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	<title>inediti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il Museo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[silvano panella]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Silvano Panella</strong><br /> Il cielo nuvoloso e opaco attutisce i nostri passi, le nostre parole, cela i dettagli, le distrazioni, protegge le case del borgo medievale dall'eccesso di visibilità]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_119637" aria-describedby="caption-attachment-119637" style="width: 2560px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119637" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1660" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-300x195.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-1024x664.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-768x498.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-1536x996.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-2048x1328.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-648x420.jpg 648w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-150x97.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-696x451.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-1068x693.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-1920x1245.jpg 1920w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /><figcaption id="caption-attachment-119637" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/verdure-colorato-frutta-dolci-14707014/">Soly Moses</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Silvano Panella</strong></p>
<p>Il cielo nuvoloso e opaco attutisce i nostri passi, le nostre parole, cela i dettagli, le distrazioni, protegge le case del borgo medievale dall&#8217;eccesso di visibilità, impedisce che si frantumino al Sole, che diventino sabbia.</p>
<p>Entro nel museo di storia locale, un museo composito, ricco di oggetti d&#8217;ogni epoca, dagli etruschi al ventesimo secolo, corredi funerari, anfore, borchie di carri, statuine, pezzi di trattore.</p>
<p>Nella prima sala ci sono frammenti di lapidi – nomi, anni, mestieri in latino. Raccolti e decontestualizzati, portati qui perché non v&#8217;erano più le tombe. Come può disintegrarsi una tomba? Non so. Il clima, le razzie, l&#8217;agricoltura.</p>
<p>Mi affaccio alla bifora, la mano infilata tra due colonnine esili, una tortile e una liscia, accostate per la prima volta quando costruirono questo palazzo. Le colonnine sono d&#8217;età romana e provengono dal ninfeo scavato più volte.</p>
<p>«Il saccheggio fu condotto con grande precisione», una voce femminile mi sorprende alle spalle.</p>
<p>Mi volto. È Demetra, la direttrice del museo.</p>
<p>«Grande precisione? Quindi non c&#8217;è stata una distruzione brutale», dico.</p>
<p>«No. Capivano più di oggi il valore delle cose.»</p>
<p>«Mi sembra strano. Oggi siamo così preparati.»</p>
<p>Demetra osserva la strada in basolato, gli abitanti che comprano il necessario per il pranzo, i turisti che scoprono un mondo diverso dal loro, i negozianti che tormentano proprio quella mela, proprio quella camicia. E controlla che il duomo e il palazzo del governo siano ancora in piazza. Sono ancora in piazza, sotto il cielo ancora offuscato.</p>
<p>«Abbiamo le nozioni ma non ci interroghiamo sul valore delle cose. I barbari invasori erano un po&#8217; impulsivi ma sapevano quanto valesse una spilla d&#8217;oro e quanto valesse simbolicamente.»</p>
<p>«Immagino abbia scelto la spilla per fare un esempio come un altro.»</p>
<p>«Ho scelto la spilla con grande cognizione di causa», Demetra dice, e si avvia.</p>
<p>La seguo nella sala in allestimento. Il pavimento in cotto, il soffitto a cassettoni, scaffalature semivuote. Osservo l&#8217;oblunga statuina di un guerriero in bronzo, l&#8217;asta impugnata.</p>
<p>«Le piace? Se le piace lo metta in salvo. Il museo potrebbe esplodere», Demetra dice, confondendomi per un momento.</p>
<p>«Lei è stanca, logorata dal troppo lavoro»</p>
<p>«Non si azzardi a giudicare senza sapere tutto. Il museo potrebbe esplodere. Una deflagrazione precisa, puntuale, una pioggia di reperti su tutti i passanti. Quelle persone che abbiamo visto poco fa. Persone intente a essere loro stesse.»</p>
<p>«Chi è che non intende essere se stesso? E poi, i reperti sono delicati.»</p>
<p>Demetra solleva un corno in pasta vitrea, colorato, ricco di riflessi. Lo lancia a me. La paura di non farcela, lo prendo al volo.</p>
<p>«I reperti sono finti. Copie. Un museo di finzioni. I reperti autentici sono al sicuro nelle cantine – mura possenti, archi belli. A parte quel corno di vetro le copie sono fatte di resina ultraresistente, rimarrebbero integre dopo una esplosione.»</p>
<p>«E se anche fosse? Il palazzo è antico. Non vale, il palazzo?»</p>
<p>«Il palazzo è solido, non crollerebbe. Le finestre sono in vetro di scena. Come quel corno. Si disintegrerebbero senza causare ferimenti.»</p>
<p>Forse si tratta di una trovata mediatica. Demetra indossa un abito nero, il ciondolo dorato spicca sul suo petto. La testa leggermente reclinata, i capelli folti e neri ricadono su una spalla, gli occhi lucidi, bistrati. Attende. Attende che le chieda&#8230;</p>
<p>«Non ho capito a cosa servirebbe una deflagrazione illusoria», dico.</p>
<p>«Niente di illusorio. Ci sarà il boato, ci saranno le faville, le scintille, i fuochi. Reperti sparsi dappertutto nella piazza. Sa che un tempo la piazza era costituita da mattoncini a spina di pesce? Volevo ripristinare l&#8217;antica pavimentazione ma no, il comune non ha voluto finanziare questo recupero e i visitatori vengono soltanto per gironzolare, non capiscono nulla. Avrei voluto rendere le loro camminate più complicate, passare da un pavimento a un altro. Sono sette. Sette diversi pavimenti. Due in piazza e cinque qui.»</p>
<p>«Perché cambiavano tanti pavimenti, nell&#8217;antichità?»</p>
<p>«Per appagare il buon gusto, per non forzare le scelte. Abbiamo strati e strati di bei pavimenti, l&#8217;eccesso, l&#8217;opulenza, non è possibile averli tutti insieme oppure sì, parzialmente, scandendoli. I visitatori camminano per le sale restando all&#8217;oscuro di tutto ciò. Se ricevessero una pioggia di reperti si renderebbero conto dell&#8217;opulenza, si renderebbero conto di quanto poco sanno della storia.»</p>
<p>Per un momento penso di raccontare a Demetra la mia visita alla chiesetta. Avevo ricevuto una sensazione di pace, avevo sottratto una candela, l&#8217;avevo accesa, ero uscito fuori. Il museo spicca da lontano, la sua posizione è strategica, un tempo era un fortino poi divenne un palazzo nobiliare, un simbolo di prestigio. Non credo che l&#8217;esplosione possa avvenire in sicurezza. Demetra sembra non capire la reale portata di oggetti che piovono sulla gente, forse immagina un mondo di morbido marzapane. Se solo i reperti fossero di marzapane! I dolci tipici del borgo sono fatti di marzapane, il rimando storico ci sarebbe.</p>
<p>Le piace il marzapane?<br />
Quel dolce assai affine<br />
Alla consistenza dei nostri sogni<br />
Un mondo onirico<br />
Modellabile intorno a noi</p>
<p>Demetra risponde:<br />
Breve vita ha il marzapane<br />
Sbriciolato, mangiato<br />
È alimento proteiforme<br />
Eppure lo modellano<br />
In compatti filoncini</p>
<p>«A causa della testardaggine dei cucinieri», aggiungo.</p>
<p>Demetra sorride, va via. Chissà se svilupperà il mio suggerimento.</p>
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		<title>Una questione di vita o di morte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 05:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Mattia Majerna]]></category>
		<category><![CDATA[nascondino]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mattia Majerna </strong> <br />
Forse la morte dei suoi genitori è colpa sua, della sua tendenza a farsi male. Se solo fosse stato senza paura, non sarebbero morti. Come i cani, che ti mordono se hai paura di essere morso.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-119628 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino.jpg" alt="" width="417" height="592" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino.jpg 844w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-720x1024.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-768x1092.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-295x420.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-150x213.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-300x427.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-696x990.jpg 696w" sizes="(max-width: 417px) 100vw, 417px" />di <strong>Mattia Majerna</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="western">Dopo un’ora e mezza di lavoro, con la costruzione a metà, ci siamo accorti che è da rifare. Tutta. «Non tutta» mi dice Jacopo che, a quanto pare, mi legge nel pensiero. E mi spiega la sua teoria: possiamo conservare alcune parti della struttura, già montate, e rifare quella sotto. Con la solita proprietà di linguaggio, che ha smesso, almeno da due giorni, di stupirmi. La compagnia delle persone anziane ha reso il suo lessico più ‘maturo’. Persone troppo stanche per semplificare la propria lingua o per incoraggiare, in lui, la sgrammaticatura, che, d’improvviso, rivela una falla nei costrutti di noi adulti.</p>
<p class="western">«La fabbrica del Duomo! Hai presente? Se ci rimettiamo al lavoro finiremo tra cinque secoli e addio divertimento!»</p>
<p class="western">Allora mi fa un’altra offerta: non importa se lui è venuto apposta con la scatola di un nuovo castello Lego da costruire, impresa che non può portare a termine a casa, né con il nonno (deficit visivo e artrite), né con la nonna (non gioca, bensì veglia su di lui e tutta la sua persona è impegnata a permanere).</p>
<p class="western">«Usciamo! Il tempo è splendido!» (i nostri dialoghi sono sequele di esclamazioni).</p>
<p class="western">Ci guardiamo per un attimo, misurandoci nelle nostre rispettive solitudini, è come se confrontassimo la taglia di due grosse trote pescate negli abissi, ciascuno nel proprio. Una voce mi ammonisce che paragonare la mia alla sua è un’indecente forma di vittimismo, però, per una ragione o per un’altra, è così che ci troviamo in un pomeriggio di fine agosto, nella casa di montagna dei miei. Solo io, e solo lui (il nonno ha dovuto accompagnare la nonna all’ospedale, o il contrario, o forse ne approfittano per farsi visitare entrambi).</p>
<p class="western">Quindi abbandoniamo tutto e usciamo davvero con una palla. D’altronde, è cominciata così. Poche mattine prima, mi trovavo sul terrazzo a guardare niente di particolare, il che consiste precisamente nel rifiutarsi di mettere a fuoco i dettagli e, da lì, ricostruire il paesaggio intorno, un’unità organica, a cui, un po’ per partito preso, non volevo riconoscere alcuna bellezza. Aspettavo che il mondo si accorgesse della mia assenza e m’inviasse un cenno. Mi sarei accontentato, in mancanza di meglio, di un simbolo, un evento minimo e singolare, stagliato sulle giornate tutte uguali, da interpretare nelle ore che precedono il sonno. Il telefono, però, rimaneva silenzioso. A volerci trovare un senso a tutti i costi, si sarebbe detto che aspettavo l’esito delle cure di mia madre, ma tutto è più vago di così, estraneo alla cruda logica binaria della vita e della morte. Per l’attesa, poi, ho talento. Se si vuole trovare un mio eguale, lo si deve cercare tra i cani: lontano dal padrone, per loro, ci sono solo attimi d’inesistenza; non possono fare altro che aspettare, come se il ritorno dipendesse dalla loro dedizione, dalla loro pazienza. Un uovo da covare finché non si schiude: il padrone riappare!</p>
<p class="western">Qualche mattina fa, dicevo, sul tardi, è arrivata una palla. Ne ho potuto apprezzare la parabola fulminea al di sopra della siepe che divide il mio dal giardino accanto.</p>
<p class="western">«Posso entrare a prenderla, per cortesia?»</p>
<p class="western">Il recupero della palla, da parte di un bambino di otto anni, biondissimo, con gli occhiali dalla montatura spessa, Jacopo, è bastato a creare un precedente (ho dovuto far conoscenza con la nonna che, dall’interno della casa, dove ci si orienta a stento con la bava di lumaca dell’argenteria, si è subito accorta dell’assenza del nipote; e sono stato approvato: vivace, ma nel rispetto delle regole). Non ricordo neanche più come, quello stesso pomeriggio, ci siamo messi a giocare. Io ero abbastanza sfaccendato, lui bisognoso di un compagno; in assenza di un coetaneo, si faceva andar bene un adulto che, a certe latitudini della giornata, fosse disposto a rinunciare alla serietà.</p>
<p class="western">Tornando a oggi, abbiamo giocato a calcio davanti alla casa, più che altro per mancanza di fantasia (che cosa fare con una palla?), nessuno di noi due è capace, un punto in comune che rende divertente sbagliare di continuo i passaggi, colpire di punta con tanta goffaggine. Le nostre terminazioni nervose s’interrompono all’altezza del ginocchio, si vede. Poi, la palla finisce dall’altra parte e abbiamo la sensazione che qualcuno ci abbia tenuto a spiattellarci la morale della favola (il cancello di casa sua è chiuso a chiave, la palla irrecuperabile), ma noi la conoscevamo già. Facciamo spallucce. Jacopo, solo appena scomposto (una sprimacciata veloce e ritorna come prima, piega dei pantaloni e scriminatura a piombo), mi propone allora di giocare a nascondino. Il giardino della casa dei miei, dietro, è sterminato e, se avessi con chi giocare, ci giocherei ancora. Oggi si dà il caso che qualcuno c’è: Jacopo. A contare inizia lui. In due è un vero duello.</p>
<p class="western">Per me il giardino ha conservato le dimensioni indefinite che aveva nella mia infanzia, la stessa ombra impenetrabile; addentrandosi tra gli alberi, ci si trova in un boschetto. Gli aghi di pino attutiscono i passi, per ogni scampolo di paradiso, con more e lamponi, c’è un girone infernale di ortiche, magari vipere. A tracciarne il perimetro su una carta, non saprei da dove cominciare. Insomma, non ci vuole molto prima che io sia travolto dall’eccitazione del gioco. Trovarmi solo all’improvviso mi offre un inatteso sollievo. Non perché mi sia stufato di giocare con Jacopo, anzi. È solo una vacanza temporanea dai bisogni che la presenza di un’altra persona genera. Diciamo che adesso siamo legati con una corda più lunga e godo della mia nuova libertà di movimento tra le felci. Mi appoggio a un tronco per scendere la scarpata che porta al campo da tennis abbandonato. M’inzacchero di resina ed è come se mi sporcassi con qualcosa che ho rovesciato io trent’anni prima, ma il pensiero della malattia di mia madre raddrizza la freccia del tempo. Succede così, in due battute: prima ho la sensazione che ci sia qualcosa di sospetto nel quadro che mi circonda, un elemento illusorio che, una volta scoperto, renderà solo più dolorosa la verità; cerco quindi di ricordarmi perché, tra tutti i giorni dell’anno, oggi non ho diritto alla spensieratezza, e la risposta arriva immediata: mia madre è rimasta a Milano per farsi operare e cominciare subito la chemio. La consapevolezza della mortalità di mia madre mi trafigge proprio mentre sono più indifeso e sto sperimentando un inatteso ritorno all’infanzia. Regredisco finché posso e sbatto la faccia contro l’assenza di chi n’è stato il custode. Improvvisamente spero che Jacopo si dimentichi di me e vada ad aspettare i nonni davanti al cancello di casa (anche lui un giudizioso cagnolino). Mi aggiro intorno al campo da tennis inselvatichito. Sarà finita la conta? Se viene da questa parte mi vedrà subito, ma il giardino è grande, posso sperare che perlustri un’altra zona. Che io ricordi nessuno ha mai giocato a tennis, qui. La rete è floscia da sempre, dalle crepe crescono, a ciuffi, fragoline di bosco. Alla fine, spossato, mi siedo sulle radici di un nocciolo, ai confini della proprietà. Cerco di cancellare le tracce di pianto e aspetto che Jacopo mi scopra, il più tardi possibile, mi auguro. Raccolgo una manciata di frutti acerbi o vizzi, come capirlo?, di certo mangiarli è escluso. Quindi li sbuccio solamente, con un po’ di trepidazione per quel che troverò. Le risate mi riscuotono, m’affaccio dietro al tronco, guardo in giro e, solo al ripetersi del suono, un liquido che si riversa dal collo di una bottiglia, a singhiozzo, vedo Jacopo nel campo da tennis, issato sulla sedia da arbitro (mi ha visto), e io mi affretto a raggiungerlo, ormai dimentico del gioco. È vecchia e rugginosa, innumerevoli le possibilità di farsi male. Lo prendo in braccio (i suoi otto anni pesano poco, come sei, sette al massimo, tutto in lui dimostra una maggiore età, o una minore, l’impressione è quella di uno sviluppo difficoltoso: lo sguardo meditabondo vs la statura, la proprietà di linguaggio vs la calma con cui attende le istruzioni dei grandi, come se il mondo debba essere ancora premasticato da uno sguardo adulto, affinché lui lo assimili) e lo rimetto a terra.</p>
<p class="western">«Vittoria! Vittoria!»</p>
<p class="western">Si dimena. Non sto a precisare che per vincere dovrebbe correre alla tana e strillare il mio nome, il tutto prima che ci arrivi io e, considerata la differenza delle nostre falcate, ci sono poche probabilità che ciò accada. Vorrei proprio correre. Il “Libera tutti” mi si gonfia in gola. Immagino un giorno del giudizio, in cui Cristo sfreccia alla tana e si limita a gridare, e dopo basta, le spoglie spolpate tornano alla pienezza della vita, le guance si gonfiano per i sorrisi a lungo trattenuti nella morsa dei teschi, le orbite si riempiono di vecchia nuova lucentezza. Più Tim Burton che l’Apocalisse di Giovanni.</p>
<p class="western">Dentro un pomeriggio di fine-estate c’è un bambino nascosto. Siamo con il fiato sospeso. È in mezzo a un cespuglio di felci. Tutto, lì, pizzica: le foglie, i rami, i moscerini. Il solletico di una presenza furtiva dietro il collo, sul polpaccio, dove il suo sguardo non arriva e, quando ci arriva, o ci porta la mano, nel caso della nuca, non c’è mai nulla, solo un’ombra di un’ombra. È accovacciato sulla terra umida, le sensazioni a brandelli: lo scampanio dell’ora, i rintocchi si sparpagliano, impossibile contarli, il filo teso del vento, che si accorda al pulsare dei raggi solari, sfogliando le fronde sopra di lui, un bruciore sul ginocchio; è scivolato sulla scarpata, si è fatto male, ma la necessità di nascondersi, lo ha reso stoico, si è allontanato più che ha potuto dal campo da tennis, non voleva commettere un errore già commesso da me, ha seguito la recinzione e presto solo il numero dei passi, che ci sono voluti per arrivare fin lì, gli assicura che si trova in un buon nascondiglio. Si chiede se lo sto ancora cercando o l’ho dato per disperso. Se saprà trovare la strada di casa da solo, mentre io proseguo la ronda a vuoto e mi domando dove sia finito. Un bambino senza genitori è facile da perdere, anzi è già perso. S’infonde coraggio: tra poco spunterò da qualche parte e sarà per lui facile cogliermi di sorpresa. La sua paura si cristallizzerà in un’effervescenza, su e giù di tante bollicine. O magari l’ho abbandonato come mamma e papà, prima uno, poi l’altra. Ma non è il momento di pensare ai suoi genitori. Nel corso degli ultimi due anni ha già imparato che ci sono momenti in cui è autorizzato a ricordarli e momenti in cui è pericoloso, rischia di farsi male. Forse la morte dei suoi genitori è colpa sua, della sua tendenza a farsi male. Se solo fosse stato senza paura, non sarebbero morti. Come i cani, che ti mordono se hai paura di essere morso. Con la testa sul cuscino, per esempio, può ricordarli, quando la loro presenza, nel passaggio dalla veglia al sonno, torna reale, incontrovertibile. Nei sogni il suo cuore è una ciliegina sottospirito. Magari se si addormenta, saranno loro a trovarlo, lì dov’è adesso, dove non sa. Io lo cerco e piano piano scivolo sotto la sua pelle. Cercare ed essere cercato, ruoli di colpo reversibili. Anch’io mi nascondo in una macchia di felci di tanti anni prima, ho un ginocchio sbucciato e il bosco freme intorno a me. Il fruscio delle foglie mi sfiora con impazienza come se fossi un’epigrafe in braille, da decifrare alla svelta. In bocca il sapore di un lampone trovato nei dintorni s’attenua fino a scomparire. Mi sento al sicuro nel mio nascondiglio, perché il perimetro del mio spazio vitale è presidiato giorno e notte da mia madre. E, quando finiremo di giocare a nascondino, mi darà la merenda, il pasto più importante della giornata, il più solenne, perché è pura celebrazione, dell’estate, della luce che ha intriso i frutti fino a scoppiarli nella pentola, e sono diventati marmellata da spalmare sul pane, tanta marmellata e tanto pane, per tutti. Se il mio amico mi trova, andremo dritti a far merenda. I suoi genitori non verranno a prenderlo, non sono morti, no, ma il sole è ancora alto, e a farlo scendere non bastano i salti della corda o i rimbalzi della palla. È tutto così denso intorno a me, sono isolato da tanti strati protettivi (una ciliegina sottospirito!), sensazioni e ricordi si confondono: la spremuta del mattino, il sangue sul ginocchio, il cerotto che mi metterà mia madre sulla sbucciatura, ecco ora posso dimenticarmene, nel caso, sarà sempre lei a sostituirlo, perché è la mamma che tiene la luna al suo posto quando chiudo gli occhi, la mamma non gioca a dadi con l’universo. Se tua madre ti ama, puoi nasconderti dove vuoi, ma sei sempre dentro, nel cerchio di luce che accendono tutti i suoi sguardi, un puntino sul suo radar…</p>
<p class="western">Dov’è Jacopo? È quasi un quarto d’ora che vago per il giardino, cercandolo. Ho una mezza intenzione di chiamarlo e ordinargli di uscire allo scoperto. Ha vinto. Tra non molto torneranno i suoi nonni ed è meglio farci trovare seduti al tavolo a montare il castello, anziché spettinati, con sgommate d’erba su gomiti e pantaloni. Qui tutto è rimasto uguale, eppure, da un lato, sento che vorrei congedarmi una buona volta, ho paura che nuovi ricordi, nuovi tempi si sovrascrivano a quelli più antichi, che il groppo nella gola si diluisca in un sorso omeopatico di malinconia. Percorro il giardino lungo la recinzione esterna, convinto che prima o poi lo troverò, ho superato il campo da tennis, ho evitato un isolotto di ortiche e adesso sto tornando all’altezza della casa. Uno sfrascare alle mie spalle e vedo Jacopo che mi corre incontro a perdifiato, come se stesse scappando da qualcosa, o lo stessi facendo io. Gli sorrido. C’è qualcosa nei bambini che mi commuove infallibilmente: l’urgenza che li fa scattare all’uscita della scuola per coprire la breve distanza che li separa dai genitori, la facilità con la quale mettono in gioco tutto l’ammontare del loro piccolo universo, e magari lo perdono, ma poi è di nuovo lì, a loro disposizione per la puntata di un nuovo impossibile amore, fino a quando?</p>
<p class="western">«Dove ti eri cacciato? Iniziavo a preoccuparmi»</p>
<p class="western">«Lì, tra le felci»</p>
<p class="western">«Chi ti ha insegnato a riconoscerle?»</p>
<p class="western">«La mamma o forse la nonna non ricordo»</p>
<p class="western">E questo è tutto quello che ci diciamo sul tema, per oggi. Mentre m’incammino verso casa lui mi affianca e mi prende per mano. Io gliela stringo forte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="western">
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		<title>Les nouveaux réalistes: Oliviero Carugo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 05:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
		<category><![CDATA[Oliviero Carugo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Oliviero Carugo</b> <br />Dalla fine del confinamento, Guillaume e Tarek si salutavano appena, con finta noncuranza, come ex-amanti, con quell’imbarazzo di chi prova pena per l’altro e anche per sé stesso.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119582" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22.png" alt="" width="715" height="721" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22.png 715w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22-298x300.png 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22-150x151.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22-417x420.png 417w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22-300x303.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22-696x702.png 696w" sizes="(max-width: 715px) 100vw, 715px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Il mercato di C</strong><br />
di<br />
<strong>Oliviero Carugo</strong></p>
<p>In città c’è un mercato coperto, costruito in vetro e acciaio nel 1874, ben rifornito e affollato. La storia che racconto si svolge lì e mi è stata raccontata da due che persone che ci lavorano e che non si sopportano. Inaspettatamente, le loro versioni concordano, per cui credo che sia ragionevole pensare che le cose siano andate proprio così.<br />
Loro sono Tarek e Guillaume.<br />
Il primo gestisce un caffè con una bella terrazza riempita da una ventina di tavolini di fronte all’ingresso principale del mercato. È di origini tunisine ma vive in città da quasi vent’anni. Guillaume, invece, viene dalla Normandia e da quasi vent’anni anche lui lavora in città, aprendo quotidianamente il suo grande bancone di fruttivendolo, sotto una tettoia di tela, di fianco all’ingresso principale del mercato.<br />
Con Tarek lavorano moglie e figlia, la prima bassa e sovrappeso come il marito e la seconda alta e slanciata, con una curiosa bocca che sembra una ventosa. Con Guillaume, lavorano fratello e nipote, imponente il primo e magrolino come lo zio il secondo. Essendo cliente da tempo di entrambi, ammiro la loro voglia di lavorare, facendo al meglio il proprio mestiere, senza mai una lamentela o un mugugno. Sgobbano come pochi e a me sembrano persone molto a modo, magari il mondo fosse fatto solo da gente come questa!<br />
Circa coetanei, sui cinquantacinque anni, Tarek e Guillaume si incontrano quotidianamente, tranne il lunedì mattina, quando Guillaume non apre il suo bancone e riposa a casa con la moglie. Ma non si sono mai frequentati, mai oltrepassando un freddo e cordiale buongiorno. Fino al confinamento del 2020, imposto dalle autorità per contrastare l’epidemia di Covid-19.</p>
<p>Entrambi, come la maggior parte dei commercianti del mercato, erano in quel periodo molto critici nei confronti del governo. Il confinamento della popolazione toglieva la clientela che garantiva le loro entrate e, contrariamente ad altri settori del commercio, loro non avevano la speranza di rifarsi una volta finita l’epidemia. Infatti, i venditori di scarpe o cappelli potevano ragionevolmente sperare di vendere domani quel che non vendevano oggi, dacché si può procrastinare l’acquisto di paio di sandali, ma alla fine li si compra lo stesso. Invece, la frutta e verdura invenduta oggi, non la si potrà vendere tra qualche mese così come il cliente che non beve una birra oggi non recupererà alla fine del confinamento.<br />
Tuttavia, a Tarek e Guillaume non era andata troppo male in confronto ai colleghi che occupavano gli stalli all’interno del mercato coperto, che erano tutti chiusi per ostacolare la diffusione del virus. Loro due, lavorando all’aperto, avevano avuto il permesso di continuare a lavorare e, in mancanza della concorrenza, i loro affari andavano ragionevolmente bene.<br />
Durante quei pochi mesi di confinamento, sembrò che diventassero persino amici, non si limitarono al cortese ma pur sempre formale buongiorno, ma si scambiavano battute più o meno salaci la mattina presto, prima delle sette, quando avevano il diritto di cominciare a fatturare.<br />
Guillaume prese l’abitudine di prendersi un caffè da Tarek ogni mattina, dopo aver scaricato le cassette dal camion e averle ben disposte sul bancone, verdure a destra e frutta a sinistra e in mezzo frutta secca e tropicale, e prima di apporre i prezzi a ogni prodotto in vendita, che tanto, prima delle sette e mezza – sette e quarantacinque non si vede nessun cliente. Per Tarek, Guillaume non era il primo cliente, si fermavano da lui parecchi operai – imbianchini, muratori, idraulici, elettricisti – per un caffè sulla strada verso uno dei numerosi cantieri di ristrutturazione in centro storico, un quartiere vecchiotto e pittoresco, ma decadente e, si può ben dire, letteralmente cadente, con case appoggiate le une alle altre come un castello di carte.</p>
<p>Solitamente, Guillaume era il solo europeo nel caffè di Tarek, perché gran parte degli operai erano immigrati, per lo più magrebini, anche se non mancavano ucraini, rumeni e altri europei orientali. Forse, persino qualche russo. Talvolta, si sentiva fuori luogo, circondato da chiacchiere in lingue incomprensibili e dai suoni così poco francesi.<br />
Ma il caffè di Tarek era buono, migliore della media, meglio persino di quello che beveva a casa verso le tre del mattino, preparato la sera prima per far presto, prima di correre in camion con fratello e nipote al mercato generale dove ritirare la frutta e la verdura prenotata il giorno prima. Il caffè del thermos, poi, era del tutto privo di aromi e sapori, e serviva unicamente a scaldarsi le mani nelle fredde mattine d’inverno.<br />
Mai che Tarek gli avesse offerto il caffè, malgrado fossero, per così dire, colleghi. Vero è che neanche lui aveva mai regalato niente al barista, nemmeno la frutta un po’ stanca di fine giornata, buona per le marmellate. È anche vero che Guillaume non era sicuro di potergliela regalare senza metterlo in imbarazzo. Non si sa mai, la gente può essere suscettibile. Certo che quella frutta mica andava buttata, c’era una piccola azienda di marmellate che la ritirava a basso prezzo, ma non gratis. Insomma, meglio che buttarla.</p>
<p>Con la fine delle restrizioni sanitarie, bastarono pochi giorni perché tutto tornasse alla banale normalità col trambusto della folla, le cartacce razziate dai vortici di vento e i piccioni a frugare nell’immondizia. Guillaume riprese le vecchie abitudini, tra le quali il caffè al mattino al solito bar, non quello di Tarek. Il caffè, bisogna ammetterlo, era peggiore, non molto diverso dalla brodaglia di casa, un vero e proprio jus de chaussettes, per dirla in modo elegante. Ma migliore era l’atmosfera, calda e familiare, la stessa da vent’anni, le stesse facce, alcune non proprio simpatiche se non addirittura sinistre ma tutte prevedibili e rassicuranti. Non c’era niente di sorprendente, lì dentro, dove tutto era prevedibile, come piccioni e cornacchie accanto all’immondizia del mercato. Non c’era niente da temere in quell’ambiente dove si rideva sempre delle stesse battute fatte dagli stessi avventori, ognuno con le sue specialità, chi la moglie, chi i figli, chi il vicino molesto, chi appassionato di rugby, chi vicino alla pensione. Un teatro dal repertorio modesto: questo era il solito bar, non quelli di Tarek.</p>
<p>Quest’ultimo ricordava i suoi inizi da barista, da suo cugino, a Sidi Bou Said, la collina di case banche e imposte azzurre a picco sul mare turchese, dove, assieme all’anima di Paul Klee, la clientela araba si mescolava ai turisti europei nel reciproco disinteresse. Non capiva come mai Guillaume gli avesse girato le spalle d‘un tratto, per rifugiarsi in quello squallido baretto da francesi fumoso e maleodorante. E non credette alle sue orecchie quando, con la calma di un cane feroce, Guillaume gli sparò una mattina: volevo dirtelo in faccia, io, da te, venivo solo perché eri l’unico aperto: perché le facce come la tua non dovrebbero stare su questa sponda del Mediterraneo. Non morse, ma è come se lo avesse fatto. O, almeno, così parve ad entrambi. E forse a entrambi non parve vero di avere pronunciato e ascoltato queste parole.<br />
Prima di trasferirsi in città, con la moglie aveva peregrinato parecchio, prima in Tanzania, a Zanzibar, poi in Italia, a Genova, e poi ancora in Grecia, sull’isola di Cos. Ovunque aveva fatto il barista e in nessun luogo aveva visto qualcosa di simile: i francesi del mercato di C. preferivano segregarsi tra loro, in un locale angusto e trascurato, piuttosto che mescolarsi con stranieri, sia turisti sia immigrati. Ché di turisti francesi, nel loro baretto sudicio, non v’era traccia.</p>
<p>Dalla fine del confinamento, Guillaume e Tarek si salutavano appena, con finta noncuranza, come ex-amanti, con quell’imbarazzo di chi prova pena per l’altro e anche per sé stesso.<br />
Tarek non ne parlò mai con sua moglie; nonostante vivesse nel XXI secolo, era ancora permeato dall&#8217;antico orgoglio maschile, gonfio di steroidi, che gli impediva di condividere l&#8217;amarezza, i dolori o le preoccupazioni.<br />
Guillaume, da parte sua, iniziò a rimuginare senza sosta, come un ruminante.<br />
I chimici chiamano efficacemente questa relazione come un antilegame. È una repulsione la cui ragione sfugge anche all&#8217;intuizione più acuta, proprio come accade con tutta la chimica quantistica, del resto.<br />
Con l&#8217;arrivo dell&#8217;estate, puntuale come una data sul calendario, giunse la canicola, tanto micidiale quanto minacciosa, poiché più intensa di ogni anno precedente e, probabilmente, mano intensa di quelle degli anni a venire. Col caldo, Tarek si rifugiò nelle limonate profumate all’acqua di rosa e Guillaume nei vapori di Pastis gelido e stemperato. Bevande incompatibili.</p>
<p>Ad ogni incontro, Guillaume era assalito da pensieri disturbanti. Si chiedeva qual vento avesse portato Tarek proprio lì, di fronte al suo bancone della frutta. Con tutti i posti a disposizione e con tutti quelli dove era già stato! Forse era una spia, forse i servizi segreti tunisini si servivano di lui per monitorare i propri espatriati, forse il suo caffè non era che una copertura per altre attività, magari persino illecite. Certo è che gli affari dovevano andargli bene per potersi permettere un appartamento in centro, non lontano dal mercato, dove lui, Guillaume, non avrebbe potuto permettersi nemmeno un monolocale o una piccolissima mansarda. Pare persino che non fosse in affitto ma proprietario della propria abitazione.</p>
<p>Lui, invece, doveva vivere nell’estrema periferia, ai confini con i primi campi di colza e i primi frutteti, in una casetta che era sì accogliente e in ordine, ma valeva al catasto poco più di un garage in centro città. Ci viveva con sua moglie, che coltivava l’orto perché loro volevano verdure più fresche di quelle in vendita al mercato. Non come i fagiolini marocchini che avevano viaggiato per almeno una settimana prima di essere messi in vendita. O come i meloni algerini, che marcivano dopo meno di due giorni.<br />
Pensieri torbidi, densi e viscosi come catrame, più amari dei fiori di luppolo, aggrovigliati come un canneto. E inutili. Inutili come una vita vuota, una vita meramente animale, l’attesa automatica e ripetitiva di un’alba dopo l’altra, tutte identiche e indistinguibile tra loro. Inutili come l’idiozia balistica di credere, per pigrizia, in semplici soluzioni a problemi complessi. Inutili come un accendino sott’acqua o come un salvagente nel deserto.<br />
Tarek sospettava che Guillaume fosse un elettore di uno di quei partiti populisti di estrema destra, quelli che avevano una sola e sempre la stessa risposta a qualsiasi problema: cacciare gli stranieri. Questi ultimi erano il perenne capro espiatorio, adatto a pretendere e rivendicare qualsiasi cosa. Se le tasse sono troppe, se i pedofili agiscono indisturbati, se il clima impazzisce: colpa degli stranieri. Se i figli vanno male a scuola, è per via degli immigrati, che non parlano francese e che per di più sono prolifici come conigli. Se la droga invade ogni strada, piazza e cortile, è a causa dei ragazzini immigrati pronti a tutto pur di riempirsi le tasche. Se è diventato difficile trovare un medico di famiglia, è per via degli stranieri che sembra che si divertano ad ammalarsi in continuazione, bastava sedersi in una sala d’attesa qualsiasi per rendersene conto.</p>
<p>Con ogni probabilità, secondo Tarek, quelli come Guillaume lo sospettavano di essere un religioso fanatico o perfino un jihadista armato fino ai denti. Solo perché di venerdì sua moglie copriva i propri capelli con un velo di lino. O forse per via di alcuni clienti barbuti che rifiutavano qualsiasi bevanda alcolica.<br />
Scoramento. Era quel che provava Tarek nell’essere considerato un fanatico religioso, quasi un terrorista. Proprio lui, cresciuto in una Tunisia laica, anche se non liberaldemocratica, ma allergica a qualsiasi eccesso religioso e rispettosa più di Dio che degli imam. Proprio lui che si era sposato prima davanti al sindaco e poi, ma solo poi, nella moschea di Sidi Bou Said. Proprio lui, che quando portava un bel paio di baffi sembrava un ballerino cubano o, vista la pancia, un chitarrista mariachi. Proprio lui che, gli islamisti, avevano esplicitamente minacciato di morte. Era principalmente per questo, del resto, che aveva abbandonato la Tunisia ed era finito in città.<br />
Le vite di Tarek e Guillaume continuarono a lungo e furono forse persino felici. La figlia del tunisino studiò chimica all’università e trovò un eccellente impego presso un’azienda che sviluppava batterie per automobili. Il nipote del francese, invece, continuò l’attività di famiglia, affiancandola a una piccola fabbrica di frutta sciroppata. Il caffè fu venduto a una società di fast-food e la figlia di Tarek e il nipote di Guillaume non si incontrarono più. Sia Tarek sia Guillaume passarono la loro pensione in città con le proprie consorti, senza traslocare in nuove abitazioni.<br />
Ma ognuno visse in un suo universo, impermeabile a quello dell’altro. Caffè turco da un lato et <em>jus de chaussettes</em> dall’altro. Limonata in uno e Pastis nell’altro. Multietnico il primo e rigorosamente bianco e francese il secondo.<br />
Ci sono storie come questa, in cui due esistenze si sfiorano quasi piacevolmente e, malgrado la reciproca curiosità, senza clangore, si separano, come amori effimeri e superficiali, lasciando la scena a poco più che sguardi furtivi lanciati di sottecchi. Si chiudono in questo modo i sipari su storie che non potranno essere raccontate, nel dissiparsi di futuri possibili.</p>
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		<title>Il sistema. Per Willard Van Orman Quine (2000 ✝ &#8211; ?)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Fausto Paolo Filograna]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[willard van orman quine]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong><br />
Da quando mi hanno incaricato di scrivere la necrografia di Quine, non penso che a lui.
Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non lo so dire precisamente, ma ha a che fare col fatto che l’illustre era mio fratello]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119347 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine.jpg" alt="" width="314" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine.jpg 314w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-283x420.jpg 283w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-150x223.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-300x445.jpg 300w" sizes="(max-width: 314px) 100vw, 314px" /></p>
<p style="text-align: right;">“Dio ha la faccia piena di latte”</p>
<p>Da quando mi hanno incaricato di scrivere la necrografia di Quine, non penso che a lui.</p>
<p>Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non lo so dire precisamente, ma di sicuro ha a che fare col fatto che l’illustre era mio fratello e che sono poeta. Se qualcuno mi chiedesse cos’è una necrografia, direi che non è che una biografia che parte dalla morte di un individuo.</p>
<p>Ho ricevuto l’incarico, e con la musica di Chopin in sottofondo, giù a lavorarci e a sopportare il dolore dell’infanzia comune. Con me, secondo la volontà dell’editore, ha iniziato a scrivere anche Randolph (Università di Houston, Texas), il quale è stato suo discepolo in senso stretto, come Pietro con Cristo. Randolph farebbe a meno di me se l’editore non l’avesse costretto a dividere l’onere di questa necrografia.</p>
<p>Ora posso solo stare seduto, e scrivere.</p>
<p style="text-align: center;"><em>***</em></p>
<p>Il giorno di Natale dell’anno 2000, mentre stava contando i soldi depositati sul centrotavola all’ingresso per uscire a comprare delle tortine da dare ai suoi sei nipoti (due piccolini della figlia femmina e quattro del figlio maschio), il lume della filosofia Mr. Willard Van Orman Quine, detentore della cattedra “Edgar Pierce” di Harvard<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>, fu preso da un infarto terribile, e in meno di due ore, da quello che dissero i medici (riunitisi in sei attorno al suo eminente cadavere) morì, restituendo alla terra il movimento che gli era appartenuto per oltre novant’anni con tanta dignità. La terra, ora, lo ospitava steso, accanto alle chiavi di casa e a degli spiccioli, indistinguibile da questi perché le cose, si sa, non hanno volontà a questo mondo.</p>
<p>Era il giorno di Natale, ma se quando si svegliò fosse stato davvero, ancora, Natale, nessuno può più dirlo. Perché da quello che so Willard Van Orman Quine si era ritrovato nell’aldilà, dove <em>persino</em><em>lui</em> non si poteva nemmeno sapere se fosse davvero <em>ancora lui</em>, ovvero quello che per novant’anni abbiamo chiamato a gran voce sul pulpito dell’aula Pierce: <em>Willard Van Orman Quine, professore di logica</em>.</p>
<p>“Via, via, lo sapete, meno parole si usano e più si è accurati”, aveva detto in una sua intervista. Ma ora risvegliatosi in mezzo ai morti, non aveva detto proprio nessuna parola. E il perché va reso chiaro dall’inizio.</p>
<p>Bisogna dire apertamente che lui dagli studi di Harvard, dalle passeggiate a Mulholland Drive, dalle occhiate alle vetrine, dai panini che addentava con passione, dalle sciarpe che desiderava acquistare e impacchettare per la figlia e per i nipoti, dai nostri giochi infantili nella vecchia casa dove approfondì i suoi tic, da tutte queste delicatezze sperava, con spietata ma discreta, misurata amarezza, di liberarsi, quando fosse arrivato il suo momento, con la stessa velocità con cui era venuto al mondo.</p>
<p>Un giorno, riunitici nel suo studio prima di uscire a cena insieme, qualcuno dei suoi disse che voleva “passare” da questo o quel posto a ritirare dei libri. Lui non rispose altro che “sicuro, sicuro, Donald, che ci passiamo”. Poi fece una pausa, prima di riprendere a dire: “Tutti passiamo”, e mettendosi comodo su una poltrona aveva aggiunto: “Per me gli uomini, le donne sono corpi; finiti quelli, finita la festa, passiamo. Come taxi che vanno nel nulla, e vengono dal nulla”; poi, allegro come sembrava di carattere, cercò fumando di dimenticare quanto detto. Eppure io so che quando gli si diceva con leggerezza “passiamo di qua?”, le sue orecchie sacrificavano il punto interrogativo, e lui di colpo pensava alla morte.</p>
<p>E ora che la morte lo aveva preceduto c’è chi giura che si sia stretto la mano sulla bocca, per corrispondere con un gesto all’attività lussureggiante del suo cervello, che ancora raziocinava. C’è chi giura che lì, lì dentro all’aldilà, quel giorno che qui era Natale, lo si sentì bofonchiare qualcosa vedendo quelle pletore di morti a perdita d’occhio.</p>
<p>Ce n’erano infiniti e solenni, come erano stati i suoi pensieri da vivo. E ogni volta che vedeva uno qualunque di quei morti, bofonchiava &#8211; ma io so che erano lamenti. Quando gli appariva un’entità, lui subito emetteva un lamento.</p>
<p>Camminavano un po’ sospesi, a qualche centimetro da terra, camminavano spontanei, definiti, come le proposizioni di quando era vivo, sì, e forse proprio per questo – e per come si coprì la testa con le mani – c’è chi giura che tutto ciò gli sembrò intollerabile, ben più che marcire nella tomba.</p>
<p>Ma soprattutto gli alberi (che dovevano essere la cosa più innocua agli occhi di un intelletto meno che divino, dice Randolph). Erano sospesi, con le chiome altissime e il grande apparato radicale che ciondolava all’altezza dell’occhio di Willard. Gli alberi, io lo so, lo riportarono a pensare ai viali verdeggianti di Johnstone Gate, in mezzo ai quali si svolgeva il cenacolo delle nostre risse verbali, delle nostre guerre proposizionali su nostra madre. Ora anche quegli alberi sradicati e sospesi da terra (come i feti nelle pance delle madri quando queste passeggiano) gli sembrarono intollerabili.</p>
<p>Lo si vide, preso dalla smania, correre verso uno di quegli alberi e provare ad appendercisi per ripiantarlo nella terra a forza di salti. Ma poi, dato che non pesava più nulla, gli dovette sembrare di aver fatto qualcosa di stupido e smise. Io so che gli sembrò di appendersi a cordoni ombelicali al termine dei quali non c’era nessuna donna, nessuna rissa, nessun manicomio, nessuna vita.</p>
<p>Tutti quegli uomini, quelle donne, che assomigliavano tanto alle donne agli uomini dell’altro mondo, ma senza il corpo. Come chiamarli? Si chiedeva, sentendoli intollerabili. Con che parole pensarli? Le parole possono indicare ciò che non ha corpo? E se non si possono pensare, come possono esistere? Forse, rifletteva, non esiste niente di tutto ciò che vedo, dice Randolph, il quale si è soffermato maniacalmente su come la filosofia di Willard lo condizionò nell’aldilà – mentre io su qualcosa che Randolph dice di non aver capito, e che riguarda il fatto che io scrivo poesie, e questo è certo un segno di malattia mentale, dice lui, ben più grave della parentela.</p>
<p>Ma ecco il punto, che nelle mie note sul filosofo emerge come l’unico centro della faccenda, e mi scusi Randolph se non è il <em>suo</em> centro. Ma se l’editore vorrà tenerci entrambi, dovremo mettere <em>il mio</em> centro.</p>
<p>Quine non era certo un’aquila, un’aquila dai due occhi feroci, come afferma Randolph a chiunque gli parli, ma al massimo un ciclope, che di occhio non ne aveva che uno, e quell’unico occhio, seppur miope, aveva potuto vedere il suo <em>cosiddetto sistema</em>, il suo <em>cosiddetto sistema</em> perfetto a due varianti, <em>il sistema di Quine</em>, che io soltanto so come e da dove nacque. “Qualunque parte si attacchi, ecco che bisogna attaccare tutto il sistema: non la madre, non il figlio, non la moglie, ma tutta l’umanità” aveva detto in vita, e aveva poi aggiunto “Si dubiti di tutto, o si lasci tutto com’è”.</p>
<p>Ecco dunque il punto, che io ho <em>dovuto</em> aggiungere per amore di verità, nonostante Randolph lo ritenesse intollerabile: c’è chi giura di aver visto Quine tentare di strapparsi i capelli, quando in un angolo, nemmeno troppo tempo dopo essersi svegliato per così dire morto, in mezzo alla folla, vide nostra madre. Camminava distratto, lontano da tutti, e vide nostra madre. Qui sta il punto, io dico. Ecco l’occhio che intravide il <em>sistema</em>.</p>
<p>Impossibile che fosse lei, pensò, eppure so che provò un desiderio insopprimibile di parlarci. Non è d’altronde normale avere fame quando si ha lo stomaco vuoto, anche se non si crede nell’esistenza del cibo?</p>
<p>Nei miei appunti c’è scritto: “si alzò e la seguì, ma lei non si girava mai, non si girò mai a guardarlo”. Ed è lì che Willard tentò di chiamarla per nome, ma niente, tentò altri nomi, mentre i capelli si staccavano nelle sue dita che li tiravano smaniosamente. Elencò aggettivi, verbi, li articolò in proposizioni, in ordine alfabetico ma nessuno si girava, e nemmeno lei, la madre del professore di logica analitica, <em>nostra</em> madre.</p>
<p>Allora Quine cominciò a girarle attorno, come aveva sempre fatto, come fanno gli animali che studiano le prede. C’è chi giura che cominciò a dire suoni animaleschi, i quali qui bisogna trovare un modo per trascrivere: “gicola” “ruxonatis”, “uahuar”, “ararararar”.</p>
<p>Infine, stremato nell’anima (non aveva che quella) le si avvicinò e le si sedette a fianco, muto, come un bocciolo spuntato sullo stelo di un fiore, non sapendo nemmeno se fosse ancora sua madre (si è ancora madri e figli quando si è morti?).</p>
<p>I nomi, nell’aldilà, devono essere come cordoni ombelicali senza ombelichi. Si rassegnò al silenzio, e seduto accanto a lei (o a quel che era ora) la ripensò da viva, e pensò alle sue parole, poiché nient’altro che parole vecchie, parole di quando era viva potevano restargli nell’aldilà.</p>
<p>“Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard” gli aveva detto dal suo letto bianco di un ospedale di Los Angeles nostra madre, “non vedi come ormai passiamo solo e soltanto dal reparto di maternità a quello di psichiatria? Da quello di maternità a quello di psichiatria. Al punto che uno, quello di psichiatria, sembra a tutti gli effetti essere diventato la prosecuzione dell’altro, quello di maternità. C’è in effetti un solo corridoio tra i due reparti. Vorrei alzarmi, Willard”, gli disse, e lui aveva pensato che nemmeno la sua enorme intelligenza avrebbe avuto tanta forza da sollevare un corpo da un letto. “Stiamo sempre e solo stesi nel nostro letto, e qualcuno, quando ancora siamo lunghi poco più di qualche centimetro, come un sedano, come un ramoscello, ci porta dal reparto di maternità a quello di psichiatria. E poi, di nuovo, qualcuno ci porta al reparto di maternità, come quando mi ci portarono per metterti al mondo, per poi andare in psichiatria in due. Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard, eh? Te lo dico io: perché il mondo è un ospedale. E perché il mondo è un ospedale, eh, Willard? Be’, perché siamo corpi. E siamo tutti malati, Willard. Vorrei alzarmi, ma per andare dove? Questa casa, Willard, è solo un ospedale. L’Europa, l’America, il mondo è ormai solo un ospedale, e chi guarisce non sa dove andare. Gli uomini non sono più che malati di orfanezza o di testa, orfani o matti. Si può solo, camminando, cambiare reparto, andare in camera da letto o in cucina, o in bagno. So che hai cambiato il bagno per me, che lo hai ridipinto, e che sopra gli ci hai fatto scrivere “Toilette”, perché dicevi che era impossibile che fosse “così vecchio e così ostile”, e hai rifatto la cucina che era “feroce e assurda”. Hai cambiato i nomi delle stanze per confondermi e solo per confondermi, ma io so che ovunque vada non sono che dentro un ospedale, sì, e che la verità non è la verità, ma l’abitudine, la natura non è la natura, ormai essa è inquinata fino al midollo, la natura è solo abitudine, sì, e ormai non ci sono in America e in Europa che orfani e matti, e tutto ora è un ospedale. Oh ma io vorrei alzarmi. Non per cambiare i nomi delle stanze, ma per far saltare in aria tutto l’ospedale, vorrei alzarmi” gli aveva detto, mentre lui guardava fuori dalla finestra gli spazzini che svuotavano i bidoni stracolmi di spazzatura, e masticava per l’ennesima volta, fino a portarla al compimento, la parola sistema, e io sedevo lì accanto a rileggere le mie scialbe poesie.</p>
<p>La ripensò così, in quel giorno lontano. C’è chi giura che da allora lo si è sentito dire suoni per formare parole, “givova” “ruxonatis”, “uahuar”, e simili burle, aspettando che qualcuno di quella pletora di morti si girasse a guardarlo mentre vagava.</p>
<p>Oggi, dunque, 23 Ottobre 2025, dopo più di vent’anni dall’inizio della necrografia e contrariamente a quanto pattuito con Randolph, che mi ha escluso dal mio lavoro, assieme al consenso dell’editore, segno solo:</p>
<p>Parla Willard. Dì cose che assomigliano ai tuoi “schiacciante…”, “ora tentiamo”, “la similarità”. Ma di tutto quello che dici laggiù, qui non arriva che il grandioso atroce pianto di un bambino.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Per il suo studio sulle proposizioni analitiche e sintetiche.</p>
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		<title>La corsa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Gallo</strong> <br />
La telefonata arrivò mentre il tempo gli scorreva tra le dita. Video brevi, uno dopo l’altro: guerra, una risata registrata, un corpo che si muoveva per qualcuno che non era lì. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Gallo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-119591 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1024x555.jpg" alt="" width="746" height="404" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1024x555.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-300x163.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-768x416.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1536x833.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-2048x1111.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-774x420.jpg 774w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-150x81.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-696x377.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1068x580.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/La-Corsa-1920x1041.jpg 1920w" sizes="(max-width: 746px) 100vw, 746px" /></p>
<p>La telefonata arrivò mentre il tempo gli scorreva tra le dita. Video brevi, uno dopo l’altro: guerra, una risata registrata, un corpo che si muoveva per qualcuno che non era lì. Non c’era ordine, solo continuità.<br />
Il numero dell’agenzia comparve sul più bello, quando il movimento di un culo si faceva promessa. Ma lo schermo si oscurò.<br />
Rimase un attimo col pollice sospeso. Poi rispose.</p>
<p>La ragazza dell’agenzia parlava in fretta, con l’entusiasmo di chi teme che una buona notizia cambi idea se la si trattiene troppo al telefono.</p>
<p>«C’è un signore molto interessato.»</p>
<p>L’uomo portò il telefono all’orecchio.</p>
<p>«Molto interessato quanto?»</p>
<p>«Molto interessato nel senso che oggi stesso sarebbe disposto a fare la visita. E se gli piace come gli sono piaciute le foto, anche una proposta.»</p>
<p>L’uomo guardò fuori dalla finestra. Il cielo sopra i tetti era basso e grigio.</p>
<p>Si era trasferito lì qualche mese prima, quando aveva capito che attraversare la città per andare al lavoro era una perdita di tempo.</p>
<p>«A che ora?»</p>
<p>«Riesce fra… quaranta minuti?»</p>
<p>«Sì,» disse. «Ce la dovrei fare.»</p>
<p>Aveva lasciato la casa pronta per le visite.<br />
Un tavolo, due sedie, una pianta. Il necessario per accennare una vita senza suggerire troppo.</p>
<p>«Benissimo. Il cliente preferisce fare la visita con il proprietario.»</p>
<p>«Lei quindi non viene?»</p>
<p>«Ho un’altra visita. E le ho detto, col proprietario. Non dimentichi le chiavi.» Infilò una mano in tasca. Le sentì.</p>
<p>«Mi raccomando, non faccia tardi. Mi ha dato l’impressione di essere uno serio.»</p>
<p>La ragazza puntava spesso sulla serietà. In tre mesi aveva visto passare nell’appartamento abbastanza persone da formare ormai una categoria precisa: le persone serie. Così serie da non buttare soldi in case.</p>
<p>Entravano con passo prudente, come se la casa fosse una creatura suscettibile.<br />
Guardavano le stanze. Le immaginavano piene. Aprivano i rubinetti, bussavano sui muri. Chiedevano della facciata, delle spese, del vicino del piano di sopra. Poi se ne andavano con un sorriso educato.</p>
<p>Si alzò. Prese il cappotto. Ritastò le chiavi nella tasca dei pantaloni e uscì.</p>
<p>Aveva piovuto fino a poco prima e il marciapiede luccicava. Alzò una mano.</p>
<p>Un taxi si fermò accanto a lui. Era un’auto scura, pulita, ma piuttosto vecchia. Salì e diede l’indirizzo.</p>
<p>«È dall’altra parte della città», disse il tassista.</p>
<p>Aveva una voce calma, neutra, una voce che non si lamentava: constatava.</p>
<p>«Ho un appuntamento. Dice che in mezz’ora ce la facciamo?»</p>
<p>«Ce la faremo.»</p>
<p>All’inizio il tragitto non ebbe nulla di strano. Le strade erano quelle di sempre: semafori, officine, il negozio di materassi, il bar con le sedie rovesciate sui tavolini, un autobus fermo in doppia fila. Se il traffico teneva, sarebbe arrivato con qualche minuto di anticipo.</p>
<p>Guardò il cellulare: due tacche di batteria. Lo rimise in tasca e si sistemò meglio sul sedile. L’abitacolo profumava di plastica tiepida e di un deodorante al pino tanto discreto da sembrare un cipresso.</p>
<p>Il tassista guidava bene. Non accelerava mai inutilmente. Non inchiodava. Non parlava.</p>
<p>A un certo punto, ebbe l’impressione che stessero facendo un percorso insolito.</p>
<p>«Scusi,» disse, sporgendosi appena. «È la più veloce?»</p>
<p>«È la più scorrevole.»</p>
<p>Guardò fuori. Non riconosceva nulla, ma questo di per sé non significava molto. Da quando aveva lasciato il suo quartiere, si accorgeva di quanto poco conoscesse la città oltre i tragitti abituali.</p>
<p>Passò altro tempo. Poi altro ancora. Le macchine diminuirono. Anche i palazzi si fecero più radi. Comparvero capannoni, un distributore abbandonato, prati spelati con pneumatici in fondo, un cavalcavia sopra un cavalcavia sopra un altro ancora.</p>
<p>«Ma… quanto manca?»</p>
<p>Il tassista sollevò appena gli occhi verso lo specchietto.</p>
<p>«Non molto.»</p>
<p>Guardò il tassametro. L’importo saliva con una rapidità irritante ma ancora compatibile con un disguido. Decise di non dire niente. Un uomo adulto non può agitarsi per una deviazione di dieci euro. Un uomo che sta per vendere casa deve mostrarsi all’altezza.</p>
<p>Passarono davanti a un cimitero. Le linee bianche si persero poco dopo lungo una serie di campi sportivi, oltre un quartiere di villette tutte uguali. Alla rotonda con la statua di una vela in cemento capì di non essere mai stato in quel posto.</p>
<p>«Mi scusi, ma questa non è la strada.»</p>
<p>«Dipende.»</p>
<p>«Da cosa?»</p>
<p>«Da dove bisogna arrivare.»</p>
<p>L’uomo sorrise, non perché avesse trovato la frase divertente ma per educazione, come si fa con gli estranei quando si teme di aver sentito male.</p>
<p>«Ma ha capito bene l’indirizzo?»</p>
<p>«Ci arriviamo. Non si preoccupi.»</p>
<p>«Quando?»</p>
<p>Il tassista non rispose subito. Girò a destra. Un sole basso entrò nel parabrezza e restò per qualche secondo sospeso nell’abitacolo, come un ospite che avesse pagato anche lui la sua corsa.</p>
<p>«In tempo per il suo appuntamento.»</p>
<p>L’uomo avvertì una stanchezza precisa, la stanchezza delle cose cominciate male. Decise di non farne un problema. Avrebbe aspettato ancora dieci minuti, poi avrebbe chiesto di fermarsi e sarebbe sceso.</p>
<p>Dieci minuti dopo costeggiavano un canale lattiginoso lungo il quale crescevano alberi senza foglie. Le sponde erano coperte di una brina sottile.</p>
<p>Si raddrizzò.</p>
<p>«Ma un’ora fa non era ottobre?»</p>
<p>Il tassista non sembrò sorpreso dalla domanda.</p>
<p>«Era una stagione di passaggio.»</p>
<p>Nei campi c’erano strisce bianche. Non pioggia, non nebbia: neve vecchia, compatta. Un uomo con una pala camminava sul bordo della strada. Per un attimo gli sembrò di conoscerlo. Si voltò di scatto, ma il taxi l’aveva già dimenticato.</p>
<p>«Fermi un momento.»</p>
<p>«Qui?»</p>
<p>«Sì, qui.»</p>
<p>«Non conviene.»</p>
<p>«Perché non conviene?»</p>
<p>Il tassista esitò un istante.</p>
<p>«Non è ancora il punto giusto.»</p>
<p>Sentì montare un fastidio più pulito della paura. Si sporse fra i sedili.</p>
<p>«Guardi, io ho un appuntamento. Lei mi sta portando in giro da non so quanto. Si fermi.»</p>
<p>Il tassista accostò. Il motore restò acceso.</p>
<p>Fuori c’era una distesa bianca e piatta. Non un edificio, non un cartello, non un’edicola, non un essere umano. Solo il respiro del riscaldamento e un tergicristallo che, senza bisogno, strisciò sul vetro.</p>
<p>«Benissimo,» disse il tassista. «Se desidera scendere, possiamo finirla qui.»</p>
<p>L’uomo guardò fuori. Il vento trascinava aghi di ghiaccio rasoterra.</p>
<p>«Dove siamo?»</p>
<p>«A metà.»</p>
<p>«A metà di cosa?»</p>
<p>«Del tragitto.»</p>
<p>«Non ha senso.»</p>
<p>«È la strada.»</p>
<p>Ebbe l’impressione che, se avesse aperto la portiera, il paesaggio lo avrebbe assorbito senza restituirlo a niente di riconoscibile. Non aprì.</p>
<p>«Andiamo,» disse.</p>
<p>«Come preferisce.»</p>
<p>Dopo l’inverno venne una primavera torbida. Non avrebbe saputo dire quanto tempo dopo. Lungo la strada comparvero campi gialli, biciclette appoggiate a recinzioni, ragazzi in maniche corte. A un certo punto l’uomo pensò di aver dormito. Si svegliò con il collo piegato e la certezza di essersi perso qualcosa di importante.</p>
<p>«Possiamo fermarci a mangiare?» chiese.</p>
<p>«Si può.»</p>
<p>Non si fermarono.</p>
<p>Il tassista, però, allungò una mano verso il sedile accanto al cambio e gli porse una brioche.</p>
<p>«Non la voglio.»</p>
<p>«Come crede.»</p>
<p>Passò un’ora, o un mese, e l’uomo la mangiò. Aveva un sapore di tempo e zucchero.</p>
<p>Il paesaggio mutava senza transizioni. Un pomeriggio primaverile diventava pioggia d’estate. I boschi diventavano cantieri. I cantieri centri commerciali. Gli stessi cartelloni tornavano con pubblicità diverse, come se il tempo mutasse la pelle lasciando intatto lo scheletro.</p>
<p>Controllò il viso nello specchietto. Gli sembrava uguale, poi più stanco, poi uguale di nuovo. Una mattina notò un filo grigio che non ricordava.</p>
<p>«Da quanto stiamo viaggiando?» chiese.</p>
<p>«Abbastanza.»</p>
<p>«Quante ore?»</p>
<p>«Non saprei.»</p>
<p>«Lei non guarda il tempo?»</p>
<p>«Ho il tassametro.»</p>
<p>L’uomo cercò di mettere ordine nei pensieri. Aveva messo in vendita l’unica cosa di valore che possedeva, un valore diventato scomodo.</p>
<p>Ripercorse le stanze, una per una. Ingresso stretto, soggiorno con la finestra larga e il radiatore che ticchettava, la cucina dove d’estate si moriva, il bagno con la piastrella crepata dietro al bidet, la camera che al mattino prendeva luce da est.</p>
<p>«Lei l’ha mai vista, la mia casa?» chiese all’improvviso.</p>
<p>Il tassista sterzò a sinistra.</p>
<p>«Quale casa?»</p>
<p>«La mia. Quella dove stiamo andando.»</p>
<p>«Potrebbe chiamarla ancora sua?»</p>
<p>Sentì un colpo allo stomaco. «Finché non la vendo, sì.»</p>
<p>«Certo,» disse il tassista. «Finché non la vende.»</p>
<p>Attraversarono una zona di colline. Su una di queste c’era un condominio identico al suo: stessa facciata ingiallita, stessi balconi chiusi a veranda, stesse tende azzurre. Per un istante ebbe la certezza che il suo appartamento fosse lì, al terzo piano, e che se avesse suonato si sarebbe aperto lui stesso, qualche stagione più giovane, con una tazzina di caffè in mano.</p>
<p>«Si fermi.»</p>
<p>Il tassista rallentò.</p>
<p>«È quello?»</p>
<p>«Vuole che sia quello?»</p>
<p>Guardò meglio. Al balcone del terzo piano era steso un lenzuolo con stampati dei limoni enormi. Lui non aveva mai posseduto un lenzuolo del genere.</p>
<p>«No,» disse. «Non è quello.»</p>
<p>Il taxi riprese la sua corsa.</p>
<p>Una sera &#8211; la chiamò sera per via della luce arancione, ma avrebbe potuto benissimo essere un’alba di settembre o il riflesso di un incendio lontano &#8211; cominciò a parlare da solo, per non lasciare al motore del taxi l’unica compagnia possibile. Elencò a bassa voce gli oggetti rimasti nell’appartamento: la pianta, le due sedie, gli asciugamani, il tavolo. Poi ripassò i pregi dell’immobile, come se dovesse ancora illustrarli a un cliente: posizione strategica, doppia esposizione, spese contenute, vicinanza ai servizi, soffitti alti, stabile tranquillo. A “stabile tranquillo” rise. Rise abbastanza da tossire.</p>
<p>«Vuole un po’ d’acqua?» chiese il tassista.</p>
<p>«No. Ha già piovuto abbastanza.»</p>
<p>Accadde anche che fuori, sopra un qualche marciapiede, comparisse sua madre. Non intera: prima il cappotto color cammello che portava l’inverno in cui si ruppe il femore; poi, più avanti, il modo in cui inclinava il capo davanti alle vetrine. L’uomo non disse nulla. Era cambiato abbastanza da non essere più nemmeno suo figlio.</p>
<p>Una mattina di un mese qualunque, il tassista disse:</p>
<p>«Ci siamo quasi.»</p>
<p>L’uomo non reagì. Lo aveva già sentito due o tre volte, forse di più.</p>
<p>Fuori comparvero strade sempre più note. La panetteria all’angolo con la saracinesca rigata, il tabaccaio, la cancellata verde della scuola, il platano storto che sollevava i sampietrini con le radici.</p>
<p>Si sporse in avanti. «Questo lo riconosco.»</p>
<p>«Immagino di sì.»</p>
<p>Il cuore cominciò a battergli forte.</p>
<p>Anche il negozio di ferramenta dove aveva rifatto le chiavi. Il fruttivendolo che teneva le cassette delle arance così in fuori che se eri distratto ci andavi contro. E il bar dove, il giorno del rogito dei suoi genitori, avevano festeggiato con un prosecco e un succo all’albicocca.</p>
<p>Il taxi rallentò. Svoltò nella sua via. E davanti al portone, si fermò.</p>
<p>L’uomo rimase qualche secondo fermo.</p>
<p>Il condominio era lì. Il citofono con i nomi storti. La cornice annerita dell’ingresso. Il vaso di orchidee finte nell’androne. Al terzo piano, dietro la finestra del soggiorno, gli sembrò di vedere il riflesso del cielo sulla parete vuota.</p>
<p>Si toccò la tasca per sentire le chiavi. Non si erano mosse da lì.</p>
<p>«Sì… Siamo arrivati. Quanto le devo?»</p>
<p>Il tassista spense il motore.</p>
<p>Poi girò il tassametro verso di lui. L’uomo guardò la cifra. La lesse una volta.</p>
<p>Poi una seconda.</p>
<p>Poi avvicinò il viso come se il problema fosse la vista.</p>
<p>Ma quello era il prezzo da pagare. Non arrotondato. Non approssimato. Esattamente quello. Fino agli ultimi tre nove che l’agente immobiliare gli aveva suggerito per ragioni psicologiche e che ora gli si ribaltavano addosso come una maledizione.</p>
<p>Sentì un vuoto nelle gambe. «C’è un errore.»</p>
<p>«È stata una corsa lunga.»</p>
<p>Guardò il portone. Poi di nuovo il tassametro. Poi l’uomo davanti a lui. Studiò per la prima volta con attenzione il suo volto: sui cinquanta, forse meno, con un viso ordinario, pulito, senza alcun tratto memorabile se non l’indifferenza. Le mani sul volante erano asciutte, curate. Lo guardava con la calma di chi si presenta a un appuntamento dopo essere arrivato in anticipo.</p>
<p>«Nessuno può pagare una cifra simile per una corsa in taxi.» Ridacchiò. «Chi è lei, il Diavolo?»</p>
<p>Allora rise anche l’uomo davanti. «Possibile che non l’abbia capito?»</p>
<p>Si fermò. E capì. Il cliente. Lo pensò con la fatalità con cui si sarebbe scritto il nuovo cognome sul citofono del terzo piano a sinistra.</p>
<p>Un colpo di fiato. «Questo non ha nessun senso.»</p>
<p>«Al contrario. Ci serviva quella cifra.»</p>
<p>«A lei! Ma io che ci guadagno?»</p>
<p>«Lei ha avuto la sua corsa.»</p>
<p>«È assurdo.»</p>
<p>L’uomo davanti si girò a guardarlo. «Lei aveva un immobile di cui voleva liberarsi e io un mezzo. Lei ha chiamato e io sono venuto.»</p>
<p>La cifra non si muoveva più. Era arrivata dov’era necessario arrivasse.</p>
<p>«Lei mi ha truffato.»</p>
<p>«Non direi. La corsa è stata reale.»</p>
<p>Guardò fuori. Dietro quel portone c’erano trentadue anni di vita compressi in settanta metri quadri: le domeniche di febbre, la muffa nell’angolo nord, il primo stipendio contato sul tavolo della cucina, il padre seduto vicino alla finestra con le scarpe ancora ai piedi, la donna che una notte di agosto gli aveva detto che non sarebbe rimasta, il soffitto osservato per ore quando il sonno non arrivava, il silenzio dopo i temporali, la piastrella rotta, l’alone del quadro all’ingresso, l’odore del detersivo nelle mattine d’inverno.</p>
<p>«Lei non può comprarsi una casa così,» disse.</p>
<p>«Perché no?»</p>
<p>«Perché non si comprano le case con una corsa in taxi.»</p>
<p>«Molti le comprano con molto meno.»</p>
<p>Strinse le chiavi nel pugno fino a farsi male. «E adesso dovrei semplicemente darle le chiavi?»</p>
<p>«Se preferisce possiamo salire insieme. Controllo lo stato dell’immobile.»</p>
<p>La frase lo colpì più di tutto il resto. Non la truffa, non l’assurdo, non la cifra. Quel tono professionale, quasi notarile. Era questa la cosa più intollerabile.</p>
<p>Guardò ancora quella cifra. Esatta. Guardò il portone.</p>
<p>Dal balcone del primo piano una donna scosse una tovaglia a fiori. Le briciole caddero nel vuoto e si dispersero nell’aria. Qualche briciola cadde sul parabrezza.</p>
<p>«Lei cosa ci farà?»</p>
<p>«Ci abiterò.»</p>
<p>«Tutto qui?»</p>
<p>«Non basta?»</p>
<p>Non seppe rispondere. Era la risposta più terribile. Non speculazione, non vendetta, non truffa. Solo abitare. Entrare, sistemare le proprie cose, aprire le finestre, mettere una tazza in un pensile, dormire dove lui aveva dormito, guardare la stessa luce arrivare sul pavimento.</p>
<p>Il cliente tese una mano aperta, discreta, verso le chiavi.</p>
<p>Avrebbe potuto scappare. Attraversare la strada, infilarsi nel bar all’angolo, chiamare qualcuno, gridare. Ma raccontare cosa? Di aver preso un taxi troppo a lungo? Che il tempo era scivolato troppo in fretta? Che il taxi non era solo un mezzo ma anche il fine?</p>
<p>Aprì il pugno.</p>
<p>Le chiavi gli lasciarono nel palmo un segno rosso.</p>
<p>Le posò sulla mano del cliente, che le prese senza avidità, come si ritira un documento atteso o un testimone alla fine di una corsa.</p>
<p>«Grazie,» disse.</p>
<p>«E io?»</p>
<p>L’uomo infilò le chiavi nella tasca interna della giacca e il tassametro tornò lentamente a zero.</p>
<p>«Se vuole,» disse al passeggero, «posso riaccompagnarla a casa.»</p>
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		<title>Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 05:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alienazione]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[attività letteraria]]></category>
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		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro salariato]]></category>
		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
		<category><![CDATA[organizzazione del lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia</em></p>
<p>Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (<strong>Cornelius Castoriadis</strong>, <em>L’institution imaginaire de la société</em>, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che <em>non </em>è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un&#8217;attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.</p>
<p>Vorrei però tentare una ridefinizione di questi termini. Vorrei accostarmi il più possibile alla mia concreta esperienza di lavoratore salariato. A quell’esperienza, che manifesta una crescita del dolore, ed eventualmente della collera.</p>
<p>Prendiamo questo caso. Un lavoratore svolge il suo compito in modo apprezzabile. <strong>È sfruttato</strong>: ossia il valore immaginario che si attribuisce alla sua forza-lavoro è ragionevolmente basso, rispetto ai valori immaginari associati ad altri tipi di forza-lavoro. Questa scarsa valorizzazione, ovviamente, dipende dalle esigenze proprie al datore di lavoro di realizzare profitti e arricchirsi. Va bene. Il lavoratore <strong>è anche alienato</strong>: le finalità globali della sua attività lavorativa specifica gli sfuggono: dipendono dall’istituzione o dall’azienda per cui lavora. D’accordo. L’individuo storico che sono sa che deve accettare questa condizione negativa, dal momento che non è nato in una società socialista e democratica pienamente e coerentemente sviluppata. So che sono nato in una società capitalistica.</p>
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<p><em>Jennifer, Michael, Mariangela, Gilles. Le Moulin, 15/7/2014.</em></p>
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<p>Comunque sia svolgo il mio lavoro – nel caso specifico insegnante per enti pubblici o privati – e il mio lavoro è apprezzato, da colleghi, superiori, studenti. “Apprezzato” significa che, negli anni, nessuno si è lamentato, nessuno ha trovato da ridire, nessuno ha individuato pecche importanti sul piano professionale. Bene. Un compromesso è stato raggiunto. Io mi sorbisco il mio sfruttamento e la mia alienazione, il datore di lavoro utilizza le mie “capacità”, la mia forza-lavoro, e andiamo avanti così. Fuori dalla giornata lavorativa, io cercherò (eventualmente) in diversi modi di agire perché in una società futura sfruttamento e alienazione siano ridotti, combattuti, ecc.</p>
<p>Solo che al capitalismo, ossia al modo in cui è organizzato il lavoro nel nostro mondo, non sta bene che si vada avanti così. Che io faccia il mio lavoro in modo apprezzabile. Qualche mio superiore, qualche autorità più o meno remota, decide a un certo punto che bisogna sabotare, rimettere in discussione, rendere più difficile, stupido, frustrante quanto io stavo facendo.</p>
<p><strong>Il capitalismo non solo mi sfrutta e mi aliena, ma anche vuole impedirmi di fare bene, in modo apprezzabile, il mio lavoro.</strong> Quindi cambia le carte in tavola, modifica le regole, complica le cose, muta la gerarchia delle priorità, toglie senso.</p>
<p>Non solo. Io avevo un ruolo, una funzione, uno statuto. E per anni ho rispettato quel ruolo, ottenendo di svolgerlo in modo apprezzabile. Questo è stato un grave errore. Avrei dovuto spendere le mie energie per salire, per competere, per mutare posizione e ruolo, per guadagnare autorità sugli altri colleghi. Avrei dovuto mettere molta energia in questo, ma non solo per guadagnare un po’ di più, non solo per sete personale di potere o prestigio, ma perché solo in questo modo mi garantivo di non diventare l’anello debole della catena. <strong>Chi non sale sulla testa degli altri, ad un certo punto non è semplicemente l’ultimo, quello che guadagna di meno, quello che ha meno prestigio: è quello che si può eliminare, quello che si può licenziare, quello che è più facilmente sostituibile.</strong></p>
<p>Di fronte all’invadenza, alla prepotenza e all’idiozia dello stile capitalistico di organizzazione del lavoro, il lavoratore avverte di essere in una situazione totalmente asimmetrica: nonostante le norme ancora esistenti – e non già modificate, allentate, riformate, soppresse – che lo difendono, nei fatti il datore di lavoro ha uno strapotere nel momento in cui si andasse non dico allo scontro, ma alla semplice e più benevola negoziazione.</p>
<p>Se uno quindi non è sensibile al riscaldamento globale, alla limitazione dei diritti garantiti dalla costituzione, a ciò che avviene degli abitanti palestinesi della Cisgiordania, odia comunque il capitalismo, soffre per il capitalismo, per come esso progressivamente rende il suo lavoro più difficile, più idiota, più frustrante, inquinandogli una fetta importante della propria giornata.</p>
<p>(Parentesi: ci sono tipi diversi di anticapitalismo. L’anticapitalismo che vorrebbe ritornare al mondo feudale, ad esempio. Ho sentito un giornalista di estrema destra difendere la società feudale contro l’orrenda società capitalistica. Il mio anticapitalismo ha un modello che non si è realizzato che in rari momenti rivoluzionari nella storia. Grosso modo quelli in cui i lavoratori <em>autogestivano il loro lavoro, e più generalmente la produzione.</em> <strong>Una società non capitalista per me è quella dove chi lavora, e ha esperienza del proprio lavoro, dovrebbe decidere come organizzarlo e secondo quali finalità.</strong>)</p>
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<p><em>Perché leggere, scrivere, tradurre può essere per alcun* un’attività non remunerata</em></p>
<p>Qualcuno pensa davvero che scrivere una recensione, un pezzo di teoria letteraria, un intervento politico, una traduzione, un racconto, e pubblicarli senza essere retribuiti sul blog collettivo (sulla rivista online) di cui si è membri, sia un’operazione da crumiro, sia un sabotaggio della lotta sindacale dei cosiddetti lavoratori della cultura?</p>
<p>Non so se qualcuno ha mai pensato seriamente qualcosa di simile. Ma dietro una tale accusa caricaturale e assurda, si cela una questione vera. Perché si scrivono gratuitamente e si rendono pubbliche cose, che in certi ambiti giornalistici o istituzionali o editoriali, <em>potrebbero</em> essere pagate? Qui ovviamente tutto dipende dal <em>condizionale</em>, ossia dalle condizioni che prevedono una retribuzione per una certa attività “culturale”.</p>
<p>La mia risposta è semplice: nel lavoro salariato, come insegnante (nel mio caso), sono costretto ad accettare dei compromessi per vivere (per avere un’autonomia economica); nell’attività letteraria, come scrittore, <em>non</em> sono costretto ad accettare sempre un compromesso con chi valuta e decide il compenso economico di quanto da me realizzato. Posso dire di no. Posso mandare al diavolo. Posso fare di testa mia. Posso essere autonomo. <strong>Il non dipendere da un datore di lavoro (in ambito culturale e letterario) mi dà un’<em>autonomia decisiva</em> su questioni importanti: forma di quello che scrivo, tema di quello che scrivo, lunghezza di quello che scrivo, tempistica di quello che scrivo.</strong></p>
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<p><em>Alessandra, Mariangela, Andrea, Michael, Marc, Jennifer, Gilles, Renata. Le Moulin, 15/7/2014.</em></p>
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<p>Naturalmente, questa autonomia, concretamente, in un ambiente come quello letterario, può costruirsi solamente in banda, assieme ad altri scrittori e scrittrici che hanno le stesse esigenze, le stesse ossessioni, la stessa presunzione. Quindi io fin da subito sono stato attirato da tutti i progetti collettivi, tendenzialmente paritari, in cui era più facile garantire un’autonomia radicale a quanto si scriveva e pubblicava. Questi progetti collettivi erano a volte improbabili, a volte molto efficaci, e implicavano relazioni con editori indipendenti, librerie indipendenti, festival indipendenti, ma anche con realtà già affermate, magari istituzionali, ecc.</p>
<p>In questo modo, ad esempio, sono diventato membro di Nazione Indiana e ho continuato a esserlo per più di vent’anni. Un progetto collettivo, per cui svolgo dell’attività “culturale” gratuitamente, assieme ad altri scrittori e scrittrici, e che mi consente un massimo grado di autonomia (forma, tema, lunghezza, tempo) in quello che scrivo.</p>
<p>(Poiché io conseguo da anni questa pratica – attività gratuita in cambio di autonomia –, non ho eccessiva vergogna a proporre a persone che stimo contributi non pagati a Nazione Indiana. Inoltre, a essere sinceri, è abbastanza raro che io proponga dei contributi, e lo faccio con persone che sento davvero vicine, e che non avrebbero alcuna remora a dirmi di no. Nella maggior parte dei casi sono gli altri, persone che conosco o che non conosco, a propormi dei contributi, e io gliene sono ovviamente grato. E se c’è una cosa che il tempo della vita non mi permette di fare è leggere tutte le proposte che ricevo tramite la mail “indiana”. E ammiro gli o le indiane che ci riescono maggiormente.)</p>
<p>Va bene. Ho sbandierato questa mia grande sete di autonomia. Una tale sete, che mi fa preferire guadagnarmi soldi con il salario e un <em>lavoro non letterario</em>, per essere più libero, completamente libero, nell’<em>attività letteraria</em>. Da un lato, mi si potrebbe dire che questa condizione non ha nulla di eccezionale <em>in Italia</em>, perché campare, lavorando come scrittore, è dato a pochissime persone. E alcuni riescono a farlo solo per vie traverse (corsi di scrittura, ecc.). D’altra parte, essere un po’ pagati, riuscire a fare anche parzialmente della scrittura un lavoro, significa essere <em>seri</em>. Se ti pagano è perché te lo meriti (vendi o si presuma che, in quanto personaggio-autore, tu possa vendere); se non ti pagano è perché sei uno scrittore della domenica. In effetti, questo perseguimento dell’autonomia è rischioso. Assomiglia un po’ alla libertà del pazzo. Ma per chi scrivi? Le leggi del mercato – anche quello malandatissimo della letteratura (e del mondo culturale che le sta intorno) – saranno controverse fin che si vuole, ma almeno hanno un radicamento nella realtà, non nella mente di qualcuno, obnubilato da fantasmagorie espressive e chiuso in una stanza a scrivere.</p>
<p>Io, però, avendo stabilito un compromesso con la società in cui vivo, accettando un lavoro salariato non letterario, non ho mai pensato che la scrittura fosse per me un mestiere. <strong>La scrittura, inoltre, è sempre stata per me una zona di idiosincrasia forte. Una zona in cui non mi è mai stato granché chiaro quello che facessi, per chi lo facessi, e a quale scopo lo facessi. È in questo modo che sono arrivato alla poesia.</strong> Sì, lo ammetto, ero veramente poco preoccupato del “lettore”. Poco preoccupato del “messaggio”. Poco preoccupato di rispondere a un bisogno altrui, di proporre un servizio a una comunità ben definita. Naturalmente mi si potrà venire a spiegare (soprattutto con quella splendente risolutezza borghese) che non ho capito un bel niente di come funziona <em>realmente </em>il mondo editoriale-letterario. Il mondo dove libri vengono scritti e fabbricati, per poi essere venduti a lettori precisi, con esigenze precise. Nulla di questa precisione era mia, e dei miei amici e amiche poeti. Forse ho fatto parte di una strana setta. Sarà il privilegio-maledizione di chi fa le cose come la poesia o l’arte o il romanzo come arte. Pur essendo persone socievoli, persino rispettose del consesso sociale, ci teniamo a creare uno spazio di rarefazione, o di distanza, o di disturbo, rispetto alla mente collettiva che parla in noi. Non abbiamo nessuna pretesa di porci al di sopra o al di fuori di quella mente collettiva, ma costruiamo cose nei suoi vuoti, apriamo dei vuoti e ci facciamo qualcosa, di cui per altro non crediamo di avere il completo controllo. È già questa a suo modo una inoperosità. Una modalità di disfare zone della mente collettiva, eredità della mente collettiva. Naturalmente sarebbe bello essere pagati, per fare questo. In certi paesi – non nel nostro – anche l’attività strana dei poeti, <em>stranamente sociale</em>, è considerata come un lavoro che vale la pena di remunerare. Io non ho proprio niente contro il fatto che si consideri l’attività idiosincratica della scrittura come un lavoro. Quando questo avviene, è perché la società in questione crede di aver capito cosa fare della “poesia” secreta dal poeta. Se la società lo crede, al poeta sta bene. In ogni caso, non è certo lui a decidere come e cosa verrà utilizzato socialmente della sua attività. Come autore, si può solo sperare che qualcosa venga usato.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120229 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1024x576.jpg" alt="" width="696" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-2048x1152.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/DSCF1272-1920x1080.jpg 1920w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Michael, Alessandra, Jennifer, Anne, Marc. Le Moulin, 15/7/2014.</em></p>
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<p>In estrema sintesi. Dal canto mio, non è mai stato un problema essere uno scrittore intermittente. Uno scrittore senza mestiere, che scrive per lo più in un genere fantasma (la poesia) e in modalità esplorative e critiche, ossia tendenzialmente fuori dalle forme costituite. Certo, facendo le scelte che ho fatto in termini di scrittura, mi sono dovuto confrontare a una sorta di dubbio e incertezza cronica. Esisti oppure no, come autore? I tuoi libri esistono oppure no (anche se pubblicati)? I tuoi lettori esistono oppure no? Ma questi dilemmi sono ormai parte del mio percorso, anzi parte del percorso di parecchi compagni e compagne di strada. Non ci siamo scoraggiati, non ci siamo persuasi della nostra irrilevanza. Facciamo sul serio, senza poterci prendere sul serio (ma un premio Strega, nel sistema culturale di oggi, può davvero prendersi sul serio?).</p>
<p>Il vero problema, quello più urgente, è stato sempre – e lo è tutt’ora – assicurarsi un mestiere per campare. Compito tutt’altro che facile nella società capitalista dove non solo “crepino tutti i poeti improduttivi”, ma non dormano tranquilli neppure coloro che fanno bene il loro lavoro (pur malpagato, pur alienato).</p>
<p><strong>Faccio parte di quelli, e sono in tanti, che non possono mai dimenticare quanto il capitalismo è stronzo, ingiusto, demente, perché non ho mai archiviato il dossier sostentamento economico.</strong> Privilegi di classe o no, non posso dimenticarmi che sono sempre sotto il mirino. Che il monte ore d’insegnamento che mi è stato affidato può essere ridotto, che uno dei miei datori di lavoro può lasciarmi a casa, che uno sgomitatore folle può prendere il mio posto. (Certo dovrei fare mille precisazioni &#8211; lavoro nell&#8217;insegnamento privato, la mia scuola è stata comprata da un grande gruppo. Una volta avevo un capo, un avversario ben preciso; oggi ne ho una legione indifferenziata. Ma continuo a <em>generalizzare</em>, perché è il capitale a imporre <em>generalmente</em> idiozia e sofferenza sul lavoro, a prescindere dagli ambiti e dalle situazioni professionali.)<strong> Il capitale mi tiene costantemente sotto minaccia: quello che sai fare bene, anche se è socialmente importante, noi possiamo decidere che non vale niente, che non ti chiameremo e non ti pagheremo per farlo.</strong> L’attività letteraria non può fare nulla contro questa condizione, anzi mi rende più esposto, più sprovveduto. (Invece di tessere trame per conservare il mio posto e per prendere quello di un altro, “scrivo poesie” o “leggo poeti e poete”.) Ma scrivendo, traducendo, facendo lavoro di redazione, di commento, di lettura, ecc., io ignoro per un certo lasso di tempo la minaccia, vivo in una temporalità diversa, che non è quella della pura sopravvivenza, della difesa del proprio maledetto lavoro. <strong>Nel mondo immaginario del capitale, immagino un altro mondo.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Glossa</em></p>
<p>Autore, ti sei dimenticato il &#8220;che fare&#8221;! Il messaggio di speranza e di lotta! Non è vero, rispondo. Mostrare che si può costruire e difendere l&#8217;autonomia in un&#8217;attività per noi considerata importante, nonostante un prezzo da pagare, è già un messaggio di lotta e di speranza. La cultura neoliberista non solo non tollera, ma non comprende neppure il senso di un&#8217;autonomia che non sia ben inserita dentro un tessuto economico, e che non sia quindi <em>verificabile </em>sul piano del mercato. Naturalmente, questa mia prospettiva non vuole in alcun modo delegittimare compromessi accettabili che si <em>riescono</em> a realizzare anche nell&#8217;attività letteraria (accordi con testate giornalistiche, contratti con case editrici, ecc.). Infine, il che fare nei confronti del più generale conflitto lavoro-capitale, lo lascio formulare a chi ha maggiore esperienza e consapevolezza di lotte e strategie, in ambito lavorativo e politico.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-120230 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/IMG_2623-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><em>Renata, Marc, Gilles, Anne, Mariangela. Le Moulin, 18/7/2014.</em></p>
<p>*</p>
<p>Ho voluto accompagnare questo testo con le foto di un&#8217;esperienza collettiva, di quelle che rendono &#8220;reale&#8221; l&#8217;<em>attività letteraria</em> non remunerata. Si tratta di un soggiorno a cui hanno partecipato dieci scrittori + un&#8217;artista visiva, soggiorno autoorganizzato e autofinanziato, dal 14 al 19 luglio del 2014 a Verberie, una località presso la foresta di Compiègne in Francia. Per una settimana, 5 autrici e autori francesi, 4 italiani e una statunitense, hanno discusso, letto, tradotto, scritto, cucinato, mangiato e vissuto assieme. Da questa attività è nato anche un &#8220;prodotto&#8221;, <a href="https://benwayseries.wordpress.com/2014/11/10/michael-batalla-alessandra-cava-jennifer-k-dick-laurent-grisel-mariangela-guatteri-andrea-inglese-anne-kawala-florence-manlik-renata-morresi-marc-perrin-gilles-weinzaepflen-le-moulin-14/">uno dei &#8220;Fogli&#8221; di Benway Series</a>, in edizione bilingue (per un progetto editoriale a cura di Mariangela Guatteri e di Giulio Marzaioli).</p>
<p>*</p>
<p>Della scrittura dentro e fuori il lavoro, di lavoro e basta, si è parlato anche <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/02/27/pagat%c9%99-per-scrivere/">qui</a> &amp; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/03/04/forma-lavoro-n1-nome-di-un-animale/">qui</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera B</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[abécédaire comique]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Ciacci]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Gelati]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Catalini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini</b> <br />Due comici entrano in una rivista culturale per esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-118631" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28.png" alt="" width="1034" height="735" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28.png 1034w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-300x213.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-1024x728.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-768x546.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-591x420.png 591w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-150x107.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-696x495.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 1034px) 100vw, 1034px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong></p>
<p>Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.</p>
<p><strong>Abécédaire comique</strong><br />
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.</p>
<p><strong>Alessandro Ciacci</strong> e <strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119421" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21.png" alt="" width="726" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21.png 726w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-300x217.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-581x420.png 581w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-150x108.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-696x503.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.44.21-324x235.png 324w" sizes="(max-width: 726px) 100vw, 726px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Bruno Pizzul, se ci sei batti un colpo</strong><br />
di<br />
<strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p>Da un po’ lavoro come telecronista sportivo. Ho iniziato con grande entusiasmo: avrei calcato le orme di leggende come Bruno Pizzul e Sandro Ciotti, e come loro, chissà, un giorno sarei potuto finire a commentare un Mondiale o, meglio ancora, a doppiare la voce di un topolino in “Space Jam”.<br />
La redazione ha sede a Roma. Non proprio in centro, ecco. Fuori dal raccordo, ecco. A Pomezia, ecco. Si tratta di una vecchia villa semi abbandonata , il cui salone principale è usato come quartier generale dai membri della testata. Le altre stanze, inusate, sono arredate in stile post-bellico: mobili distrutti, vetri rotti, cavi scoperti, calcinacci a terra e soldati stranieri accampati, datisi dispersi per non tornare dalle loro famiglie. La temperatura percepita all’interno è siberiana in ogni stagione, un luogo maledetto dal freddo. L’unica fonte di calore è una vecchia bombola del gas (una bomba ad orologeria): i presenti vi si stringono attorno come una tribù di pellerossa, ed essa troneggia al centro di questo cerchio come un totem; i giornalisti si inchinano a Lei, intonano canti pagani, sacrificano stagisti sul Suo altare, pregandoLa di non spegnersi mai.<br />
La mia prima partita vede fronteggiarsi Top Autoricambi VS Tor Legacy. Il match si disputa in un centro sportivo nel quartiere della Magliana, undici di sera, orario perfetto per girare in quelle zone, soprattutto sei hai in mano dell’attrezzatura per riprese abbastanza costosa. La postazione la telecronaca è sopra ad una torretta. Le scale per raggiungere la cima sono rovinate secondo un disegno ben preciso: un gradino spezzato, tre gradini marci (di un verde così scenografico che è quasi commovente), uno mancate e due traballanti. Lo schema si ripete per tre volte esatte.<br />
Mi sarebbe piaciuto iniziare la telecronaca con un’introduzione ciottiana sulla bellezza del cielo striato d’azzurro, invece la giornata è uggiosa, e promette pioggia. Quando i giocatori entrano per fare il riscaldamento, qualcuno, credo per far gasare la squadra, fa partire da uno stereo “Live is Life” degli Opus, sulle cui note in un prepartita rimasto nella storia Maradona eseguì per gli spettatori del San Paolo di Napoli veri e propri numeri da circo con la palla. Qui il N.10, presumibilmente il giocatore con più qualità, riesce a mettere in fila una serie di palleggi consecutivi massima di tre tocchi . La lista con i nomi dei giocatori mi viene fornita appena un minuto prima del fischio d’inizio, per cui nel primo tempo sono costretto a riferirmi alla maggior parte degli atleti con appellativi come “il n.8”, “quello sulla destra”, “il tipo con scarpini di colore diverso”, “il giocatore con una corsa che definirla tale mi fa sentire disonesto”. Inoltre, c’è una sola squadra in campo (il passivo finale sarà un poco interpretabile 13-0 a favore del Tor Legacy), per cui della squadra in difficoltà, che non vede mai palla, imparo solo il nome del portiere, tale Trinca. Quando però ha inizio la ripresa, guardo verso la porta del Top e Trinca non c’è. L’unico giocatore che ho memorizzato non c’è più. Passano alcuni minuti e a centrocampo noto un giocatore che prima non c’era, e assomiglia tanto a…Trinca! “È proprio lui. Che cazzo ci fa a centrocampo? Cioè, Trinca si sposta in mezzo, e nessuno qua mi dice una sega?!” – dico fra me e me. O meglio, credo di fare così, perché in realtà quello che succede è che lo esclamo a tutta voce nel microfono. Sussurro qualcosa, provo a camuffare la gaffe con qualche rumore di sottofondo, simulo problemi di connessione. Sale il panico. Inizia a piovere. Poi a diluviare. Infine, grandina.<br />
Bestemmio. Di nuovo nel microfono.<br />
Così finirono i miei giorni di telecronista, e non ho altro da dire su questa faccenda.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119422" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03.png" alt="" width="426" height="592" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03.png 426w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03-216x300.png 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03-302x420.png 302w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03-150x208.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-25-à-15.54.03-300x417.png 300w" sizes="(max-width: 426px) 100vw, 426px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Bramito del cervo, il</strong><br />
di<br />
<strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p>“Lo sai qual è il verso del cervo?”, mi chiede a tradimento Laura.</p>
<p>Vorrei risponderle: Tesoro, non ho sacrificato la mia adolescenza chiuso in biblioteca, mentre fuori, i miei compagnucci trascorrevano il loro tempo misurandosi il pisello usando come unità di misura di turiste straniere, per cadere su una risposta così facile.</p>
<p>Il verso del cervo è il bramito. Dico, “Fammi indovinare, sette lettere? La prima è forse una B? Bramito!” Ma fermi tutti! Laura non sta facendo la Settimana Enigmistica. Cincischia col telefono…</p>
<p>“Macché sette lettere! Come fa, l&#8217;hai mai sentito dal vivo?”<br />
Chi è, Bob Dylan?, penso subitaneo. Non mi risulta un Festival San Remo vinto da un’antilope, un muflone giudice di X Factor. Achille Lauro featuring un camoscio.<br />
“Ho visto che organizzano delle gite nella faggeta vetusta (sic) per andarlo a sentire. 180 euro cadauno. Partenza ore 4:00. Di mattina. E se ci iscriviamo subito ci inseriscono nella chat di gruppo per condividere emozioni. La natura selvaggia… ci andiamo?”</p>
<p>La prima cosa che penso non posso riportarla, perché trasgredisce il secondo comandamento “Non nominare il nome di Dio invano”. Sebbene sia difficile dire dove finisca il nominarlo invano e inizi il plaudere la sua camaleontica facilità a immedesimarsi in molteplici specie animali.<br />
La seconda è: voglio devolvere il mio 8&#215;1000 alla Barilla, perché inizi a produrre il nuovo ragù “gusto cervo”.</p>
<p>Ma sto degenerando. Mi dico, vergognati sei uomo di cultura, datti un contegno e vedi di rimanere lucido, a maggior ragione adesso che Laura è malata. Non sta bene, dai, deve avere un malaccio al cervello e questa proposta è un sintomo evidente. Oppure è psicologia inversa. Forse Laura vuole farsi lasciare, ma siccome è una creativa, non ha optato per un banale “farsi sgamare appecorinata con un insegnante di zumba”, no, preferisce regredire di qualche era geologica, tornare indietro di svariati eoni, quando la nostra occupazione culturalmente più impegnata era spaccare crani con la tibia di un mammuth. Per Laura questo bramito è importante, non sia mai che nostro figlio nasca con una voglia di marmotta sulla fronte. Ci tiene proprio alla faggeta vetusta: chissà come ci rimarrà male quando le dirò che il neolitico è finito.</p>
<p>Cara, per curiosità, questo tuo revival dell’Età della Pietra cosa prevede dopo? Dipingere una scena di caccia sulle pareti del salotto? Rispondere alle chat coi segnali di fumo? Accendere la tv sfregando il telecomando? Diceva di amari, Laura! E invece… La natura selvaggia&#8230; Il mio concetto di “natura selvaggia” è una camicia senza iniziali ricamate.</p>
<p>Sarà forse la scenografia silvana del quesito, ma inizio subito una metamorfosi platonica e mi trasformo in un segugio, non tanto per inseguire il cervo, raggiungerlo e dargli un valido motivo per bramire, ma perché fiuto subito il pericolo che la proposta di Laura porta seco. Mi ascolto di nascosto delle registrazioni del verso in questione. Sembra il ritornello di una canzone di Ligabue, però intonato, o il rutto di un camionista lituano dopo un&#8217;indigestione di Pandoro Bauli.</p>
<p>“Bramito del cervo-experience”: secondo me spendere €180 ha senso solo se il cervo ti canta Baglioni all’alba sotto il faggio. Ma chi li spenderebbe quei soldi? Come lo immagino l&#8217;ascoltatore-tipo di bramiti? Secondo me si danno 3 categorie.</p>
<p>Uno: di sicuro c&#8217;è un creator, c’è sempre!, l’influencer è come la gotta nel corpo di un aristocratico del ‘700: immancabile. Indossa delle ciabattacce tardo francescane Birkenstock, con calzettone di spugna bianco, un blazer destrutturato pervinca, e un colbacco Armata Rossa vintage, uno dice: perché alle 4 di mattina si è dovuto vestire in fretta e al buio&#8230; No, perché ha proprio un gusto di merda in fatto di stile. Già lo vedo, scendere dal pulmino e iniziare a urlare manco fosse un muezzin sotto anfetamine, seminando il panico in un ecosistema delicatissimo.</p>
<p>Due: Signora alternativa sui 60, nata troppo tardi per godersi le orge wagneriane di Woodstock, ma troppo in anticipo per arruolarsi nelle Femen senza scadere nel ridicolo; dopo l&#8217;eroina, i fiori di Bach e il sesso anale con un insegnante di danze folk, camuffa la sua mancanza di personalità con la passione per il macrobiotico, che le ha fatto credere di poter guarire quella fastidiosa stitichezza facendosi il bidet con un infuso di kombucha.</p>
<p>Terza e ultima categoria: io! La più miserabile di tutte, ovvero: i partner dei fanatici-del-bramito, che affrontano l’escursione nel bosco come se andassero davanti al plotone di esecuzione, e accettano di andare solo per poter poi ricattare subdolamente la fidanzata.</p>
<p>Ma voglio trovare un lato positivo in questo dramma, per cui mi dico: Poteva andare peggio. Pensa se Laura si convertiva e ti proponeva un viaggio a Medjugorie con Paolo Brosio&#8230; “Partenza pulmino ore 4:00 di mattina, 800 euro, chat del gruppo di preghiera”</p>
<p>Stando così le cose, allora, a me piace pensare a un universo parallelo, in cui il mash up raggiunge vette sublimi: c&#8217;è la parrocchia che organizza il pulmino, sì, ma per andare nel bosco a sentire il bramito di Paolo Brosio. 1000 euro incluso selfie con flash, grattino sotto al mento e lancio di noccioline. Ci andiamo, cara?</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Politiche della memoria</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/28/politiche-della-memoria/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 12:34:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[ex jugoslava]]></category>
		<category><![CDATA[giorno del ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Niccolò Furri]]></category>
		<category><![CDATA[shoah]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Benjamin]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Niccolò Furri</strong> <br /> Questi due monumenti (la Foiba di Basovizza e l’Ossario dei Caduti Slavi) si configurano, quindi, non solo come lieux de mémoire, ma anche come (...)  luoghi in cui la memoria si perde o, meglio, viene fatta perdere e che concorrono alla ri-produzione dell'identità nazionale proprio attraverso il loro oblio. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Niccolò Furri</strong></p>
<p>«Mentre l’accumulazione di memoria prosegue monotona» ripete spesso la voce fuori campo in <em>Méditerranée</em> di Jean-Daniel Pollet, a indicare come lo scorrere del tempo sedimenti la storia umana negli oggetti e più in generale nella produzione culturale che la camera inquadra. Ma una tale visione, che si potrebbe dire destoricizzata, che escluda cioè la conflittualità e le forze agenti sulla formazione della memoria, che la astragga dalle condizioni materiali della sua composizione, rischia di naturalizzare questo processo, prendendolo per mera e immutabile necessità. Perché gli oggetti o luoghi, rifacendosi ai <em>lieux de mémoire</em> di Pierre Nora, e la memoria stessa sono campi in cui si scontrano sia i rapporti di potere che li hanno prodotti sia i discorsi che li innervano.</p>
<p>Lo ha rilevato, seppur all’interno della classica scissione tra struttura e sovrastruttura tanto cara al marxismo, Walter Benjamin nelle celebri <em>Tesi di filosofia della storia</em> quando scrive che «Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “come propriamente è stato”. Significa impadronirsi di un ricordo nell’istante di un pericolo»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> e questo pericolo è la sua riscrittura, la risignificazione della memoria, la sua tecnicizzazione, ovvero il suo utilizzo distorto a fini ideologici. Il termine memoria, in questo contesto, non si riferisce a ciò che qualcuno ricorda, alle memorie personali che essendo soggettive, per quanto importanti, sono costitutivamente sempre parziali e spesso soggette a ricostruzione specie se lontane temporalmente dai fatti, ma a quella che si potrebbe chiamare macchina memoriale, una politica del ricordo che stabilisce cosa possa essere ricordato, in che modo e da chi. E chi si appropria della macchina, impone la sua memoria.</p>
<p>Ne vediamo il funzionamento ogni 10 febbraio, giornata istituita come Giorno del Ricordo&nbsp; nel 2004 dalla legge 30 marzo 2004 n. 92. Se all&#8217;interno della macchina stanno alcuni fatti, diversamente dalla macchina mitologica jesiana il cui centro è inconoscibile, sulle sue pareti si staglia una serie di elementi di propaganda in questo caso (neo/post)fascista, fatti propri dallo Stato italiano: già solo il giorno (l&#8217;anniversario del Trattato di pace di Parigi del 1947, così disconosciuto in particolare per la cessione dei territori orientali) e il nome (mutuato dal Giorno della Memoria, preso a modello ma in contrapposizione a esso) scelti sono indicativi della matrice e della ratio del provvedimento. A più di vent&#8217;anni dall&#8217;istituzione della giornata la macchina memoriale fascista, che raggruppa arbitrariamente eventi a sé stanti&nbsp; (le foibe istriane del 1943, quelle giuliane del 1945 e l&#8217;esodo istriano-dalmata protrattosi per un decennio circa, indicativamente dal 1947 al 1957), inventando nessi causali e finalità di pulizia etnica, isolando i fatti dalla serie degli eventi che li hanno preceduti e gonfiando le cifre, è diventata ormai narrazione nazional-popolare attraverso opere di dubbio gusto, cerimonie istituzionali e una polizia della memoria che taccia di riduzionismo o di negazionismo le voci critiche. Questo dispositivo al tempo stesso sacralizzante e banalizzante (dove la sacralizzazione mira a «sottrarre un evento [&#8230;] al suo contesto storico specifico, [&#8230;] semplificandone la rappresentazione e preservandola da incursioni indesiderabili»<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, mentre la banalizzazione propone «equiparazioni indebite [&#8230;] le quali finiscono per minimizzare o per relativizzare»<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> il termine di paragone, in questo caso la Shoah, aumentando il capitale simbolico dell&#8217;altro termine per falsa analogia) riallaccia il solito vittimismo di destra al mito degli &#8220;Italiani brava gente&#8221;, uccisi &#8220;in quanto Italiani&#8221;, per nascondere i crimini del Ventennio e per integrarlo così nella storia citabile come un qualsiasi altro periodo, prodromo alla sua esaltazione legittima o, peggio, istituzionalizzata. Non è un caso che questa narrazione abbia trovato uno spazio sempre maggiore dagli anni Novanta del secolo scorso, quando in Europa il processo di integrazione dei vari Stati nella UE e la caduta dei cosiddetti Paesi a socialismo reale, culminata con la mattanza ex jugoslava, hanno rinfocolato i relativi nazionalismi, mentre in Italia la destra ex missina ha acquistato centralità nell’assetto politico seguito allo scossone di Mani Pulite.</p>
<p>Non è nemmeno un caso, quindi, che proprio nel 1992 il Presidente della Repubblica Scalfaro abbia dichiarato monumento nazionale la Foiba di Basovizza. È questo un esempio estremo ma emblematico di come funzioni la macchina memoriale. Innanzitutto, il termine usato: la cavità assurta a simbolo del fenomeno foibario non è una foiba, ma un pozzo minerario, chiuso da una lastra e sormontato da una scultura che riproduce la struttura portante di un argano usato per le esumazioni, culminante con una croce. Le cifre ufficiose parlano prima di 400, poi di 400-600 e infine di 1500 vittime gettate nello strapiombo tra il 2 e il 5 maggio 1945, mentre la stele esplicativa nelle vicinanze del monumento di 300 metri cubi di resti umani nel 1996, che salgono a 500 l’anno successivo. Le operazioni di recupero condotte dagli angloamericani nell’ottobre del 1945 portarono alla luce corpi di soldati tedeschi e di cavalli lì precipitati dopo la battaglia del 30 aprile. È perciò stratigraficamente molto improbabile che salme successive si possano trovare sotto a quelle precedenti e le uniche che si potrebbero rinvenire potrebbero essere quelle di cui si sbarazzarono i nazifascisti dopo l’8 settembre 1943. Ci sono inoltre le smentite del Comando generale dell&#8217;Ottava Armata britannica, del Ministero della Difesa neozelandese (anche se del 1996) e documentazione delle Forze armate statunitensi che qualifica come «inconcludenti» gli esiti della ricerca. Successivamente alla sospensione dei recuperi il pozzo è stato usato come discarica dall&#8217;amministrazione di Trieste, quasi completamente svuotato nel 1954 e infine chiuso nel 1959<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Se tutto ciò non fosse sufficiente, basterebbe un&#8217;ulteriore ricognizione ad appurare i fatti, così da allinearli con una nuova e corretta narrazione, ma si preferisce invece mantenere la parete della macchina memoriale poggiata su discorsi propagandistici.</p>
<p>Un esempio di segno opposto nel trattamento riservato al patrimonio culturale (che Benjamin chiama, a ragion veduta, «preda destinata al vincitore»<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>) è lo Spomenik di Barletta. Alloggiato nel cimitero monumentale della città pugliese, è un Ossario commemorativo dei caduti jugoslavi in Sud Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, realizzato dall’architetto Dušan Džamonja nel 1970. Civili, internati politici e militari jugoslavi fuggiti dai campi di concentramento fascisti in Italia o riparati in Puglia in seguito alle vicende belliche nei Balcani, si unirono alla Resistenza italiana e, dall&#8217;estate del 1944, quando la regione divenne una retrovia anche per la guerra di liberazione in Jugoslavia, lì vennero riaddestrati, per poi riprendere la lotta in patria<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Nell’ambito della normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, culminata con il Trattato di Osimo del 1975, con un accordo del 1964 si stabilì la costruzione di alcuni Ossari dove traslare le spoglie delle vittime combattenti. A Barletta, che durante il conflitto ospitava la sede di un contingente militare e di un ospedale e dove già riposavano 175 caduti, venne realizzato il più importante. Si tratta di un monumento brutalista su due livelli che «si sviluppa a raggiera da un nucleo centrale ellittico, costituito dall’oculo posto sulla cripta»<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a> a cui si accede scendendo una scalinata, ai cui lati stanno le celle sepolcrali contenenti i resti di 825 salme, le porte bronzee con i loro nomi (a cui se ne aggiungono 463 di dispersi), la vasca in mosaico rosso per le commemorazioni e da dove si accede a una terrazza affacciata sul mare. Al piano superiore, una serie di imponenti blocchi di cemento simili a lapidi aumentano in altezza dall’esterno verso l’interno, fino a raggiungere gli 11 metri di altezza, a protezione dell&#8217;accesso alla cripta. I due piani dialogano sia tramite gli incastri tra il solaio e la parete che chiude la scalinata, sia tramite il lucernario che permette «il collegamento visivo dello spazio inferiore con gli elementi del monumento a livello superiore, evidenziando maggiormente la crescita degli elementi verticali dalle fondazioni stesse della cripta al loro punto più alto.»<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a> Tre, invece, sono le linee di fuga che segue lo sguardo del visitatore: una, ovviamente, verso la macchia di colore rosso in basso, una frontale verso il lontano, l&#8217;Adriatico e idealmente la Jugoslavia e la terza verso l&#8217;alto a seguire l&#8217;altezza degli steli, che acquistano quasi le sembianze di vele di una nave pronta ad attraversare il mare. Con l&#8217;implosione sanguinosa della Repubblica Socialista Federale, alla quale spettava la manutenzione e la conservazione dell&#8217;opera, non si è più fatto fronte al deterioramento dello Spomenik causato dagli eventi atmosferici e il suo stato di deperimento si è fatto via via più evidente sia direttamente sui materiali con efflorescenze, licheni, crepe e la scopertura di alcune armature del cemento, sia nell’incuria degli spazi dove talvolta vengono abbandonati rifiuti e che sono usati addirittura come latrina. Lontano dagli itinerari e assente dalle guide turistiche, difficilmente instagrammabile, scenografia per cerimonie ufficiali di commemorazione dei caduti che purtroppo non riescono a svincolarsi dalla retorica nazionalista, statolatrica e militarista, l’Ossario di Džamonja è l’esempio più calzante di un doppio smemoramento: dei fatti e di ciò che è stato pensato per ricordali. Ma, come in un negativo fotografico, «le mutazioni di forma cui è soggetto un edificio sono processi di registrazione: le <em>deformazioni</em>, in quanto materia <em>in formazione</em>, sono anche <em>informazione</em>.»<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a></p>
<p>Questi due monumenti si configurano, quindi, non solo come <em>lieux de mémoire</em>, ma anche come quelli che potremmo chiamare <em>lieux d&#8217;oubli</em>, luoghi in cui la memoria si perde o, meglio, viene fatta perdere e che concorrono alla ri-produzione dell&#8217;identità nazionale proprio attraverso il loro oblio. La loro funzione obliante agisce, però, in maniera antitetica. Se la Foiba di Basovizza impone una e una sola memoria, sacralizzandola e impedendo ulteriori ricerche con la tanto simbolica quanto materica lastra a chiusura della bocca del pozzo, per lo Spomenik sono lo stato di abbandono e la marginalizzazione a operare la rimozione. In questo caso si può parlare di oblio in sé o completo (che tende cioè a dimenticare un luogo per dimenticare una serie di eventi, anche se non è mai, sul piano storico, del tutto compiuto), nel primo di oblio relativo o parziale (che tende, ricordando un luogo, a nascondere una serie di eventi). Fortunatamente c&#8217;è chi si oppone a tutto ciò proprio perché il nucleo della macchina memoriale è conoscibile, pur con le ovvie difficoltà della ricerca documentale, archeologica e testimoniale. Non ci si limita, infatti, «a girare in cerchio»<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a> attorno al centro e, se le sue pareti sono permeabili alla manipolazione, allo stesso modo possono essere attraversate per far emergere quali fatti siano stati occultati, quali inventati e quali siano ricostruibili.</p>
<p>Non si tratta di esaltare la Resistenza titina, in nome di una qualche jugostalgia, né di nasconderne i crimini, ma di (re)inserirla all&#8217;interno della lotta internazionale (e internazionalista) al nazi-fascismo, di iniziare, allo stesso tempo, a denazionalizzarla assieme a quella italiana, mettendone in luce le pluralità e, in qualche modo, smitizzarle entrambe, de-eroicizzarle, per sabotarne la latente retorica bellicista. Si tratta di preservarne il ricordo, visto che «anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince»<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a> e non lasciare che la ricostruzione fascista degli eventi rimanga maggioritaria, una ricostruzione che inventa un genocidio per occultare la partecipazione dei suoi progenitori politici a Shoah e Porrajmos, modellata da chi non vuole vedere il genocidio palestinese in corso, di cui è complice, che rivendica le politiche stragiste alle frontiere e quelle concentrazionarie dei centri di detenzione amministrativa.</p>
<ul>
<li><strong>Note</strong></li>
</ul>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, Einaudi, Torino, 1962, p. 77</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Valentina Pisanty, <em>Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah</em>, Bruno Mondadori, Milano-Torino, 2012, p. 89-90</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> ivi, p. 49</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Sulla Foiba di Basovizza, cfr. Claudia Cernigoi, <em>Operazione foibe a Trieste. Tra mito e storia</em>, Udine, Kappa Vu, 2005; Id. <em>La Foiba di Basovizza</em>, La Nuova Alabarda, Trieste, 2011: <a href="https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf">https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/01/la-foiba-di-Basovizza.pdf</a>; Jože Pirjevec, <em>Foibe. Una storia italiana</em>, Einaudi, Torino, 2009</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, cit., p. 76</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Cfr. Andrea Martocchia, <em>I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata</em>, Odradek, Roma, 2011</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Rosanna Rizzi, <em>Il Cimitero degli Slavi di Dušan Džamonja a Barletta</em>, Politecnico di Bari &#8211; Facoltà di Architettura, Bari, 2003/2004: <a href="https://www.academia.edu/109464680/Il_Cimitero_degli_Slavi_di_Dusan_Dzamonja_a_Barletta">https://www.academia.edu/109464680/Il_Cimitero_degli_Slavi_di_Dusan_Dzamonja_a_Barletta</a></p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> ivi</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Eyal Weizman, <em>Architettura forense. La manipolazione delle immagini nelle guerre contemporanee</em>, Meltemi, Milano, 2022, p. 78</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Furio Jesi, <em>Mito</em>, Quodlibet, Macerata, 2023, p. 119</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Walter Benjamin, <em>Tesi di filosofia della storia</em>, in Id., <em>Angelus novus. Saggi e frammenti</em>, cit., p. 78</p>
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		<title>Scampagnata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 12:00:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Lucia Mancini</strong><br />
Stamane mi son dovuto alzare presto perché io e i miei amici abbiamo una scampagnata. Non è che è una cosa solo di sfizio, io e i miei amici ci siamo trovati questo mestiere qui]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_45277" aria-describedby="caption-attachment-45277" style="width: 2278px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="wp-image-45277 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01.jpg" alt="" width="2278" height="1279" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01.jpg 2278w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-1024x574.jpg 1024w" sizes="(max-width: 2278px) 100vw, 2278px" /><figcaption id="caption-attachment-45277" class="wp-caption-text">Foto: Archivio storico nazionale Cgil</figcaption></figure>
<p>di <strong>Lucia Mancini</strong></p>
<p>Stamane mi son dovuto alzare presto perché io e i miei amici abbiamo una scampagnata. Non è che è una cosa solo di sfizio, io e i miei amici ci siamo trovati questo mestiere qui e oggi c’abbiamo da accompagnare i villeggianti su per i monti che altrimenti quelli in mezzo ai nostri boschi e con questi paesini tutti uguali mica se la riescono a sbrogliare da soli. Ma non è solo un lavoro. I miei amici dicono che lo fanno per convinzione. Lo dico pure io, ma non lo so mica se è davvero così. Non sono il più sveglio della covata, lo so e non me ne faccio un cruccio. Nemmeno i miei sanno perché sono così, forse per colpa della caduta o della brutta febbre che ho avuto da fantino. Oppure così ci sono proprio nato e non ha senso cercare colpe. Comunque, se non era per i miei amici me ne starei in un canto della piazza a giocare coi tollini o a suonare l’organetto, invece ora ho un compito importante: suonare l’organetto alle scampagnate dei villeggianti.</p>
<p>Quando ci sono queste scampagnate, per prima cosa ci troviamo noi amici in piazza, non quella davanti casa mia, anche se è la più vicina al loro alloggio, ma quella vicino a casa di Lauretta, perché anche se è una femmina è lei il nostro capo. Non ce lo diciamo, però sappiamo tutti che è così.</p>
<p>Di solito sono sempre io il primo ad arrivare, invece stamane Lauretta è già giù. Anche se andiamo in montagna e ci sarà da camminare e da tribolare si è messa tutta precisa e ordinata, con la gonnellina nera e le calzine e la camicina bianca. Chissà come se la riduce quella camicina dopo la caccia. Non so se i vestiti se li lava lei e se glieli lava la su ma. La mia, dopo la prima scampagnata, si è messa a piangere e ha detto che quello scempio me lo dovevo sistemare da solo. Poi è scappata a chiudersi in camera. Io ero fuori al fontanile in strada e la sentivo urlare e singhiozzare dalla finestra aperta e francamente mi è sembrato un po’ esagerato per una camicia e un paio di calzoni. Ma visto che il babbo non c’è e le mie sorelle sono sposate, in casa siamo rimasti solo io e lei e per quieto vivere da allora ai miei cenci ci penso da me.</p>
<p>Ma perché sto parlando di cenci sporchi e dei problemi con la me ma? Il fatto è che io sono così, mi si attorcigliano i pensieri e perdo il filo.</p>
<p>Lauretta si è messa anche due fermagli sopra le orecchie per tenersi i capelli in ordine, li porta corti e un po’ gonfi, come le donnine del cinematografo. Ha pure la borsetta. Dentro ci porta un borsello, un fazzoletto ricamato e una scatola di fiammiferi. Lo so perché una volta me l’ha fatta tenere. Lauretta fuma, ma le sigarette non le ha: ha solo i fulminanti perché così può accendere la sigaretta agli altri e chiederne una in cambio. Non è un cambio molto vantaggioso, per gli altri dico, ma a lei riesce sempre. Se ci provassi io mi riderebbero in faccia. Ma tanto io non fumo, che quando c’ho provato mi sono sentito un rospo in gola. I miei amici hanno riso, ma non mi hanno preso in giro. Loro non mi chiamano infelice, idiota o mentecatto o con altre brutte parole come gli altri ragazzi. È per questo che a loro ci voglio bene e faccio tutto quello che mi dicono.</p>
<p>Lauretta è nervosa e batte il piedino sul selciato. Tiptiptip. Io ci dico solo buongiorno perché so che di prima mattina è inversa e oggi è davvero presto, manca un’ora all’alba. Anzi, no, secondo me è ancora più prima perché il cielo è nero nero. La me nonna diceva che il mattino c’ha l’oro in bocca, ma secondo me quello di Lauretta c’ha il fiele.</p>
<p>«Dove diavolo sono finiti gli altri?»</p>
<p>Io mi gonfio tutto perché Lauretta non mi parla spesso. È perché sono un po’ lento mentre lei è veloce.</p>
<p>«Arrivano, arrivano. Hanno fatto solo un po’ tardi.»</p>
<p>«Dovrebbero essere già qui» fa lei. Ma mi sa che stavolta non è arrabbiata, sembra preoccupata. Si morde pure una pellicina e lei non lo fa mai perché le mani delle donne non devono essere da contadina e non devono avere le unghie mangiate. Lo ha detto una volta e io me lo ricordo ancora perché sto attento quando parla lei. «Spero che i bastardi non li hanno presi.»</p>
<p>Ah, ecco perché è preoccupata. Lei sì che è intelligente, io non ci avevo punto pensato ai bastardi.</p>
<p>Ma i bastardi questa volta non c’entrano perché dall’angolo della piazza spuntano Otta’, Miglio e quel lungaccione di Durante. Portano tutti a tracolla uno schioppo per la caccia, mentre io a tracolla c’ho l’organetto.</p>
<p>Lauretta mi prende per il braccio e mi trascina dagli altri e mi ribolle il sangue, perché lei non mi tocca mai.</p>
<p>«Cecco è più affidabile di tutti voi messi insieme.» Si mette le mani sui fianchi e mi sembra ancora più carina. Un po’ perché così si vedono di più le puppe, un po’ perché mi ha fatto un complimento. Ma non ha tempo di rampognarli perché si rischia di fare ancora più tardi coi villeggianti, che quelli sono buoni e cari, ma sull’organizzazione non sentono ragioni. E così corriamo a rotta di collo e ci fermiamo solo all’angolo prima del loro alloggio così possiamo tirare il fiato e sistemarci perché noi ai villeggianti ci facciamo da guida e li aiutiamo, ma loro devono capire che siamo loro pari, che non scattiamo sull’attenti appena schioccano le dita. Per tutta la corsa sono rimasto un metro dietro a Lauretta, così con la gonnellina che saltellava ci ho guardato per tutto il tempo le cosce. Sarò pure lento, ma per certe cose sono furbo.</p>
<p>Lauretta apre la borsa e piglia uno specchietto. Ecco, prima mi sono dimenticato di dire che nella borsetta ci tiene pure quello. Comunque piglia lo specchietto e si mette il rossetto. Il rossetto non se l’era messo mai, quindi non ero tenuto a sapere che aveva pure quello. È buffa, sembra che si è sporcata con la pomarola, ma questo non lo dico perché mi sa che per lei invece è importante quel rossetto, che poi chissà dove l’ha trovato. Comunque quando si è rimessa in ordine ci passa in rassegna. Sistema la camicia di Miglio, il fazzoletto di Durante e poi si lecca una mano per abbassare il ciuffo di Otta’, che capelli così sgrendinati non ce li hanno nemmeno i bastardi. A me non sistema niente e un po’ mi dispiace, però non devo rimanerci male, significa che andavo già bene, no?</p>
<p>Ci fa cenno e svoltiamo l’angolo. Lauretta per prima. Otta’, Durante e Miglio dietro e io per ultimo. I villeggianti sono già tutti sulle camionette e ci urlano qualcosa. Certo che campano male questi, anche se stanno in villeggiatura sono sempre neri. Il capo dei villeggianti ci viene incontro e gesticola come un matto. Durante, che parla un po’ della loro lingua ed è diventato amico del loro cuoco che gli passa sottobanco qualche lattina di latte condensato e di carne, una volta mi ha detto che i villeggianti ci prendono in giro perché parliamo forte e gesticoliamo tanto con le mani. Mi ha fatto pensare a quella storia che raccontano i preti sulla trave e il ruscello, perché francamente come urlano e gesticolano questi qui io non ho visto mai nessuno dalle nostre parti.</p>
<p>Comunque Lauretta ci dice qualcosa, pure lei parla un po’ della loro lingua, ma questo non stupisce perché lei impara sempre tutto quello che c’è da sapere. E quello subito si calma. Sbuffa un po’, questo sì, però è tranquillo. Ci fa montare sul cassone delle camionette, insieme ai villeggianti. Io e Lauretta siamo insieme, uno di fronte all’altra. Durante e Miglio, che conoscono meglio la strada, sono saliti di fianco a due autisti mentre Otta’ è finito su un altro cassone. Poveretto: è da solo e non capisce niente, quindi può solo dormire o guardare il panorama. Non può nemmeno giocare a carte perché magari loro giocano con regole diverse e possono pensare che li vuole gabbare.</p>
<p>Partiamo. Le camionette tossicchiano e borbottano, mi ricordano il rumore del paiolo con la zuppa. Usciamo dalla città e cominciamo a salire su per i monti. Il cielo è scuro, ma le montagne cominciano ad avere un po’ di aureola quindi significa che l’alba si sta avvicinando.</p>
<p>Le strade sono messe male. Erano bruttine pure prima, però adesso con i botti di questi e i botti di quelli sono tutte un crepaccio e sul cassone ballonzoliamo come patate in un sacco. Era pure divertente se potevamo buttarci di qua e di là seguendo le curve o saltando quando la camionetta prendeva una buca. La prima volta che sono partito per una scampagnata facevo proprio così e continuavo a buttarmi contro il mio vicino che però non era tanto simpatico e mi ha subito urlato: «Capù». Aveva uno sguardo così arrabbiato che mi sono fatto piccolo piccolo e per tutto il viaggio me ne sono stato buono buono abbracciato al mio organetto. È stato a quel punto che mi sono accorto che sul cassone della camionetta i villeggianti stanno buoni buoni e fermi fermi, e mi è tornato in mente quello che ci dice sempre Lauretta: «Se non sapete cosa dovete fare, guardate gli altri». E in effetti funziona sempre.</p>
<p>Un po’ devo aver dormito perché adesso siamo molto più in alto, il cielo è rosa e ho il mento tutto sbavato. Lauretta scherza con il villeggiante vicino a lei. Ha le gambe un po’ allargate e ci vedo le mutandine. Al ritorno se le toglie e si allontana con uno dei villeggianti. Forse il fortunato di oggi è lui. Mi sa che i ragazzi ci piacciono biondi e col naso piccolo, ma chissà, magari quando i villeggianti se ne tornano a casa deve farsi andare bene i bruni col nasone. Una volta, dopo una scampagnata, l’ho vista con un villeggiante. Erano appoggiati alla camionetta e lui aveva i calzoni alle ginocchia. Lo sapevo che mi sa che me ne dovevo andare, però lei mi ha visto e non si è arrabbiata. Anzi, si è messa a guardarmi e a miagolare più forte e a quel punto mi sono toccato. Di solito cerco di resistere perché è peccato e la Madonnina piange, ma quella sera lì non ce l’ho proprio fatta. La notte mi sono sentito tanto in colpa che continuavo a girarmi nel letto e non riuscivo a dormire. La mattina, di buonora, sono andato a confessarmi. L’ho detto subito ed ero tutto preoccupato perché pensavo che don Martino s’arrabbiava. Ma don Martino è stato zitto. Io ho contato aspettando che mi sgridava, sono arrivato a quarantasei però non ho cominciato subito, quindi era di più. Invece lui mi ha chiesto: «E non devi dirmi altro?». Io ci ho pensato e ho detto di no, che la me ma non sapeva niente perché i vestiti della scampagnata me li lavo da solo, e che comunque ero molto dispiaciuto e non lo facevo più. Ed è stato a quel punto che don Martino si è arrabbiato. È uscito dal confessionale, mi ha tirato per un braccio che credevo che me lo staccava e mi ha buttato fuori dalla chiesa. Ha detto che, povero di spirito o no, lui lì dentro non mi ci voleva vedere mai più e che l’unico peccato della me ma era che non mi avvelenava la minestra, che Gesù Cristo l’avrebbe perdonata. Ci sono rimasto male, ma mica perché si è arrabbiato, lo sapevo che avevo fatto una cosa che non si fa e infatti ce l’avevo detto subito. Ci sono rimasto male perché non ha accettato le mie scuse e voleva farmi confessare altre colpe che però io non avevo, perché non avevo dato incomodo alla me ma. Comunque in chiesa non ci sono più tornato, anche se adesso don Martino non c’è più. Ci hanno sparato in testa una settimana fa, è morto in mezzo alla piazza. La testa ci è esplosa e quello che c’era dentro si è tutto streminato per terra. Io ho detto: «Sembra un cocomero spiaccicato». Ho copiato quello che aveva detto Miglio a una scampagnata, solo che quando l’ha detto lui tutti hanno riso, mentre quando l’ho detto io la me ma è scappata a casa e quelli che stavano portando via il corpo di don Martino mi hanno guardato male. Forse perché mi sono sbagliato e ho detto «spiaccicato» invece di «spappolato», che se dicevo «spappolato», come aveva detto Miglio, magari faceva ridere. Comunque sono stati tutti molto cattivi. Uno ha detto che gli idioti come me andrebbero affogati da piccoli, come si fa con i gatti. Un altro che il mio babbo, a sapermi così, moriva di crepacuore. Che poi anche lì, è difficile capirli. Prima tutti mi tiravano i sassi e mi prendevano in giro perché el me ba è al confine, mentre ora dicono solo «povero il tu babbo». Comunque ce l’ho raccontato ai miei amici e loro mi hanno detto di non preoccuparmi, che si prenderanno cura di me, ed è per questo a loro ci voglio così bene.</p>
<p>Mi sa che siamo vicini perché il monte col nome d’uccello è proprio qui, el me ba me ci provava a insegnarmi i monti ma io sono poco buono coi nomi, non mi ci vogliono rimanere nella testa. Anche questo fiumiciattolo lustro qua di sicuro el me ba me l’ha detto come si chiama. Per questo il maestro a scuola mi bacchettava le mani e mi mandava dietro la lavagna, mettendomi in capo il cappello d’asino. Anche con le persone c’ho lo stesso problema, devo vederle spesso e allora sì che i nomi me li ricordo. Come per i miei amici.</p>
<p>La nostra camionetta, quella di Miglio e quella di Otta’ si ferma, mentre quella dove c’è Durante a guidare l’autista prosegue insieme ad altre due. L’importante, quando si fanno queste scampagnate, è la panificazione, l’ho sentito dire a Lauretta. Bisogna che i villeggianti si fermino in due punti e poi piano piano si vengano incontro per trovarsi a mezza via, perché così i polli e i bastardi non possono scappare e la caccia è più grossa. Però ieri diceva che secondo lei di bastardi oggi ce ne toccano pochi, solo polli, perché di sicuro quelli hanno sentito la storia della santa e sono scappati. Devono avere l’orecchio fino questi bastardi perché sentono sempre storie che io non conosco. Comunque ha detto che noi e i villeggianti ci faremo andare bene quello che troviamo, e questa è una grande dimostrazione di saggezza. La me nonna me lo diceva sempre che si campa bene solo se ci si accontenta.</p>
<p>Smontiamo e ci raccogliamo all’inizio del paese. È un paese come ce ne sono tanti in queste montagne qua e infatti io non so proprio come facevano a sbrogliarsela da soli i villeggianti se non c’eravamo noi a indicarci la via. Be’, lo so che la via ce l’hanno indicata Otta’ e Durante, non voglio fare la parte di quello che si prende i meriti degli altri, ma come dice Lauretta noi siamo una cosa sola, come le dita di una mano, e quello che fa uno è come se lo avessero fatto gli altri, e se qualcuno fa qualcosa a uno di noi è come se l’avesse fatta a tutti. Noi siamo più di una famiglia, siamo amici. I parenti non si scelgono, gli amici sì.</p>
<p>I villeggianti scaricano l’attrezzatura, sono tutti bardati, chissà che caldo sentono. Quando siamo tutti pronti Lauretta mi fa un sorriso e con un gesto del capo mi incoraggia a partire. Eh sì perché questo è il mio momento e lei si è impegnata tanto a strappare il permesso al capo dei villeggianti, dice che è il nostro numero distintivo. E così io mi incammino per l’unica via del paese con tutti dietro e attacco a suonare l’organetto. Lauretta dice che così tutti capiscono che siamo noi e che cosa ci sta per succedere perché nessun altro ha un suonatore di organetto che accompagna le scampagnate. Dice che così cominciano a farsela sotto prima ancora di vedere gli schioppi. Capito? Il numero distintivo sono io, sono io che faccio capire che siamo noi! Non ero mai stato così importante per nessuno. E allora io do sempre il meglio quando suono. A dire la verità non è che mi costa tanta fatica, perché suonare è l’unica cosa che mi è sempre venuta, mi basta sentire una musica che subito la so rifare. Dipenda che c’ho l’orecchio soluto. El me ba se n’è accorto quando ero piccino ed è stato lui a comprarmi l’organetto. La me ma mi rinfaccia che lui non ha mangiato un mese per comprarmelo e che ora lo uso per sviolinare quelli che l’hanno mandato al confine, ma mica sono stati i miei amici a mandarlo via e mica suono un violino. Comunque nel silenzio del primo mattino con il cielo ancora rosa e il ruscello che cinguetta io attacco a suonare e la musica del mio organetto riempie il paese, rotolando contro i muri e rimbombando. Cominciano a sentirsi dei rumori che vengono dalle case, ma non è che capisco mai bene, perché sono concentrato a suonare e a camminare, perché ci manca che inciampo proprio sul più bello.</p>
<p>Il mio momento non dura mai tanto, però non so se è davvero così perché quando suono mi sembra che il tempo passa in fretta. Poi i villeggianti cominciano a fare baccano: prendono a calci le porte, entrano nelle case ed escono trascinando i polli per i capelli. E qui secondo me sono un po’ esagerati perché vabbè che i polli sono stupidi, però magari se ce lo chiedi gentilmente escono pure da soli. Ma forse loro ce l’hanno chiesto e quelli non ne hanno voluto sapere e allora i villeggianti sono stati costretti a fare così, io questo non lo so perché sto sempre fuori e faccio avanti e indietro coll’organetto. Qualche sparo c’è subito, ma pochi, mica come dopo. Comunque i botti fanno scappare gli uccelli e comincia il finimondo. La gente esce per strada e cerca di scappare, di andare nei boschi e su per i monti. Mi sa che aveva ragione Lauretta, sono quasi tutte donne e vecchi. E poi ci sono i fantini e gli storpi. Però non bisogna farsi ingannare perché magari non sono bastardi però sono loro amici. Qualche giorno fa i villeggianti avevano preso una ragazza. Non era una bastarda, ma credevano che sapeva qualcosa. Magari ci era amica o magari era una loro stufetta. Che poi anche i bastardi sono un po’ polli, che bisogno hanno di una stufetta ad agosto? Ma ora non devo perdere il filo, che mentre suono mi fa bene raccontarmi le storie. Insomma, i villeggianti avevano preso questa fanta e l’avevano portata al loro alloggio. Era pomeriggio e io e i miei amici eravamo lì fuori. Durante e Lauretta fumavano, Miglio e Otta’ no perché non erano riusciti a farsi offrire una sigaretta e per questo erano un po’ inversi. La ragazza era tutta altezzosa e quando ci ha visto ci ha sputato contro. Io ci sono rimasto male perché non la conoscevo, e che bisogno c’è di essere cattivi con qualcuno che non conosci? Miglio però si è messo a ridere e ci ha urlato dietro: «Brava, brava, mo ci pensano loro a farti la festa». I villeggianti l’hanno portata fuori che era quasi il tramonto e io me ne stavo giusto andando perché la me ma non mi fa mangiare se arrivo tardi. Lei era tutta disordinata e un po’ traballante, sembrava briaca. È mezzo inciampata e un villeggiante l’ha riacchiappata per un braccio, lei però ci ha dato uno schiaffo e sembrava che piangeva. A quel punto io ci ho urlato: «Guarda che mica erano tenuti a farti la festa!». Perché a un certo punto ai maleducati bisogna dirlo che sono maleducati. I miei amici si sono girati tutti verso di me e sono scoppiati a ridere, e hanno battuto forte forte le mani. Al che la fanta mi ha guardato e ha detto: «Tu sei quello che mi fa più schifo di tutti». E se n’è andata. E a me il dubbio che la conoscevo è venuto, perché altrimenti come faceva a dire così? Ma Lauretta mi ha detto che noi siamo famosi e ci conoscono tutti: «Noi siamo quelli dell’organetto». E allora io penso che el me ba sarà orgoglioso che il su figliolo è diventato famoso coll’organetto che ci ha regato lui.</p>
<p>Le donne corrono per strada, urlano ai bambini di nascondersi dove sanno. I proiettili fischiano. Sono sempre un gran casino queste cacce. Lo so che casino è una brutta parola e non la dovrei usare, però ogni tanto nella mia testa mi scappa. Io non so perché ci insegnano che ci sono le brutte parole che non vanno usate e quando andavo a confessarmi da don Martino e ci raccontavo delle brutte parole che mi dico nella testa lui non sembrava curarsene e voleva sapere di altri peccati che però non avevo fatto. Perché oltre alle parole brutte e a quella cosa di Lauretta che ora non voglio ridire perché altrimenti mi distraggo, io di altri peccati non ne ho mica sulla coscienza. Avrei voluto chiedercelo a don Martino, ma lui mi ha cacciato e adesso non c’è più.</p>
<p>Durante spara alla testa alle donne e Lauretta si arrabbia, dice che è meglio se prima di ucciderle si spara ai loro figlioli così quelle urlano e si disperano, che così è più divertente. I villeggianti hanno radunato una ventina di vecchi e storpi contro una parete e ci hanno montato davanti un treppiede. Grande macchina, quella! Con una sventagliata falcia tutti, quando vengono colpiti i corpi fanno una specie di balletto tipo burattini e rimangono in piedi finché il treppiede non smette di sputare proiettili, poi si afflosciano e finiscono per terra. Alla fine sono tutti così scomposti e mischiati che sembrano una brancata di rumenta. L’unica cosa che non mi piace del treppiede è il rumore. È troppo forte e dopo mi sembra di sentire tutto ovattato, ho paura che non mi fa bene all’orecchio soluto, che è l’unica cosa che ho. Ma Lauretta dice che il bello è proprio quello, e allora mi sa che sono storto io.</p>
<p>Miglio ha preso per la collottola una ragazza e la sta portando in casa, mi sa che ci vuole fare la festa. Io non lo so come fanno a sapere quando è il compleanno o lo nomastico delle ragazze per farci la festa, ma è per questo che non sono il più svelto della covata, ma non mi lamento: a me basta sapere che devo correre un metro dietro a Lauretta e che mi devo sedere davanti a lei sul cassone della camionetta.</p>
<p>Comincia a sentirsi odore di bruciato, mi sa che i villeggianti hanno portato pure lo sputafuoco. Ecco quello non mi piace per niente, mi fa paura. Però me lo tengo per me perché Lauretta dice che è saltante, e Miglio dice sempre che i polli hanno proprio l’odore dei polli.</p>
<p>Lauretta ha preso una donna che stringe in braccio uno fantino piccolo piccolo e viene verso di me. La donna cade in avanti e boccheggia, Lauretta si gira e questa volta si arrabbia proprio con Durante perché lui lo sapeva cosa voleva fare. Gli va contro a brutto muso e ci dà pure uno schiaffo. Durante dice a Lauretta che dovrebbe accontentarsi di ammazzarli, e Lauretta dice a Durante che così lui toglie tutto il divertimento. Che poteva essere il brindisi di quella sera, perché lei brinda sempre al pollo che ci dà più soddisfazione. Stanno litigando e a me non piace proprio perché noi siamo amici e gli amici si devono voler bene. Comunque Lauretta rivolta il corpo della donna, prende il fantino che è piccolo piccolo perché è ancora in fasce e dice qualcosa all’orecchio del fortunato di oggi. Quello ride. Lei allora lancia in aria il fantino e quello ci spara contro. Il bambino esplode come un uovo e cade a terra. Io non lo so come mi sento, e non mi piace quando succede così, mi sembra sbagliato. Ma io non ho fatto niente quindi posso stare tranquillo. E poi Lauretta sa quello che fa, e questi polli hanno aiutato i bastardi che hanno ucciso dei villeggianti e che vogliono cacciare il caro duca, soffrire l’ordine stituito, bruciare le chiese e far venire baffone. E non va mica bene. È per baffone che el me ba è al confine, se non c’era lui, el me ba rimaneva con me.</p>
<p>Comunque io continuo a fare su e giù per la via coll’organetto. Le mani cominciano a essere stanche, mi fanno male le dita, però non posso mollare mai. «Boia chi molla» dice il duca e lo diciamo anche noi amici. E perciò continuo con le quadriglie, i valzer e le porchette. Ogni tanto pure le canzoni che canta Otta’: <em>Baciami piccina</em>, <em>Maramao</em> e <em>Falcetta</em> <em>nera</em>. Quando proprio le dita sono pesanti pesanti vado coi ritmi lenti, quando poi mi sono riposato un po’ vado su quelli più veloci. Ai margini della via c’è una donna riversa a terra con un palo che ci attraversa la pancia. Si trascina e lascia una scia, mi ricorda una lumaca. Quando ero piccolo, dopo la pioggia, el me ba mi portava a raccoglierle, poi la me ma ce le cucinava. Andavamo pure nel bosco a raccogliere le castagne, novembre era il mese che si mangiava meglio e che si mangiava di più.</p>
<p>Stanno suonando le campane, non so perché. Però potrebbe essere la mia testa, quando sono molto stanco mi fa sentire cose che non ci sono. Però questa volta dovrebbe essere vero, perché nel campanile mi sembra di vedere il riflesso di qualcosa che si muove e che luccica. Bisogna stare attenti alle campane perché possono essere un segnale per i bastardi.</p>
<p>La strada è tutta un pasticcio, è sporca e scivolosa come il pavimento del mattatoio e c’è pure lo stesso odore. In alcuni punti devo trattenere il fiato perché ho lo stomaco debole e rischio di rovesciare. E non farei una bella figura a rovesciare davanti ai villeggianti e ai miei amici. Non voglio lamentarmi perché non è giusto lamentarti quando hai la fortuna di coprire un ruolo di responsabilità, però più passa il tempo e più diventa difficile. È una cosa che mi dimentico tutte le volte e poi me la ricordo solo quando mi ricapita: le dita pesanti, la strada scivolosa, il fiato da trattenere, far attenzione a non intralciare la caccia. Sono tante le cose che vanno tenute a mente e io mi stanco. E ora ci si mettono pure le mosche, arrivano a nuvole, io non so come fanno a essercene sempre così tante. Non so perché quando non si caccia non ce ne sono, e quando la caccia comincia e spunta il sangue arrivano e coprono il cielo e allora io mi chiedo dove stanno di solito.</p>
<p>Lauretta è con Miglio e il fortunato. Durante non c’è, si vede che ci sta lontano per non litigare. Tengono per le braccia una pregna. Deve mancare poco, perché cammina come quelle che stanno per sgravare, con le gambe larghe e i piedi d’infuori. Si dimena e chiede pietà per il bambino. Lauretta la tranquillizza, dice che glielo faranno vedere il bambino e che stasera brinderanno a loro. Avevo ragione: la camicina se l’è conciata da buttare. È tutta rossa e tutta bagnata, le sta appiccicata alla pelle e si vede il reggipetto. In alcuni punti il sangue ha cominciato a seccarsi ed è diventato marrone, ma a lei non sembra dispiacere per la camicia, forse le palanche che prende le usa per i vestiti e magari per il rossetto. Anche a me le avevano date, ma io non so che farci e allora dico ai miei amici di spartirsele. Perché quando le ho portate alla me ma lei è scoppiata a piangere. Ha ragione Miglio a dire che le donne son buone solo a piangere, lo dice quando Lauretta non c’è perché lei non è come le altre e non vuole offenderla. Comunque la me ma i soldi non li ha voluti, ha detto che i soldi sporchi di sangue in casa nostra non dovevano entrare. E allora io li ho controllati e ci ho detto: «Oh ma, non son mica sporchi questi soldi». E lei ha pianto ancora più forte e mi ha buttato fuori casa. Quella notte ho dormito in strada e mi è andata bene che cominciava già a fare caldo, perché altrimenti avrei patito il freddo. Potevo andare dai miei amici, che loro mi avrebbero ospitato, ma non volevo che loro poi parlavano con la me ma. Perché quando qualcuno mi tratta male loro poi ci vanno a parlare e dopo tutti mi lasciano in pace. Ma anche se la me ma qualche volta è cattiva, a me non mi va che la trattano male, e allora piuttosto soffro io. Perché la notte che el me ba l’hanno portato via, lui me l’ha detto che dovevo fare il bravo figliolo e voler bene alla mamma.</p>
<p>Mi sa che la scampagnata sta finendo, sono rimasti solo i villeggianti e uno di loro mi guarda e si passa il dito sotto la gola, da destra a sinistra. O da sinistra a destra, non lo so mai. Comunque quello è il segno che usano per dirmi che ho finito e che posso fermarmi. Mi metto l’organetto in spalla e vado a cercare i miei amici. C’ho le mani pesanti, le orecchie che fischiano, lo stomaco che brontola e mi fan male i pe. Risalgo la via per andare nella piazzetta che ho visto facendo su e giù e che sta più o meno a metà paese, secondo me sono tutti là. Mentre cammino vedo Otta’ che rivolta i corpi di quelli sparati dal treppiede per controllare le loro tasche, perché con la miseria che c’è è un peccato che i morti si tengano risorse che possono aiutare i vivi. Tanto a loro non servon più, no? E infatti Otta’ a un certo punto fischia e esulta perché ha trovato un bel po’ di tabacco.</p>
<p>Nella piazzetta ci sono tutti e Lauretta mi chiama e dice: «Cecco, Cecco vien a vedere!». E magari il fortunato stasera sono io. Mi avvicino e vedo che la pregna è seduta su una panca. Ha uno squarcio dalle puppe in giù e in braccio c’ha un groppo piccolo piccolo e coperto di sangue e io ci metto un po’ a capire che è il suo fantino. Ma non riesco a guardarli più di tanto perché Lauretta mi prende sottobraccio e riscendiamo alle camionette. Durante non c’è, magari si è offeso, lui ogni tanto si offende e per un po’ non si fa vedere, ma poi ritorna. Ritorna sempre. Lauretta fa passetti corti corti per non scivolare e si regge stretta stretta a me, ride e chiacchiera veloce che non riesco a starle dietro. Però quando mi dice «oggi sembravi proprio indiavolato con quell’organetto» lo sento bene e mi inorgoglisco tutto.</p>
<p>I villeggianti caricano le loro cose e alla fine montiamo sul pianale. Io sempre davanti a Lauretta. Lungo il viaggio però mi addormento. Quando mi sveglio è quasi notte, Lauretta sta baciando il fortunato di oggi, fanno degli schiocchi umidi. Lui le infila una mano sotto la gonna e avevo ragione: si è tolta le mutandine, ce le ha arrotolate a una caviglia, ma è quasi buio e non si vede niente. E penso che sono stupido, perché magari se stavo sveglio il fortunato di oggi ero io. Comunque va bene così, sono stanco ed è tardi. Quando arriviamo in città saluto tutti, i miei amici mi chiedono se voglio andare con loro all’osteria a bere un bicchiere di vino e brindare alla donna sbudellata, ma dico di no. Ho bisogno di dormire tanto e poi la me ma mi chiude fuori se arrivo tardi a casa. Loro non insistono perché sono buoni e sanno cosa è meglio per me. È questo che la me ma non capisce: loro non mi forzano mai a fare le cose, se faccio qualcosa è perché lo voglio fare.</p>
<p>Non ci metto tanto ad arrivare a casa perché non abito lontano dall’alloggio dei villeggianti, è più lontana la casa di Lauretta. Comunque quando arrivo trovo la me ma tutta precisa e ordinata con il vestito che ha messo per il matrimonio de la me sorella e con i capelli belli pettinati. Mi sorride e mi saluta felice e a me sembra di essere tornato a quando c’era el me ba e vorrei abbracciarla ma lei fa un passo indietro, io mi guardo e allora capisco che non voleva sporcarsi il vestito. «Vado subito a lavarli.» Ma lei mi dice di no, mi dice di buttare i vestiti nel fuoco e di andare di sopra, che mi ha messo il cambio buono sul letto. E io ci chiedo se è impazzita a bruciare i vestiti che le palanche non crescono mica sugli alberi. E lei mi dice che ci aveva dei risparmi e allora penso che ha ragione Miglio quando dice che alle donne non bisogna crederci perché la me ma diceva sempre che non avevamo gli occhi per piangere e invece i soldi c’erano. E allora lei mi dice che questa notte partiremo per un viaggio e che andremo dal babbo, e possiamo lasciare tutto che poi ci pensa lui a noi. E a me viene da piangere perché sono tanti anni che non vedo el me ba e pensavo pure che era morto e non volevo crederci perché faceva troppo male e ora sono felice e ho fatto bene a non crederci perché stanotte andiamo da lui. Corro a lavarmi e a vestirmi. La me ma mi ha fatto trovare la brocca e il catino e pure il cencio per asciugarmi e sul letto ho i calzoni buoni e la camicia del matrimonio della Piera. Mi lavo e mi vesto tutto preciso e vado in cucina. La me ma dice: «Prima mangiamo». Vedo che a capotavola ha messo la foto incorniciata del babbo. Io mi siedo e lei mi versa la minestra. La assaggio ed è buonissima, ha un sapore che non conosco. Ne ha fatta tantissima, non so da quanto tempo non ne preparava così tanta. Continua a versarmela e se la versa anche lei. «Che buona, con cos’è?» Lei si pulisce la bocca, guarda el ba e dice: «Stamane sono andata per erbi». Qualche volta ce l’ho accompagnata, ci chiedevo sempre di insegnarmi anche a me ma lei non ha voluto perché diceva che è niente scambiare un’erba per un’altra. Però mi faceva ripetere i nomi: borasna, cicerba, orecia d’asen, piscialetto, papavero, raponzolo, ortiga, margherite, pimpinela, crescione, radicchio, sciopeti… Sono tanto felice e ce lo dico alla mamma, perché voglio che io e lei andiamo d’accordo e ci dico pure questo. E lei mi guarda, è triste però sorride. Si asciuga gli occhi, ma mi sa che stavolta piange di felicità. Son strane le donne, piangono per piangere e piangono per ridere. E mi dice:</p>
<p>«Lo so, è colpa mia. Dal babbo dovevamo andarci prima». E lo penso anch’io che dal ba dovevamo andarci prima, ma io mica lo sapevo che nell’isola di confine potevamo andarci pure noi che sennò glielo dicevo io di andarci prima. «Lui mi voleva più bene di tutti» e quasi mi viene da piangere, ma non lo faccio perché tra poco lo rivedo. «Lo so» dice la me ma, «e di sicuro è contento che andiamo da lui, lo avrebbe fatto anche lui al mio posto.» Mangio finché non sono pieno pieno e rimango a chiacchierare con la me ma. Era tanto che non chiacchieravamo così. Da quando ho fatto amicizia con i miei amici lei era sempre inversa e da quando ho cominciato a suonare alle scampagnate non mi parlava più e ce lo dico. Lei però dice: «Non parlare di loro, non stasera. Parliamo del babbo». E allora continuiamo a parlare del ba finché non mi sento gli occhi pesanti pesanti e anche alla me ma deve essere venuto sonno perché sbadiglia pure lei. E dice: «Vai a riposarti figlio mio, quando ti svegli siamo dal babbo».</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Sebbene molte delle efferatezze qui descritte si siano effettivamente consumate nei paesini apuani lungo la Linea Gotica, questo racconto rimane un’opera di fantasia. Come pure di fantasia sono tutti i personaggi. Per approfondire l’argomento rimando al libro di Agnese Pini, </em>Un autunno d’agosto <em>(Chiarelettere, Milano 2023), che ricostruisce con umanità e precisione storica alcuni dei più tragici eccidi perpetrati dalle SS e dalla Brigate nere nella provincia di Massa Carrara [</em>NdA<em>].</em></p>
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		<title>Il signor Rodolfo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 05:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Emil Zebru]]></category>
		<category><![CDATA[il signor Rodolfo]]></category>
		<category><![CDATA[racconti contemporanei]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Emil Zebru</strong> <br /> Il signor Rodolfo amava il gelato: andava pazzo per il gusto malaga. Rispondeva cono, scuotendo la testa, quando veniva messo davanti alla scelta tra coppetta e, appunto, cono.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Emil Zebru</strong></p>
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<p>Il signor Rodolfo amava il gelato: andava pazzo per il gusto malaga. Rispondeva <em>cono</em>, scuotendo la testa, quando veniva messo davanti alla scelta tra coppetta e, appunto, cono. La domanda era del tutto superflua, perché alla gelateria lo conoscevano bene, ma a loro divertiva chiederglielo comunque, proprio perché già pregustavano la sua reazione: era una specie di rito. Il signor Rodolfo in cuor suo sapeva che lo facevano apposta per canzonarlo, ma ne percepiva la natura affettuosa e quindi non se ne aveva a male. Come sempre, estraeva dalla tasca dei pantaloni qualche moneta, pagava lasciando la mancia, poi prendeva un tovagliolino (o sarvietta come diceva lui); sfilava il gelato dal porta cono sul bancone, e si congedava facendosi accompagnare all’uscita dai saluti cordiali del personale. Il signor Rodolfo, da che se ne aveva memoria, prendeva sempre e solo il cono al malaga, per poi sputare nella sarvietta le uvette, tant’è che molti gli chiedevano perché non prendesse il gelato alla crema se non gli andavano le uvette, ma il signor Rodolfo respingeva l’obiezione con forza. Terminata la pallina di gelato e arrivato al cono, il signor Rodolfo lo rosicchiava, ruotandolo tra le dita fino al raggiungimento dei trecentosessanta gradi, liberando così il gelato rimasto intrappolato in quella gabbia di cialda; cialda che poi sputava. Perché si incaponisse tanto a prendere il cono se poi non lo mangiava non era dato saperlo, ma forse era proprio sputare la cialda a dargli gusto. La storia del cono al malaga, così come altre sue innocue stramberie, erano note a tutti; quando il signor Rodolfo passava, le mamme lo indicavano ai bambini che, sorridenti, agitavano la mano per salutarlo. Il signor Rodolfo era un abitudinario, tutti i giorni pranzava con la pasta al ragù, e la sera cenava con del caffelatte nel quale inzuppava il pane vecchio. Tutti i giorni, dopo pranzo, indossava il completo carta di zucchero, si metteva l’orologio, l’anello d’oro con una pietra nera e si schiaffeggiava il collo con l’Aqua Velva; poi prendeva l’autobus per recarsi in città a mangiare il gelato. Si serviva sempre alla gelateria Gianni perché il proprietario (Gianni) era un suo conoscente di vecchia data. Gianni portava un foulard di seta al collo che gli dava un tocco giovanile e raffinato e, sotto la sua giacca intonsa da gelataio, era sempre vestito elegante. Con il signor Rodolfo, Gianni era sempre felice di scambiare quattro chiacchiere ed era chiaro che avrebbe voluto si fermasse lì con lui, ma il signor Rodolfo non voleva disturbarlo.</p>
<p>Un giorno, brandendo il cono al malaga come se fosse uno scettro, il signor Rodolfo imboccò il sentiero di una straordinaria passeggiata a strapiombo sul fiume, gremita di gente che si godeva il bel tempo e la frescura data dall’ombra proiettata dagli alberi. Trovando una panchina libera, il signor Rodolfo si sedette a contemplare quello scorcio di natura e a inebriarsi dell’odore dell’osmanto; nel mentre, sputacchiava le uvette nella sua sarvietta. Lo incantava ammirare il fiume lì sotto che, impetuoso, si faceva strada tra i massi che albergavano nel suo letto, mentre i piccioni, nel frattempo, si litigavano la cialda del suo cono. All’improvviso il sole si oscurò quasi totalmente, come durante un’eclissi, poi fu solo un’ombra, e davanti al signor Rodolfo si piazzò un gabbiano dalle dimensioni mai viste. Il ramo su cui si posò crepitò sotto il peso dell’uccello e sembrò quasi cedere quando questo, con un rapido movimento di becco, si sistemò le piume scomposte prima di assumere la posizione definitiva. Le pupille del gabbiano si dilatarono sempre più, fino a spalancarsi come un buco nero pronto a inghiottire il  signor Rodolfo, ma il signor Rodolfo sembrava non curarsene, neppure quando lo spazzino del mare intimò:</p>
<p>«Dammi le uvette!»</p>
<p>«Le uvette sono mie e sono la cosa più preziosa che ho».</p>
<p>«Ma se le hai scartate».</p>
<p>«Le conservo per gustarmele in un’occasione speciale».</p>
<p>«Allora… ti mangerò gli occhi» disse con tono di sfida l’uccello.</p>
<p>Il signor Rodolfo aggrottò le sopracciglia distogliendo lo sguardo dal gabbiano e dirigendolo al fiume, poi abbassò la mano con la quale teneva il gelato e iniziò a guardarsi attorno e, come se parlasse tra sé e sé, disse:</p>
<p>«Non importa, mi ricorderò del verde di questi alberi, e l’impeto di questo fiume, anche solo udendo l’acqua che scorre veloce tra le rocce».</p>
<p>«Se ti mangio gli occhi morirai, vecchio» ghignò il volatile.</p>
<p>«Ah, questo non m’importa!» tuonò in risposta il signor Rodolfo.</p>
<p>Il gabbiano sobbalzò rimanendo a becco aperto per la reazione del vecchio, il quale scattò in piedi facendo alzare in un volo sgraziato lo stormo di piccioni. I pezzi di cialda croccante scricchiolavano sotto le scarpe del signor Rodolfo mentre, con le uvette strette in pugno, si sporgeva al limitare del sentiero. Quando il signor Rodolfo si fermò, alzò la testa verso le chiome degli alberi arruffate dal vento; così fece anche il gabbiano che, quando abbassò di nuovo la testa, si accorse che il signor Rodolfo non c’era più.</p>
<p>&nbsp;</p>
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