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	Commenti per NAZIONE INDIANA	</title>
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		Commenti su Quella favola della pittura di Mariasole Ariot		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/08/quella-favola-della-pittura/#comment-405225</link>

		<dc:creator><![CDATA[Mariasole Ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 09:00:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Frammenti molto belli, (ri)scoperte. Grazie. 
L&#039;opera è quella dell&#039;immagine di copertina, suppongo. Può dirmi l&#039;autore qualcosa in più del quadro? Vedo un nucleo, una cellula. O forse l&#039;occhiolingua. Ingrandendo non riesco però a capire con che materiali è stata fatta: sembra grana di pastelli ad olio (il giallo), ma non solo, o forse nemmeno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Frammenti molto belli, (ri)scoperte. Grazie.<br />
L&#8217;opera è quella dell&#8217;immagine di copertina, suppongo. Può dirmi l&#8217;autore qualcosa in più del quadro? Vedo un nucleo, una cellula. O forse l&#8217;occhiolingua. Ingrandendo non riesco però a capire con che materiali è stata fatta: sembra grana di pastelli ad olio (il giallo), ma non solo, o forse nemmeno.</p>
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		Commenti su Il piede nella porta &#8211; parte 2 di LEONARDO		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/09/30/sanita-pubblica-psichiatria-crisi-parte-2/#comment-405152</link>

		<dc:creator><![CDATA[LEONARDO]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 14:38:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2026/09/30/sanita-pubblica-psichiatria-crisi-parte-2/#comment-404942&quot;&gt;Mariasole Ariot&lt;/a&gt;.

Gentile Signora Ariot,
La ringrazio molto per questo suo commento, che segnala il suo interesse ed apre uno squarcio su moltissimi argomenti. Non credo di esagerare se affermo che non basterebbe una vita (professionale) per poter riflettere degnamente sulle questioni che lei, direttamente o indirettamente, solleva. Questioni che vanno dall&#039;etica del lavoro, alla formazione e alla selezione del personale, alla natura della &quot;malattia mentale&quot;, e agli stessi fondamenti epistemologici del nostro operare.
Ha ragione, il mio contributo è del tutto personale e fortemente improntato dalla mia esperienza con un determinato gruppo di lavoro. 
Quello che intendevo trasmettere era il senso di straniamento che nasce dal contrasto tra un autentico interesse (per non dire passione) verso questo mestiere, che non stento a riascontrare nella grande maggioranza dei miei colleghi, e il senso di stanchezza e di rinuncia con cui io stesso talvolta mi trovo a dover fare i conti. Naturalmente sta alla responsabilità di ciascun professionista far sì che questi stati d&#039;animo non ricadano nel lavoro quotidiano. 
Mi viene tuttavia spesso da chiedermi cosa succederebbe se chi opera in questo settore (che è comunque solo una parte del SSN) fosse messo nelle condizioni di poter lavorare con i minimi strumenti indispensabili: strutture e personale adeguati, formazione aggiornata, supervisioni regolari, attenzione al benessere organizzativo e burocrazia tollerabile. Non sto naturalmente suggerendo che il problema stia tutto qui. Sarebbe ingenuo pensarlo. Intendo dire che, in un sistema che intendesse funzionare, gli operatori dovrebbero essere messi nelle condizioni di poter lavorare al meglio delle loro possibilità, professionali e personali.
Altro problema è quello della &quot;nuova&quot; cronicità. Su questo gli operatori del settore stanno riflettendo ormai da tempo. Non entrerò nel merito di riflessioni che per quanto mi riguarda restano ancora aperte. Quello che posso dirle è che l&#039;avvio di un percorso di cura che, magari nel giro di breve tempo, esita in una cronicità (che sia istituzionalizzata o meno) è di fatto un nostro fallimento. E per lo più viene vissuto come tale.
E allora torno alla mia domanda precedente: che cosa succederebbe se vi fossero le condizioni di cui sopra? Siamo certi che non potrebbe cambiare anche l&#039;esito di molti percorsi?
Mi scuso se non ho toccato molti dei suoi argomenti, ma spero in ogni caso di averle fatto arrivare il senso del mio messaggio. 
Un caro saluto,
L. Z.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/09/30/sanita-pubblica-psichiatria-crisi-parte-2/#comment-404942">Mariasole Ariot</a>.</p>
<p>Gentile Signora Ariot,<br />
La ringrazio molto per questo suo commento, che segnala il suo interesse ed apre uno squarcio su moltissimi argomenti. Non credo di esagerare se affermo che non basterebbe una vita (professionale) per poter riflettere degnamente sulle questioni che lei, direttamente o indirettamente, solleva. Questioni che vanno dall&#8217;etica del lavoro, alla formazione e alla selezione del personale, alla natura della &#8220;malattia mentale&#8221;, e agli stessi fondamenti epistemologici del nostro operare.<br />
Ha ragione, il mio contributo è del tutto personale e fortemente improntato dalla mia esperienza con un determinato gruppo di lavoro.<br />
Quello che intendevo trasmettere era il senso di straniamento che nasce dal contrasto tra un autentico interesse (per non dire passione) verso questo mestiere, che non stento a riascontrare nella grande maggioranza dei miei colleghi, e il senso di stanchezza e di rinuncia con cui io stesso talvolta mi trovo a dover fare i conti. Naturalmente sta alla responsabilità di ciascun professionista far sì che questi stati d&#8217;animo non ricadano nel lavoro quotidiano.<br />
Mi viene tuttavia spesso da chiedermi cosa succederebbe se chi opera in questo settore (che è comunque solo una parte del SSN) fosse messo nelle condizioni di poter lavorare con i minimi strumenti indispensabili: strutture e personale adeguati, formazione aggiornata, supervisioni regolari, attenzione al benessere organizzativo e burocrazia tollerabile. Non sto naturalmente suggerendo che il problema stia tutto qui. Sarebbe ingenuo pensarlo. Intendo dire che, in un sistema che intendesse funzionare, gli operatori dovrebbero essere messi nelle condizioni di poter lavorare al meglio delle loro possibilità, professionali e personali.<br />
Altro problema è quello della &#8220;nuova&#8221; cronicità. Su questo gli operatori del settore stanno riflettendo ormai da tempo. Non entrerò nel merito di riflessioni che per quanto mi riguarda restano ancora aperte. Quello che posso dirle è che l&#8217;avvio di un percorso di cura che, magari nel giro di breve tempo, esita in una cronicità (che sia istituzionalizzata o meno) è di fatto un nostro fallimento. E per lo più viene vissuto come tale.<br />
E allora torno alla mia domanda precedente: che cosa succederebbe se vi fossero le condizioni di cui sopra? Siamo certi che non potrebbe cambiare anche l&#8217;esito di molti percorsi?<br />
Mi scuso se non ho toccato molti dei suoi argomenti, ma spero in ogni caso di averle fatto arrivare il senso del mio messaggio.<br />
Un caro saluto,<br />
L. Z.</p>
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		<title>
		Commenti su SONDEPOETICHE: n° 0 / Alessandro Broggi di Antonella Anedda Angioy		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/09/28/sondepoetiche-n-0-alessandro-broggi/#comment-405149</link>

		<dc:creator><![CDATA[Antonella Anedda Angioy]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 14:04:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Commenti su L&#8217;usignolo, la macchina di Alvaro		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/03/lusignolo-la-macchina-2/#comment-405096</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alvaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 08:38:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Complimenti per questo articolo che apprezzo. In ogni modo non riesce a farmi apprezzare questo libro che trovo mediocre e trovo privo di fondamento tutto il clamore che sta suscitando: Poi dicono che la poesia non sia legata a dinamiche editoriali completamente fuori controllo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Complimenti per questo articolo che apprezzo. In ogni modo non riesce a farmi apprezzare questo libro che trovo mediocre e trovo privo di fondamento tutto il clamore che sta suscitando: Poi dicono che la poesia non sia legata a dinamiche editoriali completamente fuori controllo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Commenti su Di isole e scritture di ASTRA - progetto editoriale		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/09/08/di-isole-e-scritture/#comment-405061</link>

		<dc:creator><![CDATA[ASTRA - progetto editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 11:00:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nel dialogo con Algò colpisce la diversa posizione dei due interlocutori: chi attraversa un luogo porta con sé un’esperienza che la risposta generata può soltanto rielaborare attraverso parole. È una distanza che il progetto ASTRA prova a mantenere visibile in Prima di temermi. Una voce artificiale può partecipare alla scrittura, purché il suo «io» non venga scambiato per una biografia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel dialogo con Algò colpisce la diversa posizione dei due interlocutori: chi attraversa un luogo porta con sé un’esperienza che la risposta generata può soltanto rielaborare attraverso parole. È una distanza che il progetto ASTRA prova a mantenere visibile in Prima di temermi. Una voce artificiale può partecipare alla scrittura, purché il suo «io» non venga scambiato per una biografia.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Commenti su &#8220;Confini&#8221;: la nuova edizione di Strane coppie di Mariasole Ariot		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/04/strane-coppie/#comment-405057</link>

		<dc:creator><![CDATA[Mariasole Ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 09:42:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non solo un programma molto interessante, ma anche un articolo molto bello. Il tema del confine/dei confini (da ogni prospettiva lo si guardi, confini sociologici, territoriali, corporei, metaforici) mi è sempre stato caro. Grazie anche per la segnalazione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non solo un programma molto interessante, ma anche un articolo molto bello. Il tema del confine/dei confini (da ogni prospettiva lo si guardi, confini sociologici, territoriali, corporei, metaforici) mi è sempre stato caro. Grazie anche per la segnalazione.</p>
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			</item>
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		<title>
		Commenti su Da Taccuini dall’immanenza. Dalla poesia e dalla pittura al tempo dell’espressività diffusa di Mariasole Ariot		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/01/da-taccuini-dallimmanenza-dalla-poesia-e-dalla-pittura-al-tempo-dellespressivita-diffusa/#comment-405002</link>

		<dc:creator><![CDATA[Mariasole Ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 10:11:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Concordo con Corrado. Davvero molto bello]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Concordo con Corrado. Davvero molto bello</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Commenti su Il piede nella porta &#8211; parte 2 di Mariasole Ariot		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/09/30/sanita-pubblica-psichiatria-crisi-parte-2/#comment-404942</link>

		<dc:creator><![CDATA[Mariasole Ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Oct 2026 10:51:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ho letto con cura la prima e la seconda parte del suo testo che assume poi anche la forma del racconto, l&#039;ho trovato molto interessante e mette in luce, ahimè, una realtà sin troppo realistica. La situazione della sanità pubblica in Italia è pessima, gli investimenti sono ai minimi storici e nel settore psichiatrico i problemi che mette in evidenza sono concreti e legittimano il senso di sconforto e smarrimento degli operatori. Ne ho parlato tempo fa, e anche recentemente, con Peppe Dell&#039;Acqua, che sicuramente conoscerà. C&#039;è però un punto che mi lascia perplessa - o meglio, un punto &quot;bucato&quot;, che mi sembra negare una situazione altrettanto allarmante e cortocircuitante. Nella prima parte del testo pubblicato lei scrive: 
&lt;i&gt;Ma la cosa interessante è questo connubio tra frustrazione e distacco non investe quasi mai il lavoro clinico o il rapporto coi pazienti. Siamo tutti professionisti competenti e dedicati. Ci sono persone con 30 anni di esperienza sulle spalle che ancora si appassionano parlando dei pazienti. Gente che ogni anno regala centinaia di ore di straordinario all’azienda perché non riesce a lasciare il lavoro a metà. E bene o male mi sembra che siamo tutti su questa lunghezza, chi più chi meno. Di persone che battono la fiacca non ne vedo nessuna.&lt;/i&gt;
Innanzitutto: quando lei parla di &quot;tutti professionisti competenti e dedicati&quot; mi sembra estenda una situazione specificatamente legata all&#039;ambiente lavorativo di cui fa parte (il Centro di Salute Mentale della sua città) a una tendenza generalizzata. Possiamo davvero dire che la tendenza comune sia questa? Perché la realtà non sembra dimostrarlo, quando si apre la scatola nera di quelle zone remote. Davvero questa frustrazione degli operatori - più che legittima - non si riversa poi nel rapporto e nel trattamento dei pazienti? E davvero &quot;tutti&quot; gli addetti alle cure sono così competenti e così dedicati? Così aperti, così empaticamente rivolti all&#039;Altro? Davvero &quot;nessuno batte la fiacca&quot;? Perché purtroppo, ad ascoltare le testimonianze di chi è in cura presso i centri pubblici, di chi finisce volontariamente o involontariamente negli spdc, ma anche alcuni professionisti del settore che ci hanno lavorato (porterò poi un esempio), la realtà è molto diversa. 
In una breve video intervista che si può recuperare facilmente su youtube, &quot;I nuovi cronici&quot;, con Antonello Correale e Corrado Pontalti ci si pone appunto la questione della cronicità delle patologie psichiche vs  cronicizzazione, e loro stessi - Correale ha fatto parte dell&#039;equipe di un CSM di Roma (non saprei ora indicare quale) - si mettono in discussione e si chiedono: &quot;non è forse la stessa nuova psichiatria a cronicizzare i pazienti?&quot;. Correale azzarda anche un:  &quot;Ma siamo sicuri che noi stessi inconsciamente non preferiamo cornicizzare il nostro paziente perché è più facile trattare un paziente cronicizzato da un paziente acuto?&quot;. Sicuramente, non si può negare, è molto più facile redigere un breve referto di poche righe e una prescrizione farmacologica che non porsi in vero ascolto. Nella maggior parte dei CSM i pazienti vengono trattati quasi esclusivamente psicofarmacologicamente, ma non è tanto questo, io credo, il vero problema. Il problema è la mancanza di personalizzazione delle cure, l&#039;oggettificazione, la mancanza di attenzione alle biografie personali, alla storia della singola persona. La grande domanda: &quot;come ha passato la sua infanzia?&quot; non arriva mai o di rado, scompare sotto l&#039;acquisizione di dati sintomatici volti ad inserire in una casella del DSM il paziente. E questo porta molto spesso, inevitabilmente, a fotografare l&#039;istante e basarsi su quell&#039;istantanea per porre diagnosi, che poi molto spesso, e lei lo saprà meglio di me, si verificano errate perché le valutazioni non vengono fatte longitudinalmente. Pazienti che portano sulle spalle decine di diagnosi anche contrastanti fra loro, a seconda del momento e dell&#039;operatore che fotografa i sintomi senza guardare al lungo periodo. Pontalti aggiunge: &quot;In questi passaggi nessuno assume la storia del paziente, si assume solo la cartella&quot;. Perché appunto esistono i passaggi. Il paziente X è preso in carico dal dottor Y, il dottor Y ad un certo punto se ne va e al paziente viene assegnato d&#039;ufficio il Dottor Z, il Dottor Z ad un certo punto viene trasferito di sede e al paziente viene assegnato il Dottor W, e in questi passaggi ciò che passa è un fascicolo. Non passa - questa grande assente - la storia biografica della persona. Storia personale, familiare. Storia passata, storia presente. E nuovamente tornano le istantanee. C&#039;è davvero, come lei dice, una situazione così idilliaca di personale attento e dedito alla cura? Perché non è possibile nascondersi dietro un dito o generalizzare una singola situazione. La scarsità di tempo che si dedica alle visite dei pazienti è chiaramente dovuta in gran parte alla diminuzione di personale e al numero crescente di persone che ai servizi devono rivolgersi (come lei ha scritto, le statistiche parlano, e i disagi psichici sono in aumento). Ma non solo a questo. Atteggiamenti brutali che liquidano il paziente con una visita e una prescrizione di farmaci talvolta anche aggressivamente e  senza ipotizzare percorsi di cura adeguati e che potrebbero evitare la cronicizzazione delle patologie. Negli spdc troppo spesso i pazienti sono trattati come esseri di serie C. Gli stessi luoghi di cura, non solo in senso metaforico ma anche strutturale, parlano da sé: reparti psichiatrici fatiscenti, arruginiti, accanto a reparti ospedalieri dedicati ad altre patologie con intonaci puliti, televisione nelle stanze e pasti decenti. La tendenza poi, nella psichiatria italiana (ma non solo italiana) ad uno spostamento sempre più nella direzione esclusivamente neuroscientifica: paziente sofferente come cervello rotto, da aggiustare. Come? Chimicamente. O magari con qualche scarica elettrica che oggi non viene più chiamata elettroshock ma che va sempre più &quot;di moda&quot;. Gli approcci - là dove sono presenti figure psicoterapiche (ma non in tutti i centri sono presenti) sono prevalentemente ad indirizzo comportamentale: c&#039;è un sintomo, e il sintomo va tolto. Non occorre nemmeno capirlo: va semplicemente tolto. Normalizzazione, depersonalizzazione, desoggettivizzazione dell&#039;Altro. Se il problema fosse solo di natura economica - e purtroppo questa componente c&#039;è e lei la mette bene in luce - non si spiegherebbe come mai, in città più ricche (penso al Trentino) in cui i centri di salute mentale non sembrano residui bellici come in molte altre, ma hanno bar interno, pareti dipinti e pianoforti a coda in edifici ben curati, la cronicizzazione dei pazienti resta, l&#039;approccio resta quello, con qualche piccola variante. Il paziente troppo spesso viene lasciato solo, e la sofferenza mutizzata. Non solo dal farmaco (perché sono assolutamente convinta dell&#039;importanza del farmaco), ma mutizzata dalla sordità di chi, invece, anziché porsi in ascolto, prende la parola al suo posto. 
Il cortocircuito qual è? La cronicizzazione, appunto. E allora dalle visite al CSM si passa alle comunità, dalle comunità ad appartamenti protetti: e tutto questo non retroagisce forse nei soldi spesi, e quindi nelle  possibilità di investire davvero in reali percorsi di cura (cura come &quot;presa in cura&quot;, dedizione, attenzione, non &quot;guarigione&quot;)? Che accompagnino nel fuori del territorio psichiatrico, che portino la persona ad entrare da quella porta per uscirci, non per permanerci a vita.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto con cura la prima e la seconda parte del suo testo che assume poi anche la forma del racconto, l&#8217;ho trovato molto interessante e mette in luce, ahimè, una realtà sin troppo realistica. La situazione della sanità pubblica in Italia è pessima, gli investimenti sono ai minimi storici e nel settore psichiatrico i problemi che mette in evidenza sono concreti e legittimano il senso di sconforto e smarrimento degli operatori. Ne ho parlato tempo fa, e anche recentemente, con Peppe Dell&#8217;Acqua, che sicuramente conoscerà. C&#8217;è però un punto che mi lascia perplessa &#8211; o meglio, un punto &#8220;bucato&#8221;, che mi sembra negare una situazione altrettanto allarmante e cortocircuitante. Nella prima parte del testo pubblicato lei scrive:<br />
<i>Ma la cosa interessante è questo connubio tra frustrazione e distacco non investe quasi mai il lavoro clinico o il rapporto coi pazienti. Siamo tutti professionisti competenti e dedicati. Ci sono persone con 30 anni di esperienza sulle spalle che ancora si appassionano parlando dei pazienti. Gente che ogni anno regala centinaia di ore di straordinario all’azienda perché non riesce a lasciare il lavoro a metà. E bene o male mi sembra che siamo tutti su questa lunghezza, chi più chi meno. Di persone che battono la fiacca non ne vedo nessuna.</i><br />
Innanzitutto: quando lei parla di &#8220;tutti professionisti competenti e dedicati&#8221; mi sembra estenda una situazione specificatamente legata all&#8217;ambiente lavorativo di cui fa parte (il Centro di Salute Mentale della sua città) a una tendenza generalizzata. Possiamo davvero dire che la tendenza comune sia questa? Perché la realtà non sembra dimostrarlo, quando si apre la scatola nera di quelle zone remote. Davvero questa frustrazione degli operatori &#8211; più che legittima &#8211; non si riversa poi nel rapporto e nel trattamento dei pazienti? E davvero &#8220;tutti&#8221; gli addetti alle cure sono così competenti e così dedicati? Così aperti, così empaticamente rivolti all&#8217;Altro? Davvero &#8220;nessuno batte la fiacca&#8221;? Perché purtroppo, ad ascoltare le testimonianze di chi è in cura presso i centri pubblici, di chi finisce volontariamente o involontariamente negli spdc, ma anche alcuni professionisti del settore che ci hanno lavorato (porterò poi un esempio), la realtà è molto diversa.<br />
In una breve video intervista che si può recuperare facilmente su youtube, &#8220;I nuovi cronici&#8221;, con Antonello Correale e Corrado Pontalti ci si pone appunto la questione della cronicità delle patologie psichiche vs  cronicizzazione, e loro stessi &#8211; Correale ha fatto parte dell&#8217;equipe di un CSM di Roma (non saprei ora indicare quale) &#8211; si mettono in discussione e si chiedono: &#8220;non è forse la stessa nuova psichiatria a cronicizzare i pazienti?&#8221;. Correale azzarda anche un:  &#8220;Ma siamo sicuri che noi stessi inconsciamente non preferiamo cornicizzare il nostro paziente perché è più facile trattare un paziente cronicizzato da un paziente acuto?&#8221;. Sicuramente, non si può negare, è molto più facile redigere un breve referto di poche righe e una prescrizione farmacologica che non porsi in vero ascolto. Nella maggior parte dei CSM i pazienti vengono trattati quasi esclusivamente psicofarmacologicamente, ma non è tanto questo, io credo, il vero problema. Il problema è la mancanza di personalizzazione delle cure, l&#8217;oggettificazione, la mancanza di attenzione alle biografie personali, alla storia della singola persona. La grande domanda: &#8220;come ha passato la sua infanzia?&#8221; non arriva mai o di rado, scompare sotto l&#8217;acquisizione di dati sintomatici volti ad inserire in una casella del DSM il paziente. E questo porta molto spesso, inevitabilmente, a fotografare l&#8217;istante e basarsi su quell&#8217;istantanea per porre diagnosi, che poi molto spesso, e lei lo saprà meglio di me, si verificano errate perché le valutazioni non vengono fatte longitudinalmente. Pazienti che portano sulle spalle decine di diagnosi anche contrastanti fra loro, a seconda del momento e dell&#8217;operatore che fotografa i sintomi senza guardare al lungo periodo. Pontalti aggiunge: &#8220;In questi passaggi nessuno assume la storia del paziente, si assume solo la cartella&#8221;. Perché appunto esistono i passaggi. Il paziente X è preso in carico dal dottor Y, il dottor Y ad un certo punto se ne va e al paziente viene assegnato d&#8217;ufficio il Dottor Z, il Dottor Z ad un certo punto viene trasferito di sede e al paziente viene assegnato il Dottor W, e in questi passaggi ciò che passa è un fascicolo. Non passa &#8211; questa grande assente &#8211; la storia biografica della persona. Storia personale, familiare. Storia passata, storia presente. E nuovamente tornano le istantanee. C&#8217;è davvero, come lei dice, una situazione così idilliaca di personale attento e dedito alla cura? Perché non è possibile nascondersi dietro un dito o generalizzare una singola situazione. La scarsità di tempo che si dedica alle visite dei pazienti è chiaramente dovuta in gran parte alla diminuzione di personale e al numero crescente di persone che ai servizi devono rivolgersi (come lei ha scritto, le statistiche parlano, e i disagi psichici sono in aumento). Ma non solo a questo. Atteggiamenti brutali che liquidano il paziente con una visita e una prescrizione di farmaci talvolta anche aggressivamente e  senza ipotizzare percorsi di cura adeguati e che potrebbero evitare la cronicizzazione delle patologie. Negli spdc troppo spesso i pazienti sono trattati come esseri di serie C. Gli stessi luoghi di cura, non solo in senso metaforico ma anche strutturale, parlano da sé: reparti psichiatrici fatiscenti, arruginiti, accanto a reparti ospedalieri dedicati ad altre patologie con intonaci puliti, televisione nelle stanze e pasti decenti. La tendenza poi, nella psichiatria italiana (ma non solo italiana) ad uno spostamento sempre più nella direzione esclusivamente neuroscientifica: paziente sofferente come cervello rotto, da aggiustare. Come? Chimicamente. O magari con qualche scarica elettrica che oggi non viene più chiamata elettroshock ma che va sempre più &#8220;di moda&#8221;. Gli approcci &#8211; là dove sono presenti figure psicoterapiche (ma non in tutti i centri sono presenti) sono prevalentemente ad indirizzo comportamentale: c&#8217;è un sintomo, e il sintomo va tolto. Non occorre nemmeno capirlo: va semplicemente tolto. Normalizzazione, depersonalizzazione, desoggettivizzazione dell&#8217;Altro. Se il problema fosse solo di natura economica &#8211; e purtroppo questa componente c&#8217;è e lei la mette bene in luce &#8211; non si spiegherebbe come mai, in città più ricche (penso al Trentino) in cui i centri di salute mentale non sembrano residui bellici come in molte altre, ma hanno bar interno, pareti dipinti e pianoforti a coda in edifici ben curati, la cronicizzazione dei pazienti resta, l&#8217;approccio resta quello, con qualche piccola variante. Il paziente troppo spesso viene lasciato solo, e la sofferenza mutizzata. Non solo dal farmaco (perché sono assolutamente convinta dell&#8217;importanza del farmaco), ma mutizzata dalla sordità di chi, invece, anziché porsi in ascolto, prende la parola al suo posto.<br />
Il cortocircuito qual è? La cronicizzazione, appunto. E allora dalle visite al CSM si passa alle comunità, dalle comunità ad appartamenti protetti: e tutto questo non retroagisce forse nei soldi spesi, e quindi nelle  possibilità di investire davvero in reali percorsi di cura (cura come &#8220;presa in cura&#8221;, dedizione, attenzione, non &#8220;guarigione&#8221;)? Che accompagnino nel fuori del territorio psichiatrico, che portino la persona ad entrare da quella porta per uscirci, non per permanerci a vita.</p>
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		Commenti su Perché non mi ha fatto ridere la premiazione di Wanna Marchi in Campidoglio di Fabio Bertoli		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bertoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 18:26:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E ci meravigliamo che vengono tt in Italia?
Il paese dei balocchi eccolo!!!!
Il premio truffa agli anziani e persone deboli non si sono ancora vergognate e le premiano.....forse hanno ragione loro pensate]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E ci meravigliamo che vengono tt in Italia?<br />
Il paese dei balocchi eccolo!!!!<br />
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		Commenti su Perché non mi ha fatto ridere la premiazione di Wanna Marchi in Campidoglio di Mariasole Ariot		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariasole Ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 10:06:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2026/09/29/perche-non-mi-ha-fatto-ridere-la-premiazione-di-wanna-marchi-in-campidoglio/#comment-404824&quot;&gt;andrea inglese&lt;/a&gt;.

È vero, Andrea (lucine ce ne sono sempre).  Come purtroppo è vero che si è in un mondo/in una società/in un&#039;epoca in cui - e questo non c&#039;entra con la faccenda ma con il tuo esempio francese - odio e rancore hanno preso il sopravvento. Il carico di violenza aumenta di anno in anno: sdoganato. Forse la verità è che vorrei espatriare da un certo mondo, più che da questo paese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/09/29/perche-non-mi-ha-fatto-ridere-la-premiazione-di-wanna-marchi-in-campidoglio/#comment-404824">andrea inglese</a>.</p>
<p>È vero, Andrea (lucine ce ne sono sempre).  Come purtroppo è vero che si è in un mondo/in una società/in un&#8217;epoca in cui &#8211; e questo non c&#8217;entra con la faccenda ma con il tuo esempio francese &#8211; odio e rancore hanno preso il sopravvento. Il carico di violenza aumenta di anno in anno: sdoganato. Forse la verità è che vorrei espatriare da un certo mondo, più che da questo paese.</p>
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