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	<title>al volo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Arbitri e arbìtri del caso a Garlasco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 12:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[alberto stasi]]></category>
		<category><![CDATA[caso Garlasco]]></category>
		<category><![CDATA[chiara poggi]]></category>
		<category><![CDATA[Seia Montanelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Seia Montanelli</b> <br />Attorno a questi casi si è costruita un’economia riconoscibile: podcast, comparsate televisive, libri, spettacoli, carriere intere fondate su una colpevolezza data per certa. La colpevolezza diventa una rendita, e ogni dubbio serio entra come un guasto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120288" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/critique-le-proces-welles23.jpg" alt="" width="740" height="443" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/critique-le-proces-welles23.jpg 740w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/critique-le-proces-welles23-300x180.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/critique-le-proces-welles23-702x420.jpg 702w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/critique-le-proces-welles23-150x90.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/critique-le-proces-welles23-696x417.jpg 696w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>NE BIS IN IDEM</strong><br />
di<br />
<strong>Seia Montanelli</strong></p>
<p>Alberto Stasi entra in carcere nel 2015. Ha trent’anni. Nel 2026 è ancora lì, in semilibertà. Intanto, per lo stesso omicidio, si indaga su un altro uomo.<br />
Chiara Poggi viene uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di Garlasco. Stasi trova il corpo, chiama i soccorsi, entra in quella vicenda e non ne esce più. Viene assolto due volte, nel 2009 e nel 2011. Nel 2013 la Cassazione annulla, critica la valutazione degli indizi e riapre il processo. Nel dicembre 2015, davanti alla Cassazione, il procuratore generale Oscar Cedrangolo dice di non essere in grado di stabilire se Alberto Stasi sia colpevole o innocente. Aggiunge che nemmeno i giudici possono esserlo e chiede l’annullamento della condanna. La Corte la conferma: sedici anni.</p>
<p>Chi ha studiato legge sa che la verità processuale non coincide con quella dei fatti: deriva dal sistema probatorio al centro del dibattimento, da ciò che si può dimostrare o che sembra più plausibile. Ma il principio del ragionevole dubbio deve tenere sempre. Gli indizi devono essere gravi, precisi e concordanti e la loro valutazione complessiva serve a coglierne la convergenza. Le Sezioni Unite lo hanno detto con una formula che bisognerebbe tenere a mente: più zeri non formano un’unità. È un principio che viene da lontano: nel 1764 Beccaria scrisse che è preferibile assolvere un colpevole che condannare un innocente. Nel caso Stasi, per anni, quella soglia è stata abbassata.</p>
<p>Fuori dall’aula, poi, la logica si rovescia del tutto, perché lì non servono prove e non esiste assoluzione. Ciò che non tiene diventa racconto, e il racconto tiene anche senza fatti. Ogni dettaglio della vita di Stasi è diventato indizio, ogni esitazione prova, fino a costruire una coerenza che nei fatti non c’era ma nel racconto diventava tale: un processo che non finisce mai, replicato ogni giorno fuori dalle aule.</p>
<p>Alessandro Manzoni, ne <em>La colonna infame</em>, racconta il momento in cui la colpa pubblica smette di avere bisogno dei fatti. Kafka, nel <em>Processo</em>, spinge quella logica più avanti: la colpa coincide con l’aspettativa che la genera.<br />
La sentenza passata in giudicato per il caso Garlasco è diventata un sigillo usato in modo selettivo: definitiva quando condanna, più incerta quando assolve, scomparsa quando complica, mentre è proprio lì che dovrebbe tenere. Il ne bis in idem, da principio tecnico, finisce per indicare qualcosa di più elementare: il diritto a non essere giudicati in eterno per lo stesso fatto.</p>
<p>Adesso Andrea Sempio è indagato e convocato dalla Procura di Pavia. Nel nuovo impianto accusatorio è l’unico responsabile dell’omicidio. Questo non dice ancora nulla sulla sua colpevolezza, ma è segno che la storia si è rimessa in moto e che può prendere di nuovo quella forma. Vale per lui ciò che dovrebbe valere sempre: la presunzione di innocenza. Colpisce però la rapidità con cui attorno a questa nuova ipotesi si è creato un riflesso di cautela. È una cautela giusta. Ma arriva tardi.</p>
<p>A Chiara Poggi è stata strappata la vita. Ad Alberto Stasi, se innocente, e il dubbio qui non è teorico, sono stati sottratti anni che nessuna revisione saprà restituire. Tenere insieme questi fatti non significa confonderli. Un errore giudiziario non ripara un omicidio, lo prolunga. La giustizia non si esaurisce nella sentenza: deve saper tornare sui propri passi, riaprire, verificare, correggere. Quando lo fa, non si tratta di una concessione, ma di ciò che la rende eticamente sensata e pubblicamente credibile.</p>
<p>Eppure, è proprio qui che il meccanismo si inceppa. Attorno a questi casi si è costruita un’economia riconoscibile: podcast, comparsate televisive, libri, spettacoli, carriere intere fondate su una colpevolezza data per certa. La colpevolezza diventa una rendita, e ogni dubbio serio entra come un guasto. Anche quando si tratta solo di verificare se si è sbagliato, viene respinto e ridotto a fastidio. Non si difende la verità, si difende ciò che nel frattempo si è costruito attorno a quella verità.</p>
<p>Ho studiato giurisprudenza sull’onda dell’assassinio di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta: era il luglio del 1992, avevo diciassette anni, ero in Sicilia. Volevo che il male avesse un nome, un volto, una pena. Il diritto mi ha insegnato altro: che il limite conta più dell’ordine, e che un processo sbagliato non restituisce nulla, a nessuno.</p>
<p>Dal 1992 a oggi, in Italia, decine di migliaia di persone sono state detenute ingiustamente, e lo Stato ha speso quasi un miliardo di euro per indennizzarle. Non sono eccezioni. Sono vite finite dentro il punto cieco del sistema. Molte delle voci che hanno chiesto di riaprire il caso non vengono da luoghi culturali che sento miei, e questo mi pesa più di un disaccordo. La sinistra, che dovrebbe avere un riflesso naturale davanti agli abusi dello Stato sulla persona, qui tace. Il dubbio ragionevole, la libertà personale, il rapporto tra accusa e difesa non sono temi di parte: sono il minimo sindacale di una civiltà.<br />
Voltaire intervenne sul caso Calas mentre il danno era ancora aperto. Zola scrisse J’accuse mentre il caso Dreyfus era in corso. Non dopo.</p>
<p>E dunque mi espongo. Per Alberto Stasi, prima di tutto.<br />
E per Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo in un processo in cui la prova genetica resta al centro di obiezioni mai davvero sciolte nel pieno contraddittorio. Per Monica Busetto, in carcere da dodici anni per un omicidio confessato da un’altra donna.<br />
E per gli altri quando la giustizia sembra avere più paura di correggersi che di avere sbagliato.<br />
Il caso Tortora oggi è una serie tv. Gli altri continuano a svolgersi.</p>
<p><em>Scritto nel maggio 2026, mentre Andrea Sempio è convocato dalla Procura di Pavia e si discute la revisione del processo a Stasi</em></p>
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		<title>L’ultimo pensiero prima dei sogni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/02/lultimo-pensiero-prima-dei-sogni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 05:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
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					<description><![CDATA[<em>Nazione Indiana</em> ha accompagnato la nascita e il debutto di <em>Ogni cosa fuori posto</em>, primo romanzo di <strong>Andrea Accardi</strong>, dal cui lago immobile affiorano traumi, fantasmi e desideri sommersi. A pochi giorni dall'ultima presentazione palermitana, il 14 maggio, tre domande di <strong>Noemi de Lisi</strong>, per riattraversarne le geometrie dell'inquietudine. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>Tre domande ad Andrea Accardi su </b><i><b>Ogni cosa fuori posto</b></i></p>
<p>di <strong>Noemi De Lisi</strong></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;La scena è questa”</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/12/15/da-ogni-cosa-fuori-posto/" target="_blank" rel="noopener"><i>Ogni cosa fuori posto </i></a>(Edizioni Industria &amp; Letteratura, 2024) è l’esordio narrativo di Andrea Accardi, già poeta e prosatore. La storia è ambientata in una indefinita cittadina del Nord. Un luogo avvolto nella nebbia in cui vi sono pochi punti di riferimento chiari per non smarrirsi: un lago, un castello, una scuola. Un perfetto scenario alla “Twin Peaks” in cui la stasi e la noia vengono presto smosse da una serie di eventi molto strani, apparentemente scollegati fra di loro. Il ritmo della prosa è ipnotico e poetico (ma incredibilmente iperrealistico), una nenia funebre che attraversa le pagine, e accompagna i personaggi mentre si muovono dentro una doppia planimetria, quella visibile e quella ribaltata dell’invisibile.<br />
Infatti, il romanzo di Accardi procede per ritorni, per immagini che si depositano e riemergono; e non è detto che tutto ciò che affiori sia in carne e ossa. Ad esempio, nel film <i>Lo zio Boonmee che ricorda le sue vite passate</i> (Apichatpong Weerasethakul, 2010), i morti e i vivi condividono lo stesso spazio, siedono alla stessa tavola: chi è morto si è soltanto “smarrito” e dopo aver vagato a lungo, finalmente torna a casa, ma come fosse un estraneo.<br />
Nel romanzo, l’acqua ritorna in forme diverse: il lago della cittadina, la vasca dei ranocchi, l’acqua stagnante nel “ventre della balena” (p. 33) dell’ascensore, l’uomo terrorizzato da un bicchiere d’acqua…. Diversi specchi d’acqua, quindi, (attenzione alla parola <i>specchi</i>), che riflettono la superficie e contemporaneamente nascondono il fondo (più è torbida l’acqua e migliore sarà la difesa). In entrambi i casi, comunque, sembra proprio che “l’acqua non è quello che sembra”. Non a caso, è proprio la vasca dei ranocchi che Claudio “dimentica” di segnare sulla sua personale mappa, a diventare il luogo gravitazionale in cui l’orrore affiora (“come un fiore giapponese” p. 109). Come se l’acqua fosse il punto cieco della planimetria razionale, la parte che non può essere ridotta a delle semplici coordinate. Mi viene in mente il film <i>A Pool Without Water</i> (Koji Wakamatsu, 1982) dove le piscine si trasformano in luoghi ambigui e desideranti, dove la perversione dell’uomo può risultare perfino romantica (gli specchi d’acqua sono come gli specchi del luna park).</p>
<p><strong>1) Per prima cosa, quindi, ti vorrei chiedere se l’elemento acquatico in <i>Ogni cosa fuori posto</i> è una metafora dell’inconscio, oppure è qualcosa di più concreto e fisico, una materia che corrode e altera la realtà? E soprattutto: perché l’acqua, nel tuo romanzo, sembra sempre sul punto di restituire ciò che si voleva tenere sommerso?</strong></p>
<p>Direi che il significato metaforico, che senz’altro c’è, subentra però in un secondo momento. Invece ormai so che la mia scrittura ha bisogno di emanare dai luoghi, e anche in questo romanzo l’azione ha preso la forma dello spazio, e in particolare quello di due cittadine reali, poco distanti fra loro, che ho qui cucito insieme fino a farne una: Lonato del Garda e Desenzano del Garda. Per un intero anno scolastico (2015/16) ho insegnato nella prima, dove ho anche inizialmente abitato e da cui il lago si avvista dall’alto, per poi trasferirmi a Desenzano, che invece si trova proprio sulla sponda meridionale del Garda. Per me che vengo da un’isola, già quello mi sembrava avere a che fare con un equivoco letterario: un lago così grande da sembrare il mare, ma che mare non è; le anatre al posto dei gabbiani; gli altri piccoli comuni da raggiungere in battello come fossero isolotti, mentre dietro comincia l’autostrada (tutte cose fuori posto, appunto, che avevo già provato a indicare in una vecchia poesia intitolata <i>Gardaland</i>…). Soprattutto, se penso a quei mesi ricordo quanto è stato importante per la scrittura di questo libro il ricordo trepido e tetro, la traccia emotiva di quei luoghi dove ho camminato a lungo, sentendomi spesso estraneo e solo, simile in effetti ai personaggi che racconto. Quello stato puerile e avventuroso, pieno di oscurità ma anche di rivelazioni improvvise, è rimasto a lungo in me come una radiazione di fondo. Ce lo avevo ben presente mentre scrivevo e torna a esserlo ogni volta che mi rileggo, come un senso di esposizione e di mistero che nasceva anche dalla novità dei luoghi, conosciuti peraltro nella sospensione dei mesi più freddi (un intero capitolo, intitolato proprio “Il lago”, è tutto centrato su quell’atmosfera fuori stagione, che diventa più in assoluto rappresentativa di un rapporto sfalsato con il tempo). Poi è chiaro che l’elemento acquatico, come tu dici, adempie non solo una funzione strutturale (la scena di idrofobia iniziale in qualche misura anticipa la violenza finale), ma anche simbolica: “il lago fa un brusio continuo e nascosto come di un problema che prima o dopo andrà risolto in qualche modo”, e invece del tutto non si risolve e il lago sembra restare lì a ricordarlo.</p>
<p><strong>2) Per quanto riguarda il “portare a galla”, com’è nato <i>Ogni cosa fuori posto</i>? In che momento hai capito che non stavi più scrivendo una nuova raccolta di poesie, ad esempio, o di prose poetiche, ma un organismo narrativo con una propria planimetria, visibile e invisibile?</strong></p>
<p>Tra la fine del 2020 e l’inizio del 2022 avevo portato a termine quello che credevo già essere un breve romanzo, ma che in realtà si presentava come una successione di quadri poco collegati fra di loro, fatta eccezione per il personaggio di un <i>estraneo </i>che faceva capolino di quando in quando, portandosi dietro uno strascico di… esplosioni (volevo insomma che coincidesse con improvvisi e indicibili traumi del reale) (<i>Intorno all’Estraneo </i> era il titolo iniziale, e un personaggio similare, ma senza esplosioni e con ben altro peso narrativo, si è poi riproposto dentro il romanzo, ma incarnando in entrambi i casi un più generale sentimento di estraneità che coinvolge tutti). Nel primo scomparto l’estraneo se ne andava in giro in lungo e in largo per la nostra città, in pagine dunque autoescludentisi dall’ambientazione nordica e lacustre di <i>Ogni cosa fuori posto</i> (ma quel capitolo, ampliato, troverà presto spazio, come tu sai bene, in un volume collettivo di scritture su Palermo). Molte parti del libro a venire erano invece già incluse nei capitoli successivi, ad esempio per intero l’episodio iniziale del medico, con il cane idrofobo nascosto nella nebbia e la ricerca di notte dell’ambulatorio, con quel <i>pathos del </i>perdersi che mi sembra un’altra costante in tutto quello scrivo. La vicenda dello studente universitario che finisce dentro una casa piena di ratti in una città straniera (dove l’estraneità si reifica a maggior ragione nello stare all’estero, circondati da un’altra lingua), che nel romanzo sono gli unici due capitoli in cui va in deroga l’unità di luogo, è uno spunto narrativo che negli anni ho ripreso e plasmato più volte, già all’interno delle <em>Cartoline persiane</em>, una rubrichetta tra il serio e il faceto che mi ero concesso sul litblog Poetarum silva tra il 2013 e il 2015, e perfino tra le prose poetiche di <em>Nosferatu non esiste</em> (Arcipelago Itaca 2021), e infine appunto dentro quel blocco eterogeneo da cui ho recuperato tanto materiale. C’era già anche il capitolo sul condominio, con il suicidio della ragazza e il verso della tortora alla fine, ma costruito secondo una polifonia da un interno all’altro che arrivava alle soglie dell’illeggibilità. Pochi mesi dopo sono partito da quell’episodio (la ragazza suicida), che non era centrale nella prima stesura, rivoltando quello che avevo già scritto e fornendogli un vuoto su cui convergere (oltreché fissando uno spazio ridotto e ben definito, dove fare accadere la tempesta in un bicchiere), per ottenere una storia che davvero funzionasse. Aggiungo che è stato per me decisivo, a mo’ di interruttore inconscio, il cinema di David Lynch, e aver visto per la prima volta <em>Strade perdute</em>.</p>
<p><strong>3) Le figure femminili di <em>Ogni cosa fuori posto</em> sono davvero poche, e quasi tutte legate a un’assenza inevitabile (proprio come in un’altra tua opera cfr., <em>Frattura composta di un luogo – Frattura composta di un nome</em>). Il femminile, quindi, sembra funzionare esclusivamente come una sorta di soglia tra l’<em>Heimat</em> e il <em>Fremde</em>; o come una proiezione delle emozioni maschili: desiderio, angoscia per l’abbandono, nostalgia. L’unico modo di veicolare le emozioni dei personaggi maschili è attraverso il femminile e il paesaggio? Parlami delle scelte consce e inconsce che hai operato riguardo i personaggi femminili e se ti cimenteresti mai in futuro in un romanzo con unA protagonistA.</strong></p>
<p>Il dittico delle <em>Fratture</em> (Ladolfi editore 2019 e 2020, poi riunite nel 2022) rappresenta in effetti l’anticipazione in frammenti di quello che sarebbe diventato l’altro libro, e in quel caso era stata la serie &#8220;Twin Peaks&#8221; ad agitare un immaginario che mi portavo già dentro, risalente al mio soggiorno da studente Erasmus in una cittadina belga (anche lì un luogo piccolo dove ci si perde comunque, e ancora un trauma legato al femminile, stavolta una sparizione). Va da sé che il vortice emotivo di Laura Palmer e del suo tema musicale me li sono trascinati anche in <em>Ogni cosa fuori posto</em>, tanto più che ho visto per la prima volta &#8220;Twin Peaks&#8221; proprio nei mesi in cui abitavo a Desenzano, in una casa piena di specchi (e in quel periodo traducevo insieme a un’amica e poi commentavo i monologhi della Signora Ceppo, per un’altra rubrica nata su Poetarum per l’occasione, <em>Ciò che disse il legno</em>). Direi che è un romanzo scritto dal punto di vista maschile, ma che i veri protagonisti sono i personaggi femminili, nel senso che mettono loro in moto gli affetti tra i quali ondeggiano violentemente i vari Davide, Claudio, ma anche Lorenzo, il fratellino di Roberta, o Marco, il ragazzo all’estero. L’escursione sentimentale del libro passa così continuamente dallo struggimento per qualcosa di irrimediabilmente perduto (l’abisso su cui si affacciano Lorenzo e Marco, che hanno perso entrambi una sorella) all’angoscia per cose che non si conoscono e non si capiscono (le domande tremanti che Davide rivolge a Marta all’inizio della storia), e io stesso percepisco come questa complessità si agganci a qualcosa per me di doloroso e irrinunciabile. In futuro mi piacerebbe in effetti tirar fuori il femminile dalla custodia di mistero dove l’ho finora narrativamente relegato. Pensavo alle vicende di una coppia, sullo sfondo però di grandi fatti storici traumatici degli anni zero, capaci di modificare anche le passioni private (pensavo insomma di aprire il piccolo dei luoghi al grande e al grandissimo della Storia, ma pur sempre dai luoghi avrò bisogno di partire).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Un appunto. A proposito di Ramstein</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 10:31:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Air Base di Ramstein]]></category>
		<category><![CDATA[anna chiarloni]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
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		<category><![CDATA[militarismo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia tedesca contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[volker braun]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Volker Braun</strong> <br /> a cura di <strong>Anna Chiarloni</strong> <br /> Un intervento inedito in Italia dello scrittore Volker Braun sui nuovi orientamenti politici e militaristi della Germania attuale. "La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Volker Braun</strong></p>
<p>a cura di <strong>Anna Chiarloni</strong></p>
<p><em>[Volker Braun (Dresda 1939) è uno degli autori più rappresentativi della letteratura tedesca contemporanea. Orfano di padre caduto in guerra, si profila appena ventenne quale esponente della società letteraria della DDR: minatore e macchinista negli anni tra il liceo e gli studi di filosofia, collabora col Berliner Ensemble, il teatro di Bertolt Brecht. Debutta nel 1965 con la prima raccolta poetica,</em> Provokation für mich, <em>centrata &#8211; come in generale tutta l&#8217;opera, sia poetica che narrativa e teatrale &#8211; sull&#8217;analisi delle contraddizioni insite nella società tedesca, prima e dopo la caduta del Muro. Nel 2000 viene insignito del prestigioso “Büchner Preis”. Col suo ultimo testo,</em> Luf-Passion <em>(2022), Braun indaga i massacri perpetrati dal colonialismo tedesco al tempo di Bismarck, leggendovi un raccordo con l&#8217;attuale dilagare della violenza razzista nel mondo occidentale. A. C..]</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo.</p>
<p>Il Ministro della Difesa, si legge, “ha siglato un patto militare per l’Indopacifico”.<em> Deal</em>: ecco la ratio politica  di Trump. Un tempo si trattava di difendere un principio, adesso si fanno affari. In piena guerra – e con la guerra. Non è nostra questa guerra ma ci speculiamo sopra. Esportare armi risolleva il bilancio tedesco. La vacillante industria pesante cerca salvezza nel riarmo. Queste le ultime notizie.</p>
<p>Nella biblioteca di mio padre c’era uno smilzo volumetto, edizioni Kosmos: <em>Perché si muore</em>, Stuttgart 1914. Dentro c’è un nome, nero d’inchiostro: Johann Friedr. Braun &#8211; e io provavo un certo orgoglio leggendo la chiusa: “La ragione per cui oggi molti finiscono precocemente al cimitero dipende dal fatto che vivono in pessime abitazioni, mangiano male e sono ridotti a malconci schiavi del lavoro. Questi sono fattori molto più decisivi che non i batteri intestinali o un metabolismo carente. È lì che dovete guardare &#8211; e raddrizzar le cose!”.</p>
<p>Ma chi era questo Johann Friedr.? Ma certo, ora ricordo: è Fritz, e sarebbe stato mio zio&#8230; Quel libro se l’era preso proprio prima di partire per il fronte. Di guerra però l’autore, il Dr. Alexander Lipschitz di Zurigo, non parla. Fritz morì il 21. 4. 1918 presso Bailleul, appena diciottenne. Il libro se lo prese poi suo fratello Erich (che comprò pure il secondo volume della collana: <em>Come invecchiare</em>, 1936). Erich morì nella seconda Guerra mondiale, il 2 aprile 1945, a Ibbenbüren, aveva 40 anni. Noi cinque figli vedemmo Dresda bruciare.</p>
<p>Dalle vite mancate ai fatti compiuti. Sul suolo tedesco alloggia la Air Base di Ramstein. <em>Alloggia</em>, dico, grazie ai suoi comodi privilegi; e naturalmente sferraglia con gran fracasso.</p>
<p>Ottant&#8217;anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, di fronte al pericolo di una Terza Guerra Mondiale, il Cancelliere Schröder si batté per tenere la Germania fuori dalla guerra in Iraq. Una decisione essenziale data la situazione interna della Germania riunificata. Tuttavia fu da Ramstein che l’attacco venne sostenuto logisticamente e operativamente condotto. Sì – Ramstein costituì il cardine portante di quella spaventosa aggressione e fu dal cielo di Dresda che sfrecciarono gli squadroni di bombardieri verso l’Iraq. Ancora una volta la guerra muoveva dalla Germania. E così succede adesso con la guerra contro l’Iran. Dire che questa guerra non è la nostra, non ci mette a riparo. Al contrario, una guerra che muove dal suolo tedesco ci rende vulnerabili. Siamo di fatto un bersaglio militare primario e non sappiamo se ci aspetta la vecchiaia o la morte. Che Ramstein fosse territorio americano lo si subodorava; in realtà è una piaga purulenta in Germania. Il suo statuto speciale si è polverizzato, vanificato con questo ripetuto utilizzo in violazione del diritto internazionale. La Germania, se ha un minimo di buon senso, questa base deve chiuderla.</p>
<p>Solo uno Stato sovrano può essere uno Stato pacifico.</p>
<p>Lo scandalo sarà di breve durata; ben altri eserciti si sono già ritirati dalla Germania! Ecco il punto – e allora avanti! Era questa la parola d’ordine di Lipschitz: cambiare la situazione!</p>
<p>Quando decisi di non intervenire sull’ Alexanderplatz il 4 novembre 1989, in quanto rivendicare la libertà di parola e di stampa mi sembrava un approccio troppo limitato rispetto a una piena sovranità popolare, non immaginavo che quella manifestazione autorizzata avrebbe portato a un’auto-organizzazione delle forze democratiche. Quella fu un&#8217;autentica esperienza di libertà.</p>
<p>Se io ora mi limito a rendere noto che un problema di Stato è in attesa di soluzione, mentre si tratta di una rivendicazione più ampia, ossia del potere di una società sulle proprie decisioni fondamentali, lo faccio nella speranza che un atto di autodeterminazione, questo coraggio ‘spagnolo’, possa generare un nuovo sviluppo degli impulsi democratici. Un’ebbrezza liberatoria in questa nostra società apatica e spenta per porre fine alla stagnazione, all’impotenza e al suo declino.</p>
<p>Quando il nostro politico più esperto, il presidente Steinmeier, assieme al neocancelliere e al nostro sonnecchiante Parlamento, si gireranno tra le mani questo foglio, ci si chiederà: Quando entra in vigore? – e nell&#8217;aria già aleggia la famosa risposta: <em>Entra in vigore… a quanto ne so… immediatamente. Senza indugio.</em></p>
<p>Questa sarebbe forse la salvezza della Germania, o semplicemente una manifestazione di ragionevolezza: sarebbe il suo sorriso al mondo.</p>
<p>*</p>
<p><em>L&#8217;intervento qui tradotto per &#8220;Nazione Indiana&#8221; è stato pubblicato il 4 aprile 2026 dalla &#8220;Berliner Zeitung&#8221; e dalla &#8220;Ostdeutsche Zeitung&#8221;. Braun esordisce con la denuncia della conversione industriale in armi pesanti, promossa dal neo-Cancelliere Merz, per innescare poi un&#8217;intensa riflessione autobiografica sul lutto che attraverso le guerre del Novecento ha colpito la sua famiglia.</em></p>
<p><em>Muovendo lungo il solco della tradizione pacifista tedesca, il poeta chiede la chiusura della base aerea statunitense di Ramstein, istituita nel 1951 in funzione antisovietica e forte di 36.000 soldati americani tuttora di stanza in Germania. Si tratta della più grande base aerea statunitense in Europa e costituisce il centro logistico principale per le operazioni militari USA tra Europa e Medio Oriente. </em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>Premio di poesia Tirinnanzi: il bando</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/21/premio-di-poesia-tirinnanzi-il-bando/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 21:09:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
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					<description><![CDATA[Il <b>Premio di Poesia Città di Legnano - Giuseppe Tirinnanzi</b> <br />si divide in tre sezioni: a) Lingua italiana; b) Giovani poeti e poete c) Premio alla carriera.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Comune di Legnano, la Famiglia Legnanese e la Fondazione Tirinnanzi, per ricordare il poeta Giuseppe Tirinnanzi (Firenze 1887 &#8211; Legnano 1976), indicono la quarantaquattresima edizione del <strong>Premio di Poesia Città di Legnano &#8211; Giuseppe Tirinnanzi</strong>.</p>
<p>Il premio si divide in tre sezioni: <strong>a) Lingua italiana; b) Giovani poeti e poete c) Premio alla carriera.</strong></p>
<p>La partecipazione è libera e gratuita.</p>
<ol>
<li>a) <strong>Sezione Lingua Italiana. </strong>Solo per libri editi nell’ultimo biennio.</li>
</ol>
<p>Si partecipa inviando quattro copie di un libro di poesia stampato tra il 1° gennaio 2024 e il 30 aprile 2026. I 4 volumi, corredati da breve biobibliografia, <strong>dati anagrafici</strong> e recapito dell’autore/autrice, nonché dalla dicitura “Partecipa al Premio Tirinnanzi 2026”, vanno inviati entro il 30 aprile 2026 (fa fede il timbro postale) al seguente indirizzo:</p>
<p>Segreteria Premio Tirinnanzi c/o Fam. Legnanese, C.P. 71 &#8211; 20025 Legnano Centro (Milano).</p>
<p>La Giuria Tecnica, composta da Franco Buffoni (Presidente), Uberto Motta, Fabio Pusterla e assistita dal Presidente della Famiglia Legnanese o da un suo delegato, dal Sindaco di Legnano o da un suo delegato, da un membro della Famiglia Tirinnanzi e dal Segretario Luigi Crespi, sceglie tre libri i cui autori/autrici saranno invitati alla cerimonia di premiazione che si terrà a Legnano sabato 21 novembre 2026 h 16.45 presso il Teatro Tirinnanzi, piazza IV Novembre 4, Legnano (Mi).</p>
<p>Ciascuno/a dei tre finalisti riceverà un premio in denaro di euro 1.500. Non sono ammesse deleghe. In caso di forzata assenza il/la finalista rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.</p>
<p>Alcuni testi di ciascun/a finalista saranno stampati nel programma di sala. Nel corso della cerimonia ciascuno/a dei/le tre finalisti/e sarà intervistato dal Presidente della Giuria e verrà invitato/a leggere le poesie stampate nel programma di sala. Al termine, la Giuria Popolare esprimerà su apposita cartolina il proprio voto decretando il/la vincitore/vincitrice, che riceverà un ulteriore premio di euro 2.500.</p>
<ol>
<li>b) <strong>Sezione Giovani. </strong>Tra i libri pervenuti per la Sezione Lingua Italiana la Giuria premierà anche, con euro 1.000 ciascuna, 2 opere prime o comunque di giovani poeti e poete. Non sono ammesse deleghe. In caso di forzata assenza il vincitore/la vincitrice rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.</li>
</ol>
<p><strong>Seguirà una festa del dialetto milanese con l&#8217;artista e performer Dome Bulfaro che reciterà testi della grande tradizione lombarda.</strong></p>
<ol start="4">
<li>c)<strong> Premio alla Carriera </strong>della Fondazione Tirinnanzi. Già assegnato nel 2010 a Luciano Erba, nel 2011 a Franco Loi, nel 2012 a Giampiero Neri, nel 2013 a Giorgio Orelli, nel 2014 a Vivian Lamarque, nel 2015 a Milo De Angelis, nel 2016 a Valerio Magrelli, nel 2017 a Maurizio Cucchi, nel 2018 a Biancamaria Frabotta, nel 2019 ad Antonella Anedda, nel 2020 a Giuseppe Conte, nel 2021 a Umberto Fiori, nel 2022 a Dacia Maraini, nel 2023 a Eugenio Finardi, nel 2024 a Walter Siti e nel 2025 ad Antonio Prete. il Premio alla Carriera di euro 4.000 verrà assegnato a un/una autore/autrice di chiara fama che si sia particolarmente distinto/a nella propria ricerca linguistica, tematica e nell’impegno civile. In caso di forzata assenza il vincitore/la vincitrice rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.</li>
</ol>
<p>Ai sensi del Regolamento UE 679/2016 e del D.Lgs. 196/2003 e s.m.i., i/le concorrenti autorizzano la Segreteria al trattamento dei propri dati personali forniti per la partecipazione al Premio, per tutte le finalità connesse alla gestione dello stesso. Con la partecipazione i/le concorrenti danno atto di aver letto l’informativa di cui all’art. 13 del citato Regolamento UE, pubblicata sul sito Internet www.premiotirinnanzi.it.</p>
<p>La partecipazione costituisce implicita accettazione delle norme del bando. Per quanto non previsto valgono le delibere della Giuria, il cui giudizio è insindacabile.</p>
<p><strong>Contatti:</strong>    telefono: 0331-545178</p>
<p>mobile:    347-5913468</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Bando del Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/18/bando-del-premio-nazionale-di-poesia-pietro-polverini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 10:22:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Fiastra]]></category>
		<category><![CDATA[franca mancinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Ottonello]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[luigi socci]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Polverini]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[premio]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[Il <strong>Premio Pietro Polverini</strong><strong></strong>, dedicato al giovane poeta e studioso scomparso nel 2023, nasce per iniziativa del Comune di Fiastra (MC), suo paese d’origine a cui era profondamente legato, con la collaborazione di MediumPoesia e dell’associazione RicostruiAMO Fiastra. Il premio è riservato a <strong>libri di poesia editi</strong><strong></strong>; la partecipazione è <strong>gratuita</strong><strong></strong>. Le proposte dovranno pervenire <strong>entro il 2 maggio</strong><strong></strong>. Il montepremi complessivo è di <strong>2.500 euro</strong><strong></strong>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120001" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Fiastra-panorama-castello-Magalotti-768x923-1.jpg" alt="" width="768" height="923" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Fiastra-panorama-castello-Magalotti-768x923-1.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Fiastra-panorama-castello-Magalotti-768x923-1-250x300.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Fiastra-panorama-castello-Magalotti-768x923-1-349x420.jpg 349w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Fiastra-panorama-castello-Magalotti-768x923-1-150x180.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Fiastra-panorama-castello-Magalotti-768x923-1-300x361.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Fiastra-panorama-castello-Magalotti-768x923-1-696x836.jpg 696w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></p>
<p><strong>Premio di Poesia Pietro Polverini</strong></p>
<p><strong>Prima Edizione – 2026</strong></p>
<p>Il Comune di Fiastra (MC), per ricordare il poeta Pietro Polverini (1992-2023), indice la prima edizione del&nbsp;<strong>Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini</strong>, con la collaborazione di MediumPoesia (<a href="https://www.mediumpoesia.com/" target="_blank" rel="noopener">www.mediumpoesia.com</a>) e dell’associazione RicostruiAMO Fiastra (<a href="https://www.incantoperilmondo.it/project/ricostruiamo-fiastra/" target="_blank" rel="noopener">https://www.incantoperilmondo.it/project/ricostruiamo-fiastra/</a>).</p>
<ol>
<li><strong>Partecipazione</strong></li>
</ol>
<p>La partecipazione è libera e gratuita. Si partecipa inviando, entro il&nbsp;<strong>2 maggio 2026</strong>, in formato digitale e cartaceo, un libro di poesia italiana (compresi libri in lingue minoritarie o dialetti dell’Italia) stampato tra il 1° gennaio 2025 e il 30 aprile 2026.</p>
<ol start="2">
<li><strong>Modalità di invio</strong></li>
</ol>
<p>Il Premio prevede<strong>&nbsp;due invii del proprio libro:</strong></p>
<ul>
<li><strong>Invio Digitale:</strong>&nbsp;è richiesto l’invio del PDF editoriale del libro candidato, insieme alla copertina del volume e a una scheda contenente breve biobibliografia, dati anagrafici e recapito dell’autore/autrice, all’email:&nbsp;<strong>premiopolverini@gmail.com</strong>. L’oggetto dell’email dovrà essere:&nbsp;<em>Candidatura al Premio Pietro Polverini – Nome e Cognome del candidato</em>.</li>
<li><strong>Invio Cartaceo:</strong>&nbsp;è richiesto altresì l’invio di una copia del volume, corredata dalla scheda biobibliografica e dalla dicitura&nbsp;<em>Partecipa al Premio Pietro Polverini 2026</em>, al seguente indirizzo:&nbsp;<strong>Via Marconi 10 – 62035 Fiastra (MC), Biblioteca Comunale.</strong></li>
</ul>
<p>Non potranno essere accettate le proposte che non siano pervenute&nbsp;<strong>entro il 2 maggio 2026</strong>&nbsp;(fanno fede il timbro postale e il giorno di invio dell’email con gli allegati) in entrambe le modalità indicate nel bando (invio per email e invio cartaceo).</p>
<ol start="3">
<li><strong>Giuria e Selezione</strong></li>
</ol>
<p>La Giuria Tecnica – composta da Franco Buffoni (presidente onorario), Franca Mancinelli, Renata Morresi, Luigi Socci e Francesco Ottonello (segretario del premio) – selezionerà<strong>&nbsp;tre libri vincitori</strong>. Gli autori e le autrici saranno tenuti a prendere parte alla cerimonia di premiazione, prevista per il<strong>&nbsp;25 luglio 2026, ore 18.00</strong>, a Fiastra (MC), presso il Castello Magalotti, Auditorium di via San Paolo snc.</p>
<ol start="4">
<li><strong>Premi</strong></li>
</ol>
<p>Ciascuno dei tre vincitori riceverà un premio in denaro di&nbsp;<strong>euro 500</strong>&nbsp;e dovrà essere presente alla cerimonia di premiazione che si terrà&nbsp;<strong>a Fiastra (MC), il 25 Luglio 2026</strong>. L’organizzazione del Premio provvederà a fornire l’alloggio. Non sono ammesse deleghe: in caso di assenza, il premiato non potrà ricevere la somma in denaro e quest’ultima verrà destinata ad altro partecipante secondo la graduatoria redatta dalla Giuria. Nel corso della cerimonia ogni vincitore sarà intervistato dalla Giuria e verrà invitato a leggere le poesie stampate nel programma di sala. Al termine, una Giuria Popolare esprimerà su apposita cartolina il proprio voto decretando il&nbsp;<strong>vincitore assoluto</strong>, che riceverà un ulteriore premio di&nbsp;<strong>euro 1.000</strong>.</p>
<ol start="5">
<li><strong>Privacy e Accettazione</strong></li>
</ol>
<p>Ai sensi del Regolamento UE 679/2016 e del D.Lgs. 196/2003 e s.m.i., i concorrenti autorizzano il trattamento dei propri dati personali per le finalità connesse alla gestione del Premio. La partecipazione costituisce implicita accettazione delle norme del bando. Per quanto non previsto valgono le delibere della Giuria, il cui giudizio è insindacabile.</p>
<p><strong>Contatti della segreteria organizzativa (Luca Chiurchiù)</strong></p>
<p>telefono: +39 3334106630</p>
<p>email:&nbsp;<a href="mailto:premiopolverini@gmail.com" target="_blank" rel="noopener">premiopolverini@gmail.com</a></p>
<p>La pagina del premio: <a href="https://www.mediumpoesia.com/premiopietropolverini2026/" target="_blank" rel="noopener">https://www.mediumpoesia.com/premiopietropolverini2026/</a></p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
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		<title>Un carovaniere nel deserto del linguaggio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/10/un-carovaniere-nel-deserto-del-linguaggio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Mattia Tarantino]]></category>
		<category><![CDATA[Sotirios Pastakas Larissa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mattia Tarantino e Sotirios Pastakas Larissa</strong> <br />
 
In occasione del premio al Campidoglio e dell'uscita, per Samuele Editore, della raccolta Sciababàb, ospito qui la nota introduttiva al libro di Mattia Tarantino realizzata da Sotirios Pastakas Larissa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mattia Tarantino e Sotirios Pastakas Larissa </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="wp-image-119867 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-08-at-09.55.00-728x1024.png" alt="" width="515" height="863" /></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;otto aprile Mattia Tarantino ha ricevuto il premio speciale durante l’<em>Incoronazione dei Poeti </em>in Campidoglio, su segnalazione del poeta Valerio Magrelli. In occasione del premio e dell&#8217;uscita, per Samuele Editore, della raccolta <em>Sciababàb</em>, ospito qui la nota introduttiva al libro di Tarantino realizzata da <strong>Sotirios Pastakas Larissa</strong>.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Ho conosciuto Mattia ad aversa, quando aveva appena diciassette anni. L’anno prima aveva già pubblicato la sua prima raccolta di poesie: un esordio precoce che lasciava intuire una vocazione non comune. ma ciò che mi colpì subito non fu soltanto la scrittura. Fu la sua straordinaria capacità di riunire attorno a sé persone: musicisti, poeti, amici, curiosi. alla libreria Quarto Stato diedero alla mia lettura un tono festoso, quasi corale, che poi proseguì naturalmente nella bevuta e nel barbecue a conclusione della serata. in quell’occasione riconobbi immediatamente in Mattia un talento raro: quello di ammagliare le persone, di attrarle dentro un cerchio di energia e di entusiasmo. un vero incantatore di serpenti. Pochi mesi dopo ebbi anche il piacere di collaborare alla rivista Inverso, che Mattia aveva fondato insieme al compianto Gabriele Falloni. da allora sono passati dieci anni di amicizia sincera, e oggi mi sembra di vedere quella esperienza, quella generosità e quella tensione poetica cristallizzarsi in questo volume di poesie scelte. il libro appare come un dono: un’offerta generosa agli amici, ai compagni di viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">È come un braciere acceso attorno al quale ci si raduna per scaldarsi. siamo nel deserto – e nel deserto basta anche un piccolo punto di luce per orientarsi. i cammelli sono stati abbeverati, il campo è montato, e ora bivacchiamo dopo l’attraversamento del linguaggio: un viaggio in cui la parola nasce, si incrina, si ammala, ma continua ostinatamente a cercare una casa. Mattia, in fondo, ha fondato una tribù di poeti: una comunità di sognatori. i suoi testi sembrano muoversi in uno spazio sospeso tra visione, memoria familiare e una interrogazione quasi metafisica sul potere della lingua:</p>
<p style="text-align: justify;">chiedi in questa veglia la parola</p>
<p style="text-align: justify;">che ci salvi dall’inverno e faccia casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa raccolta è un libro da portare con sé, quasi fosse un amuleto sacro, un talismano per le prossime soste nel deserto. Come ci ammoniva l’amatissimo Joseph brodsky, la poesia non serve a consolare: serve a orientare il cammino. E, qualche volta, persino a farci ritrovare la strada.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Sotirios Pastakas Larissa, 11 marzo 2026</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-119923" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17.png" alt="" width="886" height="760" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17.png 886w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-300x257.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-768x659.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-490x420.png 490w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-150x129.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-696x597.png 696w" sizes="(max-width: 886px) 100vw, 886px" /></p>
<p style="text-align: center;">Foto di Dino Ignani</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Risorgere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/04/risorgere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 09:19:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Aka Niviâna]]></category>
		<category><![CDATA[collasso climatico]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[isole]]></category>
		<category><![CDATA[Kathy Jetñil-Kijiner]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[“Rise” è un video-poema, nasce da due autrici le cui isole sono compromesse dal collasso climatico: <strong>Kathy Jetñil-Kijiner</strong><strong></strong>, delle isole Marshall nel Pacifico, e <strong>Aka Niviâna</strong><strong></strong>, groenlandese di origine Kalaallit. Lo traduce e commenta <strong>Francesca Matteoni</strong><strong></strong>: “Le acque aumentano e reclamano la terra; in risposta le vite umane si levano per parlare attraverso i luoghi, non si rassegnano a subire le decisioni scellerate prese altrove.”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Da un’isola all’altra. Dialogo, poesia, terre nel collasso climatico</strong></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Giustizia sociale è giustizia climatica. Le due cose vanno insieme e non lo ripetiamo mai abbastanza: lo scempio dei corpi umani ovunque, la violazione del diritto internazionale, è lo scempio della terra e di tutti i corpi, la violazione di ogni storia condivisa. Con questa consapevolezza ho sempre seguito la questione artica, cercando di intercettare la prospettiva indigena, ovvero lo sguardo di chi è stato colonizzato più volte e su più piani: politico, culturale, intellettuale, sociale. Distruzione di soggettività, riduzione a nostalgia folkloristica dei popoli e delle loro mitografie, devastazione delle risorse terrestri hanno innescato un effetto domino che abbatte, in tempi rapidi, ogni illusione occidentale di sicurezza e intoccabilità. Avremmo dovuto comprendere che come immaginiamo il pianeta così lo rendiamo abitabile o del tutto impossibile per la nostra specie e moltissime altre. Ci stiamo ormai addentrando nella seconda opzione, eppure siamo ancora vive. Mentre Trump minaccia di invadere la Groenlandia e l’ONU riconosce la bancarotta idrica del mondo, ancora una volta cerco la voce di altre umanità, custodi di visioni dove il benessere dell’umano (di un certo umano) non dipende dal dominio esercitato sul resto dell’esistente, ma dal riconoscimento di reciprocità e interdipendenza fra specie e territori. Non si tratta mai di salvare l’altro: si tratta di andare verso l’altro come verso noi stesse. &nbsp;Fare la nostra parte nel processo di un’autentica autoconservazione. Forse dovremmo fare rotta collettivamente verso nord, forse possiamo proprio farlo e unirci alla resistenza dei Kalaallit. Salpare, ma per toccare terra stavolta, sapendo che ogni battaglia si tiene in questo sciagurato presente (stiamo purtroppo imparando così, la relazione).</p>
<p>Dunque qualche giorno fa, cercando online scritture contemporanee dall’Artico, mi sono imbattuta in <a href="https://350.org/rise-from-one-island-to-another/" target="_blank" rel="noopener">“Rise”</a>, video-poema pubblicato nel 2018 sul sito del movimento 350, che lavora per il progressivo abbandono dei combustibili fossili a favore di energie rinnovabili e accessibili alle comunità. Il nome deriva da un dato scientifico: 350 ppm, ovvero 350 parti di anidride carbonica per milione nell’atmosfera, la soglia di sicurezza già ampiamente superata quattro decenni fa.</p>
<p>L’opera è stata realizzata da un team tecnico e artistico intorno al testo scritto da due autrici le cui isole sono inevitabilmente compromesse dal collasso climatico: Kathy Jetñil-Kijiner, nata nelle isole Marshall nel Pacifico centrale, e Aka Niviâna, groenlandese di origine Kalaallit. Le due artiste si incontrano sulla cima di un ghiacciaio artico in via di scioglimento, si scambiano le “ossa” delle loro terre che sono conchiglie e pietre, mentre immagini di ghiacciai, volti umani, balene, spiagge, scorrono insieme alle parole. Diventano due sorelle drammaticamente divise e unite dall’oceano, che riattivano miti di antenate – davanti al disastro chiedono giustizia e testimoniano il destino del loro territorio, che sarà presto quello di tutti, a partire dalle città più prossime alle acque. D’istinto mi sono messa a tradurre la poesia e a cercare altre informazioni. Kathy Jetñil-Kijiner ha raccontato l’esperienza alla rivista <a href="https://grist.org/article/indigenous-poets-read-urgent-climate-message-on-a-melting-glacier/" target="_blank" rel="noopener"><em><u>Grist</u></em></a>: davanti al corpo fisico del ghiaccio che, sciogliendosi, sommergerà la sua isola non ha provato rabbia, ma la riverenza dovuta a un membro antico della comunità – vasto, espanso, bello. Questa dichiarazione mi ha fatto riflettere sulle valenze semantiche del verbo <em>rise</em>, che, in sintonia con la traduzione presente sul sito, ho scelto di restituire come “risorgere”, ma che significa primariamente “alzarsi, sollevarsi, aumentare”. Le acque aumentano e reclamano la terra; in risposta le vite umane si levano per parlare attraverso i luoghi, non si rassegnano a subire le decisioni scellerate prese altrove. Il nemico non è l’oceano – &nbsp;l’oceano, semmai, è la coscienza ancestrale del pianeta. Ed è una coscienza femminile, che ricorda tutto quanto è stato marginalizzato, schiacciato, messo al servizio di interessi ottusi. Per questo, e per sottolineare il rimando alla società marshallese, retta da un sistema di discendenza matrilineare, ho scelto di tradurre “ancestors” con “antenate”: mi sembrava più sensato e perfino più potente nella lingua italiana.</p>
<p>(Possano opere simili nascere e diffondersi, possano le nostre parole divenire un coro polifonico, possiamo noi alzarci, tutte, per dire basta all’orrore, per mettere le une accanto alle altre le pietre, le conchiglie, le zolle, i gusci e i frammenti di nido di quanto riusciremo a recare in dono, le une alle altre, per ricominciare).</p>
<p><iframe loading="lazy" title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/QtT-hJBZlUY?si=cq1LSlD2Vh9V0qu9" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p><strong>Risorgere</strong></p>
<p>di <strong>Kathy Jetñil-Kijiner</strong> e <strong>Aka Niviâna</strong></p>
<p>Sorella di ghiaccio e neve<br />
ti raggiungo<br />
dalla terra delle mie antenate,<br />
dagli atolli, vulcani sommersi<br />
discesa sottomarina<br />
di giganti addormentati</p>
<p>Sorella di sabbia e oceano,<br />
ti accolgo<br />
nella terra delle mie antenate<br />
nella terra dove sacrificarono le loro vite<br />
perché la mia fosse possibile<br />
nella terra<br />
delle sopravvissute.</p>
<p>Ti raggiungo<br />
dalla terra scelta dalle mie antenate.<br />
Aelon Kein Ad,<br />
le isole Marshall,<br />
un paese più mare che terra.<br />
Ti accolgo a Kalaallit Nunaat,<br />
Groenlandia,<br />
la più grande isola del pianeta.</p>
<p>Sorella di ghiaccio e neve,<br />
porto con me queste conchiglie<br />
che ho raccolto sulle rive<br />
dell’atollo di Bikini e della Cupola di Runit</p>
<p>Sorella di sabbia e oceano,<br />
tengo nelle mani queste pietre raccolte dalle rive di Nuuk,<br />
le fondamenta della terra che chiamo la mia casa.</p>
<p>Con queste conchiglie porto una storia antica<br />
due sorelle sospese nel tempo sull’isola di Ujae,<br />
una trasformata in pietra per magia<br />
l’altra che scelse quella vita<br />
per radicarsi a fianco di sua sorella.<br />
Ancora oggi si vedono le due sorelle<br />
sul margine della barriera corallina,<br />
una lezione di permanenza.</p>
<p>Con queste pietre porto<br />
una storia ripetuta infinite volte<br />
una storia di Sassuma Arnaa, Madre del Mare,<br />
che vive in una grotta sul fondo dell’oceano.</p>
<p>Questa storia riguarda<br />
la custode del mare.<br />
Lei vede l’avidità nei nostri cuori,<br />
l’oltraggio nei nostri occhi.<br />
Tutte le balene, tutte le correnti,<br />
tutti gli iceberg<br />
sono figli suoi.</p>
<p>Quando li oltraggiamo<br />
ci dà ciò che meritiamo,<br />
una lezione sul rispetto.</p>
<p>Ci meritiamo lo scioglimento dei ghiacci?<br />
Gli orsi polari affamati che raggiungono le nostre isole<br />
o gli iceberg colossali che frangono queste acque con rabbia<br />
ci meritiamo<br />
che la loro madre<br />
venga a prendersi le nostre case<br />
le nostre vite?</p>
<p>Da un’isola all’altra<br />
io chiedo soluzioni.<br />
Da un’isola all’altra<br />
ti chiedo di dirmi i tuoi problemi.</p>
<p>Lascia che ti mostri la marea<br />
che viene a prenderci molto più in fretta<br />
di quanto vorremmo ammettere.<br />
Lascia che ti mostri<br />
gli aeroporti sott’acqua<br />
le barriere coralline spianate dai bulldozer<br />
le spiagge esplose<br />
e i progetti per costruire nuovi atolli<br />
estraendo con forza la terra<br />
da un mare ancestrale che risorge,<br />
costringendoci a immaginare<br />
di trasformarci in pietra.</p>
<p>Sorella di sabbia e oceano,<br />
puoi sentire i nostri ghiacciai gemere<br />
sotto il peso del riscaldamento globale?<br />
Ti aspetto, qui,<br />
sulla terra delle mie antenate<br />
il cuore appesantito dalla sete<br />
di soluzioni<br />
mentre osservo questa terra<br />
cambiare<br />
e il Mondo restare in silenzio.</p>
<p>Sorella di ghiaccio e neve,<br />
ti raggiungo adesso nel lutto<br />
piangendo per i paesaggi<br />
da sempre costretti a cambiare</p>
<p>prima dalle guerre che ci hanno inflitto<br />
poi dalle scorie nucleari<br />
scaricate<br />
nelle nostre acque<br />
sul nostro ghiaccio<br />
e ora questo.</p>
<p>Sorella di sabbia e oceano,<br />
ti offro queste pietre, le fondamenta della mia casa.<br />
Durante il nostro viaggio<br />
possano le stesse fondamenta incrollabili<br />
unirci,<br />
renderci più forti,<br />
di questi mostri colonizzatori<br />
che ancora oggi divorano le nostre vite<br />
per il loro piacere.<br />
Proprio le solite bestie<br />
che ora decidono,<br />
chi dovrebbe vivere<br />
chi dovrebbe morire.</p>
<p>Sorella di ghiaccio e neve,<br />
ti offro questa conchiglia<br />
e la storia delle due sorelle<br />
quale testamento<br />
quale dichiarazione<br />
che nonostante tutto<br />
non ce ne andremo.<br />
Invece<br />
sceglieremo la pietra.<br />
Sceglieremo di radicarci su questa barriera corallina<br />
per sempre.</p>
<p>Da queste isole<br />
chiediamo soluzioni.<br />
Da queste isole</p>
<p>chiediamo<br />
pretendiamo che il mondo getti lo sguardo oltre<br />
i SUV, i climatizzatori, le sue comodità preconfezionate<br />
i suoi sogni imbrattati di petrolio, oltre l’illusione<br />
che il domani non accadrà mai, che questa<br />
sia soltanto una verità scomoda.<br />
Lascia che avvicini la mia casa alla tua.<br />
Guarderemo Miami, New York,<br />
Shangai, Amsterdam, Londra,<br />
Rio de Janeiro e Osaka<br />
che provano a respirare sott’acqua.<br />
Credete di avere decenni<br />
prima che le vostre case sprofondino nelle maree?<br />
Ci restano anni.<br />
Ci restano mesi<br />
prima che ci offriate di nuovo in sacrificio<br />
prima che osserviate gli schermi delle vostre tv e computer<br />
aspettando<br />
di vedere se respireremo ancora<br />
mentre non fate niente.</p>
<p>Sorella mia,<br />
da un’isola all’altra<br />
ti dono queste pietre<br />
per ricordarci<br />
che le nostre vite valgono più del loro potere<br />
che la vita in tutte le sue forme esige<br />
lo stesso rispetto che tutti nutriamo per il denaro<br />
che questi problemi riguardano ognuna di noi<br />
nessuna di noi ne è immune<br />
e che ognuna di noi deve decidere<br />
se<br />
risorgeremo.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>L’inferno che non si sente</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/29/linferno-che-non-si-sente/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 12:58:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[accoltellamento studente Trescore Balneario]]></category>
		<category><![CDATA[L’inferno che non si sente]]></category>
		<category><![CDATA[marco viscardi]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Viscardi </strong> <br />  L’accoltellamento avvenuto alla scuola media di Trescore Balneario, provincia di Bergamo, il 25 marzo 2025, è uno di quegli avvenimenti di cui non ci si vorrebbe occupare, perché troppo forte è il pericolo di venire invischiati, di farsi male o di colpire involontariamente la sensibilità altrui.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_119556" aria-describedby="caption-attachment-119556" style="width: 315px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" wp-image-119556" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/a5d0dd7bd4e2b35128d6e18577a9554be0144e41-2853x3000-1-scaled.jpg" alt="" width="315" height="332" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/a5d0dd7bd4e2b35128d6e18577a9554be0144e41-2853x3000-1-scaled.jpg 2435w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/a5d0dd7bd4e2b35128d6e18577a9554be0144e41-2853x3000-1-285x300.jpg 285w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/a5d0dd7bd4e2b35128d6e18577a9554be0144e41-2853x3000-1-974x1024.jpg 974w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/a5d0dd7bd4e2b35128d6e18577a9554be0144e41-2853x3000-1-768x808.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/a5d0dd7bd4e2b35128d6e18577a9554be0144e41-2853x3000-1-1461x1536.jpg 1461w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/a5d0dd7bd4e2b35128d6e18577a9554be0144e41-2853x3000-1-1948x2048.jpg 1948w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/a5d0dd7bd4e2b35128d6e18577a9554be0144e41-2853x3000-1-399x420.jpg 399w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/a5d0dd7bd4e2b35128d6e18577a9554be0144e41-2853x3000-1-150x158.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/a5d0dd7bd4e2b35128d6e18577a9554be0144e41-2853x3000-1-300x315.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/a5d0dd7bd4e2b35128d6e18577a9554be0144e41-2853x3000-1-696x732.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/a5d0dd7bd4e2b35128d6e18577a9554be0144e41-2853x3000-1-1068x1123.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/a5d0dd7bd4e2b35128d6e18577a9554be0144e41-2853x3000-1-1920x2019.jpg 1920w" sizes="(max-width: 315px) 100vw, 315px" /><figcaption id="caption-attachment-119556" class="wp-caption-text">Gerhard Richter. Vorhang III (hell) (Curtain III [Light]), 1965</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>di<strong> Marco Viscardi</strong></p>
<p>L’accoltellamento avvenuto alla scuola media di Trescore Balneario, provincia di Bergamo, il 25 marzo 2025, è uno di quegli avvenimenti di cui non ci si vorrebbe occupare, perché troppo forte è il pericolo di venire invischiati, di farsi male o di colpire involontariamente la sensibilità altrui.</p>
<p>Ho letto sia la lettera del tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa di francese, sia il messaggio di quest’ultima dall&#8217;ospedale (li trovate <a href="https://www.open.online/2026/03/26/prof-accoltellata-lettera-integrale-studente-13enne/">qui</a> e <a href="https://icgiovanni23mogliano.edu.it/lettera-della-prof-ssa-chiara-mocchi-accoltellata-nella-sua-scuola-di-trescore-balneario-bg/">qui)</a> .</p>
<p>In entrambi i casi ho provato la sensazione sgradevole che si ha di fronte a una falsità emotiva. Sono due testi perfettamente speculari: entrambi lunghi, entrambi sintatticamente complessi, entrambi formalmente impeccabili, entrambi scritti in un italiano standard venato di termini alti. Lo studente usa <em>gracile</em> riferito a un compagno (puro De Amicis), <em>audacia</em>, <em>sabotaggio</em>, <em>routine</em>; parla anche di <em>etica</em> e <em>morale</em> in dittologia sinonimica, ovvero come sinonimi intercambiabili.</p>
<p>La docente invece usa una lingua apparentemente più colloquiale — dice di aver dettato la lettera ai suoi legali con voce flebile — ma anche lei controlla il testo come se l&#8217;avesse scritto. Il suo è un messaggio intriso di pacatezza cristiana immediatamente dichiarata; quello dello studente potrebbe chiudere una puntata di <em>Adolescence</em>, la serie inglese di recente diffusione.</p>
<p>I testi troppo lisci, come le facce troppo lisce, mi inquietano sempre. La correttezza mi pare spesso un mezzo per reprimere il caos, per scongiurare l&#8217;emozione, per non mostrarsi impreparati di fronte all&#8217;inatteso. La diffusione di questi testi — di entrambi — mi pare persino pericolosa, non tanto perché si dia spazio a chi ha compiuto la violenza, con il rischio di emulazione, ma perché questi testi sono vuoti, deprivati di una verità emotiva profonda. Sono normalizzazione del mostro, dell&#8217;aggressività e della paura; esprimono la violenza di chi vuole domare il caos, soprattutto il caos interiore.</p>
<p>Lo studente scrive:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Visto che a quanto pare i “ragazzi” non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l&#8217;età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare, uccidere lei e chiunque cerchi di impedirmelo. Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere una routine noiosa nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere banale, di dover fare sempre le stesse cose. Le regole non sono qualcosa che dovrei seguire, sono qualcosa che dovrei infrangere, e non c&#8217;è niente di meglio per farlo della vendetta, punire chi mi ha fatto del male.</p>
</blockquote>
<p>Non fermiamoci al contenuto ma guardiamo la forma. Sentiamone la musica: è difficile non sospettare l&#8217;uso dell&#8217;intelligenza artificiale. Giacomo Verri, docente e scrittore che si interroga sul senso del proprio lavoro, ha inserito il testo in un rilevatore che ha riscontrato come il 70% sia stato processato dalla macchina. Verri si chiede se l&#8217;IA non abbia rivelato all&#8217;assassino la sua scelta di uccidere. Per inciso, il problema non è l’intelligenza artificiale, non lo è mai, anche io ho lavorato e riflettuto su questo testo con l&#8217;assistenza di Claude (Anthropic). Però mi chiedo se l’IA non abbia piuttosto legittimato la violenza addomesticandola, standardizzandola, portandola a un livello base della lingua per cui potesse essere detta senza orrore, come una serie di logiche conseguenze nella scala del rancore. Un rancore del quale lo studente sembra aver capito poco. Se qualcuno obietta che la lettera dello studente è intrisa di violenza, non gli do torto; gli vorrei però far notare come quella violenza sia stata normalizzata dal testo, spogliata della sua carica eversiva, spostata nelle tenebre esterne — per usare un&#8217;espressione di Jean Starobinski — e non nel nostro inferno interiore. Quello che, secondo Longfellow, tutti dovremo, o dovremmo, affrontare prima o poi.</p>
<p>E anche la vittima, che si è affrettata a lanciare un messaggio di incitamento e compassione nell&#8217;arco di pochissime ore, credo che non abbia capito niente. E non per sua incapacità, ma perché non credo si possa interiorizzare un atto così assurdo, violento, inaspettato e francamente terrorizzante in così poco tempo. È come se in entrambi avesse agito un pilota automatico del linguaggio, che è un automatismo della repressione.</p>
<p>L’anima di un ragazzo di tredici anni che progetta un omicidio deve essere un inferno. Nel testo quell&#8217;inferno non si sente. Come deve essere un inferno l&#8217;anima di chi è stata colpita — ma neppure nella lettera della professoressa si sente l&#8217;inferno. L’inferno è la verità, reprimere l’inferno è pericoloso, anche perché, come in questo caso, poi porta ad agirlo. A metterlo in pratica senza il laccio dell’emotività che frena la frustrazione, senza la mediazione di un linguaggio emozionato.</p>
<p>Questa vicenda provoca una devastante pietà umana unita allo spavento più feroce. Non è solo il timore che possa capitare a noi — di avere un figlio, uno studente, un collega coinvolto in un fatto di violenza — a spaventare. È la sensazione di stare a contatto con l’indicibile che sta dietro a questo atto, a questo agito, che le parole dei protagonisti stanno disperatamente tentando di coprire.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>per Jean-Marie Gleize (1946-2026)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/16/per-jean-marie-gleize-1946-2026/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 15:21:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Jean-Marie Gleize]]></category>
		<category><![CDATA[Massimiliano Cappello]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Massimiliano Cappello</strong><strong></strong><br />

Il binomio poesia&#038;politica (due parole ormai senza alcun senso, equivoche, mistificate, tramontate come sono) temo non abbia vita facile da nessuna parte, oggigiorno. Figuriamoci in Italia, dove sembra viga ancora l’abitudine di andare a caccia di intuizioni. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimiliano Cappello</strong></p>
<p>Lo scrittore, il direttore di rivista, il militante, il critico, il teorico… è proprio vero ciò che dice Andrea Inglese in un suo <a href="https://www.facebook.com/andrea.inglese.969/posts/pfbid02SXCgTUbznaJHS3caiA67JwG8qiATpKovKZG9NEx8x7Ee8FuWtb1GymnF4f6i2qCbl" target="_blank" rel="noopener">post</a> di qualche giorno fa: ciascuno ha il proprio Gleize, il proprio debito particolare, una riconoscenza tutta sua per questo autore giunto al proprio compimento il 12 marzo 2026, alla soglia degli ottant’anni. L’anno scorso, novantenne, era toccato a <a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/il-comunismo-non-si-costruisce-e-non-si-organizza" target="_blank" rel="noopener">Jacques Camatte</a>, filosofo e teorico dell’«antropomorfosi del capitale». C’è un filo invisibile che li lega. Passa per l’Italia, tra Giorgio Cesarano e Giorgio Agamben, e alimenta alcune esperienze che, in Francia come in Italia, da «Tiqqun» a «Qui e ora» – per parlare “solo” di riviste – si rifanno informalmente all’appellismo (dall’<a href="https://libcom.org/library/appel" target="_blank" rel="noopener"><em>Appel</em></a> che nel 2006 sancì di fatto l’inizio delle attività del Comité Invisible).</p>
<p>Gleize le ha definite forme di «opacità critica», riferendosi anche all’episodio repressivo che colpì alcune sue singolarità nel 2008, quando furono arrestate senza prove e accusate di terrorismo in seguito al sabotaggio di alcune linee TGV. Attorno a questa faccenda, avrebbe tratto uno dei suoi libri più significativi, <a href="https://ticedizioni.com/products/tarnac-un-atto-preparatorio-jean-marie-gleize?srsltid=AfmBOooVV0wyTmZMPhMhFAkSIQJqhK0V6c4WcAC_9CF_fCrKnUGGrtrc" target="_blank" rel="noopener"><em>Tarnac, un atto preparatorio</em></a><em>.</em> Bisogna appena aggiungere che «opacità critica» significa «poesia politica senza politica», ma anche «azione politica poetica senza poesia (o senza poeticismi, senza l’inconsistenza della poesia poetica». Insomma: un rifiuto dell’utopia, e piuttosto l’«allestimento qui-e-ora di zone autonome dove riprendersi amorosamente la <em>langue</em> e la <em>parole</em>, dove godere qui-e-ora di un’emancipazione reale, di una reale presenza del reale».</p>
<p>Il binomio poesia&amp;politica (due parole ormai senza alcun senso, equivoche, mistificate, tramontate come sono) temo non abbia vita facile da nessuna parte, oggigiorno. Figuriamoci in Italia, dove sembra viga ancora l’abitudine di andare a caccia di intuizioni. Forse anche per questo Gleize (e insieme a lui Quintane, Tarkos, Viton: ne nomino soltanto alcuni) è stato in questo primo quarto di Duemila qualcosa di simile a ciò che i surrealisti sono stati dopo la Seconda guerra mondiale novecentesca in un paese che non aveva avuto una poesia resistenziale (ne parla <a href="https://teseo.unitn.it/ticontre/article/view/1201/1202" target="_blank" rel="noopener">in un bel saggio</a> Fabrizio Miliucci). Un propulsore e un punto di contatto, per alcune delle sensibilità più inquiete, tra una certa agitazione materiale (non disposta a deleghe o astrazioni) e una pratica di significazione quotidiana anche attraverso la scrittura.</p>
<p>È questo, il vero fulcro della sua ricerca, non le pratiche compositive in quanto tali. Una ricerca condotta strenuamente contro ciò che sempre più ostinatamente tenta di spacciarsi come l’unico universo plausibile, dove la poesia è soltanto canto e la politica ricatto. «Non le chantage mais le chant des choses», recita un verso da <em>Poesia ininterrotta </em>di Paul Éluard – tra gli irrinunciabili, quando si parla di p&amp;p –, a cui Gleize ha restituito l’intenzione realista: Anche quando sembra abusare di quello stupefacente che è l’immagine meravigliosa, Éluard non mirerebbe mai allo spaesamento del reale, a un suo raddoppiamento delirante o anestetizzante: «intende», scrive Gleize, «condurre o ricondurre incessantemente al reale tramite l’immagine, incapace di “mentire”».</p>
<p>È questa «incapacità di mentire», questo rapporto organico con la realtà cercato proprio dove la passione è divenuta cosa, ciò che alimenta una corrente sotterranea che passa anche per Francis Ponge, al quale Gleize ha dedicato una monografia che credo occorra mettere a disposizione quanto prima, almeno qui in Italia, dove spesso viene reiterata l’immagine di un poeta «descrittivo» o «freddo», di uno scrittore privo di vibrazioni e di «sentimento», perfettamente leggibile e, perciò stesso, illeggibile, con le conseguenze a cascata per tutta la linea che dovrebbe (ma deve?) discendervi.</p>
<p>Il Ponge di Gleize è invece un magnifico arrotino del «coltello-Rimbaud, del coltello-Lautréamont, del coltello-Mallarmé», ostinatamente contro l’uso formale della lettura programmata secondo i riti dell’istituzione letteraria (non a caso disattivati dai suoi testi) ma anche contro il suo uso liberante e tecnicistico, da <em>calembour</em> o da parole-in-libertà. Una scrittura nuova, certo, di nuovi soggetti, con nuove retoriche; un’attitudine senza dubbio realista, e un <em>parti pris</em> materialista nei confronti di una lingua che percorre interamente chi parla, e che proprio perciò va a sua volta percorsa. Eppure non si tratta di “semplice” realismo oggettuale, perché tutto questo – e questo è il punto – mira ancora, per vie impervie e forse non battute, a un <em>uso</em>: al piacere e al sapere, alla fruizione e alla conoscenza. Passioni tutt’altro che tristi, o fredde.</p>
<p>Tutto questo accade se, coerentemente con la ricerca appassionata di ciò che la poesia può esprimere (ma fino a un certo punto), si sceglie di procedere <em>inseguendo altre modalità</em>. Così, chi avesse «praticato il <em>canto</em> fino alla fine» può finalmente «uscire dalla poesia», strapparla dal recinto della soggettività, puntare a una poesia «oggettiva» per scoprire nuove forme di contatto organico con la realtà. A questo si rifà l’idea (e la pratica) della «letteralità»: la consapevolezza che scrivere non è solo uno stare-di-fronte-al-mondo, bensì uno «stare-di-fronte-al-mondo-e-alla-lingua», all’essere letterale della letteratura. Che è anche il miglior modo per non liquidare troppo sbrigativamente ciò che sta al di là del foglio. O convincersi di poterlo dire per intero.</p>
<p>«Levare le tende da <em>lì</em> (dove <em>lì</em> sta per poesia)», e «farlo una volta per tutte» – essere, insomma, «postpoeti» – significa dunque andare alla ricerca di oggetti e spazi che «non hanno necessariamente un nome, o che semplicemente non ce l’hanno ancora». E tuttavia, contrapponendo la letteratura della letteralità a quella della poeticità, Gleize accennava più a un gesto da compiere che a un risultato da conseguire. Un gesto molto simile a quello che Cesarano affermava necessario nell’introduzione al suo <em>Manuale di sopravvivenza</em> (1974): rifiutare la metafora, che oscura alla specie umana il senso vivo della propria presenza nel mondo, che anticipa fittiziamente ciò non è ancora stato, che sostituisce una cosa con un’altra non per raggiungerla, ma per sfuggirvi.</p>
<p>Stare dentro il reale poeticamente e dentro la poesia realmente, perché la poesia (se ha senso continuare a dire tale questo sforzo di dare un senso alle cose) «è ovunque io stia, a condizione di starci effettivamente», di «starci in atto», di «scrivere». Ovvero: ovunque si oggettiva, e ovunque si oggettivi. È questo, forse, il più grande insegnamento di Gleize. Un esempio inimitabile? Forse. Non avrebbe senso, in ogni caso, farlo. L’agitazione non si può insegnare, né si è mai trattato <em>per davvero</em> di distruggere la soggettività scrivente, l’«io» tanto vituperato. Ancora Cesarano: l’io, metafora di sé, è l’oggetto «fittiziamente <em>absconditus</em> di ogni enunciato», e in quanto tale non eliminabile. Esperire anche linguisticamente l’«inesauribile enigma» dell’oggetto «senza di me» significa puntare verso un fuori che probabilmente è inaccessibile, ma che contribuisce a mantenere vive e palpitanti certe possibilità.</p>
<p>È il caso di certe pagine proemiali, dove Gleize ci mostra come ci si accorda quando la frequenza scelta metta in crisi ogni capacità (ogni volontà?) di dire. «Il Lemano mi scorre dentro come fosse luce»; «Tarnac mi scorre dentro come fosse se fosse polvere». A chi si lascia spegnere, non resta che il suo piagnucolare. Io, io, io.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
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<p>Questo scritto rielabora passi da:</p>
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<ul>
<li><em>Francis Ponge</em>, Larousse 1979;</li>
<li><em>Léman</em>, Seuil 1990.</li>
<li><em>Postfazione</em> a L. Parrot, <em>Paul Éluard</em>, Seghers 2002;</li>
<li><a href="https://shs.cairn.info/revue-vacarme-2005-1-page-107?lang=fr"><em>les lauriers sont coupés. Entretien avec Jean-Marie Gleize</em></a>, a cura di Millet, «Vacarme», 30, 2005;</li>
<li><a href="https://www.entrevues.org/gros-plan/il-faut-construire-des-cabanes-nioques-la-poesie-sexperimente/"><em>Il faut construire des cabanes. «Nioque»s, la poésie s’expérimente. Un entretien avec Jean-Marie Gleize</em></a><em>, </em>a cura di É. Vautrin, «La révue des révues», 46, 2011;</li>
<li><a href="https://books.openedition.org/septentrion/18029"><em>Opacité critique</em></a>, in <em>«Toi aussi, tu as des armes». Poésie&amp;politique»</em>, La Fabrique 2011;</li>
<li><em>Oggetti verbali mal identificati </em>(1996),<em> Su un terreno senza prospettiva</em> (1997), <em>Sponde del fiume</em> (1997), <em>[io]</em> (2006), ora in <em>Qualche uscita. Postpoesia e dintorni</em>, a cura di M. Zaffarano, Tic 2021.</li>
<li><em>Tarnac, un atto preparatorio </em>(2011), traduzione di M. Zaffarano, Tic 2021</li>
</ul>
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<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119280" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Portrait_de_Jean-Marie_Gleize.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Portrait_de_Jean-Marie_Gleize.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Portrait_de_Jean-Marie_Gleize-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Portrait_de_Jean-Marie_Gleize-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Portrait_de_Jean-Marie_Gleize-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Portrait_de_Jean-Marie_Gleize-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Portrait_de_Jean-Marie_Gleize-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Portrait_de_Jean-Marie_Gleize-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Portrait_de_Jean-Marie_Gleize-1068x712.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
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		<title>Considerazioni sul referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 13:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[carriere dei giudici]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 22.23 marzo. CSM]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio  Mascitelli</strong> <br /> Una breve riflessione sui rischi per l'indipendenza della magistratura provenienti dalla riforma del CSM]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-118934" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Consiglio_Superiore_della_Magistratura-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Consiglio_Superiore_della_Magistratura-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Consiglio_Superiore_della_Magistratura-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Consiglio_Superiore_della_Magistratura.jpg 441w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Come è noto, il 22-23 marzo prossimi saremo chiamati a un referendum confermativo della riforma del Consiglio superiore della magistratura, che si è reso necessario in quanto tale riforma di tipo costituzionale non avuto la maggioranza qualificata dei 2/3 in parlamento. L’oggetto del referendum e della legge è la separazione delle carriere della magistratura tra quella inquirente (ossia i pubblici ministeri che fanno le indagini ed eventualmente sostengono la pubblica accusa nel caso di un processo) e i giudici propriamente detti, che invece dirigono il processo ed emettono la sentenza. Attualmente promozioni, trasferimenti ed eventuali sanzioni sono gestite dal Consiglio superiore della Magistratura (CSM, presieduto dal presidente della Repubblica, che normalmente delega il ministro della giustizia e costituito da trenta membri, venti eletti dagli stessi magistrati detti ‘togati’ e dieci dal parlamento detti ‘laici’): nella legge oggetto del referendum o meglio nei provvedimenti che correggono 7 articoli della costituzione vengono previsti due CSM, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Ora se le correzioni si limitassero a questo, probabilmente voterei per l’approvazione perché a mio avviso in uno stato democratico, e quindi garantista nell’amministrazione della giustizia, è preferibile che le carriere siano separate, anche se vi sono esempi di magistratura ben funzionante con le carriere unite.</p>
<p>Il problema è che la riforma presentata dal governo non si limita a questo, ma prevede la sostituzione dell’elezione dei membri del CSM con il sorteggio. In particolare i membri togati verranno sorteggiati tra tutti i magistrati, compresi quelli meno esperti o quelli che per qualsiasi tipo di ragione non vogliono far parte del CSM, peraltro tutti saranno indeboliti nell’espletamento dei lori compiti dal fatto di non rappresentare la scelta dei colleghi, ma di essere un prodotto del caso, mentre quelli laici saranno sorteggiati tra una lista di giuristi scelta dal parlamento senza alcun tipo di indicazione numerica (in altre parole la lista sorteggiata dal parlamento potrà essere composta da undici nomi per dieci posti con quel grado di prevedibilità che ciascuno può immaginare). In pratica mentre per i magistrati ci sarà un sorteggio effettivo, per i membri dei CSM scelti dalla politica, ci sarà una nomina travestita da sorteggio. Ora chiunque abbia un minimo di esperienza politica sa che in un&#8217;assemblea composta da una maggioranza selezionata casualmente e una minoranza compatta con una prassi e obiettivi chiari, il controllo effettivo è nelle mani di quest&#8217;ultima. In altri termini questa riforma diventa un cavallo di Troia per sottoporre la magistratura al controllo politico, in particolare della maggioranza parlamentare e quindi in definitiva del governo, come ci conferma l’altra grossa novità ossia l’introduzione dell’Alta corte disciplinare a cui viene affidato il potere di comminare provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, che adesso è competenza del CSM. Questa corte sarà composta da 15 membri di cui 3 nominati dal presidente della repubblica, tre dal parlamento e nove sorteggiati tra i magistrati con almeno venti anni di anzianità di servizio. Anche in questo caso abbiamo nomine politiche per i laici contro sorteggi per i togati. Per queste ragioni penso sia importante votare NO, in quanto i rischi per lo stato di diritto di un controllo politico della magistratura sono superiori a quelli, invero limitati, di un solo CSM.</p>
<p>Preferisco non intervenire sul contesto politico generale, anche se naturalmente alcune osservazioni generali sarebbero da fare su come si collochi questa riforma nel quadro della politica del governo e di quella italiana nel suo complesso, mantenendomi sul nocciolo della cosa perché la campagna elettorale è stata un’occasione, forse inevitabilmente, di polemiche inutili e pretestuose. Spesso nelle campagne elettorali vengono tirate in ballo problematiche relative all’universo mondo e risalenti alla notte dei tempi, ma in un referendum è importante scegliere avendo chiaro qual è il merito della questione, che consiste esattamente in quanto ho descritto sopra.</p>
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