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	<title>inediti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Les Nouveaux Réalistes: Cristina Pasqua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Cristina Pasqua</b> <br />Aveva il ventre gonfio. S’aspettava per dicembre, forse anche prima, ma la gravidanza s’era fatta aspra nelle ultime settimane. Ubaldo poco si fidava a lasciarla a casa da sola.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120787" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7.jpg" alt="" width="1024" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/2ae61bab-efea-4042-90a3-2c6d96d3a9f7-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Benedizioni</strong><br />
di<br />
<strong>Cristina Pasqua</strong></p>
<p style="text-align: left;">
<p><em>Così mi lasciai indietro le case e lo stagno, e poi la locanda, e poi camposanto e torbiera, e dopo un poco ero solo, e attorno a me non c’erano che gole e calanchi e più in là qualche pascolo e più in là ancora il costone dei monti.</em><br />
Silvio D’Arzo, <strong>Casa d’altri,</strong> Feltrinelli, Milano 2023</p>
<p>Eppure intorno s’era fatto grigio. Offuscato dalla cinta dei monti, a Rimedio arrivava solo un’ombra d’aria, spifferi che s’insinuavano tra le case basse e le spesse mura. Limetta scostò la porta e lasciò passare il Curato, che sciancato e guercio com’era, prima che annottava s’aggirava pe’ vicoli. I suoi anni ce li aveva, il pelo arruffato, la zampa offesa, e il manto, un tempo lucido, che s’era fatto fuliggine. L’aria, sciacquata di pioggia, s’ammischiava col fumo che dai comignoli s’inanellava in lingue nere, insozzando il bianco slavato delle nubi. Il Curato, girato l’angolo, seguì dritto fino alla scesa che conduceva ai giardini. Mentre imbruniva e oltre il cancello scolorivano gli alberi e la sfilza di mezzi busti, attraversò il viale preferendo la ghiaia all’erba fradicia. Arrivato alla fontana, si fermò come per riflettere. Durò poco, ché già s’incupiva e una pioggia senza peso era tornata a cadere lieve. Infeltrito, il Curato si sprimacciò il pelo e prese a sinistra, risalendo pigro verso la piazza. Nel fragore di tuono che seguì, arrivò davanti alla casa del Soavi e di nuovo s’arrestò. Un refolo di luce si faceva largo attraverso gli scuri, già serrati a quell’ora presta. Dall’interno, s’insinuò tra gli stipiti un lamento lungo e il pianto delle donne lì riunite. Insieme alla Nilde, la comare dei buchi che girava di casa in casa con il vetro e l’ago nella latta, c’erano Elsa e Maresa, le figlie grandi. Avevano tirato giù la saracinesca del forno all’ora di pranzo, a bottega per quel giorno non sarebbero tornate. Elide, la smemorata moglie del Soavi, girava per casa ciabattando che pareva una sonnambula. «Un pasticcino, un confetto» chiedeva non si sa a chi, mentre apriva a turno madia e credenza, l’armadio e i cassetti tutti del trumeau. Poi si fermava ad attizzare il fuoco e tornava a cercare qualcosa per addolcire il trapasso del vecchio. L’odore di spirito e acqua di colonia pizzicò il naso del Curato. Prima di lui doveva essere arrivato il condotto. Il gatto s’arrucciolò sul primo gradino e lì rimase fino a che la coltre di buio non fu tirata via dall’impertinenza del mattino. Solo allora, quando il dottore si scambiò di posto col prete e l’aria s’impregnò d’incenso, fece ritorno a casa.</p>
<p style="text-align: left;">«Alla buonora» disse Limetta prima di sversare un altro secchio d’acqua sulla soglia imbrattata d’impronte. Il Curato la seguì in casa, prese dalla ciotola due linguate di bianco e, sfiancato dalla nottata, si mise a dormire non lontano dalle braci del camino.<br />
Il venerdì successivo presto presto prese a grattare la porta di casa. Limetta si alzò e gli mandò un colpo. «Che ti pigliasse un accidente! Già a quest’ora sei di turno?» Girò la chiave e scostò l’uscio quel tanto per permettergli di sgusciare fuori. «Già sei storpio, non mi tornare peggio» si raccomandò mentre la bestiola s’allontanava trascinando la zampa sinistra.<br />
A Rimedio c’erano i cani, giravano in branco, prima solo col buio, ma negli ultimi tempi capitava di incontrarli a tutte le ore. Capitava pure che dal fitto del bosco si facesse largo un cinghiale. Con le automobili pericolo non se ne correva, erano in pochi a circolare. Il farmacista, che era pure il condotto, guidava un’utilitaria, c’era la motoretta del postino e l’Ape che scarrozzava Trivulzi al podere, oltre a sparuti automobilisti di passaggio che s’attardavano alla pompa di benzina o parcheggiavano sotto i platani per recarsi a piedi al corso per i tabacchi, le cartoline e il caffè al vetro.<br />
Limetta tirò fuori una sedia e l’appoggiò al muro. Poco dopo la raggiunse l’Iva. «È già partito?» chiese mangiandosi le mani.<br />
«Purtroppo, sì».<br />
«Di nuovo?»<br />
«Così pare. Pochi ne siamo, in meno resteremo», che era poi la frase che pronunciava ogni volta che il Curato prendeva per via.<br />
Era ottobre avanzato, e Liberti era sceso al campo per vestire la vigna di verderame. Le foglie s’erano mezze accartocciate per chissà quale malanno e sperava di porvi rimedio. Suo figlio s’era arrampicato sul fico per tagliare certi rami che battevano contro il casotto degli attrezzi, e intanto Silvana, tra le zucche dell’orto, saggiava se i gobbi s’erano già inteneriti nell’incarto. Fu la prima a vedere il Curato. «Madonna santissima!» le scappò di bocca e si portò subito dopo una mano a coprire.<br />
«Che farnetichi, Vana?» disse Liberti scostandosi il fazzoletto che gli copriva a mezzo la faccia.</p>
<p style="text-align: left;">In cima all’albero, il figlio sembrò vacillare. «Via, bestiaccia! Sciò sciò!» Agitò le mani che per poco di nuovo non cadeva. Silvana si fece il segno della croce, per scaramanzia Liberti fece sparire la destra sotto la cintola dei calzoni. Il figliolo stava per fare un balzo e scendere, ma poi cacciò un urlo che pareva il guaito di una bestia. L’Alberta, sua moglie, era rimasta a casa e bruciava di febbre dal giorno prima. «Vai» lo aveva pregato al mattino con un filo di voce. «Prendi aria. Staremo bene».<br />
Aveva il ventre gonfio. S’aspettava per dicembre, forse anche prima, ma la gravidanza s’era fatta aspra nelle ultime settimane. Ubaldo poco si fidava a lasciarla a casa da sola.<br />
Suo padre bussò che appena rischiarava. I rami bisognava tagliarli prima che il vicino tirasse fuori lo schioppo. Era stato gentile l’ultima volta, ma lo conosco, è uno che tante volte alza il gomito, dà di matto. «Dorme male da quando è allettata, alla mamma basta che respiro che eccola: “Franchi’, sei tu. Taglia quei rami. Di notte, col fitto del silenzio, sbattono forte».<br />
E sia, si era detto Ubaldo tirandosi dietro la porta. Ora che il Curato era lì e lo fissava gramo, fece uno zompo e, senza aggiungere altro, corse a scapicollo fino a casa.<br />
Quando Limetta lo vide tornare, tirò un sospiro. «Chi se n’è andato stavolta?» disse mentre si incollava la sedia per riportarla all’interno.<br />
«Te ne rientri?» strillò l’Iva dalla finestra.<br />
«Tu sei bella che salita» rispose Limetta a mezz’uscio.<br />
«A chi sarà toccato stavolta?»<br />
«Cosa vuoi che ne sappia. Il Curato non parla».<br />
Il gatto, finito di pulirsi le zampe di lingua, s’apprestò a seguirla all’interno.<br />
«Poveri noi, domani sapremo».<br />
«Io alla messa non vado più. Il Curato ce l’ho in casa» disse Limetta e rientrò.<br />
Il giorno dopo l’Iva bussò allo scuro che erano da poco passate le sette.<br />
«Non vieni, allora?»<br />
«No che non vengo, sono stufa delle prediche. Hai saputo niente del morto?»<br />
«Non ancora. Penso al vecchio Alfieri. Dopo passo e t’aggiorno».<br />
«La vita sua l’ha bella che fatta» disse aprendo del tutto gli scuri. Il Curato ne approfittò e saltò di nuovo fuori. «Pochi ne siamo, in meno resteremo» concluse Limetta alla vista del gatto.<br />
«Signore benedetto! Eccolo, ve’, che riparte» e mentre il gatto s’incamminava pigro verso una nuova benedizione, l’Iva si segnò il petto.</p>
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		<title>Nora e noi genitori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Bagnasco]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[pallavolo]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[sport]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Claudio Bagnasco </strong>  <br /> In quell’attimo Nora tiene il peso del mondo intero nello sguardo, proprio a me doveva capitare la responsabilità di essere la più forte, sembra che si domandi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudio Bagnasco</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121148" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed.jpg" alt="" width="380" height="391" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed.jpg 415w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-292x300.jpg 292w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-408x420.jpg 408w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-150x154.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-300x309.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Nora cammina a passi lenti verso la zona di servizio facendo rimbalzare la palla in terra una, due, tre volte, sempre tre, poi si volta verso il campo, l’arbitro fischia e c’è un attimo, prima di lanciare la palla verso l’alto e prendere la rincorsa per battere, in cui osserva il piazzamento delle avversarie ma no, non è così, Nora nel silenzio del palazzetto, con le compagne, l’allenatrice, le avversarie e noi genitori che attendiamo l’esito della sua battuta, e quanto sa essere micidiale la sua battuta, in quell’attimo Nora tiene il peso del mondo intero nello sguardo, proprio a me doveva capitare la responsabilità di essere la più forte, sembra che si domandi, e nello sguardo di Nora, assieme alla paura di sbagliare, c’è quella di riuscire, perché se fa un <em>ace</em> noi genitori ne vogliamo un altro, e un altro, e un altro ancora, così da poterci immedesimare il più a lungo possibile nella sua bravura e nei suoi quattordici anni, e chissà se Nora ne è consapevole o se è soltanto una ragazzina introversa oltre che una promessa della pallavolo, chissà cosa esiste davvero e cosa proviene dalla fantasia fuori allenamento di noi genitori, comunque ogni volta che Nora fa un punto sorride ma dà l’impressione di chiedere scusa, scusa se non ne farà un altro subito dopo, o magari scusa se il punto fatto da lei è un punto sottratto alle avversarie, e quando sbaglia una palla eccolo di nuovo il peso del mondo intero nello sguardo, come mai già tutta quella malinconia, da dov’è che arriva, ma è la tua, Nora, o la nostra, e il motivo per cui nella rappresentativa regionale hanno convocato Lucia e non Nora è che Lucia è più appariscente, mica più forte, esulta senza ritegno dopo ogni punto, incita le compagne, tenta salvataggi impossibili, secondo un padre che durante le partite introduce un nuovo argomento di discussione ogni due minuti, è il suo modo di gestire la tensione, <em>Lucia ha gli occhi della tigre</em>.<br />
Nora, invece, ha gli occhi del cucciolo abbandonato, un cucciolo che per non soccombere alla solitudine ha imparato a difendersi meglio di chiunque altro però quel difendersi dà l’idea di non bastarle, anche dietro i colpi eseguiti con più maestria si intravede un’insoddisfazione, e dietro l’insoddisfazione la tentazione di arrendersi, come se Nora giocasse aspettando l’attimo in cui le sue battute, le sue schiacciate, i suoi muri, le sue finte non saranno più sufficienti a proteggerla oppure l’attimo in cui non riuscirà più a battere schiacciare murare fintare alla sua maniera, o siamo noi genitori a saperlo, a sapere che le cose finiscono, che i quattordici anni muoiono, e poi i sedici, e i venti, e i quaranta, finché rimane la sopravvivenza, sei tu o siamo noi, Nora, e cosa è successo veramente quella domenica pomeriggio, stava per iniziare il terzo set della finale del torneo estivo, avrebbe dovuto esserci lei in battuta, mentre le cinque compagne rientravano in campo Nora è andata con i suoi soliti passi lenti ma non verso la zona di servizio, è scesa per le scale che conducono agli spogliatoi, ai bagni e all’uscita posteriore del palazzetto, qualcuna ha fatto rotolare la palla laggiù dove Nora comincia a prendere la rincorsa per battere ma Nora non rispuntava, l’allenatrice e un paio di compagne sono andate a cercarla e la palla stava sempre là, quanta desolazione esprime una palla a terra in fondo a un campo di pallavolo, no, non una palla, la palla che avrebbe dovuto fare tre rimbalzi, che avrebbe dovuto essere colpita da Nora, ancora un <em>ace</em>, Nora, ancora un <em>ace</em>, torna, Nora, batti, regalaci altri punti dei tuoi, ma Nora non sarebbe rientrata in campo e non l’avremmo più ritrovata, tra noi genitori c’è chi sostiene che abbia fatto una brutta fine, chi giura che ha firmato per una squadra professionistica del Brasile, chi incolpa non si capisce bene di cosa la madre stravagante, mai che gli adulti riescano a mettersi d’accordo sulla verità, e intanto la tua bravura e i tuoi quattordici anni, Nora, figlia perduta, eroina sognata, non ci sono più, non ci saranno mai più.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’artista e la poetessa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/06/18/lartista-e-la-poetessa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Avalle]]></category>
		<category><![CDATA[Helma Maessen]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Romano A. Fiocchi </strong> <br />
Questa è una storia vera che merita di essere raccontata. Siamo nella seconda metà degli anni Sessanta. Due giovani, un ragazzo e una ragazza, si incontrano per la prima volta in Inghilterra, poi si ritrovano in Olanda. Lui si chiama Filippo Avalle, lei si chiama Helma Maessen.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">di <b>Romano A. Fiocchi</b></span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><i>Helma Maessen. Attraverso le sue poesie</i></span><span style="color: #000000;">, Collezione Libri d’Arte Casa Museo, 2025.</span></span></span></p>
<figure id="attachment_120617" aria-describedby="caption-attachment-120617" style="width: 2528px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120617" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina.jpg" alt="" width="2528" height="1816" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina.jpg 2528w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-1024x736.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-768x552.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-1536x1103.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-2048x1471.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-585x420.jpg 585w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-150x108.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-696x500.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-1068x767.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-Helma-Maessen-copertina-1920x1379.jpg 1920w" sizes="(max-width: 2528px) 100vw, 2528px" /><figcaption id="caption-attachment-120617" class="wp-caption-text">Helma Maessen &#8211; copertina</figcaption></figure>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Questa è una storia vera che merita di essere raccontata. Siamo nella seconda metà degli anni Sessanta. Due giovani, un ragazzo e una ragazza, si incontrano per la prima volta in Inghilterra, poi si ritrovano in Olanda. Lui si chiama </span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.filippoavalle.it/" target="_blank" rel="noopener">Filippo Avalle</a></u></span><span style="color: #000000;">, è nato da padre italiano e da madre svizzera nei pressi di Ginevra, nel 1947. Alle spalle ha un percorso di studi artistici sino all’Accademia Albertina di Torino. Lei si chiama Helma Maessen, nata nel 1946, è una poetessa ma non sa ancora di esserlo. È di nazionalità olandese. Insieme, in sella a una moto, visitano musei in Germania, Francia, Paesi Bassi. Si sposano e si stabiliscono a Torino. Avalle organizza mostre personali e collettive, passa dalle opere polimateriche all’impiego del metacrilato, meglio noto come plexiglass.</span></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Con la piccola figlia Saskia vanno ad abitare a Milano, dove Avalle entra in contatto con l’ambiente culturale della città, firma un manifesto artistico con il filosofo Giovanni Bottiroli, espone nella galleria di Philippe Daverio e Paolo Baldacci. La sua opera </span><span style="color: #000000;"><i>Incendio al Beaubourg</i></span><span style="color: #000000;"> va in trasferta per un anno e mezzo al Lehmbruck Museum di Duisburg. Negli anni Ottanta, dopo un soggiorno in Canada, la famiglia si trasferisce nella casa-studio di Brienno, sul lago di Como. Qui nascerà il figlio Jacopo Zeno. Intanto Avalle approfondisce la sua ricerca sul metacrilato, inventa gli ‘olotratti’, realizza su committenza quello di Ezra Pound per l’editore Vanni Scheiwiller. Parallelamente coltiva l’architettura, l’illuminotecnica e il design, collaborando con aziende, gallerie e musei. Per quasi vent’anni affianca anche l’attività di docente presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.</span></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Helma si dedica invece all’insegnamento delle lingue e alla traduzione, collabora a cataloghi e a presentazioni di mostre, è consulente e musa del marito. Nonostante si sia da sempre occupata di parole, solo in età avanzata incomincia a scrivere versi. Sono poesie di ‘scrittura speculare’, ora in neerlandese con traduzione italiana, ora viceversa. Una lingua è sempre specchio dell’altra. Helma le ama entrambe: la prima perché lingua del Paese nativo, mai dimenticato, l’altra perché lingua del Paese scelto per amore. Nei primi anni Duemila incomincia a pubblicare varie raccolte poetiche: </span><i>Scrittura speculare/Spiegelschrift</i> (2004), <i>Riprese di interni ed esterni/Binnen en buitenopnamen</i> (Galleria Il Salotto, 2005), <i>Rifrazioni di luce/Brekend licht</i> (Mobydick, 2009), <i>Punti di fuga</i>/<i>Verdwijnpunten</i> (LietoColle, 2016). Ha problemi agli occhi, la malattia degenera fino alla cecità. Avalle passa allora a incidere più profondamente le lastre di metacrilato per renderle leggibili ai polpastrelli di Helma, come una sorta di arte Braille. Poi avviene l’irreparabile: nel 2024 Helma Maessen si spegne.</span></span></p>
<figure id="attachment_120619" aria-describedby="caption-attachment-120619" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" wp-image-120619" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-scaled.jpg" alt="" width="300" height="330" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-scaled.jpg 2331w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-273x300.jpg 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-933x1024.jpg 933w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-768x843.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-1399x1536.jpg 1399w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-1865x2048.jpg 1865w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-383x420.jpg 383w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-150x165.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-300x329.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-696x764.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-1068x1173.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-Avalle-alla-Libreria-Cardano-2026-1920x2108.jpg 1920w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-120619" class="wp-caption-text"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">Filippo Avalle alla Libreria Cardano (2026) – foto scattata da me</span></span></span></figcaption></figure>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia la storia non si ferma qui. Filippo Avalle pubblica un libro interamente dedicato a lei: <i>Helma Maessen. Attraverso le sue poesie</i>. È un libro bellissimo. Copertina cartonata a colori, 118 pagine di carta vergata, esce in 350 esemplari edito dalla Collezione Libri d’Arte Casa Museo, Brienno. In prima di copertina è riprodotto un particolare dell’opera <i>Helma del labirinto mio</i>, in quarta l’interpretazione grafica della lirica <i>Non era il caso</i>. All’interno ci sono ventisei poesie ‘speculari’ italiano-neerlandese tratte dalle ultime due raccolte di Helma Maessen. Si alternano ovviamente a una quarantina di riproduzioni di opere di Avalle, tra dipinti, disegni, schizzi, particolari di grandi opere, tavole di manoscritti, tutti su materiali vari tra cui l’immancabile metacrilato. Ma la cosa più suggestiva sono i contributi di trentatré amici di famiglia di varia nazionalità, per lo più artisti, intellettuali, insegnanti. Sono ricordi di lei, delle sue poesie, dipinti, ritratti, fotografie. Avalle ha dato spazio a chiunque volesse dedicarle qualcosa. Ne esce un macroritratto della poetessa italo-olandese fatto di frammenti di esistenza, dove tutto è retto dalla simbiosi umana e artistica tra lei e il compagno di una vita. Lo testimonia un appunto emblematico della stessa Helma: «Filippo-io, controcanto, sì; dialogo con stimoli; poesie nate da opere, opere nate da poesie».</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Come ho conosciuto questa storia. È stato il caso fortuito di trovarmi alla presentazione del libro <i>Helma Maessen </i>organizzata presso la Libreria Cardano di Pavia, nell’aprile scorso. Le storie belle esistono ancora e sono sotto i nostri occhi più di quanto possiamo credere. La casa-studio di Brienno è intanto diventata una Casa Museo visitabile su appuntamento. Anche questa è una bella storia che continua.</span></span></p>
<figure id="attachment_120618" aria-describedby="caption-attachment-120618" style="width: 816px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120618" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973.jpg" alt="" width="816" height="612" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973.jpg 816w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-Maessen-e-Avalle-1973-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 816px) 100vw, 816px" /><figcaption id="caption-attachment-120618" class="wp-caption-text"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: small;">Helma Maessen e Filippo Avalle (1973) – foto estratta dal libro </span><span style="font-size: small;"><i>Helma Maessen</i></span></span></span></figcaption></figure>
<p class="western" align="justify"><em><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Due liriche ‘speculari’ di Helma Maessen:</span></span></em></p>
<blockquote>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Il bosco sacro</b></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Verrà il momento in cui la casa risuonerà vuota</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">quando le scavatrici avanzeranno</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">un martello perforerà la roccia, e gli alberi</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">piangeranno, a terra</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">camere nude osservano impotenti</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">il mondo materiale scatenarsi là dove</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">nel bosco regnava un silenzio solenne</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ammutolita la natura, non dice una parola</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">così come noi</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">quando lasceremo</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">quel che non si può trasferire</span></span></p>
<p align="justify">.</p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Het gewijde bos</b></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Straks zal het huis leeg zijn, hol klinken</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">als graafmachines oprukken</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">een drilboor in de rots dringt</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">bomen uithuilen op de grond</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">naakte kamers zien machteloos toe</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">hoe werelds woelen tekeer gaat</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">in het bos waar een gewijde stilte hing</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">verstomd zwijgt de natuur in alle talen</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">evenals wij</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">als we achterlaten</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">wat niet verplaatsbaar is</span></span></p>
<p align="justify">.</p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Una mano d’artista</b></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Nella mia immaginazione</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">saltai nella sua mano</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">dove lui mi osservò attento</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">prima di venir incisa senza provare dolore</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">su lastre trasparenti</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">felice ero di essere immersa</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">in bagni di meravigliosi colori</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">che divennero i miei.</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">e lui mi costruì</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">in spazi con luminose prospettive</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">per giorni futuri</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">lì vissi tante vite</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">guarda…</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">non ho che parole per raccontare</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ascolta…</span></span></p>
<p align="justify">.</p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Een kunstenaarshand</b></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">In mijn verbeelding</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">sprong ik in zijn hand</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">waar hij me aandachtig observeerde voordat ik</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">zonder pijn te voelen</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">in transparante platen werd geëtst</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">vreugdevol liet ik me onderdompelen in verfba-</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">den met prachtige kleuren</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">die de mijne werden, hij bouwde me op</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">in ruimtes met lichtperspectieven voor dagen die gingen komen</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">vele levens leefde ik er</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">kijk…</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">slechts woorden heb ik om te vertellen</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">luister…</span></span></p>
<p align="justify">
</blockquote>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Les nouveaux réalistes: Francesco Forlani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 05:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[banllieue]]></category>
		<category><![CDATA[diego armando maradona]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Francesco Forlani</b> <br />E accade che perfino ai più pavidi baleni l'idea in grado di ribaltare il risultato, di rompere le catene della fatalità, del destino che non ammette eccezioni, con un semplice gesto, una parola che trasforma le cose da come stanno in come potrebbero andare altrimenti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="x6s0dn4 x3nfvp2 xl56j7k"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120532" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n.jpg" alt="" width="1200" height="800" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/129992828_10158789528117071_1214269225988939969_n-1068x712.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></div>
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<div dir="auto" style="text-align: center;"><strong>Autres directions</strong></div>
<div dir="auto" style="text-align: center;">di</div>
<div dir="auto" style="text-align: center;"><strong>Francesco Forlani</strong></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">La banlieue non esisterebbe se non ci fossero treni e per ogni variazione, gradazione di periferia ne esiste un solo tipo di convoglio in grado di rompere la barriera del &#8220;sono&#8221; che separa il centro dal resto del mondo. Soltanto in quella banda larga di case popolari e massa scorgi il cartello &#8220;autres directions&#8221; quasi a rivendicare un diritto all&#8217;ascensore sociale, guasto da tempo immemorabile, il solo in grado di farti superare il determinismo sociale che il mondo ti incolla con un post-it sulla fronte per rendere ben conoscibile il verdetto: pauvres. La linea Paris St.Lazare- Mantes la Jolie, per esempio, è un treno che si snoda attraverso milioni di destini intrappolati in eterna transumanza, nomadismo coatto che ti fa macinare chilometri senza spostare di un centimetro il destino dal punto di partenza. Ecco perchè, se è possibile, se gli orari te lo permettono, ti becchi un transilien che almeno ti scarica all&#8217;inferno senza troppi preamboli. O in paradiso.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Come quella volta che di ritorno alla capitale in orario più serale che pomeridiano, m&#8217;ero imbracciato una copia di Repubblica dietro alla quale potere scomparire senza che alcuna Ligue, nessun parentato o gerarchia pretendesse di sapere dove fosse finito un desaparecido uguale a un milione d&#8217;altri penultimi bloccati nel gran giro di giostra. Una fermata dopo, a Mantes, che non era più jolie erano saliti in cinque, caïd di quel quartiere Le Val Fourré che nel 1991 s&#8217;era incendiato dopo un grave caso di violenza poliziesca. Un collega che veniva da li&#8217; mi aveva raccontato che una notte ci fu una sparatoria tra un abitante della Rue Camus e una famiglia della Rue Sartre &#8211; forse qui la memoria mi gioca brutti scherzi sui nomi- e proprio a causa di quell&#8217;enorme rivolta Il 26 septembre 1992 fu decisa la demolizione delle &#8220;quatre tours des Écrivains. E già, perché gli urbanisti che alla fine degli anni settanta s&#8217;erano inventati il sogno della cité avevano dato alle strade i nomi degli intellettuali e degli artisti.</div>
<div dir="auto"></div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Prima che treno facesse il suo stop a Mantes, era salito con me un ragazzino di tredici anni, ben vestito, ben educato che nonostante gli scompartimenti fossero alquanto deserti mi chiese di potersi sedere vicino, in quel comparto generalmente un poco sopraelevato dove in sedute da quattro il &#8220;passegggiere&#8221; può per il tempo del tragitto appartarsi dall&#8217;open space delle distese di sedili sui due piani del vagone. Così quando i cinque erano saliti a bordo, senza chiedere alcunché e malgrado la desertitudine del treno s&#8217;erano messi a sedere esattamente dove eravamo noi; tre a sinistra e due a destra, di fatto chiudendoci ogni via d&#8217;uscita, ogni spazio libero dal finestrino a cui avevo incollato una guancia per chiudere gli occhi al corridoio.</div>
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<div dir="auto">I minuti che erano seguiti parevano non finire mai e per quanto mi avessero lasciato fuori dalla rappresaglia affibbiandomi il solo ma insostenibile ruolo di testimone, ogni volta che s&#8217;inventavano un&#8217;angheria ai danni dell&#8217;innocente &#8211; perché si può essere borghesi e insieme innocenti- provavo un dolore fisico oltre che mentale che di fatto mi trascinava al centro dell&#8217;arena. La cosa che mi aveva colpito di più era che la loro rappresaglia si avvaleva degli stessi codici di coloro che ritenevano essere i propri persecutori. &#8211; Caccia i documenti! gli aveva sibilato il più grande di loro, probabilmente il capo della banda e il ragazzino aveva eseguito l&#8217;ordine come se a darlo fosse stato un poliziotto. -Palliduccio eh! aveva sentenziato un altro digrignando i denti e facendo ridere gli altri, tutti gli altri tranne me e il ragazzino. Io ero dietro al mio giornale che mi aderiva al volto come il sudario al Cristo velato della Cappella San Severo.</div>
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<div dir="auto">Non ho mai avuto nè la stazza nè lo stato mentale del guerriero e dunque ero ben consapevole che la paura che mi attraversava lo spirito, questa volta, non era un riflesso della paura del giovane compagno di viaggio che mi aveva chiesto protezione come un tempo i contadini facevano con il proprio signore; quella paura era tutta mia.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Dopo i documenti era stata la volta dello zainetto che si passavano di mano in mano trattenendolo a sé quando l&#8217;altro- assai timidamente invero- tentava di riacciuffarlo. Mi ricordava quell&#8217;azione detta del torello per cui un calciatore rimane nel mezzo di una cerchia a tentare di intercettare un passaggio che quelli che gli stanno intorno, con finte e risa vere, si fanno l&#8217;uno con gli altri.</div>
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<div dir="auto">E accade che perfino ai più pavidi baleni l&#8217;idea in grado di ribaltare il risultato, di rompere le catene della fatalità, del destino che non ammette eccezioni, con un semplice gesto, una parola che trasforma le cose da come stanno in come potrebbero andare altrimenti.</div>
<div dir="auto">Con un gesto secco e una parola ferma e decisa avevo chiuso di botto il giornale per attaccare senza fronzoli il discorso.</div>
<div dir="auto">&#8211; Eggià! Perché voi mica c&#8217;eravate a Napoli il 29 aprile del &#8217;90. Voi, Diego Armando Maradona, lo avete visto solo in tivvù. Io no, io c&#8217;ero e ho le prove.</div>
<div dir="auto"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120536" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1.jpg" alt="" width="2560" height="1250" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-300x146.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-1024x500.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-768x375.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-1536x750.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-2048x1000.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-860x420.jpg 860w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-150x73.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-696x340.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-1068x521.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-1920x938.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/20250216_1140022-scaled-1-533x261.jpg 533w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></div>
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<div dir="auto">A partire da quel momento avevo cominciato a raccontare ogni dettaglio della grande festa che per tutto il mese di maggio aveva dipinto d&#8217;azzurro mare e cielo di Napoli mare e cielo che azzurri da tempo non lo erano stati più. Delle scene di cui ero stato testimone percorrendo la città in lungo e in largo insieme ai compagni d&#8217;università e di vita bruciata nelle settimane delle occupazioni della Pantera. Ogni singola scritta, da quella del cimitero: <em>non sapete che vi siete persi</em>, a quella ancora più definitiva: <em>Marado&#8217; ssi meje e &#8216;o raù e mammà</em>. E poi ogni singola azione, di tacco, di punta, spalla testa, alla Don Lurio, e ogni gol mimato ad arte, marchiato a fuoco nella memoria poetica come quelle vignette nell&#8217;Almanacco del Calcio che ritraevano tutti i gol più spettacolari dell&#8217;anno, con le frecce, le corse sulle fasce e la faccia attonita e glaciale dei portieri. A un certo punto, facendomi aiutare dal giovane assistente che a quel punto non ci credeva affatto di essere stato tirato su dal fossato in cui era caduto, li avevo schierati in barriera per rifare la leggendaria punizione in area juventina in cui il Pibe de oro sfidando ogni legge della fisica l&#8217;aveva infilata nella <em>lucarne</em> con buona pace degli Agnelli a cui il lupo, per una volta, era riuscito a fare la pelle.</div>
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<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Quando la voce del capotreno fino ad allora rimasta silenziosa aveva annunciato che saremmo entrati nella Gare Saint Lazare, il giovane si erà già catapultato sulle porte non senza avermi prima ringraziato, prendendo le mie mani tra le sue. I Caïd, invece, avevano preso tutto il loro tempo. Il racconto, la Belle Époque del Santo Lazzaro li aveva sottratti per un&#8217;ora al sonnambulismo violento in cui la storia li aveva relegati lasciando che almeno per una sera la Leggenda, il<em> Te Diegum</em> facesse capolino nell&#8217;anfratto di tempo sospeso del mondo che solo il Mito si gode alla faccia di tutti noi, lazzari ma salvi, in un viaggio senza fine.</div>
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		<title>Provare a capire</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/06/16/provare-capire-racconto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[T.T.]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>T.T.</strong><br />
Il fatto è questo: non c'è nessuna storia se non quella di un silenzio. Non parlare, non ricordare, non tramandare. Arrivando in Italia mio padre ha tentato di ricostruirsi, di essere altro, di dimenticare]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-120092" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi.jpg" alt="" width="1472" height="808" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi.jpg 1472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-300x165.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-1024x562.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-768x422.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-765x420.jpg 765w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-150x82.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-696x382.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-1068x586.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1472px) 100vw, 1472px" /></p>
<p>di <strong class="gmail_sendername" dir="auto">T.T.</strong></p>
<p>Il fatto è questo: non c&#8217;è nessuna storia se non quella di un silenzio. Non parlare, non ricordare, non tramandare. Arrivando in Italia mio padre ha tentato di ricostruirsi, di essere altro, di dimenticare. Sono nato nel solco di questa amnesia, uno spazio nuovo e salvifico in cui semplicemente poter cominciare da capo. Così questa stanza bianca, appena intonacata e ridipinta è stata coperta e agghindata da pezzi sparsi, frammenti e stracci appesi alle pareti: qualche parola in libanese, alcune immagini familiari, i sapori della cucina mediorientale e poco più. Sono coperture, pezzi di un tutto che manca all’appello, superfici senza sostanza, cocci che uniti insieme non producono senso, ma nascondono – questa è la loro funzione – un passato che mi è stato lasciato in eredità.</p>
<p>Non parlo arabo, non sono arabo; non sono libanese, non mi sento libanese. Il seme di mio padre nel ventre di mia madre, un innesto.</p>
<p>Eppure ci sono memorie e forme che non possono essere offuscate. Nei gesti, nei sospiri, nei non detti, in ciò che non ci si rende conto di fare o agire, probabilmente si stratificano e si miscelano storie implicite e somatiche, millenarie, contatti tra corpi, carezze e aggressioni, ricordi trasmessi che hanno la forma della sensazione. Così insieme al precetto che imponeva di non chiedere, non nominare, non toccare, e di negare, è passato qualcosa di tattile e sordo, silente e non rappresentabile, ruvido e materico come la pietra. Non basta imbiancare le pareti, non è sufficiente fingere che nulla sia accaduto, ortopedizzare le memorie svuotandole di profondità. Se qualcosa esiste, ritorna.</p>
<p>Luglio 2025. I miei erano alla stazione Termini, sul finire di una vacanza romana. In attesa, nel caos ferroviario, un grosso tonfo, probabilmente una valigia caduta a terra, attira l’attenzione dei viaggiatori. Mio padre (diamogli un nome, il suo nome, qualcosa che non può cancellare), Rami, inizia a correre a più non posso, mentre mia madre (diamole un nome, il suo nome, che costituisce a sua volta una storia e un’eredità, che al momento non è il caso di disturbare), Cristina, cerca di stargli appresso, chiamandolo preoccupata. Rami sale sul primo vagone del treno che gli capita a tiro, è visibilmente agitato, fuori di sé. Si siede affannato e si addormenta. A poco sono serviti i tentativi di mia madre di ottenere una spiegazione.</p>
<p>L’accaduto mi viene raccontato il giorno successivo, a casa, mentre Rami riposa a letto. È supino, smagliato, con le mani conserte sul petto brizzolato; il sole pomeridiano illumina la sottile ricrescita del cranio liscio. Mi guarda sereno, circondato dal candore delle lenzuola appena sfatte. Non ascolta ciò che mia madre, seduta poco più in là, sul bordo del materasso, cerca di descrivere.</p>
<p>Non ascolta o non sente. È sempre stato un mistero per me. È parzialmente sordo, forse per una semplice degenerazione genetica, forse a causa di una bomba, esplosagli quarant’anni prima a pochi metri di distanza. Nessuna spiegazione attendibile, nessun senso, solo pezzi sparsi. Coprire il vuoto con stralci di ricordi e non guardarlo, evitarlo. È una sordità che grida di voler essere lasciata in pace, dimenticata.</p>
<p>Cade il silenzio. Le valigie del viaggio sono ancora sparse per la stanza, testimoni di quanto è accaduto. Senza nemmeno rendersene conto Rami prende parola. Non gli era mai successo qualcosa di simile dice, se non qualche mese prima in aeroporto. Era seduto sulle poltroncine d’attesa del gate, quando ha notato un tizio che correva trafelato. Immediatamente si è buttato a terra, stringendo gli occhi e coprendosi la testa. Solo dopo si è accorto che era un semplice turista in ritardo per il volo di ritorno. Cos’è successo? Nessuna spiegazione, nessun senso. Pezzi sparsi.</p>
<p>Mettere assieme i pezzi, invano tentare di chiudere il puzzle. Perché erano a Roma? In vacanza dicevo, ma non una vacanza qualsiasi. Era un ritrovo, una rimpatriata, con un amico di gioventù, che non vedeva da almeno 20 anni. Charbel Karam, diamogli un nome e un cognome, compagno fraterno di Rami nell’infernale Beirut degli anni ’80. A differenza di mio padre ha scelto il Canada come meta di espatrio, trovando lì fortuna e una moglie di origini calabresi. Una vacanza in Italia, ha pensato allora Charbel, per rivedere un amico, con lui ricordare, con lui forse dimenticare. Ciascuno però dimentica a modo proprio, i pezzi sparsi rischiano di non rimanere così isolati, di sfiorarsi, innescare connessioni: non ricordare, non guardare, non tramandare.</p>
<p>Charbel era presente quando scoppiò quella famosa bomba che forse, e dico forse perché “non si sa”, e dico forse perché è solo un pezzo sparso, ha innescato l’ipoacusia di mio padre. È una storia che so, ma che sono convinto di non aver mai sentito uscire da nessuna bocca. È qualcosa che ho scritto addosso, proprietà del mio essere innesto, inciso tra i tessuti dei muscoli, irrimediabilmente parte di me. La conosco non essendoci stato, non avendo mai saputo, non avendola vissuta, sempre presente e sempre assente, materia invisibile che fa da sfondo ad ogni interpretazione delle azioni di mio papà.</p>
<p>La storia in questione vuole che Rami, Charbel e un terzo amico, diamogli il suo nome, Jean, fossero per le strade di Beirut, a fine serata, pronti per tornare a casa. Cade una bomba. Un’auto esplode. Jean viene travolto, mentre Charbel e Rami, sufficientemente distanti dalla zona di impatto ne escono intatti seppur frastornati. I due trasportano il terzo amico in ospedale. Jean viene salvato. Lieto fine. La storia si ferma qui, stop. Pezzo staccato e isolato. Non farsi altre domande, andare avanti.</p>
<p>C’è una seconda inedita versione dei fatti. Esce direttamente dalla bocca di mio padre, sdraiato sul letto, proprio dopo gli eventi di Roma, ancora circondato dalle valigie del viaggio. La racconta a me e mia madre come se non l’avessimo implicitamente incamerata, senza averla mai nemmeno sentita. Rami, Charbel, Jean e un quarto amico, a cui non darò un nome perché non c’è più un nome, sono per le strade di Beirut, precisamente ad Achrafieh, quartiere storicamente maronita della città. Giocano a basket assieme, evitano il dramma della guerra, cazzeggiano e si danno manforte, sono amici in un mondo in piena rovina. Dal cielo una bomba impatta direttamente sul quarto amico, di cui non dirò il nome perché non c’è un nome, perché non c’è mai stato modo di nominarlo e pensarlo, non c’è mai stato e se c’è stato è stato polverizzato, cancellato, muro bianco. Rami non pensa, non capisce. Si volta e corre fino a casa senza mai fermarsi, chilometri e chilometri in direzione Nord-Est, tra strade e vicoli, chilometri senza sosta, non provando alcuna sensazione, alcuna emozione, gambe da cestista veloci su per le scale, gradini a due a due, fino al terzo piano, dove entra in casa e annuncia a chi è presente: “non so se qualcuno è ancora vivo”.</p>
<p>Ha poi scoperto dopo che Charbel era uscito incolume dall’esplosione, mentre Jean era gravemente ferito. Rami non ha salvato nessuno. Qualcuno, di cui non dirò il nome, è morto.</p>
<p>Mio padre tace, ha gli occhi vivi di un adolescente, brillano e si interrogano senza saperlo, mentre il pomeriggio si avvia verso sera. Durante la cena, per la prima volta da quando esisto, papà racconta della sua infanzia. Storie spensierate, tra piante di melograno e corse nei prati. Storie per non pensare. Mangiamo tabbouleh e manousheh di kishik e zaatar, lo facciamo da sempre.</p>
<p>Il giorno dopo sono in auto per le vie del centro. Un vecchio marocchino si getta in strada per attraversare; inchiodo. Mi sorride e con un cenno si scusa. Lo guardo attentamente mentre si allontana svelto. Ha le stesse fitte borse sotto gli occhi che aveva mio nonno Ibrahim; baffi spessi e grigi, carnagione color cuoio, un certo modo di tendere le gambe nel passo.</p>
<p>Scoppio a piangere.</p>
<p>Sento un vento polveroso e violento soffiare dietro di me, il colpo di un’onda d’urto che non ho mai esperito. Qual è il mio ruolo ora?</p>
<p><strong>(Immagine: <em>Da sinistra a destra: Rami, Jean, Charbel e basta</em>)</strong></p>
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		<title>La parola prodromi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[davide rigiani]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
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		<category><![CDATA[sanità pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Rigiani</strong><br />
Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy]]></description>
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<p>di <strong>Davide Rigiani</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="678" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg" alt="" class="wp-image-120345" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-768x509.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1536x1017.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-2048x1356.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-634x420.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-150x99.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-696x461.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1068x707.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1920x1272.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/ds_30-1795490/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Dmitriy</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Pixabay</a></figcaption></figure>



<p class="dropcapp2">Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy.</p>



<p>Sono svenuto due volte, nel giro di pochi giorni, tra Natale e Capodanno. Una volta, passi. La pressione bassa, mangiato poco. Chi lo sa. Ma due. Mia moglie esige che io vada dal medico di base. Anche io penso che sarebbe il caso, però non ci voglio andare. Ho paura che mi trovino qualcosa. O che mi prescrivano delle terapie, o degli esercizi che poi mi toccherebbe pure fare. E poi perché anche solo cercare la tessera sanitaria, prendere e andare, trovare il posto, capire a chi tocca, spiegare, stare a sentire: io non ne ho voglia. Variazioni di questo approccio alle cose definiscono il mio rapporto con il mondo. Ma se mia moglie esige, esige. Andiamo dal medico di base.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A Rocchetta di Vara, settecento abitanti, in Val di Vara, in provincia di La Spezia, niente medici di base. I medici di Rocchetta sono due ma seguono già il numero massimo di pazienti. Ci siamo trasferiti qua da circa un anno. Prima abitavamo a Sarzana. Là ero seguito da un medico che andava per i novecento anni e riceveva al pianoterra di un palazzo dalle parti del Conad. Online i suoi orari, il numero di telefono e l’indirizzo dell’ambulatorio non erano aggiornati, per stanarlo bisognava andare al vecchio indirizzo, trovare su una bacheca zeppa di bigliettini quello con l’indirizzo nuovo, risolvere gli indovinelli della Sfinge e poi una caccia al tesoro. Oltretutto l’ambulatorio da fuori era mimetizzato da ristorante di pesce, uno non l’avrebbe mai detto. Dentro era minuscolo e condiviso da vari dottori. Macchinari medici parcheggiati dove c’era spazio. Si attendeva il proprio turno in mezzo a ecografi rotellati e altri apparecchi misteriosi. Sembrava uno studio medico fatto con i pezzi avanzati da altri studi, come un’automobile costruita con i pezzi di ricambio.</p>



<p>A ogni modo questo signore, il quale una volta non fu in grado di aprire i file di una tac che egli stesso mi aveva prescritto, se n’è andato in pensione esattamente quando abbiamo traslocato. E quindi eccomi qua, a Rocchetta, settecento abitanti, due svenimenti, zero medici di base.</p>



<p>Dice: nei paesini piccoli di montagna può succedere: cerca un altro dottore a Sarzana. Anche a Sarzana niente medici di base. Ce n’è uno in un comune ancora un po’ più in là, piuttosto fuori mano. All’Anagrafe Sanitaria un impiegato logorato dalla sanità lascia intendere che, se questo medico è l’unico che ha ancora posto, un motivo ci sarà. Decidiamo di lasciar perdere.</p>



<p>Che milioni di italiani siano in questa situazione è cosa nota. Il motivo, a volerlo indagare, va indagato in un groviglio politicoamministrativo oramai impossibile da sciogliere, il quale può essere interessante quanto ti pare, ma io però sono svenuto due volte per davvero, sono qua e sono un po’ preoccupato. Che si fa? Si fa che a Rocchetta di Vara c’è l’ambulatorio medico di prossimità. L’hanno organizzato apposta per far fronte a tutta questa faccenda.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Una volta alla settimana, dalle alle, nel tal posto, è disponibile questo ambulatorio per i cittadini senza medico di base. Si va su appuntamento. Ovviamente io, all’ambulatorio medico di prossimità, non ci voglio andare. Ho un metodo per persuadermi a fare le cose che non voglio fare. Ce l’ho fin dall’adolescenza, ma è praticabile solo se si vuole scrivere. Mi dico che è tutta materia da romanzo. Le esperienze spiacevoli che nella vita tocca affrontare: materia da romanzo. Vado, le affronto, prendo qualche appunto, rimugino e filosofeggio. In seguito magari ci scriverò qualcosa. Soprattutto, così facendo, mi trasformo in un osservatore esterno della mia vita, e queste cose spiacevoli è come se capitassero a un altro.</p>



<p>E funziona? Macché. Assolutamente no. Se vado all’ambulatorio medico di prossimità è solo perché mia moglie esige.</p>



<p>In macchina mi prepara psicologicamente. Non ti piacerà il posto, dice. Lei non ha nessuna idea di come sarà il posto, ma sa che non mi piacerà. Non ti piacerà il loro modo di fare. Bisognerà aspettare una quantità di tempo offensiva. Dirai che sono incapaci e ostili.</p>



<p>È importante che lei mi ricordi tutte queste polemiche eventualità, così da non aggiungere, all’eventuale disagio, anche la sorpresa, la quale si applica alla misura del disagio come un moltiplicatore, e a quel punto il climax esponenziale è un attimo, come niente ti ritrovi in pubblico, in piedi su una sedia, a strillare questo paese è una vergogna e uno schifo. Partire con aspettative bassissime è fon da men ta le.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">E l’ambulatorio di Rocchetta com’é? Dipende. Il posto è uno spazio comunale in prestito, e non è sempre lo stesso. In questo caso si tratta di un’ex scuola elementare, credo, un paio di stanze vuote al piano superiore. Al piano di sotto c’è un negozio, ti vendono i trattori, i rastrelli e altra roba da giardinaggio. Ci avevamo portato il tosaerba quando mi era rimasta in mano quella corda che si tira per metterlo in moto. Ci avevano cambiato la corda in un attimo e ci era costato cinque euro. Cosa vuoi di più.</p>



<p>Per trasformare uno spazio di proprietà del comune in un ambulatorio di prossimità servono: un paio di impiegate dell’ASL, un dottore, una porta che si possa chiudere, uno stetoscopio, un paio di portatili, una stampante, tavoli, sedie, un lettino, e in questo caso anche una stufetta elettrica portatile, perché comunque siamo in gennaio, sono le otto del mattino e hanno appena aperto l’ambulatorio.</p>



<p>Arriviamo e una delle due impiegate dell’ASL si sta appunto scaldando le mani sulla stufetta appena accesa. L’altra mi domanda il codice fiscale e tutta la tiritera. Non aspettiamo che cinque minuti, dopodiché ci riceve una dottoressa.</p>



<p>Una persona normale, bendisposta. E non ha nemmeno novecento anni. Le spiego e lei mi sta a sentire. Sta a sentire anche mia moglie. Mi domanda. Mi ausculta. Nel breve incontro non ho avuto tempo di farmi un’idea approfondita, ma ipotizzo che si tratti di una persona animata da un travolgente ottimismo perché con me ha usato almeno due volte la parola prodromi.</p>



<p>In caso di svenimento è rilevante stabilire se ci sono stati dei prodromi, cioè se hai sentito arrivare lo svenimento, o se invece no, sei caduto come una peracotta senza preavviso.</p>



<p>Ora. Realisticamente. Se fermassimo per strada uno a caso e gli domandassimo cosa vuol dire prodromi, che probabilità avremmo di sentire una risposta grosso modo sensata? Pensiamoci un attimo.</p>



<p>Però, prima di farci tutti sconvolgere dal contagioso ottimismo della dottoressa, rivediamo un attimo quelle disperanti statistiche che ogni tanto compaiono sui giornali a proposito di cultura, di scuola e di editoria. Quelle cifre dell’Istat che misurano i lettori in Italia, ad esempio. Sapete quali. Quelle in cui se uno legge un paio di libri in un anno è già un lettore forte. E, anche così, con questo ridicolo metro di giudizio, rimangono cifre risibili. Oppure quelle cronache dell’apocalisse che ci ricordano come un adulto su tre non sappia leggere e comprendere il senso di semplici frasi scritte. Tra l’altro molti di loro scrivono libri, spesso di successo. Poi ci sono i genitori che aggrediscono gli insegnanti perché hanno dato un brutto voto ai figli, le serie tv scritte in modo ridondante perché la gente le guarda scrollando con il cellulare, l’Università del Massachusetts che dice che non siamo più in grado di rimanere concentrati per più di tredici secondi. Insomma, tutte queste informazioni davanti alle quali non c’è speranza, percentuali ed episodi che mettiamo in un cassetto del cervello che non apriamo mai, perché comunque uno cosa può fare.</p>



<p>Bene. Tiriamo fuori queste nozioni e, anche stimando che magari una parte sarà allarmista, facciamoci un’idea realistica delle probabilità che una persona presa a caso sappia cosa vuol dire prodromi. Magari lo sa, eh. Magari non lo sa. Vogliamo fare un cinquanta percento? Io francamente dico di meno, ma facciamo un cinquanta. Ecco, anche in questo caso dare per scontato che un estraneo a caso lo sappia è comunque precipitoso. Per questo dico che la dottoressa sia una persona ottimista.</p>



<p>Se invece sono pessimista io e ho esagerato ad abbassare le aspettative allora, è chiaro, è colpa di mia moglie.</p>



<p>A ogni modo. I prodromi, dicevamo. I prodromi io ce li avevo avuti. Avevo sentito che stavo per svenire. Lo dico alla dottoressa. La dottoressa pensa. La dottoressa ipotizza: sindrome vasovagale. Vorrebbe dire che svengo se provo emozioni forti, o se vedo del sangue, cose del genere. Speriamo che sia così, perché la sindrome vasovagale non è una cosa grave. Per verificare l’ipotesi mi prescrive esami cardiaci e neurologici. Bisogna andare per medici.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Me ne esco, devo dire, abbastanza soddisfatto. L’ambulatorio improvvisato sopra al negozio di trattori non è una clinica avveniristica, ma sono stato visitato bene, senza perdere tempo e non ho speso un euro. Certo, se fossi uscito di casa aspettandomi di andare in un edificio superattrezzato me ne sarei andato dicendo questo paese è una vergogna e uno schifo. E invece. Merito di mia moglie.</p>



<p>Fuori, a due minuti dall’ambulatorio, ci sono il municipio di Rocchetta, l’ufficio postale, la chiesa, la farmacia. La farmacia di Rocchetta è una cosetta piccina picciò, con dentro un genovese abbastanza simpatico, che nel retro ha una stufa a pellet e un computer per prenotare gli esami. Lì, in quattro e quattr’otto, ci prende tutti gli appuntamenti che ci servono e nel giro di un paio di settimane. Ed è molto meno di quello che mi ero preparato ad aspettare, sempre per via di quella cosa delle aspettative basse.</p>



<p>Prima cosa: analisi del sangue e ECG, per i quali andiamo al poliambulatorio di Brugnato, una metropoli in confronto a Rocchetta: milletrecento abitanti. Arriviamo la mattina presto. All’entrata non si vede anima viva. Non c’è una segreteria o uno sportello. C’è un portone in alluminio, una scala, varie porte, tutte chiuse. Tutto è tappezzato di fogli A4 con stampate frecce e indicazioni in Arial corpo trecentocinquanta. Ufficio Tal dei Tali, Ufficio Talaltro. Entrare, Non entrare. Pediatria.</p>



<p>La segnaletica fatta con i fogli A4 attaccati con lo scotch è un indice importante, misura la precarietà del mondo. Più fogli A4: più precarietà. Sapete quei film in cui un cambio di uffici o di dirigenza viene sottolineato mettendo nella scena un operaio che con un raschietto stacca per benino le lettere dorate da una porta a vetri? Fantascienza. O magari cattivo cinema. Registi italiani che volessero fare il realismo oggi dovrebbero inscenare un infermiere che arriva, stacca un foglio dal muro, ne attacca un altro e se ne va. In un attimo ambienti privi di caratteristiche diventano avamposti comunali, regionali o statali in virtù di questa segnaletica provvisoria che più provvisoria non si può, e con altrettanta semplicità possono tornare a essere ambienti vuoti. Come niente il reparto di oncologia ti diventa l’anagrafe zootecnica, il catasto, il magazzino dei pompieri. Ecco qua un colpo di Stato: un uomo arriva, stacca dal portone di Palazzo Chigi il foglio A4 con scritto Repubblica Italiana, ne attacca un altro con scritto Gran Confederazione del Davide. No, davvero, niente grida solidità istituzionale come la solidità fisica, datemi retta. Delle belle lettere di pietra, grandi come utilitarie, costose da mettere, difficili da rimuovere. Avete visto qua fuori la nostra scritta gigante Gran Banca del Credito del Davide, tutta di marmo di Carrara? Significa che ci penseremo due volte prima di sostituire questi uffici con una lavanderia e scappare con i vostri soldi.</p>



<p>Comunque sia. Le indicazioni qua, oltre che precarie, sono anche abbondanti, ma non per questo esaurienti. Arriva un signore, un novantenne con berretto degli alpini. Anche lui non capisce dove deve andare. Il posto non è grande, procedendo per esclusione saliamo le scale. Al primo piano c’è un corridoio con sedie di plastica allineate lungo i lati. Ci sediamo. Arrivano altre persone. Si siedono. Un tipo con un braccio rotto parla ad alta voce, lui solo in mezzo a un gruppo di estranei che tacciono. Monologa. Non so, parla di Facebook.</p>



<p>Comunque di lì a poco un’infermiera mi preleva il sangue, poi arriva la cardiologa. Un’altra persona normale, bendisposta, un’altra che non ha novecento anni.</p>



<p>Trovo leggermente imbarazzante riferire l’ipotesi che io svenga a causa di un’emozione più forte del normale. In quanto figlio maschio del patriarcato sono conscio di respingere inconsciamente l’idea di essere svenevole. E poi comunque non sono mica svenuto mentre guardavo un film horror o cosa ne so. Stavo a casa, seduto a scrollare col telefono apocalittiche notizie in materia di editoria. Dunque riferisco sì la teoria della sindrome vasovagale, ma rilevando che comunque io boh. Mentre riferisco, immagino che la dottoressa immagini quanto sopra a proposito del fatto che sono un uomo, e dunque, almeno per quanto riguarda certe questioni, un imbecille. Cosa più che giusta, vi dirò.</p>



<p>Mi domanda se fumo. Ho smesso da 12 anni. Nel referto mi indicherà comunque come ex fumatore. Mi domanda dei prodromi. Ancora con questi prodromi. Sono sinceramente in ansia per la mia salute, un sacco di cose gravi possono incominciare con un paio di svenimenti, ma siccome sono anche uno scemo mi viene in mente che Davide e i Prodromi sarebbe un gran nome per una band. Se mi organizzo con l’alpino e quell’altro col braccio rotto possiamo fare delle serate, sul palco sveniamo, ci facciamo venire degli attacchi epilettici e degli infarti. Davide e i Prodromi, siore e siori.</p>



<p>Alla dottoressa dico solo che i prodromi, in effetti, li ho avuti. Mi ausculta. Mi fa questo ECG, cioè mi attacca degli elettrodi e io, modestamente, produco un grafico. L’esame durerà sì e no dieci minuti. Tutto normale, pare. Mi prescrive comunque un test da sforzo, un ecodoppler e un holter. Ecco che gli esami medici si moltiplicano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A casa comincio a misurare pressione e battiti tutti i giorni, con la macchinetta, sempre alla stessa ora. Misuro tre volte e poi faccio la media, come mi hanno detto le dottoresse. Non l’avevo mai fatto prima, non con questa costanza, e ora che lo faccio sono preoccupato. Ho i battiti lenti, dicesi bradicardia. È normale negli sportivi, e io non sono uno sportivo. Cerco sull’internet e scopro che morirò. Bradicardia e svenimenti possono indicare cose gravi. Si parla come minimo di un pacemaker. Avevo uno zio col pacemaker. Ho quarantacinque anni. A quarantacinque anni si può già essere in condizioni di dover pensare a un pacemaker?</p>



<p>Veniamo all’holter. Io, che non so mai niente, credevo fosse chissà che. È un aggeggio che ti attaccano con una cinturina tipo marsupio e ti misura i battiti per ventiquattr’ore. Magari devi stare un po’ attento a non ingarbugliarti con i fili degli elettrodi mentre dormi, ma questo è tutto. La cardiologa me l’ha prescritto perché, quando un medico mi ausculta, i battiti mi salgono per l’ansia da prestazione, è più forte di me. Mia moglie sostiene che dovrei fare meditazione.</p>



<p>A ogni modo l’holter te lo mettono giù ad Arcola. Arrivo alla clinica di Arcola e non c’è neanche un singolo foglio A4 appeso da nessuna parte. È una struttura privata. C’è anche una reception, una saletta che biancheggia come i laboratori nelle pubblicità dei dentifrici. Videocamere discrete sorvegliano la sala d’attesa, peraltro vuota. Due dottori biancheggiano e bighellonano. Due segretarie fresche di parrucchiere. Io ne traggo subito conferma che una volta ancora le mie idee in materia di apocalisse sono valide: quando la società democratica si sbriciolerà le società private resteranno in piedi, e noialtri, we, the people, ci daremo guerra brandendo scudi con il logo di Google o della Nestlé. Una specie di monarchia medievale capitalistica, non mancano certo le narrazioni distopiche che ce lo spiegano.</p>



<p>Comunque sia, uno dei due dottori mi attacca gli elettrodi. È contento di avere qualcosa da fare e fa con calma. Intanto mi racconta che gli piace andare a caccia. Dice che dovrò tornare domani a riconsegnare l’holter. Tra l’altro domani è il mio compleanno. Quando avevo vent’anni festeggiavo con gli amici, mangiando e bevendo. Domani ne farò quarantasei e festeggerò andando a togliere l’holter. Magari dopo faccio colazione in pasticceria, dài.</p>



<p>L’esito degli esami del sangue si può scaricare online. L’interfaccia del Fascicolo Sanitario Elettronico, in questo mondo che da trent’anni sembra non fare altro che aggiornare le app per modificare leggermente un’icona o spostare un menù a tendina, mi fa tornare giovane perché sembra una cosa uscita dai miei ricordi di Prince of Persia o di Lemmings. Nondimeno fa il suo dovere e mi scarica un pdf con gli esami. I valori, da quel poco che capisco, che è poco, sono nella norma.</p>



<p>Bene, per l’elettroencefalogramma, il test da sforzo e l’ecodoppler bisogna andare al Sant’Andrea di La Spezia.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-default"><blockquote><p>Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà.</p></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">In ospedale ti arrabbierai davvero, m’informa mia moglie. Ci sarà da aspettare. Ti passeranno davanti in fila. Saranno sgarbati. Non si capiranno le istruzioni. E poi ti perderai.</p>



<p>In effetti mi perdo subito. A quanto pare il Sant’Andrea è composto da nove edifici diversi, e io li provo tutti. Ovunque vado vedo anziani meglio orientati di me, in coppie o anche in triplette. C’è la solita vegetazione di istruzioni e frecce stampate su fogli A4 attaccati con lo scotch. Entrare, non entrare. Neurologia struttura complessa. Chissà che cavolo significa. Paginate fitte di informazioni sul trattamento dei dati personali durante la prestazione ambulatoriale. I signori utenti sono pregati di attendere in sala d’attesa. Offendere o aggredire verbalmente o fisicamente gli operatori di questa struttura è un reato. È obbligatoria la mascherina. Ecco, l’obbligo della mascherina è ribadito più e più volte, ma non ce l’ha quasi nessuno. </p>



<p>Mi domando se sono cartelli rimasti appesi lì dai tempi del covid. A prima vista questo potrebbe essere in contraddizione con la teoria sulla precarietà del mondo. Cioè. Come fa un’indicazione fatta con un foglio appeso con lo scotch a indicare precarietà, se poi rimane lì stabilmente per anni? Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà. E infatti ci contiamo, siamo abituati, viviamo così.</p>



<p>A ogni modo. Io son qua con in mano la cartellina delle mie scartoffie sanitarie assortite, che è già diventata un bel mazzetto, e sono vestito in tuta, perché per la prova da sforzo ti devi presentare vestito pratico. Non mi piace essere in tuta fuori di casa. Sotto sotto mi sento che sto già cominciando ad andare in giro vestito da ospedale. Come in quel racconto di Buzzati, i Sette piani, in cui un tizio viene ricoverato per un nonnulla e un po’ alla volta lo spostano sempre più vicino al reparto dei malati gravi. Alla fine, ora non mi ricordo bene cosa succede, ma, diciamocelo, probabilmente il tizio schiatta. E queste cose iniziano così, andando in giro in tuta. Come niente ti ritrovi a tuo agio in pubblico col camice aperto dietro e l’asta rotellata che ti regge la flebo.</p>



<p>Comunque forse ho trovato il posto. Un cartello dice che devo attendere e verrò chiamato. Sono italosvizzero, dunque in quanto svizzero il mio impulso sarebbe quello di rispettare l’indicazione come fosse un dogma della fede, ma in quanto italiano ho imparato che devo ignorarlo e domandare a qualcuno. Infatti l’infermiera che tiene le redini di tutta la situazione, che per inciso non è fresca di parrucchiere ma è precisa e paziente, non si turba. Lo ignorano tutti quel cartello. Mi conferma che l’elettroencefalogramma si fa lì, e mi dà da firmare cose che non leggo.</p>



<p>L’elettroencefalogramma è quello che tu ti sdrai e ti attaccano degli elettrodi sulla testa. Dura un quarto d’ora. Ti dicono tenga gli occhi chiusi. Ti dicono si rilassi. Io, mi dicono si rilassi, mi agito. Ho messo l’holter apposta perché mi agito. Non è che mi agito da smaniare, ma forse è comunque sufficiente ad alterare le mie attività cerebrali. Lo è? Non lo è? E io cosa ne so. Ora mi rilasso. A cosa penso per rilassarmi? A cose assolutamente pigre e piacevoli. Ai miei gatti che cercano la posizione per dormirmi addosso. A un racconto di Barthelme che ho letto e che non ci ho capito niente. A cosa c’è per cena. Risotto al pomodoro. Molto bene. Ti sei rilassato? Guarda che, se non ti rilassi, verranno fuori dei valori sballati. Vuoi essere operato d’urgenza al cervello perché non ti sai rilassare?</p>



<p>Mi fanno aprire e chiudere gli occhi. Fanno lampeggiare delle luci. Ecco Davide, di Davide e i Prodromi, che adesso si fa venire un attacco epilettico, siore e siori, rullo di tamburi. Ma tanto quale posto migliore al mondo per farsi venire un bell’attacco epilettico del reparto di neurologia del Sant’Andrea? Siamo in una botte de’ fero.</p>



<p>Bene, quanto il test è finito domando al tizio che mi sta staccando gli elettrodi dalla testa se, così, grosso modo, ha mica visto cose rilevanti. Siccome mi risponde che lui è solo un tecnico, io ne deduco che morirò, che lui questo lo sa perché lo ha visto nel mio encefalogramma, ma vuole che sia qualcun altro a dirmelo.</p>



<p>Venite che adesso andiamo tutti a farci fare un bell’eco color doppler al cuore. È tipo un’ecografia a colori, a quanto ne so. Alla parete della stanzetta è appeso un foglio A4 con stampata l’immagine di una scultura del Canova. Paolina Borghese, pare, una bianca signorina stesa sul fianco sinistro sul suo triclino, perché a quanto pare per fare l’eco doppler bisogna appunto stare a torso nudo stesi sul fianco sinistro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Il dottore che mi ecografa è uno simpatico. Sarà sui cinquanta. Mentre mi ecografa, mi domanda cosa faccio. Ho una risposta strategica per questa domanda, di solito dico, molto genericamente, che lavoro in editoria. Se la circostanza lo richiede, spiego meglio: prima facevo il redattore, dico, cioè correggevo i romanzi degli altri, poi ne ho scritto uno io, ora magari ne scrivo un altro. Comunque evito, se posso, di usare la parola scrittore. La parola scrittore accende spesso nella fantasia delle persone due possibili idee, diametralmente opposte, entrambe problematiche. La prima idea: uno scrittore: certamente un saggio, un inarrivabile genio. Ma per favore. La seconda idea: uno scrittore: un cretino disoccupato.</p>



<p>Ecco, io non voglio rientrare in nessuna di queste due categorie, se possibile, quindi al dottore dico, molto genericamente, che lavoro in editoria.</p>



<p>Bello, dice lui.</p>



<p>Bello è bello, dico io.</p>



<p>Una volta leggevo, dice lui.</p>



<p>Non ho dubbi che sia vero. Tutti leggevamo quando i libri costavano undicimila lire, non c’era Netflix e non avevamo uno smartphone al posto della mano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



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<figure class="wp-block-pullquote is-style-default" style="border-color:#0693e3"><blockquote class="has-text-color has-vivid-cyan-blue-color"><p>E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa.</p><p>E come vanno. Ecco che sento i prodromi.</p></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa. <br /><br />E come vanno. Ecco che sento i prodromi. Al medico che in quel momento mi sta letteralmente guardando dentro al cuore con un ecocardiografo a colori, mi scappa di dire che l’editoria italiana, e dunque la letteratura italiana, è piena di problemi. Le cose vanno male, dottore, gli dico. E poi gli riassumo le solite cose, le cose che si sanno: le librerie indipendenti non ce la fanno, in classifica c’è spesso roba indegna o libri di cucina, i piccoli editori non pagano, i grossi editori monopolizzano, l’amichettismo, la siccità e le cavallette. Dico che l’unico che paga l’affitto alla fine del mese è probabilmente il distributore, cioè quello che sposta fisicamente il libro dalla tipografia al magazzino, dal magazzino alla libreria, dalla libreria di nuovo nel magazzino, dal magazzino al macero. Se conta il profitto, il libro produce profitto più che altro come oggetto fisico da spostare di qua e di là. Tanto varrebbe spostare dei manubri.</p>



<p>Mi rendo conto che mi sto agitando, ma non posso fare a meno di dire anche, a questo signore qua che in fin dei conti mi ha solo domandato come va, che, secondo me, quando ero un adolescente, la letteratura faceva bene al mio equilibrio mentale. Non solo per le cose su cui fare qualche bella pensata che si possono trovare nei libri validi, ma anche, banalmente, perché per leggere ti devi concentrare e chiudere fuori il mondo, il che mi faceva un gran bene. Eccola la meditazione che mia moglie dice che dovrei fare. All’epoca non sapevo nemmeno distinguere tra una casa editrice e l’altra ed ero più sereno, caro il mio dottore, mentre oggi mi sembra che le cose che so dello stato dell’editoria mi avvelenino l’atto di leggere e quello di scrivere. E tanti saluti alla meditazione e all’equilibrio mentale, dico. E poi svengo.</p>



<p>Dopo so solo che un’infermiera mi sveglia con una sberla, devo dire una sberla assolutamente competente. Sto bene sto benissimo, dico. Mi tengono lì sdraiato venti minuti, per sicurezza. Mi danno un succo di frutta.</p>



<p>Ho un’oretta prima del neurologo e del test da sforzo. Rimuginando e filosofando cerco la prossima stanza. In un incontro che dura credo tre minuti, un neurologo annoiato dalle mie condizioni di salute non interessanti guarda le mie scartoffie, si dichiara d’accordo con la sindrome vasovagale, mi congeda. Non ho fatto in tempo a sedermi, ma va bene così.</p>



<p>È quasi fatta. Cosa rimane? Rimane l’ultimo cardiologo, il terzo. Questo non mi domanda né dei prodromi né che cosa faccio. Anzi, non spiccica una parola. Risponde alle mie domande a proposito della bradicardia in modo appena rassicurante, ma senza una parola di troppo, non un avverbio, non un aggettivo in più del necessario. Mi piace. Un minimalista, lo chiameremo Raymond Carver.</p>



<p>Mi mette su una cyclette, mi attacca elettrodi da tutte le parti, mi fa pedalare per un quarto d’ora. Io non mi preoccupo, è un esame che capiterà di fare anche agli anziani, penso, o a gente meno in forma di me. Si pedalerà così, un po’ in scioltezza. Tipo scampagnata. Col cavolo. Il minimalista qua aumenta sempre di più la resistenza della cyclette, ogni paio di minuti i pedali diventano più duri. Ecco qua uno che, molto genericamente, lavora in editoria che arranca su una cyclette mentre tutti gli elettrodi del mondo misurano quando ci vuole per fargli venire un infarto. Ce la farà? Ci rimarrà secco? Tutto è contro di lui. Si pubblica sempre di più, sai, e si legge sempre di meno. I libri costano sempre di più, si viene pagati sempre di meno. E io che faccio? Io pedalo, siori e siore.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Come va a finire. Alla fine l’infarto non mi viene. Anzi. Raymond approva il mio sistema cardiorespiratorio. È soddisfatto, forse persino orgoglioso. Mi fa appena un impercettibile sì con la testa. Sembra niente, ma è un po’ questa l’essenza del minimalismo, no? In un sistema di espressioni trattenute, di rimozione del superfluo, un gesto minimo è una cosa enorme. Imparo che la felicità non sta nel coronamento del vero amore, ma nel sorriso del cardiologo che ti ha messo su una cyclette.</p>



<p>Questa storia termina qui. In totale ho fatto sei esami nel giro di tre settimane, e ho speso circa 230 euro di ticket, che non è tanto. Me ne torno a Rocchetta di Vara portando con me l’immagine del personale sanitario di tutta Italia che fa del suo meglio in questo mondo precario, come d’altro canto fa la gente dell’editoria.</p>



<p>Quanto a me, tutto ha confermato la diagnosi della dottoressa ottimista, ed è un sollievo. Grazie per l’interessamento. Sono uno che sviene, a quanto pare, un po’ come faceva Dante quando non sapeva come finire un canto.</p>
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		<title>Facciamo Kolchoz</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 05:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> È anche il racconto di una catastrofe. Anzi, di più catastrofi. Del tracollo, addirittura, della nostra civiltà.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-120866" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-652x1024.jpg" alt="" width="380" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-652x1024.jpg 652w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-768x1206.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-267x420.jpg 267w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-150x236.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-300x471.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x-696x1093.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/i__id15559_mw1000__1x.jpg 955w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Per Emmanuel Carrère la Russia è un enigma senza più alcun mistero (forse). È un enigma perché per un francese non è facile scegliere tra Tolstoj e Dostoevskij. Eppure, non è più un mistero perché è figlio di Hélène Carrère d’Encausse, la più autorevole studiosa della Russia e dell’Unione Sovietica. Il 3 ottobre 2023, cinquantanove giorni dopo la sua morte, le viene reso l’onore nazionale. La figlia di poveri esuli russi, che ha dovuto imparare il francese a cinque anni, sarà infine eletta all’Académie française e la prima donna a guidarla. Siede virtualmente sullo stesso scranno di Corneille e Victor Hugo.<br />
Carrère stesso lo afferma. Adora le storie che presentano contemporaneamente la dimensione orizzontale della vita e quella verticale. Orizzontali sono i rapporti privati, l’amore, l’amicizia. Verticali sono i rapporti tra le generazioni, e dunque anche la storia, tanto quella privata quanto quella collettiva. Per dirla alla maniera di Leonardo Sciascia, predilige i cruciverba. E l’anima russa è stata spesso il centro di queste coordinate. Se in <em>Limonov </em>il percorso è stato più orizzontale, in <em>Un romanzo russo</em> è stato in prevalenza verticale. Kolchoz è perfettamente in asse. Accede contemporaneamente all’una e all’altra dimensione dell’esperienza umana. E ci offre così il segreto dei grandi libri.<br />
È anche il racconto di una catastrofe. Anzi, di più catastrofi. Del tracollo, addirittura, della nostra civiltà. Ma se il mondo crolla, resta il mestiere di persone come lui per renderne conto. Kolchoz allora è un luogo protetto. Un punto di salvezza. “Facciamo Kolchoz”. È l’invito affettuoso della madre a suoi tre piccoli. Tutti insieme sotto le lenzuola nel lettone. “Facciamo il tendone” (quello del circo), era invece la mia proposta felliniana. Chissà perché scegliere proprio il nome di una azienda agricola sovietica da parte di una figlia di esuli russi. Ironia o magari inconsapevole, malinconica nostalgia. Comunque, tutti i mondi che Carrère racconta hanno origine in questa parola. È uno snodo, un crocevia, dal quale se ne espandono altri, alcuni possiedono persino sbocchi imprevisti e imprevedibili, e ognuno di noi lettori può scegliere liberamente il suo itinerario. Non c’è modo di perdersi, anche se si sceglie di procedere a brulichio, senza un seguire un sentiero lineare.<br />
La lettura intrapresa è un viaggio stellare tra le parole scritte. Il punto di gravitazione è la storia familiare dei Carrère, e Emmanuel non si limita a raccontare tutto su sua madre. Anche il padre Louis è presente. Eccome. Forse è proprio suo padre “l’autore di queste righe”. Di questa lunghissima storia è stata sua madre la protagonista, ma ad avergliela dettata è stato lui dal fondo del suo studio scuro tappezzato di iuta verde bottiglia. Mi ha fatto pensare all’immenso oceano senziente del pianeta Solaris. Kolchoz, dentro questa realtà, è un’isola fluttuante nel mezzo della catastrofe dell’Occidente.<br />
I tre quarti degli uomini muoiono nel dolore, è Carrère a citare il naturalista de Buffon. La nostra speranza, non solo quella di Carrère, è di far parte del quarto restante. In fondo, si scrive e si legge per questo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Rapporto #29</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/06/06/rapporto-29/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 05:38:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Maria Spinelli]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Fabrizio Maria Spinelli</strong> <br /> Quando hanno chiuso la finestra il rumore del montacarichi non ha cessato di pulsarle nel lobo frontale. È girata verso il muro. Gli dà le spalle. Si dondola con il sedere, come se il bacino fosse un’altalena di ossa che trasporta anni di rimozioni sedimentati in un movimento ossessivo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fabrizio Maria Spinelli</strong></p>
<p style="padding-left: 160px;">Gaudium.<em> Nulla me dies non amantem viderit</em><br />
Ratio. <em>Age igitur. Lude, insani, sonno letare. Experrectus flebis</em></p>
<p style="padding-left: 160px;">Petrarca, <em>De remediis utriusque fortunae</em></p>
<p>Quando hanno chiuso la finestra il rumore del montacarichi non ha cessato di pulsarle nel lobo frontale. È girata verso il muro. Gli dà le spalle. Si dondola con il sedere, come se il bacino fosse un’altalena di ossa che trasporta anni di rimozioni sedimentati in un movimento ossessivo. Gli uomini comunemente interpretano questo atteggiamento come qualcosa di sessuale. Le mettono le mani tra le gambe, cercano un sesso pronunciato, pronto al rapporto. Lei lascia fare. Pensa a quanti l’hanno toccata. Per un momento si eccita, poi torna a sentire il ronzìo del montacarichi. Lui le guarda le scapole ed è attento ad evitare ogni contatto. Crede che lasciarle i suoi spazi gli garantisca una sorta di immunità. C’è qualcosa di gratuito nella devozione che prova. Poche ore prima (erano a tavola) lei gli aveva detto che concorreva al ruolo di padre dei suoi figli. Ora non riesce a guardarlo in faccia. Vede la pila di libri sul comodino, le pareti ottanio, ma non ricorda il suo volto. Lui le vorrebbe chiedere cosa si è frapposto tra loro, quale frase o gesto abbia creato questo fossato di pochi centimetri ma profondo un’esistenza, dietro il quale, lui, si dice, prova a rispettarla. Non è una zona di bassa pressione coniugale, ma l’interruzione netta e improvvisa di una trasfusione verbale ed emotiva (solitamente conversano per giorni, così a lungo che finiscono per scambiarsi di sesso). Lei ha bisogno e non ha bisogno della sua insistenza. Il picco sonoro di un aereo che attraversa il cielo basso, mischiandosi alle frequenze del montacarichi, le fa sbattere il reticolo dei vasi sanguigni contro il buio interno delle palpebre improvvisamente chiuse, spirali simili a se stesse, può notare il disegno simil dendritico, simil elettrico, di quelli che crede essere neuroni e la rimandano alle venature delle piante da interni che gli ha regalato per la casa che non sa ancora se sarà la loro. L’arco delle sue dipendenze disegna traiettorie non euclidee. L’atterraggio di un volo fantasma, lungo una linea appena aperta per rendere la città dove abita e dove è cresciuta più facilmente raggiungibile ai turisti, fa roteare i suoi pensieri intorno a un asse che pare potersi sfaldare da un momento all’altro. Sente il suo corpo attraversato da un flusso, è un oggetto che la corrente porta a riva, un globulo, ha l’impressione che il suo capo dia colpi contro la testiera del letto, vi sbatta con un ritmo cadenzato. Può sentire il sangue bagnarle i capelli appena lavati, la pelle sfarinarsi e il legno martellare direttamente la carne morbida del cervello. L’uomo che è certa di amare rimane a pochi centimetri da lei, attende qualcosa che lei, in quel momento, non è in grado di dargli. Pensieri intrusivi si ramificano mentre assaggia, dal dito indice, il sangue che ha preso a colarle sui lineamenti del viso. È dentro una chiesa, una mattina presto di due anni prima, e non si regge in piedi. È seduta al tavolino di un bar in una città straniera, con la persona che rappresenta per lei l’autorità, secondo un transfert che si annoia anche di verbalizzare, la domanda di legittimazione che l’accompagna da quando è bambina. Riflette su quanti danni procura una sessualizzazione precoce. Ha introiettato così profondamente il desiderio maschile che ne saggia la sua estensione con uno sguardo e lo domina.  Le pareti le sia avvicinano, chiudendola in una morsa, mentre le dimensioni delle lenzuola da cui è coperta paiono allargarsi sempre più. Il verbo <em>tralappiare</em> è composto da tralasciare + acchiappare. <em>Non son io il borghese che</em>. La porta della stanza da letto non permette una corretta apertura dell’anta sinistra dell’armadio che lui le vorrebbe destinare. Il livello di ossigeno nell’aria è troppo basso. Il suo respiro si fa affannoso e rumoroso come un motore. Il sangue prende a scorrerle lungo il seno, ed è certa di non essere lei, o almeno, non propriamente lei, ad essere stesa in quel letto, in quel momento, potrebbe esserlo, ma non lo è, e non le riguarda quanto accade, è accaduto o potrebbe accaderle. Un medico le ha detto che non avendo lei il fallo, e avvertendone la mancanza, vuole essere lei il fallo. Chiama questo una messa in maschera. <em>Il desiderio di avere sta alla domanda di essere</em>. Ciò le ricorda una conversazione di pochi giorni prima, in cui lui le aveva detto che ciò che più gli piaceva era scrivere saggi, che ciò che gli consentiva di vivere era scrivere sostanzialmente di altri per pura compensazione. Lei non vuole compensazioni. Vuole tutto. Adesso vorrebbe sentire che non sente. Vorrebbe sentire il sentimento di qualcosa che non prova. Che tutto questo vuoto, questo non provare, avesse una forma intelleggibile. È certa di non avere messo lei quella foto sui social dove spegne le candeline, e si sente la sua voce, la voce di lui, che le chiede di esprimere un desiderio. Che è stato lui, se no chi altro, a mettere quell’altra foto dove lo si vede di spalle, mentre fuma, un maschio ossuto, trasandato e privo di talento come tanti, il suo aspetto vampiresco, la sta controllando, di questo ne è certa, come è certa che lui, in fondo, non la ami, perché non fa un solo movimento verso di lei, ora, che si sente perduta e al contempo lo esclude, perché non la tocca, perché non le fa sentire la sua mano, ridicolmente piccola, sui nei e le lievi cisti arrossate della sua schiena. Lei pensa che lui ha scopato un’amica comune in quello che vorrebbe diventasse il loro letto, ed entrambi glielo tengono nascosto. Ha avvertito chiaramente che l’erezione di quella mattina non era destinata a lei, o non propriamente a lei. Lei vorrebbe essere sempre il mediatore. Può pensare il corpo di lui con un’altra, a patto che sia lei a desiderarlo. Non sopporta che la sua voce sia mutata. E lui, con tutta quella tenerezza e il rispetto e la dolcezza, con tutta quella pantomima del maschio innamorato, che non è davvero innamorato, la sta mutando. I suoi livelli di comprensione non sono mai stati così chiari. La nettezza che assume è parte di quei livelli. Sta mentendo a se stesso per mentire a lei. Le formiche che si muovono sul pavimento formano una spirale e sono direzionate dalla sua mente. Lo ha visto piangere spesso, anche per lei, mentre lei non ha mai pianto, almeno fino al momento in cui questo racconto è stato scritto. Questa nuova lucidità si frantuma in decine di pensieri che la trascinano di getto in una confusione che non saprebbe definire se non come strutturale. Lei fa suo lo sguardo con cui immagina di essere guardata dalle persone che la legittimano, ridefinendo cosa è in base a ciò che mostra loro. La macchia che ha visto sulle scale mentre saliva nella loro casa è una medusa col mestruo. Il membro di lui ha una merlatura singolare, che le ricorda una foca grassa. Ma è proprio questo vincolo a permetterle di essere ciò che è. Si sente risucchiare, come se potesse finire dentro lo scarico del lavandino. A cosa è dovuto il sapore di legno e cellophane in bocca. Percepisce un differente nesso di sequenze e processi. Vede nuvole idrocefale. Ha qualcosa che non le permette di inghiottire. L’uomo che l’ha avvicinata al bar. Saldi capitali famigliari erosi da una sola generazione di infelici. La mail a cui i suoi amici non hanno risposto, quando era allegra. Cosa sarebbe se non disponesse di quello sguardo. PTA è un regista sopravvalutato dagli uomini. Quando fa la doccia ai pesci manca l’ossigeno. Sente il suo corpo evacuarsi. <em>Uno che maledice ferite immaginate più che viste. Ciò che la realtà delle ferite deve significare.</em> La dipendenza è un adattamento. Indossa bene posizionali come maschere. Echi lentamente sanguinano. Comprime cronologie estese in archi ridotti. I soldi del padre che non redimono la povertà di una madre a cui non perdona quella povertà. Una profezia non è una descrizione del futuro ma una guida per il presente. Lo ha scritto nella sua tesi prima di consegnarla. La parola <em>valetudinario</em>. Avverte lo stigma di processi pigmentali inattivi, borbotta senza voce priorità e disastri. Poi il rumore del montacarichi si ferma e lei sente quel silenzio prenderla dalle piante dei piedi e sollevarla e spingerla con ancora più forza contro la testiera. Può vedere le macchie frattali del suo sangue, può vedere i suoi stessi occhi che la scrutano, la pelle vagamente scrotale sopra le pupille. Lui si gira e le nota in faccia un’aria militare, che associa alla sua spietatezza, alla capacità fraudolenta di non provare niente, di dimenticarsi che lui è lì, e respira e sente nell’unguento di un silenzio che li appanna, opacità su opacità, vischioso come un’ostrica, un inferno di pochi metri quadri, ma tremendamente portatile e ricorsivo. Il modo in cui la guarda è già un ricordo. Lei è immobile, con gli occhi spalancati fissa il getto di vernice steso con approssimazione sulla parete (per quanto i suoi occhi siano così fermi da credere non sia una donna ma la fotografia di una donna, lei sente il nistagmo accelerato delle pupille mobili sulla sclera), quando avverte di stare vivendo una simulazione, e il terrore che prova non le permette di accorgersi che lui si è sporto verso di lei. <em>Alla ragazza cadde addosso il modo in cui la voleva descrivere. Lo sguardo del pittore domina sui re che lo guardano mentre vogliono essere raffigurati da lui. </em>Succede che lui le mette una mano sulla gamba, e quel contatto, al posto di risollevarla, le dà la prova che quanto pensa è vero. Un attestato di nullificazione. Intempestivo e sgradevole come una citazione usata a sproposito. Sono le dita di un estraneo quelle che sfiorano la parete esterna della coscia. Mani che hanno toccato, nello stesso modo, altre donne. Gambe che sono state cinte, in modo più significativo, da uomini perduti nella memoria. Ha bisogno di farsi i peli. Da quanti giorni non rientra a casa, non ha una giornata come si deve. Le mani di lui sono mani generiche. Sente che non rappresentano un destino, ma un mero accidente che deve sciogliere. Mani prive di significato di un uomo privo di significato. Mani collettive che accelerano il flusso dei pensieri lesionati. Dov’è la plausibilità di una sigaretta in bocca. Il suo personale poligrafo dell’interno non ha intenzione di fermarsi. Una marea sizigiale. Tocchi di carbonato staccatesi da torri minerali. L’annuncio su Facebook della morte di un proprio caro. Le mani sono dei raggi X che le perforano il femore. Come fargli capire che. Non è in grado di scostarsi, né di parlare. Gli leverebbe la mano, se solo ci riuscisse, se solo ciò non prevedesse l’esplosione della sua rabbia, che non è nelle condizioni di tollerare. Ogni suo gesto implicherebbe un discorso. <em>Vengano, non luminose e leste, ma dignitose, le ore che restano. </em>Chiederebbe spiegazioni inservibili, si affannerebbe in prolusioni, analisi, atti di accusa. Lui guarda la sua mano non sortire alcun effetto su di lei che, semplicemente, sta scivolando via lungo un’inclinazione destinata a farsi perpendicolare. Si chiede se la sua tolleranza non sia solo una profilassi, una guaina che attutisce un attrito che quella stessa difesa contribuisce a produrre. Vorrebbe imporsi. Vorrebbe non avere tatto (vorrebbe, con quella mano, prenderle a pugni la pleura, causarle un dolore che la costringesse a prestargli attenzione, i suoi polmoni gli appaiono come due minuscole sacche per l’ossigeno). La sua sensibilità è una maschera che rende più sottile i modi di una sopraffazione. Sta soffrendo, e vuole solo che la sua sofferenza cessi. Forse il suo rispetto è una strategia per evitare il dolore più che un ascolto. L’egoismo tipico dei depressi ad alto funzionamento. I suoi pensieri e la sua indecisione sono utili a non vedere che ciò che dice di amare in quel momento non esiste. Amare non è la parola giusta. Il tempo trascorso da quando la sua mano si è mossa per toccare la sua gamba non ha una durata. Trascorre nel passato remoto e nel futuro prossimo. Confonde la menzione con il richiamo. Lei sente che il sangue che ha perso le impedisce di respirare, che la sua faccia è stata morsa da un cane. <em>Tutto questo recitare non significava che fosse in corso una rappresentazione; significava il suo contrario</em>. Deve avere un aspetto orribile. Deve aspettare un avere orribile. Il montacarichi riparte, azionato da una mano invisibile. Azionato dalla sua mano sulla sua gamba. Vorrebbe tagliarsi le gambe. Si taglierebbe le gambe piuttosto che levargli la mano e iniziare un discorso. Che lui tocchi quelle gambe, ma che non siano sue, o perlomeno, non attaccate al suo tronco. Il sogno turpe del moncherino esposto. Il desiderio ripete sempre la domanda. Si vede calata con le funi su una tavola di marmo, facendo segno di procedere con le fettine con la cura delle carni scelte. Il suo cristallino è pieno di corpi vaganti. Una nevicata di ossa. Non mettere la poesia nella prosa. La prosa lasciata dentro l’armadio la cui anta è ostacolata dall’apertura della porta. La scala ripida che le permette l’accesso in quella casa dove è venuta a morire dissanguata. Passeggiano insieme nel Millecinquecento. Con disappunto. Conversano per seicento anni. <em>Perché un tempo sono già stati fanciullo e fanciulla e albero e rapace e anche pesce muto dal mare</em>. Le lenzuola si gonfiano delle parole non pronunciate, come una medusa, come una foca grassa, come in una scena prestampata, come il passaggio dalla scrittura a mano alla stampa. Il senso si comporta come un liquido che assume la forma del suo contenitore. Il suo disperdersi ostinato. La pioggia che inizia a cadere sul cotto del balcone. Come si raffigura la pioggia senza un vetro su cui sbatte. Da giorni i voli per la sua città sono interrotti. Il sangue le tocca la punta dei piedi, attraversa il coprimaterasso e macchia il legno del letto e il pavimento e scivola al piano di sotto.</p>
<p>Quando tende la mano verso la sua. Non perché lo voglia ma perché è l’unico modo di farla finita. È già finita ma non resta che finire. La tende verso la sua pazienza e la sua ostinazione che suppliscono a un significato, che bilanciano un’epoca. Gira il viso e lui le nota delle macchie sul volto che attribuisce a un’alimentazione che privilegia grassi insaturi. Che privilegia i termini delle procedure e il sentimentalismo. Sebbene effetti-soglia nella distinguibilità di eventi temporali successivi cambino da modalità percettiva a modalità percettiva, c’è un carattere locale della simultaneità che supplisce al divario tra tempo fisico e tempo dell’esperienza. Non sanno se le loro mani arriveranno mai a sfiorarsi. Se lui le ritrarrà alla prima pressione digitale. Perché ce l’ha con lei. Perché non sa misurare il tempo della sua assenza, e non glielo perdona come non si perdona un’infedeltà. Agendo loro non modificano ciò che accadrà ma lo fanno accadere. E fare accadere qualcosa nel futuro non significa alterarlo. Ma loro non agiscono ancora. Gli eventi occorrono tutti nello stesso tempo. La mano di lei è congelata nella strada che la separa da quella di lui. Se arriveranno a toccarsi saranno ancora intrecciate, alla fine e all’inizio di questo racconto che lui vorrebbe scrivere e sta in effetti scrivendo, e vorrebbe pubblicare in aria come le dita di lei potrebbero pubblicare le sue. Se lui rimarrà lì sarà ancora lì e assumerà la forma di questo rimanere. Il battere e il levare. Ed è in quel momento che prende una decisione che lo precede di un migliaio di anni mentre la pressione della pioggia è il viso di un periodo, una congettura sul loro tempo insieme.</p>
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		<title>Nichilismo quotidiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 05:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Agnoletti</strong> <br /> Sospetto che lo stesso stia avvenendo in molte città d’Italia, grandi e piccole. Chissà, forse accade in ogni città del mondo. Ho tentato di abbozzare una protesta. Il dirigente scolastico allora mi ha detto che gli alberi erano “pericolosi”. Solo una parola, “pericolosi”.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Agnoletti</strong></p>
<p></p>
<p>Maggio 2025</p>
<p>La guida che accompagna le scolaresche durante le escursioni è ormai vicina alla pensione. Però racconta ancora le favole ai bambini per sensibilizzarli ai problemi ambientali; coi ragazzi più grandi, invece, si dilunga sui dettagli geologici della regione. Ma è molto più cupo rispetto all’ultima volta. Durante una pausa, mi parla del suo passato di attivista. Racconta le proteste contro il nucleare, le battaglie per ripulire l’acqua del fiume, per tutelare il paesaggio. “L’ambiente ormai si difende solo a parole, ma in realtà non gliene frega più niente a nessuno. E adesso siamo tornati a parlare di armi, di nucleare. E io…” – conclude quasi con imbarazzo – “Anch’io non ci credo più. Se si vogliono distruggere, non ci posso fare nulla. Sono passato dall’attivismo di quando avevo vent’anni al nichilismo di oggi”.</p>
<p></p>
<p>Settembre 2025</p>
<p>Davanti alla scuola c’era una lunga fila di altissimi tigli. Un giorno, senza alcun preavviso, il comune ha iniziato ad abbattere gli alberi. In classe, il rombo delle seghe elettriche si è udito per giorni. I bambini all’inizio ridevano, eccitati. Poi si sono abituati.</p>
<p>Uscendo dalla scuola, ho chiesto a uno degli uomini che portavano via i tronchi quanti anni avessero gli alberi. Non ha saputo rispondermi.</p>
<p>Sospetto che lo stesso stia avvenendo in molte città d’Italia, grandi e piccole. Chissà, forse accade in ogni città del mondo. Ho tentato di abbozzare una protesta. Il dirigente scolastico allora mi ha detto che gli alberi erano “pericolosi”. Solo una parola, “pericolosi”. Ho osservato a lungo la catasta di tronchi recisi. Enormi, bianchi, perfetti.</p>
<p>Credevo che gli abitanti avrebbero protestato. Nulla, non una parola.</p>
<p>Ho provato a parlarne in classe. Niente, l’argomento non interessa quasi a nessuno. Solo una bambina, su ventuno alunni, si è mostrata sensibile.</p>
<p>Eppure i bambini sono abituati a discutere di tematiche ambientali. Due volte l’anno il comune organizza un gioco per convincere gli alunni a venire a scuola a piedi. Anche la letteratura per l’infanzia parla spesso di ambiente: quest’anno in classe abbiamo letto un libro piuttosto noto, che racconta la storia di un gruppo di bambini che si attiva per impedire l’abbattimento dell’albero davanti alla scuola.</p>
<p>Allora, perché nessuno si scandalizza, nessuno alza la testa, nessuno sembra notare che gli alberi non ci sono più?</p>
<p>Poi ho capito. Ho capito che stiamo abituando i bambini all’ipocrisia, e che la cappa di indifferenza che ci circonda li riguarda più di noi adulti.</p>
<p>Un’associazione locale che si occupa di tutela ambientale mi ha confermato che lo stesso sta accadendo un po’ ovunque. A parole, gli alberi ad alto fusto dovrebbero essere tutelati. Ma nei fatti prevalgono le esigenze legate alle nuove tecnologie, quelle della mobilità urbana e soprattutto la volontà di eliminare ogni rischio dovuto a cadute accidentali o fisiologiche.</p>
<p>Qualche tempo dopo ho saputo che la scuola, rappresentanti dei genitori e docenti, aveva richiesto l’abbattimento anche dei pochi alberi residui.</p>
<p>Per ragioni di sicurezza.</p>
<p>Mi sembra infatti che l’epidemia mostri al di là di ogni possibile dubbio che l’umanità non crede più in nulla se non nella nuda esistenza da preservare come tale a qualsiasi prezzo. La religione cristiana con le sue opere di amore e di misericordia e con la sua fede fino al martirio, l’ideologia politica con la sua incondizionata solidarietà, perfino la fiducia nel lavoro e nel denaro sembrano passare in second’ordine non appena la nuda vita viene minacciata, seppure nella forma di un rischio la cui entità statistica è labile e volutamente indeterminata.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>
<p>– Bambini, il Neolitico è passato da un pezzo! Capito? Gli uomini primitivi credevano agli spiriti e agli dèi perché non avevano la scienza. Noi invece la scienza ce l’abbiamo, eccome! La realtà è fredda e dura come il marmo. Non c’è nessun altrove, nessuno! C’è la vostra esistenza, che un filosofo importante ha chiamato “nuda”, sapete perché? No, non ridete. Non perché si è tolta le mutandine. La nostra vita è nuda perché non ha alcun senso, oltre il mero… cioè <em>oltre il solo sopravvivere</em>.</p>
<p>Un bambino si agita sulla sedia.</p>
<p>– Martino…?</p>
<p>– E Dio? Mia nonna va in chiesa tutte le settimane.</p>
<p>– Che bello! Che grande consolazione, per chi ci crede!</p>
<p>– Uhm… ma insomma… ma allora che viviamo a fare?</p>
<p>– Ma che domanda da bambino triste, Martino! Ma se la vita è bellissima! Pensa a tutte le scoperte che hanno fatto le scienziate e gli scienziati! Pensa alle poetesse e ai poeti che hanno scritto i libri, alle politiche e ai politici che hanno cambiato il mondo! Tu non vuoi fare queste cose?</p>
<p>– Uhm… sì, credo di sì.</p>
<p>– E cosa vorresti fare?</p>
<p>– Mah… forse… l’astronomo.</p>
<p>– Allora, vedi che vuoi vivere! E quindi d’ora in poi cerca di non stare sempre col naso per aria e comincia ad impegnarti, perché ce la puoi fare! Devi mettercela tutta per <em>realizzare il tuo grande sogno!</em></p>
<p>Se la società della prestazione tardo-moderna riduce noi tutti alla nuda vita, allora non solo gli uomini ai margini della società o nello stato di eccezione, dunque non solo gli esclusi, ma tutti noi siamo – senza eccezioni – <em>homines sacri</em>. In questo senso, però, gli <em>homines sacri</em> hanno la particolarità di non essere assolutamente uccidibili, bensì assolutamente inuccidibili. Essi sono, per così dire, dei morti viventi (<em>Untoten</em>).<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a></p>
<p></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Giorgio Agamben, <em>La nuda vita e il vaccino</em>, 16 aprile 2021: <a href="https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-la-nuda-vita-e-il-vaccino">https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-la-nuda-vita-e-il-vaccino</a></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> B.-C. Han, <em>La società della stanchezza</em>, nottetempo, Roma 2012 pp. 33-4.</p>


<p></p>
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		<title>Discorso di Noè ai due liocorni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 05:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[luca bonalumi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Luca Bonalumi</strong><br />
"Noè, sei sicuro che non ci tieni qui a morire solo perché siamo due liocorni maschi innamorati? Forse ti vergogni di averci a bordo?"]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_119658" aria-describedby="caption-attachment-119658" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119658" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-1068x712.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-119658" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/pixundfertig-683277/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3008693">Ria Sopala</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3008693">Pixabay</a></figcaption></figure></p>
<p>di <strong>Luca Bonalumi</strong></p>
<p>In linea teorica ero stato assunto solo per badare alle bestie, ma in realtà mi capitava di fare molto altro. Avevo firmato un contratto di una quarantina di giorni effettivi, ma per motivi di organizzazione il capo mi aveva chiesto se fossi stato disponibile a trasferirmi sul luogo di lavoro qualche giorno prima. Io, lui, sua moglie, qualche figlio e alcuni parenti suoi: mi pareva un bel gruppo per un viaggio via mare.</p>
<p>Entusiasta di un&#8217;attività che finalmente mi consentisse di viaggiare, avevo accettato la proposta di Noè senza badare troppo alle stravaganti convinzioni che lo avevano portato a costruirsi una vera nave in legno e a farci salire, oltre alla famiglia, un numero sconsiderato di coppie di animali di ogni specie.</p>
<p>Quando però aveva iniziato a piovere sul serio, e le strade della città erano diventate fiumi, avevo capito che un fondo di verità sulle catastrofiche previsioni meteorologiche del mio datore di lavoro c&#8217;era, eccome. Solo la collina poco distante dalla città e ben ricoperta di boschi, almeno inizialmente, pareva indifferente alle piogge torrenziali e, nonostante il fradiciume del terreno, sembrava l&#8217;unico posto al mondo ancora vivibile, il giorno in cui salpammo. Tuttavia, le previsioni del mio capo lasciavano intendere che nemmeno la collina si sarebbe salvata, e tutto il mondo sarebbe stato sommerso.</p>
<p>Eppure, sebbene Noè avesse azzeccato praticamente ogni scelta fatta fino a quel momento, il giorno in cui alzammo l&#8217;àncora trovai che era molto, troppo nervoso per essere il predestinato. Lo osservavo da lontano mentre convincevo gli ippopotami a scegliere una volta per tutte un posto per mangiare e uno per fare i bisogni; si muoveva con passi veloci verso le gabbie dei castori, per poi voltarsi d&#8217;improvviso e correre senza un apparente fine verso le scomode giraffe. Dopo aver dato un&#8217;occhiata ai fori che avevamo dovuto praticare nel soffitto, e che consentivano a quelle povere bestie di tenere quantomeno il collo verticale, ripartiva a passo svelto alla volta dei canguri, che a furia di saltare stavano già creando preoccupanti crepe nella soletta. Pensai che Noè avesse solo dubbi sulla tenuta dell&#8217;imbarcazione, e che questo lo rendesse nervoso: dopotutto era la prima arca che costruiva. Mi sbagliavo.</p>
<p>Poco dopo, quando il diluvio iniziò a fare sul serio, tutti quanti sentimmo delle nitide grida d&#8217;aiuto provenienti dall&#8217;esterno. Avevo ricevuto l&#8217;ordine di non uscire allo scoperto per tutta la durata della piogge, ma eravamo appena salpati, e probabilmente non ci eravamo mossi che di qualche centinaio di metri: trovai quindi intelligente uscire sul ponte di coperta a vedere chi e perché chiedeva aiuto. Dato che Noè mi aveva anticipato, e visto che non avevo intenzione di farmi riprendere dal capo nei primissimi giorni di lavoro, mi nascosi dietro ad una balla di fieno e spiai.</p>
<p>La nave, partita dalla città, si era spostata verso la collina, della quale era rimasta visibile solo la parte sommitale, ad occhio una zona di un migliaio di metri quadrati ancora ricoperta da alberi ormai allo stremo. Sulla cima della pianta più robusta, due liocorni fradici ed infreddoliti urlavano al capitano della nave le loro ragioni.</p>
<p>&#8211; Dai, facci entrare!</p>
<p>&#8211; Siete in ritardo &#8211; rispose Noè – è solo causa vostra se non posso farvi salire. Altro che diluvio: metà del liquido che inonderà il mondo sono lacrime mie, versate per voi due, poveri ingenui animali incompresi dal resto del gruppo. Perché, perché siete arrivati in ritardo facendo ricadere su di me la decisione di lasciarvi travolgere dalle acque? Era solo una questione di imbarazzo? Potevamo parlarne tutti insieme, sapete?</p>
<p>&#8211; Ma quale imbarazzo, Noè! Volevamo solo farci un&#8217;ultima passeggiata tra gli alberi della nostra amata collina, in ricordo del nostro amore&#8230;</p>
<p>Noè iniziò a roteare il suo bastone da passeggio, e con esso ruotò d&#8217;improvviso anche il suo atteggiamento.</p>
<p>&#8211; Basta con queste sciocchezze! Vi siete comportati da immaturi. Forse è buona cosa per il futuro del pianeta che i liocorni rimangano sulla collina&#8230; Due come voi, poi, dovevano capitarmi&#8230;</p>
<p>I due liocorni si guardarono impietriti. Per lunghi secondi si sentì solo la devastante potenza del diluvio. Ecco allora, quando ormai dietro alla balla di fieno mi ero convinto del fatto che i liocorni si sarebbero estinti, che tutto cambiò.</p>
<p>&#8211; Noè, sei sicuro che non ci tieni qui a morire solo perché siamo due liocorni maschi innamorati? Forse ti vergogni di averci a bordo?</p>
<p>Il capitano impallidì, e alzò lo sguardo al cielo.</p>
<p>&#8211; Come potete dire questo? Io vergognarmi di due liocorni maschi? Avete idea di chi è il vero, unico, Altissimo conducente di questa nave?</p>
<p>&#8211; Certo – risposero i due – e sappiamo benissimo anche come la pensa. Credi forse che non siamo aggiornati? Ti sbagli Noè, anche noi siamo figli suoi. In teoria, ci ama quanto ama te. Dai facci salire e chiudiamo un occhio sull&#8217;argomento. Per ora.</p>
<p>&#8211; Mi state ricattando! Mi state ricattando! Forse oggi avrete la vostra sopravvivenza, ma non crediate che questa storia finisca qui! Oggi stesso sentirò l&#8217;Altissimo, e credetemi se vi dico che mi darà regione!</p>
<p>Noè lanciò bruscamente due salvagenti in acqua, e ad essi attaccò due robuste corde.</p>
<p>&#8211; Oreste! Dov&#8217;è Oreste? Possibile che ogni volta che serve a qualcosa non si trovi? Maledetto servo opportunista, Oreste!</p>
<p>Cercando di non farmi pizzicare, uscii dal nascondiglio e corsi a tirare le corde con forza. Sul viso dei liocorni, che avevano mollato la pianta e si erano gettati nelle acque gelide, leggevo uno strano, arcano sorriso soddisfatto.</p>
<p>Quando furono a bordo, e solo l&#8217;Altissimo sa quanto erano inzuppate d&#8217;acqua le due bestie, Noè si ricordò di non aver più locali disponibili.</p>
<p>Pensò dunque di spostare le tigri, che per ragioni di sicurezza aveva messo in una gabbia isolata. Queste si lamentarono, e avevano le loro ragioni.</p>
<p>&#8211; Ma nella nuova gabbia ci sono già le zanzare!</p>
<p>&#8211; Non me ne frega un cazzo! &#8211; rispose con rabbia il capitano – fatevene una ragione, giocate a qualcosa, inventatevi una nuova specie, ma non mi creiate nuovi problemi, sono stato chiaro?</p>
<p>Solo allora si calmò. Entrato finalmente nella stiva ed asciugatosi con l&#8217;aiuto della moglie, richiuse la botola che dava accesso all&#8217;esterno e giurò di non riaprirla per quaranta giorni.</p>
<p>&#8211; Oreste &#8211; mi disse con voce pacata dopo essersi guardato in giro – porta quei due viziosi nella gabbia isolata, laggiù dove stavano le tigri. Spiega loro che qui non siamo nel boschetto sulla collina, e che preferiremmo tutti che non giocassero a fare gli innamorati. Ma ti prego, usa le parole giuste, cerca di comportarti come sempre, fai come se fosse tutto normale. Vedi, sono in una situazione complicata. Ho una dignità da difendere, ma anche moglie e figli: non posso perdere questo lavoro, capisci?</p>
<p>Mentre accompagnavo i due liocorni nella loro stanza, vidi la moglie di Noè che guardava suo marito senza dire una parola. Aveva le rime della bocca rivolte verso il basso, gli occhi si erano fatti sottili, e la sua testa si muoveva ritmicamente a destra e a sinistra.</p>
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