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	Commenti per NAZIONE INDIANA	</title>
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		<title>
		Commenti su I giacobini neri di rmorresi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/08/i-giacobini-neri/#comment-398858</link>

		<dc:creator><![CDATA[rmorresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 08:10:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2026/07/08/i-giacobini-neri/#comment-398830&quot;&gt;Giorgio Mascitelli&lt;/a&gt;.

Grazie, Giorgio, devo proprio riprenderlo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/07/08/i-giacobini-neri/#comment-398830">Giorgio Mascitelli</a>.</p>
<p>Grazie, Giorgio, devo proprio riprenderlo.</p>
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		<title>
		Commenti su I giacobini neri di Giorgio Mascitelli		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/08/i-giacobini-neri/#comment-398830</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 19:36:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2026/07/08/i-giacobini-neri/#comment-398788&quot;&gt;rmorresi&lt;/a&gt;.

Grazie Renata, quello a cui tu ti riferisci non è una mia opinione, ma lo scrive James, sempre in un quadro sostanzialmente unitario della struttura economica della regione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/07/08/i-giacobini-neri/#comment-398788">rmorresi</a>.</p>
<p>Grazie Renata, quello a cui tu ti riferisci non è una mia opinione, ma lo scrive James, sempre in un quadro sostanzialmente unitario della struttura economica della regione.</p>
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		<title>
		Commenti su Riflessioni (parziali) sull’uso dell’AI nel campo dell’arte di Daniele Barbieri		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/04/riflessioni-parziali-sulluso-dellai-nel-campo-dellarte/#comment-398806</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Barbieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 14:49:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Andrea, l’argomento non era: “se osi criticare la rete, allora devi staccare la spina”. L’argomento era: persino dalle logiche peggiori si possono ricavare risultati positivi. Sono gli integralisti a condannarsi a morte staccando la spina. Perché la realtà è complicata. Il Web è nato dall’utopia di un ricercatore interessato alla libera diffusione della ricerca: evviva! Le realtà commerciali del capitalismo avanzato si sono impadronite del Web per farci enormi affari: abbasso! Il dibattito culturale e politico ha saputo utilizzare gli spazi implementati dalle aziende Web per discutere su temi della libertà e della contrapposizione al sistema: evviva! Ci sono aziende come Meta e Google che fanno grandi affari persino su questo dibattito: abbasso! E così via.
Non possiamo chiuderci gli occhi neanche sull’AI. Non ci sono dubbi che sia stata fondata sul furto intellettuale e sul lavoro sottopagato: abbasso! Ma se ne possono fare anche usi interessanti: evviva!
La realtà è complicata. Il nesso “capitalismo-IA-sfruttamento” va certamente tenuto presente, ma fare i luddisti vuol dire votarsi alla sconfitta. Nessun atteggiamento radicale ha chances.
E poi, in fin dei conti, non mi sembra che, almeno su questo, siamo poi così in disaccordo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea, l’argomento non era: “se osi criticare la rete, allora devi staccare la spina”. L’argomento era: persino dalle logiche peggiori si possono ricavare risultati positivi. Sono gli integralisti a condannarsi a morte staccando la spina. Perché la realtà è complicata. Il Web è nato dall’utopia di un ricercatore interessato alla libera diffusione della ricerca: evviva! Le realtà commerciali del capitalismo avanzato si sono impadronite del Web per farci enormi affari: abbasso! Il dibattito culturale e politico ha saputo utilizzare gli spazi implementati dalle aziende Web per discutere su temi della libertà e della contrapposizione al sistema: evviva! Ci sono aziende come Meta e Google che fanno grandi affari persino su questo dibattito: abbasso! E così via.<br />
Non possiamo chiuderci gli occhi neanche sull’AI. Non ci sono dubbi che sia stata fondata sul furto intellettuale e sul lavoro sottopagato: abbasso! Ma se ne possono fare anche usi interessanti: evviva!<br />
La realtà è complicata. Il nesso “capitalismo-IA-sfruttamento” va certamente tenuto presente, ma fare i luddisti vuol dire votarsi alla sconfitta. Nessun atteggiamento radicale ha chances.<br />
E poi, in fin dei conti, non mi sembra che, almeno su questo, siamo poi così in disaccordo.</p>
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		<title>
		Commenti su Nel Panopticon di Michele Mari di rmorresi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/04/nel-panopticon-di-michele-mari/#comment-398796</link>

		<dc:creator><![CDATA[rmorresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 13:10:02 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=121596#comment-398796</guid>

					<description><![CDATA[Nessuno desidera vivere nel Panopticon, né essere oggetto di osservazione perpetua, né dover parlare come se ogni frase fosse già destinata a diventare un capo d’imputazione. Mari è un grande autore, dispiace per la caduta di stile, ma invochiamo la libertà di opinione. Però liberta d’opinione non significa immunità dalla critica, no? E criticare una frase non significa chiedere che chi l’ha pronunciata venga espulso dalla letteratura, messo alla gogna, ecc. Tra la pagina bianca e il tribunale morale c’è, dovrebbe esserci, uno spazio molto ampio, ovvero lo spazio della consapevolezza critica e anche del dissenso non punitivo. 
Interroghiamoci dunque sul tribunale permanente dei social, il collasso dei contesti, un giornalismo culturale disperato, la tendenza polarizzante e superficialotta dei commenti, gli shitstorm manipolati, i conflitti imbastiti per fare click, il brand dell’immagine, eccetera. Però non dimentichiamoci degli elefanti nella stanza: la goffaggine con cui si parla di questioni di genere nell’ambito editoriale e letterario, e poi, la storica asimmetria. 
Asimmetria che esiste ancora, e diventa intrattabile se non la osserviamo nella sua storia. Voglio dire: non tutti entrano nello spazio pubblico con la stessa storia dello sguardo addosso. Le donne (e, più in generale, le persone ricondotte socialmente al femminile) conoscono da molto prima dei social network la condizione di essere GUARDATE. Non è che certi copioni ben radicati siano spazzati via oggi da una dimensione pubblica un po’ più egalitaria di un tempo (apparentemente almeno, perché poi andando a fare le statistiche sulla materialità delle esistenze, stipendi, posizioni, direzioni ecc, le cose forse sono meno egalitarie del previsto). La verità - anche tragica, sì - è che le donne si portano addosso secoli di sguardo: perché brutte, perché belle, perché insipide, perché dimesse, perché vistose, perché giovani, perché vecchie, perché di mezza età, perché fidanzate di, perché single, perché deluse da, perché cornute, perché cornificanti, perché insultate, perché esaltate, perché stronze, perché lesbiche, perché non si sa cosa, perché non si sa il loro vero nome, perché fanno gruppo, perché sono delle &#039;eccezioni&#039;, eccetera, eccetera, eccetera. Tutto questo è valso anche, se possibile ancora di più, per le scrittrici, che devono districarsi nel fitto di un carico simbolico specifico, con storici divieti strutturali e infrazioni invisibili. Dire che questo peso simbolico è grossomodo uguale per tutti o addirittura liquidarlo come ininfluente rispetto ‘all’opera letteraria’ vuol dire darsi la zappa sui piedi, cioé: disinnescare il valore conoscitivo e perturbante del letterario nel pensare l’esistenza (se volete: nel cambiarci le vite). 
Forse basterebbe essere stati a qualche cena con certi baroni che sparano sentenze su chi ha la faccia da maiala e chi fa la gatta morta, e al caffè immancabilmente pontificano sulla ‘condizione umana’. Non è soltanto la collezione di pregiudizi di alcuni personaggi retrò, ma un sistema morale che inquina tutto. Ed è sfiancante. Da giovane mi sono capitate queste scenette (anche a Virginia Woolf, ho scoperto dopo, che si sforzava di buttare giù i rospi per non passare da isterica), e oggi non mi meraviglia che, a un certo punto, all’ennesima battuta, arriva qualcuna che fa saltare il tavolo. Penso che i tempi siano maturi perché noi si faccia i conti con tutto questo fuori dalla riduzione a gossip, e pure oltre l’invocazione al ritorno all’opera ‘e basta’.
Sinceramente penso che Mari vincerà lo Strega, per ragioni letterarie e di autorevolezza, che questa storia ha semmai rinforzato. Il potere della parola non scompare nel momento in cui il suo autore viene criticato. Però il ‘codice della letteratura’, che si invoca come unico criterio legittimo per un premio non credo sia mai esistito in una camera sterile, soprattutto per le donne. Se vogliamo fare un passettino avanti nei nostri dibattiti culturali bisogna riconoscere che il Panopticon non comincia con i social e non distribuisce equamente le sue celle, e per alcune esiste da tanto, tanto, tanto tempo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nessuno desidera vivere nel Panopticon, né essere oggetto di osservazione perpetua, né dover parlare come se ogni frase fosse già destinata a diventare un capo d’imputazione. Mari è un grande autore, dispiace per la caduta di stile, ma invochiamo la libertà di opinione. Però liberta d’opinione non significa immunità dalla critica, no? E criticare una frase non significa chiedere che chi l’ha pronunciata venga espulso dalla letteratura, messo alla gogna, ecc. Tra la pagina bianca e il tribunale morale c’è, dovrebbe esserci, uno spazio molto ampio, ovvero lo spazio della consapevolezza critica e anche del dissenso non punitivo.<br />
Interroghiamoci dunque sul tribunale permanente dei social, il collasso dei contesti, un giornalismo culturale disperato, la tendenza polarizzante e superficialotta dei commenti, gli shitstorm manipolati, i conflitti imbastiti per fare click, il brand dell’immagine, eccetera. Però non dimentichiamoci degli elefanti nella stanza: la goffaggine con cui si parla di questioni di genere nell’ambito editoriale e letterario, e poi, la storica asimmetria.<br />
Asimmetria che esiste ancora, e diventa intrattabile se non la osserviamo nella sua storia. Voglio dire: non tutti entrano nello spazio pubblico con la stessa storia dello sguardo addosso. Le donne (e, più in generale, le persone ricondotte socialmente al femminile) conoscono da molto prima dei social network la condizione di essere GUARDATE. Non è che certi copioni ben radicati siano spazzati via oggi da una dimensione pubblica un po’ più egalitaria di un tempo (apparentemente almeno, perché poi andando a fare le statistiche sulla materialità delle esistenze, stipendi, posizioni, direzioni ecc, le cose forse sono meno egalitarie del previsto). La verità &#8211; anche tragica, sì &#8211; è che le donne si portano addosso secoli di sguardo: perché brutte, perché belle, perché insipide, perché dimesse, perché vistose, perché giovani, perché vecchie, perché di mezza età, perché fidanzate di, perché single, perché deluse da, perché cornute, perché cornificanti, perché insultate, perché esaltate, perché stronze, perché lesbiche, perché non si sa cosa, perché non si sa il loro vero nome, perché fanno gruppo, perché sono delle &#8216;eccezioni&#8217;, eccetera, eccetera, eccetera. Tutto questo è valso anche, se possibile ancora di più, per le scrittrici, che devono districarsi nel fitto di un carico simbolico specifico, con storici divieti strutturali e infrazioni invisibili. Dire che questo peso simbolico è grossomodo uguale per tutti o addirittura liquidarlo come ininfluente rispetto ‘all’opera letteraria’ vuol dire darsi la zappa sui piedi, cioé: disinnescare il valore conoscitivo e perturbante del letterario nel pensare l’esistenza (se volete: nel cambiarci le vite).<br />
Forse basterebbe essere stati a qualche cena con certi baroni che sparano sentenze su chi ha la faccia da maiala e chi fa la gatta morta, e al caffè immancabilmente pontificano sulla ‘condizione umana’. Non è soltanto la collezione di pregiudizi di alcuni personaggi retrò, ma un sistema morale che inquina tutto. Ed è sfiancante. Da giovane mi sono capitate queste scenette (anche a Virginia Woolf, ho scoperto dopo, che si sforzava di buttare giù i rospi per non passare da isterica), e oggi non mi meraviglia che, a un certo punto, all’ennesima battuta, arriva qualcuna che fa saltare il tavolo. Penso che i tempi siano maturi perché noi si faccia i conti con tutto questo fuori dalla riduzione a gossip, e pure oltre l’invocazione al ritorno all’opera ‘e basta’.<br />
Sinceramente penso che Mari vincerà lo Strega, per ragioni letterarie e di autorevolezza, che questa storia ha semmai rinforzato. Il potere della parola non scompare nel momento in cui il suo autore viene criticato. Però il ‘codice della letteratura’, che si invoca come unico criterio legittimo per un premio non credo sia mai esistito in una camera sterile, soprattutto per le donne. Se vogliamo fare un passettino avanti nei nostri dibattiti culturali bisogna riconoscere che il Panopticon non comincia con i social e non distribuisce equamente le sue celle, e per alcune esiste da tanto, tanto, tanto tempo.</p>
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		<title>
		Commenti su I giacobini neri di rmorresi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/08/i-giacobini-neri/#comment-398788</link>

		<dc:creator><![CDATA[rmorresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 10:46:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie Giorgio, un nuova edizione che spero di poter leggere presto. Non ho ben capito però perché dici che a Cuba lo schiavismo fu un fenomeno limitato; mi viene in mente anche un bel libro di Ada Ferrer che lega Haiti e Cuba, dove l&#039;esempio rivoluzionario di Haiti divenne uno specchio rovesciato. Cioè, per le autorità coloniali e i piantatori bianchi a Cuba Haiti era l&#039;evidenza di una emancipazione da scongiurare a tutti i costi, al tempo stesso lasciava aperto uno spazio nel commercio dello zucchero da quelli prontamente occupato (il libro si intitola Freedom&#039;s Mirror: Cuba and Haiti in the Age of Revolution). 
Certo che la storia di Haiti che fu pure costretta a risarcire la Francia per i capitali perduti, nientemeno che chiedendo un prestito alle banche francesi (e poi fu strozzata e occupata dagli Stati Uniti), è un manuale di come &#039;la grande civilità occidentale&#039; può deformare i suoi &#039;principi universali&#039; in nome del bieco affarismo. Trump deve aver studiato lì.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Giorgio, un nuova edizione che spero di poter leggere presto. Non ho ben capito però perché dici che a Cuba lo schiavismo fu un fenomeno limitato; mi viene in mente anche un bel libro di Ada Ferrer che lega Haiti e Cuba, dove l&#8217;esempio rivoluzionario di Haiti divenne uno specchio rovesciato. Cioè, per le autorità coloniali e i piantatori bianchi a Cuba Haiti era l&#8217;evidenza di una emancipazione da scongiurare a tutti i costi, al tempo stesso lasciava aperto uno spazio nel commercio dello zucchero da quelli prontamente occupato (il libro si intitola Freedom&#8217;s Mirror: Cuba and Haiti in the Age of Revolution).<br />
Certo che la storia di Haiti che fu pure costretta a risarcire la Francia per i capitali perduti, nientemeno che chiedendo un prestito alle banche francesi (e poi fu strozzata e occupata dagli Stati Uniti), è un manuale di come &#8216;la grande civilità occidentale&#8217; può deformare i suoi &#8216;principi universali&#8217; in nome del bieco affarismo. Trump deve aver studiato lì.</p>
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			</item>
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		<title>
		Commenti su Nel Panopticon di Michele Mari di davide orecchio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/04/nel-panopticon-di-michele-mari/#comment-398756</link>

		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 00:18:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2026/07/04/nel-panopticon-di-michele-mari/#comment-398625&quot;&gt;Andrea Inglese&lt;/a&gt;.

E&#039; vero, Andrea, che &quot;la maggior parte di noi ha scelto il panopticon&quot;, però M.M. si era limitato a raccontarlo, e ci si è trovato dentro suo malgrado. Per me ha senso dare peso a questa faccenda solo se diagnostica qualcosa che riguarda tutti. E la matrice giacobina l&#039;ho vista sì in questo caso (magari mi sbaglio pure), ma non voglio darle più peso rispetto al dilagante fasciorazzismo dei social, ovviamente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/07/04/nel-panopticon-di-michele-mari/#comment-398625">Andrea Inglese</a>.</p>
<p>E&#8217; vero, Andrea, che &#8220;la maggior parte di noi ha scelto il panopticon&#8221;, però M.M. si era limitato a raccontarlo, e ci si è trovato dentro suo malgrado. Per me ha senso dare peso a questa faccenda solo se diagnostica qualcosa che riguarda tutti. E la matrice giacobina l&#8217;ho vista sì in questo caso (magari mi sbaglio pure), ma non voglio darle più peso rispetto al dilagante fasciorazzismo dei social, ovviamente.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Commenti su Riflessioni (parziali) sull’uso dell’AI nel campo dell’arte di andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/04/riflessioni-parziali-sulluso-dellai-nel-campo-dellarte/#comment-398626</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jul 2026 23:08:22 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=120778#comment-398626</guid>

					<description><![CDATA[Provo a risponderti su due punti, che mi sembrano importanti. Ma innanzitutto: &quot;sollevi un problema diverso dal mio, che tu ritieni valido a monte, mentre io mi limito ad accennarlo&quot;. Si, è vero, e grazie di esserti lasciato tirare per ma giacchetta.

&quot;La battaglia andrebbe combattuta in generale contro lo sfruttamento del lavoro, non nel solo caso specifico, trascurando gli altri.&quot; Hai ragione. La batttaglia è contro il capitalismo e le sue forme di sfruttamento. Ma perché ricordare il nesso &quot;capitalismo-IA-sfruttamento&quot; non andrebbe fatto, in quanto questione settoriale? Tutto il mio discorso è incentrato sullo strappare l&#039;IA dalla sua natura &quot;neutrale&quot; e apolitica, per mostrare fino a che punto è imbricata con detestabili ideologie e pratiche del capitalismo (tra cui quella speculativa, su cui mi sembra siamo d&#039;accordo). La differenza in questo caso è che io voglio che si discuta di questa &quot;imbricazione&quot; a monte, piuttosto che darla per acquisita e discuterne le conseguenze in questo o quell&#039;altro settore.

Secondo punto di disaccordo; criticare l&#039;IA, o criticare le piattaforme, o criticare la rete, significherebbe dover cessare di usare l&#039;IA, le piattaforme o la rete. Ma cio&#039; vorrebbe dire: chi critica le attuali democrazie, ad esempio, è perchè vuole vivere sotto un tiranno oppure in un utopico mondo senza alcun conflitto, ineguaglianza, ecc. Quindi dovrebbe smettere di votare e di partecipare alla vita democratica. (Alcuni anche lo fanno, ma la maggior parte no). Ma aggiungo: IA, piattaforme social, rete: nulla di queste realtà è equivalente, quindi difficile generalizzare. 

L&#039;esempio che fai, infine, di Nazione Indiana è un controsenso. Nello spazio della rete attuale e più in generale della comunicazione culturale e letteraria, un blog collettivo autofinanziato è un indispensabile spazio di autonomia, nei confronti di una gran quantità di fattori condizionanti nel mondo giornalistico e editoriale (vedi anche https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/). Questo è possibile perché esiste la rete e le realtà capitalistiche che ne governano in gran parte la realtà, dirai tu. La risposta è pero&#039; più complessa: oggi esistono norme e leggi, che la politica ha imposto alle aziende che dominano la rete, ma si tratta di una battaglia in corso, in cui i cittadini alla ricerca di autonomia hanno la loro parola da dire. Inoltre, NI mostra che l&#039;uso della rete non ha solo carattere commerciale e di ricerca di profitto. Ma naturalmente questa autonomia, in una rete in gran parte controllata dai grandi monopoli, fa si, ad esempio, che il tuo articolo qui, come i miei, nutrano a gratis i dispositivi IA che appartengono invece ad aziende che stanno da anni incassando miliardi.
Insomma, non vale proprio l&#039;argomento: se osi criticare la rete, allora devi staccare la spina.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Provo a risponderti su due punti, che mi sembrano importanti. Ma innanzitutto: &#8220;sollevi un problema diverso dal mio, che tu ritieni valido a monte, mentre io mi limito ad accennarlo&#8221;. Si, è vero, e grazie di esserti lasciato tirare per ma giacchetta.</p>
<p>&#8220;La battaglia andrebbe combattuta in generale contro lo sfruttamento del lavoro, non nel solo caso specifico, trascurando gli altri.&#8221; Hai ragione. La batttaglia è contro il capitalismo e le sue forme di sfruttamento. Ma perché ricordare il nesso &#8220;capitalismo-IA-sfruttamento&#8221; non andrebbe fatto, in quanto questione settoriale? Tutto il mio discorso è incentrato sullo strappare l&#8217;IA dalla sua natura &#8220;neutrale&#8221; e apolitica, per mostrare fino a che punto è imbricata con detestabili ideologie e pratiche del capitalismo (tra cui quella speculativa, su cui mi sembra siamo d&#8217;accordo). La differenza in questo caso è che io voglio che si discuta di questa &#8220;imbricazione&#8221; a monte, piuttosto che darla per acquisita e discuterne le conseguenze in questo o quell&#8217;altro settore.</p>
<p>Secondo punto di disaccordo; criticare l&#8217;IA, o criticare le piattaforme, o criticare la rete, significherebbe dover cessare di usare l&#8217;IA, le piattaforme o la rete. Ma cio&#8217; vorrebbe dire: chi critica le attuali democrazie, ad esempio, è perchè vuole vivere sotto un tiranno oppure in un utopico mondo senza alcun conflitto, ineguaglianza, ecc. Quindi dovrebbe smettere di votare e di partecipare alla vita democratica. (Alcuni anche lo fanno, ma la maggior parte no). Ma aggiungo: IA, piattaforme social, rete: nulla di queste realtà è equivalente, quindi difficile generalizzare. </p>
<p>L&#8217;esempio che fai, infine, di Nazione Indiana è un controsenso. Nello spazio della rete attuale e più in generale della comunicazione culturale e letteraria, un blog collettivo autofinanziato è un indispensabile spazio di autonomia, nei confronti di una gran quantità di fattori condizionanti nel mondo giornalistico e editoriale (vedi anche <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/" rel="nofollow ugc">https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/</a>). Questo è possibile perché esiste la rete e le realtà capitalistiche che ne governano in gran parte la realtà, dirai tu. La risposta è pero&#8217; più complessa: oggi esistono norme e leggi, che la politica ha imposto alle aziende che dominano la rete, ma si tratta di una battaglia in corso, in cui i cittadini alla ricerca di autonomia hanno la loro parola da dire. Inoltre, NI mostra che l&#8217;uso della rete non ha solo carattere commerciale e di ricerca di profitto. Ma naturalmente questa autonomia, in una rete in gran parte controllata dai grandi monopoli, fa si, ad esempio, che il tuo articolo qui, come i miei, nutrano a gratis i dispositivi IA che appartengono invece ad aziende che stanno da anni incassando miliardi.<br />
Insomma, non vale proprio l&#8217;argomento: se osi criticare la rete, allora devi staccare la spina.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Commenti su Nel Panopticon di Michele Mari di Andrea Inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/04/nel-panopticon-di-michele-mari/#comment-398625</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jul 2026 22:30:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ha senso dare tanto peso a una discussione avvenuta tra due persone in un bus, riportata da una testata nazionale, e infinite volte commentata dai social? Siccome è una frase &quot;origliata&quot;, e non il testo ad esempio di un&#039;intervista, che pur essendo frutto di una mediazione (e magari a volte di una deformazione)), ha un carattere pubblico, allora a me non interessa, non voglio entrarci, non voglio giudicare qualcosa che è inserito in un contesto che mi sfugge da tutte le parti. Poi posso anche pensare che sia una frase verosimile. E che se fosse vera, mostrerebbe una debolezza nelle personalità di chi l&#039;ha pronunciata. Ma il mondo è pieno di gente per certi versi ammirevole (come lo scrittore Mari in quanto scrittore) che vista da vicino ti delude per varie ragioni. Tutta la questione cambia di molto, invece, se uno fa certe affermazioni, ad esempio, come le ha fatte Erri De Luca, in un&#039;intervista pubblica.

Davide vede nell&#039;intollerenza e in una certa mentalità giacobina la radice di questo fenomeno. Giorgio sposta l&#039;accento sulla &quot;completa mediatizzazione della sfera letteraria, un processo nel quale lo scrittore diventa il testimonial di se stesso prima ancora che della sua opera&quot;. Certo c&#039;è intolleranza, ma questa intolleranza a volte è &quot;giacobina&quot;, in molti altri casi è politicamente scorretta. La rete rigurgita di intollerranza razzista, maschilista e fascista, per dire. A me sembra quindi che la chiave decisiva (certo non l&#039;unica) della faccenda venga da questa &quot;condizione&quot; che riguarda la letteratura ma non solo. (Insomma, è l&#039;autore che accentra l&#039;attenzione non l&#039;opera.)
In ogni caso, quale che sia l&#039;elemento determinante, vale rispetto al discorso di Davide un&#039;ulteriore osservazione: oggi nel panopticon ci siamo messi noi volontariamente. Ognuno di noi si è infilato nel panopticon dei social e delle piattaforme, che per loro costituzione cancellano la frontiera tra privato e pubblico. A monte degli episodi di intolleranza, la maggior parte di noi ha scelto il panopticon. E anche questo è un aspetto grandemente problematico. Almeno per me lo è, da quando lo frequento :)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha senso dare tanto peso a una discussione avvenuta tra due persone in un bus, riportata da una testata nazionale, e infinite volte commentata dai social? Siccome è una frase &#8220;origliata&#8221;, e non il testo ad esempio di un&#8217;intervista, che pur essendo frutto di una mediazione (e magari a volte di una deformazione)), ha un carattere pubblico, allora a me non interessa, non voglio entrarci, non voglio giudicare qualcosa che è inserito in un contesto che mi sfugge da tutte le parti. Poi posso anche pensare che sia una frase verosimile. E che se fosse vera, mostrerebbe una debolezza nelle personalità di chi l&#8217;ha pronunciata. Ma il mondo è pieno di gente per certi versi ammirevole (come lo scrittore Mari in quanto scrittore) che vista da vicino ti delude per varie ragioni. Tutta la questione cambia di molto, invece, se uno fa certe affermazioni, ad esempio, come le ha fatte Erri De Luca, in un&#8217;intervista pubblica.</p>
<p>Davide vede nell&#8217;intollerenza e in una certa mentalità giacobina la radice di questo fenomeno. Giorgio sposta l&#8217;accento sulla &#8220;completa mediatizzazione della sfera letteraria, un processo nel quale lo scrittore diventa il testimonial di se stesso prima ancora che della sua opera&#8221;. Certo c&#8217;è intolleranza, ma questa intolleranza a volte è &#8220;giacobina&#8221;, in molti altri casi è politicamente scorretta. La rete rigurgita di intollerranza razzista, maschilista e fascista, per dire. A me sembra quindi che la chiave decisiva (certo non l&#8217;unica) della faccenda venga da questa &#8220;condizione&#8221; che riguarda la letteratura ma non solo. (Insomma, è l&#8217;autore che accentra l&#8217;attenzione non l&#8217;opera.)<br />
In ogni caso, quale che sia l&#8217;elemento determinante, vale rispetto al discorso di Davide un&#8217;ulteriore osservazione: oggi nel panopticon ci siamo messi noi volontariamente. Ognuno di noi si è infilato nel panopticon dei social e delle piattaforme, che per loro costituzione cancellano la frontiera tra privato e pubblico. A monte degli episodi di intolleranza, la maggior parte di noi ha scelto il panopticon. E anche questo è un aspetto grandemente problematico. Almeno per me lo è, da quando lo frequento :)</p>
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			</item>
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		<title>
		Commenti su Riflessioni (parziali) sull’uso dell’AI nel campo dell’arte di Daniele Barbieri		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/04/riflessioni-parziali-sulluso-dellai-nel-campo-dellarte/#comment-398611</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Barbieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jul 2026 18:25:32 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=120778#comment-398611</guid>

					<description><![CDATA[Caro Andrea
sollevi un problema diverso dal mio, che tu ritieni valido a monte, mentre io mi limito ad accennarlo, perché non riguarda il punto che volevo affrontare. Ma siccome mi tiri per la giacchetta, vengo anche sul punto che sollevi tu.
Ci vedo due aspetti. Collegati ma distinti. Dici, a un certo punto, che in una mia riflessione “sono stati resi invisibili tutti gli addestratori umani sottopagati che in paesi come l’America Latina o l’India o persino l’Europa hanno addestrato a monte ‘le macchine’.” È vero, ma non è un problema specifico dell’AI: è il capitalismo che è fatto così. La battaglia andrebbe combattuta in generale contro lo sfruttamento del lavoro, non nel solo caso specifico, trascurando gli altri. Si aggiunga, poi, che anche questo spazio Web su cui vive Nazione Indiana e tu e io possiamo discutere è, in ultima analisi, il frutto di lavoro sottopagato, compreso il tuo e il mio. Resta tuttavia un fatto positivo che possiamo scambiarci le idee in questo modo. Se fossimo intransigentemente moralisti non dovremmo farlo, e in realtà non dovremmo fare nulla, nemmeno vivere, perché tutto quello che utilizziamo ha da qualche parte una radice di sfruttamento. Combattiamo lo sfruttamento, dunque, non gli eventuali aspetti positivi!
Il secondo aspetto è più vicino al mio tema, perché riguarda proprio il luddismo (cui tu fai riferimento) nei confronti delle macchine e la rivolta degli scribi contro l’invenzione della stampa. Scribi e luddisti hanno combattuto battaglie perdenti, oggi lo sappiamo benissimo. Erano perdenti non solo perché gli interessi (capitalisti) cui si opponevano erano troppo forti, ma perché erano battaglie miopi: sia la stampa che le macchine hanno generato crisi solo momentanee, e alla lunga hanno moltiplicato, non ridotto i posti di lavoro. Per questo io sono diffidente nei confronti della contestazione generale contro l’IA, che mi sembra mossa, sotto alcuni aspetti, proprio dalle stesse paure che muovevano scribi e luddisti.
Certo, poi ci sono altri aspetti, che riguardano lo sfruttamento delle risorse umane e naturali, ma non sono aspetti specifici dell’IA. E c’è l’aspetto del controllo dell’informazione, che l’IA enfatizza enormemente. Ma che forse può essere tenuto sotto controllo con altri strumenti di origine AI. Il problema mi sembra complesso, ma non è un problema specifico dell’AI. È in generale il problema dello sfruttamento capitalistico di risorse umane e naturali, che andrebbe affrontato come problema generale, non miopemente limitandosi alle faccende più eclatanti.

Per finire mi lancio con una previsione. Ricordi la bolla delle DotCom sul finire degli anni Novanta (o agli inizi dei Duemila)? Le società che lavoravano per il Web continuavano a salire in borsa e a raccogliere investimenti (e a sfruttare lavoratori sottopagati). Poi qualcuno si è accorto che non valevano così tanto, cioè che il business c’era, ma non era così remunerativo come sembrava. E c’è stata una serie di fallimenti a catena. Sono certo che succederà la stessa cosa anche questa volta.

Quanto alla coscienza di Antropic, io nemmeno so se ce l’ho io, una coscienza. E solo se assumo di averla posso accettare che ce l’abbia tu, e questo solo perché sembri fatto più o meno come me. Non uno, bensì due livelli di indecidibilità. Il sesso degli angeli era una questione più facile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Andrea<br />
sollevi un problema diverso dal mio, che tu ritieni valido a monte, mentre io mi limito ad accennarlo, perché non riguarda il punto che volevo affrontare. Ma siccome mi tiri per la giacchetta, vengo anche sul punto che sollevi tu.<br />
Ci vedo due aspetti. Collegati ma distinti. Dici, a un certo punto, che in una mia riflessione “sono stati resi invisibili tutti gli addestratori umani sottopagati che in paesi come l’America Latina o l’India o persino l’Europa hanno addestrato a monte ‘le macchine’.” È vero, ma non è un problema specifico dell’AI: è il capitalismo che è fatto così. La battaglia andrebbe combattuta in generale contro lo sfruttamento del lavoro, non nel solo caso specifico, trascurando gli altri. Si aggiunga, poi, che anche questo spazio Web su cui vive Nazione Indiana e tu e io possiamo discutere è, in ultima analisi, il frutto di lavoro sottopagato, compreso il tuo e il mio. Resta tuttavia un fatto positivo che possiamo scambiarci le idee in questo modo. Se fossimo intransigentemente moralisti non dovremmo farlo, e in realtà non dovremmo fare nulla, nemmeno vivere, perché tutto quello che utilizziamo ha da qualche parte una radice di sfruttamento. Combattiamo lo sfruttamento, dunque, non gli eventuali aspetti positivi!<br />
Il secondo aspetto è più vicino al mio tema, perché riguarda proprio il luddismo (cui tu fai riferimento) nei confronti delle macchine e la rivolta degli scribi contro l’invenzione della stampa. Scribi e luddisti hanno combattuto battaglie perdenti, oggi lo sappiamo benissimo. Erano perdenti non solo perché gli interessi (capitalisti) cui si opponevano erano troppo forti, ma perché erano battaglie miopi: sia la stampa che le macchine hanno generato crisi solo momentanee, e alla lunga hanno moltiplicato, non ridotto i posti di lavoro. Per questo io sono diffidente nei confronti della contestazione generale contro l’IA, che mi sembra mossa, sotto alcuni aspetti, proprio dalle stesse paure che muovevano scribi e luddisti.<br />
Certo, poi ci sono altri aspetti, che riguardano lo sfruttamento delle risorse umane e naturali, ma non sono aspetti specifici dell’IA. E c’è l’aspetto del controllo dell’informazione, che l’IA enfatizza enormemente. Ma che forse può essere tenuto sotto controllo con altri strumenti di origine AI. Il problema mi sembra complesso, ma non è un problema specifico dell’AI. È in generale il problema dello sfruttamento capitalistico di risorse umane e naturali, che andrebbe affrontato come problema generale, non miopemente limitandosi alle faccende più eclatanti.</p>
<p>Per finire mi lancio con una previsione. Ricordi la bolla delle DotCom sul finire degli anni Novanta (o agli inizi dei Duemila)? Le società che lavoravano per il Web continuavano a salire in borsa e a raccogliere investimenti (e a sfruttare lavoratori sottopagati). Poi qualcuno si è accorto che non valevano così tanto, cioè che il business c’era, ma non era così remunerativo come sembrava. E c’è stata una serie di fallimenti a catena. Sono certo che succederà la stessa cosa anche questa volta.</p>
<p>Quanto alla coscienza di Antropic, io nemmeno so se ce l’ho io, una coscienza. E solo se assumo di averla posso accettare che ce l’abbia tu, e questo solo perché sembri fatto più o meno come me. Non uno, bensì due livelli di indecidibilità. Il sesso degli angeli era una questione più facile.</p>
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			</item>
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		<title>
		Commenti su Nel Panopticon di Michele Mari di davide orecchio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/04/nel-panopticon-di-michele-mari/#comment-398610</link>

		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jul 2026 18:02:18 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=121596#comment-398610</guid>

					<description><![CDATA[Grazie per questo commento, Giorgio, l&#039;ho molto apprezzato. Se il sistema si è trasfigurato come dici tu, c&#039;è da riflettere. Resta paradossale che questa riflessione la stiamo facendo non partendo da una &quot;comunicazione&quot; sbagliata fatta da un autore in pubblico, ma da parole dette in privato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie per questo commento, Giorgio, l&#8217;ho molto apprezzato. Se il sistema si è trasfigurato come dici tu, c&#8217;è da riflettere. Resta paradossale che questa riflessione la stiamo facendo non partendo da una &#8220;comunicazione&#8221; sbagliata fatta da un autore in pubblico, ma da parole dette in privato.</p>
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