamo, le figlie non protette dalle scure, le madri che si prestano per fare dei collari un nuovo collo.<br /><br />Hai visto lo straziare di uteri ammalati, hai visto dire prendimi non prenderla, giacere per dare un nuovo posto, al posto di una vergine che presta le sue buche.<br />Hai visto le sale operatorie di esistenze, ostetriche che avvisano gli aperti rovinati.<br />Hai detto che è impossibile parlare, silenzi ricuciti e poi slabbrati.<br />Hai detto che t&#8217;infrangono un sigillo: ti sfrangi come il resto di uno straccio.<br /><br />Il cranio di un uccello e la sanguigna si schiudono alle ossa: è questa la domanda del passato: lo iato che si scuce, i corpi dilaniati da due tempi.<br /><br /> </p>



<p></p>



<ul><li>fotogragia di Michal Jarmoluk </li></ul>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Pelle su pelle</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/25/pelle-su-pelle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Aug 2025 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Federica Rigliani]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[pelle]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Federica Rigliani</strong><br />Io sono come sono perché lui era come era.
Con la testa di pietra difendo l’anarchia che mi ha trasmesso.
Forse, anche per questo sono sola.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Federica Rigliani</strong></p>



<p>Ci trovammo il tardo pomeriggio di un’estate agli sgoccioli, noi due. Su una spiaggia deserta e<br />sotto un cielo violaceo. Col borsone a farmi da cuscino e la sabbia fredda tra le dita dei piedi,<br />leggevo un romanzo; gli angoli delle pagine stretti tra due mollette per capelli perché non le<br />chiudesse il vento. Fu l’aria a portarmi l’afrore che emanavi. Svettavi sulla battigia tra due lame<br />azzurre: quella tersa del cielo e quella fluttuante dell’oceano, dorata solo lì, nel punto dove il sole<br />stava per tuffarsi.<br />Apparivi e scomparivi oltre i lembi del mio lungo abito bianco: nascondevano e svelavano i tuoi<br />tendini in rilievo, i muscoli densi, gli arti esili eppure robusti.<br />Eri forma fatta perfezione, gentilezza che aspettava di tuonare.<br />E nel fissare la tua regalità, risentii a una a una le parole di mio padre.<br />Avevano tutte la sua voce.</p>



<p><em>Non muoverti</em>, sussurrò il giorno che caddi male.<br />Cavalcavo da anni, ma la pioggia ci colse di sorpresa e i cavalli mantennero la calma finché non<br />arrivò un temporale. Terrorizzata dallo sfolgorio dei lampi Perla nitrì di un grido quasi umano e,<br />indomabile, dopo aver sgroppato in avanti mi disarcionò. <em>Respira</em>, disse babbo riempiendosi i<br />polmoni, era in sella a Sauro e senza togliermi gli occhi di dosso mi invitava a imitarlo. <em>Stai ferma</em>,<br />disse allo schianto di un nuovo tuono, quando Perla si sollevò grattando con le zampe l’aria sulla<br />mia testa.<br />Rimase impennata davanti a me per un tempo sospeso: le mammelle oscillavano dal ventre,<br />solcato da un reticolo di vene prominenti, e le cinghie di cuoio scricchiolavano mentre il sottopancia<br />si allentava. Una statua a mezz’aria, fin quando gli zoccoli anteriori affondarono nella terra<br />melmosa schizzandomi il viso di fango, e le fibbie cedettero. Poi, scartando a sinistra, sparì al<br />galoppo tra il verde scuro degli alberi. Non avevo mai visto tanta eleganza maestosa e selvaggia.<br />Babbo mi caricò su Sauro e mi tenne stretta davanti a sé, tra cosce e braccia, mentre governava<br />con difficoltà il cavallo. Mi ero slogata una caviglia. Me la fasciò sotto la tettoia di un’area<br />attrezzata, dove trovammo riparo fino a quando le nuvole si alleggerirono e si fecero biancastre e<br />dove, non so come, tornò Perla. Ora era calma e aveva il dorso lucido d’acqua. La accarezzai, mi<br />rimase il pelo bagnato sulla mano, il suo odore forte, la voglia di montarla.<br /><br />Pelle su pelle era da sempre una mia fantasia. Arrivava dai libri sugli indiani d’America e<br />celebrava il contatto ancestrale tra l’uomo e l’animale, consacrato dal soffio del Grande Spirito che<br />fonde in un unico equilibrio il <em>tutto vivo</em>. Erano stati un regalo di mio padre. Me li leggeva prima<br />che imparassi a farlo da sola e da ragazzina mi portava al maneggio. Risalivamo al trotto le colline<br />tra cipressi puntuti e fieno dorato, cavalcavamo sull’erba medica che si stendeva tutt’intorno,<br />gridavamo al vento. Io ero squaw dai nomi di Luna; lui Geronimo, Toro Seduto, il figlio di un<br />Grande Capo. Immaginavamo bisonti pascolare nella pianura, li cacciavamo con giudizio e dopo<br />averli uccisi rendevamo grazie a Manitù per il loro sacrificio. Poi tornavamo alle stalle, riponevamo<br />le selle, strigliavamo i cavalli.<br />Quel pomeriggio di fine estate, il formicolio che mi attraversò rinverdì il mio sogno solitario e le<br />parole di mio padre aprirono il sentiero delle possibilità. Oltre la paura delle prime volte.<br /><br />Io sono come sono perché lui era come era.<br />Con la testa di pietra difendo l’anarchia che mi ha trasmesso.<br />Forse, anche per questo sono sola.<br /><em>Non temere i pericoli, fanno parte del gioco della vita, diceva.</em> Perché l’insidia è ovunque e anche<br />nella monotonia si può essere imprudenti: potevo aprirmi la testa scivolando in doccia o essere<br />investita sulle strisce pedonali mentre andavo a scuola. Quindi, mi invitava a sfidare la mia<br />curiosità, <em>ché osare sfora i limiti, e farlo può schiudere sorprese meravigliose quanto ali di farfalla</em>.</p>



<p>Però mi ha insegnato a ponderare l’impulso, valutare i rischi e mettere radici salde al mio ardire.<br />Come il giorno che mi ha calato con un piccolo canotto in una chiesa romanica sprofondata su una<br />sorgente. La navata destra poggiava sbieca sul terrapieno che l’aveva ingoiata, e la cornice di quella<br />che era stata una vetrata rimaneva a livello del prato, sbarrata da una X di un nastro rosso e bianco<br />che oltrepassammo mano nella mano. Seduti sull’erba, piedi penzoloni, quasi toccavamo l’acqua di<br />quella piscina cristallina, un mondo ondulante e sommerso che restituiva luccichii cangianti sulla<br />volta di tufo calcareo, integra e rimbombante di suoni per me misteriosi, quasi arcani. Avevo dieci<br />anni.<br />Nulla potettero gli ori e gli argenti appesi al collo e vinti a rana, a dorso e a stile libero nelle mie<br />competizioni Regionali, babbo assicurò il canotto a una fune e sentenziò <em>Giubbotto salvagente e<br />niente bagno</em>. Poi diede metri alla corda e quella sguisciò come una biscia dalle sue dita.<br />Sentivo lo scafo diventare freddo sulle gambe mentre scivolava in acqua senza lasciare scie,<br />rallentavo lo sguardo e trattenevo ogni dettaglio perché non mi sfuggisse la più piccola bellezza,<br />intorno e sotto di me.<br />L’eco dello sciabordio sulle pareti si diffondeva come respiro vibrante delle pietre, ravvivate da<br />lame luccicanti che fendevano la penombra per inabissarsi tra le alghe verde malva. Licheni sulfurei<br />di ogni forma sporgevano a grappoli dal muschio amaranto, ricoprivano in parte le pareti e ne<br />ammorbidivano le spigolosità. Su qualche Ex Voto ancora cementato, i ringraziamenti e il tipo di<br />grazia ricevuta; quelli sommersi erano spaccati in più parti con le scritte interrotte, accanto a lucidi<br />ciottoli bianchi, grigi, a tratti verdognoli, che si intervallavano ad antichi mosaici cosmateschi.<br />Bolle sorgive dalle rime della terra li plissettavano in un gioco di luminescenze, risalivano l’acqua<br />arricciate in un gorgoglio muto che ribolliva in superficie, mi esplodevano silenziose tra le dita per<br />dilatarsi in leggere e sempre più ampie increspature.<br />Immagini che lo stupore di allora rende ancora vive, regali rubati al no del diniego.<br />Quando babbo ha lasciato per sempre la mia mano, ho continuato a vedere le sue orme appaiate<br />alle mie nei crocevia delle incertezze: rifletto prima di osare e azzardo solo se cosciente delle<br />risposte da opporre all’imprevisto. Decisa e fiera. Come mi voleva lui di fronte alle sfide.<br />E ora, la mia sfida eri tu.<br />Lasciai cadere l’abito, tolsi le mutandine, disfeci lo chignon sfilando il puntale d’osso affilato, che<br />cadendo si conficcò nelle piccole dune adombrate a mo’ di meridiana. Pregavo che non te ne<br />andassi mentre schivavo conchiglie e ossi di seppia per evitare il più lieve dei rumori: i lunghi<br />capelli al vento, la brezza tra i ricci corti del pube, i capezzoli grinzosi come olive nere secche.<br />Ti raggiunsi con l’ansia in gola.<br />La mandai giù insieme alla saliva.<br />Con l’acqua alle caviglie sondammo occhi negli occhi la distanza che ci separava, tu scrollavi un<br />sopracciglio nel tentativo di scacciare una mosca, io mi guardavo riflessa nelle tue pupille verticali,<br />caverne d’ebano spalancate sulla mia immobilità. La tua criniera sventolava nella stessa direzione<br />delle mie ciocche libere, di un castano leggermente più chiaro dei tuoi crini. Quando la mosca si<br />posò sulla vena che discendeva verticale il tuo muso, dilatasti le narici con uno sbruffo infastidito.<br />Quello fu il mio <em>la</em>.<br />Un passo avanti e a braccia tese accolsi nelle mani le rientranze ossute delle tue guance,<br />gocciolavo dalle ascelle con un odore acre. Poi appoggiai la fronte sulla tua. Per rassicurarti. Per<br />rassicurarmi.<br />Schioccai la lingua e riempitimi i palmi della compattezza del tuo fianco, marrone come il fieno<br />più scuro, conficcai le unghie nel garrese bollente, rafforzai la presa, spinsi sulla sabbia come molla<br />e scivolai in una caduta goffa. Una volta e un’altra ancora.<br />A qualcosa dovevano pur servire le conoscenze di amazzone in erba che avevo, me lo chiedevo<br />mentre tu, docile e calmo, accoglievi con sguardo bonario ogni mio tentativo. Fino al salto decisivo,<br />quando senza bardature e finimenti mi pizzicasti i glutei, sui quali mi spostavo in cerca di<br />equilibrio, e le labbra tra le gambe. Ti strinsi tra le cosce in una morsa e mi inondasti di calore irto, un solletico sconosciuto che accolsi con stupore. Eri la mia sella e la tua pelle pulsava sulla mia.<br />Niente staffe. Niente morso. Ora dovevo fidarmi di me.<br />Sibilai <em>shhh</em> coi seni premuti sul tuo collo, intrecciai alle dita i crini più lunghi e venni su nell’aria.<br />Tirai a me il braccio destro, voltasti il muso da quel lato; provai a sinistra, rispondesti. Allora<br />deglutii e, gonfiato il petto, ti spronai con due leggeri colpi di tallone.<br />Fendesti al trotto la linea d’acqua e sabbia che sposava il mare alla costa, uno dietro l’altro<br />affondavi gli zoccoli ferrati nello sciabordio blu e bianco delle onde. Sorridevo al piacere del tuo<br />massaggio ispido e mi modellavo come terra bagnata sul tuo dorso morbido e legnoso. Le spalle in<br />un su e giù dinoccolato e le ginocchia nella stretta di un’andatura dolce che presto non mi bastò:<br />volevo sbattere con vigore le mie pieghe sulle tue. Quindi strizzai gli occhi, bussai così forte tra<br />ventre e fianco che ti infilai i calcagni tra le costole, e al grido <em>Op!</em> cedemmo al galoppo come<br />freccia allo schioccar dell’arco.<br />Gli stabilimenti balneari, smontati in assi di legno accatastate, facevano da cornice a deboli luci in<br />lontananza, e del sole, inabissato sotto un’aureola argentata, non rimaneva che un fulgore oltre<br />l’indaco scuro, solcato all’orizzonte da grandi navi e, sotto costa, da piccole imbarcazioni accese<br />dalle lampare dei pescatori. Entravamo nella notte che si avvicinava spaccando il vento e le onde:<br />deflagravano in mille gocce al tuo passaggio, esplodevano con bagliori grigio acciaio, incendiavano<br />l’acqua, mi riconsegnavano a pioggia l’oceano sulla bocca e sul corpo ramato. E goccia dopo<br />goccia, mi impastavo a te.<br />Non so dire quando il mio odore segreto si mescolò al tuo di paglia e di stalla, di stabbio e di<br />fango melmoso. Forse fu quando si amalgamarono i sudori, e io, inerme, assecondai l’eccitazione<br />selvaggia che mi colse. Battevo forte su di te. In levare perdevo aderenza e una freschezza invisibile<br />addolciva l’attrito tra le cosce, poi tornavo a combaciare col tuo caldo in un singulto. Un altro. Un<br />altro ancora. Vestita d’aria penetravo il soffio di Manitù e il suo tutto vivo, con la pelle indolenzita<br />da un diletto carnale rude e meravigliosamente brutale. Risucchiate dal tuo dorso e schiuse come<br />corolle, le labbra gridavano tumide e irrorate.<br />Socchiusi più volte gli occhi. Più volte ansimai. Finché, ormai molle, resi tumultuoso il<br />godimento, cedetti allo spasmo, strozzai un grido e il sale mio divenne tuo.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>I pezzi mancanti I-XV</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/23/i-pezzi-mancanti-i-xv/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Aug 2025 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Balducci]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[prosapoetica]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Balducci </strong> <br />non rinunciare, saldarsi alle linee in mo-
vimento, alle luci delle gallerie che scor-rono
in serie veloci, alle voci che tornano in
mente.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di<strong> Marco Balducci</strong></p>



<p>Un estratto inedito da <strong>I pezzi mancanti I-XV</strong> di Marco Balducci. </p>



<p>I &#8211; IV</p>



<p>i pezzi mancanti:<br />non è precisato il numero, né la posizione. Si<br />possono fare tentativi, ipotizzando insiemi<br />complessi, spostare di posto dati conosciuti,<br />reinterpretandoli. Ricominciare da zero. Non<br />dare nulla per acquisito. Diversamente<br />provare a essere un altro: usare un’ altra<br />logica o nessuna logica, indifferente a ciò che<br />adesso, sotto ogni aspetto, appare senza<br />alcuna importanza<br /><br />srotolare<br />la carta igienica, pulirsi, fare il punto: ridere<br />come un demente. Sbadigliare. Il peso netto<br />si ottiene sottraendo la tara, che può<br />coincidere con il peso lordo. Inutile denu-<br />darsi, osservarsi allo specchio: con la testa<br />sotto il getto dell’acqua fredda i pensieri<br />tornano all’ombra di viali alberati, in estate</p>



<p>scivolare avanti<br />in una frana di detriti di intenzioni disgre-<br />gate, per l’impossibilità di fermarsi, per la<br />spinta inerziale della massa risultante… A<br />parole ricostruire le cause: parole che vanno<br />a fondo, rallentando i riflessi, spiegando<br />l’attrito dell’aria e il silenzio inconcludente</p>



<p>al mattino<br />il letto galleggia su un mare calmo. Nell’aria<br />calda uccelli volano alti, con strida di<br />richiamo. Dalla strada arriva lo sbattere<br />ripetuto del compattatore e la successiva ri-<br />partenza. Cerchi concentrici che si ingran-<br />discono, che si riformano, si riformeranno</p>



<p>V &#8211; VIII</p>



<p>nei fatti, nelle concrezioni<br />affondare la mano, il braccio fino al gomito,<br />non rinunciare, saldarsi alle linee in mo-<br />vimento, alle luci delle gallerie che scorrono<br />in serie veloci, alle voci che tornano in<br />mente. Resistere al gioco delle associazioni,<br />distogliendo lo sguardo: trovare oltre i<br />margini del foglio le parole che occorrono</p>



<p>interrompersi di continuo<br />distolti, dissipati… fuori piove. Leggere la<br />stessa frase più volte senza capire. È tardi, (è<br />sempre tardi). Alzarsi per inerzia, mossi dalla<br />molla di un automatismo. I fogli bianchi:<br />sono vuoti che attirano, ondeggiano sotto uno<br />sguardo attonito. Rendersi conto. Aspettare<br />che qualcuno prenda il tuo posto</p>



<p>nelle sovrapposizioni<br />si determinano vuoti, pieni solidificati, ve-<br />lature di densità variabili. Sulle guance si<br />apprezza il peso della materia, il cambio di<br />temperatura nelle trasmutazioni chimiche.<br />Nasi, zigomi e menti emergono da calchi<br />disciolti di tempi incompiuti per combaciare<br />nella memoria di incanti reiterati ad arte<br /><br /></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>In risposta a &#8220;Riaprite i manicomi&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/14/in-risposta-a-riaprite-i-manicomi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/14/in-risposta-a-riaprite-i-manicomi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jul 2025 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[il foglio]]></category>
		<category><![CDATA[malati]]></category>
		<category><![CDATA[manicomi]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[preghiera]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[risposta]]></category>
		<category><![CDATA[sanità pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mariasole Ariot</strong><strong></strong> <br /> Diminuisce la parola a favore di una contenzione farmacologica, avvicinandosi a strutture manicomiali di vecchia memoria: quelle che Langone vorrebbe riaprire. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Mariasole Ariot </strong></p>



<p>Una <a href="https://www.ilfoglio.it/preghiera/2025/07/10/news/riaprite-i-manicomi-7907760/" data-type="URL" data-id="https://www.ilfoglio.it/preghiera/2025/07/10/news/riaprite-i-manicomi-7907760/">preghiera per la riapertura dei manicomi</a>: questo è quello che su <strong>Il Foglio</strong> auspica Camillo Langone pochi giorni fa. </p>



<p>La motivazione: <em>tutti siamo malati di qualcosa: la differenza è che noi antibasagliani cerchiamo di non pesare sul prossimo.</em> Un Basaglia, che, secondo l&#8217;articolo, ha<em> inguaiato migliaia di famigliari malati di mente che da allora devono improvvisarsi psichiatri domestici, e magari impazzire pure loro.</em><br />Un articolo breve, brevissimo, la lunghezza, appunto, di una preghiera da recitare in coro.</p>



<p><br />Non occorre ripercorrere i passi di Basaglia, le sue motivazioni, la legge 180. O forse sì, come ho scritto qui in <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/10/giornata-mondiale-della-salute-mentale-180-passi-indietro/" data-type="URL" data-id="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/10/giornata-mondiale-della-salute-mentale-180-passi-indietro/">180 passi indietro</a>: occorre parlare di ciò che della 180 è stato fatto, su ciò che è stato smantellato, dei brandelli, delle zone ferite, delle dimenticanze, delle briciole rimaste.<br />Occorrerebbe dire che i manicomi che si vorrebbero riaprire in alcune zone sono già riaperti: zone silenziose, visitate troppo poche da &#8220;i sani&#8221; di cui parla Langone e che &#8220;potrebbero impazzire pure loro.&#8221; Zone buie, interstiziali, lontane dallo sguardo che si potrebbe incrinare.<br />Tralasciando i reparti psichiatrici in cui, come ormai si sa ma che forse si dimentica, i pazienti vengono ancora legati ai letti, reparti fatiscenti, di pareti scrostate e ruggine nei dentro e fuori dell&#8217;esistenza, dove il massimo che può pretendere una persona ricoverata, salvo rare eccezioni territoriali, è &#8220;un giro medico&#8221; al giorno e infermieri che non sanno dove e come comportarsi in casi di crisi, esistono le ctrp, comunità terapeutiche protette, dove i malati (imbottiti di farmaci &#8211; perché è questo che il sistema permette: la parola costa più di una pillola), possono passare anche venti, trent&#8217;anni della loro vita. E magari, quando il posto letto, per i tagli dei fondi, non è più garantito, dopo una vita trascorsa in un luogo che quantomeno è diventato famigliare, devono essere trasportati di edificio in edificio, dove si è liberato un posto letto, dove a una vita morta si sostituisce una morte in vita.</p>



<p><br />Molti malati sono costretti a vivere nelle proprie famiglie? Vero. E in condizioni pessime sia per i malati che per i famigliari.Vero. Famiglie in cui spesso, peraltro, il disturbo è nato, cresciuto, si è alimentato. Ma qui si apre lo scenario pietoso della Sanità Pubblica, che Langone certo non nomina: una persona psichiatricamente malata, ma questo vale anche per le patologie fisiche, se considerata &#8220;abbastanza malata&#8221;, inabile al lavoro, il ché significa con una percentuale che va dal 75% al 99%, viene aiutata dallo stato con 336 euro mensili.</p>



<p>Dando una breve occhiata &#8211; lo potete fare tutti &#8211; esistono precise tabelle alla cui diagnosi corrisponde un minimo e un massimo di invalidità. <br />Un esempio:</p>



<p>SINDROME SCHIZOFRENICA CRONICA CON DISTURBI DEL COMPORTAMENTO E DELLE RELAZIONI SOCIALI E LIMITATA CONSERVAZIONE DELLE CAPACITÀ INTELLETTUALI: invalidità tra il <strong>71 e l&#8217;80%. </strong>Ciò significa che la percentuale del 75% potrebbe anche non essere raggiunta. Quindi: nessun aiuto.</p>



<p>A giugno 2020, finalmente, la Corte costituzionale, esaminando una questione di legittimità costituzionale sollevata dalla <strong>Corte di appello di Torino</strong>, una città particolarmente attenta alle difficoltà dei disabili, ha stabilito che un assegno di 285,66 euro (allora l&#8217;aiuto era questo) fosse inadeguato a soddisfare i bisogni primari della vita, quindi anticostituzionale. L&#8217;importo negli anni è aumentato, ma l&#8217;inadeguatezza è rimasta.<br /><br />Può forse, una persona invalida, considerata non abile al lavoro, vivere di 336 euro? Pagarsi affitti, bollette, cibo, una vita minima? Non può &#8211; e allora resta alle dipendenze della famiglia, che con quei soldi può forse permettersi di pagare farmaci (perché no, non tutti i farmaci, anche quelli più importanti e salvavita vengono garantiti dal sistema sanitario: molti restano a carico del paziente) &#8211; né certo una struttura privata. E forse una minima parte investita per un aiuto che vada oltre il farmaco. Perché nei centri pubblici i pazienti, anche pazienti gravissimi, sono ricevuti mediamente una volta ogni due mesi. Due parole, un controllo, un rivalutazione farmacologica, una ventina di minuti che comprendono i dieci passati dallo psichiatra a battere a computer il referto della visita.<br /><br />La soluzione per Langone &#8211; e per chi, i troppi, che con Langone sono d&#8217;accordo &#8211; non è certo quella di rafforzare l&#8217;aiuto economico per permettere a persone in difficoltà (in vera difficoltà: perché no: non siamo tutti malati, come scrive Langone), di avere una vita più dignitosa. La soluzione è quella di cancellare vite richiudendole in luoghi sommersi, gettare la chiave, chiudere gli occhi e continuare a mangiare la propria cena in pace, senza il pensiero dell&#8217;altro. Lasciando ai più l&#8217;immagine dell&#8217;altro malato come quella di un matto violento e distruttivo, che deve quindi essere rinchiuso. Una reclusione di cui si sa poco, che esiste ma resta sommersa, evitata agli occhi, distante, una gentrificazione dell&#8217;esistenza. Le comunità potrebbero essere un aiuto ai pazienti ma anche alle famiglie, ma i fondi per sostenerle vengono ripetutamente tagliati: è diminuito il personale, diminuisce la cura, diminuisce una vita degna di essere vissuta, diminuisce la parola a favore di una contenzione farmacologica, avvicinandosi a strutture manicomiali di vecchia memoria: quelle che Langone vorrebbe riaprire. </p>



<ul><li>*immagine di Jonaas Sild da unsplash.com</li></ul>
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		<title>Semi di Cetriolo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/07/semi-di-cetriolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2025 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Bnei Menashe]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Teresa Rovitto]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[semi di cetriolo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Maria Teresa Rovitto </strong> <br />Un mio amico ha dato i semi a un suo conoscente; quello a volte si avvicina al varco. Sarà lui a consegnarli a un palestinese che vive a al- Husayn e rifornisce la diaspora.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="640" height="427" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c.jpeg" alt="" class="wp-image-114400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c.jpeg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c-300x200.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c-150x100.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c-630x420.jpeg 630w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p>di <strong>Maria Teresa Rovitto</strong></p>



<p>Si fa dalla Giordania. C’è un passaggio controllato che permette alcuni scambi. Un mio amico ha dato i semi a un suo conoscente; quello a volte si avvicina al varco. Sarà lui a consegnarli a un palestinese che vive a al- Husayn e rifornisce la diaspora.</p>



<p><em>L’ultima volta che sono andata a Marrakech ho visitato la sinagoga. C’era una stanzetta che stonava con il contesto, allestita con foto di volti indiani. Ho scoperto che sono membri dei Bnei Menashe, tra i principali gruppi che oggi rivendicano una discendenza da una tribù israelita perduta nel mondo. A seguito della distruzione del&nbsp;Regno di Israele prima, e del&nbsp;Regno di Giuda&nbsp;poi, una parte della popolazione di religione ebraica di entrambi i regni fu deportata dai conquistatori.</em></p>



<p>Hanno la buccia più tenera. Devi assaggiarli.</p>



<p>Avrei dovuto riceverli e piantarli entro aprile. Dovresti assaggiarli.</p>



<p>Se incontreranno questa terra e la ameranno. Li assaggerai.</p>



<p>Il suo entusiasmo è protetto dal tempo futuro. Nel verbo gli pare che i semi non si disperdano. Non conosce la storia dei semi al varco. Lo dice come in una confessione, Non so che fine abbiano fatto. Lo so, qui la terra è diversa, ma i semi potrebbero amarla; la vita è una possibilità.</p>



<p><em>Nella stanza della sinagoga c’è la foto di una piccola bimba vestita di rosa che intreccia fiori; accanto a lei un bambino con la kippah. Penso subito che sia il fratello. Credono in un unico Dio. Per tutti gli altri abitanti della zona sarebbe insufficiente: i politeisti potrebbero tornare a essere presi sul serio come un tempo.</em></p>



<p>Gli piace raccontarmi della raccolta delle olive in Palestina, I più piccoli, dice, prendevano da terra quelle cadute fuori dai teli e le riponevano nelle scatolette di latta del tonno che poi svuotavano nelle cassette. Che divertimento era!</p>



<p>Una festa che ricorda con i gesti delle mani quando non vuole parlare della storia né raccontarmi di quando si è formata l’idea di persona destinata a durare nella sua mente.</p>



<p><em>Se l’abitato ha una forma geometrica esatta, troppo precisa, riconoscibile, allora è di recente costruzione. Come abbiamo imparato a scuola studiando le linee di confine delle spartizioni territoriali coloniali: lo spazio è sufficiente ma le linee o sono rette o sono frastagliate.</em></p>



<p>Io della Palestina vedo foto e video senza voice over. Voci del pianto in diretta. Si prende il pane in fila. Nessuno scriverebbe pane con lettere dorate. Pane è una parola semplice.</p>



<p>Grazie a un racconto di Mohannad Youniss capisco finalmente cosa sono. I sogni. Il protagonista vorrebbe disfarsene, allontanarli, come si fa con una mosca o con animali più minacciosi e così, chiuso al buio della sua casa, inizia a sparare cercando di ucciderli, senza troppo successo. Una mattina la parete della stanza crivellata dai colpi cede, crolla, entra la luce.</p>



<p><em>L’insediamento di Simone il Giusto accoglierà altre 200 abitazioni.</em></p>



<p>No, qui non usiamo mangiare le foglie di vite, non fanno più parte o non hanno mai fatto parte della nostra tradizione culinaria.</p>



<p>I suoi eccessi di curiosità finiscono tutti nell’aggettivo popolare che usa sempre per una domanda: è un romanzo popolare?, è un locale popolare?, è un detto popolare?</p>



<p><em>La forma di prosternazione più praticata nella contemporaneità è il sujūd islamico, che viene eseguito milioni di volte al giorno durante la preghiera quotidiana. Secondo alcune ricerche porterebbe un beneficio inatteso, ovvero ad aumenti nell’attività delle onde cerebrali alfa nella corteccia parietale e occipitale.</em></p>



<p><em>C’è un obelisco nero dell’825 a.C. originariamente eretto nell’antica città assira di Nimrud, in cui il re di Israele Jehu si prostra al cospetto del re assiro Salmanassar III.</em></p>



<p>La vite non rientra tra le piante selvatiche e autoctone che è vietato raccogliere in Area C, piante che da secoli costituiscono la dieta locale dei palestinesi, come lo za’tar, il timo, mi spiega.</p>



<p>Mi chiedo se mi sono persa qualche passaggio dei suoi resoconti da quando lo conosco.</p>



<p><em>Negli ultimi anni la domanda più cercata sul web è “What to watch”; nel 2023 fu la prima domanda con 9.140.000 ricerche.</em></p>



<p>Non cerca conforto. Ha familiarità con la stranezza delle cose, ma vuole credere che io abbia la capacità di fare piccole rivelazioni.</p>



<p>Mi dice che in attesa dei semi non sa come comportarsi. L’idea dei semi inizia ad assumere gli stessi motivi di un isolamento. Ci spaventa.</p>



<p>Ma io continuo a chiedergli della terra, a farmi presente, anche se credo di capire cosa intende dire.</p>



<p>Io della Palestina vedo foto e video senza voice over, ma solo l’immagine di quei minuscoli semi di cetriolo che non arrivano mi toglie il sonno.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Cristi e ravioli</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/30/cristi-e-ravioli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 May 2025 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[IlariaPadovan]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[poesia sperimentale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Ilaria Padovan </strong> <br /> E mi costringerai a parlarti, ma non avrò più la gola / la gola è una piaga /
e le parole saranno ghiaia e sangue]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align=right>di <strong>Ilaria Padovan</strong></p>
<p><em></p>
<p align=right><font SIZE=2<em>Sono io il Signore tuo Dio,<br />
che ti ho fatto uscire dal paese d&#8217;Egitto;<br />
apri la tua bocca, la voglio riempire.<br />
(Salmo 80, 11)</font></p>
<p></em></p>
<p><font size=3>Quando le fotocellule non mi vedranno più, allora sarò morto.<br />
Niente di che, solo: le porte automatiche non si apriranno più.<br />
Niente di che: solo / morto. </p>
<p align=right>Un altro /<br />
nientaltro.</p>
<p>E allora ritornerò. Quando mi accorgerò che sarò morto farò esattamente come tutti gli altri prima di me e allora tornerò. Tornerò da te, tornerò da voi, tornerò indietro da tutti quanti e domanderò: che cosa volete / di cosa avete bisogno / che cosa vi rende felici. </font></p>
<p ALIGN=CENTER><font SIZE=4>Ve lo chiederò</font><br />
<font SIZE=3>chiederò</font><br />
<font SIZE=2>chiederò</font><br />
<font SIZE=1>chiederò</font></p>
<p><font size=3>e voi mi risponderete sempressolo le stesse cose di sempre, mi pregherete di farvi quello che è già stato fatto da infinite altre religioni</p>
<p align=right>/ consolazioni.</p>
<p>Quando le fotocellule non mi vedranno più, quando le porte automatiche non si apriranno più, allora saprò che sarò morto: tornerò.<br />
Ed esaudirò qualsiasi vostro desiderio ma voi mi chiederete sempre e solo le stesse cose </p>
<p align=right>/ che sono già successe.</p>
<p>Io vi risponderò che ne avete visti abbastanza di predicatori per non accorgervi della differenza.<br />
Che tu, proprio <em>tu</em> – che è per te che sono tornato – tu scuoterai la testa invece di rispondermi. E quando, scuotendo la testa te ne andrai da me, scoprirò che sarò morto, per davvero questa volta. Allora somiglierò a una pianta che assomiglia a una città: una città immeravigliabile perché ci è già successo tutto dentro.<br />
Allora, non assomiglierò più a niente di ciò che avrete visto</p>
<p align=right>/ giàvvisto </p>
<p>Dunque, somiglierò a una pianta. Forse.<br />
Di tutto quello che conoscete già, quello a cui assomiglierò di più sarà una pianta.<br />
E avrò delle parole precise, ma deciderò di non usarle. E mi siederò in mezzo a voi perché da quando tu te ne sei andata scuotendo la testa non ho nessundove dove stare. Mi siederò con tutte le parole giuste nella bocca: inghiottirò senza masticare: starò male: deciderò di non usarle. </font></p>
<p ALIGN=CENTER><font SIZE=2>Vi illuderò:</font><br />
<font Size=3>improvviserò:</font><br />
<font Size=4> v’imparadiserò.</font> </p>
<p><font size=3>In quel momento, saprò di funghi e collasso ma voi, lo stesso, per colpa di quella luce umami che emanerò, vi siederete accanto a me.<br />
Staremo seduti per <em>tanto </em></p>
<p><em> </p>
<p align=center> tanto </p>
<p>  </em></p>
<p><em></p>
<p align=right>tempo.</p>
<p></em></p>
<p>Staremo seduti finché non saremo diventati tutti abbastanza tristi e la luce ce la saremo dimenticata e l’odore diventerà di lattice e disinfettante. <em>Allora</em>, allora sapremo che saremo senza più alcuna speranza e, proprio lì, proprio quello sarà il momento. In quel momento, io aprirò la bocca e ne usciranno farfalle che saranno state per troppo tempo prigioniere per avere ancora dei colori, usciranno: fatte di polvere, svaniranno al contatto con l’aria, si sbricioleranno in parole masticate male e senza suono che vi chiederanno: che cosa volete, di cosa avete bisogno, che cosa vi rende felici.<br />
Sarete pronti. </p>
<p align=right>Allora, sarete pronti.</p>
<p>Sarete così tristi da aver dimenticato il significato delle cose buone e sarete pronti a rispondermi con le risposte giuste. Sarete cosìttanto tristi che mi pentirò di avervi fatto tutto quello che vi ho fatto, ma ci si abitua a tutto. Eppure, vi sarete abituati a tutto: mi chiederete ancora e sempre le stesse cose, scuoterete la testa </p>
<p align=right>/ ancora,</p>
<p>io rimarrò seduto</p>
<p align=right>/ di pianta.</p>
<p>A quel punto, ve ne andrete.<br />
Non ci farete neanche caso a me, a tutta quella tristezza, a tutto quel tempo seduti a pensare che fossi un santo invece ero solo morto</p>
<p align=right>/ invece, volevo solo mi chiedeste di rendervi felici.</p>
<p>Rimarrò seduto: senza più farfalle, senza più un odore, senza più sembrare, poi, una pianta.</p>
<p>Tornerete, io lo so che tornerete.<br />
Vi riunirete e tornerete a guardarmi rimanere sedutimmobile ma, questa volta, voi starete in piedi: e vi sentirete meglio. Vi sentirete meglio a guardare me che sono morto e seduto e immobile e senza più parole e senza mai magie. Tornerete: resterete per un po’, all’inizio riderete, mi direte cose orribili, mi confesserete desideri indicibili solo per vedere se sarò capace di realizzarli </p>
<p align=right>e io, sì, lo sarò,<br />
ma non vorrò farlo.<br />
Io volevo tornare<br />
(sono tornato)<br />
per fare qualcosa che non era<br />
quello che mi chiederete voi.</p>
<p align=center>Ma non ve lo dirò.<br />
<em>Io non ve lo dirò</em>.</p>
<p>E quando avrete visto che non saprò fare niente, tornerete ancora, tenendovi per mano alla cattiveria. Mi scuoterete, ferirete, taglierete per vedere se riuscirò almeno a difendermi se non a rispondere alle vostre preghiere. Mi farete di tutto per vedere se sono ancora vivo. Ma io sono solo un ritornato. </p>
<p align=right>Morto: un altro </p>
<p align=right>/ nientaltro.</p>
<p>Avreste dovuto mettermi di fronte a una fotocellula, sarebbe bastato quello: vedere che le porte automatiche del supermercato non si apriranno più. Ma non smetterete, perché non vi verrà in mente la storia delle fotocellule. Non vi verrà in mente perché penserete che sia una cosa che somiglia a una pianta ma io non sono mai stato una pianta.</p>
<p>Tornerai anche tu.<br />
Non scuoterai più la testa: ti sarai dimenticata.<br />
Ti sarai dimenticata di me, di chi ero, di noi, di come siamo stati, perché sarai andata avanti, perché io sarò morto e non importerà un cazzo se sarò ritornato. Tornerai e ti stancherai prima degli altri di quel gioco: ti sei sempre annoiata in fretta, <em>cosìnfretta</em>.<br />
Allora: farai finta. Allora ti inventerai che quando stavamo seduti e pensavate fossi un santo tu ti fossi affezionata. Vorrai illuderti che sei l’unica, che sei la persona giusta per prendersi cura di una cosa tutta rotta, come le foglie di carne e martìri dei cactus che tanto ti piacevano quando andavamo nel deserto. Ti convincerai che riuscirai a farmi fiorire e ignorerai le forchette che mi passano dappartapparte, le cicatrici che non si rimargineranno, i buchi in cui i bambini infilano le dita per giocare. Ti convincerai: ritornerai tuttiggiorni, ma io non fiorirò: sono morto.<br />
E quando vedrai che tutti gli sforzi saranno stati vani, che ti eri sbagliata</p>
<p align=right>ancora. E ancora </p>
<p>allora, piangerai. E mi costringerai a parlarti, ma non avrò più la gola</p>
<p align=right>/ la gola è una piaga </p>
<p>e le parole saranno ghiaia e sangue, ma io dovrò parlarti perché starai piangendo, perché avrò ancora qualcosa da dimostrare e la fedeltà si dimostra sempre e soltanto in un modo: umiliandosi. Allora mi riconoscerai, per un momento, ma mi riconoscerai: un pescepiatto, ti ricordi? Mi chiamavi Pescepiatto. Avevo gli occhi piccoli e vicini, sembravo un pesce / piatto: ora, più una pianta.<br />
Piangerai ancora per il tuo pescepiatto.<br />
Mi prenderai e trascinerai in casa tua, dove ora tu vivi con un altro, perché sono il pescepiatto che ora ti ricordi e mi comprerai vagonate di ravioli che non posso più mangiare perché sono morto, ma tu fingerai di non saperlo e me li ficcherai in quel buco che era, una volta, una gola anche se sono poco più di una pianta, adesso.<br />
Riderai: sarò ancora il tuo pescepiatto </p>
<p align=right>/ mi potrai ancora dare dei ravioli. </p>
<p>Quando mi vedrai stare male – perché mi piacevano tanto ma adesso non posso più mangiarli – me li infilerai come gettoni in una macchinetta guasta alla stazione, ancora surgelati perché ricorderai che amavo i gelati soprogniccosa, e quelli che non entreranno me li spalmerai addosso finché non rimarrà niente / niente, se non una poltiglia di quello che una volta era un pesce piatto che avrebbe mangiato sempre ravioli, poi, gelati.<br />
Ma io non ti dirò niente: fedele. </p>
<p align=right>Fedele<br />
/ per sempre, fedele:<br />
un pescepiatto:<br />
/ tuo.</p>
<p>Un giorno, mi dirai<em> domani</em> e che cosa vorrai farmi, dove vorrai portarmi, cosa vorrai dirmi in quel domani e io rimarrò tutto il tempo ad aspettarlo sapendo che tu ti dimenticherai </p>
<p align=right>/ ti annoierai</p>
<p>e non arriverà mai domani e allora io penserò a dopodomani.<br />
Ti dimenticherai </p>
<p align=right>/ di nuovo.</p>
<p>Come l’altra volta. </p>
<p align=right>Solo che, questa volta, sono morto:<br />
Le fotocellule non mi vedono<br />
più.<br />
Le porte automatiche non si aprono<br />
più.</p>
<p>Dopodomani.</p>
<p>Dopodomani è stato il giorno più bello della mia vita.</font></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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