Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Fri, 27 Nov 2020 06:00:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.16 La distanza della didattica https://www.nazioneindiana.com/2020/11/27/la-distanza-della-didattica/ https://www.nazioneindiana.com/2020/11/27/la-distanza-della-didattica/#respond Fri, 27 Nov 2020 06:00:11 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=87054 di Chiara Portesine

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di Chiara Portesine

Il dibattito sulla didattica a distanza anima ormai da marzo le testate giornalistiche e le riviste di settore – che, talora per la prima volta, si sono trovate ad aprire le porte a una discussione extra-specialistica e ‘militante’. Di fronte a uno stato d’emergenza che minaccia le strutture elementari dell’università, gli insegnanti si sono scoperti una corporazione che può farsi comunità, avanzando proposte politiche, sottoscrivendo petizioni e tornando a occupare, senza alcuna vergogna tardo-crepuscolare, le pagine di quotidiani e periodici nazionali. Il recupero di una voce esterna all’iper-codificato slang della ‘fascia A’, e la necessità di ripensare il proprio linguaggio senza il salvagente rassicurante delle note a piè di pagina e del citazionismo bibliografico, hanno creato piattaforme inedite di scambio e solidarietà digitale, come il Diario da una quarantena ospitato sul sito Griseldaonline[1].

A essere dimenticato o marginalizzato è stato, invece, il punto di vista del ceto accademico più debole, ossia quello dei dottorandi e dei ricercatori.

Lo sforzo richiesto a questa classe è stato duplice: in primo luogo, proseguire la propria ricerca nonostante la chiusura di biblioteche, archivi, fondazioni pubbliche e private, senza avere garanzie economiche relative a future proroghe. Accordate per i dottorandi ‘in chiusura’, alle soglie della discussione finale, le proroghe per i dottorandi al primo o al secondo anno (nel caso dei cicli triennali) rappresentano ancora un miraggio fumoso, in balìa di decisioni territoriali e senza un coordinamento centralizzato – ci saranno? Saranno retribuite? E come verrà tutelata la categoria dei dottorandi ‘senza borsa’? L’imperativo implicito è quello di continuare a lavorare (o, per conclamata impossibilità, a non lavorare) e poi si vedrà. Si è costretti a performare ‘come se nulla fosse’, continuando ad alimentare il circuito del publish or perish – che, senza aver più nulla da pubblicare, si riduce a una mera prospettiva suicida.

In secondo luogo, nel caso dei cultori della materia, una prova ulteriore è stata quella di aiutare i propri tutor nel passaggio alla DaD, improvvisando in pochi giorni inedite capacità informatiche su piattaforme come Teams o Google Meet – anche perché, come è già stato osservato[2], lo ‘smanettare’ su computer e tablet delle generazioni tecnologiche è stato ingenuamente scambiato per un’effettiva competenza, sia per gli studenti che per i giovani lavoratori. Il supporto fornito ai docenti, oberati di nuove incombenze virtuali, ha determinato un incremento del presenzialismo degli assistenti, che partecipano sempre di più alle sessioni telematiche esaminando i candidati o intervenendo come operatori tecnici per garantire la resa il più possibile normalizzata della ‘riunione’.

Se è giusto sottolineare il fatto che è stata la solidarietà, prima e in sostituzione delle istituzioni accademiche e politiche, a rendere possibile la DaD, è bene evidenziare come tra un professore, ordinario o associato, e un assistente non possa sussistere lo stesso rapporto orizzontale e paritario che vige tra colleghi che ‘si danno una mano’. A eccezione di alcuni casi privilegiati di reciproca stima, consolidati da una lunga cooperazione pregressa – come il clima in cui mi sono trovata fortunatamente a lavorare negli ultimi quattro anni –, i racconti che provengono da alcuni dipartimenti non fotografano una situazione di reale interscambio. Il tutor un giorno dovrà valutare il percorso dei propri dottorandi, e la gratuità di un aiuto assume inevitabilmente una forma meno libera e spontanea di collaborazione.

Il rischio è quello di sfruttare la situazione emergenziale per ottenere una manodopera non retribuita, sottoposta a un ricatto implicito e a forme di concorrenzialità inter pares tra colleghi, in una corsa all’aggiornamento digitale per diventare i collaboratori ‘più necessari’ agli occhi del datore di lavoro. Può esserci un’autentica e genuina solidarietà laddove esiste un rapporto di potere? Pertanto, anche la mitizzazione di un certo eroismo umanistico grazie al quale è stato possibile arginare la crisi andrebbe ripensata in relazione agli artefici più deboli di questo miracoloso ‘piano quinquennale’ dell’università.

L’accelerazione inaspettata del ruolo del dottorando ha comportato alcune difficoltà nello stabilire un regime di autorevolezza rispetto al corpo studentesco. Già in tempi normali, lo statuto ibrido dell’assistente – quasi coetaneo degli alunni più grandi – comportava una difficile calibratura tra ‘distanziamento’ e vicinanza, nel goffo tentativo di tarare il proprio status di semi-docente e semi-studente. Il pericolo di un eccessivo sfaldamento dei ruoli è stato potenziato dall’immissione nel circuito della virtualità: il format della bacheca di Teams è un contenitore visivo troppo simile a quello dei social network, con la possibilità di utilizzare la chat per una messaggistica sintetica che elimina i convenevoli tipici della comunicazione istituzionale – burocratica e polverosa, indubbiamente, ma funzionale al mantenimento di una diversità. L’inserimento di avvisi relativi al corso poteva essere accompagnato (e lo è stato) da reaction (il pollice-like, soprattutto, ma ogni tanto anche qualche cuoricino), per notificare l’avvenuta lettura della comunicazione, in un’indistinzione grafica tra la schermata di Facebook e l’applicazione dei meeting universitari.

La possibilità di intervenire con commenti istantanei (simili a quelli delle dirette Instagram), se garantisce alle lezioni in streaming la possibilità di un riscontro immediato anche da parte di studenti che non vogliono (o non possono, per ragioni legate al gap informatico) accendere la videocamera, comporta una serie di nuovi problemi comunicativi. In primo luogo, la proliferazione di notifiche sullo schermo necessita di un docente multitasking in grado di gestire, durante la spiegazione, gli eventuali avvisi del supporto informatico (la batteria scarica del portatile, la connessione debole del Wi-Fi ecc.) assieme a un monitoraggio costante dei commenti in presa diretta. Mentre le osservazioni e le domande in classe avevano un tempo specifico (la fine di un periodo o, ancora meglio, di un pensiero organico), i dubbi e le richieste degli studenti vengono digitate, per la natura stessa del medium, nel bel mezzo della spiegazione.

Per chi insegna in aula, la modalità offline è possibile (e anzi necessaria) per tutta la durata della lezione; su Teams, possono comparire in sovrimpressione, ad esempio, le notifiche relative alle ‘chat private’ (richieste di studenti esterni allo specifico corso in cui sta avvenendo la lezione, ‘gruppi’ di dipartimento, riunioni o comitati editoriali virtuali). Non si possono più disattivare gli apparecchi tecnologici perché essi stessi sono diventati parte integrante della lezione; le sollecitazioni mediali appartengono necessariamente all’insegnamento inteso come performance, e non si può far finta che non incidano sul suo svolgimento – assieme alle eventuali difficoltà della rete domestica, o alle distrazioni e stimoli che provengono dal proprio spazio abitativo, soprattutto se condiviso. Spesso nei commenti fiorisce, inoltre, una libera interazione tra utenti (“a voi funziona la connessione?”, “qualcun altro non riesce a vedere il powerpoint?”, “devo andare a pranzo, buona lezione a tutti!”, accompagnata talvolta da emoticon o espressioni colloquiali). Il bisogno sano di stabilire un collegamento (almeno a distanza) con amici e coetanei si dimostra, tuttavia, innaturale se la visualizzazione di questi percorsi viene estesa anche ai docenti, in un’artificiale impressione di condivisione e vicinanza che, in realtà, non fa che rimarcare la diffidenza e la differenza generazionale, nel caso dei docenti più anziani – subito portati a sgranare il rosario da laudatores temporis acti di fronte alla faccina che ride con le lacrime agli occhi in risposta a una battuta o a un lapsus involontario.

Le sessioni telematiche si rivelano, però, il vero tasto dolente della didattica a distanza. Alla conclusione della terza tornata di esami interamente virtuali, posso dire con certezza che garantire la meritocrazia nella valutazione è diventato quasi impossibile. Il rischio concreto è quello di premiare studenti negligenti ma più abili nello sfruttare utilitaristicamente gli stessi supporti resi necessari dalla crisi emergenziale. La perquisizione ‘in remoto’ delle stanze o cucine degli iscritti non è soltanto una soluzione grottescamente poliziesca e lesiva della privacy, ma è anche inutile, dal momento che basta tenere aperti sullo schermo appunti o note virtuali (da chiudere prontamente nel caso in cui venisse richiesta la condivisione dello schermo). Bisogna, poi, gestire gli eventuali momenti di crisi ‘informatica’ dello studente – non più il tradizionale vuoto di memoria, ma l’interruzione involontaria della comunicazione che, qualora non sia un espediente calcolato per prendere tempo cercando la risposta, distrae e confonde i temperamenti più ansiosi (e lascia l’ologramma del professore a dover interpretare uno scambio comunicativo inceppato, robotico o fantasmatico, in una sorta di paradossale operazione filologica applicata al vissuto).

È impossibile non notare una deresponsabilizzazione dello studente di fronte alla propria preparazione; mentre da un esame in presenza non si può fuggire (o almeno, si può ma bisogna ‘metterci la faccia’), da un appello virtuale lo studente può disconnettersi alla chetichella se nota che quella mattina il professore fa domande più difficili rispetto alle aspettative.

Inoltre, esaminando uno studente nel perimetro delle proprie mura domestiche, si inseriscono alcuni marcatori involontari che possono falsare la neutralità oggettiva di chi si trova a giudicare. Ad esempio, uno studente di estrazione (culturale ed economica) elevata può sfoggiare alle proprie spalle la biblioteca di Monaldo Leopardi, mentre il fuorisede costretto a trascorrere il lockdown nello studentato cercherà di nascondere alla meglio le stoviglie e i poster adolescenziali. Sarà possibile conservare realmente un’impassibilità assoluta, senza lasciarsi influenzare dalle «buone cose di pessimo gusto» disseminate negli ambienti domestici? Ne deriva un complessivo senso di frustrazione per quegli allievi che, nonostante la migrazione dalle aule reali a quelle virtuali, hanno faticato per mantenere gli stessi modelli di apprendimento individuale e che meriterebbero di essere valutati nell’ambiente più sterile e oggettivo possibile.

Non si può e non si deve trascurare, infine, la domanda crescente di supporto propriamente umano o psicologico che gli studenti chiedono, soprattutto ai dottorandi – in quanto figure professionali anagraficamente più vicine. Sono stati numerosi i ricevimenti richiesti espressamente dagli studenti semplicemente per essere ‘tranquillizzati’; la difficoltà di concentrarsi durante il periodo del lockdown, per il bombardamento di notizie e per la cattività forzata, ha determinato una sensazione generale di deficit, di inadeguatezza rispetto al rendimento precedente o alle aspettative personali. Il senso di colpa nel disporre di un surplus di tempo e non riuscire materialmente a farlo fruttare, unito a una pianificazione poco chiara e repressiva dei regolamenti (linee guida kafkiane, suggerimenti di adottare norme squadriste per sorvegliare e punire gli studenti durante le prove ecc.), ha generato una vera e propria sindrome dell’inettitudine. La non necessarietà della visione sincronica, nel caso delle lezioni registrate, ha provocato un rischio di procrastinazione infinita; se la lezione è prevista alle otto e mezza, posso posporne la frequenza ascoltandola in differita all’ora di pranzo, dopo cena, nelle giornate successive, fino ad accumulare un numero paralizzante di differimenti a catena.

 

Ho provato a chiedere agli studenti che mi è capitato di incontrare in questi due anni di didattica integrativa il proprio parere sull’insegnamento a distanza, attraverso un questionario anonimo elaborato su Google Forms. Il 70% degli intervistati ha espresso inaspettatamente il desiderio di mantenere alcune forme di virtualità e distanziamento anche alla fine della pandemia – in netto contrasto rispetto al posizionamento maggioritario degli insegnanti, stabilizzato su un tendenziale rifiuto della DaD fuori dallo stato d’eccezione. Per gli ex pendolari, l’abbattimento dei costi e la riduzione del tempo occupato dagli spostamenti con i mezzi pubblici ha permesso un miglioramento complessivo della qualità della vita.

Secondo il campione dei votanti, però, il vero e indiscutibile vantaggio della virtualità è determinato dalla possibilità di riascoltare più volte le lezioni registrate. La benjaminiana riproducibilità tecnica, prestata al contesto universitario, mina le fondamenta di un credo diffuso negli articoli e nei manifesti redatti dai docenti, ossia il fatto che la performance della lezione, con le sue interazioni umane, sia il vero cuore dell’insegnamento. In un’università che da anni somministra competenze, più simile a un erogatore di cfu che a un simposio platonico, dobbiamo fare i conti, invece, con il fatto che anche gli utenti abbiano modificato il proprio orizzonte d’attesa. La lezione come ‘atto unico e irripetibile’ è un rituale vintage? Oppure si è inceppato qualcosa nel rapporto comunicativo tra docenti e allievi, e la DaD si è presentata come un imprevisto deus ex machina?

 

Il problema non è la gestione dell’emergenza, ma il prima.

Un ripiego congiunturale non può essere letto come upgrade migliorativo della didattica tradizionale, da erogare anche al termine della pandemia per ammortizzare i costi degli spazi e del personale. Secondo alcuni alfieri dell’e-learning, la classe virtuale rappresenterebbe la soluzione per raggiungere un presunto pubblico espanso (lavoratori, fuorisede, diversamente abili, soggetti immunodepressi) – condannati tuttavia, come viene efficacemente precisato dai firmatari dell’appello Disintossichiamoci – sapere per il futuro[3], a una formazione di serie B, da fruire nelle proprie stanzette e nel perimetro chiuso della propria famiglia e classe sociale di appartenenza.

La didattica a distanza non deve diventare il deterrente per perpetuare una ‘mala università’. Il fatto che gli studenti diversamente abili possano usufruire delle lezioni in remoto non significa che i dipartimenti non abbiano il dovere di dotarsi di percorsi e strutture che garantiscano la piena accessibilità. Analogamente, la disponibilità di lezioni registrate consumabili a qualsiasi ora non può diventare la soluzione riparativa per la consueta disorganizzazione del calendario accademico, in cui la sovrapposizione oraria tra materie obbligatorie rende impossibile la frequenza sincronica a due corsi ugualmente previsti dal piano di studi.

Veniamo all’aura e allo choc che una buona lezione dovrebbe comportare. Se, agli occhi degli studenti, il vantaggio di poter riascoltare le registrazioni di un corso e sbobinarne diligentemente i contenuti è superiore allo svantaggio di non partecipare fisicamente all’evento-lezione, occorrerà ripensare ai fondamentali stessi dell’insegnamento, senza alcun passatismo nostalgico. La difficoltà di concentrarsi per una durata superiore o uguale a un’ora e mezza è visibile in tutti i campi del sapere e del vivere – a quale spettacolo teatrale, concerto o film gli spettatori (giovani e non) resistono alla tentazione di illuminare lo schermo per leggere le notifiche? Perché (e come) la lezione dovrebbe imporsi come un recinto immunitario rispetto a questa tendenza generale?

Con il lockdown anche i legami sociali sono stati necessariamente veicolati dai mezzi tecnologici, rendendo il portatile e il telefono, al contempo, ufficio e ‘piazza’ comunitaria, luogo di lavoro e forma di resistenza all’isolamento sociale. In fondo, il regime di interconnessione perenne coinvolge anche chi fa ricerca, oltre che a livello personale, anche e soprattutto sul piano professionale – la reperibilità su gmail è parte integrante del mestiere, con un conseguente adeguamento della propria concentrazione alla necessità di interrompersi e cambiare schizofrenicamente l’oggetto del proprio lavoro (se guardo il mio schermo, ad esempio, trovo tre schermate aperte e simultanee – un articolo sulla poesia contemporanea, le bozze di un vecchio saggio sul Barocco, e le nuove call for papers per gli eventi danteschi del 2021).

In questo contesto, le capacità affabulatorie e retoriche del singolo docente non bastano a catturare l’attenzione, in un magnetismo dell’apprendimento in stile L’attimo fuggente suggestivo quanto ormai inefficace.

Si potrebbe, dunque, tentare di trasformare l’apparente deficit dell’attenzione in una sfida – la retorica, in fondo, si è sempre basata su un delicato meccanismo di azione e ascolto della reazione da parte di un uditorio. I vecchi sistemi oratori non comunicano (e dunque non insegnano) più; la densità delle lezioni accademiche viene tradotta istantaneamente dagli studenti in un elenco di sintagmi da trascrivere e poi ripetere mnemonicamente agli esami per ricevere il ‘premio’ della valutazione. Chi riesce ad appuntare tutto (le stenografie sono estremamente richieste sul mercato delle copisterie universitarie), sarà quasi in grado di replicare la voce del docente all’esame, in una forma di ventriloquismo inattaccabile, ai fini del giudizio, ma fondamentalmente effimero. Dal momento che un simile apprendimento disfunzionale non è soddisfacente tanto per gli studenti quanto per gli insegnanti, il format della lezione andrà radicalmente ripensato. La crisi innescata dalla pandemia potrebbe e dovrebbe farci considerare nuove modalità di performance educativa, cercando in primo luogo di contraddire il sistema imprenditoriale dei piani di studio ‘monetarizzati’, che calcolano il rendimento e le competenze sulla base del tasso pro capite di crediti acquisiti. Che l’università stia perdendo il contatto con i propri studenti è un dato facilmente verificabile; la ‘distanza’ è una condizione che gli insegnanti hanno iniziato a sperimentare ben prima dell’emergenza sanitaria. La soluzione non dovrà coincidere con una fiera difesa del proprio ruolo e modus operandi all’insegna di ‘quello che si è sempre fatto’, come forma di eroica resistenza rispetto a un presente rappresentato nei termini di un’apocalisse regressiva e di una nuova barbarie. Sarebbe meglio, forse, provare a superare il timore ancestrale che cambiare la forma implichi necessariamente svilire il contenuto. Molti insegnanti hanno ribadito orgogliosamente che, nel passaggio alla DaD, a mutare è stato soltanto lo schermo tecnologico e il setting della lezione; ma se la pandemia ci insegnasse che anche il concetto di ‘lezione’, come ogni costruzione storica del sapere (dal canone alla grammatica), può essere messo in discussione e verificato sulla base della machiavellica «qualità dei tempi»?

Gli studenti di oggi si formano in un liceo in cui i manuali sono sempre più colorati e saturi di icone e di link interdisciplinari (dal cinema alla storia dell’arte, dal fumetto alla fotografia); entrano poi in un’università tutta in bianco e nero, dove spesso i professori continuano a riciclare le stesse lezioni ‘somministrate’ vent’anni prima a studenti non nativi digitali. Non possiamo fingere che il reticolo mediale influenzi la nostra vita, prima ancora che quella degli alunni, soltanto fino alle soglie della classe; aprendo la porta, nulla è cambiato, lo spazio sacro dell’aula è immutato – eppure, lo constatiamo tutti, il miracolo non accade più.

A prescindere dalle metodologie e dalle possibili soluzioni, una questione di fondo è sicuramente certa: l’università deve funzionare prima e a prescindere dall’introduzione di una strumentazione virtuale parallela. Il digitale sicuramente può offrire un’«opportunità»[4] (ad esempio, per la presenza di banche dati e biblioteche digitali, oppure per la facilitazione nella condivisione di materiali interdisciplinari – immagini, video, ipertesti –) ma non deve diventare quello che in Liguria chiameremmo un «tapullo», parola intraducibile per indicare una riparazione di fortuna, una ‘pezza’ realizzata con materiali di scarsa qualità per arrangiarsi di fronte a una situazione di pericolo (una crepa, un buco, un oggetto rotto) e destinata a durare soltanto per il breve tempo dell’emergenza. Nell’espressione «didattica a distanza», la prima parola da cui dobbiamo ripartire è, paradossalmente, proprio ‘didattica’.

 

(L’articolo è uscito su «Oblio – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca», 38-39, 2020, pp. 269-275).

 

[1] L’indice del dossier curato da E. Menetti e N. Bonazzi è disponibile all’indirizzo https://site.unibo.it/griseldaonline/it/diario-quarantena (consultato il 30 agosto 2020).

[2] Cfr. G. De Michele, La scuola e il discorso digitale, «doppiozero», 10 agosto 2020,  https://www.doppiozero.com/materiali/la-scuola-e-il-discorso-digitale?fbclid=IwAR3izcncPudaB8EQZAxjXjVuFExTXcBg0Pl5-uA72a75CMjhMbmJpc-eoUY (consultato il 30 agosto 2020).

[3] Sull’importate questione della diseguaglianza sociale che ha comportato la didattica online, cfr. l’interessante articolo di G. Caltanissetta, D. Corradi, La lezione del contagio, «Jacobin Italia», 20 marzo 2020, https://jacobinitalia.it/la-lezione-del-.contagio/?fbclid=IwAR0tbM3honubkPO_M1kVKzg4lG57U60fEnKWtP1Jaongbe9oTLJWrUklE80 (consultato il 28 settembre 2020).

[4] P. Italia, Lo studente (e il docente) Google, https://site.unibo.it/griseldaonline/it/diario-quarantena/paola-italia-studente-docente-google, 30 marzo 2020.

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Note d’altrove #1 – Gianluca Cangemi https://www.nazioneindiana.com/2020/11/26/gianluca-cangemi/ https://www.nazioneindiana.com/2020/11/26/gianluca-cangemi/#respond Thu, 26 Nov 2020 09:38:46 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=87036 Note d’altrove # 1

di Gianluca Cangemi

Il sassofono e la badessa

 

Riascoltavo oggi – in un pomeriggio pandemico uguale a e diverso da tutti gli altri – il master fonografico appena chiuso di un solo per saxofono contralto, composto e suonato dall’amico e collega Nicola Mogavero.… Leggi il resto »

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Note d’altrove # 1

di Gianluca Cangemi

Geißenklösterle flauto flute prehistorical oldest musical instrument

Il sassofono e la badessa

 

Riascoltavo oggi – in un pomeriggio pandemico uguale a e diverso da tutti gli altri – il master fonografico appena chiuso di un solo per saxofono contralto, composto e suonato dall’amico e collega Nicola Mogavero. Lungo quasi undici minuti una linea limpida muove da ‘O virga ac diadema’, canto composto dalla antica collega Hildegard von Bingen (Bermersheim vor der Höhe, 1098 – Bingen am Rhein, 1179); il canto va poi in eco, la linea s’apre, ai margini si sfrangia in screziature e baluginii, e – provocata da increspature che rischiano, con saggio insuccesso, di metterla in pericolo – trascolora in evocazioni di passi arabo-andalusi (IX-XV secolo); così diviene, aperta in punti e danza, seguitando però sempre a risonare in una cattedrale interiore, luogo di tutte e tutti, collettivo, che, col suo riverbero, impedisce la rottura del canto. Il racconto torna infine al canto iniziale dell’antica badessa, ma adesso la linea è illuminata e arricchita dalle memorie del sogno d’altrove che ha vissuto, e noi con lei (e “…io vivo altrove…”, canta Léo Ferré in ‘Tu ne dis jamais rien’ per noi).
Tutto questo accade, nel bel brano di Nicola, attraverso il suo strumento, il saxofono. Strumento – dicono i burocrati – d’invenzione molto recente (fu brevettato il 22 giugno del 1846), dai più associato a stili del XX secolo, e comunque – così insiste il bottegaio euclideo che ormai tutte e tutti ci abita – strumento inappropriato a una donna in un monastero tedesco del XII secolo o a un mîzân risonante tra corde di oud e ribeche da qualche parte nella Spagna islamica.
‘Trayectorias 30S’, si intitola questa composizione all’ascolto generosa e semplice. È in un’opera fonografica, ‘Leiðarvísir, cui ho contribuito sia come compositore che come produttore, in pubblicazione entro quest’anno 2020. ‘Leiðarvísir’ (“itinerario, guida, viaggio” in islandese) è album d’esatti viaggi e luoghi e storie, per vie di canto d’oggi e di ieri, abitate e raccontate da specifici individui ma che – scritte e ritessute – per ciò stesso sono esperienze collettive: di, con e attraverso tutte e tutti. Qualcosa di cui oggi – forse, spero ancora – abbiamo bisogno, chiusi come siamo in casa spaventati arrabbiati, spaesati dal tracollo tremendo di decenni d’individui astratti, orfani di racconti e luoghi e tessiture collettive intelligenti, e per questo privi di cure.

Finito l’ascolto della composizione di Nicola, gli scrivo per ringraziarlo:

 

Riascolto ‘Trayectorias 30S’. È un gran pezzo. Credo tu abbia appena contribuito grandemente a farmi formare una immagine mentale mia del saxofono. La comprensione del tuo strumento è faccenda piuttosto complessa per un compositore. In apparenza è“ovvio” e “facile” da capire, ma in realtà ha una ricchezza tale di origini e parentele, e sviluppi in una tale quantità di stili e tradizioni, che farsene una immagine – non ideologica, stilizzante o astratta – è difficilissimo. Ci ho messo decenni. Sento che con il tuo ‘Trayectorias 30S’ è accaduta questa ideazione mia, o almeno può accadere.
Si può comporre per saxofoni anche senza avere questa immagine, ovviamente, ma non è la stessa cosa. Non è quel livello d’abisso chiaro e nettezza dei punti, delle linee, degli spessori e colori, che caratterizza il comporre profondo. E questo comporre profondo puoi averlo solo e soltanto anche una volta compresa la natura-cultura totale dello strumento per cui stai componendo. Altrimenti tutto resta solo spessori, punti e linee e pantoni e null’altro: nella migliore delle ipotesi tocchi lo stile, sfiori la musica, e t’appoggi a pretesti, opure resti all’esercizio calligrafico, da ultimo involuto nel paradosso dell’autoreferenzialità, resti alla burocrazia, fai oggetto masturbatorio oppure – in certi casi è lo stesso – prodotto da mercato, per giunta oggi fuori tempo massimo magari per far soldi. Credo che ora questa prima comprensione mia del saxofono ce l’ho o la posso avere. Ti ringrazio
”.

 

Ringraziato l’amico generoso, guidato dalle risonanze di memoria dal suo sax udito di fresco, m’accorgo di associare spesso gli strumenti musicali a esseri viventi complessi, non a oggetti inerti. Naturalmente lo faccio a partire dalla considerazione per cui uno strumento è uno strumento: a fare il suono e poi la musica, a partire dal pensiero – attraverso, appunto, lo strumento – è l’essere umano. Però nella mia mente gli strumenti musicali – ogni strumento – sono spesso associati a esseri complessi: entità biologiche e sociali. Del resto il continuum tra corpo e strumento è evidente: basti pensare alla voce umana e al fischio, alla percussione col corpo stesso, o, per alcuni giocosi dotati d’orecchio assoluto, magari al fare del cul trombetta.
Entità biologiche e sociali, gli strumenti, ognuno quindi con una sua storia, e storie, una sua formazione, una o più attività professionali, errori e successi, un suo carattere complesso (perciò anche contraddittorio e dunque aperto al molteplice) e relazioni con altri – parenti, amici, antenati, filiazioni, e così via. E ogni strumento, anche, ha una sua “biologia”: me lo figuro più o meno come un corpo animale, quindi con fisiologia e funzionamento estremamente affini (fino ad apparire identici) a quelli di ogni altro suo simile, ma con caratteristiche anatomofisiologiche specifiche individuo per individuo, ciascuno con propri tratti e variabili genetiche. E ogni strumento – ogni singolo strumento – ha pure singolarità determinate dall’influenza dell’ambiente circostante (fisico e culturale, nel tempo), uno stato di salute variabile, e un concetto di sanità e malattia tra il difficile e l’impossibile da fissare con binaria esattezza, che molto dipende da fattori culturali e, vorrei dire, magari dai suoi rapporti e da sue proprie inclinazioni individuali. Una cosa che trovo meravigliosa e vibrante – valida per tutti gli strumenti ma evidente in modo particolare in chi ha componenti organiche determinanti (per esempio il legno degli strumenti ad arco) – è che esiste anche una influenza specifica che giunge dall’umano che utilizza quello specifico oggetto. Influenza udibile, sensibile. No, non è magia: adesso non ho davvero tempo e voglia di recuperare e dare fonti – attività del resto poco à la page – ma ricordo di aver letto anche studi seri che portano a queste conclusioni o almeno le suggeriscono con basi ragionevolmente convincenti.

Non sono uno strumentista, cioè non so suonare con decenza davvero nessuno strumento, ma da compositore penso, e convintamente, che non si possa fare “composizione profonda” (la chiamiamo così per mancanza di migliori parole) senza avere una immagine compiuta degli strumenti con e per cui componi. Immagine che è possibile solo e soltanto accogliendo l’Altro (in questo caso lo strumento) con curiosità sincera per la totalità del suo essere, per le sue relazioni, le sue storie, e per le sue potenzialità, i suoi plus e i suoi minus e per le cause di questi, e così via. Perché ogni strumento è, appunto, un complesso essere vivente con cui relazionarsi, dotato di anima poiché distillato cangiante di storie in una fisiologia: come tutti gli oggetti con noi umani, e magari come noi stessi dal punto di vista di dio. Dunque se non hai questa immagine totale di uno strumento – quindi la disponibilità anche irrazionale all’Altro – ovviamente puoi comporre parti per ogni strumento che ti pare – anche enormemente complicate e razionalmente appropriate – ma non starai facendo composizione profonda. Ciò per lo stesso motivo per cui puoi utilizzare gli esseri umani (nonché del pari altri esseri animali) per scopi solo connessi all’utile economico, e puoi anche farlo con strategie molto scaltrite, tali da minimizzare la percezione dello sfruttamento razionale che stai agendo – anche fino a rendere la tua violenza invisibile e, se sei molto abile, perfino encomiabile dal punto di vista di alcuni; sì, puoi farlo, ma così facendo non entrerai in un rapporto profondo tra la tua umanità-animalità di radice e quella dell’altro, per cui – alla fine di una complessa rete di cause ed effetti tra loro varissimamente intrecciati – finirai in vario grado per fare danno all’umanità (anche la tua).

Sono passati alcuni minuti, forse mezz’ora – in questo pomeriggio pandemico diverso e uguale a tutti gli altri – e il canto del saxofono di Nicola è ora diventato voce di donna. E io sento che tutto ciò ha qualcosa a che fare con la rivoluzione: le storie, gli oggetti e i luoghi (il tempo e le case), gli spiriti che abitano gli uni e le altre, e li e le animano. Ecco, appunto: l’anima. Anemos. Il soffio, il fiato, l’anima, il respiro: tutte parole oggi disseccate, tanto fastidiose agli schizoidi stizziti governi della pandemia, quanto tetramente impronunciabili dentro una terapia intensiva. Che siano queste anime liberate, questi respiri ricreati, i primi venti di rivoluzioni possibili? Aperti in casa, suonando il saxofono da qualche parte in al-Andalus, con una badessa artista, maestra di canto e pensiero, che la cura porta – appropriata con uno strumento o l’altro – dalla casa alle sorelle ai multiversi del mondo, da te all’altro con te che sei tu.  Sì, voi vivete asserragliati nell’Algoritmo d’Inverno, noi viviamo altrove.


 

Gianluca Cangemi, compositore e produttore, lavora quotidianamente alla fioritura di musiche e altri prodotti dell’ingegno per sale da concerto, supporti fonografici, lavori teatrali, di danza e performativi, videogiochi, installazioni e film. Lo fa cercando e riconoscendo chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, per farlo durare e dargli spazio.

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Cinque poesie di Antonio Bux tratte da “La diga ombra” (Nottetempo, 2020) – nota introduttiva di Giuseppe Munforte https://www.nazioneindiana.com/2020/11/25/cinque-poesie-di-antonio-bux-tratte-da-la-diga-ombra-nottetempo-2020-nota-introduttiva-di-giuseppe-munforte/ https://www.nazioneindiana.com/2020/11/25/cinque-poesie-di-antonio-bux-tratte-da-la-diga-ombra-nottetempo-2020-nota-introduttiva-di-giuseppe-munforte/#respond Wed, 25 Nov 2020 05:40:41 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=87010 Ogni poesia ci pone la domanda di cosa sia la poesia. Arriva di fronte ai nostri occhi come un oggetto misterioso. Ci turba. Porta la vita come una bufera nel linguaggio, e fa del linguaggio bufera.

Da dove arrivano quelle parole?… Leggi il resto »

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Ogni poesia ci pone la domanda di cosa sia la poesia. Arriva di fronte ai nostri occhi come un oggetto misterioso. Ci turba. Porta la vita come una bufera nel linguaggio, e fa del linguaggio bufera.

Da dove arrivano quelle parole? Cosa le ha generate? I poeti lo sanno, anche se non potrebbero darne conto fino in fondo. È la dimensione sorgiva della poesia, quella che solo il poeta abita, sognando le parole: uno stato vitale, prelinguistico, non più corpo e non ancora spirito. Benjamin ha scritto che il poeta sta “tra la notte e la vita variopinta”. In questo territorio di confine, liminare, il linguaggio non è ancora avvenuto ma è già presente nell’intenzione del poeta. Il poeta è qui senza parola, non ha opera, e allo stesso tempo ha l’intera opera presente a sé: è gravido non del testo che verrà ma del proprio destino. Per egoismo potrebbe tacere, se a quel destino non corrispondesse la necessità di sacrificarsi alla parola. Quel destino si compie solo acconsentendo alla scrittura, “ora guardando al fondo di se stesso, ora con coraggio noi, su verso la luce” come dice Benjamin; dando forma a quello che viene, da sopra o sotto, a sognare gli esseri, nei versi di Bux.

La vocazione di Bux alla poesia, il suo essere poeta, che è accadimento raro, inspiegabile, si potrebbe dire miracoloso per quanto il poeta travalica il controllo e vivifica la dimensione più controllata dell’umano, il linguaggio – questo accadimento nel caso di Bux mi è stato da subito evidente dalle prime poesie sue che abbia letto, e questa silloge ne è l’ulteriore conferma.

Giuseppe Munforte

***

Antonio Bux da “La diga ombra” (Nottetempo, 2020)

Giorni d’acqua, simili a dèi…
Ma cosa viene, da sopra o sotto,
a sognare gli esseri
e poi farli umani, bestie da pascolo,
vivono davvero il loro tempo?

Sembra sia uno specchio
girato contrario, eppure vedono
la forma di sparire
e anche la forma visibile,
con gli stessi occhi che si muta

ogni giorno e non ha fine
ma per poco, la fine che poi diventa
l’inizio di un nuovo giorno
quando dèi piovono, e sono gocce

aperte al corpo di essere umani;
ma è un pianto, a ciel sereno,
tendere lo sguardo come fosse nuvola
per guardare gli altri, farli animali,
o essere del vento come un canto.

Anni perché fate fiume,
dove e quanto il sogno dura,
se per durare si deve sparire d’acqua
evaporando un solo tempo
perché nel tempo si muore?

(Voci di dèi, una nuvola sopra le teste
disegna le voci tutte le idee
e i corpi quando si amano
cosí i giorni, i profili già ombra
le vite come ombre equidistanti).

***

Perché dire un suono. Una figura
non muta al suo risveglio, germina
lontano il geroglifico se parla,
ed è la stessa lingua di vedere
a malapena, sbirciando un prato
l’ombra dove la parola chiama.
Ma un prato, qui, perché dirlo?
Avvolto come in sogno, aprirebbe
al chiaroscuro di ciò che sotto
tende, saprebbe mostrare all’uomo
la curva senza unire, cielo e terra
e una parola così, già sparita.
Perché venire al mondo, allora,
perché parlare e non veder la traccia?
Esseri segreti di un mistero nuovo
avete fatto del tempo suono
senza più parole, dove un uomo ama
anche il suo silenzio; ma dirlo, qui,
a voce strana, sembrerebbe
poco anche per sentire, perché esistere
è la stessa cosa, figura muta umana
il prato continuerebbe a dire.

***

Vivono di un solo amore gli alberi.
Affratellati, in nome di un dio cenere
bruciano per risorgere in un filtro d’aria,
così cambiano l’atmosfera, al sogno,
fanno delle teste in cielo e poi il velo
dell’oscuro che noi siamo.
Ma parte di un ossigeno o del veleno
li fa un giro più del mondo quando l’occhio
tenuto zitto interno al verde preme.
Terra che li fortifica soltanto per dolore
ma per dolore ce li avvicina
e fa sembrare puro il loro sonno.

E se proteggono senza cellule la sfera
che in vita gira a perdifiato e ci coltiva
non cadranno nel rovescio, una sola fiamma
di tempo per noi comunemente accesi
il rogo disunito finirebbe.
Ma tagliati, la notte che li assorbe,
nel sogno come sono di parole e buche
un tuffo dall’ombra li allontana
e sembrano perduti tra le foglie ma vivi
senza esistere perché si pianteranno a spora
nel sole da qui anni luce.

Oltretomba di ogni uomo quel seme
d’albero tramonta la sua specie
forse per assurdo sentendosi già umano
ferendo un po’ d’azzurro il clima, le pressioni
autunnali di una vita, parte di ciò che viene.
Ma con amore questa ferita torna
sopra i campi svolge di nero un’abetaia
che pare di essere uniti, spogli
nel tronco ad appassire, e col fiore vano.
Mantra avvolto dentro la culla il legno duro
chiude l’ombelico ma apre l’estinzione.

E a cosa serve dio, se tagliando
in due l’albero sono io?
A cosa serve un io se per chiome
lucenti anni si perdono tra arie, nuove,
e chi non è rimane, e trasparente poi vedrà
lo spazio, il tempo, la sua sparizione?
Mani se corrugano, per il triste
destino che è un dono, simile a radice
sopravvivendo, questo segreto
ciò che gli alberi proteggono, sanno
che di una pasta informe
è benedetta l’energia, e senza meta.

***

A volte un viale è guardare le case
dove non ci sono ma vive come il sempre
anche se un velo nero le abita sono grandi
calme quasi d’aria respirano di un muro
il muro a prato di nuvole, pensieri che uno
può stare in una stanza dormendo
e vedere lo stesso il sole come non contamina
i volti ancora accesi che vorrebbero volare
sopra i volti delle case abbandonate.

Ma sono solo vento, e di un sereno grande
come una casa di fantasmi appena nati
che a volte è così bello perdersi per strada
coi fiori a capofitto più vicini da voler entrare
in noi simili a case appese ad uno spazio
che lo spazio è un viale, scompare se si guarda
fintanto che ci siamo e fa due ali il vento
sebbene in un’ombra vi è l’ombra del sogno
noi viviamo fermi dentro, con le radici in cielo.

***

Tu che speri un’anima si risvegli
dal lato umano, a tarda ora,
quando sei sola nel mio volto
e l’ora è buia ma ti rischiara,
non è l’anima di chi siamo.

L’anima che si vuole sperare
farsi nulla, avanti come un corpo,
non è l’anima del reale,
se per immaginarsi a specchio
riflette solo male
il volto buono, già svanito.

Così tu ami questo involucro
tradito di ogni giorno,
e la carne che ti piace, o il bacio
vivo nel sonno, che vorrei sereno.

Ma non è che un ricordo
su chi saremo, quando due anime
per fondersi dovranno amare
il sogno andato, d’essere due di uno.

Questo dell’anima si ama,
il suo canto morto, se è vero
che un raggio cavo fa del corpo
chiara la solitudine, forse ameremo
o in quella saremo amati

per chiara immagine che si è
già stati soli, con le furie al collo,
non moriremo amando, l’immagine
nostra mutata se ci amerà
sarà per non sparire.

Antonio Bux (Foggia, 1982) ha pubblicato, tra l’altro, Trilogia dello zero (Marco Saya 2012; finalista premio Montano, vincitore premio Minturnae), Kevlar (SEF 2015; premio Alinari), Naturario (Di Felice 2016; finalista premio Viareggio), Sativi (Marco Saya 2017; selezione premio Città di Como) Sasso, carta e forbici (Avagliano 2018; premio Alfonso Malinconico), Terza persona interiore (Transeuropa 2019), e il recente La diga ombra (Nottetempo 2020). In spagnolo ha pubblicato 23 – fragmentos de alguien (Ediciones Ruinas Circulares 2014), El hombre comido (Añosluz Editora 2016), Saga familiar de un lobo estepario (Editorial Juglar 2018) e in vernacolo foggiano la silloge Lattèssanghe (Le Mezzelane 2018; selezione premio Città di Ischitella – Pietro Giannone). Nel 2014 gli è stato conferito il premio Iris di Firenze. Ha fondato e dirige il blog Disgrafie e alcune collane per Marco Saya Edizioni e per l’editrice RPlibri.

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Ritorno alla foce di Gianni Celati https://www.nazioneindiana.com/2020/11/24/ritorno-alla-foce-di-gianni-celati/ https://www.nazioneindiana.com/2020/11/24/ritorno-alla-foce-di-gianni-celati/#comments Tue, 24 Nov 2020 07:00:23 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86974

di Paola Ivaldi (testo e foto)

“… le cose sono là che navigano nella luce, escono dal vuoto per aver luogo ai nostri occhi. Noi siamo implicati nel loro apparire e scomparire, quasi che fossimo qui proprio per questo”
Gianni Celati (1989)

Decido di mettermi in viaggio dopo avere letto Verso la foce.

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di Paola Ivaldi (testo e foto)

“… le cose sono là che navigano nella luce, escono dal vuoto per aver luogo ai nostri occhi. Noi siamo implicati nel loro apparire e scomparire, quasi che fossimo qui proprio per questo”
Gianni Celati (1989)

Decido di mettermi in viaggio dopo avere letto Verso la foce. I racconti di osservazione di Gianni Celati, scritti in forma di diario tra il 1983 e il 1986, mi hanno acceso il desiderio di andarlo a vedere, questo nuovo paesaggio italiano, di scoprire con i miei occhi come e quanto sia invecchiato da quando Celati, solcandolo insieme all’amico Luigi Ghirri e ad altri fotografi, ne aveva descritto con grazia e spietatezza le primordiali increspature.

Mi muovo in automobile, per una maggiore autonomia, e viaggio da sola, perché così amo fare, e anche per vedere meglio, tutto tranne gli autovelox che stanno come tanti piccoli menhir di ferro arrugginito sul ciglio delle strade statali e irrompono quasi sempre all’improvviso nel mio campo visivo, strappandomi ogni volta, data la velocità quasi sempre eccedente i limiti, la stessa triviale esclamazione di rabbiosa sorpresa: a ogni autovelox sempre la stessa, fino alla foce del Po.

Nelle lunghe ore di guida, mi interrogo sul paesaggio: che cosa sia, il paesaggio, da dove inizi e dove termini, e poi mi domando quale sia il paesaggio da considerarsi per chi viaggi a una velocità artificiale, risultato di un processo meccanico, che non è dunque la lentezza del viandante, che consente al suo sguardo paziente di acquisire mutevole consapevolezza del territorio al ritmo dei passi. Che cosa sono tutti quei campi e capannoni che scorrono frettolosi e sfuggenti al di là del finestrino? E poi: quanto pesa l’età di chi guarda, come influisce sulla percezione e nel racconto del paesaggio? Celati, per esempio, non aveva ancora cinquantanni quando tenne i suoi diari di viaggio: vorrà pure dire qualcosa, il dato anagrafico, l’esperienza di vita, la traiettoria che ci conduce al cospetto di un paesaggio nel momento in cui ci apprestiamo a darne evidenza con le nostre parole. Siamo partiti allegri, trallallero trallalà, o con il cuore pesante? Quanto conta lo stato d’animo di chi osserva nello scandire e intonare l’osservazione stessa?

Mano a mano che mi addentro nel mantovano mi vado sempre più convincendo di questo: il paesaggio sono io che lo guardo, io che “faccio paesaggio”, inevitabile prodotto di uno sguardo, e dunque di un tempo – un’età – e di uno spazio – un percorso. L’oggettività, in fin dei conti, ha poca importanza, chi si illude che si possa trovare verità in un paesaggio? Lo stesso concetto di paesaggio tende a essere fasullo e fallace, tranne che si trascenda una buona volta dal dibatterne ancora, sposando l’idea di Italo Calvino, in larga parte corroborata dall’essenzialità degli scatti di Ghirri, il quale sostiene che altro non siamo se non finestre attraverso le quali il mondo guarda il mondo.

Io che leggo Celati, io stessa mi affaccio dalla sua finestrella, e mi faccio rapire proprio dal suo sguardo, quel peculiare modo tutto suo, celatiano, di interpretare ciò che lo circonda mentre esplora la nostra grande pianura a metà degli anni Ottanta in osservazione del cosiddetto paesaggio postindustriale.

Ancora. Io che vado verso la foce, lo faccio nell’agosto 2020, in epoca pandemica, ben oltre i miei cinquant’anni, con una separazione ancora in gran parte da metabolizzare. Che cosa vedo io che vado verso la foce? Che cosa mi aspetto di trovare lungo gli argini del Po, il fiume tante volte visto nascere sul Monviso e scorrere nella mia città? Le aspettative possono appannare il nostro sguardo, questo sì, e infatti io mi accorgo, per l’intera durata del viaggio, che mi sforzo di udire ancora l’eco dei pensieri di Celati, mi guardo intorno e cerco le orme dei suoi passi, nell’ingenuo tentativo di placare, con l’appiglio letterario, il mio stato di disorientamento e il senso della perdita, della disgregazione, che dalla sfera tutta personale si riverberano nella realtà circostante, nei fatti del mondo.

E quello che vedo è, in un certo senso anche un po’ amaro, la conferma della visione e in parte dell’interpretazione celatiana. La solitudine e la desertificazione del territorio sono fenomeni tangibili e quasi respirabili. La condanna sembra essere scontata, qui, da uomini e bestie che vivono intorno e dentro agli enormi capannoni maleodoranti che fanno la campagna, insieme ai monotoni campi di mais, questa campagna più di altre.

Capannoni, e giganteschi silos puntati al cielo come grassi razzi spaziali. Capannoni e silos. Capannoni pluripiano pieni di mucche tutte zitte, tutte ferme, mucche già morte dentro.

Capannoni dai quali non si leva un muggito nemmeno ad aspettarlo fino a sera, si sentono invece rumori metallici, di sbarre, e rumori secchi e meccanici. Non vedi quasi più gli animali, a volte li puoi scorgere in lontananza se una porta del capannone rimane aperta, allora sì, eccoli laggiù, li scorgi tutti affiancati nelle loro postazioni, senza scampo. Anche gli uomini non sono facili a vedersi, ogni tanto un’automobile scintillante di grossa cilindrata sgomma via dal cortile dell’abitazione solennemente annessa al capannone, il cartello intima di non avvicinarsi.

La sera, prima di addormentarmi, rimango nel letto a considerare quel concentrato di malessere animale che sta dentro ai capannoni, che so così vicini a me, insostenibili grumi di tristezza che costellano tutta la campagna, ammorbandola. Nell’oscurità della notte penso dunque al sonno triste degli animali, i loro occhi chiusi così come lo sono i miei.

La pena suscitata dal pensiero dei grandissimi numeri di animali non più allevati, ma gestiti come cose, mi rabbuia già in autostrada, a dire il vero, quando non riesco a ignorare la quantità di camion di trasporto bestiame, tutte quelle mucche e quei polli movimentati come fossero pezzi di legno o piastrelle. Mentre un tir mi sorpassa scorgo la coscia di un bovino e mi commuovo, sì, ma nel farlo dico a me stessa: no, ma tu non sei normale. Però, che diamine, non è forse questa l’anomalia, alla fine: la mia stessa reazione nei confronti del mio scarno impulso di pena, l’istintiva solidarietà animale.

Sopra un dépliant promozionale del Parco del Delta del Po leggo, tra le tante pubblicità stampate sul retro della mappa (o forse il retro è la mappa), quella di una società agricola della zona, che produce e vende carni e salumi, il cui slogan è: il porco del parco, c’è anche il disegno con l’immancabile maiale che sorride alla propria sorte. Maialini dotati di ali angeliche svettano svolazzanti su di un’installazione pubblicitaria simile a totem posta al centro di una grande aiuola di una trafficata rotatoria stradale.

Tra un campo di mais e l’altro, vecchie case rurali in stato di grave abbandono, fatiscenti cascine di corte pericolanti, tetti crollati dai quali svettano verdeggianti alberi e arbusti. Quando il flusso di traffico e lo spazio lungo la carreggiata me lo consentono, mi fermo e mi avvicino a piedi, a volte entro nelle stalle abbandonate, a terra vecchie catene. A guardare tutte queste rovine si può cadere facilmente nel tranello di una edulcorante vaga nostalgia, tendente a evocare i famosi bei tempi andati, una âge d’or di aie pullulanti di vita salubre, lieti quadretti famigliari e zampettanti animali.

In una delle aziende agrituristiche nella quale faccio tappa, si nota il mirabile recupero architettonico di una vecchia casa padronale, quello che era il fienile viene usato come riparo per enormi macchinari. Il giovane, che ha appena parcheggiato la macchina agricola e con il quale scambio qualche parola, mi fa notare che quella macchina, oggi, fa il lavoro che al tempo dei suoi bisnonni richiedeva la fatica di due famiglie. E poi: “le bestie, una volta, mica stavano meglio, sa”, indicandomi l’angusta porcilaia sotto al pollaio, e aggiungendo: da lì il maiale usciva soltanto per essere ammazzato.

Capita dunque, di tappa in tappa, che io avverta la necessità di abbandonare la presa di posizione, e di sospendere, almeno momentaneamente, il giudizio riferito a quello che vedo che, lo sento, è dettato il più delle volte dai luoghi comuni e dalla inconsistente superficiale conoscenza di fatti e di luoghi oltre che dall’approccio di ostinato rimpianto così tipico dell’età mia.

Voglio restare a quello che vedo, dunque, fino alla foce. Lungo le strade statali le indicazioni non vengono in soccorso del guidatore, confondono, caotizzando nomi di località e luoghi e/o modalità di smercio: iper, mega, discount, spaccio, grossista, outlet, store, truck point. Abbigliamento bimbi, mobilifici, salumifici, vivai, accessori camion, cereali, mangimi zootecnici, pannolini per bambini & adulti. Alla fin fine il cartello con l’indicazione “Zona industriale” suona bugiardo. L’industria non sta in una direzione, in assenza di argini ha tracimato ovunque.

In mezzo ai campi svuotati di uomini e bestie si vedono talvolta, in lontananza, nuvole di polvere sollevate dal passaggio di qualche macchinario, anche gli aironi bianchi danzano insieme al pulviscolo beigiolino per poi riposarsi lievi nuovamente a terra. Le macchine spargono, spruzzano, raccolgono, tagliano, sono loro, massicce, tutte spigoli e punte, che scandiscono le fasi agricole, non ci sono voci, solo rumori. E puzza.

Ancora, campi e capannoni, torri elettriche e tralicci, e tra i tanti capannoni un parallelepipedo di cemento, sulla facciata si legge: lap dance, l’insegna raffigura due enormi labbra dischiuse e rosseggianti. Il locale appare abbandonato, essendo giorno è normale che così sembri, l’ampio parcheggio completamente vuoto, così le new entry, lunghi elenchi di nomi femminili, non resta che reclamizzarle online, dove batte il cuore social della community.

Abbondano i tricolori, appesi alle ringhiere delle case, forse sono rimasti lì dal lockdown di primavera, dimenticati o lasciati per scaramanzia oppure, in ampio anticipo, già in attesa dei mondiali del Qatar. Le bandiere, come quelle che sventolano sopra le ampie tettoie di alcuni insediamenti industriali, sono quasi sempre sfilacciate e scolorite. Anche quella della Coldiretti è stracciata. A Taglio di Po, sulla facciata del municipio, è rimasto lo striscione “andrà tutto bene”, scritto in caratteri tutti maiuscoli e con tanto di hashtag iniziale, il disegno di un arcobaleno e di un cuore colorato a strisce verde, bianca, rossa.

Nei tanti paesi che attraverso, dove abbondano monumenti ai caduti delle due guerre mondiali e i bar sembrano ancora essere il luogo di incontro privilegiato dagli avventori di sesso maschile, ritrovo le “villette geometrili” raccontate a suo tempo da Celati. Ancora le loro tinte acriliche, le anfore reclinate e i velieri nei giardinetti dotati di palma e cancello elettrico. Molte delle villette di Celati, quelle con i nani disneiani, ora sono in vendita. La desolazione, camminando in certe viuzze, sembra essersi stratificata, incrostandosi su muri e ringhiere, amara come ruggine.

Non sarà stato quello, un grave errore? Guardare le case degli altri, proprio negli anni Ottanta, e scuotere la testa. Senza sforzarsi di capire che cosa ci fosse oltre il cancelletto, ancora non automatizzato. Senza chiedersi quale tipo di vuoto, di incertezze e di paure, fossero chiamati a presidiare diligentemente i tanti nanetti colorati.

In quello stesso errore, d’altronde, cadiamo più o meno tutti, essendo quasi inevitabile l’arroganza del punto di vista, la condanna alla superficialità che grava sull’atto descrittivo, sul paesaggismo narrativo. Forse per dire qualcosa di meritevole bisognerebbe penetrare in quello che descriviamo, noi involontari prigionieri dell’estetica e del nostro sguardo emotivo, e capire un po’ meglio, anche per approssimazione, sempre che questo sia possibile. Nelle cose umane ci sono delle quinte dietro le quali scorgere qualcosa di diverso da ciò che sta sul palcoscenico, basterebbe forse cercarle meglio prima di dire qualcosa? Osare spingersi dietro le quinte, esplorando l’invisibile, eventualmente accettando l’inciampo nell’inedito o il rischio del tutto buio.

Alla fine, il Po appare, largo e placido, emozionante, e la gita naturalistica che compio con l’allevatore-­‐pescatore di molluschi, un ragazzo in gamba che dice cose sensate e interessanti, mi riappacifica con il mondo e la sua complessa trama, lo sfacelo lo sento alle spalle.

Sul barchino che percorre i labirintici canneti del Delta riesco a scorgere una straordinaria varietà di uccelli sempre visti sulle pagine dei libri o nei documentari, i colori dei loro piumaggi sono quanto di più meraviglioso si possa immaginare, da togliere il fiato. Ecco, io lì non ravviso necessità alcuna di andare oltre le apparenze, di varcare una soglia, di chiedere perché. La natura è sempre nuda e vera allo sguardo. Lì, tra fiume e mare, ripongo nello zaino penna e taccuino, smetto di prendere appunti. Lì io mi sento beatamente giunco tra i giunchi, e taccio.

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Alcatraz Reunion https://www.nazioneindiana.com/2020/11/23/jewelle-gomez/ https://www.nazioneindiana.com/2020/11/23/jewelle-gomez/#respond Mon, 23 Nov 2020 06:00:10 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86880 di Jewelle Gomez, traduzione di Michela Martini

per Dolores Has No Horses LeClaire

Mia madre è una turista in visita da me come io da lei
quando ero una bambina allevata da altri,
sempre preoccupata che mi dimenticasse.

Ora facciamo finta che mi abbia insegnato
a leggere o andare in bicicletta;
che mi aspettasse dalla porta
quando rientravo da scuola o mi guardasse
mentre mi vestivo per il primo ballo.… Leggi il resto »

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di Jewelle Gomez, traduzione di Michela Martini

per Dolores Has No Horses LeClaire

Mia madre è una turista in visita da me come io da lei
quando ero una bambina allevata da altri,
sempre preoccupata che mi dimenticasse.

Ora facciamo finta che mi abbia insegnato
a leggere o andare in bicicletta;
che mi aspettasse dalla porta
quando rientravo da scuola o mi guardasse
mentre mi vestivo per il primo ballo.

Ci comportiamo come se avessimo condiviso segreti
quando ero adolescente, ansiosa allora
che il mondo mi vedesse
per quella che sono… una bambina separata
dalla madre.

Mentre ci imbarchiamo sul traghetto
non siamo esattamente estranee;
ma neanche la piacevole evocazione
di mondi vissuti l’uno accanto all’altro
che si plasmano a vicenda.

Siamo due donne in età avanzata
che comprano ricordi dal
chiosco umido dei souvenir
vicino alla passerella,
facciamo fotografie che
ci ricorderanno di come ci assomigliamo.

È un’esperienza fredda e perversa
essere tra gente che non vede l’ora di
sbirciare attraverso le sbarre della prigione e
dare un’occhiata a una miseria trascorsa da tempo,
a fantasmi di rabbia incessante e
paura ingabbiata così vicini alle luci della città.

Solo quando tocchiamo terra la scintilla
dei Wampanoag e degli Ioway riempie i suoi occhi
come ha fatto con quelli di sua madre, come fa con me.

La polvere della prateria e le erbe marine dell’Atlantico
abbracciano questo litorale scosceso –
ostile e familiare;
mappatura delle origini.

Gli altri ci passano accanto su per il sentiero verso
il folclore del carcere. Noi andiamo in profondità, sotto
le spesse mura fatiscenti dove
la roccia incontra la roccia. Uno spazio sacro, non prigione.

Attraversiamo la distanza che ci separa
in quel luogo duro, rubato –
Ioway e Wampanoag incontrano
Ohlone, Pomo, Yurok, Hupa, Shasta e
Hopi, Modoc, Sioux, Paiute,
Inuit, Chocktaw. Una nazione di nazioni,
un leggero strascicare di piedi sulla pietra
in una danza destinata
a unirli tutti.

Sedute su una panchina alla fine ci diamo la mano
come forse abbiamo fatto quando ero bambina.
Tenendoci strette come se la pressione
dei palmi possa permetterci
di leggere nel nostro passato.

 

for Dolores Has No Horses LeClaire

Mother is a tourist visiting me as I did her
when I was a child being raised elsewhere,
always worried she’d forget me.

Now we pretend she taught me
how to read or ride a bicycle;
that she waited by the door for me
to arrive after school or watched me
dress for my first dance.

We act as if we shared secrets
when I was a teen, anxious then
the world would see me
for who I am… a child separate
from a mother.

Boarding the ferry
we are not exactly strangers;
nor are we a fragrant recollection
of worlds lived side by side
giving shape to each other.

We are two aging women
buying memories from
the souvenir stand
damp by the gangway,
taking snapshots that will
remind us how alike we are.

It’s a cold ride and perverse
to be among those eager to
peer through the prison bars and
glimpse long-passed misery,
the ghosts of anger pacing and
fear caged so close to city lights.

Only when we land does the spark
of Wampanoag and Ioway fill her eyes
as it did with her mother, as it does with me.

Prairie dust and Atlantic sea grasses
embrace this precipitous shoreline –
harsh and familiar;
mapping the beginnings.

Others stroll past us up the path toward
prison lore. We go deep, beneath
the thick, crumbling walls where
rock meets rock. Sacred space, not prison.

We cross the distance between us
on that hard, stolen place –
Ioway and Wampanoag meeting
Ohlone, Pomo, Yurok, Hupa, Shasta and
Hopi, Modoc, Sioux, Paiute,
Inuit, Chocktaw. A nation of nations,
the soft shuffle of their feet on stone
in a dance meant to
bind all together.

Sitting on a bench finally we hold hands
as we might have done when I was a child.
Clinging tight as if the pressure
of our palms will allow us to
read each other’s pasts.

 

 

NdR: sul sito di Jewelle Gomez, e qui, si possono trovare molte informazioni sull’autrice, poetessa/romanziera/critica e militante. Questa poesia, tradotta qui da Michela Martini, fa parte dell’installazione permanente della mostra sui nativi americani ad Alcatraz.

Michela Martini è nata a Genova e vive negli Stati Uniti, dove ha insegnato lingua, cultura e letteratura italiana presso la Indiana University, la Suffolk University e la University of California Santa Cruz. Ha co-fondato e diretto la Società Dante Alighieri di Santa Cruz in California e ha lavorato per la rivista «Chicago Quarterly Review». Le sue traduzioni in inglese di poesie e brani di Edoardo Sanguineti, Giorgio Caproni, Cristina Alziati, Gabriella Leto, Patrizia Valduga, Emanuele Trevi, Rossana Campo sono apparse su diverse riviste letterarie americane e nell’antologia curata da Geoff Brock The FSG Book of Twentieth-Century Italian Poetry. Per la rivista «Alfabeta2»ha tradotto il racconto di Scott Hutchins L’evoluzione del desiderio e per «Filigrane» e «Cenobio» raccolte di poesie di Ellen Bass.

 

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Ida Travi: Marìe canta la famiglia del secolo https://www.nazioneindiana.com/2020/11/22/ida-travi/ https://www.nazioneindiana.com/2020/11/22/ida-travi/#comments Sun, 22 Nov 2020 13:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=87041  

 

«Io dirò la preghiera, Olin dirò tutta la storia / al tuo orecchio solitario, antico.»

 

Marìe canta la famiglia del secolo di  Ida Travi è il settimo libro dei Tolki e il decimo titolo dei Cervi Volanti, la collana di scritture poetiche che curo insieme a Giuditta Chiaraluce all’interno del progetto Edizioni Volatili.… Leggi il resto »

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«Io dirò la preghiera, Olin
dirò tutta la storia / al tuo orecchio solitario, antico.»

 

Marìe canta la famiglia del secolo di  Ida Travi è il settimo libro dei Tolki e il decimo titolo dei Cervi Volanti, la collana di scritture poetiche che curo insieme a Giuditta Chiaraluce all’interno del progetto Edizioni Volatili.

Libri come laboratori, primi confronti, materie pensanti, montaggi e scavi attraverso la carta; libri senza profitto, in tiratura limitata (esoeditoria), evidenti nella loro invisibilità e indirizzati a chi saprà ospitarne l’implicita consegna; libri col solo intento di essere vigilie per una geografia del dopo-diluvio.

Pubblico qui alcune pagine in anteprima, insieme a un estratto dal testo. Le partiture visive e i segnalibri sono di Giuditta Chiaraluce.

 

 

La sera il vecchio racconta dei Tolki, i parlanti. Chi sono? Siamo noi?

I Tolki vivevano a Tà, racconta il vecchio, vivevano nella terra di Zard, racconta il vecchio… andavano e venivano da una generazione all’altra, mentre noi, lo vedete, noi viviamo  qui, nella stazione di benzina.

Da quanto tempo noi viviamo qui? E chi lo sa… Un tempo, tanto tempo fa, racconta il vecchio, un tempo anche noi eravamo come loro, ma adesso… adesso siamo d’un’altra natura.

Quando Marìe era una Tolki, dice il vecchio, voleva imparare a scrivere. Era proprio Marìe, e voleva imparare a scrivere. Quando Marìe lo vorrà imparerà l’arte della poesia, sicuro, ma intanto noi qui si vive come uccelli, qui nessuno sa cos’è un documento… Tira fuori la carta, Jan, se ce l’hai… Vedi? Non ce l’hai!  I Tolki, loro sì, avevano un foglio, ma noi? che ne sappiamo noi? Si fa presto a dire ‘io sono un parlante’ ma poi bisogna andare a vedere dove sta scritto. I cavalli sono pronti, e quando verrà l’alba ce ne andremo. Prenderemo lo sgabello, il telo, i caricatori. Poi via, con il carretto… noi siamo la famiglia del secolo, siamo la famiglia di questo secolo.

 

 

Ida Travi nasce a Cologne, Brescia, nel 1948. La sua poesia si inscrive nel rapporto tra oralità e scrittura, tematica che nel 2000 affronta con il saggio L’aspetto orale della poesia (Selezione Premio Viareggio 2001, terza edizione Moretti&Vitali, 2007), e nel 2015 in Poetica del basso continuo. In poesia per Moretti&Vitali pubblica la sequenza poetica sui Tolki, i parlanti, in cinque libri. Per il teatro l’atto tragico Diotima e la suonatrice di flauto edito da Baldini Castoldi Dalai nel 2004. Sui suoi radiodrammi e sue poesie alcuni compositori contemporanei hanno composto musiche originali.

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Inno a Lagioia (prima parte) https://www.nazioneindiana.com/2020/11/22/grande-citta-bastardo-posto-nicola-lagioia/ https://www.nazioneindiana.com/2020/11/22/grande-citta-bastardo-posto-nicola-lagioia/#respond Sun, 22 Nov 2020 06:00:30 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86930 di

Effeffe

Grazie a Rocco Pinto , libraio e amico, sono riuscito a partire per Parigi con sottobraccio la copia de La città dei vivi, di Nicola Lagioia.

In treno ho staccato lo sguardo dalle pagine aperte sul tavolinetto, in quei momenti che Fernando Pessoa aveva definito intervalli tra il sé e il sé stesso , e mi è venuto in mente un viaggio fatto anni prima da Roma dove si era appena conclusa la fiera della piccola e media editoria, a Torino, città in cui allora risiedevo.… Leggi il resto »

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di

Effeffe

Grazie a Rocco Pinto , libraio e amico, sono riuscito a partire per Parigi con sottobraccio la copia de La città dei vivi, di Nicola Lagioia.

In treno ho staccato lo sguardo dalle pagine aperte sul tavolinetto, in quei momenti che Fernando Pessoa aveva definito intervalli tra il sé e il sé stesso , e mi è venuto in mente un viaggio fatto anni prima da Roma dove si era appena conclusa la fiera della piccola e media editoria, a Torino, città in cui allora risiedevo. Per puro caso, in quello stesso scompartimento, avevo incontrato Giorgio Vasta e per vincere la noia c’eravamo avventurati in  una lunga conversazione su temi a noi cari. Non so come, ma solo perché non me ne ricordo la transizione, Giorgio mi cominciò a parlare dello sceneggiato, L’amaro caso della Baronessa di Carini e più particolarmente dell’omonima ballata della sigla d’apertura che, mi faceva notare Giorgio, diceva allo spettatore, d’emblée, come sarebbe andata a finire la storia.

Il romanzo inchiesta di Nicola Lagioia, questa sua ballata dal ritmo incalzante, perentorio, come ogni narrazione che si dedichi a una storia veramente successa, e sufficientemente raccontata dai media, non può riservare sorprese al lettore su come vada a finire perché la realtà non si cambia. Il solo “spazio” aperto rimane quello dell’interpretazione dei fatti, una genealogia degli eventi che sia in grado di illuminare le zone d’ombra, centrali o periferiche che siano, di una storia umanamente inspiegabile se non si accoglie un’idea dell’umano più complessa di quanto l’etica comune ci faccia credere.

I fatti:

L’omicidio Varani, risale al 2016. Manuel Foffo e  Marco Prato si resero responsabili di un delitto caratterizzato da particolare crudeltà, uccidendo Luca Varani nell’appartamento di Foffo nel quartiere Collatino a Roma, colpendolo con oltre 100 tra martellate e coltellate. (Adnkronos)

Loin de MOI. Dalida e Clément Rosset

Nelle prime pagine scopriamo dell’amore/ossessione di Marco Prato, uno degli assassini – a rose is a rose – per la cantante Dalida e così sono andato a cercarmi il titolo della sua canzone preferita, Loin de moi, per leggerne le parole.

Loin De Moi 
L'ennui m'enchaîne
Je n'y peut rien
Quoi qu'il advienne
L'ennui me tient

(...)

L'ennuie me ronge
Tout doucement
Il me replonge
Dans mes tourments

La parola noia, ennui, che in francese quasi si sovrappone per suono a quella di notte, nuit, ricorre per ben tre volte ogni volta associata allo stato d’animo di una vittima, di un prigioniero. La noia m’incatena (…) mi tiene in pugno,(…) mi rode dentro. Un dato questo che è per me rivelatore e come vedremo paradigmatico per tutta la vicenda da come ce la racconta Nicola Lagioia. Loin de moi, Etude sur l’identité è anche il titolo di un magnifico saggio di Clément Rosset e rileggendolo per questa occasione mi sono reso conto di come La città dei vivi vada letto come un essai/roman sulla questione dell’identità ai tempi dei social.

La tesi di Clément Rosset è che, per quanto ci si ostini a pensare ancora all’individuo come una persona la cui “vera” identità è nascosta dalla sua identità sociale, non esiste nessuna identità al di fuori di quella sociale. Particolarmente felice, a mio avviso, un passaggio del secondo capitolo intitolato ” l’identità in prestito” in cui la questione viene posta in modo estremamente chiaro.

Scrive Rosset:

D'altronde, quando diciamo di qualcuno che "lo conosciamo bene",
stiamo solo dicendo che ne abbiamo riscontrato il carattere 
ripetitivo del suo comportamento e che di conseguenza 
sapremmo quasi a colpo sicuro prevedere come questi si comporterà in date circostanze. 
Il che significa che abbiamo capito  perfettamente quale
sia il suo "ruolo"(la lingua spagnola lo traduce 
con papel, documento, testo) e la sua logica 
ripetitiva.
Va da sé che tale ruolo concerne il suo comportamento sociale
e che  dunque la persona che diciamo di conoscere non è
un'identità personale bensì sociale. 

La costruzione di un orrore

A proposito di questo libro è stato scritto troppo spesso e, a mio avviso, in modo scriteriato che si inseriva in quella tradizione di grandi romanzi d’inchiesta inaugurata da Truman Capote con A sangue freddo fino a quel piccolo capolavoro che è L’avversario di Emmanuel Carrère. Come ha rilevato in una nota Helena Janeczeck si tratta invece “di un libro molto autonomo da tanti modelli, anche per dire da “L’avversario” che è l’altro titolo tirato in ballo a raffronto. Può piacere o no, ma epigonale non lo è per nulla.” Se infatti nei primi due casi siamo di fronte a una ricostruzione dei fatti attraverso l’indagine condotta “corpo a corpo” con i protagonisti, nel caso di Nicola Lagioia ogni esplorazione delle vite dei due assassini e della vittima non avviene mai in modo diretto – le circostanze del processo non lo permettevano- ma solo e sempre attraverso la mediazione di testimoni di quelle vite, sia che si tratti di familiari o di personaggi, amici e no, dei rispettivi entourage. Sul finale soltanto abbiamo la corrispondenza che l’autore intrattiene con Manuel Foffo ma anche in questo caso mediata dal mezzo di comunicazione. Insomma Nicola Lagioia non guarda mai dritto negli occhi gli autori del crimine, ma si immerge totalmente nel magma sociale che ne ha bruciato i destini.

Ecco perché il termine “costruzione” mi sembra più valido di quello di ricostruzione, dispositivo che è il vero motore di quei romanzi citati in apertura e a cui aggiungerei lo Sciascia dell’Affaire Moro e del caso Roussel. Nicola Lagioia con uno stile ancor più che neutro direi neutralizzato dalla dimensione quasi sovrannaturale dell’eccidio, mai ostentatamente empatico e ancor meno estetizzante- tentazione in cui si imbatte sempre colui che abbia deciso di scandagliare gli abissi dell’animo umano, la sua parte più insopportabile e perfino banale- assolve il compito di costruire un tempo, un luogo, i personaggi di questa vicenda, in poche parole le tessere grazie alle quali sarà possibile per il lettore “ricostruire” le vicende, in un mosaico che è essenzialmente sociale.

Quelle tessere c’erano già, in forma di articoli, documenti, testimonianze, flussi di coscienza più o meno impigliati nella rete dei social ma sono qui riproposti en vrac allo stato brado e allo stesso tempo composti ritmicamente in una narrazione che si fa sequenza dopo sequenza naturalmente. Le cose, insomma, sono andate così perché non potevano andare diversamente.E a renderci consapevoli di questo determinismo sociale saranno soprattutto i padri dei tre ragazzi: Ledo Prato padre di Marco, Valter Foffo padre di Manuel e Giuseppe Varani padre di Luca. E le madri? Quasi del tutto assenti.

( à suivre)

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La casa come sito di resistenza. Da Rosa Parks a bell hooks https://www.nazioneindiana.com/2020/11/21/la-casa-come-sito-di-resistenza-da-rosa-parks-a-bell-hooks/ https://www.nazioneindiana.com/2020/11/21/la-casa-come-sito-di-resistenza-da-rosa-parks-a-bell-hooks/#respond Sat, 21 Nov 2020 06:00:05 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=87025 di Ornella Tajani

A Napoli, fino al 6 gennaio 2021, si può vedere la casa di Rosa Parks, grazie a una installazione dell’artista statunitense Ryan Mendoza. È interessante scoprire il suo progetto, e riflettere sui suoi significati, alla luce del primo capitolo dell’Elogio del margine di bell hooks, appena riedito da Tamu Edizioni; il volume esce a cura di Maria Nadotti, che firma anche un’importante nuova prefazione.… Leggi il resto »

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Foto da: www.bbc.com/news/world-europe-54176956

di Ornella Tajani

A Napoli, fino al 6 gennaio 2021, si può vedere la casa di Rosa Parks, grazie a una installazione dell’artista statunitense Ryan Mendoza. È interessante scoprire il suo progetto, e riflettere sui suoi significati, alla luce del primo capitolo dell’Elogio del margine di bell hooks, appena riedito da Tamu Edizioni; il volume esce a cura di Maria Nadotti, che firma anche un’importante nuova prefazione.

L’opera di Mendoza, dal titolo “Almost Home”, è promossa dalla Fondazione Morra Greco e ospitata nel Cortile d’onore del Palazzo Reale: si tratta dell’abitazione di Detroit in cui Parks visse tra il 1957 e il 1959, dopo essere fuggita da quel sud in cui, nel 1955, aveva dato il via al boicottaggio dei mezzi di trasporto della città di Montgomery (Alabama), rifiutando di cedere il posto sull’autobus a un uomo bianco. Quella che oggi si può vedere è la casa che il fratello aveva preso in affitto, dove viveva con la moglie e i loro tredici figli e dove la ospiterà insieme al marito. Sarà solo circa vent’anni dopo che Sylvester Parks riuscirà ad acquistarla, ma intanto la sorella Rosa l’avrà già lasciata. Come sottolinea la docente Jeanne Theoharis all’interno del ben curato opuscolo informativo offerto a chi visita l’opera, Rosa Parks non ha mai avuto una casa sua: ecco perché il «focolare», come lo definisce hooks, condiviso con i propri parenti riveste un’importanza particolare.

Questa di Mendoza è una “installazione” nel senso etimologico del termine: un insieme di assi e di pezzi smontati e rimontati. Dopo aver acquistato la casa – ormai in pessime condizioni – per 500 dollari, la nipote di Parks ha contattato l’artista per cercare con lui una fondazione che la restaurasse e la preservasse come monumento storico appartenente alla collettività; il sindaco di Detroit, infatti, aveva previsto la demolizione di 80mila abitazioni, fra cui questa. Nessuno si è mostrato interessato, così la casa ha attraversato l’oceano in due container, per approdare temporaneamente a Berlino, nel cortile dell’artista; da lì è poi giunta a Napoli. Per una forma di rispetto Mendoza ha previsto che non si possa accedere all’interno: l’installazione si guarda dall’esterno e il suo titolo, “Almost Home”, «Quasi casa», rinvia all’auspicio ch’essa possa tornare un giorno negli USA, lì dove è giusto che faccia da memento. L’obiettivo dell’artista è quello di proporla come rappresentazione di «tutti coloro le cui storie possono solo essere immaginate e le cui pagine non saranno riportate nella storia d’America».

Oggi – scrive hooks, citata da Nadotti nell’introduzione al volume citato – la tematica che richiede il massimo della nostra attenzione è quella della rappresentazione.

Il primo capitolo del suo Elogio del margine si basa sul ruolo eminentemente politico che l’abitazione ha rivestito nelle lotte per i diritti civili: la casa «come sito della resistenza e della lotta di liberazione».

Costruire un focolare domestico non significava soltanto fornire dei servizi. Voleva dire costruire un luogo sicuro dove i neri potessero confermarsi l’un l’altro e, così facendo, guarire molte delle ferite che la dominazione razzista aveva inflitto loro. Nella cultura della supremazia bianca, all’esterno, non saremmo riusciti a imparare ad amare o rispettare noi stessi; è stato lì, all’interno, in quel «focolare domestico» per lo più creato e mantenuto da donne nere, che abbiamo avuto modo di crescere e progredire, di nutrire il nostro spirito. Il compito di costruire un focolare domestico, di fare della casa una comunità di resistenza, è stato condiviso globalmente dalle donne nere, in particolare dalle donne nere delle società suprematiste bianche.

hooks pone l’accento sullo sforzo che le donne nere compivano per non esaurire tutte le loro energie nei lavori di cura delle famiglie bianche presso le quali passavano gran parte della giornata, e per conservare una porzione di sé da offrire ai propri cari, al proprio focolare: tale sforzo va per l’autrice messo in valore come atto politico di resistenza, nonché come forma critica della definizione sessista «secondo la quale servire sarebbe il ruolo ‘naturale’ delle donne».
Ricordando l’angoscia che provava quando vedeva la madre andarsene per prestare servizio nelle case dei bianchi, hooks scrive:

Al suo rientro, dopo lunghe ore di lavoro, non si lamentava. Faceva di tutto per farci capire quanto fosse contenta di aver concluso la sua giornata di lavoro, di essere a casa; ma nello stesso tempo ci dimostrava che nella sua esperienza di lavoro come domestica al servizio di una famiglia bianca, in quello spazio di Alterità, non c’era nulla che le togliesse la sua dignità e il suo potere personale.

Uno degli strumenti dell’apartheid è proprio quello di impedire ai neri di costruirsi un’abitazione, primo nucleo comunitario:

I bianchi hanno trovato un modo efficace per sottomettere i neri a livello globale: costruire senza posa strutture economiche e sociali che sottraggano a molti i mezzi per farsi un focolare. Ricordarlo dovrebbe permetterci di capire il valore politico della resistenza delle donne nere nelle case. Dovrebbe fornirci la cornice entro cui discutere lo sviluppo della loro coscienza politica, riconoscendo l’importanza politica dello sforzo di resistenza che ha avuto luogo nelle case. Non è un caso che il regime di apartheid sudafricano attacchi e distrugga sistematicamente gli sforzi della nostra gente per costruirsi un sia pur precario focolare domestico, quella piccola realtà privata dove donne e uomini neri possono ricrearsi e ritrovare sé stessi. Non è un caso che questo focolare domestico, per quanto fragile ed effimero possa essere, quattro pareti tirate su in fretta e furia, un mucchietto di terra dove riposare, sia sempre esposto a violazioni e distruzioni. Perché, quando non si ha più lo spazio per costruirsi una casa, è impossibile costruire una vera comunità di resistenza.

È proprio nella direzione del recupero della memoria che va il lavoro di Ryan Mendoza, il quale, con il suo “The Rosa Parks House Project”, ha riprodotto già più volte il gesto simbolico fragile e potentissimo di “tirar su quattro pareti in fretta e furia”: prima a Berlino, poi a Providence, ora a Napoli.
Al momento in cui scrive, nel 1990, hooks afferma la necessità di ripensare questo luogo come «sito primario della sovversione e della resistenza».

Partendo da qui, potremo ritrovare la prospettiva perduta, dare alla vita un nuovo significato. Potremo fare della casa quello spazio dove tornare a rinnovarci e a curare noi stessi, dove guarire dalle nostre ferite e diventare interi (corsivo mio).

La storia travagliata di Rosa Parks dimostra quanto sia stato difficile per lei trovare un posto in cui guarire dalle ferite e trovare pace: morirà a 92 anni, dopo essere stata minacciata di sfratto per mancato pagamento dell’affitto (affitto invece regolarmente versato, secondo Elaine Steele, direttrice del Rosa and Raymond Parks Institute). Oggi l’opera di Ryan Mendoza invita a riflettere su questo travaglio e a risemantizzare il «focolare», sia sul piano simbolico, sia sul piano concreto, riproponendolo come un protagonista importante della storia del movimento per i diritti civili degli afroamericani.

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Annotare il dolore. – Su “Taccuino dell’urlo”di Sonia Caporossi https://www.nazioneindiana.com/2020/11/20/antonio-francesco-perozzi-annotare-il-dolore-su-taccuino-dellurlo/ https://www.nazioneindiana.com/2020/11/20/antonio-francesco-perozzi-annotare-il-dolore-su-taccuino-dellurlo/#respond Fri, 20 Nov 2020 06:18:55 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=87000 di Antonio Francesco Perozzi

Mi piace parlare di Taccuino dell’urlo (2020, Marco Saya Edizioni) di Sonia Caporossi in termini di dialettica e “impaludamento”, intendendo con questi i due diversi impianti di significazione all’interno dei quali si muove il linguaggio del libro.… Leggi il resto »

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di Antonio Francesco Perozzi

Mi piace parlare di Taccuino dell’urlo (2020, Marco Saya Edizioni) di Sonia Caporossi in termini di dialettica e “impaludamento”, intendendo con questi i due diversi impianti di significazione all’interno dei quali si muove il linguaggio del libro. Mi pare – voglio dire – che il Taccuino possa leggersi come reazione del linguaggio allo stress provocato da due spinte poietiche separate ma dipendenti l’una dall’altra: la prima, elastica, che nasce dall’energia che si agita tra due (s)oggetti in attrazione; la seconda, entropica, che viene dalla (e incide sulla) coesistenza/opposizione tra lo svelamento e l’occultamento di un quid reale nel (e attraverso il) linguaggio.
Di fatto, il libro racconta una relazione, amorosa e dolorosa, tra due soggetti. Nella sezione “Indizi” (di per sé già significativa: l’autrice lascia al lettore alcuni possibili strumenti ermeneutici, e il testo si annuncia in partenza come labirintico) le prime parole che si incontrano – che sono quindi le prime dell’opera – sono proprio «Lui e lei». Le pagine successive non faranno altro che interrogare, attraverso un linguaggio di cui ora proverò a studiare le caratteristiche, quanto in potenza già contenuto nell’incipit: la relazione – in senso metafisico, oltre che affettivo – tra due soggetti, che è, giocoforza, connessione e separazione al contempo (potremmo riconoscere nella congiunzione “e” l’allegoria della compresenza di vicinanza e lontananza).
Ma l’impianto dialettico, a mio avviso, è riscontrabile anche nella struttura del testo: trentadue poesie (segnate con numeri romani) sono inquadrate da altre tre composizioni (segnate con lettere greche) che scandiscono i tre momenti dell’opera. Anche seguendo queste sole poesie-cornice è possibile tracciare in linea di massima il percorso del Taccuino: α si incentra su atti di denotazione e percezione, tramite l’anafora di «ho visto» e l’individuazione di qualcosa «in un altro» (precisamente, «l’abisso», «il riflesso», «l’influsso», «l’ossesso»: si nota già qui la potenza della relazione, che chiama in campo immagini e concetti legati alla indeterminatezza, al buio, al dolore); φ segna la fase più acuta della disfunzione della referenza del linguaggio, e cioè – ma ci tornerò più avanti – della parola che si auto-sabota di fronte alla realtà («voglio solo addormentare questa voglia di volere»); ω, in chiusura, colloca nel silenzio («alla fine lui resta in silenzio») l’approdo risolutivo della dialettica (ma – e sarà più chiaro nelle righe successive – è un silenzio che non può farsi se non in simbiosi con la propria negazione, che è poi l’affermazione del linguaggio; tant’è che l’ultima strofa torna a parlare di scrittura, cioè di distruzione del silenzio).
Quando parlo di “relazione” e “dialettica” all’interno di questo libro intendo, perciò, lo spazio che intercorre tra «Lui e lei», ma anche il campo “magnetico-semantico” (la stessa autrice parla, in XXXII, di «campo d’azione», tra i due soggetti) provocato dal cercarsi di questi due soggetti, che si traduce (sul linguaggio) in termini di tensione distorcente e massimalismo. Maria Grazia Calandrone, che firma la prefazione, parla infatti di un rapporto «che disorienta, perché procede per contrasti e contraddizioni» e individua la miccia del caos nel dolore: «anche la lingua con la quale la relazione racconta sé stessa deve simulare il disordine della ferita, il dolore che scaglia fuori da sé.»
L’attrazione verso l’Altro (o il distacco da esso; comunque il riferirsi a) determina quindi una scossa interna alla sintassi. Da qui deriva quello che ho chiamato in apertura “impaludamento”, facendo implicitamente riferimento alla «palus putredinis» di Sanguineti: se le ragioni storiche, e perciò poetiche, di Laborintus possono ritenersi lontane da quelle del Taccuino, non pochi sono gli elementi che in questa Caporossi fanno pensare – almeno a me – a Sanguineti, come la deformità dei versi, l’accumulo di materiali, le lettere greche, i giochi di parole, l’innesto di vocaboli e concetti filosofici e accademici. Quello che soprattutto ci interessa, però, – e al netto comunque di altrettante ragioni di distanza tra l’autrice e il primo Sanguineti, come, ad esempio, il verso breve e la struttura fonico-metrica regolare di alcuni testi (entrambe le cose già in α) – è il generale sconquassamento dello strumento poetico che anche Caporossi mette meticolosamente in atto; e lo fa esplorando gli ambiti più vari del mondo verbo-visivo: dal deragliamento grafico dei versi sulla pagina all’uso di caratteri “speciali” (la parentesi graffa e i doppi due punti mi sembrano i più caratteristici), dal lessico “difficile” (la filosofia, le scienze, il greco, il latino; ancora più stridente se coinquilino del lessico pop, come nel caso della metafora calcistica su cui si impernia XXXII) all’evidenziazione di parole (corsivo, grassetto, ma anche il barrato, che cancellando mette in risalto).
La “palude” del Taccuino dell’urlo è quindi la palude di linguaggio originata dalla tensione incontrollabile che collega i due soggetti e si ripercuote sui versi in un gioco (tragico) di apparizione/sparizione dell’Essere nella parola. Ancora torna utile la prefazione, quando Calandrone scrive: «La scrittura di Sonia Caporossi è mossa dalla necessità di comprendere filosoficamente il mondo, che si dà silenzioso nei suoi nessi». Il poetico, potrei chiosare, nasce allora proprio dal fatto che il tentativo di comprensione filosofica del mondo – che richiede un sistema logico – si scontra con i vuoti del mondo stesso (la tensione irrisolta verso l’Altro) e quindi con gli effetti di quelli sul linguaggio (da cui la necessità di “Indizi” lasciati come viatico da chi scrive a chi legge).
Sono molti, infatti, e sparsi ovunque, i punti in cui il linguaggio si annuncia potente e impotente insieme e – anche in questo caso – con tecniche e intensità diverse: ne sono esempi le “negazioni tetiche” (negazioni che chiamano in causa, nell’immaginazione, ciò che negano: stessa strategia del testo barrato) su cui si fonda VI, gli ossimori («irragionevole ragione»), l’oscillazione tra esterno e interno dell’Io («prospettive e vedute / come fossero panorami del mio inconscio»), le dichiarazioni dirette dell’inefficacia materiale delle parole («in questa bieca pretesa / sensoriale del linguaggio», «chiamare il suo nome nel vuoto», «e nessuno risponde / a ciò che ha domandato»), le tautologie e i meta-processi («ragionare la ragione»), i versi che giocano su meccanismi paradossali e di circolo vizioso tra presenza e assenza («nell’ipocrisia / di questo industriarsi a non fare», «e non era stato mai / così prossimo / alla meta della perdita»).
Nel deragliamento del linguaggio generato dalla tensione emotiva-esistenziale tra due soggetti in attrazione-repulsione io vedo la ratio di questo libro, che non si risolve artisticamente, però, in una meta-poetica assoluta, ma diventa documentazione – seppur non mimesi – del reale proprio nel momento in cui si rivela franta e incontrollabile: né meta-poesia né referenzialità pure, ma un’estetica che abita lo strato intermedio tra realtà e linguaggio, l’alternanza tra asserzione e sottrazione di entrambi. Uno sforzo meticoloso – ecco il senso del titolo – di annotazione, di nominazione della sfera più dolorosa del non detto.

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Testimone di passaggio https://www.nazioneindiana.com/2020/11/19/testimone-di-passaggio/ https://www.nazioneindiana.com/2020/11/19/testimone-di-passaggio/#respond Thu, 19 Nov 2020 06:05:28 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86877 di Francesca Matteoni

Come suona il presente? Forse come uno spettro, che mentre lo guardiamo è già altrove, una fotografia dai contorni in dissolvenza, sfumata in colori troppo vividi per sembrarci reali. Catturano questo suono le dieci tracce di Testimone di passaggio, ultimo disco di Flavio Ferri ( Delta V), che si tessono potenti intorno ai versi del poeta Luca Ragagnin.… Leggi il resto »

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di Francesca Matteoni

Come suona il presente? Forse come uno spettro, che mentre lo guardiamo è già altrove, una fotografia dai contorni in dissolvenza, sfumata in colori troppo vividi per sembrarci reali. Catturano questo suono le dieci tracce di Testimone di passaggio, ultimo disco di Flavio Ferri ( Delta V), che si tessono potenti intorno ai versi del poeta Luca Ragagnin. Un disco che si avvale della collaborazione di vari compagni d’avventura e musicisti importanti della scena indipendente italiana: Gianni Maroccolo (Litfiba, CSI, PGR), Carlo Bertotti (Delta V), Marco Trentacoste (Deasonika), Livio Magnini (Bluevertigo), Olden, Paolo Gozzetti, Fabrizio Rossetti, Valerio Michetti, Ulrich Sandner, Marco Olivotto, Mia Ferri, Elle, Codice Ego.

Il senso della fugacità del presente tuttavia non può essere ridotto a un rapido consumo, come detta l’abitudine più diffusa: per testimoniare bisogna saper durare, resistere alle mode e infiltrarsi ostinatamente nel mondo al contrario, facendosi negli spigoli ferita/ a prova di universo, come dicono due versi di “Beckett”, canzone d’apertura. Anche per questo il disco non è disponibile, salvo per tre tracce, in formato digitale, ma solo in CD e vinile, nella forma fisica che richiede contatto e cura. E in questa forma me lo sono riascoltata una domenica mattina, ricevendo la stessa sensazione dei vecchi dischi: una misura personale del tempo, in cui la voce evocativa di Ferri esalta la profondità delle parole in una poetica elettronica lucidamente spaesata e liberatoria. Si parte da una solida base letteraria – i testi di Ragagnin infatti precedono la produzione musicale, evocando numi tutelari nelle persone di Beckett, Houdini e Ligeti, ovvero il grande drammaturgo del Novecento, secolo che questi anni zero si portano addosso senza digerirlo; il grande illusionista e il grande compositore moderno, la cui fama è legata ai capolavori cinematografici di Kubrick. Per un significativo paradosso tuttavia la grandezza dei tre è direttamente proporzionale alle loro sparizioni: il non detto, il silenzio che supera il linguaggio per il poeta; le fughe straordinarie del mago, la cui illusione è una maschera del fallimento e diviene suggello di estinzione, nella chiusa memorabile del testo a lui dedicato; gli universi crollati negli occhi del compositore che ha scritto la colonna sonora dell’inizio della civiltà e dunque anche della sua inevitabile dissoluzione.

Dalle figure profetiche si passa a quelle fiabesche, ma andate a male, come accade in “Bambina da canzone” e “Moderna”, le cui protagoniste scambiano il bosco per un mondo di opportunismi e veleno o si risvegliano disincantate, private di ogni scenario di salvezza classica: Ma non è una fiaba da villaggio incantato/E non sei la regina di un regno ghiacciato/Non porti il diadema d’un amore a riscatto/Sei soltanto la figlia d’ignoranza e misfatto. Sulla vanità della cronaca, ovvero la brutta copia della realtà, si rovescia il paesaggio intimo e dissonante di Ferri-Ragagnin, in un esercito deposto di libri alle pareti in “Testimone di passaggio”, nell’inevitabile assenza che è l’altra faccia del desiderio di permanere da qualche parte in “Le verità roventi”. Ma è in “Odio” e “Scoppio di dio” che il disco raggiunge il suo apice: fiaba, profezia, cupa densità trascinano l’ascoltatore in un crescendo della trama sonora. A volte la lingua fa questo, corre più veloce del pensiero e quasi raggiunge il rumore da cui viene la musica. Così ascoltiamo il suono rabbioso della gioia e della pace come un delirio di consapevolezza: Ti avevo abbandonato dentro un bosco/Nel tempo che defoglia gli alfabeti/Ma sei tornato senza sassolini/E mi hai legato al collo con un cappio./Il ghigno storto della gioia,/della pace, della pace. O ci ritroviamo dentro una litania che insegue dio in una variazione versificatoria senza tregua: che mangia il tempo e che si chiama…/che porta il tempo e che si chiama…/che parla il tempo e che si chiama…/che tace il tempo e che si chiama…/e che diventa dio dopo il tramonto/e che diventa dio dopo il trapianto/e mente un pianto per andare/e mette un panno per restare/un lino bianco steso sul millennio/un velo bianco teso sul millennio/un vero falso illuso sul millennio/ dna d’amore sul millennio. Dna d’amore sul millennio, ovvero un sangue antico e furibondo, parafrasando ancora la canzone, che infine si prende la sua rivincita come un canto di battaglia. E dunque, d’amore.

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