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	<title>silvia contarini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Pasta asciutta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Serena Iaconis]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Serena Iaconis</strong> <br />Le tapparelle erano quasi chiuse. Entrava solo qualche filo di sole. L’aria era pesante.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Serena Iaconis</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-121787 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Pasta-asciutta-copie-1024x819.png" alt="" width="512" height="410" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Pasta-asciutta-copie-1024x819.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Pasta-asciutta-copie-300x240.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Pasta-asciutta-copie-768x615.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Pasta-asciutta-copie-525x420.png 525w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Pasta-asciutta-copie-150x120.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Pasta-asciutta-copie-696x557.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Pasta-asciutta-copie-1068x855.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/Pasta-asciutta-copie.png 1402w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></p>
<p>Le tapparelle erano quasi chiuse. Entrava solo qualche filo di sole. L’aria era pesante.</p>
<p>Il padre scolò nervosamente la pasta nel colino. Il vapore gli appannò gli occhialini sporchi. L’odore di amido cotto riempiva la cucina semibuia. La figlia stava seduta composta a tavola e osservava quel padre logoro che buttava la massa di spaghetti viscidi nella pentola svuotata, rovesciandovi sopra un fiotto di sugo di pomodoro freddo tirato fuori dal frigo.</p>
<p>Mentre il padre mescolava la pasta, la bambina lo osservava da dietro. Era piegato sulla pentola, le spalle chiuse in avanti. I capelli si erano fatti radi, lasciando trasparire la pelle arrossata dal lavoro sotto il sole. La maglietta da lavoro, stropicciata e troppo stretta, gli tirava sui fianchi. La cintura gli serrava la vita dentro pantaloni troppo caldi per quella stagione. Le mani gonfie e a tratti scorticate mostravano bruciature fresche, come lungo tutto il braccio.</p>
<p>Il padre afferrò la pentola dai manici. Quando la posò sulla tavola, goccioline di acqua rossastra schizzarono sul braccino della figlia, che attendeva in silenzio. La bambina fu distratta da quella goccia viscida che le colava sulla pelle; la seguì con gli occhi mentre scendeva, e intanto un nodo le comprimeva le viscere nello stomaco.</p>
<p>Quando il padre si avvicinò, il lezzo di amido cotto si impastò all&#8217;odore pungente di umidità dei suoi vestiti da lavoro. Afferrò la forchetta e raccolse con mano ferma una massa di spaghetti che lasciò cadere nel piatto della figlia. La bambina guardò il volto del padre mentre riempiva il suo piatto. Goccioline di sudore gli imperlavano la fronte. La bocca era serrata, gli occhi concentrati nell&#8217;azione, il naso emetteva respiri gonfi e rumorosi.</p>
<p>Il piatto era colmato da un groviglio di pasta. Il padre si sedette di fronte alla figlia e la guardò. Era grande, il padre; in quel momento aveva occhi piccoli, lucidi, fermi sul tavolo.</p>
<p>La mamma le lasciava dei libricini sottili, con le pagine morbide. In uno c’era un topo. Non ricordava bene la storia, solo pezzi: Il freddo. Il cibo nascosto per l’inverno. Poi la casa distrutta. Il topo restava a cercarla.</p>
<p>Il padre era lì davanti. Le mani ferme. La pasta tra loro. Il padre e la figlia continuarono a guardarsi in silenzio. Fu la figlia a cedere per prima. Si afflosciò lungo la sedia e con il magone stretto in gola, disse le prime parole.</p>
<p>«Non ho fame.» Lanciò uno sguardo verso il padre per coglierne la reazione. Il padre era fermo sulla sedia, le mani incrociate sul tavolo.</p>
<p>«Mangia.»</p>
<p>La figlia, dopo un piccolo singhiozzo, ripeté con voce più bassa.</p>
<p>«Ma… non ho fame.»</p>
<p>Il padre ripeté con lo stesso ritmo, ma la voce era strozzata da un singulto.</p>
<p>«Mangia.»</p>
<p>La bambina lo guardò con gli occhi inumiditi. Le commessure labiali spingevano verso il basso, ma lei contrastò quel riflesso, forzando la bocca in una linea dritta. <em>Non ancora</em>, pensò. <em>Resisti.</em></p>
<p>«Vuoi morire di fame? Così danno la colpa a me?» La voce urlante del padre si ruppe a metà frase.</p>
<p>«Ho già mangiato la briochina al cioccolato con il succo.»</p>
<p>«Se non mangi la pasta deperisci. E poi danno la colpa a me. Mangia la pasta. Porca miseria.»</p>
<p>«Ma papà, ho già mangiato la briochina al cioccolato con il succo.»</p>
<p>La figlia attese la risposta del padre, che tacque e la fissò. Si sentiva solo il suo respiro nasale marcato e il frinire dei grilli nei campi.</p>
<p>«Papà, ti prego, ho già mangiato. Ho mangiato.» Una lacrima le solcò il viso.</p>
<p>Il padre si alzò di scatto e iniziò a camminare nervosamente. Poi si mise le mani nei capelli e iniziò a tirarsi colpi in testa.</p>
<p>«No!» La figlia lanciò un grido alla vista del padre che si autolesionava. Corse verso di lui e con una forza impensabile gli trattenne il braccio. Il padre tentò di divincolarsi dalla sua presa.</p>
<p>«Mangio!» urlò la bambina. Ma la lotta continuava. Il padre tentò ancora di liberare il braccio. Allora lei lo urlò più forte.</p>
<p>«Mangio, mangio, mangio!»</p>
<p>Il padre si fermò esausto. La figlia scoppiò in un pianto; la tensione nelle braccia si allentò, lasciò andare la presa. Il corpo si afflosciò sul pavimento, in ginocchio.</p>
<p>I due si risedettero l&#8217;uno di fronte all&#8217;altro. La figlia aveva le guance brucianti dal pianto. Aspettava che qualche goccia entrasse nella fessura delle labbra. Alcune finirono nel piatto. Ma non aveva alcuna importanza.</p>
<p>Il padre, col fiatone, disse: «Mangia», indicando stancamente la pasta.</p>
<p>La figlia prese la forchetta e la infilò nel groviglio di spaghetti freddi. Arrotolò e avvicinò alle labbra quel boccone. Annusò l&#8217;odore umido di quel pastone. La testa iniziò a fare no da sola, senza controllo. Il viso cedette alla commozione.</p>
<p>«Non ce la faccio. Non ce la faccio, papà.»</p>
<p>Aspettò la risposta del padre, piangendo, mentre lui rimase impassibile a fissarla. Si alzò di scatto.</p>
<p>«Mi ammazzo. Mangia o mi ammazzo.»</p>
<p>«No, papà, ti prego… ho già mangiato. Papà, ho già mangiato.»</p>
<p>«La faccio finita. Mi butto dalla finestra. Mi butto dalla finestra.»</p>
<p>Il padre si diresse verso il balcone e aprì la maniglia. La figlia, a quella vista, lanciò un altro grido. Corse verso di lui e di nuovo lo trattenne con forza.</p>
<p>«Mi ammazzo. Lasciami, che mi butto.»</p>
<p>Il padre urlava dalla finestra mentre la figlia lo tratteneva per un braccio.</p>
<p>La figlia urlò finché la voce non si fece ovattata. <em>La voce era andata in cantina </em>pensava. Lo diceva sempre la maestra quando dopo il raffreddore i bambini tornavano all’asilo senza voce. <em>La sua voce era andata in cantina </em>mentre urlava trattenendo il padre per un braccio.</p>
<p>Il padre cedette. Si lasciò trascinare dentro dalla figlia, con i piedi che strisciavano sul pavimento. Lei lo guidò fino al muro e lo fece scendere lentamente. Si assicurò della finestra: premette entrambe le mani sul vetro finché il fermo non scattò.</p>
<p>Poi tornò dal padre e si sedette per terra accanto a lui. Il respiro ancora affannoso, le guance che bruciavano. Si asciugò il viso con il dorso della mano e si strinse a lui senza dire niente. Prese la mano del padre – gonfia, screpolata, con le bruciature lungo il braccio – e ci posò sopra le labbra, una volta e poi ancora. Quelle mani così simili a piccole zampe logore.</p>
<p>Doveva solo stringere più forte. Non lasciarle andare. L’aria era calda e pesante.</p>
<p>Con poca voce disse:</p>
<p>«Ho già mangiato papà. Ho già mangiato.»</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Nuda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[laura mancini]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Laura Mancini</strong> <br />
La signora Russo avanza come un battello sbattuto dai mari. A sostegno della sua oscillazione è il solo carrello, sbrindellato ma perfettamente efficace, al pari delle sue anche e della sua intera persona. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Laura Mancini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-121866" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/08/DSC00036.jpg 1333w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>La signora Russo avanza come un battello sbattuto dai mari. A sostegno della sua oscillazione è il solo carrello, sbrindellato ma perfettamente efficace, al pari delle sue anche e della sua intera persona. Lo riempie fino all’orlo con l’aiuto di un ragazzo del banco della frutta, paga il conto, lascia la mancia al ragazzo e si rimette sulla strada di casa. <em>Guardami pure</em>, dice con gli occhi al portiere che la scruta sulla soglia del palazzo e si sente tanto superiore a lei nonostante zoppichi a sua volta. <em>Ma io sono anziana</em> <em>e tu no</em>. Al mercato la conoscono tutti, controlla che i peperoni abbiano quattro punte, che la buccia delle arance sia ruvida, che le foglie così e la polpa colà, non gliela si fa. Ma nessuno se la prende, ormai si sono compresi, lei e il mondo, quindi è sì concesso schernirla ma sempre restando nei limiti del gioco e usandole il dovuto rispetto. La signora Russo accetta quel tipo di umorismo poiché è una donna di spirito e antepone l’umanità al resto, è in grado di dirne quattro a sua volta, ma con affetto. Ha imparato che a Roma funziona così molti anni fa, quando è giunta dalla Sicilia per accudire dei bambini che ora sono adulti e la chiamano zia al telefono.</p>
<p>Suo marito è stato un uomo per certi versi simile a lei, ha saputo godersi la vita, sostituire un paesaggio all’altro all’occorrenza, apprezzare la musica e l’arte, lavorare con calma, senza mai cedere a manie carrieriste. Nel tempo libero si è occupato della campagna e circondato di amici a cui amava offrire situazioni simpatiche, in cui ognuno era benvenuto e si mangiava bene, si tirava tardi. Il loro matrimonio, che per lui era il secondo, è stato allegro e spensierato, molto contagiato dal canto e dal ballo, molto desiderato e a volte sbandierato, ma per pura ilarità, senza volontà di sfoggio. Quando la signora Russo torna con la mente a quegli anni – non nel banale discorrere con chi capiti a tiro, ma come è solita fare quando è sola e riflette a fondo sulla loro alleanza, ricordandola con tutta la tenerezza e la serietà che le sono proprie – non nutre alcun rimpianto, si sente in pace col passato e grata per aver condiviso con la persona giusta un’esperienza sincera e priva di ombre.</p>
<p>Le ombre però ci sono e sono i figli del primo matrimonio di lui. Pretendono di vendere la nuda proprietà della casa: appartiene a loro. Sembrano averle concesso fin troppo lasciandovela abitare indisturbata per tutti questi anni, o forse è stata la legge ad averle fatto il favore? L’immobile va ristrutturato, <em>disinfestato</em>, ridacchia la signora Russo pensando alle spese che dovrà sostenere il nuovo inquilino quando lei tirerà le cuoia. Tra i danni evidenti, due pareti fradicie di umidità, perdite ovunque dovute a infiltrazioni della guaina del terrazzo condominiale, persiane letteralmente a pezzi – una è precipitata sulla strada, di notte, senza colpire altro che il marciapiede – e le mattonelle tutte rotte, le crepe, la muffa, l’impianto elettrico da corto circuito quotidiano. Nonostante il freddo d’inverno e il caldo d’estate, la signora Russo continua ad abitare tra quelle quattro mura senza alcun impianto di riscaldamento o areazione, col solo aiuto di una stufetta che porta con sé di stanza in stanza d’inverno e il trucco della nudità integrale d’estate. Quando i vicini bussano inaspettatamente alla sua porta per offrirle una cassa d’acqua o chiederle se abbia bisogno di qualcosa in farmacia, si copre con un asciugamano e si affaccia alla finestrella che dà sul pianerottolo esibendo il mezzo busto semi-nudo. Loro la conoscono e la capiscono, forse le vogliono bene.</p>
<p><em>A ognuno il suo paradiso e il mio è la campagna</em>, dice spesso, peccato non possa più andarci a proprio piacimento da quando le hanno ritirato la patente e l’anca le dà tutti quei problemi. Di solito chiede aiuto alla nipote ma solo se la sa libera dal lavoro e dal fidanzato, non indaffarata con l’arredamento della casa e i matrimoni delle colleghe, gli aperitivi, le gite, i pranzi e le cene, le attività tipiche delle persone della sua età che non hanno ancora costituito un nucleo stabile (così vede la cosa sua zia). Nelle brevi pause dalla fitta agenda pre-coniugale la nipote può portarla in campagna. Durante il tragitto chiacchierano, ma è la signora Russo a dominare la conversazione, riversa addosso alla nipote tutti i pensieri che ha tenuto in serbo per l’incontro e pur volendole bene ed essendo curiosa di comprendere come si evolverà la sua vicenda sentimentale – è questo il suo principale cruccio – è sempre lei a enumerare le cose fatte durante la settimana appena conclusa, i buoni propositi per quella a venire e, nel tratto più velenoso del discorso, le piccole ripicche rivolte alla sorella (madre della giovane donna) e al cognato, colpevoli di snobbarla e abbandonarla a sé stessa.</p>
<p>Tutt’altro personaggio rispetto a quello della vittima, però, la signora Russo, che accetta la sorte, la vedovanza, la vecchiaia, la coxartrosi, la perdita della mobilità, l’imposizione della nuda proprietà coltivando brevi ma costanti momenti di edonismo. Ogni giorno al risveglio, dopo la doccia e la colazione, si mette il rossetto, acconcia i capelli, spruzza il profumo ed esce nel mondo col suo carrello, niente affatto intimidita. Trascorre la serata e parte della notte su una poltrona recentemente ritappezzata con un fresco tessuto a rose e guarda la televisione. Ha scoperto un canale del digitale terrestre su cui danno tutti i film che sono stati insigniti dell’Oscar e in quello trova una riserva perfetta per le sue ore notturne, riesce a vedere anche due o tre film consecutivi prima di coricarsi intorno alle tre. Il salotto non confina con la camera da letto dei vicini e il palazzo, uno stabile degli anni Trenta, vanta mura incredibilmente spesse, dunque nessuno protesta per il volume, tenuto al massimo. Almeno una sera a settimana si concede una pizza nel ristorante sotto casa, spesso in compagnia di un’amica. Poiché la signora Russo è un’abile panificatrice e negli anni ha consolidato un gusto esigente in materia di lievitati, si prende la licenza di sovrapporre due pizze dal sottilissimo impasto e di costruire così un piatto che ritiene di piena soddisfazione per il suo palato e la sua fame – nel giorno della pizza, salta il pranzo in vista dello strappo serale. Il pizzaiolo, sottomettendo un’irascibilità quasi leggendaria all’eccezionale carattere della cliente, preimposta la situazione in modo tale che gli ingredienti delle due pizze non confliggano. Il gesto dell’accoppiamento è eseguito dal vivo, dalla stessa signora Russo, sotto lo sguardo esterrefatto dei vicini di tavolo.</p>
<p>Un giorno le viene comunicato telefonicamente dall’avvocato che la nuda proprietà è stata venduta ai nuovi condomini. Sono due ragazzi appena arrivati nel palazzo, hanno il macchinone, parlano ad alta voce, salutano e non salutano. Lui fa l’avvocato, lei l’agente di commercio, aggiunge la vicina del primo piano che scandaglia meticolosamente le identità di tutti gli inquilini del lotto. Ronzano intorno al palazzo da tempo, si informano su chi venda, su chi ristrutturi, vengono dalla provincia, hanno le loro mire.</p>
<p><em>Venduta, venduta con me dentro, mia non più, mia neanche prima, ma ora già di altri, in attesa della mia morte</em>. Alla signora Russo vacilla l’umore, annulla l’appuntamento dal parrucchiere e si chiude in casa a fare poco, sapendosi spogliata dell’unico scudo che l’ha finora protetta, dell’unico luogo in cui lo spirito del marito sa di poterla trovare, dello scenario che ha testimoniato il loro amore adulto, inaspettato e poetico, la vita bella che lei sente ancora pulsare, sotto a tutto, ma che ora qualcuno col macchinone intende strapparle. Non è così, si dice, ma è così eccome, e lei lo sa.</p>
<p>Quando incontra la ragazza della coppia di acquirenti la saluta cordialmente aspettando che l’altra dica due parole sul fatto. L’altra invece dopo un sorriso un po’ ebete e un silenzio di qualche secondo continua a fare ciò che sta facendo, scegliere i peperoni, li prende tutti a tre punte. La signora Russo attende che se ne vada per farsi servire, come se il cibo possa essere intossicato dalla sola presenza nemica. Molto peggiore è lo scambio col marito. La sorprende alle spalle, per le scale che dividono l’ingresso dall’ascensore e che lei sta percorrendo senza fretta di arrivare a meta. Le strappa il carrello di mano rischiando di farla ruzzolare a terra, lo trascina a passi isterici e sbatacchiati fino al gabbiotto e chiama l’ascensore con fare agitato. Si mostra entusiasta, iper-gioviale, le grida aspettavo di presentarmi, speravo ci fosse anche lei all’atto! <em>E invece c’erano solo quei mostri</em>, valuta la signora Russo senza dire altro che: piacere, Pia. Lui replica con un cognome che lei non capisce né ricorda – l’amica del primo piano gliel’ha ripetuto più volte ma invano, non le entra in testa. Finalmente l’ascensore arriva e lui le dice prego, scusi, prima lei, enfatizzando la banalità di dare la precedenza a un’anziana, chiedendole infine se abbia bisogno di una mano in casa, nel riporre la spesa. È abbronzato, basso, ha i capelli scuri, gli occhi neri, il ventre protratto, sembra un castoro in giacca e cravatta. La signora Russo risponde no grazie, arrivederci.</p>
<p>Poi una febbre la schianta sul letto per giorni. Appena guarisce va in campagna a seminare, ma l’anca le duole e il lavoro richiede il doppio del tempo consueto, la nipote si offende per certe sue considerazioni sul passaggio dalla fase della convivenza a quella del matrimonio, non è detto che dopo tanto sermone la vorrà accompagnare con particolare slancio, nei prossimi tempi. Quando torna a Roma la città è chiassosa e il resto tutto uguale, solo: la casa sembra più cadente del solito, le pesa pulirla e ad aggiustarne le pecche le pare di fare un favore ad altri e un po’ stronzi. La signora Russo moltiplica i film e le ore di sonno, dimezza le uscite, di pizze una sola e da asporto.</p>
<p>Dopo qualche mese incontra la ragazza e scommette che nella sua pancia a punta stia crescendo un piccolo castoro, dopo aver visto nascere uno stuolo di fratelli in sequenza può darlo per certo. Cerca la luce negli occhi della giovane donna e trova il vuoto cosmico, <em>io non vorrei averti in antipatia, ma tu sei piatta come una piastrella</em>, considera senza amore. <em>E sì che un bambino, un bambino è tutto ciò che c’è di bello</em>. A lei e al marito non è venuto in dono, forse per un intoppo delle ovaie, visti i risultati pregressi di lui – quei tre uccelli rapaci che da quando la nuda proprietà è andata non l’hanno più cercata e staranno ora sperando che sia lei a dare notizie, ma dall’oltretomba. Che cosa debba sperare, anche questa ragazza alle prese con una cameretta provvisoria da tirar su nei sessanta metri quadri a disposizione, può ben immaginarlo, ma imponendo uno stacco tra sé e il mondo lascia che le ruote del carrello vi scivolino sopra dicendo: buongiorno, come sta?</p>
<p>L’amica del primo piano va incontro alla signora Russo urlando quelli che ti hanno rubato la casa vogliono comprare un pezzo del terrazzo condominiale! Poi scruta il resto della platea come stordita, si aspetta una reazione. Oh, ma siamo impazziti!, erompe in un moto di rabbia che le fa ballonzolare i seni. I residenti storici siedono riuniti in una specie di pre-assemblea condominiale nei locali lavanderia, ma tra chi si fruga nelle tasche e chi ha perso il filo del discorso si intende che in pochi sono infervorati quanto lei, ci dovrà lavorare. Aderiscono all’indignazione da posizioni distinte la donna che ha convertito l’appartamento dei genitori in una casa vacanze e nel luogo conteso suggerisce aperitivi al tramonto ai suoi ospiti e un uomo alto e solitario, in pensione da un pezzo. Sommo fruitore del terrazzo, vi stende le lenzuola, legge il giornale e porta a spasso il gatto – in molti malignano sul fatto che l’animale, ingobbito e alienato rasente il muro, abbia in realtà paura, che preferisca il salotto. La signora Russo ragiona tra sé e sé su un trasferimento in campagna, più per cartoline intuitive che seguendo una vera e propria sintassi. Sente già la voce della nipote negare ogni logica all’iniziativa – con la tua anca, in quel posto isolato! E poi la casa: vorrebbe dire abbandonarla, arrendersi prima del previsto.</p>
<p>Il castoro all’assemblea seguita al consesso dei vecchi condòmini avanza la sua proposta e l’assemblea vota contro compatta, ad eccezione di una famiglia di nuovi residenti e dell’unico inquilino che il terrazzo lo ha in casa. La signora Russo può esprimere la sua preferenza nonostante gli iniziali timori di estromissione e quando il suo sguardo incrocia quello del ragazzo scatta una questione da Ulisse contro i Proci, ma con la finezza di una monaca lei riesce a sorridere enigmaticamente e alzare la mira, porre un quesito tecnico e inaspettato all’amministratore cogliendo l’interpellato e il pubblico intero alla sprovvista. Il giovane richiedente reagisce con nonchalance all’arresto dell’arrampicata condominiale, lasciando intendere di averci provato come il culto tutto italiano del piccolo sopruso quotidiano insegna. Nessuno accetta l’ironia, le sedie scricchiolano sotto movimenti che denunciano fretta di rincaso. Vedendosi accerchiato da un certo scetticismo il ragazzo si riduce ad accennare ad alcune novità private che lo avrebbero indotto a cercare più spazio, più aria, e la signora Russo decide di non morire mai. Sbarrerà le violenze verticali, vendicherà la gentilezza maritale, dirà la sua, mangerà ancora milioni di pizze. L’amica del primo piano, mentre defluiscono dalla sala parrocchiale che ha ospitato la riunione le dà di gomito come per dire hai visto, abbiamo vinto! Ma lei finge di non aver visto, di non aver vinto. Incede maestosa verso la casa in cui abita, pronta alla sua maratona di film, alla notte di cui resta padrona indiscussa. E non c’è anca che le dolga né vento che la inclini.</p>
<p>Non aspetta di vedere il fiocco sul cancello per sferruzzare le babbucce, azzurre a colpo sicuro e infatti è un maschio: benvenuto Leonardo. Alla comparsa della coccarda la signora Russo le impacchetta e lascia di fronte alla porta dell’appartamento dei vicini, ma proprio mentre si allontana, forse per il cigolio delle ruote del carrello, la porta si apre di scatto, è la giovane mamma, estatica per via degli ormoni. Le mostra il castorino, un sosia come c’era da aspettarsi, ha gli occhi chiusi, molti capelli e tutta la vita davanti. La signora Russo si emoziona come sempre al cospetto di un neonato. Toccandogli piano i piedi respira la sua aria nuova, pregando in senso lato per il suo futuro e per il proprio, così stranamente consecutivi, così estranei a ogni cupidigia. Sotto la coperta che lo avvolge è la sola pelle del bambino, <em>nuda</em>, pensa la signora Russo. <em>Nuda</em>, ripete ancora tra sé e sé, sulla via del mercato.</p>
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		<title>Il turismo triste</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/16/il-turismo-triste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[albania]]></category>
		<category><![CDATA[Redi Salìasi]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Redi Salìasi</strong> <br />Un paio di mesi fa mi è stato chiesto di fare da guida a un gruppo di venti studenti norvegesi, accompagnati dal loro docente, in giro per la città di Tirana. Ho detto subito di sì]]></description>
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<p>di <strong>Redi Salìasi</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-121613" width="551" height="368" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-2048x1365.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1920x1280.jpg 1920w" sizes="(max-width: 551px) 100vw, 551px" /></figure></div>



<p>Un paio di mesi fa mi è stato chiesto di fare da guida a un gruppo di venti studenti norvegesi, accompagnati dal loro docente, in giro per la città di Tirana. Ho detto subito di sì perché attività del genere le ho sempre svolte: un po’ per il mio mestiere di interprete – in questo caso, è lavoro retribuito – ma soprattutto per passione, per promuovere (gratuitamente) il mio paese a chi decide di trascorrervi le vacanze o un certo periodo della propria vita. Il giorno prima della visita, con senso di responsabilità e rigore, ho letto, (ri)studiato e preparato un bel piano di visita della capitale. Dal momento che avrei parlato a ragazze e ragazzi di circa vent&#8217;anni, perché non avessero voglia di fuggire da me dopo i primi cinque minuti, ho cercato di immaginare quali storie e luoghi fossero più appetibili per loro. La mattina dell’incarico sono andato all&#8217;hotel dove gli studenti alloggiavano, e ho chiacchierato con il docente che li accompagnava. Mi ha spiegato che i ragazzi e le ragazze, secondo il sistema scolastico norvegese, stavano frequentando un programma biennale che li avrebbe alla fine aiutati nella scelta del corso universitario da intraprendere. A un certo punto, senza che mi rendessi ben conto che il suo discorso stava passando a un altro argomento, ha cominciato a raccontarmi che alcuni ricchi cittadini norvegesi lasciano la Norvegia per trasferirsi in Svizzera con la precisa intenzione di eludere il sistema fiscale. «Questo è ingiusto nei confronti della nostra società», mi spiegava, «perché si sono arricchiti grazie alle risorse collettive e ora abbandonano il paese per non contribuire più al suo benessere, al suo equilibrio».</p>



<p>Sempre desiderando cha la mia visita fosse interessante, ho domandato all’insegnante come avrebbe preferito che la organizzassi, su quali aspetti dovessi concentrarmi di più, se i suoi studenti fossero più incuriositi dalla storia antica o da quella contemporanea della città. Con mia evidente sorpresa mi ha risposto che il desiderio di tutto il corpo docente – ovvero, dei colleghi e delle colleghe rimasti a casa in Norvegia &#8211; era che io parlassi alle ragazze e ai ragazzi della qualità della vita nell&#8217;Albania di oggi: in poche parole, volevano sentirmi parlare della corruzione albanese che sta dietro (o sotto, dipende dalla prospettiva) i palazzi altissimi che vedevano in giro per la città, del riciclaggio di denaro, dei motivi per cui, si prevede, il 43% delle persone tra i 15 e i 25 anni lasceranno il paese entro il 2050.</p>



<p>In quel momento mi è stato chiarissimo: lo scopo della loro visita non era vedere l&#8217;Albania per impararne un po’ di storia e conoscerne le bellezze naturali, il cibo, l’ospitalità. L&#8217;obiettivo degli insegnanti era quello di formare cittadini consapevoli attraverso un esempio negativo. Come se dicessero: vedete come potremmo diventare? Volete davvero che la nostra nazione si riduca così, a una valle di cemento? Mi sono sentito male davanti a questa richiesta, non perché non rappresenti una fetta della realtà albanese, ma perché si tratta della faccia più brutta del mio paese, e loro erano attratti solo da questa. Eravamo per loro una sorta di cavia, un esperimento politico da osservare per prenderne snobisticamente le distanze. L&#8217;Albania era il miglior paradigma – o il peggiore, anche qui dipende dai punti di vista – per mostrare dove finisce una società miope nella quale ogni individuo pensa ad arricchirsi il più possibile, a qualsiasi costo etico, sulle spalle dei propri concittadini; per sapere come si muove e che fine fa un paese nel cui immaginario collettivo i sostantivi politica e oligarchia, politica e criminalità sono diventati coppie di sinonimi.</p>



<p>Mentre pranzavamo, i ragazzi e le ragazze mi hanno domandato se volessi continuare a vivere in Albania. Ho risposto che l&#8217;Albania è una terra magnifica, con una geografia straordinaria che va dai mari ai fiumi e ai laghi, dalle colline alle Alpi; ma che, allo stesso tempo, è mortificata dalla corruzione, dal nepotismo e dalle disuguaglianze. Ho detto loro che, se ne avessi la possibilità, emigrerei in una nazione che possiede una sorta di pace sociale, dove l&#8217;arricchimento personale non è l&#8217;obiettivo di una minoranza a discapito dei più; dove esiste un senso collettivo di sicurezza, e non il timore di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un luogo dove ti svegli un giorno e non trovi l’ennesima squallida torre di venti piani eretta come per magia; dove nessun milionario perde la testa per un’isola protetta e decide di comprarla per costruirvi un resort di lusso per sé e i propri amici.</p>



<p>Questo, purtroppo, è il volto dell&#8217;Albania di oggi. È la realtà difficile nella quale noi albanesi dobbiamo sopravvivere ogni giorno. Avrei voluto dimenticare per un istante le storture che incontro ogni giorno, e per le quali sono ormai insofferente. Mi ero immaginato una giornata diversa: seppur per poche ore, avrei passeggiato per Tirana con gli occhi nuovi (e forse più clementi) di uno straniero giunto dal Nord Europa. Non ci sono riuscito. Ho capito che tra i tanti generi di turismo che in Albania esistono, ce n’è uno molto particolare: il turismo triste di chi vuole assistere alla distruzione del paese. Un turismo colto della presa di coscienza, un turismo-monito: <strong>«guardate l&#8217;Albania, per non finire come l&#8217;Albania.»</strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Tra le tracce del colonialismo italiano: «Il posto dove dovrei morire», di Marco Perez</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/21/il-posto-dove-dovrei-morire-di-marco-perez/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[libia]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Perez]]></category>
		<category><![CDATA[Mattia Bonasia]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Storia coloniale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mattia Bonasia</strong> <br />
La memoria distorta del colonialismo italiano continua a godere di non poca fortuna. “Italiani brava gente”: l’Italia avrebbe condotto un colonialismo minore, tendenzialmente associato al ventennio fascista e alla volontà di ripresa del mito della Roma Imperiale da parte di Mussolini. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Mattia Bonasia</strong></p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-120655 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Foto-Nazione-Indiana-571x1024.jpg" alt="" width="357" height="640"/></p>
<p>La memoria distorta del colonialismo italiano continua a godere di non poca fortuna. “Italiani brava gente”: l’Italia avrebbe condotto un colonialismo minore, tendenzialmente associato al ventennio fascista e alla volontà di ripresa del mito della Roma Imperiale da parte di Mussolini. Sempre più assente dai programmi di scuola, il colonialismo italiano in Africa è stato invece violento, aggressivo e duraturo al pari di quelli di Francia e Inghilterra: cominciato con l’acquisto della baia di Assab del 1869 e concluso con la fine del protettorato in Somalia nel 1960. Nel mezzo una ripugnante storia fatta di campi di concentramento, madamato, ghettizzazione razziale e armi chimiche.</p>
<p><em>Il posto dove dovrei morire</em> di Marco Perez (Transeuropa, 2025) cerca di colmare questa consapevole amnesia collettiva, e lo fa attraverso gli strumenti della letteratura. Si parte dalla necessità della restituzione della memoria del padre e dello zio dell’autore, tra il 2021 e il 2022, grazie ai quali Perez era entrato in possesso di foto, documenti, archivi relativi al periodo coloniale dell’Italia in Libia. La storia coloniale e postcoloniale viene dunque ricostruita attraverso le genealogie di due clan familiari fittizi, che idealmente collegano i cento anni che dalla fine del dominio turco portano alla caduta di Mu’ammar Gheddafi.</p>
<p>Temi e visioni differenti che si compenetrano nella stessa realtà: la generazione dei pionieri dell’esperienza coloniale, quella dei giunti in Africa negli anni del fascismo, quella del boom economico degli anni Settanta e della caccia al petrolio dei tecnici dell’ENI. Evento fondamentale l’espulsione della comunità italo-libica, da parte del Rais Idris I nel 1970, che approda poi in un’Italia che ne disconosce l’esistenza.</p>
<p>Nel personaggio di Vincenzo Scarpelli queste molteplici migrazioni e narrazioni si compenetrano: da giovane siciliano emigrato a New York viene dirottato a Tripoli; infine, dopo più di quarant’anni passati in Africa, parte per il Nord Italia, negli anni Cinquanta, e nel contesto industriale padano troverà i miti e gli stereotipi del boom economico, che coincidono con la rimozione della memoria coloniale e della guerra. Il titolo del romanzo, <em>Il posto dove dovrei morire</em>, risponde al nomadismo permanente dei personaggi.</p>
<p>Il romanzo gioca molto sulla ripresa stralunata dell’assurda retorica coloniale a cavallo dei due secoli, simboleggiata dal testo<em> La grande proletaria si è mossa</em> (1911) di Giovanni Pascoli, che legava direttamente emigrazione e necessità di colonizzazione:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">&#8220;È tutta colpa dei nonni&#8221; diceva la mamma, ovvero del nonno materno e di quello paterno che al posto di portarci in America, come avevano promesso alle nonne, si erano impantanati tra le dune dello scatolone di sabbia.</p>
</blockquote>
<p>La retorica glorificante del processo di unità nazionale dimentica di solito l’enorme emorragia migratoria che portò milioni di italiani nella seconda metà dell’Ottocento a emigrare in America e in Europa. Contadini spesso costretti a fare lavori umili, soggetti razzializzati ben lontani dal contemporaneo <em>expat</em> italiano – che si muove senza frontiere forte del suo potente passaporto europeo –, i soggetti di questa diaspora vengono “richiamati” dalla retorica della riattivazione anacronistica del <em>mare nostrum</em> – <em>Make Rome Great Again</em> – e incentivati a portare la loro manovalanza nei territori libici neocolonizzati: «‘Madre mia Zinuzzo, ma dove ci hai portato? <em>Ma nun era meggiu iri pi America</em>?’. Qua è come l’America, con i pistoleri che sparano agli indiani. Solo che qui gli indiani parlano arabo’». D’altronde il migrante italiano negli Stati Uniti non trovava certo un’accoglienza a braccia parte, né veniva visto come un bianco:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">Il nonno ci raccontò che per gli anglo-sassoni anche noi non eravamo del tutto bianchi e che quando arrivò a Ellis Island nel 1906 un funzionario della dogana gli aveva distribuito una scheda con scritte tutte le razze di appartenenza. Per esempio un cubano di colore era <em>black</em> e un cubano bianco era <em>hispanic</em>. Gli italiani del nord erano associati ai bianchi e passavano nella lista di “hard-workers”, mentre quelli del sud entravano nella categoria <em>other races</em> e dovevano rispondere a varie domande per capire se fossero anarchici, mafiosi o poligami.</p>
</blockquote>
<p>L’autore, Marco Perez, storico di formazione, sceglie la scrittura narrativa perché gli permette di raccontare una realtà più estesa e pluriforme: la funzione della letteratura è qui quella della contro-narrazione rispetto ai discorsi nazionali. <em>Il posto dove dovrei morire</em>, grazie alla forma letteraria ibrida, tra romanzo, biografia e storia familiare, difficilmente etichettabile come biofiction, autofiction e così via, va a colmare i vuoti della storia ufficiale, proponendo una diversa rappresentazione dell’imperialismo (pur straccione, come quello italiano, definizione dell’autore). Da un lato, Perez dà peso a degli eventi del colonialismo italiano poco presenti nell’immaginario collettivo, come la battaglia di Sciara Sciat o il pogrom del 1945; dall’altro restituisce l’assurdità dell’impresa coloniale italiana in Libia, condotta con pochissimi mezzi economici e militari. Costruisce così uno stretto legame tra memoria personale, percorso del singolo e storiografia ufficiale, che ricorda <em>I figli della mezzanotte</em> (1981) di Salman Rushdie, il cui narratore e protagonista Saleem Sinai nasce allo scoccare dell’indipendenza dell’India. Così Vincenzo Perez:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">La guerra europea finì dopo pochi mesi, quando concludeva l’anno scolastico e poco prima di fare la comunione, evento che mi aveva obbligato a lunghissime sedute da modello nel laboratorio da modista della mamma. Per la conclusione della guerra mondiale ci volle ancora un po’, precisamente il 2 settembre del 1945, lo stesso giorno in cui compivo 10 anni.</p>
</blockquote>
<p>Nel tono grottesco e allucinato si rilegge anche tanta letteratura sudamericana (forse perché l’autore vive e insegna in Spagna?); il <em>real maravilloso</em> di Garcìa Márquez e Fuentes lo accomuna poi a un altro romanzo italiano contemporaneo che ne ricorda lo stile: <em>Ferrovie del Messico</em> (2022) di Gian Marco Griffi.</p>
<p>«Di quando mi recai la prima volta in patria non ricordo nulla, avevo meno di un anno»: il lettore si trova davanti a un testo in prima persona, scritto da un narratore iperbolico, grottesco e ironico che non vuole moralizzare e schematizzare in facili categorie, ma restituire la complessità e l&#8217;assurdità dell’esperienza. Nella voce polimorfica del narratore si mischiano le memorie del padre dell’autore e la voce autobiografica dell’autore stesso che mette in relazione eventi del passato coloniale con elementi della globalizzazione iper-contemporanea. Non è dunque una restituzione storiografica, ma un romanzo che vuole restituire l’inaffidabilità della memoria: la distorsione e l’esagerazione dei ricordi interpreta non solo una funzione letteraria ma assume anche un risvolto conoscitivo.</p>
<p>Il narratore si rivolge a un lettore che sembra rappresentare l’italiano medio, la cui memoria del colonialismo italiano non è del tutto rimossa, ma lo ricollega al fascismo e ai suoi crimini, lavandosi la coscienza nel mettere Mussolini a testa in giù:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">Cosa dice? Che suo padre era uno dei ventimila coloni mandati dal Duce a colonizzare la Cirenaica alla fine degli anni trenta? Ma certo che so di cosa sta parlando, anzi, le dirò che noi li abbiamo pure visti sbarcare quelle masse di contadini veneti e piemontesi mandati a colonizzare il deserto.</p>
</blockquote>
<p>La politica del fascismo nelle colonie era pienamente aderente all’<em>apartheid</em>: separazione netta dei quartieri in base all’appartenenza etnica e interdizione dei rapporti sessuali tra colonizzatori e colonizzati. La comunità tripolina protagonista del romanzo è invece spiccatamente multietnica: accanto ad arabi ed ebrei sefarditi non ci sono italiani, ma siciliani, veneti e romani: il pluristilismo e il gusto per il grottesco e l’assurdo sono accompagnati dal multilinguismo. Se la voce del narratore è italiana, la lingua dei discorsi diretti è il dialetto siciliano, che spesso in maniera anti-mimetica e parodica finisce per strabordare anche in lingua di comunicazione degli alberi o dei militari inglesi («Ognuno parlava l’italiano a modo suo, perché da noi i linguisti preferivano non dire che nel paese c’erano più lingue che in Cina e che tutte quante erano indipendenti dal toscano»).</p>
<p>Anche il narratore è transculturale: «Il mio nome autobiografico è Vincenzo Perez: anche se a casa mi hanno sempre chiamato ‘Nzinu o Zinu o magai Zinuzzo nella variante diminutiva affettiva». E quel cognome che in Italia è esotizzante, come scritto dal narratore, in realtà in Spagna è comunissimo, la norma la fa il punto di vista: «al posto di dire <em>un pinco pallino qualunque</em>, da quelle parti si dice un <em>Perez cualquiera</em> e il cognome perde tutto quel carattere esotico che può rivendicare in Italia».</p>
<p>L’identità transculturale tripolina è dunque essenzialmente opposta a quella italiana, attraverso un procedimento retorico che oppone il <em>noi </em>al <em>voi</em>:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">La famiglia Peres, o Perez, arrivò a Tripoli nel 1914, quando papà aveva sette anni e gli italiani erano davvero pochi.</p>
<p style="text-align: left;">Voi ci siete arrivati negli anni trenta, con le strade costruite e le città piene di edifici razionalisti, un mondo già tutto costruito e allo stesso tempo già decadente e finito. Solo i fascisti potevano pensare di colonizzare l’Etiopia e la Libia in quel periodo, con i movimenti anticolonialisti e panafricanisti già forti e radicati.</p>
<p style="text-align: left;">Ma nel 1914 noi ci credevamo ancora a quella cosa dell’uomo bianco che porta il proprio fardello in giro per il mondo per civilizzarlo, anche se poi noi siciliani non eravamo molto più bianchi degli arabi e non eravamo così stronzi da pensare che tutti quanti stessero lì ad aspettarci per imparare a stare al mondo. Anche se in fatto di civiltà ne avevamo una molto più antica e nobile di quella dei britannici e del signor Kipling.</p>
</blockquote>
<p>L’alterità si misura anche in base all’adesione al fascismo, in particolare nel dopoguerra:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">In patria tutti raccontavano più o meno la stessa storia: al passaggio del fronte, magari un po’ prima, si diventava antifascisti. C’erano anche quelli che lo erano stati per davvero, partigiani della prima ora, esiliati o brigatisti della Guerra civile di Spagna. Ma erano casi rari.</p>
<p style="text-align: left;">In Africa le cose erano diverse. Gli antifascisti erano un fenomeno trascurabile, prima e dopo il passaggio del fronte: magari poteva capitare che una camicia nera diventasse un semplice fascista e che un fascista diventasse un qualunquista, ma tutto finiva lì.</p>
</blockquote>
<p>Si misura poi soprattutto attraverso lo sguardo dell’italiano nato in Italia nei confronti dell’italiano libico, una volta tornato in Italia negli anni Settanta, portatore di un’identità africana:«Noi, che in Italia venivamo chiamati ‘africani’ e quando puntualizzavi che eravamo siciliani che risiedevano in Africa ti correggevano così: ‘<em>va ben, inscì ti set un terun, te set cuntent incoeu?</em>’». L’italiano per il narratore è un essere estraneo e diversissimo, personificato dall’ingegnere dell’ENI che ripiomba in Libia negli anni Settanta alla ricerca di petrolio, ma che ora parla una lingua neostandard, perché ha studiato: «Ora venivano ingegneri dell’Eni e dell’Agip, tecnici del petrolchimico, gente studiata che parlava un ottimo inglese e ci guardava come delle creature bizzarre uscite da un libro di Kipling».</p>
<p><em>Il posto dove dovrei morire</em> è un esordio letterario dirompente, un romanzo-mondo che si muove tra le differenti cartografie dell’identità italiana, deterritorializzandola dalla madre-patria. Si aveva bisogno di un romanzo che trattasse il tema della colonizzazione con questo registro, richiamandone i traumi ma anche le assurdità deformanti, nel segno della grande letteratura picaresca e donchisciottesca.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La corsa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/04/la-corsa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Gallo</strong> <br />
La telefonata arrivò mentre il tempo gli scorreva tra le dita. Video brevi, uno dopo l’altro: guerra, una risata registrata, un corpo che si muoveva per qualcuno che non era lì. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Gallo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-119591 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1024x555.jpg" alt="" width="746" height="404" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1024x555.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-300x163.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-768x416.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1536x833.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-2048x1111.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-774x420.jpg 774w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-150x81.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-696x377.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1068x580.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1920x1041.jpg 1920w" sizes="(max-width: 746px) 100vw, 746px" /></p>
<p>La telefonata arrivò mentre il tempo gli scorreva tra le dita. Video brevi, uno dopo l’altro: guerra, una risata registrata, un corpo che si muoveva per qualcuno che non era lì. Non c’era ordine, solo continuità.<br />
Il numero dell’agenzia comparve sul più bello, quando il movimento di un culo si faceva promessa. Ma lo schermo si oscurò.<br />
Rimase un attimo col pollice sospeso. Poi rispose.</p>
<p>La ragazza dell’agenzia parlava in fretta, con l’entusiasmo di chi teme che una buona notizia cambi idea se la si trattiene troppo al telefono.</p>
<p>«C’è un signore molto interessato.»</p>
<p>L’uomo portò il telefono all’orecchio.</p>
<p>«Molto interessato quanto?»</p>
<p>«Molto interessato nel senso che oggi stesso sarebbe disposto a fare la visita. E se gli piace come gli sono piaciute le foto, anche una proposta.»</p>
<p>L’uomo guardò fuori dalla finestra. Il cielo sopra i tetti era basso e grigio.</p>
<p>Si era trasferito lì qualche mese prima, quando aveva capito che attraversare la città per andare al lavoro era una perdita di tempo.</p>
<p>«A che ora?»</p>
<p>«Riesce fra… quaranta minuti?»</p>
<p>«Sì,» disse. «Ce la dovrei fare.»</p>
<p>Aveva lasciato la casa pronta per le visite.<br />
Un tavolo, due sedie, una pianta. Il necessario per accennare una vita senza suggerire troppo.</p>
<p>«Benissimo. Il cliente preferisce fare la visita con il proprietario.»</p>
<p>«Lei quindi non viene?»</p>
<p>«Ho un’altra visita. E le ho detto, col proprietario. Non dimentichi le chiavi.» Infilò una mano in tasca. Le sentì.</p>
<p>«Mi raccomando, non faccia tardi. Mi ha dato l’impressione di essere uno serio.»</p>
<p>La ragazza puntava spesso sulla serietà. In tre mesi aveva visto passare nell’appartamento abbastanza persone da formare ormai una categoria precisa: le persone serie. Così serie da non buttare soldi in case.</p>
<p>Entravano con passo prudente, come se la casa fosse una creatura suscettibile.<br />
Guardavano le stanze. Le immaginavano piene. Aprivano i rubinetti, bussavano sui muri. Chiedevano della facciata, delle spese, del vicino del piano di sopra. Poi se ne andavano con un sorriso educato.</p>
<p>Si alzò. Prese il cappotto. Ritastò le chiavi nella tasca dei pantaloni e uscì.</p>
<p>Aveva piovuto fino a poco prima e il marciapiede luccicava. Alzò una mano.</p>
<p>Un taxi si fermò accanto a lui. Era un’auto scura, pulita, ma piuttosto vecchia. Salì e diede l’indirizzo.</p>
<p>«È dall’altra parte della città», disse il tassista.</p>
<p>Aveva una voce calma, neutra, una voce che non si lamentava: constatava.</p>
<p>«Ho un appuntamento. Dice che in mezz’ora ce la facciamo?»</p>
<p>«Ce la faremo.»</p>
<p>All’inizio il tragitto non ebbe nulla di strano. Le strade erano quelle di sempre: semafori, officine, il negozio di materassi, il bar con le sedie rovesciate sui tavolini, un autobus fermo in doppia fila. Se il traffico teneva, sarebbe arrivato con qualche minuto di anticipo.</p>
<p>Guardò il cellulare: due tacche di batteria. Lo rimise in tasca e si sistemò meglio sul sedile. L’abitacolo profumava di plastica tiepida e di un deodorante al pino tanto discreto da sembrare un cipresso.</p>
<p>Il tassista guidava bene. Non accelerava mai inutilmente. Non inchiodava. Non parlava.</p>
<p>A un certo punto, ebbe l’impressione che stessero facendo un percorso insolito.</p>
<p>«Scusi,» disse, sporgendosi appena. «È la più veloce?»</p>
<p>«È la più scorrevole.»</p>
<p>Guardò fuori. Non riconosceva nulla, ma questo di per sé non significava molto. Da quando aveva lasciato il suo quartiere, si accorgeva di quanto poco conoscesse la città oltre i tragitti abituali.</p>
<p>Passò altro tempo. Poi altro ancora. Le macchine diminuirono. Anche i palazzi si fecero più radi. Comparvero capannoni, un distributore abbandonato, prati spelati con pneumatici in fondo, un cavalcavia sopra un cavalcavia sopra un altro ancora.</p>
<p>«Ma… quanto manca?»</p>
<p>Il tassista sollevò appena gli occhi verso lo specchietto.</p>
<p>«Non molto.»</p>
<p>Guardò il tassametro. L’importo saliva con una rapidità irritante ma ancora compatibile con un disguido. Decise di non dire niente. Un uomo adulto non può agitarsi per una deviazione di dieci euro. Un uomo che sta per vendere casa deve mostrarsi all’altezza.</p>
<p>Passarono davanti a un cimitero. Le linee bianche si persero poco dopo lungo una serie di campi sportivi, oltre un quartiere di villette tutte uguali. Alla rotonda con la statua di una vela in cemento capì di non essere mai stato in quel posto.</p>
<p>«Mi scusi, ma questa non è la strada.»</p>
<p>«Dipende.»</p>
<p>«Da cosa?»</p>
<p>«Da dove bisogna arrivare.»</p>
<p>L’uomo sorrise, non perché avesse trovato la frase divertente ma per educazione, come si fa con gli estranei quando si teme di aver sentito male.</p>
<p>«Ma ha capito bene l’indirizzo?»</p>
<p>«Ci arriviamo. Non si preoccupi.»</p>
<p>«Quando?»</p>
<p>Il tassista non rispose subito. Girò a destra. Un sole basso entrò nel parabrezza e restò per qualche secondo sospeso nell’abitacolo, come un ospite che avesse pagato anche lui la sua corsa.</p>
<p>«In tempo per il suo appuntamento.»</p>
<p>L’uomo avvertì una stanchezza precisa, la stanchezza delle cose cominciate male. Decise di non farne un problema. Avrebbe aspettato ancora dieci minuti, poi avrebbe chiesto di fermarsi e sarebbe sceso.</p>
<p>Dieci minuti dopo costeggiavano un canale lattiginoso lungo il quale crescevano alberi senza foglie. Le sponde erano coperte di una brina sottile.</p>
<p>Si raddrizzò.</p>
<p>«Ma un’ora fa non era ottobre?»</p>
<p>Il tassista non sembrò sorpreso dalla domanda.</p>
<p>«Era una stagione di passaggio.»</p>
<p>Nei campi c’erano strisce bianche. Non pioggia, non nebbia: neve vecchia, compatta. Un uomo con una pala camminava sul bordo della strada. Per un attimo gli sembrò di conoscerlo. Si voltò di scatto, ma il taxi l’aveva già dimenticato.</p>
<p>«Fermi un momento.»</p>
<p>«Qui?»</p>
<p>«Sì, qui.»</p>
<p>«Non conviene.»</p>
<p>«Perché non conviene?»</p>
<p>Il tassista esitò un istante.</p>
<p>«Non è ancora il punto giusto.»</p>
<p>Sentì montare un fastidio più pulito della paura. Si sporse fra i sedili.</p>
<p>«Guardi, io ho un appuntamento. Lei mi sta portando in giro da non so quanto. Si fermi.»</p>
<p>Il tassista accostò. Il motore restò acceso.</p>
<p>Fuori c’era una distesa bianca e piatta. Non un edificio, non un cartello, non un’edicola, non un essere umano. Solo il respiro del riscaldamento e un tergicristallo che, senza bisogno, strisciò sul vetro.</p>
<p>«Benissimo,» disse il tassista. «Se desidera scendere, possiamo finirla qui.»</p>
<p>L’uomo guardò fuori. Il vento trascinava aghi di ghiaccio rasoterra.</p>
<p>«Dove siamo?»</p>
<p>«A metà.»</p>
<p>«A metà di cosa?»</p>
<p>«Del tragitto.»</p>
<p>«Non ha senso.»</p>
<p>«È la strada.»</p>
<p>Ebbe l’impressione che, se avesse aperto la portiera, il paesaggio lo avrebbe assorbito senza restituirlo a niente di riconoscibile. Non aprì.</p>
<p>«Andiamo,» disse.</p>
<p>«Come preferisce.»</p>
<p>Dopo l’inverno venne una primavera torbida. Non avrebbe saputo dire quanto tempo dopo. Lungo la strada comparvero campi gialli, biciclette appoggiate a recinzioni, ragazzi in maniche corte. A un certo punto l’uomo pensò di aver dormito. Si svegliò con il collo piegato e la certezza di essersi perso qualcosa di importante.</p>
<p>«Possiamo fermarci a mangiare?» chiese.</p>
<p>«Si può.»</p>
<p>Non si fermarono.</p>
<p>Il tassista, però, allungò una mano verso il sedile accanto al cambio e gli porse una brioche.</p>
<p>«Non la voglio.»</p>
<p>«Come crede.»</p>
<p>Passò un’ora, o un mese, e l’uomo la mangiò. Aveva un sapore di tempo e zucchero.</p>
<p>Il paesaggio mutava senza transizioni. Un pomeriggio primaverile diventava pioggia d’estate. I boschi diventavano cantieri. I cantieri centri commerciali. Gli stessi cartelloni tornavano con pubblicità diverse, come se il tempo mutasse la pelle lasciando intatto lo scheletro.</p>
<p>Controllò il viso nello specchietto. Gli sembrava uguale, poi più stanco, poi uguale di nuovo. Una mattina notò un filo grigio che non ricordava.</p>
<p>«Da quanto stiamo viaggiando?» chiese.</p>
<p>«Abbastanza.»</p>
<p>«Quante ore?»</p>
<p>«Non saprei.»</p>
<p>«Lei non guarda il tempo?»</p>
<p>«Ho il tassametro.»</p>
<p>L’uomo cercò di mettere ordine nei pensieri. Aveva messo in vendita l’unica cosa di valore che possedeva, un valore diventato scomodo.</p>
<p>Ripercorse le stanze, una per una. Ingresso stretto, soggiorno con la finestra larga e il radiatore che ticchettava, la cucina dove d’estate si moriva, il bagno con la piastrella crepata dietro al bidet, la camera che al mattino prendeva luce da est.</p>
<p>«Lei l’ha mai vista, la mia casa?» chiese all’improvviso.</p>
<p>Il tassista sterzò a sinistra.</p>
<p>«Quale casa?»</p>
<p>«La mia. Quella dove stiamo andando.»</p>
<p>«Potrebbe chiamarla ancora sua?»</p>
<p>Sentì un colpo allo stomaco. «Finché non la vendo, sì.»</p>
<p>«Certo,» disse il tassista. «Finché non la vende.»</p>
<p>Attraversarono una zona di colline. Su una di queste c’era un condominio identico al suo: stessa facciata ingiallita, stessi balconi chiusi a veranda, stesse tende azzurre. Per un istante ebbe la certezza che il suo appartamento fosse lì, al terzo piano, e che se avesse suonato si sarebbe aperto lui stesso, qualche stagione più giovane, con una tazzina di caffè in mano.</p>
<p>«Si fermi.»</p>
<p>Il tassista rallentò.</p>
<p>«È quello?»</p>
<p>«Vuole che sia quello?»</p>
<p>Guardò meglio. Al balcone del terzo piano era steso un lenzuolo con stampati dei limoni enormi. Lui non aveva mai posseduto un lenzuolo del genere.</p>
<p>«No,» disse. «Non è quello.»</p>
<p>Il taxi riprese la sua corsa.</p>
<p>Una sera &#8211; la chiamò sera per via della luce arancione, ma avrebbe potuto benissimo essere un’alba di settembre o il riflesso di un incendio lontano &#8211; cominciò a parlare da solo, per non lasciare al motore del taxi l’unica compagnia possibile. Elencò a bassa voce gli oggetti rimasti nell’appartamento: la pianta, le due sedie, gli asciugamani, il tavolo. Poi ripassò i pregi dell’immobile, come se dovesse ancora illustrarli a un cliente: posizione strategica, doppia esposizione, spese contenute, vicinanza ai servizi, soffitti alti, stabile tranquillo. A “stabile tranquillo” rise. Rise abbastanza da tossire.</p>
<p>«Vuole un po’ d’acqua?» chiese il tassista.</p>
<p>«No. Ha già piovuto abbastanza.»</p>
<p>Accadde anche che fuori, sopra un qualche marciapiede, comparisse sua madre. Non intera: prima il cappotto color cammello che portava l’inverno in cui si ruppe il femore; poi, più avanti, il modo in cui inclinava il capo davanti alle vetrine. L’uomo non disse nulla. Era cambiato abbastanza da non essere più nemmeno suo figlio.</p>
<p>Una mattina di un mese qualunque, il tassista disse:</p>
<p>«Ci siamo quasi.»</p>
<p>L’uomo non reagì. Lo aveva già sentito due o tre volte, forse di più.</p>
<p>Fuori comparvero strade sempre più note. La panetteria all’angolo con la saracinesca rigata, il tabaccaio, la cancellata verde della scuola, il platano storto che sollevava i sampietrini con le radici.</p>
<p>Si sporse in avanti. «Questo lo riconosco.»</p>
<p>«Immagino di sì.»</p>
<p>Il cuore cominciò a battergli forte.</p>
<p>Anche il negozio di ferramenta dove aveva rifatto le chiavi. Il fruttivendolo che teneva le cassette delle arance così in fuori che se eri distratto ci andavi contro. E il bar dove, il giorno del rogito dei suoi genitori, avevano festeggiato con un prosecco e un succo all’albicocca.</p>
<p>Il taxi rallentò. Svoltò nella sua via. E davanti al portone, si fermò.</p>
<p>L’uomo rimase qualche secondo fermo.</p>
<p>Il condominio era lì. Il citofono con i nomi storti. La cornice annerita dell’ingresso. Il vaso di orchidee finte nell’androne. Al terzo piano, dietro la finestra del soggiorno, gli sembrò di vedere il riflesso del cielo sulla parete vuota.</p>
<p>Si toccò la tasca per sentire le chiavi. Non si erano mosse da lì.</p>
<p>«Sì… Siamo arrivati. Quanto le devo?»</p>
<p>Il tassista spense il motore.</p>
<p>Poi girò il tassametro verso di lui. L’uomo guardò la cifra. La lesse una volta.</p>
<p>Poi una seconda.</p>
<p>Poi avvicinò il viso come se il problema fosse la vista.</p>
<p>Ma quello era il prezzo da pagare. Non arrotondato. Non approssimato. Esattamente quello. Fino agli ultimi tre nove che l’agente immobiliare gli aveva suggerito per ragioni psicologiche e che ora gli si ribaltavano addosso come una maledizione.</p>
<p>Sentì un vuoto nelle gambe. «C’è un errore.»</p>
<p>«È stata una corsa lunga.»</p>
<p>Guardò il portone. Poi di nuovo il tassametro. Poi l’uomo davanti a lui. Studiò per la prima volta con attenzione il suo volto: sui cinquanta, forse meno, con un viso ordinario, pulito, senza alcun tratto memorabile se non l’indifferenza. Le mani sul volante erano asciutte, curate. Lo guardava con la calma di chi si presenta a un appuntamento dopo essere arrivato in anticipo.</p>
<p>«Nessuno può pagare una cifra simile per una corsa in taxi.» Ridacchiò. «Chi è lei, il Diavolo?»</p>
<p>Allora rise anche l’uomo davanti. «Possibile che non l’abbia capito?»</p>
<p>Si fermò. E capì. Il cliente. Lo pensò con la fatalità con cui si sarebbe scritto il nuovo cognome sul citofono del terzo piano a sinistra.</p>
<p>Un colpo di fiato. «Questo non ha nessun senso.»</p>
<p>«Al contrario. Ci serviva quella cifra.»</p>
<p>«A lei! Ma io che ci guadagno?»</p>
<p>«Lei ha avuto la sua corsa.»</p>
<p>«È assurdo.»</p>
<p>L’uomo davanti si girò a guardarlo. «Lei aveva un immobile di cui voleva liberarsi e io un mezzo. Lei ha chiamato e io sono venuto.»</p>
<p>La cifra non si muoveva più. Era arrivata dov’era necessario arrivasse.</p>
<p>«Lei mi ha truffato.»</p>
<p>«Non direi. La corsa è stata reale.»</p>
<p>Guardò fuori. Dietro quel portone c’erano trentadue anni di vita compressi in settanta metri quadri: le domeniche di febbre, la muffa nell’angolo nord, il primo stipendio contato sul tavolo della cucina, il padre seduto vicino alla finestra con le scarpe ancora ai piedi, la donna che una notte di agosto gli aveva detto che non sarebbe rimasta, il soffitto osservato per ore quando il sonno non arrivava, il silenzio dopo i temporali, la piastrella rotta, l’alone del quadro all’ingresso, l’odore del detersivo nelle mattine d’inverno.</p>
<p>«Lei non può comprarsi una casa così,» disse.</p>
<p>«Perché no?»</p>
<p>«Perché non si comprano le case con una corsa in taxi.»</p>
<p>«Molti le comprano con molto meno.»</p>
<p>Strinse le chiavi nel pugno fino a farsi male. «E adesso dovrei semplicemente darle le chiavi?»</p>
<p>«Se preferisce possiamo salire insieme. Controllo lo stato dell’immobile.»</p>
<p>La frase lo colpì più di tutto il resto. Non la truffa, non l’assurdo, non la cifra. Quel tono professionale, quasi notarile. Era questa la cosa più intollerabile.</p>
<p>Guardò ancora quella cifra. Esatta. Guardò il portone.</p>
<p>Dal balcone del primo piano una donna scosse una tovaglia a fiori. Le briciole caddero nel vuoto e si dispersero nell’aria. Qualche briciola cadde sul parabrezza.</p>
<p>«Lei cosa ci farà?»</p>
<p>«Ci abiterò.»</p>
<p>«Tutto qui?»</p>
<p>«Non basta?»</p>
<p>Non seppe rispondere. Era la risposta più terribile. Non speculazione, non vendetta, non truffa. Solo abitare. Entrare, sistemare le proprie cose, aprire le finestre, mettere una tazza in un pensile, dormire dove lui aveva dormito, guardare la stessa luce arrivare sul pavimento.</p>
<p>Il cliente tese una mano aperta, discreta, verso le chiavi.</p>
<p>Avrebbe potuto scappare. Attraversare la strada, infilarsi nel bar all’angolo, chiamare qualcuno, gridare. Ma raccontare cosa? Di aver preso un taxi troppo a lungo? Che il tempo era scivolato troppo in fretta? Che il taxi non era solo un mezzo ma anche il fine?</p>
<p>Aprì il pugno.</p>
<p>Le chiavi gli lasciarono nel palmo un segno rosso.</p>
<p>Le posò sulla mano del cliente, che le prese senza avidità, come si ritira un documento atteso o un testimone alla fine di una corsa.</p>
<p>«Grazie,» disse.</p>
<p>«E io?»</p>
<p>L’uomo infilò le chiavi nella tasca interna della giacca e il tassametro tornò lentamente a zero.</p>
<p>«Se vuole,» disse al passeggero, «posso riaccompagnarla a casa.»</p>
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		<title>Oltre la diaspora. Storie di fantasmi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/28/oltre-la-diaspora-storie-di-fantasmi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Comberiati]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Daniele Comberiati</strong> <br />
Quello che segue è un estratto del primo capitolo del romanzo Oltre la diaspora. Storie di fantasmi uscito per Rubbettino.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Comberiati</strong></p>
<p><em>Quello che segue è un estratto del primo capitolo del romanzo </em>Oltre la diaspora. Storie di fantasmi<em> uscito per Rubbettino. Nel libro si racconta la storia di </em><em>Antonio, rimasto a vivere in Italia, mentre tutti intorno a lui partivano: Barcellona, Amsterdam, Stoccolma, i racconti dei suoi amici espatriati riempiono gli spazi ormai vuoti della sua città. Un giorno riceve una telefonata: il suo amico Livio, emigrato da tempo nel quartiere di Sant Andreu, a Barcellona, è sparito nel nulla. Ma Livio non è il solo ad essere scomparso: Silvia ad Amsterdam, Francesco a Stoccolma, e con loro molti espatriati italiani di cui all’improvviso non vi è più traccia. Antonio inizia così una ricerca impossibile, nei suoi affetti e nella diaspora italiana di ieri e di oggi, affidandosi a memorie personali e a documenti storici. Le lotte sociali di Barcellona all’inizio del secolo, con gli italiani che combattevano nei due fronti, fra gli anarchici e gli agenti infiltrati; la “rivolta degli spaghetti” nella Amsterdam del 1961, quando gli emigranti che lavoravano al porto pretesero cibo decente; i quartieri operai nella Stoccolma degli anni Sessanta e Settanta, un tempo ghetti e ora trasformati in quartieri di lusso. La fuga dei cervelli attuale si lega all’emigrazione storica, attraverso un viaggio nelle tre città che è destinato a non finire mai: perché chi è partito è già diventato altro e gli italiani che cerca Antonio, semplicemente, non esistono più. </em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-119540" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-768x1024.jpg" alt="" width="538" height="717" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-1536x2048.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-scaled.jpg 1920w" sizes="(max-width: 538px) 100vw, 538px" /></p>
<p>Il treno che usciva da Torino percorrendo orizzontalmente la Francia meridionale era uno dei vanti della Rotschild. Quel modello spaccava l’Europa in due: Budapest, Vienna, Torino, Nizza, Barcellona, l’oriente e l’occidente, il nord e il sud del continente erano finalmente riuniti. Anno di grazia 1884, la locomotiva aveva una forma basica nella sua semplicità: macchina con quattro grandi ruote per ogni lato, un fumo nero denso che usciva dal fumaiolo (come una ciminiera&#8230;), il tender che sembrava scoppiare per quanto era pieno. Carbone, vapore, fumo, pistoni, cilindri: quel modello era il simbolo di un mondo che era già cambiato, ma an- che una testa di ponte, o un cavallo di Troia. I padroni lo avevano fatto costruire a operai malpagati e sfruttati, e ora proprio quegli operai lo avrebbero utilizzato per trasportare non le merci del capitale, ma le idee della rivoluzione.</p>
<p>Sono anni strani: in Francia un secolo prima c’è stata la rivoluzione, ma la gente continua a sentirsi sfruttata e a scendere in piazza. L’Italia è da pochi anni finalmente unita, eppure i contadini del sud sono poveri come prima, alcuni anche di più. Nelle fabbriche tedesche e inglesi, teoriche avanguardie della rivoluzione industriale, si fanno strada idee diverse, conflittuali, ma accomunate dal desiderio di cambiare, abbattere, andare oltre. Perfino i commerci olandesi e belgi sono in crisi: cominciano a circolare anche lì, apparentemente indistruttibili, i libri di Marx ed Engels, ma la cosa più strana è che questi libri per alcuni sono già vecchi. Bakunin ha passato diversi mesi in Italia a spiegare a operai e contadini che non c’è rivoluzione comunista che tenga se si continua a mantenere l’idea di Stato. Lo Stato, dice Bakunin, conserva i rapporti di potere, le gerarchie, lo sfruttamento. È la semplice sostituzione di una classe sociale con un’altra, per quanto maggioritaria. Ma è davvero questo che vogliamo, dopo una rivoluzione?</p>
<p>No, certo, o almeno non tutti. Molti militanti italiani sono frustrati. Hanno combattuto per l’unità nazionale accanto a Garibaldi pensando a Mazzini e credendo di cambiare il mondo. Si sono ritrovati Cavour, il massacro dei briganti e i Savoia. Alcuni, come Foscarini, sono ancora giovani. Hanno creduto in Venezia e si ritrovano Crispi che vuole invadere l’Eritrea. Hanno sognato l’internazionalismo e la caduta delle frontiere e si sono svegliati nel colonialismo di fine Ottocento. Per loro, come per Bakunin, la dittatura del proletariato è solo una dittatura. Nessuna delega, nessuna rappresentanza. Se la massa si ribella, la massa prenderà il potere. Foscarini è uno dei più accesi, nei dibattiti a fine turno nelle campagne emiliane: contro i padroni, contro il Re, ma anche contro il sindacato e contro il partito, ennesimi esempi di un potere centrale che vuole reprimere la forza del popolo.</p>
<p>Qualcuno ne parla a qualcun altro che aveva conosciuto per vie traverse Bakunin, o una cosa del genere. Anche nel movimento anarchico, sottili come steli d’erba ma ugualmente fastidiose nel solleticare la superficie del corpo, esistono le gerarchie. Magari non entrano nel sangue, ma segnano l’epidermide provocandole un ricordo fisico leggero ma non per questo più facile da dimenticare. È uno di questi “emissari” che lo contatta. C’è bisogno di te, in Europa. Ogni idea va amata, come una religione. C’è bisogno di gente che sappia trasmettere il Verbo. E tu, caro Foscarini, sei tra gli eletti.</p>
<p>Per questo su quel treno diretto a Barcellona, nella primavera del 1884, c’era anche il giovane italiano. E con lui decine di anarchici, socialisti, comunisti e -isti vari, pronti a portare testa, cuore e pancia nelle fabbriche catalane, dove si preparava – con toni epici – l’Esposizione Universale del 1887. E quindi cantieri, operai e padroni. E scioperi, boicottaggi, manifestazioni. Riunioni, scontri, rivolte.</p>
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			</item>
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		<title>La lavanderia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/16/la-lavanderia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Sebastiano Montesi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Sebastiano Montesi</strong> <br />
Ci incontravamo sempre alla stessa ora, gli stessi giorni: il lunedì e il giovedì, dalle diciassette alle diciotto. La lavanderia a gettoni si trovava a un centinaio di metri da casa mia. Sette chili a sette euro per lavaggio e asciugatura, oppure tredici euro per sedici chili.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sebastiano Montesi<img loading="lazy" class="wp-image-118721 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546.jpg" alt="" width="471" height="427" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546.jpg 817w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546-300x272.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546-768x697.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546-463x420.jpg 463w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546-150x136.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546-696x631.jpg 696w" sizes="(max-width: 471px) 100vw, 471px" /></strong></p>
<p>Ci incontravamo sempre alla stessa ora, gli stessi giorni: il lunedì e il giovedì, dalle diciassette alle diciotto. La lavanderia a gettoni si trovava a un centinaio di metri da casa mia. Sette chili a sette euro per lavaggio e asciugatura, oppure tredici euro per sedici chili. Indicativamente, ci lasciavo giù una trentina di euro al mese. Però era comodo. Mi risparmiavo la fatica di stendere i vestiti e di aspettare che asciugassero. Li ritiravo dall’asciugatrice ancora caldi e li piegavo ordinatamente nella sacca. Poi tornavo a casa. In tutto ci mettevo un’ora, un’ora e un quarto. Sempre lo stesso programma – tiepido, a 40 °C – e lo stesso detersivo al muschio bianco. La lavatrice che avevo in casa non la utilizzavo mai. Me l’aveva lasciata il proprietario precedente, ma dopo un paio di lavaggi avevo preferito lasciarla lì, in bagno, inutilizzata. Preferivo quel rito compassato di andata e ritorno, l’odore caldo di detersivo e di tessuto cotto. Mi dava un’idea di pulizia. Mi ricordava qualcosa che non ricordavo.</p>
<p>Mara aveva gli stessi orari. Arrivava in lavanderia trascinandosi una grossa valigia Samsonite e caricava due cestelli – uno tiepido e l’altro freddo, per i delicati – con due tappi ciascuno di detersivo alla lavanda. Quindi ci sedevamo entrambi sulla panca di fronte alle macchine, a osservare la rotazione dei nostri vestiti e lo sciabordio dell’acqua schiumata che si infrangeva sul vetro nero dell’oblò. Era un suono rilassante, in qualche modo. A me piaceva soprattutto quando la macchina accelerava, nella sezione centrale del lavaggio, e il suono si faceva più sottile, più acuto, e i vestiti si appiattivano alla superficie del cestello per la forza centrifuga della rotazione. Mara, invece, credo preferisse il suono della fase finale, quando la macchina rallentava e i vestiti, appesantiti dall’acqua, ricadevano verso il basso con un leggero tonfo. Un tonfo lento e dritto, matematico. Risalivano e poi cadevano, seguendo la rotazione lenta del cestello, troppo lenta per tenerseli stretti. In quei momenti, Mara si piegava in avanti, appoggiava i gomiti alle ginocchia e osservava l’oblò riempirsi dei suoi vestiti in caduta libera. Credo le piacesse, sì. O forse si preparava solo alla fine del ciclo, a scattare in avanti al suono della macchina che sarebbe seguito all’ultima, rapida centrifuga. Magari entrambe le cose.</p>
<p>La mia centrifuga durava di più. La impostavo sempre alla potenza massima, per essere sicuro di non dover utilizzare due cicli di asciugatura e poi, soprattutto, perché durante la centrifuga la macchina girava al massimo, di nuovo, e i vestiti aderivano come panni alla superficie del cestello, anche più che durante la fase centrale, e il suono della macchina era un fischio acuto e meccanico, sempre più acuto, e l’oblò era semplicemente una finestrella vuota, nera. A quel punto mi ingobbivo anch’io. Appoggiavo i gomiti alle ginocchia e piegavo la schiena in avanti, nella stessa posizione di Mara, e per un paio di minuti ce ne stavamo così, paralleli e simmetrici, ognuno a osservare la propria macchina e nient’altro. Poi la sua emetteva il suono di fine ciclo. Lei si alzava, svuotava il primo cestello e di tanto in tanto lanciava delle rapide occhiate alla mia, che le vibrava accanto, rabbiosa, alla potenza massima. Ne sembrava quasi spaventata. I suoi vestiti erano molto più delicati.</p>
<p>In quanto a noi due, gli unici sguardi che ci lanciavamo erano filtrati dallo specchio che separava le nostre lavatrici, posizionato di fronte alla panca. Era un grosso specchio verticale, alto fino al soffitto e largo all’incirca un metro: la stessa distanza che ci separava sulla panca, ognuno di fronte alla propria macchina. Ci guardavamo solamente attraverso quello specchio, di sfuggita, mantenendo entrambi lo sguardo basso. Lei mi guardava le mani e le ginocchia. Io le mani e le caviglie. Ogni tanto ci prendevamo il rischio di guardarci in volto, sempre attraverso lo specchio, ma quando capitava che i nostri occhi si incontrassero distoglievamo lo sguardo rapidi, imbarazzati, sorridendo lievemente.</p>
<p>Gli occhi di Mara erano verdi come i miei. Solo un po’ più chiari. Aveva le mani curate e le caviglie sottili. Le labbra d’un rosa leggero e i capelli castani. La sua pelle mi sembrava molto liscia. Poi c’erano i vestiti. Erano vestiti colorati, di buona fattura. Alcuni eccentrici, altri più formali. Dal suo cestello, avrei detto che lavorava in qualche ristorante. Oppure in qualche hotel. Chi sa perché. Dei miei vestiti, invece, chi sa cosa pensava lei. Delle mie t-shirt bianche e nere, dei miei cargo beige e verdi, neri e blu. Delle mie felpe e dei miei golf bucati. La biancheria cercavamo entrambi di nasconderla, soprattutto lei. Quando apriva la sua Samsonite, in bella vista c’erano soltanto t-shirt e camicie. Dopodiché io mi voltavo, senza darlo a vedere, quel tanto che bastava a non farla sentire osservata, e lei affondava le mani nei vestiti, afferrando la biancheria da sotto e tenendola a contatto con i vestiti che vi aveva posizionato sopra. Quindi gettava tutto nei cestelli, rapida. Selezionava il programma e si sedeva accanto a me, a un metro di distanza, di fronte allo specchio.</p>
<p>L’asciugatura era più noiosa. Non c’era niente da guardare. Nient’altro che il rumore dei vestiti – un tonfo regolare, cadenzato – e il calore che filtrava dalle fessure dello sportello e spandeva il profumo dei nostri detersivi per tutto il locale – un profumo molle e vaporoso, gonfio di cotone. Durante l’asciugatura, per i primi dieci minuti, Mara usciva a fumare una sigaretta. La osservavo con la coda dell’occhio fumare nervosa – o almeno era questa la mia impressione – e poi spremere la sigaretta nel posacenere di fianco all’ingresso. Quindi rientrava, senza fretta, e l’odore dei nostri detersivi si mescolava a quello del tabacco bruciato. Mara tirava fuori una scatolina di mentine e ne buttava giù un paio. Poi guardava l’ora, sempre. Trascorrevamo gli ultimi venti minuti in silenzio, come gli altri sessanta. Io a leggere polizieschi e lei a sfogliare pagine su pagine di <em>Death Note</em>, con il manga appoggiato sulla coscia e le gambe accavallate, la caviglia sottile che ballava inquieta.</p>
<p>Un giorno di maggio decisi di vendere la lavatrice. In fondo, dopo quei primi due lavaggi, non l’avevo più utilizzata. In bagno mi occupava solo spazio e io preferivo la lavanderia a gettoni. Misi un annuncio online e ricevetti una prima offerta dopo un paio di giorni. Il prezzo era ridicolmente basso, ma non m’importava, non ci avrei comunque fatto granché. Vennero a ritirarla nel pomeriggio, un lunedì. Due ragazzi sudamericani la caricarono sull’ascensore e poi su un camioncino a noleggio. Quindi sgommarono via. Io recuperai la mia sacca e me ne andai in lavanderia.</p>
<p>Quel lunedì, Mara arrivò dieci minuti più tardi. Sembrava stanca. Caricò i due cestelli e poi, al momento di chiuderli, mi chiese se potesse usare un po’ del mio detersivo. «Giusto due tappi» disse. Il suo l’aveva finito. Le allungai il flacone sorridendo: «Solo due?». Sorrise anche lei, svuotò due tappi in entrambi i cestelli e mi riconsegnò il flacone, lanciando una rapida occhiata all’etichetta. «Ha un buon odore» disse.</p>
<p>«Non è male» risposi.</p>
<p>Fu l’ultima volta che la vidi.</p>
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		<title>La storia di F.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/28/la-storia-di-f/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 06:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[laura mancini]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Laura Mancini</strong> <br />
Perversione in fin di vita dice la mia amica quando le racconto la storia di F., gli alberi assentono frusciando compatti intorno alla panchina che ci costringe l’una accanto all’altra e tutto, ogni suono del parco, sembra convenire sul verdetto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Laura Mancini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-118151 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-1024x757.png" alt="" width="618" height="457" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-1024x757.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-300x222.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-768x568.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-1536x1136.png 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-568x420.png 568w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-150x111.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-485x360.png 485w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-696x515.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-1068x790.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red.png 1766w" sizes="(max-width: 618px) 100vw, 618px" /></p>
<p>Perversione in fin di vita dice la mia amica quando le racconto la storia di F., gli alberi assentono frusciando compatti intorno alla panchina che ci costringe l’una accanto all’altra e tutto, ogni suono del parco, sembra convenire sul verdetto. Non sapendo come risolvere l’amarezza in cui lei si contorce per non potermi dire il suo sprezzo sghignazzo, frugo nella borsa, ribatto può essere, scalcio una pigna e rido stavolta più forte come per essermi convinta, la conversazione assume un tono sfrontato da tenzone un po’ sciocca. L’amica sorride interdetta e tentenna, da quando ho smesso di parlare si alza e risiede, tocca il naso e i capelli, accende una sigaretta dopo l’altra, le basta così poco per animarsi. Sediamo a due passi dal bar del parco, in un giorno feriale di metà settimana. Non ci sono che coppie di pensionati, amanti dei cani e un personal trainer che stantuffa il cornetto nel caffellatte fissandolo serio con aria omicida. L’ho visto arringare una squadra su e giù per la collina, sopra e sotto l’arco, più veloce ancora più veloce, cash o paypal e ci vediamo venerdì. L’amica accenna un verso di scontento ma dovrà contenersi, lasciare all’implicito l’errore morale di cui mi fa carico. Il vento, banalmente, fischia “sarà”.</p>
<p>La villa è curvilinea, multiforme, intima e piena di anfratti bizzarri che ne fanno il carattere isolato, l’intenzione boschiva, l’accenno labirintico. Quando la perimetro a razzo oppressa dai podcast bofonchio insolenze contro l’utenza – liberi professionisti di zona, borghesia commerciale, ciclisti della domenica. Gente tanto inabile a godere dell’ozio da ridursi a pagare qualcuno da cui farsi urlare pronti partenza via, ginocchia alte, correre correre, e stop, recupero, recupero. Nei boschetti periferici che non mi stanco di fotografare ma di rado percorro intendo un’atmosfera, un’idea: di natura in città, di altro mondo a portata.</p>
<p>La storia di F. è figlia di questo luogo, gli è legata in modo scabroso. Io che ne sono l’unica testimone l’ho appena ripetuta con la nonchalance dei fatti; belli o brutti, essi sono accaduti. All’amica ho riportato i dettagli affinché la vicenda deflagri e significhi <em>qualcosa</em>, movimenti una situazione altrimenti dimenticabile. È iniziata così ed è finita colà. Confido in un dignitoso risvolto: prima o poi giungeranno i chiarimenti, le esegesi, le teleologie, il caso sarà sbrogliato e archiviato. Per questa ragione non mi imbarazzano gli sguardi sarcastici, le scosse di dissenso, i commenti a rinculo come <em>perversione in fin di vita</em>. Ma la vita di chi?</p>
<p>Dal giorno in cui mi è stato asportato un sospetto sarcoma per la biopsia di cui mi diranno, ogni istante è droga più di quando pensavo: farò come voglio, lo farò fino in fondo, ma poi correvo in ufficio, rispondevo alle e-mail ed ero una pavida ingloriosa pedina, schiava sociale al soldo dei mostri. Ora non più, il terrore di finire mi ha conferito coraggio, rancore, molto entusiasmo. Del binomio edonismo e malanno sarà banale l’idea ma è benefico l’effetto: in questo tempo sospeso, mentre gli alberi frusciano uguali a sé stessi e gli animali si infrattano ignari di tutto, agisco con più ritmo che cura e, nella certezza della morte, vivo convinta senza perdermi in chiacchiere. Dunque eccola qui, la storia di F.</p>
<p>Vidi F. per la prima volta senza sapere chi fosse. Passeggiavo rapida e senza meta con l’unico fine di battere un record, ma non è semplice avanzare a nastro tra buche e tombini, bar e boutique, vicoli mozzi ingolfati dalle orde turistiche del giubileo permanente in cui questa città lentamente muore. Dunque procedevo a strappi e nervi e spallate scontente sperando di non schiantarmi sul gruppo di colleghe perbene che aveva ricevuto in risposta all’invito a pranzo la mia consueta gelata su un incontro, un caffè, il ritiro di un pacco, qualunque cosa purché suonasse bugiarda e loro capissero, una volta per sempre, di non dovermi scocciare. Bloccata in coda dietro una comitiva di donne dell’est con la pettorina gialla intercettai un soggetto eccentrico – blazer sartoriale camicia in seta lavata mocassini calzini occhiali in titanio orecchino astuccio da pipa e la nota pazza dei bermuda avvitati, da cadetto o giovane di montagna. Rideva sicuro di sé tenendo una mano in tasca e l’altra a mezz’aria, con le dita un po’ aperte nel numero tre, si stringeva il naso d’aquila tra l’indice e il pollice soffiandovi dentro per ridersela ancora e si assestava schiaffetti affettuosi come a dire che tipo che sono, spacciato ma in gamba, poi passava a scompigliarsi il mullet nello stesso impeto di auto-tenerezza e insomma tutto il suo corpo esprimeva col ballo il grande spasso della conversazione. Registrai la presenza invidiando quello stare a proprio agio nel mondo senza gruppi da schivare né gruppi dietro a cui accodarsi, quell’inconsapevole tip tap tra una cosa e l’altra per riaversi dalla mediocrità settimanale. Detestabile <em>e</em> desiderabile, pensai riprendendo la foga della marcia, diametralmente opposto all’intrico di rabbie in cui mi contorcevo enumerandone le fonti: l’orrore per il carisma del mio ex marito, il fallimento del dialogo emotivo col mio bambino, il sadismo del capo che mi tratteneva in ufficio con improvvise consegne del tramonto da smontare al cospetto della mia schiera per congedarmi con un riparliamone domani, quando ci avrai pensato meglio.</p>
<p>Ti presento mio marito F., disse V., la madre del nuovo compagno di classe di mio figlio. I bambini erano alle prese con una prova di atletica non proprio brillante, sempre lì al parco, all’ora in cui i ginnasti della mattina erano ormai in sauna da un pezzo e al bar, tra i tavoli delle signore, circolavano teiere gonfie di bustine industriali. Gli alberi tacevano attoniti per la modestia del parterre. Era un autunno caldo e straniato che mortificava ogni sogno e a questo imputavo l’impasse in cui il mio bambino stanziava senza sapersi risolvere a giocare, fare i compiti, scherzare e scarabocchiare come gli altri. La prova di atletica doveva essere lo slancio perché spiccasse il volo. V. era la mamma di un alunno altrettanto esiliato, fresco di trasloco, bilingue e spiantato, delicato, introverso, alla prova di atletica eravamo andate insieme come a una terapia familiare. Dopo l’automatico piacere F. mi disse ma io ti conosco! ti vedo sempre camminare davanti al mio studio. Sorrisi senza confermare, allora chiese: sei tu? Credo di sì soffiai bisbigliando l’indirizzo esatto, ma questo e poi basta, cambiammo argomento.</p>
<p>V. era bella e rigogliosa come una pianta da frutta. Nata a Capo Verde, aveva vissuto in tutto il mondo, ora comprava e rivendeva ceramiche, cuciva oggetti a uncinetto, aveva appena iniziato a meditare, la pratica stava cambiando la sua <em>percezione della realtà</em>, il suo <em>attaccamento al terreno</em>. Ai miei occhi conservava i pregi dell’infanzia e l’esperienza dell’età adulta, trasformava in oro tutto ciò che toccava, era una musa, una lupa, una specie di incanto. Andammo altre due o tre volte ad atletica senza troppe speranze per quei poveri fessi, poi prendemmo a vederci da sole, al mattino, quando io disertavo l’ufficio per difendermi dall’infamia del capo e lei si concedeva una pausa dalle mille piacevoli attività di cui era fatto il suo giorno. Desiderava <em>respirare l’aria della natura</em> che aveva nutrito la sua salubre infanzia e ora che cos’era questo traffico!, esclamava indicando la strada intasata a valle del parco.</p>
<p>Il mio ex marito durante gli ultimi anni in cui avevamo provato a tenere insieme il tutto si era trasformato in uno strano fantoccio. Vestiva con eleganza, giocava a padel e a poker, partecipava ai convegni, girava video dei propri discorsi che poi <em>caricava</em> per monitorare come <em>performassero</em>. Ogni tanto mi portava la colazione a letto, invitava a pranzo fuori, regalava un massaggio, dei fiori un po’ andati, una friggitrice ad aria, ma con gli occhi vitrei e il corpo nervoso di un serpente. Quando si infervorava indirizzava i suoi messaggi motivazionali proprio a me che lo osservavo esterrefatta, a me che non comprendevo la sua lingua e sentivo montare una vertigine, il senso ormai nitido di un abisso. Credo si allenasse. A suo dire avrebbe <em>dato tutto sé stesso</em> perché godessi della nostra fortuna, mi prendessi i miei spazi, <em>abitassi il mio corpo</em>. Si era ormai trasformato in un mental coach e non era uno scherzo ma il modo in cui si presentava ai genitori della classe del nostro innocente ragazzo gettandomi in un imbarazzo ricco di sfumature: il rancore, il rimpianto, lo stupore, l’angoscia. Ogni famiglia camuffa una vergogna e quella era la mia. La mia personale sconfitta di essere umano.</p>
<p>Alla lunga i bambini divennero amici. Quando incontravo F. ci teneva a esaltare il sodalizio facendola più grande del dovuto. Restava allegro come in quello sketch del telefono che non avevo mai confessato di aver spiato, sempre su di giri e gasato per fatti semplici come guardare due ragazzini che giocano al parco. Una volta, mentre aspettavamo che V. tornasse dal bar con l’acqua mi disse sai a chi fa bene più che a chiunque altro l’amicizia dei bacarozzi? (chiamava i bambini bacarozzi), a mia moglie, perché frequentandoti resta nel mondo, vede come vivono le altre donne, lavorando e passando per tutti gli umori, intendendo anche quelli tetri e disperati che tu incarni. Mi mise una mano sulla spalla, una sola mano ma grande e forte, ben salda, che mi chiuse la gola.</p>
<p>Due giorni di meditazione trascendentale, disse V., in Toscana e F. oberato per la consegna di una gara, senso di colpa, che faccio non vado? Ci sono io, promisi, nessun problema: mentre lavoro la baby sitter, quando torno le pizze, un film, lascio scegliere a loro, affare fatto. Ma avevo sbagliato, sbagliavo sempre per via del capo che mi aveva convinta di essere una persona orientata al collasso progettuale – la mia visione era bidimensionale, la mia fantasia limitata. Quel fine settimana spettava al padre, sarebbe stato lui a guardia dei bacarozzi, lui a comprare le pizze e proiettare la pellicola. Certo, confermò lui con slancio, era felice di potersene occupare, io avrei avuto tempo per <em>raccogliere le energie </em>– da tempo mi spiegava che nell’eventualità della malattia il mio atteggiamento sarebbe stato fondamentale, da questo sarebbe dipeso molto, forse tutto.</p>
<p>Non avevo grandi possibilità di svago sociale, la mia amica era a Capri per l’addio al nubilato della sorella minore, mi inviava messaggi biliosi criticando ogni gesto e ogni suono col cuore pietrificato dall’eccesso di famiglia. Dunque mentre il tramonto saltava brutalmente in una notte lastricata di nero senza stelle né nuvole né fascinose nebbioline, mi dedicai a un libro che mi rattristava e colmava di ammirazione in pari misura. Se fosse stato un paesaggio l’avrei detto scosceso, a picco, puntuto, ghiacciato e poi infuocato, ma non era un paesaggio, era una storia terribile di cui intuivo la prossimità. Dunque poco dopo l’alba, così presto e ancora così scossa dalle pagine notturne, mi convinsi a una camminata convulsa che non raccogliesse ma azzerasse le energie per poter ricominciare dal niente.</p>
<p>Nel folto del parco, tra alberi ormai apertamente ostili, in uno dei boschetti proibiti dove si inoltravano solo i padroni di cani ribelli al circuito d’asfalto e inclini, per loro canina pazzia, a un deragliamento fuori pista, scorsi una figura nel vapore emanato dalle piante. Una figura fatta di due, a ben vedere, una specie di ariete, con una gran testa scatenata, come in preda a un tremore, e un corpo doppiato sul fondo, che rivelava un secondo soggetto. Colta da una curiosità che era forse intuito di orrore, mi avvicinai coi passi di un cacciatore di quaglie, decisa a scontornare la cosa per bene e così riconobbi il mullet, l’orecchino, il naso d’aquila puntato al cielo. F. emanava una sorta di rantolo, virando la solita iperbole espressiva all’estasi che non gli si addiceva affatto. Alla sagoma nota del corpo di sopra seguiva una seconda che non seppi definire sul momento ma una foto avrebbe chiarito. Clic, fece il cellulare, ma né F. né l’altra persona ne furono distratti.</p>
<p>Andai a prendere i bambini anticipando di poco l’orario concordato dai padri. Sul vialone le macchine impazzivano isteriche verso il sabato sera in un tripudio di luci che sembravano pretendere qualcosa. V. mi ha chiesto di tenerli ancora un po’ e volevo liberarti, dissi con occhi innocenti al mio ex marito che da quando allenava menti sapeva però leggerle. Fece cadere senza neanche un sermone, con l’eleganza che doveva provenire da un vantaggio privato e lasciò che portassi via i piccoli aiutandomi a rifare gli zaini e infilare le giacche. Legati i due al sedile posteriore dell’auto davanti a un cabaret di pasticcini mi misi di vedetta appoggiandomi alla fiancata come un poliziotto in borghese. Cantai cambia todo cambia pensandolo davvero e i rami per confermarlo mi persero tutte le foglie addosso frusciando piano, un’ultima volta.</p>
<p>F. era raggiante, indossava una felpa, sneaker ricamate per non essere mai da meno, un cappellino di fustagno senza visiera. Mi diede due baci come a una cugina e poi aprì la tiritera sulla riconoscenza, lo stress, il fare rete che mi chiarì come dal suo atteggiamento dipendesse molto, forse tutto. Davanti alla foto il sorriso gli si compresse in una stinta secchezza. Disse una cifra a bruciapelo con la prontezza di chi si era già trovato in quella posizione. Il dettaglio non sembrò impressionare la mia amica ed era invece centrale: è stato F. a disporsi al sommo degrado, F. ad andare per le spicce, e dunque non mi pento di aver giocato al rialzo perché a ciò che gli suggerivo, un chiarimento, la sua idea di pagare ha contrapposto la promessa di liberazione, un premio per me che ne merito eccome. La fine dei tempi in cui un uomo si sia fatto forte del dirmi riparliamone domani, quando ci avrai pensato meglio si schiarì tra le ultime foglie, fulgida come lunghi futuri senza sarcomi. Penserò a tutt’altro, dissi allora agli alberi nudi, e presi ciò che volevo senza tanti problemi.</p>
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			</item>
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		<title>In viaggio verso Casarsa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/20/verso-casarsa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Casarsa]]></category>
		<category><![CDATA[Massimiliano Gusmaroli]]></category>
		<category><![CDATA[pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Massimiliano Gusmaroli</strong> <br />
Nel buio dello scomparto del treno che mi porta a Trieste, continuo così ad ascoltare questa «roba», questi pezzi composti da dj, non da musicisti diplomati al conservatorio]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimiliano Gusmaroli</strong></p>
<p>[Brano tratto da un racconto lungo, inedito, intitolato <em>Verso Casarsa</em>]</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-117227" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1.jpg" alt="" width="849" height="604" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1.jpg 849w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1-300x213.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1-768x546.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1-590x420.jpg 590w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1-150x107.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1-696x495.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 849px) 100vw, 849px" /></p>


<p>Nel buio dello scomparto del treno che mi porta a Trieste, continuo così ad ascoltare questa «roba», questi pezzi composti da dj, non da musicisti diplomati al conservatorio (benché il sintetizzatore vi sia ormai entrato come strumento riconosciuto); questa musica fatta di suoni che nessuno strumento di legno o metallo può offrire e che quindi bene si sposano con la mia idea moderna, e con le mie visioni. Un&#8217;idea avveniristica che è pur sempre melodica, a quanto pare. Forse si scoprirà un giorno che anche questa musica è destinata alla classicità, ed io questo già lo so, lo sento. Già la vedo nella sua potenza ancora incompresa tenere testa fieramente al Requiem di Mozart. Questa roba pur derivante da una cultura massiva e atomistica, caotica e informe, né umanistica né ordinata, ma che potrebbe suonare l&#8217;alba di un nuovo umanesimo. I cui suoni, pur deliranti e alienanti, pur performativi, sono forse a maggior ragione le note di una moltitudine che non è più una società, di una progenie occidentale orfana della società, in cerca di padri, di maestri, cioè di una società. Proprio come dei religiosi in cerca di dèi, questi seguaci senza guida, i cui moventi, pur edonistici e orgiastici, sono forse una nuova domanda di umanità e di storia. Ma questo simbolo musicale non riguarda solo una generazione di giovani sbandati, come dicono i sociologi laureati, bensì attiene, come tutto il resto, a tutti noi cresciuti nei decenni della Destituzione di tutto. È sicuramente così! come spiegare altrimenti le sensazioni che questa roba accende nelle mie orecchie fin nel mio animo seriamente pasoliniano? Laggiù, nel mio spazio profondo, là dove proprio questa musica mi dice, forse, che la mia antichità è stanca. E non me ne voglia Pasolini, ché non è lui l&#8217;antichità, pur essendo «una forza del passato», o, se lo è, è anche la modernità. «Bisogna essere moderni», diceva. Forse anche per questo una musica del genere non mi slega da lui, ma anzi bene mi accompagna.</p>



<p class="has-text-align-center">***</p>



<p>Casarsa della Delizia, nome che è una pura suggestione poetica. Luogo nativo della madre – il figlio vi apprese la vita rurale, la dolce «lenga furlana» e la passione politica; da cui pure fu bandito, per aver appreso il sesso. Mi ripeto allora, nel buio dello scomparto e nel sonno generale, quella breve poesia letta quand&#8217;ero ragazzetto di cui ho sempre ricordato a memoria i versi e che inizia con «Fontan d&#8217;aga dal me pais&#8230;». Commetterò forse degli errori, ma me la ricordo così.</p>



<p>Pasolini fu un poeta ben inserito nella tradizione. Non fu un Ginsberg. Tuttavia fu anche uno sperimentatore, un eclettico… sebbene rispettoso della tradizione. In fondo, con le sue modernità, non fu diverso da un Ariosto o da un Dante, ma proprio in questa «forza che viene dal passato» risiede la sua grandezza classica, che è per definizione durevole, resistente, giovane, e quindi moderna. Se dunque egli è stato il mio maestro, anzi «mio padre», come ho scritto sulle carte che consegnerò alla famiglia Pasolini, o al Centro Studi, eccomi dunque vagare con questa pasoliniana classicità in un mondo totalmente rivoltato contro ogni classicità, consunto e devastato dall&#8217;effimero come marchio primo del potere che lo tiene e lo organizza. E se come figlio di Pasolini sono dunque illegittimo davanti alla legge, per l&#8217;eredità che porto sono invece più che legittimo.&nbsp;</p>



<p>La musica mi scorre nelle orecchie, ma provo il disagio di non aver letto nemmeno un po’ e di dovermi addormentare così, come fossi indifeso. Me ne sto nella tenebra dello scomparto a riflettere ma so che dovrei anch’io riposare, visto il viaggio importante. Dormire, come questi filippini intorno a me. Ma so anche che io non sono come loro. Rimango infatti in sospeso, dolcemente eccitato dal viaggio verso Casarsa e amaramente in contrasto con me stesso, tra questa musica elettronica per svagarmi, per perdermi, per farmi opaco, e questi libri che ho qui nella borsa e sempre con me per concentrarmi, per avermi, per farmi vigile. Lettore avido, poeta e uomo civile interessato alla politica (ex sindacalista, per otto lunghi anni della mia vita), con un Pasolini che riassume in sé il modello che ho scelto; ma al contempo anche un ometto con gli auricolari, felicemente bombardato, che forse vorrebbe risolvere la politica impugnando una pistola e non sa più se amare o disprezzare questi filippini, e quei contadini verso cui sta viaggiando, come se troppo stretta fosse la vita per contenere tutte queste contraddizioni!</p>



<p>A Bologna i filippini si organizzano, salutano ed escono, dopodiché, di colpo, entrano nello scomparto due enormi ragazzine che fino ad allora avevo visto dormire curve e infastidite prima sugli strapuntini poi, dopo l&#8217;ennesimo morso del sonno, stese nel corridoio tra i piedi della gente. Precedono l&#8217;entrata di una donnona, la madre, anch’essa di carnagione chiara e giallastra, capelli biondi, meno longilinea ma esattamente selvatica e turbolenta come le figlie.&nbsp;Subentrate immediatamente dopo gli ordinati e ortodossi filippini queste tre slave, con una tempesta di sacchi a pelo già srotolati e lunghe cosce e lunghe braccia nude occupanti i posti lasciati dai loro predecessori, mi sono sembrate subito lo stendardo più vivido della varietà umana e dello spettacolo di cui è semplicemente capace il mondo nella sua alternanza di nazioni e carnagioni. Nonché il simbolo del viaggiare!</p>



<p>Delle due figlie una è alquanto scontrosa con la madre, forse la primogenita, forse adolescente. Il trucco marcato intorno agli occhioni infantili e cerulei, un po’ sbafato dall&#8217;insonnia, il taglio di capelli scaleno e l&#8217;orecchino che ci parla di trasgressione: è facile ravvisare una tendenza punk ma senza volgarità né degradazione, senza conformismo né quel falso pretesto filosofico che lo sorregge, ovvero non com&#8217;è nella spenta, triste, volgare, conformista, ignorante e arrogante sottocultura punk e anarcoide che si vede e riconosciamo a Roma nei cosiddetti Centri Sociali Autogestiti – di cui pure sono stato e sono un frequentatore, se a volte essi coincidono con la sinistra migliore di questo Paese in cui siamo costretti a far vigere il meno peggio. Al contrario, questa ragazzina, pur con una fissa smorfia un po’ brutta e antagonista verso la madre, è uno spettacolo di salute e cura, nonché di giovanile bellezza intatta. Nessun capo d&#8217;abbigliamento sdrucito, nessun tatuaggio tribale e conforme, nessuna puzza di cane malato e baciato in bocca&#8230; Hanno ambedue le figlie stupende corporature sviluppate, pelli immacolate, se pure un po’ abbronzate, d&#8217;un pallore solo un po’ smarrito, forse per via di una vacanza a Roma. Scenderanno a Pordenone, lo hanno detto al conduttore che all&#8217;altezza di Padova ci ha obliterato i biglietti e che in un inglese che mi ha colpito per la sua sforzata e italianeggiante pronuncia, nella quale purtroppo mi sono riconosciuto, ha intimato loro di avanzare di due carrozze poiché a Venezia il treno sarebbe stato spaccato in due: un pezzo avrebbe proseguito per Trieste e un altro per Pordenone.&nbsp;</p>



<p>Io devo arrivare alla fine. Non solo alla fine di questa tratta, a Trieste, ma alla fine dell&#8217;Italia, al confine. Luogo che vedo ameno e pronuncio con vigore, ma potrebbe benissimo essere del tutto insignificante. Tuttavia nella mia mente la parola «confine» produce significati e tutta un&#8217;accensione di vitalità. Anzi, oltre ai significati, mi procura un Senso.</p>



<p>Benché questa mèta sia estranea al viaggio pasoliniano e fuori dalla rotta di Casarsa comunque non è estranea al viaggiatore e fuori dalle rotte ideali dell&#8217;uomo che io sono, perciò è deciso: dopo Trieste prenderò la via per Gorizia e con un passo sarò dunque quasi in Slovenia.</p>



<p>Questo pezzo di treno sganciato e lanciato verso il confine, in cui ormai sono rimasto solo, a dondolare, a guardarmi ampio e compiaciuto nella mia solitudine anch&#8217;essa estrema, assume adesso questi significati e questo Senso del confine come dentro una simbolica coincidenza con me stesso, con la mia personalità <em>di confine</em>, per così dire, viaggiatrice da sempre tra ideali città, ai limiti di sé.&nbsp;</p>



<p>Città interiori in cui la poesia è legge. Per cui anche questo vagone notturno, infatti, è adesso avvolto nel suo essere poetico, cioè nel suo essere ferroso e fatto di ferroso rumore, in questo vento fittizio e potente che è suo, in questa luce bassa e a tratti unica nella notte che pure è sua, come questo suo forzato essere su una rotaia, in una corsa poetica ma quasi penosa poiché consumata in vecchia poesia, la sua vecchia poesia di treno che va. Poesia in cui pure è concepito questo viaggio, del resto, dato che avrei potuto prendere un aereo fino a Milano o Venezia. Ed invece, questa sera, a sera ben inoltrata, ho lasciato la mia casa (quasi all&#8217;improvviso nella mia vita) e con uno zainetto leggero, ma anch&#8217;esso grave di poesie, mi sono imbarcato, a cuore alto, verso una Casarsa di poesie.&nbsp;</p>



<p>Trieste mi è capitata sulla rotta, forte di Umberto Saba.</p>



<p>Saba è uno dei poeti che davvero stimo e amo; recentemente riletto, l&#8217;ho voluto perfino in regalo per il mio trentasettesimo compleanno, e qui, sul libro bianco, edizioni Einaudi (purtroppo), ho scritto una poesia che ho poi fatto agire in una mia «azione» offrendola direttamente dal margine della pagina su cui è nata. Sì perché io compio da qualche annetto delle performances che chiamo «poesie in azione» e sono testi scritti apposta o adattati da mie poesie per essere dati fuori dalla carta o dal tradizionale reading. Valga a spiegarmi meglio il testo del volantino-brochure dell&#8217;ultima di queste azioni: «Gli Angeli della Vita lottano contro i Demoni della Distruzione, sabato 26 febbraio 2011 ore 19:00 presso la Libreria Il Mattone a via Bresadola 12-14 (Centocelle, Roma) – in forma di poesia in azione – durata: 30-40 min. (?) dipende da come si svolge la lotta&#8230;». &nbsp;Di solito<em> agisco</em> da solo, mentre qui ho chiesto a mio fratello (ex artista di strada, anche clown dottore) di interpretare il Demone della distruzione, il quale, aggirandosi per la libreria e parlando in versi, ha lottato così con l&#8217;Angelo della vita. Pubblicizzata dalla libreria e da qualche annuncio sui giornali locali, la poesia in azione si è quindi data nel buio di una sera di febbraio in una Roma non solo non avvezza a queste cose ma che addirittura sta cercando attraverso delibere comunali di distruggere l&#8217;arte svolta fuori dai luoghi comuni (la frase «luoghi comuni» è in questo caso perfettamente ambivalente). Già con il sindaco Rutelli una decina di anni fa c&#8217;era stata una regolamentazione tesa a ridimensionare l&#8217;arte di strada, che è l&#8217;altra metà del mondo: giocolieri, acrobati, fachiri, cantanti, musicisti, creativi vari, tra cui anche il Ponentino trio e Birdman, ma anche clowns e poeti – io stesso più di una volta nel 2009 ho messo un tavolo bianco in mezzo alla stazione Termini, indossato una camicia bianca, e là seduto con penna e fogli (bianchi) mi sono esibito nella «figura del poeta».</p>



<p>In questi giorni, con la giunta fascista Alemanno si parla addirittura di creare un «albo», un «tesserino di riconoscimento», e comunque a tutti sarebbe «vietato di esibirsi nei vicoli storici», ovvero dove gli artisti di strada si esibiscono. Queste le voci che corrono, che gli artisti con cui mi fermo a parlare mi riportano. Il motivo del mio interessamento? L&#8217;ho espresso poco tempo fa in una poesia dedicata ai saltimbanchi<s></s></p>



<p class="has-text-align-center">&nbsp;***</p>



<p>Albeggia, a Venezia il treno è stato spaccato in due ed io sono ancora qui; dal finestrino vedo il cartello ferroviario con il nome della città, poi case e lampioni; cerco la laguna ma non si vede; mi ridistendo sui sedili. Avrò forse dormito qualche minuto nell&#8217;arco dell&#8217;intera nottata. Alla discesa dal treno, ore 7:28, come dice il tabellone, già fa molto caldo e l&#8217;aria è immobile. La necessità di un filo d&#8217;aria mi fa pensare alla Bora di Trieste, il famoso vento, e così, alla biglietteria della stazione, a un impiegato allo sportello paffuto-occhiazzurri-capellibianchi-aspettoridanciano, in modo molto serio mi avvicino e dico: «Mi scusi, dove posso trovare la Bora?», e l&#8217;impiegato: «Mi dispiace ma in questo momento ne siamo sprovvisti.»</p>



<p>Trieste «ragazzaccio aspro», «di una grazia scontrosa», «con mani troppo grosse per regalare un fiore», «Trieste amore, con gelosia». Queste, bene o male, alla mia fallace memoria, sono le parole di certi tenerissimi versi sabiani, nei quali, dopo la tenerezza, subito mi colpisce l&#8217;aspetto strutturale: la rima fiore e amore, che come disse lo stesso Saba: «M’incantò la rima fiore amore, la più antica, difficile del mondo».</p>



<p>Siamo al 15 agosto, attraverso quindi una città alterata dalla feria. Sicuramente diversa dal suo solito; effetto di questa antica festa pagana mai così meritata e necessaria come in questo braciere cittadino. Roma è uguale: tutto il lavoro si ferma, un anno intero si placa, anche il consumismo.</p>



<p>Cerco un bar per fare colazione ma molte saracinesche sono abbassate. Un bar è aperto ma non serve nessuno, si sta pulendo; un altro si sta rinnovando; ne trovo infine uno in piena funzione normale, ma troppo in piena funzione <em>normale</em>, dato che una grossa, arrogante voce televisiva proviene dal suo interno, in cui entro. Mi volto verso l&#8217;alto (verso l&#8217;Alto), sulla destra, e vedo incombere un televisore immenso e sporgente dalla parete come un Cristo, dopodiché, voltandomi davanti a me, vedo al di là del bancone una barista molto giovane, ma più che una ragazza originale sembra una figura vista già infinite volte nel nostro Paese: il taglio di capelli obbediente a una moda comune fino alla banalità più estrema, la maglietta nera più ordinaria, il linguaggio decaduto e come devoto alla normalità più normale, il gesto anch’esso sciatto, spossessato, come non guidato da sé, alieno alla giovinezza della ventenne così come nemmeno aggraziato dal lavoro, ma puramente volgare. Una volgarità, però, appena conquistata, appena perfetta. Cerco di capire in che cosa consista questa volgarità, che subito così mi viene di chiamarla questa certa cosa che sta su alcune persone come un canone. Ma anche sulle cose, come su quell&#8217;interno di bar, appunto, e che nella sua atmosfera adesso ingloba persino me, me che vengo portando la poesia, come un Angelo della poesia.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>POTENZA CENTRALE. L’uomo più disastroso che io abbia mai frequentato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/23/de-sanctis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Oct 2025 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Mina De Sanctis]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mina De Sanctis</strong> <br />
Si dice che l’uomo sia finito. Il patriarcato - il sistema ontologico su cui si basa il suo raggio d’azione - va combattuto, abolito e riconosciuto nelle sue manifestazioni più mimetiche. Sono in treno e ascolto il Fandango di Scarlatti, la musica perfetta per sostenere il mio accanimento verso Dario. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mina De Sanctis</strong></p>
<div class="td-paragraph-padding-0">
<h6>[18/07/25, 17:18:21] Te ne intendi di bollette del gas?[18/07/25, 17:23:39] Vediamo</h6>
<h6>[18/07/25, 17:24:15] Se ti mando la bolletta e le foto dei contatori</h6>
<h6>potresti aiutarmi a fare un calcolo? Io non ho il gas a casa e non ci capisco nulla</h6>
<h6>[18/07/25, 17:25:30] Ok, manda</h6>
<h6><em>Foto bolletta</em></h6>
<h6><em>Foto contatore inizio mese</em></h6>
<h6><em>Foto contatore fine mese</em></h6>
<h6>[18/07/25, 21:20:15] che dici quindi? Io nel frattempo ho fatto un calcolo, vorrei confrontarlo con il tuo, così da scrivere alla proprietaria con più cognizione di causa</h6>
<h6>[18/07/25, 21:21:21] sono a cena, poi guardo e ti dico</h6>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-116153" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-768x1024.jpg" alt="" width="450" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-1536x2048.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219.jpg 1920w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
</div>
<p>Si dice che l’uomo sia finito. Il patriarcato &#8211; il sistema ontologico su cui si basa il suo raggio d’azione &#8211; va combattuto, abolito e riconosciuto nelle sue manifestazioni più mimetiche. Sono in treno e ascolto il Fandango di Scarlatti, la musica perfetta per sostenere il mio accanimento verso Dario: l’uomo più disastroso che io abbia mai conosciuto. Dario ha studiato Economia e non sa risolvere il problema matematico presentato da una bolletta del gas. Tifa la Lazio ed è di destra ma non lo sa.&nbsp; Lo trovo innocuo quanto pericoloso. E vedrete voi stessi in cosa consiste la sua pericolosità.</p>
<p>Mi piace il suo marcato accento del centro Italia: caldo e squillante. Sto viaggiando per incontrarlo. Lo chiamo alle 8 di mattina per accertarmi che stesse partendo anche lui.&nbsp; Dice che ha fatto tardi ed è distrutto. Mi innervosisco, va bene che è fidanzato ma almeno vorrei incontrarlo intero.</p>
<p>Immagino già un mare di frustrazione ma parto lo stesso. Non ne posso più di stare qui, è pieno di comitive arroganti con passeggini, donne giovani al 2°-3° figlio, credo non lavorino. Gli uomini lavorano, fanno i gradassi, tozzi e torniti. Le donne sedute tutte da uno stesso lato parlano tra loro di bambini, parti etc. Sembra di stare nel sogno meloniano inoltrato. Non vedevo così tante persone aggregate con bambini da quando ero piccola negli anni ‘80 ma le mamme allora erano tutte un po&#8217; Lady D.: oltre allo stesso taglio di capelli avevano la stessa espressione sul volto, appesantite dal matrimonio, annoiate e tristi.</p>
<p>Questi invece incedono orgogliosi e spavaldi prendendosi tutto il marciapiede.</p>
<p>Insomma evado. Se Dario dormirà in hangover io passerò il tempo continuando a scrivere di lui e quando mi annoierò di scrivere di lui, gli farò un ritratto. Cosa c’è di meglio di un modello che dorme? Titolo del ritratto: <em>L’uomo più disastroso. </em>La bocca un po’ aperta, il mento proteso verso il nulla, un occhio mezzo aperto, la mano chiusa sul cuscino. Per non sentire i versi osceni che forse farà, ascolterò un altro Fandango, quello di Boccherini rinforzato con le <em>nacchere. </em>Tutto ok, tutto organizzato, andiamo avanti.</p>
<p>Una conoscente esperta di epistemologie femministe già 15 anni fa mi disse: l’uomo è finito. Lo disse con accento fermo del centro Italia e io annuii timidamente come se dovessi obbedire ad un ordine. In questo momento mi direbbe che sto dando troppa attenzione a Dario, e avrebbe ragione.</p>
<p>Il suo essere un traditore lo rende affettato e manierista.&nbsp; Il dramma che recita consiste nel restare lì<em> perché queste cose si fanno gradualmente </em>(traduzione 1: aspetto che lei se ne renda conto e mi lasci; traduzione 2: non so dove andare a vivere; traduzione 3: in realtà voglio stare con lei ma dico in giro altro per far presa sulle possibili vittime). <em>&nbsp;</em>Dice di essere in crisi, ovviamente da mesi, vorrebbe un figlio ma <em>lei </em>è troppo grande. Sadicamente gli do dell’idiota a diverse tornate. Gli spiego come funzionano la procreazione umana e quella artificiale, ma sono solo perle ai porci. Lui si incanta incrociando gli occhi e lo fa proprio letteralmente perché è strabico. In quella perdita di messa a fuoco pensava forse alla cicogna o si perdeva nel mio volto. Non mi restava che riprendere la sua attenzione con vari insulti.</p>
<p>Nel suo scenario fatto di una fidanzata, una famiglia di origine lontana che gli manca, subentro <em>io</em> dichiarando di:</p>
<h6>1) non voler sentir mai parlare delle sue vicende di coppia</h6>
<h6>2) non voler avere una relazione con lui</h6>
<h6>3) non volere dei figli con lui</h6>
<p>Continuo il mio viaggio in treno con analisi che oscillano tra il sadismo e masochismo di tutti i personaggi coinvolti. Lo chiamo per sapere se è effettivamente in viaggio e mi chiede se ho un Oki&#8230;</p>
<p>L’avevo visto per l’ultima volta due mesi prima, poi era stato in grado di:</p>
<h6>1) darmi appuntamento</h6>
<h6>2) rendersi conto di aver dimenticato impegni presi</h6>
<h6>3) quindi dare disdetta inventando scuse</h6>
<h6>4) fare la vittima del suo stesso fallimento e compiacersi di esserne l’attore principale</h6>
<h6>5) dirmi di voler stare con me e convivere con me (sono proprietaria di casa) prima di partire per un viaggio regalato da <em>lei</em></h6>
<h6>6) inviarmi video di spettacoli di danze dal sopracitato viaggio</h6>
<p>La disastrosità di Dario mi faceva quasi sentire a mio agio, mai inferiore. Lui avrebbe voluto fare il calciatore ma entrambi siamo stati costretti ad impegnarci in altro, ed eccoci qui. Ieri gli ho chiesto di aiutarmi a fare dei conti per una bolletta, di darmi la sua versione della risoluzione del problema matematico visti i suoi studi universitari. Io l’avevo già risolto e volevo confrontare il risultato. Mi risponde che il calcolo non si po&#8217; fare.</p>
<h6>[18/08/25, 17:18:21] Dai seriamente?</h6>
<p>Dimostrami che sei intelligente dai che se no mi deprimo!</p>
<h6>[18/08/25, 17:18:25] Sforzino dai</h6>
<h6>[18/08/25, 17:30:39] Io odio fare queste cose</h6>
<h6>[18/08/25, 17:32:23] Che volevi fare da grande? Per curiosità</h6>
<p>Ascolto un Fandango più recente, del funesto 2020 – che ebbe comunque una bella luce primaverile – e questo Fandango è proprio scuro, netto, tutto organo, un organo talmente senza sfumature che sembra sintetico. Non ha nulla di festoso del Fandango, sembra essere l’altra faccia della medaglia: i conti impossibili sulla bolletta, l’hangover di Dario, il suo teatro tragico. Youtube mi suggerisce di proseguire con una <em>passacaglia palindroma</em> ma fermo tutto perché, a questo punto del viaggio, un palindromo potrebbe portare sfortuna.</p>
<p>Infatti. Dario mi chiama mentre sto per arrivare e mi dice con voce squillante e scocciata: “<em>è successo un casino, è successo un casino</em>”. Già mi sento messa da parte, o meglio, nella parte del personaggio che riceve una disdetta. È morto uno zio e deve tornare per il funerale. “<em>Che casino, devo partì domattina presto</em>”.</p>
<h6><em>“Ma scusa devi andare per forza? Inventa qualcosa no? Non è grave se non ci vai, no? Non se ne accorgerà quasi nessuno.</em></h6>
<h6><em>“Macché! i miei genitori stanno tornando e se non mi trovano è un casino”</em></h6>
<h6><em>“Ma dai inventa qualcosa, che sei andato a trovare degli amici al mare”</em></h6>
<h6><em>“Ma quali amici, non posso inventarmi nulla”</em></h6>
<p>Scopro dunque che al di fuori della sua città di origine e di lavoro, non conosce nessuno, che al di fuori della sua famiglia di origine e della convivenza non ha relazioni significative e mi sento caduta proprio in basso (a frequentare uno così).</p>
<h6>“<em>è un casino</em>, <em>l’ha saputo anche lei”</em></h6>
<h6><em>“vabbè ma lei è lontana, non verrà mica al funerale”</em></h6>
<h6><em>“tutti si chiederanno dove sono, è un casino”</em></h6>
<h6><em>“ma scusa, tutti penseranno al morto, non a te, non è grave, si tratta di uno zio anziano acquisito dai”</em></h6>
<h6><em>“No no, devo andare per forza”</em></h6>
<p>Sono le ore 14 e vuole andare insieme all’hotel prenotato a fare il check-in e ripartire poi l’indomani mattina presto. Nessun altro programma è menzionato né io sono menzionata, né i tre giorni che dovevamo trascorrere lì insieme. Che schifo.</p>
<p>Sono andata via. Non prima di uno <em>speech</em>-manifesto:</p>
<p>“<em>Non voglio avere più a che fare con te, mi sento veramente caduta in basso. Io ho scelto di essere onesta con me stessa e con gli altri, pago le bollette da sola, le tasse e tutto quanto, se capita pago anche bollette per due case, non convivo con nessuno per convenienza a Milano. Quando ho tradito, dopo poco ho lasciato e sono stata in grado di trovarmi una casa tutta per me. Non sono ricca e non ho il posto fisso. Non voglio far parte del tuo teatrino. Addio Dario</em>”</p>
<p>Rientro nella stazione e guardo il tabellone: Potenza Centrale ore 15.21 binario 3. È la cosa giusta da fare (il nome della città, il costo della vita, l’aria fresca). Potenza: capoluogo della regione Basilicata, una città in uno stato perennemente coevo e senza turisti. Ha subito diversi terremoti, camminando non si capisce se si è a Cinecittà o nel capoluogo dell’arcaica Lucania descritta da De Martino. Di molto bello ha il suo ergersi sul resto, ma mai compatta. Organizzata per ascensori e scale mobili, è un insieme di pezzi.</p>
<p>Prendo un ascensore barcollante che dicono sia “nuovo”, ovvero rifatto dopo l’ultimo terremoto (Irpinia 1980, magnitudo 6.9, X° scala Mercalli). Vado all’Hotel Miramonti, il proprietario mi accorda una camera con vista e letto singolo (io sto bene nel contenimento offerto dai letti singoli, al netto di un’esistenza che di contenimento ha ben poco). &nbsp;Mi consiglia un posto per mangiare “<em>Vai al restaurante Absurd, a 200 mt da qui, dopo l’arco, dile che te ho mandato io</em>”. “<em>Ok, andrò all’Absurd”</em>.</p>
<p>Mi sento come se mi fosse passato un treno sulla testa, ancora presa dalla nausea data dal mio insano divertimento (la frequentazione con Dario) vado all’<em>Absurd</em> e la cena all’<em>Absurd</em> è così buona che mi rimette al mondo: cucina accorata di Lucania con accorati funghi dei boschi lì intorno e risoluto cameriere con sindrome di down, cui chiedo entusiasta un secondo secondo. All’<em>Absurd</em> c’è anche la <em>Gaza Cola</em> e sono tutti adorabili.</p>
<p>Fuori, lo sono un po&#8217; meno. Ho freddo a causa dell’altitudine e ho messo i calzettoni con delle finte Birkenstock-Prada. Mi guardano tutti: ci sono famiglie che passeggiano goffe con passeggini, persone di mezza età a coppie di amici. Anche qui il sud di questa estate 2025 si conferma come la fase inoltrata del sogno meloniano. Le donne abbronzate, vestite nell’idea di avere un aspetto gradevole. Gli uomini invece non se ne preoccupano, hanno pantaloncini corti e maglie ben attillate sulla pancia, il borsello, camminano portando i piedi a destra e sinistra e così occupano tutta la strada.</p>
<p>A colazione al Miramonti, il proprietario mi prepara due caffè perché il primo non mi piace. Dice che ha paura di me perché parlo piano e sono gentile, dice che non riesce a capirmi, che sono una persona particolare.&nbsp; Lui si definisce invece una <em>persona giornaliera,</em> perché <em>“</em>vivere nel passato porta solo brutti ricordi e tristezza”. Non replico. Vado al museo Archeologico, evviva il passato! Non c’è nessuno, mi aggiro nell’epoca precoloniale (il sud Italia è stata una colonia greca), non c’è niente di pacchiano ed è tutto ben allestito con un certo senso della misura. Più avanti ammiro delle teche con assemblaggi di personaggi disposti frontalmente (<em>sime, antefisse, gronde, pinax</em>). Ad un certo punto appare un urlo acutissimo di una bambina. Attenzione: non un urlo di richiesta, di pianto, di rivendicazione ma un urlo astratto, assoluto, perfetto, isolato, <em>per se</em> (come si dice in inglese). Mi affaccio e trovo i genitori che mi guardano un po&#8217; imbarazzati e si scusano. Mi avvicino per curiosità: Letizia ha 8 mesi ma ha un corpo di 12, mi scruta in silenzio. Fa un altro urlo, ha una voce incredibile, i genitori mi dicono ridendo che da grande probabilmente farà la cantante. Io mi appassiono all’idea del canto: “Sì assolutamente sì, fatele studiare canto!! Se la voce crescendo non sarà bella, mal che va potrà insegnare, se invece sarà bella farà la cantante. Pagano bene eh, tra ensemble, cori, opere classiche e contemporanee etc., è un ambito per sua natura internazionale, non c’è solo la nostra piccola Italia eh”.</p>
<p>I genitori si guardano negli occhi quasi approvando. Continuo: “Ah, a Potenza c’è anche il conservatorio, è dedicato a Gesualdo da Venosa: principe, madrigalista, assassino della moglie e dell’amante (colti in flagranza), nato l’8 marzo, del segno dei pesci. Fu assolto per giusta causa (all’epoca e fino a qualche decennio fa) e si racconta che visse poi sempre nel tormento, componendo madrigali dai titoli come <em>Moro, lasso, al mio duolo – </em>O dolorosa sorte, chi dar vita mi può, ahi, mi dà morte –. Morì ricco e giovane nel suo castello in Irpinia.”</p>
<p>E qui la conoscente esperta di studi di genere, con accento del centro Italia mi direbbe che sto dando troppo spazio all’uomo Gesualdo, e avrebbe ragione&#8230; Dunque, la mia gita inaspettata a Potenza è stata più interessante e serena del giorno, o giorni, che avrei trascorso con Dario, l’uomo più disastroso che io abbia mai frequentato. In treno verso Potenza Centrale avevo fatto un ritratto di Dario, a memoria perché non ho sue foto. Penso che non lo rivedrò mai più, le linee sono leggere, il volto va a zone, è quasi lui ma mi viene da piangere perché non riesco a fare quegli occhi strabici che mi piacevano tanto. Anche qui la mia conoscente avrebbe ragione ma non posso ignorare il divario ancora non colmato tra ciò che dà del calore sbagliato e ciò che è <em>interessante e sereno</em>. Nelle cuffie ascolto il Fra&#8217; Martino Campanaro in minore di Mahler (Sinfonia n°1, terzo movimento) che ha trasformato l’allegra canzoncina folk in una marcia funebre. E con questo sono passata da una pericolosità di Dario, all’<em>Absurd</em> fino ad un certo <em>Unheimlich </em><em>freudiano (che per essere </em><em>unheimlich</em><em> vuol dire che un tempo fu </em><em>heimlich</em><em>, cioè familiare).</em></p>
<p>Per dovere di cronaca, riporto in conclusione il mio calcolo della bolletta (non ho studiato economia né matematica), poi approvato dalla proprietaria di casa e dalle conoscenti interpellate:</p>
<h6><em>Cara Miriam,&nbsp; </em></h6>
<h6><em>dal calcolo che ho fatto l’importo a me spettante per la casa al mare a Giugno dovrebbe essere diverso da quello che mi indichi.&nbsp; Da un lato perché ci sono i costi fissi (la seconda voce) di spesa da dividere in due –perché la bolletta è relativa a due mesi – e dall’altro perché gli mc sono meno, stando alle letture.</em></h6>
<h6><em>Gli mc consumati da me sono 4 e non 9 come scrivi (3666 &#8211; 3662 = 4, i numeri dopo la virgola non si contano). Quindi, scorporando i costi, il conteggio è questo:</em></h6>
<h6><em>11,30 (spesa per la vendita di gas 16,97 ricalcolata su 4 mc e non 6 mc totali della bolletta)</em></h6>
<h6><em>+10,45 (spese fisse 20,9 diviso 2 perché la bolletta è su due mesi)</em></h6>
<h6><em>+ 5,29 (2,75 tasse su 4 mc + 2,54 tasse sui costi fissi): questo l’ho calcolato guardando un po` online in cosa consiste quella parte di bolletta.</em></h6>
<h6><em>= il totale dovrebbe essere di 27,05 € e non 47 € come indicavi.</em></h6>
<h6><em>Resto a disposizione per chiarimenti, quando mi dai l’ok te li invio tramite bonifico, grazie e un caro saluto.</em></h6>
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