<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 07 Oct 2026 23:16:36 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.20</generator>
	<item>
		<title>Quella favola della pittura</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/08/quella-favola-della-pittura/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/08/quella-favola-della-pittura/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 05:43:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo Canella]]></category>
		<category><![CDATA[Nughette]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[scritture di ricerca]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122448</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Leonardo Canella </strong> <br /> Ti dico una cosa: io ho la mente analfabeta quando dipingo. Senza pensieri incastrati nelle parole. I fiori del ciliegio, il sole sul collo, una coccinella infragilita. I fiori del ciliegio...l'ho detto? ....]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Leonardo Canella</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>Stai guardando Canella incastrato dentro una sua opera e il tuo bulbo oculare ha piccole scosse. Vede addensamenti, grumi pettinati. Sappi  che il rosa delicato sono i succhi gastrici che hanno lavorato bene, dopo cena. Allegri. I grumi pettinati dev&#8217;essere un pensiero storto. Materia, cellule al lavoro che si trasformano. È la favola della pittura, <em>quella!</em></li>
<li>Tu stai guardando ed io ti consiglio di guardare con la mente analfabeta. Analfabeta, assapora il vuoto tra i segni, <em>occhiolingua</em> che spazzola anfratti tra gli spazi interdentali. Il vuoto dà sapore e troppi denti fa male potrebbe essere un&#8217;idea di poetica (dentale, direi). Assaporerai meglio il rosa delicato e i grumi pettinati. Scoprirai addensamenti e piccole scosse di piacere. Nuove.</li>
<li>Ti dico una cosa: io ho la mente analfabeta quando dipingo. Senza pensieri incastrati nelle parole. I fiori del ciliegio, il sole sul collo, una coccinella infragilita. I fiori del ciliegio&#8230;l&#8217;ho detto? La mia mente fa ripetizioni, sgrammaticature, salti. E vi si aggrappa, analfabeta. Sul foglio, sulla tela.</li>
<li>Intanto ascolto gli urti dell&#8217;uovo nel pentolino sul tavolo della cucina. Quando dipingo. O assaporo una glassa medusacea acida lucente. Nella mente. Acquosa direi che ci nuoti dentro con gli odori della tua pelle e i sensi tirati&#8230;<em> LA LUNA!!! </em>e lo sfrigolio del freezer che fa tanto poesia. C&#8217;è sempre la luna incastrata nello spazio aggrumato fra i segni che vedi. Spalmata, senza pensieri. Analfabeta pure lei. Cercala!</li>
<li>Pensieri-sensazioni che fluttuano nella mente. La scrittura li afferra nel picchiettio delle lettere, veloce. Striscia invece più lenta la pittura e fa la sua bava schiumosa sulla tela, sul foglio. Rimangono atomi addensati che ora macchiano il tuo occhio di pixel colorati. Sulla tela, sul foglio dove io non ci sono. Piccole scosse di piacere.</li>
<li>Io sono già da un&#8217;altra parte. Butto la spazzatura, schiaccio una zanzara, mangio l&#8217;uovo sodo cotto nel pentolino (vedi sopra). O disteso freddo sento il biscio schifoso che si insinua tra il pezzo di pollo incastrato tra i denti. Nel buio. Te ne mancano quattro, dice. Di denti. Il ragno peloso titilla invece tra i bulbi oculari e i cespugli piliferi, una glassa medusacea spalamata su di me. Acida lucente&#8230;<em>LA LUNA!!</em> Un sogno. <em>C&#8217;è la spesa da fare</em>, mi sveglia la Polly.</li>
<li>In rete trovi pezzi di me. Cose accadute parole incontri. Sappi che non sono io. E non saprei neppure dirti chi sia, quello. Leonardo Canella è nato a Bologna nel 1971 è tutto il mio curriculum. Di mio, ti consiglio di afferrare Canella incastrato dentro una sua opera. Basta. Lascia il tuo <em>occhiolingua</em> libero di assaporare, di non capire o di pensare di avere capito. Costruisci storie, tu ed io ci incontreremo nelle trame che avrai saputo tessere.</li>
<li>  Questa è la favola della pittura. Materia, cellule al lavoro che si trasformano. Con la mente analfabeta il sole sul collo e i fiori del ciliegio. E i grumi pettinati. Stai guardando Canella incastrato dentro una sua opera. Adesso sai che lui è alla Despar vicino casa a fare la spesa. E sai che il rosa delicato e i grumi pettinati sono i succhi gastrici che hanno lavorato bene. Ieri, dopo cena. E la luna sfrigola tra i segni. E&#8217; la favola della pittura, <em>quella!</em></li>
</ol>
<p>///</p>
<p>Immagine: opera di Leonardo Canella</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/08/quella-favola-della-pittura/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La Repubblica dei Terrestri</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/07/la-repubblica-dei-terrestri/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/07/la-repubblica-dei-terrestri/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 13:37:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[antropocene]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[La repubblica dei Terresti]]></category>
		<category><![CDATA[Salento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122969</guid>

					<description><![CDATA[Il programma del terzo incontro di La Repubblica dei Terrestri, dal 9 all'11 ottobre a Tricase e a Santa Maria di Leuca, in Salento]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-122970" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Locandina-Terrestri-DEF.jpeg" alt="" width="452" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Locandina-Terrestri-DEF.jpeg 452w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Locandina-Terrestri-DEF-212x300.jpeg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Locandina-Terrestri-DEF-297x420.jpeg 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Locandina-Terrestri-DEF-150x212.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Locandina-Terrestri-DEF-300x425.jpeg 300w" sizes="(max-width: 452px) 100vw, 452px" /> <img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-122971" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0003.jpg" alt="" width="453" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0003.jpg 453w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0003-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0003-297x420.jpg 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0003-150x212.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0003-300x424.jpg 300w" sizes="(max-width: 453px) 100vw, 453px" /> <img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-122972" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0004.jpg" alt="" width="453" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0004.jpg 453w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0004-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0004-297x420.jpg 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0004-150x212.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0004-300x424.jpg 300w" sizes="(max-width: 453px) 100vw, 453px" /> <img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-122973" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0005.jpg" alt="" width="453" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0005.jpg 453w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0005-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0005-297x420.jpg 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0005-150x212.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Pieghevole-Terrestri-DEF_pages-to-jpg-0005-300x424.jpg 300w" sizes="(max-width: 453px) 100vw, 453px" /></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/07/la-repubblica-dei-terrestri/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Connessioni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/07/connessioni-racconto-marco-papa-massimiliano-governi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/07/connessioni-racconto-marco-papa-massimiliano-governi/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Papa]]></category>
		<category><![CDATA[massimiliano governi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122416</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Massimiliano Governi</strong><br />
Verso la fine di marzo del 2019 prendemmo a incontrarci a metà strada, che avevamo individuato come Ponte Milvio - lui difatti adesso viveva ai Parioli, io alla Balduina]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_122419" aria-describedby="caption-attachment-122419" style="width: 828px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-122419" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/marco-papa.png" alt="" width="828" height="828" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/marco-papa.png 828w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/marco-papa-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/marco-papa-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/marco-papa-768x768.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/marco-papa-420x420.png 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/marco-papa-696x696.png 696w" sizes="(max-width: 828px) 100vw, 828px" /><figcaption id="caption-attachment-122419" class="wp-caption-text">Marco Papa in una foto degli anni &#8217;80: è il primo accovacciato per terra a sinistra, con il trench infagottato in mano</figcaption></figure>
<p>di <strong>Massimiliano Governi</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">A Marco Papa (1955 &#8211; 2026)</p>
</blockquote>
<p>Verso la fine di marzo del 2019 prendemmo a incontrarci a metà strada, che avevamo individuato come Ponte Milvio &#8211; lui difatti adesso viveva ai Parioli, io alla Balduina: di solito ci davamo appuntamento il pomeriggio verso le cinque e vagavamo un po’ a caso, evitando la pista ciclabile, che ci costringeva a scartare continuamente di lato per far passare ciclisti, corridori e monopatteisti. A dire la verità non era un buon camminatore, strusciava i piedi, si sgranchiva spesso le spalle, si chinava e si grattava un ginocchio, dovevo di continuo accomodare la mia andatura alla sua. La natura delle nostre passeggiate divenne ben presto questa: fare congetture mentali sulle persone che vedevamo. Forse perché avevamo perso confidenza, dato che non ci frequentavamo da molti anni &#8211; avevamo anche una faccia diversa, una voce diversa &#8211; o forse perché volevamo sfidarci segretamente, o per tutt’e due le cose insieme, fatto sta che invece di concentrarci su di noi, sulle nostre vite e sui nostri libri, preferivamo rivolgere l’attenzione agli uomini e alle donne che incrociavamo. Non ricordo nemmeno chi cominciò con questa idea, credo lui perché era un pensatore determinato e più competitivo, o forse io, perché ero il più imbarazzato e di carattere ossessivo.</p>
<p>Nel corso di quelle camminate sulla riva destra del Tevere, o intorno al piazzale o sulla Cassia antica o su via della Farnesina, o al ritorno sotto ai platani alti come palazzi di viale Angelico, ci facevamo un sacco di domande e mettevamo a punto i collegamenti.</p>
<p>Da dove viene quell’uomo? Nord est? Sardegna? Qual è il suo lavoro? Quanti anni di contributi ha versato? Quel loden che indossa odora di tabacco di pipa? Avrà un calzino bucato? Alla punta o al calcagno? Cos’ha quel tizio sulla fronte, un ciuffo a banana? O una versione ridotta del ciuffo alla Elvis, una versione all’inglese, alta solo un paio di centimetri? Quando si rade a volte si taglia? Come tampona il sangue? Usa un kleenex o appallottola un piccolo quadrato di carta igienica e se lo preme sulla guancia? E quella tipa chi è? Che fa? Disegna e realizza gioielli a cera persa? Presenta i libri per vocazione? È benestante, va a tantissime mostre d’arte, suo marito lavora al consolato italiano a Cracovia? O a Lisbona? Quei due lì parcheggiati in auto su via Capoprati, di fronte al centro remiero, sono una coppia cuckold? Lei, ogni tanto, gli manda piccoli video in cui il bull si svuota il cazzo sulla sua pancia? Potremmo quindi dire, che per un certo periodo di tempo, abbiamo vissuto come fossimo in un racconto di Don DeLillo, io e Emanuele.</p>
<p>Di noi parlavamo poco e niente, gli argomenti privati solo sfiorati, certi dispiaceri e delusioni appena lambiti, dalle nostre recenti produzioni letterarie rispettosamente giravamo alla larga. C’è stata poi una lunga fase invernale che, in balia del freddo e delle intemperie, iniziarono a venirci a noia le congetture su persone sconosciute e siamo passati &#8211; chissà per quale oscuro motivo &#8211; a sviscerare le morti più orrende dei calciatori della Lazio &#8211; ovviamente Re Cecconi ucciso dal gioielliere, Nando Viola decapitato dal parabrezza del suo motorino su viale Parioli, Maurizio Scarsella devastato dall’Aids; Mirko Fersini, il forte terzino degli allievi nazionali, schiantatosi con il motorino contro un cassonetto mentre stava andando a tagliarsi i capelli prima di un torneo; Gianmarco Agostinelli fulminato in un albergo di Montecatini dalla cocaina, Riccardo Magherini, morto soffocato a Firenze durante un’operazione di fermo dei carabinieri, gli ultimi due non erano giocatori bensì figli di calciatori biancocelesti, ma ormai un nome richiamava l’altro, per automatismo &#8211; e poi, giunti a quel punto, dai calciatori morti siamo passati agli scrittori morti &#8211; Maurizio Salabelle, Sandro Onofri, Sergio Atzeni, Filippo Betto &#8211; e quindi, un po’ misteriosamente, ci siamo fermati su Marco Papa. Non ci risultava che fosse morto, ma che diavolo di fine aveva fatto? Non so quanti lo ricordano, ma è stato un vero genio che ha scritto tra la metà degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta una decina di racconti ipnotici, circolari, ossessivi, disturbanti, onirici, folli, buffi e commoventi. E poi di colpo è scomparso, decidendo di non pubblicare più nulla.</p>
<p>Ci venne in mente in quel momento che era tra i più grandi scrittori del Novecento italiano, il nostro Kafka romano, e ricordammo i suoi personaggi &#8211; Ricky, Lothar, Bruno, Rolando aviatore, Lolita, Marcella Sfiga, la Papessa, i punk del bibobàr &#8211; e ne parlammo con molta nostalgia, come fossero degli amici dimenticati. Ne discutemmo durante tutto il tragitto fino al Ponte di ferro di Castel Giubileo, ridotto a tre grandi piloni rugginosi a mollo nel fiume con una campata che finisce nel nulla, undici chilometri ad andare e undici a tornare, l’unica volta che usammo la ciclabile. Sapevamo entrambi che lavorava alla Biblioteca Nazionale, ma io ero contrario ad avvicinarlo, la ritenevo una violazione, una follia, e mi sono tirato subito indietro, Emanuele invece una mattina scrisse una mail alla sala Linguistica e Letteratura per chiedere sue notizie e il responsabile, il dottor Mario Sebastiani, gli comunicò che era andato in pensione e per entrare in contatto con lui doveva mandare una richiesta a quelli dell’Ufficio del personale, cosa che Emanuele fece senza indugio, e la loro risposta, che non tardò ad arrivare, fu gentile ma ferma: per motivi di riservatezza non potevano fornirgli il suo numero di telefono. Per circa una settimana, svolse una piccola ricerca tra gli amici comuni e conoscenti, che si rivelò per fortuna infruttuosa: nessuno a quanto pare sapeva dove fosse finito. Meglio così, mi dicevo tra me, nelle nostre passeggiate ora potevamo metterci a fare i collegamenti, a sistemare i dettagli, a immaginare.</p>
<p>E infatti iniziammo da lì a poco a chiederci se Marco Papa mangiava pasta di semola o integrale, se leggeva Beckett in originale, se aveva un account social falso, se si masturbava nel bidet o sul lavandino, se faceva camminate intorno al quartiere e ogni tanto finiva la giornata con una capatina al negozio di ferramenta e si incantava a osservare quegli attrezzi dai nomi secchi, implacabili, tipo il girabacchino, e gli sembrava di stare nel luogo linguistico per eccellenza, oppure passeggiava in centro con le mani strette dietro la schiena e al tramonto fotografava con il cellulare i ponti che si inarcano sul fiume; se aveva scritto dei nuovi racconti o si era dedicato alla composizione di “versicoli”, come forse li chiamava lui alla maniera di Ungaretti; se era rimasto in contatto via mail con qualche collega più giovane della Biblioteca, magari della Sala Falqui o dell’Emeroteca; se andava a prostitute, e se sì, se le cercava girando la notte in macchina, o se invece le trovava su Escort Advisor.</p>
<p>Non sapevamo nemmeno noi perché facevamo questa cosa. Per Emanuele forse era un gioco, per me era come un lavoro. In certi messaggi notturni sul telefono ipotizzavamo che avremmo trascorso la vita a formulare ipotesi, a mettere a posto le connessioni. Durante il periodo di isolamento per il virus, non potevamo ovviamente più incontrarci e passeggiare nei dintorni di Ponte Milvio, ma continuavamo a pensare in maniera maniacale e malata a lui. Io verso aprile avevo aperto un account Instagram chiamandolo Mirko Polkan, il personaggio di quel suo racconto che stava nell’antologia Mondadori di scrittori degli anni ’90 intitolata “Italiana”, e postavo frasi prese dai suoi libri, del tipo: “Sono inseguito dalle mie cacche! Le sentite come abbaiano lì fuori?”. Emanuele mi mandava messaggi sms con scritto: “In questi giorni di pandemia, M.P. gioca a strip poker con il suo amico Ricky”, “solo sul suo balconcino fuma Milde Sorte e canta Yellow Submarine”; “ha una mascherina chirurgica con l’immagine di Cocco Bill, o forse di Jack Mandolino”; “medita di farsi asportare due costole per autopraticarsi sesso orale”.</p>
<p>Finito il confinamento, come tutti riprendemmo a uscire, e all’inizio dell’estate andammo ogni tanto a cena in un ristorante triste su viale Angelico, con l’insegna blu elettrico, quasi venisse da un film di Lynch: io un po’ ascoltavo le sue pene amorose e i suoi problemi ai denti, un po’ guardavo le foglie palmate dei platani sulla strada grandi come mani dalle dita aperte e i cartelloni pubblicitari con delle scritte allarmanti tipo “Il 3 settembre è vicino”, e quasi sempre poi me ne uscivo con qualcosa su Marco Papa. L’ultima volta, dopo aver lasciato le posate ai lati del piatto, dissi: “Vive a Ostia, in una vietta accanto al palazzo razionalista delle Poste, nel trentatreesimo quartiere di Roma, si è rifidanzato con la sua ragazza storica, Anna, a cui aveva dedicato ‘Le birre sonnambule’, hanno un figlio di diciassette anni di nome Silvano, molto intelligente e un po’ solitario. Silvano ha il sogno di aprire una piccola casa editrice, chiamarla SPedizioni &#8211; SP sono le sue iniziali &#8211; e ripubblicare tutti i libri di racconti di suo padre in eBook. Non vanno mai al mare, spesso a pranzo prendono cibo da asporto da Old Wild West: hamburger Navajo, Apache, Dakota, Toro seduto double da dividere, tre vaschette di Dippers Fries, diverse bustine di salsa barbecue. Di regola non lasciano vuoto l’appartamento per paura dei ladri, ma certe sere d’estate decidono di fare due passi tutti insieme fino al molo di marmo, e lui, quando la compagna e il figlio sono già sul pianerottolo, porta il suo computer portatile nel terrazzino e lo nasconde dentro la caldaia &#8211; ormai è abile a togliere e rimettere il pannello molto velocemente. Da quando ha imparato questa piccola accortezza, esce molto più tranquillo”.</p>
<p>Sono sincero, mi aspettavo la sua approvazione, che mi dicesse che era ingegnoso, ben strutturato, che tutto teneva, al limite che ridacchiasse, invece arrivò il rumore della notifica di un messaggio whatsapp e lui recuperò il telefono dalla tovaglietta di carta grezza dove era disegnata l’Italia con tutti i vini collocati nelle varie regioni, lesse quello che c’era scritto e poi rispose brevemente, quindi poggiò il cellulare di nuovo sul tavolo e riprese a inforcare i tonnarelli alla gricia. Dopo una lenta e laboriosa masticazione, guardandomi distrattamente, disse: “Mi piace che il figlio ripubblichi i suoi libri solo in eBook, è un bel dettaglio”. Poi per il resto della cena continuò a rispondere e a mandare messaggi, e a parlarmi di questa donna, una cantautrice jazz lesbica di cui si era innamorato. Avevo altre cose da aggiungere, altri pezzi della vita di Marco Papa da montare, belle idee, ma non dissi più niente, ingoiai tutto e me li tenni per me. Terminato di mangiare, tornammo a piedi a casa, lui da una parte, direzione Parioli, io dall’altra, verso la Balduina. Fino al ventitré giugno non ci siamo né visti né sentiti. Il ventiquattro riprendeva il campionato di calcio dopo la pausa per il virus e lui alle dieci e cinquanta mi ha mandato un sms per invitarmi a casa sua, a vedere Atalanta-Lazio. Ho lasciato passare circa due ore strategiche prima di scrivergli nel primo pomeriggio uno stringato Ok, ma non ero a mio agio, anche perché la notte precedente avevo fatto uno strano sogno. Io e Emanuele camminavano in silenzio su Viale Angelico, arrivavamo sul lungotevere Maresciallo Cadorna, poi lui si fermava a fissare con un’intensità ebete un tratto di strada tra il Foro Italico e l’aula bunker del tribunale e quindi mi diceva: “Qui è morto Alessandro Momo con la moto”. Io non capivo perché se ne fosse uscito con quel fatto. “Che cazzo c’entra?” quasi urlai. “Qui si parla di calciatori o scrittori morti”. Ma lui sembrava essersi messo in testa di irritarmi e ha continuato: “A Circonvallazione Clodia si è schiantato invece Alex Baroni”. Al solo udire nominare un cantante mi sentii addentare da una rabbia improvvisa, incontrollabile, e diedi un calcione sul parafango di una macchina parcheggiata. Una fitta mi attraversò il piede. Scattò l’antifurto. Qualche secondo e si zittì. Poi, zoppicando più per scena che per il dolore, ripresi a camminare, lasciandolo dietro. Ben presto ci siamo ritrovati in un altro quartiere. Credo l’Appia, o la Tiburtina o la Casilina, era calato il buio e non riuscivo a orientarmi. Io ero sempre davanti, ogni tanto mi voltavo a guardarlo, e lui come d’abitudine arrancava, si trascinava. Portava la sua felpa grigia che non riusciva a camuffargli del tutto la pancia e i jeans dall’orlo sfrangiato. Non è abituato a questi quartieri, pensavo malignamente, lui viene dai Parioli. Non ha mai preso la metro verso Furio Camillo, Colli Albani, mi dicevo. Non sa neanche che qui vicino c’è la pescheria Bezziccheri, che è del padre di quel ragazzo promettente che è cresciuto nella Lazio e ora è in prestito alla Viterbese. Ero sicuro che stesse pregando Dio: se esisti, ti scongiuro, fammi ritornare a via Mercalli. Ci eravamo comunque allontanati troppo, capii dove eravamo perché dalla tozza costruzione di una specie di stabilimento color paglierino apparve la scritta: CINECITTÀ. Dal cancello vedemmo uscire ombre smilze e poi un uomo con gli occhiali dalle spesse lenti e la montatura antiquata, portava un trench fuori moda, tutto risvolti, ganci e cerchietti, stringeva nella tasca un libro quasi fosse una rivoltella. Era Marco Papa, lo riconobbi subito e lo dissi a Emanuele, che mi raggiunse quasi correndo. Ora sembrava improvvisamente rinvigorito, non il solito postino sciancato. “Sta lasciando gli Studios, andiamogli dietro”, disse. “Lo fermiamo e ci parliamo”. Io gli diedi uno spintone a due mani per allontanarlo, o almeno ci provai, anche se lui non si spostò di un centimetro. Era tosto, ossuto, come non credevo, dotato di una forza nascosta. “Noi non andiamo da nessuna parte, stai fermo lì, non ti muovere” urlai, per supplire allo spintone fallito che mi aveva reso poco temibile. Ma lui reagì, con una mossa a sorpresa, e mi agguantò per il collo facendomi indietreggiare e sbattere contro il cancello dello stabilimento. Visto che non potevo parlare perché mi stava strozzando, scossi ripetutamente i palmi delle mani sull’inferriata, come segno di resa. Lui stringeva con le dita a tenaglia alla gola, ma non mi guardava: aveva la testa girata di lato e teneva d’occhio la strada. Dopo qualche secondo lasciò la presa. “Se n’è andato”, disse, “è sparito verso i Castelli”. E iniziò a correre come un idiota sulla Tuscolana, con lunghe falcate sgangherate, saltellando in modo ridicolo, con il cappuccio logoro della felpa che gli ballonzolava dietro la nuca. Io rimasi lì, a tossicchiare e a osservarlo, e mi sentivo completamente vuoto, distaccato, da lui, da quello che era successo, da Marco Papa, dalla nostra idea, forse anche dalla vita.</p>
<p>Alle ventuno e cinquanta del ventiquattro giugno arrivai sotto il suo palazzo, mi ricordai che la targhetta era sulla pulsantiera in ottone di sinistra e non su quella di destra e citofonai; il cancello di ferro pieno di decorazioni e riccioli si aprì con uno scatto elettrico dopo qualche secondo. Attraversai il cortile e mi trovai di fronte un portone di legno chiaro: citofonai ancora, un altro scatto secco, entrai. Salii al primo piano piuttosto lentamente, anche se la partita era iniziata da cinque minuti. La porta era aperta, vidi la targhetta con il nome del padre psicoanalista, e non feci in tempo a varcare la soglia che sentii un fitto mormorio di persone che parlottavano e poi un’esplosione di grida: gol della Lazio, anzi autogol dell’Atalanta. Mi abbassai passando davanti allo schermo e mi sedetti su una poltroncina rivestita di un cencio bianco, spalle alla finestra aperta. Venni presentato velocemente a tutti. Tre avevano un soprannome, “il professore”, “il pescatore”, “lo spacciatore”, gli altri nomi comuni che non ho afferrato. Mi guardai intorno. Tutte le pareti del salone erano ricoperte da grandi cartine geografiche ben fissate con lo scotch, colorate immagini di isole o di città di ogni genere, Ventotene, Zanzibar, Procida, Repubblica Dominicana, Capri, Naxos, Favignana, tra cui spiccava quella della Guida Monaci dedicata alla Capitale, l’unica ad avere una sua cornice. Dello studio di suo padre sopravviveva solo la lunga scrivania in legno massiccio, che Emanuele aveva riempito di oggetti, cartoline, foto, peluche, e una fila di taccuini Moleskine per i suoi appunti, dall’aria sciupata dall’uso. Sembravano tutti felici di essere lì, con la Tv, la telecronaca, le urla degli allenatori, dei secondi e dei panchinari che rimbombavano nello stadio vuoto: seguivano, si accendevano, avevano bisogno di essere accesi, mangiavano patatine da una ciotola verde di plastica, sbriciolavano per terra, stappavano bottigliette, lasciavano rivoli di birra sul tavolino basso, spargevano fiato alcolico. Emanuele, invece, in piedi, dietro il divano stazzonato, sorrideva ma stava pensando a tutt’altro, forse al viaggio di Flaubert in Egitto o a quello a Roma di Émile Zola, oppure al racconto di Kafka “Sciacalli e arabi”. Spostava la mascella a destra e a sinistra, aveva ancora mal di denti. I suoi capelli parevano più ordinati, forse qualcuno glieli aveva spuntati, scorciandoglieli alle tempie. Mi alzai per andare in bagno e poco dopo il salone esplose di nuovo, tutti urlavano e picchiavano con i piedi sulle assicelle del parquet a ritmo sempre più incalzante, la casa riecheggiava di tamburi selvaggi. Una volta finito, tirai l’acqua e poi mi misi in ascolto. Sentii il telecronista che diceva: “È una super Lazio, come se il tempo non si fosse fermato”, e anche: “Ripartenza col botto per la banda di Simone Inzaghi”. Prima di tornare, girai un po’ per l’appartamento che un tempo era lo studio di suo padre, quello dove riceveva i pazienti. Oltre alla camera da letto con due cuscini ammaccati e di traverso e le lenzuola attorcigliate alla trapuntina estiva, c’era un’altra stanza con al centro uno stendino con i panni penzolanti ad asciugare, due strofinacci, un telo in spugna, un paio di calzini da donna a righe rosa e nere, un costume bermuda da uomo rosso. Sulla scrivania un computer portatile chiuso e degli auricolari bluetooth bianchi abbandonati sul ripiano. Forse era la stanza della cantautrice jazz lesbica. Qui ascolta musica e compone testi sofisticati e insulsi, pensai. Percorsi il corridoio, mi fermai a osservare la libreria di legno a parete, molti Adelphi, libri sapienziali, viaggi iniziatici, alchimia, tutte le edizioni straniere dei suoi libri: israeliane, francesi, polacche, bulgare, portoghesi, turche, ucraine, croate, giapponesi. Mi misi a guardarle, a tirarle fuori dai ripiani e a sfogliarle anche se quasi mai capivo quale cavolo fosse il libro tradotto, ma volevo perdere tempo, mi faceva effetto tornare in salone con loro, guardare la partita su quella poltroncina. Non avevo mai detto a Emanuele che io avevo già messo piede in quella casa, ero stato lì una quindicina di anni addietro, per una seduta con suo padre, qualche anno prima che lui morisse, suo paziente per un giorno: dalle undici a mezzogiorno di una domenica mattina di ottobre. Lo chiamai dopo aver letto una sua intervista sul giornale e prendemmo quello strano appuntamento perché, come ci dicemmo al telefono, “le domeniche deprimono”. Passai un’ora con lui imbarazzante ma anche piacevole. Continuammo a parlare della domenica, della sua esasperante lentezza: “sembra che la giornata non voglia mai finire”, disse il padre di Emanuele, oppure io, non ricordo. Lui cercò di capire che cosa facessi durante le mie domeniche. Gli parlai della Lazio, delle partite che per quarant’anni ho visto allo stadio con mio padre, pure con la grandine e con la neve, tribuna Monte Mario perenne, e che ora avevo un bambino piccolo di due anni e non potevo certo continuare ad andare allo stadio, e finivo per guardarle da solo, in poltrona, sollevando appena un pugno quando segnavano; gli dissi anche del sesso che schivavo con mia moglie, che lei a un certo punto a metà domenica se ne andava a passeggiare intorno al quartiere o in qualche villa, e sbatteva leggermente la porta quando usciva, facendo tintinnare le chiavi attaccate. Lui mi ascoltava, aveva delle grandi mani e dei grandi baffi, quindi mi disse che suo figlio era un importante critico e guardava le partite della Lazio con altri amici, scrittori e gente di ogni genere, nella sua casa del Ghetto, ma che non si era mai unito a loro perché del calcio e dello sport non gli importava niente. Stavo per dirgli che conoscevo bene il figlio, che per un periodo ci eravamo frequentati, che lo stimavo anche se la sua cultura e la sua vanità mi innervosivano, e volevo aggiungere che tra l’altro non aveva mai recensito un mio libro, ma poi lasciai perdere. Prima di andarmene, fissandomi con i suoi occhi dal taglio orientale e stringendo con la sua manona la mia, lanciò una bizzarra idea: mi propose di andare nello spazio insieme a lui: “in orbita la domenica sarà tutta un’altra cosa, la routine darà forma e sostanza al nostro tempo”.</p>
<p>Appena tornato di là, l’Atalanta accorciò le distanze, il telecronista disse “Colpo di testa splendido, la DEA la riapre al minuto trentotto”, poi finì il primo tempo. Fu riempita di nuovo la grande ciotola verde di patatine, furono portate altre birre ghiacciate e una scodella con dell’uva bianca moscata che Emanuele aveva comprato al mercato rionale dei Parioli, al banco da Alfredo, dove da sempre faceva la spesa. Lui non toccava niente perché faticava ancora a masticare. Stavo per consigliargli di cambiare dentista e andare da Perpetuini. “Ve lo ricordate? Il mediano di Cisterna, ha esordito in serie A nel 2009, stava pure su Fifa 11. Ha smesso di giocare a ventisei anni, ora fa l’odontoiatra”. Ma non so perché, feci cadere la cosa e agguantai una manciata di patatine dalla ciotola e iniziai a sgranocchiarle. Erano un po’ stantie, di sicuro avevano qualche giorno. Lo spacciatore poi confezionò una, due sigarettine di erba, muovendo le cartine tra pollici e indici con velocità sorprendente, e le fece girare. Instupiditi sul divano, gli altri si scambiarono battute, insulti virili, voci, notizie, pettegolezzi, indiscrezioni. Ora facevo parte di un’élite, come forse avevo sempre desiderato, ma ero incapace di integrarmi in quel gruppo di persone che si incontrava da anni tutte le domeniche, di dire cose efficaci, pungenti, allegre, ero debole e spacciato, non mi avrebbero più chiamato. Emanuele, vedendomi ai margini, provò a darmi un’opportunità, a inserirmi, chiedendomi: “Secondo te che fine ha fatto Antonio Elia Acerbis, ‘il muto’?”. Era una domanda facile, era il mio pane, il mio campo, quello delle congetture. Senza quasi pensarci, dissi: “Ha aperto un autonoleggio a Port Victoria, alle Seychelles, affitta macchine ai turisti”. La risposta ebbe un fiacco successo, qualcuno scoppiò in una risata forzata e sputacchiò un po’ di birra, qualcun altro disse che sì, poteva essere che ‘il muto’, colui che non aveva mai concesso un’intervista in vita sua, il nostro Salinger, si fosse ritirato nell’oceano indiano e ora affittasse automobili; poi la partita ricominciò. Al sessantaseiesimo: “Controllo e sinistro, spacca la porta! Gol pazzesco dell’ucraino al Gewiss Stadium. Missile terra-aria. Fa due a due”. Adesso l’odore dell’erba nella stanza era talmente forte che sembrava fosse andato a fuoco un deposito di camomilla e gommalacca, e il pescatore prendendo una sigarettina chiese che diavolo fosse questo Gewiss, gli pareva di aver letto quel nome sulla Portuense, vicino Ponte Galeria. Sapevo che era un’azienda elettrotecnica che aveva acquisito il diritto di naming del complesso sportivo, ma non fiatai, avrei guadagnato comunque pochissimo credito. Il popolo degli affratellati alla Tv, amici di lunga data, compagni di bisboccia, non si fece certo abbattere dalla disfatta che avanzava. “Vinceremo il campionato”, disse il professore, “come il Leicester”. Emanuele fumava e aveva un sorriso estatico, a lui bastava occupare il tempo. Per lui noia e morte erano la stessa cosa. A dieci minuti dalla fine: “Gomez dalla bandierina, la porta è vuota, Palomino! L’Atalanta ribalta la Lazio, ribalta la partita, mette la freccia del sorpasso, è tre a due a Bergamo”. Vacui accessi di allegria, vecchie battute, ancora bottiglie marroncine, spuntò un’altra ciotola con delle albicocche di stagione, “le perzicocche” le chiamò il pescatore &#8211; del solito banco di Alfredo del mercato dei Parioli.</p>
<p>“L’Atalanta dei sogni scrive un’altra impresa. Castiga la Lazio, da zero a due a tre a due”, disse il telecronista con un tono di voce vagamente posseduto.</p>
<p>La partita era finita, erano soltanto le undici e trentacinque di un mercoledì di fine giugno, tra di loro c’era ancora questo bisogno ardente di fuggire dalle responsabilità, dai figli e dalle mogli, dal mondo esterno e dalla routine. Emanuele propose di cucinare una pasta con le olive e i pomodori, alla calabrese.</p>
<p>Io risposi che ero a piedi e dovevo avviarmi, e mi alzai dalla poltroncina, salutai in modo sbrigativo e mi avvicinai alla porta. Un po’ intontito, senza scarpe, la maglietta grigia bagnata sotto le ascelle, come se si fosse appena svegliato e non sapesse in che casa si trovasse, Emanuele mi accompagnò. Una leggera depressione mista a sollievo si fece strada nella mia mente. Volevo togliermi una soddisfazione e rivelargli della vecchia seduta con suo padre, avevo già pronta l’immagine che avevo rimuginato durante tutta la partita: “Io e tuo padre su una navicella spaziale, una domenica qualunque, che sbattiamo contro le pareti, ci attacchiamo a un angolo della grata del soffitto, succhiamo un budino di cioccolato termostabilizzato”. Ma ero già fuori della porta ormai, e fu lui a riservarmi l’ultima battuta. “Ricordi la jazzista lesbica? Mi sono spinto dentro di lei come una canna in una palude”. Era una frase di un racconto di Marco Papa intitolato “Uccelli, aereo, operai”, mi ricordavo anche la pagina del libro, ventuno; mi limitai a sorridere flebilmente giusto per fargli capire che avevo colto la citazione e trottai giù per le scale, uscii dal portone e poi, dopo aver attraversato il cortile, dal cancello. Camminai su via Antonelli, via Domenico Chelini, Piazza Euclide, giunsi alla rotonda di Via De Coubertin, poi a Piazzale Cardinal Consalvi, il Lungotevere Salvo D’Acquisto, piazzale Ponte Milvio. Controllai la distanza sul telefonino: 2,7 chilometri. Mi diressi verso lo Stadio, passai il Foro Italico, viale Angelico, viale delle Milizie, via Andrea Doria, Piazzale degli Eroi, Viale delle Medaglie d’oro, arrivai in cima, svoltai a sinistra per la mia vietta e raggiunsi in fondo al vialetto di lecci il mio cancello verniciato di bianco. Mi fermai, controllai di nuovo il telefonino: da Ponte Milvio segnava 5,3 chilometri. “Non era a metà strada, il nostro luogo d’incontro”, pensai, mentre infilavo la chiave nella serratura.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/07/connessioni-racconto-marco-papa-massimiliano-governi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lumina ex Ade</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/06/lumina-ex-ade/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/06/lumina-ex-ade/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 05:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[postpoesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[silvia tripodi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122408</guid>

					<description><![CDATA[Un estratto dal nuovo libro di <strong>Silvia Tripodi</strong><strong></strong>, <em>Lumina ex Ade</em><em></em> (Aragno 2026), con una nota critica di <strong>Renata Morresi</strong><strong></strong>.<br />
<br />
Abbiamo scorto la presenza<br />
di un metalupo<br />
durante una videochiamata<br />
ho riconosciuto la sua testa<br />
da dietro la tenda....]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvia Tripodi</strong></p>
<p>Abbiamo scorto la presenza<br />
di un metalupo<br />
durante una videochiamata<br />
ho riconosciuto la sua testa<br />
da dietro la tenda<br />
mi è parso di vederlo alle tue spalle<br />
durante una panoramica<br />
veloce della stanza<br />
e veloce il suo manto<br />
quante volte è già accaduto<br />
accadrà altre volte<br />
posso leggere dentro di te<br />
non hai scampo<br />
abbiamo imparato a vedere il metalupo<br />
e oramai fa parte delle nostre giornate<br />
appare come un&#8217;ombra<br />
alle nostre spalle<br />
le volte che si assenta ci stupiamo<br />
e parliamo sommessamente<br />
aspettando un segno<br />
è accaduto altre volte<br />
che frequenza avranno le sue visite<br />
ci mancherà<br />
quando non lo vedremo più<br />
studieremo un altro tipo di mirroring<br />
forniremo ai fantasmi una nuova merce<br />
li addestreremo agli scambi<br />
ci adatteremo</p>
<p>*</p>
<p>Benvenuta<br />
con chi sto parlando<br />
mia cara ti aspettavamo<br />
lo sappiamo sono inganni dei governi<br />
con brutali pensieri psichici<br />
sono le tecnologie che vi tengono<br />
a basse frequenze<br />
ci sono esseri<br />
tu procedi<br />
mi potete dare informazioni<br />
è una nave plasmatica<br />
cristallina<br />
è cambiata di colore<br />
prima argento e blu<br />
poi verde e adesso color oro<br />
la sua magnificenza<br />
vi donerà grazia cosmica<br />
tanti non saranno pronti<br />
ma è inevitabile che questo flusso arrivi<br />
deve fare il salto frequenziale<br />
di un&#8217;ottava superiore<br />
la densità che si era creata<br />
intorno al sole<br />
non preoccuparti del vedere</p>
<p>*</p>
<p>L&#8217;estrema operosità<br />
dei morti viventi<br />
consapevoli di esistere nell&#8217;esercizio<br />
di qualche occupazione convenzionale<br />
portateli in campagna<br />
o imbarcateli su una nave<br />
non provano piacere<br />
nel semplice esercizio<br />
delle loro facoltà<br />
a meno che la necessità<br />
non li colpisca con un bastone<br />
trascorrono in una specie di coma<br />
le ore<br />
l&#8217;intero universo vivente<br />
è uno spazio vuoto<br />
senza un pensiero che sfreghi<br />
contro un altro<br />
degli esseri che respirano<br />
inermi se non impegnati<br />
in un compito riconosciuto<br />
collocati tra i campi<br />
affidati al ponte di una nave<br />
le mani restano inattive<br />
gli organi inutilizzati<br />
non producono gioia<br />
le facoltà lasciate a sé stesse<br />
arrugginiscono<br />
la pressione della necessità<br />
come un colpo secco<br />
altrimenti il tempo<br />
li attraversa senza attrito<br />
il mondo è per loro<br />
una vasta superficie inerte<br />
l&#8217;iperattività<br />
dei vivi che sembrano morti<br />
è una cosa nota</p>
<p>*</p>
<p>Immagina di sostituire il tuo lavoro<br />
insoddisfacente<br />
con uno scopo profondo<br />
con un profitto di cento<br />
duecentocinquanta euro per sessione<br />
fornendo una pace inestimabile<br />
a coloro che ne hanno più bisogno<br />
immaginati mentre crei<br />
rituali trasformazionali<br />
di fine vita<br />
vieni chiamato dalle famiglie<br />
nei loro momenti più vulnerabili<br />
sei la guida fidata nella tua comunità<br />
per l&#8217;assistenza compassionevole<br />
alla morte<br />
sei il custode della transizione<br />
guidi i morenti a trovare pace<br />
nel loro capitolo finale<br />
aiuti le famiglie ad affrontare il lutto<br />
con dignità<br />
mostri come creare addii<br />
belli e significativi<br />
lacrime di terrore<br />
lacrime di liberazione<br />
mentre i clienti<br />
stanno aspettando<br />
stanno affrontando i giorni finali<br />
entri nella tua vocazione<br />
entri nel servizio sacro</p>
<p>*</p>
<p><strong>Su <em>Lumina ex Ade</em> di Silvia Tripodi (Aragno 2026) </strong></p>
<p>di <strong>Renata Morresi</strong></p>
<p>Questo libro lavora sulla cattura e ricombinazione di linguaggi già socialmente attivi: tecnologie relazionali e di lavoro, discorso motivazionale e retorica della spiritualità, con i relativi esercizi di sollievo o incremento della sensazione e della prestazione, ma anche testi tradizionali della modernità immersi nell&#8217;ultracontemporaneo. Siamo di fronte a postpoesie che sono fantasie di accesso all’oltre (più che la beatitudine, un regime di ricompensa perpetua) sotto forma di inviti perturbanti all&#8217;affidarsi e all&#8217;indocilirsi, in cambio di un aumento di intensità. Il soggetto, collocato nel &#8220;fuori campo dell’identità&#8221;, come recita il retro di copertina, non dispone di una posizione esterna da cui smascherarle, essendo già preso nella loro economia libidinale. Questi testi, dunque, non sono semplicemente parodie dall&#8217;effetto ironico. Sappiamo che &#8220;il metalupo&#8221;, &#8220;la nave plasmatica&#8221;, &#8220;i rituali trasformazionali&#8221;, le &#8220;esperienze extracorporee&#8221; e le altre pratiche estreme esibite attingono al repertorio dei dispositivi mercificati, spesso grotteschi; e tuttavia riconosciamo che quel linguaggio si modella sul desiderio di una frequenza superiore, riconosciamo il fruitore che spera (o magari si vanta) di capire come separare ciò che è buono dal suo medium. &#8220;Noi siamo d&#8217;altro canto il bene&#8221; (15). O no? No. Il metalupo è lo spettro che invece di essere temuto ed esorcizzato viene integrato in un sistema di produzione e circolazione. L&#8217;orrore contemporaneo che arriva durante il flusso di lavoro non provoca una crisi, tantomeno una presa di coscienza, diventa piuttosto una nuova competenza: &#8220;li addestreremo&#8230;ci adatteremo&#8221;. Dove finiscono il sentimento e le sensazioni e dove cominciano la gestione e la vendita? Non è tanto semplice dirlo. Prendiamo la nuova professione dei <em>death doula</em> evocata nell&#8217;ultimo testo di questo estratto, figure professionali preparate al delicato compito di accompagnare le persone morenti, dando loro supporto spirituale e psicologico a &#8220;duecentocinquanta euro per sessione&#8221;: non sentite anche voi un brivido di angoscia? Chi è fragile e chi ha il potere in questa ‘sessione’? Ancora in quarta si parla della “secolare reversibilità dei ruoli tra vittima e carnefice”; aggiungerei: una reversibilità che non riguarda la responsabilità, ma il punto in cui ‘si salva chi può’ mettere le mani sul bisogno, modellarlo a sua immagine e poi rivenderlo come promessa di una salvezza.</p>
<p>Tripodi non contrappone un linguaggio ‘vero’ ai linguaggi falsi. Qualche anno fa <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/02/04/prove-dascolto-22-silvia-tripodi/" target="_blank" rel="noopener">parlavo</a> del suo lavoro sull&#8217;eccesso e sulla sottrazione, dell&#8217;oscillazione tra nomenclatura, tono sapienziale e ripetizione infantile. In <em><i>Lumina ex Ade</i></em> il passo è ulteriore: qui avviene un amalgama di grande potenza immaginativa, in cui i registri cessano di essere distinguibili. Non vi è un fuori dal discorso contaminato. La cura può essere &#8220;scopo profondo&#8221; e contemporaneamente merce; il metalupo è fantasma e dato da processare; un saggio di Robert Louis Stevenson, campionato nel terzo testo di questo estratto, può rappresentare la letteratura canonica e contemporaneamente sembrare un post sul burnout. È questa compresenza fibrillante che permette di non ridurre l’operazione di Tripodi alla parodia della retorica dell&#8217;ottimizzazione o alla semplice found poetry. I testi affondano nei discorsi artificiosi fino a far tremare i polsi, riuscendo a far coesistere l’assurdità acefala di un linguaggio che è insieme padrone e servizievole, coercitivo e sempre a disposizione. Critica e adesione restano invischiate. Il perturbante di questa scrittura sta nella lucidità con cui riconosciamo la corruzione reale e, insieme, il nostro impulso a inseguirne ancora la promessa sul come addestrarci meglio, chiedendo alla stessa macchina che ci consuma di massimizzarci. I carnefici pregano di essere salvati (è un dato di fatto, in streaming al momento).</p>
<p>(in copertina: <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Astral_Body_of_the_Average_Man.jpg" target="_blank" rel="noopener">Astral body of the average man</a>)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/06/lumina-ex-ade/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La fine dello Stato, il presente dell’immagine e il futuro dell’automa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/05/la-fine-dello-stato-il-presente-dellimmagine-e-il-futuro-dellautoma/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/05/la-fine-dello-stato-il-presente-dellimmagine-e-il-futuro-dellautoma/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 05:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Horst Bredekamp]]></category>
		<category><![CDATA[Leviatano]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola De Rosa]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Hobbes]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122366</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Nicola De Rosa </strong> <br /> Nel suo libro, Bredekamp traccia un percorso che inscrive gli elementi concettuali dell’immagine prodotta dal trattato hobbesiano all’interno di una parabola di lunga durata della tradizione ermetica]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-122583" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Schermata-2026-09-15-alle-10.15.12.png" alt="" width="316" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Schermata-2026-09-15-alle-10.15.12.png 316w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Schermata-2026-09-15-alle-10.15.12-213x300.png 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Schermata-2026-09-15-alle-10.15.12-298x420.png 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Schermata-2026-09-15-alle-10.15.12-150x211.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Schermata-2026-09-15-alle-10.15.12-300x422.png 300w" sizes="(max-width: 316px) 100vw, 316px" /></p>
<p>di <strong>Nicola De Rosa</strong></p>
<p>Da qualche mese, l’editore Castelvecchi ha dato alle stampe la traduzione italiana, firmata da Luca Cianca, del saggio di Horst Bredekamp sull’iconografia del Leviatano. Il libro, pubblicato per la prima volta in tedesco nel 1999 col titolo <em>Thomas Hobbes visuelle Strategien. Der Leviathan: Das Urbild des modernen Staates </em>[Le strategie visuali di Thomas Hobbes. Il Leviatano: l’immagine originaria dello Stato moderno], aveva vissuto progressivi aggiornamenti. Ad esempio, dopo gli eventi successivi all’11 settembre 2001, dopo un diffuso dibattito sulla “guerra delle immagini”, l’autore aveva proposto una seconda edizione aggiornata, modificando il titolo in <em>Thomas Hobbes: Der Leviathan. </em><em>Das Urbild des modernen Staates und seine Gegenbilder. 1651-2001 </em>[Thomas Hobbes: Il Leviatano. L’immagine originaria dello Stato moderno e le sue contro-immagini. 1651-2001]. L’intreccio tra morfologia delle immagini e storia delle idee politiche aveva suscitato interesse, portando l’opera a essere tradotta sia in francese che in inglese. Mancava però una traduzione italiana, sebbene il lettore italofono potesse già leggere alcuni studi di Bredekamp<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>Il Leviatano, com’è noto, forniva un’immagine (fig. 1) alla teorizzazione della sovranità scaturita dal contesto delle guerre civili che insanguinarono l’Europa del Seicento. Hobbes articolava, entrando in frizione con l’aristotelismo, un’antropologia negativa in cui la dimensione della naturalità – di ciò che sta all’origine dell’umano – si dà come stato di guerra permanente. Da tale stato bisogna uscire attraverso la costruzione di un potere artificiale quanto efficace, un sovrano identificato col mostro biblico che dà il nome all’opera. Il Leviatano assume prima di tutto il compito di allontanare dalla comunità la paura della morte violenta, monopolizzando l’esercizio della violenza nella sua persona.</p>
<figure id="attachment_122584" aria-describedby="caption-attachment-122584" style="width: 425px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-122584" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo.jpg" alt="" width="425" height="678" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo.jpg 425w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo-188x300.jpg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo-263x420.jpg 263w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo-150x239.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo-300x479.jpg 300w" sizes="(max-width: 425px) 100vw, 425px" /><figcaption id="caption-attachment-122584" class="wp-caption-text">Fig. 1. A. Bosse, Frontespizio di T. Hobbes, Leviathan Or The Matter, Forme and Power of A Commonwealth Ecclesiasticall and Civil, London, Crooke, 1651.</figcaption></figure>
<p>Il saggio di Bredekamp sosteneva la tesi secondo cui – al di là dei problemi di attribuzione, che coinvolgono soprattutto artisti come Abraham Bosse – la concezione del frontespizio del <em>Leviatano</em> abbia visto plausibilmente anche il contributo autoriale dello stesso Hobbes. Tale tesi si articola seguendo poi più direttrici di analisi. Prima di tutto quella delle fonti o più in generale delle influenze, che concernono la tradizione dei “corpi compositi”, dai corpi cosmici medievali alle teste composte di Arcimboldo, passando per le forme di <em>body politics</em> rinascimentali e per le anamorfosi, immagini ricombinabili in una figura coesa attraverso apposite lenti. Critico nei confronti della persuasione oratoria, Hobbes avrebbe in prima persona fornito un’importanza specifica alla funzione poietica delle immagini. Ciò a partire dagli interessi per la scienza ottica, espressi in scritti confluiti nel <em>De Homine</em> (1658). C’è inoltre la storia della ricezione, prima di tutto sincrona, poiché l’immagine del Leviatano vive di riappropriazioni e risemantizzazioni già nei vari contesti culturali in cui gli scritti di Hobbes appaiono: in particolare in ambito francese e olandese, oltre che inglese. Rimangono particolarmente interessanti, ad esempio, le riflessioni di Bredekamp sui frontespizi delle edizioni francesi, in cui al pastorale impugnato dal sovrano si sostituisce la libbra della giustizia. Dopo le guerre di religione, un’allegoria dello Stato in terra francese avrebbe dovuto essere più cauta nell’avvicinare il potere spirituale al corpo del sovrano.</p>
<p>Il libro presenta poi una sezione in cui le figurazioni che sfruttano la metafora anatomica per pensare il politico sono portate nell’ambito delle società di massa. Qui, il contesto a cui, in modo più immediato, tale problema iconografico si addice è quello della psicologia dei nazionalismi novecenteschi (fig. 2), non necessariamente nei loro esiti totalitari (fig. 3).</p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_122585" aria-describedby="caption-attachment-122585" style="width: 454px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-122585" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo2.jpg" alt="" width="454" height="656" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo2.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo2-208x300.jpg 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo2-291x420.jpg 291w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo2-150x217.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo2-300x433.jpg 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /><figcaption id="caption-attachment-122585" class="wp-caption-text">Fig. 2. S. Schawinsky, Sì, 1934, poster, 96 x 65.5 cm, Archivio Grafica Italiana, https://www.archiviograficaitaliana.com/project/226/s.</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_122586" aria-describedby="caption-attachment-122586" style="width: 454px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-122586" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo3.jpg" alt="" width="454" height="581" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo3.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo3-234x300.jpg 234w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo3-328x420.jpg 328w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo3-150x192.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Senza-titolo3-300x384.jpg 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /><figcaption id="caption-attachment-122586" class="wp-caption-text">Fig. 3. A. Mole, J. Thomas, President Woodrow Wilson’s portrait created by 21,000 U.S. Army, 1918, Washington, Library of Congress, Prints and Photographs Division.</figcaption></figure>
<p>In un certo senso, però, le riflessioni di Bredekamp sono altrettanto attuali per l’età che ha visto, secondo alcuni, l’arretramento dello Stato per come la modernità lo ha conosciuto, di fronte a un nuovo sviluppo del modo di produzione capitalistico e al suo impiego della rivoluzione tecnologica in atto.</p>
<p>Le ultime evoluzioni del digitale rappresentano infatti lo sviluppo di un’infrastruttura di sovranità concorrente. L’automazione dei processi decisionali e il loro uso negli ambiti attraverso cui abbiamo storicamente pensato la sovranità, la finanza e la guerra<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>, pone non solo il problema teorico della “coscienza artificiale”, ma anche quello della “persona giuridica” che la incarna. Si potrebbe dire che anche qui si pone il problema di un’“immagine” che connette più corpi per crearne uno astratto, quanto concreto nei suoi effetti.</p>
<p>Di recente, sono emersi vari interventi di confronto teorico tra il funzionamento dell’IA e quello dello Stato hobbesiano<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a>. Il Leviatano nasceva, come accennato, per superare lo spettro della guerra civile, che in Hobbes tende a essere assimilata a un ritorno allo stato di natura. Ciò avveniva prima di tutto attraverso una territorializzazione della decisione politica tale da superare in parte le strutture feudali. Come ha mostrato Bredekamp, tale territorializzazione, nell’immagine del frontespizio, è figurata attraverso una metonimia che subordina le parti al tutto. La logica che emerge dagli attuali sviluppi tecnologici, oltre che dalla progettualità di alcuni vertici del settore<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>, ha qualcosa di simile e insieme qualcosa di diverso. Prima di tutto, la decisione slitta potenzialmente dal sovrano agli strumenti di calcolo. Ragionando in termini puramente astratti, sebbene anche in questo caso un gruppo di uomini deleghi qualcosa a qualcun altro, ciò non avviene più in un contesto che vede il singolo sottostare alla legge per ottenere in cambio l’assetto civile. Il “soggetto” assume piuttosto la funzione di un “oggetto” da cui estrarre dati comportamentali, il cui accumulo possiede un valore di scambio. Per il soggetto, si tratta di un’esperienza – incessante eppure occultata – descrivibile nei termini di un «lavoro morto» (<em>tote</em> <em>Arbeit</em>)<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a>.</p>
<p>Ciò dipende, oltre che dalla progressiva virtualizzazione dell’esperienza individuale e collettiva, prima di tutto dalla <em>proprietà</em> del mezzo tecnologico e dalla concezione dei suoi <em>fini</em>. Su questo, bisogna dire che i modelli occidentali di IA non sono gli unici attualmente in circolazione<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a>. In ogni caso, la tendenza di una tale rivoluzione tecnologica vede all’orizzonte una distorsione nel modo in cui la modernità, anche quella capitalistica, ha pensato la proprietà e l’accumulazione del capitale. Oltre ad arretrare lo Stato, anche la forma del capitalismo finanziario neoliberale, governato da meccanismi concorrenziali e speculativi, evolve con l’incedere dei grandi monopoli privati nel settore tecnologico. Non è un caso che si parli di un autosuperamento dello stesso modo di produzione capitalistico e si rievochi la categoria di feudalesimo o, meglio, tecnofeudalesimo<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup>[7]</sup></a>.</p>
<p>Dicevamo, però, che interrogarsi sul piano sia estetico che politico in merito al problema dell’immagine è utile a pensare gli attuali sviluppi dell’IA. Ciò è vero se la si guarda come una rappresentazione impressa su un supporto, la cui specificità è di comporsi dei dati estratti da molteplici corpi, trattati da manodopera ingegneristica a basso costo, accumulati in molteplici archivi fisici che richiedono l’estrazione di specifiche materie prime e l’utilizzo cospicuo di acqua per il raffreddamento<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>.</p>
<p>Nel suo libro, Bredekamp traccia un percorso che inscrive gli elementi concettuali dell’immagine prodotta dal trattato hobbesiano all’interno di una parabola di lunga durata della tradizione ermetica – come aveva fatto Frances Yates, non a caso da pioniera dell’iconologia politica, per l’immaginario dell’Inghilterra rinascimentale. Il nucleo problematico di tale filone risiede nell’intendere in modo attivistico il rapporto tra natura e uomo e tra l’uomo e il Dio, attraverso una visione poietica dell’artificio umano come ri-creazione di un Dio mortale, che nel caso di Hobbes concerne la costruzione meccanicistica dello Stato in quanto <em>persona ficta</em>. Bredekamp aveva insistito sul fatto che uno dei problemi di Hobbes fosse quello di ostentare la personificazione dello Stato. Di qui l’utilizzo dell’armamentario allegorico barocco che lo caratterizza. Uno dei fini del nascente Stato moderno fu di certo quello di convincere il più possibile il corpo civile della sua esistenza, sia materialmente che dal punto di vista della rappresentazione.</p>
<p>La rinnovata attenzione per il libro di Bredekamp, che nella traduzione presenta anche un cappello introduttivo firmato dai curatori, Gianluca Bonaiuti e Silvia Rodeschini, è un ottimo risultato non solo per la ricezione italiana di una tradizione di studi iconografico-politici di grande interesse, ma anche per il suo impatto teorico su fenomeni che trascendono il corpus studiato dallo storico dell’arte; egli, d’altronde, in particolare in <em>Nostalgia dell’antico e fascino della macchina</em>, si è interessato anche al tema degli automi. Del progetto leviatanico l’IA restituisce la sensazione di un organismo composto da parti dislocate, ma, data la struttura economica in cui attualmente tale organismo si inscrive, il funzionamento della sua “immagine” è ben diverso: essa tende in un certo senso a presentarsi come un’“apparenza” particolarmente efficiente, occultando la materialità che la produce e il luogo in cui va accumulandosi la sua ricchezza.</p>
<p>____</p>
<p>Note</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Tra i più importanti, e in parte complementari al saggio su Hobbes, si possono citare: <em>Nostalgia dell’antico e fascino della macchina</em>, tradotto dal Saggiatore nel 2020 (ed. or. 1992) e incentrato sulle <em>Wunderkammern</em>; il libro sull’iconografia delle scienze naturali di tradizione evoluzionistica: <em>I coralli di Darwin</em>, tradotto da Bollati Boringhieri nel 2006 (ed. or. 2005); il libro di taglio più teorico sugli “atti iconici”, a cui la traduzione per Raffaello Cortina, del 2015, aggiunge un titolo redazionale: <em>Immagini che ci guardano</em> (ed. or. 2010).</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Si pensi all’utilizzo dell’IA durante i bombardamenti genocidari nella Striscia di Gaza: Y. Abraham, ‘<em>Lavander’: The AI machine directing Israel’s bombing spree in Gaza</em>, «+972 Magazine», April 3, 2024, https://www.972mag.com/lavender-ai-israeli-army-gaza/.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Ad esempio T. Thielmann, C. Borbach, <em>The Digital Leviathan: Medializing Sovereignty for Critical AI and Data Studies</em>, in «Communication + 1», XI, 2, 2025, pp. 1-31.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> Si veda T. Cowen, Interwiew with S. Altman, <em>Sam Altman on Trust, Persuasion, and the Future of Intelligence – Live at the Progress Conference (Ep. 259)</em>, in «conversationwithtyler.com», November 5, 2025, https://conversationswithtyler.com/episodes/sam-altman-2/. Sam Altman è il CEO di OpenAI. C’è poi Peter Thiel, volto di Palantir noto di recente per aver utilizzato concetti tipici della teologia politica per fornire la sua interpretazione delle attuali poste in gioco globali: M. Dotti, <em>La teologia politica di Peter Thiel</em>, in «Polidemos. Centro per lo studio della democrazia e dei mutamenti politici», 20 marzo 2026 https://centridiricerca.unicatt.it/polidemos-notizie-la-teologia-politica-di-peter-thiel. Per quanto riguarda i CEO che si pongono in una prospettiva precauzionista si veda D. Amodei, <em>The Adolescence of Technology: Confronting and Overcoming the Risks of Poweful AI</em>, in «darioamodei.com», January 2026, https://darioamodei.com/essay/the-adolescence-of-technology. Ricordo solo che nel luglio 2025 la Anthropic di Dario Amodei aveva firmato un contratto con il Dipartimento della Guerra statunitense. Nel febbraio 2026, tuttavia, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha chiesto di rinegoziare il contratto eliminando le clausole legate all’utilizzo del software <em>Claude</em> per la sorveglianza di massa e per la gestione autonoma di armi senza supervisione umana. Amodei si è rifiutato di accettare tali condizioni. Il 27 febbraio 2026, Hegseth ha designato Anthropic «supply chain risk to national security», misura normalmente riservata ad aziende di paesi nemici, e ha annullato il contratto. Cfr. C. Metz, J. E. Barnes, S. Frenkel, <em>Pentagon Officially Notifies Anthropic It Is a ‘Supply Chain Risk’</em>, in «New York Times», March 5, 2026, https://www.nytimes.com/2026/03/05/technology/anthropic-supply-chain-risk-defense-department.html.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5"><sup>[5]</sup></a> La formula marxiana ricorre nel primo libro del <em>Capitale</em> (1867) relativamente al lavoro “sepolto” nel mezzo di produzione, in passi che, in fondo, oltre al problema dell’alienazione, pongono essi stessi quello della metonimia anatomica per pensare la subordinazione nel corpo sociale. Direi che la lungimiranza di alcune di queste pagine risulta oggi quasi sinistra. Si veda ad esempio K. Marx, <em>Il capitale</em>, vol. I, trad. di D. Cantimori, introd. di M. Dobb, Roma, Editori Riuniti, 1980, p. 349: «I mezzi di produzione si trasformano subito in mezzi di assorbimento di lavoro altrui. Non è più l’operaio che adopera i mezzi di produzione, ma sono i mezzi di produzione che adoperano l’operaio. Invece di venire da lui consumati come elementi materiali della sua attività produttiva, essi consumano lui come fermento del loro processo vitale».</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6"><sup>[6]</sup></a> Sul modello cinese <em>DeepSeek </em>e le differenze rispetto ai modelli occidentali si vedano F. Sun, <em>DeepSeek’s innovative breakthroughs and choice between open versus closed-source</em>, in «The CASE Journal», XXII, 3, 2026, pp. 515-529.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7"><sup>[7]</sup></a> Si veda Y. Varoufakis, <em>Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo</em>, Milano, La nave di Teseo, 2023.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Cfr. G. Murdock, <em>Artificial intelligence as primitive accumulation: enclosure, extraction, exploitation</em>, in «Communication and Change», 1, 2025, pp. 1-24.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/05/la-fine-dello-stato-il-presente-dellimmagine-e-il-futuro-dellautoma/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Confini&#8221;: la nuova edizione di Strane coppie</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/04/strane-coppie/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/04/strane-coppie/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 05:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Cilento]]></category>
		<category><![CDATA[strane coppie]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122368</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Antonella Cilento</strong><br />
Mi sono spesso chiesta in questi anni in che modo abitare il confine, che è, secondo l’etimo, il segno che traccia la separazione e, insieme, il luogo della congiunzione]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-122719" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina.jpg" alt="" width="1814" height="691" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina.jpg 1814w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina-300x114.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina-1024x390.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina-768x293.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina-1536x585.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina-1103x420.jpg 1103w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina-150x57.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina-696x265.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina-1068x407.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1814px) 100vw, 1814px" /></p>
<p>di <strong>Antonella Cilento</strong></p>
<p>Mi sono spesso chiesta in questi anni in che modo abitare il confine, che è, secondo l’etimo, il segno che traccia la separazione e, insieme, il luogo della congiunzione.</p>
<p>Veniamo sfidati ogni giorno a superare un confine o a restarvi all’interno: inserire nuove password, memorizzare nuovi percorsi, adattarci a ripetere, in circolo, la stessa riduzione di noi stessi impostaci dal mondo. Spesso ci ritroviamo bloccati a cavallo di un confine, in <em>impasse</em>, in cima alla fortezza dove si attendono i Tartari, come scriveva Buzzati.</p>
<p>Tutte le stagioni dell’esistenza sono soglie, dall’infanzia all’adolescenza, dalla maturità alla vecchiaia, e le attraversiamo bruscamente, o a una lentezza tale che ci accorgiamo del passaggio solo dopo aver lasciato alle nostre spalle il confine da tempo.</p>
<p>Poi ci sono il mare in cui annegano generazioni di migranti, le spiagge dove muoiono bambini, le montagne su cui si combatte, linee astratte segnate da penne indifferenti o superate da droni, il fuoco nelle case in cui si cresce d’improvviso invase. Confine è recinto, lager, carcere, esilio. Spesso solitudine, abuso e follia.</p>
<p>Il confine dell’identità diventa il bersaglio nelle mani di chi è armato di missili, pistole, banconote, carta bollata e tastiere.</p>
<p>C’è stato un tempo in cui per traversare un fiume, entrare in una città, varcare un ponte, oltrepassare un bosco, occorreva pagare una tassa. Quando l’infinito frazionamento dei confini è diventato arcaico e vergognoso (i due fiorini chiesti ottusamente a Massimo Troisi e Roberto Benigni per traversare una dogana) ci è parso che ormai non ve ne fossero più di confini, grazie a democrazia, aerei, treni, Rete, flessibilità.</p>
<p>In Occidente studiare, viaggiare, lavorare e navigare ha illuso intere generazioni che i confini fossero svaniti finché l’accesso libero a infinite informazioni è diventata la trappola della menzogna e la fine di ogni fatica, persino quella di pensare, grazie all’AI, la nuova droga globale. La cessione dei nostri dati, il controllo, l’isolamento sono nuove facce di antichi confini. Il confine disegnato dal denaro stabilisce che chi può arraffa e chi non può muore. Scompaiono le lingue e i Paesi, se il mercato editoriale non mostra interesse alla traduzione. Scompare la vera letteratura, senza scuse, perché occorre puntare al prodotto. Scompare la libertà e il diritto alla parola, scompare il corpo, immobilizzato a scrollare contenuti social. Scompare l’esperienza, prestata a una macchina, scompare perfino la vita, troppo imbarazzante perché ci ricorda la morte. Scompare il diritto internazionale perché chi è armato esercita la legge a proprio uso e consumo.</p>
<p>Nascono così gli incontri che quest’anno ho immaginato per <a href="https://www.lalineascritta.it/strane-coppie-97998/strane-coppie-2026">Strane Coppie</a>, che arriva alla sua diciottesima edizione mentre il confine è <em>la</em> questione.</p>
<p>Penso sempre, per questa manifestazione nata con l’idea di creare un campo, uno spazio di ragionamento, visione e bellezza, a incontri irrealizzabili, matrimoni letterari improbabili: l’unico vero spazio dove il confine esiste solo come metafora è la letteratura (e l’arte, la musica, il teatro). Così quest’anno ci addentriamo in una foresta dove le parole tagliano mentre illuminano la natura del confine (e del conflitto che lo agita).</p>
<p>Quindi, la guerra: il confine fisico su cui avviene, quello temporale dentro cui si ripete, eterna, quello umano, ovvero il modo in cui gli umani abitano la guerra.</p>
<p>Rachel Bespaloff, ad esempio, nasce in Bulgaria ma la sua famiglia è di ebrei ucraini, cresce fra Ginevra e Parigi e morirà suicida nel Massachusetts. Osservando l’Iliade, scrive: “Invano cercheremmo nell’<em>Iliade </em>o in <em>Guerra e pace</em> una condanna esplicita della guerra in quanto tale. La guerra la si fa, la si subisce, la si maledice o la si celebra”.</p>
<p>Simone Weil ha radici alsaziane, russe, belghe, è di cultura familiare ebraica ma la sua formazione è tutta francese. Quando parla dell’Iliade scrive: “L’uomo che non è protetto dall’armatura di una menzogna non può patire la forza senza essere colpito fino all’anima”.</p>
<p>Queste due giovani donne che appartengono a generazioni vicinissime (Bespaloff nasce nel 1897 e Weil e nel 1907) s’interrogano, sincrone, sul primo poema della letteratura occidentale, un poema che inscena un assedio, una guerra e le sue terrificanti conseguenze e lo fanno nel decennio in cui matura e scoppia la Seconda Guerra Mondiale.</p>
<p>Avvinte da uno stesso pensiero diversamente elaborato, e a distanza, senza incontrarsi mai.</p>
<p>Un altro incontro “strano”, praticamente impossibile, che ho molto sognato, è quello fra Stephen Crane e Franz Werfel.</p>
<p>L’americano Crane, nato nel 1871 e morto a ventinove anni, autore di culto della letteratura americana cui Paul Auster ha dedicato una monumentale e bellissima biografia, descrive ne <em>Il segno rosso del coraggio</em> la Guerra Civile senza averla vissuta. Il suo giovane soldato, anonimo fra anonimi, finito nel bosco violento della sua stessa terra, spaventato dalla morte e inconsapevole, in nulla eroico, antesignano di milioni di altri americani finiti in analoghi boschi (in Europa, in Vietnam, nel Golfo), a lettura finita non ci lascia. Forse lui, come tutti i soldati, non ha ancora capito molto di sé, noi però sappiamo ormai troppe cose, non tutte dicibili, sul mistero umano.</p>
<p>Franz Werfel, nasce vent’anni dopo di Crane, nel 1890, a Praga, e morirà nel 1945 negli Stati Uniti, scampando al nazismo e ottemperando, da ebreo, a un voto cristiano: scrivere, in caso di salvezza, il romanzo di Bernadette, la santa di Lourdes. Amico (e nemico) di Franz Kafka (che a sua volta morirà leggendolo), vive da pacifista ma si arruola nell’esercito austriaco, visita il Mediterraneo con sua celebre e chiacchieratissima moglie, Alma Mahler, incrociando l’occultata vicenda del genocidio armeno del 1915 e raccontando, con assoluta genialità, la resistenza di alcune migliaia di armeni sulla montagna del Mussa Dagh (<em>I quaranta giorni del Mussa Dagh </em>usciranno con successo internazionale nel 1933 e saranno il libro più letto nel Ghetto di Varsavia: a Varsavia, però, le vicende non saranno favorevoli alla salvezza come quelle dei resistenti armeni).</p>
<p>Uno scrittore giovane e uno scrittore maturo: uno che la guerra la sente solo raccontare, l’altro che la odia, la fugge, vi partecipa. Mai come in questi due romanzi, uno asciutto e stringato come una staffilata e l’altro compatto e lungo come l’eco di un’eruzione, si ha l’impressione di essere esposti davanti alle scelte: difendersi o non difendersi, lasciarsi morire o sopravvivere, uccidere o non uccidere.</p>
<p>Ma in realtà i confini spesso non hanno nemmeno bisogno delle dichiarazioni ufficiali di guerra: come mi avrebbe detto Anna Toscano, se questa edizione che le è dedicata (la celebreremo sia a Milano che a Napoli) l’avessimo potuta fare insieme come tante altre prima, il confine che ci spezza è nella casa che si deve lasciare dopo un bombardamento, il giorno in cui si perde l’ultimo laccio con la vita (basta un gelato) ed è disseminato nelle poesie e nelle pagine di numerose poete che raccontano l’est dell’Europa, i Balcani, i finti paradisi neutrali.</p>
<p>Se l’ungherese Agota Kristof, rifugiata in Svizzera dove fiorisce il suo successo mondiale, l’avevamo in Strane Coppie già narrata, mai l’avevamo incrociata con la storia terribile e straordinaria di Mariella Mehr, svizzera di etnia Jenisch.</p>
<p>Un agghiacciante programma eugenetico negli anni Cinquanta e Sessanta strappa Mariella bambina a sua madre, la affida a una famiglia dove subisce violenze e abusi, le sottrae la figlia quando a sua volta diventa madre, secondo linee guida che prevedono la sterilizzazione e la rieducazione dei bambini di etnia nomade.</p>
<p>La normalità, il confine: <em>Labambina</em>, una sola parola, senza confine fra articolo e nome, è il titolo del terribile romanzo che narra la discesa nella patologia psichiatrica della narratrice. La letteratura, boa di salvezza: la Svizzera chiede poi scusa per le mostruosità commesse ma il segno resta. Mehr si salva con la parola, Kristof si salva con la parola: i bambini che raccontano <em>Trilogia della città di K</em>, traditi e abusati, ingannevoli, inaffidabili, sanno quanto poco c’è da fidarsi degli adulti. Bisogna trovare un modo per dirsi, contro la morte. La lingua in cui scriviamo, lo ripetono spesso scrittrici e scrittori di confine, è l’unica vera patria, l’isola in cui abitiamo.</p>
<p>E per difendersi e germogliare una lingua tende a fondare una tradizione: il confine è anche segnato dal tradursi di secolo in secolo, prende la forma di una la corda cui in tanti (e tante) aggiungono un nodo. Una cima che si stende sopra il mare del tempo.</p>
<p>Da Giovanbattista Basile, genio del <em>cunto </em>barocco confinato nel vicereame spagnolo a Napoli, nascono i sogni di Benedetto Croce, che lo traduce in lingua italiana per la prima volta, e quelli di Roberto De Simone, il cui teatro, la cui musica, la cui immaginazione antropologica e letteraria non sarebbero esistiti senza Basile e senza Croce.</p>
<p>A volte la tradizione è visibile e l’incrocio del confine agile, altre volte serve che qualcuno lo noti, come fa D. H. Lawrence che scrivendo de <em>La madre</em> di Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926 (prima donna al mondo a ricevere questo premio e unica scrittrice italiana a tutt’oggi: del premio ricorre quest’anno il centenario), trova elementi di congiunzione con Thomas Hardy, straordinario romanziere vittoriano.</p>
<p>E in effetti la Sardegna di Deledda e il Dorset di Hardy sono popolati da donne e madri potenti e sono anche il confine del mondo più remoto, quello agricolo-pastorale, sulla soglia di una rivoluzione tecnologica definitiva.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-122720" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina05-scaled.jpg" alt="" width="1706" height="2560" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina05-scaled.jpg 1706w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina05-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina05-682x1024.jpg 682w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina05-768x1152.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina05-1024x1536.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina05-1365x2048.jpg 1365w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina05-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina05-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina05-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina05-696x1044.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/SC26_Locandina05-1068x1603.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1706px) 100vw, 1706px" /></p>
<p>A raccontare Strane Coppie quest’anno saranno Giuseppe Montesano, Matteo Palumbo, Vittorio Giacopini, Gianni Montieri, Anna Ruchat, Marta Morazzoni, Giorgio Mariani, Melania G. Mazzucco, Mario Fortunato, in compagnia di attrici e attori e della musica di Paolo Coletta. Ma che succede se poi l’ultima Coppia è una vera coppia nella vita e nell’arte, ovvero quella composta da José Ovejero e Edurne Portela? I Paesi Baschi e la Spagna, la rivoluzione, la guerra, le donne, la resistenza intellettuale sono solo alcuni degli argomenti di confine che terranno banco nell’ultimo incontro, il più internazionale di quest’anno, per una volta dedicato alla letteratura contemporanea narrata da chi la produce.</p>
<p>A tutti questi confini, diversamente esplorati al fine anche di illuminare scrittrici e scrittori non sempre al centro del dibattito o delle attenzioni editoriali, e dunque dell’occhio di lettrici e lettori, si uniscono i confini della traduzione: Palestina, Bulgaria, Ungheria e Svizzera i Paesi al centro del dibattito con quattro traduttrici impegnate sulla soglia della versione, del tradimento, della trasformazione della parola.</p>
<p>E poi il racconto del paesaggio e dei suoi confini, con la voce di architetti e antropologi a fare da guida, e quello dei nuovi confini dell’editoria che, mi pare di poterlo dire chiaramente, fa cose veramente nuove solo a partire da forti identità e da realtà in crescita, che credono nel sogno e nel rischio, fuori dall’elefantiasi autistica dell’editoria commerciale.</p>
<p>E infine, anzi, accanto a tutto, l’arte, con una mostra tutta al femminile di artiste di origini campane appartenenti alla stessa generazione e che, per scelta o per destino, non appartengono (ancora?) al giro del mercato dell’arte ma hanno storie personali profonde da raccontare.</p>
<p>Storie di famiglia, perché come Ellen G. alias Francesca Pirozzi, l’arte è una questione di famiglia, figlia di due protagonisti dell’arte contemporanea a Napoli, Giuseppe Pirozzi e Clara Garesio, o storie che vengono anche dal teatro, come Iole Cilento e Luana Di Sarno, che in comune hanno la scenografia, mentre si muovono in campi di sperimentazione dedicati e diversi, dalla performance alla fotografia, esplorando la linea della materia, come ha scritto la curatrice, Simona Di Sciullo.</p>
<p>Strane Coppie nasce per guardare alla complessità in modo complesso, senza scuse di semplificazione: anche perché la profondità, la ricchezza, una volta colte, sono in realtà così semplici da dire.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/04/strane-coppie/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;usignolo, la macchina</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/03/lusignolo-la-macchina-2/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/03/lusignolo-la-macchina-2/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 05:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carmen Gallo]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca d'andrea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122406</guid>

					<description><![CDATA[<strong>Tra mito, trauma e metamorfosi: Procne Machine di Carmen Gallo</strong><strong></strong><br />
di <strong> Gianluca D'Andrea</strong><strong></strong><br />
L’ordigno testuale di <em>Procne Machine</em><em></em> (Einaudi, 2026) affonda le radici nel trauma del mito classico, riattivando la vicenda di Procne e Filomela, sorelle unite da un legame viscerale e separate da una violenza indicibile...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tra mito, trauma e metamorfosi: <em>Procne Machine</em> di Carmen Gallo&nbsp;</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca D&#8217;Andrea</strong></p>
<p>L’ordigno testuale di <em><i>Procne Machine</i></em>&nbsp;(Einaudi, 2026) affonda le radici nel trauma del mito classico, riattivando la vicenda di Procne e Filomela, sorelle unite da un legame viscerale e separate da una violenza indicibile, laddove il titolo stesso, evocando la parola <em><i>machine</i></em>, apre una risonanza con la genealogia novecentesca delle macchine tragiche e con la <em><i>Hamletmaschine</i></em>&nbsp;di Heiner Müller, entro la quale il classico shakespeariano si contraeva in un congegno storico, ideologico e postumano. Diventando un apparato di montaggio, una macchina fredda che macina lingua, corpo e memoria, il mito si reinstalla nel testo poiché nel racconto ovidiano, come è noto, Tereo viola la cognata Filomela e le recide la lingua per assicurarne il silenzio, spingendo la vittima a eludere la mutilazione tessendo la storia su una tela inviata in segreto alla sorella, quale preludio a una vendetta speculare. Carmen Gallo sottrae questo materiale arcaico alla decorazione erudita e al rifugio lirico, trasformando il racconto in una lente critica capace di mettere a fuoco le fratture del presente, mentre l’apparire delle cose, dentro il dispositivo messo in scena, evoca un processo di fantasmizzazione storica, biologica e linguistica che si attiva quando il corpo mitologico diventa ingranaggio del dolore. La metamorfosi si compie così nell’automatismo di una lingua meccanica incaricata di registrare il progressivo svuotamento della realtà, spopolando i luoghi della memoria della loro consistenza materiale per mutarli in spettri che cantano la perdita mentre la mummificano, giungendo a smontare la struttura narrativa classica per isolarne i frammenti traumatici.</p>
<p>La minaccia assume i tratti somatici di una fobia spaziale fin dall’attacco della raccolta, nella prima sezione intitolata <em><i>Aprile</i></em>, dove il motivo ornitologico perdendo ogni grazia affabulatoria si dichiara come persecuzione:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-4">
<p>Ho sempre avuto paura di voi.<br />
L’ombra del volo sulle facciate,<br />
le piume nelle scale, il battere sordo<br />
delle ali intorno al corpo pieno<br />
di organi e viscere come umani.<br />
La minaccia costante nelle strade<br />
di essere colpiti, di essere sfiorati.<br />
I muscoli in allerta, le pupille dilatate.<br />
La testa inchiodata a un solo pensiero.<br />
Com’è possibile difendersi da ciò<br />
che ci minaccia o ci reclama dall’alto.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa confessione ravvisa nel «voi» aereo lo spettro di una trasformazione subita come violenza, una traiettoria verticale in cui la carne si scopre braccata, esposta nella sua fragilità anatomica di organi e viscere, e infine silenziata lungo le strade del presente. Dall’alto della minaccia che reclama e sovrasta, questo terrore precipita nella polvere dei vicoli metropolitani, dove l’alterazione prende la forma dell’infestazione urbana e del rifiuto:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-4">
<p>Per tutto l’anno i piccioni invadono i tavolini,<br />
arpionano bicchieri, rovesciano cestini<br />
nella città infestata dai turisti.<br />
Lo sguardo stupido, le zampe mutilate,<br />
a volte si fanno trovare nei vicoli laterali<br />
pestati da motorini di passaggio. Le carni<br />
esposte tra le piume impiastricciate<br />
di rosa senza sangue. E ogni volta è un conato,<br />
una persecuzione dello sguardo che distolgo<br />
mentre cerco di non calpestarli e mi domando<br />
chi raccoglierà quei resti, chi li rimuoverà all’alba,<br />
se finiranno nell’umido o nell’indifferenziato.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>I versi stringono il cortocircuito tra la violenza arcaica e lo scenario dello sviluppo urbano, riducendo i volatili a creature dalle zampe mutilate, prive dell’aura di messaggeri della tragedia, simboli di una menomazione che eredita la ferita antica di Filomela e spoglia la morte di ogni dignità rituale per assimilarla alle logiche dello smaltimento dei rifiuti. Se nel presente metropolitano l’evento traumatico viene smaltito come scarto, la memoria storica e filosofica tenta da sempre di decodificare l’enigma di questa sparizione, costruendo attorno alla figura della rondine una fisica del mascheramento: «Aristotele diceva che d’inverno non partono, si nascondono soltanto perdono le piume per farsi rami, o restano nel fango delle paludi come anfibi che aspettano il sole». Il riferimento alla biologia primeva di Aristotele sposta l’asse del discorso dalla fobia alla metamorfosi intesa quale strategia di sopravvivenza, interpretando l’assenza delle rondini come un camuffamento, un farsi rami sugli alberi spogli o anfibi nascosti nei canneti, capace di restituire al mito la natura di testimonianza sotterranea che pulsa in uno stato di animazione sospesa.</p>
<p>Esaurendo la ricognizione fenomenologica e urbana del dolore, questa immagine chiude la prima sezione per spostare il vero baricentro dell’opera nella seconda parte, l’omonima <em><i>Procne Machine</i></em>, all’interno della quale la scrittura muta statuto assumendo la forma inquieta del saggio in versi. Gallo lascia cadere le coordinate della lirica tradizionale per abitare una zona ibrida, attraversata da indagine teorica, montaggio poetico e urgenza del mito, affinché il trauma, colto prima nei suoi riflessi spettrali, entri direttamente nell’ingranaggio del racconto antico, trasformando la pagina in uno spazio autoptico dove la vicenda di Procne e Filomela viene smontata pezzo per pezzo e la riflessione sul linguaggio prolunga l’atto creativo. In questa sezione oggettiva e fredda, il saggio agisce come dispositivo di indagine sui vettori della parola recisa e sui modi in cui la forma-mito si tramanda, si usura e resiste nel tempo, trovando in <em><i>Coda di serpe</i></em>&nbsp;il lacerto isolato che innesca il montaggio testuale:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-4">
<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>Nella versione del mito di Ovidio, Procne e sua sorella Filomela fuggono dopo aver dato il piccolo Iti in pasto a suo padre Tereo. Tereo è il marito di Procne. Tereo ha stuprato Filomela in un bosco. Le ha tagliato con la spada la radice della lingua. La lingua mozza giace a terra, racconta Ovidio, sul suolo nero di sangue. Guizza come la coda di una serpe che si fa sempre più debole mentre cerca il resto del corpo, l’intero cui appartiene.</p>
</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il passaggio mette a nudo l’equazione teorica del libro, identificando la lingua mozzata con la poesia stessa, poiché l’organo mutilato di Filomela e il fondamento del verso contemporaneo si specchiano fino a confondersi, costringendo la poesia a rinunciare al canto spiegato, all’effusione armonica o alla comunicazione lineare, per offrirsi quale referto testuale di un’amputazione. Privata della cavità orale che le garantiva senso e intonazione, la parte residua sopravvive come riflesso corporeo, grado zero di una parola che procede per sussulti sintattici, brusche interruzioni e frammenti isolati, sicché collocare questo lacerto in apertura della sezione dichiara un’impossibilità di dizione divenuta metodo saggistico e formale, per cui la ricerca dell’intero prende la forma di un accumulo ossessivo di schegge, citazioni e note di lettura che sacrificano l’integrità apparente per misurarsi con il vuoto lasciato dall’abuso, testimoniando la ferita attraverso il movimento perturbante di ciò che è stato separato dal corpo del senso.</p>
<p>L’operazione intertestuale di Gallo oltrepassa la fonte ovidiana, aprendo nella mutilazione di Filomela una camera d’eco in cui il canone letterario occidentale viene convocato a rispondere della stessa violenza, incrociando i miti classici con le macchine tragiche del teatro shakespeariano. Il dialogo più serrato si instaura con il <em><i>Tito Andronico</i></em>, dove la genealogia della ferita trova una continuità spietata nel personaggio di Lavinia, la quale, stuprata e privata di lingua e mani, riattiva il modello originario proiettandolo in una serialità del trauma, tanto che, essendole interdetta la parola naturale, la poesia di Gallo si muove come i moncherini della stessa Lavinia che incidono la sabbia con un bastone guidato dalla bocca, configurandosi come una scrittura protesica, rudimentale; emergenza e calco di una dizione recisa che rifiuta il lusso dell’eloquenza perché costretta da incombenti o consumate, in ogni caso tragiche, necessità. A questa violenza si affiancano altre opere shakespeariane, chiamate a modulare il fantasmatico e la distorsione biologica, a partire dal <em><i>Sogno di una notte di mezza estate</i></em>, che rovescia l’illusione della commedia restituendo il bosco allo spazio ovidiano di smarrimento e brutalità, fino alle risonanze di <em><i>Romeo e Giulietta</i></em>, che evocano il tempo distorto, l’azione del veleno e il sacrificio rituale dei giovani, e alle eco della <em><i>Tempesta</i></em>, che richiamano Prospero quale operatore di un dispositivo testuale e la dinamica del <em><i>sea-change</i></em>, intesa come metamorfosi delle carni sommerse che si ricongiunge alle immagini di congelamento della prima sezione.</p>
<p>Questa complessa rete intertestuale trova la sua sintesi formale e la sua chiave di volta nel dialogo sotterraneo con <em><i>The Waste Land</i></em>&nbsp;di T.S. Eliot, opera legata sia alle variazioni ovidiane sia alle suggestioni elisabettiane, la cui frequentazione critica e la cui pratica di traduzione da parte di Gallo (<em><i>La terra devastata</i></em>, Il Saggiatore, 2021) si riflettono, come tecnica compositiva, nel secondo lacerto della sezione, intitolato significativamente <em><i>Il canto</i></em>:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-1">
<p><em><i>Jug Jug</i></em>, ancora, dopo secoli, nella Londra del primo dopoguerra. T. S. Eliot riprende la storia di Filomela e fa risuonare la sua voce inviolabile nel deserto di un’Europa devastata. <em><i>Tereu</i></em>&nbsp;è il vocativo con cui implora o maledice il re che l’ha mutilata. Procne non è mai nominata.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-4">
<p>*</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>Però è lei la rondine degli ultimi versi, compagna di vendetta di Hieronimo che è pazzo di nuovo. Lui, l’infuriato, che vuole far vedere a tutti di cosa è capace. E forse è una rondine anche Marie, che di notte legge e d’inverno si rifugia verso sud. E intanto canta la ballata di Mayerling, di Rodolfo che uccide l’amante con un colpo in testa, dei suoi uomini che la rivestono con cura, le mettono in ordine i capelli e la legano dritta a un bastone per portarla via di nascosto, in carrozza.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-4">
<p>*</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>Canta Marie, e con lei cantano le ninfe del Tamigi, le prostitute del Cairo, le figlie del Reno e il marinaio che non vede Isotta tornare dal mare. Cantano il gallo che aspetta la pioggia e il tordo nascosto tra i rami e l’usignolo con la lingua mozzata che vorrebbe essere una rondine. <em><i>Quando fiam uti chelidon</i></em>, ricorda Eliot citando un carme latino. <em><i>Lei canta. Noi restiamo muti. Quando viene la mia primavera? Quando farò come la rondine e smetterò di tacere?</i></em></p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>La riattivazione del celebre «Jug Jug» eliotiano restituisce una voce della vittima resa inviolabile dalla frammentarietà del montaggio modernista, muovendosi attraverso i secoli per farsi colonna sonora di un’Europa devastata, mentre Gallo disegna una costellazione di figure in cui il trauma si specchia e si riproduce, facendo riemergere Procne nell’ombra degli ultimi versi eliotiani accanto alla follia vendicativa di Hieronimo, e introducendo, con Marie e la ballata di Mayerling, una variante storica dello stesso abuso, in cui il corpo femminile ucciso viene ridotto a manichino occultato, legato a un bastone. La poesia si struttura come coro polifonico ed eterogeneo attorno all’invocazione del <em><i>Pervigilium Veneris</i></em>: «<em><i>Quando fiam uti chelidon</i></em>», momento in cui la scommessa metapoetica rivela la propria posta etica, poiché davanti a un coro che continua a cantare il soggetto contemporaneo misura l’isolamento del proprio silenzio, e la domanda sulla primavera coincide con l’urgenza di una scrittura capace di spezzare l’anestesia del presente, in attesa che la lingua mozzata della poesia possa mutarsi in rondine e smettere di tacere.</p>
<p>In tal modo, lo smantellamento delle retoriche consolatorie permette all’ordigno di <em><i>Procne Machine</i></em>&nbsp;di intercettare le coordinate di una riflessione sulla “cultura del femminicidio” tracciate, tra gli altri, da Ivan Jablonka. Il trauma arcaico di Filomela cessa di essere un caso isolato o un fossile mitologico per farsi sintomo di una struttura permanente, una macchina sociale e antropologica che da secoli pianifica il silenziamento del corpo femminile e l’annientamento della sua soggettività. Come Jablonka dimostra –nel recentissimo <em><i>La cultura del femminicidio </i></em>(Einaudi, 2026) – che la violenza di genere non è un raptus ma l’esito di una pedagogia del dominio, così il montaggio di Gallo isola i dispositivi di questa coercizione: la recisione della parola, l’occultamento del cadavere (evocato nella ballata di Mayerling) e la reificazione dello sguardo. Il saggio in versi si appropria di questa postura sociologica e documentaria, trasformando la citazione letteraria in un referto giudiziario che accusa la storia e la sua cronaca.</p>
<p>La traiettoria intertestuale della sezione trova infine il suo culmine geopolitico e postmoderno nell’ultima parte, programmaticamente intitolata <em><i>Figure</i></em>, dove la filiazione letteraria della menomazione esce dai confini europei per agganciarsi al romanzo di J.M. Coetzee, <em><i>Foe</i></em>, riscrittura del mito di Robinson Crusoe in cui riemerge la figura afona del servo Friday:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>Un giorno Friday indossa una vestaglia e comincia a danzare. La mattina, in cucina, dove batte il sole. Gira su sé stesso con gli occhi chiusi per ore. Nel pomeriggio si sposta in salotto, dove le finestre danno a ovest. Fa dei versi con la gola, come se volesse «cantare». Solo più avanti Susan scopre che Friday danza perché a Londra ha freddo e vorrebbe sopravvivere all’inverno. Danza perché vorrebbe smettere di tremare. Un giorno però nella danza la vestaglia di Friday si apre e lascia intravedere qualcosa. L’occhio di Susan cade e lei resta a guardarlo a lungo e senza vergogna. Susan ripensa alla radice della lingua nel fondo della sua bocca scura. Allora l’aveva immaginata dimenarsi, non come una serpe ma come un verme tagliato a metà che continua a contorcersi.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-4">
<p>*</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>Susan pensa alle figure, a quanto siano necessarie per coprire ciò che non riusciamo a raccontare.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con questo affondo la riflessione sul silenziamento della carne subisce una torsione radicale che investe la sfera dell’eros, inteso come energia legata alle dinamiche del potere e della scopofilia, laddove la danza circolare e solitaria di Friday a Londra cessa di apparire come performance esotica o strategia di adattamento per rivelarsi esibizione inconscia di un corpo desiderante e desiderato, sottratto alle proprie coordinate e interamente reificato dall’occhio dell’Occidente, mentre i fonemi spezzati, quei versi con la gola di chi tenta un canto impossibile, diventano il correlativo di una sessualità mutilata, di un eros privato della facoltà di nominarsi e consegnato al ritmo della ripetizione coreutica.</p>
<p>L’occhio di Susan Barton che resta a guardare Friday a lungo e senza vergogna inaugura una dialettica erotica asimmetrica e voyeuristica, in cui lo sguardo bianco, coloniale spoglia Friday della sua alterità per ridurlo a oggetto di una curiosità insieme anatomica, politica e feticistica. In questa pulsione a vedere si consuma una sovrapposizione concettuale per cui l’attrazione per il sesso nascosto e svelato si sposta sulla visione mentale della mutilazione della bocca, trasformando la cavità oscura di Friday in uno spazio perturbante dove eros si sposa con thánatos, e permettendo a Gallo di mettere a sua volta a nudo il nucleo dell’ambivalenza erotica nel contesto dell’abuso, dove il desiderio dell’altro si rivela inseparabile dalla coscienza della sottomissione storica. Lo slittamento dell’analogia formale del libro, con la lingua mozza che da guizzante coda di una serpe si riduce alla miseria viscerale di un verme tagliato a metà, descrive proprio questo naufragio del desiderio, esponendo il corpo di Friday nella nudità dello spasmo biologico, svuotato di ogni residuo di seduzione lirica o di esotismo consolatorio, là dove godimento e dolore si confondono nell’afasia, mentre le figure evocate da Susan Barton, orchestrate da Gallo attraverso il montaggio colto, si rivelano dispositivi di mascheramento immunologico, schermi formali necessari per coprire ciò che non riusciamo a raccontare, veli stesi per disciplinare e anestetizzare l’attrazione per la carne offesa dell’altro.</p>
<p>Questa specifica postura metodologica permette di tracciare un decisivo riallineamento stilistico e tematico tra l’ordigno testuale di <em><i>Procne Machine</i></em>&nbsp;e l’opera di Anne Carson, da cui Gallo assimila la pratica radicale del saggio in versi, inteso quale territorio ibrido in cui l’indagine filologica e l’ossessione critica diventano il motore della tensione espressiva, ritrovandovi la teorizzazione dell’eros come mancanza, frammento e ferita. Come Carson ha ampiamente dimostrato nel suo studio <em><i>Eros il dolceamaro</i></em>, il desiderio si attiva sempre nello spazio vuoto, nella fessura geometrica che separa l’amante dall’amato, e in <em><i>Procne Machine</i></em>&nbsp;questa fessura coincide esattamente con il perimetro dell’amputazione, rendendo il parallelismo stilistico stringente, poiché la poesia di Gallo, procedendo per ellissi, blocchi isolati e bruschi tagli grafici, mima sulla pagina sia l’anatomia della lesione linguistica sia l’andamento interrotto del desiderio impossibile. L’eros, per entrambe le autrici, rifiuta la dizione fluida dell’idillio per scriversi attraverso lacerti, essendo il frammento l’unico residuo biologico fedele tanto all’estasi quanto all’abuso subìto, e integrando la pulsione erotica nella tessitura critica del mito Gallo dimostra che la violenza antropologica, oltre a zittire la storia, colonizza l’immaginario dei corpi, costringendo la poesia contemporanea a cercare la propria verità proprio lì dove lo sguardo desiderante si scontra con il trauma del silenzio.</p>
<p>Il libro si sviluppa poi verso la terza sezione, <em><i>Le metamorfosi</i></em>, un ampio poemetto polifonico che estende la spietata fenomenologia dei corpi oggettivati, la cui analisi per estratti permette di penetrare la precisione clinica di questo movimento, a partire da una soglia presidiata da un frammento della tradizione letteraria italiana:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>Diamine! Chi ha insegnato la musica a questi morti, che cantano di mezza notte come galli? In verità che io sudo freddo, e per poco non sono più morto di loro. Io non mi pensava perché gli ho preservati dalla corruzione, che mi risuscitassero.</p>
<p>(Giacomo Leopardi, <em><i>Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie</i></em>)</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’innesto della citazione leopardiana fissa la tonalità barocca e macabra dell’intero movimento, portando la dialettica tra silenzio e risonanza a sperimentare un punto di non ritorno formale, dove chi parla assume lo statuto dell’operatore, dello scienziato o del moderno Tereo che ha creduto di poter governare la carne dei vinti sottoponendola a un processo di ibernazione coercitiva e, paradossalmente, protettiva. Il panico del tassidermista davanti al risveglio acustico delle sue mummie coincide con il collasso dell’illusione immunologica, svelando che preservare i corpi dalla corruzione storica o filologica costituisce il meccanismo involontario che ne garantisce la spettrale resurrezione, sicché la poesia, lungi dall’addomesticare la ferita, ne riattiva la presenza nell’istante in cui i morti si riappropriano di un canto notturno capace di paralizzare la coscienza di chi custodisce la teca.</p>
<p>Subito sotto questa soglia, la dizione lirica si frantuma e si distribuisce lungo una scansione narrativa di precisione anatomica, dissolvendo definitivamente il soggetto lirico tradizionale a favore della voce corale e afona di creature ornitologiche catturate, operate e ridotte a oggetti domestici:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>Da quando ci hanno impagliate<br />
non abbiamo più bisogno<br />
di un posto dove andare.<br />
Siamo qui su una mensola<br />
tra la finestra e l’armadio…</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>La prima sequenza del poemetto descrive l’esito della reificazione spaziale e organica, mostrando come le creature «impagliate» – calco contemporaneo della mutilazione di Filomela – abitano una stasi post-mortem in cui la privazione della libertà viene interiorizzata come assenza di bisogno, e dove la mensola, stretto perimetro domestico sospeso «tra la finestra e l’armadio», diventa la parodia del nido e del cielo. In questa immobilità artificiale, gli uccelli impagliati evocano l’immaginario perturbante della tassidermia cinematografica, configurandosi come presenze domestiche sospese tra decorazione, minaccia e necrofilia dello sguardo, secondo una linea che richiama alla mente <em><i>Psycho</i></em>&nbsp;di Alfred Hitchcock, dove gli uccelli imbalsamati che abitano la stanza di Norman Bates portano il segno di una vita catturata, fissata e resa disponibile allo sguardo. Anche nel poemetto di Gallo la tassidermia espone, irrigidisce e profana, procedendo a ritessere l’archeologia della cattura, il ricordo delle gabbie, la sofferenza dell’istinto migratorio represso («prendevano le sbarre a testate / [&#8230;] a migrare senza andare») e l’attesa frustrata degli uomini, pronti a monetizzare o consumare esteticamente la dizione naturale («in attesa di sentirci cantare / ma noi siamo rimaste / mute per tutta l’estate»). Di fronte al rifiuto di farsi intrattenimento, il potere ricorre al congelamento, eleggendo la busta di plastica e il frigorifero a moderni dispositivi di smaltimento e sospensione della memoria.</p>
<p>La sequenza successiva si addentra in una vera e propria autopsia della forma, descrivendo dettagliatamente il processo di tassidermia vissuto come tortura tecnica sulla carne indifesa:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>L’avranno tirata fuori dal frigo<br />
per farle subito delle foto<br />
di faccia, di profilo<br />
sul tavolo di marmo nuovo<br />
poi l’avranno scuoiata<br />
piano, con un coltellino…</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questi versi la precisione chirurgica di Gallo mima il protocollo poliziesco e scientifico, inserendo lo sguardo contemporaneo che reifica la vittima sottoponendola a una schedatura visiva di faccia e di profilo sopra il tavolo di marmo nuovo, asettico altare del sacrificio tecnologico, mentre la scomposizione del corpo avviene attraverso la parcellizzazione metodica, dallo scuoiamento all’asportazione degli organi interni, fino allo svuotamento della carne e del grasso. La conservazione esige l’innesto dell’artificiale, sostituendo il nucleo biologico con un simulacro: «le avranno messo dentro / una specie di gesso / una massa morbida / di un materiale strano», finché la pelle originaria viene tirata e ricucita con un filo di nylon volto a rendere invisibile il taglio sul davanti, cucitura invisibile che si pone come l’esatta metafora della testualità post-traumatica, una scrittura “ortesica” che ricopre il vuoto interno, occultando la cicatrice per restituire un’apparenza ordinata e commercializzabile sul mercato delle forme.</p>
<p>Tuttavia, l’equilibrio della teca è precario, esposto alla degradazione atmosferica («la muffa ci rovina la pelle», «ci vengono le crepe») e alla violenza dello sguardo voyeuristico degli ospiti della casa, tanto che il corpo impagliato subisce la persecuzione del tatto infantile e adulto:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>…qualcuno si avvicina e ci tocca,<br />
a volte i bambini ci tengono<br />
nelle mani per ore [&#8230;]<br />
vogliono capire che cosa<br />
abbiamo dentro, di cosa<br />
siamo fatte, se siamo piene<br />
di paglia o di cartone.<br />
«Come le mummie», dice la madre…</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>La curiosità anatomica dei visitatori smaschera lo statuto di finzione del reperto attraverso il paragone materno con le mummie, riallineando il testo alla soglia leopardiana, e questa violenza conoscitiva si riflette specularmente nella regressione bestiale dei padroni di casa, colti in un interno domestico saturo di sostanze e nudità, dove gli umani si trasformano in «due creature enormi / due glabri rapaci orripilanti / che si beccavano / fino a farsi sanguinare». L’esito di questo scontro domestico è una caduta rovinosa che sfigura ulteriormente i resti già mutilati («Lei aveva il becco scheggiato / e io un occhio caduto»), provocando l’esilio finale all’interno del «buio del cassetto», dove le forme smettono di essere guardate perché private del decoro borghese.</p>
<p>Nel buio del contenitore si attiva un dialogo sotterraneo tra i frammenti della memoria, in cui riemerge il comando del silenzio quale strategia di sopravvivenza psichica:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>Andavo avanti a raccontarle<br />
ma lei non rispondeva.<br />
[&#8230;] ho visto che con il becco<br />
aveva graffiato un lato della scatola,<br />
aveva provato a scrivere qualcosa.<br />
Nella testa mi è sembrato<br />
di sentire la sua voce, e diceva,<br />
«smettila di ricordare»…</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il graffio sul cartone eredita la tela di Filomela e la scrittura rudimentale di Lavinia, ma la parola incisa si rivela un’invocazione all’oblio («smettila di ricordare»), dacché la memoria viene vissuta come un surplus tossico che impedisce l’adattamento alla condizione di scarto. Nonostante la riparazione estetica successiva, ottenuta con l’uso dello stucco per il becco e con la sostituzione dell’organo visivo tramite «un paio di madreperla» giudicato bellissimo dal pubblico, la reazione della materia produce un duplice schianto volontario, un suicidio formale in cui le due parti cadono «con lo stesso volo / con lo stesso doppio schianto» per ritrovarsi «fianco a fianco» sul pavimento,&nbsp;rifiutando il restauro consolatorio del trespolo.</p>
<p>La narrazione si sposta quindi al piano superiore, introducendo la figura patologica di un padre solo, custode di trappole e documentari ornitologici, e di una figlia adolescente ridotta in uno stato di segregazione biologica:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>Fino a poco tempo fa sua figlia<br />
girava per casa, apriva il frigo<br />
e mentre mangiava restava<br />
a fissarci per ore [&#8230;]<br />
Voleva capire, diceva,<br />
gli istinti di sopravvivenza…</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ossessione della ragazza per la storia del cuculo intruso – che svuota il nido degli altri per fagocitare tutto il nutrimento – e per l’inquietudine pre-migratoria («la necessità di ingrassare / prima di mettersi a volare») anticipa il dramma del suo stesso corpo, compiendo la metamorfosi sotto forma di ipertrofia psicosomatica e morte per accumulo. Avvisate dal lezzo della decomposizione, le autorità scoprono il cadavere della sedicenne «distesa nel letto», trasformata in una massa informe di «centotrenta chili / tra escrementi e avanzi di cibo», di fronte a cui il padre, interrogato, dichiara un’afasia morale totale, avendo nutrito la figlia assecondandone ogni richiesta, incapace di comprendere la traiettoria di quel tragico ingrassamento vissuto dalla giovane come un accumulo di riserve per un «grande viaggio» migratorio mai iniziato. La confessione dell’uomo svela una fobia profonda per la maturazione biologica della ragazza («aveva le sue cose / continuava a crescere / [&#8230;] e lui aveva paura / di non riconoscerla»), un terrore del femminile che riattiva la colpa di Tereo sotto la specie dell’omissione e del distacco oculare.</p>
<p>L’ultima parte del poemetto introduce una figura femminile anziana e confusa, una custode che instaura con i reperti un rapporto erotico e perturbante:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>Ogni tanto si avvicinava<br />
e ci chiedeva di cantare.<br />
Noi restavamo mute [&#8230;]<br />
Altre volte invece si alzava<br />
la veste della gonna<br />
e mostrava ai vicini<br />
il suo sesso raggrinzito…</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’esibizione del sesso senile e deteriorato scardina nuovamente le logiche del voyeurismo, trasformando l’isolamento in una parodia carnevalesca, finché la fine di questa donna, che muore «supplicando» gli spettri del proprio soffitto di lasciarsi toccare e baciare come bambini, precipita il testo nell’orizzonte dello smaltimento totale, dove i topi consumano i resti carnali della vecchia e i nuovi inquilini ristrutturano lo spazio eliminando la muffa e programmando l’eliminazione delle mummie ornitologiche: «andranno nella plastica / o nell’indifferenziato / non credo ci sia ancora della carne».</p>
<p>Prima dell’evacuazione definitiva, i corpi aperti vengono privati della loro dignità biologica e ridotti a «osceni vuotatasche», contenitori inerti all’interno dei quali Gallo elenca, con una tecnica di montaggio oggettuale, una serie di residui tecnologici e clinici della contemporaneità sotto la dicitura esplicita:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-4">
<p>COSE CHE SI POSSONO INFILARE</p>
<p><em><i>una pallina da ping pong [&#8230;] </i></em><br />
<em><i>il blister delle pillole </i></em><br />
<em><i>anticoncezionali </i></em><br />
<em><i>le stampe dell’eco </i></em><br />
<em><i>della sonda a ultrasuoni </i></em><br />
<em><i>il ricambio dei bottoni…</i></em></p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo inventario di scarti, che va dalle lamette usate ai flaconi di ansiolitico fino alle tracce ecografiche di una riproduzione monitorata, satura la cavità della carne mutilata colmando l’antico vuoto di Filomela con i detriti del capitalismo avanzato, mentre l’operazione finale di reificazione prevede un ultimo innesto metallico:</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="td-paragraph-padding-4">
<p>Ci hanno messe dentro [&#8230;]<br />
qualcosa di freddo, di metallico.<br />
[&#8230;] Abbiamo un bottone<br />
sotto la superficie piumata<br />
e se la schiacci parte come<br />
un verso registrato<br />
<em><i>Jug Jug</i></em>…</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>La reintroduzione del fonema eliotiano «Jug Jug» avviene ora sotto forma di automatismo tecnologico, un verso registrato attivabile tramite la pressione di un interruttore meccanico che canta a comando, producendo un calore interno volto a simulare la pulsione erotica («qui, nel petto, e poi piú sotto / tra le zampe»). Questo surriscaldamento del dispositivo provoca infine il cortocircuito liberatorio dell’opera, la sua catarsi incandescente e infera, giacché il metallo fonde internamente l’ingranaggio, spingendo il fumo fuori dal becco e allargando una macchia nera che mangia la pelle cancellando i tagli della tassidermia, e avviando, attraverso una combustione lenta e spietata, l’incendio che distrugge i simulacri, consuma gli arredi della casa e riduce l’apparato della rappresentazione a un cumulo di fumo nero.</p>
<p>Questa dissoluzione prolunga la metamorfosi e subisce una radicale torsione formale nella quarta sezione del libro, intitolata significativamente <em><i>Traducendo Keats</i></em>, all’interno della quale la filologia si fa carne e la dizione sperimenta una vera e propria ricreazione del mito attraverso la pratica della riscrittura. Il quaderno di traduzioni cessa di apparire come un esercizio di trasposizione accademica per configurarsi quale corpo a corpo con la parola dell’altro, permettendo a Gallo di raccogliere l’eredità dell’ode romantica e di sabotarne l’armonia originaria inoculando nella lingua di Keats le tossine del trauma contemporaneo, tanto che la traduzione diventa atto di appropriazione e metamorfosi, dove la voce del poeta inglese viene decostruita e rimontata affinché il suo celebre canto dell’usignolo assuma la dizione ferita di un corpo che tenta di nominare l’abuso. Tradurre significa allora forzare la forma fino a costringerla a dire il vero, ripetendo il gesto di Filomela che tesseva sulla tela i segni della propria menomazione, espandendo la scrittura in uno spazio di transizione in cui l’io lirico si dissolve nell’alterità del testo tradotto, a testimonianza di come la ricreazione del mito possa avvenire solo attraverso l’esperienza di uno sradicamento linguistico totale.</p>
<p>Questa traiettoria di spiazzamento formale approda alla quinta e ultima sezione della raccolta, <em><i>Il quadro (nessun recinto salva)</i></em>, dove la ricerca poetica assume una densa curvatura ecfrastica, misurandosi direttamente con l’opera pittorica di Max Ernst, <em><i>Due bambini sono minacciati da un usignolo</i></em>, assunta quale correlativo oggettivo definitivo dell’indagine sulla minaccia e sul confine. Il quadro di Ernst, con il celebre sportellino di legno tridimensionale applicato sulla superficie dipinta, scardina l’illusione della cornice proprio come la poesia di Gallo incrina i recinti della lirica tradizionale, fissando nell’immobilità del segno pittorico la minaccia ornitologica che nella prima sezione si manifestava come fobia urbana e nella terza come automa meccanico. L’usignolo di Ernst, minuscolo e apparentemente inoffensivo, tiene in scacco lo spazio della rappresentazione e terrorizza i corpi dei bambini che tentano una fuga impossibile, facendo risuonare la formula nessun recinto salva come la sentenza dell’intero libro, per cui nessuna barriera immunologica, protezione borghese o struttura formale riesce ad arginare l’irruzione del trauma, laddove il recinto del quadro, violato dall’elemento plastico esterno, mostra una ferita sempre aperta che l’arte può soltanto esporre nella sua perturbante evidenza.</p>
<p>L’archeologia del trauma e l’archeologia del mito si fondono così, al termine delle cinque sezioni, in un’unica percezione spettrale dello spazio e del corpo, dove i territori dell’infanzia, le stanze dell’isolamento e gli organi della voce recano in sé le tracce di una transizione violenta, un’evacuazione silenziosa che riduce l’antico shock antropologico a una serie di presenze larvali. Si tratta della dinamica di una memoria ferita che lotta contro l’occultamento e che, per non soccombere, si fa essa stessa spettro o automa, rievocando ossessivamente il lutto di un mondo sottratto o di una lingua recisa che continua a perseguitare la coscienza moderna. Se il silenzio imposto dal carnefice viene aggirato nel mito attraverso una scrittura non verbale, identificata nella tela tessuta da Filomela, in <em><i>Procne Machine</i></em>&nbsp;questa trama si virtualizza e si scontra con le gabbie sociali attraverso “texture” grafiche, apparati testuali in cui si è trasformata la forma di scrittura che chiamiamo poesia nel contemporaneo, dove persino la carne sperimenta la propria dissoluzione e il proprio sradicamento spaziale. L’incapacità di mappare storicamente un posizionamento muta il racconto in un agglomerato di pezzi isolati, un assemblaggio robotico privo di coordinate temporali entro cui il reale e il biologico si svuotano per gradi, mentre il grido strozzato nella gola di Procne classifica un territorio ridotto a traccia sotterranea, invisibile all’iper-funzionalismo della produzione continua, spingendo il corpo marginale a farsi carico della necessità di sottrarsi, di rimanere indecifrabile, affinché l’archetipo antico si incarni in un’esistenza che resiste rendendosi volutamente inoperosa, custodendosi nel silenzio o nel ronzio meccanico dell’automa.</p>
<p>Il punto di massima escandescenza si compie là dove il testo, almeno a mio avviso, sembra incontrare la teoria del simulacro di Jean Baudrillard, mostrando come la realtà venga interamente sostituita dalla sua simulazione e dimostrando come il presente tecnologico sia in grado di fagocitare il sacro e il tragico per ridurli a pura interfaccia di segni orfani di un referente reale. Il presente assoluto evoca quella linea d’ombra che l’Occidente ha gettato sopra il sacrificio delle generazioni, sostituendo la profondità storica con la simultaneità spaziale e i consumi frenetici, entro un movimento generale che muove verso un lento disfacimento, consumando gli alibi lirici e i simulacri protettivi per preparare la parola a varcare il crinale dell’oggi, per andare a misurarsi con il luogo in cui tutti gli scheletri della stessa storia occidentale – e dei suoi miti, dalla “favolosa” ma quanto cruenta origine – si radunano concretamente: sul margine della terra di una cultura ferita, dove nessun recinto, appunto, salva.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/03/lusignolo-la-macchina-2/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La vita senza desideri</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/02/la-vita-senza-desideri/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/02/la-vita-senza-desideri/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Oct 2026 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Arianna Martini]]></category>
		<category><![CDATA[campo profughi]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo Pelo]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Politi]]></category>
		<category><![CDATA[reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Support and Sustain Children]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122372</guid>

					<description><![CDATA[di <strong> Leonardo Pelo</strong> <br />
Il 12 di ottobre esce “Dio è morto. La vita senza desideri in un campo profughi”, un piccolo/grande libro che racconta l’esperienza di Leonardo Pelo in un campo di profughi siriani. Tutti i ricavati delle vendite del volume andranno a supporto dell’associazione SSCh. Una ragione in più per acquistarlo e leggerlo.
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-122381" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Dio_e_morto-copertina.png" alt="" width="356" height="536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Dio_e_morto-copertina.png 718w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Dio_e_morto-copertina-199x300.png 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Dio_e_morto-copertina-680x1024.png 680w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Dio_e_morto-copertina-279x420.png 279w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Dio_e_morto-copertina-150x226.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Dio_e_morto-copertina-300x452.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/Dio_e_morto-copertina-696x1048.png 696w" sizes="(max-width: 356px) 100vw, 356px" /></strong></p>
<p>*</p>
<p><strong>Leonardo Pelo</strong>,<a href="https://renudo.org/book/6568/dio-e-morto/"> <em>Dio è morto. La vita senza desideri in un campo profughi</em></a>, ReNudo, 2026</p>
<p>Il 12 di ottobre esce un piccolo/grande libro che racconta l’esperienza di Leonardo Pelo in un campo di profughi siriani. Tutti i ricavati delle vendite del volume andranno a supporto dell’associazione <a href="https://www.supportandsustainchildren.org/">SSCh</a>. Una ragione in più per acquistarlo e leggerlo.<br />
Di seguito la prefazione al volume di <strong>Arianna Martini</strong> e un estratto da un capitolo del libro – “Ammalarsi” &#8211; scritto da <strong>Leonardo Pelo</strong>. Le fotografie sono dell&#8217;autore e di Pietro Politi.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: right;"><em>Prefazione del libro, di Arianna Martini<br />
</em><em>fondatrice di Support and Sustain Children (SSCH):</em></p>
<p style="text-align: left;">Sperare non basta.<br />
Questo libro non è nato per spiegare la Siria, né per commuovere.<br />
È nato per restare.<br />
Restare addosso a chi legge, come restano addosso certe storie quando le incontri davvero e non puoi più archiviarle come “lontane”. Leonardo Pelo ha fatto una cosa semplice e rara: è entrato in un luogo dove la speranza è considerata un lusso e ha scelto di non aggiungerne di finta.<br />
Ha ascoltato.<br />
Ha guardato.<br />
Ha scritto senza protezioni.<br />
<img loading="lazy" class="alignright wp-image-122389" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI.jpg" alt="" width="349" height="524" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI.jpg 788w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI-768x1152.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI-696x1044.jpg 696w" sizes="(max-width: 349px) 100vw, 349px" />Leggerlo, per me, ha significato anche altro. Ha quasi messo ordine nel tumulto che da anni mi porto dentro, come si può immaginare dopo tanto tempo passato nei campi, tra storie che non si chiudono mai davvero. Non perché chiarisca, ma perché chiama le cose con il loro nome.<br />
In queste pagine non troverete eroi, né redenzioni facili. Troverete persone vive, che vivono in condizioni che non permettono il futuro come lo intendiamo noi. Persone per cui desiderare non è un diritto naturale, ma qualcosa che si spegne per sopravvivere.<br />
Leonardo non salva nessuno, e proprio per questo è onesto. Non addolcisce, non semplifica, non cerca colpevoli comodi. Restituisce la realtà per quello che è: dura, contraddittoria, spesso insopportabile. E lo fa con rispetto, che è la forma più alta di umanità.<br />
Io lavoro da anni nei campi profughi. So quanto sia facile trasformare il dolore in racconto edificante, quanto sia sottile il confine tra testimonianza e spettacolo. Questo libro quel confine non lo oltrepassa mai. Rimane dalla parte giusta: quella delle persone, non delle narrazioni.<br />
Eppure, dentro tanta assenza, qualcosa resiste. Non la speranza urlata, ma quella più ostinata e silenziosa: il continuare a vivere, il continuare a esserci, il non cedere del tutto all’annullamento. È una speranza che non consola, ma chiede. Chiede responsabilità, presenza, scelta.<br />
Questo libro non chiede compassione.<br />
Chiede di non voltarsi dall’altra parte.<br />
Ed è per questo che conta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-122391" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI_PTRT7277.jpg" alt="" width="374" height="561" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI_PTRT7277.jpg 689w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI_PTRT7277-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI_PTRT7277-682x1024.jpg 682w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI_PTRT7277-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI_PTRT7277-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/PIETRO-POLITI_PTRT7277-300x450.jpg 300w" sizes="(max-width: 374px) 100vw, 374px" />estratto dal capitolo AMMALARSI,</em><br />
<em> di Leonardo Pelo:</em></p>
<p>Ammalarsi, come in tutti i posti, è comune. Quello che qui diventa raro è curarsi.<br />
Sagida ha 16 anni: da queste parti, in realtà, è già una donna. Una madre.<br />
Ha ricordi solo di qui. I suoi genitori sono scappati dalla guerra civile.<br />
Rifugiati già nel 2011, presto sono scaduti i documenti provvisori e, da un giorno all’altro, sono diventati clandestini.<br />
Il padre, dopo pochi anni, è scappato in cerca di una vita migliore. Nessuno sa che fine abbia fatto.<br />
Lei si è aggregata (il termine è freddo, ma rende l’idea) al nonno. Morto lui, è diventata orfana.<br />
In molti paesi musulmani la definizione di orfano si applica se viene a mancare il ramo maschile, la madre non potendo garantire per mille ragioni — culturali e pratiche — il sostentamento non ti salva dalla definizione di orfano.<br />
Danya, sua figlia, perde molto peso in pochi mesi: “Non riusciva a tenere su la testa. Dormiva sempre. Non stava sveglia”. Non ci sono bilance nel campo, perdere peso non è qualcosa che misuri, è qualcosa che vedi.<br />
Riesce, grazie ad Amina — una dipendente di SSSH — a portare in ospedale la piccola Danya.<br />
“Arrivati lì, non avendo documenti, veniamo cacciati senza neanche poter parlare con un infermiere. Cambiamo ospedale. Due volte. Tre. Sempre la stessa storia. Nessun documento, nessuna cura.<br />
Al terzo ospedale, mi racconta Amina sovrapponendosi alle parole di Sagida, “chiamano la sicurezza e ci mandano via come se non ci fosse una persona da salvare. Una neonata.”<br />
L’assenza di un linguaggio aggressivo è qualcosa che mi stupisce.<br />
È come se non ci fosse spazio per la rabbia, solo disperazione.<br />
Nel quarto ospedale, il giorno dopo, si portano i soldi: tanti.<br />
Anche i comuni esami del sangue hanno un sovrapprezzo, quello del silenzio per evitare denunce.<br />
Il medico, pagato rigorosamente in nero, la visita.<br />
Niente deve risultare, anche perché in teoria sarebbe tenuto a segnalare alle autorità le persone clandestine.<br />
Nulla di grave, come spesso accade con le infezioni, se prese in tempo.<br />
Il salva-vita? Un semplice antibiotico (l’amoxicillina, prezzo in Italia circa 8 euro).<br />
Una cura ricostituente e un antibiotico. Niente di particolare.<br />
Niente di così grave in Occidente; in un campo profughi può costare una vita.<br />
Una vita che evidentemente vale 8 euro. Circa 8 euro.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-122393 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/LeonardoPELOIMG_3328.jpg" alt="" width="1613" height="907" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/LeonardoPELOIMG_3328.jpg 1613w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/LeonardoPELOIMG_3328-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/LeonardoPELOIMG_3328-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/LeonardoPELOIMG_3328-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/LeonardoPELOIMG_3328-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/LeonardoPELOIMG_3328-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/LeonardoPELOIMG_3328-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/LeonardoPELOIMG_3328-696x391.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/LeonardoPELOIMG_3328-1068x601.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1613px) 100vw, 1613px" /></p>
<p><em>(per chi si trovasse a Milano, alle ore 18,30 del 7 ottobre ne parleremo con l&#8217;autore, alla Libreria Feltrinelli di Corso Genova, 20)</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/02/la-vita-senza-desideri/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Da Taccuini dall’immanenza. Dalla poesia e dalla pittura al tempo dell’espressività diffusa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/01/da-taccuini-dallimmanenza-dalla-poesia-e-dalla-pittura-al-tempo-dellespressivita-diffusa/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/01/da-taccuini-dallimmanenza-dalla-poesia-e-dalla-pittura-al-tempo-dellespressivita-diffusa/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 05:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[espressività diffusa]]></category>
		<category><![CDATA[Taccuini dell'immanenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122378</guid>

					<description><![CDATA[di <strong> Biagio  Cepollaro</strong> <br /> Questi pensieri sono tratti da Taccuini dall’immanenza. Dalla poesia e dalla pittura al tempo dell’espressività diffusa. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Biagio Cepollaro</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-122379" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/01-Tracce-A-27-2025-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/01-Tracce-A-27-2025-217x300.jpg 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/01-Tracce-A-27-2025-742x1024.jpg 742w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/01-Tracce-A-27-2025-768x1060.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/01-Tracce-A-27-2025-1113x1536.jpg 1113w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/01-Tracce-A-27-2025-1484x2048.jpg 1484w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/01-Tracce-A-27-2025-304x420.jpg 304w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/01-Tracce-A-27-2025-150x207.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/01-Tracce-A-27-2025-300x414.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/01-Tracce-A-27-2025-696x960.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/01-Tracce-A-27-2025-1068x1473.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/01-Tracce-A-27-2025-1920x2649.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/01-Tracce-A-27-2025-scaled.jpg 1856w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /></p>
<ol>
<li>Fare questi pastelli</li>
</ol>
<p>Fare questi pastelli mi è essenziale in questi miei giorni: ormai più di un anno di lavoro quotidiano. Oggi il numero 614. La stessa sensazione della poesia: aver significato un giorno, aver dato un senso interno, più profondo, più lussuoso. Eppure pronto a buttare via tutto, perché quello che conta non è il fatto ma la voglia di fare ancora. Il senso è la voglia di creare, di tracciare un segno che nessuno chiede e che a nessuno serve. E a nessuno è asservito.</p>
<ol start="2">
<li>Le notifiche</li>
</ol>
<p>Appena sveglio, a controllare le notifiche di Facebook e di Instagram. Un tempo il termine “notifica” aveva quasi sempre un sapore minaccioso: era il Tribunale, erano le Tasse, era comunque qualcosa che veniva comunicato oggettivamente, implacabilmente, impersonalmente. Raramente una notifica era irrilevante. Appena sveglio, mi informano sugli atti di persone che in realtà non conosco e che, propriamente, non compiono atti ma cliccano e postano, si distraggono e si anestetizzano, come me, dal dolore contemporaneo.</p>
<ol start="3">
<li>L’aria di primavera e Albert Camus</li>
</ol>
<p>Mi piace l’odore umido del bucato sullo stendino, mi piace anche stirare le camicie; mi piace il ripetersi periodico, la scansione come l’alba e il tramonto, la ripetizione delle stagioni, la sorpresa ogni anno della prima aria di primavera, quella sottile eccitazione, promessa di emozione, di fragranza, il sapore dell’immanenza quando sei dentro, assorbito nel momento senza residuo, come nel gesto pittorico o scrittorio. È un fendere l’acqua nell’avanzare, un tracciare una rotta che poi si scioglie, si cancella al richiudersi dello squarcio. È il clima della mia tesi di laurea sul giovane Albert Camus, sulla sua Algeria metafisica, sul nucleo tragico della sua felicità corporale. Se non avessi conosciuto quell’aria della primavera del Mediterraneo, non avrei mai capito Camus, non avrei capito <em>Il mito di Sisifo</em> e non avrei neanche capito, per contrasto, per assoluto contrasto, <em>La critica della ragion pura</em> di Kant.</p>
<ol start="4">
<li>L’arte come esperienza di immanenza</li>
</ol>
<p>L’arte come una via per giungere all’esperienza dell’immanenza. Dentro la cosa che stai facendo, dipingendo, scrivendo. Una logica e una dinamica che sono dell’oggetto, del manufatto che si va creando sotto ai propri occhi: perfetto equilibrio tra caso e intenzione, tra desiderio e frustrazione, tra ciò che capita e ciò che si vuole. In assenza di istituzioni culturali che abbiano conservato adeguata autorevolezza per valutare, ognuno è solo con il proprio esito. L’esito del lavoro ci accompagna in una solitudine che fino a trenta, quaranta anni fa era impensabile. Allora si poteva essere apocalittici oppure integrati. Si poteva essere anche tante altre cose. Oggi la stessa integrazione ha un sapore apocalittico o la stessa apocalissi ha un sapore di integrazione. L’esito del lavoro ci lascia soli: bisogna percorrere le strade dell’immanenza; queste strade sono circolari, sono eternamente ritornanti. Ogni giorno, apparecchiando la tavola e liberando ogni volta il tavolo. Ogni giorno, dopo ogni pranzo. È l’opera. È <em>La curva del giorno</em>.</p>
<ol start="5">
<li>Il sapore dell’immanenza</li>
</ol>
<p>L’immanenza è il non uscire da un certo grado di realtà e verità. Questo grado non sta di fronte a noi: è tutto intorno, è una condizione. In questo senso, ne <em>Il mito di Sisifo</em>, l’Assurdo e la “logica dell’assurdo” indicano la fedeltà alla propria condizione: non evadere, non consolarsi, restare. È in questa fedeltà che si realizza l’immanenza. Non molto distante, per analogia, è la nozione dell’estetica indiana di Rasa: succo, essenza, sapore. L’immanenza ha un suo sapore. Si è dentro un certo sapore.</p>
<ol start="6">
<li>Aderire e sparire</li>
</ol>
<p>Il movimento dell’aderenza si porta con sé paradossalmente l’immagine della sparizione. Dentro <em>la curva del giorno</em>, nella concretezza del fare, ci si stacca dalla propria immagine che si pensa visibile agli altri, una sorta di proiezioni sociale, di avatar. Ci si allontana da quell’immagine con la sensazione di sparire. E proprio quando la presenza si fa più intensa, come può solo la presenza che aderisce, proprio allora si guarda in faccia la paura di sparire e ci si accorge che esiste una sola presenza, quella della <em>curva del giorno</em>, che l’altra è solo una fantasia collettiva.</p>
<ol start="7">
<li>La complessità dell’ordinario</li>
</ol>
<p>Una poetica dell’aderenza può riferirsi al nesso tra gioco linguistico e forma di vita, alla configurazione — o costellazione — di senso che la poesia, come manufatto retorico-stilistico, costruisce a partire dall’ordinario, il quale, lungi dall’essere semplice, è altamente complesso. Basta considerare la qualità e la quantità di tecnologia richiesta per ogni singolo atto compiuto in casa, e le implicazioni culturali degli oggetti che la arredano.</p>
<ol start="8">
<li>Un mare di compulsioni</li>
</ol>
<p>Siamo tutti immersi dentro un mare di compulsioni. Comunichiamo in qualsiasi momento, di qualsiasi cosa, a chiunque e in ogni luogo. È una furia espressiva che inizia al nostro risveglio (sempre che non ci siamo svegliati una o più volte durante la notte) e finisce quando ci addormentiamo (sempre che riusciamo a dormire davvero e non semplicemente ci assentiamo a tratti). A confronto di questo mare di compulsioni, la vita distratta che lamentava Pascal era ancora pura meditazione sulla punta del naso. Una volta si diceva che l’agitazione non faceva star fermi; adesso non è uno stato psicologico il nostro: è la stessa infrastruttura della comunicazione. Una tecnologia basata sull’emissione e la ricezione di segnali ha sostituito la psicologia, al di là di ogni nostra buona intenzione di disciplinare il nostro comportamento. Noi siamo spinti a comunicare anche se, propriamente, non abbiamo nulla da dire né da ascoltare né da leggere né da scrivere. Il dolore è cresciuto così tanto da richiedere dosi molto più massicce di anestetico. Il mare di compulsioni in cui i vecchi si ritrovano e i giovani nascono è un mare di anestetico. Non è forse una coincidenza il fatto che questo mare abbia cominciato ad allagare le nostre terre proprio nei decenni in cui la crisi economica diventava permanente. Sono quarant’anni che la vasca del mondo continua a riempirsi, fino a che la misura sia colma.</p>
<ol start="9">
<li>La necessità di cambiare</li>
</ol>
<p>Un’esperienza non facile, quella di dover constatare l’esaurimento di un certo assetto formale, di una certa configurazione stilistica, di una determinata costellazione di senso. Si dice che la Seconda guerra mondiale — come del resto la Prima — sia stata molto importante nel mutamento stilistico delle traiettorie di molti poeti, come Ungaretti, Montale, Quasimodo, Sereni, Caproni e tanti altri, con il crollo dell’Ermetismo e l’apertura al lessico del quotidiano, alla coralità, alla testimonianza diretta. Era accaduto qualcosa di traumatico a livello globale nella cultura: penso al passaggio da <em>L’Étranger</em> a <em>La Peste</em> di Camus. Continuare con i modi dell’anteguerra sarebbe suonato come automanierismo, retorica fatua, autoreferenzialità insostenibile, sopravvivenza zombie di un mondo che di fatto non esisteva più. Fu necessario creare nuovi strumenti, intendere in modo nuovo il rapporto tra lingua e mondo, smettere, in alcuni casi, gli occhiali della metafisica per indossare quelli della storia.</p>
<ol start="10">
<li>Da Pound a Instagram: suono, immagine e senso</li>
</ol>
<p>Le domande intorno alla poesia che sanno di metafisica mi hanno sempre irritato, mentre il pensiero di Ezra Pound al riguardo mi ha convinto dalla prima volta che l’ho letto. La poesia è suono, immagine e senso: non si può negare nessuno di questi elementi, si può solo variarne la proporzione. Vi può essere una poesia che giochi le sue carte retoriche più sull’immagine che sulle altre componenti, o più sul suono o sul senso, ma non ci può essere poesia che sia del tutto priva di una di queste dimensioni. Ecco perché la cosiddetta poesia sonora, facendo sacrificio dell’immagine e del senso, non è sufficiente, così come non lo è la cosiddetta poesia visiva, che spesso sacrifica, a vantaggio delle strategie retoriche dell’immagine, sia il senso sia il suono. E neanche l’epigramma e la poesia gnomico-sentenziosa, spingendo troppo sul senso, possono sacrificare l’immagine e il suono. Un pensiero, insomma, non può costruire una poesia se non s’incarna nel suono e nell’immagine. Certo, è una questione di gradazioni e di diverse proporzioni, ma questi tre elementi devono giocare tutti e tre la loro partita. C’è da chiedersi oggi, rispetto alle parole di Pound, che ne è, nel nostro universo attuale della comunicazione e dell’estetica, dell’immagine, del senso e del suono che vanno a costituire la poesia. Questi elementi e la loro combinazione sono ancora gli stessi per le nostre percezioni, abituate a contesti differenti? L’immagine, ai tempi di Instagram, è ancora l’immagine dell’inizio del Novecento oppure ha acquisito una potenza diversa? L’immagine era qualcosa di raro e prezioso; in passato si esaltava l’immaginazione come facoltà creatrice proprio di immagini, ma oggi l’immagine è ancora questo sorprendente tesoro? Oppure l’inflazione dell’immagine ne ha irrimediabilmente mutato il senso all’interno della poesia? Lo stesso ragionamento va fatto per il suono, per la moltiplicazione esponenziale dell’accessibilità della musica e di ogni sorta di materiale sonoro. E il senso? Forse il senso è quello meno toccato da queste trasformazioni epocali. Sembra che il senso, con tutto il suo portato etico, emotivo, fàtico, abbia fatto un passo indietro. Sembra che il senso, progressivamente la comunicazione sociale, nella sua attuale estetizzazione, possa fare sempre più a meno del senso, come nella propaganda politica: una sorta di paradossale realizzazione di un programma dadaista su scala globale.</p>
<ol start="11">
<li>Le distanze come punti di partenza</li>
</ol>
<p>Resistere nell’involucro dell’immanenza vuol dire realizzare quasi visivamente la distanza da tutti gli altri. Soprattutto da coloro che fanno parte del nostro “ambiente”. Anzi, proprio il presunto “ambiente” che si presenta come nostro contesto a ben guardarlo si sbriciola, si disintegra sotto i colpi dell’immanenza che richiama ad aderire alla propria situazione. La distanza del nostro lavoro da quello degli altri è proprio incommensurabilità talvolta e quindi la sensazione della strada solitaria da percorrere diventa acuta: ci si pente di aver agito come se ci fosse comunanza e somiglianza. La comunità ermeneutica inizia davvero quando le distanze sono acquisite come punti di partenza, luoghi da cui si comincia a parlare.</p>
<ol start="12">
<li>La sperimentazione nel territorio dell’etica</li>
</ol>
<p>La crisi che rese necessario il passaggio dalle forme di <em>Fabrica</em> a quelle di <em>Versi nuovi</em> non fu soprattutto linguistica: non si trattava di passare dal “pastiche idiolettico” all’italiano standard, ma di realizzare un’autocritica costruttiva che avesse per oggetto il modo di considerare le maniere di relazionarsi agli altri attraverso le proprie attività. Si trattava di rimettere in gioco i temi che riguardavano il bene e il male, temi poco frequentati fino ad allora, temi che spostavano l’attenzione verso l’etica. La sottolineatura delle dimensioni linguistiche della poesia aveva portato, soprattutto nella storia delle neoavanguardie ma anche nelle manifestazioni delle postavanguardie, a non far cortocircuitare la ricerca formale con questioni dichiaratamente etiche. Il timore del contenutismo teneva lontani da queste zone che alla fine del Novecento a me sembravano particolarmente urgenti. Si trattava di portare gli strumenti della sperimentazione proprio in queste difficili zone, in questi territori minati dal buon senso e dal senso comune.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="13">
<li>Un rumore</li>
</ol>
<p>Periodi in cui non si ha nulla da dire. Si ascolta, si legge. Non si commenta, oppure sì, ma senza un piano, come per reazione. Periodi in cui non si “posta” nulla sui social, neanche una foto, neanche una frase. Periodi in cui, non avendo nulla da dire, non si dice nulla. Al tempo dell’espressività diffusa, questa condizione sembra mettere a rischio di sparizione. Così come può venir meno, in una camera stracolma di rumori, un singolo rumore: forse un gracchiare, o un tintinnare, o un fischio, o un battito di posate.</p>
<ol start="14">
<li>Il movimento</li>
</ol>
<p>Il movimento non implica una fine, un risultato, l’opera che conclude e che premia gli sforzi, l’opera che resta e che immortala o sostituisce. Il movimento non implica una fine né un risultato, ma un procedere: un processo fatto di fini e di risultati temporanei, come se il movimento fosse la vita stessa e i suoi giorni. Finché ci sono giorni, si va avanti, di lato, indietro, intorno: si va. E da ogni direzione c’è bottino, davanti, di lato e indietro, perché la vita è il bottino quando prende corpo nella ricerca e nel ritrovamento.</p>
<ol start="15">
<li>Il colore è anche segno</li>
</ol>
<p>Il colore è anche segno, come accidente della materia. L’incresparsi della materia definisce un segno, la sua ferita o la sua callosità, i suoi graffi o le sue incisioni. Gli accidenti della materia che è già colore producono i segni che sono sempre incarnati sia nella materia che nel colore. Nulla di astratto, nulla di mentale ma movimento della materia nella curva del tempo contemporaneo a tutto il resto, anche a noi che osserviamo o passiamo distratti.</p>
<ol start="16">
<li>La profondità è fatta da superfici</li>
</ol>
<p>Non esiste profondità che non sia costituita da superfici successive, impilate, per così dire. La parola poetica mente quando pretende di aver attinto alla profondità se non è passata da superficie a superficie, da apparenza ad apparenza, variando di scala e di contesto, ma non — soprattutto — di densità. La grande poesia di John Donne credo che sapesse già tutto questo. Ma i più aderenti di tutti, i più sapienti, gli insuperabili, sono i tragici greci: la parola qui è direttamente la situazione, la parola qui è la cosa.</p>
<ol start="17">
<li>La pittura come la poesia è una pratica</li>
</ol>
<p>La pittura, come la poesia, è una pratica, cioè un processo continuo. All’interno di questo processo ci sono poi molte articolazioni: i cicli, le serie, le varianti. E poi gli inizi, i consolidamenti, le estenuazioni e infine le opere davvero riuscite, che sono pochissime. Cinque, sei quadri, forse. Tre libri o, all’interno dei libri, alcune poesie. Ecco: ciò che davvero conta, per una vita, è il processo, non il singolo momento, la singola concrezione. Quelli che dicono — come dico io, con Rothko e con Mario Persico — “fare arte per me è respirare” indicano una forma di adattamento, un’ossessione poco nociva e talvolta molto gratificante. L’artista lo riconosci da questo: non c’è la sua vita da una parte e il suo fare dall’altra. La sua vita è impensabile senza il suo fare.</p>
<ol start="18">
<li>Non mi penso più attraverso</li>
</ol>
<p>Non mi penso più soltanto attraverso le parole della poesia, non penso più il mondo soltanto attraverso le parole della poesia ma mi penso attraverso i colori, le materie, i segni della pittura informale, penso il mondo ora come lo pensa un pittore informale, attraverso i colori, le materie e i segni. Passaggio definitivamente avvenuto intorno ai sessant’anni dopo una quarantina di poesia.</p>
<ol start="19">
<li>Orientarsi</li>
</ol>
<p>Dai molti che sono passati — da Eschilo, da Omero, fino agli ultimi cantautori — e anche dall’idea della fine dell’autore ma non della sua funzione, magari svolta da un computer, come Balestrini già dagli anni Sessanta, vengono tracce dell’impermanenza, del breve tratto del nostro passaggio. Suona retorico detto dall’umanista in un <em>Trionfo della morte</em>, suona meno retorico detto da un poeta zen. Suona retorico a chi è ancora giovane, a chi si crede immortale perché finora non gli è accaduto nulla di così importante da spaventarlo. Poi, a una certa età — anche a quarant’anni — può succedere di avvertire improvvisamente che è tutto vero: che stiamo qui per qualche giorno e che di questi pochi giorni ne impieghiamo tanti solo per orientarci. Tra distrazioni e traumi, tra illusioni e consapevolezze sempre parziali. Una vita ben vissuta, forse, è una vita che ha saputo, a un certo punto, orientarsi e che così facendo ha dato una ragione a tutto il disorientamento.</p>
<ol start="20">
<li>Pavese e il donare poesia agli uomini</li>
</ol>
<p>Scrive Pavese alla fine: «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti». Condividere le pene io lo leggo dentro ho dato poesia, perché ho dato poesia è dentro ho lavorato. C’è un lavoro specifico dello scrivere poesie che non è l’esibizione dell’artificio ma la direzione di esso. Il <em>labor limae</em> è rivolto alla condivisione delle pene. Solo sulla base di questa esperienza l’esercizio della poesia diventa un donare agli uomini. Chi pensa oggi alla poesia come un dono? A partire dagli anni Ottanta, dopo il festival di Castelporziano a Roma, sembra che il dono non sia più rivolto agli uomini quanto al poeta stesso; gli uomini sono spariti nel disinteresse generale, nella smorta ritualità delle presentazioni disertate, nella banalità dei tornei, confronti, slam tra poeti come gladiatori nell’arena. Gli uomini non ci sono più a cogliere un dono che non c’è. Sembra invece quasi una punizione inflitta quella di noiose letture di poesia, punizione che sopporta chi dovrà infliggerne un’altra subito dopo o alla presentazione successiva. La frase di Pavese è scritta al culmine di un raccoglimento speciale, perché volto a tirare le somme, a concludere, a fare un bilancio, una sintesi in una sola frase ma definitiva. Una frase che necessariamente deve avere il potere di mettere in pace, di pacificare, rassicurare, nobilitare, scegliere il livello alla cui altezza pensare la propria vicenda e tradire, per una volta, la sua raccomandazione di guardare basso per guardare giusto. Basso invece non guarda, non concede spazio a “pettegolezzi”; piuttosto, a due mesi dallo Strega che ai suoi occhi premiava il suo lavoro, lo sforzo, la fatica, la serietà, la costanza, la severità del fabbro, guarda in alto, al dono agli uomini, a ciò che concretamente ha fatto dei suoi giorni e della sua vita. Per poter dire che il lavoro da fare è stato fatto. Che ha fatto ciò che doveva fare e il resto non conta più nulla. Mi viene in mente, a questo proposito, <em>4.44 Last Day on Earth</em>, un film scritto e diretto da Abel Ferrara che prevedeva la fine del mondo: la madre della protagonista, che è una giovane pittrice, rassicura la figlia dicendo più o meno: «Tu non hai colpe, tu hai provato ad abbellire questo mondo, a donare bellezza». Anche nel film c’era questo dono, il lavoro e la condivisione delle pene degli uomini.</p>
<p>(N.d.A.: Questi pensieri sono tratti da <em>Taccuini dall’immanenza. Dalla poesia e dalla pittura al tempo dell’espressività diffusa</em>. Si tratta di un work in progress dal 2020. L&#8217;opera si articola per ora in sei sezioni: <em>Una poetica dell’aderenza</em>, <em>Esercizi di presenza</em>, <em>Prime campiture</em>, <em>Seconde campiture</em>, <em>Paleografie</em> e <em>Risposta senza domanda</em>. 420 pensieri, suddivisi in 70 per ogni sezione, dedicati per lo più alla condizione mediale contemporanea che definisco “espressività diffusa” in cui siamo immersi e alle implicazioni estetiche sulla poesia e sulla pittura a partire dalla mia pratica, dalla mia esperienza)</p>
<p>(N.d.R.: l&#8217;immagine è opera dell&#8217;autore ed è <i> Tracce A-27, 2025. Mista su carta , formato A4</i>.)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/10/01/da-taccuini-dallimmanenza-dalla-poesia-e-dalla-pittura-al-tempo-dellespressivita-diffusa/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il piede nella porta &#8211; parte 2</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/09/30/sanita-pubblica-psichiatria-crisi-parte-2/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/09/30/sanita-pubblica-psichiatria-crisi-parte-2/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 05:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo Zaninotto]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[salute mentale]]></category>
		<category><![CDATA[sanità pubblica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=122316</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Leonardo Zaninotto</strong><br /> Nel ricoprire posizioni di responsabilità rischi di ritrovarti costretto a difendere posizioni indifendibili  e ad accettare compromessi improponibili]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Disforie di uno psichiatra nella sanità pubblica</h2>
<figure id="attachment_122321" aria-describedby="caption-attachment-122321" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-122321" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/tumisu-mental-health-2313428_1280.png" alt="" width="1280" height="704" /><figcaption id="caption-attachment-122321" class="wp-caption-text">Image by <a href="https://pixabay.com/users/tumisu-148124/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2313428">Tumisu</a> from <a href="https://pixabay.com//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2313428">Pixabay</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Leonardo Zaninotto</strong></p>
<p>Mentre mi preparo la borsa per il lavoro &#8211; che poi fondamentalmente mi serve solo a portare il pranzo e l&#8217;acqua &#8211; penso al mio lavoro di &#8220;specialista della mente&#8221;. Il bello di fare lo psichiatra è che non hai altri strumenti di lavoro che la tua persona, con la tua carne e il tuo sangue, con le tue sensazioni e i tuoi sentimenti, con le tue congetture e la tua esperienza, come specialista e come essere umano. Ogni volta che ci penso mi coglie come una vertigine di orgoglio. Ho sempre creduto che la nostra branca della medicina, una branca dall&#8217;identità piuttosto incerta, raccogliesse l&#8217;eredità di una lunghissima tradizione, in cui, prima che entrasse in campo la tecnologia con i suoi strumenti, il medico aveva a sua disposizione solo &#8211; per dirla con un teorico della medicina &#8211; la sua &#8220;erudizione&#8221;, il suo &#8220;spirito di osservazione&#8221; e il suo &#8220;genio&#8221;. Mi piace coltivare il paradosso &#8211; un tantino grandioso, lo ammetto &#8211; che in un certo senso lo psichiatra è, o almeno dovrebbe essere, il medico all&#8217;ennesima potenza, visto nella sua condizione originaria e naturale.</p>
<p>Divagazioni inconcludenti, in risonanza col mio proposito inconcludente di uscire di casa e imboccare la via del lavoro.</p>
<h3>Il grande giorno dell&#8217;accreditamento</h3>
<p>Mentre indugio ancora, seduto sul divano, mi ritorna in mente il G.G.A., il Grande Giorno dell&#8217;Accreditamento.</p>
<p>L&#8217;accreditamento è uno degli eventi cardine per la maggior parte delle strutture sanitarie, pubbliche e private, in cui, tra miserie e fasti (miserie per le prime, e fasti per le seconde), viene rinnovato l’impegno, morale ancor prima che concreto, verso un Sistema Sanitario efficiente, moderno, equo, ma soprattutto economicamente sostenibile. Ora, partecipare dall’interno all&#8217;accreditamento delle strutture pubbliche equivale dal mio punto di vista ad assistere ad un balletto sul bordo di un burrone: un intero corpo di ballo che volteggia sul bordo dell’abisso, espressioni tese e slanci felpati, movimenti coordinati ad un passo dall’aporia sistematica. E se non ci si finisce dentro è merito dei tanti professionisti che, a tutti i livelli, collaborano perché gli ingranaggi della macchina continuino a girare.</p>
<p>In soldoni, ti viene richiesto di dimostrare, carte alla mano (molte carte&#8230; moltissime carte&#8230;), che quello che hai a disposizione, in termini di strutture, protocolli e personale, è del tutto conforme alle prerogative richieste. Il fatto è che la piena conformità è una chimera: strutture e personale risultano per lo più inadeguati, sottodimensionati, o &#8211; Dio non voglia &#8211; fuori norma. Chi si trova a dover fronteggiare questa prova d&#8217;esame, deve allora preventivamente produrre documenti, procedure e protocolli che attestino, se non la piena conformità, quantomeno l&#8217;intenzione, pura e cristallina, di adeguarsi nel più breve tempo possibile ai requisiti richiesti. Questo sempre tenendo bene a mente che le risorse per poter portare avanti questo adeguamento forse non arriveranno mai.</p>
<p>Tuttavia, quello che è veramente importante, a mio modo di vedere, quello che conta davvero, al di là dei riscontri obiettivi e delle infinite carte, è l&#8217;intenzione, lo spirito di collaborazione e di deferenza istituzionale con cui ci si dispone in questo genere di circostanze. Quando arriva il G.G.A. siamo tutti opportunamente dispiegati, in parata militare, vestiti a festa e pettinati con la riga, protesi in uno slancio oblativo nei confronti degli ispettori venuti dalla Regione per verificare l&#8217;idoneità di strutture, personale, procedure e protocolli del Dipartimento di Salute Mentale. L&#8217;obiettivo è ottenere il bollino di conformità, l&#8217;attestazione di merito, la coccarda della buona condotta, la certificazione legale che le nostre strutture costituiscono la migliore approssimazione possibile al “benchmark”, l&#8217;ideale della struttura sanitaria in ambito salute mentale. I colleghi sono tutti in fibrillazione, tra l&#8217;eccitato e l&#8217;angosciato. Io per primo avverto un senso di solennità e di timore reverenziale. Gli ispettori sono una donna sui cinquanta e un uomo un po&#8217;più giovane: hanno un atteggiamento pacato e cortese, ci tengono a farci intendere che da loro non abbiamo nulla da temere, perché sono dalla nostra parte e sono lì per aiutarci. Le carte da giocare sono chiare e l&#8217;intento comune pure. Il presupposto è che nessuna struttura deve fermarsi e che tutti devono collaborare in questo senso.</p>
<p>Tuttavia, di fronte a quel diffuso senso di eccitazione che serpeggia nel gruppo mi sento allo stesso tempo coinvolto ed assente, partecipe e dissociato, come se non riuscissi a liberarmi da una vaga sensazione di dissonanza cognitiva, l’impressione stridente di qualcosa di solenne e di grottesco allo stesso tempo. È questa eccitazione anomala, da “notte prima degli esami”, che mi colpisce. Vi ricordate &#8220;<em>Takeshi&#8217;s Castle</em>&#8220;? Ecco, a me pare che noi siamo come i concorrenti di quel famoso gioco a premi giapponese: ci troviamo a dover schivare ostacoli ed insidie, a non farci spaventare dalle trappole dietro l&#8217;angolo, a guardarci le spalle e a tutelarci a vicenda. Ma sempre, immancabilmente, col sorriso stampato sulle labbra, vagamente entusiasti di essere parte di questo grande spettacolo collettivo.</p>
<p>Ecco allora che mi prende di nuovo quella pulsione animale al movimento, quella smania di fare qualcosa pur di uscire dall&#8217;angolo della passività. Ma non posso fare un accidente, non posso alzarmi in piedi e mettermi ad urlare. Mi viene in mente di simulare uno svenimento, ma lascio perdere perché mi risulta poco pratico. Per cui mi alzo per cercare un bagno.</p>
<p>Mi defilo da un’uscita secondaria, da cui accedo ad un corridoio immacolato su cui si aprono una serie di uffici, ogni ufficio una targa.</p>
<p>Non so dove mi trovo, forse si tratta di un qualche distaccamento amministrativo dell’ULSS o dell’ennesimo dannato helpdesk informatico.</p>
<p>O magari – penso tra me e me – è solo l’anticamera dell’Inferno.</p>
<p>Luci al neon, muri spessi, porte chiuse, silenzio claustrale.</p>
<p>Forse il bagno non lo troverò mai, forse sono qui per un motivo, forse in fondo al corridoio troverò un impiegato con la faccia grigia di fumo e l’espressione vuota che mi dirà di sedermi, prenderà una vecchia calcolatrice da tavolo e farà un conteggio sommario dei miei peccati.</p>
<p>Prima porta in fondo a destra: girone dei superbi&#8230;</p>
<p>E allora, mentre mi faccio indicare la strada da un’impiegata stizzita col caffè in mano, mi coglie il solito crampo metafisico.</p>
<h3>Non c&#8217;è alternativa al mercato?</h3>
<p>In fin dei conti in questa grande partita a carte dell’accreditamento, così come in altre circostanze in cui il Sistema ti passa al vaglio delle sue incongruenze, è in ballo il grande tema dell’autenticità. Il sentimento di straniamento che mi coglie in queste occasioni mi rimanda al problema della Verità: la verità personale, la mia verità, declinata nel mio essere fedele a me stesso, ma allo stesso tempo la verità di un modo di pensare e di agire comune, che si conforma ad una serie di regole non scritte a cui tutti, consapevolmente o meno, ci troviamo a sottostare.</p>
<p>La prima di queste regole non scritte riguarda l’assimilazione della sanità (o dell’istruzione, della cultura, ecc.) alle norme del libero mercato. “<em>There Is No Alternative</em>” (TINA), come diceva lo slogan della Thatcher. Quella del mercato è l’unica realtà possibile, il codice linguistico a cui nessuno si può sottrarre. Che si tratti di aziende private o istituzioni pubbliche, di persone in carne ed ossa o di enti spirituali, che si parli di scienza, di arte o di convenzioni sociali, tutto è regolato, in maniera più o meno diretta, dalle leggi del libero mercato. In sanità questa assimilazione viene prima di tutto veicolata dall’utilizzo di un linguaggio finanziario, che impiega termini come: “produttività”, “efficienza”, “obiettivi” (o ancor meglio “target”), “mission” e “risultati”. Ogni anno l’“azienda” sanitaria pone come “mission” di tutti i suoi dirigenti il raggiungimento di alcuni “obiettivi di budget”. L’ottenimento di una certa parte dello stipendio dei dipendenti, la cosiddetta “retribuzione di risultato”, viene vincolato al raggiungimento di questi obiettivi.</p>
<p>Ora, quanto a questo non ci sarebbe nulla di male. Al di là della dissonanza cognitiva derivante dall’utilizzo di termini finanziari in ambito sanitario, è innegabile che la sanità pubblica per essere efficace, ovvero per raggiungere i suoi obiettivi, debba essere anche efficiente, e dunque utilizzare i mezzi che ha a disposizione nel modo migliore e col minor impatto di spesa.</p>
<p>Il problema sta nel definire quegli obiettivi. Se lo sfondo ideale è rappresentato dalla Costituzione (“<em>la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell&#8217;individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti</em>”), la necessità di declinare quello sfondo in una serie di obiettivi determinati e quantificabili rappresenta una sfida per la maggior parte dei sistemi sanitari nazionali. Ed è qui che la burocrazia rischia di infilarsi con tutto il suo carico di sovrastrutture, cavillosità, incongruenze e vacuità.</p>
<p>La seconda di queste regole non scritte è allora che non conta tanto il risultato, quanto la rappresentazione del risultato. Chiunque lavori nel sistema pubblico potrà confermare che molti degli obiettivi che vengono dati ogni anno non hanno delle ricadute concrete e riconoscibili sul suo lavoro. Non nell’immediato, almeno. Può essere che i risultati si vedano solo in seguito, magari a distanza di anni, ma in generale si ha l’impressione che quello che conta veramente non sia tanto la ricaduta immediata e concreta sull’operatività di chi lavora, quanto la rappresentazione collettiva di una macchina che continua a funzionare e a progredire macinando “risultati”.</p>
<p>Mark Fisher, teorico del realismo capitalista, lo ha detto molto chiaramente: quello che conta, tanto nella burocrazia pubblica quanto in quella privata, non è tanto un raffronto diretto tra prestazioni e risultati, ma tra le rappresentazioni (debitamente quantificata) di quelle prestazioni e di quei risultati. È il cosiddetto “stalinismo di mercato”. In questo contesto si finisce allora per mettere maggiore impegno nell’assicurarsi che i servizi siano rappresentati correttamente che nel loro effettivo miglioramento ed efficientamento. Più o meno la stessa cosa che succede nel mercato azionario, dove il valore viene generato non tanto da quello che una compagnia realmente produce, quanto dalla fiducia che “il Mercato” pone nei confronti delle sue performance future.</p>
<h3>Il senso e la direzione: nelle mani di nessuno</h3>
<p>La terza regola non scritta riguarda la centralizzazione apparente del potere burocratico. Chi lavora in sanità pubblica, e più in generale, chi lavora per la pubblica amministrazione, sa bene che la catena del sistema decisionale è tutt’altro che lineare. Più che una catena si potrebbe parlare di una rete, i cui nodi sono tanti quanti sono i centri di potere e i cui confini non sono facilmente definibili. Kafka è stato uno dei più grandi narratori della burocrazia proprio perché è riuscito a rappresentare efficacemente la qualità impersonale, ambigua ed astratta che caratterizza le sue strutture di potere.</p>
<p>Nel Sistema burocratico ogni singola decisione, ogni singola determinazione rinvia ad altre decisioni e altre determinazioni, in una sequenza di rimandi potenzialmente infinita. Il tutto senza che vi sia qualcuno che si assuma realmente la responsabilità di certe scelte.</p>
<p>Il problema è che si ha la percezione dolorosa e straniante che non esista un’autorità ultima a cui appellarsi, che il senso e la direzione non siano nelle mani di nessuno, e che quello sfondo ideale, rappresentato dall’articolo 32 della Costituzione, sia diventato appunto soltanto uno sfondo, uno scenario, uno di quelli con gli alberi finti e il sole dipinto, che serve a far da fondale alla quotidiana commedia della burocrazia.</p>
<p>Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un articolo che mi ha scaraventato in una specie di sconforto infantile. Mi sono ritrovato a pensare a quanto poco io sappia di quello che si muove sopra la mia testa, e di come le grandi strutture di potere &#8211; i cosiddetti “poteri forti” &#8211; possano influire sulla mia vita e su quella delle persone che mi sono vicine senza che io ne sappia nulla. Ci sono evidenze, dati alla mano, che la maggior parte delle decisioni di politica sanitaria del nostro paese, dalla riorganizzazione della spesa alla digitalizzazione, sono nelle mani di grandi società di consulenza come KPMG, Ernst &amp; Young e McKinsey. Ora, al di là delle possibili considerazioni complottiste &#8211; pensiamo solo al volume immane di dati sanitari che potrebbero finire nelle mani di queste agenzie &#8211; il tema rimanda allo svuotamento delle competenze decisionali e, ancora una volta, all’ennesimo smottamento del concetto di responsabilità. Perché la responsabilità, intesa da una prospettiva etica, è una cosa che riguarda le persone, non le società per azioni.</p>
<h3>Mi sono imbattuto nel primario</h3>
<p>In tutto questo mi ritrovo, ancora seduto sul divano, vestito di tutto punto, incapace di fare qualsiasi movimento. Sono paralizzato dallo sconforto.</p>
<p>Mi viene in mente che quando nel G.G.A. sono rientrato nella sala della presentazione, dopo aver meditato sui destini della mia anima, mi sono imbattuto nel Primario.</p>
<p>Ho sempre un vago imbarazzo quando parlo con lui. Nutro una certa stima nei suoi confronti, soprattutto quando si pone da &#8220;ribelle&#8221;, e si prende, lui sì, la responsabilità di qualche scelta scomoda. Ma in generale posso dire che non lo conosco affatto, e non riesco a comprenderlo: c&#8217;è qualcosa in lui che mi sfugge, un &#8220;non detto&#8221; che, quando ce l&#8217;ho di fronte, mi coglie sempre impreparato e mi lascia in uno stato di vago imbarazzo. Mi saluta e mi domanda a bruciapelo come mi trovo nella mia nuova veste semi-apicale e se mi sta piacendo quello che faccio. La cosa mi coglie alla sprovvista, soprattutto perché ho ancora addosso un certo disagio per l&#8217;atmosfera festosa che percepisco nella sala. La sua domanda sembra però nascere da un genuino interesse. Ne approfitto, dato che siamo in una pausa dei lavori, per provare a manifestargli le mie incertezze. In fondo non sono affatto sicuro di voler andare avanti su questa strada, anzi sto meditando già da tempo di tirarmene fuori.</p>
<p>Ricordo solo la sensazione informe e sgradevole di riuscire a malapena a balbettare il mio imbarazzo per un malessere che mi rimandava a parole come “<em>sputare</em>”, “<em>piatto</em>” e “<em>mangiare</em>”.</p>
<p>Alla fine, ho chiesto a bruciapelo, più a me che a lui: “<em>Qual è il confine?</em>”. Ovvero, qual il limite oltre il quale siamo tenuti a non tollerare più e a manifestare apertamente il nostro dissenso? Quello che in realtà volevo dirgli è che nell&#8217;assumerti una certa responsabilità, nell&#8217;incarnare un certo ruolo, inevitabilmente finisci per collocarti all&#8217;interno del Sistema. Quello stesso Sistema che ti tiene in croce, e che vorresti continuare a criticare e osteggiare puerilmente con piccoli atti di resistenza quotidiana, come “dimenticarti” delle indicazioni dei tuoi superiori (incluso lui), non rispondere a certe mail o rinunciare a qualche pezzo di carta ritenuto &#8220;essenziale&#8221;. O magari, in situazioni estreme, vagheggiare delle dimissioni di protesta più che di rinuncia.</p>
<p>Ti sembra impossibile, eppure ti ritrovi lì, sui bastioni del Sistema a cercare di far andare avanti la barca nell’incertezza. E le domande a quel punto sono davvero tante: come si può riorganizzare il servizio per renderlo più funzionale ed efficiente? Come si può migliorare il clima di lavoro e favorire la serenità degli operatori? A breve andrà in pensione un altro collega, avremo ancora sostituzione di personale, e se sì, quando arriverà? Più o meno nello stesso momento ci ritroveremo con tre Psicologi in meno, come faremo a far fronte al numero crescente di richieste? Soccomberemo o sopravviveremo? Allora il primario mi ha guardato, sembrava aver capito, è rimasto qualche secondo in silenzio, osservandomi con aria benevola, ma anche con una certa diffidenza. In fin dei conti eravamo nel pieno dell&#8217;accreditamento, e non era certo la giornata adatta per mettere in discussione certi presupposti. &#8220;Devi tenere a mente l&#8217;obiettivo, devi guardare dritto davanti a te e lasciarti condurre dall&#8217;obiettivo&#8221;, mi ha detto. &#8220;L&#8217;obiettivo ti porta a pensare quale sia la soluzione migliore. Certo, se ti metti a denunciare a viso aperto e con la lancia in resta le incongruenze del Sistema, fai qualcosa di giusto e meritevole, ma alla fine che cosa hai ottenuto? Rischi di essere la voce di quello che grida nel deserto, non ne ricavi nulla e perdi ogni credibilità. Se questo ruolo non te lo assumi tu, se non sei tu a prenderti questa responsabilità (eccola la parola che ritorna!), ci sarà qualcun altro a farlo. Magari qualcuno che ha meno scrupoli morali di te, e che non si fa tanti problemi a piegarsi a certe direttive. Pensaci.&#8221;</p>
<h3>Chi vuoi essere?</h3>
<p>Ci ho pensato. Praticamente in questi mesi non ho fatto altro&#8230; Mentre rimango seduto sul divano a ripensare alle sue parole, mi viene in mente la Antigone di Sofocle. Ho sempre visto quella tragedia con gli occhi dell&#8217;adolescente ribelle. Antigone non può accettare che il fratello Polinice, reo di aver attaccato Tebe, rimanga insepolto, &#8220;preda di cani ed uccelli&#8221;, per cui, andando contro le leggi della città, va a ricoprirne il cadavere rendendogli omaggio funebre. La figlia di Edipo rivendica il suo gesto di fronte a Creonte, re di Tebe, scatenando la sua ira e meritandosi la condanna a morte. Nella sua contestazione la protagonista della tragedia incarna la rivolta femminile contro un&#8217;autorità. maschile, la rivolta dei figli contro i padri, ma soprattutto rappresenta in maniera emblematica un intreccio indissolubile di responsabilità e disobbedienza. Mentre penso a questo, alla porta stretta (citando Umberto Curi) attraverso cui talvolta è necessario passare per ritrovarsi umani, mi rendo conto, con una certa angoscia, che nel ricoprire posizioni di responsabilità rischi di ritrovarti costretto a difendere posizioni indifendibili, a tollerare situazioni intollerabili, e ad accettare compromessi improponibili. Sempre allo scopo di proteggere il Sistema. E allora ti chiedi se tu questo sei disposto a farlo, o se invece quel giorno ti si muoverà dentro una sacrosanta ribellione e dirai di no, che quella cosa tu non sei disposto a farla, ad accettarla o a tollerarla. Perché in fondo il vero tema è: &#8220;Chi vuoi essere come persona? Che tipo di persona desideri diventare?&#8221;. Vuoi essere uno che tira a campare e tiene in piedi la baracca, costi quello che costi, anche se questo comporta turarti il naso di fronte a certe cose? Vuoi essere uno che ci guadagna in soldi e prestigio? Oppure, tornando alla domanda iniziale, vuoi metterci del tuo, assumerti certe responsabilità, e provare a cambiare le cose dall&#8217;interno? In realtà credo che anche il solo fatto di &#8220;esserci&#8221; costituisca un elemento portante del significato etico di certe azioni. Difendere il tuo ruolo nella sanità pubblica, con il portato etico che lo accompagna, significa difendere un&#8217;idea, un presupposto fondamentale del nostro contratto sociale, ovvero l&#8217;idea che certi valori, come l&#8217;universalità del diritto alla salute, non si toccano e devono rimanere intangibili.</p>
<p>E poi c&#8217;è il gruppo. Antigone era sola, tu non lo sei. Contro il managerialismo della sanità pubblica, contro lo svuotamento delle competenze, contro l&#8217;impoverimento, materiale e culturale, di un certo modo di fare sanità, serve un pensiero collettivo nuovo, servono persone che si prendano delle responsabilità, che dicano quello che c&#8217;è da dire quando va detto, e che, se necessario, propongano una ritirata strategica e sistematica da tutte quelle mansioni e da quelle dinamiche che ragionano nell&#8217;ottica dell&#8217;ontologia aziendale e che sviliscono il senso di questa immane opera collettiva che è il nostro amato e dileggiato Sistema Sanitario Nazionale.</p>
<p>È ora di andare al lavoro. Prendo la borsa ed esco di casa.</p>
<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/09/22/sanita-pubblica-psichiatria-crisi/">Qui la prima parte</a></strong></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/09/30/sanita-pubblica-psichiatria-crisi-parte-2/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-10-08 16:47:34 by W3 Total Cache
-->