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	<title>vasicomunicanti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Materiali per due mostre: Gianluca Codeghini a Siena e a Firenze</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/16/materiali-per-due-mostre-gianluca-codeghini-a-siena-e-a-firenze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Oct 2025 05:45:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro broggi]]></category>
		<category><![CDATA[Andra Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Grazioli]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca codeghini]]></category>
		<category><![CDATA[musica contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[rumore]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Jacoviello]]></category>
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					<description><![CDATA[Materiali e note sul lavoro artistico di <strong>Gianluca Codeghini </strong> <br /> a partire da due mostre personali: From Dust to Noise (Firenze) e NoiSe >< Derive (Siena), incentrate sul rapporto tra immagine e rumore. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Raccolgo qui testi e immagini relativi al lavoro artistico e musicale di Gianluca Codeghini, amico, collaboratore, e soprattutto protagonista di due recenti mostre personali dedicate al rapporto tra la dimensione visiva e quella sonora.</p>
<p>La prima mostra, intitolata <em>Blast: From Dust to Noise</em>, è a cura di Elio Grazioli presso la galleria <strong>Frittelli Arte Contemporanea</strong> a Firenze (26 giugno – 28 settembre 2025). La seconda mostra costituisce un progetto più ramificato dal titolo <em>NoiSe &gt;&lt; Derive</em> ed è a cura di Stefano Jacoviello all’interno di <em>Derive</em> della Chigiana International Festival &amp; Summer Academy 2025 (Siena, 8 luglio &#8211; 14 settembre 2025). Quest’anno l’istituzione ha realizzato un focus ispirato all’opera del compositore francese Pierre Boulez, di cui ricorre il centenario della nascita. Il progetto ha diversi livelli di complessità e complicità in quanto è il risultato di collaborazioni tra diversi istituzioni, coordinate dal direttore artistico della Chigiana Nicola Sani. Codeghini ha così potuto confrontarsi attivamente con tre sedi diverse, dentro e fuori le mura di Siena: con l’<strong>Accademia Chigiana </strong>promotrice del progetto, con il <strong>Complesso</strong> <strong>Muse</strong><strong>ale S. Maria della Scala </strong>e con lo spazio <strong>InnerRoom</strong> space concept ospitato nel negozio di coppe e medaglie Fusi&amp;Fusi nella zona fuori mura Open Toselli, insolita sede periferica in un’area di transito.</p>
<h3 style="text-align: center;">∴ ∴</h3>
<p class="Corpo"><span lang="IT" style="font-size: 14.0pt;">Cosa ascoltiamo quando vediamo un rumore o cosa vediamo quando lo ascoltiamo? Quale è la sua consistenza, la sua natura e il suo punto d’incontro o è più un luogo di scontro, di rottura e provocazione? Non è così semplice decodificare quanto accade in una mostra di Gianluca Codeghini, gli elementi in gioco sono molteplici e accadono sempre un momento prima o poco dopo, risultando volutamente tanto assertivi quanto sfuggenti. Anche la materia con cui esercita il suo punto di vista non è mai la stessa, così che queste sue mostre tra Firenze e Siena sembrano avere più autori, a volte uno e in certi nessuno e questo perché Codeghini gioca a forzare i limiti dei concetti, a muoversi sui bordi delle cose, a confondere se stesso e gli altri <i>al punto tale</i>, cito da un suo testo, <i>da lasciare nella memoria il dubbio di aver ascoltato altro o di non aver ascoltato affatto</i>, una condizione che declina su tutto il suo operato che sia linguistico, performativo, visivo o musicale.</span></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-116416 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/000piecemeal-300x200.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/000piecemeal-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/000piecemeal-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/000piecemeal-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/000piecemeal-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/000piecemeal-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/000piecemeal.jpg 1000w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><em>Piecemeal, 21 luglio chiesa di Sant’Agostino in Siena (ph. Roberto Testi)</em></p>
<p><em>Piecemeal</em> (2008/2025) una partitura per coro dalla doppia natura: installazione sonora diffusa lungo il percorso del Complesso Museale di Santa Maria della Scala per tutta la durata della mostra, e performance dal vivo eseguita il 21 luglio nella chiesa di Sant’Agostino a Siena dal Coro della Cattedrale di Siena “Guido Chigi Saracini”, diretto da Lorenzo Donati. L’opera è una semplice e al tempo stesso improbabile azione vocale, in cui i coristi cercano di dare forma a un’idea andando oltre il proprio ruolo. Si trovano confrontati con una condizione in cui ogni tecnica non serve più, è annullamento, perché si entra in uno stato di sospensione, aleatorio, fatto di rumori, un piacevole “rumore bianco”, che invita alla condivisione e crea complicità tra esecutori e ascoltatori.</p>
<h3 style="text-align: center;">∴ ∴</h3>
<p class="Corpo"><span lang="IT" style="font-size: 14.0pt;">Nella sede della Chigiana troviamo l’installazione al neon <em>NoiSe</em> (2003), la stanza è totalmente avvolta da una luce azzurra.</span></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-116418 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/01Noise.jpg-214x300.jpg" alt="" width="600" height="843" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/01Noise.jpg-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/01Noise.jpg-729x1024.jpg 729w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/01Noise.jpg-768x1079.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/01Noise.jpg-1093x1536.jpg 1093w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/01Noise.jpg-1458x2048.jpg 1458w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/01Noise.jpg-150x211.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/01Noise.jpg-300x421.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/01Noise.jpg-696x978.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/01Noise.jpg-1068x1500.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/01Noise.jpg-299x420.jpg 299w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/01Noise.jpg.jpg 1500w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><em>Noi se (scritta neon azzurro) 2003.</em></p>
<p>La materia di Codeghini, in effetti, è il rumore: non quello assordante che copre, ma quello impercettibile che rivela. È il sussurro che disturba l’inerzia, lo scarto che interroga il visibile, il dubbio che ci obbliga a guardare e a pensare lateralmente. Le sue opere ci disarmano: non offrono soluzioni, ma ci restituiscono il senso della complessità e del limite.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-116490 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/02smile-1024x600.jpg" alt="" width="600" height="351" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/02smile-1024x600.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/02smile-300x176.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/02smile-768x450.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/02smile-1536x900.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/02smile-150x88.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/02smile-696x408.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/02smile-1068x625.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/02smile-717x420.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/02smile.jpg 1600w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><em>Don’t Stop Smiling</em>. 2005-2025.</p>
<p>Si tratta di opere dall’apparenza innocua che producono processi attivi al punto tale da lasciare nella memoria il dubbio di aver prodotto altro o di non averlo fatto affatto. C’è sempre una via di fuga nell’interpretazione di un’opera, un gesto o suono di Codeghini; è come se la loro funzione non dipenda da ciò che sono ma dalla possibilità di essere altro. In un testo del catalogo, Cristiano Leone focalizza quanto siano disarmanti queste opere che in apparenza non offrono soluzioni, ma ci restituiscono il senso della complessità e del limite, perché: &#8220;come ci insegna Codeghini, è proprio là dove il linguaggio si inceppa, che comincia il vero ascolto. E anche una deriva, se accolta con fiducia, può diventare un’origine.&#8221;</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-116491 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/03muto-793x1024.jpg" alt="" width="600" height="775" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/03muto-793x1024.jpg 793w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/03muto-232x300.jpg 232w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/03muto-768x992.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/03muto-1189x1536.jpg 1189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/03muto-150x194.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/03muto-300x388.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/03muto-696x899.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/03muto-1068x1380.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/03muto-325x420.jpg 325w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/03muto.jpg 1200w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><em>Entrée (colore nero non fissato su vetro), 1991/2001</em></p>
<h3 style="text-align: center;">∴ ∴</h3>
<h3><em>Non abbiamo compiuto un passo importante, semplicemente stiamo provando.</em></h3>
<p>Alessandro Broggi, <em>Noi</em>, Tic, Roma 2024</p>
<p>Alessandro Broggi, scomparso di recente, è una presenza costante e imprescindibile di questa mostra. Tra i due è nata una collaborazione costante e intensa dopo il loro incontro nel Parco di Veio alla Fondazione Baruchello per Roma Poesia nel 2007. Questa frase la troviamo sia esposta in mostra che sul catalogo, insieme ad altre che accompagnano e introducono molte riflessioni del curatore Stefano Jacoviello.</p>
<p>Scrive quest&#8217;ultimo, nel suo intervento intitolato <em>Se noi</em> :</p>
<p style="padding-left: 40px;">Noi non è dunque affatto un’espressione pacifica. Diverso dall’io, dal tu, dall’essi, deitticamente stabili, noi contiene una comunità con le sue inevitabili turbolenze<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Perché dentro quel noi nascono le individualità dei sé: si sottraggono all’ omogeneità per un miraggio di indipendenza, confidano nel sentirsi autonomamente proprie, si incontrano e confrontano, si rispecchiano e si rinfacciano. La scissione continua delle identità – che non sono mai date di per sé ma nascono congiuntamente nella relazione che le interdefinisce –, questa rigenerazione dell’insieme scaturita dal dividersi testardo in elementi più piccoli, rapidi, apparentemente slegati, provoca la vitalità della comunità e il rumore che ne deriva.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Un rumore che è il resto di una continua trasformazione: invade infinitamente lo spazio neutro che ci circonda, impedisce di tracciarvi una rotta e sulla spinta di una indefinibile mancanza ci conduce alla deriva. Il rumore è il fuori-campo che cerca disperatamente l’orizzonte del fuori-senso. È l’insignificante che si sottrae alla forma per restare disponibile a prenderne un’altra, e poi eventualmente lasciarla sotto l’impulso di un contatto improvviso, di un gesto inatteso. Il rumore è il sintomo della presenza imminente del senso, che resta sulla soglia della comprensione, in attesa che qualcuno ne senta la pressione oppure la convogli nell’indifferenza silenziosa.</p>
<p style="padding-left: 40px;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Paolo Fabbri, “Identità: l’enunciazione collettiva”, in <em>aut aut</em>, 385, 2020.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-116526 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/04gatti-1024x614.jpg" alt="" width="600" height="360" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/04gatti-1024x614.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/04gatti-300x180.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/04gatti-768x461.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/04gatti-150x90.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/04gatti-696x418.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/04gatti-1068x641.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/04gatti-700x420.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/04gatti.jpg 1200w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><em>Crudeltà unite, 2025</em></p>
<p>In mostra troviamo anche una selezione di video. Ne ricordo almeno tre che hanno una valenza sia installativa che documentale. Il primo ha come titolo <em>Dalle stalle alle stelle </em>(1993) ed è un’azione rumoristica durata tre giorni e tre notti tra i sassi di Matera, una performance dissipativa realizzata grazie al supporto di G. Magnabosco al sax giocattolo. Il secondo video dal titolo <em>Crudeltà inaudite</em> (2007), realizzato al Mart di Rovereto in collaborazione con D. Bellini, ha come protagonisti due gatti che abbattono delle armate di soldatini bianchi (oltre seimila) in uno scenario metafisico con una colonna sonora realizzata appositamente dall’autore, utilizzando gli intonarumori di Luigi Russolo. Il terzo video <em>There</em><em>’</em><em>s still for a bit </em>(2017) ha sempre la stessa natura e documenta alcuni concerti ad personam in cui Codeghini, con l’ausilio di caramelle effervescenti, si avvicina all’orecchio dello spettatore, offrendogli un concerto in esclusiva della durata di circa un minuto.</p>
<h3 style="text-align: center;">∴ ∴</h3>
<p>Sulla mostra <em>Blast: from dust to noise</em> alla Galleria Frittelli di Firenze, vale la pena di citare questo passaggio del curatore Elio Grazioli, presente nel catalogo:</p>
<p style="padding-left: 40px;">La polvere è della materia, e con essa dell’immagine, della realtà e del linguaggio, quello che il rumore è del suono, dell’armonia, del canone in quanto polveroso. Non si tratta di un elogio della distruzione, di un discorso nichilista, tutto va in frantumi, polvere alla polvere, bensì di un <em>blast</em>, una esplosione, cioè di una strategia nientemeno che rivelatrice anzi, di una polvere che diventa figura, benché e anzi propriamente altra, differente – nel duplice senso della parola – e di un rumore che evidenzia i caratteri del suono invece che darli per scontati e in tal modo subirli. Naturalmente c’è anche della trasgressione, senza la quale è ormai impossibile aprire gli occhi e gli orecchi…</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-116530 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/749_0-696x1024.jpg" alt="" width="600" height="883" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/749_0-696x1024.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/749_0-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/749_0-768x1130.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/749_0-1043x1536.jpg 1043w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/749_0-150x221.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/749_0-300x442.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/749_0-1068x1572.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/749_0-285x420.jpg 285w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/749_0.jpg 1106w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><em>Elusive void of pleasure, 2019</em></p>
<p>Concludo con un riferimento a <em>Flaw order</em>, uno dei miei pezzi preferiti. Ognuno ha sognato di vedere concretizzata la frase fatta: un elefante in una cristalleria. Codeghini ci offre la sua versione rock di questa frase. Si tratta di un&#8217;azione performativa consistente nel &#8220;suonare&#8221; una batteria allestita con oggetti di vetro e ceramica (vasi, tazzine, caraffe, statuette, ecc.), che sostituiscono rullanti, piatti e charleston. L&#8217;uso di questa baterria-scultura coincide con una composizione specifica per rumori di porcellana e vetro in pezzi, ma una volta terminata la distruzione, rimane comunque una forma sparpagliata e residuale, che non cessa di esistere anche se sono ormai subentrati il silenzio e l&#8217;immobilità.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-116528 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/826_0-1024x427.jpg" alt="" width="600" height="250" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/826_0-1024x427.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/826_0-300x125.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/826_0-768x320.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/826_0-1536x640.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/826_0-2048x854.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/826_0-150x63.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/826_0-696x290.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/826_0-1068x445.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/826_0-1920x800.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/826_0-1008x420.jpg 1008w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><em>Flaw order</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Parmenide, ferito di realtà. Per una lettura politica di “Ἐλέα. Quando verrà il passato” di Bruno Di Pietro.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/28/parmenide-ferito-di-realta-per-una-lettura-politica-di-%e1%bc%90%ce%bb%ce%ad%ce%b1-quando-verra-il-passato-di-bruno-di-pietro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jul 2025 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Di Pietro]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Gera]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Gera</strong> <br />1. Paradossale è la costituzione morfologica di una parola così importante come ἀλήθεια. Aletheia, la Verità, non ha una sua derivazione concettuale autonoma, ma è collegata, attraverso un...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Gera</strong></p>
<p><strong>1. </strong>Paradossale è la costituzione morfologica di una parola così importante come ἀλήθεια. Aletheia, la Verità, non ha una sua derivazione concettuale autonoma, ma è collegata, attraverso un alfa privativo al termine Λήθη, Lete, che significa oblio. Aletheia avrebbe dunque il significato di ciò che non può essere dimenticato e che deve per forza essere rivelato.<br />
Per avvicinarci attraverso un itinerario di geografia simbolica al luogo reale di cui vogliamo parlare –Elea, il suo paesaggio, la sua leggenda– dovremmo prendere in considerazione la Pianura di Aletheia, che Plutarco , nel suo De defectu oraculorum descrive disposta in forma di triangolo, luogo di elezione su cui “stanno immobili i princìpi, le forme, i modelli di ciò che è stato e ciò che sarà.”(cit. in M. Detienne, I maestri di verità nella Grecia arcaica, Laterza, Bari, 1982, p. 95).<br />
Marcel Detienne afferma che il quadro cosmogonico del mito deriva dal pensiero pitagorico e che la visione di Platone, peraltro iniziato di quella scuola, completa il quadro. Infatti, in Repubblica, nel decimo libro, quello finale ecco che viene descritta in maniera contrapposta e integrativa la pianura di Lete: le anime si dirigono” verso la pianura del Lete in una tremenda calura e afa. Era una pianura priva di alberi e di qualunque prodotto della terra”. ( Platone, La Repubblica, X, 621, in Opere complete, 6, Laterza, Bari, 1980)<br />
In questo modo viene descritta la terra dell’oblio: caldissima, arida,<br />
non fruttifera.</p>
<p><strong>2. </strong>Nell’opera di Bruno Di Pietro la pianura a cui ci si avvicina e si ammira è quella di Elea, terra di ulivi, di rovi di more e lussureggiante trifoglio: qui è germinata la scuola filosofica di Parmenide.<br />
Su un luogo votato alla ricerca di verità si alza da principio Eos, l’aurora, ma dietro la sua luce mediterranea, ancora si nasconde l’oscurità della memoria negata e della dimenticanza voluta.<br />
L’alba è il segnale di un passaggio alla lucidità diurna, alla vocazione razionale, ma dietro i suoi contrafforti, come scrive Pindaro,” i torpidi fiumi della notte oscura/gettano fuori la tenebra sconfinata…”</p>
<p>(fr.129, 130 in G. Colli, La sapienza greca, Orfeo, Adelphi, Milano, 1990, p. 127).<br />
L’alba è un confine che si affaccia dalla parte degli uomini, ma sta a questi non illudersi della gloria del sole annunciato e cercare di comprendere l’effimero del ciclo naturale, in modo che notte e giorno, luce e ombra possano essere compresi nella ricerca sostanziale della verità.</p>
<p><strong>3. </strong>Il componimento iniziale che precede le tre sezioni dell’opera – anche se parlare di principio e fine in Elea è illusorio – ha appunto per titolo In limine.<br />
L’astro del mattino biancheggia su un idillio che nasconde movimenti e aporie riguardanti tanto l’armonia del mondo naturale che quello dei sapienti. “I grilli normalmente molesti/parlano più che frinire” (1-2) e “Parmenide convertito al divenire/ è in buona salute.” (4-5). Il divino e ironico contrappunto si estende su quella che è la chiave del libro, ovvero la sincronicità, l’impossibilità di mettere ordine sulla linea temporale così come è pensata per ovvietà: qui passato, presente e futuro coesistono. “Nella piana di Elea/tutto è e sarà/ come è sempre stato.” (10-12), ma il verso che conclude questa protasi, composto da due indelebili parole, chiosa la sapienza della consustanzialità del tempo con il sigillo della fragilità personale, con il destino irrimediabile del corpo: “(Io invecchio”) (v. 14).<br />
Qualcuno avrà capito che il fedele Di Pietro ha, come da regola, inserito accanto alla protasi la sua invocazione alle Muse? Esiodo in Teogonia le Muse sono appunto coloro che dicono “ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu” (Hes, Theog., 32 e 38, in Detienne, p. 7)</p>
<p><strong>4. </strong>Il poeta, oggi come allora, dovrebbe riflettere su questa investitura straordinaria: egli è il sapiente, in quanto unisce nella sua attività la pratica della memoria, l’agone contro l’oblio, il tentativo di far affiorare sempre e comunque l’Aletheia, la verità. Ma unisce alla capacità sovrumana degli antichi sapienti che ponevano come obbiettivo la contemplazione delle realtà come veramente sono, la fragilità del suo essere uomo dalla parte degli uomini. La memoria che dovrà preservare è anche quella storica, civile, la memoria dell’umanità nel suo svolgersi.</p>
<p><strong>5. </strong>Triadica è la divisione dell’opera, come triangolare è la Pianura di Aletheia: però nella successione dei versi non si stagliano idee pure, ma si descrivono i movimenti della natura e degli esseri umani. L’origine mitologica della figura che dà il titolo alla prima sezione,<br />
῎Eως, racconta che l’aurora, accanto all’apertura di un varco luminoso verso i misteri dell’invisibile, propende ad interessarsi delle attività concrete dell’uomo.<br />
Eos è condannata da Afrodite, per una sua relazione clandestina con Ares, a protendere le sue dita rosate verso il mondo degli umani e ad unirsi a loro.<br />
Questa cifra che comprende insieme sacro mistero, mondo naturale e attività umane, questo profumo impastato di mirto, di rose canine e di pane appena sfornato, impregnerà tutti i 54 componimenti dell’opera di Di Pietro.<br />
Nei primi diciotto che compongono la prima parte, “῎Eως, appunto, si intrecciano elementi misterici “una torcia illumina la Porta” (2, 6- 7), “Danzano l’uno e i molti intorno alla rotonda luna.” (4, 8-9); naturalistici: “Piove nella piana dove dimora e gracida la primitiva rana.”(5, 6-8) e antropici: “Parmenide studia come bonificare la palude.”(11,6-7). Ma non esiste nessun scarto linguistico e stilistico fra questi momenti poetici, la luce abbacinata di Elea fa stagliare le descrizioni e gli episodi nello stesso identico modo. Non si tratta di spigolare frammenti: il procedimento è rilevabile in modo evidente all’interno dello stesso componimento:</p>
<p>Elea dorme.<br />
Riposano gli ulivi dopo la raccolta.<br />
Le ombre mi guardano silenziose.</p>
<p>Una torcia illumina la Porta.<br />
Il giorno si accorcia.<br />
Le stelle faranno notte<br />
(e io con loro).</p>
<p><strong>6. </strong>Elea è la terra dove Parmenide svolse la sua attività magistrale, ma sarebbe banale e falso credere che il suo pensiero e i suoi atti fossero rivolti solamente alla speculazione filosofica.</p>
<p>Come svela e divulga attraverso i suoi ultimi studi Angelo Tonelli, i sapienti greci si occupavano attivamente della vita politica e del buongoverno, attraverso una visione olistica che unisce prodigalmente l’occhio rivolto verso il cielo delle idee e quello che scruta la società, ne corregge i difetti e pone buoni esempi di conduzione: “ Così Socrate nel Gorgia di Platone testimonia che la vera arte politica non consiste nel mestiere del politico, ma nella capacità di incidere sulle interiorità dei concittadini e dei governanti attraverso la pratica della dialettica, ovvero un rimodellamento degli schemi di pensiero e comportamento a partire dalla messa in crisi delle consuetudini mentali e la rigenerazione delle medesime.”( A. Tonelli, Nel nome di Sophia, Agorà&amp;Co., Sarzana-Lugano, 2022, p.<br />
24) Pitagora “avrebbe inventato l’educazione politica nella sua totalità”(A. Tonelli, Pitagora il Maestro segreto, Feltrinelli, Milano, 2025, p. 53), i pitagorici, su richiesta dei cittadini, amministrarono gli affari pubblici e modellarono le migliori costituzioni della Magna Grecia, “Parmenide, oltre che sacerdote di Apollo guaritore, studioso della Natura e mistico del Grande Uno a cui dedica il suo Poema, era anche legislatore, e fornì alla sua città leggi che le consentirono di diventare florida e potente”.( Nel nome di Sophia, pp. 25-26)</p>
<p><strong>7. </strong>Ἐλέα di Bruno Di Pietro riprende da varie angolazioni i comportamenti di Parmenide, in perfetta armonia con l’ambiente in cui vive: la saggezza insita nel personaggio non ammette primi piani insuperbenti, ma un campo lungo in cui i suoi gesti si inseriscono mel contesto dell’ambiente in cui vive, anzi ne possiedono la stessa sostanza tellurica, marina, aerea.</p>
<p><strong>8. </strong>Nella seconda sezione del libro, Κρόνος, si accentua un procedimento disgiuntivo già annunciato in precedenza, non un puro espediente dell’inquadratura, ma un principio su cui si articola tutta la comprensione di quest’opera: alla terza persona descrittiva del personaggio, si affianca la prima persona del soggetto scrivente che pure porta sul volto la maschera di Parmenide in maniera tanto aderente che le due identità si fondono.</p>
<p>A fatica<br />
l’età mi consente<br />
di scendere alla marina.</p>
<p>Dalla collina<br />
vedo il monte Stella a Occidente.<br />
Immagino i resti dell’antichissima Petilia.</p>
<p>Ho incontrato da vecchio il tempo.<br />
E mi umilia.</p>
<p>***<br />
Parmenide ha la febbre.<br />
Trema. Nel delirio dice<br />
di un appuntamento con gli avi<br />
appena fatto giorno.</p>
<p>Poi, quando sarà di nuovo scuro<br />
il ministro della morte<br />
passerà nel cielo<br />
seguito dal corteo degli anni.</p>
<p><strong>9. </strong>Parmenide/Bruno Di Pietro rende conto al lettore delle difficoltà della vita, della malattia, della vecchiaia che avanza, delle ossa indolenzite. Il corso della vita insegna un materialismo amaro, sino a negare l’eternità, a considerarla come dimensione aliena e illusoria:</p>
<p>“«Prima di me<br />
non c’era tempo alcuno<br />
dopo di me<br />
non ne verrà nessuno.<br />
Con me nasce, con me finisce<br />
nelle ossa consunte<br />
nelle mie guance smunte». (12, 7-11)</p>
<p>Questa consapevolezza di estrema fragilità invece di indebolire l’esempio del maestro, lo arricchisce piuttosto delle debolezze del tempo umano. Il Sapiente in questo modo si trasforma in poeta, l’uomo che “s’accosta con la propria esistenza alla lingua”, come</p>
<p>afferma Paul Celan, “ferito di realtà e realtà cercando.”(P. Celan, La verità della poesia, Einaudi, 1993, p. 36) E la realtà cercata a volte riempie di stupore e dalla freddezza classica si veleggia verso la consolazione romantica della constatazione, come scrive John Keats in Endimione, che la Natura può consolare ed essere balsamo per gli sfregi della condizione umana. ”Yes,, in spite of all,/Some shape of beautymoves away the pall/From our dark spirits.”<br />
Così Di Pietro: “Il sale impregna la gola/ la parola non ha suono./ Respiro la bellezza del mondo.” (15, 7-9)<br />
<strong>10. </strong>La Natura e i suoi principi dinamici chiudono la triade eleatica di Bruno Di Pietro. La terza e finale sezione ha per titolo φύσις e parrebbe dunque rivolta, seguendo le tracce di Esiodo e Lucrezio, alla descrizione del principio fondatore della vita vegetale e animale e al suo immutabile ordinamento. “Vènti orientali/ soffiano su quanto appare/ animato o inanimato/ uomini, animali, piante. /Basta a sé stessa la natura.” (1,6-9)<br />
Invece nei componimenti ecco riapparire Parmenide e le sue vicende storiche. Vero è che nel secondo componimento Parmenide “deve tornare agli elementi”, ma successivamente si riportano le scaramucce verbali di Zenone ad Atene e la delusione del discepolo di fronte ai tranelli affabulatori dei sofisti, il suo affiancamento al maestro nel governo della città. Perché?<br />
<strong><br />
11. </strong>In un rilievo di Archelaos di Priene che celebra la gloria di Omero, le figure allegoriche si si dispongono su vari piani ed è anche presente Physis che affissa il suo sguardo su un altro personaggio: Mneme, la Memoria.<br />
Quale memoria? È quella che si oppone all’ignoranza e porta all’Aletheia, alla Verità: “E’ il piano dell’essere, immutabile, permanente, che si contrappone al piano dell’esistenza umana, sottomesso alla generazione e alla morte, corroso dall’oblio.”(Detienne, p. 99). “Mnemosyne è il nume tutelare delle pratiche di consapevolezza degli iniziati pitagorici”, “la sua sfera oltrepassa i limiti di ciò che ha luogo nella vita ordinaria”, “è emanazione di un Principio eterno e ingenerato”.( Tonelli, Pitagora il Maestro segreto, pp. 46-47))<br />
Ma figlie di Apollo e di Mnemosyne, la dea della memoria, sono le nove muse che nel rilievo si dispongono intorno al poeta, ad Omero.</p>
<p>Allora, nello sguardo di Physis rivolto a Mneme si può intendere anche una memoria che si stacca dalle verità ultime e iperuranie, per occuparsi, come fa Omero, come fa ogni grande poeta “ferito di realtà”, delle grandi imprese umane, delle battaglie reboanti, delle umili faccende domestiche, delle miserie e del dolore. Parmenide, nel suo testamento spirituale si rivolge a Zenone nel nome di questa memoria, pratica, utile, benefica:</p>
<p>Ricorda agli Eleati Parmenide sacerdote di Apollo guaritore.<br />
Ricorda che Giustizia di tutto ha le chiavi,<br />
del Giorno e della Notte<br />
e dell’intero cosmo<br />
animato e inanimato. (16, 6-13)<br />
<strong>12. </strong>Ricorda che Giustizia…<br />
La Giustizia è ordinatrice dell’intero cosmo e solo chi la conosce e la applica in quello specchio degli ordinamenti celesti che è la città terrena può dire di condurre una buona e umana politica.<br />
“Politiche divengono quindi tutte le attività spirituali dell’uomo, arte, religione e filosofia: non è concepibile nel mondo greco un religioso che dalla sua vita interiore sia condotto all’ascetismo, in modo da abbandonare completamente ogni convivenza con altri, come pure non esistono poeti che scrivono i loro versi per la posterità, senza curarsi di influire sulla polis o tutt’al più sui contemporanei. “(G. Colli, Filosofi sovrumani, in Nel nome di Sophia, p. 23)</p>
<p>13. Anche oggi i poeti dovrebbero testimoniare e provare con le loro opere a smuovere l’indifferenza generale, a fare in modo che la doxa propendi per la giustizia e per la compassione. Bruno Di Pietro indica il modello di Elea, ma dietro quella polis ci sono le città bruciate ed esplose di oggi.<br />
Chiede giustizia<br />
e rispetto alle mie mani<br />
il mondo che non ha parola. (Kronos, 17, vv. 10-12)</p>
<p>14. Elea termina con un Incipit commovente. Certo la circolarità del tempo, ma forse anche una rottura, il pensare a un vero nuovo inizio societario, politico, a un’utopia che nel nome della paidéia, dell’educazione possa diventare praticabile. La prima, la seconda e la terza persona singolari, diventano infine una prima plurale:<br />
Allora noi bambini<br />
si andava per canneti<br />
a fare capanne improvvisate e cerbottane</p>
<p>In un passato che deve ancora arrivare sono dunque i bambini, sotto lo sguardo paterno di Parmenide, a giocare e forse a crescere come saggi e poeti, oppure semplicemente come cittadini consapevoli della giustizia e della sua necessaria pratica. Insieme alla liquirizia suggono una radice che ha il sapore amaro e dolce della libertà.<br />
Paolo Gera</p>
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		<title>L&#8217;urbanistica turbocapitalista e io. Storia di una sconfitta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Jul 2025 12:00:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gianni Biondillo</strong> <br />
Dove il bubbone purulento del turbocapitalismo poteva esplodere se non qui, nella città più europea d'Italia (così si vanta d'essere) ma anche la più italiana d'Europa (con tutti i difetti a traino)?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-114683" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali.jpeg" alt="" width="2100" height="1182" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali.jpeg 2100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-1024x576.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-768x432.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-1536x865.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-2048x1153.jpeg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-150x84.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-696x392.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-1068x601.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-1920x1081.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-746x420.jpeg 746w" sizes="(max-width: 2100px) 100vw, 2100px" /></p>
<p>Forse il crollo della scritta “Generali” sullla copertura del grattacielo di Zaha Hadid è la giusta metafora di quello che sta passando Milano in questi giorni (chi assicura gli assicuratori?). La scossa tellurica innescata dalle indagini della procura è come se avesse raggiunto la cima dei grattacieli che hanno caratterizzato il nuovo, moderno skyline urbano, per dimostrarne la fragilità.</p>
<p>Tutto nasce dalle denunce degli abitanti di un condominio in Piazza Aspromonte che hanno visto crescere nel cortile di casa un palazzo di sette piani in sostituzione di un semplice magazzino. Con una “scia”, cioè una pratica ordinaria che non prevede piani attuativi e oneri di urbanizzazione. Per chi non è del mestiere: costruire il nuovo, dalla legge urbanistica del 1942 e i suoi successivi aggiornamenti , prevede che il privato che sta aumentando la sua ricchezza restituisca qualcosa alla città che glielo ha permesso. Per costruire fogne, infrastrutture, asili, scuole. Soldi, insomma. Va bene tutelare la proprietà privata, ma occorre anche che il bene collettivo non venga depauperato.</p>
<p>Nel novecento, quando l&#8217;ago della bilancia pendeva verso l&#8217;interesse pubblico si hanno avute politiche urbane di natura socialista, quando verso l&#8217;interesse privato di natura liberista. Poi c&#8217;è stata Tangentopoli e l&#8217;Italia s&#8217;è rotta. Non per colpa di chi ha scoperchiato il verminaio, ma per l&#8217;ingordigia di chi da sempre ci sguazza dentro. Non vorrei sembrare determinista, ma la natura familista, opportunista, amichettista della classe dirigente (politica e imprenditoriale) italiana è la stessa da sempre, da Giolitti passando per il fascismo e transitando per la democrazia cristiana. Tutto in perfetta continuità.</p>
<p>Per capire l&#8217;Italia, scrivo da sempre, occorre guardare cosa fa Milano. Nel bene o nel male (spesso nel male). Milano, ancora alla fine del secolo scorso, era una città popolare che stava dismettendo il suo patrimonio sociale, quello degli operai, senza sapere in cosa trasformarsi. Ci ha pensato il turbo capitalismo globale di inizio millennio a dare alla città una nuova narrazione: diventare cool, moderna, competitiva, esclusiva, seducente. Expo2015 fu la scommessa per fare di Milano “a place to be”. L&#8217;orgoglio dei milanesi si gonfiò a dismisura. Essere una città europea, esserlo per davvero, valeva qualunque sacrificio.</p>
<p>Che poi scrivo “milanesi”, ma in concreto di chi sto parlando?</p>
<p>Da inizio millennio, invertendo un trentennale trend negativo, la città ha visto aumentare i suoi residenti di centomila unità. Ma la cifra, detta così, non spiega nulla. La verità è che in questi decenni sono andate via quattrocentomila persone e ne sono arrivate cinquecentomila. Questo significa, in soldoni, che oggi un milanese su tre trent&#8217;anni fa non abitava a Milano. Che, culturalmente, socialmente, antropologicamente, Milano non è più la città della mia gioventù.</p>
<p>Chi è andato via, chi è arrivato?</p>
<p>Sono arrivati studenti da tutta l&#8217;Italia, drenando talenti dal resto del Paese (mentre i loro coetanei milanesi partivano per le università straniere), sono arrivati i neoricchi (dal finanziere al calciatore all&#8217;influencer) che hanno spostato la loro residenza qui per usufruire della flax tax voluta dal governo Renzi. Sono arrivati i residenti temporanei, i turisti, gli affaristi. È andato via il ceto culturalmente medio ma economicamente proletarizzato della piccola borghesia: impiegati, terzo settore, artigiani, insegnanti. Non ce la fanno più, la città è troppo cara, i costi sempre più proibitivi. Chi non s&#8217;è mosso sono stati i residenti della ZTL e gli ultimissimi, i residenti dei quartieri popolari, pensionati, extracomunitari, che vivono in condomini fatiscenti. Per loro non è cambiato niente, Milano li aveva già esclusi, dimenticati, da sempre. Nel novecento la classe operaia aveva un peso negli equilibri della politica urbana, oggi la produttiva piccola borghesia soffre e il proletariato non c&#8217;è più. Ma il sottoproletariato è aumentato a dismisura, la forbice della disugaglianza si è aperta ulteriormente. Ricchissimi e poverissimi. Che non si conoscono anche se abitano gomito a gomito (Milano è una città piccola e densa).</p>
<p>I padri di chi oggi vive nelle zone ZTL erano impreditori che investivano sul territorio. Producevano, innovavano e restituivano alla città ricchezza. Era una narrazione vincente: siamo tutti sulla stessa barca, produrre significa non solo far arricchire “i padroni”, ma anche permettere agli ultimi arrivati di emanciparsi. All&#8217;industriale, intriso di paternalismo socialista o cattolico, interessava avere dei dipendenti appagati dalla societa consumista. Oggi i loro figli, che non producono più nulla, che fanno soldi nell&#8217;alta finanza, che usano la città solo come scalo fra Londra, Francoforte, New York, a loro di quali siano le condizioni abitative a Quarto Oggiaro o in Comasina è di nullo interesse. A meno che non ci sia un ritorno economico. Vedi il quartiere ultrapopolare di San Siro, una volta in estrema periferia e ora praticamente in centro. D&#8217;improvviso, entrato nel mirino della speculazione edilizia, è stato raccontato come la casbah dell&#8217;illegalità, della droga, del pericolo. Fioccano progetti di “rigenerazione urbana” (virgolette obbligatorie) che si traducono, in soldoni, in demolizioni a tappeto del patrimonio edilizio pubblico per affidare ai privati la ricostruzione di case di pregio. Ovviamente che fine facciano gli abitanti del quartiere non interessa a nessuno, si cerchino un posto dove andare, meglio se fuori città. Gentrificazione, si chiama questa operazione di pulizia etnica. E, vi assicuro, non c&#8217;è nulla di nuovo. Già sotto il fascismo, a Torino, Milano, Roma, Napoli, ecc., si è permesso che il capitale privato estraesse ricchezza dalla città pubblica, estromettendo gli strati popolari dalle zone di pregio e accrescendo una classe di piccoli proprietari da fidelizzare al regime.</p>
<p>Questo difetto intrinseco (l&#8217;interesse privato che vince su quello pubblico), questa attitudine al “particulare”, all&#8217;amichettismo, questo risolvere tutto “all&#8217;italiana” è la nostra malattia endemica, mai eradicata. La “Vienna rossa” socialista di inizio novecento ha prodotto una città dove ancora oggi circa l&#8217;ottanta per cento degli abitanti vive in case in affitto o sovvenzionate. A Milano è solo il venticinque per cento. In Italia siamo tutti proprietari. Perché quello che conta è ciò che è mio. Ciò che mio non è, non esiste.</p>
<p>Dove il bubbone purulento del turbocapitalismo poteva esplodere se non qui, nella città più europea d&#8217;Italia (così si vanta d&#8217;essere) ma anche la più italiana d&#8217;Europa (con tutti i difetti a traino)?</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-114686" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline.jpg" alt="" width="1920" height="1281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-1536x1025.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-1068x713.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le politiche urbane delle amministrazioni che si sono susseguite in questi ultimi trent&#8217;anni, di centrodestra come di centrosinistra, sono in perfetta continuità. Non importa in fondo quale colore politico governi la città. Si può cambiare la politica partitica, a Milano, ma non la politica urbanistica. Gli slogan identitari, giusto per dare una minima differenzazione agli schieramenti, sono orpelli sovrastrutturali. C&#8217;è chi batte il tamburo sulla sicurezza, sugli stranieri, sulla tradizione e allora è genericamente di destra. Chi invece sui diritti civili, sull&#8217;inclusività, sull&#8217;ecologia e diventa genericamente di sinistra. Ma nei fatti nessuno deve intaccare il nocciolo, cioè che è più importante il valore di scambio (la casa come affare) che il valore d&#8217;uso (la casa come diritto). I politici di ogni schieramento cercano i voti di chi va a votare. Non gli studenti, non gli extracomunitari, non gli abitanti dei quartieri popolari. Cercano di rabbonirsi i latori di “diritti ad esigibilità immediata”. I cittadini di media e piccola borghesia, mediamente istruita, mediamente proprietaria. A loro è stata regalata, vent&#8217;anni fa, la narrazione della città irta di grattacieli e modernità dove tutti potevano diventare influencer, per loro sono stati costruiti tutti gli edifici che hanno densificato fino allo stremo la città. Comprate casa nella “place to be” non perdete questa occasione, questo affare (in tutta Italia, durante la pandemia, solo a Milano il costo delle case ha continuato a crescere senza alcuna apparente logica), perché poi le metterete a reddito: affitti brevi, brevissimi, a studenti, a turisti. Fare soldi senza fare niente, vivere di rendita di posizione. Chi ha i soldi ne farà sempre più, chi non li ha non ha chance. L&#8217;ascensore sociale, che a Milano ha funzionato nel secolo scorso, è irrimediabilmente rotto.</p>
<p>Il dato di cronaca mi appassiona fino ad un certo punto. Ci penserà la magistratura a spiegarmi quanto di lecito e di illecito è stato fatto in questi anni. Ma è il milieu quello che mi interessa. Non discuto della qualità di molta architettura che è stata prodotta in questo quarto di secolo. Un rinnovamento urbano davvero unico, a tratti impressionante (il più grande cantiere d&#8217;Europa). Una sfida di queste dimensioni aveva bisogno di impreditori più evoluti rispetto al passato – una sorta di Ligresti 2.0 &#8211; attenti alle parole d&#8217;ordine (“rigenerazione”, “sostenibilità”, “smart city”), e di progettisti di vaglia, di levatura internazionale. Il coolness chiede qualità. Ma le modalità restano sempre le stesse. “All&#8217;italiana”.</p>
<p>La politica decisionista piace all&#8217;imprenditore pronto a investire in una città che gli fa spendere cifre risibili in oneri d&#8217;urbanizzazione. Ma il decisionismo è sempre scivoloso, nella patria dell&#8217;amichettismo. I bandi, i concorsi, le gare, sembrano inutili impedimenti per chi vuole fare tutto e in fretta. Meglio accordarsi, più o meno sottobanco, fra commissioni, giurie, giunte, ordini.</p>
<p>La “sinergia pubblico-privato” è solo una formula elegante. Da che mondo è mondo, il mercato non è interessato al bene pubblico, non ha il dovere di essere etico. A questo serve la politica. A non piegarsi, a non inginocchiarsi, alla logica del privato. Le intercettazioni e gli sms che leggiamo in questi giorni raccontano di un senso di impunità sistemico. Sarai pure bravo, smart, talentuoso, ma se le regole del gioco sono truccate non c&#8217;è partita, vincono sempre gli stessi del “cerchio magico” (per come la vedo io è ora di togliere la foglia di fico dell&#8217;anonimato nei concorsi e giocare a viso aperto senza infingimenti).</p>
<p>Il paesaggio, retrospettivamente, è quello che è: grandi opere, alcune spesso di valore, ma anche grandi occasioni sprecate di trasformazioni urbane capaci di adeguare la città ai cambiamenti globali. Un&#8217;idea di città disinterressata al bene comune, che cerca solo di essere competitiva, nessuna attenzione al verde se non accessoria e ornamentale (puro greenwashing), totale abbandono delle classi subalterne al loro destino, arricchimento di una parte della città a discapito della collettività (ospedali, piscine, stadio, luoghi di socialità). Homo homini lupus.</p>
<p>Milano ancora una volta ha dimostrato che in Italia per attuare un classico programma di privatizzazione di centrodestra, ci vuole una amministrazione di centrosinistra. I mal di pancia dei consiglieri di sinistra bastava sedarli con l&#8217;ennesimo gay pride, con i proclami d&#8217;inclusività o con lo spauracchio di “perdere Milano” a livello nazionale. Politica miope, destinata alla sconfitta alle prossime elezioni. Ma già intravedo il salto sul carro dei prossimi vincitori. Che tutto cambi affinché nulla cambi, “all&#8217;italiana”.</p>
<p>Io mi sento uno sconfitto. Ma non mi arrendo.</p>
<p>“Maledetti bastardi, sono ancora vivo!”</p>
<p>(<em>pubblicato in una versione leggermente più breve su</em> Il Giorno<em> il 19 luglio 2025</em>)</p>
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		<title>Les nouveaux réalistes: Anita Tania Giuga</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/06/13/les-nouveaux-realistes-anita-tania-giuga/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jun 2025 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Anita Tania Giuga]]></category>
		<category><![CDATA[ornela vorpsi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Anita Tania Giuga</strong> <br />Credo, nel fondo della coscienza, di meritare la merda per la quale sono passata. Per gli incidenti, le frodi, i furti, le molestie. Allo stesso modo, vedo nei tuoi occhi che hai dei dubbi. Queste ombre ti permettono di guardare il mio naufragio da una distanza di sicurezza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-113652" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Capture-décran-2025-05-22-à-20.59.12.png" alt="" width="536" height="660" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Capture-décran-2025-05-22-à-20.59.12.png 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Capture-décran-2025-05-22-à-20.59.12-244x300.png 244w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Capture-décran-2025-05-22-à-20.59.12-150x185.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Capture-décran-2025-05-22-à-20.59.12-300x369.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Capture-décran-2025-05-22-à-20.59.12-324x400.png 324w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Capture-décran-2025-05-22-à-20.59.12-341x420.png 341w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Sopraffatta</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Anita Tania Giuga</strong></p>
<p style="text-align: left;">Non avere limiti stabiliti ed essere dipendenti dalla propria autodistruzione è, con tutta certezza, conseguenza di un&#8217;infanzia vissuta in un ambiente tossico. I tossici sono maestri nell&#8217;arte della manipolazione, lo sai. Vengo da una famiglia disfunzionale, sono abituata a spegnere l&#8217;interruttore e fare quello che va fatto. Se sei nel ruolo della vittima, intrappolata nella parte del martire, non hai nessuna responsabilità su quello che sta avvenendo intorno a te. Essere sobri, senza niente di estraneo nel corpo, è la cosa migliore di sempre: non c&#8217;è sindrome del giorno dopo, né colpa. E qual è la lezione migliore che sono stata chiamata a imparare? Accettare me stessa e amarmi per quello che sono.</p>
<p style="text-align: left;">La vita la puoi raccontare sulla base delle esperienze che hai fatto, che avresti voluto fare e che vorresti fare. Questo è tutto. Di base, sapere di piacere, sentire un uomo che dice &#8216;Ti amo&#8217;, mi innervosisce, mi provoca disagio e finisco per chiedermi quando andremo al sodo. Voglio fatti, non parole, non inganni. Sono una buona persona, do più di quanto non prenda, e credo di meritare una vita appagante, anche se questo dovesse significare cambiare ambiente e abitudini. Mi sono trovata a prendere decisioni sbagliate in un tempo sbagliato. A fare quadrare le cose a ogni costo o a metterci tutte le risorse per andare avanti. Ho imparato che se vuoi arrivare da qualche parte nella vita, devi presentarti nella maniera in cui lo farebbe un uomo d&#8217;affari: quasi inorganico. Rispetto, responsabilità e lealtà sono parole, non significano niente se qualcuno prima non ti ha insegnato come si fa ad attivarle.</p>
<p style="text-align: left;">Quando non hai avuto un padre stabile nella testa, che ti dicesse che eri e sarai, qualsiasi cosa accada, la persona più importante, la sua principessa, e nessuno ha il diritto di oltraggiarti, come puoi farlo con te stessa? Sai, ero preoccupata di essere bella, a posto, di avere un atteggiamento spirituale verso la vita, e anche se adesso vivo dove vivo, non tornerei mai a fare quello che facevo prima, preferirei morire. Sono stata rapita, violentata, mi hanno rubato il telefono, i soldi, mi hanno strappato il cibo dalle mani mentre camminavo. Ho dovuto affidare le mie carte di credito a un ex vicino di casa per non finire in guai più seri. Ci sono state settimane in cui piangevo ogni giorno. Una sera ero fatta. Stavo guidando in una zona desolata e mi sono addormentata al volante. La cosa incredibile è che l&#8217;incidente ha fatto ribaltare l&#8217;automobile e lo scontro è avvenuto con un tipo che si è addormentato a sua volta al volante. Mentre ero morta ho visto mio nonno, che ha avuto un infarto un paio d&#8217;anni fa, e suo padre, che avevo conosciuto solo in foto, mi hanno detto che non era ancora arrivato il mio momento; devo compiere qualche missione prima di andare.</p>
<p style="text-align: left;">Il punto è che non mi ero accorta di niente, così ho chiesto al ragazzo di rimettermi in macchina, ed è stato lui a dirmi che mi ero ribaltata e a chiamare l&#8217;ambulanza intanto che lo guardavo ancora sotto choc. Sai, sarà durata in tutto dieci o quindici minuti, c&#8217;era la presenza di una ragazzina che stava in compagnia di altre due persone. Il giorno dopo, il notiziario ha parlato di un pirata della strada che aveva travolto qualcosa, senza fermarsi. E quel qualcosa era una quattordicenne insieme a un bambino. Sono passati tutti e due dall&#8217;altra parte. Ho capito il senso di questa esperienza quando in Messico ho fumato il veleno di rospo; tutte le fibre del mio essere urlavano e guarivano, risucchiate in un vortice di consapevolezza collettiva. Ho capito le mie vite precedenti, gli errori, il fatto di generare karma con le proprie azioni. Ho capito che senza principio non ci può essere fine. Mi sono vista come una fiamma priva di forma, libera dall&#8217;ansia, dalla preoccupazione, dall&#8217;abbattimento.</p>
<p style="text-align: left;">Quando ero più giovane, ero considerata la più bella qui. Ma sai una cosa? Non mi sono mai data il tempo di riconoscerlo. A dicembre anche Vinni è passato oltre. Ha chiuso la porta e ha lasciato fuori il cane. Un cane da caccia di quelli piccoli, con il pelo ispido, che scorreggiano e uccidono qualsiasi cosa si muova. Vinni diceva che era un angelo con le abitudini di un killer e la sua fedeltà agli umani era più di quanto essi meritassero. Sono stata una delle ultime persone a trascorrere del tempo con Vinnie, più o meno. Mi aveva accompagnato in ospedale per i controlli annuali. Avevamo cominciato a risentirci a ottobre, dopo il suo incidente, spiegando male quattro anni di silenzio. Parlavamo quasi tutti i giorni. Per ragioni difficili da capire, sono molto scossa. L&#8217;ho sognato, leggo tutto quello che riguarda questi ultimi maledetti giorni. Ero andata in viaggio, quindi le comunicazioni si erano bruscamente interrotte. Ti dispiace se te ne parlo? I tuoi consigli mi sono stati d&#8217;aiuto. I giorni con lui sono stati difficili, pieni di scuse, di monologhi, di rabbia improvvisa, di invettive ma anche di dolcezza, in qualche maniera. Non penso di potere aggiungere altro. Le cose vanno come devono andare. Questo clima mi riporta a un mio benefattore. Mi aveva pagato una pensione, trovato una macchina usata e un lavoro pomeridiano, una via di riscatto che non ho percorso. Ero impaziente. Ho ricominciato a farmi con il vicodin, a girare di notte, dormire di mattina, svegliarmi a pomeriggio inoltrato, fino a quando non ho perso il lavoro. Il resto te lo risparmio.</p>
<p style="text-align: left;">Le donne che ho incontrato dicevano di volere cambiare ma non le ho mai viste accettare una qualche possibilità di trasformazione. Restare intrappolati dalla strada per alcuni è l’inferno, l’unica forma di libertà, oppure, come immaginerai, una splendida fuga quando non hai altra scelta. Ogni cosa su questa terra vuole il suo tempo, non c’è cibo cotto in fretta che faccia bene alla salute. Non sto incolpando la famiglia per le mie scelte, almeno non completamente: se ho fatto quello che ho fatto, se fra due possibilità ho scelto la più facile, è stata una mia decisione. Oggi sono più onesta con me stessa, mi avresti vista indossare il costume delle circostanze avverse e pretendere per questo la tua approvazione e il tuo affetto incondizionato, anche per le azioni commesse a causa del lasciapassare che, le grandi aspettative riposte sul mio futuro, mi avevano obbligato ad assecondare. Una specie di mistica onnipotenza. Per vent’anni non ho mai pianto. Ero talmente ossessionata dall’idea di perfezione e mi vergognavo così tanto delle mie dipendenze, da cadere a un livello più basso ogni volta che perdevo l’integrità d’insieme alla quale ero stata educata. La camera degli errori non era contemplata e ribellarmi significava essere colpevole; ed essere colpevole voleva dire scendere un gradino infimo verso la perfezione dell’imperfezione. Il silenzio ha avuto un impatto disastroso: ha definito la mia vita. Dici che so è quindi posso cambiare, che sono diversa. Sapere e sapere come fare non sono la stessa cosa. Mio fratello entrava nella mia stanza quando avevo tredici anni. La parte peggiore però non è questa. Credo tu non sia pronta a sentire che uno strato di me lo aspettava e, in tutto questo tempo, ho vissuto la scissione, la separazione, come autodistruttiva funzionale. Ti è capitato che un collega di tuo padre avesse la possibilità di rimanere solo con te al mare? Il resto puoi immaginarlo. Credi davvero di capire cosa significa essere un oggetto inanimato?</p>
<p style="text-align: left;">Quando hai ricevuto quelle attenzioni e la stessa scena, la situazione così profondamente incisa nella tua memoria, ritorna da grande, la tua mente è spaventata e non funziona alla stessa maniera di come funziona per gli altri. Ho avuto paura della solitudine, uno spavento paralizzante che mi ha fatto dire di ‘sì’ quando l’unica risposta sarebbe stata scappare. Chi mi circondava, chi mi ha cresciuta, scommetteva che sarei finita male. Malata di HIV o senza tetto, in ogni caso vittima delle circostanze. Una vittima inerme nelle mani di altre vittime. Credimi, non è mia intenzione incolpare la società, né il cinismo della gente che mi opprimeva già a partire dalla scuola. È liberatorio massacrare il debole e scegliere di accompagnare il ragazzo d’oro nella sua scalata verso il successo, o la reginetta della festa all&#8217;incoronazione. Se ti avessi incontrata a quel tempo saresti stata l’amica che ti contiene, avresti portato pace e sono certa che non mi avresti giudicata. Ci sono giorni che non mi muovo dal letto, non guardo il telefono, non scrivo messaggi, non accendo la televisione. Ho troppo caldo sotto le coperte e troppo freddo se apro la finestra. Ho passato l’adolescenza guardando film su eroine sbandate, che finivano male e venivano beatificate per questo. Non potevo che fare la stessa cosa, non credi? Se puoi avere tutto quello che vuoi che importa da quale parte arrivano i soldi per ottenerlo? Di tanto in tanto la reginetta muore di overdose e il Golden boy vende le foto del suo corpo da qualche parte sul web. Sai, sono cosciente di essere una persona spezzata e di avere bisogno di aiuto. Ci ho provato.</p>
<p style="text-align: left;">Credo, nel fondo della coscienza, di meritare la merda per la quale sono passata. Per gli incidenti, le frodi, i furti, le molestie. Allo stesso modo, vedo nei tuoi occhi che hai dei dubbi. Queste ombre ti permettono di guardare il mio naufragio da una distanza di sicurezza. Non fraintendermi, so per certo che è un movimento impercettibile. Eppure ti attraversa e ti fa sentire in salvo e orgogliosa di te stessa. Avevo un piano. Molly, la vicina di casa diceva a mia madre che ero intelligente, graziosa, e avrei fatto fortuna, mia madre rispondeva che nessuno può guardare più lontano del proprio giardino. E il nostro era un giardino pieno di rottami. Avevo un piano, dicevo. A trent’anni avrei già avuto una casa mia, un figlio e un lavoro da assistente. Non riuscivo a visualizzare il tipo di marito, i suoi vestiti, l’odore, o lo sport che avrebbe guardato in TV con gli amici. Vedevo le mie mani curate, il guardaroba, ero certa che il boss mi avrebbe scelta per gli incontri di rappresentanza e avrei studiato il francese e lo spagnolo, anche il cinese se fosse stato necessario. Ma quello che ti dico ora è una copia deforme del reale, degli ostacoli che vedevo davanti a me insieme alla difficoltà necessaria a superarli. Avrei potuto diventare una benefattrice, invece sono caduta mille volte nell’autocommiserazione. Non vorrei che pensassi che mi sento vittima delle circostanze, ho capito di essere le circostanze, proprio per certe forme di interpretazione della realtà.</p>
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		<title>Babilonia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/01/27/babilonia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2025 06:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Bosco verticale]]></category>
		<category><![CDATA[Gianandrea Barreca]]></category>
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		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Gianni Biondillo</strong> <br />
Fra opere di maggior o minore qualità, fra grandi cantieri e cantieri smisurati, ecco spuntare fuori il Bosco Verticale. Progetto vincente, inutile negarlo, a partire dalla sua comunicazione. Architettura che si fa claim, slogan, motto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-111239" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2.jpg" alt="" width="1135" height="761" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2.jpg 1135w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-1024x687.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-768x515.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-150x101.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-696x467.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-1068x716.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/milano-isola-bosco-verticale_2-626x420.jpg 626w" sizes="(max-width: 1135px) 100vw, 1135px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Sembra un&#8217;altra Milano, eppure sono passati solo dieci anni. Quella del 2014 era, a tutti gli effetti, il più grande cantiere d&#8217;Europa, primato scippato a Berlino alla fine del secolo scorso. Nella corsa contro al tempo per arrivare all&#8217;inaugurazione di Expo2015, non c&#8217;era angolo della città che non fosse un cantiere, popolato di “umarelli”, fuori dalle recinzioni di cantiere, con le mani dietro la schiena a disquisire con gli operai (pazientissimi) su come gettare il cemento o eseguire un finitura. Tutto era Expo, in quegli anni, per i milanesi. Anche cose che con Expo non c&#8217;entravano nulla. Ma in fondo non era sbagliato pensarlo. Dopo il sonno post-tangentopoli durato un decennio, il capitale mondiale aveva spostato lo sguardo sulla città meneghina: Expo, insomma, era una scusa, una operazione di marketing urbano per rimettere tutto in moto. Per “estrarre” denaro dall&#8217;edilizia. E fra opere di maggior o minore qualità, fra grandi cantieri e cantieri smisurati, in attesa di riattivare anche gli scali ferroviari, ecco spuntare fuori il Bosco Verticale. Progetto vincente, inutile negarlo, a partire dalla sua comunicazione. Architettura che si fa <em>claim</em>, slogan, motto.</p>
<p>Onore ai tre progettisti. Ché, è bene ricordarlo, sono tre. Altrimenti qui facciamo come con De André, al quale assegniamo la scrittura di tutte le sue canzoni, quando invece le ha quasi tutte scritte con altri autori colpevolmente dimenticati. E parlo di signor autori, da De Gregori a Bubola, da Pagani a Fossati. Quindi, fuori i nomi: Stefano Boeri, Gianandrea Barreca, Giovanni La Varra.</p>
<p>S&#8217;è detto tutto e il contrario di tutto, delle due torri. Io per primo. Pochi progetti hanno avuto laudatori e critici, followers e haters, come il Bosco Verticale. E la cosa in fondo interessante è che hanno ragione sia gli uni che gli altri: è un progetto che guarda alla biodiversità, al rapporto del verde in città, innovativo, visionario; sono case per ricchi, per chi se lo può permettere, è speculazione fondiaria; No è una sperimentazione urbana, un nuovo approccio ecologico, un contributo alla qualità dell&#8217;aria; figuriamoci, è marketing urbano, greenwashing, gentrificazione! Da quanto tempo un&#8217;architettura non scatenava polemiche così accese?</p>
<p>Chi aveva occhio aveva compreso da subito che sarebbe diventato un marcatore territoriale, un oggetto identitario per la metropoli. Gianni Amelio, ad esempio, gira le prime scene del suo <em>L&#8217;intrepido</em>, nel cantiere del Bosco Verticale, dove si vede Antonio Albanese che posa un albero dentro un&#8217;enorme vasca catramata. Il film esce nel 2013, il cantiere non era ancora terminato, ma già se ne sentiva l&#8217;iconicità.</p>
<p>I tre architetti, e loro lo sanno per primi, non hanno inventato niente. Senza bisogno di andare indietro nel tempo (dai giardini di Babilonia alla torre medievale del Guinigi a Lucca), a loro è bastato fermarsi davanti alla facciata verde che orna l&#8217;edificio in via Quadronno degli architetti Mangiarotti e Morassutti per capire che esisteva un modo diverso di pensare gli edifici a torre che non fosse quello delirante che da decenni imperversa in tutto il mondo, fatto di pareti vetrate, riflettenti, dove persino aprire una finestra è vietato. Piaccia o non piaccia, il progetto ha aperto una discussione importante, non solo nella disciplina. Come dobbiamo (ri)pensare le nostre città, di fronte alle sfide dei cambiamenti climatici? Il Bosco Verticale, a ben vedere, è un manifesto. Ha una forza simbolica che travalica quella estetica. Ci dice: le città possono, anzi devono, convivere con la natura. Per la pura e semplice sopravvivenza della specie, elemento centrale di ogni progettazione urbana.</p>
<p>È una nuova urbanistica quella che si impone. Che progetta la restituzione della permeabilità del suolo o la mobilità dolce fatta di corridoi verdi che collegano parchi e giardini. Parchi non più solo luogo di svago, ma spazi di produzione alimentare a chilometro zero (parchi edibili). Un&#8217;urbanistica che abbatte le isole di calore urbane rendendo i tetti coltivabili e trasformando le barriere infrastrutturali in facciate verdi. Che impianta milioni di alberi. Foreste metropolitane, da gestire come nel medioevo, capaci di essere produttive in termini di materie prime. Un&#8217;urbanistica che è capace di lasciare “a maggese” parti del territorio, mitigando la dannosa presenza umana e qualificando la resilienza dell’ecosistema.</p>
<p>Oggi, a dieci anni di distanza, con tanto di pandemia che ci ha mostrato tutte le nostre difficoltà relazionali, possiamo dire che l&#8217;esperimento del Bosco Verticale, per la sua stessa presenza, ha vinto? Purtroppo no. Alla fine è andata come sappiamo. Il mercato immobiliare ha reso la città sempre più attrattiva solo per chi poteva permetterselo. È l&#8217;ecologia sociale la grande sconfitta di questa città. Volevamo una città esclusiva, è diventata una città escludente.</p>
<p style="clear: both;">(<em>pubblicato precedentemente su</em> La Repubblica-Milano <em>il 3 dicembre 2024</em>)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Sui &#8220;Truisms&#8221; di Jenny Holzer</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/01/03/sui-truisms-di-jenny-holzer/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jan 2025 13:35:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[arte pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[installazione]]></category>
		<category><![CDATA[jenny holzer]]></category>
		<category><![CDATA[pragmatica]]></category>
		<category><![CDATA[truismi]]></category>
		<category><![CDATA[truisms]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Redazione </strong> <br />  Il 31 dicembre alcuni di noi hanno perso un caro amico, un compagno d’avventure letterarie e intellettuali, Alessandro Broggi. Tutta Nazione Indiana, però, ha perso un ex-redattore, che ha lasciato di sé il ricordo di una rara capacità di ascolto e di dialogo, di autonomia radicale e, nello stesso tempo, di attenzione ai percorsi e alle posizioni altrui.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il 31 dicembre alcuni di noi hanno perso un caro amico, un compagno d’avventure letterarie e intellettuali, <strong>Alessandro Broggi</strong>. Tutta Nazione Indiana, però, ha perso un ex-redattore, che ha lasciato di sé il ricordo di una rara capacità di ascolto e di dialogo, di autonomia radicale e, nello stesso tempo, di attenzione ai percorsi e alle posizioni altrui.</em></p>
<p><em>Lo vogliamo ricordare, oggi, assieme agli amici e ai famigliari che si sono riuniti per rendergli un saluto collettivo a Ligurno (Va).</em></p>
<p><em>Pur essendo un autore estremamente consapevole dei suoi mezzi, e costantemente attento ai presupposti teorici del fare artistico, Alessandro Broggi ha scritto raramente interventi saggistici e di critica. Anche per questo motivo, vogliamo ricordarlo, ripubblicando un suo pezzo sull’artista statunitense Jerry Holzer, apparso inedito su Nazione Indiana, nel 2012, nel periodo in cui era membro attivo delle redazione.</em></p>
<p><strong>La redazione</strong></p>
<p style="text-align: right;">(La foto di Alessandro in homepage è di Gianluca Codeghini)</p>
<p style="text-align: center;">⊗⊗⊗</p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/13/sui-truisms-di-jenny-holzer/holzer-2/" rel="attachment wp-att-43556"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-43556" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/holzer1-300x225.jpg" alt="" width="216" height="162" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/holzer1-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/holzer1.jpg 640w" sizes="(max-width: 216px) 100vw, 216px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/13/sui-truisms-di-jenny-holzer/holzer2/" rel="attachment wp-att-43557"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-43557" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/holzer2-300x225.jpg" alt="" width="216" height="162" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/holzer2-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/holzer2.jpg 500w" sizes="(max-width: 216px) 100vw, 216px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/13/sui-truisms-di-jenny-holzer/holzer3/" rel="attachment wp-att-43558"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/holzer3-300x156.jpg" alt="" width="235" height="122"/></a></p>
<p style="text-align: right;">di<strong> Alessandro Broggi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A partire soprattutto dagli anni ’60, molti artisti più o meno impegnati, concettuali e non, hanno iniziato a produrre opere che andassero oltre i supporti tradizionali della pittura e della scultura, utilizzando il video, l’installazione, la fotografia e ogni sorta di medium estraneo agli abiti dell’arte precedente. Altri, tra i materiali stessi della loro ricerca hanno spesso scelto parole e frasi della lingua naturale. <span id="more-43093"></span>In diversi casi, si è trattato di lavorare orizzontalmente, in un movimento sincronico che partisse dall’istanza sociale e dalla comunicazione viva, più che verticalmente rispetto alle forme disciplinari di un dato genere o mezzo. Dipingere paesaggi bucolici non rappresentava più la realtà, che era diventata urbana, telematica, industriale e commerciale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il paesaggio era fatto – sempre più – di cemento, segnali stradali, marchi di fabbrica, insegne, slogan pubblicitari e televisione (e, ora, di messaggi e discorsi sui telefoni cellulari, computer, ipod &amp; ipad, kindle, eccetera). Illustrare situazioni d’evasione, della fantasia o della memoria significava assumere una posizione nostalgica e politicamente marginale. Si trattava, piuttosto, di consapevolizzare i modi di comunicazione alla base dei rapporti, le convenzioni e le convinzioni circolanti, e insomma gli stessi presupposti culturali di una società complessa, prodotti dal sistema dei consumi, dalle tecnologie e dai media, rendendoli visibili e manipolabili. “Quanto dobbiamo fare è accostare informazione a informazione, non importa quale. È così che diverremo consapevoli del mondo perché è quanto fa esso stesso”, scriveva Cage. Il filone concettuale si pose tra gli altri l’obiettivo, se così si può dire, di “un’arte che non recitasse più, ma che si mettesse a nudo” (Celant), e che “mettesse a nudo”, prendendo un messaggio, un’idea, un meccanismo o un contenuto culturale e mostrandolo in modo trasparente e senza residui.</p>
<p style="text-align: justify;">È quanto fa l’americana Jenny Holzer, una delle principali artiste orientate al linguaggio, che presentò la sua prima serie, i <em>Truisms</em>, nel 1977-79. Quest’opera, che riprendo qui integralmente, ha come obiettivo l’analisi della forza del linguaggio e della sua capacità di veicolare messaggi. I <em>Truisms</em> (truismi) – il termine significa “verità ovvie” – sono una lunga sequenza di <em>sentenze</em>, lunghe una riga e ordinate alfabeticamente, per lo più presentate singolarmente o a gruppi, sui supporti più vari.</p>
<p style="text-align: justify;">La lingua scelta dalla Holzer per questo particolare genere di aforismi ci ricorda che il nostro linguaggio è piano e diretto, che usiamo un vocabolario semplice per la maggior parte del tempo, a volte ripetendo parole e frasi importanti. Ma la particolarità dei <em>Truisms</em> sta nella fusione di due retoriche contrapposte: l’impulso passionale e irrazionale tipico del manifesto, e la razionalità fredda e di servizio della didascalia. Come il primo, la lingua dei <em>Truisms</em> è incisiva, assertiva, fattuale e programmaticamente calda; come la seconda, è denotativa, esplicativa, anonima, neutra e sgombra. Questo espediente, insieme alla mancanza quasi totale di pronomi personali, ha come effetto immediato l’indecidibilità della voce autoriale e la pluralizzazione dei punti di vista. L’ordine alfabetico, che nella successione completa dei <em>Truisms</em> dà adito spesso a vistose contraddizioni tra frasi vicine, rende ancora più evidente la volontà oggettivante e l’intenzione dell’artista di tagliare qualsiasi legame tra autore e testo. L’autore progettato dai testi della Holzer è infatti dappertutto e in nessun luogo – ma insieme stranamente imperativo e rigidamente ideologico. È questo lo scopo comunicativo: il fruitore, chiamato in causa in prima persona, si chiede da dove vengano queste frasi, chi le abbia pronunciate e che cosa significhino per lui. Tenendo in sospeso la figura dell’autore, il lettore viene così forzato a prendere posizione personalmente, a confrontarsi con un ventaglio di posizioni perentorie e compulsorie, che sintetizzano acutamente luoghi comuni e cliché circolanti. Molte di queste sentenze, abilmente costruite dalla Holzer, sembrano infatti frasi colte dalla strada, idee o pregiudizi ascoltati in metropolitana, slogan percepiti alla Tv, discorsi che ci avvolgono quando cuciniamo un pasto solitario o mentre aspettiamo alla fermata del tram. Ci restituiscono una versione del mondo quando la nostra censura interna smette di funzionare e il rumore di fondo dei discorsi fuori di noi ci appare come il nostro stesso pensiero. I <em>Truisms</em> ci mostrano cioè come fatti e concetti esterni a noi, spesso indotti dal sistema (=ideologia), vengono interiorizzati come pensieri individuali e monologhi interiori.</p>
<p style="text-align: justify;">Il contesto di fruizione, pensato dall’artista per i <em>Truisms</em>, è principalmente proprio quello dei luoghi pubblici, e solo in seconda battuta quello degli spazi museali, delle mostre e delle gallerie d’arte. Al di fuori dell’ambiente protetto e schermato dell’arte, il loro impatto è infatti più forte, perché lì siamo più indifesi, naturalmente portati a leggere i messaggi che ci circondano non come oggetti estetici (finzioni) ma come messaggi funzionali, legati pragmaticamente al contesto comunicativo, al mondo reale e al nostro comportamento effettivo. Ecco perché la Holzer, per il testo dei <em>Truisms</em> e per quelli delle opere successive (si veda a riguardo la preziosa monografia edita da Phaidon, sulle cui analisi critiche si basano alcuni di questi ragionamenti) ha scelto siti e supporti pubblici (subdolamente) stranianti, come per esempio volantini, manifesti pubblicitari, cartelloni e poster stradali, placchette esplicative di bronzo posizionate sopra o accanto a fontane e monumenti, targhette commerciali, cappellini, magliette, confezioni di profilattici e gadgets vari, portiere dei taxi, panchine pubbliche, neon, scritte luminose, tabelloni per gli annunci aeroportuali o per il punteggio negli stadi di football americano, e infine – come per una celebre installazione a Times Square – led e nastri luminosi dove normalmente scorrono pubblicità e messaggi di servizio.</p>
<p style="text-align: justify;">L’intento della Holzer è allora, in ultima analisi, quello di sorprendere l’uomo comune, chiamandolo prepotentemente in causa con stringhe veritative di comune esperienza e slogan aforistici essenziali, oggettivi e dal tono apodittico, presentati in contesti insospettati, laddove vigono automatismi percettivi legati ad altri codici di informazione, contemporaneamente ricodificando la pelle discorsiva dei luoghi della nostra contemporaneità e smascherando la pervasività del linguaggio dell’istituzione coll’impossessarsi del suo potere.</p>
<p>a little knowledge can go a long way</p>
<p>a lot of professionals are crackpots</p>
<p>a man can’t know what it is to be a mother</p>
<p>a name means a lot just by itself</p>
<p>a positive attitude means all the difference in the world</p>
<p>a relaxed man is not necessarily a better man</p>
<p>a sense of timing is the mark of genius</p>
<p>a sincere effort is all you can ask</p>
<p>a single event can have infinitely many interpretations</p>
<p>a solid home base builds a sense of self</p>
<p>a strong sense of duty imprisons you</p>
<p>absolute submission can be a form of freedom</p>
<p>abstraction is a type of decadence</p>
<p>abuse of power comes as no surprise</p>
<p>action causes more trouble than thought</p>
<p>alienation produces eccentrics or revolutionaries</p>
<p>all things are delicately interconnected</p>
<p>ambition is just as dangerous as complacency</p>
<p>ambivalence can ruin your life</p>
<p>an elite is inevitable</p>
<p>anger or hate can be a useful motivating force</p>
<p>animalism is perfectly healthy</p>
<p>any surplus is immoral</p>
<p>anything is a legitimate area of investigation</p>
<p>artificial desires are despoiling the earth</p>
<p>at times inactivity is preferable to mindless functioning</p>
<p>at times your unconsciousness is truer than your conscious mind</p>
<p>automation is deadly</p>
<p>awful punishment awaits really bad people</p>
<p>bad intentions can yield good results</p>
<p>being alone with yourself is increasingly unpopular</p>
<p>being happy is more important than anything else</p>
<p>being judgmental is a sign of life</p>
<p>being sure of yourself means you’re a fool</p>
<p>believing in rebirth is the same as admitting defeat</p>
<p>boredom makes you do crazy things</p>
<p>calm is more conductive to creativity than is anxiety</p>
<p>categorizing fear is calming</p>
<p>change is valuable when the oppressed become tyrants</p>
<p>chasing the new is dangerous to society</p>
<p>children are the most cruel of all</p>
<p>children are the hope of the future</p>
<p>class action is a nice idea with no substance</p>
<p>class structure is as artificial as plastic</p>
<p>confusing yourself is a way to stay honest</p>
<p>crime against property is relatively unimportant</p>
<p>decadence can be an end in itself</p>
<p>decency is a relative thing</p>
<p>dependence can be a meal ticket</p>
<p>description is more important than metaphor</p>
<p>deviants are sacrificed to increase group solidarity</p>
<p>disgust is the appropriate response to most situations</p>
<p>disorganization is a kind of anesthesia</p>
<p>don’t place to much trust in experts</p>
<p>drama often obscures the real issues</p>
<p>dreaming while awake is a frightening contradiction</p>
<p>dying and coming back gives you considerable perspective</p>
<p>dying should be as easy as falling off a log</p>
<p>eating too much is criminal</p>
<p>elaboration is a form of pollution</p>
<p>emotional responses ar as valuable as intellectual responses</p>
<p>enjoy yourself because you can’t change anything anyway</p>
<p>ensure that your life stays in flux</p>
<p>even your family can betray you</p>
<p>every achievement requires a sacrifice</p>
<p>everyone’s work is equally important</p>
<p>everything that’s interesting is new</p>
<p>exceptional people deserve special concessions</p>
<p>expiring for love is beautiful but stupid</p>
<p>expressing anger is necessary</p>
<p>extreme behavior has its basis in pathological psychology</p>
<p>extreme self-consciousness leads to perversion</p>
<p>faithfulness is a social not a biological law</p>
<p>fake or real indifference is a powerful personal weapon</p>
<p>fathers often use too much force</p>
<p>fear is the greatest incapacitator</p>
<p>freedom is a luxury not a necessity</p>
<p>giving free rein to your emotions is an honest way to live</p>
<p>go all out in romance and let the chips fall where they may</p>
<p>going with the flow is soothing but risky</p>
<p>good deeds eventually are rewarded</p>
<p>government is a burden on the people</p>
<p>grass roots agitation is the only hope</p>
<p>guilt and self-laceration are indulgences</p>
<p>habitual contempt doesn’t reflect a finer sensibility</p>
<p>hiding your emotions is despicable</p>
<p>holding back protects your vital energies</p>
<p>humanism is obsolete</p>
<p>humor is a release</p>
<p>ideals are replaced by conventional goals at a certain age</p>
<p>if you aren’t political your personal life should be exemplary</p>
<p>if you can’t leave your mark give up</p>
<p>if you have many desires your life will be interesting</p>
<p>if you live simply there is nothing to worry about</p>
<p>ignoring enemies is the best way to fight</p>
<p>illness is a state of mind</p>
<p>imposing order is man’s vocation for chaos is hell</p>
<p>in some instances it’s better to die than to continue</p>
<p>inheritance must be abolished</p>
<p>it can be helpful to keep going no matter what</p>
<p>it is heroic to try to stop time</p>
<p>it is man’s fate to outsmart himself</p>
<p>it is a gift to the world not to have babies</p>
<p>it’s better to be a good person than a famous person</p>
<p>it’s better to be lonely than to be with inferior people</p>
<p>it’s better to be naive than jaded</p>
<p>it’s better to study the living fact than to analyze history</p>
<p>it’s crucial to have an active fantasy life</p>
<p>it’s good to give extra money to charity</p>
<p>it’s important to stay clean on all levels</p>
<p>it’s just an accident that your parents are your parents</p>
<p>it’s not good to hold too many absolutes</p>
<p>it’s not good to operate on credit</p>
<p>it’s vital to live in harmony with nature</p>
<p>just believing something can make it happen</p>
<p>keep something in reserve for emergencies</p>
<p>killing is unavoidable but nothing to be proud of</p>
<p>knowing yourself lets you understand others</p>
<p>knowledge should be advanced at all costs</p>
<p>labor is a life-destroying activity</p>
<p>lack of charisma can be fatal</p>
<p>leisure time is a gigantic smoke screen</p>
<p>listen when your body talks</p>
<p>looking back is the first sign of aging and decay</p>
<p>loving animals is a substitute activity</p>
<p>low expectations are good protection</p>
<p>manual labor can be refreshing and wholesome</p>
<p>men are not monogamous by nature</p>
<p>moderation kills the spirit</p>
<p>money creates taste</p>
<p>monomania is a prerequisite of success</p>
<p>morals are for little people</p>
<p>most people are not fit to rule themselves</p>
<p>mostly you should mind your own business</p>
<p>mothers shouldn’t make too many sacrifices</p>
<p>much was decided before you were born</p>
<p>murder has its sexual side</p>
<p>myth can make reality more intelligible</p>
<p>noise can be hostile</p>
<p>nothing upsets the balance of good and evil</p>
<p>occasionally principles are more valuable than people</p>
<p>offer very little information about yourself</p>
<p>often you should act like you are sexless</p>
<p>old friends are better left in the past</p>
<p>opacity is an irresistible challenge</p>
<p>pain can be a very positive thing</p>
<p>people are boring unless they are extremists</p>
<p>people are nuts if they think they are important</p>
<p>people are responsible for what they do unless they are insane</p>
<p>people who don’t work with their hands are parasites</p>
<p>people who go crazy are too sensitive</p>
<p>people won’t behave if they have nothing to lose</p>
<p>physical culture is second best</p>
<p>planning for the future is escapism</p>
<p>playing it safe can cause a lot of damage in the long run</p>
<p>politics is used for personal gain</p>
<p>potential counts for nothing until it’s realized</p>
<p>private property created crime</p>
<p>pursuing pleasure for the sake of pleasure will ruin you</p>
<p>push yourself to the limit as often as possible</p>
<p>raise boys and girls the same way</p>
<p>random mating is good for debunking sex myths</p>
<p>rechanneling destructive impulses is a sign of maturity</p>
<p>recluses always get weak</p>
<p>redistributing wealth is imperative</p>
<p>relativity is no boon to mankind</p>
<p>religion causes as many problems as it solves</p>
<p>remember you always have freedom of choice</p>
<p>repetition is the best way to learn</p>
<p>resolutions serve to ease our conscience</p>
<p>revolution begins with changes in the individual</p>
<p>romantic love was invented to manipulate women</p>
<p>routine is a link with the past</p>
<p>routine small excesses are worse than then the occasional debauch</p>
<p>sacrificing yourself for a bad cause is not a moral act</p>
<p>salvation can’t be bought and sold</p>
<p>self-awareness can be crippling</p>
<p>self-contempt can do more harm than good</p>
<p>selfishness is the most basic motivation</p>
<p>selflessness is the highest achievement</p>
<p>separatism is the way to a new beginning</p>
<p>sex differences are here to stay</p>
<p>sin is a means of social control</p>
<p>slipping into madness is good for the sake of comparison</p>
<p>sloppy thinking gets worse over time</p>
<p>solitude is enriching</p>
<p>sometimes science advances faster than it should</p>
<p>sometimes things seem to happen of their own accord</p>
<p>spending too much time on self-improvement is antisocial</p>
<p>starvation is nature’s way</p>
<p>stasis is a dream state</p>
<p>sterilization is a weapon of the rulers</p>
<p>strong emotional attachment stems from basic insecurity</p>
<p>stupid people shouldn’t breed</p>
<p>survival of the fittest applies to men and animals</p>
<p>symbols are more meaningful than things themselves</p>
<p>taking a strong stand publicizes the opposite position</p>
<p>talking is used to hide one’s inability to act</p>
<p>teasing people sexually can have ugly consequences</p>
<p>technology will make or break us</p>
<p>the cruelest disappointment is when you let yourself down</p>
<p>the desire to reproduce is a death wish</p>
<p>the family is living on borrowed time</p>
<p>the idea of revolution is an adolescent fantasy</p>
<p>the idea of transcendence is used to obscure oppression</p>
<p>the idiosyncratic has lost its authority</p>
<p>the most profound things are inexpressible</p>
<p>the mundane is to be cherished</p>
<p>the new is nothing but a restatement of the old</p>
<p>the only way to be pure is to stay by yourself</p>
<p>the sum of your actions determines what you are</p>
<p>the unattainable is invariable attractive</p>
<p>the world operates according to discoverable laws</p>
<p>there are too few immutable truths today</p>
<p>there’s nothing except what you sense</p>
<p>there’s nothing redeeming in toil</p>
<p>thinking too much can only cause problems</p>
<p>threatening someone sexually is a horrible act</p>
<p>timidity is laughable</p>
<p>to disagree presupposes moral integrity</p>
<p>to volunteer is reactionary</p>
<p>torture is barbaric</p>
<p>trading a life for a life is fair enough</p>
<p>true freedom is frightful</p>
<p>unique things must be the most valuable</p>
<p>unquestioning love demonstrates largesse of spirit</p>
<p>using force to stop force is absurd</p>
<p>violence is permissible even desirable occasionally</p>
<p>war is a purification rite</p>
<p>we must make sacrifices to maintain our quality of life</p>
<p>when something terrible happens people wake up</p>
<p>wishing things away is not effective</p>
<p>with perseverance you can discover any truth</p>
<p>words tend to be inadequate</p>
<p>worrying can help you prepare</p>
<p>you are a victim of the rules you live by</p>
<p>you are guileless in your dreams</p>
<p>you are responsible for constituting the meaning of things</p>
<p>you are the past present and future</p>
<p>you can live on through your descendants</p>
<p>you can’t expect people to be something they’re not</p>
<p>you can’t fool others if you’re fooling yourself</p>
<p>you don’t know what’s what until you support yourself</p>
<p>you have to hurt others to be extraordinary</p>
<p>you must be intimate with a token few</p>
<p>you must disagree with authority figures</p>
<p>you must have one grand passion</p>
<p>you must know where you stop and the world begins</p>
<p>you can understand someone of your sex only</p>
<p>you owe the world not the other way around</p>
<p>you should study as much as possible</p>
<p>your actions ae pointless if no one notices</p>
<p>your oldest fears are the worst ones</p>
<p>*</p>
<p><em>Pubblicato in origine il 13 settembre 2012 su NI.</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Evviva Sud. Nuovo numero 24: Itinera</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/11/15/evviva-sud-nuovo-numero-24-itinera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Nov 2024 06:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Giusy La Serissima]]></category>
		<category><![CDATA[Mirco Salvadori]]></category>
		<category><![CDATA[rivista Sud]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Forlani</strong> <br />Come ogni anno, con salti mortali e piccoli miracoli tra amici, fresco di stampa il nuovo Sud esiste, su supporto cartaceo in una tiratura limitata e disponibile gratuitamente in edizione digitale insieme all'intera serie a questo indirizzo. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-110356" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Capture-décran-2024-11-10-à-09.51.59.png" alt="" width="543" height="758" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Capture-décran-2024-11-10-à-09.51.59.png 543w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Capture-décran-2024-11-10-à-09.51.59-215x300.png 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Capture-décran-2024-11-10-à-09.51.59-150x209.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Capture-décran-2024-11-10-à-09.51.59-300x419.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Capture-décran-2024-11-10-à-09.51.59-301x420.png 301w" sizes="(max-width: 543px) 100vw, 543px" /></p>
<p>Come ogni anno, con salti mortali e piccoli miracoli tra amici, fresco di stampa il nuovo Sud esiste, su supporto cartaceo in una tiratura limitata e disponibile gratuitamente in edizione digitale insieme all&#8217;intera serie <a href="https://www.nunziatella.it/sud-rivista-europea-la-serie-completa/">a questo indirizzo. </a></p>
<p>Per l&#8217;occasione vorrei proporre un pezzo su Venezia secondo me bellissimo di Mirco Salvadori e Giusy La Serissima, giunto in redazione quando ormai le macchine della tipografia già sfornavano i larghi fogli della rivista e che purtroppo non abbiamo potuto inserire in questo numero dedicato al senso del viaggio.</p>
<p>Buona lettura.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Venezia Sub Reale<br />
</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-110359" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/VENEZIA.jpg" alt="" width="700" height="420" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/VENEZIA.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/VENEZIA-300x180.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/VENEZIA-150x90.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/VENEZIA-696x418.jpg 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>Uno stravagante racconto di quotidiana reale assurdità<br />
</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>di </em><strong>Mirco Salvadori e Giusy La Serissima</strong></p>
<p>Venezia è un pesce, scriveva ben ventiquattro anni or sono Tiziano Scarpa che in questo luogo di paura e delirio, come me vive. Qui però non siamo a bordo di una enorme decapottabile che sfreccia lungo il deserto verso Las Vegas, qui non usiamo droghe per alterare il nostro stato di coscienza, qui alterati ormai lo siamo stabilmente perché questa è Lagunaland, un PDP: Parco Divertimento per Poveri, una stazione di disservizio mangia e deponi i tuoi scarti ovunque, un gioco mortale al ‘vediamo se oggi riesco a salire sul vaporetto senza maledire i morti ai mille rintronati con zaino che gremiscono il carro bestiame galleggiante’, una sfida continua alla propria integrità psicologica, messa a rischio sei giorni su sette, dentro le anguste mura di un luogo che si trova sotto le Procuratorie di una che sarebbe anche la più bella Piazza del mondo, non fosse per loro: i foresti e per chi da sempre non sa governarli e governare questo sputo di isola, un tempo Regina dei Mari.</p>
<p>Mi chiamo Giusy, da oltre vent’anni e ancora non so ancora per quanto, faccio la commessa in un negozio di Piazza San Marco. Vendo ciarabatoe made in Ciaina per i turisti che non sa gnanca de esser al mondo.  Questa è la storia della mia tragica vita a contatto con l’overturism o come casso se scrive!</p>
<p>Ho lasciato a Giusy l’onere della presentazione, sapevo ci teneva come qualsiasi local lagunare quando si tratta di parlare della propria città invasa. Io sono un semplice narratore che ogni tanto appare nelle pagine dei romanzi o dei racconti. Il mio è un mestiere per nulla redditizio ma decisamente soddisfacente dal punto di vista dello scambio, del dialogo. Ogni pagina che frequento, ogni pensiero con il quale vengo a contatto, è fonte di piacere perché mi permette di conoscere mondi nascosti, realtà altrimenti impossibili da scoprire e soprattutto, mette alla prova la mia pazienza perché lo assicuro, avere a che fare con Giusy chiamata Ea Serenissima, una casteana nata e tutt’ora residente in Cae dei Preti, un frammento del sestiere più popolare di Venezia, lì dove in tempi neanche tanto remoti, se per sbaglio ci passavi e non conoscevi nessuno del posto,  ti chiedevano cosa ci facevi lì e dove stessi andando, è compito per nulla facile.</p>
<p>La storia comunque non può che raccontarla un veneziano vero, non quello che sta oltre il Ponte della Libertà che per fare il figo dice di essere figlio della Laguna e magari è nato ed abita nelle campagne vicine, quello che il sabato sera cala in città per gli addio al celibato con cinquanta sui consimili, tutti sventurati alcolisti e futuri disperati mariti ma anche mogli, inconsulti giovani che mai reciterebbero quella grottesca tragedia di vino da poche lire, urla, canti sguaiati, peni fluttuanti nell’aria e vuoto mentale, nella piazza del loro paese così devoto e pudico, un veneziano vero insisto, quello nato e ancora miracolosamente residente in centro storico, colui che si aggrappa con le unghie ai muri scrostati e contaminati dalla salsedine, pur di non finire a vivere in quelle piazze così devote, colui che va a formare quel numero in costante discesa che appare nei contatori di fine vita lagunare, posizionati in due farmacie del centro storico, unici luoghi nei quali trovare la chimica capace di calmare l’ansia da invasione costante. Un tempo esistevano le pause, qualche mese di pace, il silenzio! Ora è un continuo arrivo, senza sosta. Le strade sono intasate, non si cammina, si fa lo slalom tra trolley e gruppi sconfinati di invasori ai quali basta giungere in Piazza San Marco, convinti sia Piazza San Pietro, per vedere il Papa affacciarsi al balcone: questa l’ho sentita dalla Giusy ed è vita vera, reale, che il local veneziano tocca con mano ogni santo giorno.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-110360" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Pasticceria-Donatella-Rio-Terà-Cannaregio.jpg" alt="" width="300" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Pasticceria-Donatella-Rio-Terà-Cannaregio.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Pasticceria-Donatella-Rio-Terà-Cannaregio-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Pasticceria-Donatella-Rio-Terà-Cannaregio-150x200.jpg 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><em>No sta darme el foresto che se mette a far el paeadìn de Venessia! Ti vara se dovevo beccarme un naratore che me cava via l’aria. Come no ghe fusse già bastansa gente che me cava l’aria ogni santo giorno!</em></p>
<p>Insomma, lui vi ha già informato sul mio conto per cui non sto a dilungarmi. Molte però sono le cose che ignora perché il lavoro da commessa in Piazza, ha lo stesso valore che possiede quello di uno sceneggiatore di fama a Hollywood. Siamo tutti figli di Truman e la sostanza tossica nella quale ci immergiamo ogni santo giorno ci rende parimenti cinici e taglienti.</p>
<p>Quando, alle dieci del mattino inserisco la chiave nella serratura della porta che dovrà rimanere spalancata tutto il giorno e parte della notte, visto che qui si chiude alle undici, di notte dico,  attorno a me prende vita un mondo che solo uno schermo cinematografico potrebbe ospitare e questa assurda e unica città sopportare.</p>
<p>Il rito è sempre lo stesso: apri, fai ordine, pulisci e togli la polvere dalle vetrine, rimpiazzi ciò che manca dagli scaffali e prima che giunga la piena umana che tutto spazza via, attendi il passaggio dei tuoi colleghi, persone che lavorano tutte nei negozi sotto le Procuratorie ma di cui non conosci il nome perché in questo far west serenissimo, ciò che conta sono i soprannomi.</p>
<p>L’elenco che segue conterrà molte parole in dialetto veneziano che non sto a tradurre, fate uno sforzo che tanto siete sempre in debito con noi, lo siete ogni santa volta che decidete di venire qui in visita andando ad ingrossare le fila del turistame, quello mordi e poi fuggi perché:<em> Venezia è bella ma non ci vivrei… </em>aeora perché casso ti ghe vien?! Testa da battipai che no ti xe altro!</p>
<p>Quello che segue è un elenco parziale della fauna che incontro ogni mattina che il Santissimo ci porge in dono e sempre o quasi sempre, sia lodato.</p>
<p><em>Punto e virgoa.</em> Nane per gli intimi. Raccoglitore seriale di inutili scarti altrui che andava a cercare nei cestini della spazzatura della Piazza. Da sempre veste il suo metro e forse neanche cinquanta con ricercata sapienza, usando anelli in numero spropositato e foulard anche e soprattutto annodati alla tracolla dell’immancabile borsello. Dopo aver beccato una multa salata per furto di monnezza, si è riciclato come cantante/ballerino ma non a richiesta, nel senso che è lui a chiedere un euro formulando a chiunque lavori in zona, ambulanti in primis, la domanda: ti me da un euro se canto e baeo? Dileggiato  via social ma anche amato dai più, è odiato dai “bangla”, la nuova dinastia di ambulanti che pian piano sta soppiantando i local: una stirpe con storia ultra decennale alle spalle che ha le sue radici nei banchetti che coprono la Riva degli Schiavoni e li ha resi benestanti, grazie alla vendita di soffocante paccottiglia veneziana made in China.</p>
<p><em>Tacchetti</em>. Un tempo commessa in carne e, dopo miracolosa dieta dimagrante, agile camminatrice che puntualmente e con uno sciocco sorriso stampato sul viso, va ad aprire il negozio quando ancora il silenzio regna lungo le Procuratorie. <em>Ecco che ea riva, </em>senti dire dai colleghi riuniti per la colazione al Caffé Quadri e lo capisci dal rumore assordante prodotto dai quei tacchi (da qui il soprannome), indossati dopo la miracolosa dieta dimagrante e mai più abbandonati.</p>
<p><em>Uomo Colonna o Uomo Zucca. </em>Lui è un commesso che, dopo aver aperto il negozio, esce, si appoggia ad una colonna delle Procuratorie e lì ci passa la giornata, con i suoi bei completi immancabilmente color giallo zucca.</p>
<p><em> </em><em>Cultura Italiana. </em>Cultura italiana è il collega del negozio di fianco al mio che dispone di un alto grado di scolarizzazione e conseguente cultura. I suoi discorsi, che immancabilmente finiscono in furiose discussioni con il <em>Ragazzo Cavallo</em>, così chiamato per la sua non eccessiva bellezza dei lineamenti del viso, vertono esclusivamente sullo sport, la figa e la politica, segnatamente di destra, motivo valido per far infuriare il Ragazzo Cavallo, di vedute politiche opposte.</p>
<p><em> </em><em>Matrix. </em>Alto quasi due metri, sempre fasciato in un lungo trench di pelle nera, indossa stivali texani di coccodrillo e cravatte fluo, utili per le giornate di nebbia che qui chiamiamo caigo fisso. Solitamente si accompagna a <em>Lupin, </em>altro esemplare della fauna di Piazza San Marco, chiamato così perché veste esattamente come il ladro del manga creato da Monkey Punch.</p>
<p><em>Il Dottor Pometti, </em>soprannome dovuto alla sua precedente attività di fruttivendolo in quel dell’Isola dee Foche, così noi veneziani chiamiamo l’isola della Giudecca, ed ora magazziniere di una storica bottega della Piazza, specializzata in vendita di oggetti votati all’assoluto cattivo gusto, tipo stole di volpe immancabilmente sintetiche e altamente infiammabili. Il Dottor Pometti ha una qualità indiscutibile, sprizza simpatia e ironia da ogni poro, non per nulla è il mio compagno preferito nelle pause caffè, quando ce lo permettono.</p>
<p><em> </em><em>Signora La Nutria. </em>La Signora La Nutria è una commerciante che assomiglia incredibilmente ad una nutria. Stazza notevole, il modo di procedere e il colore dei capelli che ben si avvicina alla sfumatura del mantello di questo mammifero. Ricordo ancora il giorno nel quale giunse in negozio una giovane nuova commessa, per farla adattare senza traumi all’ambientino di lavoro della Piazza, iniziai a spiegarle chi erano i vari personaggi che si aggiravano nei paraggi e che ben presto avrebbe conosciuto, compresa La Signora La Nutria. Il MOSE ancora non era stato manco pensato per cui, nella stagione autunnale, l’acqua alta la faceva da padrona. Un po’ come ora quando il più delle volte non lo alzano per i troppi costi da affrontare, inaugurando così il massimo divertimento che un turista può sperimentare in questa Disneyland lagunare: la corsa a piedi nudi nell’acqua che vede una concentrazione di coliformi manco riscontrabile nelle fogne di Parigi. Un mattino particolarmente ventoso e con molta pioggia che cadeva costantemente, la Signora La Nutria si palesò senza stivali di gomma, ai confini tra la terra asciutta e l’entrata sommersa del suo negozio. La giovane e altruista commessa la vide e iniziò a gridarle: ATTENDA SIGNORA LA NUTRIA! PRENDO UN PAIO DI STIVALI E GLIELI PORTO! NON SI MUOVA SIGNORA LA NUTRIA! Non mi sono più palesata con la Signora La Nutria che tutt’ora continua a cercarmi per avere delle spiegazioni.</p>
<p><em> </em><em>L’Ispettore Gadget. </em>L’Ispettore Gadget possedeva il dono dell’allungamento degli arti e delle parti mobili del corpo, collo compreso. Ricordo quando passava, ho ancora presente il movimento del collo che permetteva alla testa di girarsi verso il negozio mentre lui continuava a camminare ma, cosa eccezionale, si allungava man mano che il passo lo allontanava dall’obbiettivo che, per i duri di comprendonio, ero io. Ora è molto che non lo si vede in zona, dicono sia andato ad allevare finti pesci rossi affogati nei fermaporta di puro cristallo made in Taiwan.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-110361" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Sottoportego-Fond.-Cannaregio.jpg" alt="" width="300" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Sottoportego-Fond.-Cannaregio.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Sottoportego-Fond.-Cannaregio-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Sottoportego-Fond.-Cannaregio-150x200.jpg 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Ciò che avete letto, lo si nota, è scritto al presente perché al presente è stato vissuto. Il narratore, diversamente dall’autore che il racconto lo scrive in prima persona, sopravvive. Noi narriamo in eterno, la nostra scadenza dipende solo dalle capacità di scrittura dell’autore che, con il tempo, possono andare a scemare o improvvisamente scomparire, come in questo caso.</p>
<p>Quando successe, Venezia contava ormai neanche 500 abitanti e quasi tutti sfollati dal Centro Storico all’Isola del Lido. Le continue ondate turistiche erano via via scomparse, trasformandosi in una definitiva invasione che andava a colpire i residenti lasciando dietro di sé macerie mentali e vittime sacrificate sull’altare del malessere psichico. Alcuni local si erano organizzati formando piccoli gruppi di assalto che agivano nella clandestinità: usavano l’AI inserendosi nei circuiti turistici che proponevano la città lagunare anche e soprattutto fuori stagione, quando la stagione ormai non era più un periodo limitato di tempo ma durava 365 giorni all’anno. Riuscivano anche ad impressionare, con i loro terribili ed estremamente verosimili video decisamente splatter, qualche turista in procinto di scegliere la città lagunare come meta ma: le pantegane che azzannavano alla gola il viandante sperduto tra calli e campielli, il veneziano ormai alla deriva mentale che girava con l’ascia a caccia di foresti, il cuoco cinese che cucinava gatti importati dall’estremo oriente, il buttadentro rumeno che spezzava le braccia al turista indeciso se entrare o meno, convincendolo sbrigativamente ad oltrepassare la soglia del ristorante, il bagarino che vendeva i biglietti per l’accesso al Campanile di San Marco, minacciando con una lama puntata alla carotide il malcapitato portatore di zainetto, le montagne di spazzatura abbandonata ovunque, che copriva fino al polpaccio gli sfortunati viandanti giornalieri, nulla di tutto questo fermava la maggioranza di umani sciamanti da ogni parte del globo a raggiungere questa città unica al mondo.</p>
<p><em>Xe drio piover che Dio ea manda da oltre un mese! Già nassemo coa artrosi ma de sto passo ne saltarà fora anche e branchie! Ciò Luisa, i ga speso miliardi par el MOSE, i se ne ga messo in berta altrettanti coe bustaree, i ga devastà quea po’ po’ de beessa che gera e dighe e tutto el paesaggio intorno, al Lido digo ma, miga i ga pensà che sta roba del climat ceng podeva cambiar tuto. Desso l’acqua no entra più in casa dai gatoi o dal cesso no, ea riva dai copi ormai sfondai da quee po’ po’ de naranse che casca a duxento chimoetri al’ora dal cieo, giasso assassin, grandine che massa!</em></p>
<p>Ne sono certa, quando il narratore troverà le mie memorie, avrà un moto di stizza perché non ho tradotto questo passaggio in italiano ma, tesoro mio che no ti xe altro! Tu non hai la minima idea di cosa sta succedendo, di cosa stiamo vivendo. È un evento talmente enorme e assurdo, che perder tempo a tradurre ciò che si può ben dedurre tra una parola e l’altra, sarebbe solo una perdita di tempo.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-110362" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Ponte-delle-Guglie-Fond.-Cannaregio.jpg" alt="" width="300" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Ponte-delle-Guglie-Fond.-Cannaregio.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Ponte-delle-Guglie-Fond.-Cannaregio-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Ponte-delle-Guglie-Fond.-Cannaregio-150x200.jpg 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Ormai l’acqua ha invaso perennemente i locali e gli appartamenti al livello della strada, gli sfollati non si contano e non li conta neanche una Giunta Comunale che incredibilmente ancora impera incontrastata con il suo inossidabile Sindaco, colui che ha deciso di costruire il nuovo Comune di Venezia oltre il Ponte della Libertà, al centro del suo Bosco dello Sport inaugurato ormai molti anni or sono. Quest’isola ormai assomiglia al relitto di un decrepito veliero in preda delle correnti, le vele lacerate dalle troppe tempeste superate, lo scafo con il legno marcito e l’acqua che da ogni parte sgorga, portando con sé la decomposizione, la corruzione, la dissoluzione di questa mia povera città nella quale ho avuto la fortuna di nascere e molto probabilmente di morire.</p>
<p>Ovviamente il lavoro l’ho perduto da molto tempo, la Piazza è stata la prima ad assaggiare il gelido  impatto dei chicchi di grandine delle dimensioni di un arancio che cadevano dal cielo. Passavo ore in negozio senza che nessuno entrasse, tutti impazzivano per la ‘new liquid xeperience’, come la chiamava un’agenzia turistica perspicace e in grado di capire quando fosse giunto il momento di accelerare sull’inventiva, in fin dei conti era tutta una questione di sopravvivenza, possibile a patto di comprendere cosa di assurdo si poteva inventare, continuando ad usare una città che pian piano stava sprofondando nel mare, di pioggia e di acqua salata.</p>
<p>Giusy La Serissima si aggrappava ormai al ricordo, alle mille storie vissute e a come si era, tutto sommato, divertita con le migliaia di foresti che erano passati nel suo negozio, ora sommerso fino al soffitto. Le bastava fermarsi un momento e le visioni partivano:</p>
<p><em>la vecchietta sudamericana dormiente e abbandonata tutto il giorno sulla sedia vicino alla vetrina e recuperata solo all’orario di chiusura. </em></p>
<p><em> </em><em>Come mai riusciamo a vendere le borse di coccodrillo Hermès a soli 35 Euro? Il proprietario ha un allevamento di alligatori vicino a Spinea, nella campagna veneta e sa come, questo abbatte i costi.</em></p>
<p><em> </em><em>Ma se lei che è così, mi scusi sa, bassa di statura. Ma ci chiediamo, quando sale l’acqua oltre il metro e quaranta, come fa?! Beh, noi qui abbiamo il pronto intervento pompieri subacquei. Più di una volta mi hanno ripescato.</em></p>
<p><em> </em><em>Il TAX FREE compilato sul foglietto del bloc notes scrivendo tipo: acquisto ornitorinco acquaticus imbalsamato, usando il timbro scordato dal tecnico del condizionatore e informando il cliente che poteva ottenere il rimborso solo in aereoporto.</em></p>
<p><em> </em><em>Salire sopra lo sgabello e con un fischietto, mettere in fila un gruppo di coreani ubbidienti e farli entrare con ordine.</em></p>
<p><em> </em><em>Orario di chiusura passato da quindici minuti, pavimento lavato, moccio e secchio bene in vista, scopa messa di traverso all’entrata. Mi scusi sta chiudendo? Vorrei dare un’occhiata, dice la turista da crociera Vedi l’Italia In Un Giorno E Mezzo Per 128 Euro Bibite Comprese, mentre sposta la scopa entrando. No no tranquilla, sa io faccio la notte come le infermiere, se guarda bene fuori, sullo stipite, può notare la H di Hospital.</em></p>
<p><em> </em><em>Tutte le t-shirts sono Taglie Uniche, c’è scritto in un cartello enorme vicino allo scaffale espositivo. Mi scusi avrebbe una media?</em></p>
<p><em> </em><em>Camerini terra di nessuno, scambiati per: cessi pubblici dove fare i propri bisogni, nei quali lasciarsi andare a rapporti di sesso o tagliarsi le braccia in preda ad astinenza da droghe e via andare.</em></p>
<p><em> </em><em>Panini, bibite, gelati, tutti consumati dentro il negozio: sa come, fuori fa troppo caldo.</em></p>
<p><em> </em><em>Il mirror ghosting da noi chiamato: entrano, si specchiano, si pettinano, si truccano, si girano e se ne vanno.</em></p>
<p><em> </em><em>Mi scusi ma. A che ora chiude Venezia?</em></p>
<p><em> </em><em>Mi scusi, dove posso prendere un taxi ma non acqueo, costa troppo! Un taxi di quelli normali, con le ruote.</em></p>
<p><em> </em><em>Mi scusi ma qui esistono case dove si vive?</em></p>
<p><em> </em><em>Mi scusi ma per fare la spesa voi andate con le moto d’acqua?</em></p>
<p><em> </em><em>Mi scusi, per il Ponte Vecchio da che parte?</em></p>
<p><em> </em><em>Mi scusi, per Piazza San Pietro sono giusta?</em></p>
<p><em> </em><em>Mi scusi, dove possiamo mangiare bene pesce ma fresco, spendendo poco? Guardi, giri a sinistra uscendo, avanti troverà un ponte e oltre il ponte un cartello di indicazione con su scritto Betania. Ecco, segua l’indicazione e poco più avanti lo troverà.</em></p>
<p><em> </em><em>Mi scusi, è tutto il giorno che camminiamo, non è che avreste un bagno? Abbiamo provato ad andare in qualche bar ma ci chiedono di consumare almeno un caffè e costa un euro e cinquanta centesimi e poi il caffè lo bevo solo io, i miei quattro figli, mio marito e mia suocera non lo bevono mica.</em></p>
<p><em> </em>Sono decine e decine gli episodi che esplodono di assurdo, sopra questo palco galleggiante che sta lentamente affondando. Affollano continuamente i pensieri di Giusy mentre posa la penna, chiude il quaderno e lo ripone nel cassetto sotto la cassa. Fuori tempesta come al solito, indossa la tuta stagna, il casco ed esce chiudendo la porta a chiave. La Serenissima non tornerà più in quel piccolo teatro nel quale quotidianamente andava in scena la commedia dell’assurdo, Giusy non tornerà più neanche in Calle dei Preti a Castello, uno dei sestieri più popolari di Venezia.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-110363" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Tabaccheria-Fnd.-Ormesini.jpg" alt="" width="327" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Tabaccheria-Fnd.-Ormesini.jpg 327w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Tabaccheria-Fnd.-Ormesini-245x300.jpg 245w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Tabaccheria-Fnd.-Ormesini-150x183.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Tabaccheria-Fnd.-Ormesini-300x367.jpg 300w" sizes="(max-width: 327px) 100vw, 327px" /></p>
<p><em>VENENZIA SUBREALE</em> è il nome che i visitatori hanno stampato sulle tute da sub. Ora di mestiere faccio la guida subacquea, anche se mi manca il poter narrare.</p>
<p>Il turismo non ha mai smesso di frequentare questo luogo, neanche dopo che il mare se lo inghiottì. Panico, commozione, ricordo delle vittime e poi, pian piano, il ritorno alla normalità della follia turistica e subreale, con continue immersioni alla scoperta di una Venezia altra, sommersa, silenziosa, ancor più immobile di quanto non fosse nelle notti di, rara ultimamente, fittissima nebbia.</p>
<p>La Piazza ovviamente è la più gettonata e il tour comprende la visita della Basilica e tutto il perimetro delle Procuratorie. È proprio in uno di questo tour che mi sono imbattuto nello storico negozio della Giusy. La porta con il tempo si era aperta ed era preda delle correnti marine che seguiva muovendosi sinuosamente come la pinna di una affascinante sirena. Sono entrato in punta di pinne in questo sacrario del ricordo nel quale ancora qualche borsa Hermés di alligatore allevato a Spinea, galleggiava silenziosa mostrando il suo interno di cartone sventrato dall’azione dell’acqua. Mi sono guardato in giro notando subito quell’unico cassetto ancora chiuso. Il suo diario era ancora lì, ben racchiuso in un sacchetto stagno. Mentre commosso mi avviavo verso l’uscita, ho sentito uno strattone alla corda che mi teneva unito al resto dei subacquei che accompagno nella visita. Girandomi vedo il più intraprendente di loro porgermi la lavagna data in dotazione nel caso di emergenza. Mi fa cenno di leggere indicando qualcosa fuori dalla porta d’entrata: <em>mi scusi, </em>c’è scritto, <em>è quello il balcone dal quale si affacciava il Papa?</em></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Amelia Rosselli, &#8220;A Birth&#8221; (1962) &#8211; Una proposta di traduzione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/08/29/amelia-rosselli-a-birth-1962-una-proposta-di-traduzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Aug 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[A Birth]]></category>
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		<category><![CDATA[Marco Nicosia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Nicosia</strong> <br />Nel complesso, la lettura e la traduzione esigono, come fa l’autrice, «[to] look askance again», di guardare di sbieco, e poi di nuovo scrutare e ancora una volta guardare di traverso]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p><p></p><p></p><p style="text-align: left;">di <strong>Marco Nicosia</strong></p>



<p><em>A Birth</em> — prosa composta da Amelia Rosselli nel 1962 — è il tentativo, attraverso il sogno, di riavvolgere il tempo come nastro magnetico per tornare indietro all’infanzia trascorsa a Parigi, ripercorrendo l’età che ha preceduto e che ha seguito la violenta morte del padre, quelle «vaghe memorie surrettizie d’una giovinezza veramente piccola». Soprattutto onirica è la prima parte del racconto, con la comparsa di immagini archetipiche (il «cielo tondeggiante», «la torre campanaria» e «sanguinante», il «paese torreggiante», fino alla «deforme fine del vicolo») che portano alla visione surrealistica di Poppy (incarnazione del genitore), «che ride, che ruggisce, dolce, offuscato». Il tentativo è quello di trovare «l’incurvato punto infornato dell’infanzia» e «simulare una svolta sul largo punto di svolta […] della volta», alla ricezione dei vecchi luoghi dell’anima che si realizzano adesso per via analogica in una chiesa irreale la cui posizione è ancora da reperire. Ad irrompere nella seconda parte della prosa è il trauma dell’omicidio del padre, l’«avvertimento» e la «vendetta», «l’interrogatorio», «la sommossa, subdola, nella mente del bambino», «l’omicidio nella folla», gli «striscioni in rivolta nella strada», la «terribile folata».</p>



<p>Come nota Chiara Carpita nell’edizione del meridiano Mondadori, già in <em>My Clothes to the Wind</em> (1952) Rosselli tenta di ripercorrere attraverso il sogno la giovinezza più tarda, trascorsa a Londra e in Italia, accorgendosi tuttavia che la creazione letteraria non può dare un senso al proprio vissuto, «non è possibile, cioè, raccontarlo, se non per frammenti scomposti»: «this saying of grime is not transparent enough, I cannot do as I desired and make the thing more plain». Così anche in <em>A Birth</em> l’autrice — «while stamping necessarily cleaner phrases» — si ritrova a fare i conti con il labirinto intricato delle sue memorie, rendendosi alla fine conto che esse non possono essere altro che falsate (ripetuto è sempre il verbo e aggettivo “fake”): «the child stares at its memory and swings uncertain of reality. The child stares. The child is there. The child is gone». Entrambe le prose si concludono con il «riconoscimento», ma se in <em>My Clothes to the Wind</em> esso è raggiunto attraverso il sogno, qui non restano che le lacrime a ricomporlo («I in the unreason of sleep came to the choosing and the mingling, and to the recognition», <em>My Clothes to the Wind</em>; «Crying daughter at the thin just cavalier. […] Sample of recognition», <em>A Birth</em>).</p>



<p><strong>Nota alla traduzione</strong></p>



<p>Questo scritto inglese, assieme a<em> My Clothes to the Wind</em> (che ho già tradotto per la rivista indipendente Niedern Gasse), è ricco di stratificazioni semantiche che possono sfuggire all’occhio poco allenato del lettore, o anche a colui che d’inglese s’intende. È quindi bene prendere in mano un dizionario e ricercare ogni parola, anche quella di cui si conosce il comune significato, per sviscerarne tutte le possibili definizioni — e purtroppo cristallizzarne solo una sul foglio. D’altronde la bravura di Rosselli, in simili sperimentazioni narrative, consiste proprio in questo: nel comporre un testo che si presta, anche a livello puramente formale, ad un’infinita varietà di significazioni; nel costruire un linguaggio ricercato, e decostruirlo poi, e riplasmarlo, e persino dare forma a neologismi, alla ricerca di un idioma tutto personale. Perciò il lavoro di traduzione sarà forse più fertile a chi lo conduce che a chi lo riceve, e tuttavia dietro questo tentativo vi è anche la volontà di condividere con i lettori una prosa poco conosciuta per via della sua difficoltà pure in lingua originale. Per quanto a me noto, è possibile reperire solo un’altra traduzione italiana di <em>A Birth</em>, realizzata brillantemente da Elena Carletti per la rivista di teoria e pratica della traduzione «Testo a fronte» (n. 58, XXIX anno, I sem. 2018), che mi è stata di utile confronto e da cui tuttavia ho deviato in vari luoghi per questioni di interpretazione.</p>



<p>La prima difficoltà di traduzione si pone già nel titolo e nel soggetto del racconto, la «child-birth» che appare per la prima volta e in contemporanea fra le ultime righe del primo capoverso e che si riproporrà costantemente in seguito. «Child» può prestarsi, in prima lettura, alla traduzione di “bambino”, naturalmente priva di uno specifico genere grammaticale. L’incognita del genere non viene sciolta nemmeno successivamente, quando al bambino è attribuito il possessivo neutro «its». «Birth» può invece essere letto da subito con il significato di “nascita”. Ma l’autrice, in realtà, gioca con l’ambiguità semantica inglese, a causa della quale si può parlare di «child» sia come di “bambino” sia più specificamente come di “figlio”, soprattutto se vogliamo attribuire a «birth» il significato di “parto”. Il dubbio che il “bambino” sia “figlio” sorge in particolare quando nel decimo capoverso si presenta la figura del padre, cui è accostato nella frase successiva («If a father… If a child»). In questa sede ho comunque scelto il primo termine per distinzione da «daughter» (“figlia”), che si propone nelle battute finali del racconto esplicitando così la natura del soggetto e il suo genere.</p>



<p>Andando con ordine, l’anafora «If I lay back layers of time», poi variata in «If I lay back on layers of time» e ancora in «I lay back folds of time», ha richiesto più e più volte correzioni e riletture nella mia bozza, per dirigermi infine verso la traduzione che mettesse il più possibile d’accordo le varie parti della narrazione restando quasi letterale (ma in un modo che, ancora adesso, mi pare provvisorio e insoddisfacente): «Se (mi) riavvolgessi indietro (su) strati di tempo». Il tentativo di recupero della memoria è infatti in questo racconto il tentativo di recupero di un’infanzia mai esistita, il tentativo — o la sensazione o l’allucinazione — di “riavvolgere indietro strati di tempo” come nastro magnetico. Se «lay» significa “avvolgere”, ho tentato qui di connettere il verbo con l’avverbio seguente «back», dunque “avvolgere indietro”, dunque “riavvolgere”, per ipercorrettismo “riavvolgere indietro”. Resta comunque aperta la possibilità di intendere «lay» con il suo significato altro di “stendere” (così ha fatto Carletti, «se stendo strati di tempo a ritroso»), soprattutto se il campo semantico successivo è quello del velo della mente («folds of time», «the light sheeting», «the child lifts the veil»). Resta inesplorata la terza via del riposare, giacere, stendersi o distendersi su strati di tempo.</p>



<p>Un’ultima, grande difficoltà — lo si è già sperimentato con la suddetta anafora — consiste nell’incastro di termini dal vasto campo semantico in un’unica possibilità di traduzione, che è poi anche la più irragionevole. È, per citarne uno, il caso di «a flap of curls», tradotto in definitiva come «uno sventolio di boccoli» e che pure avevo reso, prima di passare alle righe successive, come «lembo di boccoli»; poco dopo, infatti, si impone un campo semantico tutto rivolto all’irrequietezza del vento e alla rivolta (<em>flap</em> sostantivo, per esattezza, significherebbe “lembo”, “ribalta”, “agitazione”, mentre il verbo <em>to flap</em> corrisponde a “sbattere”, “sventolare”).</p>



<p>Nel complesso, la lettura e la traduzione esigono, come fa l’autrice, «[to] look askance again», di guardare di sbieco, e poi di nuovo scrutare e ancora una volta guardare di traverso. Il gioco della traduzione, di fatto un rompicapo, diventa “un parto” che accompagna al «riconoscimento» di memorie ora falsate ora simulate, e piazzarle e rincorrerle, «ready to make a run for it».</p>



<p><strong>Traduzione</strong></p>



<p>Se riavvolgessi indietro strati di tempo, e l’uomo oscuro che sorride falso e triste con la sua smorfia screpolata, l’ho incontrato la scorsa notte dopo una lite, nella luce che velava la pesante aria albeggiante della corte, se riavvolgessi indietro strati di tempo, sarei pronta anche ad aprire l’elenco dei luoghi, gli indirizzi di tutte le nostre vite! Pronta a rincorrerli. Se riavvolgessi indietro strati di tempo potrei ancora placare la rabbia con l’amore indisturbato. Se mi riavvolgessi indietro su strati di tempo potrei trovare Poppy che ride, che ruggisce, dolce, offuscato contro il cielo tondeggiante sopra la torre campanaria della caccia. Se mi riavvolgessi indietro su strati di tempo pronta all’omicidio, accompagnata da risa che collassano predatorie su di una nuova dinastia, se allora il tempo sventolasse all’indietro, se fossi codarda e credessi alla nascita, lo sforzo di allontanare lievi imprevisti dal paese potrebbe aiutarmi a chiarire la nascita! Se fossi un paese torreggiante o una torre sanguinante contro un cielo propizio alla nascita, se fossi giapponese potrei domandare perché aderisci a una lite col tuo pugno in dentro? Nascita e pane collassano su un letto per la nascita che si strozza con la tensione propria dell’ultimo rifiuto del suo essere donna. Il primo rifiuto fu la torre curva il rimbalzo elastico di cui aveva tracciato tutti i lievi imprevisti contro il cielo. Un cielo rosso, roseo e ingiallito con l’età, un cielo ardito con la sua ingiusta indifferenza sugli oggetti, deforme fine del vicolo.</p>



<p>La domenica è il classico pomeriggio di un luogo per una nascita uggiosa e un pianto, il bambino finge ricordo della curva della volta della chiesa tesa sulla sua posizione cardinale, bambino che recupera memoria quando una pagnotta di pane viene rigirata, è bambino senza infanzia.</p>



<p>Le foto dei luoghi sono migliori dei luoghi o dei ricordi, foto nei nostri cervelli allo stesso modo. Curva il triangolo all’infuori della fuga e il paesaggio in averi incurvati.</p>



<p>Forse la zuffa è meglio riguardata qui da questo punto di vista e l’incurvato punto infornato dell’infanzia non è altro che ciò che ne facciamo mentre l’amore si risveglia tenero con uno schiaffo. Sono incandescente pensai mentre riavvolgevo indietro strati di tempo nudi sul mio petto che si gonfiava livido nel calore di un’estate adatta al disperare negli occhi di giovani donne. La giovinezza non è una crepa che si conserva con costanza, ma il maleodorante e lucido e lieve imprevisto d’una vita ruotata attorno al suo essere.</p>



<p>Particolarmente gentile con mia madre deve esser stato mio padre, dal momento che predicava in tal modo. Particolarmente gentile con mia madre deve esser stato il prete se tanto bene rispettò un comandamento di fame recondita per amore delle buone domeniche.</p>



<p>Adesso mentre parlo la sottile corda riconosciuta di duro amore scorre debole attorno alle stecche di bambù secco nelle lampade, mentre i bastoni di bambù spaccato sui tamburi dei vicini dagli occhi angusti si spezzano liberi dal loro nastro adesivo nero. Si spezzerà il bastone e verrà ancora una volta tenuto il peso nelle due cavità frastagliate di palme mentre si curverà la cima incava del tamburo e la lampada apprezzerà la quiete? Adesso mentre parlo si dirigerà la radice ad un appello adesso mentre timbro frasi necessariamente più chiare nel tamburo dell’orecchio del sordo si spezzerà forse il suo bastone? Adesso mentre attendo le nuvole più accorte irromperanno forse nella mia parsimonia? Adesso mentre attendi aprano le montagne i loro sentieri alla caccia al cervo.</p>



<p>Cacciando contro un cielo straordinario attaccai la prima visione della città rosea su di un cielo ribelle, mentre pioveva luce la cupola sui miei anni spellati. Adesso mentre attendo la pioggia rifiuta tu obbedienza alle mie fantasie d’arcobaleno, mentre attendi il curvarsi delle strade sotto quest’alta volta.</p>



<p>Mentre colloco un tal sogno di visione accanto al primo carico del cuore, vengono ricuperati il luogo e la posizione della chiesa, contro una strada al di sotto ingrigita, mentre le finestre illuminate liberarono il cuore del bambino. Adesso mentre faccio lo sforzo di preconcepire una visione, il bambino fa lo sforzo d’uscire all’aperto contro una finestra floreale asciutta dalle asciutte vele, le loro tende pulite sempre spazzate dal vento, volenti nolenti e bianche contro un cielo bianco ancor più tetro da quando è immobile, le tende si strapparono annoiate e l’altra casa verso la quale nessuna curva di pantheon mai accordò la sua oscurità, l’altra casa incise la memoria narrata al bambino, grasso contro uno sventolio di boccoli. La luce rimbalzò dalla strada verde ancor più impercettibile in basso, verso il bambino che stava forse in piedi osservando la chiesa dentro la sua memoria di adulto. La chiesa sventolò il suo saggio e disfatto stendardo d’una scintilla pienamente matura per simulare poesia, rosea sotto la luce di rugiada che io pongo adesso contro una superficie ruvida incrociando l’angolo del marciapiede finora invisibile, né inciso né ricordato. Il bambino simula una svolta sul largo punto di svolta della piazza circolare, dove quella bianca luce forse non brillò contro ad albero alcuno tranne che alla lieve pietra ingrigita e ondeggiante; il bambino guarda fisso alla sua memoria e dondola incerto della realtà. Il bambino guarda fisso. Il bambino è là. Il bambino se n’è andato, saccheggiando nuovamente la fuga o la verità di memorie fornite dai nonni, con la loro avvizzita gioia di separazione, la loro gioia di vita impeccabile in una valle! Guarda nuovamente di traverso: il bambino alza il velo e il punto di svolta della volta e della chiesa non altro che una preparazione alla morte di misteriosi seminatori, guardiani selvaggi, politici nauseabondi. Guarda più lontana la torre campanaria che s’è piegata per curvare la cupola non ancora arrugginita, poiché brilla di traverso la grigia ottusità della sua materia (indifferentemente un gesso bianco o grigio), tanto rosea se desideri perdonare il suo appello alla morte dei giovani.</p>



<p>Una strada dal nero naviglio, e un padre dal grigio mantello in fiamme sulla svolta invernale verso la primavera accanto alla pioggia. Un padre ammantato nella lana d’un riposo al sole, e il sole che mai illumina un occhio di padre giacché lui non è figura incontrata nella corsa della piazza, col suo punto nero che gira in dentro alla realtà, la piega nera indesiderabile d’una sagoma svanita.</p>



<p>Se un padre avesse prestato la sua pistola ad un altro, così era la sua auto di rappacificazione violetta, avvertimento o vendetta. Se un bambino presta la sua memoria per fingere parole poi dette mistiche delle nubi, alla chiesa fu il suo nascere. La nascita del bambino in una chiesa vellutata dalla cupola rombante è primavera senza peccato e dolore di paradiso; grigio scompiglio e quesito, scivolano giù per superficie piana no ma spazio integrato in spazio, di nuovo rosa, blu no e verde per sempre nella nebbia d’infanzia color rugiada marrone per rivalsa mistica. Poi dio apparve come stella oltremodo svolazzata e la correzione la volta consumò l’immaginazione del bambino spezzò la verità e la vendetta terrena del padre, la severità della terra.</p>



<p>E c’erano cupole nell’aria bianca di Parigi nei duri profili bianchi di luce di bambino? Orecchie sorde ha il bambino alla sorda quiete e le tende sorde di lino alla luce d’affari che planano mistici sopra l’aria rombante di strade inimmaginate. Le finestre sono troppo lunghe per il rombo che sorge dalla loro immaginazione incrociata e la coppia scortata è sempre silenziosa al crepuscolo mentre una luce più marrone del crepuscolo risuona l’altro attraverso piante giapponesi che spolverano l’aria, che vietano la pace, che echeggiano di violenza, i capelli marroni che fanno scivolare pelli sopra la fronte del mercante e l’articolazione dell’osso lungo del mento (la collana). La polvere sopra i loro volti tradì il cuore della città e la sua pressione riflessa su un bambino che si restringe alla finestra di lui più larga, più libera, più vuota col suo fasto che domina sul nulla, da quando il nulla si riempì di finestre marroni di vedove o chirurghi in vacanza. Controvoglia i giardinieri sbucarono fuori dalle finestre troppo strette per la terra marrone di altre generazioni che s’insinuavano nell’aria al livello della larghezza d’una strada. E nelle stanze canali angusti molto vicini alla decomposizione erano le risposte e le offerte delle finestre, l’umanità concepita da una persona così giovane, che scruta attentamente per comprendere cos’è un uomo. Nessun’ironia si manifestò in quella visione d’infanzia tranne che nella morte incerta, insinuantesi maestosa in luoghi meschini, con foglie dai bordi verdi per scacciar via gatti di cupidigia, il gaio cappio.</p>



<p>Il cappio era un giardiniere, il giardiniere un gaio compagno. Bambino marrone e finestre dallo sguardo fisso, e anche suore dallo sguardo fisso che sorseggiano un tè in cappotti marroni si rivoltarono prima d’affrontare l’interrogatorio; indizi di cupidigia erano banchetti in valli eterne, i larghi viali grigi si sollevavano diretti all’albero verde d’alghe marine stringendosi, immergendosi e sprofondando per graffiare le finestre superiori immediatamente sbandierate: poi giunse la sommossa, subdola, nella mente del bambino, e un misfatto meschino e un amore sciatto con la popolazione d’improvviso provvidenzialmente imperfetta, nel banchetto di palloni scoppianti, l’omicidio nella folla che d’improvviso implorava in ginocchio all’odore quotidiano di cibo mentre i bambini scrutavano il precoce sbandierare del sole contro striscioni e striscioni e striscioni in rivolta nella strada, prime bandiere in cima agli alberi, folate nello sventolio blu di dimore per il cibo, laminate bianche con un urlo che rallentava fino alla gioia sbattuta giù contro un bancone unto.</p>



<p>Oh io cappio allentato! Oh io urlo nella valle! Oh i miei trent’anni scivolati via schiantandosi violenti nella casa di striscioni schiantantesi, stretti contro un vento allentato. Il collasso della fama inizialmente fu una terribile folata, poi lentamente la ragione tornò come un tram nella semioscurità di vie al neon. All’inizio strati impossibili di tempo sventolarono indietro per rivelare una ragione che era stata omessa poi negata, poi in definitiva spiegata intera, massacrata alla mascolinità, e la donna che dietro le quinte piangeva dentro gli abiti in falsa pelliccia per lo spettacolo della sera lo spettacolo intero della vita. Oh lo scoppio della rivoltella rivelò un muro bianco spaccato, il demone della povertà, nell’ingresso dietro le quinte. Il bianco turbinio della vita, che vive negli occhi del destino, un disastro.</p>



<p>Tra le vaghe memorie surrettizie d’una giovinezza veramente piccola scivolò vicino a un cinema pomeridiano per bambini, e la madre preoccupata dal dolore e dalla preveggenza impellicciata di castoro e impellicciata di tigre in un elegante cappello da sera, controvoglia lei accompagnò i figli che piangevano a vedere il ruggito dei leoni prima che l’umorismo fosse compianto. Tenue madre, gelida madre, duro padre invisibile. Figlia che pianse quando don chischotte apparve sgargiante e la pietà del bambino fu preveggenza, senza fine. Che rise al leone ruggente minaccioso, che pianse al minuto cavaliere onesto. Che non giocò con nessuno salvo che con un cappotto blu di media taglia dai risvolti neri, velluto, premonizione, e il cappello tondo dai fiocchi neri appesi al retro? Semplicità negata a tutte le età. L’amore l’unico rivale alle lacrime, ed esso scomparve per sempre.</p>



<p>Campione di riconoscimento.</p>



<p><em><strong>A BIR</strong></em><em><strong>TH</strong></em><em><strong> (1962)</strong></em><strong>. </strong><em><strong>T</strong></em><strong>ES</strong><em><strong>T</strong></em><strong>O ORIGINALE</strong></p>



<p><strong>(da Amelia Rosselli, </strong><em><strong>L’opera poetica</strong></em><strong>, i Meridiani Mondadori, Milano 2012, pp. 657-662)</strong></p>



<p>If I lay back layers of time, and the man dark simpering and sad with his cracked smile, I met him last night after a fight, in the light sheeting the court’s heavy dawn air, if I lay back layers of time I might be ready to open the list of places, addresses of all our lives! ready to make a run for it. If I lay back layers of time I might still render the rage softened by undisturbed love. If I lay back on layers of time I could find Poppy laughing, roaring, softly, blurred against the round sky over the steeple chase tower. If I lay back on layers of time fit for murder with laughter collapsing marauding into a new dynasty, if then time flapped itself back, if I were a coward and believed in child-birth the effort of driving out of town mishaps might permit me to account for birth! If I were a town towering or a tower bloody against a sky fit for birth, if I were a Japanese I might ask you why fit a fight with your fist in it? Birth and bread collapsing over a birth bed choking with her strain of womanhood’s last denial. First denial was the curved tower the elastic bounce of which had designed all mishaps against the sky. A sky red, rose and yellowed with age, a sky bold with its impassibility wronged of things, crooked end of the lane.</p>



<p>Sunday is a typical afternoon of a dreary birth and cry place, the child fakes remembrance of the curve of the vault of the church straining on its cardinal position, child who regains memory as a loaf of bread is turned, is child with no childhood.</p>



<p>Fotos of places are better than places or memories, fotos in our brains same ways. Curve the triangle out of escape and the landscape into curved belonging.</p>



<p>Perhaps the fray is better regarded here from this viewpoint and the curved baked point of childhood is no other than we make it as love wakes tender at a slap. I am incandescent I thought as I lay back folds of time naked into my bosom which heaved purled in the heat of a summer peculiar to despair in the eyes of young women. Youth is not a break which keeps up with continuity, but the reek and sleek mishap of a life revolted to its being.</p>



<p>Particularly kind to my mother must have been my father, in that he so preached. Particularly kind to my mother must have been the priest in that he so well kept a commandment of recondite hunger for the love of good Sundays.</p>



<p>Now as I speak the recognized thin string of harsh loving creeps slight acircle the dry bamboo springs of lamps while cracked bamboo sticks on the drums of the narrow eyed neighbor snap free of their black stick tape. Will the stick snap and the burden be once more held in two ragged hollows of palms while bent the hollow top of drum and enjoyed stillness the lamp. Now while I speak is the root driving at an appeal now while stamping necessary cleaner phrases into the drum ear of the deaf will its stick snap. Now while I wait will wiser clouds break into my parsimony. Now while you wait sweep the mountains their trail to the deer-hunt.</p>



<p>Hunting against an everest sky I attacked the first vision of the pink city over a rebel sky, and the coupole raining shine over my skimmed years. Now while I wait the rain refuses obedience to my fancies of a rainbow while you wait for the turn of the streets below this high dome.</p>



<p>As I place this dream of a vision alongside the first burden of heart, is to be regained the place and the position of the church, against a road greying below, while the shined windows unburdened the child’s heart. Now as I strain to preconceive a vision the child strains outdoors against a dry window flowered with dry sails, their everblown clear curtains, willy nilly white against a white sky even drearier since it was still, the curtains snapped bored and the other house to which no curve of pantheon ever adjoined its gloom, the other house recorded the memory recounted to the child, fat against a flap of curls. The light skipped by the green street ever lower unperceivable, to the child perhaps standing watching the church in its memory of adult. The church flapped its wise and wrecked standard of a full grown blaze smothered to fake poetry, rose under the dew light which I place now against a rough surface crossing the corner of the sidewalk as yet invisible, unrecorded, unremembered. The child fakes a turn on the wide turning point of the circled Square, where that white light shone against no trees perhaps but stone light grey and heaving; the child stares at its memory and swings uncertain of reality. The child stares. The child is there. The child is gone, marauding again the escape or the verity of recollections furnished by grandparents, with their withered joy of separation, their joy of faultless life in a canyon! Look askance again: the child lifts the veil and the turned point of vault and church is no other than a preparation for the death of mysterious seeders, wild guardians, gross politicians. Look further at the steeple which has bent to curve the dome unrusted since the grey dull of its matter (a white or grey chalk indifferently) shines askance, very rosy if you wish to pardon its death appeal to the young.</p>



<p>A street with a black canal, and a father with a grey smouldering cloack on winter turning into spring besides the rain. A cloaked father in the tweed of sunrest, and the sun never lighting any eye of father since he is no figure met at the run of the Square, with its black dot circling into reality, the black undesirable fold of a contour gone.</p>



<p>If a father had lent his pistol to another, so was his car of violet appeasement, warning or vengeance. If a child lends its memory to fake terms later called cloud mystics to the church it was its birth. The birth of a child in a velvet church with a drone dome is faultless spring and paradisical pain; grey unrest and question slime down no flat surface but a space imbedded in space, rose again, blue not and green forever in the mist of dew brown childhood by the mystic vengeance. The god appeared as an overblown star and the correction the vault spent the child’s immagination broke the father’s earth truth and vengeance, earth’s severity.</p>



<p>And were there domes in the white air of Paris in the white hard shapes of light of child? Deaf ears has the child to the deaf stillness and the deaf lilly curtains to the light of business planing mystic over the droned air of streets unimmagined. Windows are too long for the drone that arises from their criss cross imagination and the scorted couple is always silent at dusk while browner than dusk light resounds the other through japanese plants dusting the air, forbidding the peace, resounding of violence, brown hair slipping skins over the merchant’s brow and joint of long chin bone (the necklace). The dust over their faces betrayed the heart of the city and its reflected pressure in a child narrowing at a window larger, freer, emptier with its wealth ruling over nothing, since nothingness was crammed with brown windows of widows or surgeons on vacation. Gardeners lept out unwillingly of windows too tight for the brown earth of other generations creeping through the air at the space of a street width. And narrow whannels into rooms very near rotteness were the answers and the proposals of the windows, the humanity conceived to one so young, peering to learn who is a man. No irony esquissed itself in that childhood vision but the uncertain death rolling majestic in petty places, with green border leaves to shy away cats of greed, gay noose.</p>



<p>The noose was a gardener, the gardener a gay mate. Brown child and staring windows, staring nuns too sipping tea in brown coats revolted before living the questionning; inkling of greed were feasts in eternal valleys, the grey wide avenues lifting to sea weed green tree lacings shafting and plunging to scratch upper windows suddenly flagged: then riot came, subtle, in the child’s mind, and gross misdemeanour and love slovenly with populace suddenly blessedly imperfect, in the feast of balloons snapping, the murder in the crowd suddenly begging down to daily smells of food while children peered at the sun’s early flagging against banners and banners and banners riot in the streets, early flags at tree tops, winds in the blue flaps of food houses, white edged with a scream slowed down to joy slammed down against an oily counter.</p>



<p>O I am a loose noose! O I am a scream in the valley! O my thirty years have slipped by crashing forcefully into a house of crashing banners, tight against a loose wind. The collapse of stardom was a terrible blow at first, then slowly reason returned as a tram in the half light of neon pathways. Impossible layers of time at first flapped back to reveal a reason which had been neglected then denied, then ultimately explained away, slaughtered to manhood, and the woman backstage crying into the fur false costumes of the evening’s, the living’s entire show. O the blow of the revolver revealed a cracked white wall, poverty’s demon, in the backstage door. White whirl of life, living into the eye of destiny, a disaster.</p>



<p>Among the vague surreptitious memories of a very small youth slipped by an afternoon cinema for children and the mother worried with pain and foresight beaver furred and tiger furred in an elegant afternoon hat, she unwillingly accompanied the crying children see the lions roaring before humour wept at. Soft mother, cold mother, harsh father invisible. Crying daughter when don chichotte appeared flamboyant and the pity of the child was foresight, endless. Laughing at the lion roaring with menace, crying at the thin just cavalier. Playing with no one save a medium blue coat with black turn ups, velvet, premonition, and the round hat with black hanging ribbons at the back? Simplicity denied at all ages. Love the only rival to tears, and it disappeared forever.</p>



<p>Sample of recognition.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sopra (e sotto) Il tempo ammutinato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Jul 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Il tempo ammutinato]]></category>
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		<category><![CDATA[Marco Balducci]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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		<category><![CDATA[Silvia Camoglio]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Balducci</strong><br />Leggere queste pagine-partiture è in realtà un perdersi nei suoni: suonano nel ritmo delle sillabazioni, nelle pause degli spazi bianchi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(Lettera a Silvia Comoglio)</p>
<p style="”text-align: right;">di <strong>Marco Balducci</strong></p>
<p><span style="color: #222222;">“<span style="font-family: georgia, serif;">Silvia è un&#8217;estremista”. Questo volevo dire, a Ferrara, come battuta a commento delle poesie del </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>Tempo ammutinato</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Poi sarebbe servito spiegarsi, perciò ho preferito non dirlo (non essendomi preparato a farlo). Questa idea però si sta consolidando e dall&#8217;intuizione potrei trovare le impressioni che sotterraneamente l&#8217;hanno costruita, lettura dopo lettura. </span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Di sicuro l&#8217;estremismo della tua poetica è molteplice e la definizione di </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>estremismo</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> può riguardare più di un aspetto. La prima evidenza è sulla pagina: le parole dominano il senso, singolarmente, evocandolo non attraverso costruzioni sintattiche ma in forza di un&#8217;autonomia espressiva declinata in metamorfiche accentazioni, spezzature, assonanze&#8230; già lì si &#8220;ascoltano&#8221; i suoni delle parole: nella lettura mentale. Questo non esclude la significanza, ma questa a me appare l&#8217;aspetto in ombra rispetto la luce del suono: la parola detta significa dentro il dettato, alla maniera in cui l&#8217;ipnosi procede attraverso una precisa intonazione della voce a dare forza alle parole che diventano imperative, significanti dunque al sommo grado (dato che determinano degli atti). Ma qui il motore delle parole serve a raccontare per lampi, in una maniera quasi </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>imagista</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">, non delle storie ma eventi. </span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">E l&#8217;alternarsi nella prima sezione del </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>Tempo ammutinato</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> (che in realtà comincia con il 2.) di scrittura in corsivo a quella in tondo suggerisce un dialogo tra due voci che interrogandosi a vicenda costantemente rilanciano con domande su domande (enigmi su enigmi?) l&#8217;attesa di risposte che chi legge/ascolta è chiamato a cercare.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Ma </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>l&#8217;estremismo</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> di questa forma di poesia forse non è neppure tale, dato che é quasi un </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>unicum</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> nella sua formulazione: dunque estrema rispetto a quali modelli? A questa domanda forse potresti rispondere tu stessa e te la giro volentieri&#8230; &nbsp;nella mia ignoranza non trovo analogie con altre scritture poetiche quanto piuttosto con qualche pratica rituale, sacerdotale, dove l&#8217;evocazione è forse equivocata non altro essendo che un&#8217;intima liturgia ad uso personale di interrogazione del sé recondito da parte di un sé medianico.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">(Una tua risposta intanto l&#8217;avrei trovata, rileggendo dal blog di Marco Ercolani di una tua dichiarazione di poetica dove escludi intenzioni sperimentali, seppure l&#8217;estetica dell&#8217;avanguardia possa essere stata da te conosciuta e interiorizzata&#8230;) Comunque l&#8217;aspetto performativo che è peculiare e rivelatore della tua poetica non è riconducibile ad altri poeti/e performatori/trici, mentre trovo interessante qualche analogia con l&#8217;attitudine interpretativa di un duo di cantanti (e autori) inglesi che hanno messo in musica le </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>Elegie Duinesi</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> di Rilke, in un album del 1998, </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>Just After Sunset</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">: Anne Clark e Martyn Bates declamano, (soprattutto la prima, l&#8217;altro vocalizza più melodicamente), dando ai testi un&#8217;atmosfera aurorale&#8230; &nbsp; &nbsp;</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Tornando al </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>Tempo ammutinato</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">: la terza sezione inizia con una quartina scioglilingua che solo a vederla attiva la salivazione del piacere: </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>che sia &nbsp;di terra parlata / la barca &nbsp;a molo di mondo, / la spiga, di bruma bruciata, / senza sponda di stella</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">. La rima alternata </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>parlata/bruciata</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> è annegata nelle allitterazioni delle dentali, labiali, nell&#8217;accelerazione finale delle sibilanti. Il senso è trasfigurato, eppure è detto: ma infine, quand&#8217;anche lo si legga l&#8217;ennesima volta, ancora sfugge, rifulgendo in chiusura la stella che lo evade nel lampo: il lampo che ammalia e stordisce.</span></span><br />L<span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">eggere queste pagine-partiture è in realtà un perdersi nei suoni: suonano nel ritmo delle sillabazioni, nelle pause degli spazi bianchi che sono le sospensioni gestuali del direttore d&#8217;orchestra tra un movimento e l&#8217;altro o tra dei pianissimo e momenti briosi o meditativi.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Poi leggo:</span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i> ì-mmortale &nbsp;proclamo te &nbsp;/ nel tempo ammù-tinato</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Estremismo della </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>Chiaroveggenza</i></span></span><span style="color: #222222;"><sup><span style="font-family: georgia, serif;"><i>1 </i></span></sup></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">: tu, con mandato che viene da sfere a me non visibili, con parole divinatorie sciogli il mio destino fatale&#8230;</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Perché non sono forse io, il tuo lettore, il tuo specchio, il tuo orecchio, a dover vivere per sempre?</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Questo infine mi sono chiesto per un momento, incantato da questa investitura che riservi probabilmente a un tu reale o ideale cui concedi </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"><i>il tempo ammutinato</i></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;"> (come quello dell&#8217;orologio di Apollinaire le cui lancette girano a rovescio</span></span><span style="color: #222222;"><sup><span style="font-family: georgia, serif;"><i>2 </i></span></sup></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">?) &nbsp;perché il suo amore possa sopravviverti e perché possa celebrare per sempre la tua memoria.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">O semplicemente, la parola.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: georgia, serif;">Chiudo il libro, ti abbraccio.</span></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Note:</span></p>
<p><span style="font-size: small;">1. </span><span style="font-size: small;"><i>Chiaroveggenza</i></span><span style="font-size: small;"> è il titolo di una sezione di </span><span style="font-size: small;"><i>Afasia</i></span><span style="font-size: small;"> di Silvia Comoglio (Anterem, 2021)</span></p>
<p><span style="font-size: small;">2. Allusione all’orologio del ghetto di Praga in </span><span style="font-size: small;"><i>Zona, </i></span><span style="font-size: small;">di Guillaume Apollinaire</span></p>
<p>***</p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: large;">c</span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">ome se una fosse la rupe,<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">l’offerta chiusa di fiore<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">in altra fascia di mondo <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">é-retta a materia</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">e sia carta di mondo <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">la terra ―<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">nata a bisbiglio in á-<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">bisso di sogno ―</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">e dite, raddoppia, </span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>forse</i></span></span> <span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>raddoppia?</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">, <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">il lato dei dissi a taci di tempo dove ―<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">dove la terra è l’eco di un’ombra á-<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">mata a ritroso?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">e l’eco, dite, á-mata a ritroso <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">è dove a Est del giar-dino di Eden<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">all’indietro cercano cielo u-<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>signoli stupendi</i></span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">In la diesis</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"> <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">ebbra voce a taglio è il molto che sovrasta <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">il limite a roveto di contratta lingua nella bocca,<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">la musica di piume resa, </span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>resa estrema</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">, estrema ―<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">nello spazio, alto, di cicogna</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>(&#8230; un giorno saremo strani ordini predetti<br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>in asse alle finestre &#8211; chiuse &#8211; per la notte,<br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>scure effigi scure a gote píccole di mondi dove ―<br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>dove dire: </i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">qui-è-il-cielo</span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i> e questo, di recente,<br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>appena respirato il pruno scuro nell’ansa ―<br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>dell’inverno &#8230;)</i></span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">In sol maggiore</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">stanotte sono chi racconto : pausa<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">disgiunta da memoria : vera rosa ― <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">ricurva di follia ―</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">(generarti a nome del mio tempo fu l’unico segreto,<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">del labbro, appena, fessurato &#8230;</span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>&#8230; </i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">allora, fu detto, </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">è acuta forma di radice<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">lo sguardo appena srotolato in sillabe di nomi<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">incessanti e già caduti </span></span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">&#8230; </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>rose</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">, ritorte di sibille, di mondi ―<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">a voci irregolari, </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>leggermente</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">, negl’occhi, arti-<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">colate &#8230;</span></span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">&#8230; la distanza tra sillaba e sibilla è allora ―<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">mantice di casa a luce soffiata inter-mittente?</span></span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="color: #000000;">…</span> <span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">fui </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>qualsivoglia-tuo-reame</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"> terríbile e vivente,<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>l’urgenza </i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">che prego di guardare nel dono del suo peso &#8230;)</span></span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">In do minore</span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">tutto fu misura di conscio crepitare a terre di boscaglia,<br /></span></span>“<span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">álbe </span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>rese alte!</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"> da incógnite tue rose, “fíbule del tempo,<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">di guardia,</span></span><i> </i><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">alla fontana</span></span><i> </i></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">(fino a questo dire è salita con l’argano la voce &#8230;<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">&#8230; tremito che nuota, stretto, al dormiveglia</span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">&#8230; cima di montagna &#8211; informe e sprofondata &#8211;<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">nell’idea, incessante, di presenza)</span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">In la diesis</span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>&#8230; e cresce &#8211; a galla sopra al limo &#8211; cresce <br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>a orbita di luna l’al-bero sul limo &#8230;</i></span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">(&#8230; e a sedurci qui rimase il prodigio di sapersi </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">ó-<br /></span></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">rizzonte seminato nel buio della terra &#8230;</span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">&#8230; una scala di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">mí-<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">nima misura …</span></span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">&#8230; la lácrima svegliata stornando ―<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">terra dalla terra, l’ómbra ―<br /></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">dall’albero fantasma &#8230;)</span></span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">In mi settima diminuita</span></span></p>
<p></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>e, poi, fu detto infine:</i></span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="color: #000000;">― <span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">e </span></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">tu dórmimi nana ai piedi del re sí-<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>lhouette</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"> di rosa non rosa, fischio,<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>scosceso</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">, del tempo che accende <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">lúne forti nel Sempre, nell’onda stu-<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>penda di rena</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"> * * *</span></span></p>
<p style="padding-left: 400px;">… <span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>í</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>-mmortale proclamo te<br /></i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>nel tempo ammú-tinato?</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">*</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">(ma): fu nitore —<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">áppiccato nudo<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">dove, </span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>iddio</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">, discese —<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">a nodo appena sciolto?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">*</span></span></p>
<p><a name="_Hlk127015330"></a> <span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">e dove fu nitore —</span></span></p>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>(</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>á-ppiccato nudo!)</i></span></span></p>
<p><i></i><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">fu tempo, dite, ammutinato?<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">iddio disceso a dono <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">fin dove, in apice di sete,<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">la térra tu síllabi a deriva?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">*</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">e dove —<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">fu tempo ammutinato <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">esiste, dite, l’universo? <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">o è vasto —<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">ordine di terra <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">solo —<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">una candela?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">*</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">(e): </span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"><i>la grazia</i></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;"> del tempo ammutinato<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">è il fiore spaccato a vita?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">*</span></span></p>
<p><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">(ma, allora): dove fu nitore á-<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">ppiccato nudo il tempo, <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">si vide, mondo senza abisso, <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">iddio disceso a dono <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">fin dove, in apice di sete, <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">si spacca il fiore a vita <br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">perché sia il tempo ammutinato<br /></span></span><span style="font-family: Palatino Linotype, serif;"><span style="font-size: small;">l’eterno mirácolo di vita</span></span></p>
<pre>&nbsp;</pre>


<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La follia dei numeri #3, però . . .</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/06/06/la-follia-dei-numeri-3-pero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jun 2024 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[meccanica quantistica]]></category>
		<category><![CDATA[numeri complessi]]></category>
		<category><![CDATA[unità immaginaria]]></category>
		<category><![CDATA[Werner Heisenberg]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Antonio Sparzani</strong>  <br />
“L’italiani sono di simulato sospiro”, dice il Gadda nelle sue fantasmagoriche Favole e aggiunge “L’italiani sono dimolto presti a grattar l’amàndola: e d’interminato leuto”. Bene, l’italiani matematici non son da meno: i nomi di Gerolamo Cardano (pavese, 1501-1576) e di Rafael Bombelli (bolognese, 1526-1572) sono tra quelli più implicati nella ulteriore follia che esaminiamo adesso.
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-108535" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/pmandola-piccola-bianca-scaled.jpg" alt="" width="149" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/pmandola-piccola-bianca-112x300.jpg 112w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/pmandola-piccola-bianca-157x420.jpg 157w" sizes="(max-width: 149px) 100vw, 149px" /><br />
“L’italiani sono di simulato sospiro”, dice il Gadda nelle sue fantasmagoriche Favole e aggiunge “L’italiani sono dimolto presti a grattar l’amàndola: e d’interminato leuto”. Bene, l’italiani matematici non son da meno: i nomi di Gerolamo Cardano (pavese, 1501-1576) e di Rafael Bombelli (bolognese, 1526-1572) sono tra quelli più implicati nella ulteriore follia che esaminiamo adesso.<br />
Qual è il problema ? Il problema è che i matematici si rifiutano di ammettere problemi senza soluzione. Adesso che qualsiasi numero, anche con una sfilza di infinite cifre qualsiasi dopo la virgola, è stato fatto esistere, portando all’esistenza così le radici quadrate, cubiche, n-esime di qualsiasi numero, cos’altro si vuole? Si vuole che queste ultime parole “qualsiasi numero” abbiano senso; infatti avrei dovuto scrivere “qualsiasi numero positivo”. La radice quadrata di 1 è 1, e anche –1 , cioè ci sono due radici quadrate di 1, poco male, abbondanza di soluzioni. Ma –1 ce l’ha una radice quadrata? Abbiamo nei nostri scaffali, così accuratamente costruiti (e che contengono quelli che abbiamo chiamato “numeri reali”) uno, o più numeri che abbiano come quadrato –1? Certo che no, perché ognuno dei numeri che finora abbiamo creato, moltiplicato per stesso fornisce un numero positivo, dato che sappiamo che più per più fa più e che meno per meno fa più. Orrore e raccapriccio! Come è mai possibile? Se lasciamo le cose così ci saranno equazioni anche molto semplici senza soluzione, a cominciare da x² + 1 = 0, che diventa x² = –1, dunque irrisolvibile. Ecco dunque l’intollerabile aporia: ci sono equazioni algebriche che non hanno soluzioni.<br />
Qual è il rimedio più semplice a questa “intollerabile aporia”? Semplice: grattiamo, come suggerisce il Gadda, l’amàndola, che metterà in moto la nostra illimitata fantasia matematica, ovvero <em>immaginiamoci </em>un numero il cui quadrato fornisca esattamente –1, per sua definizione! La cosa più importante, per farlo esistere, è dargli un nome: dato che è un numero immaginario lo chiameremo “<em>i</em>”, definito dalla proprietà <em> i</em>² = –1. Dopodiché lo si vuole “mettere assieme” ai numeri reali già noti e si forma così un camppo (parola non casuale in matematica, ma sulla quale qui non insisto) nel quale, se <em>a </em>è un numero reale, ha senso definire sia il prodotto <em>ia</em> che la somma <em>a + ib</em> , con <em>b </em>ancora reale – e tutti i “numeri” di questo tipo, forniti di una parte reale, <em>a</em>, e di una parte immaginaria, quella che &#8220;moltiplica&#8221; la <em>i</em>, qui indicata con <em>b</em>, vengono detti <strong>numeri complessi</strong>. Tra essi è “naturalmente” definita una somma:<br />
(<em>a + ib</em>)+(<em>c+id</em>)= (<em>a + c</em> ) + i (<em>b + d</em>)<br />
e un prodotto<br />
(<em>a + ib</em>) (<em>c+id</em>)= <em>ac – bd + i </em>(<em>ad + bc</em> ),<br />
nella quale si è appunto tenuto conto che <em>i</em>² = – 1. Pronto fatto! In questo così allargato insieme numerico, detto campo dei numeri complessi, l’equazione mostrata sopra che non aveva soluzioni nel campo reale, ha due soluzioni: <em>i </em>e –<em>i </em>e ogni equazione di grado n ha esattamente n soluzioni, reali o complesse che siano. Visto che colpo di mano?<br />
Sì, voi direte, va bene, ma lasciamo i matematici farsi le proprie elucubrazioni mentali, per quanto bizzarre siano e stiamo attaccati alla realtà che di immaginario non ha nulla. Eh già, sarebbe bello se ce la si cavasse così, ma c’è un inaspettato <em>ma</em>.<br />
Come raccontavo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/24/complementarita-e-dintorni-4/">qui</a>, nel giugno del 1925 (l’anno venturo festeggiamo il centenario) Werner Heisenberg, causa febbre da fieno contratta a Göttingen, andò a Helgoland, isoletta nel Mare del Nord e lì inventò, o intuì, i primi barlumi di quella che poi venne definitivamente chiamata <strong>meccanica quantistica</strong> e che ancor oggi, con tutti gli opportuni sviluppi e miglioramenti avvenuti in un secolo, è la migliore teoria che possediamo della struttura atomica e delle interazioni tra quei pezzettini di materia piccoli piccoli.<br />
E questa teoria, ormai assai collaudata e potente, necessita assolutamente, per la sua corretta formulazione matematica, del campo dei numeri complessi. Erwin Schrödinger l’anno seguente formulò una versione detta “ondulatoria” della stessa teoria e nell’equazione che la esprime, ormai universalmente nota come “equazione di Schrödinger” compare inevitabilmente la famosa i .Non si può formularla usando soltanto i numeri reali. Non c’è naturalmente alcuna spiegazione “intuitiva” o “comprensibile” di ciò.<br />
È un fatto matematico. È un fatto matematico?<br />
La matematica l’abbiamo creata e costruita noi <em>sapiens</em>, e qui naturalmente si potrebbero porre diverse questioni, di quelle di respiro enorme, tipo: questo strano fatto (insieme con tutti gli altri “strani” fatti delle teorie scientifiche che abbiamo) è insito nella natura delle cose o dipende da come è configurato il cervello dei <em>sapiens</em>? E via così, naturalmente io qui non comincio neanche a parlarne.<br />
Così finisce la serie delle follie, non perché non ce ne siano altre, ma perché richiederebbero conoscenze poco adatte alla divulgazione.</p>
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