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	<title>piero vereni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ancora sul genocidio culturale e letteratura popolare</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/14/ancora-sul-genocidio-culturale-e-letteratura-popolare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[piero vereni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Feb 2005 08:30:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Anche a seguito del recente intervento di Antonio Moresco, segnalo un libro sul tema “letteratura popolare e altro”, aperto dopo la pubblicazione sull’Espresso dell’articolo di Carla Benedetti (vedi qui). Si tratta di Beethoven e le mondine. Ripensare la cultura popolare, di Fabio Dei, pubblicato da Meltemi nel 2002. Credo che possa offrire molti spunti di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" alt="CopertinaDei.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/CopertinaDei.jpg" width="100" height="160" border="0" //hspace=4 vspace=2 align=left><i>Anche a seguito del recente intervento di Antonio Moresco, segnalo un libro sul tema “letteratura popolare e altro”, aperto dopo la pubblicazione sull’Espresso dell’articolo di Carla Benedetti (<a href="https://www.nazioneindiana.com/archives/000948.html#more"><u>vedi qui</u></a>).<br />
Si tratta di </i>Beethoven e le mondine. Ripensare la cultura popolare<i>, di <b>Fabio Dei</b>, pubblicato da Meltemi nel 2002. Credo che possa offrire molti spunti di riflessione, non fosse altro che Fabio è un antropologo, e gli antropologi (non solo italiani) dibattono sul tema da sempre. Il libro di Dei mi pare faccia il punto in modo assieme preciso e compitamente provocatorio, offrendo molteplici stimoli di riflessione anche per i risvolti politici del dibattito in corso. Se non avete tempo di leggere l’intero libro, sul sito dell’editore(www.meltemieditore.it) è possibile scaricare il pdf dell’introduzione, quindici pagine che vale proprio la pena di leggere (pv).</i></p>
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		<title>La verità nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (3)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/12/la-verita-nell%e2%80%99epoca-della-sua-riproducibilita-tecnica-3/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[piero vereni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Feb 2005 07:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Vereni Credo che il giornalismo d’inchiesta sia un’attività necessaria, lodevole e pericolosa. Il rapimento di Giuliana Sgrena ne è l’ultima dimostrazione. La giornalista del manifesto è stata rapita perché voleva sapere, voleva informarsi, voleva raccontare la verità. I casi di bravi giornalisti in grado di fare lavoro sul campo sono numerosi, ma non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Piero Vereni</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="SCRIVEREBIS.JPG" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/SCRIVEREBIS.JPG" width="215" height="71" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left>Credo che il giornalismo d’inchiesta sia un’attività necessaria, lodevole e pericolosa. Il rapimento di <b>Giuliana Sgrena </b>ne è l’ultima dimostrazione. La giornalista del <b>manifesto </b>è stata rapita perché voleva sapere, voleva informarsi, voleva raccontare la verità. I casi di bravi giornalisti in grado di fare lavoro sul campo sono numerosi, ma non credo che la passione eroica per la verità di alcuni consenta alla categoria di sentirsi assolta dalle proprie responsabilità. I giornalisti si trovano oggi nella paradossale condizione che pubblicare un libro di inchiesta su un tema qualunque è diventato più semplice che pubblicare un’intervista a un qualunque personaggio di media levatura (un qualunque profugo di una <b>Fallujah </b>qualunque). La facilità della produzione dei fatti in formato libro, quindi in “formato analisi” (e, simmetricamente, la difficoltà della produzione dei fatti in formato intervista, quindi in “formato dati”) credo costringa il mondo del giornalismo a porsi alcune domande sul senso della propria attività.<br />
<span id="more-939"></span><br />
Se il dibattito dev’essere su <b>GIORNALISMO E VERITÀ</b>, allora dobbiamo partire dalla considerazione che anche i giornalisti producono la verità. Non ne sono i semplici alfieri o cercatori ma, come tutti gli intellettuali inseriti in un sistema sociale, contribuiscono alla sua produzione. Per poterlo fare, utilizzano certe strategie di ricerca, specifiche metodologie e le tecnologie disponibili. Come tutti i produttori intellettuali, devono rendere il proprio prodotto fruibile sul mercato. Non devono necessariamente farci i soldi (questo sito mi pare sia una conferma abbondante che si può produrre conoscenza – se non proprio verità – senza guadagnarci in senso economico) ma devono comunque fare in modo che quel che hanno prodotto, elaborato e scoperto trovi modo di essere <b>comunicato</b>. È partendo da queste premesse che ho scritto le due prime parti di questo mio intervento.</p>
<p>Oggi in Italia si pubblicano all’incirca <b>53mila libri </b>all’anno, di cui il 60 per cento circa sono nuove pubblicazioni. Gli editori aumentano, ma paradossalmente aumenta anche la concentrazione produttiva: un numero sempre più ristretto di grandi editori pubblica una fetta sempre più consistente della torta totale di libri pubblicati (come edizioni e come tirature complessive). Ciò significa che i piccoli e medi editori combattono in numero crescente per spartirsi un traffico sempre più ridotto: non è proprio il massimo, se uno non crede ciecamente agli effetti benefici della legge di mercato.</p>
<p>La conseguenza di questa situazione è che gli editori sono pressati dall’esigenza di pubblicare per mantenersi <b>visibili</b>, spinti in questo anche dal fatto che i costi medi di produzione per singola edizione sono sempre più contenuti (nonostante le lamentele degli editori), visti i vantaggi dell’informatica applicati all’editoria. È in queste condizioni che la <b>verità </b>rischia di essere prodotta su scala industriale. Che cosa succede alla verità nell’epoca della sua riproducibilità tecnica? Cosa succede alla funzione intellettuale nel momento in cui i tempi di <b>produzione </b>di contraggono, la <b>verifica </b>delle fonti diventa una procedura opzionale, i <b>controlli </b>incrociati un lusso a volte insostenibile?</p>
<p>Ma queste sono ancora domande antiche, che assillano il mondo del <b>giornalismo </b>dalle sue origini, dato che il giornalismo nasce proprio come il contesto della replicabilità della <b>verità </b>(la tiratura del giornale). A me interessa un altro punto, che ha a che fare con la sacralità del testo scritto su carta, la disponibilità delle informazioni e la volontà dell’autore di essere autorevole.<br />
In un pezzo di qualche tempo fa (<a href="https://www.nazioneindiana.com/archives/000089.html#more"><u>eccolo</u></a>) Tiziano Scarpa rifletteva sul senso della pubblicazione online. Riprendendo la diatriba tra <b>giornalisti </b>e <b>bloggers</b>, Scarpa elaborava l’antitesi tra questi ultimi e gli scrittori, intesi come <b>scrittori di narrativa</b>. Vorrei provare a individuare un’altra relazione complessa, in questo quadro generale dei rapporti tra parola su carta e parola su video, e cioè quella tra <b>saggisti online </b>e saggisti che pubblicano libri.</p>
<p>La rete pullula. Qualunque sia il complemento oggetto, essa pullula. Questa sua dimensione formicolante la rende da un lato estremamente eccitante, dall’altro tendente all’entropia. Con un po’ di pazienza troverete in rete tutto e il suo contrario, le prove dell’esistenza di Dio e della sua inesistenza. Questo, si può contestare, vale per qualunque sistema culturale elaborato. Prendete i <b>53mila libri</b> pubblicati in Italia nel 2004 e troverete esattamente la stessa complessità, la stessa totalità autoconfutante. La differenza tra i due sistemi dipende, credo, dai nomi che usiamo. Noi non diciamo “l’editoria”, ma “i libri”, mentre non diciamo “le pagine web”, ma “la rete”, o “internet”. Uno non direbbe mai “ho trovato questa informazione nell’editoria” e specificherebbe “nel libro tale” (singolare individuante), mentre si sente autorizzato a dire “ho trovato questa informazione su internet” (singolare collettivo). Questo scherzo del linguaggio ci fa perdere di vista la <b>relazione costitutiva </b>tra verità del messaggio e veicolo della sua trasmissione.</p>
<p>Per 2.500 ci hanno insegnato che il libro ha una dimensione sacrale autonoma: ricordo ancora la faccia di mia sorella che, celebrando le lodi di un suo professore in seconda liceo classico, esclamò estasiata: “Ma lo sai che ha scritto un libro?”. Mia nipote, che ha l’età che aveva allora mia sorella, non si sognerebbe mai di elogiare un suo prof esclamando: “Ma lo sai, ha una homepage su internet!”. Fatte salve le considerazioni di Scarpa sul <b>filtro editoriale</b> (che nel caso della saggistica andrebbe rivisto secondo i criteri peculiari cui accenno implicitamente nella seconda parte, e esplicitamente all’inizio di questa terza) non c’è oggettivamente nulla che ci garantisca che quel che ha pubblicato nel suo libro il prof di mia sorella sia intrinsecamente migliore o più accurato di quel che pubblica sul suo blog il prof di mia nipote. Eppure viviamo ancora immersi in un sistema di giudizi per cui la pubblicazione cartacea gode di un <b>prestigio </b>inarrivabile. Ed è qui che si giunge al <b>corto circuito </b>nella riproducibilità della verità.</p>
<p>Ho la strana ventura di fare contemporaneamente il professore universitario (a contratto) e l’editor di saggistica per diverse case editrici (free lance). Quando si tratta di testi scritti, i miei due lavori tendono a somigliarsi sempre più, negli ultimi anni: devo <b>correggere tesine </b>e <b>editare libri </b>che sono letteralmente saccheggiati da internet. Poco male per le tesine (me ne accorgo facilmente, e se non me ne accorgo significa che il lavoro è fatto bene), meno bene per i libri, tanto più se sono libri di “inchiesta”. Mi stupisce (anche se cerco di raccontarne sinteticamente le ragioni nella seconda parte di questo intervento) la faciloneria con cui alcuni editori pubblicano saggi che sono fatti con il <b>copia e incolla sistematico</b> (a parte qualche ripassatina in italiano delle scopiazzature dai siti inglesi). Ma, a lavoro finito, sono io il primo a sorprendermi dell’aura di “<b>verità</b>” che promana dalla <b>carta stampata</b>, anche se so benissimo (ci ho fatto l’editing io!) che quel testo non ha una fonte che non sia in rete, non ha un’intervista degna di questo nome, non ha riscontri, verifiche o fonti inedite. Alla fine, quando mi consegnano la copia stampata – con tutte le note, le testatine, il paratesto e la sua patina di rigore – riconosco che quel blocco di fogli copertinati è ancora infinitamente più <b>autorevole </b>di tutte le pagine internet che, di fatto, lo costituiscono.</p>
<p>Non vorrei concludere con un “dove andremo a finire, signora mia”. Quindi mi congedo lasciando ai professionisti dell’informazione un dubbio: se per assurdo finisse la pubblicazione cartacea, quale <b>autorità </b>sarebbero disposti a concedere alla pubblicistica online? Se venisse a mancare il metro di paragone dell’inchiostro su carta, che <b>valore </b>assegnerebbero (e assegneremmo noi navigatori) alla <b>verità </b>proposta dalla rete?</p>
<p>Credo insomma che prima di discutere sulla legittimità della pubblicazione online, prima di discettare sulla sua <b>autorevolezza </b>(o presunta mancanza di autorevolezza) sarebbe importante ridefinire il <b>prestigio </b>e la veridicità della <b>parola su carta</b>, tanto più se questa si basa così pesantemente sulla pubblicazione online. Perché una fonte disponibile a tutti su internet (a costi molto bassi) non trova nessuno (o pochi) disposto a parlarne, mentre la stessa fonte, trasferita su un file che sarà dato alle stampe (e quindi fruibile spesso a prezzi non esattamente contenuti) può diventare un “caso”? Se il <b>Dio di Abramo </b>avesse scritto il decalogo sul suo blog, avrebbe dovuto attendere che il <b>giornalista Mosè </b>trovasse un editore, per trasformarlo in “verità” con un’operazione di copia e incolla?</p>
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		<title>La verità nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero vereni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Feb 2005 07:59:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Vereni 15 gennaio 2005. Sono un giovane giornalista, collaboro con diverse testate ma sono a tutti gli effetti un free lance. Ho deciso di scrivere un saggio su un tema di “scottante attualità”: la fame nel mondo, la mafia, la corruzione politica, la sovrappopolazione, fate voi. Ovviamente, non c’è nessuno disposto a finanziare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Piero Vereni</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="RicercaEcomputer.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/RicercaEcomputer.jpg" width="189" height="142" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left><b>15 gennaio 2005</b>. Sono un giovane giornalista, collaboro con diverse testate ma sono a tutti gli effetti un free lance. Ho deciso di scrivere un saggio su un tema di “scottante attualità”: la fame nel mondo, la mafia, la corruzione politica, la sovrappopolazione, fate voi. Ovviamente, non c’è nessuno disposto a finanziare il mio progetto ma riesco a lavorare parttime almeno un paio d’ore al giorno, e per di più non ho impegni durante la fine settimana. Inizio, com’è naturale, da Internet. Immetto la parola chiave della mia ricerca su Google e mi escono 14.756 pagine che trattano di quell’argomento (ovviamente, ho scritto la chiave in inglese, e ho fatto una ricerca “in tutto il web”).<br />
<span id="more-934"></span><br />
Mi creo una cartella sul mio hard disk e inizio a raccogliere il materiale. Praticamente c’è di tutto, notizie, aggiornamenti, titoli e, soprattutto, un mare di parole già scritte, di riflessioni, di commenti. Interviste a specialisti, siti dedicati al tema. Comincio a organizzare la cartella in sottocartelle: riferimenti bibliografici, interviste, articoli online, dati, commenti di esperti. Mi tengo una cartella apposita per le notizie d’agenzia (sono tutte in rete ormai, non ho un account mio ma posso consultare i siti quando passo dalle redazioni per cui collaboro). Per non rischiare, faccio un giro su Amazon. Sul mio tema ci sono almeno 32 libri in inglese. Vado sul sito dell’Istituto Centrale per il Catalogo Unico ISBN e controllo quel che c’è in italiano: una mezza dozzina di testi. Di questi, due sono nella biblioteca della mia città, se mi avanza tempo ci faccio un salto un giorno di questi. Ordino uno dei libri che ho visto su Amazon dal sito inglese, un altro l’ho trovato su Ibs italia, così mi arrivano a casa in una settimana. Sono i libri più aggiornati, non posso non tenerne conto. </p>
<p><b>22 gennaio 2005</b>. Adesso devo iniziare a scrivere, ho tutto il materiale (mi sono pure arrivati i libri da Amazon e Ibs). Apro il computer e scrivo, scrivo a nastro, a getto, a fiumi. Eiaculo sul video quel che mi pare, tanto posso spostare, ripristinare, cancellare, incapsulare, intabellare o contestualizzare le mie parole in pochi secondi. Scrivere così è una figata, non ho bisogno di pensare a scalette, piani, indici: tutto prima o poi troverà la sua collocazione. Spesso apro la mia cartella e mi copio (control-c) un po’ di roba che mi pare valga la pena di riportare. La incollo (control-v) nel mio testo e, se è in inglese, provvedo a una traduzione libera che insomma diventa roba mia. Però citerò le fonti nella sitografia che, splendidamente, chiuderà il volume.</p>
<p><b>15 febbraio 2005</b>. Sono stanco, ho lavorato come un pazzo. Ho un file di 280 cartelle (Times New Roman punto 12, interlinea 1,5) zeppo di tabelle, grafici, schemi, foto, documenti originali (li metto in appendice). È vero, non è molto strutturato. Ogni tanto provo a scrivere un titolo di capitolo, ma poi mi impiccio con i paragrafi, alcuni sono di sei righe, altri di quindici pagine. Ho scritto un capitolo di due pagine, un altro mi è uscito di 97. Ma che diamine, non posso pensare a tutto io. Quel che conta è che ci sia della buona roba, e questo libro è pieno di buona roba.</p>
<p><b>1 marzo 2005</b>. Ecco, ho fatto. Sono riuscito a comporre un indice e a inserire il materiale lì dove serve. Alcuni capitoli hanno quattordici paragrafi, un paio di capitoli sono di un unico paragrafo (ma denso). Tutte cose che si possono risolvere. Faccio uno zippone e lo invio in allegato a una mail con il mio curriculum che invio alle settantacinque case editrici del mio indirizzario di Outlook. Sono fiducioso.</p>
<p><b>1 marzo 2005</b>. Sono un editore d’assalto. Non guardo in faccia a nessuno. Qui non si fanno sconti: ‘ndo cojo cojo. Mi è arrivato via mail un file su un “tema scottante”. Non l’ho letto (mica ho tempo da perdere) ma farebbe certamente al caso mio. Con la concorrenza che c’è oggi, o rimaniamo visibili con una sessantina di titoli all’anno oppure usciamo dal mercato. La promozione su questo è inflessibile: vogliono cinque uscite al mese, di cui almeno una che “faccia notizia”, altrimenti dicono che non vale la pena lavorare. Chiamo il caporedattore e gli dico che ne pensa. Lui si guarda i file durante la pausa pranzo, e poi mi dice che ci sarebbe da lavorarci sopra, ma è un “tema scottante”, non possiamo permetterci che esca con il nostro rivale, l’editore Appena Più Famoso. Sarebbe la fine. Decidiamo di proseguire. Chiedo chi è ’sto tizio che ha scritto, ma il caporedattore mi segnala il suo sito web: carino, ha messo anche delle animazioni. Sembra un tipo sveglio.</p>
<p><b>3 marzo 2005</b>. Sono il caporedattore delle edizioni Quasi Famoso, ho appena scritto una mail al giovane giornalista che ci ha mandato il file sul “tema scottante”. Gli ho detto che la cosa è in via di definizione, ma che ci interessa. Deve presentarsi per un colloquio. Chiedo all’amministrazione di stilare la bozza del contratto.</p>
<p><b>3 marzo 2005</b>. L’editore Quasi Famoso mi risponde tramite un redattore: sono interessati. Hanno rapidamente visionato il mio file e credono se ne possa fare qualcosa. Fantastico, vado a trovarli domani stesso.</p>
<p><b>5 marzo 2005</b>. Abbiamo chiuso il contratto per il “tema scottante”. In veste di caporedattore, chiamo Tizio, un editor free lance che ci è stato utile altre volte in casi di questo genere: testi praticamente senza una forma, ma che hanno un potenziale. Tizio si sobbarca l’impegno. Dice che ci darà il testo editato tra un mese esatto. Intanto mobilito la promozione e l’ufficio stampa. Dovremmo farcela a mettere il libro nel giro di promozione che parte la settimana prossima. Uscita prevista: 8 giugno 2005.</p>
<p><b>6 marzo 2005</b>. Va bene che faccio l’editor, ma qui ormai non mi danno più dei testi da sistemare. Mi appioppano gelatine informi che devo prima di tutto ripulire da tutte le merde del copia e incolla (avete presente tutti quei caratteri invisibili tipo trattini unificatori, spaziature forzate, tabulatori che vi saltano fuori quando scegliete “visualizza tutto” nelle opzioni di visualizzazione del vostro programma di videoscrittura?) e alle quali devo in realtà dare una struttura. Questo file è un’accozzaglia senza senso di roba leggiucchiata qui e lì. Non c’è una fonte che non sia già pubblica e spessissimo già presente su internet. Per dare un esempio: in questo libro uno dei soggetti a rischio, invischiati nella melma del “tema scottante” è un’importante società internazionale. Dove ha preso l’autore tutte le informazioni su questa società che riporta nel suo libro? Dal sito internet ufficiale della società stessa! Però nell’introduzione si sofferma a lungo su quanto il suo mestiere di giornalista possa essere rischioso, quando si ha il coraggio di affrontare un “tema scottante” come questo. Boh. Io edito, sistemo, correggo, e mi segno in un file a parte le cazzate che non riesco a risolvere da solo, segnalandole alla redazione e all’autore.</p>
<p><b>5 aprile 2005</b>. Tizio ci ha rimandato il file editato. Perfetto. Ci sono alcune cose da sistemare (possibile, come ha segnalato Tizio nelle sue note di accompagnamento al testo, che l’autore non sapesse che Burma è il vecchio nome inglese di Birmania e che Myanmar è il nome ufficiale, e ha trattato questi tre nomi come se si riferissero a tre stati diversi?) ma nel complesso siamo a posto.</p>
<p><b>6 aprile 2005</b>. Dalla redazione mi hanno inviato i file rivisti da un editor, con una mail allegata in cui il Tizio mi chiede di chiarire o correggere alcuni punti. Ma davvero Burma, Birmania e Myanmar sono la stessa cosa? Toh, non lo sapevo. Be’, faccio un po’ di ricerche su internet e correggo le cose che mi ha segnalato. Meglio così, posso aggiornare la sitografia (ne vado particolarmente fiero).</p>
<p><b>10 aprile 2005</b>. L’autore ci ha rimandato i file. Tutto a posto. Passo i file ai compositori che li convertono per l’impaginato in formato Xpress. Possiamo andare in bozze.</p>
<p><b>15 aprile 2005</b>. Abbiamo la prima bozza in casa editrice. Faccio un pdf e lo giro all’autore. La stampata se la guarda il correttore di bozze free lance (un tipo strano, ma sa fare il suo lavoro e ci costa poco). Come al solito, hanno cinque giorni lavorativi per rientrare.</p>
<p><b>22 aprile 2005</b>. Sono tornate le bozze corrette, sia dall’autore (in verità la sua copia è intonsa, dice che per lui va bene così) e quella del correttore di bozze (c’erano parecchi refusi, ma gli inserimenti sul file richiederanno al massimo un paio d’ore).</p>
<p><b>26 aprile 2005</b>. Il file definitivo è pronto. Possiamo inviarlo alla tipografia. Ci mandano la prestampa dopo quattro giorni, firmo il visto si stampi.</p>
<p><b>8 giugno 2005</b>. Il libro è regolarmente in libreria. L’ufficio stampa ha fatto un gran lavoro, grazie anche alla newsletter elettronica che mandiamo settimanalmente a un indirizzario di 2.500 nomi. Abbiamo un passaggio in radio con l’autore e un pezzo nelle pagine di cultura del giornale Appena Al di Qua dell’Essere Veramente Famoso. Questa volta facciamo il botto. Del resto, come non prevederlo, visto che era un “tema scottante”? Vorrei vedere la faccia dei nostri rivali.</p>
<p><b>20 settembre 2005</b>. Il libro sta andando bene, e ormai io sono considerato uno degli esperti, quando si tratta di parlare del “tema scottante”. Ho già fatto diversi passaggi televisivi. Sono in trattative per Porta a Porta, che la settimana prossima ha una puntata dedicata proprio al “tema scottante”. Le collaborazioni non sono più un problema, mi trovo addirittura a dover rifiutare dei pezzi che non ho tempo di scrivere. Del resto, con tutta la fatica che ho fatto, con tutto il lavoro che ci ho messo, è anche giusto che la mia passione per la verità e il mio sprezzo del pericolo vengano ricompensati.</p>
<p>FINE SECONDA PARTE</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La verità nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/02/10/la-verita-nell%e2%80%99epoca-della-sua-riproducibilita-tecnica-1/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[piero vereni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Feb 2005 09:53:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Vereni Questo pezzo è un mio tentativo di contribuire alla preparazione dell’incontro GIORNALISMO E VERITÀ (vedi qui). È volutamente polemico e poco condiscendente nei confronti dei produttori di notizie. Spero che serva ad alimentare il dibattito e a ridurre, per quanto possibile, la tendenza a reificare l’opposizione tra buoni e cattivi oppure tra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b><b>Piero Vereni</b></b></p>
<p><img loading="lazy" alt="giornalismo.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/giornalismo.jpg" width="435" height="52" border="0" //hspace=4 vspace=2 align=left><BR><br />
<i>Questo pezzo è un mio tentativo di contribuire alla preparazione dell’incontro <b>GIORNALISMO E VERITÀ </b>(vedi <a href="https://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more"><u>qui</u></a>). È volutamente polemico e poco condiscendente nei confronti dei produttori di notizie. Spero che serva ad alimentare il dibattito e a ridurre, per quanto possibile, la tendenza a reificare l’opposizione tra buoni e cattivi oppure tra <b>verità </b>e <b>menzogna</b>. Pur non essendo marxista, ho cercato di apprendere la lezione di Marx, prestando la dovuta attenzione alle “condizioni materiali di produzione”. Con questo cerco inoltre di riaprire la discussione sulla “<b>pubblicazione online</b>” che Nazione Indiana ha alimentato qualche tempo fa. Per agevolare la lettura, ho diviso il mio intervento in tre parti, pubblicate separatamente. Nella prima racconto come si doveva fare (e si faceva) un libro d’inchiesta venticinque anni fa. Nella seconda come si potrebbe fare (e in alcuni casi si fa) oggi. Nella terza provo a sintetizzare in forma “teorica” le mie argomentazioni, proposte nelle prime due parti in forma narrativa.</i><br />
<span id="more-927"></span><br />
<b>15 gennaio 1980</b>. Sono un giovane giornalista, collaboro con diverse testate ma sono a tutti gli effetti un free lance. Ho deciso di scrivere un saggio su un tema di “scottante attualità”: la fame nel mondo, la mafia, la corruzione politica, la sovrappopolazione, fate voi. Ovviamente, non c’è nessuno disposto a finanziare il mio progetto ma riesco a lavorare parttime almeno un paio d’ore al giorno, e per di più non ho impegni durante la fine settimana. Inizio, com’è naturale, dalla Biblioteca nazionale: sfoglio i cataloghi, passo pomeriggi in emeroteca, fotocopio quel che posso ma, in buona parte, riporto i dati della mia ricerca su un quaderno che custodisco gelosamente. A casa, comincio a compilare schede che divido per argomento, e che incrocio con altre schede disposte in ordine cronologico.</p>
<p><b>20 aprile 1980</b>. Sono così fortunato che verso Pasqua posso passare un paio di settimane a Londra, a casa di un amico, per consultare le biblioteche del posto. Durante le mie ricerche, mi rendo conto che sarebbe importante contattare Tizio per un’intervista.</p>
<p><b>10 maggio 1980</b>. Grazie all’amicizia con Caio, entro in contatto con Tizio. Gli lascio un messaggio in segreteria telefonica. Mi richiama dopo un paio di giorni e si dichiara pronto a parlare. Lo vado a trovare (viaggio in treno, pranzo al sacco). L’intervistato è una persona preparata e disponibile. Mi dà nuove informazioni, mi segnala dei titoli che non conoscevo (e che vado a cercare in biblioteca) e mi mette in contatto con Sempronio, che intervisterò a tempo debito.</p>
<p><b>3 giugno 1980</b>. Il mio schedario nel frattempo si è ingrossato. Ora inizio a sistemare le schede e il materiale secondo una scaletta provvisoria del mio saggio. Sono quattro capitoli che trattano del tema dal punto di vista storico, sociale e politico, mentre il capitolo finale lo tengo per le mie considerazioni conclusive. Inizio a ricopiare parte delle schede con la mia Lettera 32, cercando una collocazione provvisoria nella scaletta.</p>
<p><b>18 luglio 1980</b>. Mentre sto scrivendo la prima stesura, l’intervista con Sempronio (che sono finalmente riuscito a rintracciare dopo settimane di tentativi telefonici a vuoto, gli ho pure scritto due lettere) mi cambia i piani. Le informazioni che mi passa e i titoli che mi segnala (c’è anche qualcosa in tedesco, ma troverò qualcuno che mi dia una mano) mi costringono a rivedere buona parte della mia prima stesura. Praticamente, devo riscrivere daccapo il secondo e terzo capitolo.</p>
<p><b>30 ottobre 1980</b>. Ho finalmente completato un dattiloscritto di duecento cartelle. Ne faccio alcune copie e lo spedisco, fiducioso, a cinque editori. Magari chiedo al giornalista Quasi Famoso, che conosco visto che scrive per una testata con cui collaboro, se fa un paio di telefonate di presentazione.</p>
<p><b>10 novembre 1980</b>. Sono un editore d’assalto. Non guardo in faccia a nessuno. Qui non si fanno sconti: ’ndo cojo cojo. Mi è arrivato in casa editrice questo manoscritto. Parla di un “tema scottante”. Mi sembra decente. Lo devo dare da leggere a qualcuno. Non conosco però l’autore. Il curriculum non è granché. Faccio un paio di telefonate, mi dicono che è un free lance che collabora a diverse testate. Non mi fido, ma mi arriva una telefonata rassicurante dal giornalista Quasi Famoso, che conosco da tempo e che mi tranquillizza sull’affidabilità del soggetto. Procediamo.</p>
<p><b>5 gennaio 1981</b>. Il lettore mi ha rimandato il manoscritto. Dice che si potrebbe anche pubblicare, ma ci sono un paio di cose da rivedere nel terzo capitolo e le conclusioni gli sembrano troppo fiacche. Ci vorrebbe una bella tirata più politica, o più polemica. Faccio scrivere all’autore.</p>
<p><b>20 gennaio 1981</b>. Mi hanno risposto dalla casa editrice. Dicono che il libro è interessante, ma devo rivedere alcuni passaggi. Ci lavorerò quanto prima.</p>
<p><b>20 aprile 1981</b>. L’autore ci ha rimandato il manoscritto. Ora sembra a posto. Firmiamo in contratto e andiamo. Inseriamo il testo nel piano editoriale (uscita prevista 15 ottobre 1981) e mobilito la promozione libraria. Passo il manoscritto alla redazione. Ci lavorano sodo e in un mese inviano la copia cartacea editata ai compositori. Nel frattempo, la redazione ha preparato la scheda per i promotori e l’ufficio stampa ha iniziato a fare il suo lavoro (telefonate, stampa in ciclostile della newsletter che ogni tre mesi inviamo al nostro indirizzario).</p>
<p><b>28 maggio 1981</b>. È pronta la prima bozza.</p>
<p><b>10 giugno 1981</b>. È arrivata la bozza del mio libro! Non ci credo, è bellissima. Ci sono diversi interventi da fare (durante la composizione hanno inserito addirittura diverse pagine in ordine inverso, e poi i refusi sono veramente un problema). Ho tre settimane di tempo per rivederla, intanto il correttore di bozze, mi hanno assicurato dalla redazione, farà il suo lavoro in parallelo al mio. A fine mese riesco trafelato a spedire alla redazione la mia copia corretta.</p>
<p><b>8 luglio 1981</b>. È rientrata la bozza. Ci sono diverse modifiche da apportare ma in un paio di settimane dovremmo essere a posto. Dai, chiudiamo ’sto libro prima delle vacanze.</p>
<p><b>10 settembre 1981</b>. Il libro è pronto per andare in stampa. Abbiamo verificato la seconda bozza e gli interventi sono minimi. La tipografia però ha una coda di lavori arretrati e ci dice che non potrà montare le lastre prima dell’inizio di ottobre. Significa che dovremo spostare l’uscita a novembre, che rottura, ma non possiamo farci nulla.</p>
<p><b>15 ottobre 1981</b>. Il libro è arrivato in redazione, e le copie sono già state spedite alla distribuzione. L’uscita fissata è per il 15 novembre. Tutto sommato la tabella dei tempi è stata rispettata.</p>
<p><b>15 gennaio 1982</b>. Il libro sta andando bene. Ogni tanto mi chiama Radio Tre in qualità di esperto sul “tema scottante”. Lavoro di più ora, forse inizierò una collaborazione fissa con una televisione privata della mia città.</p>
<p>FINE PRIMA PARTE</p>
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