Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Tue, 23 Oct 2018 05:00:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 L’umanità non è reato. Considerazioni su Riace e dintorni https://www.nazioneindiana.com/2018/10/23/lumanita-non-e-reato-considerazioni-su-riace-e-dintorni/ https://www.nazioneindiana.com/2018/10/23/lumanita-non-e-reato-considerazioni-su-riace-e-dintorni/#respond Tue, 23 Oct 2018 05:00:27 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=76248

di Sergio Violante

L’arresto di Mimmo Lucano e la probabile fine dell’esperienza di Riace, caduta sotto i colpi ancora una volta coincidenti di Minniti (candidato sagretario pd?) e l’attuale Ministro degli Interni Salvini avrà ripercussioni forti su tutto il mondo che si definisce genericamente di “sinistra”, che mette in primo piano i concetti di libertà e uguaglianza in maniera sostanziale, non propagandistica.… Leggi il resto »

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di Sergio Violante

L’arresto di Mimmo Lucano e la probabile fine dell’esperienza di Riace, caduta sotto i colpi ancora una volta coincidenti di Minniti (candidato sagretario pd?) e l’attuale Ministro degli Interni Salvini avrà ripercussioni forti su tutto il mondo che si definisce genericamente di “sinistra”, che mette in primo piano i concetti di libertà e uguaglianza in maniera sostanziale, non propagandistica.

E a mio avviso può innescare un dibattito importante che non si limiti alla sola questione di Riace, ma ponga interrogativi e dia già qualche risposta.

Alcune considerazioni mi paiono degne di nota in questa storia, che si incrociano ovviamente con altre e incominciano a formare un quadro abbastanza ben delineato.

Innanzitutto, partirei dal luogo, la Calabria. La regione forse più “arretrata” del Paese, la più periferica sotto tutti i punti di vista. Una regione povera, piena di problemi, con una presenza capillare della principale organizzazione criminale del Paese, la ‘ndrangheta, e con lo Stato come grande assente sul territorio. Una regione che ha visto e sta vedendo, un forte afflusso di migranti, ultimi fra gli ultimi, che vivono come schiavi in baraccopoli improvvisate, che muoiono nei campi esausti dalla fatica o vengono uccisi come cani mentre cercano delle lamiere da utilizzare come riparo.

Una regione però che ha visto nascere l’esperienza libertaria del piccolo centro di Riace, che ha sconvolto tutta la retorica progressista sull’accoglienza, e la ha fatta diventare un modello da studiare in tutto il mondo.

Una regione che ha scoperto un leader come Aboubakar Soumahoro, italoivoriano, che ha contestato la definizione di “migrante” da sostituire invece con quella di “sfruttato”, essere umano fra tutti gli altri. E che ha sostenuto che “la sinistra va ricostruita a partire dai luoghi e dalle contraddizioni sociali. Bisogna partire dalle periferie, dalle aree rurali, da quei luoghi sperduti su cui i riflettori non si accendono, fin quando un lavoratore e sindacalista non viene fucilato”.

Il luogo diventa quindi portatore esso stesso di significato politico. Ovviamente non si tratta delle roccaforti della sinistra neoliberista dei Parioli o della cerchia dei Navigli, così come della tradizionale provincia rossa del centro Italia, che per altro ha aperto la strada allo sviluppo della prima. Ma non ci si trova neanche in una delle metropoli che hanno dato vita alla ribellione e alla lotta negli anni settanta.

Sembra quindi paradossale, ma nel terzo millennio le esperienze sociali e politiche più interessanti avvengono e si sviluppano nei posti maggiormente lontani dai centri cosiddetti sviluppati, come ad esempio nel Rojava siriano o nella piccola comunità di Riace in Calabria. E tutte le esperienze pongono al centro il recupero del rapporto dell’uomo con l’uomo e dell’uomo con la natura, senza l’apporto di false ideologie, “buoniste” o “ambientaliste” che siano.

L’esperienza di Riace ci dice molte cose e per questo fa paura, a tutti: destra tradizionale, sinistra neoliberista, pentastellati della democrazia tecnologica.

Il modello Riace dimostra che i poveri del mondo non sono una minaccia per i nostri poveri, ma una risorsa per la terra su cui insistono, e immagina un mondo “in cui non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde dei mari dell’odio”, come ha affermato Mimmo Lucano.

È un modello che si oppone frontalmente, in modo radicale, anche se all’interno della struttura dello Stato, ai meccanismi dominanti del pensiero unico neoliberista. Un modello che viene agito all’interno di un Comune, con tutte le caratteristiche amministrative e burocratiche conseguenti. Dove però si travalica il concetto rigido e autoritario della legalità, cercando di applicare il concetto rivoluzionario della giustizia sociale, del rispetto e dell’armonia tra uomo e natura.

Ecco perché a Riace tutti gli esseri umani sono cittadini accolti, non soltanto quelli che ne hanno i requisiti legali. Ecco perché le case abbandonate sono state affidate in comodato gratuito ai “nuovi arrivati”. Ecco perché lo scuolabus non si paga Ecco perché l’occupazione di suolo pubblico non si paga. Ecco perché la mensa scolastica ha costi bassissimi. Ecco perché il Comune sta scavando in modo autonomo un pozzo, per portare gratuitamente l’acqua in tutte le case e non utilizzare più i servizi della società privata che in Calabria gestisce l’acqua.

Ecco perchè un piccolo paese che contava 900 abitanti nel 1998 ha raggiunto i 2.345 residenti, di cui circa 500 stranieri, nel 2017. Ecco perché all’interno dei confini amministrativi si è introdotto il “bonus sociale”, una sorta di moneta locale che sostituisce il contributo dei 35 euro giornalieri per l’accoglienza, il cui uso perverso è emerso con la vicenda di Mafia Capitale. Ecco perchè i contributi statali sono stati investiti per garantire occupazione e integrazione, per dare dignità alle famiglie e vita al paese, non per arricchire pochi gestori dei soldi pubblici. Ecco perché sono state create le cosiddette “borse lavoro”, un contributo di 600 euro per ogni migrante che inizia un lavoro presso le botteghe artigianali locali. Ciò ha comportato un effetto sia sociale che economico, con la riattivazione di molte attività che altrimenti si sarebbero estinte.

Ecco perché si è bloccato il consumo di suolo che ha reso Riace Marina una distesa di supermarket e di villette semiabusive e si è invece valorizzato il centro storico che andava spopolandosi. Ecco perché si è recuperato un luogo diventato senza anima, pieno di case disabitate, di eternit e di amianto e lo si è riconsegnato alla comunità vivo. Ecco perché Riace è stato uno dei primi comuni del disastrato sud Italia a effettuare la raccolta differenziata dei rifiuti senza alcuna intromissione della malavita locale. Ecco perché la scuola che era stata chiusa nel 2000 è stata riaperta, e ora funziona con laboratori e fattoria didattica.

Riace quindi, con la sua esperienza, va oltre il mero tema dell’immigrazione e dell’accoglienza, ma affronta direttamente il tema dello sfruttamento, dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura, e prova a dare delle risposte concrete, in una logica e un quadro complessivo di solidarietà sociale. E questo non perché i riacesi siano più “buoni” dei loro vicini ma, semplicemente, perché il modello funziona per tutti. Le persone sono cresciute culturalmente, hanno toccato la sofferenza altrui, hanno solidarizzato e compreso. Qui l’accoglienza c’è ma non si vede, non ci sono i soliti centri di accoglienza, visibili ovunque in tutto il loro squallore e degrado, qui sono le case stesse del paese ad assolvere questa funzione.

Riace diventa quindi l’esperimento di una società democratica basata sull’uguaglianza, dove la base controlla il vertice, dove la legalità sia intesa come umanità, non come mera burocrazia gerarchica.

Partendo da queste considerazioni si arriva quindi a un altro elemento fondamentale su cui interrogarsi, ovvero l’occasione che possono rappresentare i governi e/o gli autogoverni locali. Cioè che per sviluppare un mondo diverso, in cui agli obiettivi materiali si affianchi una nuova dimensione dell’essere legata all’altruismo, alla partecipazione, alla socialità, al comunitarismo, alla libertà si debba partire proprio dai territori marginali, visti in una sorta di contrapposizione con l’alienazione e l’omologazione delle grandi città.

E ripropone un tema fortissimo: la crisi, o per lo meno la radicale modifica delle funzioni dello Stato nel mondo contemporaneo, e il conseguente ritorno della democrazia come tema centrale.

Con l’avvento del modello neoliberista si avvia infatti una crisi dello Stato irreversibile, che non presuppone alcuna possibilità di un ritorno al passato. Gli Stati infatti si de-nazionalizzano e cedono quote di sovranità proprio per istituire un’infrastruttura globale istituzionalizzata che garantisca l’estensione illimitata dei commerci e della produzione, anche attraverso la costruzione di nuovi enti di governo politico-economico globali. In un mondo globalizzato che compra gli stessi prodotti su Amazon e usa Google e Facebook non ha più senso discutere di politica riferendosi a quello che accade all’interno dei singoli stati sovrani. Tutti i paesi fanno parte dello stesso sistema e sono sottoposti alle stesse pressioni. Ed è probabile che la prossima fase della rivoluzione tecnico-finanziaria sia ancora più disastrosa per l’autorità politica nazionale, basti pensare al solo fantasma dei “mercati”, l’incubo per eccellenza di qualunque governo nazionale.

Lo stato quindi si de-nazionalizza e perde funzioni, ma resta fondamentale nello schema di governo del capitale transnazionale. La falsa ideologia del neoliberismo che proclamava il superamento dello stato, ne ha creato invece uno strumento di regola e controllo della globalizzazione su specifici territori, attraverso l’apparato burocratico e repressivo. Non è un caso che l’esperienza di Riace viene meno a seguito di un’ispezione ministeriale ordinata dall’allora Ministro degli Interni Minniti e portata a termine dal suo successore Salvini, con l’avallo di un giudice pare aderente a Magistratura Democratica. Sarà anche vero, anche se tutto da dimostrare, che il Comune di Riace ”ha accumulato 34 punti di penalità” nella gestione dei migranti, ma qui il punto e la questione sono evidentemente politici.

E allora diventa fondamentale il recupero del concetto e della pratica della democrazia, come nell’esperienza di Riace si è tentato di sviluppare. Non credo infatti che, come dice Saviano, siamo di fronte a una situazione di disobbedienza civile, che ha un carattere sostanzialmente dimostrativo. In questo caso osserviamo un’alternativa concreta, possibile e funzionale, perciò tanto pericolosa e perseguita, del modello dominante.

Il ritiro dello Sato come Welfare State è un processo iniziato negli anni ’80 e non ancora portato a termine, almeno in Italia, ma che ha avuto effetti sostanziali sulla società. Ciò che è accaduto è stato che da un lato lo Stato si è ritirato dai territori non appetibili per i suoi processi di valorizzazione mentre, per altro verso, ha accentuato la sua presenza proprio là dove il ciclo dell’accumulazione trova la sua realizzazione più idonea. In sostanza è sempre più evidente che i subalterni hanno perso qualunque interesse per il potere politico e non hanno più forme di negoziazione istituzionale.

Questa sorta di “libanizzazione sociale”, dove accanto ad aree con un potere chiaramente istituzionalizzato ne possano esistere altre più o meno autonome o autorganizzate comporta la possibilità di “contagio” di queste ultime nei confronti delle prime, di trasmissione e di penetrazione delle forme politiche libertarie verso le parti più omogenee al modello dominante.

L’aspetto interessante di Riace è quindi quello di un’esperienza di governo del territorio sostanzialmente istituzionalizzata, ma partecipativa, diretta e di base, con lo sviluppo di un processo democratico che al di là della cosiddetta libertà negativa (la libertà di un individuo finisce dove inizia quella dell’altro) promuove una libertà positiva e sostanziale (maggiore è il numero delle persone libere, maggiore sarà la libertà individuale) legata all’eguaglianza.

E anche lo slogan che ha accompagnato la manifestazione a sostegno del sindaco privato della libertà e dello smantellamento dell’esperienza, “L’umanità non è reato”, ha un significato importante. Perché è di una nuova umanità che si sta parlando, un’umanità che mette in crisi le leggi e lo Stato stesso che le promulga. Un’umanità che ribalta definitivamente il mantra della sinistra neoliberale dei “diritti civili in cambio dei diritti materiali”. Un’umanità che manda in crisi sia i modelli basati sul pareggio di bilancio (che altro non è che una riduzione dei diritti e dei servizi dei cittadini) sia quelli basati sulla paura e sul rancore, derivanti dal pieno compimento dei primi. Un’umanità che per l’appunto mette al centro l’uomo e la natura, e non l’economia con la supremazia del capitale. Un’umanità che immagina e pratica la Cittadinanza Universale.

Ecco perché Riace ha fatto paura e è stata fatta cadere. Oggi si è persa una battaglia importante, ma la strada è segnata. Soltanto così si mette in crisi un sistema iniquo, ingiusto e autoritario. Oggi è stato possibile distruggere l’esperimento perché era solitario e, isolato. È stata messa in moto la macchina burocratico-repressiva che ha fatto il suo lavoro. Ma se le Riace fossero state 10, 20, 100, cosa sarebbe accaduto? Non è impensabile pensare che la cieca amministrazione sarebbe andata in panne con esiti affatto diversi da quelli che stiamo purtroppo osservando oggi

Oggi non siamo in una situazione come quella del decennio 1968-1977, in cui l’”assalto al cielo” era nell’ordine delle cose. Oggi non si tratta più di prendere il Palazzo d’Inverno, quanto piuttosto di privarlo delle funzioni direttive e di comando.

Ed è in questa logica che una sinistra senza gelosie, primogeniture, settarismi può e deve unirsi, perché le parole chiave sono poche e molto semplici.

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Ovvero / Voire https://www.nazioneindiana.com/2018/10/22/ovvero-voire-2/ https://www.nazioneindiana.com/2018/10/22/ovvero-voire-2/#comments Mon, 22 Oct 2018 06:10:57 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=76312 di Maël Guesdon

traduzione di Fabiana Bartuccelli

[Questi testi sono estratti da Voire, pubblicato dalla casa editrice “José Corti” nel 2015.
La versione italiana, a cura di Fabiana Bartuccelli, uscirà per Lietocolle.]

 

Cave tutte le cose, irriconoscibili, attraverso cerchi aperti dall’agire del vento.… Leggi il resto »

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di Maël Guesdon

traduzione di Fabiana Bartuccelli

[Questi testi sono estratti da Voire, pubblicato dalla casa editrice “José Corti” nel 2015.
La versione italiana, a cura di Fabiana Bartuccelli, uscirà per Lietocolle.]

 

Cave tutte le cose, irriconoscibili, attraverso cerchi aperti dall’agire del vento.

Diverse tutte – materia pelle animo o favola.

*

Se lo si vede ancora quel che vedono. Rompersi tutte da esse stesse divise.

*

Questa qui dà luogo a un mondo.

Forse un istante – lui aveva solo cessato di vivere.

*

Dal suo corpo – musica, e dal muro che tocca i suoi piedi con quanto di spessore occorre a riconoscere lo scarto e che lui l’ignora. Dicono a chi le porta: noi siamo questo grido al di là delle circostanze.

*

In angoli frantumati, reversibili, se ne stanno.

Lei posa la sua mano.

*

Sull’ordine ignorato tutte le cose. Nell’istante la successione. E l’ordine ritorna con quanto d’inquietudine occorre.

*

Per timore ora il ricordo delle ore da giocare, di calore e noia. Lui gettava uno sguardo allo specchio dell’entrata.

Si può aprirla su quanto penetra. Serbandone il corpo.

Di tutto raccoglie le serie: ossa capelli lentezza legno lacerato.

*
E sapeva dalla musica che lo scorrere nel tempo e lo scorrere nel suo corpo non erano più sincroni. Viventi tutte le cose – ricordo dei suoni – non volevano smettere di ardere petto schiena. Insieme delle superfici.

E s’aprono tutte su occhi fissi, vedono sussulti, carne dentro la sua bocca nel pronunciare i nomi.

*

Divenivano tutte le cose dal profilo come esseri moventi. Forse lei poteva alzarsi le braccia tese e dire.

*

Nel pensare confuso. Stanno insieme. Trattengono, rientriamo dice. Cerchio il suo corpo. Dal mondo se, delle fumate sulla sua gamba lei attende.

*

Salvato, come abitabile.

Spuntando le fantasie del divano sposano i tratti d’osso. Si cancella balbuzie. E l’abbandono di fronte a tutte – una prima volta incoglibile disfa il legame di vivere e raccontare.

*

Attraversa l’acqua. Afferra la mano. Rimosse tutte le immagini. Modo di dire dove cammina, muore.

*

A terra tutte le cose potevano essere superfici di tutte tranne d’esse.

Lui s’inoltra fuori strada al centro d’arbusti irrigiditi che danzano alle loro punte. Il freddo è al limite. Strappa dopo quel che lui chiama a monte. E segue le eco.

*

Si sfiorano al gusto di quel che. Camminano assieme. Le vie ci perdono. Avete già ascoltato la mia voce quand’io sono lontano.

*

Lui stringe sotto la pelle i rilievi di cui il racconto.

Dimenticheremo il nome. Non restano che. Le nostre articolazioni, ciò non sarà più come prima, le immagini filmate il caffè le immagini del mare. Lei ripete: le immagini filmate o il mare.

≡≡≡

Toutes choses creuses, méconnaissables, par cercles ouverts sous l’action du vent.

Diffèrent toutes – matière peau esprit ou fable.

*

Si l’on voit encore ce que voient. Cassent toutes séparées d’elles.

*

Cela fait-elle un monde.

Un instant peut-être – il s’était seul arrêté de vivre.

*

De son corps – musique, et du mur touchant ses pieds avec ce qu’il faut d’épaisseur pour reconnaître l’écart et qu’il l’ignore. Disent à qui les porte : nous sommes ce cri hors circonstances.

*

En angles cassés, réversibles, se tiennent.

Elle pose sa main.

*

Toutes choses sur l’ordre ignoré. Dans l’instant la succession. Et retourne l’ordre avec ce qu’il faut d’inquiétude.

*

Par peur maintenant le souvenir des heures à jouer, de chaleur et d’ennui. Il jetait un œil au miroir de l’entrée.

Peut-on l’ouvrir sur ce qui transperce. Gardant son corps.

De tout collecte les séries : os cheveux lenteur bois déchiré.

*

Et savait de la musique que le défilement dans le temps et le défilement dans son corps n’étaient plus synchrones. Toutes choses vivantes – souvenir des sons – ne voulaient cesser de brûler poitrine dos. Ensemble des surfaces.

Et toutes s’ouvrent sur des yeux fixes, voient sursauts, viande dans sa bouche à prononcer les noms.

*

Toutes choses devenaient par contour comme des êtres mouvants. Elle pouvait peut-être se lever les bras tendus et dire.

*

À penser fouillis. Tiennent ensemble. Retiennent, dit rentrons. Cercle son corps. Du monde si, des fumées sur sa jambe elle attend.

*

Sauf comme habitable.

Au sortir les motifs du fauteuil épousent les traits d’os. S’efface balbutie. Et l’abandon devant toutes – une première fois insaisissable défait le lien de vivre et raconter.

*

Traverse l’eau. Attrape la main. Toutes images enlevées. Manière de dire où il marche, meurt.

*

Toutes choses à plat pouvaient être surfaces de toutes sauf elles.

Il avance hors cours au milieu d’arbustes figés qui dansent à leurs pointes. Le froid est à la limite. Arrache après ce qu’il appelle amont. Et suit les échos.

*

Se frôlent au goût de ce qui. Marchent ensemble. Les rues nous perdent. Avez-vous déjà écouté ma voix quand je suis loin.

*
Il serre sous la peau les reliefs dont le récit.

On oubliera le nom. Ne restent que. Nos articulations, ce ne sera plus comme avant, les images filmées le café les images de la mer. Elle répète : les images filmées ou la mer.

 

***
Nato a Parigi, Maël Guesdon è dottore in filosofia e scienze sociali (EHESS, Paris), titolo conseguito con una tesi sul tema del “Ritornello”, partendo dai lavori di Deleuze et Guattari, e insegna à l’École supérieure des Beaux-Arts di Bordeaux. Nel 2014 ha fondato assieme a Marie de Quatrebarbes e Benoît Berthelier la rivista “La tête et les cornes”, dedita in particolar modo alla traduzione. Collabora inoltre a numerose riviste, quali Espace(s), Diacritik, Muscle, Ce qui secret, La vie manifeste, Chimères. Il suo sito web: http://maelguesdon.fr/

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Il silenzio è cosa viva https://www.nazioneindiana.com/2018/10/20/il-silenzio-e-cosa-viva/ https://www.nazioneindiana.com/2018/10/20/il-silenzio-e-cosa-viva/#comments Sat, 20 Oct 2018 05:00:21 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=76239 di Giorgio Morale

La prosa dei poeti: Il libro Il silenzio è cosa viva di Chandra Livia Candiani (Einaudi 2018, € 12) ha come sottotitolo L’arte della meditazione, con un chiaro riferimento alla pratica del Buddhismo da parte dell’autrice. Esso però si può definire con un’espressione nietzschiana “un libro per tutti e per nessuno”.… Leggi il resto »

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di Giorgio Morale

La prosa dei poeti: Il libro Il silenzio è cosa viva di Chandra Livia Candiani (Einaudi 2018, € 12) ha come sottotitolo L’arte della meditazione, con un chiaro riferimento alla pratica del Buddhismo da parte dell’autrice. Esso però si può definire con un’espressione nietzschiana “un libro per tutti e per nessuno”. I libri per tutti e per nessuno sono libri che sfuggono alle etichette e che proprio per questo spingono un po’ più in là la nostra percezione della realtà, e perciò la coscienza individuale e il livello di libertà e di scelta. Per spiegarlo farò due premesse. Per la prima ci soccorrono alcune frasi di Roman Jakobson. “Le suddivisioni operate dai libri scolastici sono di una semplicità rassicurante” scrive Roman Jakobson (Poetica e poesia), “da una parte la prosa, dall’altra la poesia. C’è invece una differenza sorprendente fra la prosa di un poeta e la prosa di un prosatore”. Leggendo la prosa dei poeti, continua Jakobson, “proviamo un senso di involontario stupore per la loro padronanza dei mezzi dell’altro linguaggio, mentre avvertiamo al tempo stesso, inevitabilmente, come un’intonazione straniera nell’accento e nella forma interna della lingua: sono splendide irruzioni dalle vette della poesia alla prosa della pianura”.

La lingua delle schegge e dei frammenti: Il libro di Chandra Candiani è un magnifico esempio della prosa di un poeta. Lo fanno essere tale la cura della parola, la struttura della sintassi, il ritmo del discorso, il ricorso a procedimenti poetici come la similitudine, la ripetizione, gli elenchi, l’aneddoto e la citazione, l’inserimento di testi poetici prodotti dai bambini nei corsi di poesia tenuti da Chandra Candiani nelle scuole. E ancora: il tono entusiasta con cui si realizza la mescolanza di andamento narrativo e immediatezza di intuizione, gli inserti autobiografici – memorie e percezioni, gioie e paure, ferite e mancanze – che sono la materia viva di cui è fatto il discorso e costruiscono lo sguardo sul mondo che abbiamo amato nelle raccolte poetiche La bambina pugile (Einaudi 2015) e Fatti vivo (Einaudi 2017). A compiere un’analisi intertestuale, troveremmo molte ricorrenze tra Il silenzio è cosa viva e i volumi di poesia di Chandra Candiani. Ci sono brani, ne Il silenzio è cosa viva, ad esempio quello intitolato Imparare a tremare, come quello intitolato Frantumi, che per intensità e modalità di scrittura sono vera prosa e vera poesia. Anche per dire la pratica della meditazione viene infatti usata la lingua della poesia, “la lingua delle schegge, dei frammenti”, così come nei volumi di poesia ci sono brani “didattici”: ricordiamo fra tutti la serie delle Mappe ne La bambina pugile.

Buddhismo anonimo: Per quanto riguarda il contenuto, una premessa doverosa parte dal concetto di “cristianesimo anonimo” coniato da Karl Rahner. Con questa espressione il teologo tedesco intende dire che anche gli appartenenti a fedi diverse dalla cristiana – come i non appartenenti a nessuna fede – possono essere portatori di Verità non meno dei cristiani. “Cristianesimo anonimo”, spiega Rahner, significa che “chiunque segue la propria coscienza, sia che ritenga di dover essere cristiano oppure non-cristiano, sia che ritenga di dover essere ateo oppure credente, è accetto e accettato da Dio e può conseguire quella vita eterna che nella nostra fede cristiana noi confessiamo come fine di tutti gli uomini” (La fatica di credere). Negli anni attorno al Concilio Vaticano II questo concetto contribuì a rinnovare la Chiesa e a favorire un dialogo tra Chiesa cattolica e movimenti di liberazione. Ho preso le mosse da Rahner perché leggendo Il silenzio è cosa viva, per associazione, è nata in me la formula “Buddhismo anonimo”. Chandra Livia Candiani, per esperienze e scelta, ha maturato una vera e propria adesione al Buddhismo, ed è di Buddhismo che lei parla in questo libro, ma a me che leggo e non sono buddista il libro comunica una dimensione che fa parte della condizione umana in quanto tale, a prescindere dalla fede.
Quando si comincia a meditare? Contribuisce a ciò una prefazione assolutamente personale, in cui appare la domanda: “Quando si inizia ad avvertire qualcosa di più grande di noi? Quando ho iniziato io a ‘meditare’? Forse intorno ai nove anni, chiusa in bagno in ginocchio, mentre fuori gli adulti si stanno massacrando?”. Anche nell’esperienza di chi scrive, quindi, il Buddhismo viene prima dell’adesione adulta al Buddhismo, la pratica della meditazione prima della consapevolezza della sua pratica, tanto che si perde nei ricordi dell’infanzia. Si riconosce la pratica della meditazione, dice Chandra Candiani, per il suo essere “un movimento di ritorno a un luogo dimenticato” dove si sta bene, “così vuotamente bene”. E tra i guadagni della pratica troviamo scoperte umane che ognuno di noi vorrebbe fare: “a me ha dato il corpo. Ho scoperto di respirare. Mi ha insegnato a sentire. Mi ha fatto percepire il momento e il luogo. Mi ha insegnato ad assaporare qualsiasi cosa stessi vivendo, senza esclusione. Mi ha messo al mondo”. Una nuova nascita, insomma, la nascita consapevole, che prosegue giorno dopo giorno anche quando diventa insegnamento: “L’insegnamento non è una cosa esterna, è il mio stesso vivere”.

Qui e ora: Anche l’incipit del libro, il primo capitolo, non solo ha un carattere personale, ma anzi, come la poesia lirica, parte nel qui e ora e non nell’atemporalità dei trattati. Il tempo è quello della biografia di Chandra Candiani, con le sue occorrenze imprevedibili e inevitabili: “Tre giorni fa è morta mia sorella. L’ultima rimasta. Non ho ancora cancellato il suo numero dal cellulare”. Come nella lirica moderna, il testo sembra farsi in tempo presente, nel mentre chi scrive vive ciò di cui parla, tanto da essere persino in dubbio di riuscire a completare la sua opera: “Forse non scriverò questo libro”. Il luogo è precisato nel primo capitolo del libro, è la stanza della meditazione. Con un andamento leggermente narrativo, Chandra Candiani ci accoglie alla soglia del libro come un’ospite sulla soglia di casa e ci introduce nella stanza della meditazione. Con un’avvertenza: “non si tratta di chiudere fuori il mondo”, ma di “Essere tutti lì dove siamo”. Ci descrive la stanza e dai dettagli concreti ha inizio inavvertitamente quel viaggio che lei compie da trent’anni per “imparare a essere qui”. Soltanto “Ci vuole del tempo e qualche indicazione perché ci si risvegli a dove è il corpo”. E “man mano che ci apriamo a essere dove è il corpo e a sentire come stiamo in quel momento, il qui si dilata, diventa immenso,… fino a farci assaporare la spaziosità fondamentale in cui abitiamo, non solo la spaziosità della coscienza ma quella dell’universo stesso”. Chi scrive svolge davanti a noi questo suo viaggio, ci porta dentro la sua interiorità, e così facendo induce un percorso simile anche in noi.

Tutto è meditazione: “Una stanza vuota insegna a essere contenitore vuoto, ma pronto, capace, accogliente”. È il punto di partenza per un’apertura all’universo che da poeta Chandra Livia Candiani ha cantato ne La bambina pugile e in Fatti vivo. Gesti che ci liberano sono “inchinarsi” e “chiedere rifugio”, accogliere l’irrequietezza, assumere una postura che radichi e apra, partire dal respiro e dal corpo, “senza identificazione e insieme senza scissione”, evitando le narrazioni e le autonarrazioni della mente. Chandra Candiani descrive le sensazioni fisiche, ne narra l’evoluzione, insieme a lei avvertiamo via via l’aderire alla terra e il fluire del respiro, il contatto con il corpo e l’attenzione a ciò che ci circonda, l’ascolto e l’attesa, fino al sorgere del sentimento di essere e di una conoscenza altra rispetto a quella concettuale, che, con un’espressione presa da Emmanuel Levinas, possiamo dire che assomiglia piuttosto a una carezza, “qualcosa che viene afferrato,… che sfiora senza prendere, qualcosa che scorre. La carezza è ‘marcia verso l’invisibile’, perché la carezza ‘non sa cosa cerca’.”. Scopriamo che l’approdo non è una pace priva di scosse ma la consapevolezza che la sofferenza c’è, che la ricerca non è rivolta a uscire dalla vita quotidiana, ma a entrarci consapevolmente, cosicché la meditazione è non un anestetico, ma una Via per entrare più in intimità con quello che ci accade. Da questo punto di vista “tutto è meditazione” e come nell’insegnamento buddista il libro ci chiede “di allargare il nostro orizzonte di pratica, la nostra visuale spirituale a tutta la nostra vita”.

Meditazione e poesia: Il silenzio è cosa viva si può leggere anche come un libro di poetica. Lo fanno essere tale innanzitutto affermazioni esplicite che accomunano meditazione e poesia nella biografia di Chandra Candiani. “Le misteriose vie della vita mi hanno regalato due metodi, due alleati per avvicinare e arrivare ad accogliere la paura: la poesia e la pratica del Buddhismo”. Le due pratiche sono accomunate anche dall’essere un’arte: “Meditare non è nemmeno una tecnica, ma un’arte. Dell’arte quindi ha il rischio, l’improvvisazione, lo studio e la dimenticanza dello studio, la dedizione, la leggera e misurata follia, la precarietà, la vocazione, l’invasione nella vita quotidiana, la spellatura”. Parole che possono riferirsi anche alla poesia. E c’è molto altro disseminato nel libro. La stanza della meditazione ricorda da vicino Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf. Come quella rivendicava non solo “una stanza tutta per sé per poter scrivere” ma al contempo decostruiva secoli di cultura patriarcale in cui il femminile non trovava posto, così questa stanza della meditazione non solo “è molto simile allo spazio del cuore”, ma si spinge oltre i limiti della cultura occidentale per trovare in altre culture le parole per dire la possibilità di un superamento delle nostre separatezze: “Si tratta di coltivare la mente-cuore. In pali, sono una parola sola: citta. E già questo fa avvertire la portata della differenza tra la nostra cultura occidentale di pensiero dissezionante e separativo e una cultura della non separatezza, del nesso”.

La vita è viva: I lettori di Chandra Livia Candiani potranno trovare in questo libro l’atteggiamento di ascolto e apertura al mondo che abbiamo incontrato ne La bambina pugile, reso possibile da un io leggero che si discosta da quello della cultura occidentale: “Il rischio della solidificazione è ovunque, anche sul sentiero interiore, ed è quello di creare un io ideale, un io meditante, saggio, imperturbabile, che snocciola insegnamenti a piè sospinto”. Vi può trovare, come risultato di questa apertura, l’approdo alla realtà, alla sua bellezza e alla sua terribilità, che costituisce la trama di Fatti vivo: “Sono cosa della realtà. Briciola di misteriosi legami, ogni nodo di realtà rispecchia tutti gli altri e la rete non ha fine”. Come Fatti vivo reclamava che “Di guerrieri indifesi / ha bisogno il mondo, / di sacra ira / di occhi spalancati”, così Il silenzio è cosa viva insiste che “la vita è viva e… ci si può abbandonare a essa, senza diventare passivi, ma anzi collaborando al suo svolgimento”. La meditazione, come la poesia, è un gesto etico e politico, che sostituisce un’esperienza a una convenzione, che rifiuta una consapevolezza intesa come pacificazione in favore di una piena assunzione di responsabilità che si esplichi in risposte che vadano dalla compassione alla gioia per la gioia dell’altro e all’azione responsabile.

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L’abbecedario in gola (2018) https://www.nazioneindiana.com/2018/10/19/labbecedario-in-gola-2018/ https://www.nazioneindiana.com/2018/10/19/labbecedario-in-gola-2018/#comments Fri, 19 Oct 2018 05:43:17 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=76208 di Marina Pizzi

1.
Ingrigisce la rosa purpurea
Prende vigore la paura
L’insania balorda della lurida
Sconfitta d’indirizzo.
A me non resta che il panico gemello
L’ilarità contesa da ladroni
Sirenetti di spiagge senza dune di giglio.
Gerundio epocale perdere gli anni
Le elemosine perpetue dell’attesa
Quando si muore lentamente singoli.… Leggi il resto »

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di Marina Pizzi

1.
Ingrigisce la rosa purpurea
Prende vigore la paura
L’insania balorda della lurida
Sconfitta d’indirizzo.
A me non resta che il panico gemello
L’ilarità contesa da ladroni
Sirenetti di spiagge senza dune di giglio.
Gerundio epocale perdere gli anni
Le elemosine perpetue dell’attesa
Quando si muore lentamente singoli.
Vetuste entità quest’avvenire
Liso. Panico strenuo nudo attendere
L’arringa della difesa
Ma ormai è tardissimo.
Festività conserte l’esercito in morte.

2.
Ho perso il viaggio strette ore
Tremendi astucci tutte le tane
Crepuscolari. Scolari solari
Le ali degli stinchi quando
Brevettano giochi fasti poveri
Con giocattoli casalinghi la vita
Ai rottami. Avevo gli orizzonti
Sulla nuca alberghiera per l’uso
Della calca di gioia e la bufera nulla.
Al vento ho certo lo pseudonimo
Tanto per il valore cortese
Di sillabare la notte lunga già lunga
Grafico d’inedia sopportare il giorno.
Ho ottenuto un permesso da apolide
Per rinfrescare la luna cadente
E la fantesca credula di dio.

3.
Al termine il giramondo
Si girò sul fianco
E tracannò di rantoli.

4.
Periferia dello sguardo
Terminano gli anni
Il letto la bara di ogni notte
Nel baratro del pendolo che oscilla
Quale dirupo apprendere di assioma.
Compleanno anziano ogni poeta
Zattera il rimedio di andarsene
Curvi viali le rendite di zero.
I tulipani lirici battezzano
Le cornucopie pallide e malate
Letargiche nutrici oasi del nulla.
Gimcane di amanti perdere l’amore
Oasi di sale chiudersi blasfemi
Dentro le rotte frigide del pane
Azzimo.

5.
La noia trilla come un lucchetto
Stringe il collo nel capestro, strozza
Attonita la veglia di deglutire
Sembianze occidue.

6.
Vivo in borgata oasi di zero
Con la grata alla vista, nel sudario
Delle resine bambine i denti guasti
Le cime delle rondini girotondi
Aurorali. Con il picchetto d’onore
Vive la mia morte ripetuta sconosciuta.
Già se volli fu lontanando
Dalla madre abusiva che non volli
Liberare la prigione apolide del fiato.
Meringhe di Giano quando l’infanzia
Giocava canzoni la penna d’oca
Di poeti in tasca. Balbuzie avvennero
Le enfasi di baci fanciulleschi
Le chele di sospiri, le ricette d’estro.

7.
Finita in una cinta di cardi
Dolorosi, fingo la spada che mi
Trattiene, stanza zagara amara.

8.
Storia egemone la nascita,
La scissa scia di prendere
Memoria così d’occaso
Alla morìa. Giochi fasulli
Commozione vera il tic
Di cercarti isola deserta.
Sulla soglia il gemito
Mito di dio non averti.

9.
Silente abaco l’attesa
Della morte. Ricuso il coma
Che mi brama. Siedo in panico
La cosca d’aria che mi dà
Respiro appena. A cascata
L’ansia mi fa prigioniera.
Appena un eremo mi distingue
Preda da prendere. Addio a scapito
Del sangue fonico, urlo del corpo
Che nel sudario ad inciampo corre.

10.
Con le spalle al muro
Un altro giorno nomina
Sull’attenti le elemosine
Votive. Qui inciampo e ciondolo
Il mio canestro chiuso.
So atavica la ronda che mi aspetta
Dentro le viscere di altri perdenti.
Musica di me la pietà
Quando verrò falciata
Sotto l’arco di trionfo sbriciolato.
Morìa di me sia la rotta unica.

11.
Sono morta nel bavero scosceso
Delle serre marcescenti.
Scienza proletaria lutto di restare
Stazza di vento casa d’uragano.
Al timone delle rondinelle
Nascono ancora scuole di scolari.

12.
Unghia di fossa resistere
Tradita. Invece la genia
Egemone infossa le grida
Pasquali degli angeli
Impotenti. Le crescenze neonate
Non possono scegliere.
Rosse al crepuscolo le soglie
Gemmano il sonno dopo la noia
Delinquenziale e sola.
Il patema di questo petto
È starsene nel sesto dito di una mano
E piangere a singulto. La fame
Rintana i randagi le afasie ginniche
Di rantoli millenari.

13.
Il cemento ferente sul prato
Dà ordini nazi al papavero
Solissimo status di senza colonia.
Case silenti ferite dal vento
Hanno il compleanno ennesimo
Sotto il plettro stonato.
È meraviglia comprendere il non
Pianto, l’aureola stinta dal sisma
Al crematorio. Gesù è solo gesso
Dentro la canonica. La gita estiva
Si fa bestemmia straziante le vane
Colonie di busti il Gianicolo.
Il lattosio delle ombre sulle orme
Dà la latente favola del gioco
D’azzardo.

14.
Col ghetto in gola il mio abbecedario
Cede le ceneri vive
L’asinello dato in pasto vivo alla tigre.
Il tunnel della fungaia
Scoppietta di risa infelici.
Le stantucce dei santi dimorano
Nei vetri crepati sigilli.
Io addietro per sempre addietro,
Si scompaginano le rotte dei vincenti,
Sotto l’argine delle stelle vuote.
Pace estiva non è possibile dacché
La polvere titanica scompiglia preghiere
Gli assolati venusti superstiti.
Le pagliuzze del tragico
Serrano le bare e la morgue sillabica
Gli apici pungenti dei raggi giganti.

15.
È nota l’apocalisse dell’insonnia
La nenia inutile di starsene esenti
Presso la rocca che briciola ansante
Le meraviglie acidule del vero.
Patrizia solo per morire
La stoffa di broccato che fa da palla
Ai principini del lugubre cortile.
Avvenga per annegare l’icona gravida
Quando la madre pareva santissima
Valenza di condono. Ora il dono
Frattura le rocce nel grido di dominio
Faccendiere di demonio. Era che spezza
L’illusione cedua di combinarsi sposi.

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Gianluca Garrapa intervista Peppe Millanta https://www.nazioneindiana.com/2018/10/18/gianluca-garrapa-intervista-peppe-millanta/ https://www.nazioneindiana.com/2018/10/18/gianluca-garrapa-intervista-peppe-millanta/#comments Thu, 18 Oct 2018 12:00:37 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=76155 Vinpeel degli orizzonti, Peppe Millanta,

Neo edizioni, 2017, pagg. 256

 

 

1.

«Ma come farò a sapere se arriverà proprio a te?»

«Se si tratta della mia storia, di certo arriverà a me»

 

 

Gianluca Garrapa.: All’inizio non ero ben sicuro.… Leggi il resto »

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Vinpeel degli orizzonti, Peppe Millanta,

Neo edizioni, 2017, pagg. 256

 

 

1.

«Ma come farò a sapere se arriverà proprio a te?»

«Se si tratta della mia storia, di certo arriverà a me»

 

 

Gianluca Garrapa.: All’inizio non ero ben sicuro. Più volte ho rivisto la biografia dell’autore per capacitarmi che fosse proprio un mio contemporaneo e connazionale a traghettarmi in questa narrazione, ho provato l’impulso di chiamare l’autore e ascoltare la sua voce:

come si può raccontare quella che, per comodità, si vuol chiamare favola, e in questo modo sbrigarsi a definire quello che non può darsi come categoria?

Perché hai scelto proprio questo modo di raccontare?

 

Peppe Millanta: Perché credo nella potenza della fantasia, come mezzo per spiegare la realtà che abbiamo intorno. Spesso la fantasia viene intesa come un qualcosa di distraente, di ludico, quando invece riesce ad aprirci finestre e prospettive totalmente nuove sul mondo. La fantasia infatti riesce a ridurre ciò che è grande e a ingigantire ciò che è piccolo, donandoci occhi nuovi sulle cose e sulla realtà che ci circonda. Inoltre credo ancora nella potenza delle favole, tra le cui pieghe si possono nascondere messaggi e tematiche anche dense senza però appesantirsi troppo. Il modo di raccontare che ne è venuto fuori è un po’ frutto di queste due considerazioni e di una mia inclinazione a non prendermi mai troppo sul serio.

 

 

2.

 

G.G.: La follia, il mare, Ma quello che ogni sera cercava sulla battigia di fronte casa, era il rumore del mare di una notte che avrebbe voluto rivivere per sempre, la madre e la donna, l’allucinazione, l’oggetto parziale, la gamba di legno. Pare che questa favola nasca da un profondo travaglio esistenziale che l’autore riesce a trasformare in favola e, d’altra parte, una famosa psicanalista consigliava, ai suoi allievi che volevano diventare analisti, di leggere favole, filastrocche, ma anche Shakespeare e la grande poesia, quella, cioè, che parla di quel che non si riesce mai a parlare. Oh! quanta poesia in questo racconto che a volte ricorda, ma sempre per comodità d’intendimento, il Calvino delle storie che si intrecciano, o forse meglio dire entanglement. Millanta ha, e non sarò l’ultimo a confermarlo, il dono raro della fantasia. Il libro deborda. La società dello spettacolo che ha rimosso il desiderio a vantaggio delle immagini false. Il nastro dell’esistenza che si inceppa. «Qui a Dinterbild è dove si finisce quando qualcosa inceppa le nostre vite…»

La struttura stessa della narrazione non è però ordinaria: capitoli brevi, sezioni separati da una sovra-storia che però si aggancia, nel senso, ancora e àncora, quantistico di entanglement, al plot principale e poi il finale-mongolfiera, per chi volesse andare altrove, proseguire altrove, in Internet, e non dimenticare e non vi dico come. L’oblio è un tema caro all’autore. La memoria, la mancanza di memoria.

In questa favola ho scorto un richiamo al nostro non molto favoloso paese che spesso dimentica la storia. È proprio così?

 

P.M.: Sicuramente si tratta di una storia, di una dinamica, di relazioni che portavo con me da parecchio tempo, anche se in maniera sommersa. Diciamo che mi sono accorto di quello di cui volevo parlare soltanto dopo, a libro finito. Era una storia che mi emozionava, e sono partito semplicemente da quello. Non c’è però nel libro alcun riferimento all’attualità. Volevo parlare a e di qualcosa di un po’ più intimo, che riguardasse la sfera personale più che quella collettiva. Questa maledetta incapacità a volte di sfiorarsi, di dirsi parole semplici come “Ti amo”, “ti voglio bene”, “scusa”, di impigliarsi l’anima l’uno in quella dell’altro per starsi e sentirsi più vicini. L’oblio è sicuramente una tematica a me cara. Ho sempre avuto il vizio di recuperare storie, di spolverarle e tirarle a lucido. L’oblio, la perdita di memoria, sono cose che mi terrorizzano, e raccontare storie è un po’ un argine contro ciò, per quanto tenero nella sua insensatezza.

P.S. Grazie per avermi fatto scoprire il significato di “entanglement”!

3.

 

G.G.: Ogni tanto si fermava e ne usava una per rovesciare qualche pezzo di legno nella speranza che fosse la sua gamba: mi vengono in mente le osterie e certi personaggi di Moby Dick e di Melville in generale, il personaggio folle, di cui non voglio dire il nome, ci sarebbe potuto stare benissimo lì dentro, e anche mi torna in mente e al cuore la lettura del giovane Holden, il tono lieve di chi scavalca l’interiore e scivola sulla superficie delle cose.

 

Cosa ci puoi dire dei tuoi riferimenti letterari?

E poi un’altra cosa: riguardo ai nomi dei personaggi e all’odonomastica (i nomi delle strade, della piazze ecc) e dunque all’ambientazione, come mai hai scelto (scelta che io ho apprezzato tantissimo e che mi fa pensare, non so perché, al regista e attore teatrale Eugenio Barba e al suo Odin Teatret) un altrove freddo e lontano dall’Italia?

 

P.M.: Riferimenti letterari tanti, anzi tantissimi. Ho iniziato a scrivere a seguito di un furto in biblioteca (ormai il reato è prescritto e lo posso dire senza patemi). A 14 anni, dopo aver attinto per anni dalla libreria di famiglia, decisi di scegliere un libro da solo. Mi recai nella biblioteca della mia scuola, e fui attratto da un bel tomo verde che racchiudeva tutti i racconti di tal Dino Buzzati. Fui folgorato. Quella spremuta di vita in così poche righe, quelle metafore sul mondo mi lasciarono confuso e stordito. Per la prima volta sentii l’impulso di scrivere, di raccontare. Iniziai a emulare i racconti di Buzzati (anzi no, lo ammetto, tentavo disperatamente di copiarlo). Poi arrivò Calvino, e da lì mi si aprì tutta la letteratura francese: Boris Vian, Queneau, Perec. Gli autori americani, pur essendo lontani dal mio immaginario, sono stati una splendida scoperta. Twain, Dos Passos, la crudezza di Steinbeck e Hemingway, il modo di scrivere assurdo e incantevole di Faulkner. L’incontro però determinante fu con il Sud America. Marquez e Cortázar in particolare. Ma anche Manuel Scorza, Amado, Allende. Una fantastica galleria di storie assurde, esotiche, che mi facevano e mi fanno vibrare qualcosa dentro di piacevole. Fu con loro, e con Marquez in particolare, che capii cosa mi piaceva. C’è da dire però che per me la narrazione è un qualcosa che va al di là della letteratura. Credo sia formativo ascoltare il testo di un “Geni e lo zepelim” di Chico Buarque tanto quanto un “Calapranzi” di Pinter a teatro. Sono storie, tutte, che rimandano a immaginari e mondi da cui attingere e di cui nutrirsi. E quindi di riferimenti ne ho davvero tanti.

4.

 

G.G.: Davanti a lui, sopra i fornelli, la piccola tenda della finestra svolazzava, sollevata dall’aria calda della zuppa che bolliva. Vinpeel aveva visto quella scena almeno mille volte, eppure quel giorno, e in quell’attimo, quella danza assunse per lui un significato diverso: Accade anche a chi legge, per lo meno a me è successo, di arrivare a percepire in modo diverso quel quotidiano fatto di nuvole e timori infantili, e luoghi affatto familiari, il perturbante che si annida nelle pieghe della buona ragione, accade di dire: è vero! non ci avevo mai pensato.

Non ci avevo mai pensato che il nastro della vita si possa inceppare perché smettiamo di ricordare. Rimosso. Difesa. Gabbia tipografica mutevole e imprevedibile. La fantasia della griglia tipografica sulla superficie della pagina dove l’essenza diventa forma, (ahimè, in questo luogo tipografico non è possibile ricollocare la scansione a cascata, quasi poetica del fraseggio, altrimenti avreste l’impressione di uno dei protagonisti, Selmer: Selmer stava leggendo non da uno spartito musicale, ma da uno spartito di luci. Non c’erano note lì ma colori, non strumenti ma forme, non armonie ma cromie, ed era qualcosa che nessuno aveva mai visto.), oppure il tentativo di rappresentare la musica sulla pagina:

 

A partire fu un botto, seguito da un secondo, e poi da un

terzo, a intervalli regolari, come se fosse un metronomo.

BUM BUM BUM BUM

Selmer contò le due battute d’aspetto e diede il via ai musicisti

che iniziarono a suonare a tempo con gli scoppi.

BUM BUM BUM BUM

La musica andava e si mischiava a quei botti come fossero

strumenti dell’orchestra.

BUM BUM BUM BUM

 

E non è sbagliato dire che la scansione musicale è molto presente considerando che il romanzo si apre con un Preludio, dopo che il testo e l’atmosfera sono stati accordati e avviati su quel Devo andare, Devo andare (questo refrain mi ricorda l’inizio dell’Amleto: Vendica tuo padre, Vendica tua padre, e tutta la tragedia vive di quest’impossibilità), sintagma che, lo capirete leggendo, dà il la a tutta la vicenda.

 

Come hanno influenzato la tua scrittura gli interessi musicali e la tua formazione teatrale

 

P.M.: Molto. Soprattutto la musica. Ma più che per la scrittura, per l’approccio alla vita. Per anni ho fatto (e continuo a fare) il musicista, sia di strada che in giro. È una cosa che ti costringe a girare parecchio, e ti mette a contatto con un sacco di persone e storie differenti. Storie lontane, diverse. Sembra un po’ un controsenso, ma fare il musicista insegna ad ascoltare chi hai davanti, a tentare di capirne e carpirne gli umori. È un qualcosa che non ti permette di chiuderti in te stesso, ma di avere sempre la percezione di un qualcuno che ti sta ascoltando a sua volta e da cui non puoi prescindere. Questo credo ti porti a scrivere in maniera più aperta verso un ipotetico lettore, e a non chiuderti e ad avvitarti su te stesso nella tua scrittura. Ti insegna, forse, che un pubblico c’è, e va affrontato sin dal momento della stesura del tuo libro. Anche il teatro ha avuto la sua importanza. Vengo da lì. Ho scritto numerosi spettacoli teatrali, e forse il fatto che la parte dialogica del romanzo sia così preponderante è un po’ una eco di questo pregresso. Il teatro ti costringe ad essere sintetico, a far passare il carattere, il desiderio, le ferite di un personaggio solo attraverso le sue parole. Il teatro non ammette descrizioni. Non ammette intorcinamenti interiori. Costringe all’azione molto più che il cinema.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5.

 

G.G.: «E perché?»

«Perché non capisco quello che mi accade. E allora mi paralizzo».

«Ma cosa ti accade, di preciso?»

«La Cosa».

«In che senso?»

«Sento le farfalle nella pancia che iniziano a sbattere le ali e che poi svolazzano per tutto il corpo, come impazzite. Io la chiamo così, La Cosa…»: La Cosa. La chiama proprio così! allora voglio informarmi se questa Das Ding, filosofica e psicoanalitica, lui sa cosa è, o se il viaggio interstellare tra gli astri fermi qui sulla terra, lo abbiano condotto rabdomante tra le verità inconsce.

 

Esiste tutta una letteratura psicoanalitica difficilissima che tenta di spiegare La Cosa, e tu sei riuscito a farlo con l’arte: credi che la poesia, il teatro, la musica e la scrittura possano anticipare le scoperte della scienza e della psiche?

 

P.M.: Più che spiegare, credo che compito dell’arte sia quello di trasmettere, di far capire più il “cos’è” che il “come funziona”. Ma si tratta in entrambi i casi di un processo creativo, che procede per vie tortuose. La maggior parte delle scoperte scientifiche avviene, più che grazie ad un metodo scientifico, grazie alla cosiddetta serendipity, cioè al trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra. In letteratura e nelle arti in genere è più o meno lo stesso. Si sa a grandi linee dove si arriverà, ma neanche l’autore è certo del risultato finale. Si tratta quindi di due processi creativi molto simili, ma con finalità diverse. Non credo sia un caso se in passato la medicina fosse definita un’arte. Sicuramente alcuni grandi narratori sono stati in grado di anticipare i tempi, di offrire spunti sia alla scienza che alla psicologia (Dostoevskij è solo l’esempio più famoso), ma credo che il bilancio sia perfettamente in pareggio, in quanto non si contano gli scrittori che hanno rubato a loro volta alla scienza e alla psicologia. Si tratta di fenomeni umani creativi, ed è normale e giusto che si influenzino a vicenda.

 

 

 

 

6.

 

G.G.: Ogni cosa lì dentro era la traccia di un desiderio mai realizzato, di una speranza interrotta, di un sogno ad occhi aperti. Poi, tremendamente, appare il desiderio che ha molto a che fare con il vuoto paralizzante della Cosa, con il godimento mortifero della Cosa, che solo l’arte riesce a costeggiare senza farci inghiottire.

 

Cosa è per te il desiderio e come ti aiuta nel tuo lavoro di scrittore e musicista? Ovviamente non ti chiedo come il desiderio ti ha condotto nel mondo del teatro. E dunque mi piacerebbe che tu ce lo dicessi J

 

P.M.: Il desiderio credo sia il motore dell’universo. Il “Volli, sempre volli, fortissimamente volli” dell’Alfieri credo sia alla base di tutto. Desiderare significa immaginare un’alternativa, un Altrove appunto, un qualcosa che ancora non c’è per il resto del mondo ma che c’è già in te. È il primo passo per il cambiamento, vitale, necessario. È uno sforzo innanzitutto di fantasia, il desiderio (per riallacciarci all’importanza detta prima), e non è un caso che siano i bambini quelli maggiormente capaci di desiderare, e quindi di anticipare il cambiamento dentro di loro. È quando si smette di desiderare che si smette di cambiare, anche solo in potenza. E ciò che non cambia, non muta, è non vita. Il desiderio credo sia il motore dell’universo. Non esiste ancora una formula fisica per definirlo, ma credo incida parecchio nelle relazioni tra tutto ciò che popola lo spazio. A me il desiderio ha dato la forza di lottare, di andare anche contro quando è servito, mi ha fatto compiere scelte dolorose, ma mi ha sempre permesso di crescere, di maturare, di fare un passo in avanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7.

 

G.G.: Il mare che toglie e che da, il mare sempre, il mare madre, il materiale fonico delle conchiglie, Uscì di casa mentre suo padre raccoglieva conchiglie e se le portava all’orecchio. Ogni tanto se ne metteva una in tasca, gli oggetti che parlano e che sembrano reclamare una vita di cose, di cause, opposte ai gadget della dissocietà del mediale: gli oggetti dicono ciò che appare di noi, di più inautentico, le conchiglie dicono i nostri desideri, il desiderio dell’altro, lo scambio, il dono: mi vengono in mente le collane di conchiglie, di cui parlava l’antropologo Malinowski, usate dagli abitanti delle isole Trobriand che compivano viaggi lunghissimi in mare tra le isole per scambiarsele come doni. Millanta ci racconta, oltre che la psicoanalisi, anche l’antropologia dei gesti rivolti all’altro, la domanda d’amore cui l’altro può anche non rispondere. Ci racconta il linguaggio che deforma le cose perché le cose hanno una loro vita e il nome deformato diventa una sorta di catacresi, va oltre il proprio significato: la locamba: Dopo una lunga consultazione optarono per l’unica soluzione possibile: Locanba Biton.

 

In questo modo di usare gli oggetti e di renderli cose, cause, ci vedo un aggancio alla società dei consumi che ci ha trasformati in oggetti soggetti di oggetti. È proprio così?

 

P.M.: No, anche qui non c’era alcun intento di denuncia sociale. Può darsi che questo tempo sia maggiormente denso di queste problematiche, ma credo che la storia del libro riguardi tensioni presenti in noi da sempre, al di là del periodo storico. L’utilizzo di oggetti che acquisiscono delle vere e proprie funzioni narrative all’interno della storia è un gioco che permette di amplificare i simboli che da sempre utilizziamo per orientarci nel mondo, e per creare un mondo sospeso, in cui chiunque possa per assurdo identificarsi non appartenendo a nessuno. La storia del libro non è infatti calata in nessuno spazio definito. Non ci sono coordinate spaziali né temporali che possano aiutare a definire il “quando” e il “come”. Credevo fosse utile raccontare in questo modo, per permettere a chiunque di arrivare al nocciolo della questione e di immedesimarsi nell’atmosfera del libro: visto che il mondo descritto non appartiene a nessuno, è abitabile da chiunque

 

 

 

 

8.

 

G.G.: Vinpeel degli orizzonti sa insegnare l’emozione. È un viaggio che potrebbe condurci fuori dall’autismo dei sentimenti che ormai sembra riguardarci un po’ tutti. Le navi. I viaggi e i paradossi. E attraverso opere del genere che si può conoscere il profondo, le opere che hanno come sfondo il mare, come meta il cielo e destino l’Altrove: L’Altrove non era altro che un sogno e, come tale, si dissolveva nel crepitio di un fuoco che andava spegnendosi.

Questo romanzo è un eterno contorno bellissimo e dolce, malinconico e ben congegnato che poi vola nel mare d’Internet… ma non vi svelo il segreto. Non voglio levarvi quella meraviglia che ha colto, credo, chiunque abbia letto, divorato, e amato,Vinpeel degli orizzonti parla della nostra storia. Non c’è dubbio.

 

Ma se ti chiedessi perché è fondamentale scrivere e raccontare le nostre storie, mi risponderesti con le stesse parole di quella ragazza sulla nave, giusto? Che dice:

«È vitale che succeda» fece lei «perché senza qualcuno che ci racconti la nostra storia, restiamo senza sogni, e se non hai sogni puoi impazzire».

 

P.M.: Credo che il diritto – dovere di ognuno di noi sia quello di vivere la propria storia, e cioè seguire le proprie inclinazioni, i propri desideri appunto. A volte abbiamo bisogno che questa storia ci venga raccontata da altri, perché ci sono momenti in cui non sappiamo davvero cos’è che vogliamo, cos’è che desideriamo. O forse abbiamo solo paura di confessarcelo, e per questo ce lo neghiamo. Ed è solo attraverso gli altri che riusciamo a capire pezzi di noi che spesso ci rimangono sconosciuti, e che ci aiutano a raccontarci, ad andare un po’ più avanti nella nostra narrazione interiore. E’ un po’ come quando hai il blocco della pagina bianca. Per andare avanti hai bisogno di un input esterno, di un aiuto. Di un qualcuno in cui specchiarti, per farti raccontare quello che sei.

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Cosa ne dirà la gente? Festa di Nazione Indiana 2018 https://www.nazioneindiana.com/2018/10/17/cosa-ne-dira-la-gente-festa-di-nazione-indiana-2018-2/ https://www.nazioneindiana.com/2018/10/17/cosa-ne-dira-la-gente-festa-di-nazione-indiana-2018-2/#respond Wed, 17 Oct 2018 21:56:19 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=76264 C.A.R.M.E. ]]>

Vi aspettiamo alla Festa di NazioneIndiana 2018! Quest’anno si terrà a BRESCIA sabato 27 ottobre dalle 16.30 e domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12 ed è stata organizzata in collaborazione con l’Associazione Culturale C.A.R.M.E. 

Alcuni componenti del folto gruppo di redazione di Nazione Indiana saranno presenti per interagire con gli ospiti e con il pubblico secondo quella formula di scambio e circolarità di confronto aperto e curioso che ha caratterizzato tutte le feste di Nazione indiana.

Saranno presenti a Brescia Silvia Contarini, Giacomo Sartori, Jan Reister, Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Gherardo Bortolotti, Antonello Sparzani, Maria Luisa Venuta e la scrittrice Helena Janeczek che ha vinto il Premio Strega 2018 con il romanzo “La ragazza con la Leica” edizioni Guanda.

Il titolo della festa 2018 è “Cosa ne dirà la gente?” e sono previsti due seminari durante i quali ospiti e pubblico intervengono in modo circolare sullo scontro tra modernità e tradizioni, tra radici culturali e cambiamenti e su come questi elementi siano vissuti negli ambiti individuali e familiari nelle famiglie con migranti di seconda generazione (Sabato 27 ottobre dalle 16.30 alle 18.30) e su come le relazioni tra culture divengano forme urbane in una trasformazione radicale di parti della città, come sta accadendo nel progetto “Oltre la strada” in via Milano a Brescia (Domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12.00).

La sera di sabato 27 ottobre dalle 21 fino alle 22.30 si lascerà spazio alle espressioni artistiche che accomunano NazioneIndiana con l’Associazione Culturale C.A.R.M.E. attraverso la proiezione di brevi opere di videoarte che potranno essere commentate anche con gli stessi autori presenti in sala.

Perchè il titolo “Cosa ne dirà la gente?”

L’idea è nata dalla visione del film omonimo della regista pakistana Hiram Haq e da idee e spunti di riflessione condivisi in redazione sul periodo che stiamo vivendo in cui le spinte verso l’innovazione e un futuro di idee libere e senza confini fanno a botte con nazionalismi, gabbie e un populismo che, a memoria, non ricordiamo di aver mai sperimentato. Spostando il focus sui nuovi abitanti europei, che provengono da altri continenti, la sensazione si amplifica. Le dinamiche di spinta  verso nuovi contesti in cui poter vivere e far crescere i propri figli si scontrano con il desiderio intrinseco di mantenere abitudini, riti e tradizioni che mantengano il cordone ombelicale con le terre di origine, con il tessuto sociale e familiare che è rimasto là, al di là della frontiera.

Un sentire che non ci è estraneo completamente, perchè tra migrazioni interne all’Italia nel dopoguerra, quelle vissute in prima persona oltre i confini e i percorsi individuali anche sperimentati in prima persona, spesso il “Che cosa ne dirà la gente” è risuonato nei dialoghi e nei confronti con genitori e familiari.

Oggi in pochi mesi il contesto italiano si è inasprito, i luoghi di confronto libero e di accoglienza paiono faticosi, a volte sono stati negati spazi pubblici come è accaduto qualche giorno fa a Sesto San Giovanni vicino a Milano. Che cosa ne dice la gente?

Vi aspettiamo alla sede dell’Associazione Culturale C.A.R.M.E. in via Battaglie 61 a Brescia sabato 27 ottobre e domenica 28 ottobre. (mappe Google)

Ringraziamo l’artista Davide Bignami per averci prestato l’immagine per la locandina della Festa e Mattia Paganelli per la composizione grafica.

 

Programma

 Sabato 27 ottobre
16.30-18.30

Che cosa ne dirà la gente? A cura di Maria Luisa Venuta

Il contesto italiano e le migrazioni di seconda generazione. Ci confrontiamo con coloro che hanno deciso di rimanere a vivere in Italia

Ne parliamo con

·       ·      Helena Janeczek, Nazione Indiana scrittrice e Premio Strega 2018

·       ·      Elia Moutamid, regista

·       Interventi di alcune mediatrici culturali e migranti che vivono a Brescia

 

21:00-22:30

I linguaggi nella videoarte A cura di Giacomo Sartori

La vera età, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, 7 minuti

Il lungo briefing di Sergio Trapani e Andrea Inglese, durata: 5 minuti

Cucù di Robert Desnos, animazione poetica e traduzione di Orsola Puecher Durata 8 minuti e 30 secondi

I’m a swan di Mariasole Ariot, 5 min e 30 secondi

Ode ai penultimi di Francesco Forlani, 5 minuti

If I die first, di Sergio Trapani, testo di Giacomo Sartori, durata 8 minuti tradotto da Frederika Randall, (in inglese, lettura del testo in italiano)

Separazione, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, durata 13 minuti

 

 Domenica 28 ottobre

10.00- 12.00

Che cosa ne dirà la gente?

Oltre la Strada: un progetto tra passato e futuro A cura di Gherardo Bortolotti

Il paesaggio e le funzioni di una periferia multietnica e come si progetta il futuro

Interagiscono e ne parlano in un dibattito circolare:

·       Gianni Biondillo, NazioneIndiana scrittore Narrazione delle periferie

·       Silvia Contarini, Nazione Indiana e professore universitario Urbanismo e genere

·       Barbara Badiani, urbanista L’area e l’evoluzione storico urbanistica di Via Milano

·       Domenico Bizzarro, Cooperativa La Rete Interventi di lotta alla povertà e housing sociale su via Milano

·       Nadia Busato, scrittrice La realtà e le prospettive del progetto Oltre la strada

 

 

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à la carte ! à la carte ! https://www.nazioneindiana.com/2018/10/17/a-la-carte-a-la-carte/ https://www.nazioneindiana.com/2018/10/17/a-la-carte-a-la-carte/#comments Wed, 17 Oct 2018 05:00:53 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=76230

 

 

Appello ai lettori di Nazione Indiana

di

Francesco Forlani

 

 

Istruzioni per l’uso / Mode d’emploi

1) Procuratevi una cartolina particolarmente bella o al limite fabbricàtene una.

– Il suffit de se procurer une belle carte postale ou d’en fabriquer une.… Leggi il resto »

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Appello ai lettori di Nazione Indiana

di

Francesco Forlani

 

 

Istruzioni per l’uso / Mode d’emploi

1) Procuratevi una cartolina particolarmente bella o al limite fabbricàtene una.

– Il suffit de se procurer une belle carte postale ou d’en fabriquer une.

2) Ci scrivete una cosa bella, nella forma che più vi aggrada, destinata a un(a) penultimo(a)

– Vous y écrirez une chose belle – dans la forme souhaitée – destinée à un/une pénultième.

3) Inviatela in una busta con il mio indirizzo. Sulla cartolina metterete invece come destinatario, penultimo, linea 6.

– Ensuite vous l’envoyez dans une enveloppe avec mon adresse. Sur la carte comme destinataire vous indiquerez : Pénultième, Ligne 6.

4) Quando mi saranno recapitate provvedero’ io stesso a lasciarle tra i sedili della prima metro del giorno (ligne 6) .

-Quand je vais les recevoir je ferais en sorte que ces mêmes cartes seront laissées parmi les sièges du premier métro du jour (ligne 6).

5) Questa non è una performance ma un atto d’amore.

– Ceci n’est pas une performance mais un acte d’amour.

ps
i penultimi? sono loro

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Remain in Light https://www.nazioneindiana.com/2018/10/16/remain-in-light/ https://www.nazioneindiana.com/2018/10/16/remain-in-light/#comments Tue, 16 Oct 2018 05:00:07 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=76174 di Gianluca Veltri

“… Seen and not seen degli amatissimi Talking Heads […] racconta di un uomo che si sente brutto (quanto lo capivo!) e allora cerca, magicamente, di riplasmare il suo volto dal di dentro, per semplice forza di volontà, conformandolo a un identikit di bellezza […].

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di Gianluca Veltri

“… Seen and not seen degli amatissimi Talking Heads […] racconta di un uomo che si sente brutto (quanto lo capivo!) e allora cerca, magicamente, di riplasmare il suo volto dal di dentro, per semplice forza di volontà, conformandolo a un identikit di bellezza […]. E alla fine comincia a sospettare che il mondo sia pieno di persone come lui, tutte in trasformazione dal loro aspetto originario alla perfezione a cui anelano […], intrappolate come crisalidi a metà della metamorfosi dal reale all’ideale”.

Raul Montanari, “Il regno degli amici”

Nell’ottobre del 1980 una band della new wave newyorkese pubblicò un disco che rappresenta il punto più avanzato mai raggiunto da artisti bianchi (e non solo) nell’ambito dell’afrobeat. Uno di quei momenti in cui il presente è fortissimamente intriso di un passato ancestrale e al contempo è proiettato verso un futuro che i più non riescono neanche lontanamente a immaginare. È vero, i Talking Heads avevano già realizzato l’anno prima un disco rutilante come “Fear Of Music”, che si apriva con un sorprendente pezzo tribale traboccante di Africa. Jonathan Lethem, che al disco “Fear Of Music” ha dedicato un’intera monografia omonima, descrive quel pezzo, Izimbra, come “un’operazione al di fuori dello spazio, del tempo e della mente”. Già questo aveva condotto la band di David Byrne alquanto lontano dai suoi nervosi esordi, da quei suoni acidi e urbani del primo primo disco “77”. I Talking Heads erano in profonda “trasformazione dal loro aspetto originario”. Erano trascorsi solo tre anni e collaboravano da un paio di anni con Brian Eno. Ma, seppure in “Fear Of Music” le avvisaglie non mancassero, una svolta clamorosa come “Remain In Light” era difficile da pronosticare. Quando un artista o una band giungono in pochissimo tempo a risultati così distanti dal proprio punto di partenza, significa che è in atto un processo creativo ribollente in continua progressione geometrica: un laboratorio che fuma e scoppietta nel quale la curiosità inarrestabile, l’inventiva, la sicurezza di sé, il desiderio di mettersi in discussione e di intraprendere percorsi anche sconosciuti non trovano ostacoli. David Byrne era il genio incontrastato di questo laboratorio, e la ditta parallela che aveva messo su con Brian Eno aveva già prodotto un lavoro d’avanguardia come “My Life In The Bush Of Ghosts” (che, sebbene realizzato precedentemente, verrà pubblicato poco dopo “Remain in Light”). In esso – in “Bush” – i due avevano utilizzato, fuori contesto, versi di predicatori e voci di mercanti, ritagli radiofonici, suoni dal deserto e dal Medio Oriente: il risultato finale era un collage di grande suggestione, sebbene per palati piuttosto fini. Una costruzione intellettuale, una gioia per menti parlanti.

Remain In Light”, che pur proviene in buona misura dalla stessa forgia, è invece una frastornante, policroma giostra di melodie e strumenti, una gioiosa macchina di ritmo che rimanda al continente africano. Senza che ciò sminuisca il suo valore – anzi – potremmo definirlo molto più fisico di “My Life In The Bush Of Ghosts”. Registrato in più sessioni, con il contributo attivo di tutti e quattro i Talking Heads – non solo Byrne, ma anche Jerry Harrison, Tina Weymouth e Chris Frantz – il disco suona come la somma ricca e strabordante di idee e contributi; come una turbina multicolore che infine miracolosamente trova l’equilibrio e l’armonia; l’accatastarsi di minimalismi che infine fanno un pienone. Otto tracce: tre su un lato, cinque sull’altro. Se proprio si vuole rintracciare una connotazione distinta tra le due facciate: la prima al fulmicotone, mozzafiato, frenetica come un inseguimento senza mai voltarsi indietro, in forma di scorribanda; una navigazione a vele spiegate; la seconda intimista e oscura, atmosferica, con degli approcci maggiormente “ambientali”. E se diverse tracce risultano come cerchi di funk martellante e frenetico, pervase da un demone ritmico iterativo, altri episodi, specie quelli finali, sembrano evocare delle traversate dentro il deserto o in un cuore di tenebra: Seen And Not Seen è un capolavoro di introspezione tribale, e la conclusiva The Overload è una solenne, tenebrosa, lentissima cavalcata notturna: la voce è ieratica, gli echi dei synth sinistri; tutto sembra provenire da un altro mondo o da un altro tempo.

I pezzi di “Remain In Light” ciascuno di essi un mondo, sono costruiti per giustapposizioni e sovra-incisioni di molteplici figure ritmiche e altrettanti frasi melodiche che si intrecciano, le une e le altre, fino a creare un’unità poliritmica e polimelodica. Non si fa fatica a pensare che Byrne & soci, durante le sessioni di registrazioni, ascoltassero a tavoletta Fela Kuti. La concezione attorno a cui ruota il lavoro dei Talking Heads rimanda pienamente al metodo del maestro nigeriano. Andatevi a riascoltare Zombie o Shuffering and Shmiling o Alu Jon Jonki Jon o Colonial Mentality di Kuti: lì troverete la culla di “Remain In Light” Nel 2014 Brian Eno riuscirà a colmare un antico rimpianto, producendo un lussuoso box set dedicato a Fela Kuti, e come si vede tutto si tiene.

È impressionante l’effetto-groove che viene creato dalla girandola delle cellule ritmiche e strumentali. Ciascun brano insiste per tutta la propria durata su una sola nota. “La maggior parte delle canzoni non aveva un giro armonico” – ebbe a dire Byrne a proposito dei pezzi del disco. “C’era un unico centro tonale che andava avanti per tutto il pezzo e degli accordi che si sviluppavano intorno a quello”. Come una goccia che si riempie sempre più e s’ingrossa fino a diventare un lago.

Il singolo, nonché pezzo di maggiore presa dell’album, con un vero e proprio ritornello cantabile, era la liquida Once In A Lifetime, fortemente giocata sulla formula del call and response tipica delle occasioni devozionali. Che Byrne fosse molto affascinato dai sermoni dei predicatori è cosa nota, del resto. E anche che andasse esplorando gli anfratti del mondo per estrarne il succo – Africa, Asia, Sudamerica. Di strato in strato, alle registrazioni originarie vennero aggiunte parti di chitarra di Adrian Belew (già con Zappa e Bowie e di lì a poco con i King Crimson); assoli del grande trombettista e ricercatore Jon Hassell, che quello stesso anno dava alle stampe proprio in coppia con Brian Eno un altro manifesto sonoro e etno-antropologico come “Fourth World Vol. 1 – Possible Musics”, e che, qualche anno più tardi, avrebbe dato un contributo imprescindibile al formidabile esordio solista di David Sylvian, “Brilliant Trees”. Eno, dal canto suo, sempre in quel 1980, sfornava il suo “Ambient 3” in tandem con Laraaji. Come si vede, succedeva tutto attorno a protagonisti ricorrenti e in un fazzoletto di tempo: siamo all’epicentro spazio-temporale di un coacervo di concezioni, intuizioni, al giro di boa del decennio in un “mondo di mutanti incompiuti”; intrappolati – per riprendere ancora le parole di Raul Montanari – “come crisalidi a metà della metamorfosi”: quella metamorfosi che sta in un cerchio tra post-new wave, ambient, world music, ricerca, elettro-etnica.

La freschezza e la permanenza negli anni di “Remain in Light” è stata confermata trentotto anni dopo dall’operazione compiuta dalla cantante del Benin, Angélique Kidjo, che nel 2018 ha pubblicato “Remain in Light”, un intero cover-album del disco dei Talking Heads, con la stessa scaletta, certificando una volta di più la vocazione ostinatamente afrobeat del lavoro di Byrne e co. Kidjo è riuscita a rendere ancora più smaglianti e preponderanti gli elementi africani del disco, accentuando ad esempio le melodie vocali che Byrne accennava nervosamente, o enfatizzando delle cellule ritmiche. Ma, insomma, era tutto già lì. Pronto per essere magicamente riplasmato.

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Nuove nughette https://www.nazioneindiana.com/2018/10/15/nuove-nughette/ https://www.nazioneindiana.com/2018/10/15/nuove-nughette/#comments Mon, 15 Oct 2018 05:00:11 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=76136

di Leonardo Canella

[Le vie della ricerca poetica sono (quasi) infinite. Una di queste passa per le Nughette di Canella. a. i.]

Da Nuove nughette, Edizioni Prufrock spa, 2017

ti avvicini e mi vuoi far male. Hai i denti grossi. Rotti.… Leggi il resto »

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di Leonardo Canella

[Le vie della ricerca poetica sono (quasi) infinite. Una di queste passa per le Nughette di Canella. a. i.]

Da Nuove nughette, Edizioni Prufrock spa, 2017

ti avvicini e mi vuoi far male. Hai i denti grossi. Rotti.
Piccolo, mi vuoi far male e mi racconti la storia di tua
figlia che non la vedi da dodici anni. Penso che hai letto
i Promessi Sposi quando mi mostri il bubbone che hai
sullo stomaco. Fuoriesce di 20 cm. Mi dici che è un’ernia
nonricordocosa e penso però che i Promessi Sposi non li
hai letti bene, che Don Rodrigo ce l’aveva sotto l’ascella,
il bubbone. Vuoi dei soldi per bere. Lo so. Ma penso che
se bevi poi non li rileggi bene, i Promessi Sposi. E allora
ti porto a casa pop corn coca tv (per me) e leggiamo
insieme di Don Rodrigo che ce l’aveva sotto l’ascella, il
bubbone. Hai capito?

mi dici cura canalare allungamento di corona ricostruzione
con perni in carbonio e porcellana oro duemilaseicentocinquanta
euro. CHE COSA? Tutto per me? Che
penso che quando diranno quest’anno che lo Strega è
per me, potrò dire volete vedere la mia capsula porcellana
oro duemilaseicentocinquanta euro? Che c’ho pure
un elemento provvisorio in resina. Mitica Dildy, mitica
Fez, mitica Lalla, è questa la mia biografia letteraria. Che
vi racconto stasera. E intanto vi faccio vedere invidiose
la mia capsula oro porcellana duemilaseicentocinquanta
euro. Intorno al fuoco, sotto la luna.

A Scipione Borghese

non so, corriamo sulla spiaggia. C’è il rumore del vento
e il sole che ti spalma gioia sulla schiena e ti fa bene. Ti
spara serotonina in vena e ti fa star bene. Ci sono anche
il baracchino con la cocacola e due cadaveri di migranti
boccaperta pesciolino in bocca. E ci siamo noi che corriamo
vento nelle orecchie, sole che ti spalma gioia sulla
schiena. Sulla spiaggia. Lui c’ha i quadri, io le nughette.
Sul gommone. È il 1610, è Porto Ercole, migranti nero
lucente denti d’avorio. Che scappano. Con i suoi quadri,
con le mie nughette. Sul gommone. Sera che arriva
è danza intorno al fuoco. Luna lucente denti d’avorio.
Michelangelo ed io lasciati sulla riva.

 

alla conferenza filosofica alla periferia dell’esistenza
nell’epoca del nichilismo penso che la mia mamma mi
faceva un brodino buonissimo quando c’avevo male al
pancino. E anche il purè. Dopo aver visto l’ispettore Derrick,
che scendevo in cucina ancora in pigiama. E allora
alla conferenza filosofica di Adriano Fabris, Luigi Manconi
ed Eugenio Muzzarella (cfr. supra), io c’ho preparato
un brodino buonissimo pure per loro. In mezzo alla sala.
Grande filosofo pure io. E tutti in cerchio ci siamo messi
a guardare l’ispettore Derrick, Eugenio Muzzarella Luigi
Manconi Adriano Fabris ed io. In pigiama. Che è entrata
pure la mia mamma con il purè. Che grande ovazione, il
pubblico dice che è l’incontro filosofico più bello di tutti.
Io filosofo, e pure l’ispettore Derrick, in pigiama pure lui.
Che però lui meno filosofico di me.

 

io te lo donerei un fiore se questa immagine non fosse
consumata. Avevo anche pensato di baciare le tue lacrime
ma ti sei messa a ridere (mentre scrivo, giocherello
in mutande con un ragno dell’albergo). Così stamattina
ti ho sparato. Prima di colazione. Sempre in mutande.
Sono d’accordo con te, anche questa immagine è un
tantino consumata. Se aspetti che finisco colazione allora
– che ci sono le albicocche sciroppate super saporite
e lo yogurt di mustafapascià – questa nughetta troverà
una soluzione finale anche per te.

 

hai il sedere che si vede fuori mitico Elly. Sulla sedia, al
bar. PENSI. E pensi tutto il pomeriggio. Sulla sedia, al
bar. Il mare, le donne… E io ti guardo mitico Elly. Col sedere
che si vede fuori. Che pensi. E penso allora che per
pensare bisogna avere il sedere che si vede fuori, mitico
Elly. Non so. E se leggo che oggi la letteratura è finita dal
1980 penso che chi lo pensa non c’aveva il sedere che si
vede fuori, non so. E io e te invece ce l’abbiamo il sedere
che si vede fuori, mitico Elly. Al bar. E pensiamo il mare,
le donne, la letteratura…

 

pensavo che una poesia è una scheggia nel dito e un
romanzo è Billy biscio pallino che cammina fra incavi
e increspature. Però penso che a Billy biscio pallino è
meglio se gli strappi una zampetta se no non c’è trama.
Che lui potrebbe dirti di occuparti invece della scheggia
nel dito, di toglierla magari. Ma digli che questa è opera
di poesia. E sentire il rumore scostante di Daly calabrone
solo chiuso dentro un barattolo? È il tempo che rimane.
Sul tavolo.

 

io e lui difronte al dio Mediterraneo ondenere due di
notte. Hai aperto il gas in casa, vero?, c’ho detto evangelico.
Alla partenza. Ci parla allora parole audaci quella
sgrinfietta della Luna: venite, vi dico che cos’è la letteratura.
E lui e io subito a gara in mezzo al dio Mediterraneo
ondenere due di notte (gas aperto in casa). Tu
che troverai questa nughetta nella bottiglia, sappi che
entrambi nuotiamo chiappobiancolunari e allucinati in
mezzo al dio Mediterraneo. Ondenere due di notte. Fregati
scemiforte da quella sgrinfietta della Luna.

 

mitico Omero, oggi ho conosciuto la bidella Susy, quella
della nughetta quattro del mio nughettolibello 2014 (sìii
profe, la numero quattro). Era lei prima che io sapessi
che lei c’era (ci sono rimasta male profe, lei mi fa parlare
in quel modo…). Io ho dovuto spiegare. Ti dico questo
perché forse da te verranno dopo cena quelle sgrinfiette
delle Sirene e vedrai la rosea figa di Venere. Che se però
viene il mitico Ciclope me lo devi presentare, RICORDATELO!,
che gli faccio subito assaggiare i miei pop corn
grandi e saporiti.

 

ecco, se la Polly tornasse adesso mi troverebbe seduto in
cucina davanti a youtube, due limoni, il Corriere, Dante,
le nughette, la macchina digitale difronte, i piedi sulla
sedia. Morto. Penso questo e penso però che questa
nughetta falsa la mia posizione e che la Polly non mi troverebbe
esattamente così. La scrittura sporca la realtà!
mi grida dal freezer il pollo della Despar.

 

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Fu vera gloria? https://www.nazioneindiana.com/2018/10/14/fu-vera-gloria/ https://www.nazioneindiana.com/2018/10/14/fu-vera-gloria/#comments Sun, 14 Oct 2018 05:00:48 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=76160 di Antonio Sparzani

“Le sue vittorie in battaglia restano nella Storia, incancellabili; ma non si può negare che le petit caporal avesse un carattere incline a risolvere tutti i problemi con la violenza e a raggiungere i suoi scopi con la menzogna.” Così scrive Riccardo Ferrazzi nel capitoletto conclusivo di N.B.… Leggi il resto »

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di Antonio Sparzani

“Le sue vittorie in battaglia restano nella Storia, incancellabili; ma non si può negare che le petit caporal avesse un carattere incline a risolvere tutti i problemi con la violenza e a raggiungere i suoi scopi con la menzogna.” Così scrive Riccardo Ferrazzi nel capitoletto conclusivo di N.B. Un teppista di successo, romanzo appena pubblicato da Arcadia, collana Eclypse. € 16.
Romanzo? Ma sì, in un certo senso romanzo, perché la vita di Napoleone Bonaparte viene raccontata in modo romanzesco e perché del romanzo ha la vena e il potere avvincente.

Però attenzione, non si tratta di una biografia di tutta la vita, non si raccontano Jena e Austerlitz, e neanche l’infelice campagna di Russia, ma si parla di quella scapestrata giovinezza, solitamente poco frequentata, poco nota, quella che non viene ritenuta importante dai manuali e dalle biografie usuali. Il racconto infatti si ferma al 1796, quando Napoleone sposa (ed è in occasione delle pubblicazioni del matrimonio che egli cambia il cognome da Buonaparte in Bonaparte) Marie Josèphe Rose Tascher de La Pagerie, vedova Beauharnais, che lui chiamerà sempre Joséphine; per partire poi subito per la campagna d’Italia, che sarà l’inizio dei suoi molteplici successi, fino all’insuccesso finale.
La narrazione dei suoi primi 27 anni – il nostro era nato ad Ajaccio nel 1769 – è piuttosto sorprendente e mostra di questa parte della sua vita aspetti inaspettati. Si potrebbe dire che il libro racconta la sua scalata al potere, scalata tutta volta in una prima fase alla lotta per la libertà della sua amata Corsica, mentre poi, quando intravede la possibilità del potere vero, quello di comandare l’intera armata francese, e poi la Francia stessa, dapprima agli ordini del Direttorio e poi con piena autonomia, col titolo di imperatore, il nostro teppista dimentica la non abbastanza amata Corsica e si dedica al bersaglio grosso.

Non è facile smettere di leggere questo libro, anche perché la vita del nostro si svolge ovviamente negli anni cruciali della rivoluzione e Ferrazzi ha cura di riportarne gli avvenimenti principali, tutti più meno connessi con la sua vita, la presa della Bastiglia, le incertezze del re e della regina, le Tuileries, la Convenzione, la ghigliottina implacabile, sia con i reali che con esponenti di primo piano del Terrore e infine il Direttorio e la guerra con l’Austria.
Eccovi ad esempio un non proprio confortante passo sulla difesa, da parte della repubblica, di Nantes dai ribelli realisti della Vandea:

“Nell’atmosfera da ultima spiaggia che dominava la Francia in quegli ultimi mesi del 1793, fra i commissari inviati a organizzare la difesa di Nantes dai rivoltosi vandeani si diffuse la psicosi dello spionaggio. Nelle prigioni vennero ammassate dodici o tredicimila persone (uomini, donne e bambini) e in questa massa di disperati si sviluppò un’epidemia di tifo. Il commissario Carrier li fece sterminare senza neppure l’ombra di un processo. Le stragi avvennero prima con fucilazioni di massa, poi imbarcando i prigionieri – legati fra loro – su chiatte che nottetempo venivano fatte affondare nella Loira.”

Per questa vicenda tra l’altro è molto utile leggere Novantatrè di Victor Hugo, splendida cronaca della rivolta in Vandea e della sua sanguinosa repressione.
Un ruolo importante sembra poi giocare un altro còrso, Antoine Christophe Saliceti, sulla cui vera attività nulla si sa di preciso, salvo che durante tutta la prima fase della carriera di Napoleone, indossa una veste di consigliere molto rilevante: Ferrazzi trascrive lettere tra i due, per le quali attinge molto, oltre che a documenti storici, alla propria inventiva e fantasia, come egli stesso confessa alla fine del volume. Eccovene una, tanto per capire:

“Caro Buonaparte,
non perdetevi d’animo. Siamo in guerra con l’Austria e il ministero non può privarsi di un ufficiale di artiglieria. Però è necessario che veniate a Parigi. I vostri amici faranno tutte le pressioni necessarie ma bisogna che i funzionari del ministero vi vedano in volto e ascoltino dalla vostra voce i motivi del mancato rientro al reggimento. Non dubito che saprete essere convincente, magari caricando un po’ le tinte.
Fidatevi della mia parola e venite! Ho parlato del vostro caso a Robespierre che, come sapete, ha grande influenza fra i Giacobini. Faremo il possibile anche per mantenervi il grado di tenente colonnello. Non posso garantire che ci riusciremo, ma abbiamo ottimi agganci al ministero e sapremo sfruttarli.
In attesa di avervi qui con noi, vi saluta il vostro amico
Antonio Saliceti”

Vedete? Saliceti dice sempre “noi”, lasciando nel vago a chi si estenda questo pronome.

E poi il racconto comprende con cura anche la famiglia Buonaparte, il fratello maggiore Giuseppe, l’altro fratello Luciano e la sorella Paolina, ai quali Napoleone affida di volta in volta vari compiti che giochino in suo favore.
Quello che ho provato io leggendo un po’ col fiato sospeso questo libro è stato un misto di stupore e di orrore per un personaggio che in verità non avevo mai particolarmente ammirato per le sue cosiddette imprese e la sua inestinguibile brama di conquista: così che la mia risposta alla domanda del titolo che, come tutti sappiamo, è quella che Alessandro Manzoni si pone nell’ode Il cinque maggio, rimandando ai posteri l’ardua sentenza, non è proprio positiva.

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