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	<title>tiziano scarpa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>In uscita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 May 2005 12:08:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[Condivido in pieno il messaggio di Antonio. Anch’io ho deciso di uscire da Nazione Indiana. Non descriverò qui le tappe che mi hanno portato a questa decisione. Dico solo questo: nel corso di questi due anni e due mesi, Nazione Indiana ha elaborato molte analisi, visioni, proposte. A qualcuno sono sembrate un poco manchevoli, ad [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Condivido in pieno il messaggio di Antonio. Anch’io ho deciso di uscire da Nazione Indiana. Non descriverò qui le tappe che mi hanno portato a questa decisione. Dico solo questo: nel corso di questi due anni e due mesi, Nazione Indiana ha elaborato molte analisi, visioni, proposte. A qualcuno sono sembrate un poco manchevoli, ad altri troppo agguerrite. Ma in ogni caso, mi aspettavo che fossero occasioni per formare un coagulo di forze, dentro e fuori di qui, non certo per creare altre separazioni e nuove incomprensioni.<br />
Saluto tutti ringraziandovi dell’impegno e dell’attenzione appassionata che avete dedicato a questa bella avventura.<br />
Tiziano Scarpa</p>
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		<title>Busi: 4 sì ai referendum</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/05/23/busi-4-si-ai-referendum/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 May 2005 07:16:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Flavio Marcolini A sostegno della campagna referendaria per i sì alla consultazione del 12 e 13 giugno scende in campo Aldo Busi. &#8220;Voto sì a tutti e quattro i quesiti sulla legge 40 solo per amore della ricerca scientifica, libera e svincolata da ogni Stato etico, fermo restando che da un punto di vista [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Flavio Marcolini</b></p>
<p>  A sostegno della campagna referendaria per i <b>sì</b> alla consultazione del <b>12 e 13 giugno</b> scende in campo <b>Aldo Busi</b>.</p>
<p> &#8220;Voto sì a tutti e quattro i quesiti sulla legge 40 solo per amore della ricerca scientifica, libera e svincolata da ogni Stato etico, fermo restando che da un punto di vista strettamente personale sono profondamente contrario a qualsiasi tipo di fecondazione che non sia sanamente accidentale: i figli che non vengono a te si possono sostituire con i figli venuti alle altre così sfortunate e disgraziate da non poterseli permettere&#8221;, dichiara Busi.<br />
<span id="more-1175"></span><br />
&#8220;Ma anche qui&#8221;, puntualizza, &#8220;aggiungerei che bisogna innanzi tutto facilitare le adozioni alle coppie, alle famiglie, ai single che hanno dimostrato di sapere allevare i figli che già hanno&#8221;.</p>
<p>&#8220;Quando io parlo di punto di vista strettamente personale&#8221;, spiega lo scrittore, &#8220;intendo semplicemente dire che io nella mi vita mi comporterei così, che l&#8217;avere o non avere figli di per sé non può essere una ragione per prendersi o per lasciarsi, a meno che vi sia stata fra i due partner una chiarezza preventiva sulla procreazione&#8221;.</p>
<p>&#8220;Io non ho vangeli da impartire&#8221;, assicura. &#8220;Essendo profondamente democratico e assolutamente contrario al culto della personalità del tiranno che impone agli altri quel che pensa lui, ritengo che una mente da statista non possa e non debba imporre il proprio giardinetto come paradiso per tutti. Prima ancora della propria cosiddetta coscienza bisogna ascoltare la coscienza civile. L&#8217;opinione personale non può essere impositiva, tanto più in una materia come questa: le grandi decisioni che riguardano la collettività devono essere collegiali&#8221;.</p>
<p>E, infine, una considerazione sulla necessità su un futuro sempre più democratico per la ricerca scientifica: &#8220;La scienza va sempre più per conto suo, non aspetta i placet dei politici. Essa è parte di un mercato ormai globalizzato. Vogliamo che solo le italiane ricche e sane possano avere il loro figlio attraverso il proprio ovocito, magari nelle cliniche estere specializzate? Vogliamo che accada per l&#8217;inseminazione come per l&#8217;aborto trent&#8217;anni fa, quando chi aveva i soldi espatriava e si sgravava negli ospedali stranieri, mentre le povere donne del popolo o si tenevano i figli o si sottoponevano ai ferri non sempre igienici di mammane improvvisate morendo spesso per setticemia?&#8221;</p>
<p>&#8220;In certi momenti storici e sociali&#8221; conclude Busi, &#8220;è molto più importante saper ascoltare che parlare a vanvera&#8221;.</p>
<p>_________________________________</p>
<p>Per <b>inserire commenti</b> clicca <a href="https://www.nazioneindiana.com/cgi-bin/mt/mt-comments.cgi?entry_id=1276"><u>qui</u></a>.</p>
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		<title>Tutto su sua nonna e molto altro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 May 2005 13:30:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[Giuseppe Caliceti intervista Silvia Ballestra Con Tutto su mia nonna, da pochi giorni nelle librerie per Einaudi Stile Libero, Silvia Ballestra si riconferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, come una delle (giovani) scrittrici italiane più acute e divertenti di oggi. Autrice di culto per le nuove generazioni, fu scoperta da Pier Vittorio Tondelli. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>Giuseppe Caliceti</b> intervista <b>Silvia Ballestra</b></p>
<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8806172700/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8806172700&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><img loading="lazy" style="margin: 2px 4px; border: 0px none;" alt="ballestranonna.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/ballestranonna.jpg" width="150" height="236" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /></a> Con <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8806172700/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8806172700&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><b>Tutto su mia nonna</b></a>, da pochi giorni nelle librerie per Einaudi Stile Libero, <b>Silvia Ballestra</b> si riconferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, come una delle (giovani) scrittrici italiane più acute e divertenti di oggi. Autrice di culto per le nuove generazioni, fu scoperta da <b>Pier Vittorio Tondelli</b>. In questo nuovo divertente romanzo familiare al femminile, non rinuncia a un‚attenzione estrema a una lingua letteraria coloratissima che tiene sempre d‚occhio la lingua orale, mostrando una grande felicità espressiva. Nel libro parla di sé, di sua madre e soprattutto di sua nonna. Le abbiamo fatto alcune domande.</p>
<p><b>Un libro al femminile, ma molto spassoso. Una rarità, non credi? </b></p>
<p>Sì. Non so perché il genere saga familiare è sempre imperniato sul dolore, il sacrificio, i drammi. E comunque, in generale, mi sembra che in questo Paese ironia, autoironia e, diciamolo pure, comico, non vengano frequentati né spesso né volentieri. In questi anni, nel mondo, grande è la paura, grandi sono le paranoie, e non mi dispiaceva pensare di far divertire qualcuno, far passare un paio d&#8217;ore di spasso.<br />
<span id="more-1171"></span><br />
<b>&#8220;Tutto su mia nonna&#8221;. Non è la prima volta che parli di nonne…</b></p>
<p>Infatti, il primo libro era dedicato alla nonna e nella raccolta <b>Gli orsi</b> c&#8217;era un racconto ove compariva per la prima volta questa stessa famiglia&#8230; Credo che le nonne siano importanti e mi interessava soprattutto vedere questa situazione particolare d&#8217;una famiglia tutta di donne e come la lingua venga trasmessa secondo una determinata matrilinearità. E&#8217; un&#8217;idea (non nuova in linguistica, vedi le riflessioni sulla lingua materna, né in letteratura, vedi <b>Canetti</b> con <b>La lingua salvata</b> e <b>Benjamin</b> con <b>Un&#8217;infanzia berlinese</b>) che va ribadita e sulla quale vale la pena di riflettere. In più mi permetteva di continuare una mia ricerca attorno al &#8220;femminile&#8221; cominciata con <b>La giovinezza della Signorina N.N. </b>, la maternità di <b>Nina</b>, le amicizie del <b>Compagno di mezzanotte</b>.</p>
<p><b>Perchè quando pubblichi un libro cambi sempre editore? </b></p>
<p>Per motivi vari. Volete sapere qualche pettegolezzo? Pronti. Alla <b>Mondadori</b> non mi pareva il caso di restare, era il &#8217;94 e il buon <b>Silvio</b> era appena sceso in campo: può il presidente del consiglio essere il tuo editore? Direi di no. Alla <b>Feltrinelli</b>, dove avevo appena pubblicato <b>Gli Orsi</b> &#8211; libro andato benissimo ma che misteriosamente non si trova più in libreria – avevo parlato del lavoro che stavo facendo con la <b>Lussu</b> ma nessuno ha pensato di mettermi sotto contratto. S&#8217;erano mossi in parecchi, invece, fuori di lì, e scelsi <b>Baldini e Castoldi</b> perché mi propose di leggere per loro libri stranieri, dunque di avere anche un ruolo in casa editrice. <b>Rizzoli</b> è stato un ritorno presso un editore maggiore con tutti i pro e i contro: questo da <b>Einaudi</b> è un blitz con un libro sperimentale. <b>Stile Libero</b>, come dice la parola, è davvero uno spazio di libertà e sperimentazione – forse il solo rimasto – e con loro si lavora come si deve.</p>
<p><b>Cosa ricordi di Pier Vittorio Tondelli? </b></p>
<p>Ricordo solo cose belle. L&#8217;esperienza con gli <b>Under 25</b> è stata straordinaria ed è una lezione esemplare che vale ancora. Dopo la ricerca che ha condotto poi <b>Canalini</b> attorno all&#8217;opera di <b>Tondelli</b>, rileggendola in chiave girardiana, riflettendo sul ruolo del capro espiatorio e il mediatore del desiderio, appare tutta la grandezza dello scrittore Tondelli, più importante che mai.</p>
<p><b>La settimana scorsa sul Corriere della Sera hai dato l&#8217;annuncio chela manifestazione letteraria “Ricercare”, che è nata e si è svolta per dieci anni a Reggio Emilia, dal prossimo anno si farà a Macerata. Parlaci di questa cosa. </b></p>
<p>Non so se si chiamerà <b>Ricercare</b>, ma l&#8217;idea è quella di riprendere la formula &#8220;lettura e commento dei testi&#8221; con serate letterarie cominciata a <b>Reggio Emilia</b>. Dunque ci sarà un comitato tecnico-scientifico che leggerà e sceglierà dei testi da sottoporre ai critici. Solo che in questa prima edizione autunnale si terranno gli <b>Stati Generali della Letteratura</b>, vale a dire una sorta di convegno su due giorni per discutere dell&#8217;attuale situazione, fare bilanci, eccetera, e poi dal prossimo anno si ripartirà col laboratorio così come lo conosciamo da Reggio.</p>
<p><b>Hai detto che &#8220;Ricercare&#8221;, trasferendosi a Macerata, torna da dove è nato. Ma è nato a Reggio Emilia. In che senso lo dici? </b></p>
<p>Non ho detto che torna a Macerata Ricercare: il ritorno era riferito a me, e intendevo anche dire che per me la ricerca, un certo tipo di fare letteratura, è cominciato proprio con <b>Under 25</b> di <b>Tondelli</b> e la <b>Transeuropa</b> di <b>Ancona</b>&#8230; Io questo link, fra il laboratorio Tondelli alla fine degli Ottanta, e Ricercare nei Novanta, lo vedo chiaro e limpido.</p>
<p><b>Cosa pensi dei festival letterari? </b></p>
<p>Sono appena tornata da un bellissimo festival che si tiene a <b>Montreal</b>: duecento invitati, organizzazione impeccabile, ospiti provenienti anche da letterature &#8220;minori&#8221; (vale a dire non anglofone) e non è il festival più importante&#8230; E parliamo del <b>Canada</b>, cioè un paese immenso e pochissimo popolato&#8230; In Italia, invece, faticacce tremende e terra strappata al mare col secchiello. Non mi piace la spettacolarizzazione della letteratura, lo scrittore come rockstar solitaria (cfr. <b>Mantova</b>), mi interessano di più i luoghi ove si possa dibattere e la letteratura fa un passo avanti, democraticamente, anche per chi è agli inizi. Troppo facile chiamare le punte e i golden boys, benissimo invece chi da&#8217; spazio a chi normalmente non ne ha.</p>
<p><b>E dell&#8217;editoria italiana? </b></p>
<p>Penso tutto il male possibile, con le dovute eccezioni. Penso che andando avanti così la nostra letteratura scomparirà e verrà inghiottita del monnezzone globale (ne avevo già avuto sentore tre anni fa visitando la fiera di <b>Francoforte</b>: una roba da brividi coi junk-book che trionfavano come la merda del fastfood). Penso anche però che la colpa è del sistema culturale italiano in generale che, d&#8217;altronde, è stato, per ovvi motivi, il primo a risentire di questa caduta a picco nella barbarie rappresentata dai pasticci d&#8217;un simile premier: e quindi salta per prima la dignità culturale d&#8217;un Paese, poi quella morale, fino arrivare al crollo economico e politico. Prima se ne va Silvio, prima cominceremo a ricostruire sulle macerie che ha lasciato. E questo vale anche per la produzione culturale: pensa solo al livello che abbiamo raggiunto con la televisione. Comunque la crisi del libro è bestiale anche se nessuno ne parla seriamente e tutti continuano a dire che va tutto bene. Ti dò solo due dati: il <b>Diario</b> di <b>Anna Frank</b> che all&#8217;improvviso non si vende più neanche agli studenti, e il fotografo di scrittori che mi dice che in Italia non lavora più e vende le foto solo in Francia. Due cose diversissime ma che la dicono molto lunga.</p>
<p><i>Questa intervista è uscita martedì 3 Maggio su <b>Liberazione</b>.</i></p>
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		<title>I leoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 May 2005 13:26:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Beppe Sebaste All’incontro torinese sulla Restaurazione dello scorso 9 maggio, Beppe Sebaste aveva inviato questo brano tratto da un suo libro. Per motivi di tempo non è stato possibile leggerlo. (T.S.). _______________________________________________________________ Ci sono modi di scrivere che è come respirare. Ci sono toni che sono come l’aria. Altre volte, invece, si è come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Beppe Sebaste</b></p>
<p><i>All’incontro torinese sulla <b>Restaurazione</b> dello scorso 9 maggio, <b>Beppe Sebaste</b> aveva inviato questo brano tratto da un suo libro. Per motivi di tempo non è stato possibile leggerlo. (T.S.).</i><br />
<span id="more-1170"></span><br />
_______________________________________________________________</p>
<p>Ci sono modi di scrivere che è come respirare. Ci sono toni che sono come l’aria.</p>
<p>Altre volte, invece, si è come leoni drogati seduti sullo sgabello, in una gabbia di ferro rotonda: di fronte a noi un domatore con la frusta e i lustrini ci colpisce per mettere la testa dentro la nostra bocca. Ancora una volta, condiscendenti, ne approfittiamo per fare uno sbadiglio. Il nostro acuto odore di leoni ci desta brandelli struggenti di ricordi di corse a perdifiato, di aria cruda come carne, di erba selvaggia, non ancora però abbastanza intensi da farci serrare le mascelle, scendere con un balzo dallo scranno, e ritrovare la nostra vera voce.</p>
<p>Ma un urlo, anche se abbassi il volume, rimane sempre un urlo.</p>
<p>(da: <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00B1P7K38/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00B1P7K38&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><b>Niente di tutto questo mi appartiene</b></a>, Feltrinelli 1994, pag. 117)</p>
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		<title>Il male dell’America</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 May 2005 22:30:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[Intervista a Emmanuel Todd L’ultimo numero di Una Città si apre con questa intervista allo storico e antropologo francese Emmanuel Todd. Ringrazio Gianni Saporetti per avermi autorizzato a riproporla qui. (T. S.) _____________________________________ Il mostruoso deficit commerciale Usa e l’aumento della mortalità infantile sono solo alcuni degli indicatori del declino americano. L’Europa sta salendo al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Intervista a <b>Emmanuel Todd</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="126.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/126.jpg" width="181" height="266" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" />L’ultimo numero di <a href="http://www.unacitta.it/"><span style="text-decoration: underline;">Una Città</span></a> si apre con questa intervista allo storico e antropologo francese <b>Emmanuel Todd</b>. Ringrazio <b>Gianni Saporetti</b> per avermi autorizzato a riproporla qui. (T. S.)<br />
_____________________________________</p>
<p><i>Il mostruoso deficit commerciale Usa e l’aumento della mortalità infantile sono solo alcuni degli indicatori del declino americano. L’Europa sta salendo al vertice delle preoccupazioni americane. Dopo la catastrofe irachena la razionalità spingerebbe a miti consigli, ma nella storia, e nell’uomo, esiste l’irrazionalità e questa spinge verso l’Iran. Un’oligarchia che non ha quasi più nulla di democratico.</i></p>
<p><b>Emmanuel Todd</b>, storico e antropologo, è ricercatore presso l’Ined, l’Istituto Nazionale di Studi Demografici di <b>Parigi</b>. Il libro cui si fa riferimento è <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8851522677/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8851522677&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><b><i>Dopo l’impero</i></b></a>, Marco Tropea Editore, 2003. Nel 2004 in Italia è stato tradotto anche <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8843804243/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8843804243&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><b><i>L’illusione economica</i></b></a>, la cui pubblicazione in Francia, presso Gallimard, è del 1998.<br />
<span id="more-1157"></span><br />
<b>Nel tuo ultimo libro annunciavi il declino dell’impero americano. A distanza di due anni e all’indomani della rielezione di Bush, è cambiato qualcosa?</b></p>
<p>Comincerò da ciò che in quella ricognizione si è rivelato vero. Credo intanto che i dati oggettivi si siano dimostrati corretti in termini di predizioni, anzi c’è stata addirittura un’accelerazione, in particolare nello sbilanciamento economico del sistema americano. Il <b>deficit commerciale</b> è diventato, se possibile, ancora più drammatico:oggi si aggira infatti attorno ai 700.000 miliardi di dollari. L’indebolimento degli <b>Stati Uniti</b> poi diventa ancora più preoccupante se si considera la crescita del deficit degli scambi di prodotti ad alta tecologia.</p>
<p>Anche gli economisti conservatori ortodossi sono rimasti molto sorpresi dall’irreversibilità di questo trend: l’indebolimento del dollaro non è stato d’aiuto all’esportazione americana. Insomma, nonostante il dollaro sia al collasso, l’export non è nemmeno in una fase di stagnazione, è addirittura diminuito. Questo segnala una sorta di debolezza strutturale del sistema americano che anche la gente comincia a percepire.</p>
<p>Ecco, se c’è una novità è rappresentata dal fatto che gli stessi americani stanno cominciando a rendersi conto degli aspetti in ombra del mito dell’economia americana. E se pensiamo che il vero mito americano è proprio quello economico, beh, non è una novità da poco. Ciò che oggi impedisce al dollaro di crollare è il comportamento responsabile e coscienzioso delle <b>banche centrali</b> cinesi e giapponesi.</p>
<p><b>Dicevi che recentemente sono accadute delle cose importanti e significative anche sul piano simbolico…</b></p>
<p>Uno dei punti di svolta per me è stata la costruzione del nuovo <b>Airbus</b>. Non sono sicuro che sia stata pienamente compresa la portata di questo evento, che cosa questo significhi dal punto di vista americano: il più grande aereo civile al mondo è stato prodotto in Europa, e quindi i boeing scompariranno, il 747 è già diventato obsoleto. Per gli storici futuri questa sarà considerata una data importante perché significa che il centro di gravità economico è tornato nel Vecchio mondo, non solamente in Europa, ma nell’<b>Eurasia</b>.</p>
<p>Se poi proviamo a selezionare, isolare, alcuni indicatori statistici normalmente utilizzati per misurare l’indebolimento di una nazione, e in questo caso l’autodistruzione del sistema economico e sociale americano, c’è un’altra sorpresa: ieri guardando le ultime notizie dell’agenzia Reuters su internet ho scoperto che il tasso di mortalità infantile negli <b>Usa</b> è in crescita .</p>
<p>Questo per me è un indicatore molto importante. Fu infatti la crescita dei tassi di mortalità infantile a farmi predire il collasso dell’<b>Unione Sovietica</b>.</p>
<p>In <i>Dopo l’Impero</i>, avevo già parlato del tasso di mortalità infantile che negli Stati Uniti era relativamente alto (mi sembra fosse al 17° posto, quindi piuttosto in basso nella scala) e segnalavo come l’America non fosse così ricca come sembrava. A quel tempo tuttavia avevo imputato l’aumento all’incremento della mortalità infantile tra i neri americani, infatti considerando l’intera popolazione americana, il tasso era ancora in discesa. Ebbene, ora è globalmente in crescita e questo è molto preoccupante. Ogni settimana abbiamo quindi nuovi segnali dell’indebolimento, del collasso del sistema americano. Questo è un argomento molto poco piacevole. Assistere alla disgregazione di quella che era una società sana e di benessere è triste. Ma come storico del futuro, come prospettivista, devo ammettere che sono sollevato, non mi ero sbagliato…</p>
<p><b>Nel libro tuttavia traevi delle conclusioni ottimiste, mentre oggi paventi l’aggressione all’Iran…</b></p>
<p>E’ vero. Non solo, dicevo che non aveva più senso parlare di impero americano. Le stesse imprese belliche le avevo definite azioni di “militarismo teatralizzato”. Un militarismo, cioè, finalizzato a farci dimenticare la crescente debolezza degli Usa e a far rimanere vivo il mito di un’America al centro del mondo…</p>
<p>Del resto, se si guarda al vero potere militare, la <b>Russia</b> è ancora lì, anche la <b>Francia</b> ha la capacità di resistere alla minaccia nucleare, possiede armi di distruzione di massa e questo fa una grossa differenza rispetto agli altri piccoli paesi. Insomma l’ottimismo era fondato su alcune precise considerazioni: ciò a cui stiamo assistendo è solo teatro e ciò che dobbiamo fare, come europei, è semplicemente non seguire gli Usa in <b>Iraq</b>, lasciarli avere la loro punizione. Dopodiché come per magia si sarebbe ristabilito l’equilibrio planetario, con il sistema americano che dopo la caduta sarebbe tornato al suo posto…</p>
<p>Non rinnego tutto questo, ma certo devo riconoscere che si tratta di analisi molto astratte e razionali, in cui l’azione si riduce appunto a effetto lineare della razionalità umana.</p>
<p>La storia dell’umanità invece ci dice che gli uomini non sono solo esseri razionali, ci offre tanti esempi di stati o nazioni che senza avere il consenso necessario per la conquista del mondo, ci hanno comunque provato.</p>
<p>Credo allora che sia indispensabile una maggiore comprensione degli elementi irrazionali delle politiche americane. Questo è un aspetto che, effettivamente, io avevo trascurato. E tengo a precisare che non sono mai stato antiamericano, casomai potrei definirmi un <b>post-americano</b>. Credo che oggi, se vogliamo capire cosa sta succedendo, bisogna concentrarsi sugli aspetti irrazionali, di follia, della società e della politica americana. In questo senso, il comportamento delle élite è uno specchio importante. Ovviamente loro non possono non vedere che il mito del dinamismo economico americano sta svanendo e che c’è uno spostamento verso l’Europa, rispetto alle tecnologie, alla qualità delle cose, ecc. E’ impossibile che la generazione di <b>Rumsfeld</b> non capisca cosa significa il deficit commerciale o il ritardo tecnologico, non sappia che oggi l’Europa ha treni migliori, aerei migliori, che tutto è migliore. Devono saperlo. E tuttavia, anche se è tutto evidente, è come se ci fosse un meccanismo di negazione della realtà: rifiutano di vedere, non possono crederci. In queste élite americane c’è evidentemente una sorta di livello subconscio che, appunto, rifiuta di vedere. Ma quando si è intrappolati in questi stati mentali che fanno resistenza all’emergere della realtà, qualunque psicoanalista di buon senso spiegherà che si sta attraversando un momento molto pericoloso. Quando <b>Bush</b> parla del male in realtà parla di sé e dell’America. Dovrebbe parlarne con uno psicanalista. Dov’è questo male? La gente è ossessionata dal male, ma il male è dentro, non fuori…</p>
<p>Allora, tornando a noi, essendo innegabile che l’America non è più così potente come in passato, e visto che l’Iraq si è trasformato in una punizione, in una giusta lezione, vien da pensare che razionalmente la conclusione obbligata sarebbe il ritorno degli Usa alle loro politiche precedenti, a più miti consigli, insomma. Se però ci si addentra nel livello non razionale, in quella zona buia della negazione della realtà, ecco, vien da pensare che attaccheranno l’<b>Iran</b>, che si butteranno in un’impresa ancor più avventurosa e pericolosa. Del resto i discorsi su un possibile attacco all’Iran sono sempre più rumorosi. E con questi l’ipotesi che l’America prenda la china, folle, di una crescente aggressività…</p>
<p>La rielezione di Bush, se qualcosa ci ha fatto capire, è che il problema non è Bush, ma l’America e la società americana. Non sono invece sicuro che la gente abbia capito che forse stiamo per assistere, in termini storici, al fatto che un paese straordinario si trasformi in una specie di mostro.</p>
<p>Ho detto “forse”, in realtà non ne sono sicuro, ci sono molte domande, molti punti interrogativi senza risposta e tuttavia…</p>
<p>Sono tradizionalmente uno storico della scuola della “lunga durata”, dei processi lenti, e però posso dirti che entro quest’anno lo sapremo. Io vedo il 2005 come un anno estremamente pericoloso. Stiamo assistendo a un’impetuosa accelerazione del declino economico e tecnologico dell’America. Non è cosa da poco.</p>
<p><b>In questa visione che ruolo si delinea per l’Europa?</b></p>
<p>La situazione, in Europa, è di una specie di estraniamento. La mia impressione è che la popolazione in generale capisca abbastanza bene cosa sta accadendo negli Usa. Bush viene universalmente percepito come una figura pericolosa, come una specie di bullo guerrafondaio. L’America ugualmente è avvertita come un paese pericoloso. Insomma direi che le popolazioni nel loro insieme sono piuttosto consapevoli del problema, come pure i governi. Casomai arrivano a conclusioni differenti sul da farsi. (Beh, ecco non sono così sicuro che il governo italiano sia consapevole. Credo si debba ammettere che <b>Berlusconi</b>, grande amico di <b>Bush</b>, di <b>Putin</b>, ecc., sia un po’ difficile da inquadrare come figura).</p>
<p>Ad ogni modo, i governi francese, tedesco e spagnolo oggi sono piuttosto consci del pericolo. Credo tra l’altro che così vadano lette le recenti visite diplomatiche e politiche della <b>Francia</b> a <b>San Pietroburgo</b>, quando il ministro francese della Difesa ha incontrato la sua controparte russa, discutendo faccende non solo diplomatiche, ma “tecniche” rispetto all’Iran. Sono episodi che non vanno sottovalutati, che vanno decodificati. La <b>Gran Bretagna</b> è ancora divisa, ma anche il governo inglese è evidentemente consapevole di cosa sta accadendo. Allora, i governi, le persone in carica, sanno come stanno le cose. La gente sente anch’essa l’entità del pericolo. Quello che sappiamo è che c’è un piano rispetto all’Iran e che i governi francese, tedesco e inglese stanno lavorando per prevenire un’eventuale aggressione americana. Dall’altra parte, è ormai evidente che i governi francese e tedesco hanno smesso di considerare la Russia una minaccia, quanto piuttosto un partner essenziale alla sicurezza europea. E’ questo il significato della frase pronunciata da un diplomatico francese: “Non possiamo permetterci problemi tra <b>Russia</b> e <b>Ucraina</b> perché abbiamo bisogno della Russia”.</p>
<p><b>Tu sostieni che c’è invece un problema con i media europei…</b></p>
<p>Il problema nell’Europa occidentale direi che riguarda l’intellighenzia dei media, in particolare della stampa. Diciamo che la stampa e i media occidentali sembrano essere interessati moltissimo ai grandi valori filosofici, la democrazia, la libertà, i diritti umani, ora lo tsunami, eccetera, e per nulla alle vere relazioni di potere. Lo si vede bene da come viene rappresentata la Russia. Per i governi francese e tedesco la Russia è un alleato, un paese di cui abbiamo bisogno e con cui dobbiamo essere pazienti, rispetto al problema <b>Cecenia</b>, rispetto alle imperfezioni della nuova democrazia russa. Sui giornali francesi, invece, non si parla mai della Russia.</p>
<p>Su <b>Le Monde</b>, poi, c’è una specie di russofobia, per cui si troverà tutto su <b>Beslan</b> e la rivoluzione arancione in <b>Ucraina</b>, quasi nulla sulla Russia. E, attenzione, non sto criticando tutto questo. Forse però bisognerebbe tornare a usare le categorie di <b>Max Weber</b>: l’etica della responsabilità e l’etica della convinzione.</p>
<p>Se i governi europei agiscono in base all’etica della responsabilità, ecco che i media si muovono invece in base all’etica della convinzione. E nessuno sembra essere interessato ai veri problemi.</p>
<p>Per cui, come dicevo, quando i media parlano di qualcosa accaduto in Russia, in Ucraina, Georgia, si affidano solo a principi molto generali. Certo, è un atteggiamento molto generoso, vogliono difendere i ceceni, i georgiani, o gli ucraini e, tuttavia, non sembrano rendersi conto che la loro sicurezza, ovvero la nostra sicurezza come <b>Europa Occidentale</b>, è tornata a essere qualcosa da proteggere. Sembrano non rendersi conto che il mondo sta diventando un luogo molto pericoloso. Sembrano infine non rendersi conto che i geopolitici americani odiano l’Europa, che l’Europa viene ormai percepita dagli americani come una minaccia mortale.</p>
<p>Allora, dal mio punto di vista, il mondo sarà più sano e autoconsapevole e meno pericoloso se i giornalisti europei cominceranno ad avere anche una più adeguata percezione del declino americano, se smetteranno di parlare di questo fantomatico dinamismo americano; se si convinceranno che l’Europa sta diventando troppo potente agli occhi degli Usa. Siamo molto vicini al vertice nella loro lista delle priorità.</p>
<p>Il mondo dovrebbe capire che colpire l’<b>Iran</b> non significa solo colpire l’Iran, ma che questo ha di nuovo a che fare col petrolio e che l’Iran è all’interno del nostro perimetro di sicurezza, è all’interno della nostra sfera d’intervento.</p>
<p><b>Nell’ultima intervista avevi parlato di un mondo sempre più stabile, lo scenario che tracci ora sembra andare in direzione opposta…</b></p>
<p>Ma il mondo sta diventando un luogo di crescente stabilità. Il problema è appunto l’America. Non c’è contraddizione tra queste affermazioni.<br />
Voglio dire, l’Europa è perfettamente stabile.</p>
<p>Certo, ci sono problemi, ma non minacce alla stabilità interna. La <b>Russia</b> stessa sta diventando più stabile sotto Putin, che non vuol dire che si sta democratizzando, ma certo sta conoscendo un periodo di crescente stabilità. Insomma il paradosso, mi pare, è che il vero pericolo è l’America.</p>
<p>Certo, se il Vecchio mondo e il <b>Sudamerica</b> stanno diventando più stabili ma l’America si sta trasformando in un fattore di disordine, non possiamo considerare il mondo più stabile, perché l’America è piuttosto grande.</p>
<p>Attaccare l’<b>Iran</b> poi sarebbe un’azione decisamente irrazionale, oltre che incontrollabile, perché metterebbe le forze militari americane in <b>Iraq</b> in una situazione terribile. La prima reazione sarebbe una recrudescenza della resistenza irachena che trasformerebbe il tutto nel peggiore degli incubi. La posizione americana poi diventerebbe molto difficile. Non si può infatti escludere che l’Europa potrebbe chiudere le basi americani nel proprio territorio e a quel punto il sistema strategico-militare americano crollerebbe immediatamente. Ma tutto questo appartiene, di nuovo, al discorso razionale.</p>
<p>Cosa ha fatto <b>Hitler</b> quando ha capito di non poter attaccare la <b>Gran Bretagna</b>? Ha invaso la <b>Russia</b>! La guerra è una specie di buco nero: le nazioni, gli stati entrano in guerra per motivi razionali, valori, interessi o altro. Ma quello è solo l’inizio. Una volta che entri, rimani intrappolato, nel senso che, una volta iniziata, la guerra segue le sue proprie leggi e dinamiche, che sono anche quelle dell’essere umano: quando cominci a lottare poi continui, perché tutto questo fa parte del nostro cervello primitivo. E quindi, anche quando viene meno l’obiettivo, o tutte le possibilità sono negative, tu andrai avanti a combattere. Nei processi bellici scatta come una sorta di pedagogia del male: la gente viene istruita ad agire malvagiamente. Non possiamo quindi escludere questa possibilità. C’è un elemento vizioso nell’uomo, che agisce con malvagità e che però seduce… Sì, in effetti sono meno ottimista…</p>
<p><b>Gli Stati Uniti hanno davvero paura dell’Europa?</b></p>
<p>Su questo mi piace citare <b>Sasha Guitry</b>, brillante commediografo francese, che scriveva storie di matrimoni e adulteri, insomma commedie leggere, à la parisienne, come dicono: “Le contraire de la vérité est déjà très près de la vérité” (il contrario della verità è già molto vicino alla verità, ndr). Allora, tutti questi intellettuali e geopolitici americani che, senza che sia stato loro chiesto, continuano a ripetere: “L’Europa non è un problema, l’Europa non è un problema, l’Europa non è un problema…”, a me fanno sorridere.</p>
<p>E’ come se nel mezzo di un caffè tra amici in cui si parla del tempo uno si mettesse a ripetere compulsivamente: “A me non piacciono le donne, a me non piacciono le donne…”; ecco noi penseremmo che ne è invece ossessionato. C’è sicuramente un’ossessione nei confronti dell’Europa, che peraltro è comprensibile. Una delle questioni sul tappeto oggi è anche la sostituzione del dollaro con l’euro e questo vuol dire infrangere un vero mito monetario. E fa paura. Lo ripeto: dal punto di vista economico il loro sistema si sta disintegrando. Ogni minuto la loro situazione peggiora: l’euro è sempre più potente, la Russia è più stabile e si sta riarmando e tra due anni la prospettiva è quella di una vera paralisi. E’ normale che le élite intellettuali e l’establishment politico siano terrorizzati e sentano il bisogno di sbarazzarsi della realtà il prima possibile.</p>
<p><b>E’ in corso un processo di erosione degli stessi fondamenti della democrazia in America?</b></p>
<p>Non si può nemmeno dire che ci sia un problema con la democrazia negli Stati Uniti. Semplicemente la democrazia è scomparsa e qualcosa di nuovo sta emergendo. E questo è un processo comunque molto affascinante, perché stiamo assistendo alla nascita di un tipo di società assolutamente nuovo. Un sistema democratico e individualista (dimentichiamo per un attimo i neri) si sta trasformando in un sistema caratterizzato da un’enorme disuguaglianza, che alla fine sta producendo la totale distruzione del processo democratico. Intendiamoci: negli Usa non c’è un autoritarismo distruttivo del tipo di quelli che portarono al nazismo o al comunismo, con le masse contadine, eccetera. Abbiamo ancora una società individualistica e in qualche modo la gente è libera, e tuttavia, all’interno di questo sistema antropologico-sociale che ha una sua stabilità, sta emergendo un elemento di dominazione e disuguaglianza che di fatto rende la libertà impossibile.</p>
<p>Si sta delineando un sistema davvero bizzarro in cui la gente continua a parlare di libertà, democrazia, e in cui però le elezioni sono assolutamente vanificate da un incredibile flusso di denaro; dove i liberi cittadini sono di fatto degli pseudo-sudditi.</p>
<p>Trovo che sia comunque un evento appassionante: sta nascendo un nuovo sistema, una nuova forma di potere attraverso un processo degenerativo della democrazia, dopodiché ci sarà un’altra cosa. In qualche modo gli americani si stanno trasformando in una forma di nuova “plebe”.</p>
<p>Altrettanto affascinante è questa capacità della società americana di autocontenersi, perché non si può spiegare un tale livello di vita, come è quello degli americani oggi, quando hai 700 mila miliardi di deficit.</p>
<p>Credo che a questo punto diventi anche più chiaro cosa intendevo quando parlavo del processo di negazione della realtà, dell’incapacità di avere una corretta percezione di ciò che sta accadendo. Parlando con un amico, che si lamentava anch’egli della cecità che c’è in giro, ho proprio ripensato al fatto che ci sono due tipi di caratteri intellettuali: c’è il dottor <b>Pangloss</b>, il personaggio del <b>Candido</b> di <b>Voltaire</b>, che pensa sempre che quello che c’è, la realtà, sia comunque la migliore possibile, “tout est pour le mieux dans le meilleur des mondes possibles”. E poi c’è Cassandra.</p>
<p><b>A parte le relazioni con gli Stati Uniti, come vedi il futuro dell’Europa, il suo allargamento?</b></p>
<p>E’ il consueto caos. A mio avviso il problema, comunque, non è la <b>Turchia</b>. Non ho una vera opinione sull’entrata della Turchia nell’<b>Unione Europea</b>, tant’è che la cambio ogni giorno. E tuttavia il mio approccio scettico si fonda su valutazioni opposte rispetto a quelli che si oppongono. Mi spiego: la maggior parte di chi si oppone alla sua entrata fa valere ragioni culturali: la religione cristiana, l’Islam… Per me il fatto che la Turchia sia un paese musulmano e che abbia specifiche tradizioni laiche è senz’altro un aspetto positivo. Se non altro si smetterebbe di parlare dell’Europa come terra cristiana. Ciò che invece mi preoccupa è il significato che questa mossa assumerebbe agli occhi della Russia.</p>
<p>Al contrario degli esponenti della stampa che menzionavo prima, io sono piuttosto ossessionato dall’equlibrio geopolitico. Credo infatti che oggi la priorità sia consolidare relazioni stabili, amichevoli e sicure con la <b>Russia</b>. E da questo punto di vista non sono certo che far entrare un vecchio pilastro della <b>Nato</b> nell’Unione Europea sia una mossa così buona.</p>
<p>Una soluzione sarebbe che la Turchia chiudesse le sue basi americane! Sarebbe divertente: “Bene, possiamo far entrare la Turchia, ma senza le basi americane!”. A parte gli scherzi, credo che questa sia una preoccupazione fondata, le cose stanno accadendo così velocemente e tutto sembra portare al caos. L’<b>Europa a 25</b> è già in qualche modo una realtà economica, ed è in ogni caso una buona idea, infatti la sua realizzazione spaventa moltissimo l’America. Il problema è che man mano che l’Europa si allarga e diventa più grande, rischia di diventare anche più amorfa e disorganizzata. Per questo la priorità per me oggi resta la creazione di una politica economica centralizzata. Oggi avere una migliore organizzazione e gestione della zona euro comporta innanzitutto strette ed efficienti relazioni non solo tra Francia e Germania, e Spagna, ma anche con l’Italia, che è comunque il terzo centro industriale. Si dovrebbe passar sopra ai recenti disaccordi sull’Iraq. Tutto questo potrebbe avere un effetto propulsivo sulla domanda.</p>
<p>Il fatto è che il miglior modo per spingere la domanda globale è il riarmo. Io non sarei contrario. Come si dice: “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. Posso capire che il riarmo possa apparire un’attività ridicola, assurda &#8211; il <b>Giappone</b> è ormai una nazione pacifica, anche la <b>Russia</b>, dopo l’alto prezzo pagato, sembra averne avuto abbastanza. Ma a volte semplicemente non si ha scelta.<br />
Non possiamo tenerci un’America con questo terribile mito militare… E noi?</p>
<p>L’Europa oggi è in grado di produrre i migliori aerei, le migliori macchine, i migliori treni, qualsiasi cosa, perché non anche le migliori armi? Lo so che suona assurdo, ma solo così potremo finalmente rimanere in pace.</p>
<p><b>Tu all’inizio eri molto critico e scettico sul progetto europeo…</b></p>
<p>E’ vero. Invece <b><i>Dopo l’Impero</i></b> dava l’impressione di essere scritto da un europeista entusiasta. Allora, premesso che le mie idee in proposito sono cambiate, devo anche aggiungere che in realtà non c’è niente di me in quel libro, è il mondo descritto da uno storico. C’è anzi un elemento di rassegnazione: ecco, questo è il mondo in cui viviamo. Che non vuol dire che sia anche il mondo che mi piace. Credo che L’illusione economica, scritto dopo le polemiche seguite al <b>Trattato di Maastricht</b>, sia stato il mio ultimo libro militante, per così dire. Non potevo accettare un aumento della ricchezza e della produttività a scapito di valori fondamentali, come la libertà, il benessere dei lavoratori e lo stesso valore dei giovani che, in contraddizione con una delle leggi fondamentali del mercato, pur essendo merce rara oggi valgono meno.</p>
<p>Certo, già ne L’illusione economica c’era un capitolo sugli Usa in cui ero molto scettico sul loro fantomatico dinamismo, anche a partire dai tassi sull’educazione, ma mentre scrivevo L’illusione economica stavo ancora in qualche modo lottando per la democrazia.</p>
<p><b>Oggi no?</b></p>
<p>Forse il mio atteggiamento è affine a quello che si dice avesse adottato Toqueville nei confronti della democrazia. Non so se sia andata proprio così, ma è una storia interessante.</p>
<p>Toqueville era un aristocratico, ma un aristocratico intelligente e brillante, per cui a un certo punto fu costretto ad ammettere che l’avanzamento della democrazia era ormai inarrestabile, e quindi l’unica cosa ragionevole da fare era cercare di mantenere, all’interno della cornice democratica, ciò che c’era di buono della tradizione aristocratica. Ecco, il mio approccio oggi è ammettere che non possiamo fare resistenza all’avanzamento dell’oligarchia; cerchiamo allora di mantenere almeno alcuni dei valori positivi della democrazia del passato.</p>
<p>Da questo punto di vista, se si paragonano gli <b>Usa</b> e l’<b>Europa</b>, potremmo descrivere l’Europa come un sistema oligarchico illuminato, che ha mantenuto molto della tradizione democratica. Mentre gli Stati Uniti sono quasi il caso opposto: una folle plutocrazia che non ha mantenuto pressoché nulla della tradizione democratica.</p>
<p><b>Non abbiamo parlato del mondo musulmano. Tu imputavi la violenza in atto in queste società a un’importante fase di transizione…</b></p>
<p>Direi che non è cambiato niente. Si diceva che dopo l’invasione dell’<b>Iraq</b> il mondo sarebbe stato più pericoloso. Che ci sarebbe stato un aumento del terrorismo. Non mi sembra.</p>
<p>A me pare che sia l’Iraq a essere più pericoloso e che quello che lì chiamano terrorismo sia piuttosto, almeno in molti casi, resistenza. Insomma mi sembra non ci sia niente di nuovo. Certo, il terrorismo, quello vero, resta un fenomeno problematico, abbiamo bisogno di monitorare meglio queste dinamiche, anche attraverso polizia e servizi di sicurezza più efficienti. Ma se vogliamo parlare del mondo musulmano, beh, direi che se oggi c’è una vittima sono proprio loro: sono i musulmani oggi a essere invasi, sfruttati, torturati! Insomma, è incredibile come ci sia questa rappresentazione del mondo musulmano come una minaccia, quando è oggi l’unica parte del mondo in cui gli eserciti occupano territori, i civili vengono massacrati…</p>
<p><b>E l’Asia?</b></p>
<p>Molte persone mi hanno detto che l’<b>Asia</b> era il “punto cieco” delle mie riflessioni, perché non avevo parlato adeguatamente della <b>Cina</b>. Evidentemente la Cina è un gigante e i cinesi stanno diventando un fattore importante. E tuttavia, ai miei occhi, resta ancora una forte asimmetria. Ho già parlato del fatto che il centro di gravità sta tornando in <b>Eurasia</b>, e però in effetti ho parlato dell’Europa, della Russia, ma non della Cina e del Giappone. Del resto, se guardiamo a ciò che accade nel mondo, alle reazioni alla guerra all’Iraq, per esempio, vediamo che le opposizioni sono venute da Europa e Russia mentre <b>Cina</b> e <b>Giappone</b> sono rimasti defilati. Perché? Io penso che la ragione stia nel fatto che Europa e Russia sono pronte per l’indipendenza, sono pronte a emanciparsi dal sistema egemonico americano, mentre il Giappone e la Cina ancora no. La Cina in particolare dipende ancora troppo dall’esportazione negli Usa. Nel caso del Giappone, c’è invece soprattutto un problema di sicurezza: non hanno armi nucleari e l’Asia non è una regione stabile come l’Europa. Questo produce una sorta di senso di insicurezza che fa sì che la gente continui a pensare che l’America sia indispensabile.</p>
<p>In Asia, quindi, gli Stati Uniti hanno effettivamente ancora un ruolo riconosciuto. Questa è anche la ragione per cui le <b>banche centrali</b> di Giappone e Cina continuano a salvare il dollaro americano, che diversamente sarebbe già al collasso. Ma il giorno in cui il Giappone avrà la bomba, e la Cina avrà ultimato il suo sviluppo…</p>
<p>____________________________________</p>
<p>Pubblicato in <b>UNA CITTÀ</b>, n. 126 / Febbraio 2005.</p>
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		<title>“Guadagno più di te e quindi ne so più di te”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 May 2005 09:57:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Aldo Nove Leonardo ha più di 30 anni e dirige una piccola e agguerrita casa editrice. Per vivere, dopo la laurea umanistica, ha fatto diversi lavori. E’ anche lui figlio della grande bolla del Web. Questa è la sua storia. E la sua attenta concezione del mondo che cambia. Come va? In un modo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Aldo Nove</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="gerarchia.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/gerarchia.jpg" width="192" height="303" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left>Leonardo ha più di 30 anni e dirige una piccola e agguerrita casa editrice.<br />
Per vivere, dopo la laurea umanistica, ha fatto diversi lavori. E’ anche lui figlio della grande bolla del Web.<br />
Questa è la sua storia.<br />
E la sua attenta concezione del mondo che cambia.</p>
<p><b>Come va?</b></p>
<p>In un modo molto, molto strano.</p>
<p><b>Cioè? </b></p>
<p>Cioè che non capisco più se sono vittima o carnefice.<br />
<span id="more-1153"></span><br />
<b>Ti riferisci al lavoro? </b></p>
<p>Certo. Proprio a quello. Ne ho accettato le regole. Vengo da una famiglia borghese, che mi ha mantenuto agli studi. Il primo anno, dopo l’università, senza l’aiuto dei miei genitori non sarei riuscito a sopravvivere. Del resto, siamo una generazione che vive erodendo il capitale raccolto nel passato. Comunque, ho iniziato a lavorare in una Dotcom come responsabile della comunicazione interna e esterna.</p>
<p><b>Cos’è una Dotcom? </b></p>
<p>E’ un’agenzia che si occupa di operazioni produttive e commerciali legate strettamente al mondo del web. Comunque, l’azienda, all’apparenza florida, è entrata in crisi e io, come responsabile delle comunicazioni, avrei dovuto avvallare dei licenziamenti. Ho preferito non farlo, e andarmene.</p>
<p><b>Dove sei finito? </b></p>
<p>In un’azienda più grande. E quindi di fronte a ancora più grandi meschinità, a meccanismi di costanti bassezze umane praticate ogni giorno.</p>
<p><b>Ad esempio? </b></p>
<p>Ad esempio un giorno c’era una riunione con un capo. Il progetto faceva capo a tre responsabili, di cui uno assente. E per tutto il tempo si parla di sue presunte mancanze. Dico che bisognerebbe sentire l’opinione anche dell’assente, a maggior ragione perché non c’è.</p>
<p><b>E loro? </b></p>
<p>Mi viene detto che no, e dell’assente se ne dicono di tutti i colori. Me ne torno in ufficio e la persona che avevo timidamente difeso, l’assente appunto, mi chiama per chiedermi il motivo per cui avevo parlato male di lui. Tutto questo perché chi lo aveva effettivamente attaccato si era pure premurato di chiamarlo per dirgli che io, che lo avevo difeso, ero stato quello che avevo parlato male di lui. Normali tecniche di carrierismo belligerante. Nella totale assenza di qualunque etica dei rapporti. Me ne sono successe anche altre, tante…</p>
<p><b>Me ne racconti qualcuna? </b></p>
<p>Dopo poco che ero entrato ho saputo che era già stato preparato un dossier su di me. Ad esempio che avevo lavorato per un Centro Sociale e questo era bell’evidenziato nel mio controcurriculum approntato per mettermi in cattiva luce. Comunque, le regole del gioco, oggi, sono chiare…</p>
<p><b>E quali sono? </b></p>
<p>Uno contro tutti. Senza pietà. Per questo ti dicevo, all’inizio, che non capisco più se sono vittima o carnefice. Infatti credo, come diceva Elsa Morante che non è il fine a giustificare i mezzi ma sono i mezzi a denunciare i fini. Stare nel gioco ti obbliga a interpretare entrambi i ruoli, spesso senza una differenziazione netta. Ho visto tante di quelle persone fatte fuori così, senza un motivo reale, per pure relazioni di potere, per reattivo sfogo sull’inferiore delle frustrazioni accumulate con il superiore. L’impressione mia è che i rapporti umani siano tornati a quelli di un’altra epoca storica, ben determinata.</p>
<p><b>Quale? </b></p>
<p>Il medioevo.</p>
<p><b>Non mi sembra esaltante. </b></p>
<p>E’ molto deprimente, e comunque si rimane qui, per sopravvivere. Ho riscontrato una cosa. Che è a seconda dei rapporti gerarchici che due persone possano o meno entrare in contatto. Se il rapporto è troppo distante di solito non ti si risponde nemmeno. C’è un bene, oggi, astratto, che diventa sempre più raro. Ed è il tempo.</p>
<p><b>Il tempo? </b></p>
<p>Nel senso che nel mondo del business chi non ha vantaggi immediati nell’ascoltarti non ti risponde nemmeno, non considera neppure la tua esistenza. Ad esempio con la mia casa editrice i tentativi di comunicazione con alcuni uffici stampa delle realtà editoriali molto grosse cadono puntualmente nel vuoto. Non ti dicono neppure di no. Semplicemente non esisti.</p>
<p><b>C’è un motto che dice che il potere per escluderti non ti dà contro, ma ti ignora…</b></p>
<p>Ed è esatto. Solo che oggi questo mi sembra accada a qualunque livello. E’ per questo che ho parlato di medioevo. Pensa alla figura del pr, non è strana? Esiste per fungere da filtro, anche insistente, tra mondi che diversamente non si degnerebbero di prenderti in considerazione. Il pr è una persona che vende il suo tempo per obbligare gli altri a dedicarti del tempo.</p>
<p><b>In effetti è molto alienante…</b></p>
<p>Tutte le relazioni diventano così relazioni di potere. Lavoro da dieci anni, ormai, ed ho una certa esperienza. Ed è tutto così innaturale. Così fantastico. I leccaculo fanno carriera. E questo crea isolamento. Finzione. Credo che sia una cosa positiva quando un sottoposto ti dice quello che pensa. E’ molto più utile ma forse immediatamente meno gratificante, nel tipo di alienazione che viviamo. Comunque, tanto per spiegarti ancora meglio l’ambiente, due giorni prima che entrassi nel mio nuovo posto di lavoro ho saputo che esistevano due lettere tese al mio licenziamento… Magari solo voci, ma assai verosimili.</p>
<p><b>Pazzesco…</b></p>
<p>Sì. Un tempo ci si poteva appassionare dei grandi intrighi di potere, delle saghe di spionaggio internazionale. Oggi, in un processo di democraticizzazione assoluta del peggio, l’intrighetto è alla portata di tutti, fa parte del lavoro quotidiano e rientra nell’alterazione dei rapporti in campo lavorativo nei termini in cui ne stiamo parlando, che sono poi quelli del lavoro com’è oggi, come lo vivo io oggi sulla mia pelle, e non credo di essere paranoico, anche perché si tratta semplicemente di fatti, sono cose del tutto normali. Ne sento tanti, di racconti così. Ti racconto la storia di un mio amico.</p>
<p><b>Sentiamo. </b></p>
<p>E’ uno che già nel Novantanove ha provato a fondare un sindacato del precariato. Un grande idealista….</p>
<p><b>Cosa faceva? </b></p>
<p>Andava nei call-center e ascoltava le storie dei lavoratori, di come stessero l’uno peggio dell’altro. Assorbiva tutte le loro storie di disperazione quotidiana e poi diceva “va bene, proviamo a metterci insieme e a fare qualcosa per protestare”. A quel punto scappavano tutti. Terrorizzati. Per la paura di rischiare. Per la paura di perdere il posto. Per la paura di perdere i soldi. E’ questo il dramma, se accetti il gioco oggi. Vittima o carnefice?</p>
<p><b>Perché pensi che accada tutto questo? </b></p>
<p>Per un misto di paura e di fatale rassegnazione. E in fondo anche per un po’ di vigliaccheria. Un po’ siamo anche noi gli arbitri del nostro destino. E’ che tutti si lamentano, ma alla fine non rischia nessuno.</p>
<p><b>Raccontami la tua giornata media di lavoro. </b></p>
<p>Alle sei e mezza del mattino mi alzo. Rispondo alle mail, penso, leggo, e poi vado al lavoro verso le otto e mezza. Il grosso del lavoro lo faccio quando sono solo. Poi diventa un delirio. Ci si disperde in telefonate, in applicazioni reciproche di mobbing. In un contesto in cui è tutto inventato, è tutto finto.</p>
<p><b>In che senso, è tutto finto? </b></p>
<p>Ad esempio le date di consegna non corrispondono alla realtà, mai. Sono gonfiate in modo che ogni superiore, rispetto al sottoposto, ricavi dei margini di tempo da utilizzare di per sé. Ancora, il problema del tempo. Tutto è follemente velocizzato, e in questo processo, dove a perdere tutto è la qualità, ciascuno cerca di “fare la cresta” rubando il tempo degli altri. Credo che questo succeda ovunque.</p>
<p><b>Mi interessa molto, questa riflessione sulla qualità. </b></p>
<p>In un sistema in cui si produce una quantità mostruosa di informazioni che poi si buttano, la qualità non è più in alcun modo un requisito significativo. Prima che qualcuno si renda conto della cattiva qualità di un progetto, il progetto è già finito. Pensa ai libri, che dovrebbero rappresentare il luogo in cui viene custodita la qualità del pensiero. Le case editrici sono talmente diventate delle macchine di produzione ininterrotta che la quantità di refusi presente anche nei titoli delle case editrici più blasonate è impressionante. Ma chi se ne frega? Tanto un libro dura in libreria come un pesce sul balcone del pescivendolo. Subito ne arrivano degli altri, il ciclo continua, e ci si dimentica di tutto… </p>
<p><b>Torniamo a te. Qual è il tuo ruolo esatto, all’interno dell’azienda in cui lavori? Mi parlavi di “responsabile della comunicazione”… Ti definisci meglio? </b></p>
<p>Pubblicità, cura dell’immagine, del marchio, delle sponsorizzazioni… in realtà è un ruolo trasversale in cui faccio molte cose, che sconfinano in diversi ambiti ma sempre in relazione alla comunicazione. Anzi, alle comunicazioni… Insomma, è anche una figura coagulante attorno alla quale dovrebbero convergere un po’ tutti, non fosse altro che per gli interessi comuni. E questo forse mi fa rendere conto di quanto, invece, le cose progressivamente peggiorino. Ho fatto delle letture che mi hanno molto impressionato, recentemente…</p>
<p><b>Quali? </b></p>
<p>Il <i>Piano Rinascita</i> di Licio Gelli e <i>1984</i>, di Orwell. C’era già scritto tutto quello che accade oggi. Il governo Berlusconi in questo senso è il risultato di un processo che è incominciato parecchio tempo fa. Poi lui l’autoalimenta molto bene, questo processo, essendone un entusiasta epigono. Ma il concetto secondo il quale oggi si può dire qualunque cosa, tanto domani tutti se la sono dimenticata, e l’altro concetto, “la qualità non è importante”, hanno la stessa matrice e procedono dallo stesso processo. Ci sono delle regole molto forti di produzione della comunicazione che manipolate secondo interessi forti diventano le basi della nostra società.</p>
<p><b>Ad esempio? </b></p>
<p>Ad esempio hai in mente l’“I want you!” dell’esercito americano? Rispondeva perfettamente ai dettami di una psicologia comportamentale secondo la quale io ti bombardo con una cosa molto netta, molto chiara, ti do lo stimolo e tu reagisci… In questo quotidiano meccanicismo reattivo alla pubblicità viviamo e si generano i nostri desideri.</p>
<p><b>Mi stavi raccontando la tua giornata di lavoro. Torniamo a quella…</b></p>
<p>Sì, ti dicevo che la maggior parte del tempo la impiego a cercare di dirimere le piccole strategie con cui ciascuno cerca di fare le scarpe agli altri… poi c’è il lavoro vero e proprio, che è una piccola parte, e poi il ritorno a casa, verso le otto e mezza di sera, e poi riprendo la mia vita normale, dopo qualche ora di decompressione perché ho bisogno di un buon periodo di decompressione, prima di tornare a una normalità di base… Tutta la violenza che ingoio in qualche modo la devo buttare fuori… Allora alla fine della giornata pensi alla mostruosità del sistema in cui ti trovi, alle sue anomalie assolute…</p>
<p><b>Ad esempio? </b></p>
<p>La gerarchizzazione assoluta in base al potere effettivo e non alle competenze. Il fatto che spesso chi sta sotto ne sa di più di chi comanda ma deve sottostare. E’ come se tu vai dal medico, ti fa male la pancia, senti che ti fa male e sai anche che il giorno prima hai mangiato qualcosa che non andava e quello ti dice che hai l’otite, e tu per rispettare le regole del gioco devi dire di sì, che hai l’otite, ti tieni il mal di pancia e prendi le medicine per l’orecchio che il medico pazzo ti prescrive.</p>
<p><b>Che impressione. </b></p>
<p>E’ così, nel campo delle comunicazioni succede così. Ci sono delle leggi, è una vera e propria scienza, ma chiunque crede di saperne di più. Il vero principio è “io guadagno più di te e quindi ne so più di te”, e si ritorna alla formula di prima, secondo la quale la qualità non ha più nessuna importanza.</p>
<p><b>Mi parli della tua famiglia? </b></p>
<p>Mia madre viene da una famiglia bene, andata in rovina durante il fascismo. Mio padre, di sinistra, è di origine operaia, studiava ma poi ha dovuto mollare gli studi per mantenere la famiglia, se ne sono andati all’estero e hanno fatto gli emigranti. Poi mio padre ha trovato un buon lavoro a Londra, ha lavorato in Germania, e in coincidenza con la mia nascita sono tornati a Milano. Adesso da qualche anno se ne sono andati da Milano, e mio padre sogna di passare i suoi ultimi anni nel terzo mondo, per vedere un altro modo di vivere. Credo che anche lui sia convinto che viviamo in una forma tutta particolare di dittatura.</p>
<p><b>Che dittatura? </b></p>
<p>Una dittatura economica. Discreta quanto potente. Gli interessi dell’informazione sono legati agli interessi economici, è ovvio. Prendi un quotidiano come “La Repubblica”, che dovrebbe essere contro Berlusconi. Alla fine non affonda mai. Poi uno pensa, magari sbagliando, quanti interessi economici, in campo pubblicitario, sono legati alle proprietà del capo del governo? </p>
<p><b>Andiamo indietro nel tempo, a quando eri bambino. Cosa sognavi di diventare, da piccolo? </b></p>
<p>Alle elementari ero molto pigro. Quindi sognavo di diventare bidello. Era la figura sociale, tra quelle che conoscevo, che mi sembrava facesse di meno. Poi quando è incominciata l’università mi è cambiato completamente l’atteggiamento. Diciamo che mi è venuta voglia di fare, anche se ho vissuto la classica crisi di fine del percorso di studi, nel senso che ho fatto tutti gli esami di corsa, poi ho fatto il servizio civile, ho perso tempo e per laurearmi ci ho messo un bel po’ di tempo. </p>
<p><b>E alla fine dell’università? </b></p>
<p>Alla fine dell’università, nel Novantasei, ho iniziato a fare giornalismo sul web, che allora era una cosa relativamente nuova, ho imparato quel linguaggio, e in quell’ambito poi sono rimasto, anche dopo la crisi, che c’è stata agli inizi del Novantanove. </p>
<p><b>Quindi la bolla è durata un paio d’anni? </b></p>
<p>Sì, dal Novantasei a tutto il Novantotto. Era un bel periodo. Come si fossero clonati per un attimo gli anni Ottanta nella seconda metà dei Novanta. Soldi facili per tutti. Nuovi panorami economici che si sono afflosciati su se stessi in 24 mesi. C’era l’illusione di un futuro possibile che poi è scomparso.</p>
<p><b>E’ scomparso il futuro? </b></p>
<p>La sua percezione. La sua sicurezza. Diciamo che dopo la crisi reale, quello che è successo dopo, compreso il crollo delle Torri gemelle e tutto il resto, a livello planetario, ne è stata la conseguenza. La conseguenza di un nuovo ordine mondiale.</p>
<p><b>Fammi un esempio, per capire meglio…</b></p>
<p>C’è un dialogo bellissimo, in un libro di Don De Lillo, in cui un terrorista e uno scrittore parlano di arte. A un certo punto lo scrittore dice al terrorista che è lui, che può modificare l’arte. Proprio a livello di informazione, il terrorista e la rete che ne sostiene, anche indirettamente, la parola, è diventato il massimo comunicatore. Tutto questo, per quanto terribile, mi pare oggi evidente.</p>
<p><b>Cosa ci può salvare? </b></p>
<p>La cultura. La cultura vera. Che non sta nella produzione e nel consumo di cultura, ma nello studio serio, articolato nel tempo, della realtà e del linguaggio che lo informa. Non si tratta di assumere più informazioni perché ne siamo bombardati, ma di selezionarle, di discernere quelle importanti e capirle…</p>
<p><b>Mi viene in mente, ascoltando quello che dici, una frase di Enrico Berlinguer, che negli anni Settanta disse “Io non sono uno che legge molto. Sono uno che rilegge molto”… </b></p>
<p>Esattamente così. Provare a approfondire quando tutto vuole essere e rimane in una sconfinata superficie, che ci fa vivere sulla cresta di un mare di merci e illusioni che non dobbiamo capire, perché nel momento in cui lo capiamo poi ci può essere la reazione, la rivolta.</p>
<p><b>Torniamo alla crisi. Quali sono, nel quotidiano, i suoi sintomi? </b></p>
<p>Nell’informazione, ad esempio, l’affermarsi della cultura del “taglia e incolla”. Da qualche parte ha origine l’informazione, anzi, le informazioni, che sono infinite, e poi queste vengono riprese dalla macchina mondiale esattamente come sono. Limitiamo il campo al mondo editoriale, per fare un esempio. Prendi le recensioni. Nella stragrande maggioranza non sono vere recensioni. Sono “taglia e incolla” del comunicato stampa. Insomma. Abbiamo, all’apparenza, molte più informazioni, ed in qualche modo è vero. Ma in realtà si sono moltiplicati all’infiniti i mezzi di riproduzione, di riciclo. E’ come se vivessimo storditi da milioni di amplificatori che alla fine dicono tutti le stesse cose, e se qualcuno dice qualcosa di diverso viene coperto dagli altri, e se qualcosa di diverso riusciamo a intercettarlo il tempo scorre così veloce che non c’è il tempo materiale per mettersi a comprenderlo. Il modo in cui viviamo il tempo è anche legato alle forme in cui il tempo ci viene elargito. Nel mondo del lavoro la tendenza è a sottrarcelo…</p>
<p><b>In che senso? </b></p>
<p>L’assenza di tutele, di sicurezze, il precariato, sono tutte facce della stessa medaglia. La condizione attuale in cui tutto viene vissuto con ansia, un “qui e subito” che non ha certo a che fare con Goethe e con la bellezza dell’attimo ma con il fatto che la realtà è tutta spezzata e ci atteniamo al dato biologico, quello imprescindibile. Un eterno adesso, gonfio di paura, e poi tra un’ora è un altro giorno.</p>
<p><i>Pubblicato su <b>Liberazione</b>, maggio 2005.</i></p>
<p>______________________________________</p>
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		<title>Il santo parricida</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 May 2005 09:49:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Linnio Accorroni L’idea di portare a termine un antico progetto, la scrittura di una novella sulla figura di San Giuliano l’Ospitaliere, venne a Flaubert proprio mentre attraversava uno dei periodi più bui e cupi della sua esistenza: la causa prima di questa disperazione (curiosa coincidenza con ciò che era accaduto, pochi anni prima, a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Linnio Accorroni</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="sainjulien.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/sainjulien.jpg" width="135" height="157" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left>L’idea di portare a termine un antico progetto, la scrittura di una novella sulla figura di <b>San Giuliano l’Ospitaliere</b>, venne a <b>Flaubert</b> proprio mentre attraversava uno dei periodi più bui e cupi della sua esistenza: la causa prima di questa disperazione (curiosa coincidenza con ciò che era accaduto, pochi anni prima, a <b>Beethoven</b> con il famoso nipote Karl) stava nella difficilissima situazione finanziaria di una sua nipote, verso la quale lo scrittore nutriva un trasporto affettivo persino eccessivo, transfert ricorrente in chi devia e surroga la paura/desiderio di paternità, indirizzandola verso un membro prediletto della propria tribù d’appartenenza.<br />
<span id="more-1152"></span><br />
Il debito che sua nipote e l’altrettanto sprovveduto marito avevano contratto era tanto elevato da far temere addirittura la vendita del famoso <i>pavillon</i> di <b>Croisset</b>, vicino <b>Rouen</b>, sorta di buen retiro-grembo-guscio nel quale <b>Flaubert</b> preservava gelosamente la propria misantropia, curando allo stremo aggettivi e sintassi della sua cesellatissima prosa. Scrive in una lettera del 9 luglio 1875: (detto per inciso: penso che tra le gioie più intense che la vita possa riservarci quella della lettura dell’epistolario di Flaubert sia una delle più pure; si pilucchi, per prova, il carteggio, recentemente edito da <b>Carocci</b>, della sua corrispondenza con <b>George Sand</b> “Fossili di un mondo a venire”): </p>
<p>“Guardo ora Croisset con l’occhio di una madre che osservi il figlio tisico dicendosi : “quanto durerà ancora ?” e non riesco ad assuefarmi all’idea di una separazione definitiva” </p>
<p>Per sua fortuna, l’eremo di Croisset si salva ma, per tacitare i creditori più insistenti, Flaubert è costretto a vendere la fattoria di Deauville. Nell’ agosto dello stesso anno, quando la <i>débâcle</i> finanziaria è giunta al suo epilogo, Flaubert si rifugia, in sdegnosa solitudine, in un hotel, prefigurando foschi scenari :</p>
<p>“ Si annunciano giorni molto tristi: ristrettezze, umiliazioni, un’esistenza sconvolta. Ci mancava solo questo, il mio cervello è annientato. Non me ne risolleverò, mio caro amico. Sono colpito nel midollo” scrive sconsolato al caro amico Turgenev. </p>
<p>Benché si sia ripromesso di non scrivere niente, sopraffatto dalla cognizione annichilente del vanitas vanitatum, gli torna in mente un antico progetto, accarezzato anni prima, nel lontano 1835, quando rimase folgorato, come ci testimonia Maxime du Camp, dalla vicenda bizzarra e tragica di San Giuliano l’Ospitaliere, istoriata nelle vetrate della cattedrale di Rouen. </p>
<p>Il francese Michel Butor, nel suo “Improvisation sur Flaubert”, azzarda l’ipotesi che la rapidissima stesura dei “Tre racconti”( “Un cuore semplice” “Erodiade”, “La leggenda di San Giuliano l’Ospitaliere” ) scritti di getto tra il 1876 e 1877, equivalga ad una sorta di atto penitenziale: la scrittura come espiazione per non essere stato in grado di impedire né la catastrofe della guerra contro la Prussia, rovinosamente persa dalla Francia, né di aver accortamente vegliato sulla buona gestione della fortuna paterna. </p>
<p>Anche <b>Calvino</b> assume un’ottica similare, additando nel finale del racconto di san Giuliano “l’arduo punto d’arrivo cui tende l’ascesi di Flaubert come programma di vita e di rapporto con il mondo. Forse i <i>Trois Contes</i> sono la testimonianza d’uno dei più straordinari itinerari spirituali che siano mai stati compiuti al di fuori di tutte le religioni”. </p>
<p>È <b>Jacopo da Varagine</b>, nella sua <b>Legenda Aurea</b> del XII secolo, il primo a tracciare l’agiografia di questo santo così bizzarro; così come poi accadrà anche nel mirabile racconto flaubertiano, essa appare incastonata all’interno di una dimensione narrativa onirica e rarefatta, in cui alcuni paradigmi della favolistica classica si incastrano magistralmente con l’irresistibile attrazione di un ineludibile <i>amor fati</i>. </p>
<p>Già nell’incipit del racconto flaubertiano ci si muove in uno sfondo incantato: un affresco gotico-cortese, un Eden di straziante bellezza perché in tanta perfezione c’è già la premonizione della sua caducità: un paesaggio idilliaco dove i fossati sono pieni d’acqua, le rondini fanno il nido tra le punte dei merli, e le sentinelle, appena il sole brucia un po’ di più, si rintanano nella garritta per addormentarsi come frati oziosi, mentre gli armadi, le botti e i forzieri traboccano di biancheria, di vino e di monete. In questo scampolo di Paradiso Terrestre, la nascita del figlio del re e della regina giunge a suggello di tanta felicità: la sua è un’educazione perfetta, accudita serenamente da balie, maestri d’equitazione, di dottrina e di botanica; sua madre, stupita dall’attitudine misericordiosa e compassionevole del proprio erede, lo immagina arcivescovo e suo padre, notata l’eccitabilità della sua fantasia  che lo induce ad esplodere in grida quando sente narrare imprese belliche, lo immagina conquistatore. Un giorno, durante la messa, Giuliano nota un topolino sbucare da un buco del muro: per intere settimane è ossessionato da quella visione fugacissima che, puntualmente, si ripete ogni domenica ed, alla fine, decide di ammazzarlo: è la scoperta di una vocazione irrefrenabile, la  sfrenata voluttà di chi gode, assegnando la morte altrui. Quando Giuliano abbatte a pietrate un colombo e lo finisce, strangolandolo, scopre quale “ voluttà selvaggia ed impetuosa” gli deriva dal porre termine a queste povere esistenze, tanto che “all’ultimo sussulto si sentì mancare”: la descrizione di un orgasmo, praticamente. Le poche gocce di sangue del topolino si trasformeranno via via, con la progressione del racconto, in un drappo che tingerà l’intero cielo di rosso; da qui parte una <i>escalation</i> di uccisioni di animali che, per attingere a traslati retorici, non replica la monotona serialità dell’anafora, ma semmai il crescente parossismo di un climax ascendente. </p>
<p>Tutto però si muove all’interno di una scena che appare rarefatta, sospeso: violenze gratuite, crudeltà inimmaginabili, su cui <b>Flaubert</b> indugia con sadica minuziosità, vengono portate a termine come se il carnefice agisse sotto l’effetto di una trance ipnotica.  Suo padre, che nulla sa della furia selvaggia del figlio, lo avvia all’arte venatoria, preparandogli una muta di cani la cui complessa composizione è frutto di un cerimoniale raffinato e cifrato, uno sperpero di bellezza e lusso che val la pena elencare, a rinsaldare lo spessore allucinatorio del racconto: 24 levrieri barbareschi, facili alla collera, 17 coppie di cani bretoni, saldi nel non mollare la preda e possenti urlatori, 40 grifoni, perfetti per la caccia al cinghiale, mastini di Tartaria, dal colore del fuoco, di dorso largo e garretto diritto, spaniel dal nero mantello e alani che non conoscevano paura. Una specie di ossessione cinegetica che è tipica invenzione flaubertiana, poiché non è presente né nella vetrata di Rouen, né nella agiografia di Jacopo da Varazze. </p>
<p>Idem dicasi per la suggestiva schiera dei falconi: terzuoli del Caucaso, sagri di Babilonia, girifalchi di Alemagna, falchi pellegrini. Nella caccia, Giuliano trova la compensazione e la soddisfazione della propria follia assassina che lo pervade anche quando ritorna a casa, coperto di sangue e fango, con spini tra i capelli e addosso l’odore selvatico delle bestie feroci. Durante queste grandguignolesche battute di caccia, si diletta della furia dei mastini che masticano pezzi d’animali sbranati e, in una pagina che sarebbe piaciuta a <b>Villon</b>, Giuliano si difende con un bastone da lupi che divorano i cadaveri ai piedi di una forca. </p>
<p>Le carneficine, che turbano per la loro trasognata crudeltà, vengono narrate con la anestetica freddezza di un contabile da Monte dei pegni: conigli sbranati dai bassotti, un gallo cedrone addormentato a cui vengono recise entrambe le zampe, due caproni, uno pugnalato e l’altro che, dall’orrore, si getta nell’abisso, un castoro assassinato, un branco di cervi in un vallone circolare che, atterriti perché impossibilitati ad uscire da quella trappola mortale, fanno gemere Giuliano di piacere perché pregusta il massacro prossimo venturo, inevitabile.…Un repertorio zoologico che smarrisce le tinte gradevoli e tenui che addolcivano certi bestiari medievali per assumere la stessa fosca tinta d’ “un cielo rosso come una coltre di sangue”. Il massacro di una famiglia di cervi superstite (il piccolo, con una freccia, mentre sta poppando, la madre in pieno petto) è l’ultimo atto di questa cruenta sarabanda: l’unico superstite della famiglia, un grande vecchio cervo avanza verso Giuliano e, prima di morire straziato dalle frecce, gli urla: “ Sii tu maledetto; assassinerai tuo padre e tua madre”. </p>
<p>Ammazzare il cervo significa compiere il primo parricidio: la  sua vecchiaia, la sua barba bianca, i suoi occhi fiammeggianti, la sua taglia mostruosa sono spie fisionomiche che ricorrono anche nel ritratto del padre di Giuliano. Già in precedenza, <b>Flaubert </b>aveva sottolineato le caratteristiche zoomorfiche dei genitori: il padre è sempre avvolto da una pelle di volpe e sua madre, di carnagione bianchissima, può essere scambiata per una cicogna: Giuliano capisce, anche sulla base della profezia del vecchio servo, che “ dalla morte degli animali dipendeva la sorte dei suoi genitori”. Su di lui scende il peso di una insostenibile solitudine: cani e cavalli lo abbandonano, corre a casa, non riesce a dormire, tormentato dalla profezia del cervo e da pensieri che lo atterriscono: “ non posso ucciderli – e poi pensava  “e se lo volessi invece?”</p>
<p>Tre mesi di nigra melanconia lo inducono ad abbandonare la caccia e la casa avita, perché solo allontanandosi da potrà ribellarsi alla maledizione-ingiunzione del vecchio cervo. La svolta è radicale: si arruola in una banda di soldati di ventura e, dopo una rapidissima carriera, ottiene il posto di comandante. Diventa un cavaliere da <i>chanson de geste</i>: coraggioso, nobile, altruista, protettore di orfani, vedove e vecchi: Flaubert, in una pagina tra <b>Salgari</b> e <b>Pratt</b>, ci trasmette la seducente bellezza di questo epos bellicoso e fiabesco: </p>
<p>“Combatté scandinavi ricoperti di scaglie di pesce, Negri muniti di rondacce di cuoio d’ippopotamo e che cavalcano asini rossi. Indiani color oro che, al di sopra dei loro diademi, brandivano grandi sciabole, più lucenti di pecchi. Vinse i trogloditi e gli Antropofagi. Attraversò regioni così torride che al calore del sole le capigliature prendevano fuoco come fiaccole, ed altre così gelide che le braccia, staccandosi dal corpo, cadevano a terra; e paesi dove vi era tanta nebbia che si camminava circondati da fantasmi”.</p>
<p>Questo onorevolissimo catalogo di res gestae gli consente di sposare la bellissima figlia dell’imperatore di <b>Occitania</b>: solo in sogno rivive le proprie ossessioni, alternando vagheggiamenti zoofili ad incubi popolati da massacri ed eccidi. Torna ad imbracciare l’arco, a scoccare giavellotti, quasi a depistare l’accidia che lo pervade, ma quando i suoi nuovi amici lo invitano a caccia, rifiuta perché certo del legame esistente fra l’uccisione degli animali e il destino dei propri genitori. In una meravigliosa notte agostana, dei guaiti di volpe (l’animale totemico di suo padre) gli impediscono il sonno e Giuliano, riposseduto dalla sua antica vocazione, parte. Contemporaneamente, due vecchi si presentano a corte e, dopo essersi assicurati della devozione filiale del figlio, confessano la loro vera identità: sono il padre e la madre di Giuliano, che non hanno resistito alla curiosità di rivedere il proprio figlio e di conoscere la nuora..</p>
<p><b>Flaubert </b>monta parallelamente due scene che paiono agli antipodi: in una l’eleganza affettata e cortese delle cure della nuora che offre ai suoi suoceri persino la propria camera da letto e, dall’altra, la caccia di Giuliano che ben presto si trasforma in una ridda fantasmatica, surreale: cinghiali e lupi che lo irretiscono e lo deridono, jene che sbucano dalle tombe dei morti, un toro furioso che Giuliano colpisce e che, al contatto con la lancia, sparisce. Anche il viaggio di ritorno sembra più una danza macabra, un carnevale dei pazzi: foresta di liane che nascondono occhi d’animali, frecce e pietre tirate senza alcun costrutto, poi un corteo di tutti gli animali, vanamente inseguiti in quella spedizione farsesca, che, beffeggianti e sornioni, lo accompagnano fin verso casa..</p>
<p>Entrato in camera, smanioso ed inquieto, scorge due corpi sul letto: convinto che siano sua moglie con l’amante e inizia a pugnalarli selvaggiamente. Un lume portato da sua moglie illumina la scena della strage appena consumata: i due sul letto erano suo padre e sua madre, la profezia del vecchio cervo si era compiuta. </p>
<p>Giuliano, sconvolto, lascia il palazzo, i vassalli, i beni, senza nemmeno tenersi i vestiti che aveva indosso, né i sandali: “ Se ne andò, mendicando la vita per il mondo”. La nuova vita, la terza sua esistenza, da novello paria, è all’insegna del dolore e della sofferenza che vengono esibiti, mostrati, volendone aumentare l’insostenibile gravame: quando Giuliano racconta la sua storia, tutti scappano facendosi il segno della croce. Chi lo riconosce gli tira addosso sassi, urlandogli di andarsene, evitando di guardarlo in faccia come si fa ad un paria, ad un <i>Untermensch</i>. </p>
<p>Vive come un anacoreta, cibandosi di radici, di frutti buttati via e di molluschi che cerca lungo le spiagge, espone la propria persona a tutti i pericoli, traendone la dantesca sensazione che persino l’abisso lo rifiuti. Giunto ad un fiume dal corso violento e pericoloso, capisce che mettere la propria vita al servizio di altri in un luogo così inospite e desolato, può rappresentare una possibile forma di espiazione. La determinazione “con la quale smuove pietre appoggiandole sulla pancia per trasportarle spezzandosi le unghie, scivolava nella melma, vi affondava, rischiando più volte di morire” rievocano una struggente, dolorosa sequenza del film <b>Mission</b> quando <b>De Niro</b>, per impedirsi l’oblio del fratricidio, si porta appresso, anche tra i più impervi ostacoli dell’impenetrabile foresta amazzonica, la propria corazza, memento inalienabile dell’abiezione di cui si era macchiato. </p>
<p>Giuliano trasporta esseri e cose, non chiedendo nulla per la sua fatica, vivendo in una condizione di estremo, solipsistico ascetismo, in una capanna che ha buchi al posto delle finestre, che d’inverno gela “inducendo un folle bisogno di mangiar carne” e in primavera puzza di marcio, passando mesi senza veder nessuno, rammemorando, ogni volta che chiudeva gli occhi, suo padre-volpe coperto di pellicce, sua madre-cicogna con un alto copricapo bianco.</p>
<p>Una notte, durante l’esplodere di un potente uragano, si sente chiamare dall’altra sponda del fiume: accorre con la barca e scorge la figura di un lebbroso, il cui corpo è ricoperto di croste squamose, enormi rughe gli solcano la fronte, dalla bocca esce un alito denso come una nebbia e fetido, al posto del naso un buco. Giuliano lo porta nella sua capanna e subito il lebbroso viene rifocillato con quel poco che Giuliano ha. Poi quel corpo macilento, tremante, con le ulcere che colano, viene portato da Giuliano sul letto e coperto con la tela della sua barca: “ ho freddo, vienimi vicino, fammi sentire il calore del tuo corpo”. Giuliano si sdraia vicino a lui “nudo come nel giorno della sua nascita”, sentendo il freddo della pelle del lebbroso, la sua coscia ruvida come una lima : “riscaldami, non con le mani, ma con tutto il corpo. Sto morendo”. Giuliano gli si distende sopra completamente, baciandolo: il lebbroso si trasfigura in un giovane bellissimo che, abbracciato a lui come una sposa chagalliana, si innalza nel più alto dei cieli. Quel lebbroso era <b>Gesù</b>. </p>
<p>Racconto questo di Flaubert di rara perfezione, anche a giudicarlo dal punto di vista dell’equilibrio narrativo: diviso in tre parti (la prima e la seconda composte quasi dal medesimo numero di pagine) e strutturata come una tragedia classica, con tanto di scioglimento finale. <b>Truman Capote</b>, in uno dei più bei racconti contenuti in <b>Musica per camaleonti</b> e prolissamente intitolato <b>Rigiramenti notturni ovvero le esperienze sessuali di due gemelli siamesi</b> ha  voluto riprendere la trama della novella, in uno struggente finale che completa il dialogo fra due gemelli, contraddistinti dalla sigla T. C., trasparenti alterego dell’autore, che in precedenza elencano, con quell’impudicizia piena di grazia che è cifra essenziale della scrittura capotiana, episodi e frammenti di un’ esistenza <i>glamour</i> messa a nudo. Le ultime pagine del dialogo sono dedicate, per l’appunto, al racconto di <b>Flaubert</b>, utilizzato come una preghiera : “E io mi trovavo là nella  pioggia e, e più violenta la pioggia cadeva, più pensavo a San Giuliano: pregavo perché mi venisse concesso di tenere un lebbroso fra le braccia”.</p>
<p>La leggenda cruenta e bizzarra di San Giuliano, per motivi facilmente comprensibili, non ha conosciuto la fortuna iconografica, riversata su soggetti più degni di santa emulazione, quali, per esempio, un san Girolamo o un san Giorgio. Eppure, due fra i massimi protagonisti della nostra pittura prerinascimentale, ovverosia <b>Masolino da Panicate</b> (1383-1435) e <b>Masaccio</b> (1401-1428) si interessarono alla sua leggenda, realizzando su di essa opere assai differenti, che testimoniano il dispiegarsi di due ‘letture’ differenti.  </p>
<p>Incominciamo da <b>Masolino</b>: una sequenza della vicenda di San Giuliano è dipinta nella tavoletta, oggi a <b>Maontabaun</b>, un tempo parte della predella del <b>Trittico Carnesecchi</b> di <b>Santa Maria Maggiore</b> a <b>Firenze</b>. La scena dipinta da Masolino è divisa in due tempi: nel primo di essi, si vede San Giuliano conversare affabilmente con il demonio che, pur camuffato sotto le vesti raffinate di giovane gentiluomo, mostra un’indubbia origine luciferina con gli artigli che inopinatamente sostituiscono i piedi; la seconda parte è invece dedicata alla rappresentazione dell’eccidio dei genitori: mentre l’aureola che attesta la prossima santità del figlio copre il capo della madre addormentata, San Giuliano si accanisce contro suo padre, tagliandogli la gola da cui fuoriesce una doviziosa profusione di sangue.</p>
<p>Una esposizione fredda, raggelata, fin troppo stilizzata, che reca però la dirompente novità della presenza del diavolo, che viene introdotta da Masolino a spiegazione, forse, della hybris spaventosa di cui Giuliano si era macchiato.</p>
<p>Diversa invece la versione del <b>Masaccio</b>: tra l’altro egli si occupò della vicenda di San Giuliano in due quadri distinti. Cominciamo da una tavoletta, oggi al <b>Museo Horne</b>, a <b>Firenze</b>, pessimamente conservata, nella quale la vicenda di Giuliano è scandita in tre tappe: nella prima lo vediamo di spalle a colloquio con un personaggio, che non emana zolfo come quello di Masolino, ma la cui disarmante quotidianità è amplificata dalla figura di un cane. Nella parte centrale, si intravedono i corpi esanimi dei genitori; con Masaccio che non indugia su accenti <i>pulp</i>, preferendo compiere una ellissi narrativa, non mostrando l’orrore del parricidio e matricidio. Del resto, basta la posa scomposta, il frenetico, incontrollabile agitarsi delle mani e delle braccia di Giuliano, nel terzo tempo della tavoletta, davanti allo stupore della moglie per comprendere la portata della tragedia: sorprende l’esplosione di questa crisi isterica, così  espressionisticamente  e modernissimamente tratteggiata. </p>
<p>Anche nello smembrato ed in parte disperso polittico di <b>Pisa</b>, Masaccio tratta alla sua maniera questo avvenimento dividendo lo scomparto della predella tra un episodio della vita di San Giuliano ed uno della vita di San Nicola. Il primo viene raffigurato in un fermo-immagine che pare eterno: il padre e la madre dormono ignari, in un grande letto matrimoniale, e Giuliano alza la spada, mirando al collo, scoperto, della madre, la cui canizie fuoriesce dal rotondeggiante copricapo. La stessa, rarefatta sospensione temporale che sembra scandire ogni pagina del breve racconto di Flaubert.</p>
<p>______________________________________</p>
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		<title>Zolle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2005 12:01:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un’intervista di Tiziano Scarpa a Marco Drago Ho un debole per i libri di Marco Drago. Ho amato moltissimo anche quest’ultimo suo romanzo, Zolle (pubblicato da Feltrinelli, 190 pagg.), e mi è venuta voglia di chiacchierarne con lui. TIZIANO SCARPA: Per entrare nel tuo romanzo bisogna prendere sul serio il suo inizio spassoso, quando Dio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00FZMPPCG/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00FZMPPCG&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><img loading="lazy" style="margin: 2px 4px; border: 0px none;" alt="zolle.gif" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/zolle.gif" width="100" height="156" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /></a></p>
<p>Un’intervista di <b>Tiziano Scarpa</b> a <b>Marco Drago</b></p>
<p><i>Ho un debole per i libri di <b>Marco Drago</b>. Ho amato moltissimo anche quest’ultimo suo romanzo, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00FZMPPCG/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00FZMPPCG&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><b>Zolle</b></a> (pubblicato da <b>Feltrinelli</b>, 190 pagg.), e mi è venuta voglia di chiacchierarne con lui.</i><br />
<span id="more-1149"></span><br />
<b>TIZIANO SCARPA</b>: Per entrare nel tuo romanzo bisogna prendere sul serio il suo inizio spassoso, quando <b>Dio</b> appare al protagonista per suggerirgli di cambiare macchina e comprarsi un pick-up Toyota. Altrimenti, che cosa racconta <b>Zolle</b>? Un matrimonio fallito, micragnosi soci in affari, tradimenti involontari, amici mitizzati, aborti spontanei, sesso così così tranne quando sono gli altri a farlo strepitosamente… Le solite cose. Che però sono quelle che contano, ed è come se fossero spalmate su uno sfondo di eternità: Dio – o se vuoi il brivido che sorregge il mondo – si immischia davvero nell’acquisto di una nuova auto. Che l’esistenza sia minimalistica, ordinaria, quotidiana, è una menzogna. Tutto è spaventosamente importante. Sei riuscito a reincantare la vita, ad ammaliarmi con il tran-tran di provincia, hai reso appassionante il Quasi Niente. Non ti vergogni?</p>
<p><b>MARCO DRAGO</b>: Domanda assolutamente legittima perché posta a un autore che finora non ha ancora avvertito la necessità di mettersi lì a scrivere qualcosa di “importante”. Metto le virgolette perché credo di non avere ancora capito che cosa intendo per “importante”. Dopo l’11 settembre abbiamo fatto <b>Scrivere sul fronte occidentale</b> ed è stata come una chiamata alle armi per tutti noi scrittori. In pratica, se ho ben capito, ci siamo detti: basta con la letteratura da parati e forza con la letteratura che parla di questi tempi al più alto livello possibile. Urca. E’ vero: siamo in Italia, la terra ideale per fare il romanziere engagé. Stragi di stato, strategia della tensione, logge massoniche, gruppi paramilitari pronti a rovesciare l’esito delle elezioni in caso di vittoria del PCI, più recentemente la Somalia, Berlusconi, Previti, il G8 a Genova, l’immigrazione, l’Islam e il cattolicesimo, il Papa, quest’altro Papa nuovo. Insomma, un romanziere lussemburghese dove dovrebbe emigrare per avere tutto questo a disposizione? In Italia, appunto.</p>
<p>E invece ci sono ancora scrittori italiani che nei loro lavori stanno a parlare di piccole menate personali ambientate in angoli di nazione lontani dai posti che contano. Al momento di dare alle stampe <b>Zolle</b> mi sono messo di fronte a quello che raccontava il libro e mi sono accorto che mancava di quello slancio sociale che è richiesto a viva voce dagli addetti ai lavori. Poi però, rileggendolo, ho sentito che scorreva tutto, che le immagini che usavo funzionavano e pazienza se era davvero una specie di diario sentimentale e poco più. Le immagini sono importanti. A volte, quando il nichilismo si impossessa di me, penso che la letteratura sia tutta una gara all’immagine più efficace. E’ tutto un “come”. Se riesci a far collidere in modo positivo due immagini affatto disomogenee unendole con un semplice “come”, allora sei a posto. Non so se mi spiego.”Aveva una pelle come&#8230;” , “le sue parole risuonavano come se&#8230;” eccetera. La similitudine efficace. Allora, l’ammaliamento che <b>Zolle</b> può causare deriva forse dalle immagini, dalla scrittura, più che da quello che racconta. Quello che racconta fa comunque pensare perché non mi vergogno a rimuginare a voce alta di amore, responsabilità, paura, futuro. Insomma, quartieri della città-psiche che tutti frequentiamo, specie nei nostri viaggi notturni, comodamente seduti sul taxi del sonno.</p>
<p>Dunque, un po’ mi vergogno perché forse un romanzo come “Zolle” potrà sembrare facile da scrivere (spero anche facile da leggere), ma credo che intrattenga e la letteratura – per il sottoscritto – è soprattutto entertainment.</p>
<p><b>TIZIANO SCARPA</b>: Nei tuoi romanzi succedono frasi come queste: “Mentre faccio a mente l’estratto conto della mia storia con Alberta”; oppure: “Dentro di me, in fondo al tabernacolo in cartongesso della mia anima”. Ti vengono così o te le appunti e poi le usi?</p>
<p><b>MARCO DRAGO</b>: Ecco di nuovo le immagini. Mi vengono così, non mi appunto mai niente. Fa parte del mio processo creativo. Chiamo questo tipo di immagini (in particolare quelle tipo il tabernacolo in cartongesso della mia anima) “Shakespeare”. Mi dico: “<b>E’ il momento di fare Shakespeare</b>” e allora l’anima diventa il tabernacolo in cartongesso dell’anima. Lo faccio consciamente ma è creazione istantanea, quando decido di fare “Shakespeare”. Può sembrare una <i>boutade</i>, ma giuro che è così. Nel mio secondo libro “Cronache da chissà dove” ci sono pagine piene di questo Shakespeare apocrifo. Ci tengo anche a sottolineare che non sono come <b>Melville</b>, che si vantava di non aver usato in <b>Moby Dick</b> nemmeno una parola che non fosse anche attestata in Shakespeare (quello vero). Il <b>mio</b> Shakespeare è uno Shakespeare pop, è Shakespeare così come me lo immagino io perché non ho letto tutto Shakespeare. Ne ho letto un po’, forse una dozzina in tutto tra commedie e tragedie. Devo anche ammettere che con “Shakespeare” intendo anche la vitalità delle immagini dei poeti metafisici inglesi. Non so se ci siano elementi di vicinanza tra <b>Shakespeare</b> e <b>John Donne</b>, ma quando voglio dare un colpo di vita alla mia scrittura penso sempre a questi due totem letterari: <b>Shakespeare</b> e i <b>metafisici</b> (mediati da <b>Eliot</b>).<br />
In pratica le mie sono menate da vecchio studente di lingue.</p>
<p><b>TIZIANO SCARPA</b>: Il protagonista a un certo punto si getta in una filippica contro l’eccesso di autoconsapevolezza. Ecco che cosa dice: “A lungo andare, questo eccesso di autoconsapevolezza fa la fine della socialdemocrazia. Quella fine ingloriosa lì.” Anche nei romanzi, l’eccesso di autoconsapevolezza fa fare un’ingloriosa fine “socialdemocratica” alla letteratura? Se stiamo diventando tutti troppo autoconsapevoli, dove andarli a pescare i bei personaggi di una volta, sconsiderati, scapestrati?</p>
<p><b>MARCO DRAGO</b>: Questo è un argomento fondamentale. In effetti rimango sempre perplesso, quando vengo su Nazione Indiana, perché trovo un sacco di articoli, di dibattiti, che arrivano a toccare argomenti davvero disparati. Ci sono anche un bel po’ di pezzi sulla letteratura. Ma non trovo mai una bella discussione su cose concrete della letteratura e cioè cose come: “Si può fare a meno dell’ironia scrivendo. E se sì, come?” oppure “L’eccesso di autoconsapevolezza fa fare un’ingloriosa fine socialdemocratica alla letteratura”?</p>
<p>La questione dell’autoconsapevolezza non può essere ignorata. Eppure tutti noi scrittori ci saremmo posti almeno una volta la questione: “Sto scrivendo una frase, una storia vera, autentica, naturale o sto solo cercando di far capire che dietro questa mia frase, questa mia storia c’è tutta la Letteratura Di Prima e che io lo so e che la conosco eccetera eccetera?” Stessa cosa succede ai pittori e ai compositori. L’eccesso di tradizione rischia di farti smettere. E’ così da un sacco di tempo e il romanzo non è comunque mai finito, ma è innegabile che la reazione alla paura di essere un epigono cambia a seconda dei tempi e che le differenze tra le varie reazioni a questo sentirsi epigoni fanno le differenze tra le epoche della storia letteraria. Quando in Italia scoppia la moda post-moderna io (modestamente) ne ero già uscito. Nel ’92, durante il militare, lessi di seguito e in quest’ordine <b>Vineland</b>, <b>Entropia</b> e <b>V</b> di <b>Thomas Pynchon</b>. “Vineland” e “V” fecero danni irreparabili alla mia autostima di scrittore 25enne dopolavorista. Erano libri che avevano l’autorevolezza dei classici ma parlavano di un mondo quasi-contemporaneo. E meno male che all’epoca, di <b>David Foster Wallace</b> era uscito un solo racconto su un Panta dedicato agli americani giovani. Se mi fosse capitato di incontrare Wallace durante l’apprendistato avrei smesso del tutto. Lo dico adesso che Wallace non lo sopporto, ma capisco che a un ragazzo di oggi possa sembrare coolness allo stato puro. Dunque i tre libri di <b>Pynchon</b> nel ’92 mi fecero assaggiare impietosamente la mia stessa insipienza. Come ho reagito alla presa di coscienza che ormai certe cose le avevano già scritte e perdipiù (nel caso di “V”) nel fottuto 1963? 1963! Ho reagito digerendo Pynchon e facendo finta che non era mai esistito.</p>
<p>Sono mazzate. Va bene <b>Melville</b>, va bene <b>Conrad</b>. Li leggi, pensi “figata”, ma sono classici, sono extraterrestri, sono quelli che si studiano. Però poi leggi Pynchon e dici: è uno di noi. Anche con <b>American Psycho</b> era successo così, due anni prima. Un libro che mi ha fatto assaggiare l’inarrivabilità, scritto da uno che aveva tre anni in più di me. E poi è successo a tutti con il film <b>Pulp Fiction</b>. <b>Pynchon</b>, <b>Ellis</b> e <b>Tarantino</b> per un po’ mi hanno frenato nella mia voglia di scrivere. Paura di non essere all’altezza, paura di rimettermi a scrivere con il povero armamentario di “egli disse” o di frasi innocue, una dietro l’altra, senza fuoco dentro, senza tutto quel fuoco americano.<br />
Ora che siamo tutti Scrittori, cari miei, non è che le cose siano molto cambiate. E’ ogni volta la stessa cosa, tutti attenti a non perdersi in immagini banali, a non essere troppo ad effetto che poi scivoli nel kitsch. C’è un sovrappiù di intelligenza, nella scrittura in genere, che va mimetizzata per non diventare troppo socialdemocratici. Parte dell’intelligenza va sacrificata per inselvatichire la scrittura, renderla sfocata, toglierle in po’ di lucidità.</p>
<p>I personaggi scapestrati sono quelli che hanno un obiettivo. Grandi obiettivi significano grandi storie. Se i personaggi sono tutti tiepidini, se sono troppo avvertiti, troppo intelligenti per <b>make a statement</b> (scusate l’inglese ma quando ci va ci va) senza aver paura di sbagliare qualcosa, allora la storia rischia di non decollare. In <b>Zolle</b> c’è <b>Maulasio</b>, che è un povero collezionista di dischi senza donne e senza amore e che a un certo punto si mette in testa di fondare una radio per fissati del rock. Ma altrettanto scapestrato è <b>Samuele</b>, il protagonista, anche se di obiettivi non ne ha. Lui è scapestrato perché è figlio del <b>Bateman</b> di <b>American Psycho</b>: sembra <b>agito</b> da forze che stanno al di fuori di lui (l’amore per l’ex-moglie è una forza di quel tipo. Semplicemente non ha ragione d’essere ma c’è, così come la sua assurda fissazione per la sacralità del matrimonio in chiesa). Sia Samuele sia il Sandro di <b>Fiona</b>, il nuovo libro di <b>Mauro Covacich</b>, mi sembrano appartenere alla categoria-Bateman della letteratura moderna.</p>
<p><b>TIZIANO SCARPA</b>: <b>Zolle</b>, in fin dei conti, essendo narrato in prima persona, è un romanzo che sta al confine tra introspezione e atti inconsulti: <b>Samuele Caneva</b> sa tutto di sé ma non ne capisce nulla: seduce senza volerlo, è disattento, rovina la macchina sua e quelle che gli prestano, non si accorge di essere innamorato, non si rende conto di quel che dice, calibra tutto ma sparacchia fuori bersaglio.</p>
<p><b>MARCO DRAGO</b>: Appunto, è un figlio di <b>Patrick Bateman</b>. Credo che, sotto sotto, <b>American Psycho</b> abbia influenzato un sacco di noi che scriviamo e abbiamo i nostri bei quarant’anni di media. Non so se – per dovere di chiarezza &#8211; sia il caso di dire chi è Patrick Bateman. Per chi non lo sa, <b>Patrick “Pat” Bateman</b> è l’io narrante del romanzo <b>American Psycho</b> (1990), di <b>Bret Easton Ellis</b> (born in 1964). E’ un sedicente agente di borsa, sedicente serial killer, sedicente narratore inaffidabile e quello che racconta è sempre incredibilmente incredibile. Non ci sono spiegazioni, in <b>American Psycho</b>, a un omicidio efferato segue la recensione di un lettore Cd, e tutto succede nella testa di questo Bateman. Credo che l’assenza di motivazione che caratterizza (e forse è un difetto) tanti degli atti inconsulti raccontati dai romanzi di oggi derivi da qui. Poi magari sbaglio, magari è solo una mia fissa, questo fatto di dire che Ellis è un genio. Detta così sembra che io mi equipari a un genio, ma non è così.</p>
<p>Tornando a noi, mi piace molto la tua definizone “al confine tra introspezione e atti inconsulti”. La lentezza a capire è la caratteristica più divertente di Samuele, secondo me. C’è questa stupidità, in Samuele, che me lo fa ammirare. L’ammirazione per lo stupido, per l’incapace, per l’intollerabile. Ecco una molla che mi scatta sempre dentro, nella vita come sulla pagina. Mi blocco ad ammirare la stupidità, spesso la mia stessa indubitabile stupidità quando sbaglio tutto quello che posso sbagliare.</p>
<p><b>TIZIANO SCARPA</b>: Lo studioso di film-theory <b>Stanley Cavell</b>, definirebbe <b>Zolle</b> una <b>“commedia del ri-matrimonio</b>”: narra le divagazioni esistenziali di una separazione. Vale la pena di raccontare solo i periodi di abbandono, di assenza dal vero amore? L’amore vero, l’intensità felice sta prima dell’inizio e dopo la fine dei romanzi? Raccontare è sostare nel Deserto di Mezzo? È attraversare, è ricucire?</p>
<p><b>MARCO DRAGO</b>: Beh, certo, messa così <b>Zolle</b> è davvero un libro come tanti. Il Deserto di Mezzo è il cliché dei cliché. Nel mio secondo libro, <b>Cronache da chissà dove</b>, raccontavo già la stessa storia. Più o meno la stessa storia. Perché? Boh. A pensarci adesso mi accorgo che è la stessa storia, la storia di uno che è triste perché l’hanno lasciato. Che schifo. Detta così è davvero una merda. Però la faccenda del ri-matrimonio è interessante. Non è un argomento da poco, quello del matrimonio. <b>Samuele</b> ha questa idea che lo tiene in piedi: sono sposato davanti a Dio con <b>Giulietta</b>. Dio (lo stesso che gli consiglia di comprare la Toyota e lo stesso che sua moglie andava a pregare in chiesa e lo stesso usato dal leader cattolico Corasso). Niente meno. Ma Dio è proprio quella roba lì, in mano agli uomini. <b>Dio</b> in mano agli uomini serve a vendere le <b>Toyota</b>.</p>
<p>Dunque il matrimonio davanti a Dio è un matrimonio speciale. Questo lo sappiamo tutti. Lo sanno anche i bambini, anzi soprattutto loro. E Samuele non riesce a trovare nessuno che possa controbattere questa semplice, scomoda Verità Cattolica.</p>
<p><b>TIZIANO SCARPA</b>: Il controcanto di queste esistenze è la letteratura: alcuni personaggi traducono i classici, ex sportivi pubblicano raccolte di poesie a proprie spese, nelle conversazioni si menzionano versi, canzoni, con una diffidenza che è la più tenace forma di fedeltà. Ma verso la fine il protagonista si arrende:“E se le poesie ci insegnassero tutto? … Ci sarà sempre qualcuno, magari anche solo uno, nel mondo, che potrà riconoscersi nei versi di tutte le poesie che sono state scritte, tutti i versi, i miliardi di versi, tanti come le stelle, incalcolabili. Se succede a me può succedere a chiunque”. Lo dice Samuele Caneva, il più diffidente e disincantato di tutti. Se può succedere a lui può succedere a chiunque.<br />
Il tuo protagonista è un grumo di testo esposto al firmamento poetico dei testi letterari, in un sottomondo a debita distanza da ciò che è poetico. Sta fuori dalla letteratura (quindi lui è vero, è reale: maneggia versi e storie di carta, quindi lui è di carne), anche se vi fa continuo riferimento. È questa la zona più poetica, oggi? Più poetica della poesia stessa? La zona che si dichiara fuori dalla poesia, continuando ad additarla da lontano per proclamarsene esclusa? In altri termini, la letteratura ti serve da contrappeso, per smentirla e inventartene un’altra meno letteraria e più poetica ancora? Come faresti, senza la letteratura?</p>
<p><b>MARCO DRAGO</b>: La letteratura non mi è mai piaciuta, nei libri. Ho sempre fatto a meno di metterla nelle cose che raccontavo, però stavolta invece ho straparlato di letteratura alla nausea. So che per i veri professionisti della critica (specie poetica) leggere le pagine di <b>Zolle</b> in cui metto in scena la personale visione della poesia di <b>D’Argaz</b> e compagni, con tanto di sproloqui superficiali su mostri sacri quali <b>William Carlos Williams</b>, <b>T. S. Eliot</b>, <b>Hawthorne</b> e compagni, possa essere un’esperienza dolorosa. Ma credo che in un&#8217;opera di fiction (anzi, di entertainment fiction) debbano convivere strafalcioni e inesattezze insieme a dettagli assolutamente precisi. Specie poi se gli strafalcioni sono commessi in piena consapevolezza.</p>
<p>Ti do ragione sul fatto che tutta la bagarre letteraria all’interno di <b>Zolle</b> è vissuta sempre con un piede dentro e uno fuori e questa posizione privilegiata altro non è che la rappresentazione del mio particolare disagio di mezzo ignorante (conosco poco solo quello che ho studiato, il resto lo conosco per esperienza e non ho spirito da autodidatta per cui progredisco poco sulla scala mondiale). Autoconsapevolezza delle proprie mancanze.</p>
<p>Poi sul fatto che la letteratura mi serva “da contrappeso, per smentirla e inventarmene un’altra meno letteraria e più poetica ancora” che cosa devo dirti? Sì. Disinnescare l’incantamento della letteratura è una mossa vile e puerile, è vero, però è anche l’unico senso che ormai riesco a dare al fatto che scrivo ancora romanzi. Poi alla fine scrivo un romanzo tutto sommato tradizionale, anzi molto tradizionale, non innovativo, onesto – quello sì – quasi artigianale, messo insieme pezzo per pezzo ma del tutto simile formalmente a un romanzo dell’ottocento, per cui cos’è che disinnesco? Non disinnesco un bel niente. Quello che faccio è mettere in scena <b>Billy D’Argaz</b>, che reclama la supremazia di qualsiasi cosa sulla letteratura. Billy è una specie di talebano iconoclasta. Però poi, per tornare alla tua domanda, devo dire di sì. Tenersi fuori dalla letteratura può essere un espediente letterario che funziona. E&#8217; un po&#8217; la cosa che faceva <b>Bukowski</b>. Leggi le sue lettere, uscite in volume qualche anno fa, e leggi le lettere di uno che pensava alla poesia ventiquattr&#8217;ore al giorno. Leggi i suoi racconti ed è tutto un ruttare contro l&#8217;establishment letterario. Ai non esperti può sembrare che <b>Bukowski</b> ruttasse contro la letteratura tout court, ma non era così. Dunque, che dire? Lo so benissimo che fare l&#8217;antiletterario è tanto letterario quanto fare il letterario, l&#8217;importante è scrivere in modo efficace, provare a intrattenere il lettore senza costringerlo a capire tutta tutta la trama di rimandi e citazioni e cut-up e tutte quelle cose lì (di cui sono piene le mie pagine come quelle del 90% degli scrittori).</p>
<p>A tal proposito, chi mi scova una finissima citazione di <b>william carlo williams</b> (in realtà lievemente modificata ma del tutto mimetizzata nel testo) vince qualcosa. Poi ci mettiamo d&#8217;accordo. La mia mail è <b>drago@maltesenarrazioni.it</b>.</p>
<p>______________________________________</p>
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		<title>Il pastore precario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 May 2005 11:54:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Aldo Nove Domenico ha 44 anni, 200 pecore, una moglie e tre figli. Fa il pastore a Siniscola, in provincia di Nuoro. E’ un pastore di nuova concezione. Un pastore precario. La sua è la storia di un cortocircuito storico vissuto sulla propria pelle, su quella della sua famiglia e dei suoi amici. E’ [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Aldo Nove</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="sardo.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/sardo.jpg" width="120" height="172" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left><b>Domenico</b> ha 44 anni, 200 pecore, una moglie e tre figli. Fa il pastore a <b>Siniscola</b>, in provincia di <b>Nuoro</b>. E’ un pastore di nuova concezione.  Un pastore precario. La sua è la storia di un cortocircuito storico vissuto sulla propria pelle, su quella della sua famiglia e dei suoi amici. E’ la storia di una tradizione millenaria che crolla, rischiando l’estinzione, di fronte a una modernizzazione che non ha pietà né della storia né di una sapienza “altra”, che ha la sua radice nella notte dei tempi e la sua fine nelle politiche di sfruttamento che stanno devastando la <b>Sardegna</b> e l’Italia intera.</p>
<p><b>Cosa vuole dire, oggi, in Sardegna, fare il pastore? </b></p>
<p>Morire di fame, vuole dire.<br />
<span id="more-1140"></span><br />
<b>Perché? </b> </p>
<p>Perché fino a qualche anno fa riuscivamo a mantenere la famiglia, e anche a mettere da parte qualche soldo. Adesso non riusciamo a sopravvivere. Quindi moriamo di fame, non è un modo dire. Scrivilo, sul tuo giornale.</p>
<p><b>Cosa è successo? </b></p>
<p>Il prezzo del latte di capra, al litro, è passato da 1700 lire a circa cinquanta centesimi di euro. Non so se ti ricordi quando hanno fatto vedere in televisione le proteste per le quote latte in Lombardia…</p>
<p><b>Era il 2003, se non sbaglio…</b></p>
<p>Sì, è stato il momento in cui in Italia c’è stata attenzione verso questo problema. Ma a protestare erano allevatori di bovini molto ricchi. Con la lira avremmo detto che erano miliardari, adesso diciamo che sono milionari, ma sempre ricchi sono. Era una protesta di ricchi contro altri ricchi. La realtà della Sardegna è completamente diversa. I pastori non sono milionari. Con l’entrata dell’euro sono saliti alle stelle i prezzi dei mangimi, delle attrezzature, mentre il nostro latte veniva pagato la metà. Il doppio delle spese, la metà di guadagno. Ma non se ne è parlato. Non siamo andati a occupare gli aeroporti. Eppure sai quante persone lavorano nella pastorizia, in Sardegna?</p>
<p><b>No. </b></p>
<p>Siamo in più di cinquantamila. E poi ci sono le famiglie, tutti quelli che in qualche modo collaborano al nostro lavoro. Tu hai sentito qualcosa, a livello nazionale, di cosa sta succedendo qua?</p>
<p><b>Non tanto…</b></p>
<p>Siamo completamente abbandonati. Tutto il nostro lavoro è svalutato. La pastorizia è stata da sempre il motore trainante della Sardegna, ma sta morendo, nell’indifferenza generale. Della Sardegna si parla quando Briatore fa le sue feste alla Costa Smeralda, allora sì che se ne parla…  </p>
<p><b>Torniamo a te, alla tua storia. </b></p>
<p>Faccio, come molti in Sardegna, il pastore a tempo pieno. Ho 200 pecore, acquistate anche con i soldi che mi ha lasciato mio padre, morto di silicosi a 56 anni in Belgio, dove era emigrato negli anni Cinquanta per fare il minatore. Comunque, mi alzo alle cinque del mattino, vado al pascolo e ogni giorno mungo il latte e lo verso a quelle bestie maledette degli industriali.</p>
<p><b>Perché bestie maledette? </b></p>
<p>Perché prima sono stati foraggiati da contributi statali, dalla Regione e con l’appoggio dei sindacati di categoria. Loro si sono fatti le aziende, si sono ristrutturati i caseifici, hanno ricostruito tutto nuovo secondo le normative europee. Dopo essere diventati delle potenze, si sono presi in mano la gestione totale del mercato del latte e se lo giostrano come gli pare. Noi siamo ridotti a schiavi.</p>
<p><b>Schiavi? </b></p>
<p>Sì, schiavi. Perché è proprio in questo meccanismo che il nostro lavoro diventa precario, anche se le pecore sono nostre, anche se siamo lavoratori autonomi con partita IVA. Gli industriali decidono il prezzo del latte secondo il loro assoluto comodo, e ce lo comunicano quando gli va. Noi, come forza contrattuale, non esistiamo. Non c’è nessun regolamento che tuteli le ultime ruote del carro, che poi sono quelle che il latte lo fanno, siamo noi pastori.</p>
<p><b>Pastori con la partita iva…</b></p>
<p>Liberi imprenditori iscritti alla camera di commercio. Produciamo il latte e poi lo versiamo agli industriali ai prezzi che stabiliscono loro. Lo versiamo tutto, c’è la Finanza che controlla, e se il latte non lo verso tutto vuole dire che sono un evasore, perché allora si presume che il latte non versato lo abbia trasformato, in nero, in formaggio e venduto, e questo basta per rendermi un delinquente.</p>
<p><b>Quindi, tu puoi solo fare il latte e versarlo…</b></p>
<p>Esatto. Secondo le regole del cartello del latte stabilito dagli industriali in accordo tra loro.</p>
<p><b>Mi spieghi come funziona questo meccanismo? </b></p>
<p>A novembre, quando inizia la campagna del latte, dopo che si sono ammazzati gli agnelli, gli industriali fanno il giro di tutta la Sardegna, si mettono d’accordo e noi, messi con le spalle al muro, dobbiamo accettare il prezzo che ci viene imposto per versare loro il latte. Lo dobbiamo fare per legge, non c’è scelta, a meno, come ti dicevo prima, di diventare un evasore, di non rispettare le quote latte.</p>
<p><b>Ma nessuno vi tutela? </b></p>
<p>Assolutamente nessuno. Né la regione, né lo stato e sicuramente non l’Europa, che ci ha massacrati completamente. Tanto per dire, dal 2003 al 2005 le rapine in Sardegna sono cresciute del 60 %. E c’è un rapporto tra le rapine e la gente che non riesce più a vivere del proprio lavoro. La gente è esasperata. C’è gente che fa di tutto per poter campare. Tutto questo mentre dipendiamo da associazioni a delinquere che nessuno si sogna certo di colpire, sono troppo potenti, troppo intoccabili.</p>
<p><b>Quali associazioni a delinquere? </b></p>
<p>Le banche. Che ti offrono i prestiti per iniziare le attività. Gli interessi restano uguali mentre i proventi del latte e anche quelli della carne si sono dimezzati. Così nessuno riesce a pagare le banche, così si finisce in mano agli strozzini o si delinque. Con il ricavato del latte oggi riusciamo a sopravvivere, dico sopravvivere, con la mia famiglia, una ventina di giorni al mese. Se va bene. A volte nemmeno venti giorni. Mentre cinque o sei anni fa…</p>
<p><b>Cinque o sei anni fa? </b></p>
<p>Cinque o sei anni fa arrivavamo a fine mese e riuscivamo a mettere via qualcosa. E’ stato allora che molti hanno acceso dei mutui che adesso non possono più pagare. Una soluzione disperata è vendere il bestiame. Ti entrano dei liquidi, subito. Poi entri nel nulla. Perché altro lavoro non ce n’è. Così un pastore sardo oggi può scegliere tra morire lentamente, strozzato dagli industriali e dalle banche, oppure può farlo rapidamente, svendendo il suo capitale, gli animali. La terza via è la delinquenza, per disperazione.</p>
<p><b>Non ci sono altre possibilità? </b></p>
<p>Le fabbriche sono tutte chiuse. In estate posso cercarmi un lavoretto di qualche mese. Quando non si munge, ci si adatta. Ad esempio facendo il manovale. Chi è in grado di farlo lo fa. Gli altri muoiono o rubano. </p>
<p><b>Mi parli della tua famiglia? </b></p>
<p>Ho moglie e tre figli piccoli, che vanno a scuola. Mia moglie non lavora, anche perché lavoro non ce n’è. Certo che c’è una tensione altissima. E quando ti trovi di fronte a un’industriale, che ti ricatta legalmente, con l’appoggio delle banche e dei politici. Pochi industriali che gesticono tutti i nostri averi, con buone riserve economiche, con la possibilità di fare quello che vogliono. Pensa a quanto costa un litro di acqua, una qualunque acqua minerale di qualunque sorgente…</p>
<p><b>A Milano, costa più o meno un euro…</b></p>
<p>Ecco, vale di più del nostro latte. Un litro di acqua viene pagato anche un euro. Un litro di latte di capra, con il lavoro del pastore, la metà.</p>
<p><b>Il latte prodotto dal pastore sardo vale la metà dell’acqua…</b></p>
<p>Esatto. Ci viene comprato per una miseria, il latte, e poi lo esportano in Turchia, dove viene lavorato e poi riportato in Italia e venduto come formaggio sardo, con sopra la bella etichetta del pastore in costume tradizionale, magari con il nuraghe dietro… In Sardegna, dopo migliaia di anni di produzione di latte, non siamo riusciti a mettere un marchio di denominazione di origine controllata. Tu sai che il parmigiano reggiano è prodotto in Emilia. Il formaggio sardo, invece, non lo sai, ma è prodotto in Turchia. E poi c’è il gioco degli intermediari…</p>
<p><b>Quale? </b></p>
<p>Prendiamo la carne. Da noi viene acquistata mettiamo a 100. Passa attraverso un intermediario e arriva alla vendita al minuto. La carne che parte da qua e arriva alla vendita al dettaglio, nel resto d’Italia, a questo punto costa 400. Con il latte è uguale. E’ un po’ quello che succede con i pomodori in Sicilia…</p>
<p><b>Quanto guadagni al mese? </b></p>
<p>E’ difficile dirlo. Non abbiamo uno stipendio fisso. Un pastore è legato al tempo atmosferico. Se piove e cresce erba hai più latte, se non piove l’erba non cresce e latte non ce n’è. Posso provare a fare una media. Qualche anno fa si poteva arrivare a una cifra tra i due e i tre milioni di lire. Riuscivi a vivere e a mettere via due soldi. Adesso, sempre con un calcolo diciamo approssimativo, guadagni la metà, o un po’ meno della metà. Tu mi dicevi che stai facendo delle interviste ai lavoratori precari e flessibili…</p>
<p><b>Sì. </b></p>
<p>Ecco. Io, anche se faccio il pastore a tempo pieno, rientro nei lavoratori precari. Flessibili pure, perché oltre al pastore devo fare altro, quello che trovo. Ma precario lo sto diventando sempre di più. Lo sai da quando non mi pagano il latte?</p>
<p><b>Da quando? </b></p>
<p>Da gennaio. Siamo ad aprile e io, da allora, non ho visto una lira. Né so quando mi arriverà. Questa è un’altra delle novità di questi anni. Il produttore consegna agli industriali ma poi questi decidono loro, quando pagarti… Noi aspettiamo, telefoniamo ai caseifici che ci devono i soldi, ci lasciano in attesa mezz’ora con la musichetta, poi cade la linea, poi ritelefoniamo, ci dicono di ritelefonare domani, che il capo in quel momento non c’è, il giorno dopo non c’è ancora. Un pastore sardo da qualche anno passa una parte del suo tempo a ascoltare le musichette delle segreterie telefoniche. </p>
<p><b>E’ la stessa cosa che succede alla maggior parte dei neolaureati nelle aziende in cui vengono assunti, o meglio, impiegati…</b></p>
<p>Forse hanno anche i neolaureati hanno gli stessi problemi dei pastori. Del resto, i lavoratori cambiano, ma i capi sono sempre gli stessi. E da una parte ci sono quelli che diventano sempre più poveri, dall’altra quelli che diventano sempre più ricchi. Solo che i poveri aumentano, i ricchi diminuiscono. Siamo davvero stufi di questo andazzo. E tutto succede nell’indifferenza generale. Anche se della Sardegna si parla. E’ il posto dei culi nudi sulle spiagge. Dei miliardari che ci hanno colonizzati. Delle ville di Berlusconi costruite contro ogni legge ma coperte da segreto di stato. Dei villaggi turistici in mano a imprenditori lombardi e del Veneto. La Sardegna non esiste più.</p>
<p><b>In che senso? </b></p>
<p>Nel senso che è diventata un insediamento turistico. E la cosa più brutta è che in parte dipende da noi.</p>
<p><b>Da voi? </b></p>
<p>Da noi sardi, tutti. Con chi viene da fuori siamo estremamente gentili, ma tra noi non riusciamo a organizzarci. Anzi, non ci possiamo proprio vedere. Ma questo sarebbe il momento di cambiare, cambiare radicalmente.</p>
<p><b>Nel quotidiano, per reagire a questa situazione, cosa fate? </b></p>
<p>Proviamo a riunirci, noi pastori. Ma cordinarci da soli non è facile. Piccoli gruppi, spesso con screzi personali. Siamo tutti sulla stessa barca, pieni di debiti e senza nessuna possibilità di cambiare. </p>
<p><b>E quindi? </b></p>
<p>Un tempo la soluzione era l’emigrazione, ma anche emigrando dai racconti che mi fanno quelli che ci provano lavoro non ce n’è. Ci potrebbe essere, una soluzione, drastica ma efficace…</p>
<p><b>Quale? </b></p>
<p>Armarsi e bloccare tutti i porti e gli aeroporti della Sardegna! E’ un’idea che circola da un po’ di tempo. E chissà che non venga messa in atto. Basterebbero 3.000 persone. Per quindici giorni, chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori. Tutto bloccato. Allora parlerebbero di noi. Allora si acorgerebbero che c’è una regione d’Italia che sta morendo. Una regione, un popolo, che sono stati scientificamente programmati per essere estinti. Nel silenzio dei mezzi d’informazione. Tu, che vieni dal Nord, sai qualche cosa della lingua blu?</p>
<p><b>La lingua blu? </b></p>
<p>Ecco. Non ne sai nulla! Non ne sapete nulla, della Sardegna, in Continente. Le informazioni sulla Sardegna si disperdono nel mare mediterraneo come pesci storditi. Sempre. Quella della lingua blu stata un’epidemia che ha sterminato un milione di pecore. Un milione di pecore! E tu non ne sai nulla. Mentre qui in Sardegna veniamo a sapere che in Cina le galline hanno il raffreddore, qua succede una catastrofe colossale e nel resto d’Italia non ne sa nulla nessuno. A me personalmente, per quell’epidemia, sono morte 140 pecore su 250. Una catastrofe.</p>
<p><b>Visto che le informazioni su questa epidemia non sono passate, o sono passate troppo poco, la riepiloghiamo adesso? </b></p>
<p>Improvvisamente, tre anni fa, le pecore hanno incominciato a morire, dicono per una zanzara arrivata dall’Africa, nascosta nei copertoni di una jeep, ma in realtà nessuno lo sa, il perché di questa epidemia. Le capre malate avevano tutte la lingua blu, da qui il nome della malattia, “blue tongue”. Sono stati provati tre o quattro vaccini, tutti sbagliati, e con i vaccini sono morte ancora più pecore. </p>
<p><b>Morte di vaccino? </b></p>
<p>Esatto. I vaccini tra le altre cose erano stati provati a Trento, con le pecore di lì, quindi di un altro ceppo. Così quando sono arrivati qui, e imposti per legge, hanno fatto ancora più morti. L’anno scorso hanno stanziato non so quanti miliardi, per la lingua blu: metà di quei soldi sono spariti nelle Asl, il resto è stato usato per un altro vaccino ancora, che ha fatto abortire le pecore e produrre latte non buono. Quindi c’è anche il business dei vaccini, che ha lo scopo di arricchire le Asl, le industrie farmaceutiche, massacrando noi. Facendoci fuori. Eliminando le nostre bestie e obbligandoci a importare la carne dall’Olanda e dall’Inghilterra. Se non è una strategia di sterminio questa.</p>
<p><b>Non pensi di esagerare? </b></p>
<p>No. La Sardegna ha 3.500.000 pecore. Più della Francia e della Spagna. La piccola Sardegna, con i suoi pastori, dà fastidio. E stanno cercando di farla fuori, di farla diventare un villaggio Alpitour. Con tante piccole leggi studiate apposta. Finanziando chi uccide i capi di bestiame. Finanziando chi lascia il pascolo a riposo. E la situazione dell’industria non è molto diversa.</p>
<p><b>Cioè? </b></p>
<p>Vengono stanziati contributi sostanziosi dalla regione per l’industria, e vengono industriali da Bergamo o comunque dalla Lombardia, si mangiano i contributi regionali, assumono persone che licenziano subito dichiarando fallimento e poi se ne vanno o riaprono in un’altra maniera, magari aggirando le leggi e riassumendo di nuovo le persone licenziate, dopo aver ottenuto di nuovo i finanziamenti. Intanto, i dipendenti sono stati illusi, hanno creduto in un futuro migliore e così di punto in bianco si sono trovati in strada, appena sposati, con un mutuo di quarant’anni da pagare, senza una lira e nessuna prospettiva. E poi l’edilizia, case costruite apposta in modo che non possano essere agibili per essere poi buttate giù e ricostruite peggio di prima. Tutto così. Chi se ne frega poi della storia della Sardegna, delle usanze millenarie del suo popolo. La Sardegna, oggi, nel mondo, è Briatore.</p>
<p><b>Ce l’hai particolarmente, con Briatore…</b></p>
<p>Diciamo che noi pastori sardi precari, e siamo molte migliaia di persone, lo faremmo volentieri allo spiedo. E’ ben nutrito, secondo me cuoce bene. Hanno comprato terreni per poche migliaia di euro da sardi disperati e hanno costruito i villaggi turistici per miliardari, dove i sardi non possono neanche entrare, se non come lavapiatti per tre mesi d’estate. Sono gli stessi miliardari che poi appaiono in televisione a dire che amano la Sardegna. Ma quale Sardegna?! Quella dei sardi che ti portano le ciabatte in camera?</p>
<p><b>Quale pensi che possa essere il futuro dei tuoi figli? </b></p>
<p>Catastrofico. Il figlio più grande, che ha quindici anni, studia all’istituto agrario. Prima lo portavo con me al pascolo. Ma adesso, con questa situazione… Comunque, mi piacerebbe che restassero in Sardegna, non buttare via le nostre tradizioni, i costumi che ci siamo tramandati per secoli. La vita in campagna è dura, ma è una vita autonoma, in contatto diretto con la natura e le sue leggi. E’ un lavoro che a me soddisfa. Sei padrone di te stesso. Vivi in un mondo vero, lo stesso in cui vivevano tuo nonno e il nonno di tuo nonno. O almeno lo era, vero. Ora le cose, per i miei figli, sono cambiate. Insomma, per ora vorrei che si diplomassero, almeno. Poi ci vorrebbe l’università, ma per fare l’università ci vogliono soldi, e noi non ne abbiamo. Ho paura, per i miei figli. La disperazione può portare a azioni davvero drammatiche. Ad esempio un mio amico, con la famiglia a carico, un buon lavoratore, uno che non aveva mai sgarrato, una persona onesta, a un certo punto non ce l’ha fatta più. Doveva mantenere i suoi bambini.</p>
<p><b>E cosa ha fatto? </b></p>
<p>Ha preso una pistola, e è entrato in banca. </p>
<p>________________________________</p>
<p>Pubblicato su <b>Liberazione</b>, aprile 2005</p>
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		<title>Restaurazione, repressione, marginalizzazione&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Apr 2005 08:33:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Beppe Sebaste Lo scorso febbraio ero intervenuto on line nello strano dibattito che, chissà perché, dopo la denuncia di Carla Benedetti del tentato “genocidio culturale” in atto da parte dell’industria editoriale (non solo nella produzione dei titoli, quelli che ingombrano l’accesso alle librerie, ma anche nella distribuzione, che discrimina piccole librerie e piccole case [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Beppe Sebaste</b></p>
<p><img loading="lazy" alt="sebaste.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/sebaste.jpg" width="140" height="182" border="0" /hspace=4 vspace=2 align=left><br />
   Lo scorso febbraio ero intervenuto on line nello strano dibattito che, chissà perché, dopo la denuncia di <b>Carla Benedetti</b> del tentato “genocidio culturale” in atto da parte dell’industria editoriale (non solo nella produzione dei titoli, quelli che ingombrano l’accesso alle librerie, ma anche nella distribuzione, che discrimina piccole librerie e piccole case editrici sempre meno visibili), aveva virato sulla questione della “cultura popolare”. Il dibattito non era tuttavia privo di passioni, e già questo, in Italia, è degno di nota.<br />
<span id="more-1127"></span><br />
Ora, il dibattito seguito all’articolo sulla “restaurazione” di <b>Antonio Moresco</b>, che scopro essere l’input a una manifestazione di parola alla fiera del libro di <b>Torino</b>, se naturalmente mi trova d’accordo con lui e Carla Benedetti quanto al situarmi, mi vede perplesso sull’uso di certe parole. Per esempio, “restaurazione”.</p>
<p>   Il fatto è che (è quasi banale dirlo) si parla di <b>restaurazione</b> quando qualcosa di rivoluzionario arretra e cede, perde posizione, quando “l’orologio della storia va all’indietro” (come si diceva a scuola retoricamente a proposito della restaurazione dell’“ancien régime”); e mi accade allora lo stesso di quando una volta si parlava di “riflusso”: l’idea cioè che devo essermi perso la spinta “rivoluzionaria”, l’andare in avanti. E quindi: restaurazione rispetto a quale innovazione, a quale “rivoluzione”? Gli autori citati da Moresco, i suoi “esempi”, mi suonano forse anche per questo fuori contesto, privi di quel senso trainante di utopia (o di programma) che hanno i riferimenti che invitano all’azione o al risveglio. Pur essendo, o immaginando di essere, d’accordo con lui, il suo discorso non mi offre “prese”. Per questo abbandonerei questa parola (“restaurazione”). Meglio parlare direttamente di genocidio, o di messa al bando, o di un (vertiginosamente accresciuto) impoverimento: sapendo che ogni impoverimento sul piano del linguaggio è sempre impoverimento dell’esistenza, della vita di ognuno, della sua possibilità di vivere e riconoscere esperienze. Ed è di questo che si parla anche quando si parla di letteratura.</p>
<p>   La situazione presente è nota: al restringersi di linguaggi che non siano quelli omologati e “performativi”, manageriali o d’intrattenimento glamour, al sostituirsi di quella che una volta era la politica, intesa come aggregazione di umani che scelgono insieme degli stili di vita e altri ne rifutano, con una competizione di “governo” privata di programmi (di stili di vita, orizzonti, valori ecc.), corrisponde <b>anche</b> un’occupazione di prodotti ipervisibili, in senso televisivo, dello “spazio della letteratura”. Chiamo “spazio letterario” quello spazio fisico e mentale, fatto di desideri, progetti, utopie, linguaggi, su cui occorrerebbe, con calma, davvero soffermarsi: perché non fare un dibattito su questo tema, con questo titolo? (Sì, lo so che la formula era di <b>Maurice Blanchot</b>, identificato ahimè in un monumento letterario che non fa paura a nessuno; ma se si leggono gli scritti “politici” – volantini, giornali ecc. &#8211; di Maurice Blanchot editi da poco da <b>Cronopio</b> col titolo <b>Nostra compagna clandestina</b>, ci si accorge come sia stato tradito e disinnescato dai suoi lettori ed esegeti, che lo hanno ridotto al mormorio ininterrotto e iperletterario dei suoi libri più celebri).</p>
<p>   L’omologazione è tuttavia un problema non nuovo, per quanto accresciuto dal nuovo potere pubblicitario. La diagnosi, che ormai mi si incolla alla bocca a furia di ripeterla, è la perpetua e voluta confusione tra ciò che <b>ha successo</b> (cioè qualcosa che si constata) e ciò che ha qualità e valore (che è qualcosa che si giudica). L’eclissi della facoltà di giudizio (di critica) è tutt’uno col predominio della constatazione di un successo, che richiede ben pochi sforzi cognitivi. Ovviamente tutto questo non c’entra nulla con la categoria storico-letteraria (<b>De Sanctis-Croce-Gramsci</b>) di “popolare”, cui aveva alluso <b>Edoardo Sanguineti</b>, e altri con lui. L’ovvietà che cultura sia tutto, anche le sorelle <b>Lecciso</b>, omette il compito di valorizzare e scegliere da che parte stare, e mette il catalogo dell’esistente sullo stesso nastro scorrevole, come in una fabbrica, o come un certo significato di “post-moderno”. E se il mondo e il tempo in cui viviamo non si incontrano colla ricerca di valori, anche linguistici, che orientano certe opere – opere a loro volta concepite per rendere la vita un po’ meno esposta alla banalità, alla noia e alla barbarie – non vuol dire che tali sperimentazioni minoritarie siano da accantonare, ma al contrario che siano da intensificare. Sarebbe come se l’assenza di referenti dovesse far desistere le religioni o le utopie, e non invece sottolineare la loro potenza critica nei confronti della cosiddetta “realtà”. Questo per quando riguarda i conflitti.</p>
<p>   La prudenza viceversa nei confronti della merce più venduta (il “popolare”) si confonde nell’apologia del “comune sentire” che sta oggi riabilitando sia la difesa a oltranza delle “opinioni” (il sillogismo di <b>Galli Della Loggia</b> per difendere <b>Oriana Fallaci</b>: “se vende tanto vuol dire che ha ragione”), sia l’attacco ai giudici da parte della destra più estrema (vi ricordate? le sentenze devono essere “popolari”). E’ inquietante una così sfacciata apologia del consenso, del successo, dello “spirito del tempo”. Possibile che anche nel campo di chi sperimenta linguaggi, di chi racconta “storie”, si rischi questa deriva?</p>
<p>   Tornando alla “restaurazione”, o repressione, a me pare però che essa prosegua quanto in corso da parecchio tempo. Ciò che in politica fu detto la rivolta dei ricchi contro i poveri (dallo scrittore <b>Max Frisch</b>), occupa ogni sfera della vita, anche e soprattutto la semiosfera. Sia nella politica che nella cultura, un’opposizione vera dovrebbe contestare il criterio stesso della valorizzazione; per esempio, contestare la ricchezza piuttosto che rivendicarla; o contestare il “berlusconismo” non perché non sia riuscito a realizzare il suo programma, ma in nome di un programma qualitativamente diverso (e sì, anche rilanciare la “povertà” come valore, riparlare di consumi e di stili di vita). Nella letteratura, quindi, non si tratta di sostituirsi a <b>Faletti</b> e a <b>Dan Brown</b>, perché un diverso modo di concepire il linguaggio e la narratività (o la poesia) non può non accompagnarsi a un diverso modo della loro ricezione, e quindi a una diversa modalità di quello che significa essere lettori (o fruitori) di un libro. Per questo mi dà sconforto sentir ripetere anche da parte di amici e scrittori l’invito tra il malinconico e l’ironico a non occuparsi di politica (<b>Filippo La Porta</b>), quando non esiste discorso, o desiderio, che non si incontri colla politicità dell’esistenza.</p>
<p>   Al restringimento degli spazi di parola, alla loro curvatura, all’imposizione di un  vettore unico di senso, in questi anni ho reagito scrivendo sulla nuova <b>Unità</b>, oltre a continuare a scrivere cose che diventano libri. Non voglio che suoni moralistico, ma mi piacerebbe che ognuno pensasse a quello che, nel proprio fare, nel proprio ambito di azione e di vita, contrasta contro questa repressione, o censura, o come la chiamate voi “restaurazione”. Molti voi, di noi, scrivono su giornali (quali? con quale target, in quale mescolanza di linguaggi?), lavorano nelle case editrici, queste ultime difficilmente innocenti, se è vero che ancora oggi si selezionano i libri da pubblicare per <b>confermare le collane</b>, e non viceversa. (E sto parlando di letteratura, cioè di qualcosa che deve sempre andare un po’ oltre gli orizzonti di attesa dei lettori, non confermarli, come fa il presunto “popolare”). Oppure lavoriamo in scuole e università, luoghi dove ormai occorre pesare, letteralmente (e non nel senso del “saggiatore” di Galileo), i libri da far leggere agli studenti, perché il sistema dei “crediti” e dei “debiti” didattici investe ormai il numero delle pagine da apprendere, e l’unico criterio vigente è quello quantitativo. Altro che lotta contro la semplificazione, altro che difesa della complessità, o “appello contro la guerra all’intelligenza”, come mesi fa in Francia. In Italia, più che altrove, l’arretramento è tale che viene da pensare che dopo il divieto della fecondazione eterologa e la chiusura delle frontiere, possa seguire una messa al bando di qualunque comportamento o gioco linguistico anomalo o suscettibile di seminare perplessità, cioè pensiero. Insomma, la parola genocidio non mi sembra davvero esagerata. Solo, ripeto, non penso che si tratti di restaurazione, ma di onda lunga, tsunami di un processo avviato da molto tempo.</p>
<p>   Mi viene in mente che, quando ero molto giovane e pieno di energia, avevo fatto una casa editrice (si chiamava <b>Aelia Laelia</b>) per pubblicare libri felicemente belli e <b>impubblicabili</b>, incollocabili (uscirono tra l’altro le ultime poesie di <b>Amelia Rosselli</b>, e il poema, l’unico edito, di <b>Patrizia Vicinelli</b>). Lo dico perché all’epoca per me erano scontati la frattura e il conflitto tra l’establishment editoriale e le cose vive della letteratura. Si viveva in una zona di <b>affermatività</b>, di sperimentazione di linguaggi e forme di vita. Erano gli anni in cui la musica si divideva tra quella che riproduceva e confermava “il rumore del tempo di lavoro” (l’alienazione) e quella che, il tempo, lo “liberava”. Che cosa ha fatto sì che si perdesse di mente, che si dimenticasse tale conflittualità? Che cosa (ci) ha fuorviato tanto da far sì che oggi ci si esprima su una “restaurazione”? Quando è cominciata – non la “restaurazione” -– ma la normalizzazione che ha sradicato quei campi di esperienze? Forse, con l’illusione di qualcuno di avere avuto successo. Forse, con il mischiarsi di tanti nelle mediatizzazione, che non è mai neutrale né innocente. Allora, forse, “restaurazione” è il nome appropriato per dire l’illusione da parte di alcuni che, negli anni scorsi (quali?), si fosse annullata o sospesa la conflittualità, la “marginalizzazione” della letteratura e della ricerca di forme di linguaggio, di vita, di espressione. Insomma, la grande e brutale <b>semplificazione</b>.</p>
<p>   E’ vero, oggi tutto questo appare più grave, più compiuto, più chiuso. Con lo stesso senso claustrofobizzante di chiusura, di mondo piatto, pre-galieliano, che danno la globalizzazione e un certo uso del post-moderno (in larga parte ormai sinonimi). In un’epoca in cui un ministro dell’istruzione propone di leggere i giornali in classe piuttosto che <b>Dante</b> (parlo di <b>Luigi Berlinguer</b>, non <b>Letizia Moratti</b>), come stupirsi della penuria di parole, e quindi di esperienze e di sogni? Il senso dell’esilio è talmente connaturato alla vita quotidiana, che la Tv traduce perfettamente le ombre della caverna di <b>Platone</b>, e chi scrive qualcosa di diverso si sente ai margini come un alieno. Del resto, vi ricordate il grande <b>Moloch</b> di cui parlavano <b>Kerouac</b>, <b>Ginsberg</b>, ecc.? Ovviamente è sempre lì, pronto a fagocitare, annullare, assimilare. E ho già ricordato altrove di quando anni fa nella vetrina a <b>Parigi</b> della stilista <b>Sonia Rykiel</b> vidi campeggiare copie di <b>No logo</b> di <b>Naomi Klein</b>, incorporata alla pubblicità del proprio marchio. E tuttavia è proprio per inventare linguaggi altri, storie altre, affermazioni diverse (di natura, non di grado) dall’impasto mediatico che ci circonda e inghiotte (la “semiosfera” di cui parlava decenni fa <b>Roland Barthes</b>), che continuiamo a fare, pensare, leggere arte e “letteratura” – storie, libri, frasi. Non per inseguire astrattamente “verità” e “bellezza”, ma per almeno un po’ abitarle. Per disegnare mondi. Ancora una volta, credo che la fame di luoghi, di spazi in cui tutto questo sia visibile e vivibile, il bisogno di esperienze condivise, sia l’esigenza sottintesa alla denuncia di qualsiasi “genocidio culturale”.</p>
<p>P.S. Dopo aver scritto questo pezzo, sul sito di <b>Loredana Lipperini</b>, ho letto un suo invito &#8211;  o sfida – a dare una definizione di ”letteratura”, compito impossibile, dice, senza cadere nella dogmaticità. Da allievo di <b>Luciano Anceschi</b>, non oserei mai racchiudere in una definizione checchessia. Eppure non mi è difficile rispondere col criterio che adotto per conservare i libri a casa (sempre troppi): conservare solo quelli che, anche virtualmente, anche solo per un vago fantasma di possibilità, potrei rileggere (senza parlare di quelli che non ho ancora letto). E’ facile accorgersi che gran parte dei romanzi (chissà perché quasi tutti italiani e americani) cadono fuori di questo raggio, best seller compresi. Non so se sia una definizione di letteratura, ma di certo esclude quei libri che hanno fatto anche trascorrere del tempo piacevolmente, ma sono soltanto oggetti di consumo, e altamente deperibili. D’altra parte, mi sembra di andare incontro così alla definizione che delle poesie diede una volta <b>Ezra Pound</b>: “<b>news che restano tali anche dopo averle lette</b>”.</p>
<p>________________________</p>
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