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	<title>silvia contarini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Tra le tracce del colonialismo italiano: «Il posto dove dovrei morire», di Marco Perez</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[libia]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Perez]]></category>
		<category><![CDATA[Mattia Bonasia]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Storia coloniale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mattia Bonasia</strong> <br />
La memoria distorta del colonialismo italiano continua a godere di non poca fortuna. “Italiani brava gente”: l’Italia avrebbe condotto un colonialismo minore, tendenzialmente associato al ventennio fascista e alla volontà di ripresa del mito della Roma Imperiale da parte di Mussolini. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Mattia Bonasia</strong></p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-120655 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Foto-Nazione-Indiana-571x1024.jpg" alt="" width="357" height="640"/></p>
<p>La memoria distorta del colonialismo italiano continua a godere di non poca fortuna. “Italiani brava gente”: l’Italia avrebbe condotto un colonialismo minore, tendenzialmente associato al ventennio fascista e alla volontà di ripresa del mito della Roma Imperiale da parte di Mussolini. Sempre più assente dai programmi di scuola, il colonialismo italiano in Africa è stato invece violento, aggressivo e duraturo al pari di quelli di Francia e Inghilterra: cominciato con l’acquisto della baia di Assab del 1869 e concluso con la fine del protettorato in Somalia nel 1960. Nel mezzo una ripugnante storia fatta di campi di concentramento, madamato, ghettizzazione razziale e armi chimiche.</p>
<p><em>Il posto dove dovrei morire</em> di Marco Perez (Transeuropa, 2025) cerca di colmare questa consapevole amnesia collettiva, e lo fa attraverso gli strumenti della letteratura. Si parte dalla necessità della restituzione della memoria del padre e dello zio dell’autore, tra il 2021 e il 2022, grazie ai quali Perez era entrato in possesso di foto, documenti, archivi relativi al periodo coloniale dell’Italia in Libia. La storia coloniale e postcoloniale viene dunque ricostruita attraverso le genealogie di due clan familiari fittizi, che idealmente collegano i cento anni che dalla fine del dominio turco portano alla caduta di Mu’ammar Gheddafi.</p>
<p>Temi e visioni differenti che si compenetrano nella stessa realtà: la generazione dei pionieri dell’esperienza coloniale, quella dei giunti in Africa negli anni del fascismo, quella del boom economico degli anni Settanta e della caccia al petrolio dei tecnici dell’ENI. Evento fondamentale l’espulsione della comunità italo-libica, da parte del Rais Idris I nel 1970, che approda poi in un’Italia che ne disconosce l’esistenza.</p>
<p>Nel personaggio di Vincenzo Scarpelli queste molteplici migrazioni e narrazioni si compenetrano: da giovane siciliano emigrato a New York viene dirottato a Tripoli; infine, dopo più di quarant’anni passati in Africa, parte per il Nord Italia, negli anni Cinquanta, e nel contesto industriale padano troverà i miti e gli stereotipi del boom economico, che coincidono con la rimozione della memoria coloniale e della guerra. Il titolo del romanzo, <em>Il posto dove dovrei morire</em>, risponde al nomadismo permanente dei personaggi.</p>
<p>Il romanzo gioca molto sulla ripresa stralunata dell’assurda retorica coloniale a cavallo dei due secoli, simboleggiata dal testo<em> La grande proletaria si è mossa</em> (1911) di Giovanni Pascoli, che legava direttamente emigrazione e necessità di colonizzazione:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">&#8220;È tutta colpa dei nonni&#8221; diceva la mamma, ovvero del nonno materno e di quello paterno che al posto di portarci in America, come avevano promesso alle nonne, si erano impantanati tra le dune dello scatolone di sabbia.</p>
</blockquote>
<p>La retorica glorificante del processo di unità nazionale dimentica di solito l’enorme emorragia migratoria che portò milioni di italiani nella seconda metà dell’Ottocento a emigrare in America e in Europa. Contadini spesso costretti a fare lavori umili, soggetti razzializzati ben lontani dal contemporaneo <em>expat</em> italiano – che si muove senza frontiere forte del suo potente passaporto europeo –, i soggetti di questa diaspora vengono “richiamati” dalla retorica della riattivazione anacronistica del <em>mare nostrum</em> – <em>Make Rome Great Again</em> – e incentivati a portare la loro manovalanza nei territori libici neocolonizzati: «‘Madre mia Zinuzzo, ma dove ci hai portato? <em>Ma nun era meggiu iri pi America</em>?’. Qua è come l’America, con i pistoleri che sparano agli indiani. Solo che qui gli indiani parlano arabo’». D’altronde il migrante italiano negli Stati Uniti non trovava certo un’accoglienza a braccia parte, né veniva visto come un bianco:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">Il nonno ci raccontò che per gli anglo-sassoni anche noi non eravamo del tutto bianchi e che quando arrivò a Ellis Island nel 1906 un funzionario della dogana gli aveva distribuito una scheda con scritte tutte le razze di appartenenza. Per esempio un cubano di colore era <em>black</em> e un cubano bianco era <em>hispanic</em>. Gli italiani del nord erano associati ai bianchi e passavano nella lista di “hard-workers”, mentre quelli del sud entravano nella categoria <em>other races</em> e dovevano rispondere a varie domande per capire se fossero anarchici, mafiosi o poligami.</p>
</blockquote>
<p>L’autore, Marco Perez, storico di formazione, sceglie la scrittura narrativa perché gli permette di raccontare una realtà più estesa e pluriforme: la funzione della letteratura è qui quella della contro-narrazione rispetto ai discorsi nazionali. <em>Il posto dove dovrei morire</em>, grazie alla forma letteraria ibrida, tra romanzo, biografia e storia familiare, difficilmente etichettabile come biofiction, autofiction e così via, va a colmare i vuoti della storia ufficiale, proponendo una diversa rappresentazione dell’imperialismo (pur straccione, come quello italiano, definizione dell’autore). Da un lato, Perez dà peso a degli eventi del colonialismo italiano poco presenti nell’immaginario collettivo, come la battaglia di Sciara Sciat o il pogrom del 1945; dall’altro restituisce l’assurdità dell’impresa coloniale italiana in Libia, condotta con pochissimi mezzi economici e militari. Costruisce così uno stretto legame tra memoria personale, percorso del singolo e storiografia ufficiale, che ricorda <em>I figli della mezzanotte</em> (1981) di Salman Rushdie, il cui narratore e protagonista Saleem Sinai nasce allo scoccare dell’indipendenza dell’India. Così Vincenzo Perez:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">La guerra europea finì dopo pochi mesi, quando concludeva l’anno scolastico e poco prima di fare la comunione, evento che mi aveva obbligato a lunghissime sedute da modello nel laboratorio da modista della mamma. Per la conclusione della guerra mondiale ci volle ancora un po’, precisamente il 2 settembre del 1945, lo stesso giorno in cui compivo 10 anni.</p>
</blockquote>
<p>Nel tono grottesco e allucinato si rilegge anche tanta letteratura sudamericana (forse perché l’autore vive e insegna in Spagna?); il <em>real maravilloso</em> di Garcìa Márquez e Fuentes lo accomuna poi a un altro romanzo italiano contemporaneo che ne ricorda lo stile: <em>Ferrovie del Messico</em> (2022) di Gian Marco Griffi.</p>
<p>«Di quando mi recai la prima volta in patria non ricordo nulla, avevo meno di un anno»: il lettore si trova davanti a un testo in prima persona, scritto da un narratore iperbolico, grottesco e ironico che non vuole moralizzare e schematizzare in facili categorie, ma restituire la complessità e l&#8217;assurdità dell’esperienza. Nella voce polimorfica del narratore si mischiano le memorie del padre dell’autore e la voce autobiografica dell’autore stesso che mette in relazione eventi del passato coloniale con elementi della globalizzazione iper-contemporanea. Non è dunque una restituzione storiografica, ma un romanzo che vuole restituire l’inaffidabilità della memoria: la distorsione e l’esagerazione dei ricordi interpreta non solo una funzione letteraria ma assume anche un risvolto conoscitivo.</p>
<p>Il narratore si rivolge a un lettore che sembra rappresentare l’italiano medio, la cui memoria del colonialismo italiano non è del tutto rimossa, ma lo ricollega al fascismo e ai suoi crimini, lavandosi la coscienza nel mettere Mussolini a testa in giù:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">Cosa dice? Che suo padre era uno dei ventimila coloni mandati dal Duce a colonizzare la Cirenaica alla fine degli anni trenta? Ma certo che so di cosa sta parlando, anzi, le dirò che noi li abbiamo pure visti sbarcare quelle masse di contadini veneti e piemontesi mandati a colonizzare il deserto.</p>
</blockquote>
<p>La politica del fascismo nelle colonie era pienamente aderente all’<em>apartheid</em>: separazione netta dei quartieri in base all’appartenenza etnica e interdizione dei rapporti sessuali tra colonizzatori e colonizzati. La comunità tripolina protagonista del romanzo è invece spiccatamente multietnica: accanto ad arabi ed ebrei sefarditi non ci sono italiani, ma siciliani, veneti e romani: il pluristilismo e il gusto per il grottesco e l’assurdo sono accompagnati dal multilinguismo. Se la voce del narratore è italiana, la lingua dei discorsi diretti è il dialetto siciliano, che spesso in maniera anti-mimetica e parodica finisce per strabordare anche in lingua di comunicazione degli alberi o dei militari inglesi («Ognuno parlava l’italiano a modo suo, perché da noi i linguisti preferivano non dire che nel paese c’erano più lingue che in Cina e che tutte quante erano indipendenti dal toscano»).</p>
<p>Anche il narratore è transculturale: «Il mio nome autobiografico è Vincenzo Perez: anche se a casa mi hanno sempre chiamato ‘Nzinu o Zinu o magai Zinuzzo nella variante diminutiva affettiva». E quel cognome che in Italia è esotizzante, come scritto dal narratore, in realtà in Spagna è comunissimo, la norma la fa il punto di vista: «al posto di dire <em>un pinco pallino qualunque</em>, da quelle parti si dice un <em>Perez cualquiera</em> e il cognome perde tutto quel carattere esotico che può rivendicare in Italia».</p>
<p>L’identità transculturale tripolina è dunque essenzialmente opposta a quella italiana, attraverso un procedimento retorico che oppone il <em>noi </em>al <em>voi</em>:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">La famiglia Peres, o Perez, arrivò a Tripoli nel 1914, quando papà aveva sette anni e gli italiani erano davvero pochi.</p>
<p style="text-align: left;">Voi ci siete arrivati negli anni trenta, con le strade costruite e le città piene di edifici razionalisti, un mondo già tutto costruito e allo stesso tempo già decadente e finito. Solo i fascisti potevano pensare di colonizzare l’Etiopia e la Libia in quel periodo, con i movimenti anticolonialisti e panafricanisti già forti e radicati.</p>
<p style="text-align: left;">Ma nel 1914 noi ci credevamo ancora a quella cosa dell’uomo bianco che porta il proprio fardello in giro per il mondo per civilizzarlo, anche se poi noi siciliani non eravamo molto più bianchi degli arabi e non eravamo così stronzi da pensare che tutti quanti stessero lì ad aspettarci per imparare a stare al mondo. Anche se in fatto di civiltà ne avevamo una molto più antica e nobile di quella dei britannici e del signor Kipling.</p>
</blockquote>
<p>L’alterità si misura anche in base all’adesione al fascismo, in particolare nel dopoguerra:</p>
<blockquote class="td_pull_quote td_pull_center">
<p style="text-align: left;">In patria tutti raccontavano più o meno la stessa storia: al passaggio del fronte, magari un po’ prima, si diventava antifascisti. C’erano anche quelli che lo erano stati per davvero, partigiani della prima ora, esiliati o brigatisti della Guerra civile di Spagna. Ma erano casi rari.</p>
<p style="text-align: left;">In Africa le cose erano diverse. Gli antifascisti erano un fenomeno trascurabile, prima e dopo il passaggio del fronte: magari poteva capitare che una camicia nera diventasse un semplice fascista e che un fascista diventasse un qualunquista, ma tutto finiva lì.</p>
</blockquote>
<p>Si misura poi soprattutto attraverso lo sguardo dell’italiano nato in Italia nei confronti dell’italiano libico, una volta tornato in Italia negli anni Settanta, portatore di un’identità africana:«Noi, che in Italia venivamo chiamati ‘africani’ e quando puntualizzavi che eravamo siciliani che risiedevano in Africa ti correggevano così: ‘<em>va ben, inscì ti set un terun, te set cuntent incoeu?</em>’». L’italiano per il narratore è un essere estraneo e diversissimo, personificato dall’ingegnere dell’ENI che ripiomba in Libia negli anni Settanta alla ricerca di petrolio, ma che ora parla una lingua neostandard, perché ha studiato: «Ora venivano ingegneri dell’Eni e dell’Agip, tecnici del petrolchimico, gente studiata che parlava un ottimo inglese e ci guardava come delle creature bizzarre uscite da un libro di Kipling».</p>
<p><em>Il posto dove dovrei morire</em> è un esordio letterario dirompente, un romanzo-mondo che si muove tra le differenti cartografie dell’identità italiana, deterritorializzandola dalla madre-patria. Si aveva bisogno di un romanzo che trattasse il tema della colonizzazione con questo registro, richiamandone i traumi ma anche le assurdità deformanti, nel segno della grande letteratura picaresca e donchisciottesca.</p>
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		<title>La corsa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Gallo</strong> <br />
La telefonata arrivò mentre il tempo gli scorreva tra le dita. Video brevi, uno dopo l’altro: guerra, una risata registrata, un corpo che si muoveva per qualcuno che non era lì. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Gallo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-119591 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1024x555.jpg" alt="" width="746" height="404" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1024x555.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-300x163.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-768x416.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1536x833.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-2048x1111.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-774x420.jpg 774w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-150x81.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-696x377.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1068x580.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1920x1041.jpg 1920w" sizes="(max-width: 746px) 100vw, 746px" /></p>
<p>La telefonata arrivò mentre il tempo gli scorreva tra le dita. Video brevi, uno dopo l’altro: guerra, una risata registrata, un corpo che si muoveva per qualcuno che non era lì. Non c’era ordine, solo continuità.<br />
Il numero dell’agenzia comparve sul più bello, quando il movimento di un culo si faceva promessa. Ma lo schermo si oscurò.<br />
Rimase un attimo col pollice sospeso. Poi rispose.</p>
<p>La ragazza dell’agenzia parlava in fretta, con l’entusiasmo di chi teme che una buona notizia cambi idea se la si trattiene troppo al telefono.</p>
<p>«C’è un signore molto interessato.»</p>
<p>L’uomo portò il telefono all’orecchio.</p>
<p>«Molto interessato quanto?»</p>
<p>«Molto interessato nel senso che oggi stesso sarebbe disposto a fare la visita. E se gli piace come gli sono piaciute le foto, anche una proposta.»</p>
<p>L’uomo guardò fuori dalla finestra. Il cielo sopra i tetti era basso e grigio.</p>
<p>Si era trasferito lì qualche mese prima, quando aveva capito che attraversare la città per andare al lavoro era una perdita di tempo.</p>
<p>«A che ora?»</p>
<p>«Riesce fra… quaranta minuti?»</p>
<p>«Sì,» disse. «Ce la dovrei fare.»</p>
<p>Aveva lasciato la casa pronta per le visite.<br />
Un tavolo, due sedie, una pianta. Il necessario per accennare una vita senza suggerire troppo.</p>
<p>«Benissimo. Il cliente preferisce fare la visita con il proprietario.»</p>
<p>«Lei quindi non viene?»</p>
<p>«Ho un’altra visita. E le ho detto, col proprietario. Non dimentichi le chiavi.» Infilò una mano in tasca. Le sentì.</p>
<p>«Mi raccomando, non faccia tardi. Mi ha dato l’impressione di essere uno serio.»</p>
<p>La ragazza puntava spesso sulla serietà. In tre mesi aveva visto passare nell’appartamento abbastanza persone da formare ormai una categoria precisa: le persone serie. Così serie da non buttare soldi in case.</p>
<p>Entravano con passo prudente, come se la casa fosse una creatura suscettibile.<br />
Guardavano le stanze. Le immaginavano piene. Aprivano i rubinetti, bussavano sui muri. Chiedevano della facciata, delle spese, del vicino del piano di sopra. Poi se ne andavano con un sorriso educato.</p>
<p>Si alzò. Prese il cappotto. Ritastò le chiavi nella tasca dei pantaloni e uscì.</p>
<p>Aveva piovuto fino a poco prima e il marciapiede luccicava. Alzò una mano.</p>
<p>Un taxi si fermò accanto a lui. Era un’auto scura, pulita, ma piuttosto vecchia. Salì e diede l’indirizzo.</p>
<p>«È dall’altra parte della città», disse il tassista.</p>
<p>Aveva una voce calma, neutra, una voce che non si lamentava: constatava.</p>
<p>«Ho un appuntamento. Dice che in mezz’ora ce la facciamo?»</p>
<p>«Ce la faremo.»</p>
<p>All’inizio il tragitto non ebbe nulla di strano. Le strade erano quelle di sempre: semafori, officine, il negozio di materassi, il bar con le sedie rovesciate sui tavolini, un autobus fermo in doppia fila. Se il traffico teneva, sarebbe arrivato con qualche minuto di anticipo.</p>
<p>Guardò il cellulare: due tacche di batteria. Lo rimise in tasca e si sistemò meglio sul sedile. L’abitacolo profumava di plastica tiepida e di un deodorante al pino tanto discreto da sembrare un cipresso.</p>
<p>Il tassista guidava bene. Non accelerava mai inutilmente. Non inchiodava. Non parlava.</p>
<p>A un certo punto, ebbe l’impressione che stessero facendo un percorso insolito.</p>
<p>«Scusi,» disse, sporgendosi appena. «È la più veloce?»</p>
<p>«È la più scorrevole.»</p>
<p>Guardò fuori. Non riconosceva nulla, ma questo di per sé non significava molto. Da quando aveva lasciato il suo quartiere, si accorgeva di quanto poco conoscesse la città oltre i tragitti abituali.</p>
<p>Passò altro tempo. Poi altro ancora. Le macchine diminuirono. Anche i palazzi si fecero più radi. Comparvero capannoni, un distributore abbandonato, prati spelati con pneumatici in fondo, un cavalcavia sopra un cavalcavia sopra un altro ancora.</p>
<p>«Ma… quanto manca?»</p>
<p>Il tassista sollevò appena gli occhi verso lo specchietto.</p>
<p>«Non molto.»</p>
<p>Guardò il tassametro. L’importo saliva con una rapidità irritante ma ancora compatibile con un disguido. Decise di non dire niente. Un uomo adulto non può agitarsi per una deviazione di dieci euro. Un uomo che sta per vendere casa deve mostrarsi all’altezza.</p>
<p>Passarono davanti a un cimitero. Le linee bianche si persero poco dopo lungo una serie di campi sportivi, oltre un quartiere di villette tutte uguali. Alla rotonda con la statua di una vela in cemento capì di non essere mai stato in quel posto.</p>
<p>«Mi scusi, ma questa non è la strada.»</p>
<p>«Dipende.»</p>
<p>«Da cosa?»</p>
<p>«Da dove bisogna arrivare.»</p>
<p>L’uomo sorrise, non perché avesse trovato la frase divertente ma per educazione, come si fa con gli estranei quando si teme di aver sentito male.</p>
<p>«Ma ha capito bene l’indirizzo?»</p>
<p>«Ci arriviamo. Non si preoccupi.»</p>
<p>«Quando?»</p>
<p>Il tassista non rispose subito. Girò a destra. Un sole basso entrò nel parabrezza e restò per qualche secondo sospeso nell’abitacolo, come un ospite che avesse pagato anche lui la sua corsa.</p>
<p>«In tempo per il suo appuntamento.»</p>
<p>L’uomo avvertì una stanchezza precisa, la stanchezza delle cose cominciate male. Decise di non farne un problema. Avrebbe aspettato ancora dieci minuti, poi avrebbe chiesto di fermarsi e sarebbe sceso.</p>
<p>Dieci minuti dopo costeggiavano un canale lattiginoso lungo il quale crescevano alberi senza foglie. Le sponde erano coperte di una brina sottile.</p>
<p>Si raddrizzò.</p>
<p>«Ma un’ora fa non era ottobre?»</p>
<p>Il tassista non sembrò sorpreso dalla domanda.</p>
<p>«Era una stagione di passaggio.»</p>
<p>Nei campi c’erano strisce bianche. Non pioggia, non nebbia: neve vecchia, compatta. Un uomo con una pala camminava sul bordo della strada. Per un attimo gli sembrò di conoscerlo. Si voltò di scatto, ma il taxi l’aveva già dimenticato.</p>
<p>«Fermi un momento.»</p>
<p>«Qui?»</p>
<p>«Sì, qui.»</p>
<p>«Non conviene.»</p>
<p>«Perché non conviene?»</p>
<p>Il tassista esitò un istante.</p>
<p>«Non è ancora il punto giusto.»</p>
<p>Sentì montare un fastidio più pulito della paura. Si sporse fra i sedili.</p>
<p>«Guardi, io ho un appuntamento. Lei mi sta portando in giro da non so quanto. Si fermi.»</p>
<p>Il tassista accostò. Il motore restò acceso.</p>
<p>Fuori c’era una distesa bianca e piatta. Non un edificio, non un cartello, non un’edicola, non un essere umano. Solo il respiro del riscaldamento e un tergicristallo che, senza bisogno, strisciò sul vetro.</p>
<p>«Benissimo,» disse il tassista. «Se desidera scendere, possiamo finirla qui.»</p>
<p>L’uomo guardò fuori. Il vento trascinava aghi di ghiaccio rasoterra.</p>
<p>«Dove siamo?»</p>
<p>«A metà.»</p>
<p>«A metà di cosa?»</p>
<p>«Del tragitto.»</p>
<p>«Non ha senso.»</p>
<p>«È la strada.»</p>
<p>Ebbe l’impressione che, se avesse aperto la portiera, il paesaggio lo avrebbe assorbito senza restituirlo a niente di riconoscibile. Non aprì.</p>
<p>«Andiamo,» disse.</p>
<p>«Come preferisce.»</p>
<p>Dopo l’inverno venne una primavera torbida. Non avrebbe saputo dire quanto tempo dopo. Lungo la strada comparvero campi gialli, biciclette appoggiate a recinzioni, ragazzi in maniche corte. A un certo punto l’uomo pensò di aver dormito. Si svegliò con il collo piegato e la certezza di essersi perso qualcosa di importante.</p>
<p>«Possiamo fermarci a mangiare?» chiese.</p>
<p>«Si può.»</p>
<p>Non si fermarono.</p>
<p>Il tassista, però, allungò una mano verso il sedile accanto al cambio e gli porse una brioche.</p>
<p>«Non la voglio.»</p>
<p>«Come crede.»</p>
<p>Passò un’ora, o un mese, e l’uomo la mangiò. Aveva un sapore di tempo e zucchero.</p>
<p>Il paesaggio mutava senza transizioni. Un pomeriggio primaverile diventava pioggia d’estate. I boschi diventavano cantieri. I cantieri centri commerciali. Gli stessi cartelloni tornavano con pubblicità diverse, come se il tempo mutasse la pelle lasciando intatto lo scheletro.</p>
<p>Controllò il viso nello specchietto. Gli sembrava uguale, poi più stanco, poi uguale di nuovo. Una mattina notò un filo grigio che non ricordava.</p>
<p>«Da quanto stiamo viaggiando?» chiese.</p>
<p>«Abbastanza.»</p>
<p>«Quante ore?»</p>
<p>«Non saprei.»</p>
<p>«Lei non guarda il tempo?»</p>
<p>«Ho il tassametro.»</p>
<p>L’uomo cercò di mettere ordine nei pensieri. Aveva messo in vendita l’unica cosa di valore che possedeva, un valore diventato scomodo.</p>
<p>Ripercorse le stanze, una per una. Ingresso stretto, soggiorno con la finestra larga e il radiatore che ticchettava, la cucina dove d’estate si moriva, il bagno con la piastrella crepata dietro al bidet, la camera che al mattino prendeva luce da est.</p>
<p>«Lei l’ha mai vista, la mia casa?» chiese all’improvviso.</p>
<p>Il tassista sterzò a sinistra.</p>
<p>«Quale casa?»</p>
<p>«La mia. Quella dove stiamo andando.»</p>
<p>«Potrebbe chiamarla ancora sua?»</p>
<p>Sentì un colpo allo stomaco. «Finché non la vendo, sì.»</p>
<p>«Certo,» disse il tassista. «Finché non la vende.»</p>
<p>Attraversarono una zona di colline. Su una di queste c’era un condominio identico al suo: stessa facciata ingiallita, stessi balconi chiusi a veranda, stesse tende azzurre. Per un istante ebbe la certezza che il suo appartamento fosse lì, al terzo piano, e che se avesse suonato si sarebbe aperto lui stesso, qualche stagione più giovane, con una tazzina di caffè in mano.</p>
<p>«Si fermi.»</p>
<p>Il tassista rallentò.</p>
<p>«È quello?»</p>
<p>«Vuole che sia quello?»</p>
<p>Guardò meglio. Al balcone del terzo piano era steso un lenzuolo con stampati dei limoni enormi. Lui non aveva mai posseduto un lenzuolo del genere.</p>
<p>«No,» disse. «Non è quello.»</p>
<p>Il taxi riprese la sua corsa.</p>
<p>Una sera &#8211; la chiamò sera per via della luce arancione, ma avrebbe potuto benissimo essere un’alba di settembre o il riflesso di un incendio lontano &#8211; cominciò a parlare da solo, per non lasciare al motore del taxi l’unica compagnia possibile. Elencò a bassa voce gli oggetti rimasti nell’appartamento: la pianta, le due sedie, gli asciugamani, il tavolo. Poi ripassò i pregi dell’immobile, come se dovesse ancora illustrarli a un cliente: posizione strategica, doppia esposizione, spese contenute, vicinanza ai servizi, soffitti alti, stabile tranquillo. A “stabile tranquillo” rise. Rise abbastanza da tossire.</p>
<p>«Vuole un po’ d’acqua?» chiese il tassista.</p>
<p>«No. Ha già piovuto abbastanza.»</p>
<p>Accadde anche che fuori, sopra un qualche marciapiede, comparisse sua madre. Non intera: prima il cappotto color cammello che portava l’inverno in cui si ruppe il femore; poi, più avanti, il modo in cui inclinava il capo davanti alle vetrine. L’uomo non disse nulla. Era cambiato abbastanza da non essere più nemmeno suo figlio.</p>
<p>Una mattina di un mese qualunque, il tassista disse:</p>
<p>«Ci siamo quasi.»</p>
<p>L’uomo non reagì. Lo aveva già sentito due o tre volte, forse di più.</p>
<p>Fuori comparvero strade sempre più note. La panetteria all’angolo con la saracinesca rigata, il tabaccaio, la cancellata verde della scuola, il platano storto che sollevava i sampietrini con le radici.</p>
<p>Si sporse in avanti. «Questo lo riconosco.»</p>
<p>«Immagino di sì.»</p>
<p>Il cuore cominciò a battergli forte.</p>
<p>Anche il negozio di ferramenta dove aveva rifatto le chiavi. Il fruttivendolo che teneva le cassette delle arance così in fuori che se eri distratto ci andavi contro. E il bar dove, il giorno del rogito dei suoi genitori, avevano festeggiato con un prosecco e un succo all’albicocca.</p>
<p>Il taxi rallentò. Svoltò nella sua via. E davanti al portone, si fermò.</p>
<p>L’uomo rimase qualche secondo fermo.</p>
<p>Il condominio era lì. Il citofono con i nomi storti. La cornice annerita dell’ingresso. Il vaso di orchidee finte nell’androne. Al terzo piano, dietro la finestra del soggiorno, gli sembrò di vedere il riflesso del cielo sulla parete vuota.</p>
<p>Si toccò la tasca per sentire le chiavi. Non si erano mosse da lì.</p>
<p>«Sì… Siamo arrivati. Quanto le devo?»</p>
<p>Il tassista spense il motore.</p>
<p>Poi girò il tassametro verso di lui. L’uomo guardò la cifra. La lesse una volta.</p>
<p>Poi una seconda.</p>
<p>Poi avvicinò il viso come se il problema fosse la vista.</p>
<p>Ma quello era il prezzo da pagare. Non arrotondato. Non approssimato. Esattamente quello. Fino agli ultimi tre nove che l’agente immobiliare gli aveva suggerito per ragioni psicologiche e che ora gli si ribaltavano addosso come una maledizione.</p>
<p>Sentì un vuoto nelle gambe. «C’è un errore.»</p>
<p>«È stata una corsa lunga.»</p>
<p>Guardò il portone. Poi di nuovo il tassametro. Poi l’uomo davanti a lui. Studiò per la prima volta con attenzione il suo volto: sui cinquanta, forse meno, con un viso ordinario, pulito, senza alcun tratto memorabile se non l’indifferenza. Le mani sul volante erano asciutte, curate. Lo guardava con la calma di chi si presenta a un appuntamento dopo essere arrivato in anticipo.</p>
<p>«Nessuno può pagare una cifra simile per una corsa in taxi.» Ridacchiò. «Chi è lei, il Diavolo?»</p>
<p>Allora rise anche l’uomo davanti. «Possibile che non l’abbia capito?»</p>
<p>Si fermò. E capì. Il cliente. Lo pensò con la fatalità con cui si sarebbe scritto il nuovo cognome sul citofono del terzo piano a sinistra.</p>
<p>Un colpo di fiato. «Questo non ha nessun senso.»</p>
<p>«Al contrario. Ci serviva quella cifra.»</p>
<p>«A lei! Ma io che ci guadagno?»</p>
<p>«Lei ha avuto la sua corsa.»</p>
<p>«È assurdo.»</p>
<p>L’uomo davanti si girò a guardarlo. «Lei aveva un immobile di cui voleva liberarsi e io un mezzo. Lei ha chiamato e io sono venuto.»</p>
<p>La cifra non si muoveva più. Era arrivata dov’era necessario arrivasse.</p>
<p>«Lei mi ha truffato.»</p>
<p>«Non direi. La corsa è stata reale.»</p>
<p>Guardò fuori. Dietro quel portone c’erano trentadue anni di vita compressi in settanta metri quadri: le domeniche di febbre, la muffa nell’angolo nord, il primo stipendio contato sul tavolo della cucina, il padre seduto vicino alla finestra con le scarpe ancora ai piedi, la donna che una notte di agosto gli aveva detto che non sarebbe rimasta, il soffitto osservato per ore quando il sonno non arrivava, il silenzio dopo i temporali, la piastrella rotta, l’alone del quadro all’ingresso, l’odore del detersivo nelle mattine d’inverno.</p>
<p>«Lei non può comprarsi una casa così,» disse.</p>
<p>«Perché no?»</p>
<p>«Perché non si comprano le case con una corsa in taxi.»</p>
<p>«Molti le comprano con molto meno.»</p>
<p>Strinse le chiavi nel pugno fino a farsi male. «E adesso dovrei semplicemente darle le chiavi?»</p>
<p>«Se preferisce possiamo salire insieme. Controllo lo stato dell’immobile.»</p>
<p>La frase lo colpì più di tutto il resto. Non la truffa, non l’assurdo, non la cifra. Quel tono professionale, quasi notarile. Era questa la cosa più intollerabile.</p>
<p>Guardò ancora quella cifra. Esatta. Guardò il portone.</p>
<p>Dal balcone del primo piano una donna scosse una tovaglia a fiori. Le briciole caddero nel vuoto e si dispersero nell’aria. Qualche briciola cadde sul parabrezza.</p>
<p>«Lei cosa ci farà?»</p>
<p>«Ci abiterò.»</p>
<p>«Tutto qui?»</p>
<p>«Non basta?»</p>
<p>Non seppe rispondere. Era la risposta più terribile. Non speculazione, non vendetta, non truffa. Solo abitare. Entrare, sistemare le proprie cose, aprire le finestre, mettere una tazza in un pensile, dormire dove lui aveva dormito, guardare la stessa luce arrivare sul pavimento.</p>
<p>Il cliente tese una mano aperta, discreta, verso le chiavi.</p>
<p>Avrebbe potuto scappare. Attraversare la strada, infilarsi nel bar all’angolo, chiamare qualcuno, gridare. Ma raccontare cosa? Di aver preso un taxi troppo a lungo? Che il tempo era scivolato troppo in fretta? Che il taxi non era solo un mezzo ma anche il fine?</p>
<p>Aprì il pugno.</p>
<p>Le chiavi gli lasciarono nel palmo un segno rosso.</p>
<p>Le posò sulla mano del cliente, che le prese senza avidità, come si ritira un documento atteso o un testimone alla fine di una corsa.</p>
<p>«Grazie,» disse.</p>
<p>«E io?»</p>
<p>L’uomo infilò le chiavi nella tasca interna della giacca e il tassametro tornò lentamente a zero.</p>
<p>«Se vuole,» disse al passeggero, «posso riaccompagnarla a casa.»</p>
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		<title>Oltre la diaspora. Storie di fantasmi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Comberiati]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Daniele Comberiati</strong> <br />
Quello che segue è un estratto del primo capitolo del romanzo Oltre la diaspora. Storie di fantasmi uscito per Rubbettino.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Comberiati</strong></p>
<p><em>Quello che segue è un estratto del primo capitolo del romanzo </em>Oltre la diaspora. Storie di fantasmi<em> uscito per Rubbettino. Nel libro si racconta la storia di </em><em>Antonio, rimasto a vivere in Italia, mentre tutti intorno a lui partivano: Barcellona, Amsterdam, Stoccolma, i racconti dei suoi amici espatriati riempiono gli spazi ormai vuoti della sua città. Un giorno riceve una telefonata: il suo amico Livio, emigrato da tempo nel quartiere di Sant Andreu, a Barcellona, è sparito nel nulla. Ma Livio non è il solo ad essere scomparso: Silvia ad Amsterdam, Francesco a Stoccolma, e con loro molti espatriati italiani di cui all’improvviso non vi è più traccia. Antonio inizia così una ricerca impossibile, nei suoi affetti e nella diaspora italiana di ieri e di oggi, affidandosi a memorie personali e a documenti storici. Le lotte sociali di Barcellona all’inizio del secolo, con gli italiani che combattevano nei due fronti, fra gli anarchici e gli agenti infiltrati; la “rivolta degli spaghetti” nella Amsterdam del 1961, quando gli emigranti che lavoravano al porto pretesero cibo decente; i quartieri operai nella Stoccolma degli anni Sessanta e Settanta, un tempo ghetti e ora trasformati in quartieri di lusso. La fuga dei cervelli attuale si lega all’emigrazione storica, attraverso un viaggio nelle tre città che è destinato a non finire mai: perché chi è partito è già diventato altro e gli italiani che cerca Antonio, semplicemente, non esistono più. </em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-119540" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-768x1024.jpg" alt="" width="538" height="717" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-1536x2048.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/IMG_20220924_113558-scaled.jpg 1920w" sizes="(max-width: 538px) 100vw, 538px" /></p>
<p>Il treno che usciva da Torino percorrendo orizzontalmente la Francia meridionale era uno dei vanti della Rotschild. Quel modello spaccava l’Europa in due: Budapest, Vienna, Torino, Nizza, Barcellona, l’oriente e l’occidente, il nord e il sud del continente erano finalmente riuniti. Anno di grazia 1884, la locomotiva aveva una forma basica nella sua semplicità: macchina con quattro grandi ruote per ogni lato, un fumo nero denso che usciva dal fumaiolo (come una ciminiera&#8230;), il tender che sembrava scoppiare per quanto era pieno. Carbone, vapore, fumo, pistoni, cilindri: quel modello era il simbolo di un mondo che era già cambiato, ma an- che una testa di ponte, o un cavallo di Troia. I padroni lo avevano fatto costruire a operai malpagati e sfruttati, e ora proprio quegli operai lo avrebbero utilizzato per trasportare non le merci del capitale, ma le idee della rivoluzione.</p>
<p>Sono anni strani: in Francia un secolo prima c’è stata la rivoluzione, ma la gente continua a sentirsi sfruttata e a scendere in piazza. L’Italia è da pochi anni finalmente unita, eppure i contadini del sud sono poveri come prima, alcuni anche di più. Nelle fabbriche tedesche e inglesi, teoriche avanguardie della rivoluzione industriale, si fanno strada idee diverse, conflittuali, ma accomunate dal desiderio di cambiare, abbattere, andare oltre. Perfino i commerci olandesi e belgi sono in crisi: cominciano a circolare anche lì, apparentemente indistruttibili, i libri di Marx ed Engels, ma la cosa più strana è che questi libri per alcuni sono già vecchi. Bakunin ha passato diversi mesi in Italia a spiegare a operai e contadini che non c’è rivoluzione comunista che tenga se si continua a mantenere l’idea di Stato. Lo Stato, dice Bakunin, conserva i rapporti di potere, le gerarchie, lo sfruttamento. È la semplice sostituzione di una classe sociale con un’altra, per quanto maggioritaria. Ma è davvero questo che vogliamo, dopo una rivoluzione?</p>
<p>No, certo, o almeno non tutti. Molti militanti italiani sono frustrati. Hanno combattuto per l’unità nazionale accanto a Garibaldi pensando a Mazzini e credendo di cambiare il mondo. Si sono ritrovati Cavour, il massacro dei briganti e i Savoia. Alcuni, come Foscarini, sono ancora giovani. Hanno creduto in Venezia e si ritrovano Crispi che vuole invadere l’Eritrea. Hanno sognato l’internazionalismo e la caduta delle frontiere e si sono svegliati nel colonialismo di fine Ottocento. Per loro, come per Bakunin, la dittatura del proletariato è solo una dittatura. Nessuna delega, nessuna rappresentanza. Se la massa si ribella, la massa prenderà il potere. Foscarini è uno dei più accesi, nei dibattiti a fine turno nelle campagne emiliane: contro i padroni, contro il Re, ma anche contro il sindacato e contro il partito, ennesimi esempi di un potere centrale che vuole reprimere la forza del popolo.</p>
<p>Qualcuno ne parla a qualcun altro che aveva conosciuto per vie traverse Bakunin, o una cosa del genere. Anche nel movimento anarchico, sottili come steli d’erba ma ugualmente fastidiose nel solleticare la superficie del corpo, esistono le gerarchie. Magari non entrano nel sangue, ma segnano l’epidermide provocandole un ricordo fisico leggero ma non per questo più facile da dimenticare. È uno di questi “emissari” che lo contatta. C’è bisogno di te, in Europa. Ogni idea va amata, come una religione. C’è bisogno di gente che sappia trasmettere il Verbo. E tu, caro Foscarini, sei tra gli eletti.</p>
<p>Per questo su quel treno diretto a Barcellona, nella primavera del 1884, c’era anche il giovane italiano. E con lui decine di anarchici, socialisti, comunisti e -isti vari, pronti a portare testa, cuore e pancia nelle fabbriche catalane, dove si preparava – con toni epici – l’Esposizione Universale del 1887. E quindi cantieri, operai e padroni. E scioperi, boicottaggi, manifestazioni. Riunioni, scontri, rivolte.</p>
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		<title>La lavanderia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/16/la-lavanderia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Sebastiano Montesi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Sebastiano Montesi</strong> <br />
Ci incontravamo sempre alla stessa ora, gli stessi giorni: il lunedì e il giovedì, dalle diciassette alle diciotto. La lavanderia a gettoni si trovava a un centinaio di metri da casa mia. Sette chili a sette euro per lavaggio e asciugatura, oppure tredici euro per sedici chili.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sebastiano Montesi<img loading="lazy" class="wp-image-118721 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546.jpg" alt="" width="471" height="427" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546.jpg 817w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546-300x272.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546-768x697.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546-463x420.jpg 463w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546-150x136.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/IMG_3546-696x631.jpg 696w" sizes="(max-width: 471px) 100vw, 471px" /></strong></p>
<p>Ci incontravamo sempre alla stessa ora, gli stessi giorni: il lunedì e il giovedì, dalle diciassette alle diciotto. La lavanderia a gettoni si trovava a un centinaio di metri da casa mia. Sette chili a sette euro per lavaggio e asciugatura, oppure tredici euro per sedici chili. Indicativamente, ci lasciavo giù una trentina di euro al mese. Però era comodo. Mi risparmiavo la fatica di stendere i vestiti e di aspettare che asciugassero. Li ritiravo dall’asciugatrice ancora caldi e li piegavo ordinatamente nella sacca. Poi tornavo a casa. In tutto ci mettevo un’ora, un’ora e un quarto. Sempre lo stesso programma – tiepido, a 40 °C – e lo stesso detersivo al muschio bianco. La lavatrice che avevo in casa non la utilizzavo mai. Me l’aveva lasciata il proprietario precedente, ma dopo un paio di lavaggi avevo preferito lasciarla lì, in bagno, inutilizzata. Preferivo quel rito compassato di andata e ritorno, l’odore caldo di detersivo e di tessuto cotto. Mi dava un’idea di pulizia. Mi ricordava qualcosa che non ricordavo.</p>
<p>Mara aveva gli stessi orari. Arrivava in lavanderia trascinandosi una grossa valigia Samsonite e caricava due cestelli – uno tiepido e l’altro freddo, per i delicati – con due tappi ciascuno di detersivo alla lavanda. Quindi ci sedevamo entrambi sulla panca di fronte alle macchine, a osservare la rotazione dei nostri vestiti e lo sciabordio dell’acqua schiumata che si infrangeva sul vetro nero dell’oblò. Era un suono rilassante, in qualche modo. A me piaceva soprattutto quando la macchina accelerava, nella sezione centrale del lavaggio, e il suono si faceva più sottile, più acuto, e i vestiti si appiattivano alla superficie del cestello per la forza centrifuga della rotazione. Mara, invece, credo preferisse il suono della fase finale, quando la macchina rallentava e i vestiti, appesantiti dall’acqua, ricadevano verso il basso con un leggero tonfo. Un tonfo lento e dritto, matematico. Risalivano e poi cadevano, seguendo la rotazione lenta del cestello, troppo lenta per tenerseli stretti. In quei momenti, Mara si piegava in avanti, appoggiava i gomiti alle ginocchia e osservava l’oblò riempirsi dei suoi vestiti in caduta libera. Credo le piacesse, sì. O forse si preparava solo alla fine del ciclo, a scattare in avanti al suono della macchina che sarebbe seguito all’ultima, rapida centrifuga. Magari entrambe le cose.</p>
<p>La mia centrifuga durava di più. La impostavo sempre alla potenza massima, per essere sicuro di non dover utilizzare due cicli di asciugatura e poi, soprattutto, perché durante la centrifuga la macchina girava al massimo, di nuovo, e i vestiti aderivano come panni alla superficie del cestello, anche più che durante la fase centrale, e il suono della macchina era un fischio acuto e meccanico, sempre più acuto, e l’oblò era semplicemente una finestrella vuota, nera. A quel punto mi ingobbivo anch’io. Appoggiavo i gomiti alle ginocchia e piegavo la schiena in avanti, nella stessa posizione di Mara, e per un paio di minuti ce ne stavamo così, paralleli e simmetrici, ognuno a osservare la propria macchina e nient’altro. Poi la sua emetteva il suono di fine ciclo. Lei si alzava, svuotava il primo cestello e di tanto in tanto lanciava delle rapide occhiate alla mia, che le vibrava accanto, rabbiosa, alla potenza massima. Ne sembrava quasi spaventata. I suoi vestiti erano molto più delicati.</p>
<p>In quanto a noi due, gli unici sguardi che ci lanciavamo erano filtrati dallo specchio che separava le nostre lavatrici, posizionato di fronte alla panca. Era un grosso specchio verticale, alto fino al soffitto e largo all’incirca un metro: la stessa distanza che ci separava sulla panca, ognuno di fronte alla propria macchina. Ci guardavamo solamente attraverso quello specchio, di sfuggita, mantenendo entrambi lo sguardo basso. Lei mi guardava le mani e le ginocchia. Io le mani e le caviglie. Ogni tanto ci prendevamo il rischio di guardarci in volto, sempre attraverso lo specchio, ma quando capitava che i nostri occhi si incontrassero distoglievamo lo sguardo rapidi, imbarazzati, sorridendo lievemente.</p>
<p>Gli occhi di Mara erano verdi come i miei. Solo un po’ più chiari. Aveva le mani curate e le caviglie sottili. Le labbra d’un rosa leggero e i capelli castani. La sua pelle mi sembrava molto liscia. Poi c’erano i vestiti. Erano vestiti colorati, di buona fattura. Alcuni eccentrici, altri più formali. Dal suo cestello, avrei detto che lavorava in qualche ristorante. Oppure in qualche hotel. Chi sa perché. Dei miei vestiti, invece, chi sa cosa pensava lei. Delle mie t-shirt bianche e nere, dei miei cargo beige e verdi, neri e blu. Delle mie felpe e dei miei golf bucati. La biancheria cercavamo entrambi di nasconderla, soprattutto lei. Quando apriva la sua Samsonite, in bella vista c’erano soltanto t-shirt e camicie. Dopodiché io mi voltavo, senza darlo a vedere, quel tanto che bastava a non farla sentire osservata, e lei affondava le mani nei vestiti, afferrando la biancheria da sotto e tenendola a contatto con i vestiti che vi aveva posizionato sopra. Quindi gettava tutto nei cestelli, rapida. Selezionava il programma e si sedeva accanto a me, a un metro di distanza, di fronte allo specchio.</p>
<p>L’asciugatura era più noiosa. Non c’era niente da guardare. Nient’altro che il rumore dei vestiti – un tonfo regolare, cadenzato – e il calore che filtrava dalle fessure dello sportello e spandeva il profumo dei nostri detersivi per tutto il locale – un profumo molle e vaporoso, gonfio di cotone. Durante l’asciugatura, per i primi dieci minuti, Mara usciva a fumare una sigaretta. La osservavo con la coda dell’occhio fumare nervosa – o almeno era questa la mia impressione – e poi spremere la sigaretta nel posacenere di fianco all’ingresso. Quindi rientrava, senza fretta, e l’odore dei nostri detersivi si mescolava a quello del tabacco bruciato. Mara tirava fuori una scatolina di mentine e ne buttava giù un paio. Poi guardava l’ora, sempre. Trascorrevamo gli ultimi venti minuti in silenzio, come gli altri sessanta. Io a leggere polizieschi e lei a sfogliare pagine su pagine di <em>Death Note</em>, con il manga appoggiato sulla coscia e le gambe accavallate, la caviglia sottile che ballava inquieta.</p>
<p>Un giorno di maggio decisi di vendere la lavatrice. In fondo, dopo quei primi due lavaggi, non l’avevo più utilizzata. In bagno mi occupava solo spazio e io preferivo la lavanderia a gettoni. Misi un annuncio online e ricevetti una prima offerta dopo un paio di giorni. Il prezzo era ridicolmente basso, ma non m’importava, non ci avrei comunque fatto granché. Vennero a ritirarla nel pomeriggio, un lunedì. Due ragazzi sudamericani la caricarono sull’ascensore e poi su un camioncino a noleggio. Quindi sgommarono via. Io recuperai la mia sacca e me ne andai in lavanderia.</p>
<p>Quel lunedì, Mara arrivò dieci minuti più tardi. Sembrava stanca. Caricò i due cestelli e poi, al momento di chiuderli, mi chiese se potesse usare un po’ del mio detersivo. «Giusto due tappi» disse. Il suo l’aveva finito. Le allungai il flacone sorridendo: «Solo due?». Sorrise anche lei, svuotò due tappi in entrambi i cestelli e mi riconsegnò il flacone, lanciando una rapida occhiata all’etichetta. «Ha un buon odore» disse.</p>
<p>«Non è male» risposi.</p>
<p>Fu l’ultima volta che la vidi.</p>
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		<title>La storia di F.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 06:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[laura mancini]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Laura Mancini</strong> <br />
Perversione in fin di vita dice la mia amica quando le racconto la storia di F., gli alberi assentono frusciando compatti intorno alla panchina che ci costringe l’una accanto all’altra e tutto, ogni suono del parco, sembra convenire sul verdetto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Laura Mancini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-118151 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-1024x757.png" alt="" width="618" height="457" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-1024x757.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-300x222.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-768x568.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-1536x1136.png 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-568x420.png 568w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-150x111.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-485x360.png 485w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-696x515.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red-1068x790.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Villa-LM-red.png 1766w" sizes="(max-width: 618px) 100vw, 618px" /></p>
<p>Perversione in fin di vita dice la mia amica quando le racconto la storia di F., gli alberi assentono frusciando compatti intorno alla panchina che ci costringe l’una accanto all’altra e tutto, ogni suono del parco, sembra convenire sul verdetto. Non sapendo come risolvere l’amarezza in cui lei si contorce per non potermi dire il suo sprezzo sghignazzo, frugo nella borsa, ribatto può essere, scalcio una pigna e rido stavolta più forte come per essermi convinta, la conversazione assume un tono sfrontato da tenzone un po’ sciocca. L’amica sorride interdetta e tentenna, da quando ho smesso di parlare si alza e risiede, tocca il naso e i capelli, accende una sigaretta dopo l’altra, le basta così poco per animarsi. Sediamo a due passi dal bar del parco, in un giorno feriale di metà settimana. Non ci sono che coppie di pensionati, amanti dei cani e un personal trainer che stantuffa il cornetto nel caffellatte fissandolo serio con aria omicida. L’ho visto arringare una squadra su e giù per la collina, sopra e sotto l’arco, più veloce ancora più veloce, cash o paypal e ci vediamo venerdì. L’amica accenna un verso di scontento ma dovrà contenersi, lasciare all’implicito l’errore morale di cui mi fa carico. Il vento, banalmente, fischia “sarà”.</p>
<p>La villa è curvilinea, multiforme, intima e piena di anfratti bizzarri che ne fanno il carattere isolato, l’intenzione boschiva, l’accenno labirintico. Quando la perimetro a razzo oppressa dai podcast bofonchio insolenze contro l’utenza – liberi professionisti di zona, borghesia commerciale, ciclisti della domenica. Gente tanto inabile a godere dell’ozio da ridursi a pagare qualcuno da cui farsi urlare pronti partenza via, ginocchia alte, correre correre, e stop, recupero, recupero. Nei boschetti periferici che non mi stanco di fotografare ma di rado percorro intendo un’atmosfera, un’idea: di natura in città, di altro mondo a portata.</p>
<p>La storia di F. è figlia di questo luogo, gli è legata in modo scabroso. Io che ne sono l’unica testimone l’ho appena ripetuta con la nonchalance dei fatti; belli o brutti, essi sono accaduti. All’amica ho riportato i dettagli affinché la vicenda deflagri e significhi <em>qualcosa</em>, movimenti una situazione altrimenti dimenticabile. È iniziata così ed è finita colà. Confido in un dignitoso risvolto: prima o poi giungeranno i chiarimenti, le esegesi, le teleologie, il caso sarà sbrogliato e archiviato. Per questa ragione non mi imbarazzano gli sguardi sarcastici, le scosse di dissenso, i commenti a rinculo come <em>perversione in fin di vita</em>. Ma la vita di chi?</p>
<p>Dal giorno in cui mi è stato asportato un sospetto sarcoma per la biopsia di cui mi diranno, ogni istante è droga più di quando pensavo: farò come voglio, lo farò fino in fondo, ma poi correvo in ufficio, rispondevo alle e-mail ed ero una pavida ingloriosa pedina, schiava sociale al soldo dei mostri. Ora non più, il terrore di finire mi ha conferito coraggio, rancore, molto entusiasmo. Del binomio edonismo e malanno sarà banale l’idea ma è benefico l’effetto: in questo tempo sospeso, mentre gli alberi frusciano uguali a sé stessi e gli animali si infrattano ignari di tutto, agisco con più ritmo che cura e, nella certezza della morte, vivo convinta senza perdermi in chiacchiere. Dunque eccola qui, la storia di F.</p>
<p>Vidi F. per la prima volta senza sapere chi fosse. Passeggiavo rapida e senza meta con l’unico fine di battere un record, ma non è semplice avanzare a nastro tra buche e tombini, bar e boutique, vicoli mozzi ingolfati dalle orde turistiche del giubileo permanente in cui questa città lentamente muore. Dunque procedevo a strappi e nervi e spallate scontente sperando di non schiantarmi sul gruppo di colleghe perbene che aveva ricevuto in risposta all’invito a pranzo la mia consueta gelata su un incontro, un caffè, il ritiro di un pacco, qualunque cosa purché suonasse bugiarda e loro capissero, una volta per sempre, di non dovermi scocciare. Bloccata in coda dietro una comitiva di donne dell’est con la pettorina gialla intercettai un soggetto eccentrico – blazer sartoriale camicia in seta lavata mocassini calzini occhiali in titanio orecchino astuccio da pipa e la nota pazza dei bermuda avvitati, da cadetto o giovane di montagna. Rideva sicuro di sé tenendo una mano in tasca e l’altra a mezz’aria, con le dita un po’ aperte nel numero tre, si stringeva il naso d’aquila tra l’indice e il pollice soffiandovi dentro per ridersela ancora e si assestava schiaffetti affettuosi come a dire che tipo che sono, spacciato ma in gamba, poi passava a scompigliarsi il mullet nello stesso impeto di auto-tenerezza e insomma tutto il suo corpo esprimeva col ballo il grande spasso della conversazione. Registrai la presenza invidiando quello stare a proprio agio nel mondo senza gruppi da schivare né gruppi dietro a cui accodarsi, quell’inconsapevole tip tap tra una cosa e l’altra per riaversi dalla mediocrità settimanale. Detestabile <em>e</em> desiderabile, pensai riprendendo la foga della marcia, diametralmente opposto all’intrico di rabbie in cui mi contorcevo enumerandone le fonti: l’orrore per il carisma del mio ex marito, il fallimento del dialogo emotivo col mio bambino, il sadismo del capo che mi tratteneva in ufficio con improvvise consegne del tramonto da smontare al cospetto della mia schiera per congedarmi con un riparliamone domani, quando ci avrai pensato meglio.</p>
<p>Ti presento mio marito F., disse V., la madre del nuovo compagno di classe di mio figlio. I bambini erano alle prese con una prova di atletica non proprio brillante, sempre lì al parco, all’ora in cui i ginnasti della mattina erano ormai in sauna da un pezzo e al bar, tra i tavoli delle signore, circolavano teiere gonfie di bustine industriali. Gli alberi tacevano attoniti per la modestia del parterre. Era un autunno caldo e straniato che mortificava ogni sogno e a questo imputavo l’impasse in cui il mio bambino stanziava senza sapersi risolvere a giocare, fare i compiti, scherzare e scarabocchiare come gli altri. La prova di atletica doveva essere lo slancio perché spiccasse il volo. V. era la mamma di un alunno altrettanto esiliato, fresco di trasloco, bilingue e spiantato, delicato, introverso, alla prova di atletica eravamo andate insieme come a una terapia familiare. Dopo l’automatico piacere F. mi disse ma io ti conosco! ti vedo sempre camminare davanti al mio studio. Sorrisi senza confermare, allora chiese: sei tu? Credo di sì soffiai bisbigliando l’indirizzo esatto, ma questo e poi basta, cambiammo argomento.</p>
<p>V. era bella e rigogliosa come una pianta da frutta. Nata a Capo Verde, aveva vissuto in tutto il mondo, ora comprava e rivendeva ceramiche, cuciva oggetti a uncinetto, aveva appena iniziato a meditare, la pratica stava cambiando la sua <em>percezione della realtà</em>, il suo <em>attaccamento al terreno</em>. Ai miei occhi conservava i pregi dell’infanzia e l’esperienza dell’età adulta, trasformava in oro tutto ciò che toccava, era una musa, una lupa, una specie di incanto. Andammo altre due o tre volte ad atletica senza troppe speranze per quei poveri fessi, poi prendemmo a vederci da sole, al mattino, quando io disertavo l’ufficio per difendermi dall’infamia del capo e lei si concedeva una pausa dalle mille piacevoli attività di cui era fatto il suo giorno. Desiderava <em>respirare l’aria della natura</em> che aveva nutrito la sua salubre infanzia e ora che cos’era questo traffico!, esclamava indicando la strada intasata a valle del parco.</p>
<p>Il mio ex marito durante gli ultimi anni in cui avevamo provato a tenere insieme il tutto si era trasformato in uno strano fantoccio. Vestiva con eleganza, giocava a padel e a poker, partecipava ai convegni, girava video dei propri discorsi che poi <em>caricava</em> per monitorare come <em>performassero</em>. Ogni tanto mi portava la colazione a letto, invitava a pranzo fuori, regalava un massaggio, dei fiori un po’ andati, una friggitrice ad aria, ma con gli occhi vitrei e il corpo nervoso di un serpente. Quando si infervorava indirizzava i suoi messaggi motivazionali proprio a me che lo osservavo esterrefatta, a me che non comprendevo la sua lingua e sentivo montare una vertigine, il senso ormai nitido di un abisso. Credo si allenasse. A suo dire avrebbe <em>dato tutto sé stesso</em> perché godessi della nostra fortuna, mi prendessi i miei spazi, <em>abitassi il mio corpo</em>. Si era ormai trasformato in un mental coach e non era uno scherzo ma il modo in cui si presentava ai genitori della classe del nostro innocente ragazzo gettandomi in un imbarazzo ricco di sfumature: il rancore, il rimpianto, lo stupore, l’angoscia. Ogni famiglia camuffa una vergogna e quella era la mia. La mia personale sconfitta di essere umano.</p>
<p>Alla lunga i bambini divennero amici. Quando incontravo F. ci teneva a esaltare il sodalizio facendola più grande del dovuto. Restava allegro come in quello sketch del telefono che non avevo mai confessato di aver spiato, sempre su di giri e gasato per fatti semplici come guardare due ragazzini che giocano al parco. Una volta, mentre aspettavamo che V. tornasse dal bar con l’acqua mi disse sai a chi fa bene più che a chiunque altro l’amicizia dei bacarozzi? (chiamava i bambini bacarozzi), a mia moglie, perché frequentandoti resta nel mondo, vede come vivono le altre donne, lavorando e passando per tutti gli umori, intendendo anche quelli tetri e disperati che tu incarni. Mi mise una mano sulla spalla, una sola mano ma grande e forte, ben salda, che mi chiuse la gola.</p>
<p>Due giorni di meditazione trascendentale, disse V., in Toscana e F. oberato per la consegna di una gara, senso di colpa, che faccio non vado? Ci sono io, promisi, nessun problema: mentre lavoro la baby sitter, quando torno le pizze, un film, lascio scegliere a loro, affare fatto. Ma avevo sbagliato, sbagliavo sempre per via del capo che mi aveva convinta di essere una persona orientata al collasso progettuale – la mia visione era bidimensionale, la mia fantasia limitata. Quel fine settimana spettava al padre, sarebbe stato lui a guardia dei bacarozzi, lui a comprare le pizze e proiettare la pellicola. Certo, confermò lui con slancio, era felice di potersene occupare, io avrei avuto tempo per <em>raccogliere le energie </em>– da tempo mi spiegava che nell’eventualità della malattia il mio atteggiamento sarebbe stato fondamentale, da questo sarebbe dipeso molto, forse tutto.</p>
<p>Non avevo grandi possibilità di svago sociale, la mia amica era a Capri per l’addio al nubilato della sorella minore, mi inviava messaggi biliosi criticando ogni gesto e ogni suono col cuore pietrificato dall’eccesso di famiglia. Dunque mentre il tramonto saltava brutalmente in una notte lastricata di nero senza stelle né nuvole né fascinose nebbioline, mi dedicai a un libro che mi rattristava e colmava di ammirazione in pari misura. Se fosse stato un paesaggio l’avrei detto scosceso, a picco, puntuto, ghiacciato e poi infuocato, ma non era un paesaggio, era una storia terribile di cui intuivo la prossimità. Dunque poco dopo l’alba, così presto e ancora così scossa dalle pagine notturne, mi convinsi a una camminata convulsa che non raccogliesse ma azzerasse le energie per poter ricominciare dal niente.</p>
<p>Nel folto del parco, tra alberi ormai apertamente ostili, in uno dei boschetti proibiti dove si inoltravano solo i padroni di cani ribelli al circuito d’asfalto e inclini, per loro canina pazzia, a un deragliamento fuori pista, scorsi una figura nel vapore emanato dalle piante. Una figura fatta di due, a ben vedere, una specie di ariete, con una gran testa scatenata, come in preda a un tremore, e un corpo doppiato sul fondo, che rivelava un secondo soggetto. Colta da una curiosità che era forse intuito di orrore, mi avvicinai coi passi di un cacciatore di quaglie, decisa a scontornare la cosa per bene e così riconobbi il mullet, l’orecchino, il naso d’aquila puntato al cielo. F. emanava una sorta di rantolo, virando la solita iperbole espressiva all’estasi che non gli si addiceva affatto. Alla sagoma nota del corpo di sopra seguiva una seconda che non seppi definire sul momento ma una foto avrebbe chiarito. Clic, fece il cellulare, ma né F. né l’altra persona ne furono distratti.</p>
<p>Andai a prendere i bambini anticipando di poco l’orario concordato dai padri. Sul vialone le macchine impazzivano isteriche verso il sabato sera in un tripudio di luci che sembravano pretendere qualcosa. V. mi ha chiesto di tenerli ancora un po’ e volevo liberarti, dissi con occhi innocenti al mio ex marito che da quando allenava menti sapeva però leggerle. Fece cadere senza neanche un sermone, con l’eleganza che doveva provenire da un vantaggio privato e lasciò che portassi via i piccoli aiutandomi a rifare gli zaini e infilare le giacche. Legati i due al sedile posteriore dell’auto davanti a un cabaret di pasticcini mi misi di vedetta appoggiandomi alla fiancata come un poliziotto in borghese. Cantai cambia todo cambia pensandolo davvero e i rami per confermarlo mi persero tutte le foglie addosso frusciando piano, un’ultima volta.</p>
<p>F. era raggiante, indossava una felpa, sneaker ricamate per non essere mai da meno, un cappellino di fustagno senza visiera. Mi diede due baci come a una cugina e poi aprì la tiritera sulla riconoscenza, lo stress, il fare rete che mi chiarì come dal suo atteggiamento dipendesse molto, forse tutto. Davanti alla foto il sorriso gli si compresse in una stinta secchezza. Disse una cifra a bruciapelo con la prontezza di chi si era già trovato in quella posizione. Il dettaglio non sembrò impressionare la mia amica ed era invece centrale: è stato F. a disporsi al sommo degrado, F. ad andare per le spicce, e dunque non mi pento di aver giocato al rialzo perché a ciò che gli suggerivo, un chiarimento, la sua idea di pagare ha contrapposto la promessa di liberazione, un premio per me che ne merito eccome. La fine dei tempi in cui un uomo si sia fatto forte del dirmi riparliamone domani, quando ci avrai pensato meglio si schiarì tra le ultime foglie, fulgida come lunghi futuri senza sarcomi. Penserò a tutt’altro, dissi allora agli alberi nudi, e presi ciò che volevo senza tanti problemi.</p>
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			</item>
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		<title>In viaggio verso Casarsa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/20/verso-casarsa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Casarsa]]></category>
		<category><![CDATA[Massimiliano Gusmaroli]]></category>
		<category><![CDATA[pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Massimiliano Gusmaroli</strong> <br />
Nel buio dello scomparto del treno che mi porta a Trieste, continuo così ad ascoltare questa «roba», questi pezzi composti da dj, non da musicisti diplomati al conservatorio]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimiliano Gusmaroli</strong></p>
<p>[Brano tratto da un racconto lungo, inedito, intitolato <em>Verso Casarsa</em>]</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-117227" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1.jpg" alt="" width="849" height="604" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1.jpg 849w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1-300x213.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1-768x546.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1-590x420.jpg 590w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1-150x107.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1-696x495.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Immagine-1-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 849px) 100vw, 849px" /></p>


<p>Nel buio dello scomparto del treno che mi porta a Trieste, continuo così ad ascoltare questa «roba», questi pezzi composti da dj, non da musicisti diplomati al conservatorio (benché il sintetizzatore vi sia ormai entrato come strumento riconosciuto); questa musica fatta di suoni che nessuno strumento di legno o metallo può offrire e che quindi bene si sposano con la mia idea moderna, e con le mie visioni. Un&#8217;idea avveniristica che è pur sempre melodica, a quanto pare. Forse si scoprirà un giorno che anche questa musica è destinata alla classicità, ed io questo già lo so, lo sento. Già la vedo nella sua potenza ancora incompresa tenere testa fieramente al Requiem di Mozart. Questa roba pur derivante da una cultura massiva e atomistica, caotica e informe, né umanistica né ordinata, ma che potrebbe suonare l&#8217;alba di un nuovo umanesimo. I cui suoni, pur deliranti e alienanti, pur performativi, sono forse a maggior ragione le note di una moltitudine che non è più una società, di una progenie occidentale orfana della società, in cerca di padri, di maestri, cioè di una società. Proprio come dei religiosi in cerca di dèi, questi seguaci senza guida, i cui moventi, pur edonistici e orgiastici, sono forse una nuova domanda di umanità e di storia. Ma questo simbolo musicale non riguarda solo una generazione di giovani sbandati, come dicono i sociologi laureati, bensì attiene, come tutto il resto, a tutti noi cresciuti nei decenni della Destituzione di tutto. È sicuramente così! come spiegare altrimenti le sensazioni che questa roba accende nelle mie orecchie fin nel mio animo seriamente pasoliniano? Laggiù, nel mio spazio profondo, là dove proprio questa musica mi dice, forse, che la mia antichità è stanca. E non me ne voglia Pasolini, ché non è lui l&#8217;antichità, pur essendo «una forza del passato», o, se lo è, è anche la modernità. «Bisogna essere moderni», diceva. Forse anche per questo una musica del genere non mi slega da lui, ma anzi bene mi accompagna.</p>



<p class="has-text-align-center">***</p>



<p>Casarsa della Delizia, nome che è una pura suggestione poetica. Luogo nativo della madre – il figlio vi apprese la vita rurale, la dolce «lenga furlana» e la passione politica; da cui pure fu bandito, per aver appreso il sesso. Mi ripeto allora, nel buio dello scomparto e nel sonno generale, quella breve poesia letta quand&#8217;ero ragazzetto di cui ho sempre ricordato a memoria i versi e che inizia con «Fontan d&#8217;aga dal me pais&#8230;». Commetterò forse degli errori, ma me la ricordo così.</p>



<p>Pasolini fu un poeta ben inserito nella tradizione. Non fu un Ginsberg. Tuttavia fu anche uno sperimentatore, un eclettico… sebbene rispettoso della tradizione. In fondo, con le sue modernità, non fu diverso da un Ariosto o da un Dante, ma proprio in questa «forza che viene dal passato» risiede la sua grandezza classica, che è per definizione durevole, resistente, giovane, e quindi moderna. Se dunque egli è stato il mio maestro, anzi «mio padre», come ho scritto sulle carte che consegnerò alla famiglia Pasolini, o al Centro Studi, eccomi dunque vagare con questa pasoliniana classicità in un mondo totalmente rivoltato contro ogni classicità, consunto e devastato dall&#8217;effimero come marchio primo del potere che lo tiene e lo organizza. E se come figlio di Pasolini sono dunque illegittimo davanti alla legge, per l&#8217;eredità che porto sono invece più che legittimo.&nbsp;</p>



<p>La musica mi scorre nelle orecchie, ma provo il disagio di non aver letto nemmeno un po’ e di dovermi addormentare così, come fossi indifeso. Me ne sto nella tenebra dello scomparto a riflettere ma so che dovrei anch’io riposare, visto il viaggio importante. Dormire, come questi filippini intorno a me. Ma so anche che io non sono come loro. Rimango infatti in sospeso, dolcemente eccitato dal viaggio verso Casarsa e amaramente in contrasto con me stesso, tra questa musica elettronica per svagarmi, per perdermi, per farmi opaco, e questi libri che ho qui nella borsa e sempre con me per concentrarmi, per avermi, per farmi vigile. Lettore avido, poeta e uomo civile interessato alla politica (ex sindacalista, per otto lunghi anni della mia vita), con un Pasolini che riassume in sé il modello che ho scelto; ma al contempo anche un ometto con gli auricolari, felicemente bombardato, che forse vorrebbe risolvere la politica impugnando una pistola e non sa più se amare o disprezzare questi filippini, e quei contadini verso cui sta viaggiando, come se troppo stretta fosse la vita per contenere tutte queste contraddizioni!</p>



<p>A Bologna i filippini si organizzano, salutano ed escono, dopodiché, di colpo, entrano nello scomparto due enormi ragazzine che fino ad allora avevo visto dormire curve e infastidite prima sugli strapuntini poi, dopo l&#8217;ennesimo morso del sonno, stese nel corridoio tra i piedi della gente. Precedono l&#8217;entrata di una donnona, la madre, anch’essa di carnagione chiara e giallastra, capelli biondi, meno longilinea ma esattamente selvatica e turbolenta come le figlie.&nbsp;Subentrate immediatamente dopo gli ordinati e ortodossi filippini queste tre slave, con una tempesta di sacchi a pelo già srotolati e lunghe cosce e lunghe braccia nude occupanti i posti lasciati dai loro predecessori, mi sono sembrate subito lo stendardo più vivido della varietà umana e dello spettacolo di cui è semplicemente capace il mondo nella sua alternanza di nazioni e carnagioni. Nonché il simbolo del viaggiare!</p>



<p>Delle due figlie una è alquanto scontrosa con la madre, forse la primogenita, forse adolescente. Il trucco marcato intorno agli occhioni infantili e cerulei, un po’ sbafato dall&#8217;insonnia, il taglio di capelli scaleno e l&#8217;orecchino che ci parla di trasgressione: è facile ravvisare una tendenza punk ma senza volgarità né degradazione, senza conformismo né quel falso pretesto filosofico che lo sorregge, ovvero non com&#8217;è nella spenta, triste, volgare, conformista, ignorante e arrogante sottocultura punk e anarcoide che si vede e riconosciamo a Roma nei cosiddetti Centri Sociali Autogestiti – di cui pure sono stato e sono un frequentatore, se a volte essi coincidono con la sinistra migliore di questo Paese in cui siamo costretti a far vigere il meno peggio. Al contrario, questa ragazzina, pur con una fissa smorfia un po’ brutta e antagonista verso la madre, è uno spettacolo di salute e cura, nonché di giovanile bellezza intatta. Nessun capo d&#8217;abbigliamento sdrucito, nessun tatuaggio tribale e conforme, nessuna puzza di cane malato e baciato in bocca&#8230; Hanno ambedue le figlie stupende corporature sviluppate, pelli immacolate, se pure un po’ abbronzate, d&#8217;un pallore solo un po’ smarrito, forse per via di una vacanza a Roma. Scenderanno a Pordenone, lo hanno detto al conduttore che all&#8217;altezza di Padova ci ha obliterato i biglietti e che in un inglese che mi ha colpito per la sua sforzata e italianeggiante pronuncia, nella quale purtroppo mi sono riconosciuto, ha intimato loro di avanzare di due carrozze poiché a Venezia il treno sarebbe stato spaccato in due: un pezzo avrebbe proseguito per Trieste e un altro per Pordenone.&nbsp;</p>



<p>Io devo arrivare alla fine. Non solo alla fine di questa tratta, a Trieste, ma alla fine dell&#8217;Italia, al confine. Luogo che vedo ameno e pronuncio con vigore, ma potrebbe benissimo essere del tutto insignificante. Tuttavia nella mia mente la parola «confine» produce significati e tutta un&#8217;accensione di vitalità. Anzi, oltre ai significati, mi procura un Senso.</p>



<p>Benché questa mèta sia estranea al viaggio pasoliniano e fuori dalla rotta di Casarsa comunque non è estranea al viaggiatore e fuori dalle rotte ideali dell&#8217;uomo che io sono, perciò è deciso: dopo Trieste prenderò la via per Gorizia e con un passo sarò dunque quasi in Slovenia.</p>



<p>Questo pezzo di treno sganciato e lanciato verso il confine, in cui ormai sono rimasto solo, a dondolare, a guardarmi ampio e compiaciuto nella mia solitudine anch&#8217;essa estrema, assume adesso questi significati e questo Senso del confine come dentro una simbolica coincidenza con me stesso, con la mia personalità <em>di confine</em>, per così dire, viaggiatrice da sempre tra ideali città, ai limiti di sé.&nbsp;</p>



<p>Città interiori in cui la poesia è legge. Per cui anche questo vagone notturno, infatti, è adesso avvolto nel suo essere poetico, cioè nel suo essere ferroso e fatto di ferroso rumore, in questo vento fittizio e potente che è suo, in questa luce bassa e a tratti unica nella notte che pure è sua, come questo suo forzato essere su una rotaia, in una corsa poetica ma quasi penosa poiché consumata in vecchia poesia, la sua vecchia poesia di treno che va. Poesia in cui pure è concepito questo viaggio, del resto, dato che avrei potuto prendere un aereo fino a Milano o Venezia. Ed invece, questa sera, a sera ben inoltrata, ho lasciato la mia casa (quasi all&#8217;improvviso nella mia vita) e con uno zainetto leggero, ma anch&#8217;esso grave di poesie, mi sono imbarcato, a cuore alto, verso una Casarsa di poesie.&nbsp;</p>



<p>Trieste mi è capitata sulla rotta, forte di Umberto Saba.</p>



<p>Saba è uno dei poeti che davvero stimo e amo; recentemente riletto, l&#8217;ho voluto perfino in regalo per il mio trentasettesimo compleanno, e qui, sul libro bianco, edizioni Einaudi (purtroppo), ho scritto una poesia che ho poi fatto agire in una mia «azione» offrendola direttamente dal margine della pagina su cui è nata. Sì perché io compio da qualche annetto delle performances che chiamo «poesie in azione» e sono testi scritti apposta o adattati da mie poesie per essere dati fuori dalla carta o dal tradizionale reading. Valga a spiegarmi meglio il testo del volantino-brochure dell&#8217;ultima di queste azioni: «Gli Angeli della Vita lottano contro i Demoni della Distruzione, sabato 26 febbraio 2011 ore 19:00 presso la Libreria Il Mattone a via Bresadola 12-14 (Centocelle, Roma) – in forma di poesia in azione – durata: 30-40 min. (?) dipende da come si svolge la lotta&#8230;». &nbsp;Di solito<em> agisco</em> da solo, mentre qui ho chiesto a mio fratello (ex artista di strada, anche clown dottore) di interpretare il Demone della distruzione, il quale, aggirandosi per la libreria e parlando in versi, ha lottato così con l&#8217;Angelo della vita. Pubblicizzata dalla libreria e da qualche annuncio sui giornali locali, la poesia in azione si è quindi data nel buio di una sera di febbraio in una Roma non solo non avvezza a queste cose ma che addirittura sta cercando attraverso delibere comunali di distruggere l&#8217;arte svolta fuori dai luoghi comuni (la frase «luoghi comuni» è in questo caso perfettamente ambivalente). Già con il sindaco Rutelli una decina di anni fa c&#8217;era stata una regolamentazione tesa a ridimensionare l&#8217;arte di strada, che è l&#8217;altra metà del mondo: giocolieri, acrobati, fachiri, cantanti, musicisti, creativi vari, tra cui anche il Ponentino trio e Birdman, ma anche clowns e poeti – io stesso più di una volta nel 2009 ho messo un tavolo bianco in mezzo alla stazione Termini, indossato una camicia bianca, e là seduto con penna e fogli (bianchi) mi sono esibito nella «figura del poeta».</p>



<p>In questi giorni, con la giunta fascista Alemanno si parla addirittura di creare un «albo», un «tesserino di riconoscimento», e comunque a tutti sarebbe «vietato di esibirsi nei vicoli storici», ovvero dove gli artisti di strada si esibiscono. Queste le voci che corrono, che gli artisti con cui mi fermo a parlare mi riportano. Il motivo del mio interessamento? L&#8217;ho espresso poco tempo fa in una poesia dedicata ai saltimbanchi<s></s></p>



<p class="has-text-align-center">&nbsp;***</p>



<p>Albeggia, a Venezia il treno è stato spaccato in due ed io sono ancora qui; dal finestrino vedo il cartello ferroviario con il nome della città, poi case e lampioni; cerco la laguna ma non si vede; mi ridistendo sui sedili. Avrò forse dormito qualche minuto nell&#8217;arco dell&#8217;intera nottata. Alla discesa dal treno, ore 7:28, come dice il tabellone, già fa molto caldo e l&#8217;aria è immobile. La necessità di un filo d&#8217;aria mi fa pensare alla Bora di Trieste, il famoso vento, e così, alla biglietteria della stazione, a un impiegato allo sportello paffuto-occhiazzurri-capellibianchi-aspettoridanciano, in modo molto serio mi avvicino e dico: «Mi scusi, dove posso trovare la Bora?», e l&#8217;impiegato: «Mi dispiace ma in questo momento ne siamo sprovvisti.»</p>



<p>Trieste «ragazzaccio aspro», «di una grazia scontrosa», «con mani troppo grosse per regalare un fiore», «Trieste amore, con gelosia». Queste, bene o male, alla mia fallace memoria, sono le parole di certi tenerissimi versi sabiani, nei quali, dopo la tenerezza, subito mi colpisce l&#8217;aspetto strutturale: la rima fiore e amore, che come disse lo stesso Saba: «M’incantò la rima fiore amore, la più antica, difficile del mondo».</p>



<p>Siamo al 15 agosto, attraverso quindi una città alterata dalla feria. Sicuramente diversa dal suo solito; effetto di questa antica festa pagana mai così meritata e necessaria come in questo braciere cittadino. Roma è uguale: tutto il lavoro si ferma, un anno intero si placa, anche il consumismo.</p>



<p>Cerco un bar per fare colazione ma molte saracinesche sono abbassate. Un bar è aperto ma non serve nessuno, si sta pulendo; un altro si sta rinnovando; ne trovo infine uno in piena funzione normale, ma troppo in piena funzione <em>normale</em>, dato che una grossa, arrogante voce televisiva proviene dal suo interno, in cui entro. Mi volto verso l&#8217;alto (verso l&#8217;Alto), sulla destra, e vedo incombere un televisore immenso e sporgente dalla parete come un Cristo, dopodiché, voltandomi davanti a me, vedo al di là del bancone una barista molto giovane, ma più che una ragazza originale sembra una figura vista già infinite volte nel nostro Paese: il taglio di capelli obbediente a una moda comune fino alla banalità più estrema, la maglietta nera più ordinaria, il linguaggio decaduto e come devoto alla normalità più normale, il gesto anch’esso sciatto, spossessato, come non guidato da sé, alieno alla giovinezza della ventenne così come nemmeno aggraziato dal lavoro, ma puramente volgare. Una volgarità, però, appena conquistata, appena perfetta. Cerco di capire in che cosa consista questa volgarità, che subito così mi viene di chiamarla questa certa cosa che sta su alcune persone come un canone. Ma anche sulle cose, come su quell&#8217;interno di bar, appunto, e che nella sua atmosfera adesso ingloba persino me, me che vengo portando la poesia, come un Angelo della poesia.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>POTENZA CENTRALE. L’uomo più disastroso che io abbia mai frequentato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/23/de-sanctis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Oct 2025 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Mina De Sanctis]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mina De Sanctis</strong> <br />
Si dice che l’uomo sia finito. Il patriarcato - il sistema ontologico su cui si basa il suo raggio d’azione - va combattuto, abolito e riconosciuto nelle sue manifestazioni più mimetiche. Sono in treno e ascolto il Fandango di Scarlatti, la musica perfetta per sostenere il mio accanimento verso Dario. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mina De Sanctis</strong></p>
<div class="td-paragraph-padding-0">
<h6>[18/07/25, 17:18:21] Te ne intendi di bollette del gas?[18/07/25, 17:23:39] Vediamo</h6>
<h6>[18/07/25, 17:24:15] Se ti mando la bolletta e le foto dei contatori</h6>
<h6>potresti aiutarmi a fare un calcolo? Io non ho il gas a casa e non ci capisco nulla</h6>
<h6>[18/07/25, 17:25:30] Ok, manda</h6>
<h6><em>Foto bolletta</em></h6>
<h6><em>Foto contatore inizio mese</em></h6>
<h6><em>Foto contatore fine mese</em></h6>
<h6>[18/07/25, 21:20:15] che dici quindi? Io nel frattempo ho fatto un calcolo, vorrei confrontarlo con il tuo, così da scrivere alla proprietaria con più cognizione di causa</h6>
<h6>[18/07/25, 21:21:21] sono a cena, poi guardo e ti dico</h6>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-116153" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-768x1024.jpg" alt="" width="450" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-1536x2048.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/IMG_8441-copie-scaled-e1759249810219.jpg 1920w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
</div>
<p>Si dice che l’uomo sia finito. Il patriarcato &#8211; il sistema ontologico su cui si basa il suo raggio d’azione &#8211; va combattuto, abolito e riconosciuto nelle sue manifestazioni più mimetiche. Sono in treno e ascolto il Fandango di Scarlatti, la musica perfetta per sostenere il mio accanimento verso Dario: l’uomo più disastroso che io abbia mai conosciuto. Dario ha studiato Economia e non sa risolvere il problema matematico presentato da una bolletta del gas. Tifa la Lazio ed è di destra ma non lo sa.&nbsp; Lo trovo innocuo quanto pericoloso. E vedrete voi stessi in cosa consiste la sua pericolosità.</p>
<p>Mi piace il suo marcato accento del centro Italia: caldo e squillante. Sto viaggiando per incontrarlo. Lo chiamo alle 8 di mattina per accertarmi che stesse partendo anche lui.&nbsp; Dice che ha fatto tardi ed è distrutto. Mi innervosisco, va bene che è fidanzato ma almeno vorrei incontrarlo intero.</p>
<p>Immagino già un mare di frustrazione ma parto lo stesso. Non ne posso più di stare qui, è pieno di comitive arroganti con passeggini, donne giovani al 2°-3° figlio, credo non lavorino. Gli uomini lavorano, fanno i gradassi, tozzi e torniti. Le donne sedute tutte da uno stesso lato parlano tra loro di bambini, parti etc. Sembra di stare nel sogno meloniano inoltrato. Non vedevo così tante persone aggregate con bambini da quando ero piccola negli anni ‘80 ma le mamme allora erano tutte un po&#8217; Lady D.: oltre allo stesso taglio di capelli avevano la stessa espressione sul volto, appesantite dal matrimonio, annoiate e tristi.</p>
<p>Questi invece incedono orgogliosi e spavaldi prendendosi tutto il marciapiede.</p>
<p>Insomma evado. Se Dario dormirà in hangover io passerò il tempo continuando a scrivere di lui e quando mi annoierò di scrivere di lui, gli farò un ritratto. Cosa c’è di meglio di un modello che dorme? Titolo del ritratto: <em>L’uomo più disastroso. </em>La bocca un po’ aperta, il mento proteso verso il nulla, un occhio mezzo aperto, la mano chiusa sul cuscino. Per non sentire i versi osceni che forse farà, ascolterò un altro Fandango, quello di Boccherini rinforzato con le <em>nacchere. </em>Tutto ok, tutto organizzato, andiamo avanti.</p>
<p>Una conoscente esperta di epistemologie femministe già 15 anni fa mi disse: l’uomo è finito. Lo disse con accento fermo del centro Italia e io annuii timidamente come se dovessi obbedire ad un ordine. In questo momento mi direbbe che sto dando troppa attenzione a Dario, e avrebbe ragione.</p>
<p>Il suo essere un traditore lo rende affettato e manierista.&nbsp; Il dramma che recita consiste nel restare lì<em> perché queste cose si fanno gradualmente </em>(traduzione 1: aspetto che lei se ne renda conto e mi lasci; traduzione 2: non so dove andare a vivere; traduzione 3: in realtà voglio stare con lei ma dico in giro altro per far presa sulle possibili vittime). <em>&nbsp;</em>Dice di essere in crisi, ovviamente da mesi, vorrebbe un figlio ma <em>lei </em>è troppo grande. Sadicamente gli do dell’idiota a diverse tornate. Gli spiego come funzionano la procreazione umana e quella artificiale, ma sono solo perle ai porci. Lui si incanta incrociando gli occhi e lo fa proprio letteralmente perché è strabico. In quella perdita di messa a fuoco pensava forse alla cicogna o si perdeva nel mio volto. Non mi restava che riprendere la sua attenzione con vari insulti.</p>
<p>Nel suo scenario fatto di una fidanzata, una famiglia di origine lontana che gli manca, subentro <em>io</em> dichiarando di:</p>
<h6>1) non voler sentir mai parlare delle sue vicende di coppia</h6>
<h6>2) non voler avere una relazione con lui</h6>
<h6>3) non volere dei figli con lui</h6>
<p>Continuo il mio viaggio in treno con analisi che oscillano tra il sadismo e masochismo di tutti i personaggi coinvolti. Lo chiamo per sapere se è effettivamente in viaggio e mi chiede se ho un Oki&#8230;</p>
<p>L’avevo visto per l’ultima volta due mesi prima, poi era stato in grado di:</p>
<h6>1) darmi appuntamento</h6>
<h6>2) rendersi conto di aver dimenticato impegni presi</h6>
<h6>3) quindi dare disdetta inventando scuse</h6>
<h6>4) fare la vittima del suo stesso fallimento e compiacersi di esserne l’attore principale</h6>
<h6>5) dirmi di voler stare con me e convivere con me (sono proprietaria di casa) prima di partire per un viaggio regalato da <em>lei</em></h6>
<h6>6) inviarmi video di spettacoli di danze dal sopracitato viaggio</h6>
<p>La disastrosità di Dario mi faceva quasi sentire a mio agio, mai inferiore. Lui avrebbe voluto fare il calciatore ma entrambi siamo stati costretti ad impegnarci in altro, ed eccoci qui. Ieri gli ho chiesto di aiutarmi a fare dei conti per una bolletta, di darmi la sua versione della risoluzione del problema matematico visti i suoi studi universitari. Io l’avevo già risolto e volevo confrontare il risultato. Mi risponde che il calcolo non si po&#8217; fare.</p>
<h6>[18/08/25, 17:18:21] Dai seriamente?</h6>
<p>Dimostrami che sei intelligente dai che se no mi deprimo!</p>
<h6>[18/08/25, 17:18:25] Sforzino dai</h6>
<h6>[18/08/25, 17:30:39] Io odio fare queste cose</h6>
<h6>[18/08/25, 17:32:23] Che volevi fare da grande? Per curiosità</h6>
<p>Ascolto un Fandango più recente, del funesto 2020 – che ebbe comunque una bella luce primaverile – e questo Fandango è proprio scuro, netto, tutto organo, un organo talmente senza sfumature che sembra sintetico. Non ha nulla di festoso del Fandango, sembra essere l’altra faccia della medaglia: i conti impossibili sulla bolletta, l’hangover di Dario, il suo teatro tragico. Youtube mi suggerisce di proseguire con una <em>passacaglia palindroma</em> ma fermo tutto perché, a questo punto del viaggio, un palindromo potrebbe portare sfortuna.</p>
<p>Infatti. Dario mi chiama mentre sto per arrivare e mi dice con voce squillante e scocciata: “<em>è successo un casino, è successo un casino</em>”. Già mi sento messa da parte, o meglio, nella parte del personaggio che riceve una disdetta. È morto uno zio e deve tornare per il funerale. “<em>Che casino, devo partì domattina presto</em>”.</p>
<h6><em>“Ma scusa devi andare per forza? Inventa qualcosa no? Non è grave se non ci vai, no? Non se ne accorgerà quasi nessuno.</em></h6>
<h6><em>“Macché! i miei genitori stanno tornando e se non mi trovano è un casino”</em></h6>
<h6><em>“Ma dai inventa qualcosa, che sei andato a trovare degli amici al mare”</em></h6>
<h6><em>“Ma quali amici, non posso inventarmi nulla”</em></h6>
<p>Scopro dunque che al di fuori della sua città di origine e di lavoro, non conosce nessuno, che al di fuori della sua famiglia di origine e della convivenza non ha relazioni significative e mi sento caduta proprio in basso (a frequentare uno così).</p>
<h6>“<em>è un casino</em>, <em>l’ha saputo anche lei”</em></h6>
<h6><em>“vabbè ma lei è lontana, non verrà mica al funerale”</em></h6>
<h6><em>“tutti si chiederanno dove sono, è un casino”</em></h6>
<h6><em>“ma scusa, tutti penseranno al morto, non a te, non è grave, si tratta di uno zio anziano acquisito dai”</em></h6>
<h6><em>“No no, devo andare per forza”</em></h6>
<p>Sono le ore 14 e vuole andare insieme all’hotel prenotato a fare il check-in e ripartire poi l’indomani mattina presto. Nessun altro programma è menzionato né io sono menzionata, né i tre giorni che dovevamo trascorrere lì insieme. Che schifo.</p>
<p>Sono andata via. Non prima di uno <em>speech</em>-manifesto:</p>
<p>“<em>Non voglio avere più a che fare con te, mi sento veramente caduta in basso. Io ho scelto di essere onesta con me stessa e con gli altri, pago le bollette da sola, le tasse e tutto quanto, se capita pago anche bollette per due case, non convivo con nessuno per convenienza a Milano. Quando ho tradito, dopo poco ho lasciato e sono stata in grado di trovarmi una casa tutta per me. Non sono ricca e non ho il posto fisso. Non voglio far parte del tuo teatrino. Addio Dario</em>”</p>
<p>Rientro nella stazione e guardo il tabellone: Potenza Centrale ore 15.21 binario 3. È la cosa giusta da fare (il nome della città, il costo della vita, l’aria fresca). Potenza: capoluogo della regione Basilicata, una città in uno stato perennemente coevo e senza turisti. Ha subito diversi terremoti, camminando non si capisce se si è a Cinecittà o nel capoluogo dell’arcaica Lucania descritta da De Martino. Di molto bello ha il suo ergersi sul resto, ma mai compatta. Organizzata per ascensori e scale mobili, è un insieme di pezzi.</p>
<p>Prendo un ascensore barcollante che dicono sia “nuovo”, ovvero rifatto dopo l’ultimo terremoto (Irpinia 1980, magnitudo 6.9, X° scala Mercalli). Vado all’Hotel Miramonti, il proprietario mi accorda una camera con vista e letto singolo (io sto bene nel contenimento offerto dai letti singoli, al netto di un’esistenza che di contenimento ha ben poco). &nbsp;Mi consiglia un posto per mangiare “<em>Vai al restaurante Absurd, a 200 mt da qui, dopo l’arco, dile che te ho mandato io</em>”. “<em>Ok, andrò all’Absurd”</em>.</p>
<p>Mi sento come se mi fosse passato un treno sulla testa, ancora presa dalla nausea data dal mio insano divertimento (la frequentazione con Dario) vado all’<em>Absurd</em> e la cena all’<em>Absurd</em> è così buona che mi rimette al mondo: cucina accorata di Lucania con accorati funghi dei boschi lì intorno e risoluto cameriere con sindrome di down, cui chiedo entusiasta un secondo secondo. All’<em>Absurd</em> c’è anche la <em>Gaza Cola</em> e sono tutti adorabili.</p>
<p>Fuori, lo sono un po&#8217; meno. Ho freddo a causa dell’altitudine e ho messo i calzettoni con delle finte Birkenstock-Prada. Mi guardano tutti: ci sono famiglie che passeggiano goffe con passeggini, persone di mezza età a coppie di amici. Anche qui il sud di questa estate 2025 si conferma come la fase inoltrata del sogno meloniano. Le donne abbronzate, vestite nell’idea di avere un aspetto gradevole. Gli uomini invece non se ne preoccupano, hanno pantaloncini corti e maglie ben attillate sulla pancia, il borsello, camminano portando i piedi a destra e sinistra e così occupano tutta la strada.</p>
<p>A colazione al Miramonti, il proprietario mi prepara due caffè perché il primo non mi piace. Dice che ha paura di me perché parlo piano e sono gentile, dice che non riesce a capirmi, che sono una persona particolare.&nbsp; Lui si definisce invece una <em>persona giornaliera,</em> perché <em>“</em>vivere nel passato porta solo brutti ricordi e tristezza”. Non replico. Vado al museo Archeologico, evviva il passato! Non c’è nessuno, mi aggiro nell’epoca precoloniale (il sud Italia è stata una colonia greca), non c’è niente di pacchiano ed è tutto ben allestito con un certo senso della misura. Più avanti ammiro delle teche con assemblaggi di personaggi disposti frontalmente (<em>sime, antefisse, gronde, pinax</em>). Ad un certo punto appare un urlo acutissimo di una bambina. Attenzione: non un urlo di richiesta, di pianto, di rivendicazione ma un urlo astratto, assoluto, perfetto, isolato, <em>per se</em> (come si dice in inglese). Mi affaccio e trovo i genitori che mi guardano un po&#8217; imbarazzati e si scusano. Mi avvicino per curiosità: Letizia ha 8 mesi ma ha un corpo di 12, mi scruta in silenzio. Fa un altro urlo, ha una voce incredibile, i genitori mi dicono ridendo che da grande probabilmente farà la cantante. Io mi appassiono all’idea del canto: “Sì assolutamente sì, fatele studiare canto!! Se la voce crescendo non sarà bella, mal che va potrà insegnare, se invece sarà bella farà la cantante. Pagano bene eh, tra ensemble, cori, opere classiche e contemporanee etc., è un ambito per sua natura internazionale, non c’è solo la nostra piccola Italia eh”.</p>
<p>I genitori si guardano negli occhi quasi approvando. Continuo: “Ah, a Potenza c’è anche il conservatorio, è dedicato a Gesualdo da Venosa: principe, madrigalista, assassino della moglie e dell’amante (colti in flagranza), nato l’8 marzo, del segno dei pesci. Fu assolto per giusta causa (all’epoca e fino a qualche decennio fa) e si racconta che visse poi sempre nel tormento, componendo madrigali dai titoli come <em>Moro, lasso, al mio duolo – </em>O dolorosa sorte, chi dar vita mi può, ahi, mi dà morte –. Morì ricco e giovane nel suo castello in Irpinia.”</p>
<p>E qui la conoscente esperta di studi di genere, con accento del centro Italia mi direbbe che sto dando troppo spazio all’uomo Gesualdo, e avrebbe ragione&#8230; Dunque, la mia gita inaspettata a Potenza è stata più interessante e serena del giorno, o giorni, che avrei trascorso con Dario, l’uomo più disastroso che io abbia mai frequentato. In treno verso Potenza Centrale avevo fatto un ritratto di Dario, a memoria perché non ho sue foto. Penso che non lo rivedrò mai più, le linee sono leggere, il volto va a zone, è quasi lui ma mi viene da piangere perché non riesco a fare quegli occhi strabici che mi piacevano tanto. Anche qui la mia conoscente avrebbe ragione ma non posso ignorare il divario ancora non colmato tra ciò che dà del calore sbagliato e ciò che è <em>interessante e sereno</em>. Nelle cuffie ascolto il Fra&#8217; Martino Campanaro in minore di Mahler (Sinfonia n°1, terzo movimento) che ha trasformato l’allegra canzoncina folk in una marcia funebre. E con questo sono passata da una pericolosità di Dario, all’<em>Absurd</em> fino ad un certo <em>Unheimlich </em><em>freudiano (che per essere </em><em>unheimlich</em><em> vuol dire che un tempo fu </em><em>heimlich</em><em>, cioè familiare).</em></p>
<p>Per dovere di cronaca, riporto in conclusione il mio calcolo della bolletta (non ho studiato economia né matematica), poi approvato dalla proprietaria di casa e dalle conoscenti interpellate:</p>
<h6><em>Cara Miriam,&nbsp; </em></h6>
<h6><em>dal calcolo che ho fatto l’importo a me spettante per la casa al mare a Giugno dovrebbe essere diverso da quello che mi indichi.&nbsp; Da un lato perché ci sono i costi fissi (la seconda voce) di spesa da dividere in due –perché la bolletta è relativa a due mesi – e dall’altro perché gli mc sono meno, stando alle letture.</em></h6>
<h6><em>Gli mc consumati da me sono 4 e non 9 come scrivi (3666 &#8211; 3662 = 4, i numeri dopo la virgola non si contano). Quindi, scorporando i costi, il conteggio è questo:</em></h6>
<h6><em>11,30 (spesa per la vendita di gas 16,97 ricalcolata su 4 mc e non 6 mc totali della bolletta)</em></h6>
<h6><em>+10,45 (spese fisse 20,9 diviso 2 perché la bolletta è su due mesi)</em></h6>
<h6><em>+ 5,29 (2,75 tasse su 4 mc + 2,54 tasse sui costi fissi): questo l’ho calcolato guardando un po` online in cosa consiste quella parte di bolletta.</em></h6>
<h6><em>= il totale dovrebbe essere di 27,05 € e non 47 € come indicavi.</em></h6>
<h6><em>Resto a disposizione per chiarimenti, quando mi dai l’ok te li invio tramite bonifico, grazie e un caro saluto.</em></h6>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’uomo dall’altro mondo. Storie da un’Italia (im)possibile</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/22/comberiati/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Oct 2025 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Comberiati]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Barzaghi]]></category>
		<category><![CDATA[fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Italia anni sessanta]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=116149</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Daniele Comberiati</strong> <br /> e <strong>Eugenio Barzaghi</strong> <br />
Nell’Italia degli anni Sessanta, la possibilità di un colpo di stato militare era reale, come dimostrano fra gli altri il tentativo di golpe Borghese (1960) e il Piano Solo (1964). Ma che cosa sarebbe successo se fosse accaduto davvero?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Comberiati</strong> e <strong>Eugenio Barzaghi</strong>.</p>
<h6>[È appena uscito per i tipi di Machina DeriveApprodi <em>L’uomo dall’altro mondo. Storie da un’Italia (im)possibile</em>, di Daniele Comberiati e Eugenio Barzaghi, un’ucronia che propone più di venti schede di film di fantascienza che ovviamente non sono mai stati girati, ma che mostrano l’evoluzione di una storia parallela diversa e al tempo stesso simile alla nostra. Qui di seguito, una breve presentazione, tratta dalla quarta di copertina, e due schede dei film, con le locandine concepite da Eugenio Barzaghi]</h6>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-116220" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/9788865486238_0_0_424_0_75.jpg" alt="" width="424" height="655" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/9788865486238_0_0_424_0_75.jpg 424w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/9788865486238_0_0_424_0_75-194x300.jpg 194w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/9788865486238_0_0_424_0_75-150x232.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/9788865486238_0_0_424_0_75-300x463.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/9788865486238_0_0_424_0_75-272x420.jpg 272w" sizes="(max-width: 424px) 100vw, 424px" /></p>
<p>Nell’Italia degli anni Sessanta, la possibilità di un colpo di stato militare era reale, come dimostrano fra gli altri il tentativo di golpe Borghese (1960) e il Piano Solo (1964). Ma che cosa sarebbe successo se fosse accaduto davvero? Sulla scia dell’America nazista di Roberto Bolaño, e con in testa le narrazioni ucroniche di Philip K. Dick e Robert Harris, abbiamo immaginato come sarebbe stato il cinema di fantascienza sotto questo regime, proponendo un’antologia corredata da schede dei film, locandine, fotogrammi e immagini di scena. Ci ritroviamo così in un paese autoritario, dove il 1968 non c’è mai stato, che possiede ancora le colonie, e in cui si proiettano film sugli italiani che vanno sulla Luna, sugli alieni ad Asmara e su militari che sconfiggono mostri venuti da altre galassie. Ma anche in cui si girano film di fantascienza clandestina, da far circolare all’estero per testimoniare quello che sta davvero accadendo. <em>L’uomo dall’altro mondo</em> è un’ucronia che mostra una storia alternativa che però, per molti aspetti, si ricongiunge inquietantemente al nostro presente.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-116217" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Dopo_la_bomba-1024x576.jpeg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Dopo_la_bomba-1024x576.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Dopo_la_bomba-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Dopo_la_bomba-768x432.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Dopo_la_bomba-1536x864.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Dopo_la_bomba-150x84.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Dopo_la_bomba-696x392.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Dopo_la_bomba-1068x601.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Dopo_la_bomba-747x420.jpeg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Dopo_la_bomba.jpeg 1776w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><strong>Dopo la bomba (1965)</strong></p>
<h6>Regia: Francesco Billotti</h6>
<h6>Sceneggiatura: Angelo Patriarchi</h6>
<h6>Attori: Benicio Polani (Claudio), Gennaro Macrì (Rosario), Angela Lanzi (Elettra), Elisa Martinelli (Francesca)</h6>
<h6>Produzione: Italia Film</h6>
<h6>Musiche: The Dual Band</h6>
<h6>Montaggio: Angelo Sacchi (Roberto Perpignani)</h6>
<p>In una Roma devastata dall’esplosione atomica, la popolazione decimata si è rifugiata nel sottosuolo, potendo uscire solo l’ora successiva al tramonto, quando le radiazioni sono minori ma rimane ancora un po’ di luce. La società del sottosuolo è divisa in due fazioni opposte che si spartiscono il territorio. La prima, capitanata da Rosario (Gennaro Macrì) crede nella fine dell’umanità e vede nella bomba la prova della punizione divina. La seconda, composta da soli uomini e diretta da Claudio (Benicio Polani), è alla ricerca disperata di donne per far sopravvivere la specie umana. All’indomani di una lotta cruenta, sarà la banda di Claudio a gestire il sottosuolo. Le poche donne vengono così divise fra i vincitori all’interno di una società rigidamente patriarcale e violenta, ma non riescono a rimanere incinte e con uno strano rituale, indotte dalle loro leader, si suicidano. Gli ultimi sopravvissuti, ormai sfigurati dalle radiazioni, decidono di morire in superficie, per vedere la città per l’ultima volta. È lì che si accorgono che non tutte le specie viventi hanno subito negativamente gli effetti della bomba: una nuova forma vegetale, infatti, si è appropriata della città.</p>
<p>Il film, essendo stato progettato nel 1964, ebbe diversi intoppi produttivi perché la Rai, che avrebbe dovuto co-produrlo, si tirò indietro all’ultimo momento su pressione del ministro della ricerca scientifica. Egli vedeva nel lavoro di Billotti una critica esplicita al Grande Piano Energetico Nazionale che, grazie alla giunta Paoloni, avrebbe presto iniziato lo sfruttamento delle centrali nucleari. In realtà il Piano Energetico vide la luce solo nel 1970, ma fu uno dei primi progetti proposti ufficialmente da Paoloni dopo il colpo di stato, una sorta di “presentazione”, anche mediatica, della giunta militare. Il film venne comunque presentato a Venezia fuori concorso, ma ebbe una distribuzione limitata. Rimase nelle sale solo cinque settimane, per poi essere velocemente rimosso. Il montaggio fu a cura di Roberto Perpignani, che però non venne mai accreditato. Lo scrittore Emilio de Rossignoli ne rimase colpito e ne trasse ispirazione per il suo romanzo <em>H come Milano </em>(1966 per la traduzione francese, visto che il libro fu inizialmente censurato in Italia), su un’apocalisse post-atomica nel capoluogo lombardo, che verrà pubblicato nella versione originale italiana solo nel 1981.</p>
<p>Billotti per la sceneggiatura si era ispirato al racconto di Henry Slesar alla base di <em>The Old Man in the Cave</em> (<em>Il vecchio nella caverna</em>, del 1962), della quinta stagione di <em>Ai confini della realtà</em>. Un riferimento indiretto a <em>Dopo la bomba</em> è contenuto anche in <em>L’altra faccia del pianeta delle scimmie </em>(<em>Beneath the Planet of the Apes</em>, del 1970) di Ted Post, che condivide con l’immaginario del film di Billotti diverse idee.</p>
<h6><strong>Bibliografia </strong></h6>
<h6>Cremonini, <em>Le dittature del futuro. Cinema di fantascienza</em>, Peter Lang, Berna 2011, pp. 25-27.</h6>
<h6>Crovi, <em>Roma capovolta. Memorie dal sottosuolo nel cinema distopico italiano</em>, «Science Fiction Studies», n. 13, 2016, pp. 65-79.</h6>
<h6>Mussgnung, <em>Science Fiction Italian Cinema</em>, Palgrave Macmillan, New York 2013, pp. 89-92.</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-116218" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/La-fabbrica-1.jpeg" alt="" width="999" height="562" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/La-fabbrica-1.jpeg 999w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/La-fabbrica-1-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/La-fabbrica-1-768x432.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/La-fabbrica-1-150x84.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/La-fabbrica-1-696x392.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/La-fabbrica-1-747x420.jpeg 747w" sizes="(max-width: 999px) 100vw, 999px" /></p>
<h6><strong>La Fabbrica (1965)</strong></h6>
<h6>Regia: Carlo Sacci</h6>
<h6>Sceneggiatura: Carlo Sacci</h6>
<h6>Attori: Carlo Sacci (operaio), Ada Crespi (operaia), Francesco Sacci (bambino)</h6>
<h6>Montaggio: Carlo Sacci, Giuseppe Vitale</h6>
<h6>Musiche: Giuseppe Vitale</h6>
<p>Girato nel 1965 con mezzi di fortuna, <em>La Fabbrica</em> rappresenta probabilmente il primo film di fantascienza contro il regime, anche se giunse nelle sale il 3 gennaio, tre giorni prima dell’arrivo al potere della giunta militare. Del lungometraggio, inizialmente concepito come un film di 98 minuti (così è segnalato anche nei titoli di coda, che espongono esplicitamente il progetto politico del regista e della troupe), sono stati ritrovati solo 70 minuti, ma ciò non toglie nulla né al messaggio di libertà della storia né all’atmosfera cupa che si respira durante la narrazione.</p>
<p>La giunta militare di Paoloni sta per prendere il potere, ma dal film si capisce che la situazione in Italia era già molto complicata e che il colpo di stato è una conseguenza di una lenta erosione delle libertà individuali e collettive e di un mutamento del contesto culturale. La storia è ambientata in un ipotetico 1999, anno in cui l’Italia non esiste più, inglobata in un’alleanza transatlantica che fa pensare alla Nato e che è riuscita a conquistare anche il blocco sovietico. Il mondo è un’immensa megalopoli, gestita dai padroni della Fabbrica, l’impresa dell’alleanza transatlantica che organizza il lavoro globale. Gli operai sono costretti a lavorare in un ambiente umido e malsano, senza vedere mai la luce del sole. Alcuni di loro non hanno mai visto il mondo esterno. Un bambino debole e malaticcio, figlio di una coppia di operai, inizia a raccontare i propri sogni: immagina la luce del sole, i prati, delle cascate. Dopo la sua morte, avvenuta a causa delle difficili condizioni di vita, la coppia aizza un gruppo di lavoratori e con loro riesce per la prima volta a superare le barriere elettriche e ad uscire dalla fabbrica, vedendo finalmente la luce. La loro rivolta sarà repressa nel sangue dalla polizia, ma un raggio di sole illuminerà, nell’ultima scena, il cantiere dove stanno lavorando altri operai, lasciando allo spettatore un messaggio di speranza.</p>
<p>Il film è girato in bianco e nero e lo stile riprende il genere gotico-espressionista. Il direttore della fotografia, Antonio Rinaldi, qui al suo primo lavoro, fu d’altronde per lungo tempo collaboratore di Mario Bava.&nbsp;L’evidente simbolismo fallico dell’ultima scena rimanda proprio a uno dei principali temi del film, il sistema industriale che reprime la sessualità dell’uomo-operaio.</p>
<p>Presentato fuori concorso al Festival di Cannes nel 1968, seppur con un montaggio non definitivo, il film fu al centro di una polemica perché alla sua proiezione giovani studenti francesi organizzarono una manifestazione contro l’assenza di libertà di espressione sotto la giunta militare italiana. Ispirato in modo evidente a <em>Metropolis</em> di Fritz Lang, il film nonostante i limiti tecnici fu considerato un’opera fondamentale dai contestatori del 1968, anche se in Italia fu proiettato ufficialmente per la prima volta solo negli anni Ottanta.</p>
<h6><strong>Bibliografia </strong></h6>
<h6>Sussi, <em>La Fabbrica. Brevi note su un capolavoro ritrovato</em>, «The Italianist», n. 21, 2007, pp. 65-76.</h6>
<h6>Fromër, <em>Betrete und Verlasse die Fabrik</em>. La Fabbrica<em> und </em>Metropolis, «Horizon», n. 2, 2009, pp. 14-31.</h6>
<h6></h6>
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		<title>La caduta di Genova</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2025 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Segoni]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Segoni</strong> <br /> Alle dieci e quarantacinque tutto era finito. La città era occupata, i difensori abbattuti e la guerra conclusa. L’invasore s’era preparato per questa campagna con la stessa cura che per altre di maggior ampiezza. ]]></description>
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<p>di <strong>Francesco Segoni</strong></p>



<p>Alle dieci e quarantacinque tutto era finito. La città era occupata, i difensori abbattuti e la guerra conclusa. L’invasore s’era preparato per questa campagna con la stessa cura che per altre di maggior ampiezza.<a href="#_ftn1">[1]</a> In cima alla facciata bruciacchiata di Palazzo Tursi sventolava già il Nuovo Tricolore. Mentre ancora i militari bonificavano il municipio da trappole e ordigni piazzati dalla resistenza poco prima della caduta, negli uffici si sostituiva la carta intestata del Comune con quella della Nuova Repubblica dell’Italia Sovrana. </p>



<figure class="wp-block-gallery aligncenter columns-1 is-cropped" style="max-width:1212px;margin-top:27px;margin-bottom:12px"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" width="2560" height="1709" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Genova-uno-copie-1-scaled.jpg" alt="" data-id="116066" data-full-url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Genova-uno-copie-1-scaled.jpg" data-link="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=116066" class="wp-image-116066" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Genova-uno-copie-1-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Genova-uno-copie-1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Genova-uno-copie-1-1024x684.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Genova-uno-copie-1-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Genova-uno-copie-1-1536x1025.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Genova-uno-copie-1-2048x1367.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Genova-uno-copie-1-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Genova-uno-copie-1-696x465.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Genova-uno-copie-1-1068x713.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Genova-uno-copie-1-1920x1282.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Genova-uno-copie-1-629x420.jpg 629w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></figure></li></ul></figure>



<p>Questo, almeno, è quanto si raccontava nei vicoli del centro storico.</p>



<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container">
<p>Alla stessa ora di quella mattina, un tizio al bancone della Compagnia del Calice sbottò: «Questa città non si riconosce più». Gli rispose il bar in coro: «Belìn, Ringo, smettila». Genova infatti era riconoscibile anche coi blindati per strada; proprio in quel momento ne videro uno manovrare impacciato in piazza delle Erbe, un militare fece capolino dal portello per chiedere indicazioni a un anziano che portava a spasso il cane.</p>
</div></div>



<p>Ringo era facile alle iperboli e questo era il suo difetto. Ma non fu il solo che aveva continuato a bere mentre le sirene strillavano e la sindaca Salis ordinava agli abitanti di correre a prendere un’arma presso la sede della polizia municipale per difendere la città.</p>



<p>«Non hanno retto a Firenze e Bologna», diceva la gente, «vuoi reggere qui?»</p>



<p>La Nuova Informazione scrisse che da Voltri a Nervi, gli unici colpi sparati all’arrivo dell’esercito italiano erano stati di festa, intervistò qualche genovese. «Ormai avevo paura a uscire da sola», diceva un’insegnante di Albaro. «Mi hanno rapinato due volte quest’anno», faceva un negoziante di via XX settembre. «Se ci vogliono i militari per ridare sicurezza alle città italiane, ben vengano», concludevano entrambi. Era propaganda stravagante: ma di certo, durante la caduta di Genova, nella Compagnia del Calice la musica non aveva smesso di suonare.</p>



<p>Le voci correvano per i caruggi: Tizia resiste, Caio collabora, Sempronio è indeciso. Non ti potevi più fidare della persona che ti aveva sempre offerto da bere. Ringo era prudente, si limitava a dire «un biancamaro, grazie» (con Ada, invece, era lui a offrire). La scelta, per lui, la fece uno sgabello: quello all’estremità del bancone, riservatogli fin dal giorno in cui aveva aiutato il povero Manciafugassa a rimettere in piedi il suo bar dopo un incendio, vent’anni prima – guadagnandosi una lombalgia immortale e biancamaro gratis fino alla tomba. Da quello sgabello, Ringo raccoglieva le poche parole che rotolavano fino a lui da un tavolino in fondo al locale, dove una mezza dozzina di facce forestiere aveva preso l’abitudine di riunirsi sul tardi, intorno a baccalà fritto e farinata.</p>



<p>«… se gira la voce che paghiamo…»</p>



<p>«… se gli facciamo credere che anche la sindaca collabora…»</p>



<p>Una sera, Ringo notò un paio di occhi verdi che lo invitavano al tavolo: uniforme militare, capelli rossi legati in uno chignon basso, qualche lentiggine. Quando la donna gli parlò, Ringo sentì abbassarsi il volume delle voci nel locale.</p>



<p>«Cosa ti posso offrire?»</p>



<p>«Un biancamaro, grazie» rispose lui.</p>



<p>«Hai l’aria del cliente abituale. Non ti spiace se passiamo subito al tu? Da fuori non gli dai due lire, a questo bar, ma la farinata è eccezionale.» Si presentò: capitano Renata Vesperi, primo reggimento dei Granatieri di Sardegna. «Sto scoprendo Genova. Da piccola andavo in vacanza a Varazze ma non ci fermavamo mai in città.»</p>



<p>Ringo aveva già scolato il biancamaro. Lei gliene ordinò un altro.</p>



<p>«Mi hanno detto che sai come gira il fumo da queste parti.»</p>



<p>Ringo alzò le spalle, lei proseguì.</p>



<p>«Volevo combattere i russi in Ucraina, non i miei connazionali. Ma il nostro lavoro è fatto, Genova è tornata vivibile, è ora di riappacificarci. Voglio essere franca: la resistenza non ha scampo, sta prolungando il dolore per tutti. Puoi fare un favore alla città. Non tocchiamo le persone, il tempo della violenza è finito. Sappiamo muoverci in maniera meno <em>frontale</em>».</p>



<p>Ci vollero un paio di altri incontri e qualche biancamaro in più, Ringo aveva bisogno di pensarci e di essere rassicurato, ma rimandare la scelta era solo un modo per abituarsi all’idea, la sua carriera da collaborazionista era decisa. Iniziò un venerdì sera con la rivelazione dell’indirizzo di un nascondiglio di armi. Il capitano Vesperi ascoltò, annuì, si alzò.</p>



<p>«Hai fatto bene. Questo è per il conto.»</p>



<p>Si allontanò con un sorriso appena sfiorato. Lui non ebbe bisogno di contare i soldi per capire che sarebbero bastati per il conto suo e quello di tutti i clienti della giornata. Rimase a canticchiare a bocca chiusa <em>With A Little Help From My Friends</em>, come faceva quando aveva dei pensieri: è per questo che lo chiamavano Ringo.</p>



<p>Con la prima ricompensa comprò al mercato nero un cellulare criptato per sé e uno per Ada, regalo utile: un gioiello gli pareva troppo <em>frontale</em>, come avrebbe detto il capitano. Ada accettò con onesta gratitudine. Il primo messaggio che ricevette, il giorno dopo, era di Ringo.</p>



<p>«Ti va un tè da Bellucci?»</p>



<p>Accettò subito. Si videro un’ora più tardi, entrando nella pasticceria lei gli indicò un tavolino di fronte a una grande vetrata che dava su Piazza Fossatello.</p>



<p>«C’era bisogno di criptare l’invito per un tè?»</p>



<p>«Volevo provare il telefono», le rispose spianando la tovaglia bianca con la mano.</p>



<p>Il capitano Vesperi gli dava appuntamento alla Compagnia del Calice senza orari fissi. C’era in lei la semplicità della persona modesta che si è ritrovata per caso a fare cose importanti. Friulana, vegetariana, Ariete e divorziata senza figli. Appassionata di sci e letteratura francese.</p>



<p>«Sto rileggendo tutto Zolaper la terza volta, ma non ho tempo», gli disse senza un’ombra di ostentazione; facevano colazione con cappuccino e farinata.</p>



<p>Il Manciafugassa spolverava il bancone, si era avvicinato al loro tavolo.</p>



<p>«Oh belìn, Ringo, guarda che ‘sto anno il Doria o torna in Serie A, vedrai.»</p>



<p>Rimase lì a fissarli, Ringo capì che non sarebbe andato via senza una risposta.</p>



<p>«Per carità, fammi toccà i ballin.»</p>



<p>Ringo si chiese se i clienti del bar origliassero le sue chiacchiere col capitano. La donna aveva tatto, lui si sentiva libero di accettare o rifiutare, quindi finiva per accettare sempre: un nome, un orario, un numero di targa. Ogni volta lei lasciava sul tavolo una busta marrone.</p>



<p>Le ricompense si fecero più consistenti. Ringo portò Ada a vedere la Sampdoria in tribuna d’onore. Dopo la partita cenarono al San Giorgio con pesce crudo e capesante, provarono il piccione arrosto e bevvero champagne.</p>



<p>«Ti piace?»</p>



<p>«Il pesce sì», rispose Ada, «ma non credo che rimangerò il piccione in vita mia.»</p>



<p>Risero debolmente.</p>



<p>«Però è bello provare un posto così, quando puoi permettertelo», disse lui, pentendosi subito dell’allusione ai soldi.</p>



<p>«Riempimi il bicchiere, devo dimenticare la partita. La prossima volta andiamo al cinema.»</p>



<p>L’aveva detto con un sorriso, ma Ringo arrossì. Le luci erano basse, la sala era piena ma non rumorosa. I clienti avevano l’aria degli <em>habitué</em>, c’era qualche faccia da ufficiale della Nuova Repubblica Sovrana.</p>



<p>«Sei sicuro di voler stare con questa gente, Ringo?»</p>



<p>Nessuno l’aveva più chiamato per nome dopo sua madre. Neanche Ada.</p>



<p>«Fa’ piano. Non stiamo con loro», le disse, fissando il piatto sporco di sugo. «Sono tutti egoisti in questo momento.»</p>



<p>Il cameriere tornò con la lista dei dessert, Ada disse che era stanca. Abitava a Pegli, Ringo l’accompagnò in taxi. Gli mancò il coraggio per chiederle di salire da lei, ma ebbe l’impressione di avere superato una soglia psicologica anche più importante. Aspettò che Ada sparisse dietro il portone e rientrò a piedi, ci mise quasi tre ore. Passando vicino alla stazione di Principe trovò un camion-friggitoria aperto e comprò un cartone di verdure in pastella perché il ristorante l’aveva lasciato affamato.</p>



<p>I rettori delle università italiane si giravano fra le mani la lista dei termini proscritti nella ricerca, i giornalisti imparavano un’altra maniera di raccontare le cose, i magistrati si aggiornavano sulla riforma del diritto penale: la Nuova Repubblica Sovrana era una realtà. Un pomeriggio di ottobre Ringo guardava un documentario sui geyser, il capitano Vesperi chiamò.</p>



<p>«Puoi venire adesso?»</p>



<p>Al solito tavolo, accanto al capitano sedeva un giovane abbronzato, elegante, rasatura fresca: lei glielo presentò solo come Ermes, li lasciò dopo un caffè. L’uomo sbirciò il pataccone che portava al polso, piantò gli occhi in quelli di Ringo: sguardo deciso ma affabile, forse provato davanti allo specchio.</p>



<p>«Facciamo due passi?»</p>



<p>Finirono al Porto Antico a godersi il tepore del primo autunno. Fumavano una sigaretta dietro l’altra lanciando i mozziconi in mare. Fu Ermes a parlare.</p>



<p>«Renata dice che ci sai fare. Io posso aiutarti a fare anche meglio.»</p>



<p>Gli parlò di un mondo fatto di lusso vero e passaporti falsi, champagne a casse, cocaina a domicilio come ordinare la pizza. Ermes aveva creato una rete di collaborazione fra Torino e Cuneo, ora toccava alla Liguria.</p>



<p>«Hai capito di cosa sto parlando?»</p>



<p>«Credo di sì.»</p>



<p>«Moltiplicatori. Far fare ad altri quello che stai facendo tu. Smettere di fare il postino che consegna le lettere sotto la pioggia e iniziare a dirigere l’ufficio postale.»</p>



<p>«Ci devo pensare» rispose Ringo.</p>



<p>«Pensaci in fretta, questi si muovono rapidi.»</p>



<p>Ringo andò a zonzo tutta la notte per i caruggi canticchiando <em>With A Little Help From My Friends</em>. Per esserne capace, ne era capace: contatti ne aveva, da Levanto a Savona. L’idea di <em>fare</em> di meno e <em>gestire </em>di più non era malvagia. Quella sera, lavandosi i denti, s’immaginò in un bagno tutto marmo e cristallo, forse quello di una suite a Manhattan: un weekend con Ada a New York, una partita della Nba seduti accanto a Spike Lee (questa, allora, era la portata della sua immaginazione). L’indomani chiamò Ermes.</p>



<p>Le sue riunioni non si tennero più alla Compagnia del Calice: una volta alla settimana, Ringo passava sotto la bandiera della Nuova Repubblica Sovrana che sventolava all’ingresso di Palazzo Tursi per raggiungere l’ufficio del colonnello Vesperi nella sede del Comune commissariato: erano stati promossi entrambi.</p>



<p>I giorni a dicembre si fecero freddi e lividi come un cadavere. Una sera, uscendo dal Carlo Felice, Ringo aiutò Ada a infilare il cappotto di cashmere che le aveva regalato per i quarant’anni. Alzò il braccio verso un taxi, lei lo fermò: «Per una volta che non piove, camminiamo un po’.»</p>



<p>«Martedì sono a Chiavari», le disse mentre scendevano verso il Porto Antico.</p>



<p>Le montagne di cocaina e le casse di champagne non erano comparse, Ringo praticava l’arte della prudenza, si concedeva i lussi della gente normale: scarpe di marca, un gioello per Ada, una sera a teatro. Aveva scelto <em>L’elisir d’amore</em> perché <em>Il </em><em>Secolo XIX</em> l’aveva definito «imperdibile», ma si era annoiato. Ada aveva lodato i costumi e le voci, ma Ringo l’aveva vista sbadigliare.</p>



<p>«Quanto bisogna andare avanti?» gli chiese lei.</p>



<p>«Non volevi camminare? Possiamo prendere un taxi in Caricamento.»</p>



<p>«Quanto bisogna andare avanti con questa gente.»</p>



<p>«Ci trattano bene.»</p>



<p>«Un giorno arriverà il conto.»</p>



<p>«Li abbiamo giudicati in fretta, Ada.»</p>



<p>«Ah! E invece?»</p>



<p>«La Vesperi è onesta.»</p>



<p>«Non è una questione di morale, Ringo, questa gente non la conosci.»</p>



<p>«Genova è migliorata. Io vedo questo.»</p>



<p>Lei accelerò il passo, non disse altro.</p>



<p>Verso Natale Ringo fu invitato a cena da Renata Vesperi. Il colonnello viveva nell’attico di un palazzo elegante, ma era evidente che non aveva il tempo di pensare a mobili e piante. Gli offrì del vino, Ringo chiese una birra.</p>



<p>«La prossima volta» gli rispose. «È già tanto se ho una bottiglia di vermentino in frigo.»</p>



<p>«Finché è vino ligure ed è fresco…» sorrise lui.</p>



<p>«Sono riuscita a finire <em>Teresa Raquin</em>. Forse è il mio preferito, di Zola.»</p>



<p>«Non l’ho letto.»</p>



<p>«Te lo presterò», disse. E poi, come a proseguire lo stesso pensiero: «Non sei stanco di vivere delle paghette dall’esercito come un adolescente, Ringo? Scusa, io non giro intorno alle parole.»</p>



<p>Lui guardò la distesa di stuzzichini sul tavolino. Notò che non c’era un televisore nella sala.</p>



<p>«Ora che ci conosciamo meglio, vorrei offrirti qualcosa di serio.»</p>



<p>«Belìn&#8230; scusami, colonnello, io mi accontento, non cerco roba seria.»</p>



<p>«Non ti chiederei una cosa per cui non sei tagliato. Non sarebbe nel mio interesse.»</p>



<p>Gli parlò di un laboratorio chimico-farmaceutico sopra Sestri Levante. Ringo lo conosceva: il prestanome per la struttura l’aveva trovato lui.</p>



<p>«E chi lo sapeva che il nome era prestato alla Nuova Repubblica», rise, forzando il tono leggero. «Cosa ci fate con una roba del genere?»</p>



<p>«Non è un banale laboratorio, Ringo, è un’avanguardia: ricerca, sperimentazione. Ha un valore strategico.»</p>



<p>«La chimica non è il mio genere.»</p>



<p>«Lo so qual è il tuo genere. Mi serve qualcuno per gestire la sicurezza.»</p>



<p>«Tipo ditta di vigilanza?»</p>



<p>«Non voglio Rambo, voglio una persona discreta. Uno sveglio e con le orecchie tese, non coi muscoli e le armi. È un’opportunità.»</p>



<p>Aveva avuto paura che il colonnello gli chiedesse di dirigere il laboratorio, o peggio, di fare da cavia per le ricerche. La vigilanza era alla sua portata. Soprattutto con l’esercito alle spalle. Accettò con sollievo.</p>



<p>Dopo la cena, Ringo andò alla Compagnia del Calice a pensare. Sempre più legato a quella gente, avrebbe detto Ada. Lei faticava ad accettare la sporcizia sotto il tappeto nella loro vita comoda, ma per lui non era una questione di vile denaro. Non solo. Renata Vesperi era di parola e a Genova si stava <em>davvero </em>meglio. L’esercito era venuto per soffocare caos e criminalità e l’aveva fatto. Per come la vedeva lui, non era collaborazionismo, era partecipare alla costruzione di una nuova Italia. Andò a sedersi al suo sgabello.</p>



<p>«Oh», gli fece il Manciafugassa, «ci vai a Marassi domenica?»</p>



<p>«Dammi un biancamaro, dai. Anzi, dammi un whisky scozzese di quello buono.»</p>



<p>L’altro lo guardò strano.</p>



<p>«Buono? Ti darò l’unico che ho, se ne rimane.»</p>



<p>«Di’, Mancia, tu rimpiangi la Salis?»</p>



<p>«Chi?»</p>



<p>«Il sindaco.»</p>



<p>Il barista fece una smorfia.</p>



<p>«E chi se ne ricorda.»</p>



<p>Lo servì, uscì a fumare. Ringo annusò il suo drink, sapeva di dolce e di legno bruciato. Si mise a giocare con il blocco-sblocco dello schermo del telefono, vide due chiamate perse di Ada, un messaggio: «Non dovevi passare dopo cena?»</p>



<p>«Cazzo.»</p>



<p>«Opportunità», aveva detto il colonnello. Per i media era «un’emergenza socio-sanitaria». Fin dal primo giorno, Ringo si rese conto di esserci finito in mezzo. Il Fentanyl era solo uno degli oppioidi sfornati dal laboratorio, dove «ricerca e sperimentazione» erano accompagnate da una generosa produzione. Il governo della Nuova Repubblica Sovrana parlava della crisi degli oppioidi come si parlava dell’aids quando Ringo era ragazzino: una storia di degenerati che si risolve da sé, basta darle tempo. Sapevano, a Palazzo Chigi, del laboratorio? Eravamo di nuovo all’eroina di Stato? Era un’iniziativa clandestina del colonnello o di qualche dirigente locale? Ringo si perdeva nei pensieri. Fino a poco tempo prima, il suo tradimento si era consumato all’interno dello scontro fra due belligeranti: per lui era uguale, esercito e resistenza a modo loro avevano entrambi a cuore Genova. Ora s’immaginava come un globulo rosso in un sistema circolatorio con diramazioni in tutta Italia. Pensò di tirarsi indietro, si diede del tempo per decidere.</p>



<p>Arrivarono ancora più soldi. Comprò casa con un prestito agevolato grazie all’interessamento del colonnello. Non una casa lussuosa, ma in centro e abbastanza grande da accogliere una cucina con isola centrale, un salotto con un caminetto inutile e un secondo bagno: il minimo, per proporre ad Ada di andare a vivere insieme.</p>



<p>«Un passo alla volta», disse lei. «Cominciamo con qualche weekend, vediamo».</p>



<p>La convinse a lasciare da lui qualche ricambio e il necessario per l’igiene.</p>



<p>Per la prima cena con Ada nella casa nuova si era fatto recapitare sushi dal miglior giapponese in città, ce n’era per cinque persone. In mezzo a loro, qualche candela e una bottiglia di Moët &amp; Chandon nel secchiello del ghiaccio. Un’altra bottiglia era in frigo. Il cibo era ottimo, Ringo aveva comprato uno speaker Bose per ascoltare un po’ di musica, ma Ada non diceva niente, mangiava senza gusto.</p>



<p>«Cosa c’è?», le chiese. «Non c’è nessun obbligo, ho capito che dobbiamo fare le cose con calma.»</p>



<p>«Non è quello.»</p>



<p>Lui faceva sparire bocconi di sushi dopo averli inzuppati nel misto grigiastro di soya e wasabi.</p>



<p>«Non sono scema, Ringo. Quanto ti possono pagare al laboratorio? Non abbastanza per quello che spendi. Mi vuoi dire?»</p>



<p>Lui deglutì, bevve, sospirò.</p>



<p>«Cosa cambia?»</p>



<p>«Niente, appunto: prima o poi me lo dirai, quindi fallo subito.»</p>



<p>Ringo sbuffò di nuovo.</p>



<p>«Il sistema è semplice, non ci vuole un genio, anche perché altrimenti io non ce la farei», disse, senza riuscire a farla ridere. «In teoria, gli scarti di produzione sono distrutti. In realtà li rivendiamo in nero attraverso dei prestanome.»</p>



<p>«Siete pazzi.»</p>



<p>«Sono le nostre <em>stock option</em>.»</p>



<p>«E la Vesperi?»</p>



<p>«Non sa dei traffici, ovvio. Sono io la sua <em>security</em>.»</p>



<p>«Prima ti affidi a lei, poi la fotti.»</p>



<p>«Prima ero in serie B», disse lui stappando la seconda bottiglia. «Ora gioco in Champions».</p>



<p>Gli incontri a Palazzo Tursi proseguivano cordiali, ma in presenza del colonnello Ringo provava ora lo stesso disagio che aveva avvertito alla Compagnia del Calice, all’inizio della sua collaborazione. Nell’aria si sentiva ormai il profumo della primavera, ma infuriavano le mareggiate, il rumore arrivava fino a Bolzaneto. Ada si svegliò a casa di Ringo un lunedì mattina dopo una notte insonne, lui le portò una spremuta a letto, le fece compagnia mentre bevve.</p>



<p>«Oggi ho una riunione con la Vesperi al laboratorio, c’è anche un generale da Roma.»</p>



<p>«Lo so, me l’hai detto l’altro giorno. Vai piano, fammi sapere quando sei arrivato. Prevedono una bufera su tutto il Levante.»</p>



<p>«Sta’ tranquilla.»</p>



<p>«Sul serio, chiama quando sei arrivato. Dammi un bacio.»</p>



<p>Scendendo in garage, Ringo ripensò al giorno in cui le aveva regalato il telefonino criptato. Lei gli aveva detto ridendo che non sapeva cosa farsene, lui aveva risposto che avrebbero potuto inventarsi una doppia vita per renderlo utile.</p>



<p>Su Genova cadeva una pioggia ventosa, il sole era sorto ma sembrava notte fonda. Le strade erano intasate, i pedoni stringevano l’ombrello con due mani. Ringo accese la radio, regolò la temperatura, si dispose a ignorare la rabbia del traffico. Fece i primi chilometri senza quasi vedere la strada, ma passato il promontorio di Portofino il cielo si schiarì, i tergicristalli si ritrovarono a stridere sul parabrezza asciutto.</p>



<p>Uscì dall’autostrada a Sestri Levante, puntò verso l’interno. Poco più tardi vide il grigio del muro dell’impianto affacciarsi fra gli alberi. Entrò nel parcheggio degli ufficiali, privilegio dovuto alla riunione col colonnello e il generale, era proprio sotto gli uffici e la sala riunioni. Spento il motore, stava per scendere dall’auto quando si ricordò: prese il telefonino, chiamò.</p>



<p>«Come va? Sì, sono arrivato. Dopo Portofino il tempo è migliorato. Sì. Sì, sono qui, ti dico. Devo andare, dai. Mangiamo al San Giorgio stasera? Bacio.»</p>



<p>Si guardò nello specchietto, imprecando fra sé per essersi dimenticato di radersi. Nessuno può sapere se Ringo avesse fatto in tempo a sentire il clic che precedette l’esplosione, che lo colse mezzo dentro e mezzo fuori dell’auto, né se avesse avvertito il peso diverso del veicolo, dovuto alla carica che portava inconsapevolmente nel vano motore: fece saltare per aria l’intera ala della palazzina dove gli ufficiali stavano bevendo un caffè in attesa della riunione. Oltre a Ringo, rimasero uccisi il colonnello Renata Vesperi e il generale Scagni, venuto da Roma.</p>



<p>Quella sera Ada andò alla Compagnia del Calice, prese lo sgabello che era di Ringo.</p>



<p>«Avevi ragione che veniva giù tutto», le disse il Manciafugassa.</p>



<p>«Con tutte le volte che Ringo mi ha descritto quel posto», disse lei.</p>



<p>«Hai fatto sparire il tuo telefono?»</p>



<p>«Mille pezzi. E il tuo?» «Idem. Il biancamaro lo offre la casa.»</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1">[1]</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp; È l’incipit di <em>La luna è tramontata</em>, di John Steinbeck.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Fu Mina</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/04/mancini-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 May 2025 04:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[laura mancini]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Laura Mancini</strong><br /> Un pomeriggio d’autunno del duemiladiciotto mio marito apparve sulla soglia a un orario insolito. Lo guardai storto dalla scrivania sperando entrasse e uscisse in rapidità senza pretese di interazione, non avevo ancora concluso il lavoro del giorno ed ero irritata dal suo aspetto squinternato e fuori asse. ]]></description>
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<p>di <strong>Laura Mancini</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/Screenshot-2025-04-14-alle-08.16.291-1024x698.png" alt="" class="wp-image-113000" width="520" height="343"/></figure></div>



<p>Un pomeriggio d’autunno del duemiladiciotto mio marito apparve sulla soglia a un orario insolito. Lo guardai storto dalla scrivania sperando entrasse e uscisse in rapidità senza pretese di interazione, non avevo ancora concluso il lavoro del giorno ed ero irritata dal suo aspetto squinternato e fuori asse. «Elio» sospirai come si constata «piove…», ma lui restò chiuso nel suo. Esitava trafficando intorno all’attaccapanni Shangai di cui mi sarei presto disfatta come se stesse cercando di ricordare che cosa fosse tornato a prendere. Non volli dare peso alla cosa avendo smarrito ogni interesse nei suoi confronti da quando avevo appreso che mi tradiva leggendo uno scambio whatsapp – erotico nei contenuti, scabroso a voler proprio infierire. Era stata una scoperta un po’ patetica, dovuta alla presbiopia e all’istinto alla lettura, una deformazione professionale di cui di norma ci si bea ma non in casi come questo. La schermata della chat resa gigantesca dalla scala aumentata dello schermo del nostro computer mi aveva trasformato all’istante nel genere di moglie che spia – ma piuttosto: vede suo malgrado – il marito in tutta la sua semi-demenza, segno che il degrado imperversava sul nostro comune destino macellando in un sol colpo i fasti del passato, o almeno “il suo dignitoso ricordo”. Ne era conseguito un disincanto radicale verso l’entità biologica ancor prima che storica, l’essere umano ancor prima che il compagno di una vita. Ma ventidue anni non fanno neanche <em>mezza</em> vita, mi ero detta, quindi chi se ne frega. Da settimane mentiva istericamente sulla sua routine, i suoi spostamenti, i suoi impegni di lavoro e i suoi appuntamenti ricreativi che definiva stressati da irrimediabili questioni accademiche ed erano invece solo esplosi per via di una relazione extraconiugale che non sapeva gestire. Trovavo quasi comico il suo sforzo di fornire precise e credibili descrizioni degli eventi immaginari che lo trattenevano fuori casa sebbene non gli chiedessi conto di nulla. Annuivo a ogni informazione guardando la parete verde salvia del soggiorno che ora mi ricordava un ospedale psichiatrico e non più il padiglione di un museo come quando l’architetto ci aveva presentato la palette con fare spocchioso. E più io annuivo più lui farneticava. Mentiva con un atteggiamento che gli doveva sembrare navigato ed esperto, degno del traditore seriale che dubito fosse stato, negli anni precedenti a quel gotico exploit fedifrago. La questione più divertente – sì, uno spasso. Che cosa stava cercando frugandosi in tasca, una prova da occultare sotto i miei occhi? Povero tonto, il solo ricordo è uno strazio – era che mi sapeva a conoscenza di tutto per essere irrotto nello studio proprio mentre leggevo la conversazione amorosa, ma inorridito e pietrificato dalla contro-scoperta si era astenuto dall’appurare la mia effettiva comprensione dei fatti e lo stato emotivo in cui versavo alla luce del nuovo grande segreto che ci divideva. O univa… eravamo entrambi stupiti dall’indifferenza che opponevo alla sua slealtà. Proprio io, <em>Fu-Mina</em>, come mi chiamavano le amiche anteponendo una sillaba al mio ultimo nome. Fumina era stato il personaggio iracondo che avevo interpretato fino a quel momento: presa consapevolezza del torto, il torto si era fatto piccolo, il reo miserabile. Fu Mina, ora non più.</p>



<p>Di slealtà non si sarebbe trattato in fondo se solo Elio avesse deciso di spiegarsi, o almeno di rivelarmi l’intenzione-tentazione di intraprendere un’avventura sensuale con un suo amico, una persona a entrambi familiare che io stimavo particolarmente, uno dei pochi scrittori che frequentavamo ancora. Avevo appena letto il suo ultimo romanzo tutto d’un fiato trovandolo superiore alle prove precedenti e sorprendente per l’atipicità. Non era ascrivibile ad alcun genere, rifuggiva le etichette e mi conquistava completamente nonostante le caratteristiche del tutto antitetiche al mio modo di sentire e <em>leggere</em> la realtà – la prosa scarnificata che in quel periodo riempiva la bocca di tanti era solo una delle caratteristiche del romanzo, non la più significativa. Ero rapita dalla natura onirica del testo, ma ancor più dalla caratura artistica dell’autore che traspariva in modo tutt’altro che compiaciuto dalla prosa, librandosi in aria e planando sulla pagina attraverso torrenziali ma sorvegliati sfoghi verbali compatti senza che si potesse davvero decifrare il senso della storia o sovraccaricarla di significati accessori. Non pretendeva di averne, né tantomeno di spiegare, istruire, sconvolgere o lasciare un segno. Eppure era un libro di idee: di idee e non di trama, di idee e non di personaggi, un lavoro distante da tutto ciò che avevo apprezzato nella narrativa contemporanea fino a un minuto prima di essere sedotta e tradita dalla stessa persona, Didier Slimani. In un certo senso avrei preferito chiedere ragione del misfatto solo a lui: lo ritenevo più degno e assennato. Elio avrebbe affogato il fatto nell’imbarazzo riducendolo al ridicolo accidentale e continuando a cercare qualcosa di immaginario nelle tasche dell’impermeabile. Mi ero risolta per lasciarli sguazzare in pace nel loro amorazzo da vecchi dedicandomi agli strascichi di una vita destinata a un unico compagno fedele: il lavoro.</p>



<p>Un anno prima avevo lasciato un incarico ventennale come editor in chief della narrativa straniera per una delle maggiori case editrici italiane dopo l’acquisizione indiscriminata di diverse case minori da parte della stessa al solo scopo di monetizzare forsennatamente pubblicando letteratura pornografica, manga coreani e libri demenziali per adolescenti – tutta l’immondizia che andava di moda in quegli anni. «Mina ma perché», aveva biascicato l’editore mentre ragionava soddisfatto su chi invitare a sostituirmi. Le dimissioni erano state liberatorie, non rimpiangevo lo stile ibrido del mio ufficio con le lampade tiffany e le poltroncine frau, né i personaggi che vi transitavano – topi ragno, uomini bassi, per lo più, con mani piccole e delicate da preti. Da qualche mese, nella nonchalance della libera professione senile, collaboravo con una rivista culturale internazionale che stava improvvisamente prendendo una piega molto meno indipendente di quando ero stata ingaggiata con una lusinghiera proposta vergata su vera carta con vera penna dalla direttrice in persona. Era un’amica di amici, snob ed eccentrica, un’esteta nomadica che si era formata nella scena artistica dell’Europa meridionale dove aveva consolidato un profilo militante raro a trovarsi nell’ambiente in cui sguazzava raccattando fondi a destra e a manca. Purtroppo il suo personaggio, al pari della mia superata caricatura collerica, era stato smontato dalla crudezza del quotidiano e non mi avrebbe stupito essere liquidata dall’oggi al domani per incompatibilità dei nostri reali ego che avevano iniziato a confliggere dal minuto zero della mia partecipazione al progetto. Io volevo una chiusura sofisticata a decenni di lavoro letterario, lei voleva fare soldi senza perdere la faccia. Questo era invecchiare male, cadere dai rami più alti come foglie prosciugate dal tempo e sgretolarsi a terra in una polvere qualsiasi, mi dicevo fissando la dirimpettaia che stendeva o ritirava i tappeti dal terrazzo ventiquattr’ore su ventiquattro con un aspetto tanto più sereno del mio. Tornando al quadro più piccolo, la delusione che mi opprimeva alle riunioni della rivista presiedute da individui ignari dei contenuti culturali, ma molto edotti sugli spazi pubblicitari a disposizione, era un chiaro segnale dell’imminente scadenza del mio sodalizio con l’astuta manager e con una certa epoca dell’editoria. Ero stanca di recitare e ascoltare recite, badavo solo ai fatti e i fatti erano squallidi.</p>



<p>Non sono sicura di aver chiesto a Elio come mai fosse tornato a casa prima del solito o a che cosa fosse dovuto l’atteggiamento cogitabondo che lo tratteneva sulla soglia con una manica del loden sfilata e l’altra ancora addosso, lo sguardo perso sulla presa del modem, un’aria stralunata per la quale in tempi di minore estraneità lo avrei deriso. Al contrario ricordo perfettamente che un allarme proveniente da un interno del palazzo suonava senza sosta da ore rendendomi impossibile conferire qualità narrativa al pezzo sulla ceramista inglese in consegna per il giorno successivo. Dal profilo esangue che mi era riuscito di comporre mentre l’emicrania pulsava all’unisono con l’allarme emergeva un’artista poco affascinante, il suo atelier, i pavoni, il riferimento a Virginia Woolf e all’Omega Workshop: era tutto molto noioso e le due cartelle che avevo composto meccanicamente non rivelavano nulla di inedito, non vantavano un guizzo stilistico né il minimo trasporto. Ciò che feci di certo fu rivolgere a Elio un saluto stringato e offrirgli una tazza di tè. A quel punto lui si riebbe e mi rese uno sguardo diffidente, quasi fosse incerto della mia identità e delle ragioni ultime della nostra convivenza. «È morto», disse, «ieri era vivo e oggi è morto». Comprendendo all’istante a chi si riferisse ne pronunciai il nome in modo interrogativo. Ma non può essere accaduto davvero, pensai, è <em>giovane</em> come ormai dicevamo di chiunque avesse meno di ottant’anni, ha ancora tanto da <em>scrivere</em>, libri che sarò <em>io</em> a leggere. Poi una freddezza immotivata mi pervase allontanandomi da quanto accadeva. Tacqui a lungo finché Elio non ripeté «Didier» e poi: «ha avuto un infarto, non c’è stato niente da fare, mi ha telefonato la figlia». Niente da fare, mi dissi, e ancora una volta: niente da fare. Fuori l’allarme continuava a suonare.</p>



<p>Avevo conosciuto la figlia di Didier a una presentazione di un libro del padre, anni prima. Mi era parsa una giovane donna dallo stile insolito, con voluminosi capelli rossi e un paltò vintage che doveva aver pescato a caso in qualche mercatino. Si chiamava Emma, abitava a Montpellier e veniva a trovare il padre per brevi e sporadici soggiorni dovendo dedicare l’altra parte delle ferie alla madre che dopo la separazione era tornata a vivere in Inghilterra. Una donna di gran classe, la madre, alla Jean Rhys, magra, pallida e squilibrata, dall’intelligenza spaventosa, spesso alterata e isolata, una protagonista involontaria nata con la camicia, ma di forza. Theresa. Pur avendola incontrata un milione di volte, non avevo il suo numero di telefono né il suo indirizzo e-mail, di lei non mi era rimasta che una specie di ombra sottile. Tutt’altra storia era la giovane Emma. Ci teneva a definirsi “naturalizzata” francese e spiccava per il suo studiato grigiore, era algida, concentrata sul lavoro – insegnava antropologia all’università – e fredda come le persone che crescono facendo a meno dell’aspetto sentimentale delle cose. Non aveva nulla del fascino dei suoi genitori, non sembrava interessarle la realtà poco terrena a cui loro avevano ispirato le rispettive disperazioni. Non seppi immaginare in che modo avesse accolto la notizia della morte del padre, forse la tragedia le aveva tolto di dosso quel rigore con cui doveva spaventare gli iscritti al seminario monografico su Lévi-Strauss. «Che palle» fu quanto mi uscì stranamente di bocca mentre Elio continuava a fissare l’attaccapanni come un totem o un crocifisso. Lottava con l’indecifrabilità del destino, vecchio, stolto amico mio. Qualcosa, forse l’amore, si dimenava in lui, impedendogli di piangere.</p>



<p>Mi lavai i denti, infilai l’impermeabile e presi le chiavi della macchina che Elio aveva cercato senza successo. «No», disse al muro salvia prima che uscissimo di casa, «non serve». Non parlava da solo da quando aveva consegnato il lavoro che lo aveva demolito prima del grande rilancio, come chiamavamo il suo ultimo decennio di attività. Si mise alla guida e mi augurai che non andassimo a sbattere, non perché avessi cara la pelle ma perché detestavo l’idea di morire in modo stupido e inconsapevole. Per distrarmi setacciai il web a caccia della notizia. La casa editrice aveva già annunciato la fine di Didier come l’esito improvviso di un male di cui l’autore era stato inconsapevole e che lo aveva dunque sorpreso nel fiore dell’attività strappandolo al piacere della vita e alla febbrile attività letteraria. Tra le righe del comunicato si intendeva qualcosa come un infarto silente, un tumore fulminante. Parcheggiammo la volvo a due passi dall’ospedale e mentre camminavamo verso la camera ardente notai che a Elio tremavano le mani. Quando parlava il mento subiva un lieve sussulto alla base, come per un’imminente ischemia.</p>



<p>Ci accolse Emma in persona, senza sorridere ma neppure piangendo o mostrandosi più scossa del dovuto. Ci fermò sulla soglia della camera ardente per esporre in modo rapido e chiaro l’accaduto. Dopo la premessa sulle cause ufficiali della morte, passò a descriverci in modo minuzioso il suicidio del padre – «Alle ore xx ha ingerito le pastiglie, alle ore yy ha scritto una lettera che leggerò alla commemorazione. Si rivolge anche a lei, Elio». Mio marito palleggiava gli occhi da destra a sinistra a velocità supersonica. Emma proseguì il resoconto secondo per secondo fino agli ultimi respiri esalati e agli spasmi post-mortem. Doveva essere carica di odio, per qualcosa o qualcuno. Studiandola a fondo mentre esponeva i fatti in modo implacabile, come una campana che col sole o con la tempesta, per un matrimonio o un funerale, a quell’ora rintoccherà la mezza punto e basta, compresi che era la consapevolezza di chi fosse stato mio marito per suo padre a ispirarla. Quanto a Elio, l’unico dei presenti sconvolto dalla perdita, prese a oscillare il corpo intero tenendosi aggrappato a una colonna di porfido e poi a me, come un ballerino perso nel ripasso della coreografia prima di entrare in scena.</p>



<p>Un anno prima di morire Didier aveva depositato testamento presso uno studio notarile di Nizza, il che è insolito per un uomo di sessantaquattro anni, ma del tutto sensato per un aspirante suicida avverso ai lasciti irrisolti. Di ritorno a Roma aveva mischiato grappa e benzodiazepine in una tazza danese come una di quelle poete americane afflitte da problemi psichici – sulla porcellana era poi stato trovato un fondo vischioso di miele scuro. In quell’occasione di cui né Elio né io eravamo a conoscenza che aveva preceduto di dieci mesi il secondo e più riuscito tentativo, Didier era stato salvato nonostante l’imperativo “non rianimatemi” scritto a penna sul petto. Nulla di quanto aveva compiuto corrispondeva all’idea di lui che avevo coltivato leggendo i suoi romanzi o ascoltandolo parlare di Londra Parigi e Algeri, la soluzione a cui era giunto contraddiceva il suo distacco dagli oggetti e dalle pulsioni oscure che avevo creduto poterlo agitare solo a livello cerebrale e tecnico-letterario, come capita a un uomo immune alle meschinità, un artista che risponde a una poetica e scava senza mai sprofondare. Mi ero lasciata ingannare dalla veste sociale senza cogliere la reale persona, avevo letto il manifesto ma non il testamento. Il coup de théâtre arrivava col lascito: Didier <em>ci</em> aveva donato – venivo menzionata per esteso, con tutti i nomi e i cognomi che i miei genitori per pura megalomania mi avevano attribuito – una villetta in Costa Azzurra, a Saint-Paul-de-Vence, dove James Baldwin aveva trascorso i suoi ultimi anni. James e Didier, annotai mentalmente per il memoir che fino a pochi minuti prima non avrei avuto ragione di scrivere e ora forse sì.</p>



<p>Quando apprendemmo tutto questo – che era molto anche per gente disinvolta come noi – ci trovavamo ancora all’ingresso della camera ardente, a pochi metri dalla salma e da una decina di persone che non riuscivo a mettere a fuoco. Il forte vento da nord muoveva a battito d’ali il rever del cappotto di Emma – quinte impazzite dopo uno spettacolo assurdo ideato per provocare il pubblico. L’episodio a cui partecipavo senza sapermi opporre era permeato dal cattivo gusto e dal cattivo auspicio. A troncarlo arrivò una donna microscopica spettinata dal maestrale che Emma chiamò «nonna» allontanandosi finalmente da noi. Elio sbavava lievemente e pareva rimpicciolire sotto il peso del cappotto. Per spezzare il suo silenzio dissi «non male» in riferimento alla notizia della casa. Fremevo sperando di poter concludere quanto prima l’immonda situazione, l’ondulazione di Elio, il libro degli ospiti, quel mostro con gli occhi asciutti e il ghigno trattenuto, i fiori, l’odore di disinfettante, i miei grotteschi «che palle» o «non male», quel vento malato, venuto a confondere le idee. Emma incrociando il mio sguardo ammiccò come chi avesse appena chiuso a proprio vantaggio una trattativa complicata e avvicinandosi nuovamente mi soffiò nell’orecchio: «la casetta è un incanto, si fa perdonare la sua umidità». Ogni cosa intorno a noi si scontornava fino a svanire svuotando la stanza dagli oggetti e la mente da ogni significato.</p>



<p>A Elio che camminava come se fossero il vento ghiacciato e l’uragano di foglie a spingerlo a pedate verso il parcheggio dissi «me la ricordavo meno agitata», ma non ebbi risposta. Accese il motore e zappò a caso sui pedali, ogni minuto meno in sé, vicino al suo inferno, solo nel suo privato abisso. Lasciò squillare più volte il cellulare – chi lo chiamava, ancora quell’aguzzina con le scarpette da tango o il rettore per fargli le condoglianze? Frusto come uno straccio bagnato, aspettava che a ogni verde ci strombazzassero contro prima di rimettere in marcia col fare di chi sia sbronzo e stremato, stufo di sé, non rianimatemi.</p>



<p>Presi a rimuginare su tutti i romanzi non scritti e su come avrei fatto meglio a prendere ad accettate la mia scrivania per poi farla ardere in un caminetto di Saint-Paul-de-Vence interrompendo una volta per tutte le passeggiate tra gli scaffali delle librerie intasati da robaccia e le riunioni con l’editrice mercenaria, non erano migliori di quelle coi topi ragno. «Chi?», mi chiese all’ennesimo colpo di clacson, «la figlia» replicai, «Emma? Non è agitata, solo un po’», ma non finì la frase. «È <em>un po’</em> agitata?», «Dura» riprese piatto, «Emma è molto dura». Fu quanto di più intimo ci dicemmo sulla vicenda durante il viaggio in macchina a sbalzi e inchiodate. Poi piombammo in un concetto di perdita permanente fatto di silenzi, lunghe sessioni di lettura e pasti separati. Non ne parlammo più, non decidemmo nulla e non facemmo altro che aspettare, fino all’estate successiva quando partimmo per Saint-Paul-de-Vence con un’idea comune e complementare, di pentimento e redenzione.</p>
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