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	<title>allarmi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Quel che ho imparato quest’estate finora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:28:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Massimo Palma</b> <br />Sono tutti ricchi però. Come tutti i turisti che frequentano l’Italia che ho visto. Tutti i turisti sembrano benestanti mentre sorseggiano spritz ovunque – lo fanno mentre si affollano davanti a boutique e negozi. Ogni volta siamo tantissimi sugli stessi metri quadri di strada...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo Palma</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Viaggio abbastanza spesso. Da giugno da quando è cominciata l’estate mi è capitato di soggiornare a Genova, a Salerno, in un’isola tirrenica, a Siena. Ovunque ho incontrato gente che parlava ebraico – credo di poter dire che in ciascuno di questi casi fossero cittadini israeliani. Mi sono sorpreso a sentirmi imbarazzato – negli ascensori degli hotel, nei negozi. A chiedermi come si sentano. E a ripetermi ogni volta non so, la risposta è non lo so non lo puoi dire certo tu. Erano sereni, all’apparenza sereni, in vacanza quindi gioviali. Contenti. Ho visto una coppia bere vino a bordo piscina.</p>
<p>Come ci si sente a essere cittadini di uno Stato che sta compiendo un genocidio, che attua politiche di apartheid, che continua a occupare territori a danno di comunità esistenti? Non lo so. Se non sei tu a farlo, perché dovresti sentirti colpevole, responsabile? Esiste qualcosa come la “corresponsabilità civica”, la “responsabilità politica oggettiva”? Molto difficile fare discorsi sensati al riguardo, se non si intavolano discussioni caso per caso, lunghe. Tutto resta un’ipotesi, un sentimento.</p>
<p>Anche le tante ricerche sugli anni Trenta non aiutano. Sappiamo che già allora il turismo esisteva, si praticava nelle classi alte. E italiani e tedeschi, pure i soldati in licenza, andavano liberamente in giro a curiosare in altri Stati nel 1936, nel 1937, nel 1938 – fino al settembre 1939.</p>
<p>Come ci si sente? Non lo so. Spero facciano tutti parte di associazioni della società civile che si oppone. Una minoranza non rappresentata in Parlamento. Magari è così o magari no: se non vai in guerra che ne sai dell’annientamento.</p>
<p>Sono tutti ricchi però. Come tutti i turisti che frequentano l’Italia che ho visto. Tutti i turisti sembrano benestanti mentre sorseggiano spritz ovunque – lo fanno mentre si affollano davanti a boutique e negozi. Ogni volta siamo tantissimi sugli stessi metri quadri di strada mentre l’aria condizionata degli esercizi commerciali combatte col caldo asfissiante dell’esterno.</p>
<p>Parlo da solo spesso. Anche tu fai parte di uno Stato formalmente di diritto in cui vige uno scudo penale se due poliziotti soffocano a terra una persona che sta male che lo grida e alla fine questa persona resta a terra uccisa.</p>
<p>A Roma prendo l’autobus abbastanza spesso. A fine giugno l’ho preso e avevo accanto a me due ragazzi, due maturandi – parlavano di come affrontare la preparazione per l’esame orale. Di un video da vedere sulla seconda guerra mondiale, di cui non si capiva granché. Perché era troppo breve, e invece la faccenda era più complessa. A un certo punto i ragazzi si sono distratti perché hanno visto degli amici. Hanno gridato “ma guarda sti froci, ma guarda sti ebrei”, due, tre volte, ridendo. Ho chiesto loro se riuscivano a capire che linguaggio stavano usando. Uno si è girato dall’altra parte, forse intimidito forse ridendo – non lo so. L’altro mi ha detto: lo dicevo agli amici, loro non si offendono. E poi ha aggiunto che se mi ero sentito offeso si scusava. Forse ero frocio forse ero ebreo.</p>
<p>Mi capita di andare in campeggio. Quest’anno appena arrivato ho incontrato un gruppo di ragazzi di Roma, di una scuola del centro. Mentre uno si faceva la doccia urlava “non fare l’ebreo” all’altro. Rideva moltissimo, l’ha ripetuto una decina di volte mentre l’acqua scorreva.</p>
<p>Sento molto spesso caldo, a volte caldissimo. Vorrei andare più a nord, dove fa più fresco, vorrei non accendere l’aria condizionata, non sudare non fetere non sentirmi svenire.</p>
<p>Sogno di muovermi verso nord.</p>
<p>Sento però spesso parlare di migrazione come crimine. Se ti sposti da un paese dove per esempio fa molto caldo e non c’è libertà politica ma lo fai senza molti soldi da spendere è probabile che tu sia un criminale. Così dicono molti per strada e molti account.</p>
<p>Mi sembra di capire che oggi se uccidi una persona che ha un cognome che non sai ripetere subito non è proprio come avere ucciso una persona. Se per esempio capita di uccidere uno che ha un cognome che per brevità diremo islamico forse non è davvero una persona.</p>
<p>Però sento di colleghi che vanno in Arabia Saudita perché lì si tengono convegni, e a volte capita di incontrare durante questi eventi strani soggetti sostenitori di Trump, israeliani ricchissimi con doppia cittadinanza che stanno proprio là a fare lobbying o a dire cose mentre ne intendono altre che è meglio non dire. Sento di gente che conoscevo da piccola che ora è negli Emirati Arabi a vivere, vengono filmati quando stanno per strada ogni momento e pure loro hanno filmato qualche drone militare che cadeva.</p>
<p>Invece mentre durante i mondiali vedevo Inghilterra Argentina al pub quattro cinquantenni romani che parlavano forte e chissà perché chiamavano Stuart Pearce camerata dicevano di prenotare Dubai a questo prezzo perché era imbattibile.</p>
<p>Quando capita di avere a che fare con quei paesi molte cose diventano imbattibili. Per esempio gli sponsor. Le squadre di calcio europee per esempio si dividono le sponsorizzazioni tra Qatar Airways e Emirates. Non le batte nessuno. Quindi tutti i bambini i ragazzi i maschi adulti a volte pure qualche donna si comprano le magliette vere o false delle squadre e portano sul petto una scritta che dice quali paesi islamici ci piacciono davvero, anche se le condizioni di lavoro nell’edilizia lì meglio non dirle anche se sui diritti meglio non sapere.</p>
<p>Tra l’altro nessuno di questi paesi che sono dell’area ha detto nulla vedendo l’evidenza di un genocidio in corso. Neanche i calciatori che hanno questi sponsor molto ricchi che magari giocano in questi campionati dicono nulla. In tre anni nessuno che rincorre una palla e guadagna molti moltissimi soldi ha parlato. Forse hanno paura di dire cose che magari offendono qualcuno. O forse non parlano perché non sono state uccise davvero persone, decine di migliaia di persone, ma altre specie viventi che non contano tanto.</p>
<p>Non tutti gli arabi non sono persone: quelli che hanno soldi sono persone.</p>
<p>Mi capita di girare a piedi per Roma. Vedo molto spesso gente migrata che dorme per strada e non lo vorrebbe. Leggo di gente che viene sfrattata di continuo. Ci sono dei fondi finanziari legati ai costruttori a Roma che vogliono far sgomberare le occupazioni abitative: d’estate è più facile, d’estate basta una scusa un pretesto è meno facile avere solidarietà.</p>
<p>Al supermercato compro pomodori ciliegini avvolti in plastica e li pago 1,79 euro per 500 grammi. Li raccolgono gli immigrati nelle campagne. Di loro non si sa niente. A volte muoiono di caldo nei campi. A volte vengono bruciati vivi in un furgone come ad Amendolara il primo giugno, perché hanno chiesto un salario. Però io i pomodori li pago poco. Sul perché vige un precetto di stare zitti che in pratica rispettano tutti e pure io.</p>
<p>In queste ore si parla di invasione dell’Europa perché dei marocchini che ormai è tornato a essere un insulto hanno sfondato le reti tra Marocco e Spagna in NordAfrica. Alcuni qualche decina di invasori muoiono in mare mentre invadono – degli invasi non muore nessuno.</p>
<p>Qualche giorno fa Netanyahu è passato sopra i cieli italiani. Da quando è stato riconosciuto criminale dalla corte penale internazionale che ha spiccato un mandato d’arresto il governo del mio paese gli permette sempre il transito. Lo fa ogni volta. Chi commette crimini contro l’umanità deve potersi muovere come si muovono i soldi. Tutti i soldi nascono liberi e uguali e devono potersi muovere liberamente.</p>
<p>Questo è ciò che ho imparato quest’estate finora</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>Immagine: Andrea Inglese, <em>Morvan</em>, estate 2023.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Di disgrazie puoi averne tante per esempio una figlia artista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Meri Bracalente]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Rebis]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Meri Bracalente</strong><br />
Leggere o dire non è lo stesso, ma siccome la questione mi riguarda, in me prevale nel dire un’emozione tale che non riesco ad arginarla, che mi sovrasta come un’onda, come l’onta, il dispiacere di fare un mestiere che è largamente percepito come di nessun valore.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Meri Bracalente</strong></p>
<p>(<em>Leggevo questo mio scritto come introduzione a una giornata dal titolo particolare, programmata nella rassegna </em>SINOPIE_ l’arte dell’attore e le immagini sottese<em>, organizzata dal Teatro Rebis, la compagnia che il regista Andrea Fazzini fondava a Macerata nel 2003 e di cui, solo qualche anno più tardi sarei divenuta parte, fino a esserne all’oggi l’altra parte (Rebis è letteralmente cosa doppia; in alchimia </em>matrimonio chimico, unione degli opposti, l’essere androgino<em>). Tre anni fa, nell’occasione che riferisco, abbiamo festeggiato il ventennale della compagnia con attività rivolte agli studenti d’arte e alla comunità. Occasione di riflessione sulla mole di soddisfazioni e delusioni e altre ostinate illusioni attraversata insieme, e condivisa anche sempre con una moltitudine di compagni e compagne che più o meno lungamente e intensamente hanno partecipato del Teatro Rebis, e con colleghi, sodali, persone amiche, e con quanti tanti altri ancora, che a pensarci non pare vero. Vivere di teatro si può solo a partire da un certo furore interiore e accettando pienamente le amare conseguenze del condurre vita del tutto irregolare. Non è però mai consentito dire di essere <strong>stanchi morti</strong>, perché si tratta in verità più propriamente di essere <strong>stanchi </strong><strong>vivi</strong>, sempre, sempre più vivi. Forse tale vitalità precipuamente deriva dalla prossimità dell’arte del teatro alla morte, e con questo non dico niente di nuovo. Così alla giornata in questione è toccato un titolo particolare: </em>Come muoiono gli attori<em> (dal sottotitolo del mirabile video-saggio di Renzo Trotta </em>Il Sogno di un Destino<em>, contestualmente programmato). L’incontro ha visto inoltre i preziosi contributi di diverse splendide artiste della scena marchigiana e l’esposizione di una relazione prodotta sulla base degli allarmanti dati INPS riguardanti quelle categorie, tra i lavoratori dello spettacolo, che svolgono le diverse attività performative e opera d’ingegno, considerate su scala regionale e nazionale. Così nasceva questo scritto strambo e accorato, che ho in seguito altre volte letto pubblicamente e che alla fine ha acquisito a sua volta un particolare titolo: </em>Di disgrazie puoi averne tante per esempio una figlia artista.<em> Un po’ perché mi è capitato che i genitori di un musicista ascoltandolo si siano commossi; un po’ perché penso a mamma e babbo che hanno saputo a modo loro comprendere; e poi come piccolo omaggio a uno di noi molto più in alto di noi, uno che veramente </em>aveva le carte in regola per essere un artista.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Leggere o dire non è lo stesso, ma siccome la questione mi riguarda, in me prevale nel dire un’emozione tale che non riesco ad arginarla, che mi sovrasta come un’onda, come l’onta, il dispiacere di fare un mestiere che è largamente percepito come di nessun valore.</p>
<p>Nel senso che di teatro ormai tranquillamente si muore. Perché, diciamocelo pure, non serve mica più l’attore: a recitare sono buoni tutti, lo può fare chiunque, chiunque si piaccia abbastanza.</p>
<p>Leggo. Così mi pare di conservare il contegno, il pudore. Che poi all’oggi figuriamoci come stanno messe le lavoratrici e i lavoratori tutti, allora che ti metti a dire proprio tu che non fai un cazzo e che pure ti diverti?</p>
<p>Mi diverto, sì. Recitare è una grande gioia, è la mia gioia. E per me è la gioia dello scomparire: io io io io io io… finito. Per un poco s’intende. Mi prendo e mi metto da parte (quando mi riesce, che non è garantito). Io, dicevamo, possibilmente mi scanso proprio: lascio il posto a quello che deve accadere, alla figura che forse affiorerà sulla scena. E se la figura affiora, allora abbiamo il fiore. Il frutto sarà per ciascuno diverso.</p>
<p>Ma questa è l’arte, non può essere garantita. L’arte è più come una ferita, che sarebbe meglio non avercela e che invece c’è, è proprio sempre lì, è in dotazione al genere umano.</p>
<p>Allora succede che in tutte le epoche e in tutte le culture qualcuno se la prende in carico questa ferita. Non è una cosa per tutti, no, non è un mestiere, è una condizione esistenziale, una sensibilità atroce. E chi è che la vorrebbe veramente in dote? Diciamoci la verità, sta di gran lunga meglio tutto il resto della società, civile s’intende.</p>
<p>Questo io conosco e sento,</p>
<p>che degli eterni giri,</p>
<p>che dell&#8217;esser mio frale,</p>
<p>qualche bene o contento</p>
<p>avrà fors&#8217;altri; a me la vita è male.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo sentiva il poeta, e quanto male ci fanno queste parole. E quanto bene ci fanno queste parole.</p>
<p>Ma questa dell’arte è una questione delicata, intima, una questione che riguarda in cuor suo e in misura diversa chiunque si adoperi all’arte. È un’immensa responsabilità, ma non può essere garantita, in quanto materia ineffabile.</p>
<p>Può capitare che si manifesti in esseri umani che vivono in zone o villaggi avulsi dalla vita intellettuale (proprio come nel caso del nostro Leopardi), o a uomini e donne reiette che resteranno misconosciute in vita e forse oltre; oppure anche, eventualmente, a chi ha fatto studi prestigiosi, o apprendistati, come nel caso delle famiglie d’arte. Insomma, questo è un dato imponderabile. Ci si può rimettere solo a una evidenza: l’arte si manifesta con rarefazione. Si potrebbe convenire che di poeti ne nascono tre o quattro in un secolo, con le celebri parole di Moravia su Pasolini.</p>
<p>Tutti gli altri coloro i quali si dedicano all’esercizio delle arti sono anch’essi detti ‘artisti’ in quanto esercitanti un’arte, e sono tanti, e però in ciascuno l’intensità di tale ineffabile qualità si darà solo in rapporto alla vetta, alla sommità, stabilita dall’opera di quegli altri pochi (tre-quattro per secolo) di cui sopra (tipo Dante, Bach, Shakespeare, et similia).</p>
<p>Cioè, è tanto raro essere artisti, quanto sacrosanto esercitare le arti.</p>
<p>Ora, le arti applicate le vediamo e le tocchiamo, sono tangibili:</p>
<p>“Oh! Che fine consolle in legno laccato oro Luigi XV &#8211; Adoro!”</p>
<p>Gli attori e le attrici invece sono transeunti, passano.</p>
<p>Stanno al teatro come il vento al fuoco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E questa era premessa.</p>
<p>Premessa necessaria solo a prenderla e a metterla da parte, l’arte. Oggi mettiamola per un poco in sospeso. Ciò che è bello &#8211; non è bello, vero &#8211; falso, vivo &#8211; morto, classico &#8211; contemporaneo: via! Sospeso!</p>
<p>Lasciato alla coscienza e al senso critico di ciascuno.</p>
<p>Ah, che sollievo!</p>
<p>Interessiamoci qui ora finalmente solo di ciò su cui possiamo intenderci, di cose più semplici: del mestiere, della professione.</p>
<p>Certo, tutti speriamo questa possa coincidere con l’arte di cui prima, ma non è detto. Potrebbe trattarsi d’altra cosa affine, volta diciamo prevalentemente alla spettacolarità, all’intrattenimento, al facile divertimento, perché no? Almeno pretendere però che sia fatta bene, come si dice, appunto, ad arte. Poca cosa certamente non è.</p>
<p>Ecco, questo sì che può e dovrebbe essere garantito! Il mestiere.</p>
<p>Le arti si esercitano perché un desiderio ci nasce dentro. Ora, se questa passione fa bene a noi e agli altri è giusto che faccia parte della nostra vita, è un diritto inalienabile fruire ed esperire le arti. Sviluppare facoltà creative è questione vitale. Ma quanto spazio, energia, dedizione, studio e sacrificio vi dedichiamo?</p>
<p>Se queste condizioni sono parziali, e dunque nella vita ci sostentiamo con prevalenza grazie ad altra attività, non ne avremo fatto il nostro mestiere.</p>
<p>Ma se invece la nostra esistenza è in massima parte o in assoluto dedicate ad esempio al teatro, questo deve essere necessariamente riconosciuto come un mestiere. Il sistema del lavoro in tale ambito non potrà allora fondarsi unicamente sulla somma delle giornate di recita per le quali si versano i contributi a fronte di una retribuzione misera, misera, misera. A meno che tu non sia qualcheduno molto famoso, in tal caso tale retribuzione può stravolgersi e divenire esagerata, sproporzionata e persino oscena.</p>
<p>Ma tra chi guadagna troppo perché vende soprattutto la sua immagine patinata e chi guadagna a scrocco perché è un attore amatoriale (ma, poniamo, si guarda bene dal dichiararlo con franchezza, esercitando, scientemente o meno, una sleale forma di concorrenza) in mezzo c’è una larga fascia di professionisti che se di questo mestiere non proprio ne muore, diciamo, almeno, a stento ne vive.</p>
<p>Trattasi di lavoro atipico, e come tale dovrebbe essere inquadrato, così almeno vale per gli altri paesi d’Europa di cui pure siamo pari membri.</p>
<p>Dico, io lavoro di giorno di notte d’estate d’inverno feriale festivo carico scarico monto smonto viaggio recito compilo bandi ancora bandi selezioni bandi relazioni bandi rendicontazioni riflessioni relazioni riunioni studio invento comunico recito | insegno penso scrivo leggo butto via tutto ricomincio mando a memoria mi alleno sennò m’incricco insegno m’ingegno organizzo cucino per tutti e siamo tanti registro riascolto registro reagisco insisto mi confronto mi confondo “ma come ancora il volantinaggio faccio?” | riscossioni credito continue e comunque recito recito recito paura paura paura piango rido carico scarico carico scarico controllo il materiale lo aggiusto lo custodisco lo sostituisco lo costruisco perfino &#8211; trucco parrucco costumi &#8211; provo riprovo riscrivo memoria memoria memoria allestisco tutto sempre nuovo non so quello che trovo sole cocente smonto ripasso caldo infernale riprovo nuove idee nuove non sono suono la voce ecco mi manca | cerco soluzioni trovo azzardi fallimenti riconoscimenti studio mi aggiorno insegno mi scaldo sennò mi rompo nella sala sola senza riscaldamento e che sono un cane? ma non mi posso lamentare allora mi scordo poi mi accordo con gli organizzatori prenoto pernotto per tutti mi preparo viaggio per ore viaggio vitto alloggio quasi mai | freddo treno febbre recito riviaggio non mangio non dormo sono sempre stanca sfranta affranta, tutto so tutto dimentico, soprattutto di mandare per tempo il comunicato stampa.</p>
<p>Ma come è possibile che io, che lavoro pure mentre dormo, che una vita fuori dal lavoro praticamente non ci scappa proprio, per lo Stato risulti INOCCUPATA?</p>
<p>Facciamo un lavoro che come per gli atleti sarebbe da considerare usurante, e siccome saremmo tipo degli “atleti del cuore” ne risulta anche una usura emotiva. Crolliamo facilmente, ci cedono i nervi, ci consumiamo le membra, l’anima, la mente. Eppure periodicamente ci tocca andare a rinnovare l’iscrizione al Centro per l’Impiego, perché lo Stato Italiano, invece di riconoscere la connaturata intermittenza al mestiere dell’attore (così come per altri paesi dell’UE), ti costringe a un continuo massacrante superlavoro e, al contempo, a dichiararti disoccupato, pure se un altro lavoro non lo vorresti, né lo potresti accettare. Lo Stato ti invita a dichiarare il falso. E poi ti obbliga a fare un corso di orientamento… “ma come io veramente mi sarei orientata, diciamo proficuamente, già da una ventina d’anni”.</p>
<p>Ma che fai la schizzinosa? La vuoi la disoccupazione a requisiti ridotti? Allora rispondi alla domanda:</p>
<p>&#8211; che posizione avevi nell’ultima occupazione?</p>
<p>&#8211; la so!</p>
<p>INVECE NO</p>
<p>E ora prendi atto, oh non più giovane attrice, che tu non ci sei. Cioè… manco ci sto? No. Non pervenuta neanche una categoria generale assimilabile su ben 14 opzioni. Così il gentile referente della pratica mi suggerisce di barrare la casella ‘Impiegato’.</p>
<p>Alla fine io risulto essere un&#8217; impiegata (inimpiegata), certa solo di non essersi spiegata.</p>
<p>Conclusioni</p>
<p>Questo deve essere proprio un lavoro per supermen e wonder women: per chi non si ammala, non si infortuna, e per chi intende a tutti i costi contribuire alla decrescita della natalità;</p>
<p>Per chi non si fiacca, mai si affligge, no anzi, per chi si entusiama e fa volare i sogni sempre in alto!!!</p>
<p>Insomma un mestiere ingrato perché da vecchio, se non prima, finirai internato.</p>
<p>Ma no, dai, è un mestiere come un altro: è per gli ambiziosi, per gli adulatori del potere, per chi si vende al miglior offerente, niente di strano, no, niente di niente, un mestiere innocente.</p>
<p>O forse mi sbaglio e questo è solo un mestiere. . . un mestiere per ricchi.</p>
<p>Sconclusioni</p>
<p>Se dopo tanti anni di esercizio della professione ancora di questo mestiere non ci si campa, allora non si scampa: vorrà dire che Conservatori, Accademie di Belle Arti, Coreutiche, d’Arte Drammatica, e altri istituti e corsi di alta formazione artistica, sono una truffa.</p>
<p>Forse allora è giusto chiedersi se questo è un lavoro, se questo è mestiere, se questo è.</p>
<p>Ma per tornare alla questione iniziale, quella che abbiamo messo da parte, no dico, l’arte&#8230;</p>
<p>Mi verrebbe da aggiungere un’ultima cosa: ma non è che forse il più alto sentire, quel pieno sviluppo della persona umana di cui parla la Costituzione Italiana, si realizza così?</p>
<p>No, dico, non sarà mica che il lavoro, compreso il mio, anche il più strano, è una specie di: Poema Umano?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oddio che vado dicendo, devo avere la febbre …</p>
<p>Ora saluto, vado di fretta, sennò faccio tardi.</p>
<p>Ho appuntamento all’ufficio di collocamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il turismo triste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[albania]]></category>
		<category><![CDATA[Redi Salìasi]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Redi Salìasi</strong> <br />Un paio di mesi fa mi è stato chiesto di fare da guida a un gruppo di venti studenti norvegesi, accompagnati dal loro docente, in giro per la città di Tirana. Ho detto subito di sì]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Redi Salìasi</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-121613" width="551" height="368" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-2048x1365.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1920x1280.jpg 1920w" sizes="(max-width: 551px) 100vw, 551px" /></figure></div>



<p>Un paio di mesi fa mi è stato chiesto di fare da guida a un gruppo di venti studenti norvegesi, accompagnati dal loro docente, in giro per la città di Tirana. Ho detto subito di sì perché attività del genere le ho sempre svolte: un po’ per il mio mestiere di interprete – in questo caso, è lavoro retribuito – ma soprattutto per passione, per promuovere (gratuitamente) il mio paese a chi decide di trascorrervi le vacanze o un certo periodo della propria vita. Il giorno prima della visita, con senso di responsabilità e rigore, ho letto, (ri)studiato e preparato un bel piano di visita della capitale. Dal momento che avrei parlato a ragazze e ragazzi di circa vent&#8217;anni, perché non avessero voglia di fuggire da me dopo i primi cinque minuti, ho cercato di immaginare quali storie e luoghi fossero più appetibili per loro. La mattina dell’incarico sono andato all&#8217;hotel dove gli studenti alloggiavano, e ho chiacchierato con il docente che li accompagnava. Mi ha spiegato che i ragazzi e le ragazze, secondo il sistema scolastico norvegese, stavano frequentando un programma biennale che li avrebbe alla fine aiutati nella scelta del corso universitario da intraprendere. A un certo punto, senza che mi rendessi ben conto che il suo discorso stava passando a un altro argomento, ha cominciato a raccontarmi che alcuni ricchi cittadini norvegesi lasciano la Norvegia per trasferirsi in Svizzera con la precisa intenzione di eludere il sistema fiscale. «Questo è ingiusto nei confronti della nostra società», mi spiegava, «perché si sono arricchiti grazie alle risorse collettive e ora abbandonano il paese per non contribuire più al suo benessere, al suo equilibrio».</p>



<p>Sempre desiderando cha la mia visita fosse interessante, ho domandato all’insegnante come avrebbe preferito che la organizzassi, su quali aspetti dovessi concentrarmi di più, se i suoi studenti fossero più incuriositi dalla storia antica o da quella contemporanea della città. Con mia evidente sorpresa mi ha risposto che il desiderio di tutto il corpo docente – ovvero, dei colleghi e delle colleghe rimasti a casa in Norvegia &#8211; era che io parlassi alle ragazze e ai ragazzi della qualità della vita nell&#8217;Albania di oggi: in poche parole, volevano sentirmi parlare della corruzione albanese che sta dietro (o sotto, dipende dalla prospettiva) i palazzi altissimi che vedevano in giro per la città, del riciclaggio di denaro, dei motivi per cui, si prevede, il 43% delle persone tra i 15 e i 25 anni lasceranno il paese entro il 2050.</p>



<p>In quel momento mi è stato chiarissimo: lo scopo della loro visita non era vedere l&#8217;Albania per impararne un po’ di storia e conoscerne le bellezze naturali, il cibo, l’ospitalità. L&#8217;obiettivo degli insegnanti era quello di formare cittadini consapevoli attraverso un esempio negativo. Come se dicessero: vedete come potremmo diventare? Volete davvero che la nostra nazione si riduca così, a una valle di cemento? Mi sono sentito male davanti a questa richiesta, non perché non rappresenti una fetta della realtà albanese, ma perché si tratta della faccia più brutta del mio paese, e loro erano attratti solo da questa. Eravamo per loro una sorta di cavia, un esperimento politico da osservare per prenderne snobisticamente le distanze. L&#8217;Albania era il miglior paradigma – o il peggiore, anche qui dipende dai punti di vista – per mostrare dove finisce una società miope nella quale ogni individuo pensa ad arricchirsi il più possibile, a qualsiasi costo etico, sulle spalle dei propri concittadini; per sapere come si muove e che fine fa un paese nel cui immaginario collettivo i sostantivi politica e oligarchia, politica e criminalità sono diventati coppie di sinonimi.</p>



<p>Mentre pranzavamo, i ragazzi e le ragazze mi hanno domandato se volessi continuare a vivere in Albania. Ho risposto che l&#8217;Albania è una terra magnifica, con una geografia straordinaria che va dai mari ai fiumi e ai laghi, dalle colline alle Alpi; ma che, allo stesso tempo, è mortificata dalla corruzione, dal nepotismo e dalle disuguaglianze. Ho detto loro che, se ne avessi la possibilità, emigrerei in una nazione che possiede una sorta di pace sociale, dove l&#8217;arricchimento personale non è l&#8217;obiettivo di una minoranza a discapito dei più; dove esiste un senso collettivo di sicurezza, e non il timore di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un luogo dove ti svegli un giorno e non trovi l’ennesima squallida torre di venti piani eretta come per magia; dove nessun milionario perde la testa per un’isola protetta e decide di comprarla per costruirvi un resort di lusso per sé e i propri amici.</p>



<p>Questo, purtroppo, è il volto dell&#8217;Albania di oggi. È la realtà difficile nella quale noi albanesi dobbiamo sopravvivere ogni giorno. Avrei voluto dimenticare per un istante le storture che incontro ogni giorno, e per le quali sono ormai insofferente. Mi ero immaginato una giornata diversa: seppur per poche ore, avrei passeggiato per Tirana con gli occhi nuovi (e forse più clementi) di uno straniero giunto dal Nord Europa. Non ci sono riuscito. Ho capito che tra i tanti generi di turismo che in Albania esistono, ce n’è uno molto particolare: il turismo triste di chi vuole assistere alla distruzione del paese. Un turismo colto della presa di coscienza, un turismo-monito: <strong>«guardate l&#8217;Albania, per non finire come l&#8217;Albania.»</strong></p>
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		<title>Lea Melandri. La femminista contro la guerra, prima della guerra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/06/05/lea-melandri-la-femminista-contro-la-guerra-prima-della-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Lea Melandri]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Cavalera]]></category>
		<category><![CDATA[vitalizio Bacchelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Nadia Cavalera</b> <br />
Mentre una parte del femminismo si concentra soprattutto sulla conquista di diritti, sulla rappresentanza politica o sulla critica delle istituzioni, Melandri continua ostinatamente a interrogare il sottosuolo dell'esperienza. ]]></description>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/melandri-853x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-120998" width="427" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/melandri-853x1024.jpeg 853w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/melandri-250x300.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/melandri-768x922.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/melandri-350x420.jpeg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/melandri-150x180.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/melandri-300x360.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/melandri-696x835.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/melandri-1068x1282.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/melandri.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 427px) 100vw, 427px" /></figure></div>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Nadia Cavalera</strong></p>



<p>C’è chi dedica la sua vita a interpretare il presente. Chi costruisce sistemi filosofici, teorie politiche, scuole di pensiero. Lea Melandri ha scelto una strada diversa. Ha cercato di riportare alla luce ciò che la storia, la politica, la filosofia e perfino il femminismo hanno spesso lasciato nell&#8217;ombra: la preistoria emotiva dell&#8217;essere umano.</p>



<p>È questa, a mio giudizio, la sua singolarità.</p>



<p>Per comprendere la sua opera non basta parlare di femminismo, pedagogia, scrittura autobiografica o critica culturale. Tutto questo c&#8217;è, naturalmente. Ma è il risultato di una ricerca più profonda. Melandri ha dedicato oltre mezzo secolo a esplorare quel territorio in cui si formano le relazioni originarie, il rapporto con il corpo, l&#8217;amore, la dipendenza, la paura, il desiderio di possesso, la sessualità, la violenza. In altre parole: ciò che precede le ideologie, le istituzioni e perfino la politica.</p>



<p>Nata nel 1941 a Fusignano, nella campagna romagnola, figlia di mezzadri, cresce in una realtà povera, dove più generazioni condividono spazi ristretti e fatiche quotidiane. Da quella origine contadina non si allontanerà mai davvero. Anche quando studierà, insegnerà, scriverà libri e diventerà una delle voci più autorevoli del femminismo italiano, continuerà a portare dentro di sé la memoria di quel mondo. Non come nostalgia, ma come esperienza fondativa.</p>



<p>La ragazza che percorre chilometri in bicicletta per raggiungere il liceo classico di Lugo, che vince il concorso per la Normale di Pisa e poi sceglie di abbandonarla, che fugge da un matrimonio non desiderato e si trasferisce a Milano nel pieno delle trasformazioni degli anni Sessanta, porta già in sé una frattura destinata a diventare il centro della sua riflessione: la separazione tra vita e sapere, tra corpo e cultura, tra esperienza e linguaggio.</p>



<p>Molti intellettuali hanno vissuto l&#8217;accesso alla cultura come una liberazione. Melandri lo vive anche come una perdita. La scuola e l&#8217;università le offrono strumenti preziosi, ma lasciano fuori una parte essenziale dell&#8217;esistenza. È lei stessa a raccontare come, terminati gli studi, avesse la sensazione che gran parte della sua vita fosse rimasta «fuori tema». Il corpo, l&#8217;amore, la sessualità, i rapporti familiari, le emozioni, le paure, i desideri: tutto ciò che costituisce la sostanza concreta dell&#8217;esperienza umana sembrava escluso dai saperi riconosciuti.</p>



<p>L&#8217;incontro con il movimento non autoritario nella scuola, con Elvio Fachinelli, con l&#8217;esperienza de «L&#8217;erba voglio» e successivamente con il femminismo rappresenta per lei una vera rivoluzione copernicana. Quello che era stato considerato marginale diventa improvvisamente centrale. Il «fuori tema» diventa il tema.</p>



<p>Da allora la sua ricerca seguirà una direzione originale e in larga misura solitaria.</p>



<p>Mentre una parte del femminismo si concentra soprattutto sulla conquista di diritti, sulla rappresentanza politica o sulla critica delle istituzioni, Melandri continua ostinatamente a interrogare il sottosuolo dell&#8217;esperienza. Le interessa capire come nascano il dominio e la subordinazione, perché si riproducano anche quando vengono denunciati, quali desideri e quali paure li alimentino.</p>



<p>È qui che il suo pensiero assume una profondità rara.</p>



<p>Il patriarcato non viene interpretato soltanto come un sistema sociale o politico. È anche una costruzione simbolica e affettiva che affonda le sue radici nelle relazioni primarie. Per questo Melandri guarda con particolare attenzione al rapporto tra madre e figlio, alla dipendenza originaria dal corpo femminile, ai processi attraverso cui il maschio costruisce la propria identità prendendo distanza da quella dipendenza.</p>



<p>In questa prospettiva la dominazione maschile non appare come un semplice privilegio storico, ma come il risultato di una lunga elaborazione culturale e psicologica che attraversa i secoli.</p>



<p>La sua riflessione sull&#8217;amore nasce dallo stesso interrogativo.</p>



<p>A differenza di molte teorie che considerano l&#8217;amore una dimensione privata o sentimentale, Melandri lo assume come luogo decisivo di formazione dell&#8217;identità. Nei suoi libri più importanti mostra come amore e violenza, autonomia e dipendenza, desiderio e possesso siano intrecciati molto più profondamente di quanto siamo disposti ad ammettere. Il sogno amoroso, soprattutto nell&#8217;esperienza femminile, può trasformarsi facilmente in rinuncia a sé, subordinazione, cancellazione della propria individualità.</p>



<p>Per questa ragione la sua lettura di Sibilla Aleramo rappresenta molto più di un interesse letterario. Attraverso Aleramo, Melandri indaga una delle questioni che attraversano tutta la sua opera: come si costruisce il desiderio femminile e perché esso finisca spesso per identificare l&#8217;amore con la perdita di sé.</p>



<p>Ma c&#8217;è un altro aspetto che rende la sua figura particolarmente significativa nel panorama contemporaneo.</p>



<p>Lea Melandri appartiene a quella rara tradizione del femminismo che non separa la critica del patriarcato dalla critica della guerra.</p>



<p>Oggi può sembrare scontato associare femminismo e pacifismo. In realtà non lo è affatto. Negli ultimi anni abbiamo visto numerose intellettuali e filosofe dichiararsi femministe e contemporaneamente accettare il linguaggio della mobilitazione militare, delle armi, del nemico necessario, della vittoria bellica come soluzione dei conflitti. Non è questa la posizione di Lea Melandri.</p>



<p>La sua opposizione alla guerra non nasce da un generico sentimento umanitario né da un pacifismo astratto. Nasce dal cuore stesso della sua riflessione sul patriarcato.</p>



<p>La guerra rappresenta infatti, ai suoi occhi, il ritorno periodico di quell&#8217;ordine simbolico fondato sulla forza, sulla subordinazione e sull&#8217;esaltazione della virilità che il femminismo aveva cercato di mettere in discussione. Ogni guerra riporta sulla scena gli uomini chiamati al coraggio delle armi, le donne trasformate in madri, mogli, vittime da proteggere, la retorica dell&#8217;onore, del sacrificio e dell&#8217;appartenenza. In altre parole, la guerra rimette in moto i meccanismi più profondi della cultura patriarcale.</p>



<p>Per questo Melandri è contro la guerra prima della guerra.</p>



<p>Lo è quando riflette sulla famiglia. Lo è quando analizza la costruzione dell&#8217;identità maschile. Lo è quando indaga il rapporto tra amore e possesso. Lo è quando mette in discussione i miti della virilità.</p>



<p>Quando poi la guerra esplode realmente, la sua critica è già pronta, perché le sue radici erano state individuate molto tempo prima.</p>



<p>È probabilmente questa la sua eredità più preziosa.</p>



<p>Non aver costruito una nuova ortodossia femminista. Non aver fondato una scuola. Non aver elaborato una teoria chiusa. Ma aver indicato una direzione di ricerca ancora aperta: quella che conduce dalle guerre visibili alle guerre invisibili, dalle istituzioni ai corpi, dalla politica alla memoria, dalla storia alla sua preistoria.</p>



<p>Quando dirigevo il Premio Alessandro Tassoni e il relativo riconoscimento alla carriera, il nome di Lea Melandri figurava già tra quelli che ritenevo meritevoli della massima attenzione. Se il premio avesse proseguito il suo percorso, quel riconoscimento sarebbe giunto presto anche a lei. Non soltanto per il valore della sua opera, ma per la coerenza di una vita interamente dedicata alla ricerca, all&#8217;insegnamento, alla scrittura e all&#8217;impegno civile.</p>



<p>Oggi, mentre si sostiene la richiesta di un riconoscimento pubblico attraverso la Legge Bacchelli, il problema non riguarda soltanto la tutela di una singola persona. Riguarda il riconoscimento di una delle voci più originali e coraggiose della cultura italiana contemporanea. Una donna che ha passato la vita a cercare le guerre invisibili che precedono tutte le altre e che continua a ricordarci come la pace non si costruisca soltanto tra gli Stati, ma nelle relazioni più profonde tra gli esseri umani.</p>



<p class="has-large-font-size"><strong>⇨ <a rel="noreferrer noopener" href="https://bacchelliperlea.org/" target="_blank">Raccolta firme per il conferimento del vitalizio Bacchelli a Lea Melandri</a></strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Come difendere memoria e giustizia nell’Argentina di Milei</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/23/golpe-argentina-memoria-giustizia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 13:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura militare argentina]]></category>
		<category><![CDATA[julio santucho]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong> <br />
1976-2026. Intervista a Julio Santucho a 50 anni dal golpe.
"Abbiamo un governo negazionista che viola continuamente i diritti fondamentali. Ma la società ha perso capacità di reagire"]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2>1976-2026. Intervista a Julio Santucho a 50 anni dal golpe</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="825" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1024x825.jpg" alt="" class="wp-image-119138" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1024x825.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-300x242.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-768x619.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1536x1238.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-521x420.jpg 521w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-150x121.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-696x561.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1068x861.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1920x1548.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00.jpg 2047w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto di <a href="https://www.flickr.com/photos/jglsongs/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Jglsongs, da Flickr</a></figcaption></figure></div>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p>Il 24 marzo 2026 per l’Argentina è un giorno importante. Sono cinquant’anni dal colpo di Stato dei militari che avrebbe inaugurato una delle dittature più feroci della storia contemporanea (1976-1983). L’anniversario cade nel momento peggiore, ossia sotto il peggior governo possibile, nella repubblica presieduta da Javier Milei. La memoria collettiva sembra resistere nel giusto verso, se prestiamo fede a un recente <strong>sondaggio</strong> dell&#8217;Università di Buenos Aires e del Cels (Centro studi legali e sociali), dal quale emerge che il 71% degli argentini condanna la dittatura, mentre il 63% ritiene che non ci fossero giustificazioni per il golpe. </p>



<p>Ma non c&#8217;è associazione, istituzione, organismo per la difesa dei diritti civili che non sia sotto attacco. È in difficoltà anche l&#8217;attività forse più importante, la ricerca e restituzione dei <strong>nietos</strong>, i figli che i militari sottrassero alle madri sequestrate e desaparecide: come osserva il giornalista <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.eldestapeweb.com/politica/dictadura-argentina/milei-pierde-la-batalla-cultural-el-71-rechaza-a-la-dictadura-20263130525" target="_blank">Gabriel Sued su &#8220;El Destape&#8221;</a>, da quando Milei è entrato nella Casa Rosada &#8220;tutte le agenzie statali orientate alla ricerca (dei nietos, <em>ndr</em>) sono state indebolite&#8221;, l&#8217;accesso alla documentazione rilevante in possesso delle Forze Armate e di sicurezza è stato limitato&#8221;, e persino &#8220;le analisi genetiche (…) sono state ostacolate&#8221;. </p>



<p>Il resoconto di una situazione gravissima lo traccia un rapporto dal titolo esauriente: <a rel="noreferrer noopener" href="https://abuelas.org.ar/register/public/1765904017695-297749667.pdf" target="_blank"><em>Bajo asedio</em></a>, curato sempre dal Cels. È in effetti un <strong>assedio</strong>, quello subito dalle politiche di memoria, verità e giustizia in Argentina: decreti, risoluzioni amministrative, licenziamenti, addirittura la chiusura di un&#8217;intera Unità speciale di ricerca (Uei) che per 20 anni aveva lavorato con magistratura e procura.</p>



<h1>Un governo negazionista</h1>



<p><strong>Julio Santucho</strong>, fondatore e presidente onorario dell&#8217;Istituto multimediale DerHumALC (Diritti Umani in America Latina e nei Caraibi) ci spiega in questa intervista in quale clima politico e culturale l’Argentina commemora il golpe.&nbsp;Santucho non è solo un importante militante di verità e giustizia, ma &#8211; ex dirigente del Prt negli anni ‘70 &#8211; ha alle spalle una storia significativa di opposizione al regime di Videla e di violenze subite. La sua famiglia fu decimata dalla dittatura militare. Sua moglie Cristina è desaparecida. E, fino a tre anni fa, si erano perse le tracce di uno dei suoi figli, Daniel, del quale Cristina era incinta quando fu sequestrata dai militari. Poi Daniel, il <em>nieto 133</em>, è stato ritrovato e recuperato dalle Abuelas.</p>



<p>«La situazione è grave &#8211; esordisce Santucho -. Abbiamo un governo negazionista che viola continuamente i diritti fondamentali. Attacca i pensionati, reprime le persone con disabilità e non rispetta nemmeno le risoluzioni del Congresso, non destinando i fondi previsti dalla legge. Per quanto riguarda i diritti umani e la memoria storica, nel cinquantesimo anniversario della dittatura si assiste a una propaganda costante da parte del governo contro tutti i diritti acquisiti. Ha circolato perfino la voce – una fake news, ma comunque sintomatica del clima – secondo cui il 24 marzo potrebbero ottenere l&#8217;indulto tutti i militari condannati per i crimini della dittatura. Ma in termini di diritto sarebbe impossibile, perché si tratta di crimini contro l’umanità, e non rientrano nell&#8217;indulto. Altri reati sì, ma non quelli. Ma il semplice fatto di far circolare una notizia del genere equivale a dire: &#8220;Qui non è successo niente&#8221;. È come negare il colpo di Stato».</p>



<p><strong>Come reagisce la società argentina?</strong><br /><br />«Tutto questo non provoca lo scandalo che dovrebbe provocare. C’è una specie di addormentamento, una passività diffusa. Il consenso per Milei sembra restare attorno al 40%, grossomodo il risultato ottenuto alle ultime elezioni. Ma è il 40% del 50% degli elettori: un po’ come succede in Italia. In pratica Milei governa con il 40% di metà del paese. Il resto è passività. Ed è proprio questo l’aspetto più grave. La società argentina ha perso la capacità di reagire davanti a un’offensiva della destra così forte e aggressiva».</p>



<p><strong>Cosa accadrà il 24 marzo? Con quali parole d’ordine scenderanno in piazza i militanti?</strong><br /></p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho.png" alt="" class="wp-image-119168" width="448" height="374" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho.png 896w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-300x250.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-768x641.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-503x420.png 503w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-150x125.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-696x581.png 696w" sizes="(max-width: 448px) 100vw, 448px" /><figcaption>Julio Santucho</figcaption></figure></div>



<p>«Lo slogan sarà quello tradizionale:&nbsp;“Memoria, Verità e Giustizia”. Quest’anno però ci sarà un elemento nuovo. In tutto il paese sono stati realizzati dei&nbsp;ricami&nbsp;con i volti dei desaparecidos o con i loro nomi. Migliaia di persone hanno tessuto fazzoletti e pannelli commemorativi. Questo significa ore e ore di lavoro manuale. Quindi quest’anno non ci sarà soltanto la tradizionale grande fotografia collettiva con i volti dei desaparecidos, come negli anni passati. Questa sarà la novità simbolica della manifestazione. Il movimento per i diritti umani è molto attivo e forte. La mobilitazione per i 50 anni del golpe è già iniziata. In tutto il paese si stanno organizzando attività: a Tucumán, Buenos Aires, La Rioja, Santiago del Estero e in tutte le province. E sono sicuro che la manifestazione del 24 marzo sarà enorme. Non ci sarà repressione. Reprimono quando si tratta di poche centinaia di persone in piazza, ma quando ce n’è un milione non lo fanno. Sono certo che tutte le città del paese avranno grandi manifestazioni convocate dal movimento per i diritti umani».</p>



<h1>Fare memoria senza fondi</h1>



<p><strong>Le organizzazioni della memoria sono state ostacolate dal governo?</strong><br /><br />«Il metodo usato dal governo è lo stesso che adotta con tutti i settori che vuole colpire:&nbsp;taglia i finanziamenti. Questo vale anche per le organizzazioni dei diritti umani e per i&nbsp;siti della memoria, cioè i luoghi dove durante la dittatura c’erano centri clandestini di detenzione (Ccd). Non è repressione diretta, ma è un modo molto efficace per indebolire tutto il sistema della memoria, perché riduce il personale, le attività e le possibilità operative. Negli anni passati lo Stato finanziava questi centri: personale, manutenzione degli edifici, attività educative. Ora il governo ha praticamente tagliato tutto. Gli edifici possono letteralmente cadere a pezzi e lo Stato non interviene. Gli addetti sono ridotti al minimo. Molti collaboratori e lavoratori precari sono stati mandati via. Sono rimasti soprattutto i dipendenti con contratti statali stabili, quelli che non potevano essere licenziati facilmente».</p>



<p><strong>Puoi fare un esempio?</strong><br /><br />«Mio figlio Miguel lavora nel sito della memoria di&nbsp;Virrey Cevallos, un ex centro clandestino di detenzione che oggi accoglie visite di scuole e cittadini. Le attività continuano, ma il personale è ridotto a tre addetti che devono alternarsi per gestire visite e attività educative. E non c’è un <em>peso </em>per la manutenzione».</p>



<p><strong>Il Museo della memoria dell’ex Esma, la scuola dell’aeronautica e centro di detenzione più tristemente famoso dell’epoca dittatoriale, è stato attaccato fin dal principio della presidenza Milei. Ora in che stato si trova?</strong><br /><br />«Il&nbsp;Centro culturale Conti, che si trova nell’ex Esma, è stato chiuso. Altri organismi invece continuano a funzionare dentro il complesso: la Casa de la Identidad delle Abuelas, la Casa delle Madres e altre istituzioni dei diritti umani. Ma &#8211; ripeto &#8211; con budget ridottissimi. Noi, per esempio, conserviamo lì l’archivio audiovisivo del Festival Internazionale del Cinema dei Diritti Umani. Però dobbiamo mantenerlo da soli: se la stanza deve essere dipinta o riparata, dobbiamo farlo con i nostri mezzi. Lo Stato non interviene».</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="niXG7kqs6V"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/04/20/la-lezione-di-estela-carlotto/">La lezione di Estela Carlotto</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;La lezione di Estela Carlotto&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2024/04/20/la-lezione-di-estela-carlotto/embed/#?secret=niXG7kqs6V" data-secret="niXG7kqs6V" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<h1>Processi e nietos</h1>



<p><strong>Il corso dei processi per i crimini della dittatura si è interrotto?</strong><br /><br />«No. L’11 marzo scorso, ad esempio, è iniziata la prima udienza del processo per i desaparecidos dell’Ingenio Fronterita, a Tucumán. Era uno dei centri di detenzione legati alla repressione nel corso dell’<em>Operativo Independencia</em>, iniziato prima del golpe del 1976, quando Isabel Perón autorizzò l’esercito a intervenire nella provincia per combattere la guerriglia dell’Erp. In realtà quell’operazione colpì soprattutto la popolazione civile: contadini accusati di aver aiutato i guerriglieri furono torturati o sequestrati. Gli imputati sono ancora vivi e saranno processati. In sintesi, quello che è cambiato è che molti condannati oggi scontano la pena agli arresti domiciliari, per ragioni di età o salute. Ma i processi non si sono fermati».</p>



<p><strong>L’attività di restituzione dell’identità dei nietos prosegue o subisce ostacoli?</strong><br /><br />«Finora l’attività non è stata proibita esplicitamente, ma lo Stato non la sostiene più. Le analisi del dna&nbsp;sono molto costose e spesso devono essere fatte negli Stati Uniti. Quindi, per raccogliere i fondi, si ricorre all’aiuto della società civile, delle associazioni e delle fondazioni internazionali. Le&nbsp;Abuelas de Plaza de Mayo&nbsp;continuano il loro lavoro grazie a donazioni, a collaborazioni con fondazioni straniere e anche a iniziative come un accordo con il quotidiano <em>Página 12</em>, che destina parte delle sue sottoscrizioni al loro lavoro. Naturalmente anche loro lavorano&nbsp;con risorse ridotte al minimo. Le Abuelas storiche sono ormai pochissime, e sono molto anziane. Oggi l’organizzazione è guidata soprattutto dai&nbsp;nipoti recuperati. Sono loro che portano avanti il lavoro e cercano nuove forme di finanziamento».</p>



<p><a href="https://www.globalgiving.org/projects/help-abuelas-de-plaza-de-mayo-in-their-search/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>LINK: PER AIUTARE LE ABUELAS CON UNA DONAZIONE</strong></a></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="900" height="677" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres.png" alt="" class="wp-image-119095" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres.png 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-300x226.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-768x578.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-558x420.png 558w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-150x113.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-696x524.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-265x198.png 265w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></figure>



<h1>La storia di Daniel, il nieto 133</h1>



<p><strong>Tre anni fa ti hanno restituito tuo figlio Daniel, il <em>nieto</em> <em>133</em>.</strong><br /><br />«L’abbiamo ritrovato, ma ci sono voluti 46 anni. Nel luglio del 1976 io ero in Italia. Il partito mi aveva inviato in missione per organizzare il lavoro politico clandestino. Telefonai alla famiglia per fare gli auguri di compleanno a mio cognato. Mia suocera mi disse: “Stanotte hanno portato via le ragazze”, mia moglie e mia sorella. Prima di uscire Cristina Navajas, mia moglie, disse alla vicina: “Se non torniamo entro mezzanotte chiama mia madre perché venga a prendere i bambini”. I bambini erano i miei due figli e mio nipote Diego.</p>



<p>Cristina aveva lasciato una borsa sul tavolo. Dentro c’era una lettera che stava scrivendo per me, ma non aveva il mio indirizzo in Italia per spedirla. In quella lettera scriveva che il ciclo era in ritardo e che pensava di essere incinta. Più tardi una sopravvissuta dei campi di detenzione confermò che Cristina era incinta. Quindi sapevamo che aspettava un figlio. Ma non abbiamo mai saputo se fosse nato davvero. L’ultimo luogo dove Cristina fu vista è il&nbsp;Pozo de Banfield, un Ccd di Buenos Aires. Tra dicembre e marzo 1977 non uscì nessun sopravvissuto da lì. Mio figlio nacque a gennaio, quindi non ci fu nessuno che potesse testimoniare. Per decenni abbiamo cercato quel bambino».</p>



<p><strong>Poi è stato lui a trovarvi.</strong><br /><br />«Nel 2023 Daniel si è presentato dalle Abuelas e ha fatto il test del dna. Il&nbsp;25 luglio&nbsp;lo hanno convocato alla sede della Conadi (Comisión nacional por el derecho a la identidad, l’organismo che promuove la ricerca dei figli dei desaparecidos, <em>ndr</em>) e gli hanno detto che il test genetico dimostrava che era figlio mio e di Cristina».</p>



<p><strong>Tu dov’eri in quel momento?</strong><br /><br />«Ero a Tucumán. Mio figlio Miguel, invece, era a Roma con i suoi fratelli Florencia e Camilo. Ci siamo parlati per la prima volta tutti e cinque in una videochiamata tra Argentina e Italia».</p>



<p><strong>Qual è la prima cosa che ti ha detto Daniel?</strong><br /><br />«Quando è apparso sullo schermo mi ha salutato così:&nbsp;“Hola, papá”. Per me è stato un momento incredibile. Daniel aveva capito subito che il suo posto era insieme a noi. Dopo 46 anni aveva trovato una famiglia, un padre e dei fratelli. Dopo il riconoscimento è andato anche a&nbsp;Santiago del Estero, dove vive gran parte della nostra famiglia. Lì ha incontrato moltissimi parenti. È stato un momento molto forte, perché improvvisamente ha scoperto di avere una famiglia enorme che non conosceva».</p>



<h1>Una vittoria sulla dittatura</h1>



<p><strong>Sono passati quasi tre anni. Cosa ti resta di quei momenti?</strong><br /><br />«Per me ritrovare Daniel significa recuperare una parte di Cristina, di mia moglie, una parte della mia vita che era stata rubata. È una sensazione di pace enorme. Ma ho anche la sensazione di avere ottenuto una&nbsp;vittoria contro la dittatura. I militari avevano un piano sistematico: rubavano i figli dei militanti e li allevavano con un’educazione opposta a quella delle loro famiglie. Nel caso di Daniel non ci sono riusciti. Mio figlio è stato cresciuto da un poliziotto della provincia di Buenos Aires. Non un poliziotto qualsiasi, ma uno che partecipava ai sequestri. Aveva perfino falsificato la data di nascita di Daniel sostituendola con il&nbsp;24 marzo, la data del golpe. È morto tre mesi prima che Daniel fosse identificato».</p>



<p><strong>Com’è riuscito, tuo figlio, a liberarsi di queste bugie?</strong><br /><br />«Per lui è stato un processo lungo e doloroso.<strong> </strong>Aveva visto il film <em>La notte delle matite spezzate</em>&nbsp;e aveva iniziato a capire che qualcosa non tornava. Quando in casa insultavano le Madres e le Abuelas, lui si chiedeva perché quelle donne venissero attaccate se cercavano soltanto i loro figli e nipoti. Alla fine ha affrontato il padre adottivo e ha compreso la menzogna in cui era cresciuto. Da quel momento è iniziato il percorso con le Abuelas. Ci sono nipoti recuperati che non vogliono avere rapporti con la famiglia biologica. Per Daniel è stato diverso. Oggi è un uomo felice. Prima era chiuso, timido. Ora è aperto, sereno, come se camminasse a un metro da terra».</p>



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		<title>L’Europa davanti alla sua frattura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Levi]]></category>
		<category><![CDATA[Martina Mattia]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Benjamin]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Martina Mattia</b> <br />Nell’Europa che implode nel culto del tempo misurabile, esiste un luogo in cui l’orologio si arresta: il Sud Italia, e in particolare la Basilicata, la più remota, la più spopolata, la più dimenticata delle regioni meridionali. Qui l’atemporalità raggiunge la sua forma estrema.]]></description>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="474" height="707" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Image-3.jpeg" alt="" class="wp-image-116630" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Image-3.jpeg 474w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Image-3-201x300.jpeg 201w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Image-3-150x224.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Image-3-300x447.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Image-3-282x420.jpeg 282w" sizes="(max-width: 474px) 100vw, 474px" /></figure></div>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Martina Mattia</strong></p>



<p>Nell’Europa che implode nel culto del tempo misurabile, esiste un luogo in cui l’orologio si arresta: il Sud Italia, e in particolare la Basilicata, la più remota, la più spopolata, la più dimenticata delle regioni meridionali. Qui l’atemporalità raggiunge la sua forma estrema.<br />Tra le notizie recenti, ricorre quella del continuo spopolamento dei borghi lucani. Ma i villaggi abbandonati non andrebbero letti come rovine: sono soglie, luoghi in cui il tempo non progredisce, si frattura. Non a caso Carlo Levi descrive la Basilicata come un altro mondo, “serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato”.</p>



<p>Mentre il Nord corre verso il futuro, come progresso cieco, il Sud custodisce una forma altra di coscienza: un deposito invisibile, una riserva metafisica. La Basilicata non è soltanto il margine dimenticato della modernità, ma la sua ferita più eloquente.<br />In questo senso, <em>Cristo si è fermato a Eboli</em> non è soltanto il racconto di un Sud abbandonato: è la diagnosi di una frattura epistemica. Levi vi riconosce un mondo sospeso fuori dal tempo storico, in cui i contadini vivono nell’alienazione non solo dallo Stato, ma dalla Storia stessa. Sono i vinti: per loro le guerre, i governi e le disfatte nazionali sono calamità naturali, inevitabili come la malaria o la siccità, appartengono a un unico orizzonte di sventura naturale, inevitabile.<br />Durante il fascismo, racconta Levi, “le fanfare ottimistiche della radio” provenivano da un’altra Italia, “che aveva dimenticato la morte, al punto da evocarla per scherzo, con la leggerezza di chi non ci crede”. In Lucania, invece, il dolore non è colpa né peccato, ma una condizione terrestre, inscritta nelle cose. Qui “Cristo non è disceso”, scrive Levi: “Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, Cristo si è fermato a Eboli”.</p>



<p>Non è giunta la Storia, e dunque non è giunta la redenzione. Il messianesimo, qui, non è potuto arrivare: come può il futuro messianico irrompere in un luogo che vive fuori dal tempo stesso? Non c’è Storia, non c’è passato, e quindi nemmeno futuro. Eppure, proprio questa sospensione risuona sorprendentemente con le riflessioni di Walter Benjamin.</p>



<p>Nelle <em>Tesi sul concetto di storia</em>, Benjamin smonta la fede moderna nel progresso e descrive la crisi del tempo lineare attraverso il concetto di <em>Jetztzeit</em>: una scintilla del passato che irrompe nella catena della storia, spezzandone la continuità e rivelando, per un istante, un senso nascosto e salvifico. Anche Levi, osservando i contadini lucani, riconosce un tempo sottratto alla marcia trionfale della modernità. Ma ciò che in lui resta esclusione &#8211; una terra senza redenzione &#8211; in Benjamin diventa promessa, apertura, possibilità di riscatto.</p>



<p>Levi osserva che per i contadini il futuro stesso è un’utopia: “le eterne nebbie del <em>crai</em>”, dice, riferendosi al modo in cui i lucani parlano del domani &#8211; <em>crai</em>, domani, che è domani e sempre. Benjamin direbbe che qui agisce la storiografia dei vincitori: la Storia scritta dal potere che domina persino l’immaginazione dei vinti. “La tradizione degli oppressi ci insegna”, scrive Benjamin (Tesi VIII), “che lo stato di emergenza in cui viviamo è la regola.”</p>



<p>Il progresso moderno &#8211; la narrazione dei vincitori &#8211; accumula solo rovine. È la visione dell’<em>Angelus Novus</em>: dove noi vediamo una catena di eventi, l’angelo della Storia vede “una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine”.</p>



<p>L’unica via d’uscita è, per Benjamin, una nuova concezione della storia: non più una cronologia che avanza, ma una costellazione in cui il passato si accende nel presente. Il messianesimo, per lui, non è un evento futuro, ma una possibilità sempre imminente. “Ogni secondo”, scrive, “è la piccola porta attraverso la quale può entrare il Messia.”</p>



<p>Benjamin rielabora in chiave filosofica e politica il messianismo ebraico: l’attesa di redenzione non è un evento futuro garantito, ma una possibilità sempre presente, che può irrompere in ogni istante. Non si tratta di attendere passivamente, ma di agire nel presente, cogliendo le scintille di redenzione e liberando i vinti dal silenzio imposto dai vincitori.</p>



<p>Il <em>Jetztzeit</em> &#8211; letteralmente “adesso-tempo” &#8211; è quell’istante denso e qualitativo che interrompe la linearità, un lampo in cui passato e presente si connettono. Non è semplice memoria, ma un atto politico e messianico: riscattare il passato dei vinti, sottraendolo all’oblio. “Articolare storicamente il passato”, afferma Benjamin, “non significa conoscerlo ‘come è stato’, ma impadronirsi di un ricordo così come balena nell’istante del pericolo.”</p>



<p>In questa luce, la Basilicata appare il terreno più fertile perché avvenga il <em>Jetztzeit</em>: un luogo in cui il passato non è trascorso, ma ancora presente nella sofferenza, nei gesti, nelle tradizioni. Levi lo intuisce quando scrive: “La loro vita, nelle identiche forme di oggi, si svolgeva uguale nei tempi più remoti, e tutta la storia era passata su di loro senza toccarli. [&#8230;] Si dovrebbe scrivere una storia di questa Italia, se è possibile scrivere una storia di ciò che non si svolge nel tempo: la sola storia di quello che è eterno e immutabile, una mitologia.” Ecco, in queste righe, il tempo pieno di Benjamin: un tempo denso, saturo di passato.</p>



<p>Sebbene Levi colga con precisione la realtà epistemica della Basilicata, la definisce come la terra dove non è giunta la redenzione. Ma quale redenzione? Non quella religiosa, bensì quella storica e politica: la modernità, il progresso, lo Stato. Nessuno di questi ha portato ai contadini lucani un riscatto sociale: rimangono ai margini, confinati in un tempo che non scorre ma ristagna. Levi comprende che questa esclusione non è semplice arretratezza, ma un’altra forma di coscienza. Tuttavia la descrive come condizione chiusa, immobile, senza riscatto: un eterno presente senza possibilità di trasformazione. Quando scrive che “Cristo si è fermato a Eboli”, intende dire che qui non è giunta la storia moderna, non è arrivata la redenzione storica.</p>



<p>Il resto d’Italia, e più in generale l’Europa, ha conosciuto la propria “redenzione storica”: progresso economico, riconoscimento politico, cittadinanza moderna. La Lucania no. Qui la frattura non è apertura, ma condanna.</p>



<p>Ed è qui che si apre lo scarto decisivo con Benjamin. Per lui la redenzione non coincide con la modernizzazione o la conquista di diritti, ma con un atto di giustizia verso il passato: un’irruzione del tempo perduto nel presente, capace di spezzare la catena della storia dei vincitori. La redenzione, per Benjamin, non significa che “arriverà lo sviluppo”, bensì che i frammenti del passato &#8211; le sofferenze, i silenzi, le vite dimenticate &#8211; possano risplendere nel presente come <em>Jetztzeit</em>, un “tempo-ora” in cui la memoria dei vinti torna a interrogare il presente. In questa prospettiva, la redenzione è sempre possibile, anche per chi è stato escluso o cancellato.</p>



<p>Per Levi, invece, la redenzione &#8211; intesa come progresso storico-politico &#8211; è già avvenuta altrove, ma è stata negata al Sud. La Basilicata ne è rimasta fuori: ciò che altrove è divenuto “futuro”, qui è sospeso. Il suo desiderio è che anche il Mezzogiorno possa un giorno entrare nella Storia. Benjamin, al contrario, non vuole includere i vinti nel progresso, ma liberare la loro memoria dalla narrazione trionfale del progresso stesso. Riscattare i vinti non significa concedere loro sviluppo, ma impedire che la loro sofferenza venga giustificata in nome del cammino storico. Ogni lotta sconfitta, ogni vita dimenticata, ogni dolore cancellato possiede ancora un diritto al riscatto: un bagliore che può accendersi nel presente, trasformandolo in consapevolezza politica e morale. “Anche i morti”, scrive Benjamin (Tesi VI), “non saranno al sicuro dal nemico se egli vince.”</p>



<p>Redimere significa restituire voce ai morti e agli sconfitti, non assorbirli nel mito del progresso. Non è il futuro che salva il passato, ma il presente che, aprendosi come spazio messianico, lo riscatta. Le diverse conclusioni di Levi e Benjamin dipendono dalla loro prospettiva: Levi guarda da un orizzonte storicistico, Benjamin da una storiografia materialista. Entrambi riconoscono la frattura del tempo lineare, ma mentre per Levi è condanna, per Benjamin è promessa.</p>



<p>La Basilicata &#8211; e con essa il Sud intero &#8211; diventa così la denuncia vivente del fallimento della modernità europea. È ciò con cui l’Italia e l’Europa non si sono ancora realmente confrontate. Solo attraversando questa frattura, solo guardando nel vuoto che il Sud rappresenta, il passato potrà irrompere nel presente, aprendo la possibilità di una vera redenzione.</p>



<p>In <em>Cristo si è fermato a Eboli</em>, il messianismo appare in forma negativa: Cristo non scende, la redenzione non arriva. Ma proprio questa assenza fa della Basilicata un luogo “messianico al contrario”: uno spazio che rivela la crepa del tempo storico e mette a nudo l’illusione del progresso e della salvezza universale.</p>



<p>Per Levi, i contadini lucani “saranno redenti” quando giungeranno lo Stato, la giustizia, lo sviluppo. Per Benjamin, i vinti “saranno redenti” solo quando la loro memoria spezzerà il tempo lineare e si trasformerà in forza messianica, in un tempo-ora che ci obbliga a ripensare la storia e l’azione politica nel presente.</p>



<p>Il dialogo tra Levi e Benjamin disegna così un paradosso fecondo: la Basilicata, apparentemente fuori dalla storia, non rappresenta arretratezza ma un deposito di senso, una riserva metafisica da cui l’Europa, nel suo esaurimento, può ancora imparare. I villaggi spopolati, le rovine, le vite dimenticate non sono soltanto segni di perdita, ma soglie: luoghi in cui il passato si affaccia e il futuro resta sospeso, in attesa di un altro inizio.</p>



<p>In questo incontro ideale tra Levi e Benjamin, il Sud diventa la coscienza non redenta dell’Europa: lo spazio che, proprio perché escluso, custodisce la possibilità di pensare di nuovo la storia.</p>
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		<title>Cosa significa essere Palestinese?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Nov 2025 06:36:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio del popolo palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[Samar al Ghussien]]></category>
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					<description><![CDATA[di  <b>Samar al Ghussien</b> <br />nota biografica e sitografica di <strong>Luca Crastolla </strong>  <br /> Cosa significa essere Palestinese? Come guarda la vita un bambino Palestinese attraverso i suoi piccoli occhi?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Samar al Ghussien</strong></p>
<p>nota biografica e sitografica di <strong>Luca Crastolla</strong></p>
<p>Cosa significa essere Palestinese? Come guarda la vita un bambino Palestinese attraverso i suoi piccoli<br />
occhi? Come, quando vede che nel suo mondo tirannia e ingiustizia hanno preso il sopravvento?<br />
L’occupazione israeliana, non sottrae solo case e terre ai palestinesi: ruba anche i padri ai loro figli.<br />
Quando avevo solo due anni, diciotto anni fa, le forze d’occupazione imprigionarono mio padre perché<br />
sospettato di aderire ad Hamas (cosa mai provata), e la sua condanna durò sette lunghi anni.<br />
Quei sette anni appartenevano alla nostra vita, alla mia e a quella di mio padre, e ci furono sottratti con la<br />
forza e senza motivo. Fui destinata, così, a conoscerlo soltanto attraverso fotografie e racconti di famiglia.<br />
In quegli anni, piangevo per mia madre quando vedevo un padre tenere per mano sua figlia per strada. E<br />
piangevo per me, per la tristezza e l’assenza che mi crescevano dentro.<br />
Quando ebbi l’età per capire, seppi che nelle prigioni israeliane, i prigionieri palestinesi vivevano in<br />
condizioni pietose e che digiunavano per avere un minimo di diritti. Digiunavano per periodi che potevano<br />
durare mesi, alimentandosi con acqua e sale perché i loro intestini non si deteriorassero. Molti digiuni<br />
duravano così a lungo da danneggiare definitivamente la salute dei prigionieri.<br />
Pure mio padre si impegnò in uno di questi scioperi della fame. Lo fece affinché le forze di occupazione si<br />
decidessero a permettergli di ricevere la visita dei suoi cari. Il permesso arrivò, ma con regole durissime: la<br />
prima fu che non potevano essere ammessi a visita i figli di età superiore ai dieci anni.<br />
Ad ogni modo, io a sei anni, per la prima volta da che potevo ricordare, incontrai a mio padre.<br />
Ci fecero uscire di notte, con un’auto della Mezzaluna Rossa all’interno di un convoglio, e ci fu detto che<br />
saremmo scesi dal mezzo solo quando arrivati a destinazione.<br />
Da questo convoglio, vidi le strade della Palestina occupata, le case costruite dai coloni. Un’ingiustizia<br />
incomprensibile si parava davanti ai miei occhi e intanto venivamo condotti come pecore all’interno di<br />
carro bestiario. Una prigione ambulante che ci conduceva verso un’altra prigione.<br />
Durante il tragitto vidi anche gazzelle e greggi, e vidi pure carri armati, aerei da guerra e varia artiglieria<br />
pesante. Scelsi di tenere, come ricordo del cuore, le gazzelle.<br />
Le forze di occupazione ci proibirono anche il possesso di cellulari per evitare che potessimo produrre<br />
testimonianze.<br />
Una volta arrivati, subimmo diverse ispezioni da parte di soldati dotati di attrezzature varie. Poi ci<br />
introdussero in un macchinario radiografico, all’interno del quale dovevamo alzare le braccia sui fianchi. Ci<br />
esaminarono tutti senza eccezione per sesso o per età.<br />
Mia madre, quel giorno, indossava una veste ricamata, e siccome per qualche motivo, a loro non piaceva, ci<br />
isolarono in una piccola stanza quadrata il cui pavimento era costituito da una rete metallica. Guardando<br />
attraverso la rete, io potevo vedere una stanza molto più in basso della nostra e fui presa dal panico per<br />
questo. Sempre nella stanza, c’era un vetro divisorio, e dietro lo stesso c’era una donna soldato. C’era,<br />
inoltre, un microfono attraverso il quale dialogare. La soldatessa chiese a mia madre di togliersi il vestito e<br />
tutto quello che indossava al di sotto. Mia madre rimase per diversi minuti davanti alla militare vestita solo<br />
con l’intimo. Non so se vi fossero macchine fotografiche a riprendere mia madre. In quel momento tutto<br />
quello di cui avevo paura, era che ci facessero cadere di sotto: immaginavo che, se avessero avuto altri<br />
sospetti sui vestiti di mia madre, avrebbero aperto una botola sotto di noi per faci precipitare al piano<br />
inferiore.<br />
Andò diversamente: a mia madre venne permesso di rivestirsi e successivamente ci fecero entrare in<br />
un&#8217;altra stanza dove ci riunirono con altre famiglie di detenuti. Qui attraversammo un’altra<br />
apparecchiatura, e dopo aver lasciato tutte le nostre cose, ci fecero attraversare una porta. Dall’altra parte,<br />
ad attenderci, diversi soldati armati e con ulteriore strumenti di controllo. Ci perquisirono ancora e poi ci<br />
avviarono verso l’ultima sala d’attesa che precedeva il luogo dell’incontro.<br />
Aspettammo lì, tutti insieme e pervasi da apprensione: sapevamo che i soldati possono ritardare la visita<br />
come e quanto vogliono; persino cancellarla, rimandando indietro le famiglie senza motivazione alcuna.<br />
Quando finalmente l’ultima porta si aprì, si parò davanti a noi un’ampia stanza nel cui centro si trovava una<br />
gabbia di vetro rotonda. Ci sedemmo all’esterno di quella gabbia insonorizzata, grazie all’utilizzo di citofoni</p>
<p>avremmo potuto parlare con i nostri cari. Eravamo anche lì circondati da soldati e soldatesse che<br />
indossavano giubbotti antiproiettile e armati con mitragliatrici e bombe a gas lacrimogeno.<br />
I prigionieri arrivarono da una porta che apriva nella gabbia di vetro. Arrivarono tutti vestiti con una tuta<br />
marrone. A questo punto vidi arrivare mio padre, e questa era la prima volta che lo vedevo uomo che<br />
respira e non fotografia muta.<br />
Permisero solo ai bambini della mia età di entrare nella gabbia, e ciò capita raramente. Prima, però, ci<br />
fecero entrare nella stanza di perquisizione dedicata ai bambini. Ci perquisirono ancora una volta e usando<br />
le mani. Palparono, così, senza delicatezza i nostri corpi piccini (potrebbero proibire a qualsiasi bambino di<br />
entrare nella gabbia di vetro se trovassero sospetto anche un piccolo filo dei loro abiti).<br />
Alla fine risultò tutto a posto e ci permisero di entrare. Ricordo che mio padre mi abbracciò e mi fece<br />
sedere ai suoi piedi, durò un istante: non ci fecero restare più di due minuti; la durata complessiva della<br />
visita non superò i dieci. Il viaggio per arrivare lì era durato un giorno e più, e ci fecero visitare i nostri cari<br />
solo per una manciata velocissima di minuti. Scaduto il tempo, ci fecero uscire da un’altra porta, ci<br />
ispezionarono nuovamente e ci portarono in un posto aperto ma recintato.<br />
Qui consegnammo vestiti e denaro alle forze di occupazione per darli ai nostri familiari trattenuti in<br />
prigione. Qualsiasi cosa che contravvenga le loro regole può essere da loro trattenuta e pregiudicare la<br />
possibilità di una successiva visita. Spesso dispongono in modo arbitrario dei soldi lasciati, impedendo<br />
finanche che arrivino ai nostri familiari. Questo non è un piccolo problema se si considera che in prigione<br />
nulla è gratuito per i prigionieri, neppure il cibo.<br />
Dopo un anno, trascorsi che ne erano sette, ci riconsegnarono mio padre cieco da un occhio e sordo da un<br />
orecchio. Altri problemi vennero riscontrati a livello dell’intestino come risultato di una salute trascurata e<br />
dei digiuni prolungati, nonché delle modalità aggressive e sconsiderate usate in prigione. Voglio<br />
sottolineare che spesso, in carcere, i prigionieri sono curati da giovani medici senza esperienza a cui viene<br />
data anche la possibilità di fare pratica chirurgica sui corpi dei detenuti.<br />
Fin qui i danni fisici della carcerazione, ma tutti i detenuti palestinesi escono dalle carceri israeliane anche<br />
con rilevanti traumi psichici dovuti all’isolamento, alla violenza carceraria e al fatto che questa esperienza<br />
scava una distanza incolmabile tra loro e i propri figli. I figli, anche, ne saranno segnati a vita e a questo<br />
crudele destino, io e mio padre non siamo sfuggiti.<br />
Da quando mio padre ha fatto l’esperienza del carcere, le cose non sono migliorate affatto, anzi: le forze di<br />
occupazione hanno aumentato la brutalità nei confronti dei prigionieri in modo inimmaginabile e la tortura<br />
fino alla morte è pratica consolidata.<br />
Segnalo, che la gran parte delle detenzioni avvengono senza processo; che la durata delle pene non è<br />
fissata; la causa delle stesse non esplicitata. La pena, inoltre, può arbitrariamente essere rinnovata di sei<br />
mesi in sei mesi fino a trasformarsi in un ergastolo di fatto.<br />
Ovviamente le visite degli avvocati difensori sono regolate secondo arbitrio e alcuni detenuti non ne<br />
riceveranno mai una.<br />
Di fatto, il regime carcerario ha trasformato le prigioni in campi di concentramento e di tortura dai quali in<br />
pochi escono vivi. Chi ne esce vivo, passa il resto della sua vita sotto lo scacco del trauma. Così i suoi cari.<br />
Per condannare a tutto questo, all’occupazione non servono grandi motivi e neppure prove: basta che tu<br />
sia Palestinese. Basta che tu sia Palestinese perché sia legittimo rubarti la terra, la casa, i tuoi cari, la tua<br />
anima e quella dei tuoi figli.</p>
<p><em><br />
Notizie su Samar al Ghussien</em></p>
<p>Samar Al-Ghussein è una poetessa e scrittrice emergente di Gaza ed è nata il 4 settembre 2006. A causa<br />
delle operazioni militari israeliane successive al 7 ottobre 2023 non ha potuto completare gli studi liceali.</p>
<p>Scrive poesia dall’età di undici anni, considerandola una forma di sopravvivenza all’oppressione<br />
dell’occupazione e delle restrizioni sociali. La sua poetica si concentra sui temi come guerra, trauma,<br />
resistenza, femminismo e sopravvivenza — non come esplorazioni astratte ma come esperienze<br />
attraversate nel quotidiano.<br />
Le poesie dell’autrice portano l&#8217;influenza del luogo e del suo spirito, le cicatrici e le ferite aperte del<br />
genocidio, aprendosi tuttavia all’universale dell’orizzonte umano.<br />
Sue pubblicazioni:<br />
La sua poesia “Mihrab” è stata pubblica dalla rivista on line Modern Poetry in Translation (Regno Unito)<br />
nella sezione Shells of the Shore: Gaza. Una lettura dello testo da parte della stessa autrice è caricata<br />
SoundCloud ufficiale di MPT</p>
<p>Link: https://modernpoetryintranslation.com/poem/mihrab/<br />
Link: https://on.soundcloud.com/MkpUp5ONcq4i4oA0Ot<br />
la sua poesia “Babyrus Who Killed the Night” è stata pubblicata nel supplemento letterario.<br />
del quotidiano palestinese Al-Ayyam Newspaper (Palestina).<br />
Link.al-ay: https://www yam.ps/public/files/server/Appendixes/Yaraat/Yaraat_28-11-2024.pdf<br />
diverse sue poesie faranno parte dell’antologia cartacea <em>Rosa di Gaza</em> che uscirà quest’anno in Italia per<br />
l’editore Les Flaneurs.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>L&#8217;urbanistica turbocapitalista e io. Storia di una sconfitta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Jul 2025 12:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[politiche urbane]]></category>
		<category><![CDATA[turbocapitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[urbanistica]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gianni Biondillo</strong> <br />
Dove il bubbone purulento del turbocapitalismo poteva esplodere se non qui, nella città più europea d'Italia (così si vanta d'essere) ma anche la più italiana d'Europa (con tutti i difetti a traino)?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-114683" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali.jpeg" alt="" width="2100" height="1182" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali.jpeg 2100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-1024x576.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-768x432.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-1536x865.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-2048x1153.jpeg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-150x84.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-696x392.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-1068x601.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-1920x1081.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-746x420.jpeg 746w" sizes="(max-width: 2100px) 100vw, 2100px" /></p>
<p>Forse il crollo della scritta “Generali” sullla copertura del grattacielo di Zaha Hadid è la giusta metafora di quello che sta passando Milano in questi giorni (chi assicura gli assicuratori?). La scossa tellurica innescata dalle indagini della procura è come se avesse raggiunto la cima dei grattacieli che hanno caratterizzato il nuovo, moderno skyline urbano, per dimostrarne la fragilità.</p>
<p>Tutto nasce dalle denunce degli abitanti di un condominio in Piazza Aspromonte che hanno visto crescere nel cortile di casa un palazzo di sette piani in sostituzione di un semplice magazzino. Con una “scia”, cioè una pratica ordinaria che non prevede piani attuativi e oneri di urbanizzazione. Per chi non è del mestiere: costruire il nuovo, dalla legge urbanistica del 1942 e i suoi successivi aggiornamenti , prevede che il privato che sta aumentando la sua ricchezza restituisca qualcosa alla città che glielo ha permesso. Per costruire fogne, infrastrutture, asili, scuole. Soldi, insomma. Va bene tutelare la proprietà privata, ma occorre anche che il bene collettivo non venga depauperato.</p>
<p>Nel novecento, quando l&#8217;ago della bilancia pendeva verso l&#8217;interesse pubblico si hanno avute politiche urbane di natura socialista, quando verso l&#8217;interesse privato di natura liberista. Poi c&#8217;è stata Tangentopoli e l&#8217;Italia s&#8217;è rotta. Non per colpa di chi ha scoperchiato il verminaio, ma per l&#8217;ingordigia di chi da sempre ci sguazza dentro. Non vorrei sembrare determinista, ma la natura familista, opportunista, amichettista della classe dirigente (politica e imprenditoriale) italiana è la stessa da sempre, da Giolitti passando per il fascismo e transitando per la democrazia cristiana. Tutto in perfetta continuità.</p>
<p>Per capire l&#8217;Italia, scrivo da sempre, occorre guardare cosa fa Milano. Nel bene o nel male (spesso nel male). Milano, ancora alla fine del secolo scorso, era una città popolare che stava dismettendo il suo patrimonio sociale, quello degli operai, senza sapere in cosa trasformarsi. Ci ha pensato il turbo capitalismo globale di inizio millennio a dare alla città una nuova narrazione: diventare cool, moderna, competitiva, esclusiva, seducente. Expo2015 fu la scommessa per fare di Milano “a place to be”. L&#8217;orgoglio dei milanesi si gonfiò a dismisura. Essere una città europea, esserlo per davvero, valeva qualunque sacrificio.</p>
<p>Che poi scrivo “milanesi”, ma in concreto di chi sto parlando?</p>
<p>Da inizio millennio, invertendo un trentennale trend negativo, la città ha visto aumentare i suoi residenti di centomila unità. Ma la cifra, detta così, non spiega nulla. La verità è che in questi decenni sono andate via quattrocentomila persone e ne sono arrivate cinquecentomila. Questo significa, in soldoni, che oggi un milanese su tre trent&#8217;anni fa non abitava a Milano. Che, culturalmente, socialmente, antropologicamente, Milano non è più la città della mia gioventù.</p>
<p>Chi è andato via, chi è arrivato?</p>
<p>Sono arrivati studenti da tutta l&#8217;Italia, drenando talenti dal resto del Paese (mentre i loro coetanei milanesi partivano per le università straniere), sono arrivati i neoricchi (dal finanziere al calciatore all&#8217;influencer) che hanno spostato la loro residenza qui per usufruire della flax tax voluta dal governo Renzi. Sono arrivati i residenti temporanei, i turisti, gli affaristi. È andato via il ceto culturalmente medio ma economicamente proletarizzato della piccola borghesia: impiegati, terzo settore, artigiani, insegnanti. Non ce la fanno più, la città è troppo cara, i costi sempre più proibitivi. Chi non s&#8217;è mosso sono stati i residenti della ZTL e gli ultimissimi, i residenti dei quartieri popolari, pensionati, extracomunitari, che vivono in condomini fatiscenti. Per loro non è cambiato niente, Milano li aveva già esclusi, dimenticati, da sempre. Nel novecento la classe operaia aveva un peso negli equilibri della politica urbana, oggi la produttiva piccola borghesia soffre e il proletariato non c&#8217;è più. Ma il sottoproletariato è aumentato a dismisura, la forbice della disugaglianza si è aperta ulteriormente. Ricchissimi e poverissimi. Che non si conoscono anche se abitano gomito a gomito (Milano è una città piccola e densa).</p>
<p>I padri di chi oggi vive nelle zone ZTL erano impreditori che investivano sul territorio. Producevano, innovavano e restituivano alla città ricchezza. Era una narrazione vincente: siamo tutti sulla stessa barca, produrre significa non solo far arricchire “i padroni”, ma anche permettere agli ultimi arrivati di emanciparsi. All&#8217;industriale, intriso di paternalismo socialista o cattolico, interessava avere dei dipendenti appagati dalla societa consumista. Oggi i loro figli, che non producono più nulla, che fanno soldi nell&#8217;alta finanza, che usano la città solo come scalo fra Londra, Francoforte, New York, a loro di quali siano le condizioni abitative a Quarto Oggiaro o in Comasina è di nullo interesse. A meno che non ci sia un ritorno economico. Vedi il quartiere ultrapopolare di San Siro, una volta in estrema periferia e ora praticamente in centro. D&#8217;improvviso, entrato nel mirino della speculazione edilizia, è stato raccontato come la casbah dell&#8217;illegalità, della droga, del pericolo. Fioccano progetti di “rigenerazione urbana” (virgolette obbligatorie) che si traducono, in soldoni, in demolizioni a tappeto del patrimonio edilizio pubblico per affidare ai privati la ricostruzione di case di pregio. Ovviamente che fine facciano gli abitanti del quartiere non interessa a nessuno, si cerchino un posto dove andare, meglio se fuori città. Gentrificazione, si chiama questa operazione di pulizia etnica. E, vi assicuro, non c&#8217;è nulla di nuovo. Già sotto il fascismo, a Torino, Milano, Roma, Napoli, ecc., si è permesso che il capitale privato estraesse ricchezza dalla città pubblica, estromettendo gli strati popolari dalle zone di pregio e accrescendo una classe di piccoli proprietari da fidelizzare al regime.</p>
<p>Questo difetto intrinseco (l&#8217;interesse privato che vince su quello pubblico), questa attitudine al “particulare”, all&#8217;amichettismo, questo risolvere tutto “all&#8217;italiana” è la nostra malattia endemica, mai eradicata. La “Vienna rossa” socialista di inizio novecento ha prodotto una città dove ancora oggi circa l&#8217;ottanta per cento degli abitanti vive in case in affitto o sovvenzionate. A Milano è solo il venticinque per cento. In Italia siamo tutti proprietari. Perché quello che conta è ciò che è mio. Ciò che mio non è, non esiste.</p>
<p>Dove il bubbone purulento del turbocapitalismo poteva esplodere se non qui, nella città più europea d&#8217;Italia (così si vanta d&#8217;essere) ma anche la più italiana d&#8217;Europa (con tutti i difetti a traino)?</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-114686" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline.jpg" alt="" width="1920" height="1281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-1536x1025.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-1068x713.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le politiche urbane delle amministrazioni che si sono susseguite in questi ultimi trent&#8217;anni, di centrodestra come di centrosinistra, sono in perfetta continuità. Non importa in fondo quale colore politico governi la città. Si può cambiare la politica partitica, a Milano, ma non la politica urbanistica. Gli slogan identitari, giusto per dare una minima differenzazione agli schieramenti, sono orpelli sovrastrutturali. C&#8217;è chi batte il tamburo sulla sicurezza, sugli stranieri, sulla tradizione e allora è genericamente di destra. Chi invece sui diritti civili, sull&#8217;inclusività, sull&#8217;ecologia e diventa genericamente di sinistra. Ma nei fatti nessuno deve intaccare il nocciolo, cioè che è più importante il valore di scambio (la casa come affare) che il valore d&#8217;uso (la casa come diritto). I politici di ogni schieramento cercano i voti di chi va a votare. Non gli studenti, non gli extracomunitari, non gli abitanti dei quartieri popolari. Cercano di rabbonirsi i latori di “diritti ad esigibilità immediata”. I cittadini di media e piccola borghesia, mediamente istruita, mediamente proprietaria. A loro è stata regalata, vent&#8217;anni fa, la narrazione della città irta di grattacieli e modernità dove tutti potevano diventare influencer, per loro sono stati costruiti tutti gli edifici che hanno densificato fino allo stremo la città. Comprate casa nella “place to be” non perdete questa occasione, questo affare (in tutta Italia, durante la pandemia, solo a Milano il costo delle case ha continuato a crescere senza alcuna apparente logica), perché poi le metterete a reddito: affitti brevi, brevissimi, a studenti, a turisti. Fare soldi senza fare niente, vivere di rendita di posizione. Chi ha i soldi ne farà sempre più, chi non li ha non ha chance. L&#8217;ascensore sociale, che a Milano ha funzionato nel secolo scorso, è irrimediabilmente rotto.</p>
<p>Il dato di cronaca mi appassiona fino ad un certo punto. Ci penserà la magistratura a spiegarmi quanto di lecito e di illecito è stato fatto in questi anni. Ma è il milieu quello che mi interessa. Non discuto della qualità di molta architettura che è stata prodotta in questo quarto di secolo. Un rinnovamento urbano davvero unico, a tratti impressionante (il più grande cantiere d&#8217;Europa). Una sfida di queste dimensioni aveva bisogno di impreditori più evoluti rispetto al passato – una sorta di Ligresti 2.0 &#8211; attenti alle parole d&#8217;ordine (“rigenerazione”, “sostenibilità”, “smart city”), e di progettisti di vaglia, di levatura internazionale. Il coolness chiede qualità. Ma le modalità restano sempre le stesse. “All&#8217;italiana”.</p>
<p>La politica decisionista piace all&#8217;imprenditore pronto a investire in una città che gli fa spendere cifre risibili in oneri d&#8217;urbanizzazione. Ma il decisionismo è sempre scivoloso, nella patria dell&#8217;amichettismo. I bandi, i concorsi, le gare, sembrano inutili impedimenti per chi vuole fare tutto e in fretta. Meglio accordarsi, più o meno sottobanco, fra commissioni, giurie, giunte, ordini.</p>
<p>La “sinergia pubblico-privato” è solo una formula elegante. Da che mondo è mondo, il mercato non è interessato al bene pubblico, non ha il dovere di essere etico. A questo serve la politica. A non piegarsi, a non inginocchiarsi, alla logica del privato. Le intercettazioni e gli sms che leggiamo in questi giorni raccontano di un senso di impunità sistemico. Sarai pure bravo, smart, talentuoso, ma se le regole del gioco sono truccate non c&#8217;è partita, vincono sempre gli stessi del “cerchio magico” (per come la vedo io è ora di togliere la foglia di fico dell&#8217;anonimato nei concorsi e giocare a viso aperto senza infingimenti).</p>
<p>Il paesaggio, retrospettivamente, è quello che è: grandi opere, alcune spesso di valore, ma anche grandi occasioni sprecate di trasformazioni urbane capaci di adeguare la città ai cambiamenti globali. Un&#8217;idea di città disinterressata al bene comune, che cerca solo di essere competitiva, nessuna attenzione al verde se non accessoria e ornamentale (puro greenwashing), totale abbandono delle classi subalterne al loro destino, arricchimento di una parte della città a discapito della collettività (ospedali, piscine, stadio, luoghi di socialità). Homo homini lupus.</p>
<p>Milano ancora una volta ha dimostrato che in Italia per attuare un classico programma di privatizzazione di centrodestra, ci vuole una amministrazione di centrosinistra. I mal di pancia dei consiglieri di sinistra bastava sedarli con l&#8217;ennesimo gay pride, con i proclami d&#8217;inclusività o con lo spauracchio di “perdere Milano” a livello nazionale. Politica miope, destinata alla sconfitta alle prossime elezioni. Ma già intravedo il salto sul carro dei prossimi vincitori. Che tutto cambi affinché nulla cambi, “all&#8217;italiana”.</p>
<p>Io mi sento uno sconfitto. Ma non mi arrendo.</p>
<p>“Maledetti bastardi, sono ancora vivo!”</p>
<p>(<em>pubblicato in una versione leggermente più breve su</em> Il Giorno<em> il 19 luglio 2025</em>)</p>
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			</item>
		<item>
		<title>In risposta a &#8220;Riaprite i manicomi&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/14/in-risposta-a-riaprite-i-manicomi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jul 2025 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[malati]]></category>
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		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[preghiera]]></category>
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		<category><![CDATA[risposta]]></category>
		<category><![CDATA[sanità pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mariasole Ariot</strong><strong></strong> <br /> Diminuisce la parola a favore di una contenzione farmacologica, avvicinandosi a strutture manicomiali di vecchia memoria: quelle che Langone vorrebbe riaprire. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Mariasole Ariot </strong></p>



<p>Una <a href="https://www.ilfoglio.it/preghiera/2025/07/10/news/riaprite-i-manicomi-7907760/" data-type="URL" data-id="https://www.ilfoglio.it/preghiera/2025/07/10/news/riaprite-i-manicomi-7907760/">preghiera per la riapertura dei manicomi</a>: questo è quello che su <strong>Il Foglio</strong> auspica Camillo Langone pochi giorni fa. </p>



<p>La motivazione: <em>tutti siamo malati di qualcosa: la differenza è che noi antibasagliani cerchiamo di non pesare sul prossimo.</em> Un Basaglia, che, secondo l&#8217;articolo, ha<em> inguaiato migliaia di famigliari malati di mente che da allora devono improvvisarsi psichiatri domestici, e magari impazzire pure loro.</em><br />Un articolo breve, brevissimo, la lunghezza, appunto, di una preghiera da recitare in coro.</p>



<p><br />Non occorre ripercorrere i passi di Basaglia, le sue motivazioni, la legge 180. O forse sì, come ho scritto qui in <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/10/giornata-mondiale-della-salute-mentale-180-passi-indietro/" data-type="URL" data-id="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/10/giornata-mondiale-della-salute-mentale-180-passi-indietro/">180 passi indietro</a>: occorre parlare di ciò che della 180 è stato fatto, su ciò che è stato smantellato, dei brandelli, delle zone ferite, delle dimenticanze, delle briciole rimaste.<br />Occorrerebbe dire che i manicomi che si vorrebbero riaprire in alcune zone sono già riaperti: zone silenziose, visitate troppo poche da &#8220;i sani&#8221; di cui parla Langone e che &#8220;potrebbero impazzire pure loro.&#8221; Zone buie, interstiziali, lontane dallo sguardo che si potrebbe incrinare.<br />Tralasciando i reparti psichiatrici in cui, come ormai si sa ma che forse si dimentica, i pazienti vengono ancora legati ai letti, reparti fatiscenti, di pareti scrostate e ruggine nei dentro e fuori dell&#8217;esistenza, dove il massimo che può pretendere una persona ricoverata, salvo rare eccezioni territoriali, è &#8220;un giro medico&#8221; al giorno e infermieri che non sanno dove e come comportarsi in casi di crisi, esistono le ctrp, comunità terapeutiche protette, dove i malati (imbottiti di farmaci &#8211; perché è questo che il sistema permette: la parola costa più di una pillola), possono passare anche venti, trent&#8217;anni della loro vita. E magari, quando il posto letto, per i tagli dei fondi, non è più garantito, dopo una vita trascorsa in un luogo che quantomeno è diventato famigliare, devono essere trasportati di edificio in edificio, dove si è liberato un posto letto, dove a una vita morta si sostituisce una morte in vita.</p>



<p><br />Molti malati sono costretti a vivere nelle proprie famiglie? Vero. E in condizioni pessime sia per i malati che per i famigliari.Vero. Famiglie in cui spesso, peraltro, il disturbo è nato, cresciuto, si è alimentato. Ma qui si apre lo scenario pietoso della Sanità Pubblica, che Langone certo non nomina: una persona psichiatricamente malata, ma questo vale anche per le patologie fisiche, se considerata &#8220;abbastanza malata&#8221;, inabile al lavoro, il ché significa con una percentuale che va dal 75% al 99%, viene aiutata dallo stato con 336 euro mensili.</p>



<p>Dando una breve occhiata &#8211; lo potete fare tutti &#8211; esistono precise tabelle alla cui diagnosi corrisponde un minimo e un massimo di invalidità. <br />Un esempio:</p>



<p>SINDROME SCHIZOFRENICA CRONICA CON DISTURBI DEL COMPORTAMENTO E DELLE RELAZIONI SOCIALI E LIMITATA CONSERVAZIONE DELLE CAPACITÀ INTELLETTUALI: invalidità tra il <strong>71 e l&#8217;80%. </strong>Ciò significa che la percentuale del 75% potrebbe anche non essere raggiunta. Quindi: nessun aiuto.</p>



<p>A giugno 2020, finalmente, la Corte costituzionale, esaminando una questione di legittimità costituzionale sollevata dalla <strong>Corte di appello di Torino</strong>, una città particolarmente attenta alle difficoltà dei disabili, ha stabilito che un assegno di 285,66 euro (allora l&#8217;aiuto era questo) fosse inadeguato a soddisfare i bisogni primari della vita, quindi anticostituzionale. L&#8217;importo negli anni è aumentato, ma l&#8217;inadeguatezza è rimasta.<br /><br />Può forse, una persona invalida, considerata non abile al lavoro, vivere di 336 euro? Pagarsi affitti, bollette, cibo, una vita minima? Non può &#8211; e allora resta alle dipendenze della famiglia, che con quei soldi può forse permettersi di pagare farmaci (perché no, non tutti i farmaci, anche quelli più importanti e salvavita vengono garantiti dal sistema sanitario: molti restano a carico del paziente) &#8211; né certo una struttura privata. E forse una minima parte investita per un aiuto che vada oltre il farmaco. Perché nei centri pubblici i pazienti, anche pazienti gravissimi, sono ricevuti mediamente una volta ogni due mesi. Due parole, un controllo, un rivalutazione farmacologica, una ventina di minuti che comprendono i dieci passati dallo psichiatra a battere a computer il referto della visita.<br /><br />La soluzione per Langone &#8211; e per chi, i troppi, che con Langone sono d&#8217;accordo &#8211; non è certo quella di rafforzare l&#8217;aiuto economico per permettere a persone in difficoltà (in vera difficoltà: perché no: non siamo tutti malati, come scrive Langone), di avere una vita più dignitosa. La soluzione è quella di cancellare vite richiudendole in luoghi sommersi, gettare la chiave, chiudere gli occhi e continuare a mangiare la propria cena in pace, senza il pensiero dell&#8217;altro. Lasciando ai più l&#8217;immagine dell&#8217;altro malato come quella di un matto violento e distruttivo, che deve quindi essere rinchiuso. Una reclusione di cui si sa poco, che esiste ma resta sommersa, evitata agli occhi, distante, una gentrificazione dell&#8217;esistenza. Le comunità potrebbero essere un aiuto ai pazienti ma anche alle famiglie, ma i fondi per sostenerle vengono ripetutamente tagliati: è diminuito il personale, diminuisce la cura, diminuisce una vita degna di essere vissuta, diminuisce la parola a favore di una contenzione farmacologica, avvicinandosi a strutture manicomiali di vecchia memoria: quelle che Langone vorrebbe riaprire. </p>



<ul><li>*immagine di Jonaas Sild da unsplash.com</li></ul>
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		<title>L&#8217;unico palestinese buono è un palestinese morto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/09/lunico-palestinese-buono-e-un-palestinese-morto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 May 2025 05:01:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[#ultimogiornodigaza]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> L’inverno dell’anno 2024-2025 sarà ricordato da alcuni di noi, come l’inverno in cui abbiamo percepito la storia presente come un incubo da cui è impossibile risvegliarsi. Ci siamo cioè ritrovati in una condizione che conoscemmo alcuni anni fa, e precisamente durante la pandemia mondiale di Covid...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Anche Nazione Indiana aderisce all’iniziativa: <strong>L’ULTIMO GIORNO DI GAZA 9 maggio – L’Europa contro il genocidio*</strong>. Si legge nel comunicato stampa: <em>Una giornata solo per Gaza, la prima di un percorso per “rompere il silenzio colpevole” su quello che da un anno e mezzo, senza sosta, sta succedendo sulla Striscia e anche sulla Cisgiordania. “Perché la strage, perché il genocidio, abbiano fine. Ora”. La data scelta dai promotori di una lettera pubblica per un’azione diffusa, dal basso e online, ha un preciso significato. È il 9 maggio, la giornata in cui tradizionalmente si celebra l’Europa e il suo processo di unificazione. Non è certo casuale. “Senza il mondo Gaza muore. Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire. Noi, italiani, europei, umani.”</em> Ci sembra importante aderire, tanto più che questo sito ha ospitato molto presto sia testimonianze provenienti da Gaza sia riflessioni intorno a quello che stava accadendo anche tra noi (occidente) e quella parte del mondo che, pur lontana, è intimamente e tragicamente legata alla nostra storia. a. i.]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong>1.</strong> L’inverno dell’anno 2024-2025 sarà ricordato da alcuni di noi, come l’inverno in cui abbiamo percepito la storia presente come un incubo da cui è impossibile risvegliarsi. Ci siamo cioè ritrovati in una condizione che conoscemmo alcuni anni fa, e precisamente durante la pandemia mondiale di Covid: una condizione d’<strong>inadeguatezza radicale</strong> nei confronti di ciò che accadeva nel mondo circostante. Questa inadeguatezza ha qualcosa di più destabilizzante dell’impotenza politica, ossia della percezione che la società a cui apparteniamo, nel suo insieme, stia imboccando una via pericolosa e distruttiva, e che forze ben più grandi delle nostre la spingono in tale direzione. L’inadeguatezza radicale non ci dice semplicemente che non abbiamo le forze necessarie per opporci a un’ingiustizia, a un avversario sleale ma più forte di noi; ci rende anche consapevoli di una nostra <em>debolezza costitutiva</em>, del fatto che <em>comunque sia</em> non siamo abbastanza forti come vorremmo. In una tale situazione, di sconfitta personale e collettiva, possiamo salvaguardare almeno qualcosa d’importante: ossia la responsabilità di dire che quel che vediamo, viviamo, ascoltiamo, <em>è un incubo</em>, e non una concatenazione normale di eventi. E inoltre dobbiamo anche riuscire a dire che questo incubo non è frutto di un fenomeno naturale, e al di sopra della nostra volontà, come la legge della gravitazione terrestre, ma un insieme di decisioni umane accompagnate da un insieme di discorsi, di frasi scritte o dette.</p>
<p><strong>2</strong>. Questo inverno sarà memorabile per una regressione generale delle politiche sul clima, perché è il terzo anno di una guerra alle porte dell’Europa dopo l’invasione russa dell’Ucraina; perché ci siamo resi conto che, nel giubilo generale, i sistemi d’Intelligenza artificiale hanno iniziato a funzionare nelle aziende e nelle amministrazioni pubbliche, senza che i lavoratori o i cittadini abbiano avuto l’occasione di esprimersi su queste scelte; perché, con la nuova presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno radicalizzato la loro posizione di dominio mondiale senza egemonia, alimentando il caos a livello geopolitico. Infine questo è l’inverno in cui, anche i più recalcitranti di noi, i più scrupolosi nell’uso del linguaggio, si sono resi conto che il massacro della popolazione palestinese di Gaza esigeva di essere descritto attraverso l’uso del termine <strong>“genocidio”</strong>. E da due mesi questo genocidio si è fatto ancora più evidente, perché alla guerra delle bombe si è aggiunta la guerra della fame. Israele ha infatti imposto alla Striscia di Gaza un assedio totale (di terra, aria e mare), ossia <strong>il blocco di ogni possibile aiuto medico e umanitario</strong> destinato a sollevare la situazione di una popolazione di sfollati, stremata dalla fame e dalla sete, e sottoposta a massicci bombardamenti. Una popolazione che, secondo le stime più recenti, dall’8 ottobre 2023 conta <strong>52.418 morti</strong> e <strong>118.091 feriti</strong>.</p>
<p>La decisione del blocco completo è conseguenza della rottura unilaterale, voluta dal governo Netanyahu, degli accordi firmati tra Israele e Hamas il 15 gennaio, accordi che prevedevano l’uscita dal conflitto in tre fasi (<a href="https://www.geopop.it/cosa-prevede-laccordo-di-cessate-il-fuoco-tra-israele-e-hamas-a-gaza-quando-scatta-la-tregua/">Cosa prevede l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas a Gaza: quando scatta la tregua</a>). Dopo l’insediamento di Trump, tali accordi non erano più considerati vincolanti, dal momento che lo stesso presidente americano, ricevendo Netanyahu alla Casa Bianca in febbraio, annunciava un nuovo piano incentrato sullo “spostamento” in Egitto o in Giordania della popolazione palestinese e l’occupazione statunitense di Gaza per scopi turistici e commerciali.</p>
<p><strong>3</strong>. Nel 1868, durante le Guerre Indiane che conduceva spietatamente, il generale Philip Henry Sheridan, di fronte a un gruppo di capi delle tribù native, pronunciò una frase che divenne famosa: “Gli unici indiani buoni che abbia mai visto erano morti”. Oggi, l’azione del governo Netanyahu, dopo un anno e sette mesi di guerra praticamente ininterrotta contro Hamas, può essere letta attraverso un calco della macabra frase di Sheridan: “Ogni palestinese buono di Gaza è un palestinese morto”. Questa frase costituisce il nucleo ideologico e genocidario che sottende l’impresa di distruzione della Striscia (edifici e infrastrutture) e di uccisione, ferimento, denutrizione della sua popolazione. La guerra globale contro Gaza si è poi accompagnata all’annessione di sempre nuovi territori in Cisgiordania.</p>
<p>Dopo la strage del 7 ottobre, ogni volta che si parlava della sicurezza di Israele, si ometteva quasi sempre di dire che la sicurezza in questione non era quella di un paese con delle frontiere definite internazionalmente, ma quella di un <strong>paese occupante</strong>, minacciato di conseguenza da un popolo in lotta per l’autodeterminazione. Un circolo vizioso ha così giustificato per più di mezzo secolo il principio secondo il quale Israele, per poter esistere incolume, deve occupare dei territori palestinesi, anche se poi è innanzitutto questa occupazione che minaccia la sicurezza dei suoi cittadini. Dopo 57 anni di ciclica insicurezza, però, l’estrema destra e i sionisti religiosi al governo hanno deciso di affidarsi a un piano di pulizia etnica, che li metta per sempre al riparo da qualsiasi azione militare o terroristica perpetrata in nome della libertà del popolo palestinese. E l’equazione macabra che hanno stabilito non è un iperbole diffamante o antisemita, ma una formula che si situa nel cuore della propaganda governativa: 1) Hamas è un nemico assoluto da annichilire, in quanto ridotto esclusivamente alla sua componente terroristica e armata; 2) il popolo palestinese non annichilendo esso stesso Hamas, ne è complice; 3) il popolo complice di un gruppo terrorista è esso stesso terrorista. Durante i primi mesi di bombardamenti, quando ancora si poteva parlare in modo plausibile di obbiettivi militari, la propaganda israeliana presentava il popolo palestinese (i civili), come ostaggi e vittime di Hamas. E anche le istituzioni internazionali, entro certi limiti, concordavano con questa narrazione. Oggi, però, di fronte a montagne di detriti e montagne di cadaveri, appare chiaro che, per l’esercito israeliano, con il consenso di una maggioranza delle popolazione israeliana, ogni palestinese sulla Striscia di Gaza – che sia vecchio, donna o bambino – è considerato come puramente e semplicemente “annientabile” in quanto terrorista attivo o potenziale.</p>
<p><strong>4</strong>. Forse noi, qui, nella zona di pace occidentale, siamo riusciti tutto sommato a dormire. I bombardamenti, gli incendi, i parenti sepolti sotto le macerie, erano cosa lontana, più intravista che vista. Ma non abbiamo dormito bene. Io non ho dormito bene. Gli stessi incubi notturni assumevano le fattezze di quello che il telegiornale non mi diceva del tutto, ma che la parte inconscia di me, inconscia e forse “sociale”, assorbiva con grande precisione. Passeggiate a Milano, in mezzo a palazzi che iniziano a crollare come castelli di carte e senza apparente motivo. Prigionieri che sbucano fuori da scale ripide e buie che portano in seminterrati; prigionieri con ancora le tracce addosso delle sevizie e dei giorni di fame.</p>
<p>La nostra inadeguatezza non ha smesso di seguirci come un’ombra cupa, e ha inevitabilmente avuto un tremendo effetto demistificante: ma a che servono, di fronte a tutto questo, i rituali di pace, i giorni della memoria, le nostre credenze su una giustizia possibile, su delle istituzioni almeno in parte affidabili, il rispetto per gli innocenti, l’amore per le opere d’arte o le opere letterarie? Ha qualche senso il vivere insieme? L’umanità è qualcosa d’altro che cecità, sonnolenza e furore?</p>
<p>Di fronte all’orrore della distruzione del popolo palestinese non ho potuto che toccare con mano la mia estrema impotenza. Ma chi può qualcosa di fronte a un esercito che non fa entrare a Gaza né i giornalisti né gli aiuti umanitari e che minaccia la vita delle ONG neutrali e disarmate o degli stessi impiegati delle Nazioni Unite?</p>
<p>Ma all’impotenza <em>politica</em>, in quanto cittadino isolato e insignificante, si è poi affiancata la <em>vergogna</em> di non poter dire, e quindi di non poter pensare quello che stava accadendo. Quello che <strong>Ilan Pappé</strong>, in un <a href="https://savageminds.substack.com/p/on-moral-panic-and-the-courage-to?fbclid=IwY2xjawKJ_RJleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFKaHlEY0duRDNhdDdYT01tAR6x76oPE7q6XSvrgNhQpkICV-qxgkip0RrM0nBKzAiJ6KIJmkksIyp7uMAXsg_aem_EfVzV7hTqbZOFLiUl0vseQ">articolo del 24 aprile,</a> definisce “L’Occidente ufficiale” ha cominciato a bloccare il discorso, a creare un sentimento d’incertezza diffusa e ingiustificabile, capace di minare anche le constatazioni, le reazioni emotive, i ragionamenti più evidenti. Pappé parla molto bene di questa cosa, introducendo il concetto di “panico morale”. Scrive Pappé:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Questo fenomeno è noto nella ricerca recente come Panico Morale, molto caratteristico delle fasce più coscienziose delle società occidentali: intellettuali, giornalisti e artisti.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Il Panico Morale è una situazione in cui una persona ha paura di aderire alle proprie convinzioni morali perché ciò richiederebbe un certo coraggio che potrebbe avere conseguenze.”</p>
<p>Comunque sia, io ho sentito che almeno su questo piano qualcosa andava fatto. Sul piano del linguaggio, del discorso. Bisognava trovare un modo di entrare nel campo che l’Occidente ufficiale aveva “minato”, camminarci dentro, anche senza avere né arte né parte. È quello che hanno fatto anche gli studenti un po’ dappertutto nel mondo. Coloro che “mancano di sapere” e frequentano le istituzioni educative (scuole, università) per acquisirlo dai “detentori ufficiali” del sapere. Di fronte all’urgenza della situazione si sono detti che in quel campo minato avrebbero dovuto camminarci, a rischio di fare errori, di sbagliare parole, di concatenare male qualche argomento, di dimenticare qualche fatto importante.</p>
<p>Così, con la scrittura, ho cercato di fare anch’io, come un certo numero di altri individui che come me subivano l’impotenza politica, ma non volevano vergognarsi di non riuscire a pensare per eccesso di prudenza. Ognuno ha trovato un modo per fare esistere la popolazione palestinese e le sue sofferenze al di fuori del quadro troppo ristretto, troppo deformato, che l’Occidente ufficiale aveva reso disponibile.</p>
<p>Oggi anche Nazione Indiana partecipa a questo invito per fare esistere la sofferenza del popolo palestinese e per denunciare il genocidio in atto a Gaza.</p>
<p>Linko quindi di seguito interventi diversi già pubblicati. Abbiamo anche delle testimonianze dirette, come quella di <strong>Yousef Elqedra</strong>, poeta palestinese che ha vissuto a Gaza dall’inizio della guerra fino a poche settimane fa. I suoi testi sono stati tradotti da <strong>Sana Darghmouni</strong> e proposti da <strong>Renata Morresi</strong>.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/17/la-tentazione-di-decontestualizzare-e-il-dovere-della-narrazione-sul-conflitto-tra-israele-e-hamas/">La tentazione di decontestualizzare e il dovere della narrazione. Sul conflitto tra Israele e Hamas | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/02/memorie-da-gaza-1/">Memorie da Gaza #1 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/08/la-trappola-e-il-diniego-riflessioni-a-margine-della-guerra/">La trappola e il diniego. Riflessioni a margine della guerra | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/09/memorie-da-gaza-2/">Memorie da Gaza #2 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/17/memorie-da-gaza-3-2/">Memorie da Gaza #3 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/23/memorie-da-gaza-3/">Memorie da Gaza #4 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/30/memorie-da-gaza-5/">Memorie da Gaza #5 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/05/01/la-sineddoche-israeliana-e-la-contestazione-studentesca/">La sineddoche israeliana e la contestazione studentesca | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/12/17/voci-della-diaspora-anna-foa-e-judith-butler/">Voci della diaspora: Anna Foa e Judith Butler | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/13/laltro-volto-della-resistenza/">L’altro volto della resistenza | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/05/03/lesodo-da-gaza-non-cercavamo-la-vita-quando-lasciammo-gaza/">L’esodo da Gaza – non cercavamo la vita quando lasciammo Gaza | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Dal comunicato stampa di <strong>L’ULTIMO GIORNO DI GAZA 9 maggio – L’Europa contro il genocidio.</strong></p>
<p>A promuovere la vera e propria ‘chiamata a raccolta’ sono, in ordine alfabetico, <strong>Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Evelina Santangelo</strong>. E a sostenere la lettera pubblica sono oltre centocinquanta persone che appartengono a diversi mondi professionali e culturali. Tutte accomunate dall’urgenza, dal tempo che sta finendo.<br />Chi vorrà partecipare a #UltimogiornodiGaza può inviare comunicazioni sulle iniziative a una e-mail<br />dedicata: 9maggioxgaza@gmail.com</p>
<p>Di seguito, la lettera pubblica.</p>
<p><strong>L’ULTIMO GIORNO DI GAZA </strong><br /><strong>9 maggio – L’Europa contro il genocidio</strong> <br />#ultimogiornodigaza #gazalastday <br />Il 9 maggio è la Giornata dell’Europa: ma è anche l’ultimo giorno di Gaza. Perché il tempo sta <br />finendo, per questa terra nostra. Questa terra del Mediterraneo, il mare che ci unisce. <br />Per questo, in quella giornata in cui ci chiediamo chi siamo, vi chiediamo di parlare di Gaza, <br />di farlo ovunque vorrete. E di farlo, tutte e tutti, sulla rete: su siti, canali video, social. E <br />sempre con l’hashtag #GazaLastDay, #UltimogiornodiGaza. <br />Senza il mondo Gaza muore. Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire. Noi, <br />italiani, europei, umani. <br />Per rompere il silenzio colpevole useremo la rete, che è il solo mezzo attraverso cui <br />possiamo vedere Gaza, ascoltare Gaza, piangere Gaza. Perché possano partecipare tutte e <br />tutti, anche solo per pochi minuti. Anche chi è prigioniero della sua casa, e della sua <br />condizione: come i palestinesi, i palestinesi di Gaza lo sono. Perché almeno stavolta nessuna <br />autorità e nessun commentatore allineato possa inventarsi violenze che occultino la violenza: <br />quella fatta a Gaza. <br />Sulla rete, e non solo. Per chi vuole mettere in rete ciò che succede nelle piazze e nelle <br />comunità che si interrogano, assieme, su come fermare la strage. <br />Con la consapevolezza che noi siamo loro. E che a noi – italiani ed europei &#8211; verrà chiesto <br />conto della loro morte. Perché a compiere la strage è un nostro alleato, Israele. Per ripudiare <br />l’Europa delle guerre antiche e contemporanee, per proteggere l’Europa di pace nata da un <br />conflitto mondiale, esiste un solo modo: proteggere le regole, il diritto, e la giustizia <br />internazionale. E soprattutto guardarci negli occhi, e guardarci come la sola cosa che siamo. <br />Umani. <br />Aggiungiamo tutte le parole che vorremo usare all’hashtag #ultimogiornodigaza <br />#gazalastday. <br />Senza scomunicarne nessuna, senza renderne obbligatoria nessuna. Per chiamare le cose con il <br />loro nome. <br />Ora è il momento di costruire una rete di senza-potere determinati a prendere la parola. E il <br />9 maggio è la prima tappa di una strada assieme. <br />Perché la strage, perché il genocidio, abbiano fine. Ora. <br /><em>Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, Tomaso Montanari, </em><br /><em>Francesco Pallante, Evelina Santangelo </em></p>

<p>&nbsp;</p>
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