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	<title>diari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Su &#8220;All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria&#8221; di Micol Meghnagi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 05:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Riccardo Capoferro </strong> <br />  "All’ombra della Shoah" non è solo una genealogia della memoria della Shoah; è anche una riflessione sui vicoli ciechi del conflitto tra memorie. Intessendo una conversazione con il lavoro pionieristico di Bashir Bashir e Amos Goldberg, Meghnagi evidenzia...]]></description>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121077" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/9791256361595_0_0_536_0_75.jpg" alt="" width="331" height="503" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/9791256361595_0_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/9791256361595_0_0_536_0_75-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/9791256361595_0_0_536_0_75-276x420.jpg 276w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/9791256361595_0_0_536_0_75-150x228.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/9791256361595_0_0_536_0_75-300x456.jpg 300w" sizes="(max-width: 331px) 100vw, 331px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Riccardo Capoferro</strong></p>
<p>Dopo un’iniziale stagione di oblio, la Shoah sembrava essere divenuta una fondamentale pietra di paragone etica e storica, pienamente consacrata e collocata al cuore della nostra cultura pubblica; dopo Gaza, però, la sua aura sacrale si è in parte dissolta. È stata trasformata in un’insegna, è stata oggetto di puntigliosi tentativi di negarne le affinità con le violenze e le devastazioni in corso, ed è stata invocata per giustificare le operazioni belliche più efferate: all’indomani del 7 ottobre, varie personalità pubbliche israeliane hanno paragonato i miliziani di Hamas ai nazisti, auspicando la distruzione di Gaza. Al tempo stesso, tra coloro che hanno manifestato per la Palestina c’è stato chi, pur essendo stato educato a commemorare le vittime del Lager, ha contestato la centralità della Shoah nel nostro immaginario storico e civile.</p>
<p><em>All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria </em>di Micol Meghnagi (Fandango 2026) ci aiuta, con un’analisi molto convincente, a districarci tra i significati che hanno definito la Shoah e ne hanno determinato il ruolo, concentrandosi sulle culture della memoria degli ultimi decenni. Addentrandosi in una realtà ebraica vasta e plurale, Meghnagi mostra le funzioni politiche e identitarie di cui la Shoah si è caricata nel tempo, senza mai perdere di vista lo stato di Israele. In tal modo, porta in evidenza quel che la religione della memoria europea e angloamericana ha lasciato in ombra – il sottotitolo del libro è anche metafora di un’eclissi –: la possibilità che la Shoah possa essere invocata in modo strumentale per giustificare violenze ed esclusioni e marginalizzare il ricordo di altre esperienze traumatiche. Con particolare attenzione, Meghnagi affronta il problema che dopo la distruzione di Gaza è venuto più di ogni altro a complicare il significato pubblico della Shoah: il suo rapporto con la lunga durata delle politiche neocoloniali.</p>
<p>Nel quadro delineato da Meghnagi, la memoria della Shoah si rivela come il prodotto di molte forze e interessi: è stata anche il cuore, in Europa, negli Stati Uniti e in Israele, di un culto che ha offuscato oltre che memorializzare, spesso legato a pregiudizi eurocentrici e opportunità politiche. È significativo il caso tedesco, che Meghnagi ricostruisce con precisione. Nonostante il processo di Norimberga, in Germania la denazificazione è stata, nei fatti, parziale, e l’antisemitismo è sopravvissuto. Ma questo è solo un aspetto della vicenda. Negli anni ’50, nel contesto della Guerra Fredda, Adenauer offrì a Israele indennizzi sostanziosi, e la Germania diventò, negli anni ’60, uno dei suoi principali fornitori di materiale bellico. L’antisemitismo continuava a serpeggiare, e al tempo stesso si delineava un atteggiamento di filosemitismo ostentato, sostenuto da un’alleanza sempre più salda tra Germania e Israele. Negli ultimi anni la contraddizione si è aggravata. Poco feconda in rapporto ai dilemmi del mondo globalizzato, la sacralizzazione della Shoah si è intrecciata a un’islamofobia diffusa. Ha avuto, inoltre, un peso nella mancata risposta istituzionale tedesca alla distruzione di Gaza, e ha offerto ulteriori giustificazioni per censurare chi criticasse l’operato di Israele. (Una situazione che, sfiorando il grottesco, ha visto tedeschi filosionisti additare come antisemiti degli ebrei israeliani critici verso Israele).</p>
<p>In Italia, in cui ci si è crogiolati a lungo nel mito rassicurante del bravo italiano – e in cui, come recita il luogo comune, non c’è stata Norimberga – le faglie sono state, in apparenza, meno profonde. Ma Meghnagi ci mostra come la cultura della memoria abbia avuto, anche qui, esiti ambigui. In particolare, ripercorre la trasformazione della Shoah in un capitale morale che è tornato utile alle destre neofasciste in cerca di verginità politica. Ritualizzata e non accompagnata da una consapevolezza storica articolata, la memoria della Shoah è divenuta solo in parte un catalizzatore di progresso civile e intellettuale. Coltivata per fare i conti con la storia, ha fatto buon gioco a chi la storia voleva lasciarla in ombra. Nel frattempo, l’etnonazionalismo israeliano, vissuto come un ritorno gratificante di quel represso suprematista che l’Europa ha provato senza gran successo a espellere, si è imposto come punto di riferimento per le ultradestre. C’è anche in Italia chi difendendo la memoria della Shoah difende, ammirato, la Sparta israeliana, modello di militarismo e compattezza etnica, oltre che partner dell’industria bellica europea.</p>
<p>Ma l’Italia, la Germania e gli stessi USA – in cui nel clima surriscaldato della politica delle identità ampi settori delle comunità ebraiche invocano i traumi del passato per rivendicare autorità morale – sono solo ai margini del monopolio della memoria. Al centro, come mostra Meghnagi, c’è Israele. Dopo il processo a Eichmann, la Shoah diventò parte di una retorica bellicista imperniata sul principio ambiguo e pericoloso di una difesa preventiva; un principio che è stato ripetutamente usato per legittimare un uso indiscriminato della violenza: nel 1982 Begin giustificò la decisione di invadere il Libano con l’argomento che “l’alternativa è Treblinka” (quel che è poi successo in Libano è ben noto).  La memoria della Shoah è stata presa, in altri termini, a fondamento di un’identità dal forte tratto vittimario; di una prospettiva morale che nel conflitto con gli arabi vede il perpetuo riproporsi di un’eterna “minaccia esistenziale”. Una prospettiva deformata, che ha cancellato la natura politica e storica dell’occupazione della Cisgiordania e dell’assedio di Gaza – oltre che del processo che ha condotto alla nascita di Israele.</p>
<p>C’è una sezione di <em>All’ombra della Shoah</em> che torna particolarmente utile ai fini di una comprensione delle contraddizioni di Israele, dei suoi rapporti con il mondo arabo, delle sue politiche demografiche e, in ultima analisi, dei suoi legami con la cultura coloniale: quella dedicata ai <em>mizrahi</em>, gli ebrei “orientali” giunti in Israele poco dopo il ’48. Con una formidabile opera di sintesi, Meghnagi ripercorre una storia complicata e rivelatoria. Le due guerre mondiali, la nascita di Israele e l’inasprirsi dei rapporti con gli stati arabi ruppero un equilibrio durato secoli: le comunità ebraiche mediorientali e nordafricane, ben inserite (non senza qualche tensione) nei tessuti sociali locali, sono state a loro volta espulse con violenza dai paesi arabi: un clima esacerbato dall’arrivo dell’antisemitismo moderno – che è, ricordiamolo, un prodotto europeo. In Israele, però, i <em>mizrahi</em> sono stati a loro volta stigmatizzati, perché considerati corrotti dalla vicinanza con il mondo arabo. Esclusi dal loro mondo d’origine e sviliti dallo stato che li ha accolti e ha a volte sollecitato – in modo non sempre limpido – il loro arrivo, si sono ritrovati al fondo di una gerarchia dalla marcata impronta razziale, derivata, come evidenzia Meghnagi, dalla cultura coloniale europea. Dopo decenni di marginalizzazione, le comunità di <em>mizrahi</em> hanno poi trovato un riscatto politico nel momento in cui Begin e la destra del Likud hanno fatto leva sul loro scontento per assicurarsi la vittoria elettorale. E questo ha segnato l’inizio di una nuova fase, all’insegna di un ancora più forte sentimento antiarabo.</p>
<p>Nella lettura di Meghnagi – e dei teorici postcoloniali che chiama in causa – le contraddizioni che caratterizzano la storia dei <em>mizrahi</em> mettono in rilievo il persistere di una visione orientalista, che ha operato sotterraneamente nelle stesse logiche memoriali della Shoah. Attraverso il dialogo con l’importante lavoro di Michael Rothberg sulla “memoria multidirezionale”, Meghnagi mette in luce come la memoria della Shoah sia stata a lungo tenuta lontana da un confronto con l’esperienza coloniale. È sintomatico che solo negli ultimi vent’anni i presupposti coloniali della Shoah siano stati indagati più a fondo, muovendo dal lavoro di Hannah Arendt e dalle osservazioni, a lungo trascurate, dei pionieri del pensiero postcoloniale.</p>
<p><em>All’ombra della Shoah </em>non è solo una genealogia della memoria della Shoah; è anche una riflessione sui vicoli ciechi del conflitto tra memorie. Intessendo una conversazione con il lavoro pionieristico di Bashir Bashir e Amos Goldberg – incentrato su “Olocausto e Nakba” – e con altri contributi importanti, Meghnagi evidenzia il potenziale politico di una memoria complessa – multidirezionale, per dirla con Rothberg – basata su una pratica di empatia e ascolto e su un dialogo aperto tra storie ed esperienze, dal quale può emergere una visione condivisa.</p>
<p><em>All’ombra della Shoah</em> articola le sue analisi con chiarezza rara. È non meno rara, nel contesto italiano, la chiarezza con cui manifesta i propri presupposti affettivi ed epistemologici. Nel discorso su Israele e Palestina – anche nelle parole degli storici – si avverte non di rado la tendenza a nascondere le proprie idiosincrasie e i vincoli sociali e personali da cui esse derivano dietro una facciata di obiettività. Distinzioni dal tono accademico possono assecondare idee preconcette, paure dalle radici profonde e il bisogno viscerale di tutelare il proprio gruppo. Meghnagi ha invece scelto di rendere esplicito il vissuto personale e di attivista che ha nutrito il suo sguardo: la sua è una famiglia di ebrei libici giunti in Italia come profughi nel 1967. In questo libro, dunque, l’esperienza dei <em>mizrahi</em> non è solo oggetto di ricostruzione storica, è a sua volta un’eredità, esistenziale e memoriale, convertita in strumento di conoscenza, e al tempo stesso apertamente riconosciuta.</p>
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		<title>Fortunello e Cirillino e il Terzo Reich</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <b>Davide Panzavolta</b> <br />
Nel 1941 qualcosa va storto: forse una soffiata ai fascisti o qualcuno invidioso del successo, fatto sta che <b>Primo Malagoli </b>viene mandato a esibirsi in Germania: si tratta di una sorta di esilio coatto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><small>[ CARLO GINZBURG da &#8220;I benandanti&#8221;, pag. VII Prefazione, Einaudi, 1966<em> &#8220;Queste testimonianze friulane ci mostrano infatti un intersecarsi continuo di tendenze della durata di decenni o addirittura di secoli, e di reazioni assolutamente individuali e private, spesso addirittura inconsapevoli &#8211; quelle reazioni di cui apparentemente è impossibile fare storia, e senza le quali, in realtà, la storia della «mentalità collettiva» finisce con l&#8217;ipostatizzare una serie di tendenze e di forze disincarnate e astratte.&#8221;</em> ]</small></p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Fortunello-e-Cirillino-746x1024.jpg" alt="" class="wp-image-121205" width="560" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Fortunello-e-Cirillino-746x1024.jpg 746w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Fortunello-e-Cirillino-219x300.jpg 219w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Fortunello-e-Cirillino-768x1054.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Fortunello-e-Cirillino-1119x1536.jpg 1119w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Fortunello-e-Cirillino-306x420.jpg 306w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Fortunello-e-Cirillino-150x206.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Fortunello-e-Cirillino-300x412.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Fortunello-e-Cirillino-696x955.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Fortunello-e-Cirillino-1068x1466.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Fortunello-e-Cirillino.jpg 1370w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /><figcaption><em>1940 Teatro Scala di Berlin</em>o, locandina a colori dello spettacolo&#8221;Fortunello e Cirillino&#8221;</figcaption></figure></div>



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<center><small><b>Eric Satie[1866–1925]</b><br /><em>Acrobates</em> da <a href="https://archive.org/details/french_202311" target="a_blank" rel="noopener">⇨ <b>Parade</b> [1917]</a></small></center><br />



<p class="has-text-align-center">di<strong> Davide Panzavolta</strong></p>



<p>Per anni ho quasi ignorato l&#8217;esistenza e la storia di mio nonno materno, quando sono nato, lui non c&#8217;era più già da tempo, in famiglia non se ne parlava molto, anzi le notizie erano poche e nebulose. Più o meno quando avevo 10 anni morì anche mia nonna e da allora quel ramo della famiglia andò lentamente e inesorabilmente ad allontanarsi. A differenza ricordo bene tutto il periodo trascorso con i nonni paterni, contadini di Forlì, grazie ai quali ho imparato l&#8217;importanza della terra, del susseguirsi delle stagioni e l&#8217;alternanza tra il periodo di raccolta e di semina. È molto facile creare bei ricordi quando si va tutti insieme a raccogliere le ciliegie, ad assistere alla nascita di un vitellino, a vendemmiare oppure a pigiare l&#8217;uva per produrre quel Sangiovese che si berrà durante tutto l&#8217;anno. Questi momenti di felicità familiare restano impressi nella memoria creando ricordi indelebili trasversali tra le generazioni.</p>



<p>Arrivati però alla fatidica soglia dei 40 anni, cominci a fare i conti con la crisi di mezza età, ed è inevitabile provare a fare un bilancio della propria vita, penso sia successo a tutti. E’ durante questi conti e calcoli che mi accorgo che le mie radici non sono così ben consolidate come credevo, o per meglio dire, sono ben radicate da un lato ma ancora superficiali da un altro. E’ inevitabile che per riuscire a comprendere chi io sia veramente, devo sapere da dove provengo.</p>



<p>Così, come un novello archeologo, mi dirigo verso il solaio. Mi ricordo che da qualche parte ci dovrebbero essere degli scatoloni provenienti dallo sgombero della casa dei miei nonni di Modena. Nella sala a fianco all&#8217;acetaia di famiglia, sepolta tra vecchie sedie, passeggini in disuso e alberi di Natale, riposa da tempo una di quelle grosse confezioni regalo che negli anni 60 commercializza la Stock 84 con i suoi migliori brandy durante le feste. Al suo interno si nasconde il tesoro che stavo cercando, quello che da ora in avanti sarà denominato come: <strong>L’archivio di Primo Malagoli</strong>. Questo era il nome di mio nonno.</p>



<p>Al suo interno ci sono reperti cartacei, foto, documenti, missive, articoli di giornale, locandine e poster databili tra il 1936 e il 1946. Comincia per me un lungo periodo di riordino e catalogazione di tutto questo materiale, cercando di dare un ordine cronologico alla sequenza di eventi che trascinarono mio nonno in lungo il largo per l&#8217;Europa negli anni più bui che il ventesimo secolo ricordi.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/5-1024x884.jpg" alt="" class="wp-image-121225" width="768" height="663" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/5-1024x884.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/5-300x259.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/5-768x663.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/5-1536x1326.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/5-2048x1769.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/5-486x420.jpg 486w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/5-150x130.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/5-696x601.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/5-1068x922.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/5-1920x1658.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/5-534x462.jpg 534w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>1936 riviera romagnola Primo Malagoli con la moglie Domizia Brighenti e la figlioletta Miriam Malagoli in un momento di svago e gioco al mare.</figcaption></figure></div>



<p>Cercherò quindi qui di seguito di riportare il più fedelmente possibile quello che dopo più di tre anni di ricerca sono riuscito a scoprire.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/6-1024x770.jpg" alt="" class="wp-image-121226" width="768" height="578" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/6-1024x770.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/6-300x226.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/6-768x577.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/6-1536x1155.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/6-2048x1540.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/6-559x420.jpg 559w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/6-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/6-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/6-696x523.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/6-1068x803.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/6-1920x1443.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/6-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>I gemelli Primo e Secondo Malagoli entrambi atleti alla Società Sportiva Panaro di Modena.</figcaption></figure></div>



<p>La storia parte intorno agli anni venti a Modena, dove mio nonno <strong>Primo Malagoli</strong>, quinto di sei figli e orfano di padre, si trova a lottare quotidianamente per sopravvivere all&#8217;ingerenza e alla povertà ed è solo grazie alla buona sorte e alle sue sorprendenti doti atletiche che riuscirà a entrare nelle grazie di uno dei pochi uomini che all&#8217;epoca potessero vantare una fama mondiale. Tra il 1920 e il 1930 <strong>Primo</strong> ha la fortuna di essere accolto sotto l&#8217;ala protettiva dell&#8217;atleta più famoso al mondo <strong>Alberto Braglia</strong>, pluri medagliato olimpico, classe 1883, che al ritorno dalla Prima Guerra Mondiale viene travolto dalla tragedia della perdita di un figlio e probabilmente troverà in mio nonno il conforto per quella mancanza altrimenti incolmabile. Nasce così tra i due un rapporto che va ben oltre al semplice legame tra mentore e allievo e che li legherà per tutta la vita. Sulla rocambolesca vita di <strong>Alberto Braglia</strong> si è già scritto molto, della sua formidabile carriera Olimpica, delle medaglie d’oro vinte ad Atene nel 1906 quello di Londra Nel 1908 e l&#8217;altra Stoccolma nel 1912. A me spetta l’arduo compito di raccontarvi la storia del suo discepolo più talentuoso. <strong>Primo</strong>, oltre a essere stato suo allievo nelle discipline sportive, seguì le sue orme anche nell’altra attività di <strong>Braglia</strong>, quella meno nota, quella per cui forse l’atleta provò anche un certo imbarazzo, perché dettata dal bisogno di “sbarcare il lunario&#8221;. Erano altri tempi, dove lo sport si praticava solo per la gloria senza ricevere compensi, così l’olimpionico dovette reinventarsi artista di spettacoli di varietà dove si esibiva grazie alle proprie doti atletiche:</p>



<div class="wp-block-jetpack-slideshow aligncenter" data-autoplay="true" data-delay="4" data-effect="fade"><div class="wp-block-jetpack-slideshow_container swiper-container"><ul class="wp-block-jetpack-slideshow_swiper-wrapper swiper-wrapper"><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" width="290" height="430" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-121230" data-id="121230" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Alberto-braglia.jpg" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Alberto-braglia.jpg 290w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Alberto-braglia-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Alberto-braglia-283x420.jpg 283w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Alberto-braglia-150x222.jpg 150w" sizes="(max-width: 290px) 100vw, 290px" /><figcaption class="wp-block-jetpack-slideshow_caption gallery-caption">Alberto Braglia, Modena, 23 aprile 1883 – Modena, 5 febbraio 1954</figcaption></figure></li><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" width="600" height="400" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-121247" data-id="121247" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Alberto_Braglia.jpg" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Alberto_Braglia.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Alberto_Braglia-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2Alberto_Braglia-150x100.jpg 150w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure></li><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" width="406" height="689" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-121248" data-id="121248" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Alberto_Braglia.jpg" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Alberto_Braglia.jpg 406w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Alberto_Braglia-177x300.jpg 177w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Alberto_Braglia-247x420.jpg 247w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Alberto_Braglia-150x255.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Alberto_Braglia-300x509.jpg 300w" sizes="(max-width: 406px) 100vw, 406px" /></figure></li></ul><a class="wp-block-jetpack-slideshow_button-prev swiper-button-prev swiper-button-white" role="button"></a><a class="wp-block-jetpack-slideshow_button-next swiper-button-next swiper-button-white" role="button"></a><a aria-label="Pause Slideshow" class="wp-block-jetpack-slideshow_button-pause" role="button"></a><div class="wp-block-jetpack-slideshow_pagination swiper-pagination swiper-pagination-white"></div></div></div>



<p>&nbsp;</p>



<p><strong>Braglia</strong> si diede al teatro portando in scena con un bambino di sette anni due personaggi del <strong>Corriere dei Piccoli</strong>, <strong>Fortunello</strong> e <strong>Cirillino</strong>: usava le sue doti atletiche sul palcoscenico per compiere spericolate evoluzioni riscuotendo un grande successo di pubblico.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" class="wp-image-121231 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/CORRIEREDEIPICCOLI1972-005-682x1024.jpg" alt="" width="512" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/CORRIEREDEIPICCOLI1972-005-682x1024.jpg 682w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/CORRIEREDEIPICCOLI1972-005-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/CORRIEREDEIPICCOLI1972-005-768x1153.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/CORRIEREDEIPICCOLI1972-005-1023x1536.jpg 1023w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/CORRIEREDEIPICCOLI1972-005-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/CORRIEREDEIPICCOLI1972-005-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/CORRIEREDEIPICCOLI1972-005-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/CORRIEREDEIPICCOLI1972-005-696x1045.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/CORRIEREDEIPICCOLI1972-005-1068x1603.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/CORRIEREDEIPICCOLI1972-005.jpg 1087w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></figure>
</div>


<p>È nel 1925 che <strong>Primo</strong> e <strong>Alberto Braglia</strong> si conoscono: <strong>Primo</strong> è allievo alla <strong>Società Sportiva Panaro</strong> del mitico <strong>Braglia</strong>, la leggenda della ginnastica italiana, che si affeziona a quel ragazzo. L’uomo ha perso un figlio e <strong>Primo</strong> dal canto suo è orfano di padre, così è presto spiegato lo stretto rapporto umano che si crea. Oltre all’arte ginnica, <strong>Braglia</strong> è un vero mentore per <strong>Primo</strong> che grazie ai suoi insegnamenti decide di non iscriversi mai al partito fascista, nonostante le crescenti pressioni del regime.</p>



<p>Ed è proprio a <strong>Primo Malagoli</strong> che <strong>Braglia</strong> decide di lasciare in eredità il suo spettacolo clownesco. La ricerca del nuovo <strong>Cirillino</strong> inizia nel 1935. La scelta ricade su di un bambino magrolino, tutto nervi, sinuoso come la seta ma duro come un incudine da fabbro: il suo nome è <strong>Armando Salami</strong>.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/13.jpg" alt="" class="wp-image-121255" width="477" height="747" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/13.jpg 477w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/13-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/13-268x420.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/13-150x235.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/13-300x470.jpg 300w" sizes="(max-width: 477px) 100vw, 477px" /><figcaption>1940 Germania, &#8220;Fortunello e Cirillino&#8221; in posa per un giornale tedesco</figcaption></figure></div>



<p>Il rinato spettacolo diventa da subito richiestissimo e verrà portato in scena per dieci anni, tra il 1935 e il 1945, talmente apprezzato da essere eseguito anche davanti al Re, nel maggio 1939. L’occasione è il pranzo dato a Roma in onore della visita della principessa <strong>Olga di Jugoslavia</strong>. I due emozionatissimi clown si esibiscono a corte davanti alle famiglie reali e in segno di ringraziamento ricevono in dono una coppia di gemelli da camicia in oro, impreziosita da piccole rosette di diamanti su cui sono incise le iniziali della <strong>regina Elena</strong>.</p>



<figure class="wp-block-video"><video controls poster="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/10-scaled.jpg" src="https://www.suave-est-nus.org/movie.mp4"></video><figcaption>Questo è l’unico filmato recuperato contenente alcuni dei numeri dello spettacolo. È stato convertito dalla pellicola originale in 16 mm al formato digitale. Si tratta di una prova dello spettacolo effettuata nel 1935 a Formigine in provincia di Modena.</figcaption></figure>



<p>È un vecchio filmato in bianco e nero che svela i dettagli dello spettacolo di <em><strong>Fortunello e Cirillino</strong></em>: in scena ci sono un uomo e un bambino che si tengono per mano e avanzano con sguardo fiero e passo deciso su uno stretto tappeto. L’uomo regge una grande valigia, sono entrambi vestiti da clown, sorridono felici, finché il bambino non inizia a sbeffeggiarlo. L’uomo per acchiappare il piccolo birbante si prodiga in acrobazie, fino ad afferrare una scopa per punirlo alla quale però <strong>Cirillino</strong> si avvinghia compiendo altre evoluzioni. La parte conclusiva del loro numero è la più spettacolare: <strong>Fortunello</strong>, spazientito, afferra deciso il piccolo briccone e lo lancia in aria facendogli compiere un triplo salto mortale che termina esattamente dentro la capiente valigia a soffietto. Una volta richiusa, i due artisti guadagnano l’uscita di scena tra gli scroscianti applausi del pubblico.</p>



<div class="wp-block-jetpack-slideshow aligncenter" data-autoplay="true" data-delay="5" data-effect="slide"><div class="wp-block-jetpack-slideshow_container swiper-container"><ul class="wp-block-jetpack-slideshow_swiper-wrapper swiper-wrapper"><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" width="732" height="467" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-121290" data-id="121290" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/20.jpg" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/20.jpg 732w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/20-300x191.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/20-658x420.jpg 658w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/20-150x96.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/20-696x444.jpg 696w" sizes="(max-width: 732px) 100vw, 732px" /><figcaption class="wp-block-jetpack-slideshow_caption gallery-caption">Italia 1938 segni di ordinaria routine della tournée, una cena veloce dopo lo spettacolo pronti per ripartire per una nuova città </figcaption></figure></li><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" width="727" height="473" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-121274" data-id="121274" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/15.jpg" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/15.jpg 727w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/15-300x195.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/15-646x420.jpg 646w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/15-150x98.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/15-696x453.jpg 696w" sizes="(max-width: 727px) 100vw, 727px" /><figcaption class="wp-block-jetpack-slideshow_caption gallery-caption">1939 settembre Primo Malagoli e Armando Salami con un auto presa a noleggio ( probabilmente dal cantante Carlo Buti) per la tournée del varierà in Sicilia.</figcaption></figure></li><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" width="732" height="462" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-121271" data-id="121271" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/14.jpg" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/14.jpg 732w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/14-300x189.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/14-665x420.jpg 665w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/14-150x95.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/14-696x439.jpg 696w" sizes="(max-width: 732px) 100vw, 732px" /></figure></li><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" width="1024" height="725" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-121289" data-id="121289" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/11-1024x725.jpg" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/11-1024x725.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/11-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/11-768x543.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/11-1536x1087.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/11-2048x1449.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/11-593x420.jpg 593w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/11-150x106.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/11-696x493.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/11-1068x756.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/11-1920x1359.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/11-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-block-jetpack-slideshow_caption gallery-caption">Agosto/settembre 1939 la compagnia di varietà impegnata nella tournée per la propaganda nazista effettua gli spostamenti tramite i famigerati treni. </figcaption></figure></li></ul><a class="wp-block-jetpack-slideshow_button-prev swiper-button-prev swiper-button-white" role="button"></a><a class="wp-block-jetpack-slideshow_button-next swiper-button-next swiper-button-white" role="button"></a><a aria-label="Pause Slideshow" class="wp-block-jetpack-slideshow_button-pause" role="button"></a><div class="wp-block-jetpack-slideshow_pagination swiper-pagination swiper-pagination-white"></div></div></div>



<p>Nel 1941 qualcosa va storto: forse una soffiata ai fascisti o qualcuno invidioso del successo, fatto sta che <strong>Primo Malagoli</strong> viene mandato a esibirsi in Germania: si tratta di una sorta di esilio coatto.</p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video controls poster="" src=" https://www.suave-est-nus.org/viaggio.mp4"></video><figcaption>Il viaggio attraverso tutta l&#8217;Europa di &#8220;Fortunello e Cirillino&#8221;</figcaption></figure>



<p>In <strong>Germania</strong> <em><strong>Fortunello e Cirillino</strong></em> spopolano: lo spettacolo viene portato in scena numerose volte alla <strong>Scala</strong> di <strong>Berlino</strong>, e su tutto il suolo del <strong>Reich</strong> da <strong>Dortmund</strong>, <strong>Dassau</strong>, <strong>Köln</strong>, <strong>Düsseldorf</strong>, <strong>Nürnberg</strong>, <strong>München</strong>, <strong>Frankfurt,</strong> <strong>Hamburg</strong>, ecc&#8230;</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="481" height="748" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/3.jpg" alt="" class="wp-image-121253" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/3.jpg 481w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/3-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/3-270x420.jpg 270w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/3-150x233.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/3-300x467.jpg 300w" sizes="(max-width: 481px) 100vw, 481px" /><figcaption>1939 teatro Scala di Berlino foto degli artisti Fortunello e Cirillino in camerino prima dello spettacolo, da notare le foto dei famigliari cari attaccate intorno allo specchio, e un po più a sinistra la foto del Duce e di Hitler, il teatro Scala era in origine un teatro gestito da ebrei che venne requisito e adibito alla propaganda per questo gli artisti erano obbligati a esibire le immagini dei loro carcerieri.</figcaption></figure></div>



<p>D’altra parte in quegli anni bui la ricerca di leggerezza e risate era fondamentale per resistere alle brutture della guerra. Tra il 1941 e il 1943, per sopravvivere, <strong>Primo</strong> è costretto, in cambio di 11 mesi di spettacoli nei teatri tedeschi, a garantire un mese di repliche solo per i militari o i dignitari tedeschi e le loro famiglie.</p>



<p>Resta lontano dall’Italia, e dai suoi cari (Primo ha una moglie, una figlia piccola e una madre anziana), per tre anni lavora senza interruzione e non ha la libertà di contrattare personalmente la paga né tantomeno di riscuoterla. Per tutte queste operazioni ha l’obbligo di passare, con grande complicazione, attraverso l’<strong>Amministrazione Fiduciaria per le Professioni Culturali</strong>.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/12-1024x928.jpg" alt="" class="wp-image-121227" width="768" height="696" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/12-1024x928.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/12-300x272.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/12-768x696.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/12-1536x1392.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/12-2048x1857.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/12-463x420.jpg 463w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/12-150x136.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/12-696x631.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/12-1068x968.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/12-1920x1741.jpg 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>Domizia Malagoli la moglie di Primo e Miriam Malagoli la figlia.</figcaption></figure></div>



<p>Sono anni di soddisfazioni, grazie al successo dello spettacolo, ma anche di grande fatica e limitazioni alla propria libera volontà. Nel 1942 vede riconosciuto ufficialmente il valore del suo lavoro poichè è chiamato a far parte dello spettacolo “<em><strong>Das brosse Lachen</strong></em>” (la grande risata), uno dei più famosi dell’epoca, allestito dal grande clown spagnolo <strong>Charlie Rivel</strong>.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-2-1024x664.jpg" alt="" class="wp-image-121277" width="768" height="498" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-2-1024x664.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-2-300x194.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-2-768x498.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-2-1536x995.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-2-2048x1327.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-2-648x420.jpg 648w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-2-150x97.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-2-696x451.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-2-1068x692.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-2-1920x1244.jpg 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>1939 Teatro Apollo di Berlino, saluti finali della compagnia del varietà, al centro con il mazzo di fiori Fortunello e Cirillino, come attrazione principale.</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/21-1024x636.jpg" alt="" class="wp-image-121279" width="768" height="477" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/21-1024x636.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/21-300x186.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/21-768x477.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/21-1536x954.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/21-2048x1272.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/21-676x420.jpg 676w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/21-150x93.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/21-696x432.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/21-1068x663.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/21-1920x1193.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/21-356x220.jpg 356w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>Settembre del 1939 a Berlino al Teatro Scala  la foto ritrae un attimo delle prove del Varietà. Al centro con quella sorta di megafono il direttore del teatro che impartisce ordini agli artisti in pista che si esibiscono. Gli altri artisti sono in attesa del loro turno a sedere su una sorta di ribalta simile a quelle che si trovano nei circhi cosi anche il pavimento non è di legno ma probabilmente sabbia. Tipico della concezione di teatro di varietà nordico.</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="752" height="478" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1.jpg" alt="" class="wp-image-121278" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1.jpg 752w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1-300x191.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1-661x420.jpg 661w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1-150x95.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1-696x442.jpg 696w" sizes="(max-width: 752px) 100vw, 752px" /><figcaption>1940 Berlino ingresso in scena di Fortunello e Cirillino presso il teatro Scala</figcaption></figure></div>



<p>La tournè si interrompe bruscamente il 15 luglio 1943, appena dieci giorni prima della caduta di Mussolini in Italia. In tale data infatti, dall’archivio si evince, che <strong>Primo</strong> lascia improvvisamente la Germania, grazie all’intercessione di un alto funzionario tedesco che, in brevissimo tempo, gli fornisce tutti i documenti necessari per espatriare, prima a <strong>Copenhagen</strong> poi a <strong>Göteborg</strong>, con l’obbligo, in cambio, che egli conduca con sè in salvo suo figlio per riportarlo in Germania solo a guerra finita. E così fa.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="313" height="432" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/19.jpg" alt="" class="wp-image-121281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/19.jpg 313w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/19-217x300.jpg 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/19-304x420.jpg 304w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/19-150x207.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/19-300x414.jpg 300w" sizes="(max-width: 313px) 100vw, 313px" /><figcaption>17-7-1943 Arrivo a Copenaghen di Primo Malagoli e Armando Salami, si intravede nei loro occhi la gioia e la consapevolezza di chi sa che è appena scampato a un enorme pericolo. Da li a pochi giorni tutti gli italiani sul suolo tedesco verranno fatti prigionieri. </figcaption></figure></div>



<p>Nei lunghi tre anni in cui si ferma in <strong>Svezia</strong>, in attesa di poter rientrare in Italia, <strong>Primo</strong>, sempre accompagnato da <em><strong>Armando “Cirillino”</strong></em>, alterna il mondo del varietà a un lavoro stabile presso la fabbrica di statuine di ceramica di proprietà di una famiglia di immigrati italiani. </p>



<div class="wp-block-jetpack-slideshow aligncenter" data-autoplay="true" data-delay="3" data-effect="fade"><div class="wp-block-jetpack-slideshow_container swiper-container"><ul class="wp-block-jetpack-slideshow_swiper-wrapper swiper-wrapper"><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" width="485" height="346" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-121257" data-id="121257" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/17.jpg" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/17.jpg 485w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/17-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/17-150x107.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/17-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 485px) 100vw, 485px" /><figcaption class="wp-block-jetpack-slideshow_caption gallery-caption">Fine luglio del 1943 Copenaghen il primo spettacolo dopo la fuga dalla Germania. In attesa del trasferimento a Göteborg.</figcaption></figure></li><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" width="317" height="486" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-121256" data-id="121256" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/16.jpg" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/16.jpg 317w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/16-196x300.jpg 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/16-274x420.jpg 274w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/16-150x230.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/16-300x460.jpg 300w" sizes="(max-width: 317px) 100vw, 317px" /><figcaption class="wp-block-jetpack-slideshow_caption gallery-caption">Fine luglio del 1943 Copenaghen il primo spettacolo dopo la fuga dalla Germania. In attesa del trasferimento a Göteborg.</figcaption></figure></li></ul><a class="wp-block-jetpack-slideshow_button-prev swiper-button-prev swiper-button-white" role="button"></a><a class="wp-block-jetpack-slideshow_button-next swiper-button-next swiper-button-white" role="button"></a><a aria-label="Pause Slideshow" class="wp-block-jetpack-slideshow_button-pause" role="button"></a><div class="wp-block-jetpack-slideshow_pagination swiper-pagination swiper-pagination-white"></div></div></div>



<p>È solo nella primavera del 1946 che <strong>Primo</strong> potrà far rientro a <strong>Modena</strong> dopo ben cinque anni di assenza. <strong>Cirillino</strong>, partito ragazzo, è tornato ormai uomo. <strong>Primo</strong> può finalmente riabbracciare la moglie <strong>Domizia</strong> e la figlia <strong>Miriam</strong> rimaste in <em>Italia</em> ad aspettarlo. A Modena <strong>Primo</strong> ritroverà anche il maestro <strong>Braglia</strong>, la cui storia nel tratto finale della vita, è da riscrivere rispetto a quella ufficiale. Si parla infatti di un <strong>Alberto Braglia</strong> morto in totale solitudine nel 1954 mentre, fino alla sua morte, a 70 anni, la famiglia di <strong>Primo Malagoli</strong> gli resterà vicino e si prenderà cura di lui.</p>



<p>Ed eccoci qua alle battute finali di questa incredibile storia, tutto quello che ho scoperto sulla vita di mio nonno mi ha permesso di capire meglio chi io sia veramente. Infatti ora mi riscopro figlio d’arte, anch&#8217;io come lui ho dedicato gran parte della mia vita al teatro, non come artista ma come tecnico di scena. Per quasi vent&#8217;anni ho calcato i palcoscenici italiani e europei custodendo e tramandando un tesoro unico e inestimabile, “la Macchina del Teatro all’Italiana”. “Macchinisti”, così infatti si chiamano i tecnici che manovrano quel complicatissimi ingranaggi che permette la magia del teatro. Una magia fatta di corde, rocchetti e contrappesi, di polvere e sudore, quella magia che ti permette di far volare case o persone, che ti da la possibilità di passare da una sala di un castello a un prato di campagna in pochi secondi.</p>



<p>Esattamente come mio nonno ho vissuto una routine fatta di montaggi, prove, recite, smontaggi e spostamenti da una piazza all&#8217;altra. In un alternarsi continuo, frenetico, inarrestabile e quasi nevrotico, perché come tutti sanno “the show must go on”. Ho provato sulla mia stessa pelle quanto può essere duro trascorrere interi mesi lontano dai propri affetti, il vuoto che ti resta dentro a festeggiare il Natale o il Capodanno in teatro quando la tua famiglia è a casa lontana da te. Solo dopo molti anni di tournée ho capito che: nonostante il mio fosse il lavoro più bello del mondo questa passione, quasi una malattia, è inconiugabile con gli affetti familiari.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/cappello.jpeg" alt="" class="wp-image-121294" width="640" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/cappello.jpeg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/cappello-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/cappello-560x420.jpeg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/cappello-80x60.jpeg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/cappello-150x113.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/cappello-265x198.jpeg 265w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption>Costumi orginali di scena </figcaption></figure></div>



<p>Mi sono trovato con molti più punti in comune con mio nonno <strong>Primo</strong> rispetto all&#8217;altro ramo della famiglia, anch&#8217;io come lui sono stato salvato dall&#8217;amore e dalla passione per una vita unica del suo genere. Solo chi ha passato anni in tournée può capire come questo lavoro ti pervada, si insinui sotto alla pelle dentro le ossa e che tu non riesca più a farne meno. Sicuramente se non avessi avuto il teatro avrei impiegato molti più anni a realizzarmi come uomo. Finalmente ho capito da chi ho preso quella vena di follia che mi ha portato per anni a costruire i sogni di scenografi e registi e che oggi mi esorta a realizzare il mio di sogno, poter raccontare la fantastica storia di mio nonno <strong>Primo Malagol</strong>i e chissà che prima o poi non sarò in grado di farne uno spettacolo teatrale, per rivivere su un palcoscenico, fianco a fianco, quella magia che ci unisce.</p>
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		<title>Non solo Taormina: viaggio nell’Appennino siciliano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[entroterra]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Alerci]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggio nell'Appennino siciliano]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Consolo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani </strong> <br /> Non si tratta di un racconto di viaggio, perché in quelle zone l’autore ci vive: il piacere della lettura sta proprio nel ripercorrere insieme a chi scrive sentieri ch'egli conosce perfettamente, e che nondimeno continuano a lasciarlo stupefatto]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120112 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38.png" alt="" width="700" height="519" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38.png 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38-300x222.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38-566x420.png 566w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38-150x111.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38-485x360.png 485w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.56.38-696x516.png 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>«La radio più ascoltata di tutta la Sicilia sud-orientale», recitava con orgoglio il jingle dell&#8217;emittente Agira International durante un road trip nel maggio 2011, quando accompagnai Peter, amico e lontano parente americano, sulle tracce dei suoi antenati di Gagliano Castelferrato. Fu un viaggio bellissimo, in un’epoca della vita in cui credevo ancora che esistesse una felicità senza compromessi.</p>
<p>Gagliano Castelferrato è un paesino in provincia di Enna: la prendemmo larga, arrivandoci dopo aver percorso il perimetro dell’isola; il paesaggio ennese mi lasciò incantata. Ho ritrovato tutto quell’incanto leggendo <em>Viaggio nell’Appennino siciliano </em>di Luca Alerci (Tarka, 2026), studioso di meteorologia e docente di scienze. Non si tratta di un racconto di viaggio, perché in quelle zone l’autore ci vive: il piacere della lettura sta proprio nel ripercorrere insieme a chi scrive sentieri ch&#8217;egli conosce perfettamente, e che nondimeno continuano a lasciarlo stupefatto, ad esempio sui monti Nebrodi, vicino Floresta, dove</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Il cielo, spesso coperto da una coltre densa di nubi, incute timore e il dedalo di sentieri che da questo vallo dipartono, più che un invito alla scoperta, diventa un enigma, una scelta di salvezza.</p>
</blockquote>
<p>Il libro è accompagnato da bellissime fotografie che fanno da contrappunto al testo insieme a citazioni letterarie, ad esempio dei versi di Quasimodo che l&#8217;autore rievoca davanti al lago di Maulazzo: «e tu amore, non portarmi davanti a quello specchio infinito: vi si guardano dentro fanciulli che cantano e alberi altissimi e acque».</p>
<p>Idealmente ambientato in autunno, il viaggio che Alerci propone nel primo capitolo attraversa faggeti, vegetazione varia, boschi di abeti, venti, rocce e stagioni. Non solo poesia, però:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Le difficoltà, il disincanto, la dissipazione delle terre del sud sono, purtroppo, evidenti pure quassù, nell’incapacità di coltivarli questi sogni, nella negazione che questa bellezza sia per tutti. Non ci si è stancati dello stigma della terra selvaggia, inesplorata, mitica? Io credo si abbia bisogno di storia, non di mito, di scoperte, non di nascondimenti.</p>
</blockquote>
<p>E ancora:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Una mattina, era inverno, vi salii perché volevo visitarne i laghetti ghiacciati. La neve superava le mie ginocchia, e non avevo portato le ciaspole. Quando raggiunsi la cresta, c’era questo spettacolo di vapori, suoni, vite nascoste. Bisogna guardare la Sicilia anche da queste forre, e restare, sì, bisogna restare, fermarsi dove si è nati, imparando dagli alberi.</p>
</blockquote>
<p>Nel secondo capitolo l&#8217;autore compie un’incursione nel mondo letterario attraverso le figure di grandi scrittori siciliani come Sciascia, Vittorini, Consolo. Quest’ultimo gli aveva raccontato di un suo viaggio in Grecia e della visione, a un tratto, del camion di una ditta di traslochi sul quale c’era scritto «metafora»: trasporti. L’aneddoto diventa per Alerci un modo per definire il senso che la scrittura riveste per lui, appunto «trasporto, disseminazione, immedesimazione, emozione».</p>
<p>Nel terzo capitolo di questo libro ibrido, che tanto parla di alberi ed è a sua volta arborescente, le conoscenze climatologiche dell’autore dettano un percorso fra le quattro stagioni, proseguendo in quel «vortice tra dissipazione e conservazione» che per lui rappresenta la sicilianità. Si chiude con due racconti d&#8217;impronta biografica.</p>
<p>È un viaggio pieno di grazia, quello proposto da Luca Alerci, la cui prosa dal tocco delicato e autentico si adatta bene a ciò che narra, fondendosi col paesaggio descritto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120113 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.57.32.png" alt="" width="694" height="442" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.57.32.png 694w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.57.32-300x191.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.57.32-659x420.png 659w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-04-23-alle-22.57.32-150x96.png 150w" sizes="(max-width: 694px) 100vw, 694px" /></p>
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		<title>L’università: su un immaginario recente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Dell'università una storia di idee]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[paolo rigo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Rigo</strong> <br /> Da quando bazzico in accademia con un ruolo diverso da quello di studente, dall’inizio del dottorato di ricerca, mi sono scontrato con una galassia complicata, un cosmo affascinante per me, e misterioso per molti...]]></description>
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<p>di <strong>Paolo Rigo</strong></p>
<p>Nel film di esordio alla regia di Volfango De Biasi, <em>Come tu mi vuoi</em>, si racconta la storia di Giada, studentessa modello di Scienze della Comunicazione. Giada, nonostante i successi, vorrebbe una vita diversa; vorrebbe frequentare i locali, essere desiderata, vorrebbe, forse, far innamorare di sé Riccardo, personaggio agli antipodi – perditempo, celebrità dell’università, capace di ottenere il minimo indispensabile grazie al proprio fascino… come descrivere Riccardo in una parola? fico.</p>
<p>La certo non ardua trama del film, con Giada che stringe una sorta di patto con il ragazzo che la snobba e da cui vorrebbe essere finalmente considerata (ripetizioni in cambio di consigli e ingresso nel circolo dei ragazzi <em>à la page</em>), è, insomma, piuttosto banalotta; e poggia su una serie impressionante di precedenti cinematografici (e non solo). Chi è nato negli anni Ottanta si ricorderà, per esempio, di <em>Playboy in prova </em>(1987, titolo originale: <em>Can’t Buy Me Love</em>) con un giovanissimo Patrick Dempsey, ambientato però in una <em>high school </em>di provincia con i suoi miti e i suoi limiti.</p>
<p>C’è un particolare del film di De Biasi che mi colpì molto – quando uscì lo vidi con la mia ragazza d’allora (un’antichista che sembrava destinata a una sicura carriera accademica e che aveva un debole per le <em>fairy tales</em> alla brutto anatroccolo). In una scena, la protagonista chiede al suo professore preferito di venir presa in considerazione per il ruolo di assistente. Si dovrebbe trattare della figura di assistente universitario volontario, ruolo che veniva concesso su nomina; il fatto però è che quella funzione era stata abolita con il DPR 382 da diverso tempo, già nel 1980. Un anacronismo che, da studente universitario, iscritto alla magistrale in Italianistica, mi rimase impresso. Evidentemente nella realtà di <em>Come tu mi vuoi</em>, uscito e ambientato nel 2007, dunque ben 27 anni dopo la cancellazione dell’incarico, quella figura esisteva ancora. Possibile che gli sceneggiatori non ne fossero al corrente? Oppure è più probabile che la scelta rispondesse alle esigenze del pubblico ignaro dei nuovi meccanismi dell’università? La seconda strada mi sembrò e ancora mi pare quella più probabile: credo che all’università sia stato e sia attribuito un immaginario esistente a prescindere dalla realtà, e si tratta di un immaginario parte di un patrimonio ormai comune, difficile da smantellare.</p>
<p>Da quando bazzico in accademia con un ruolo diverso da quello di studente, dall’inizio del dottorato di ricerca (intrapreso a partire dal 2013), mi sono scontrato con una galassia complicata, un cosmo affascinante per me, e misterioso per molti; un universo che, per una sua vocazione intrinseca, risulta spesso incomprensibile e inaccessibile a chi non ne fa parte. Conoscere le dinamiche del piccolo mondo antico in questione non è però impossibile, soprattutto per chi ha voglia di leggere. Libri satirici che trattano di quello che capita tra corridoi e aule, che si soffermano sugli incontri, sulle lezioni, sui docenti, sugli amanti, sugli studenti e le studentesse, e, ancora, sui convegni, i congressi, sulle meschinità, sulla politica e sulle ricerche – <em>dulcis in fundo</em> – sono davvero molti. Uno dei casi letterari più interessanti degli ultimi anni è ambientato nell’ateneo di Pisa (e a Parigi). Mi riferisco a <em>La ricreazione è finita </em>di Dario Ferrari (2023). In Italia il libro di Ferrari è andato molto di moda tra gli accademici – non conosco un solo collega (e amico) che non l’abbia letto. Invece, so di tanti amici (e colleghi) che non sono a conoscenza del fatto che il cosiddetto <em>campus novel</em> ha una vera e propria tradizione letteraria, e si tratta di una tradizione amplissima. Solo a gusto personale vorrei rapidamente menzionare quattro capolavori del genere: il malinconico (e durissimo) <em>Verso un sicuro approdo </em>di Wallace Stegner (<em>Crossing to Safety</em>, 1987); i campioni di risate <em>Scambi </em>e <em>Il professore va al congresso</em> di David Lodge (rispettivamente <em>Changing Places: A Tale of Two Campuses</em>, 1975, e <em>Small World: An Academic Romance</em>, 1984); <em>Tutte le anime</em> di Javier Marías (<em>Todas las almas</em>, 1989). La lista potrebbe essere lunga, ma quello che si ritroverà in ognuno di questi libri e negli altri – e si noti un particolare: non casualmente quelli citati sono quasi tutti usciti negli anni Ottanta – sono sempre gli stessi temi: le tensioni, le insoddisfazioni, il sistema in crisi, l’assenza di finanziamenti, i cattivi e i buoni docenti, lo sfruttamento dei più giovani, la mancanza di dialogo con gli studenti, e, di nuovo, gli innamoramenti clandestini tra colleghi, tra studenti, tra docenti e studenti, i flirt (più o meno innocenti), i convegni, i viaggi (più o meno complicati), le lezioni, le sperimentazioni, gli alberghi di lusso e le topaie, i divani dove ogni tanto si dorme per un eccesso di zelo o per amicizia, ecc..</p>
<p>Non solo fiction. Ricca è anche la saggistica dedicata a quell’universo. Talvolta – raramente a dire il vero – capita che qualcuno di questi lavori risulti tanto perspicace quanto divertente: una gustosa chicca è del 2018. Un allora giovane studioso di comparatistica e oggi professore associato, Alberto Comparini, ma al tempo ancora alla ricerca di un posto fisso e di un sicuro approdo (appunto), sulle pagine de <em>Le parole e le cose </em>rifletteva sulle differenti prassi del reclutamento universitario in Italia e negli States; e la cosa curiosa è che lo faceva proponendo un’interessante analogia basata sul sistema del draft Nba (Alberto è un campione di basket mancato).</p>
<p>La trattatistica sull’università è segnata da un orizzonte ampio, con prospettive e focalizzazioni varie, insomma. Un prezioso libro sul tema è <em>Dell’università. Una storia di</em> <em>idee</em> di Stefano Jossa, uscito per Quodlibet nel 2025. Mi stupisce non poco che il volumetto, godibilissimo a livello stilistico come molti altri lavori di Jossa, sia passato praticamente sotto silenzio (o quasi). L’assenza di discussione – se non di ricezione, sempre se di essa si può parlare dato il periodo ancora breve trascorso tra la pubblicazione e queste pagine (ma è altresì vero che nella vertiginosa società odierna anche un solo anno può segnare uno iato significativo) – colpisce. Dopotutto, l’università, meccanismo vetusto con i suoi corridoi e i suoi muri di gomma, è da sempre un argomento caldo, in grado di suscitare interesse anche in chi non ne fa parte; non solo, infatti, molti dei libri che ho su ricordato sono dei veri e propri bestseller (e non credo che ciò sarebbe possibile se quegli stessi titoli fossero stati acquistati solo da professori, assegnisti e dottorandi), ma quell’universo fa da ambientazione alla storiaccia di un film di secondo piano com’è <em>Come tu mi vuoi</em>. Insomma, l’università può essere ed è pop.</p>
<p>Questo stato le è proprio da centinaia d’anni: ricorderò che nel 1847 il “lirico minimo” Arnaldo Fusinato poté pagarsi un viaggio in Europa grazie alla pubblicazione del poemetto <em>Lo studente di Padova</em> sulla rivista <em>Il caffè Pedrocchi</em>. Tornando a Jossa, mi chiedo se il successo “parziale” del libro non sia dovuto al suo ontologico ibridismo: il volume non è un romanzo, né un vero e proprio saggio. È piuttosto, come spiega il sottotitolo e come viene scritto nel <em>Prologo</em>, una sorta di piccola storia di un’utopia: come avrebbe dovuto e potuto essere l’università e per quali motivi è diventata quello che è oggi. L’autore, insomma, a parte un piccolo intermezzo molto appetibile e relativo alla prassi del dialogo tra colleghi nei corridoi e nelle stanze (tanto amaro e ironico che verrebbe da definirlo fantozziano), si propone di riflettere su alcuni interventi critici di intellettuali passati, che formano, come afferma lo stesso Jossa, una sorta di piccolo «canone personale» (p. 12). Si tratta di lavori di stampo per lo più filosofico e dedicati all’università e ai suoi personaggi. L’obiettivo è quello di «tracciare una parabola generazionale, da un punto di partenza, l’idea di università con cui siamo cresciuti, a un punto di arrivo, il crollo di questa idea»; il compito è assolto egregiamente attraverso pagine di commento a quei testi, pagine in cui emergono questioni fondamentali dello stato, passato e attuale, dell’accademia, quali sono: «la scarsa attrattiva» dell’istituzione «rispetto ad altre esperienze di vita; il ruolo (e il lavoro) del professore; il ruolo (e il lavoro) dello studente; la sua funzione pubblica e i suoi contenuti culturali» (pp. 10-11).</p>
<p>Il percorso si sviluppa in due parti: la prima, che si apre con un episodio che coinvolse Goldoni, è costituita da commenti a «discorsi fondativi» di intellettuali – intellettuali non esattamente professori – tra Otto e Novecento, appartenenti ai «cinque paesi più industrializzati e ricchi d’Europa (Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna)» (p. 11); nella seconda parte vengono chiosate idee derivate da interventi più recenti, dove sono contenute delle discussioni dal gusto talvolta profetico – e più o meno concretizzatesi – sul destino dell’università.</p>
<p>Non entro nel merito delle riflessioni di Jossa, che mi sembrano comunque misurate e appena velate di una vaga malinconia; piuttosto ciò che stupisce è che le problematiche ricavate dalla letteratura <em>d’antan</em> e da quella più recente siano sempre le stesse: Arrighi che si lamenta della corruzione dilagante e dell’inutilità dei titoli concessi con troppa leggerezza; Humboldt che ragiona sul valore e sul tipo di conoscenza che dovrebbe trasmettere un docente (<em>spoiler</em>: non è quella che si può leggere sui libri); Croce che si incazza perché Gentile ha perso un concorso contro l’oggi sconosciuto Covotti (bellissima però la risposta data da Croce a un collega sul caso, la si ritrova a pagina 54 del volumetto di Jossa).</p>
<p>Sarà che appartengo a una generazione che l’università di prima non l’ha conosciuta, però leggendo il libro di Jossa mi è sembrato di capire che i mali dell’accademia siano, insomma, sempre gli stessi, ricorrenti, costanti, irrisolvibili, tanto intrinseci che paiono nati parallelamente all’istituzione stessa. E quello che mi viene da pensare è che forse io mi sono abituato a questo sistema e ai suoi difetti, tanto da non stupirmi più.</p>
<p>D’altro canto, da studioso prima di tutto di Petrarca, leggendo il libro di Jossa mi è tornato alla mente un episodio della vita di Franciscus che non sfigurerebbe nel volume: quando da giovane studente all’università di Bologna – Petrarca non completò gli studi – egli, in compagnia di suo fratello Gherardo, si trovò invischiato in una lunga protesta del corpus studentesco, scatenata, se non ricordo male, dalla condanna a morte di un allievo dell’ateneo che aveva avuto la colpa di insidiare una ragazza del luogo. Non si sa bene come si comportò Petrarca in quella occasione, ma in una lettera più tarda, la <em>Familiares</em> X 3, questi ricordava proprio al fratello minore i tempi trascorsi in città. Giorni lontani, passati, invece che sui libri, tra calamistri per arricciare i capelli, impiastri e calzature strette, con lo scopo di ben apparire per sedurre giovani fanciulle. Insomma, viale Zamboni, in un certo senso, è sempre esistita. Sia chiaro: non voglio dire che il libro di Jossa non offra nulla di nuovo; al contrario, l’operazione è felice perché essa si rivela una trattazione organica, indiretta, sinuosa (e piacevole) di un sistema altrimenti difficile da spiegare. E, grazie alle riflessioni di Jossa, credo che anche chi non fa parte del mondo accademico possa beneficiare di una finestra su di esso, utile a meglio comprendere quel sistema, con le delusioni e l’amore di chi vi appartiene.</p>
<p>Non solo ansie e melanconie, in verità. Il libro si chiude con un decalogo, che non riporterò, e che, se è sicuramente condivisibile, appare forse un po’ troppo idealistico. E questa è l’unica critica che mi sento di muovere. Sospetto, infatti, che le interessanti proposte di Jossa non siano ormai davvero più attuabili. E non lo credo perché sono un cinico disilluso o perché penso che la macchina universitaria viaggi ormai a una velocità troppo elevata per essere fermata. Lo penso perché, forse, un punto che in qualche maniera sfugge all’attentissima analisi è che lo stato attuale dell’università è probabilmente anche il risultato di una deriva ideologica. Alcune discipline, le scienze dure su tutte, anche quelle teoretiche, come la fisica, hanno preso il sopravvento e sono riuscite a scansare le compagini umanistiche, percepite solo come speculative e, senz’altro, con ricadute sociali più invisibili nell’immediato.</p>
<p>Per chiudere il cerchio, mi spiegherò meglio ricorrendo ad un altro esempio preso ancora una volta dal mondo del cinema. Mi servirò di un film che, a differenza di quello di De Biasi, è tratto da una storia vera e unica: <em>Oppenheimer</em>, del 2023. Come noto, la pellicola è dedicata alla vita del fisico americano, padre della bomba atomica. Gran parte della storia riguarda proprio la creazione dell’ordigno letale che, in un certo senso, contribuì alla fine della Seconda Guerra Mondiale – o almeno spezzò l’ostinata resistenza nipponica. Per portare a termine il progetto Manhattan, Oppenheimer e i suoi si scontrano con la burocrazia dell’esercito americano, con la pretesa che ogni spesa dovesse essere controllata, dovesse passare il vaglio di persone che semplicemente non capivano come lavorano i fisici impegnati nel progetto. Piano, piano, <em>Oppi</em> – come viene chiamato amichevolmente dai suoi – entra nel sistema di gestione. Ecco, per noi letterati, per i filosofi, per i linguisti, per gli storici e via dicendo, qualcosa del genere non sarà mai possibile. È una difficoltà intrinseca nelle discipline. E questo è il dato che, forse, sfugge agli umanisti: se a noi pesa fare il lavoro da burocrati – e pesa –, se le rendicontazioni sono sempre un disastro, se non possiamo dare una valutazione oggettiva di quanto i nostri corsi contribuiscano all’impianto della vita su Marte (altra storia più o meno vera), ciò non significa che non ci siano dei colleghi appartenenti ad altre discipline che in questo apparato complicatissimo e lontano dalle utopie intellettuali vedono un sistema facilitato. E non si può non pensare che la positività di questo sistema non abbia anche una ricaduta sul piano delle assunzioni.</p>
<p>Qual è il punto, allora? Credo che Jossa abbia ragione, ma penso pure che quella sua ragione riguardi, appunto, non esattamente l’intera università che ha vissuto lui, ma più nello specifico la facoltà in cui si è formato. E il vero problema è che i valori e le materie su cui insistono le discipline che sono inserite in quella esperienza si stanno perdendo in modo molto ampio (si vedano le pagine 95 e seguenti del libro, ma si tenga in conto che Copleston, su cui si costituisce il tetragono relativo all’importanza della letteratura, è pur sempre un autore dell’Ottocento, che parla, dunque, della sua epoca). Si sta dimenticando, o forse lo si è già fatto, quale importanza possa avere, per esempio, leggere, riflettere costantemente sulla morte (come suggeriva Agostino di Ippona a Petrarca nel fittizio dialogo contenuto nel <em>Secretum</em>). Dopotutto, perfino attività che un tempo consideravamo molto utili, appunto leggere o parlare in altre lingue (oggi ci sono i traduttori automatici), o altre ancora basilari alla vita civile (saper scrivere: oggi c’è <em>chatgtp</em>), sono sempre meno utili. Si tratta di una questione di competenze e del relativo mercato, con dinamiche che sono tanto difficili da capire e digerire: dopotutto, all’epoca di Goldoni tutti sapevano tagliare la legna; fino a pochi decenni fa, tutti eravamo in grado di fare calcoli a mente; oggi, grazie agli smartphone che non posiamo mai e che hanno le calcolatrici integrate, ciò non è più necessario e ricorriamo al cellulare perfino per la semplice addizione del conto di una cena al ristorante. Tanto il cellulare lo abbiamo sempre con noi, e quella presenza ha sostituito, senza che ce ne accorgessimo, una competenza.</p>
<p>Domani, non tanto presto, magari non servirà più leggere. E i dipartimenti del mondo umanistico, forse, finiranno per assomigliare ai monasteri medievali: edifici complicatissimi a cui si accede per labirinti oscuri alla ricerca di un sapere perduto e inattuale come era inattuale, nella società del vecchio Jorge, il secondo libro della <em>Poetica </em>di Aristotele. Infatti, mi chiedo, se quel libro venisse trovato oggi, avrebbe davvero una ricaduta contingente, sociale, pragmatica? probabilmente no. Perché dopotutto i cinepanettoni, anche loro inattuali, o i film di Checco Zalone, entrambi campioni di incasso, non ne avrebbero ricavato un fico secco. Qual è la risposta? non lo so. Ma mi chiedo se non sarà, magari, il caso di provare a iniziare ad aprire le porte degli edifici, delle nostre aule e del nostro sapere tanto oscuro, prima che i tesori che custodiamo non finiscano per risultare così difficili da comprendere, divenendo, una volta per tutte, qualcosa che si può facilmente ignorare. Non so se è una risposta, ma l’ho maturata leggendo il libro di Jossa, e tale valore performativo è, in un certo senso, il più grande frutto che questo libro possa offrire.</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Tra consenso e dissenso: per legge pagano le donne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 05:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ludovico Crisafulli</strong> <br /> A tal proposito l’età moderna è stata, forse, il periodo in cui è fiorita, con maggiore fervore, una cultura giurisprudenziale e teologica che ha cercato di rispondere a domande sul dominio sui corpi.]]></description>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-120145" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/tutta-la-vita-deve-cambiare-scaled.jpg" alt="" width="293" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/tutta-la-vita-deve-cambiare-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/tutta-la-vita-deve-cambiare-300x231.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/tutta-la-vita-deve-cambiare-1024x789.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/tutta-la-vita-deve-cambiare-768x592.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/tutta-la-vita-deve-cambiare-1536x1184.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/tutta-la-vita-deve-cambiare-2048x1579.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/tutta-la-vita-deve-cambiare-545x420.jpg 545w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/tutta-la-vita-deve-cambiare-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/tutta-la-vita-deve-cambiare-150x116.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/tutta-la-vita-deve-cambiare-696x537.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/tutta-la-vita-deve-cambiare-1068x823.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/tutta-la-vita-deve-cambiare-1920x1480.jpg 1920w" sizes="(max-width: 293px) 100vw, 293px" /></p>
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<p>di <strong>Ludovico Crisafulli</strong></p>
<p>La violenza e gli abusi contro le donne sono una realtà a cui si assiste ogni giorno. Le prevaricazioni si manifestano in differenti forme, ma la radice è comune: la cultura patriarcale e maschilista. La donna è vittima sistemica di una certa società sessista, bersaglio privilegiato di una violenza essenzialmente maschile. Possiamo ormai serenamente dire che per una coincidenza non casuale ad essere colpito da tutto ciò è il genere femminile. Questa fatalità merita di essere indagata. Il risultato di questa analisi mette in chiara luce un sistema e una cultura fortemente radicati. Molte conquiste sono state ottenute per merito delle lotte femministe. Le rivendicazioni hanno svolto un ruolo fondamentale di natura pedagogica verso lo Stato, modificandone il tessuto sociale e culturale, nel tentativo di arginare il più possibile queste forme di violenza. Solo nel corso degli ultimi anni si è tornati, più che mai, al centro di mobilitazioni e lotte nelle piazze soprattutto per quanto riguarda il tema dello stupro e del consenso.</p>
<p>L’11 maggio 2011, durante la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica conosciuta anche col nome di “Convenzione di Istanbul”, alcuni stati presero una posizione netta sul tema riguardante la violenza di genere. All’interno di questi trattati la violenza patriarcale venne riconosciuta come fenomeno sistemico e universale, contrastabile solo attraverso una politica coesa tra i diversi stati membri. Partire da questo argomento è utile per capire quale sia la linea politica adottata in materia di violenza contro la donna e, soprattutto, quali siano gli strumenti scelti per giudicare e proteggere le donne vittime di stupro. Questo tema si lega inoltre all’esperienza più recente che ha visto protagonista l’Italia, così come altri paesi facenti parti dell’Unione Europea. La Convenzione mette al centro della questione riguardante lo stupro il tema del consenso. In Italia, ad esempio, il DDL Bongiorno (gennaio 2026) si lega al modello tedesco introdotto con la riforma penale del 10 novembre 2016. Tale modello si distingue sia da quello francese &#8211; il cui obiettivo pedagogico incentiva il passaggio da una “cultura dello stupro” a una “cultura del consenso”, riconoscendo come violenza ogni rapporto sessuale non consensuale -, sia da quello spagnolo, espresso nella legge del <em>Solo sì es sì, </em>che annulla la distinzione tra abuso e aggressione sessuale, conferendo al consenso piena centralità. Nel contesto italiano la proposta della senatrice Bongiorno mira a uno spostamento di baricentro: non è più il consenso della vittima a muovere le sorti di un processo ma la dimostrazione del suo dissenso. Il 19 novembre 2025 la Camera dei deputati aveva approvato il disegno di legge relativo alla modifica dell’articolo 609-bis mantenendo ancora centrale il tema del consenso. La rettifica proposta, invece, si allontana dal modello del 2025 come anche da quello presentato e ratificato all’interno della convenzione di Istanbul. Da un’“assenza di consenso” si passa a dover provare una “volontà contraria”. Il consenso si presenta come dato positivo, qualcosa che dovrebbe emergere chiaramente, la cui sola assenza presuppone una violenza. Il rischio insito all’interno del modello del dissenso è che la volontà contraria della vittima non sempre è chiara e immediata, quindi, deve essere ricostruita e dimostrata attraverso elementi esterni. I rischi sono molteplici: la possibilità che l’onere della prova ricada nuovamente sulla vittima, ad esempio, portando inevitabilmente a una sua vittimizzazione secondaria. Tuttavia, gli argomenti finora trattati sono l’esito di una lunghissima trama che ha origini antiche.</p>
<p>A tal proposito l’età moderna è stata, forse, il periodo in cui è fiorita, con maggiore fervore, una cultura giurisprudenziale e teologica che ha cercato di rispondere a domande e dubbi riguardanti diversi temi: il dominio sui corpi e, all’interno dei tribunali, le pratiche e gli strumenti utili per giudicare casi di stupro e violenza carnale. Lo stupro, quindi, si presenta come un osservatorio importante che unisce diversi punti di intersezione: società, cultura giurisprudenziale e meccanica procedurale dei tribunali. Nel contesto moderno, ad esempio, è centrale una forma di dissenso costantemente richiesta e ricercata nella vittima e vincolata da alcune specifiche caratteristiche che distinguono uno stupro dall’altro.</p>
<p>Ad essere giudicato, già nei secoli precedenti al XVIII secolo, non era unicamente quello di matrice violenta, ma anche lo <em>stuprum simplex</em> definito stupro non violento e lo stupro “qualificato”, così chiamato perché contraddistinto da una promessa di matrimonio. Certo, può risultare lontano dalla nostra sensibilità leggere di uno stupro non violento. Tuttavia, questa definizione permette di introdurre, seppur brevemente, alcune categorie che fondano e reggono tipologie criminali. La strenua difesa dell’onore, dell’onestà, dell’illibatezza, della famiglia, della gravidanza e del matrimonio costituisce l’elemento che fonda e legittima una querela per stupro semplice o qualificato. Nella società dell’epoca il genere femminile viene confinato a un ruolo secondario e il reato di stupro non è perseguito per difendere le soggettività femminili. Questo dato non deve essere trascurato e anzi deve far riflettere su come sia possibile che, in Italia, solo il 15 febbraio 1996 lo stupro sia passato dall’essere un delitto contro la moralità pubblica a un delitto che lede la libertà personale e l’autodeterminazione. Allo stupro violento, in età moderna, veniva attribuita la massima gravità giuridica e la massima pena. Nella dottrina e in sede processuale è ampiamente dibattuto soprattutto in relazione al problema della prova, alla valutazione della volontà femminile e al peso dell’onore e della reputazione. Tale crimine, seppur il più duramente colpito, risulta essere quello meno facilmente individuabile.</p>
<p>Probabilmente la persistenza dei concetti di onore, verginità, reputazione rende lo stupro violento un crimine al tempo stesso certo sul piano teorico ma problematico sul piano pratico. A tal proposito, un processo d’archivio può rendere più evidente quanto finora detto in merito allo stupro violento. I fatti in questione si svolgono nel contado bolognese nel 1727. La vittima, Anna Maria Amaducci, è una giovane di 15 anni che si dedica a portare a pascolo le pecore. L’accusato stupratore è un certo Giuseppe Tinti. La deposizione della giovane Anna Maria Amaducci mostra inequivocabilmente l’efferatezza della violenza:</p>
<p>“et avicinatosi a me viddi che era armato di pistola che portava attaccata al fianco et arrivatomi mi prese per un braccio e con gran forza mi gettò in terra, mentre lui è un pezzo d’huomo grande e grosso e giovane et io ero e sono una povera ragazza che non potei resisterli […] si levò dal fianco la pistola dicendomi che stessi quieta altrimenti mi havrebbe ammazzata con detta pistola la quale poi posò in terra […] si gettò in terra ancora lui sopra la mia vita e con tutto che io mi aiutassi e facessi ogni sforzo per uscirli di sotto egli mi disse che stassi ferma e quieta perche voleva fare della vita mia ciò che li pareva e mi cominciò alzare la stanella e la camiscia d’avanti et io per un pezzo mi andai aiutando facendo tutta la forza che potevo per liberarmi ma lui continuando sempre più a stringermi sotto di lui in modo tale che appena mi potevo muovere tanto fece che mi straccò affatto, che non potei più resistere”.</p>
<p>Lo stupro violento fin qui descritto si configura, da un lato, come un delitto che investe l’onore, dall’altro come un crimine incerto e di difficile prova, poiché la volontà della donna è ritenuta ambigua e la sua parola insufficiente. Le prove, quindi, vengono ricercate in modo esigente e alla vittima è richiesta una straordinaria tenacia e resistenza psicologica. Per essere creduta, deve dimostrare la propria resistenza all’aggressione: la violenza fisica, la minaccia armata, la sproporzione dei corpi e della forza, la resistenza continua della vittima. La narrazione non serve solo a ricostruire l’atto, ma diventa una vera e propria prova del suo dissenso. Diversi testimoni sono chiamati per attribuire alle dichiarazioni della giovane un maggiore valore probatorio. Le domande e le deposizioni dei testimoni insistono con decisione sul dimostrare la buona reputazione della ragazza. La giovane viene descritta come una “giovinetta buona e di tutta modestia et honestà”, e ancora come “una figliola honorata e da bene, […] che neppure faceva l’amore con nessuno”. Contemporaneamente, le deposizioni si ostinano a mettere in risalto un altro elemento funzionale a corroborare l’accusa: l’impossibilità per la ragazza di resistere  al suo aggressore. La giovane viene descritta come una “povera pastorella che non poteva resistere alla forza” di Giuseppe Tinti “che è un pezzo d’huomo […] vigoroso e robusto”, mentre un altro teste descrive l’uomo come: “gagliardo e forte […] perciò gli sarà riuscito facile a sforzarla”. Un accordo fra le parti viene raggiunto con un’ammenda di 200 lire e il pagamento delle spese di puerperio. Rimane, in ultima analisi, un altro aspetto da considerare.</p>
<p>Il 7 luglio 1727 vengono convocati Sante Amaducci e la figlia Anna Maria Amaducci. La fonte si presenta come un vero e proprio precetto scritto, estrinsecazione dell’autorità giudiziaria, che pone al centro l’importanza della maternità. Custodire il parto e rendere conto di tale sgravio è l’ordine imposto a padre e figlia. Il mancato rispetto del precetto implica non solo pene pecuniarie, ma anche pene corporali. Così il corpo della vittima diventa il terreno su cui constatare la deflorazione e disciplinare la gravidanza relegando sullo sfondo la violenza stessa. Lo stupro violento viene così ricondotto ad una cornice della sanzione penale mentre il corpo straziato della donna si mostra all’interno delle carte quasi sempre attraverso la ricerca di segni tangibili quali gravidanza e verginità.</p>
<p>Sono passati quasi quattro secoli dalla conclusione di questo processo, tuttavia, i temi finora trattati non si esauriscono nell’età moderna ma risultano essere ancora attuali. Durante le molteplici fasi dell’Italia post-unitaria, sotto il codice Zanardelli e il codice Rocco, si sono avvicendate varie tappe di riforma e mutamento dell’apparato giudiziario. È in seno a questi differenti momenti che il crimine di stupro va considerato all’interno di un <em>continuum</em> dottrinario e culturale che, seppur con alcune differenze, mantiene caratteristiche e residui propri dell’antico regime. Nei casi di stupro spesso a fare da padrone sono le narrazioni che ruotano ostinatamente attorno alla morale e all’ordine sociale, mentre vengono trascurate le conseguenze devastanti, sia fisiche che psicologiche, subite dalle vittime.</p>
<p>Emblematico è il lavoro della storica Nadia Maria Filippini che, con dovizia di particolari, ricostruisce i fatti di uno stupro avvenuto nella campagna veronese nel 1976. I fatti emersi dagli studi del caso, anche attraverso le interviste rilasciate dalla ragazza, fanno trapelare degli elementi che richiamano fortemente quelli già emersi nel processo del 1727. Un’abitante di un paese vicino ricorda, all’interno di un’intervista, il giudizio di una signora “bene”: “Ma insomma questa ragazza è alta, è robusta […] come è possibile che sia stata sopraffatta? Non ci crede nessuno!”. Questa narrazione fornisce un elemento di continuità fondamentale: il fatto viene analizzato e valutato sulla base dell’idea di una disparità di forza e di corpi che rievoca le descrizioni fisiche della vittima e dell’aggressore all’interno del processo del 1727.</p>
<p>Tema ricorrente è quello della verginità e della gravidanza che tornano, così, al centro di discorsi giudiziari e moralizzanti. La disgrazia accaduta alla ragazza viene narrata, da inquirenti e comunità, come uno stigma che macchia il corpo, continuando a interrogare la vittima per mezzo di quelle categorie precedentemente trattate. La violenza, quindi, implicava “la perdita di un capitale cruciale ai fini del matrimonio”, vale a dire la verginità.  A denunciarlo, tra le altre, fu anche Dacia Maraini la quale, durante i fatti del Circeo, si scagliò contro la ritrosia culturale degli italiani a compatire la vittima se non dopo essersi accertati che ad essere stato colpita fosse la virtù e l’innocenza, dimostrabili mediante la castità di una donna. Giunti, quindi alle porte del XXI secolo, cosa deve dimostrare la vittima per essere creduta? Riprendendo le <a href="https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/violenza-stupro-dissenso-e-consenso-analisi-linguistica-nominare-ozzorxap">parole</a> della sociolinguista Vera Gheno, è possibile rispondere anche solo in parte a tale quesito: “parlare di consenso rimane più educativo che non parlare di dissenso, perché così, magari, si indurrebbero le persone a prestare più attenzione ai sottili segnali di piacere e benessere che rendono chiaro il desiderio di una persona, piuttosto che spingerle a insistere fino scontrarsi con un no esplicito”.</p>
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		<title>Transitorio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Amy Erdman Farrell]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[Fat Shame Lo stigma del corpo grasso]]></category>
		<category><![CDATA[grassezza]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Viscardi </strong> <br /> Mastico lentamente i 20 grammi di mandorle previsti a metà mattina. Non mi secca tanto pesare e ponderare il cibo, ma mangiarlo piano per farlo assorbire meglio, o almeno far finta che sia così.]]></description>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Marco Viscardi</strong></p>
<p>Mastico lentamente i 20 grammi di mandorle previsti a metà mattina. Non mi secca tanto pesare e ponderare il cibo, ma mangiarlo piano per farlo assorbire meglio, o almeno far finta che sia così.<br />
Io non sono uno che fa le cose lentamente. Quando le fai lentamente, vedi anche gli errori; se corri, non vedi niente però chiudi, arrivi dove devi arrivare e te ne liberi.<br />
Non so perché, ma ho voglia di scrivere questa cosa sul cibo, il peso e il corpo, da dentro il corpo, senza averci fatto un dottorato sopra.<br />
Un paio di anni fa ho comprato un libro: <em>Fat shame. Lo stigma del corpo grasso</em>. Amy Erdman Farrell è l’autrice. Sarebbe bello averlo qui mentre scrivo, ma se ne sta nascosto nei meandri di qualcosa. Non sono riuscito a finire le prime pagine, mi sono fermato davanti a un aggettivo della prefazione che mi ha inchiodato.<br />
Transitorio.<br />
Il grasso, il sovrappeso, l’obesità sono una questione transitoria, non definitiva. Se nasci basso, ci muori; l’altezza non si modifica. Se sei gigante, vedrai il mondo sulle teste degli altri – e chissà se è un bello spettacolo. La pancia, i fianchi e tutti i loro compagni invece respirano. Crescono e decrescono secondo gli andamenti della vita, la varietà delle circostanze, la potenza del metabolismo, l’emotività del contesto sociale. Ci sono quelli che a cinquant’anni portano la stessa taglia di quando ne avevano diciotto, ma quella stasi è transitorietà mancata, o più lenta.<br />
Iniziamo dall’aggettivo transitorio. È esattamente così: il peso è transitorio, non definitivo, e questo apre una serie di questioni che si rimandano l’una all’altra senza che sappia collegarle in uno schema. Mi sono svegliato per anni pensando che mi sarei alzato finalmente magro, anche se era impossibile che la notte facesse una magia. E ho vissuto a lungo nell&#8217;illusione che questa forma fisica dipendesse da me e basta.<br />
Quell’aggettivo mi ha trafitto perché ha dato nome a un complesso di sentimenti che non ero mai riuscito a nominare. Si potrebbe dire che anche la vita sia transitoria, ma non ci pensiamo mai in fondo. Nessuno pensa quotidianamente alla morte, salvo non decida di meditarci seriamente sopra – per poi non ricavarne molto.<br />
E qui c’è il paradosso su cui ieri mi ha fatto riflettere Gemini: la transitorietà offre la speranza di un cambiamento, ma intanto svaluta il presente, rendendo la vita una sorta di &#8220;sala d&#8217;attesa&#8221; in cui non si abita mai davvero il proprio corpo.<br />
Nella transitorietà il futuro invade e neutralizza il presente. In questo modo, la speranza diventa una tortura degli dèi e non un dono. L’attesa di qualcosa che non accade.<br />
Mentre scrivo mi viene in mente l&#8217;immagine di una pellicola esposta alla luce. La luce mangia il fotogramma. Il futuro mangia il presente.<br />
Questa sensazione di incompletezza è terribile proprio perché transitoria: non imposta dalla necessità, non decretata da un destino cui non ci si può opporre.<br />
Speranza e Transitorio sono stati a lungo due macigni. Lo si capisce solo quando si ha la fortuna di distruggere l’idea che si aveva del futuro, e di non vederlo più come la Legge di Kafka, il cui accesso è interdetto, ma come la dimensione dei possibili sviluppi.<br />
In quegli anni ero isolato. Tutti lo erano attorno a me, nessuno aveva davvero fiducia nella possibilità di una comunità. Lo stare insieme esiste se ciascuno ha spazio per esprimersi, per contraddirsi, per non stare dove gli altri vogliono che stia. La comunità non convive con la paura del movimento, l’ansia di deludere gli altri, il terrore di non essere quello che siamo stati. Questo festival di inibizioni crea gruppi coesissimi, è malta per il cemento, unifica gli individui fino all’indistinzione, ma non crea nessuna comunità: solo isolamento.<br />
Un isolamento così triste che la transitorietà mette in angoscia. Un isolamento così disperato che da qualche parte deve mostrarsi e si mostra nel corpo, che è incontrollabile. Che decide di mettere in piazza il rovello segreto, che vuole sfidare la decenza. Più che avversario, il corpo è rivelatore: dice tutte le tue cose. Per fortuna le dice solo a chi vuole sapere.<br />
Non temo tanto di ingrassare, ma di farlo dopo un periodo di dieta, perché lì è una sconfitta universale e clamorosa. O almeno lo è per il mio Narciso, che si sente scrutato perché lui stesso si scruta, si pesa e si pondera. Neppure il Narciso ama il transitorio.<br />
Il corpo che abitiamo non si risolve. È una inquietudine continua perché è il nostro legame alla vita.<br />
Con il corpo mi sono sentito a mio agio solo dove il controllo non era possibile: nel mare, nella sessualità.<br />
Non per come apparivo, ma per come mi sentivo e mi sento: un corpo-mare attraversato da forze, sovrano nella sua imprevedibilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>That&#8217;s life</title>
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		<dc:creator><![CDATA[lisa ginzburg]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2026 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[L.G.Stel]]></category>
		<category><![CDATA[Lisa Ginzburg]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>L. G. Stel</strong> <br /> Diego Martìn era un guerriero, un Achille, una star. Un guerriero vero, un ex soldato pluridecorato. Sempre pronto a difendere il prossimo. Tornato in Spagna dopo la guerra era stato un buttafuori di punta di alcune discoteche e del prestigioso El Matador Club.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><figure id="attachment_120000" aria-describedby="caption-attachment-120000" style="width: 226px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" wp-image-120000" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1000232633-scaled.jpg" alt="" width="226" height="374" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1000232633-scaled.jpg 1546w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1000232633-181x300.jpg 181w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1000232633-618x1024.jpg 618w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1000232633-768x1272.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1000232633-927x1536.jpg 927w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1000232633-1236x2048.jpg 1236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1000232633-254x420.jpg 254w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1000232633-150x248.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1000232633-300x497.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1000232633-696x1153.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1000232633-1068x1769.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1000232633-1920x3180.jpg 1920w" sizes="(max-width: 226px) 100vw, 226px" /><figcaption id="caption-attachment-120000" class="wp-caption-text">fotografia dell&#8217;autore</figcaption></figure></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>L. G. Stel</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Diego Martìn era un guerriero, un Achille, una star. Un guerriero vero, un ex soldato pluridecorato. Sempre pronto a difendere il prossimo. Tornato in Spagna dopo la guerra era stato un buttafuori di punta di alcune discoteche e del prestigioso <em>El Matador Club</em>. Combatteva per la squadra spagnola di pugilato e aveva vinto la cintura per due anni. Mai perso un match. Neppure l’ultimo, prima di scendere dal ring e finire a terra in quella brutta rissa.</p>
<p style="font-weight: 400;">  Aveva procurato un posto a Antonio e me accanto agli arbitri. Antonio era il fratello minore di Diego e il mio migliore amico. Venerava Diego quanto me. A quei tempi io e Antonio schifavamo quasi tutto e tutti, in particolare genitori e prof. Addirittura ammettevamo, con una punta di sdegno, che Diego era un attacca brighe. Però aveva charm, carattere. Tutte le ragazze, e le donne, e le vecchie, erano pazze di lui. Una voce calda, bassa e calda. Portava Antonio e me alla spiaggia di Alicante. Correva dando pugni all’aria sulla sabbia dura e bagnata, sparpagliando stormi di gabbiani, le cui ali battevano più forte dei pugni, più delle onde. Antonio non mi prendeva in giro perché ero innamorata di Diego: mi dava magliette sgualcite da annusare, componevamo poster come puzzle con gli articoli di giornale su di lui, e quando aiutavo sua madre a cambiargli i bendaggi trafugavo i vecchi cerotti; nella mia camera le targhette dicevano zigomo 1, zigomo 2, zigomo 3.</p>
<p style="font-weight: 400;">  I suoi genitori non andarono al match. Stavano sul divano in salotto a bere una tisana Pompadour. La tazza del signor Martìn era grappa, in realtà, nella tazza creta. La madre di Diego batteva i piedi, in ansia per l’incontro. Mi farà venire un ictus, concluse lei. Il signor Martìn diceva di sperare che la fortuna di Diego finisse in un naso rotto, almeno avrebbe imparato qualcosa. Non è che fosse così per il match&#8230; erano proprio le loro chiacchiere di ogni giorno. Anche se era un guerriero, Diego non aveva ancora trovato lavoro a due anni dal suo ritorno dal fronte. Fumava erba e giocava alle slot e aveva spesso guai con le donne. Telefonate bisbigliate e raid notturni di padri o fidanzati, clacson schiacciati col pugno.</p>
<p style="font-weight: 400;">  Il palazzetto era gonfio di gente in festa. I pugili e i coach davanti gli spogliatoi erano eritrei, italiani, finlandesi, fascinosi, focosi. I favoriti erano il team tedesco e gli americani. I tedeschi avevano la tecnica; gli americani il flow. Nessuno dei concorrenti aveva il ritmo di Diego, la sua duende da torero. Quello che voglio dire è che al di là del trauma per la sua perdita, nonostante le persone che si calpestavano a vicenda, gli asciugamani tutti rossi, grondanti, la scarica del defibrillatore e le grida, le sirene, ogni cosa era pervasa dalla sua originale, ingenua noncuranza. Era il suo ultimo match, e l’aveva vinto. Antonio e io non parlammo, né del terrore, della morte, né del dramma.</p>
<p style="font-weight: 400;">  Il salotto a casa era affollato e chiassoso.</p>
<p style="font-weight: 400;">  Era elettrizzante. Nessuno, tranne me, aveva messo piede dai Martìn da anni, e ora la casa era piena come uno studio televisivo in pausa caffè. C’erano i giornalisti del «Time» e di «El Pais» che inquadravano i <em>puzzle poster</em>. Le persone puntavano i tramezzini parlando di drammatica e inaspettata tragedia. E poi c’erano le ragazze. Gruppi sparsi per la casa; alcune in lacrime, altre si sforzavano di imitarle, ce n&#8217;era sempre una con in mano una sua foto e non smetteva di baciarla.</p>
<p style="font-weight: 400;">  Antonio e io mantenemmo il solito atteggiamento di menefreghismo totale. Non ci eravamo davvero resi conto che Diego era morto, quello successe solo giovedì sera dopo il funerale. Era il momento in cui di solito ci sedevamo sul ciglio della veranda mentre lui incollava due cartine corte canticchiando another Thursday under the stars, burning away my doomsday.</p>
<p style="font-weight: 400;">  E ci illuminava sui divertenti tic delle sue ex, una delle quali iniziava a zoppicare ogni volta che fingeva o mentiva. Il giovedì dopo la sua morte ci sdraiammo sul legno della veranda. Non piangemmo, restammo distesi lì a fissare le stelle.</p>
<p style="font-weight: 400;">  Fu divertente, però, guardare l’agitazione prima del funerale, le rivalità tra le fidanzate in lutto. La cosa più sorprendente fu il modo in cui l’intera colonia italiana di Alicante decise che Diego era morto per la patria. Onore al coraggio, scrisse il Post. La signora Martìn era inarrestabile, comandò a noi e alle cameriere di lucidare i sotto bicchieri e preparare altro the e cuocere altri biscotti. Il signor Martìn se ne stava seduto con la sua tazza creta farfugliando che Diego era nato dannato, era destinato a quella fine.</p>
<p style="font-weight: 400;">  Mi permisero di uscire prima da scuola per la sepoltura.</p>
<p style="font-weight: 400;">  Ci sono cose di cui la gente non parla. Non intendo le cose difficili come la fede, ma quelle scomode, come il fatto che i matrimoni a volte sono tristi o che è eccitante guardare una palla da demolizione. Il funerale di Diego fu favoloso.</p>
<p style="font-weight: 400;">  Gli autisti in giacca nera, mani ferme sul volante, lo sguardo avanti. Altre auto nere seguirono in fila. Nessuno parlava. La strada era asciutta. Il cimitero era lì, alla fine.</p>
<p style="font-weight: 400;">  Durante la funzione alla Concatedral de San Nicolás de Alicante, molti dei ragazzi disperati svennero, alcuni erano così sbronzi che fu necessario rianimarli. Le donne si guardavano in cagnesco.</p>
<p style="font-weight: 400;">  Fuori, i conducenti grassi e sgualciti fumavano sul marciapiede con la visiera tirata giù. Da un’autoradio parte That’s life di Sinatra a tutto volume ma subito un autista, il più grasso, corre a spegnere la musica, mortificato. C’è chi sente la parola funerale e pensa subito all&#8217;odore di incenso. Io non riesco a smettere di pensare al profumo della cipria con cui si truccano i cadaveri. All’esterno erano parcheggiati oltre cento pugili che avrebbero seguito il corteo fino al cimitero. Avevano tutti il cappuccio e i pantaloni neri della tuta e i guantoni sulle spalle a mò di sciarpa. Provavano le mosse tra di loro, “fum fum” dicevano tutti, schivando, e uno si era messo a saltare la corda. Quante cicatrici sexy.</p>
<p style="font-weight: 400;">  Salii in macchina con i Martìn. Fino al cimitero il signor Martìn bisticciò con Antonio sui guantoni di Diego. Antonio li teneva sulle gambe, deciso a metterli nella fossa insieme al fratello. Il signor Martìn ribatté, come era prevedibile, che quei guantoni erano maledetti e che seppellirli con la bara sarebbe stato come ridare a Diego la sfiga di cui si era appena liberato. Bisognava tenere conto dei fatti. &#8220;Bruciali non appena torniamo a casa&#8221; insistette. Antonio e io ci scambiammo uno sguardo. Chi mai avrebbe detto che avesse paura dei guantoni?</p>
<p style="font-weight: 400;">  Il prete, coi colori della Pepsi a comporgli la tonaca, stava in piedi in cima alla tomba, circondato dalla squadra di boxer italiani, con i guantoni tenuti tra le braccia. Gonfi di dignità, ingobbiti come gargoyle. Mentre il corpo di Diego veniva calato nella buca, il prete disse “sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere e la mia anima lo sa molto bene”. Mentre diceva questo, Alicia gettò un garofano rosso, seguita da Beatriz e poi da Blanca. Spavalda, Eva si avvicinò e gettò un tanga.</p>
<p style="font-weight: 400;">  Fu intenso ciò che il prete disse sul ciglio della fossa. Antonio sorrise. Anni dopo mi ripeterà quelle parole a memoria. Poi si guardò intorno, per assicurarsi fosse finita la passerella dei garofani, si avvicinò al bordo e lanciò dentro i guantoni di Diego. Josè Sanz, il più vicino al prete, emise un grido di dolore e d&#8217;istinto, come pesassero cento chili, tirò i suoi guantoni sopra quelli di Diego. E poi, come ipnotizzati, bum bum bum, ogni membro della squadra italiana gettò i suoi guantoni sulla bara. Il prete pronunciava l&#8217;ultima preghiera mentre i due beccamorti ammassavano zolle sul cumulo e lo coprivano con corone di fiori. I presenti cantavano l&#8217;inno di Mameli. Sui volti dei pugili si leggevano espressioni di sconfitta e delusione. Tutti si allontanarono abbattuti e poi si udì un rumore e una sgommata e Sinatra a tutto volume mentre le sagome nere sfilavano via, spalla contro spalla, tra lo schiocco dei tacchi delle amanti e il fruscio dei cappotti neri che sfarfallavano contro il cielo, davanti a noi una donna scoppiò vistosamente in lacrime e subito cominciò a zoppicare.</p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? Il noir politico di Naïri Nahapétian</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 05:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Teheran, giugno 2005. Alla vigilia di un’elezione destinata a irrigidire il potere religioso con la vittoria di Mahmoud Ahmadinejad, l’ayatollah Kanuni — giudice potentissimo e volto della repressione — viene trovato assassinato nel suo ufficio al Palazzo di Giustizia. La sua morte apre una crepa nel regime: la lista dei possibili colpevoli è lunga quanto la memoria del Paese: dai mujaheddin del popolo agli ex fedayn, fino ai vari nemici interni del sistema stesso, tuttavia basta trovarsi non lontano dal luogo del delitto per essere sospettati. È quello che succede a Narek Djamshid, un giovane reporter venuto dalla Francia per scrivere un articolo sul Paese in cui era nato, e a Leila Tabihi femminista islamica, apparentemente intoccabile, perché il padre era un’eminente personalità della Rivoluzione. I due vengono così arrestati, e partendo dalla loro detenzione emerge un Iran attraversato da tensioni sociali, ambizioni soffocate, giochi di potere che si consumano dietro porte chiuse. L’indagine non sembra fatta per far luce sull’omicidio, rivela invece un meccanismo che si alimenta di opacità, dove la verità è un territorio instabile e spesso inaccessibile.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Dall’Incipit: <em>L’estate a Teheran si annunciava siccitosa, vibrante per gli ingorghi che <span aria-invalid="grammar">bloccavano</span> gli autobus stracarichi di gente in mezzo alla mischia delle automobili. La calura era calata su Leila nel silenzio del suo appartamento, un silenzio interrotto dalle telefonate impreviste giunte dopo l’ora della preghiera serale. Di notte, rimuginava ancora sulle chiamate: Kanuni in persona, che le dava appuntamento; poi Massoud, dopo tutti quegli anni… La sua mente correva senza freni, scacciando il sonno. Avrebbe fatto meglio a pensare a qualcos’altro, al test <span aria-invalid="grammar">di ingresso</span> all’università di suo nipote, per esempio. Amir-Ali era un ragazzo serio e lavoratore, diceva di non crederci, ma faceva di tutto per riuscirci, da mesi. Dio sarebbe stato al suo fianco.</em></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Naïri Nahapétian </strong>(Téhéran 1970) ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione islamica all’età di nove anni. I suoi genitori sono armeni iraniani. Scrittrice e giornalista, vive in Francia e collabora con <em>Alternative économiques</em>, occupandosi di cambiamenti sociali, economici e politici.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Un romanzo noir che usa le convenzioni del poliziesco come pretesto per guardare dentro un sistema che teme la luce, e restituisce il ritratto di un Paese in bilico tra modernità e repressione.</strong></p>
<p><em>Naïri Nahapétian ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione islamica all’età di nove anni… È tornata regolarmente nel suo Paese d’origine come giornalista per realizzare numerosi reportage</em>.</p>
<p><strong>Naïri <span aria-invalid="spelling">Nahapétian</span></strong></p>
<p><strong><em>Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni?</em></strong></p>
<p>Collana Oltreconfine</p>
<p>Traduzione di Manuela Vidale</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>«Bisogna riscrivere i classici?»: dèmoni e fate della riscrittura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 05:00:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani </strong> <br /> «Sembra la matrigna di Biancaneve»: quante volte l’avremo detto, o anche solo pensato, per alludere a una donna malvagia? Eppure questa non è la versione originale della fiaba, bensì un piccolo esempio delle infinite vite della riscrittura]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><figure id="attachment_120663" aria-describedby="caption-attachment-120663" style="width: 1276px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120663" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32.png" alt="" width="1276" height="429" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32.png 1276w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-300x101.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-1024x344.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-768x258.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-1249x420.png 1249w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-150x50.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-696x234.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Schermata-2026-05-15-alle-19.31.32-1068x359.png 1068w" sizes="(max-width: 1276px) 100vw, 1276px" /><figcaption id="caption-attachment-120663" class="wp-caption-text">Untitled (Roses), 2008. ©Cy Twombly Foundation, Photo: Elisabeth Greil, Bayerische Staatsgemäldesammlungen, Museum Brandhorst, Munich</figcaption></figure></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>«Sembra la matrigna di Biancaneve»: quante volte l’avremo detto, o anche solo pensato, per alludere a una donna malvagia o antipatica? La fiaba appartiene da sempre al nostro immaginario, strettamente collegata allo schema di un rapporto governato dall’invidia, in cui un’adulta non riesce a sopportare di essere meno bella di una bambina dalla pelle candida. Che choc psicologico, dunque, scoprire che, nella prima versione dei fratelli Grimm (1812), la donna non è la matrigna di Biancaneve, bensì la madre. Funesto è stato per lei il desiderio di avere una figlia «bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano», perché da quel momento, alla domanda «Specchio mio che stai sul muro/sono io la più bella, è sicuro?», lo specchio non farà che rispondere: «Regina signora, siete la più bella in questa stanza/ma Biancaneve vi supera a oltranza!»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Divorata dalla gelosia, la madre tesse varie trame infanticide. Probabilmente troppo «estrema», la stesura originale sarà modificata dagli autori già nell’edizione del 1819, trasformando il personaggio crudele da madre in matrigna, così da rendere il suo odio più “moralmente sostenibile”. Eppure è questa narrazione «aggiornata», modificata, che – almeno per il momento – è passata alla storia, influenzandone la ricezione, generando <em>topoi</em> e finanche clichés linguistici.</p>
<p>È un piccolo esempio dei tanti percorsi della riscrittura: chi fruisce di narrazioni vive immerso in una costellazione di versioni diverse, edizioni scorciate o modificate, traduzioni più o meno infedeli, interpretazioni radicali, che si sovrappongono, sostituiscono o coesistono in un movimento incessante e in buona parte imprevedibile, dimostrando, come diceva Borges, che «il concetto di testo definitivo appartiene soltanto alla religione o alla stanchezza»; e, si sa, Borges ha quasi sempre ragione.</p>
<p>La questione della riscrittura è tornata alla ribalta del dibattito contemporaneo per via del caso Roald Dahl, scoppiato nel 2023 a seguito della decisione, da parte della Puffin Books, di proporre delle edizioni dei suoi libri purgate del lessico suscettibile di urtare la sensibilità del pubblico per motivi di ordine razziale, sessuale o legati alla rappresentazione del corpo. Se ne è molto discusso e nell’arco dell’ultimo anno sono apparsi in Francia due libri che esplorano gli universi delle riscritture.</p>
<p>Il primo è un volumetto tascabile della storica Laure Murat, intitolato <em>Toutes les époques sont dégueulasses </em>(Verdier 2025): distinguendo la «réécriture» (riscrittura creativa, a fini artistici: un esempio su tutti, la <em>Phèdre </em>di Racine, che riprende il mito greco per trasformarlo in una delle opere più belle della letteratura francese) dalla «récriture» (il rimaneggiamento di un testo per ragioni morali o comunque non estetiche: il caso Dahl, appunto), l’autrice sottolinea come la seconda sia quasi sempre dovuta a esigenze di mercato e, proponendo una casistica editoriale varia, evidenzia anche il ruolo politico-culturale importante che hanno e avranno le case editrici negli anni a venire: decidere quali pratiche adottare e quali non (vale, peraltro, anche per l&#8217;uso delle IA). Per Murat, contestualizzare (attraverso paratesti, prefazioni, postfazioni, ecc.) e problematizzare (ad esempio a lezione, ampliando lo spettro di letture somministrate) i classici che possono urtare la sensibilità degli studenti è senz’altro una via percorribile, tenendo a mente che la portata delle «récritures», cioè delle riscritture a fini non estetici, è sì da tenere sott’occhio, ma non va confusa col nemico vero e proprio, che è altro ed è rappresentato dalla censura – termine del quale a suo avviso si abusa in tempi di guerre culturali. «Al XXI secolo tocca raccogliere la sfida di questo conflitto fra arte e morale. E questo non può avvenire falsificando le opere, cioè mettendo la polvere sotto al tappeto, ma dando prova di lucidità rispetto al canone, di coraggio intellettuale e, soprattutto, di creatività». Una creatività che può consistere nel trovare nuove maniere di dialogare con testi problematici, come ha fatto Percival Everett con <em>James</em>, in cui ripercorre <em>Le avventure di Huckleberry Finn </em>di Mark Twain dal punto di vista dello schiavo Jim. In occasione di un incontro svoltosi all’università Sciences Po di Parigi lo scorso gennaio, Murat, che è autrice di un precedente saggio sulla Cancel Culture intitolato <em>Qui annule quoi? </em>(Seuil 2022), ha evocato l’idea di interagire col passato coloniale non cancellandone le tracce, ma rispondendovi, come è stato fatto ad esempio a Nancy, dove, piuttosto che abbattere la statua del sergente Blandan, figura chiave della colonizzazione in Algeria, è stato commissionato un «contro-monumento», la <em>Table de désorientation</em>, che ora fronteggia e mette in discussione il monumento precedente. Insomma, nelle sue parole, «eliminare ciò che oggi disturba perché lo si ritiene offensivo significa privare gli oppressi della loro oppressione».</p>
<p><em>Toutes les époques sont dégueulasses</em> mira a distinguere le pratiche di riscrittura, a osservarle caso per caso – ce lo insegna, del resto, l’infinita pratica di riscrittura che è la traduzione, un campo nel quale la frase mantra è «dipende dal contesto»; è un saggio breve che si prefigge di discernere gli scopi puramente commerciali di alcune riscritture, dietro le quali può annidarsi una strumentalizzazione di pur sacrosante rivendicazioni identitarie.</p>
<p>Se Murat invita dunque a non polarizzare il discorso, a uscire dallo schema pro/contro la riscrittura, il recente libro di Tiphaine Samoyault, <em>Toutes sortes de Misérables </em>(Seuil 2026), va oltre e spariglia le carte, facendo esplodere lo stesso concetto di riscrittura in una miriade di frammenti che tutti attraversano la galassia letteraria. Pur ammettendo che il neoliberismo si traduca anche in una pluralità di versioni pensate <em>ad hoc</em> per un certo mercato, l’autrice evidenzia come il movimento della riscrittura abbia una portata molto più ampia: considerarne le diverse declinazioni significa ragionare sulle dinamiche arborescenti e complesse della «repubblica mondiale delle lettere».</p>
<p>Il punto di partenza è ancora una volta Borges: in quanto «fatto mobile», il testo è in continua evoluzione, anche il cosiddetto «testo originale». Questa idea, che presiede all’intera poetica borgesiana e si presta a proficue applicazioni nel campo traduttologico<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, va intesa non tanto alla lettera, ma piuttosto come una direzione ideale; la sua <em>mise en abyme</em> perfetta è il racconto <em>Pierre Menard, autore del Chisciotte</em>, che in <em>Dopo Babele</em> Georges Steiner definiva «probabilmente il commento più acuto e più denso che sia mai stato proposto al problema della traduzione».</p>
<p>Le opere letterarie non sono immutabili, annuncia dunque in apertura Samoyault, ma anzi, nel considerare le loro numerose evoluzioni, sembra che i classici diventino tali anche per via delle loro riscritture, che, pur nella loro diversità tipologica, l’autrice vede come «il contrario della cancellazione», perché sempre serbano memoria dell’originale e contribuiscono in qualche modo a tenerlo in vita. Possono comportare una messa in discussione dell’autorità (patriarcale, coloniale o puramente letteraria, del canone), ma si inseriscono in un movimento tutt’altro che mortifero e raccontano, semmai, una contro-storia.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Mi sono innamorata della letteratura divorando edizioni ridotte – comincia l’autrice – e non permetterò a nessuno di dire che quella non era la vera vita […]. È proprio per aver letto <em>I Miserabili </em>in una versione per ragazzi che poi l’ho letto e riletto in edizione integrale. È un libro che ho amato fin dal primo momento, e fin dal primo momento leggerlo ha rappresentato per me un’esperienza.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p>
</blockquote>
<p>I primi due capitoli, che costituiscono una sorta di preludio al saggio, sono dedicati al racconto di tre diverse letture di questo stesso romanzo, senza mai trascurare la «lettre du texte», cioè sempre immergendosi nell’analisi di estratti puntuali del testo nelle varie edizioni. Nel primo capitolo vengono ripercorse le «mille e uno» versioni di <em>Cosette</em>, personaggio dei <em>Miserabili </em>di Hugo, periodicamente presentato dagli editori come un romanzo autonomo: in verità si tratta di versioni abbreviate per l’infanzia, il cui close-reading non è privo di sorprese, quando ad esempio si prendono in esame le implicazioni della rimozione di un’esclamazione dalla forte impronta religiosa. Al netto dei cambiamenti effettivi operati nel testo, della sua incredibile <em>mobilità</em>, Samoyault evidenzia inoltre come, ad ogni rilettura, entri in gioco anche la soggettività di chi legge, trasformando di volta in volta l’opera in questione, perché la sensibilità e l’esperienza mutano col tempo; ci ritorno più avanti.</p>
<p>Questa concezione aperta, borgesianamente irriverente, del sistema letterario dialoga molto bene con ciò che l’autrice definisce una teoria «euforica» della traduzione, meno preoccupata cioè dal rimpianto dell’impossibile fedeltà al testo di partenza, ma piuttosto curiosa e stimolata dal rapporto che le varie traduzioni intessono fra loro; in fondo, se la traduzione <em>dipende </em>dall’originale, è pur vero che l’originale diventa tale solo nel momento in cui viene tradotto. La traduzione finisce per essere la condizione stessa dell’esistenza di un’opera, sicché «un testo dev’essere considerato come l’insieme di tutte le sue traduzioni significativamente diverse»: nel citare il poeta e traduttore Léon Robel, Samoyault compie un passo ulteriore verso un’analisi del testo, dei testi, alla luce di due sue caratteristiche fondamentali, ossia la pluralità e la capacità di cambiamento. Lo si vede nel paragrafo intitolato <em>Voyages lointains </em>e dedicato alle traduzioni di Hugo in Cina, Giappone e Russia. Un caso clamoroso è quello del componimento <em>Les pauvres gens</em>, tradotto in russo da Tolstoj, ritradotto poi in cinese e in questo paese diffuso, fino a tempi recenti, come un’opera di paternità tolstojana, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista della ricezione: nondimeno, <em>Les pauvres gens </em>ha circolato anche in Cina. A cosa serve ritracciare queste traiettorie? Serve a mettere a fuoco che, se al centro del sistema letterario restano i testi, la loro permanenza nel tempo e nello spazio non dipende da una loro presunta immutabilità, da una «materia inalterabile», ma al contrario da una grande capacità di trasformazione.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Ciò che definisce un classico o un autore mondiale, non meno della sua presunta atemporalità, è che si tratta di un’opera infinitamente ripresa, citata, fatta propria, modificata, in una parola, riscritta. Per cui la domanda «bisogna riscrivere i classici?» è una falsa domanda, perché i classici sono tali proprio nella misura in cui vengono costantemente riscritti.</p>
</blockquote>
<p>Dunque, più un autore è mondiale, più i suoi libri conosceranno variazioni, e viceversa. Non tutte le variazioni hanno un interesse, né sono «neutre» (così come non lo sono le traduzioni: la stessa autrice ne ha ampiamente discusso nel precedente saggio <em>Traduction et violence</em>, Seuil 2020). Tuttavia, è auspicabile vedere la moltiplicazione dei testi come un’addizione piuttosto che una sottrazione: le variazioni sarebbero così come onde collaterali, che non hanno certo la pretesa di sommergere il testo di partenza. Si può amare la letteratura alla follia nei suoi testi «originali», scrive Samoyault, ammettendo però che i testi circolino seguendo dinamiche varie: è inevitabile quanto confortante, perché testimonia di una condizione non stagnante della letteratura.</p>
<p>Ora, uno degli spettri che la riscrittura porta con sé è, come si accennava, la messa in discussione di un’autorità. L’autrice lo dimostra attraversando una varietà di testi: si comincia con il contro-esempio costituito dalle versioni della <em>Bella e la bestia</em>, successive all’originale e inscrittesi nell’immaginario collettivo perché corrispondenti all’ordine sociale dominante (la storia della fanciulla prigioniera), mentre, nella sua prima apparizione in Francia nel 1740 ad opera di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve, la Bella ha un potere sulla bestia e non è intrappolata nel castello, può andarsene quando vuole; «la riscrittura patriarcale delle fiabe trasforma il soggetto della storia tanto quanto una riscrittura femminista. Ma siccome impone una versione che corrisponde all’ordine sociale dominante, non ha alcuna difficoltà a essere considerata come originale». Si passa poi dalla <em>Medea </em>di Christa Wolf (esempio di riscrittura come sovvertimento dell’autorità maschile) al già citato <em>James </em>di Percival Everett (riscrittura come sovvertimento dell’autorità coloniale): queste ultime due opere non mirano a sostituirsi agli originali, ma a instaurare con essi un dialogo. La casistica è ampia e le scelte potenzialmente illimitate: anche rispetto alle traduzioni epurate di termini lesivi di alcune sensibilità, pur definendo «ridicole e inutili» le manipolazioni sui testi di Dahl, Samoyault ritrova nella storia della letteratura esempi di traduzioni persino più razziste degli originali: se queste sono state ammesse, si potrebbe forse concepire anche l’eventualità di traduzioni che lo siano meno.</p>
<p>La memoria culturale non è immobile, come l’autrice ricorda ancora attraverso le parole di Borges: non si rilegge mai un libro allo stesso modo, come non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume; le acque si muovono così come si muovono e cambiano lettori e lettrici, già soltanto rispetto a sé stessi.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Ho fatto la scelta, forse discutibile, di utilizzare lo stesso termine «riscrittura» per parlare ora di riscritture <em>ad usum delphini</em>, ora di adattamenti ludici mirati a sovvertire le versioni canoniche, ora di riprese autoriali di testi del passato. Queste ultime attengono spesso al campo dell’arte, a differenza delle edizioni censurate o dei rimaneggiamenti moralizzanti. Ma l’importanza sociale della letteratura sta soprattutto nel confondere le categorie d’arte e discorso, nell’essere oggetto di usi diversissimi, che non sempre hanno uno scopo estetico. Nella pratica è molto difficile distinguere con certezza cosa ha a che vedere con l’invenzione e cosa le è estraneo. Sebbene alcuni casi siano indiscutibili, molto altro resta nell’indeterminatezza.</p>
</blockquote>
<p>Si tratta di un libro ricchissimo di esempi e spunti di riflessione, che spaziano, oltre a quanto già detto, dagli adattamenti teatrali a dei casi di studio finali legati al campo dell’arte, oggetto di considerazioni su cosa sia davvero l’<em>effacement</em>, la cancellazione, e su quale sia anche il suo potere immaginifico. Ma <em>Toutes sortes de Misérables </em>è soprattutto un saggio che invita a non aver paura delle riscritture, a ragionare sul ruolo sociale della letteratura, a pensarla come un sistema in continuo movimento, in cui la collusione fra le trasformazioni a fini estetici e quelle a fini commerciali è in fondo sempre esistita. Inoltre, per l’autrice un testo manipolato perché diventi più appetibile sul mercato è ancora una maniera di far esistere il libro «originale» nello spazio pubblico, uno spazio che tende sempre più a trascurarlo; è molto probabile che desacralizzarlo consenta di farne meglio circolare la linfa vitale, di declinarne in maniera multipla il valore sociale. Le «variazioni» di un testo possono quindi essere interpretate in senso musicale: non comportano mai la scomparsa del tema, ma forse assicurano, attraverso continue metamorfosi, la vitalità della letteratura, che resta in ogni caso «lo spazio della critica di tutte le istituzioni», come detto in chiusura.</p>
<p>Mentre il testo di Murat si presta più immediatamente a una completa adesione da parte di chi legge, perché separa in modo piuttosto netto ciò che è artistico da ciò che è commerciale, ciò che è intellettualmente interessante da ciò che non lo è, il saggio di Samoyault induce a una messa in discussione continua dei propri assunti e rappresenta dunque una lettura che invita all’impegno, nel senso formativo e politico del termine – che invita cioè a interrogarsi profondamente: cosa ci aspettiamo da una riscrittura o da una traduzione, quali sono le funzioni e i parametri che attribuiamo alla letteratura, che ruolo crediamo rivesta nel mondo di oggi?</p>
<p>Questi due libri, diversi per ambizione (come si è detto, un testo breve da un lato e un saggio molto più ampio dall’altro) e per impostazione del discorso, sono interessanti da leggere anche in un’ottica complementare, così com’è stato arricchente ascoltare le due autrici discuterne in occasione della già citata conferenza di gennaio, in un dialogo da cui emergeva un rispettoso e parziale – non completo – disaccordo. È in fondo questo ciò che ci si aspetta dalla vera critica: che non dimentichi le grandi questioni, che non le polarizzi in dibattiti sterili, ciascuno arroccandosi sulla propria posizione da difendere a tutti i costi, ma che apra piuttosto a nuovi e appassionanti modi di guardare alle opere letterarie, più o meno consacrate, sempre mutabilissime e dotate di vite infinite.</p>
<p>____</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Cito da <em>Tutte le fiabe</em> (prima edizione integrale 1812-1815), traduzione e cura di Camilla Miglio, Donzelli 2015. Ringrazio Bruno Berni, che mi ha suggerito questa lettura a margine del suo intervento al convegno «Tradurre il trauma», Università per Stranieri di Siena, 5-7 dicembre 2023.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Ricordo sempre volentieri un ricco saggio sull’argomento: Sergio Waisman, <em>Borges e la traduzione. L’irriverenza della periferia</em>, trad. Alessio Mirarchi, Arcoiris 2014.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Trad. mia per tutte le citazioni.</p>
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		<title>Béla Tarr e la dignità del crollo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Béla Tarr]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Menna]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Vinicio Capossela]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Luigi Menna </strong> <br /> Tarr, László Krasznahorkai e Mihály Víg non hanno mai ceduto alle lusinghe dell’intrattenimento. Hanno eretto un muro contro l’estetica consolatoria della nostra epoca, e lo hanno fatto mentre la narrazione globale accelerava verso il consumo rapido e la superficie.]]></description>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Luigi Menna</strong></p>
<p>Vinicio Capossela ha colto l’esatta frequenza del cosmo di Béla Tarr fin dalle prime righe del suo reportage “Béla Ciao”, pubblicato il 21 febbraio 2026 sulle pagine culturali di Internazionale. Il cimitero di Fiumei út, l’attesa, i due mesi concessi al corpo per decomporsi e sparire prima del rito. Non si tratta di un ritardo burocratico. È l’ultima regia di un creatore che ha speso l’esistenza a filmare l’usura spietata del tempo sulla materia. L’incipit restituisce la temperatura clinica di una famiglia spirituale prima ancora che artistica.</p>
<p>Tarr, László Krasznahorkai e Mihály Víg non hanno mai ceduto alle lusinghe dell’intrattenimento. Hanno eretto un muro contro l’estetica consolatoria della nostra epoca, e lo hanno fatto mentre la narrazione globale accelerava verso il consumo rapido e la superficie. Loro ostinatamente scavavano nel fango. Krasznahorkai, con la prosa ipnotica e spietata che gli è valsa il Nobel nel 2025 come voce del terrore apocalittico, ha tracciato la mappa verbale di questo disfacimento. Víg ha dato corpo al folle in Cristo con le sue melodie circolari, al profeta da osteria che ride in faccia alla rovina di stato: il mozzicone di sigaretta tra le dita e la chitarra randagia. Tarr ha tradotto la loro voce in luce cinerea e piani sequenza interminabili.</p>
<p>All’interno di questa costellazione, l’autore ungherese rappresenta il rifiuto totale del compromesso. Ha costretto la macchina da presa a fissare il difetto fatale dell’Occidente: l’incapacità nevrotica di sopportare il silenzio e la fine. Il suo cinema esige la fatica fisica dello spettatore. Obbliga a guardare la pioggia cadere, la zuppa fredda consumata in silenzio. Obbliga soprattutto a sentire lo sforzo muscolare di camminare controvento sapendo che non c’è nessuna destinazione. È un Viaggio dell’Eroe ribaltato, dove il trionfo non consiste nella conquista della vetta, ma nella stoica resistenza alla forza di gravità.</p>
<p>Vinicio riconosce in Víg la medesima vis artistica, la stessa malattia. I capelli arruffati, la gravità dei gesti lenti. Un teatro ambulante. L’ubriachezza e il fumo denso di Budapest diventano l’unica carne possibile per opporsi all’anestesia asettica del presente. Ma è Tarr a consegnarci l’ultimo monito archetipico, costruito su un’arca visiva che rifiuta ogni speranza posticcia per preservare una lucida disillusione.</p>
<p>L’opera di Tarr non mirava a salvarci ma a restituirci la dignità del crollo, ad addestrarci a restare immobili davanti all’abisso per uscirne, a proiezione finita, meno vili.</p>
<p>Il vizio della narrazione contemporanea resta quello che il suo cinema ha diagnosticato: l’ossessione per la velocità e l’evitamento del trauma, la pretesa che ogni storia debba risolversi senza lasciare lividi. Chi accetta questa diagnosi sa che la risposta non passa dal compromesso estetico. Passa dal rifiuto di rassicurare. Dalla fatica fisica di restare fermi mentre il vento soffia e nessuna destinazione appare.</p>
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