Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Wed, 20 Jun 2018 05:50:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.6 Discorsi per un grande amore il giorno del suo funerale https://www.nazioneindiana.com/2018/06/20/discorsi-per-un-grande-amore-il-giorno-del-suo-funerale/ https://www.nazioneindiana.com/2018/06/20/discorsi-per-un-grande-amore-il-giorno-del-suo-funerale/#respond Wed, 20 Jun 2018 05:00:32 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=74487 di Elena Tognoli

 

Cercavo una tua foto

(odiavi farti fotografare

come d’altronde ballare)

Ho paura che tu muoia. La differenza d’età è così grande.

Succede così quando si ama, dicevi.

Tu hai paura che io muoia?

Sei così giovane, hai detto.… Leggi il resto »

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di Elena Tognoli

 

Cercavo una tua foto

(odiavi farti fotografare

come d’altronde ballare)

Ho paura che tu muoia. La differenza d’età è così grande.

Succede così quando si ama, dicevi.

Tu hai paura che io muoia?

Sei così giovane, hai detto.

 

(Ho sempre pensato che morirò

molto giovane o

molto vecchia.

Non so quale delle due preferirei)

 

Continuo a pensare al problema della foto.

Per la lapide la foto ci vuole.

 

Non si sapeva che occhiali metterti,

chissà se preferisci quelli da vicino o quelli da lontano

per vederci meglio dove sei

chissà dove sei

Che noia questa storia dell’eterno riposo. So che ti troverai qualche caffè con wi-fi dove sederti a lavorare. Quando ti ho conosciuto eri uno straccio ma quasi in pace (ma pur sempre un impiastro di straccio). Chissà come sei quando sei bello riposato.

Avevamo fatto l’amore per bene e io ascoltavo i tuoi battiti che si esaurivano; ognuno ne ha tre miliardi di media e chissà quanti ne avevi già consumati. Pensavo a quello da dire il giorno del tuo funerale.

 

NdR: i testi e i disegni (china e matita su carta) di Elena Tognoli fanno parte del libro d’artista  in fieri “Discorsi per un grande amore il giorno del suo funerale”

 

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LA VERA ETA’ https://www.nazioneindiana.com/2018/06/19/la-vera-eta-della-gente/ https://www.nazioneindiana.com/2018/06/19/la-vera-eta-della-gente/#comments Tue, 19 Jun 2018 05:00:04 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=74489 di Giacomo Sartori (fotogrammi: film di Trapani-Sartori)

Si dà per scontato che l’età della gente

aumenti mano a mano

cambi di continuo

ciò contraddice la fisica quantistica

e più semplicemente

l’esperienza di tutti i giorni:

ognuno ha la sua età

fissa e immutabile

se la porta appresso

mese dopo mese

anno dopo anno

C’è chi è un bamboccio d’otto anni

e lo sarà sempre

chi è sempre stato un vegliardo

chi una ragazzona

I denti spuntano e cascano

i capelli s’infoltiscono e si diradano

gli stili vestimentari e le voghe

delle cosiddette età

sono patetici travestimenti

dell’atemporale identità

 

Basta pensare ai compagni di scuola

al tipetto del banco dietro

era già il flaccido ragioniere

incontrato trent’anni dopo

la spilungona della prima fila

non aveva nove anni

come sosteneva

ma cinquantasette

la docente con vezzi d’adulta

aveva in realtà dieci anni

Già allora

l’essenza di ciascuno

non mentiva

Per non parlare dei familiari

ti tormentano anno dopo anno

con la loro immutabile età

mentale e psicologica

scolpita nei loro geni

Mio fratello ha sempre avuto sei anni

anche quando ne aveva quattro

(e io uno)

mia sorella ne ha sempre avuti dieci

a dispetto delle arie d’anzianotta

che si dà adesso

mio padre ormai defunto diciotto

mia madre a stento cinque

Auspicheresti che le persone

evolvessero un minimo

e invece restano uguali a se stesse

come i fossili nelle rocce

Il mio amico ora deceduto

ha sempre avuto

quarantatre anni

come del resto molti altri artisti

L’età ideale per un autore

è proprio quarantatre

si potrebbero fare infiniti esempi

Parlo naturalmente dell’oggi:

in un futuro anche prossimo

potranno esserci variazioni

(e certo i poeti sperimentali

sono un discorso a parte)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una volta andavano di moda i vecchi

chi n’aveva uno per le mani

lo mostrava in giro con fierezza

Ogni famiglia ne teneva un paio in cucina

stava lì a contemplarli

se li coccolava

come adesso i telefoni portatili

e i tablet

Ogni frase di questi cascami umani

(anche quando si vedeva

ch’erano restati bambini)

veniva ascoltata e meditata

E quindi anche i cosiddetti giovani

e le cosiddette persone di mezza età

(si parla sempre d’apparenza)

si sforzavano di sembrare anziani

Adesso vanno invece i giovani

più s’appare acerbi

(lasciando stare la vera età)

più s’è valutati

Il meglio di tutto

è esprimersi per vagiti:

due crocerossini bramosi d’adottarti

sono assicurati

S’addice apparire lisci

avere seni sordi alla gravità

silhouette snelle e resilienti

dentizioni luccicanti

Gli sforzi dell’umanità in questo senso

sono ragguardevoli

spesso eroici

Ora i cosiddetti vecchi

si considerano essi stessi

scandali semoventi

passano il tempo in palestra

e a spianarsi le rughe

con il ferro da stiro

Tutta fatica inutile:

nessun anziano viene mai adottato

da una coppia giovane

 

 

 

 

 

 

 

 

Beninteso chi per destino è un vecchione

nelle prime fasi della vita è a disagio

È impaziente di saltare le tappe

senza rendersene conto aspira

a un minimo accordo con se stesso

Enuncia sentenze che suonano stonate

massime grondanti saggezza

destinate a galleggiare nell’aria

Nei momenti di incomodo tossicchia

con espettorazioni da anziano

e fruscii di cartone secco

Poi però se dio vuole incanutisce

e si sente bene

Chi invece è intrinsecamente giovane

da principio se la passa da re

nemmeno se ne accorge

poi però le cose si guastano

diventa un calvario

Tutto ciò nell’inconsapevolezza:

le persone non sanno che età hanno

non sono interessate a saperlo

credono solo alla carta d’identità

e alla messa inscena dei compleanni

Bisognerebbe organizzare dei corsi

per aiutarli a orientarsi

distribuire manualetti per l’autodiagnosi

 

Certo l’apparenza qualche volta inganna

sarebbe assurdo sostenere il contrario

qualche volta un granchio si prende

Davi per scontato che il dato tipo

fosse di mezza età

pensavi d’averne mille prove

e scopri con raccapriccio

che scombinava le carte:

è un nonnetto abile al poker

Pur di ingannarti certi soggetti

applicano alla loro intimità

le prodezze della chirurgia estetica

O viceversa una vecchina

si rivela una balda ragazzetta

a dispetto delle orogenesi della cute

La vita è la vita

le certezze matematiche non esistono mai

Tanto meno nei rapporti telematici

basati per comune accordo sulla truffa

Gli unici che non s’ostinano

a cambiare sempre d’età

sono i morti

e si meritano per questo

un sentito rispetto

Se uno decede a cinquant’anni

l’anno dopo non pretende

d’averne cinquantuno

non si fa in quattro

per mostrarne quaranta

o magari trentacinque

Certo anche loro

s’aggrappano alle cifre nominali

incise sulla lapide

snobbando la vera età

ma non fingono di invecchiare

è già qualcosa

Per questo aspetto

sono sinceri

 

NdA: questo testo è tratto da una prosa apparsa (26 ottobre 2011) su Nazione Indiana, all’interno della serie “Nuovi Autismi”, con il titolo “La vera età delle persone”, e viene letto nel video “La verà età” (2018, durata 7.10 minuti), di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, con la voce di Eloisa Del Giudice, realizzato nell’ambito di “Raccolte differenziate”; i tre fotogrammi sono tratti da ciascuna delle tre sezioni che compongono il video

 

 

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di Giacomo Sartori (fotogrammi: film di Trapani-Sartori)

Si dà per scontato che l’età della gente

aumenti mano a mano

cambi di continuo

ciò contraddice la fisica quantistica

e più semplicemente

l’esperienza di tutti i giorni:

ognuno ha la sua età

fissa e immutabile

se la porta appresso

mese dopo mese

anno dopo anno

C’è chi è un bamboccio d’otto anni

e lo sarà sempre

chi è sempre stato un vegliardo

chi una ragazzona

I denti spuntano e cascano

i capelli s’infoltiscono e si diradano

gli stili vestimentari e le voghe

delle cosiddette età

sono patetici travestimenti

dell’atemporale identità

 

Basta pensare ai compagni di scuola

al tipetto del banco dietro

era già il flaccido ragioniere

incontrato trent’anni dopo

la spilungona della prima fila

non aveva nove anni

come sosteneva

ma cinquantasette

la docente con vezzi d’adulta

aveva in realtà dieci anni

Già allora

l’essenza di ciascuno

non mentiva

Per non parlare dei familiari

ti tormentano anno dopo anno

con la loro immutabile età

mentale e psicologica

scolpita nei loro geni

Mio fratello ha sempre avuto sei anni

anche quando ne aveva quattro

(e io uno)

mia sorella ne ha sempre avuti dieci

a dispetto delle arie d’anzianotta

che si dà adesso

mio padre ormai defunto diciotto

mia madre a stento cinque

Auspicheresti che le persone

evolvessero un minimo

e invece restano uguali a se stesse

come i fossili nelle rocce

Il mio amico ora deceduto

ha sempre avuto

quarantatre anni

come del resto molti altri artisti

L’età ideale per un autore

è proprio quarantatre

si potrebbero fare infiniti esempi

Parlo naturalmente dell’oggi:

in un futuro anche prossimo

potranno esserci variazioni

(e certo i poeti sperimentali

sono un discorso a parte)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una volta andavano di moda i vecchi

chi n’aveva uno per le mani

lo mostrava in giro con fierezza

Ogni famiglia ne teneva un paio in cucina

stava lì a contemplarli

se li coccolava

come adesso i telefoni portatili

e i tablet

Ogni frase di questi cascami umani

(anche quando si vedeva

ch’erano restati bambini)

veniva ascoltata e meditata

E quindi anche i cosiddetti giovani

e le cosiddette persone di mezza età

(si parla sempre d’apparenza)

si sforzavano di sembrare anziani

Adesso vanno invece i giovani

più s’appare acerbi

(lasciando stare la vera età)

più s’è valutati

Il meglio di tutto

è esprimersi per vagiti:

due crocerossini bramosi d’adottarti

sono assicurati

S’addice apparire lisci

avere seni sordi alla gravità

silhouette snelle e resilienti

dentizioni luccicanti

Gli sforzi dell’umanità in questo senso

sono ragguardevoli

spesso eroici

Ora i cosiddetti vecchi

si considerano essi stessi

scandali semoventi

passano il tempo in palestra

e a spianarsi le rughe

con il ferro da stiro

Tutta fatica inutile:

nessun anziano viene mai adottato

da una coppia giovane

 

 

 

 

 

 

 

 

Beninteso chi per destino è un vecchione

nelle prime fasi della vita è a disagio

È impaziente di saltare le tappe

senza rendersene conto aspira

a un minimo accordo con se stesso

Enuncia sentenze che suonano stonate

massime grondanti saggezza

destinate a galleggiare nell’aria

Nei momenti di incomodo tossicchia

con espettorazioni da anziano

e fruscii di cartone secco

Poi però se dio vuole incanutisce

e si sente bene

Chi invece è intrinsecamente giovane

da principio se la passa da re

nemmeno se ne accorge

poi però le cose si guastano

diventa un calvario

Tutto ciò nell’inconsapevolezza:

le persone non sanno che età hanno

non sono interessate a saperlo

credono solo alla carta d’identità

e alla messa inscena dei compleanni

Bisognerebbe organizzare dei corsi

per aiutarli a orientarsi

distribuire manualetti per l’autodiagnosi

 

Certo l’apparenza qualche volta inganna

sarebbe assurdo sostenere il contrario

qualche volta un granchio si prende

Davi per scontato che il dato tipo

fosse di mezza età

pensavi d’averne mille prove

e scopri con raccapriccio

che scombinava le carte:

è un nonnetto abile al poker

Pur di ingannarti certi soggetti

applicano alla loro intimità

le prodezze della chirurgia estetica

O viceversa una vecchina

si rivela una balda ragazzetta

a dispetto delle orogenesi della cute

La vita è la vita

le certezze matematiche non esistono mai

Tanto meno nei rapporti telematici

basati per comune accordo sulla truffa

Gli unici che non s’ostinano

a cambiare sempre d’età

sono i morti

e si meritano per questo

un sentito rispetto

Se uno decede a cinquant’anni

l’anno dopo non pretende

d’averne cinquantuno

non si fa in quattro

per mostrarne quaranta

o magari trentacinque

Certo anche loro

s’aggrappano alle cifre nominali

incise sulla lapide

snobbando la vera età

ma non fingono di invecchiare

è già qualcosa

Per questo aspetto

sono sinceri

 

NdA: questo testo è tratto da una prosa apparsa (26 ottobre 2011) su Nazione Indiana, all’interno della serie “Nuovi Autismi”, con il titolo “La vera età delle persone”, e viene letto nel video “La verà età” (2018, durata 7.10 minuti), di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, con la voce di Eloisa Del Giudice, realizzato nell’ambito di “Raccolte differenziate”; i tre fotogrammi sono tratti da ciascuna delle tre sezioni che compongono il video

 

 

 

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milan l’è un gran falò https://www.nazioneindiana.com/2018/06/18/milan-le-un-gran-falo/ https://www.nazioneindiana.com/2018/06/18/milan-le-un-gran-falo/#comments Mon, 18 Jun 2018 05:00:14 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=74483 di Pino Tripodi

ultimo esercizio di letterosofia

 

qualcosa si può fare.

che cosa.

non lo so ma qualcosa si deve fare.

si deve è un’esagerazione. facciamo quel che si può. c’è sempre qualcosa che si può fare.

che differenza c’è, scusa, tra il si deve e il si può.… Leggi il resto »

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di Pino Tripodi

ultimo esercizio di letterosofia

 

qualcosa si può fare.

che cosa.

non lo so ma qualcosa si deve fare.

si deve è un’esagerazione. facciamo quel che si può. c’è sempre qualcosa che si può fare.

che differenza c’è, scusa, tra il si deve e il si può.

non so, ma quel si deve a pelle mi sembra un po’ inquietante. si può è più ragionevole, o no.

ma non è vero. a far quel che si può non si fa mai niente.

forse, ma a far quel che si deve si finisce a far sempre cazzate.

non c’è una via d’uscita?

non so. pensiamoci su, dai.

forse ho trovato.

sarebbe?

facciamo come si vuole. è  meglio, che ne dite?

come si vuole chi, scusa.

come si vuole noi che ne parliamo.

ti sembra più facile?

più facile non so. certo più curioso, più entusiasmante a spanne.

magari ha ragione gig, che ne dici geg?

avrà pure ragione, ma a far ciò che si vuole bisogna pur voler qualcosa.

giusto.

e noi cosa vogliamo?

il punto è tutto qui, gag. vogliamo? e se vogliamo, cosa vogliamo per davvero.

non facciamo le cose complicate. siamo solo in tre. iniziamo da qualche parte a dire cosa vogliamo poi se troviamo la strada valichiamo la frontiera della situazione altrimenti ci fermiamo sul bordo delle parole sbiascicate.

bravo gag. ben detto. ma se non vogliamo niente basta lamentele e pianti. si torna a pedalare e via andare in attesa di una rotaia che per pietà di noi ci tranci dalla vita infame.

giusto geg. però non drammatizziamo. siamo qui al parco di ravizza. c’è il gelso grande. guarda che meraviglia. e quante more rosse che attendono di essere assaggiate. basta che lo vogliamo.

vogliamo eccome. da dove iniziamo.

da noi, no. è inutile cercar lontano.

d’accordo. allora cosa vogliamo da noi, gig.

io vorrei la luna servita nel piatto. e voi?

bello. a me piacerebbe vivere guardandomi da lontano.

io invece vorrei tutti gli uomini ai miei piedi dire geg sei la più bella donna del pianeta.

bene. adesso che conosciamo la volontà generale possiamo metterci in cammino.

dov’è che andiamo, gig.

entriamo nel particolare, no, così la volontà impasta il suo corso.

giusto. allora inizio io se non vi spiace.

dicci. cos’è che vuoi, gig.

la ruota nuova. questa sculetta troppo. mi fa impazzire a pedalare quando consegno pizze a domicilio coatto.

vediamo. la ruota nuova. ma è assurdo gag. guardala la tua bici.

lo so. è sgangherata.

sgangherata è niente. è tutta scassata, non la vedi?

sgangherata o del tutto scassata, non fa lo stesso?

e no, mio caro. condisci le parole col cervello. non basta l’olio di rotula per le nostre pedalate.

fosse solo sgangherata potresti rimetterla nei cardini, ma se è tutta scassata la ruota nuova non la fa girare meglio. o cambi tutti i pezzi uno per uno o fai prima a prenderne una nuova.

ma non mi è possibile, gig.

non ti è possibile, vero? ti credo. io ti credo sempre anche quando dici l’asino vola. ma tu ci credi veramente?

perché non ci dovrei.

te lo spiego io gag, facile. perché ragione vuole senso e che senso ha a maggior ragione cambiare ruota se poi la bici continua a non andare.

forse hai ragione. che fare?

aspetta che decidiamo. adesso però dobbiamo andare all’assemblea.

giusto. così vediamo cosa fanno nei nostri panni gli altri rider fattorini.

andiamo allora, presto. c’è riunione generale al circolo della bellezza.

guarda geg. quanta gente.

che dicono gig. c’è qualcosa che ci può interessare?

sì, certo. c’è il sindacato. dice che ci devono lievitare il salario a ora.

ah e poi. chi c’è.

c’è l’esponente di un partito della sinistra fievole. dice che le tutele minime con qualche gradualità e con prudenza massima andrebbero col condizionale d’obbligo garantite.

e poi?

poi c’è uno della sinistra sinistrissima che più a sinistra sbanderebbe altrove, quel solito attivista dei diritti umani. dice che morire per strade non è giusto. accusa i padroni. criminali dice.

e poi. cos’altro vedi, gig.

c’è quello del precariato collettivo che protesta. non è giusto dice che andiamo a lavorare a nostre spese con scooter e bici nostri e nostro telefonino. le ditte ci devono fornire il materiale, la mensa e se ho sentito bene anche i cerotti per quando ci facciamo male.

e poi, finisce qui?

non geg, c’è l’ultimo, esponenente della carità cristiana. dice che se moriamo almeno l’assicurazione ce la meritiamo.

gig, attento. adesso mettono assieme le proposte per consegnarle al voto.

noi che vogliamo.

cosa vogliamo? una parola. è arduo pensar qualcosa tra tutta questa folla.

vabbè! lo so, ma non possiamo svicolare. ricordi? abbiamo detto che qualcosa vogliamo.

giusto. se non vogliamo niente stiamo muti senza perdere il tempo e  le lamentele.

ma noi vogliamo, no? cosa vogliamo. dai, pensiamoci su per bene. spremiamo le meningi per fare un succo neuronale ben cremoso.

non è semplice geg. bisogna sapere bene cosa vogliamo veramente perché volere è facile. anche il mio pollame nell’aia della nonna magari sa cosa vuol mangiare se avanzi di lattuga o mais a chicchi geneticamente modificati. volere veramente è un’altra cosa.

cos’altro è.

è quella cosa che quando si vuole non sente inciampo. muri, montagna o mare risultano anziché ostacoli mezzi di propagazione.

ma tu che hai fatto l’esempio della ruota qualcosa ce l’hai in testa di sicuro. forza, pensaci su. spremi il cervelletto.

gig, aspetta. forse una strada radicata nella mente l’ho pescata.

figo. e che aspetti. mostraci il germoglio della nostra volontà, geg.

spero non mi fischiate.

giuro, non lo facciamo. dicci. al massimo ci seppelliamo di risate.

allora inizio a dire?

dici.

per prima cosa mettiamo in un cestino le delibere proposte, così una per una le vagliamo bene.

giusto. allora cominciamo, rapidi. ecco il cestino e queste sono le mozioni dell’assemblea. leggile, geg. a voce alta così entrano di prepotenza nel labirinto delle orecchie.

l’aumento salariale. lo vogliamo?

ma va gig, che ce ne facciamo.

sulle maggior tutele, che diciamo.

che fanno schifo, no!, cos’altro si può dire.

e del fatto che non si può morire di lavoro, è giusto, no, che dite!

gag, ma cosa dici. il tuo cervello s’è annegato nel banale. non me l’aspettavo, sai, da te.

scusa, geg, però non fare la figona. non è che il banale adesso che vogliamo qualcosa ce lo leviamo in un secondo come il sapone con l’acqua della doccia.

sì, me l’hai già detto, gig. il banale è il primo soldatino a mettere l’elmetto ed è sempre l’ultimo milite a morire. però, che gli diciamo a quello della mozione che non si può morire di lavoro.

digli che se lo sento ancora dire cazzate a quello là, lo prendo a botte, giuro.

rimane da dire qualcosa su bici e scooter. è giusto siano nostre o della  ditta?

ma che giustizia è questa, gig. noi ce ne freghiamo di tutto ciò, sbaglio?

vero. e dell’assicurazione sulla morte. e della pensione. non è magari giusto pensare cosa succede se moriamo.

basta, geg. mi fai vomitare se ripeti ancora quelle terribili parole.

calma, gig. rilassati, per favore. e riassumiamo. le proposte vagliate nel cestino non hanno il nostro gradimento. che ne facciamo.

le bruciamo, no? facciamo un piccolo falò che metta a fuoco tutte le imposture della nostra condizione.

bello. bruciamo le minchiate della vita. forza. aiutami  nell’incendio all’impostura.

e allora, cosa vogliamo, adesso è forse chiaro.

certo mannaggia a te. non lo hai capito?

ancora no, gig. se me lo spieghi ti ringrazio come amico.

non c’è più tempo, gag. adesso occorre andare là nel mezzo delle masse a fare la proposta decisiva.

dai, che aspetti. corri. vai a dire a tutti cosa vogliamo per davvero.

corro sì. guarda quanto sudo. adesso che son qua sul palcoscenico delle decisioni, scusatemi a nome mio di gag e geg io che son gig vi dico cosa vogliamo.

cosa volete. dite, svelti ché si va a votare.

primo. che di tutte le proposte messe ai voti si faccia un piccolo falò.

falò? ma tu sei matto, amico. sono le uniche mosse per  migliorare le nostre cose.

no. ci vuole un piccolo falò. chiedete a gag il mio amico se serve cambiar la ruota in una bicicletta ormai tutta sbrindellata.

non si capisce nulla. cosa vuoi dire. e voi di sotto, non fischiate per favore. lasciatelo parlare.

dico che a tentare di pedalare cambiando ruota quando la bicicletta è totalmente sbrindellata ci rende fessacchiotti, ha ragione la mia amica.

ancora non ci hai detto cosa volete.

vogliamo la luna servita nel piatto, vivere guardandoci da lontano e tutti gli uomini ai miei piedi dire geg sei la più bella donna del pianeta.

questo gig è matto. facciamolo tiessoare.

sicuro, mi faccio pure arrestare, ma prima ascoltate cosa vuole la volontà generale.

sbrigati. non c’è più tempo. occorre votare.

il tempo lo ritroviamo se lo vogliamo veramente.

se passa, non se ne fa niente.

il tempo torna, sai. m’ha detto gag che è una freccia veloce di direzione sconosciuta. può andare avanti o indietro a piacimento suo ma preferisce dice star fermo spesso e volentieri.

sarà come tu dici, ma cosa vuoi, si può sapere.

noi vogliamo.

anche noi vogliamo.

sicuro, ma voi volete quel che si vuole per migliorare la condizione che anche se migliora puzza così tanto che non c’è olfatto che la possa sopportare.

e voi?

noi vogliamo veramente.

cosa. per dio, rispondi o ti butto giù dall’impalcatura.

giuro che fino ad ora non lo sapevo, ma m’è venuto in mente una cosa che davvero vogliamo fare io gag e geg, non è vero?

vero, gig, diglielo cosa vogliamo veramente.

vogliamo, ecco, non mi fischiate per favore. vogliamo organizzare un falò grande e uno sciopero totale.

sarebbe?

sarebbe che invece di continuare a consegnare, adesso prendiamo le chiamate, ciascuno di noi va a ritirare sushi, pizza e carbonara e porta tutto sulla darsena di milano.

per cosa fare, prego.

come per cosa fare.

pizza, carbonara e sushi li diamo ai piccioni da piluccare e ai pesci d’acqua dolce da succhiare. senza la pizza e il resto del mangiar meschino dentro l’involucro di cartone rimane solo la vergogna di  concepire un atto alimentare così brutale. con tutto  quel cartone facciamo un gran falò che resta sempre acceso come la fiamma olimpica così a bruciare di giorno in giorno ogni ignominia della vita che i matti seguitano a chiamare lavoro salario merce o giù di lì.

se anche si accende il gran falò non migliora la condizione di noi rider fattorini.

geg, diglielo anche tu che non è vero. le cose possono migliorare se sono. ma senza semi il niente rimane tale e quale, non diviene zucca.

e i rider fattorini cosa sono, allora.

non sono semi da diventar zucchina. restano niente a vita condannati alla zucconeria.

ma cosa dici. offendi.

la servitù è come la morte. si può abbellire, ma nella servitù non si rinasce. si diventa mummie già prima di morire.

noi servi non siamo. noi prestiamo un servizio.

gig, ma che lo stai ad ascoltare. è un servo schiavo vestito da generale.

geg. smettila. non insultare. è nostro amico nella storia fatale. forza. vogliamo votare per il gran falò di milano e per lo sciopero totale.

aspetta. il gran falò lo abbiamo capito, ma lo sciopero totale. cos’è. dillo, prima di votare.

lo sciopero totale? è quello che proponiamo gig, gag e io.

cioè.

cioè cosa.

dicci cos’è, per dio.

lo dico, ma non t’arrabbiare.

sbrigati. dobbiamo votare.

ci sono cose che  non vogliamo fare né vivi né morti né in ospedale.

questo va arrestato di sicuro. ce l’ha con le ditte che ci danno il lavoro. e con chi torna a casa e stanco da morire chiede pizza, sushi e carbonara per non faticare ancora.

no, no ti sbagli totalmente. io gig e geg non ce l’abbiamo con la volontà dei committenti. loro giusto o sbagliato nobili e miserabili vogliono qualcosa.

con chi ce l’hai allora, non farci perder tempo.

ce l’ho con chi vuole ciò che vogliono loro.

ma loro ci dan lavoro.

gig, diglielo che va a caccia grossa ma non prende neanche una zanzara.

cosa vuoi dire tu che urli dal fondo della sala.

dico che siamo noi la chiave della loro volontà.

 

cantagli la canzone, gig. così convinci tutti.

quale canzone, gag.

la canzone di marte di lunedì. ricordi?

no, cantala tu, ti prego.

d’accordo. fatemi il coro.

 

se lo vogliamo veramente non c’è nemico che ci viene a mente.

il fuoco sale sul salario della città che sale della città che sale.

il sale della città nella città che sale non è nel mio salario di fattorino rider.   non è nel mio salario di fattorino rider

noi lo vogliamo veramente. mai più salario, mai più salario.

 

se lo vogliamo veramente

il raffreddore ci prende bene e gli intoppi della vita si scalano in fretta anche se la scalata appare infinita.

se lo vogliamo veramente.

se lo vogliamo veramente la miseria finisce nel burrone accompagnata da lamenti e questue che sono le sue dame preferite.  accompagnate da lamenti e questue che sono le sue dame preferite

se fai la merda e non lo sei diventi merda e non lo sai. e non lo sai. se fai la merda e non lo sei diventi merda e non lo sai.

 

se poi decidi di fare il servo non servirai mai a niente non servirai mai a niente neanche al servo che c’è pure in te.  non servirai mai a niente neanche al servo che c’è pure in te.

 

la volontà si pesa a chili. sotto il grammo si sniffa al parco come la maria, ma oltre la tonnellata la volontà diventa un muro invalicabile senza di lei. un muro invalicabile senza di lei

se lo vogliamo veramente la vita la prendiamo con le mani senz’affidarla al padroncin di turno che rende schiava anche la nostra aria. anche la nostra aria che cantiamo diventa schiava diventa schiava.

 

noi che vogliamo veramente non consegniamo pizza sushi e carbonara più per nessun salario. per nessun salario

bici e motorino noi li vogliamo per andare in città nella montagna al mare ma a fare i fattorini non ci stiamo più ci rifiutiamo ci rifiutiamo

se lo vogliamo veramente andiamo anche nella montagna al mare ci troviamo nella città che sale,  anche nella montagna al mare ci troviamo nella città che sale.

 

hai visto gag. senti quanti applausi. piace a tutti la nostra ballata.

 

basta. la discussione è chiusa. ora si passa ai voti.

gig, la folla si esprime con le mani sollevate. urla, si agita, si divide. c’è un movimento infernale. a esigua minoranza geg la massa alla fine decide per il gran falò. per lo sciopero totale. la maggioranza gag ci rimane male. piange, si dispera per la delusione. adesso non sa più come umanizzare i mostri umani. ma gig gli dice pronto che i mostri se non hanno occasione di mostrare anche se non sono tanto umani non ha importanza alcuna. non si possono umanizzare.

la decisione è presa, gig. forza con l’algoritmo. ritiriamo il cibo maledetto. andiamo a pedalare sulla darsena. distribuiamo da mangiare alle bestioline.

geg, guarda che bello. neanche i pesci mangiano il sushi e i piccioni che spettacolo rifiutano carbonara e pizza.

fantastico, gag. adesso in amicizia di pesci piccioni e perché no zanzare  facciamo il gran falò per riscaldare la città.

e poi gig. cosa facciamo piccioni pesci e noi quando il gran falò è al massimo sviluppo.

ciò che vogliamo, non l’hai capito ancora?

ciò che vogliamo certo, ma che vogliamo ancora.

diglielo tu gag. io mi sono stancato di parlare.

si va in corteo per la città, no. finito il gran falò sulla darsena di milano, si forma il gran corteo che attraversa ogni angolo della città. gridiamo assieme ai pesci e ai piccioni e perché no alle zanzare. esponiamo i nostri manifesti con la scritta. sushi, pizze e carbonare cucinateli da voi pirla. nessuno ve li consegnerà più, chiaro. c’è sciopero totale contro la mancanza di volontà generale.

e poi, cosa vogliamo ancora.

chiediamolo a zanzare piccioni e pesci.

giusto. anche loro sono nella partita. sentiamo. gag che dicono.

dicono che da domani si fa picchetto generale. scooter e biciclette per le consegne sono vietati. chiunque non segua la vicenda finisce con il carico sequestrato nel gran falò di milano.

gig, nella città che sale il fuoco si alimenta di giorno in giorno. è questo che vogliamo?

vogliamo quel che si fa e poi si vede, geg. diglielo tu, gag.

glielo dico certo. cantiamo tutti in coro. milan l’è un gran falò. cantiamo in coro così pure zanzare piccioni e pesci si mettono a ballare milan l’è un gran falò.

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Ancora domenica. La papera del tempo https://www.nazioneindiana.com/2018/06/17/ancora-domenica-la-papera-del-tempo-2/ https://www.nazioneindiana.com/2018/06/17/ancora-domenica-la-papera-del-tempo-2/#comments Sun, 17 Jun 2018 05:00:34 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=74446 di Giorgio Vasta

(Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi.… Leggi il resto »

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di Giorgio Vasta

(Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con un brano di Giorgio Vasta, in passato redattore di nazione indiana. La redazione)

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Il pomeriggio della domenica è poroso e assorbe tutto. Il pomeriggio della domenica è un sentimento oleoso. Non c’è modo di resistere. Non è un tempo dal quale è possibile restare fuori (ce ne sono alcuni che ti permettono di scorrergli attraverso senza che prendano possesso di te, senza farti sentire il loro tallone sulla testa).

Il pomeriggio della domenica è un tempo di detenzione quieta (anche i suicidi, numerosissimi la domenica pomeriggio, avvengono quieti: solo qualche gocciolina di sangue che cade intorno al polso, poche e leggere, sangue leggero, nulla di troppo aggressivo – e il corpo dell’impiccato cedendo non scalcia, ha solo una lieve oscillazione, lenta e pesante, riposante).

Il pomeriggio della domenica corrisponde anche a un luogo, a una geografia riconoscibile, a un cosiddetto “paesaggio interiore” (qualcun altro dice “luogo dell’anima”): in qualunque posto ci si trovi si è sempre in casa, nella propria casa, nel punto più immobile della propria casa, un punto lontano, separato, isolato, conficcati lì come un chiodo in un asse di legno.

C’è poco da fare. Si può – se si vuole e lo si ritiene opportuno – cantare una canzone recente, o fischiettarla (se non si conoscono le parole o se si preferisce), si può andare a correre al parco, a visitare i genitori o gli amici, o semplicemente passeggiare per le vie del centro, magari mangiando un gelato o guardando uno di quegli artisti di strada che corrono in tondo sul monociclo facendo roteare nell’aria le clavette colorate (la clavetta rossa gli sfugge e gli cade, lui non la guarda nemmeno, continua a far roteare le altre clavette), o ancora si può fare una gita fuori porta, con tutta la famiglia, guidare attraverso le colline contemplando i crinali delle montagne lontane (su alcune c’è ancora un orlo di neve, guardando bene è percepibile il segno più scuro e sottile dei cavi della funivia, forse c’è anche qualcuno – addosso una giacca a vento bianca e blu e, per un eccesso di prudenza, anche un paio di guanti di lana rossi, nella lana del guanto sinistro sono rimasti impigliati un rametto e un insetto, una specie di coccinella di montagna, la coccinella cerca di muovere la corazza d’ali trattenuta dalla lana, ma non se ne accorge nessuno – che sta aspettando di venire caricato e salire fino alla cima), è possibile fermarsi a pranzare in un ristorante un poco nascosto che solo tu sai dov’è, dove si mangia un risotto come mai, si può tornare la sera stanchi e senza avere ancora del tutto digerito (ma che buono però quel rimasuglio di funghi nella bocca), addormentarsi pesanti e soddisfatti, senza nessun rancore – oppure si può rimanere in casa, guardare la televisione, tutti i programmi in una volta, leggere, fare una telefonata, scrivere a qualcuno, disegnare, riparare un vaso rotto da settimane del quale si sono conservati i pezzi in una ciotola di terracotta, la ciotola a sua volta imballata in un sacchettino di plastica, per evitare dispersioni casuali di cocci, che poi solo per una scheggiolina il lavoro non viene bene – oppure si può fare l’amore con il proprio amore, restare nudi a respirare forte e a sudare o a prendere freddo (che, dopo, la temperatura cambia sempre, quella del corpo e quella dell’aria), parlarsi piano, accucciati su un fianco, le bocche vicine (ogni bocca è bocca ma è anche orecchio), parlare degli anni, della paura, dei figli che crescono o dei figli da fare – che il tempo passa e non è bene che ci sia troppa differenza d’età – di un pensiero del mattino, di un progetto – una nuova casa un po’ fuori città, con il tetto di tegole e tutti gli infissi blu, cambiare la macchina, organizzare una cena per la prossima settimana e invitare anche quegli amici che non si vedono da un sacco – di un ricordo improvviso del giorno prima, sai quando andavamo al mare dai tuoi e c’era sempre quel bambino magro con il petto e le gambe pieni di grandi croste e le croste erano ancora più evidenti perché erano tutte ricoperte dal mercuro cromo e allora avevamo paura a fare il bagno anche noi dove lo faceva lui perché l’acqua poteva essere infetta e comunque anche se non fosse stato così non era esattamente una bella prospettiva bagnarsi nella stessa acqua di quel lebbrosetto tutto rosso, non so perché mi è tornato in mente, così, senza motivo – e poi, quando arriva il sonno, avere ancora la forza di sollevare con un movimento inconscio della mano un lembo del lenzuolo per coprire la schiena nuda dell’amore, perché riposando non abbia brividi – insomma, si può immaginare tutta la vita che si vuole, anche quella passata e quella futura (oltre a quella, è ovvio, del pressante assente presente), e viverla (e considerato che viverla significa in buona parte immaginarla, allora possiamo considerare i due termini pressoché come sinonimi), andare dappertutto o restare dappertutto, ugualmente il pomeriggio della domenica non ci abbandonerà, starà sempre con noi, comunicando penombra e lentezza a ogni cosa (una angoscia lenta), sgranando, sgranulando, conficcato dentro di noi, nel corpo e nell’immaginazione, come una perplessità, o una sfiducia naturale (come un chiodo arrugginito dentro un pezzo di legno, una cosa vuota che ci assorbe al suo interno, non vuole mai più darci alla luce).

Detto questo,
la domenica io resto nel mio letto
come una papera dentro al suo laghetto.

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Le domeniche dagli Hettner https://www.nazioneindiana.com/2018/06/16/le-domeniche-dagli-hettner/ https://www.nazioneindiana.com/2018/06/16/le-domeniche-dagli-hettner/#respond Sat, 16 Jun 2018 05:00:25 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=74474 di Kika Bohr

Quando ero piccola a Milano, la domenica andavamo a trovare gli Hettner. Prima abitavano in via Rugabella in un piccolo appartamento pieno di libri e di belle cose. C’era un soppalco di legno costruito da lui, da Rolando, e lì sopra veniva a rifugiarsi un gatto a pelo lungo e dalla lingua penzolante.… Leggi il resto »

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di Kika Bohr

Quando ero piccola a Milano, la domenica andavamo a trovare gli Hettner. Prima abitavano in via Rugabella in un piccolo appartamento pieno di libri e di belle cose. C’era un soppalco di legno costruito da lui, da Rolando, e lì sopra veniva a rifugiarsi un gatto a pelo lungo e dalla lingua penzolante. Questo gatto era caduto giù dalla finestra ed era “rimasto un po’ scemo” come diceva con affetto la Jose, che era una strana maestra elementare. Sapendo delle nostre difficoltà a scuola ci diceva sempre, facendoci sognare: “ma tu dovresti venire nella mia classe! Abbiamo dei canarini e dei pesci rossi. E i canarini una volta al giorno li lasciamo svolazzare!” e ogni tanto ci faceva la linguaccia, tanto per scherzare e noi restavamo allibiti.
Roland Hettner ci portava al suo atelier, in via S Calimero e ci mostrava i suoi ultimi quadri, enormi quadri astratti che spesso ci facevano un po’ paura con i colori molto forti, o disegni con personaggi dalle mani nodose come rami d’inverno. Quando doveva andare al gabinetto diceva “vado al boschetto”, il gabinetto lì era sul ballatoio. E c’era anche un altro signore un po’ calvo, il Baumbach uno scrittore o un traduttore con il quale gli Hettner e i miei genitori parlavano di letteratura e di arte per ore e ore, e fumavano e bevevano whisky (appena c’erano un po’ di soldi per comprarlo), mentre noi giocavamo con quei loro strani oggetti preziosi. Oppure ci davano colori o creta per modellare. (Così è capitato che a quattro anni ho modellato in creta bianca il primo presepe.) Il Baumbach era veramente uno strano personaggio con quelle sopracciglia foltissime, non aveva mai conosciuto suo padre, che gli aveva pagato eccellenti studi nelle più famose università, forse era un principe, si diceva.
Ogni tanto i grandi venivano ad ammirare le nostre creazioni. Ricordo un commento serissimo della Jose : “Oh, sì questo è proprio uno scimpanzé che fa le uova!”
Hettner e Olaf, mio padre, erano entrambi molto alti e molto magri. Si assomigliavano anche nella loro aria sognatrice. Una volta ho sentito Jose dire a mia madre mentre i due uomini stavano tornando verso di noi :“Tiens! Voilà Don Quischotte et son fils”. Non mi ricordo in che lingua lo abbia detto, lì si parlava francese, tedesco e italiano anche misto nelle stesse frasi.
In primavera o estate si facevano “pique-nique” come li chiamava entusiasta Rolando e si andava a Castellazzo o in alti posti vicini della Brianza con la sua vecchia macchina azzurra che si chiamava Caroline e con la nostra vecchissima Mercedes che non aveva nome ma era una “Mercedes”. Poi da loro comparve il cane Bosco, uno spinone bianco salvato da maltrattamenti contadini. Dopo qualche anno comparve un altro cane, chiamato Frac per via del suo mantello nero con sparato bianco. Ricordo che ci sono state discussioni sulla sua razza perché a me sembrava che fosse una specie di barboncino ma gli Hettner lo volevano bergamasco, “un incrocio bergamasco piccolo” e gli parlavano in un maccheronico bergamasco. Alla fine si è rivelato che Frac era una cagnolina e così ho potuto stabilire tranquillamente la corrispondenza tra Bosco e Monsieur Hettner, e Frac e Madame Hettner. Finché e arrivato un altro cagnolino, piccolo e pestifero questa volta, un maschietto tipo volpino con delle macchie arancio: Carotte. Questo Carotte che già con la sua chiassosa presenza turbava, secondo me, l’equilibrio della famiglia Hettner, lo turbò del tutto quando riuscì, in barba a Bosco, a fare due cuccioli con Frac.
Hettner aveva scritto un libro di testo per l’educazione artistica nella scuola media e con i soldi aveva comprato un pezzo di cascina a Vaprio d’Adda: la Cascina Noce. Con i cani, i gatti e tutto lo studio si sono trasferiti lì. E ancora, ma un po’ meno spesso, ci vedevamo la domenica nel loro giardino. Io stavo diventando adolescente e uscivo con i miei amici. Era il tempo in cui facevo politica e andavo entusiasta alle manifestazioni. Quando glielo raccontavo e gli dicevo che secondo me l’arte dev’essere impegnata, Hettner sorrideva e qualche volta ci raccontava della sua giovinezza, quando aveva preso parte al movimento spartachista. E poi passava d’improvviso a quando i tedeschi persero la testa per Hitler e le madri, ”pensa un po’, le madri, prendevano in braccio le loro figlie e le tendevano verso il Führer che passava, così” e sollevava la mia sorellina (che aveva sette-otto anni) per le gambe e la scuoteva un po’ verso una specie di Gesù Cristo immaginario.
Un giorno i contadini che abitavano vicino a loro ci avevano invitato a vedere il loro nuovo asinello Era molto grazioso e noi bambini non riuscivamo più a staccarci dalla stalla. Allora per scherzo il contadino chiede a mia sorella se vuole portarsi via l’asinello. “Sììì!” – Allora dammi la tua treccina!
Questa storia della treccia che il contadino voleva portarle via si ripeteva ogni volta che andavamo dagli Hettner e incrociavamo questi vicini. Ogni volta quello ripeteva – Allora, me la vuoi dare la tua treccia? Dài, dammela! E giù a ridere, anche la contadina. Mia sorella rispondeva sempre un secco no! E scappava via .
Questa volta, per l’asino, rispose invece subito: “Taglia!”
E tutti risero ancora di più della sua ferma decisione.
Perché i grandi fanno di questi scherzi? Perché gli Hettner si erano messi vicino a quei contadini che oltre ad allevare conigli e galline mangiavano anche i gatti? Non i gatti degli Hettner, almeno, non ufficialmente. (uno dei gatti era sparito e io ero sicura che erano stati loro)
Un’afosa domenica d’estate (ero in seconda liceo ed ero stata rimandata in matematica) ci sono andata con mio padre. Avevo preparato una crostata di mele e pesche. La frutta era disposta in modo decorativo ed ero fiera della mia produzione. Con la teglia ben imballata siamo dunque arrivati là poco prima del pranzo. Quando Hettner vede il pacco che maneggio con attenzione, gli brillano gli occhi. “Hai fatto qualcosa in ceramica? – mi chiede. – No, molto meglio, è una crostata di mele e di pesche!” – “Ah..” risponde lui, deluso. Ricorderò sempre questo suo “ah..” così sincero che mi ha fatto male più di qualsiasi schiaffo e mi ha fatto capire che non tutti hanno gli stessi valori.

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Wu wei / Ugo Coppari https://www.nazioneindiana.com/2018/06/15/wu-wei-ugo-coppari/ https://www.nazioneindiana.com/2018/06/15/wu-wei-ugo-coppari/#comments Fri, 15 Jun 2018 09:57:09 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=74363 di Ugo Coppari

Stavamo fumando le nostre belle sigarette nell’unico spazio della casa a nostra disposizione, il bagno, mentre i nostri figli se ne stavano di là con le nostre mogli, noi professionisti spiegazzati non più trentenni ma neanche quarantenni, che quando ci vediamo per la solita cena settimanale – anche se è sempre più raro – fingiamo con piacere di essere ancora quel tipo di uomo villoso che viene meno ai doveri genitoriali, una finzione che dura il tempo di qualche tirata.… Leggi il resto »

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Wu wei

di Ugo Coppari

wu weiStavamo fumando le nostre belle sigarette nell’unico spazio della casa a nostra disposizione, il bagno, mentre i nostri figli se ne stavano di là con le nostre mogli, noi professionisti spiegazzati non più trentenni ma neanche quarantenni, che quando ci vediamo per la solita cena settimanale – anche se è sempre più raro – fingiamo con piacere di essere ancora quel tipo di uomo villoso che viene meno ai doveri genitoriali, una finzione che dura il tempo di qualche tirata. È che se fossimo davvero quel tipo di uomo dovremmo parlare di calcio macchine e figa, e invece anche quella sera ci siamo ritrovati per l’ennesima volta a buttare lì qualche lampo di quello che ci aveva colpito nei giorni precedenti. In questo caso: la presunta inascoltabilità della trap, il fenomeno Liberato e il decrescente prestigio delle nostre professioni umanistiche.

Facevo notare quanto fossero più grandi le macchine degli invitati a un matrimonio a cui avevo partecipato nel fine settimana, e quanto fosse stata indifferente la reazione di questi impiegati geometri ingegneri e commercialisti nello scoprire che ero uno scrittore che insegna italiano a studenti stranieri. Dopo aver spento l’ultima sigaretta, il mio amico editore mi confessa che sarà anche vero che oggi gli insegnanti e più in generale le persone che si occupano di cultura contano meno di un sottobicchiere ma il bello di insegnare – come ora sta facendo lui, in un liceo – è che si viene pagati per poter continuare a studiare; il bello di lavorare nel mondo della cultura è poter continuare a cercare, mi ha fatto notare.

E allora andiamolo a vedere da vicino, questo mondo della cultura, mi sono detto. Uno degli amici del gruppo, che da qualche anno vive a Roma, mi è passato a prendere e all’alba siamo partiti per Torino, per fare un giro al Salone del libro. Alla cassa del bar incontriamo subito un autore che ci ha fatto discutere per un paio di settimane proprio su questo, sul nostro declino: Raffaele Alberto Ventura, nostro coetaneo. Quando gli vado incontro per fargli i complimenti, rimane sorpreso di essere stato riconosciuto: è che tempo prima avevo cercato la sua faccia in rete, volevo vedere come fosse l’aspetto di chi era riuscito a condensare in poche pagine la storia del nostro smarrimento. E visto che questo smarrimento ha a che fare con il nostro essere plurilaureati sottostimati, abbiamo continuato il nostro giro tra gli stand con il sospetto di aggirarci tra una marea di nostri simili, autori arrivati in fiera per trovare un appiglio che li faccia uscire dalla prevedibile normalità del destino; teoria confermata dalla presenza di una ragazza capace di portare al guinzaglio un maiale dal pelo maculato in cambio di un momento di visibilità.

Abbiamo visto Santoni, col suo abbigliamento da raver e uno zaino in spalla; Saviano, rinchiuso nello stand Feltrinelli come un pesce in via di estinzione; e Paolo Giordano, che avevo già avuto modo di conoscere tempo prima per questioni legate al mio ultimo romanzo. C’eravamo promessi di vederci per un saluto. E così è stato: gentile e affabile, è riuscito a divincolarsi dalle telecamere per riservarmi un saluto fraterno. Toh! Era questo il mio appiglio? Seicento chilometri per sentirmi incluso nel mondo che conta? E mentre ce ne stavamo là fuori a fumare tra fle di standisti esausti, il mio amico mi ha chiesto come mai da quando è a Roma né io né gli altri nostri amici siamo ancora passati a trovarlo per andare all’Olimpico. Abbiamo fatto seicento chilometri per venire a vedere dei libri – ragionava – e non siamo stati capaci di farne molti meno per andare allo stadio a urlare tifare e divertirci. Allora ha ragione Ventura?

***

Poi ieri sono stato con mia moglie in un bar della provincia più siderale, una sosta immotivata al termine di una giornata di lavoro. Entrati per un cafè, ci lasciamo convincere dal barista a provare un cocktail analcolico fatto con verdure solitamente inaccostabili, frutto di continui esperimenti; ci ha parlato di Milano, della riviera Adriatica, del loro coraggio di sperimentare dietro a un bancone; e mentre questo barista ultracinquantenne ci raccontava il suo incessante lavoro di ricerca, invitandoci a ripassare per assaggiare il suo cafè alle rose, ci siamo chiesti dove trovasse tanta motivazione, alle sei di un pomerigio feriale, un hotel abbandonato e cadente dall’altra parte della strada.

***

E solo ieri ho capito che è tutta questione di wu wei, un concetto che ho scoperto grazie al suggerimento di uno studente che mi ha parlato del Tao. Secondo questo antico precetto dovremmo essere in grado di capire quando agire e quando non agire, ai fini del mantenimento di un equilibrio con la natura a noi circostante. E se da un lato il non agire può essere ancora più opportuno dell’azione, dall’altro risulta dannoso inseguire obiettivi che non sono alla nostra portata, poiché il loro mancato ragiungimento può causare sofferenza. Servono piccoli passi. Ma soprattutto dovremmo essere adattabili come l’acqua, quadrati in un recipiente quadrato, tondi in un recipiente tondo, leggeri nell’essere goccia, forti nel saperci riunire in una sola massa, prendendo la forma che ci consenta di penetrare in qualsiasi spazio.
E quindi ora scriverò a Ventura per dirgli che una soluzione c’è: perché se dietro l’attività scrittoria di migliaia di giovani destinati al fallimento (troppa offerta, poca domanda) ci fosse la costante ricerca di un appiglio all’eccellenza dello spirito, potremmo tutti continuare a scrivere e a leggere e a passare alla fiera di Torino con lo stesso entusiasmo di un barista che alle sei di pomeriggio sperimenta cocktails di fronte a un hotel in rovina.

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GABRIELE DEL GRANDE Lettera al Ministro dell’Interno Matteo Salvini https://www.nazioneindiana.com/2018/06/14/gabriele-del-grande-lettera-al-ministro-dellinterno-matteo-salvini/ https://www.nazioneindiana.com/2018/06/14/gabriele-del-grande-lettera-al-ministro-dellinterno-matteo-salvini/#comments Thu, 14 Jun 2018 05:00:49 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=74470 Da https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=2105161009497488&id=100000108285082

Confesso che su una cosa sono d’accordo con Salvini: la rotta libica va chiusa. Basta tragedie in mare, basta dare soldi alle mafie libiche del contrabbando. Sogno anch’io un Mediterraneo a sbarchi zero. Il problema però è capire come ci si arriva.… Leggi il resto »

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Da https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=2105161009497488&id=100000108285082

Confesso che su una cosa sono d’accordo con Salvini: la rotta libica va chiusa. Basta tragedie in mare, basta dare soldi alle mafie libiche del contrabbando. Sogno anch’io un Mediterraneo a sbarchi zero. Il problema però è capire come ci si arriva. E su questo, avendo alle spalle dieci anni di inchieste sul tema, mi permetto di dare un consiglio al ministro perché mi pare che stia ripetendo gli stessi errori dei suoi predecessori.

Blocco navale, respingimenti in mare, centri di detenzione in Libia. La ricetta è la stessa da almeno quindici anni. Pisanu, Amato, Maroni, Cancellieri, Alfano, Minniti. Ci hanno provato tutti. E ogni volta è stato un fallimento: miliardi di euro persi e migliaia di morti in mare.

Questa volta non sarà diverso. Per il semplice fatto che alla base di tutto ci sono due leggi di mercato che invece continuano ad essere ignorate. La prima è che la domanda genera l’offerta. La seconda è che il proibizionismo sostiene le mafie.

In altre parole, finché qualcuno sarà disposto a pagare per viaggiare dall’Africa all’Europa, qualcuno gli offrirà la possibilità di farlo. E se non saranno le compagnie aeree a farlo, lo farà il contrabbando.

Viviamo in un mondo globalizzato, dove i lavoratori si spostano da un paese all’altro in cerca di un salario migliore. L’Europa, che da decenni importa manodopera a basso costo in grande quantità, in questi anni ha firmato accordi di libera circolazione con decine di paesi extraeuropei. Che poi sono i paesi da dove provengono la maggior parte dei nostri lavoratori emigrati: Romania, Albania, Ucraina, Polonia, i Balcani, tutto il Sud America. La stessa Europa però, continua a proibire ai lavoratori africani la possibilità di emigrare legalmente sul suo territorio. In altre parole, le ambasciate europee in Africa hanno smesso di rilasciare visti o hanno reso quasi impossibile ottenerne uno.

Siamo arrivati al punto che l’ultima e unica via praticabile per l’emigrazione dall’Africa all’Europa è quella del contrabbando libico. Le mafie libiche hanno ormai il monopolio della mobilità sud-nord del Mediterraneo centrale. Riescono a spostare fino a centomila passeggeri ogni anno con un fatturato di centinaia di milioni di dollari ma anche con migliaia di morti.

Eppure non è sempre stato così. Davvero ci siamo dimenticati che gli sbarchi non esistevano prima degli anni Novanta? Vi siete mai chiesti perché? E vi siete mai chiesti perché nel 2018 anziché comprarsi un biglietto aereo una famiglia debba pagare il prezzo della propria morte su una barca sfasciata in mezzo al mare? Il motivo è molto semplice: fino agli anni Novanta era relativamente semplice ottenere un visto nelle ambasciate europee in Africa. In seguito, man mano che l’Europa ha smesso di rilasciare visti, le mafie del contrabbando hanno preso il sopravvento.

Allora, se davvero Salvini vuole porre fine, come dice, al business delle mafie libiche del contrabbando, riformi i regolamenti dei visti anziché percorrere la strada del suo predecessore. Non invii i nostri servizi segreti in Libia con le valigette di contante per pagare le mafie del contrabbando affinché cambino mestiere e ci facciano da cane da guardia. Non costruisca altre prigioni oltremare con i soldi dei contribuenti italiani. Perché sono i nostri soldi e non vogliamo darli né alle mafie né alle polizie di paesi come la Libia o la Turchia.

Noi quelle tasse le abbiamo pagate per veder finanziato il welfare! Per aprire gli asili nido che non ci sono. Per costruire le case popolari che non ci sono. Per finanziare la scuola e la sanità che stanno smantellando. Per creare lavoro. E allora sì smetteremo di farci la guerra fra poveri. E allora sì avremo un obiettivo comune per il quale lottare. Perché anche quella è una balla. Che non ci sono soldi per i servizi. I soldi ci sono, ma come vengono spesi? Quanti miliardi abbiamo pagato sottobanco alle milizie libiche colluse con le mafie del contrabbando negli anni passati? Quanti asili nido ci potevamo aprire con quegli stessi denari?

Salvini non perda tempo. Faccia sbarcare i seicento naufraghi della Acquarius e anziché prendersela con le ONG, chiami la Farnesina e riscrivano insieme i regolamenti per il rilascio dei visti nei paesi africani. Introduca il visto per ricerca di lavoro, il meccanismo dello sponsor, il ricongiungimento familiare. E con l’occasione vada a negoziare in Europa affinché siano visti validi per circolare in tutta la zona UE e cercarsi un lavoro in tutta la UE anziché pesare su un sistema d’accoglienza che fa acqua da tutte le parti.

Perché io continuo a non capire come mai un ventenne di Lagos o Bamako, debba spendere cinquemila euro per passare il deserto e il mare, essere arrestato in Libia, torturato, venduto, vedere morire i compagni di viaggio e arrivare in Italia magari dopo un anno, traumatizzato e senza più un soldo, quando con un visto sul passaporto avrebbe potuto comprarsi un biglietto aereo da cinquecento euro e spendere il resto dei propri soldi per affittarsi una stanza e cercarsi un lavoro. Esattamente come hanno fatto cinque milioni di lavoratori immigrati in Italia, che guardate bene non sono passati per gli sbarchi e tantomeno per l’accoglienza. Sono arrivati dalla Romania, dall’Albania, dalla Cina, dal Marocco e si sono rimboccati le maniche. Esattamente come hanno fatto cinque milioni di italiani, me compreso, emigrati all’estero in questi decenni. Esattamente come vorrebbero fare i centomila parcheggiati nel limbo dell’accoglienza.

Centomila persone costrette ad anni di attesa per avere un permesso di soggiorno che già sappiamo non arriverà in almeno un caso su due. Perché almeno in un caso su due abbiamo davanti dei lavoratori e non dei profughi di guerra. Per loro non è previsto l’asilo politico. Ma non è previsto nemmeno il rimpatrio, perché sono troppo numerosi e perché non c’è la collaborazione dei loro paesi di origine. Significa che di qui a un anno almeno cinquantamila persone andranno ad allungare le file dei senza documenti e del mercato nero del lavoro.

Salvini dia a tutti loro un permesso di soggiorno per motivi umanitari e un titolo di viaggio con cui possano uscire dal limbo dell’accoglienza e andare a firmare un contratto di lavoro, che sia in Italia o in Germania. E dare così un senso ai progetti che hanno seguito finora. Perché l’integrazione la fa il lavoro. E se il lavoro è in Germania, in Danimarca o in Norvegia, non ha senso costringere le persone dentro una mappa per motivi burocratici. Altro che riforma Dublino, noi dobbiamo chiedere la libera circolazione dentro l’Europa dei lavoratori immigrati. Perché non possiamo permetterci di avere cittadini di serie a e di serie b. E guardate che lo dobbiamo soprattutto a noi stessi.

Perché chiunque di noi abbia dei bambini, sa che cresceranno in una società cosmopolita. Già adesso i loro migliori amici all’asilo sono arabi, cinesi, africani. Sdoganare un discorso razzista è una bomba a orologeria per la società del domani. Perché forse non ce ne siamo accorti, ma siamo già un noi. Il noi e loro è un discorso antiquato. Un discorso che forse suona ancora logico alle orecchie di qualche vecchio nazionalista. Ma che i miei figli non capirebbero mai. Perché io non riuscirei mai a spiegare ai miei bambini che ci sono dei bimbi come loro ripescati in mare dalla nave di una ONG e da due giorni sono bloccati al largo perché nessuno li vuole sbarcare a terra.

Chissà, forse dovremmo ripartire da lì. Da quel noi e da quelle battaglie comuni. Dopotutto, siamo o non siamo una generazione a cui il mercato ha rubato il futuro e la dignità? Siamo o non siamo una generazione che ha ripreso a emigrare? E allora basta con le guerre tra poveri. Basta con le politiche forti coi deboli e deboli coi forti.

Legalizzate l’emigrazione Africa –Europa, rilasciate visti validi per la ricerca di lavoro in tutta l’Europa, togliete alle mafie libiche il monopolio della mobilità sud-nord e facciamo tornare il Mediterraneo ad essere un mare di pace anziché una fossa comune. O forse trentamila morti non sono abbastanza?

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S’i fosse Prunetti, rovescerei lo mondo. Il basso e l’alto in 108 metri https://www.nazioneindiana.com/2018/06/13/si-fosse-prunetti-rovescerei-lo-mondo-il-basso-e-lalto-in-108-metri/ https://www.nazioneindiana.com/2018/06/13/si-fosse-prunetti-rovescerei-lo-mondo-il-basso-e-lalto-in-108-metri/#respond Wed, 13 Jun 2018 05:00:37 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=74455 di Pietro De Vivo

In fondo, anche Shakespeare aveva detto che il succo della vita era quella roba lì: uno ti dà uno schiaffo, te glielo ridai, un altro rompe una bottiglia e minaccia di aprirti il collo. A quel punto non puoi perdere la faccia coi tuoi amici, è una cosa di orgoglio.… Leggi il resto »

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di Pietro De Vivo

In fondo, anche Shakespeare aveva detto che il succo della vita era quella roba lì: uno ti dà uno schiaffo, te glielo ridai, un altro rompe una bottiglia e minaccia di aprirti il collo. A quel punto non puoi perdere la faccia coi tuoi amici, è una cosa di orgoglio. Ti fai sotto e scoppiano le tragedie. Sono secoli che gli studiosi e i critici cercano di decifrare i segreti di Shakespeare. Basterebbe entrare in un pub di lavoratori il venerdì sera e il mistero sarebbe risolto. Orgoglio, Paura, Vendetta, Gelosia. Ci sono più cose tra il bancone e la latrina di un qualsiasi pub inglese di una catena in franchising, di quante ne sogni la vostra filosofia.

Basterebbe entrare insieme a Shakespeare in un pub di lavoratori il venerdì sera per cogliere l’essenza del rovesciamento tra basso e alto in 108 metri. The new working class hero di Alberto Prunetti (Laterza, 2018). Nel precedente Amianto (Agenzia X, 2012; poi Alegre, 2014) raccontava di suo padre Renato, saldatore tubista, operaio trasfertista e quindi frequentatore delle più letali acciaierie e raffinerie italiane, morto per colpa di una fibra di amianto insinuatasi nei polmoni. In questa che è la seconda parte di una trilogia working class si va avanti di una generazione: Alberto, figlio d’operaio, neolaureato in materie umanistiche che non riesce a trovare un lavoro decente, racconta il suo viaggio a Londra e i lavori umili e precari, fino al suo ritorno in Italia dove troverà – metafora del declino di un mondo del lavoro massacrato da decenni di Thatcherismo e neoliberismo – spento l’altoforno della sua Iron Town e malato di lavoro e in fin di vita Renato. Destino che accomuna diverse generazioni unite dai 108 metri di lunghezza dei binari forgiati dai vecchi operai delle acciaierie di Piombino, gli stessi su cui viaggiano i treni che portano lontano i figli delle officine, eredi della classe operaia, costretti a migrare all’estero.

La trama si svolge seguendo i lavori di Alberto: aiuto cuoco in una pizzeria italiana insieme a John Silver, vecchio marinaio giramondo che parla un misto della mezza dozzina di idiomi appresi navigando; addetto alle pulizie generali prima, e dei bagni poi, in un centro commerciale dove incontra il colto Brian, obeso amante della lirica abituato a sturare i cessi intasati affondandovi il braccio fino al gomito; addetto al servizio in una mensa scolastica con un vecchio e puzzolente ex attore shakespeariano in pensione e una ciurmaglia di varia umanità sottoproletaria dedita alla droga e al furto.

Prunetti adotta come punto di vista una posizione di confine: è il narratore ma anche il protagonista del libro, dentro e fuori il racconto, senza agiografie – perché il lavoro è brutto, è fatica, sporco, sudore – e senza atteggiamento coloniale da osservatore esterno. Uno scavalcamento dei confini tra dentro e fuori e tra basso e alto, riassunto da un piccolo ma fondamentale episodio, quando un giorno Alberto incontra Brian sempre più triste e abbandonato a se stesso:

“Riuscii a sollevarlo un poco solo mostrandogli una rivista storica che avevo trovato nella spazzatura. Riportava un articolo illustrato sul tema del mondo alla rovescia. […] Che colpo fu per me. Passai il giorno a rovesciare il mondo e non raccolsi affatto spazzatura nel centro commerciale: il litter picker va a passeggio e le cartacce le raccolgono gli aristocratici. Il pizzaiolo mangia e beve seduto e il padrone condisce la pizza. Gli operai come il mi’ babbo si fanno le terme e i capoccia delle fabbriche schiantano di caldo e di fatica all’altoforno. I gentleman vengono a coglie’ le olive nel campo mentre io parto per la settimana bianca ma siccome ‘un so scià do foco a tutto e ardo lo mondo. Poi mi faccio vento e lo tempesterei. Poi sa’ che direi: giro giro tondo, il quattrinaio brodo sprofondo.”

Il tema del rovesciamento è un filo della letteratura che, da Pulci e Rabelais fino a Bachtin, passando per il carnascialesco, ha intessuto tanta produzione in cui si rivalutava la cultura bassa rispetto a quella alta. Il corpo, il comico, il linguaggio popolare, l’assurdo e il grottesco, la franchezza e l’iperbole, l’elencazione mangereccia, gli appetiti sessuali, il gusto della dismisura sono sintomi dell’interazione tra sociale e letterario e tratti tipici del carnevale, il giorno in cui la collettività ribalta le gerarchie dell’ordine costituito. Mettendo il basso in alto e l’alto in basso si costruisce un diverso modo di stare al mondo dove tutti sono uguali, le barriere di classe e ceto sono abbattute, i corpi si liberano e tramite lo scioglimento degli obblighi sociali e si annullano i rapporti di potere.

Se il libro di Prunetti rovescia il mondo, le leve con cui prima lo solleva sono i personaggi. Personaggi composite come Renato e Quattr’etti, che assommano elementi di realtà e finzione diventando archetipi della classe operaia; ma anche i colleghi di Alberto, working class hero straccioni, artefici di un rovesciamento che si concretizza metaforicamente nel sabotaggio continuo dei ritmi di lavoro.

Non sono eroi machisti e militareschi della retorica nazionalista fascistoide; non sono eroi affascinanti e tenebrosi di tanta letteratura decadente; né eroi classici, epici o romanzeschi, che compiono imprese o viaggi di formazione. Il working class hero di Prunetti è un eroe a rovescio. Resiste e lotta ma è sfigato e sfruttato. È un eroe che magari non è brutto ma di sicuro non è bello, è sudato, puzza, è rumoroso e sboccato; ma è pieno di solidarietà, studia, lotta e resiste. Resta però un eroe straccione, sottosopra, e su questo rovesciamento risaltano quegli aspetti da commedia, elementi parodici e picareschi, descritti nell’esergo di Di Ruscio:

“Alla povera gente non è adatta la tragedia che è roba di re e principi in ogni caso di gente altolocata, a noi poveracci si addice il comico, l’irrisione dello strazio e in certi illustri casi a noi si addice l’epica. A noi si addice il comico anche per i rocamboleschi sistemi messi in pratica per la sopravvivenza.”

Le ciurmaglie di Prunetti cercano di impadronirsi del linguaggio per resistere al potere perché, anche senza aver studiato, capiscono qual è la forza della lingua e di chi la padroneggia, di chi è capace di imporre la propria, e che potente forma di resistenza sia riappropriarsene. Lo smontano e rimontano a rovescio, come fa John Silver mescolando più lingue in un creolo decolonizzato che è forma di comunicazione interculturale e linguaggio in codice per solidarizzare tra sfruttati senza farsi capire dai padroni. Come fa Emir, sguattero yemenita che traslittera in caratteri arabi le parolacce di Alberto nel più furbo dei rovesciamenti – accontentare il padrone che vuole si finga italiano, e prendere per i fondelli lui e i danarosi clienti che non lo comprendono – espressione di resistenza multietnica al potere.

“I ritmi erano lenti e il sabato mi affiancava come spalla uno sguattero yemenita. […] Da parte mia gli insegnavo rispettosamente meravigliosi insulti e parolacce toscane. Lui era molto interessato alle volgarità italiane che poi applicava subito al capo. Il boss gli aveva detto che anche lui doveva fingersi italiano, tanto eravamo tutti mezzi neri… Sicché Emir imparava una serie di espressioni scurrili in italiano e le ripeteva quando entravano i facoltosi clienti del locale, come fossero formule di cortesia e di welcome: se le scriveva in un’agendina traslitterando in caratteri arabi la fonetica delle parolacce maremmane, degli insulti livornesi e delle metafore volgari che gli insegnavo.”

Anche le figure retoriche sono rovesciate. Prunetti reifica le metafore, immagini che da astratte si ribaltano in concrete. Realtà è finzione si saldano nella perturbante Entità/Thatcher, malefica presenza sovrannaturale adorata dai gestori del centro commerciale dove lavora Alberto. La metafora del fantasma della Thatcher evocato simbolicamente per riferirsi alle riforme del lavoro e alla soppressione dei diritti, nel libro si fa letteralmente fantasma che perseguita il protagonista.

In Amianto abbondavano le metafore sugli attrezzi da lavoro. L’immagine finale dell’eredità paterna, l’officina stracolma di attrezzi, in 108 metri diventa un’officina del linguaggio pervasa da una sapienza operaia – saper usare gli strumenti del proprio mestiere – tramandata ad Alberto da Renato che, per evitare che parta senza un’adeguata cassetta degli attrezzi, gli infila di nascosto nel borsone un pappagallo da idraulico, un serratubi da tre chili e una raspa da maniscalco. Ovvero, fuor di metafora, gli strumenti da scrittore coi quali rifinire il proprio libro:

“Anni di lavoro per mandare in stampa un inedito dopo Amianto. Ho cominciato come un boscaiolo, ho continuato come un falegname, ho finito con una sgorbia sottile, sulle bozze, come un ebanista. 108 metri di acciaio. Una rotaia di parole.”

Attraverso questi continui sovvertimenti delle gerarchie Prunetti prova a scavalcare gli steccati tra descrizione e invenzione per dare sfogo a un’urgenza di raccontare e di rappresentarsi in quanto classe lavoratrice. Rifuggendo da un mero biografismo, vivere e narrare si compenetrano. E soprattutto – tipico di ogni working class hero – non ci si prende mai troppo sul serio.

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Aprite i porti: manifestazioni nelle città d’Italia https://www.nazioneindiana.com/2018/06/12/aprite-i-porti-manifestazioni-nelle-citta-ditalia/ https://www.nazioneindiana.com/2018/06/12/aprite-i-porti-manifestazioni-nelle-citta-ditalia/#comments Tue, 12 Jun 2018 08:47:47 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=74458 Con la vicenda della nave Aquarius assistiamo alla negazione dei diritti umanitari internazionali,  che sta mostrando una faccia dell’Italia che mai avremmo voluto vedere. Diritto umanitario internazionale si traduce nel diritto elementare alla vita, ricordiamocelo bene. Il governo italiano lo sta negando a una nave che ospita 629 esseri umani, fra cui un bambino di pochi giorni e oltre cento minori.… Leggi il resto »

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Con la vicenda della nave Aquarius assistiamo alla negazione dei diritti umanitari internazionali,  che sta mostrando una faccia dell’Italia che mai avremmo voluto vedere. Diritto umanitario internazionale si traduce nel diritto elementare alla vita, ricordiamocelo bene. Il governo italiano lo sta negando a una nave che ospita 629 esseri umani, fra cui un bambino di pochi giorni e oltre cento minori. L’Aquarius non può approdare in Spagna: il viaggio fino a Valencia sarebbe lungo e rischioso. Qui tutti i dettagli al riguardo. Questo è un post breve, informativo e chiediamo condivisione e interazione nei commenti a chi può.

L’appello di ANPI, Arci, Azione cattolica italiana, Legambiente, Libera e Rete della Conoscenza: http://www.anpi.it/articoli/2002/si-aprano-i-porti-allarrivo-di-vite-umane-che-fuggono-da-conflitti-e-disperazione

Vi segnaliamo di seguito le manifestazioni in giro per il paese: andiamoci e diffondiamo. Facciamo un gesto e che sia un gesto di vita, speranza, solidarietà e fermezza nell’opporsi alla barbarie.

IERI

A Palermo un presidio al porto: https://www.balarm.it/news/aprite-i-porti-a-palermo-in-centinaia-vanno-al-porto-in-sostegno-della-nave-aquarius-21085

A Roma ritrovo metro Castro Pretorio: https://www.facebook.com/events/178314316168411/

Altre informazioni sulle manifestazioni di ieri: http://www.lettera43.it/it/articoli/attualita/2018/06/11/porti-chiusi-aquarius-salvini-migranti/220960/

OGGI

A Salerno, Piazza Amendola dalle 10.30: https://www.facebook.com/events/2029643097299558/ 

A Catania, Via Etnea alle 17.00: https://www.facebook.com/events/230238854246520/

A Napoli, ritrovo metro Toledo alle 17.00: https://www.facebook.com/events/647398708935860/

A Milano in Piazza Scala alle 18.00: https://www.pressenza.com/it/2018/06/apriamo-porti-presidio-piazza-scala-milano/

A Lucca, in Piazza Napoleone alle 19.30: https://www.facebook.com/events/255439755225845/

A Pistoia, in Piazza Gavinana (Globo) alle 18.00: https://www.facebook.com/events/205629793493516/

A Firenze, Via Cavour alle 18.30: https://www.facebook.com/events/1266053763524979/

A Pisa, Piazza Mazzini alle 19.00: https://www.facebook.com/events/174497606533681/

A Trento, Commissariato del Governo alle 18.00: https://www.facebook.com/events/239869463232709/

A Genova, Piazza De’ Ferrari alle 18.00: https://www.facebook.com/events/837839359742471/

A Ferrara, Piazza Municipale alle 18.30: https://www.facebook.com/events/726900704367573/

A Torino, Piazza Castello alle 18.00: https://www.facebook.com/events/1606544936138112/

Ad Ancona, Piazza della Repubblica alle 18.30: https://www.facebook.com/events/2061096144102342/

A Parma, Piazza Garibaldi alle 18.30: https://www.facebook.com/events/208516756432813/

A Modena, Largo San’Agostino ore 19.00: https://www.primopianomodena.it/politica/aprite-porti-umanitaperta-iniziativa-di-protesta-contro-la-chiusura-dei-porti-voluta-dal-ministro-salvini/

A Brescia, Prefettura ore 18.30: https://www.facebook.com/events/440071623071901/

A La Spezia, Porto ore 18.30: https://www.facebook.com/events/885722808281925/

A Como, Piazza Boldoni ore 18.00: https://www.facebook.com/events/2225196811035205/

DOMANI

Livorno, Porto Mediceo (Andana degli Anelli) alle 18.00

Venezia, Porto di Venezia alle 17.00: https://www.facebook.com/events/186734902160229/

 

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In missione ( senza diaria) https://www.nazioneindiana.com/2018/06/12/in-missione-senza-diaria/ https://www.nazioneindiana.com/2018/06/12/in-missione-senza-diaria/#comments Tue, 12 Jun 2018 05:00:55 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=74440 di Giorgio Mascitelli

Le sigarette mi cascano. Le raccolgo. Le sigarette mi ricascano. Le riraccolgo. Mi cascano per la terza volta. A questo punto cambio tasca. Mi cascano di nuovo perché ho tutte le tasche del cappotto bucate e di buchi grossi, grandi abbastanza perché vi passi un pacchetto di sigarette, pacchetto rigido.… Leggi il resto »

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di Giorgio Mascitelli

Le sigarette mi cascano. Le raccolgo. Le sigarette mi ricascano. Le riraccolgo. Mi cascano per la terza volta. A questo punto cambio tasca. Mi cascano di nuovo perché ho tutte le tasche del cappotto bucate e di buchi grossi, grandi abbastanza perché vi passi un pacchetto di sigarette, pacchetto rigido. Ecco dov’è finito l’accendino, ecco dov’è finito il calepino, ecco dov’è finito il telefonino. Ora io rammendo o smetto di fumare. Non è un problema grave, non è la fame nel mondo, però è un problema che mi si presenta perché ho voglia di fumare e non posso rammendare, peraltro io non so rammendare. Ci vorrebbe una rammendatrice. Non necessariamente una sarta, ma una femmina di una volta che sa rammendare. Tra l’altro il problema delle tasche bucate non sarebbe un problema grave in sé, basta fare attenzione, ma il problema è cosa vede la gente, quali segnali mandi e i segnali delle tasche bucate non sono buoni. Le cose in realtà sono semplici, è che poi ci sono tutti questi casini prossemici. In realtà poi il problema sarebbe trascurabile, se fossi in un ambiente domestico e noto, ma non sono in un ambiente domestico e noto, sono a Taroccate per la prima volta in vita mia, dunque il problema non è trascurabile. In realtà poi il problema sarebbe trascurabile, se fossi qui per gli affari miei, per diporto, ma io ho una missione, cioè piuttosto un lavoro ovvero un impegno. Questo rende le cose obbiettivamente difficili. Contattare il geometra del comune; questa non è la missione, ma un preliminare della missione,  anche se adesso il comune è chiuso per pausa pranzo, dunque contattare il geometra del comune dopo. Magari dovrei mangiare anch’io adesso. In effetti non c’è nessuno nella piazzetta assolata dove ho posteggiato la macchina. Sembra quel sole d’inverno che non scalda, però illumina. Ci deve essere un ristorantino pure qui, c’è sempre un ristorantino ovunque. Prima però mi fumo una sigaretta, ma siccome ho perso l’accendino, devo chiedere da accendere a qualcuno, solo che non c’è nessuno. Faccio due passi in qua, faccio due passi in là, ma continua a non esserci nessuno. Meglio andare a mangiare.

Mentre sto assaporando le pietanze al ristorante, si avvicina a me uno un po’ disfatto con gli occhi spiritati e si siede al mio tavolo.

  • Così sei tornato.
  • Prego?
  • Così sei tornato dopo vent’anni e non ti conosco quasi più.

Cerco di spiegargli che è la prima volta che vengo a Taroccate, quello per tutta risposta mi dice di chiamarlo pure Argo. Io allora gli spiego che deve trattarsi di un caso di somiglianza fisica, lui afferma che non può trattarsi di un caso di somiglianza fisica perché allora ero alto e biondiccio e adesso sono bassettino e moro. Forse potrebbero essere alcuni particolari, come il modo di stare seduto a tavola o le tasche del cappotto bucate, ma lui replica che dopo vent’anni non può certo rammentarsi di dettagli irrilevanti come quelli da me citati, in ogni caso mi assicura che non tradirà il mio segreto. Ed è confortante di sapere che c’è una persona di cui ci si può fidare ciecamente.

  • Se i tuoi nemici sapessero che sei tornato, tremerebbero.
  • Ma io non ho nemici.
  • Questa volta però non devi fallire, me lo devi promettere
  • Ma io non sono mai stato qui.
  • Arrivederci e grazie.

Grazie di cosa? Ma se ne è già andato. Penso che oggi, contrariamente alle mie abitudini, berrò caffè e ammazzacaffè. In effetti poi non ho abitudini precise, talvolta li bevo, talvolta no. Il caffè è buono, l’ammazzacaffè è buono, le pietanze erano buone, speriamo che sia buono anche il conto, comunque non mi devo dimenticare di farmi rilasciare la ricevuta perché sono in missione. Quando la chiedo al ragazzo, quello tergiversa un poco, ma poi acconsente, io per giustificarmi spiego che ne ho bisogno perché sono in missione, lui mi risponde che è arrivato fino ai quarantacinque anni facendosi i cazzi suoi e non intende derogare ora a quella norma di vita. La perentorietà della sua replica mi sembra che contenga un implicito invito ad attenermi alla medesima legge. In ogni caso chiedendogli da accendere, mi regala un pacchetto di cerini e anche il problema del fuoco è risolto. Ho davanti a me il pomeriggio con il geometra del comune.

Il problema , c’è sempre un problema, è che oggi il geometra del comune è fuori stanza e lo sarà per tutto il giorno. Quando lo apprendo, decido di guadagnare di nuovo l’uscita e di fumarmi una sigaretta nella piazzetta per ponderare con attenzione il mio che fare. Il mio secondo problema, c’è sempre un secondo problema, è che ho rimesso nelle tasche bucate del cappotto anche i cerini che avrei dovuto serbare con cura. Ma il dio dei distratti oggi mi aiuta perché li ritrovo per terra. Posso fumare e infine fumo, allorché mi avvedo che ho anche smarrito la ricevuta del ristorante inghiottita evidentemente dal pertugio della tasca. Così addio rimborso.

Osservo gli alberi, senza foglie in questa stagione, che sono degli stecchi e mi lasciano l’impressione di spaventapasseri dopo lo strip-tease. Un altro problema, c’è sempre un altro problema che ci si è dimenticati di considerare, è che la mia missione è urgente, urgentissima, ad alta priorità.  Questo paesaggio invernale è un’oggettiva irrisione delle mie priorità. Pare che il geometra non sia raggiungibile quando è fuori stanza: nell’era in cui i satelliti sono in grado di scorgere la pagliuzza nell’occhio di qualsiasi imbecille, qui non sono capaci di rintracciare un geometra fuori stanza!           Passa un drone in cielo, la cui ombra per un istante si assomma a quella degli stecchi.

Per fortuna le chiavi dell’automobile le ho messe nella tasca dei pantaloni. Almeno me ne posso tornare a casa con tanti saluti alla mia missione così urgente così importante. A mia giustificazione potrò sempre dire che le circostanze non mi hanno aiutato, che è la frase universale dei perdenti di ogni tipo e genere.

Ho finito di fumare. Butto la cicca per terra. Tiro fuori le fodere delle tasche del cappotto per vedere a occhio nudo il buco. Poi le rimetto dentro e constato che qui non c’è niente da fare. Mi avvio verso l’automobile.

La situazione sembra bisognosa di una pezza perché se no rischia di diventare cronicamente irrecuperabile. Mi prende un sordo furore al pensiero che non riceverò la diaria perché ho perso la ricevuta e anche al pensiero del sarcasmo, se non dell’aperta irrisone, di Falerini al mio rientro senza aver combinato nulla. Lui così precisino che sviscererà ogni aspetto e il relativo significato recondito di questa sfortunata spedizione crederà di aver raggiunto un’interpretazione definitiva e scambierà il mio silenzio indignato per una capitolazione alla sua superiorità ermeneutica. Ma la verità è che tutti sono capaci di imbastire un’allegoria, il vero problema è campare la vita!

 

 

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