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	<title>NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Béla Tarr e la dignità del crollo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Béla Tarr]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Menna]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Vinicio Capossela]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Luigi Menna </strong> <br /> Tarr, László Krasznahorkai e Mihály Víg non hanno mai ceduto alle lusinghe dell’intrattenimento. Hanno eretto un muro contro l’estetica consolatoria della nostra epoca, e lo hanno fatto mentre la narrazione globale accelerava verso il consumo rapido e la superficie.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119831 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/damnation-1200-1200-675-675-crop-000000.jpg" alt="" width="1200" height="675" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/damnation-1200-1200-675-675-crop-000000.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/damnation-1200-1200-675-675-crop-000000-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/damnation-1200-1200-675-675-crop-000000-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/damnation-1200-1200-675-675-crop-000000-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/damnation-1200-1200-675-675-crop-000000-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/damnation-1200-1200-675-675-crop-000000-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/damnation-1200-1200-675-675-crop-000000-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/damnation-1200-1200-675-675-crop-000000-1068x601.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Luigi Menna</strong></p>
<p>Vinicio Capossela ha colto l’esatta frequenza del cosmo di Béla Tarr fin dalle prime righe del suo reportage “Béla Ciao”, pubblicato il 21 febbraio 2026 sulle pagine culturali di Internazionale. Il cimitero di Fiumei út, l’attesa, i due mesi concessi al corpo per decomporsi e sparire prima del rito. Non si tratta di un ritardo burocratico. È l’ultima regia di un creatore che ha speso l’esistenza a filmare l’usura spietata del tempo sulla materia. L’incipit restituisce la temperatura clinica di una famiglia spirituale prima ancora che artistica.</p>
<p>Tarr, László Krasznahorkai e Mihály Víg non hanno mai ceduto alle lusinghe dell’intrattenimento. Hanno eretto un muro contro l’estetica consolatoria della nostra epoca, e lo hanno fatto mentre la narrazione globale accelerava verso il consumo rapido e la superficie. Loro ostinatamente scavavano nel fango. Krasznahorkai, con la prosa ipnotica e spietata che gli è valsa il Nobel nel 2025 come voce del terrore apocalittico, ha tracciato la mappa verbale di questo disfacimento. Víg ha dato corpo al folle in Cristo con le sue melodie circolari, al profeta da osteria che ride in faccia alla rovina di stato: il mozzicone di sigaretta tra le dita e la chitarra randagia. Tarr ha tradotto la loro voce in luce cinerea e piani sequenza interminabili.</p>
<p>All’interno di questa costellazione, l’autore ungherese rappresenta il rifiuto totale del compromesso. Ha costretto la macchina da presa a fissare il difetto fatale dell’Occidente: l’incapacità nevrotica di sopportare il silenzio e la fine. Il suo cinema esige la fatica fisica dello spettatore. Obbliga a guardare la pioggia cadere, la zuppa fredda consumata in silenzio. Obbliga soprattutto a sentire lo sforzo muscolare di camminare controvento sapendo che non c’è nessuna destinazione. È un Viaggio dell’Eroe ribaltato, dove il trionfo non consiste nella conquista della vetta, ma nella stoica resistenza alla forza di gravità.</p>
<p>Vinicio riconosce in Víg la medesima vis artistica, la stessa malattia. I capelli arruffati, la gravità dei gesti lenti. Un teatro ambulante. L’ubriachezza e il fumo denso di Budapest diventano l’unica carne possibile per opporsi all’anestesia asettica del presente. Ma è Tarr a consegnarci l’ultimo monito archetipico, costruito su un’arca visiva che rifiuta ogni speranza posticcia per preservare una lucida disillusione.</p>
<p>L’opera di Tarr non mirava a salvarci ma a restituirci la dignità del crollo, ad addestrarci a restare immobili davanti all’abisso per uscirne, a proiezione finita, meno vili.</p>
<p>Il vizio della narrazione contemporanea resta quello che il suo cinema ha diagnosticato: l’ossessione per la velocità e l’evitamento del trauma, la pretesa che ogni storia debba risolversi senza lasciare lividi. Chi accetta questa diagnosi sa che la risposta non passa dal compromesso estetico. Passa dal rifiuto di rassicurare. Dalla fatica fisica di restare fermi mentre il vento soffia e nessuna destinazione appare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La mano del mondo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/12/la-mano-del-mondo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 05:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Di Pasquale]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[Di <strong>Marco Di Pasquale </strong><strong></strong><br />
siamo certi, nessun volto ci somiglierà <br />
ma almeno un movimento della voce<br />
o un semplice disegno del pensiero<br />
dentro un discorso che si era iniziato<br />
e da qualcuno sarà pronunciato<br />]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Di Pasquale</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>affannarci in una curva alle spalle di cui ci siamo liberati, staccando con una pedalata folle le foglie, il risucchio del brecciolino, la fosse d’asfalto che potrebbe ingoiarci<br />
le gambe sforzano in salita, la velocità s’ingolfa del dubbio che si fa materia nelle bocche mascherate<br />
dell’anziano col maglione verde marcito per ogni stagione, della bambina che ci fissa senza averne mai saputo il nome, della commessa che svaga l’angoscia a minimi passi verso il supermercato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>negli incontri sfiorati avremmo potuto<br />
spostare una spalla mostrandoci disposti<br />
al contatto, a chiarire gesti fraintesi<br />
aprendo un rito di parole, cortesie da tè<br />
commentando pasticcini a sfoltire<br />
la diffidenza – sarebbe parsa la distanza<br />
solo una trappola a cui ci congratulavamo<br />
di essere sfuggiti<br />
invece le occasioni<br />
sono tutte sfumate, il tè freddo nel lavandino<br />
neanche una briciola è stata morsa e per le scale<br />
non ci concediamo l’educazione di un cenno<br />
un attestato di esistenza</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ogni volta che parte lo scatto<br />
che spicchi il salto evolutivo<br />
inciampi in atterraggio<br />
vinto dal vincolo di delusione<br />
che spegne lo slancio</p>
<p>me è dovere continuare, emettere<br />
ancora un segnale ché nella notta<br />
un’antenna ci sarà, ché qualcuno<br />
manderà in soccorso una sonda<br />
consolando i lividi entusiasmi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>siamo certi, nessun volto ci somiglierà<br />
ma almeno un movimento della voce<br />
o un semplice disegno del pensiero<br />
dentro un discorso che si era iniziato<br />
e da qualcuno sarà pronunciato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>con una bocca belva<br />
tra gli abbagli dei lampioni<br />
che inacidiscono i viali<br />
mastica piano e fa&#8217; durare<br />
finché non ti inonda il mare</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>_______________________</p>
<p>Forse perché conosco Marco Di Pasquale da molti anni, e perché siamo stati compagni di strada nell’organizzazione di piccoli, piccolissimi, a volte bellissimi, eventi poetici – <a href="https://marcodipasquale.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">eventi che lui continua con grande passione a ideare e sostenere</a> – non riesco a leggere questi testi separandoli dalla sua esperienza di animatore culturale, in radio, nei reading, negli incontri dal vivo, con la musica o senza, a scuola, in enoteca, in libreria, su un prato o su una zattera, tra le viuzze di un borgo, col megafono o in biblioteca, sempre, sempre con enorme pazienza a cucire i sensi alla pagina, la presenza a una prova di ascolto.<br />
Leggendolo trovo, insomma, che le sue poesie lavorino proprio intorno al grande carico di responsabilità e di cura che l’autore reclama per la parola poetica, insieme a ciò che perpetuamente vi si insinua: &#8220;s&#8217;ingolfa del dubbio&#8221; che il suo segnale possa – per estremo idealismo, contatto differito, abbandono istituzionale, difficile natura, e via dicendo – cadere a vuoto. Dentro questa incertezza Di Pasquale continua a interrogare le condizioni perché la poesia possa ancora farsi “atto di resistenza alla passività, uno strumento di risveglio collettivo”, come scrive Riccardo Frolloni nella sua nota di lettura a <em>La mano del mondo</em>. Come investire così tanto nella poesia come strumento di costruzione di una &#8220;eutopia&#8221; (la parola la usa Marco in una intervista per Rai3 a cura di Alessandro Trevisani), ovvero di un luogo buono, quando pure la comunità stessa a cui si rivolge è fragile? Non capisce più. Non si riconosce. Tutto le rimane difficile o ignoto. Non si concede neanche più &#8220;un attestato di esistenza&#8221;.<br />
Mi sorprende trovare in un suo testo una espressione forte, così poco accattivante in tempi in cui la parola sembra sempre chiamata a sedurre o sofisticarsi: &#8220;è dovere continuare&#8221;. Una perentorietà scomoda, in testi puntuti, che giocano spesso con l&#8217;attrito di ripetute sinestesie &#8211; una perentorietà scomoda proprio perché chiarissima.<br />
Lo scrittore ungherese László Krasznahorkai sostiene che tutto il mondo della letteratura ‘alta’ è destinato a scomparire. Non ci credo tanto, se non altro perché per il suo &#8216;museo&#8217; si spendono cifre da capogiro. Certo, talvolta sembra davvero di essere soltanto testimoni di una dissipazione, magari custodi di qualche pagina, più spesso anonimi addetti a trascrivere il disastro sulle pareti di una tenda che brucia. Marco Di Pasquale lavora evidentemente in un altro scenario mentale: se anche il prestigio della letteratura si consuma, possiamo ancora capire quali pratiche rendono questo luogo, questo starci assieme, abitabile. Come si fa a mantenerci vigili, a costruire scritture che non siano solipsismo o canto del cigno, a celebrare la poesia come arte di comunità, come gesto che mette insieme le persone a parlare e a costruire pensiero, senza facili psicologismi, senza accademie, senza nostalgie, senza retrotopie, con fiducia nel valore, nella disseminazione, nella sapienza, e quale, e quali, senza dimenticare il movimento trasversale della poesia, dal suono al tocco, dalla mano al mondo? &#8220;Scrivo per motivazione e non per ispirazione”, dice Di Pasquale in una intervista citata in postfazione. Anche la motivazione ha qualcosa di meno suadente dell’ispirazione, sì: evoca ostinazione e lavoro, più che illuminazione. È una parola quasi artigianale, mi ricorda una resistenza apparentemente elementare: scrivere per continuare, ma saltando la familiarità, le somiglianze, la biologia, la comunanza facile, insomma. Cercare invece una parentela più scelta, e un metodo più scomodo &#8211; quel “dovere”. Nell&#8217;adesione tra scrittura e fare in Di Pasquale esso smette di suonare come precetto. In &#8220;un movimento della voce / un semplice disegno del pensiero&#8221;, vedo, o spero di vedere, la responsabilità della presenza, il ritorno del politico. <em>(rm)</em></p>
<p>*</p>
<p>Testi tratti da: Marco Di Pasquale, <a href="https://www.puntoacapo-editrice.com/product-page/la-mano-del-mondo-marco-di-pasquale" target="_blank" rel="noopener"><em>La mano del mondo</em></a> (puntoacapo 2025).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Marco Di Pasquale è divulgatore letterario e animatore culturale, e insegna Lettere alle scuole superiori a Macerata, dove risiede. Coordina gruppi di lettura e di scrittura e dirige rassegne poetiche come “Mistero Aperto“, a Montecosaro (MC).<br />
Del 2009 il suo esordio, <em>Il fruscio secco della luce</em> (Wizarts), ripubblicato in edizione riveduta e ampliata per Vydia nel 2013. Nel 2017 Arcipelago Itaca ha dato alle stampe <em>Formula di vapore</em>; nel 2019 è uscita per Transeuropa <em>Dai sentieri divorati</em>. Racconta la propria esperienza di scrittura e di riflessione sulla letteratura nel blog www.marcodipasquale.it.</p>
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		<title>Il Museo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[silvano panella]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Silvano Panella</strong><br /> Il cielo nuvoloso e opaco attutisce i nostri passi, le nostre parole, cela i dettagli, le distrazioni, protegge le case del borgo medievale dall'eccesso di visibilità]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_119637" aria-describedby="caption-attachment-119637" style="width: 2560px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119637" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1660" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-300x195.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-1024x664.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-768x498.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-1536x996.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-2048x1328.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-648x420.jpg 648w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-150x97.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-696x451.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-1068x693.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-1920x1245.jpg 1920w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /><figcaption id="caption-attachment-119637" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/verdure-colorato-frutta-dolci-14707014/">Soly Moses</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Silvano Panella</strong></p>
<p>Il cielo nuvoloso e opaco attutisce i nostri passi, le nostre parole, cela i dettagli, le distrazioni, protegge le case del borgo medievale dall&#8217;eccesso di visibilità, impedisce che si frantumino al Sole, che diventino sabbia.</p>
<p>Entro nel museo di storia locale, un museo composito, ricco di oggetti d&#8217;ogni epoca, dagli etruschi al ventesimo secolo, corredi funerari, anfore, borchie di carri, statuine, pezzi di trattore.</p>
<p>Nella prima sala ci sono frammenti di lapidi – nomi, anni, mestieri in latino. Raccolti e decontestualizzati, portati qui perché non v&#8217;erano più le tombe. Come può disintegrarsi una tomba? Non so. Il clima, le razzie, l&#8217;agricoltura.</p>
<p>Mi affaccio alla bifora, la mano infilata tra due colonnine esili, una tortile e una liscia, accostate per la prima volta quando costruirono questo palazzo. Le colonnine sono d&#8217;età romana e provengono dal ninfeo scavato più volte.</p>
<p>«Il saccheggio fu condotto con grande precisione», una voce femminile mi sorprende alle spalle.</p>
<p>Mi volto. È Demetra, la direttrice del museo.</p>
<p>«Grande precisione? Quindi non c&#8217;è stata una distruzione brutale», dico.</p>
<p>«No. Capivano più di oggi il valore delle cose.»</p>
<p>«Mi sembra strano. Oggi siamo così preparati.»</p>
<p>Demetra osserva la strada in basolato, gli abitanti che comprano il necessario per il pranzo, i turisti che scoprono un mondo diverso dal loro, i negozianti che tormentano proprio quella mela, proprio quella camicia. E controlla che il duomo e il palazzo del governo siano ancora in piazza. Sono ancora in piazza, sotto il cielo ancora offuscato.</p>
<p>«Abbiamo le nozioni ma non ci interroghiamo sul valore delle cose. I barbari invasori erano un po&#8217; impulsivi ma sapevano quanto valesse una spilla d&#8217;oro e quanto valesse simbolicamente.»</p>
<p>«Immagino abbia scelto la spilla per fare un esempio come un altro.»</p>
<p>«Ho scelto la spilla con grande cognizione di causa», Demetra dice, e si avvia.</p>
<p>La seguo nella sala in allestimento. Il pavimento in cotto, il soffitto a cassettoni, scaffalature semivuote. Osservo l&#8217;oblunga statuina di un guerriero in bronzo, l&#8217;asta impugnata.</p>
<p>«Le piace? Se le piace lo metta in salvo. Il museo potrebbe esplodere», Demetra dice, confondendomi per un momento.</p>
<p>«Lei è stanca, logorata dal troppo lavoro»</p>
<p>«Non si azzardi a giudicare senza sapere tutto. Il museo potrebbe esplodere. Una deflagrazione precisa, puntuale, una pioggia di reperti su tutti i passanti. Quelle persone che abbiamo visto poco fa. Persone intente a essere loro stesse.»</p>
<p>«Chi è che non intende essere se stesso? E poi, i reperti sono delicati.»</p>
<p>Demetra solleva un corno in pasta vitrea, colorato, ricco di riflessi. Lo lancia a me. La paura di non farcela, lo prendo al volo.</p>
<p>«I reperti sono finti. Copie. Un museo di finzioni. I reperti autentici sono al sicuro nelle cantine – mura possenti, archi belli. A parte quel corno di vetro le copie sono fatte di resina ultraresistente, rimarrebbero integre dopo una esplosione.»</p>
<p>«E se anche fosse? Il palazzo è antico. Non vale, il palazzo?»</p>
<p>«Il palazzo è solido, non crollerebbe. Le finestre sono in vetro di scena. Come quel corno. Si disintegrerebbero senza causare ferimenti.»</p>
<p>Forse si tratta di una trovata mediatica. Demetra indossa un abito nero, il ciondolo dorato spicca sul suo petto. La testa leggermente reclinata, i capelli folti e neri ricadono su una spalla, gli occhi lucidi, bistrati. Attende. Attende che le chieda&#8230;</p>
<p>«Non ho capito a cosa servirebbe una deflagrazione illusoria», dico.</p>
<p>«Niente di illusorio. Ci sarà il boato, ci saranno le faville, le scintille, i fuochi. Reperti sparsi dappertutto nella piazza. Sa che un tempo la piazza era costituita da mattoncini a spina di pesce? Volevo ripristinare l&#8217;antica pavimentazione ma no, il comune non ha voluto finanziare questo recupero e i visitatori vengono soltanto per gironzolare, non capiscono nulla. Avrei voluto rendere le loro camminate più complicate, passare da un pavimento a un altro. Sono sette. Sette diversi pavimenti. Due in piazza e cinque qui.»</p>
<p>«Perché cambiavano tanti pavimenti, nell&#8217;antichità?»</p>
<p>«Per appagare il buon gusto, per non forzare le scelte. Abbiamo strati e strati di bei pavimenti, l&#8217;eccesso, l&#8217;opulenza, non è possibile averli tutti insieme oppure sì, parzialmente, scandendoli. I visitatori camminano per le sale restando all&#8217;oscuro di tutto ciò. Se ricevessero una pioggia di reperti si renderebbero conto dell&#8217;opulenza, si renderebbero conto di quanto poco sanno della storia.»</p>
<p>Per un momento penso di raccontare a Demetra la mia visita alla chiesetta. Avevo ricevuto una sensazione di pace, avevo sottratto una candela, l&#8217;avevo accesa, ero uscito fuori. Il museo spicca da lontano, la sua posizione è strategica, un tempo era un fortino poi divenne un palazzo nobiliare, un simbolo di prestigio. Non credo che l&#8217;esplosione possa avvenire in sicurezza. Demetra sembra non capire la reale portata di oggetti che piovono sulla gente, forse immagina un mondo di morbido marzapane. Se solo i reperti fossero di marzapane! I dolci tipici del borgo sono fatti di marzapane, il rimando storico ci sarebbe.</p>
<p>Le piace il marzapane?<br />
Quel dolce assai affine<br />
Alla consistenza dei nostri sogni<br />
Un mondo onirico<br />
Modellabile intorno a noi</p>
<p>Demetra risponde:<br />
Breve vita ha il marzapane<br />
Sbriciolato, mangiato<br />
È alimento proteiforme<br />
Eppure lo modellano<br />
In compatti filoncini</p>
<p>«A causa della testardaggine dei cucinieri», aggiungo.</p>
<p>Demetra sorride, va via. Chissà se svilupperà il mio suggerimento.</p>
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		<title>Radio Days: Mirco Salvadori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2026 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Biennale Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Caterina Barbieri]]></category>
		<category><![CDATA[Mirco Salvadori]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Mirco Salvadori</b> <br />Nel biennio 2025-2026 la Biennale Musica sposta il rigore dalla delimitazione alla coerenza poetica. La parola chiave non sembra più essere “contrasto”, bensì “risonanza”. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119587" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-11.08.53.png" alt="" width="594" height="637" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-11.08.53.png 594w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-11.08.53-280x300.png 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-11.08.53-392x420.png 392w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-11.08.53-150x161.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-11.08.53-300x322.png 300w" sizes="(max-width: 594px) 100vw, 594px" /></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Il Rigore della Risonanza</strong><br />
<em>  La Biennale </em><em>2025-2026 </em><em>sposta il rigore dalla delimitazione alla coerenza poetica</em><br />
di<br />
<strong>Mirco Salvadori</strong></p>
<p>La Biennale Musica del biennio 2025-2026, affidata a Caterina Barbieri dal Consiglio di Amministrazione della Biennale per due anni, nasce sotto il segno di una scelta che appare subito netta: non presidiare un territorio già definito, ma ridefinire il territorio stesso. Barbieri, nata a Bologna nel 1990, formata in chitarra classica e in composizione elettroacustica, con una tesi in etnomusicologia sul rapporto tra minimalismo americano e musica classica hindustani, arriva alla direzione artistica della Biennale Musica con un profilo che intreccia formazione accademica e ricerca di confine fra composizione, elettronica, percezione dell’ascolto e dimensione immersiva della performance. È un dato biografico verificabile, e conta, perché in un festival la poetica di chi sceglie non è un dettaglio laterale: è spesso il principio ordinatore, talvolta persino il filtro invisibile attraverso cui tutto viene fatto passare.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-120071" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.13.png" alt="" width="395" height="283" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.13.png 395w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.13-300x215.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.13-150x107.png 150w" sizes="(max-width: 395px) 100vw, 395px" /></p>
<p>Già il primo titolo, La stella dentro, con cui si presenta il 69° Festival Internazionale di Musica Contemporanea, dice molto. Il programma 2025 si propone infatti di esplorare il tema della “musica cosmica”, e lo fa attraverso una lingua curatoriale che insiste su parole come cosmo, metamorfosi, risonanza, interconnessione, ascolto profondo. Nella presentazione ufficiale il suono non è descritto innanzitutto come forma, scrittura, tecnica o conflitto fra linguaggi, ma come vibrazione che mette in relazione il vivente, come esperienza che trasporta fuori dai confini dell’ego e apre all’alterità. L’anno successivo, con A Child of Sound, il 70° Festival, in programma dal 10 al 24 ottobre 2026, radicalizza quella stessa linea: il “bambino di suono” diventa simbolo di rivoluzione e guarigione, e il cartellone viene presentato esplicitamente “al di là di una rigida distinzione di genere, epoca e stile”, con molte commissioni originali, lavori site-specific e pratiche di ascolto partecipative. Non si tratta dunque di una semplice alternanza di programmi, ma di un biennio pensato come discorso unitario.</p>
<p>È qui che la domanda più interessante, e forse più necessaria, si impone senza nostalgia meccanica ma con un minimo di memoria storica: era meglio quando era “peggio”, cioè quando la Biennale Musica si esponeva come luogo più severamente dedicato alla musica contemporanea? La formula è volutamente provocatoria, ma il punto non è difendere per riflesso un passato irrigidito in canone. Il punto è chiedersi che cosa si guadagni e che cosa si perda quando un’istituzione nata per rappresentare, discutere e spesso anche irrigidire criticamente il contemporaneo musicale comincia a parlare una lingua più larga, più porosa, meno gerarchica. Nel 2025 il programma annuncia Meredith Monk e Laurie Spiegel, ma anche Johann Sebastian Bach; nel 2026 mette insieme Keiji Haino, Laraaji, Gigi Masin, ML Buch, Kara-Lis Coverdale e Sarah Davachi, e lo fa rivendicando proprio l’attraversamento di genealogie diverse. È una dichiarazione di poetica, non un accidente.</p>
<p>Se si guarda il disegno da vicino, diventa chiaro che Barbieri non sta tentando di “popolarizzare” banalmente la Biennale. Sarebbe una lettura pigra, e non suffragata dai fatti. Gli artisti scelti nel biennio non sono nomi accomodanti né figure da consumo culturale semplificato. Meredith Monk è una figura decisiva dell’avanguardia multidisciplinare; Laurie Spiegel appartiene a una genealogia cruciale della musica elettronica; Chuquimamani-Condori, Leone d’Argento 2025, viene presentata dalla Biennale come voce visionaria della sperimentazione contemporanea; Keiji Haino, Leone d’Oro 2026, è definito “poeta del rumore” e pioniere dell’improvvisazione radicale; Sarah Davachi, Leone d’Argento 2026, è indicata come una delle voci più coerenti del paesaggio contemporaneo, incentrata su una ibridazione innovativa di linguaggi elettronici e acustici. Insomma: non c’è abbassamento del livello, né desiderio di compiacere il gusto medio. C’è piuttosto un mutamento di asse.</p>
<p>Questo mutamento si può definire così: il centro della Biennale, sotto Barbieri, sembra spostarsi dalla nozione di avanguardia come conflitto linguistico alla nozione di suono come campo esperienziale. Non scompare la composizione, ma perde il monopolio simbolico; non scompare la ricerca, ma non è più identificata soltanto con la scrittura; non scompare la contemporaneità, ma viene intesa meno come frontiera storica e più come intensità di ascolto. È una differenza capitale. Per decenni molte istituzioni dedicate alla musica contemporanea hanno costruito il proprio prestigio sulla capacità di delimitare: qui la ricerca, là il repertorio; qui il nuovo, là il derivativo; qui il rischio, là l’intrattenimento. Barbieri, invece, sembra voler costruire una Biennale che non delimita anzitutto, ma connette. Il problema critico, allora, non è accusarla di eclettismo: è chiedersi se una istituzione di questo tipo, mentre connette, riesca ancora anche a discriminare, nel senso più alto e meno ideologico del verbo.</p>
<p>Perché il guadagno è evidente. Una Biennale che mette in dialogo Monk e Bach, Haino e Laraaji, Davachi e Gigi Masin, non produce soltanto una somma di nomi diversi: tenta di restituire il contemporaneo come costellazione, non come caserma. Restituisce la musica a una continuità più ampia, dove l’innovazione non nasce soltanto dalla rottura, ma anche da un ascolto obliquo della tradizione, da una diversa temporalità, da un’attenzione alle soglie, alle persistenze, ai ritorni. In questo senso la formazione di Barbieri, che tiene insieme studi classici, composizione elettroacustica e interesse etnomusicologico per il minimalismo e l’India, non è un elemento accidentale: aiuta a capire perché la sua Biennale tenda a leggere il suono come luogo di relazioni piuttosto che come sistema chiuso di appartenenze.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-120072" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.38.png" alt="" width="398" height="277" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.38.png 398w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.38-300x209.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.38-150x104.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.38-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 398px) 100vw, 398px" /></p>
<p>Ma proprio qui si apre anche il limite possibile del suo disegno. Quando la curatela privilegia il suono come esperienza di espansione, immersione, trance, meditazione, rito, interconnessione, si finisce inevitabilmente per favorire artisti che, pur molto diversi tra loro, condividono un certo clima spirituale e percettivo. La processione site-specific di Chuquimamani-Condori nei canali di Venezia, costruita attorno a un immaginario rituale e collettivo dell’acqua; il ruolo di Laraaji come maestro della meditazione sonora; la presenza di Sarah Davachi con il suo lavoro per organo da camera e nuova commissione; la valorizzazione di figure come Meredith Monk, che da sempre pensano la voce e il corpo come spazio di trasformazione: tutto questo non denuncia un difetto, ma mostra una predilezione precisa.</p>
<p>Il rischio, allora, non è la confusione ma quasi il contrario: una coerenza troppo atmosferica. Vale a dire una Biennale dove le differenze di linguaggio esistono, ma finiscono per essere raccolte dentro un medesimo alone simbolico. La parola chiave non sembra più essere “contrasto”, bensì “risonanza”. E una rassegna costruita sulla risonanza tende naturalmente a escludere, o almeno a marginalizzare, tutto ciò che insiste sullo strappo, sull’attrito, sullo scandalo della forma, sulla secchezza analitica, sulla dimensione progettuale della composizione intesa nel suo senso più duro. Non perché questi elementi siano incompatibili con Barbieri in assoluto, ma perché non sembrano stare al centro della narrazione ufficiale del biennio. Nei testi di presentazione dominano immagini cosmiche, organiche, infantili, terapeutiche; molto meno visibile è il vocabolario storico della complessità, della discontinuità, della dialettica fra sistemi compositivi.</p>
<p>Per questo la domanda “era meglio quando era peggio?” merita una risposta meno sentimentale di quanto sembri. Se con quel “peggio” si intende una Biennale più esclusiva, più autoreferenziale, più rigidamente custodita da codici di legittimazione novecenteschi, allora no: non era necessariamente meglio. Le istituzioni troppo chiuse finiscono spesso per parlare solo a se stesse. Ma se con quel “peggio” si intende una Biennale più disposta a definire un campo, a sostenere conflitti estetici, a esercitare una funzione selettiva più aspra, allora la nostalgia qualche ragione la conserva. Non perché il passato fosse più puro, bensì perché aveva un fuoco più riconoscibile. La Biennale di Barbieri ha invece una luminosità diffusa: affascina, avvolge, invita, ma talvolta sfuma il confine tra mappa e programma, tra apertura e dispersione.</p>
<p>Anche i Leoni del biennio sono rivelatori. Nel 2025 il riconoscimento alla carriera a Meredith Monk e l’Argento a Chuquimamani-Condori definiscono una linea che tiene insieme genealogia dell’avanguardia e sensibilità rituale, corporea, non eurocentrica. Nel 2026 la coppia Keiji Haino-Sarah Davachi ribadisce un doppio asse fra radicalità storica dell’improvvisazione e lavoro di lunga durata su risonanza, organo, continuità timbrica. Non sono premi casuali: sono quasi l’autoritratto indiretto di una direzione artistica che si riconosce nelle pratiche dove il suono è evento fisico, presenza, vibrazione mentale, esperienza trasformativa.</p>
<p>In questo senso le connessioni tra una direttrice artistica giovane e i musicisti che sceglie di proporre non vanno lette in chiave generazionale o, peggio, mondana. La questione non è anagrafica e non autorizza alcun gossip. È semmai una questione di affinità poetica e di paradigma estetico. Barbieri non programma dei “simili” nel senso debole del termine; programma artisti che rendono leggibile una sua idea del suono. Questa idea è seria, colta, internazionalmente aggiornata, e possiede una sua necessità. Però, proprio perché è così riconoscibile, espone la Biennale a una domanda che ogni curatela forte deve accettare: quanto una visione sa illuminare il presente, e quanto invece lo seleziona in base alle proprie premesse fino a trasformarlo in conferma?</p>
<p>La sensazione, guardando il biennio nel suo insieme, è che Barbieri abbia avuto il merito raro di restituire centralità immaginativa alla Biennale Musica. Non un semplice cartellone di eventi, ma un racconto del suono. In tempi di programmazioni spesso compilative, questo è già molto. E tuttavia un racconto, per essere davvero critico, deve ogni tanto ferire la propria stessa continuità, mettere in crisi il proprio lessico, introdurre ciò che non gli somiglia. La Biennale 2025-2026 sembra invece preferire una persuasione sottile, una continuità di visione, un’idea di ascolto come riconnessione. È una postura nobile, ma non neutra. E forse il punto, alla fine, è tutto qui: non siamo davanti a una Biennale meno rigorosa; siamo davanti a una Biennale che ha spostato il rigore dal terreno della delimitazione a quello della coerenza poetica. Non è poco. Ma non è nemmeno la stessa cosa.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120073" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.56.png" alt="" width="877" height="584" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.56.png 877w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.56-300x200.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.56-768x511.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.56-631x420.png 631w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.56-150x100.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-04-22-à-20.28.56-696x463.png 696w" sizes="(max-width: 877px) 100vw, 877px" /></p>
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		<title>Ecofascisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2026 04:45:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[destra]]></category>
		<category><![CDATA[ecofascismo]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
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		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Santolini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesca Santolini</strong> <br /> Per l’ecofascismo, la difesa di una comunità passa attraverso la preservazione ecologica del suo territorio, l’assegnazione delle risorse a coloro che vi sono nati e la stigmatizzazione sociale dei gruppi considerati estranei.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Santolini</strong></p>
<p><em>ringraziando l&#8217;editore per la disponibilità, pubblichiamo la prima parte dell&#8217;ultimo capitolo (&#8220;Conclusioni&#8221;) del saggio di Francesca Santolini &#8220;Ecofascisti. Estrema destra e ambiente&#8221;, pubblicato da Einaudi (2024)</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-119755" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-598x1024.jpg" alt="" width="380" height="651" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-598x1024.jpg 598w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-175x300.jpg 175w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-768x1315.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-245x420.jpg 245w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-150x257.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-300x514.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_-696x1192.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/61pTsw8cG-L._SL1500_.jpg 876w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />«Il fascismo era un totalitarismo <em>fuzzy</em>. Il fascismo non era una ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni», sintetizzava Umberto Eco nel <em>Fascismo eterno</em> (1995), delineando al passato un profilo che sembra essere ancora oggi perfettamente somigliante, come abbiamo visto aggirandoci tra i gruppi di (piú o meno) estrema destra: eterogenei, contraddittori, ma al tempo stesso in movimento, in ascolto della società, anche se per coglierne gli umori piú irrazionali e pericolosi. Nella società di oggi l’umore da intercettare è certamente quello sulla questione climatica: il tema politico fondamentale da cui dipenderà il senso della storia, attorno al quale si ridefiniranno gli antagonismi sociopolitici, le sfide del futuro. Non si può prescindere dalla crisi climatica. E questo è ormai chiaro a tutti, a sinistra come a destra.<br />
Al netto degli ultimi fervori negazionisti, segmenti sempre piú numerosi della destra radicale in Europa e negli Stati Uniti non solo riconoscono il collasso ambientale in corso, come abbiamo visto, ma lo considerano un’opportunità per riorganizzare la società secondo logiche autoritarie, xenofobe, quando non apertamente razziste.<br />
Esiste il rischio che l’ecologismo possa diventare il fattore normalizzante di ideologie di estrema destra? Dobbiamo prendere sul serio il pericolo di una deriva ecofascista?<br />
Per rispondere occorre innanzitutto, ormai lo sappiamo, abbandonare la convinzione che l’ambientalismo progressista sia il titolare esclusivo dei temi ecologici. Perciò abbiamo iniziato questo percorso dalle radici dell’ecofascismo. E lí, alla fonte, abbiamo visto formarsi l’idea aberrante ma ampiamente argomentata nel tempo della convergenza tra purezza razziale e concetto di ambiente come parte del piú vasto concetto di patria: ogni nazione e ogni etnia è stata fusa con il proprio ambiente, la protezione dell’una comporta quella dell’altra.<br />
Se l’ecologia ha vinto una fondamentale battaglia culturale e politica per cui oggi il cambiamento climatico è in cima alle preoccupazioni dei cittadini italiani ed europei, l’esigenza di occupare questo spazio politico anche da parte dell’estrema destra sfocia in misura e forma diverse nell’opportunismo politico, quando non nella grave manipolazione ideologica.<br />
Nelle mani della propaganda di estrema destra, l’idea progressista di proteggere l’ambiente e gli esseri umani viene distorta, manipolata e strumentalizzata per diffondere false teorie, nazionalismi, xenofobia, per fomentare divisioni sociali e conflitti politici, alimentando le paure verso i cambiamenti nel nostro stile di vita, dai trasporti all’alimentazione.<br />
Soffiando sul fuoco delle paure per le ricadute quotidiane che avrà la transizione ecologica, l’“ambientalismo” di estrema destra promuove un’ideologia tecnicamente reazionaria, che mira a difendere il modo di vivere e di consumare dei cittadini, denunciando qualsiasi evoluzione green possa minacciarlo.<br />
Un approccio politico opportunistico appunto, che cerca di creare una contrapposizione tra il “buon senso paesano” e l’“ideologia urbana borghese”. Da qui, o accanto a questo approccio quello altrettanto radicale piú strettamente ruralista, che considera la globalizzazione e le politiche europee come il nemico dei paesaggi e della tradizione.<br />
Nel collage ideologico <em>fuzzy</em> dell’ecofascismo, però, ci sono anche alcune caratteristiche dominanti che sono emerse con estrema chiarezza dal percorso che abbiamo seguito. Il tema centrale è quello dell’idea di Stato e di autorità. L’ecofascismo in maniera largamente condivisa (salvo qualche irregolare solitario come FC/Unabomber) auspica la costruzione di uno Stato forte che ha il compito di proteggere il suo ordine naturale dal degrado ambientale, dalla sovrappopolazione e dalla contaminazione etnica: tutti fattori che minacciano contestualmente l’identità e l’integrità del popolo e del suo habitat naturale.<br />
L’ecofascismo sostiene che l’integrazione di determinati gruppi di persone, come migranti o stranieri, non sia (piú) possibile: i loro modi di vita e il loro numero in costante crescita costituiscono una minaccia per l’ambiente naturale e per le sue risorse, oltre che evidentemente per l’identità della comunità. I migranti vengono paragonati a specie «infestanti» e incarnano, in tale impostazione ideologica, l’irruzione di una natura nociva per l’ecosistema.<br />
Per l’ecofascismo, la difesa di una comunità passa attraverso la preservazione ecologica del suo territorio, l’assegnazione delle risorse a coloro che vi sono nati e la stigmatizzazione sociale dei gruppi considerati estranei. La «grande sostituzione» di Renaud Camus ha dunque aggiunto alla sfumatura etnica anche quella ambientale: la distruzione consapevole di un ambiente naturale perpetrata dagli “invasori”, un “ecocidio”. E il termine «sostituzione» per parlare dei fenomeni migratori è entrato nel lessico anche di molti politici di destra: ha parlato di «sostituzione etnica», per esempio, il ministro dell’Agricoltura di Fratelli d’Italia Francesco Lollobrigida2. In Francia invece a parlare di <em>remplacement</em> sono soprattutto politici come Marine Le Pen ed Éric Zemmour, leader del partito di estrema destra Reconquête, condannato a piú riprese per incitamento all’odio razziale.</p>
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		<title>Una questione di vita o di morte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 05:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Mattia Majerna]]></category>
		<category><![CDATA[nascondino]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mattia Majerna </strong> <br />
Forse la morte dei suoi genitori è colpa sua, della sua tendenza a farsi male. Se solo fosse stato senza paura, non sarebbero morti. Come i cani, che ti mordono se hai paura di essere morso.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-119628 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino.jpg" alt="" width="417" height="592" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino.jpg 844w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-720x1024.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-768x1092.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-295x420.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-150x213.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-300x427.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/giardino-696x990.jpg 696w" sizes="(max-width: 417px) 100vw, 417px" />di <strong>Mattia Majerna</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="western">Dopo un’ora e mezza di lavoro, con la costruzione a metà, ci siamo accorti che è da rifare. Tutta. «Non tutta» mi dice Jacopo che, a quanto pare, mi legge nel pensiero. E mi spiega la sua teoria: possiamo conservare alcune parti della struttura, già montate, e rifare quella sotto. Con la solita proprietà di linguaggio, che ha smesso, almeno da due giorni, di stupirmi. La compagnia delle persone anziane ha reso il suo lessico più ‘maturo’. Persone troppo stanche per semplificare la propria lingua o per incoraggiare, in lui, la sgrammaticatura, che, d’improvviso, rivela una falla nei costrutti di noi adulti.</p>
<p class="western">«La fabbrica del Duomo! Hai presente? Se ci rimettiamo al lavoro finiremo tra cinque secoli e addio divertimento!»</p>
<p class="western">Allora mi fa un’altra offerta: non importa se lui è venuto apposta con la scatola di un nuovo castello Lego da costruire, impresa che non può portare a termine a casa, né con il nonno (deficit visivo e artrite), né con la nonna (non gioca, bensì veglia su di lui e tutta la sua persona è impegnata a permanere).</p>
<p class="western">«Usciamo! Il tempo è splendido!» (i nostri dialoghi sono sequele di esclamazioni).</p>
<p class="western">Ci guardiamo per un attimo, misurandoci nelle nostre rispettive solitudini, è come se confrontassimo la taglia di due grosse trote pescate negli abissi, ciascuno nel proprio. Una voce mi ammonisce che paragonare la mia alla sua è un’indecente forma di vittimismo, però, per una ragione o per un’altra, è così che ci troviamo in un pomeriggio di fine agosto, nella casa di montagna dei miei. Solo io, e solo lui (il nonno ha dovuto accompagnare la nonna all’ospedale, o il contrario, o forse ne approfittano per farsi visitare entrambi).</p>
<p class="western">Quindi abbandoniamo tutto e usciamo davvero con una palla. D’altronde, è cominciata così. Poche mattine prima, mi trovavo sul terrazzo a guardare niente di particolare, il che consiste precisamente nel rifiutarsi di mettere a fuoco i dettagli e, da lì, ricostruire il paesaggio intorno, un’unità organica, a cui, un po’ per partito preso, non volevo riconoscere alcuna bellezza. Aspettavo che il mondo si accorgesse della mia assenza e m’inviasse un cenno. Mi sarei accontentato, in mancanza di meglio, di un simbolo, un evento minimo e singolare, stagliato sulle giornate tutte uguali, da interpretare nelle ore che precedono il sonno. Il telefono, però, rimaneva silenzioso. A volerci trovare un senso a tutti i costi, si sarebbe detto che aspettavo l’esito delle cure di mia madre, ma tutto è più vago di così, estraneo alla cruda logica binaria della vita e della morte. Per l’attesa, poi, ho talento. Se si vuole trovare un mio eguale, lo si deve cercare tra i cani: lontano dal padrone, per loro, ci sono solo attimi d’inesistenza; non possono fare altro che aspettare, come se il ritorno dipendesse dalla loro dedizione, dalla loro pazienza. Un uovo da covare finché non si schiude: il padrone riappare!</p>
<p class="western">Qualche mattina fa, dicevo, sul tardi, è arrivata una palla. Ne ho potuto apprezzare la parabola fulminea al di sopra della siepe che divide il mio dal giardino accanto.</p>
<p class="western">«Posso entrare a prenderla, per cortesia?»</p>
<p class="western">Il recupero della palla, da parte di un bambino di otto anni, biondissimo, con gli occhiali dalla montatura spessa, Jacopo, è bastato a creare un precedente (ho dovuto far conoscenza con la nonna che, dall’interno della casa, dove ci si orienta a stento con la bava di lumaca dell’argenteria, si è subito accorta dell’assenza del nipote; e sono stato approvato: vivace, ma nel rispetto delle regole). Non ricordo neanche più come, quello stesso pomeriggio, ci siamo messi a giocare. Io ero abbastanza sfaccendato, lui bisognoso di un compagno; in assenza di un coetaneo, si faceva andar bene un adulto che, a certe latitudini della giornata, fosse disposto a rinunciare alla serietà.</p>
<p class="western">Tornando a oggi, abbiamo giocato a calcio davanti alla casa, più che altro per mancanza di fantasia (che cosa fare con una palla?), nessuno di noi due è capace, un punto in comune che rende divertente sbagliare di continuo i passaggi, colpire di punta con tanta goffaggine. Le nostre terminazioni nervose s’interrompono all’altezza del ginocchio, si vede. Poi, la palla finisce dall’altra parte e abbiamo la sensazione che qualcuno ci abbia tenuto a spiattellarci la morale della favola (il cancello di casa sua è chiuso a chiave, la palla irrecuperabile), ma noi la conoscevamo già. Facciamo spallucce. Jacopo, solo appena scomposto (una sprimacciata veloce e ritorna come prima, piega dei pantaloni e scriminatura a piombo), mi propone allora di giocare a nascondino. Il giardino della casa dei miei, dietro, è sterminato e, se avessi con chi giocare, ci giocherei ancora. Oggi si dà il caso che qualcuno c’è: Jacopo. A contare inizia lui. In due è un vero duello.</p>
<p class="western">Per me il giardino ha conservato le dimensioni indefinite che aveva nella mia infanzia, la stessa ombra impenetrabile; addentrandosi tra gli alberi, ci si trova in un boschetto. Gli aghi di pino attutiscono i passi, per ogni scampolo di paradiso, con more e lamponi, c’è un girone infernale di ortiche, magari vipere. A tracciarne il perimetro su una carta, non saprei da dove cominciare. Insomma, non ci vuole molto prima che io sia travolto dall’eccitazione del gioco. Trovarmi solo all’improvviso mi offre un inatteso sollievo. Non perché mi sia stufato di giocare con Jacopo, anzi. È solo una vacanza temporanea dai bisogni che la presenza di un’altra persona genera. Diciamo che adesso siamo legati con una corda più lunga e godo della mia nuova libertà di movimento tra le felci. Mi appoggio a un tronco per scendere la scarpata che porta al campo da tennis abbandonato. M’inzacchero di resina ed è come se mi sporcassi con qualcosa che ho rovesciato io trent’anni prima, ma il pensiero della malattia di mia madre raddrizza la freccia del tempo. Succede così, in due battute: prima ho la sensazione che ci sia qualcosa di sospetto nel quadro che mi circonda, un elemento illusorio che, una volta scoperto, renderà solo più dolorosa la verità; cerco quindi di ricordarmi perché, tra tutti i giorni dell’anno, oggi non ho diritto alla spensieratezza, e la risposta arriva immediata: mia madre è rimasta a Milano per farsi operare e cominciare subito la chemio. La consapevolezza della mortalità di mia madre mi trafigge proprio mentre sono più indifeso e sto sperimentando un inatteso ritorno all’infanzia. Regredisco finché posso e sbatto la faccia contro l’assenza di chi n’è stato il custode. Improvvisamente spero che Jacopo si dimentichi di me e vada ad aspettare i nonni davanti al cancello di casa (anche lui un giudizioso cagnolino). Mi aggiro intorno al campo da tennis inselvatichito. Sarà finita la conta? Se viene da questa parte mi vedrà subito, ma il giardino è grande, posso sperare che perlustri un’altra zona. Che io ricordi nessuno ha mai giocato a tennis, qui. La rete è floscia da sempre, dalle crepe crescono, a ciuffi, fragoline di bosco. Alla fine, spossato, mi siedo sulle radici di un nocciolo, ai confini della proprietà. Cerco di cancellare le tracce di pianto e aspetto che Jacopo mi scopra, il più tardi possibile, mi auguro. Raccolgo una manciata di frutti acerbi o vizzi, come capirlo?, di certo mangiarli è escluso. Quindi li sbuccio solamente, con un po’ di trepidazione per quel che troverò. Le risate mi riscuotono, m’affaccio dietro al tronco, guardo in giro e, solo al ripetersi del suono, un liquido che si riversa dal collo di una bottiglia, a singhiozzo, vedo Jacopo nel campo da tennis, issato sulla sedia da arbitro (mi ha visto), e io mi affretto a raggiungerlo, ormai dimentico del gioco. È vecchia e rugginosa, innumerevoli le possibilità di farsi male. Lo prendo in braccio (i suoi otto anni pesano poco, come sei, sette al massimo, tutto in lui dimostra una maggiore età, o una minore, l’impressione è quella di uno sviluppo difficoltoso: lo sguardo meditabondo vs la statura, la proprietà di linguaggio vs la calma con cui attende le istruzioni dei grandi, come se il mondo debba essere ancora premasticato da uno sguardo adulto, affinché lui lo assimili) e lo rimetto a terra.</p>
<p class="western">«Vittoria! Vittoria!»</p>
<p class="western">Si dimena. Non sto a precisare che per vincere dovrebbe correre alla tana e strillare il mio nome, il tutto prima che ci arrivi io e, considerata la differenza delle nostre falcate, ci sono poche probabilità che ciò accada. Vorrei proprio correre. Il “Libera tutti” mi si gonfia in gola. Immagino un giorno del giudizio, in cui Cristo sfreccia alla tana e si limita a gridare, e dopo basta, le spoglie spolpate tornano alla pienezza della vita, le guance si gonfiano per i sorrisi a lungo trattenuti nella morsa dei teschi, le orbite si riempiono di vecchia nuova lucentezza. Più Tim Burton che l’Apocalisse di Giovanni.</p>
<p class="western">Dentro un pomeriggio di fine-estate c’è un bambino nascosto. Siamo con il fiato sospeso. È in mezzo a un cespuglio di felci. Tutto, lì, pizzica: le foglie, i rami, i moscerini. Il solletico di una presenza furtiva dietro il collo, sul polpaccio, dove il suo sguardo non arriva e, quando ci arriva, o ci porta la mano, nel caso della nuca, non c’è mai nulla, solo un’ombra di un’ombra. È accovacciato sulla terra umida, le sensazioni a brandelli: lo scampanio dell’ora, i rintocchi si sparpagliano, impossibile contarli, il filo teso del vento, che si accorda al pulsare dei raggi solari, sfogliando le fronde sopra di lui, un bruciore sul ginocchio; è scivolato sulla scarpata, si è fatto male, ma la necessità di nascondersi, lo ha reso stoico, si è allontanato più che ha potuto dal campo da tennis, non voleva commettere un errore già commesso da me, ha seguito la recinzione e presto solo il numero dei passi, che ci sono voluti per arrivare fin lì, gli assicura che si trova in un buon nascondiglio. Si chiede se lo sto ancora cercando o l’ho dato per disperso. Se saprà trovare la strada di casa da solo, mentre io proseguo la ronda a vuoto e mi domando dove sia finito. Un bambino senza genitori è facile da perdere, anzi è già perso. S’infonde coraggio: tra poco spunterò da qualche parte e sarà per lui facile cogliermi di sorpresa. La sua paura si cristallizzerà in un’effervescenza, su e giù di tante bollicine. O magari l’ho abbandonato come mamma e papà, prima uno, poi l’altra. Ma non è il momento di pensare ai suoi genitori. Nel corso degli ultimi due anni ha già imparato che ci sono momenti in cui è autorizzato a ricordarli e momenti in cui è pericoloso, rischia di farsi male. Forse la morte dei suoi genitori è colpa sua, della sua tendenza a farsi male. Se solo fosse stato senza paura, non sarebbero morti. Come i cani, che ti mordono se hai paura di essere morso. Con la testa sul cuscino, per esempio, può ricordarli, quando la loro presenza, nel passaggio dalla veglia al sonno, torna reale, incontrovertibile. Nei sogni il suo cuore è una ciliegina sottospirito. Magari se si addormenta, saranno loro a trovarlo, lì dov’è adesso, dove non sa. Io lo cerco e piano piano scivolo sotto la sua pelle. Cercare ed essere cercato, ruoli di colpo reversibili. Anch’io mi nascondo in una macchia di felci di tanti anni prima, ho un ginocchio sbucciato e il bosco freme intorno a me. Il fruscio delle foglie mi sfiora con impazienza come se fossi un’epigrafe in braille, da decifrare alla svelta. In bocca il sapore di un lampone trovato nei dintorni s’attenua fino a scomparire. Mi sento al sicuro nel mio nascondiglio, perché il perimetro del mio spazio vitale è presidiato giorno e notte da mia madre. E, quando finiremo di giocare a nascondino, mi darà la merenda, il pasto più importante della giornata, il più solenne, perché è pura celebrazione, dell’estate, della luce che ha intriso i frutti fino a scoppiarli nella pentola, e sono diventati marmellata da spalmare sul pane, tanta marmellata e tanto pane, per tutti. Se il mio amico mi trova, andremo dritti a far merenda. I suoi genitori non verranno a prenderlo, non sono morti, no, ma il sole è ancora alto, e a farlo scendere non bastano i salti della corda o i rimbalzi della palla. È tutto così denso intorno a me, sono isolato da tanti strati protettivi (una ciliegina sottospirito!), sensazioni e ricordi si confondono: la spremuta del mattino, il sangue sul ginocchio, il cerotto che mi metterà mia madre sulla sbucciatura, ecco ora posso dimenticarmene, nel caso, sarà sempre lei a sostituirlo, perché è la mamma che tiene la luna al suo posto quando chiudo gli occhi, la mamma non gioca a dadi con l’universo. Se tua madre ti ama, puoi nasconderti dove vuoi, ma sei sempre dentro, nel cerchio di luce che accendono tutti i suoi sguardi, un puntino sul suo radar…</p>
<p class="western">Dov’è Jacopo? È quasi un quarto d’ora che vago per il giardino, cercandolo. Ho una mezza intenzione di chiamarlo e ordinargli di uscire allo scoperto. Ha vinto. Tra non molto torneranno i suoi nonni ed è meglio farci trovare seduti al tavolo a montare il castello, anziché spettinati, con sgommate d’erba su gomiti e pantaloni. Qui tutto è rimasto uguale, eppure, da un lato, sento che vorrei congedarmi una buona volta, ho paura che nuovi ricordi, nuovi tempi si sovrascrivano a quelli più antichi, che il groppo nella gola si diluisca in un sorso omeopatico di malinconia. Percorro il giardino lungo la recinzione esterna, convinto che prima o poi lo troverò, ho superato il campo da tennis, ho evitato un isolotto di ortiche e adesso sto tornando all’altezza della casa. Uno sfrascare alle mie spalle e vedo Jacopo che mi corre incontro a perdifiato, come se stesse scappando da qualcosa, o lo stessi facendo io. Gli sorrido. C’è qualcosa nei bambini che mi commuove infallibilmente: l’urgenza che li fa scattare all’uscita della scuola per coprire la breve distanza che li separa dai genitori, la facilità con la quale mettono in gioco tutto l’ammontare del loro piccolo universo, e magari lo perdono, ma poi è di nuovo lì, a loro disposizione per la puntata di un nuovo impossibile amore, fino a quando?</p>
<p class="western">«Dove ti eri cacciato? Iniziavo a preoccuparmi»</p>
<p class="western">«Lì, tra le felci»</p>
<p class="western">«Chi ti ha insegnato a riconoscerle?»</p>
<p class="western">«La mamma o forse la nonna non ricordo»</p>
<p class="western">E questo è tutto quello che ci diciamo sul tema, per oggi. Mentre m’incammino verso casa lui mi affianca e mi prende per mano. Io gliela stringo forte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="western">
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		<title>Les nouveaux réalistes: Oliviero Carugo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 05:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
		<category><![CDATA[Oliviero Carugo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Oliviero Carugo</b> <br />Dalla fine del confinamento, Guillaume e Tarek si salutavano appena, con finta noncuranza, come ex-amanti, con quell’imbarazzo di chi prova pena per l’altro e anche per sé stesso.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119582" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22.png" alt="" width="715" height="721" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22.png 715w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22-298x300.png 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22-150x151.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22-417x420.png 417w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22-300x303.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Capture-décran-2026-03-30-à-10.41.22-696x702.png 696w" sizes="(max-width: 715px) 100vw, 715px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Il mercato di C</strong><br />
di<br />
<strong>Oliviero Carugo</strong></p>
<p>In città c’è un mercato coperto, costruito in vetro e acciaio nel 1874, ben rifornito e affollato. La storia che racconto si svolge lì e mi è stata raccontata da due che persone che ci lavorano e che non si sopportano. Inaspettatamente, le loro versioni concordano, per cui credo che sia ragionevole pensare che le cose siano andate proprio così.<br />
Loro sono Tarek e Guillaume.<br />
Il primo gestisce un caffè con una bella terrazza riempita da una ventina di tavolini di fronte all’ingresso principale del mercato. È di origini tunisine ma vive in città da quasi vent’anni. Guillaume, invece, viene dalla Normandia e da quasi vent’anni anche lui lavora in città, aprendo quotidianamente il suo grande bancone di fruttivendolo, sotto una tettoia di tela, di fianco all’ingresso principale del mercato.<br />
Con Tarek lavorano moglie e figlia, la prima bassa e sovrappeso come il marito e la seconda alta e slanciata, con una curiosa bocca che sembra una ventosa. Con Guillaume, lavorano fratello e nipote, imponente il primo e magrolino come lo zio il secondo. Essendo cliente da tempo di entrambi, ammiro la loro voglia di lavorare, facendo al meglio il proprio mestiere, senza mai una lamentela o un mugugno. Sgobbano come pochi e a me sembrano persone molto a modo, magari il mondo fosse fatto solo da gente come questa!<br />
Circa coetanei, sui cinquantacinque anni, Tarek e Guillaume si incontrano quotidianamente, tranne il lunedì mattina, quando Guillaume non apre il suo bancone e riposa a casa con la moglie. Ma non si sono mai frequentati, mai oltrepassando un freddo e cordiale buongiorno. Fino al confinamento del 2020, imposto dalle autorità per contrastare l’epidemia di Covid-19.</p>
<p>Entrambi, come la maggior parte dei commercianti del mercato, erano in quel periodo molto critici nei confronti del governo. Il confinamento della popolazione toglieva la clientela che garantiva le loro entrate e, contrariamente ad altri settori del commercio, loro non avevano la speranza di rifarsi una volta finita l’epidemia. Infatti, i venditori di scarpe o cappelli potevano ragionevolmente sperare di vendere domani quel che non vendevano oggi, dacché si può procrastinare l’acquisto di paio di sandali, ma alla fine li si compra lo stesso. Invece, la frutta e verdura invenduta oggi, non la si potrà vendere tra qualche mese così come il cliente che non beve una birra oggi non recupererà alla fine del confinamento.<br />
Tuttavia, a Tarek e Guillaume non era andata troppo male in confronto ai colleghi che occupavano gli stalli all’interno del mercato coperto, che erano tutti chiusi per ostacolare la diffusione del virus. Loro due, lavorando all’aperto, avevano avuto il permesso di continuare a lavorare e, in mancanza della concorrenza, i loro affari andavano ragionevolmente bene.<br />
Durante quei pochi mesi di confinamento, sembrò che diventassero persino amici, non si limitarono al cortese ma pur sempre formale buongiorno, ma si scambiavano battute più o meno salaci la mattina presto, prima delle sette, quando avevano il diritto di cominciare a fatturare.<br />
Guillaume prese l’abitudine di prendersi un caffè da Tarek ogni mattina, dopo aver scaricato le cassette dal camion e averle ben disposte sul bancone, verdure a destra e frutta a sinistra e in mezzo frutta secca e tropicale, e prima di apporre i prezzi a ogni prodotto in vendita, che tanto, prima delle sette e mezza – sette e quarantacinque non si vede nessun cliente. Per Tarek, Guillaume non era il primo cliente, si fermavano da lui parecchi operai – imbianchini, muratori, idraulici, elettricisti – per un caffè sulla strada verso uno dei numerosi cantieri di ristrutturazione in centro storico, un quartiere vecchiotto e pittoresco, ma decadente e, si può ben dire, letteralmente cadente, con case appoggiate le une alle altre come un castello di carte.</p>
<p>Solitamente, Guillaume era il solo europeo nel caffè di Tarek, perché gran parte degli operai erano immigrati, per lo più magrebini, anche se non mancavano ucraini, rumeni e altri europei orientali. Forse, persino qualche russo. Talvolta, si sentiva fuori luogo, circondato da chiacchiere in lingue incomprensibili e dai suoni così poco francesi.<br />
Ma il caffè di Tarek era buono, migliore della media, meglio persino di quello che beveva a casa verso le tre del mattino, preparato la sera prima per far presto, prima di correre in camion con fratello e nipote al mercato generale dove ritirare la frutta e la verdura prenotata il giorno prima. Il caffè del thermos, poi, era del tutto privo di aromi e sapori, e serviva unicamente a scaldarsi le mani nelle fredde mattine d’inverno.<br />
Mai che Tarek gli avesse offerto il caffè, malgrado fossero, per così dire, colleghi. Vero è che neanche lui aveva mai regalato niente al barista, nemmeno la frutta un po’ stanca di fine giornata, buona per le marmellate. È anche vero che Guillaume non era sicuro di potergliela regalare senza metterlo in imbarazzo. Non si sa mai, la gente può essere suscettibile. Certo che quella frutta mica andava buttata, c’era una piccola azienda di marmellate che la ritirava a basso prezzo, ma non gratis. Insomma, meglio che buttarla.</p>
<p>Con la fine delle restrizioni sanitarie, bastarono pochi giorni perché tutto tornasse alla banale normalità col trambusto della folla, le cartacce razziate dai vortici di vento e i piccioni a frugare nell’immondizia. Guillaume riprese le vecchie abitudini, tra le quali il caffè al mattino al solito bar, non quello di Tarek. Il caffè, bisogna ammetterlo, era peggiore, non molto diverso dalla brodaglia di casa, un vero e proprio jus de chaussettes, per dirla in modo elegante. Ma migliore era l’atmosfera, calda e familiare, la stessa da vent’anni, le stesse facce, alcune non proprio simpatiche se non addirittura sinistre ma tutte prevedibili e rassicuranti. Non c’era niente di sorprendente, lì dentro, dove tutto era prevedibile, come piccioni e cornacchie accanto all’immondizia del mercato. Non c’era niente da temere in quell’ambiente dove si rideva sempre delle stesse battute fatte dagli stessi avventori, ognuno con le sue specialità, chi la moglie, chi i figli, chi il vicino molesto, chi appassionato di rugby, chi vicino alla pensione. Un teatro dal repertorio modesto: questo era il solito bar, non quelli di Tarek.</p>
<p>Quest’ultimo ricordava i suoi inizi da barista, da suo cugino, a Sidi Bou Said, la collina di case banche e imposte azzurre a picco sul mare turchese, dove, assieme all’anima di Paul Klee, la clientela araba si mescolava ai turisti europei nel reciproco disinteresse. Non capiva come mai Guillaume gli avesse girato le spalle d‘un tratto, per rifugiarsi in quello squallido baretto da francesi fumoso e maleodorante. E non credette alle sue orecchie quando, con la calma di un cane feroce, Guillaume gli sparò una mattina: volevo dirtelo in faccia, io, da te, venivo solo perché eri l’unico aperto: perché le facce come la tua non dovrebbero stare su questa sponda del Mediterraneo. Non morse, ma è come se lo avesse fatto. O, almeno, così parve ad entrambi. E forse a entrambi non parve vero di avere pronunciato e ascoltato queste parole.<br />
Prima di trasferirsi in città, con la moglie aveva peregrinato parecchio, prima in Tanzania, a Zanzibar, poi in Italia, a Genova, e poi ancora in Grecia, sull’isola di Cos. Ovunque aveva fatto il barista e in nessun luogo aveva visto qualcosa di simile: i francesi del mercato di C. preferivano segregarsi tra loro, in un locale angusto e trascurato, piuttosto che mescolarsi con stranieri, sia turisti sia immigrati. Ché di turisti francesi, nel loro baretto sudicio, non v’era traccia.</p>
<p>Dalla fine del confinamento, Guillaume e Tarek si salutavano appena, con finta noncuranza, come ex-amanti, con quell’imbarazzo di chi prova pena per l’altro e anche per sé stesso.<br />
Tarek non ne parlò mai con sua moglie; nonostante vivesse nel XXI secolo, era ancora permeato dall&#8217;antico orgoglio maschile, gonfio di steroidi, che gli impediva di condividere l&#8217;amarezza, i dolori o le preoccupazioni.<br />
Guillaume, da parte sua, iniziò a rimuginare senza sosta, come un ruminante.<br />
I chimici chiamano efficacemente questa relazione come un antilegame. È una repulsione la cui ragione sfugge anche all&#8217;intuizione più acuta, proprio come accade con tutta la chimica quantistica, del resto.<br />
Con l&#8217;arrivo dell&#8217;estate, puntuale come una data sul calendario, giunse la canicola, tanto micidiale quanto minacciosa, poiché più intensa di ogni anno precedente e, probabilmente, mano intensa di quelle degli anni a venire. Col caldo, Tarek si rifugiò nelle limonate profumate all’acqua di rosa e Guillaume nei vapori di Pastis gelido e stemperato. Bevande incompatibili.</p>
<p>Ad ogni incontro, Guillaume era assalito da pensieri disturbanti. Si chiedeva qual vento avesse portato Tarek proprio lì, di fronte al suo bancone della frutta. Con tutti i posti a disposizione e con tutti quelli dove era già stato! Forse era una spia, forse i servizi segreti tunisini si servivano di lui per monitorare i propri espatriati, forse il suo caffè non era che una copertura per altre attività, magari persino illecite. Certo è che gli affari dovevano andargli bene per potersi permettere un appartamento in centro, non lontano dal mercato, dove lui, Guillaume, non avrebbe potuto permettersi nemmeno un monolocale o una piccolissima mansarda. Pare persino che non fosse in affitto ma proprietario della propria abitazione.</p>
<p>Lui, invece, doveva vivere nell’estrema periferia, ai confini con i primi campi di colza e i primi frutteti, in una casetta che era sì accogliente e in ordine, ma valeva al catasto poco più di un garage in centro città. Ci viveva con sua moglie, che coltivava l’orto perché loro volevano verdure più fresche di quelle in vendita al mercato. Non come i fagiolini marocchini che avevano viaggiato per almeno una settimana prima di essere messi in vendita. O come i meloni algerini, che marcivano dopo meno di due giorni.<br />
Pensieri torbidi, densi e viscosi come catrame, più amari dei fiori di luppolo, aggrovigliati come un canneto. E inutili. Inutili come una vita vuota, una vita meramente animale, l’attesa automatica e ripetitiva di un’alba dopo l’altra, tutte identiche e indistinguibile tra loro. Inutili come l’idiozia balistica di credere, per pigrizia, in semplici soluzioni a problemi complessi. Inutili come un accendino sott’acqua o come un salvagente nel deserto.<br />
Tarek sospettava che Guillaume fosse un elettore di uno di quei partiti populisti di estrema destra, quelli che avevano una sola e sempre la stessa risposta a qualsiasi problema: cacciare gli stranieri. Questi ultimi erano il perenne capro espiatorio, adatto a pretendere e rivendicare qualsiasi cosa. Se le tasse sono troppe, se i pedofili agiscono indisturbati, se il clima impazzisce: colpa degli stranieri. Se i figli vanno male a scuola, è per via degli immigrati, che non parlano francese e che per di più sono prolifici come conigli. Se la droga invade ogni strada, piazza e cortile, è a causa dei ragazzini immigrati pronti a tutto pur di riempirsi le tasche. Se è diventato difficile trovare un medico di famiglia, è per via degli stranieri che sembra che si divertano ad ammalarsi in continuazione, bastava sedersi in una sala d’attesa qualsiasi per rendersene conto.</p>
<p>Con ogni probabilità, secondo Tarek, quelli come Guillaume lo sospettavano di essere un religioso fanatico o perfino un jihadista armato fino ai denti. Solo perché di venerdì sua moglie copriva i propri capelli con un velo di lino. O forse per via di alcuni clienti barbuti che rifiutavano qualsiasi bevanda alcolica.<br />
Scoramento. Era quel che provava Tarek nell’essere considerato un fanatico religioso, quasi un terrorista. Proprio lui, cresciuto in una Tunisia laica, anche se non liberaldemocratica, ma allergica a qualsiasi eccesso religioso e rispettosa più di Dio che degli imam. Proprio lui che si era sposato prima davanti al sindaco e poi, ma solo poi, nella moschea di Sidi Bou Said. Proprio lui, che quando portava un bel paio di baffi sembrava un ballerino cubano o, vista la pancia, un chitarrista mariachi. Proprio lui che, gli islamisti, avevano esplicitamente minacciato di morte. Era principalmente per questo, del resto, che aveva abbandonato la Tunisia ed era finito in città.<br />
Le vite di Tarek e Guillaume continuarono a lungo e furono forse persino felici. La figlia del tunisino studiò chimica all’università e trovò un eccellente impego presso un’azienda che sviluppava batterie per automobili. Il nipote del francese, invece, continuò l’attività di famiglia, affiancandola a una piccola fabbrica di frutta sciroppata. Il caffè fu venduto a una società di fast-food e la figlia di Tarek e il nipote di Guillaume non si incontrarono più. Sia Tarek sia Guillaume passarono la loro pensione in città con le proprie consorti, senza traslocare in nuove abitazioni.<br />
Ma ognuno visse in un suo universo, impermeabile a quello dell’altro. Caffè turco da un lato et <em>jus de chaussettes</em> dall’altro. Limonata in uno e Pastis nell’altro. Multietnico il primo e rigorosamente bianco e francese il secondo.<br />
Ci sono storie come questa, in cui due esistenze si sfiorano quasi piacevolmente e, malgrado la reciproca curiosità, senza clangore, si separano, come amori effimeri e superficiali, lasciando la scena a poco più che sguardi furtivi lanciati di sottecchi. Si chiudono in questo modo i sipari su storie che non potranno essere raccontate, nel dissiparsi di futuri possibili.</p>
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		<title>Arbitri e arbìtri del caso a Garlasco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 12:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[alberto stasi]]></category>
		<category><![CDATA[caso Garlasco]]></category>
		<category><![CDATA[chiara poggi]]></category>
		<category><![CDATA[Seia Montanelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Seia Montanelli</b> <br />Attorno a questi casi si è costruita un’economia riconoscibile: podcast, comparsate televisive, libri, spettacoli, carriere intere fondate su una colpevolezza data per certa. La colpevolezza diventa una rendita, e ogni dubbio serio entra come un guasto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120288" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/critique-le-proces-welles23.jpg" alt="" width="740" height="443" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/critique-le-proces-welles23.jpg 740w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/critique-le-proces-welles23-300x180.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/critique-le-proces-welles23-702x420.jpg 702w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/critique-le-proces-welles23-150x90.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/critique-le-proces-welles23-696x417.jpg 696w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>NE BIS IN IDEM</strong><br />
di<br />
<strong>Seia Montanelli</strong></p>
<p>Alberto Stasi entra in carcere nel 2015. Ha trent’anni. Nel 2026 è ancora lì, in semilibertà. Intanto, per lo stesso omicidio, si indaga su un altro uomo.<br />
Chiara Poggi viene uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di Garlasco. Stasi trova il corpo, chiama i soccorsi, entra in quella vicenda e non ne esce più. Viene assolto due volte, nel 2009 e nel 2011. Nel 2013 la Cassazione annulla, critica la valutazione degli indizi e riapre il processo. Nel dicembre 2015, davanti alla Cassazione, il procuratore generale Oscar Cedrangolo dice di non essere in grado di stabilire se Alberto Stasi sia colpevole o innocente. Aggiunge che nemmeno i giudici possono esserlo e chiede l’annullamento della condanna. La Corte la conferma: sedici anni.</p>
<p>Chi ha studiato legge sa che la verità processuale non coincide con quella dei fatti: deriva dal sistema probatorio al centro del dibattimento, da ciò che si può dimostrare o che sembra più plausibile. Ma il principio del ragionevole dubbio deve tenere sempre. Gli indizi devono essere gravi, precisi e concordanti e la loro valutazione complessiva serve a coglierne la convergenza. Le Sezioni Unite lo hanno detto con una formula che bisognerebbe tenere a mente: più zeri non formano un’unità. È un principio che viene da lontano: nel 1764 Beccaria scrisse che è preferibile assolvere un colpevole che condannare un innocente. Nel caso Stasi, per anni, quella soglia è stata abbassata.</p>
<p>Fuori dall’aula, poi, la logica si rovescia del tutto, perché lì non servono prove e non esiste assoluzione. Ciò che non tiene diventa racconto, e il racconto tiene anche senza fatti. Ogni dettaglio della vita di Stasi è diventato indizio, ogni esitazione prova, fino a costruire una coerenza che nei fatti non c’era ma nel racconto diventava tale: un processo che non finisce mai, replicato ogni giorno fuori dalle aule.</p>
<p>Alessandro Manzoni, ne <em>La colonna infame</em>, racconta il momento in cui la colpa pubblica smette di avere bisogno dei fatti. Kafka, nel <em>Processo</em>, spinge quella logica più avanti: la colpa coincide con l’aspettativa che la genera.<br />
La sentenza passata in giudicato per il caso Garlasco è diventata un sigillo usato in modo selettivo: definitiva quando condanna, più incerta quando assolve, scomparsa quando complica, mentre è proprio lì che dovrebbe tenere. Il ne bis in idem, da principio tecnico, finisce per indicare qualcosa di più elementare: il diritto a non essere giudicati in eterno per lo stesso fatto.</p>
<p>Adesso Andrea Sempio è indagato e convocato dalla Procura di Pavia. Nel nuovo impianto accusatorio è l’unico responsabile dell’omicidio. Questo non dice ancora nulla sulla sua colpevolezza, ma è segno che la storia si è rimessa in moto e che può prendere di nuovo quella forma. Vale per lui ciò che dovrebbe valere sempre: la presunzione di innocenza. Colpisce però la rapidità con cui attorno a questa nuova ipotesi si è creato un riflesso di cautela. È una cautela giusta. Ma arriva tardi.</p>
<p>A Chiara Poggi è stata strappata la vita. Ad Alberto Stasi, se innocente, e il dubbio qui non è teorico, sono stati sottratti anni che nessuna revisione saprà restituire. Tenere insieme questi fatti non significa confonderli. Un errore giudiziario non ripara un omicidio, lo prolunga. La giustizia non si esaurisce nella sentenza: deve saper tornare sui propri passi, riaprire, verificare, correggere. Quando lo fa, non si tratta di una concessione, ma di ciò che la rende eticamente sensata e pubblicamente credibile.</p>
<p>Eppure, è proprio qui che il meccanismo si inceppa. Attorno a questi casi si è costruita un’economia riconoscibile: podcast, comparsate televisive, libri, spettacoli, carriere intere fondate su una colpevolezza data per certa. La colpevolezza diventa una rendita, e ogni dubbio serio entra come un guasto. Anche quando si tratta solo di verificare se si è sbagliato, viene respinto e ridotto a fastidio. Non si difende la verità, si difende ciò che nel frattempo si è costruito attorno a quella verità.</p>
<p>Ho studiato giurisprudenza sull’onda dell’assassinio di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta: era il luglio del 1992, avevo diciassette anni, ero in Sicilia. Volevo che il male avesse un nome, un volto, una pena. Il diritto mi ha insegnato altro: che il limite conta più dell’ordine, e che un processo sbagliato non restituisce nulla, a nessuno.</p>
<p>Dal 1992 a oggi, in Italia, decine di migliaia di persone sono state detenute ingiustamente, e lo Stato ha speso quasi un miliardo di euro per indennizzarle. Non sono eccezioni. Sono vite finite dentro il punto cieco del sistema. Molte delle voci che hanno chiesto di riaprire il caso non vengono da luoghi culturali che sento miei, e questo mi pesa più di un disaccordo. La sinistra, che dovrebbe avere un riflesso naturale davanti agli abusi dello Stato sulla persona, qui tace. Il dubbio ragionevole, la libertà personale, il rapporto tra accusa e difesa non sono temi di parte: sono il minimo sindacale di una civiltà.<br />
Voltaire intervenne sul caso Calas mentre il danno era ancora aperto. Zola scrisse J’accuse mentre il caso Dreyfus era in corso. Non dopo.</p>
<p>E dunque mi espongo. Per Alberto Stasi, prima di tutto.<br />
E per Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo in un processo in cui la prova genetica resta al centro di obiezioni mai davvero sciolte nel pieno contraddittorio. Per Monica Busetto, in carcere da dodici anni per un omicidio confessato da un’altra donna.<br />
E per gli altri quando la giustizia sembra avere più paura di correggersi che di avere sbagliato.<br />
Il caso Tortora oggi è una serie tv. Gli altri continuano a svolgersi.</p>
<p><em>Scritto nel maggio 2026, mentre Andrea Sempio è convocato dalla Procura di Pavia e si discute la revisione del processo a Stasi</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Riappropriarsi di sé: la conoscenza impegnata di Rose-Marie Lagrave</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alberto prunetti]]></category>
		<category><![CDATA[Annalisa Romani]]></category>
		<category><![CDATA[annie ernaux]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Alegre]]></category>
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		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura working class]]></category>
		<category><![CDATA[lotta di classe]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Rose-Marie Lagrave]]></category>
		<category><![CDATA[saggio autosociobiografico]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani </strong> <br /> «Il femminismo mi ha fatto diventare donna», scrive Rose-Marie Lagrave in "Riappropriarsi di sé". Rimodulando la celebre affermazione di Beauvoir, l’autrice dichiara così il ruolo fondamentale che il pensiero femminista ha rivestito nella sua formazione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-120106" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Riappropriarsi_di_se_WC19-copertina_sito.jpg" alt="" width="350" height="561" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Riappropriarsi_di_se_WC19-copertina_sito.jpg 499w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Riappropriarsi_di_se_WC19-copertina_sito-187x300.jpg 187w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Riappropriarsi_di_se_WC19-copertina_sito-262x420.jpg 262w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Riappropriarsi_di_se_WC19-copertina_sito-150x240.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/Riappropriarsi_di_se_WC19-copertina_sito-300x481.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>«Il femminismo mi ha fatto diventare donna», scrive Rose-Marie Lagrave in <em>Riappropriarsi di sé</em>, apparso in Francia nel 2021 e ora pubblicato dalle Edizioni Alegre nella traduzione di Annalisa Romani, all’interno della collana «Working Class» diretta da Alberto Prunetti. Rimodulando la celebre affermazione di Beauvoir nel <em>Secondo sesso</em> – «Non si nasce donna: lo si diventa» –, l’autrice, sociologa e per anni <em>Directrice d’études </em>all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, dichiara così il ruolo fondamentale che il pensiero e la militanza femminista hanno rivestito nella sua formazione.</p>
<p>Tale consapevolezza è alla base di questa «inchiesta autobiografica di una transfuga di classe femminista», come recita il sottotitolo. Constatando quanto la questione di genere sia trascurata dalla maggior parte degli autori transfughi, Lagrave decide di farne il perno del suo racconto di vita, che difatti inizia incisivamente così: «Mia madre è stata incinta per centodiciassette mesi, quasi dieci anni; ha fatto nascere tredici figli, due dei quali sono morti in tenera età». Il pensiero, sconvolgente, di un corpo impegnato, “occupato” tanto a lungo nella gravidanza traccia la direzione del saggio autosociobiografico in cui Lagrave, dopo anni di studi scientifici sul mondo rurale e sull’intreccio fra disuguaglianze di genere e di classe, si ritrova ineditamente a scrivere usando la prima persona singolare.</p>
<p>Il libro è un resoconto del suo percorso di vita, di transfuga di classe, di militante femminista, di intellettuale a cui la sociologia fornisce le chiavi di comprensione del mondo, di donna e madre che riesce, studiando e lavorando contemporaneamente, a raggiungere l’apice della carriera accademica e a rivestire ruoli importanti all’interno dell’istituzione universitaria. Il suo racconto ha qualcosa di prodigioso. L’autrice offre il suo romanzo familiare e personale con una completezza tale da restituire davvero, a chi legge, la traiettoria di una vita intera, mostrando il tessuto sociale che l’ha resa possibile: la famiglia prima, poi le compagne e insegnanti di scuola, i docenti universitari, l’MLF, cioè il movimento per la liberazione delle donne, infine le colleghe e le allieve, che, dopo aver imparato da lei, le hanno a loro volta insegnato qualcosa.</p>
<p>Dopo un’introduzione in cui si delineano le sfide che una scrittura più personale pone alla studiosa di sociologia, il libro si divide in tre parti. Inizialmente Lagrave racconta il contesto familiare in cui è cresciuta, l’ambiente rurale della sua infanzia in Normandia, l’educazione cattolica, gli anni del liceo. La seconda comincia con l’arrivo a Parigi: gli studi universitari, il dover lavorare per vivere, gli equilibrismi per coniugare lavoro e studio, l’incontro con Pierre Bourdieu e con la sua sociologia critica, determinante anche per altri autori <em>transfuges</em> come Ernaux, Eribon, Édouard Louis; ma anche la crescita personale, l’occasione di riscattare la propria vergogna sociale viaggiando e lavorando per una istituzione prestigiosa come l’EHESS. Questa sezione centrale contiene infatti anche un capitolo intitolato “Diario di un’oblata”, riprendendo il termine usato da Bourdieu per coloro che si dedicano devotamente a un’istituzione, riconoscendola come “salvifica” per il proprio percorso. Successivamente Lagrave condensa le tappe salienti della sua formazione femminista. Nell’ultima parte, infine, dedicata a “l&#8217;ora della verità”, l’autrice riflette sul come la vecchiaia sia concepita nella società di oggi e sulla particolare coloritura che assume per le donne questa fase esistenziale. «Bisognerebbe poter essere vecchi tutta la vita – scrive –, per rallentare i ritmi di lavoro, per osare dire che ci sono dei limiti alla resistenza e ammettere che si ha bisogno degli altri».</p>
<p>Come si diceva, il prisma del pensiero femminista è centrale nel libro:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Il femminismo è stata una scuola di formazione all’autonomia intellettuale, alla critica sociale, alla rivelazione delle trappole della neutralità assiologica nelle scienze sociali, così come ha orientato i miei oggetti di ricerca e confermato la tendenza ascendente della mia traiettoria. A questo proposito, coniugando la classe sociale, la razza, il genere e le sessualità, gli studi di genere e l&#8217;internazionalizzazione delle lotte femministe hanno aperto la possibilità di una nuova forma di “conoscenza impegnata”.</p>
</blockquote>
<p>Si tratta nuovamente di un’espressione di Bourdieu: la conoscenza impegnata, insieme naturalmente alla coscienza impegnata (e «imbrigliata al corpo», potremmo aggiungere con Susan Sontag), si struttura all’interno del campo del sapere.</p>
<p>Quello che colpisce, leggendo il libro di Lagrave, è proprio assistere al progredire della sua coscienza, che, come in ogni percorso di formazione compiuto, costruisce conoscenza e contemporaneamente è costretta a decostruire retaggi, a liberarsi dai clichés introiettati; interessante, ad esempio, il capitolo che l’autrice dedica al cattolicesimo e al modo in cui è evoluto il suo rapporto con la religione: discostandosene, liberandosi dalla sua «morsa», ma continuando in qualche maniera a dialogarvi.</p>
<p>Lagrave riesce nella decostruzione coniugando studio e pratica militante sociale e femminista. Poco a poco vediamo come la giovane sociologa e poi docente affermata cominci a mettere in discussione lo stato di cose, a far sentire la sua voce davanti al <em>dominio maschile</em> contro cui si ritrova costretta a scontrarsi nella pur illuminata École dove insegna: la riflessione femminista inizia a permeare tutti gli aspetti della sua attività di studiosa, di docente che non smette di interrogarsi sul come istituzionalizzarsi «senza perdere il potenziale sovversivo iniziale». È commovente e arricchente ripercorrere gli anni di storiche lotte che sono state alla base di grandi conquiste, come il diritto all’aborto, percependone l’energia al contempo distruttrice e creatrice che v’era alla base: un’energia che oggi può fungere da monito, da modello e che suscita sempre, almeno nella sottoscritta, infinita gratitudine.</p>
<p>Per Lagrave la scrittura di Ernaux è stata fondamentale: le due autrici appartengono alla stessa generazione, sono cresciute in contesti simili e hanno raccontato, ciascuna con i propri strumenti, la loro traiettoria. Questa comunione d’intenti è all’origine del denso dialogo fra le due, già pubblicato con il titolo <em>Una conversazione </em>(in italiano per Oligo, 2024); in quella sede Lagrave ha sottolineato l’importanza della distinzione fra autobiografia (o autosociobiografia, nel caso di Ernaux) e inchiesta autobiografica: per lei il termine «inchiesta» implica il dovere di raccogliere fonti e documenti così da provare che i risultati di una ricerca, di una ricostruzione non dipendono soltanto dalla propria soggettività, ma sono fondati su materiali empirici. Quali sono queste fonti? Le carte di famiglia, le agende della madre, le lettere di fidanzamento dei genitori, i risultati scolastici dei suoi fratelli e sorelle, gli atti di battesimo, le fotografie — colpisce, a questo proposito, che la primissima frase del libro evochi una «foto color seppia», esattamente come nell’incipit del racconto <em>L’altra figlia </em>di Annie Ernaux. Esplorare questo materiale significa appunto passare dall’autobiografia all’inchiesta autobiografica, poiché non ci si affida più ai soli ricordi personali.</p>
<p>Se è vero che i confini fra la letteratura e la sociologia sono porosi, e sempre più lo diventano con la grande diffusione dei racconti di transfughi sociali, Lagrave però mantiene una separazione fra i due campi, che anche a me pare essenziale: in questo libro – ricchissimo di note e di rimandi ad altri testi, una miniera di informazioni che racchiude un pezzo di storia francese – l’autrice, pur assumendo la prima persona, mantiene la sua <em>démarche </em>da sociologa, il suo passo, il suo approccio specifico, ed è questo che ne rende la lettura diversamente stimolante e foriera di riflessioni rispetto a un testo di narrativa.</p>
<p>Nonostante tale specificità, il dialogo con la letteratura, in particolare con i libri di Ernaux (ma non solo) è continuo: Lagrave, come Ernaux, risvegliano la coscienza sociale raccontando i loro percorsi. Ci sono espressioni e concetti che ricorrono in entrambe, come l’immagine del palinsesto (altrimenti declinata), o il trauma della vergogna sociale, trasformata dall’autrice soprattutto in stimolo «a lottare contro [sé] stessa e rimanere a tutti i costi nel sistema scolastico». Rispetto al percorso d’istruzione Lagrave articola un’attenta critica della retorica del merito, ma, al contempo, rivendica con fermezza l’importanza dello stato sociale. Vale la pena citarne qualche passaggio:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Ora che il merito è diventato un dato manageriale e una ricompensa onorifica, mi dichiaro non meritevole, con buona pace di alcuni giudizi che ancora mi attribuiscono questa qualifica. L’uso del termine meritevole, riservato a chi proviene da classi sociali svantaggiate, nasconde in realtà un disprezzo di classe che rimanda direttamente alle proprie origini. Il termine assistita, invece, lo rivendico, perché descrive accuratamente il contributo finanziario dello Stato senza il quale, in una sola generazione, la mia famiglia non avrebbe potuto conoscere l’ascesa sociale decisiva che provo a mostrare qui.</p>
</blockquote>
<p>E ancora:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Esaltare il merito significa far ricadere il peso di un ipotetico successo sugli individui, cancellando la funzione di riproduzione sociale della scuola. Esaltare il merito significa pulire la coscienza di chi mette l’accento su una scuola che appiana le disuguaglianze sociali e non smette di invocare le eccezioni per confermare la regola. Non voglio pulire loro la coscienza col mio esempio.</p>
</blockquote>
<p>Anche per Lagrave, come per Ernaux, la vergogna sociale provata diventa un motore per defatalizzare l’esistenza, cioè per capire, come recitano le ultime righe del libro, che «nessun destino è già scritto», ma anzi «bisogna lottare collettivamente per abolire il dominio maschile e la società di classe in modo da non dover più passare da una classe all’altra» – rendendo così la stessa condizione di transfuga impossibile perché innecessaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il sistema. Per Willard Van Orman Quine (2000 ✝ &#8211; ?)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Fausto Paolo Filograna]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[willard van orman quine]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong><br />
Da quando mi hanno incaricato di scrivere la necrografia di Quine, non penso che a lui.
Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non lo so dire precisamente, ma ha a che fare col fatto che l’illustre era mio fratello]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119347 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine.jpg" alt="" width="314" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine.jpg 314w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-283x420.jpg 283w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-150x223.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-300x445.jpg 300w" sizes="(max-width: 314px) 100vw, 314px" /></p>
<p style="text-align: right;">“Dio ha la faccia piena di latte”</p>
<p>Da quando mi hanno incaricato di scrivere la necrografia di Quine, non penso che a lui.</p>
<p>Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non lo so dire precisamente, ma di sicuro ha a che fare col fatto che l’illustre era mio fratello e che sono poeta. Se qualcuno mi chiedesse cos’è una necrografia, direi che non è che una biografia che parte dalla morte di un individuo.</p>
<p>Ho ricevuto l’incarico, e con la musica di Chopin in sottofondo, giù a lavorarci e a sopportare il dolore dell’infanzia comune. Con me, secondo la volontà dell’editore, ha iniziato a scrivere anche Randolph (Università di Houston, Texas), il quale è stato suo discepolo in senso stretto, come Pietro con Cristo. Randolph farebbe a meno di me se l’editore non l’avesse costretto a dividere l’onere di questa necrografia.</p>
<p>Ora posso solo stare seduto, e scrivere.</p>
<p style="text-align: center;"><em>***</em></p>
<p>Il giorno di Natale dell’anno 2000, mentre stava contando i soldi depositati sul centrotavola all’ingresso per uscire a comprare delle tortine da dare ai suoi sei nipoti (due piccolini della figlia femmina e quattro del figlio maschio), il lume della filosofia Mr. Willard Van Orman Quine, detentore della cattedra “Edgar Pierce” di Harvard<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>, fu preso da un infarto terribile, e in meno di due ore, da quello che dissero i medici (riunitisi in sei attorno al suo eminente cadavere) morì, restituendo alla terra il movimento che gli era appartenuto per oltre novant’anni con tanta dignità. La terra, ora, lo ospitava steso, accanto alle chiavi di casa e a degli spiccioli, indistinguibile da questi perché le cose, si sa, non hanno volontà a questo mondo.</p>
<p>Era il giorno di Natale, ma se quando si svegliò fosse stato davvero, ancora, Natale, nessuno può più dirlo. Perché da quello che so Willard Van Orman Quine si era ritrovato nell’aldilà, dove <em>persino</em><em>lui</em> non si poteva nemmeno sapere se fosse davvero <em>ancora lui</em>, ovvero quello che per novant’anni abbiamo chiamato a gran voce sul pulpito dell’aula Pierce: <em>Willard Van Orman Quine, professore di logica</em>.</p>
<p>“Via, via, lo sapete, meno parole si usano e più si è accurati”, aveva detto in una sua intervista. Ma ora risvegliatosi in mezzo ai morti, non aveva detto proprio nessuna parola. E il perché va reso chiaro dall’inizio.</p>
<p>Bisogna dire apertamente che lui dagli studi di Harvard, dalle passeggiate a Mulholland Drive, dalle occhiate alle vetrine, dai panini che addentava con passione, dalle sciarpe che desiderava acquistare e impacchettare per la figlia e per i nipoti, dai nostri giochi infantili nella vecchia casa dove approfondì i suoi tic, da tutte queste delicatezze sperava, con spietata ma discreta, misurata amarezza, di liberarsi, quando fosse arrivato il suo momento, con la stessa velocità con cui era venuto al mondo.</p>
<p>Un giorno, riunitici nel suo studio prima di uscire a cena insieme, qualcuno dei suoi disse che voleva “passare” da questo o quel posto a ritirare dei libri. Lui non rispose altro che “sicuro, sicuro, Donald, che ci passiamo”. Poi fece una pausa, prima di riprendere a dire: “Tutti passiamo”, e mettendosi comodo su una poltrona aveva aggiunto: “Per me gli uomini, le donne sono corpi; finiti quelli, finita la festa, passiamo. Come taxi che vanno nel nulla, e vengono dal nulla”; poi, allegro come sembrava di carattere, cercò fumando di dimenticare quanto detto. Eppure io so che quando gli si diceva con leggerezza “passiamo di qua?”, le sue orecchie sacrificavano il punto interrogativo, e lui di colpo pensava alla morte.</p>
<p>E ora che la morte lo aveva preceduto c’è chi giura che si sia stretto la mano sulla bocca, per corrispondere con un gesto all’attività lussureggiante del suo cervello, che ancora raziocinava. C’è chi giura che lì, lì dentro all’aldilà, quel giorno che qui era Natale, lo si sentì bofonchiare qualcosa vedendo quelle pletore di morti a perdita d’occhio.</p>
<p>Ce n’erano infiniti e solenni, come erano stati i suoi pensieri da vivo. E ogni volta che vedeva uno qualunque di quei morti, bofonchiava &#8211; ma io so che erano lamenti. Quando gli appariva un’entità, lui subito emetteva un lamento.</p>
<p>Camminavano un po’ sospesi, a qualche centimetro da terra, camminavano spontanei, definiti, come le proposizioni di quando era vivo, sì, e forse proprio per questo – e per come si coprì la testa con le mani – c’è chi giura che tutto ciò gli sembrò intollerabile, ben più che marcire nella tomba.</p>
<p>Ma soprattutto gli alberi (che dovevano essere la cosa più innocua agli occhi di un intelletto meno che divino, dice Randolph). Erano sospesi, con le chiome altissime e il grande apparato radicale che ciondolava all’altezza dell’occhio di Willard. Gli alberi, io lo so, lo riportarono a pensare ai viali verdeggianti di Johnstone Gate, in mezzo ai quali si svolgeva il cenacolo delle nostre risse verbali, delle nostre guerre proposizionali su nostra madre. Ora anche quegli alberi sradicati e sospesi da terra (come i feti nelle pance delle madri quando queste passeggiano) gli sembrarono intollerabili.</p>
<p>Lo si vide, preso dalla smania, correre verso uno di quegli alberi e provare ad appendercisi per ripiantarlo nella terra a forza di salti. Ma poi, dato che non pesava più nulla, gli dovette sembrare di aver fatto qualcosa di stupido e smise. Io so che gli sembrò di appendersi a cordoni ombelicali al termine dei quali non c’era nessuna donna, nessuna rissa, nessun manicomio, nessuna vita.</p>
<p>Tutti quegli uomini, quelle donne, che assomigliavano tanto alle donne agli uomini dell’altro mondo, ma senza il corpo. Come chiamarli? Si chiedeva, sentendoli intollerabili. Con che parole pensarli? Le parole possono indicare ciò che non ha corpo? E se non si possono pensare, come possono esistere? Forse, rifletteva, non esiste niente di tutto ciò che vedo, dice Randolph, il quale si è soffermato maniacalmente su come la filosofia di Willard lo condizionò nell’aldilà – mentre io su qualcosa che Randolph dice di non aver capito, e che riguarda il fatto che io scrivo poesie, e questo è certo un segno di malattia mentale, dice lui, ben più grave della parentela.</p>
<p>Ma ecco il punto, che nelle mie note sul filosofo emerge come l’unico centro della faccenda, e mi scusi Randolph se non è il <em>suo</em> centro. Ma se l’editore vorrà tenerci entrambi, dovremo mettere <em>il mio</em> centro.</p>
<p>Quine non era certo un’aquila, un’aquila dai due occhi feroci, come afferma Randolph a chiunque gli parli, ma al massimo un ciclope, che di occhio non ne aveva che uno, e quell’unico occhio, seppur miope, aveva potuto vedere il suo <em>cosiddetto sistema</em>, il suo <em>cosiddetto sistema</em> perfetto a due varianti, <em>il sistema di Quine</em>, che io soltanto so come e da dove nacque. “Qualunque parte si attacchi, ecco che bisogna attaccare tutto il sistema: non la madre, non il figlio, non la moglie, ma tutta l’umanità” aveva detto in vita, e aveva poi aggiunto “Si dubiti di tutto, o si lasci tutto com’è”.</p>
<p>Ecco dunque il punto, che io ho <em>dovuto</em> aggiungere per amore di verità, nonostante Randolph lo ritenesse intollerabile: c’è chi giura di aver visto Quine tentare di strapparsi i capelli, quando in un angolo, nemmeno troppo tempo dopo essersi svegliato per così dire morto, in mezzo alla folla, vide nostra madre. Camminava distratto, lontano da tutti, e vide nostra madre. Qui sta il punto, io dico. Ecco l’occhio che intravide il <em>sistema</em>.</p>
<p>Impossibile che fosse lei, pensò, eppure so che provò un desiderio insopprimibile di parlarci. Non è d’altronde normale avere fame quando si ha lo stomaco vuoto, anche se non si crede nell’esistenza del cibo?</p>
<p>Nei miei appunti c’è scritto: “si alzò e la seguì, ma lei non si girava mai, non si girò mai a guardarlo”. Ed è lì che Willard tentò di chiamarla per nome, ma niente, tentò altri nomi, mentre i capelli si staccavano nelle sue dita che li tiravano smaniosamente. Elencò aggettivi, verbi, li articolò in proposizioni, in ordine alfabetico ma nessuno si girava, e nemmeno lei, la madre del professore di logica analitica, <em>nostra</em> madre.</p>
<p>Allora Quine cominciò a girarle attorno, come aveva sempre fatto, come fanno gli animali che studiano le prede. C’è chi giura che cominciò a dire suoni animaleschi, i quali qui bisogna trovare un modo per trascrivere: “gicola” “ruxonatis”, “uahuar”, “ararararar”.</p>
<p>Infine, stremato nell’anima (non aveva che quella) le si avvicinò e le si sedette a fianco, muto, come un bocciolo spuntato sullo stelo di un fiore, non sapendo nemmeno se fosse ancora sua madre (si è ancora madri e figli quando si è morti?).</p>
<p>I nomi, nell’aldilà, devono essere come cordoni ombelicali senza ombelichi. Si rassegnò al silenzio, e seduto accanto a lei (o a quel che era ora) la ripensò da viva, e pensò alle sue parole, poiché nient’altro che parole vecchie, parole di quando era viva potevano restargli nell’aldilà.</p>
<p>“Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard” gli aveva detto dal suo letto bianco di un ospedale di Los Angeles nostra madre, “non vedi come ormai passiamo solo e soltanto dal reparto di maternità a quello di psichiatria? Da quello di maternità a quello di psichiatria. Al punto che uno, quello di psichiatria, sembra a tutti gli effetti essere diventato la prosecuzione dell’altro, quello di maternità. C’è in effetti un solo corridoio tra i due reparti. Vorrei alzarmi, Willard”, gli disse, e lui aveva pensato che nemmeno la sua enorme intelligenza avrebbe avuto tanta forza da sollevare un corpo da un letto. “Stiamo sempre e solo stesi nel nostro letto, e qualcuno, quando ancora siamo lunghi poco più di qualche centimetro, come un sedano, come un ramoscello, ci porta dal reparto di maternità a quello di psichiatria. E poi, di nuovo, qualcuno ci porta al reparto di maternità, come quando mi ci portarono per metterti al mondo, per poi andare in psichiatria in due. Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard, eh? Te lo dico io: perché il mondo è un ospedale. E perché il mondo è un ospedale, eh, Willard? Be’, perché siamo corpi. E siamo tutti malati, Willard. Vorrei alzarmi, ma per andare dove? Questa casa, Willard, è solo un ospedale. L’Europa, l’America, il mondo è ormai solo un ospedale, e chi guarisce non sa dove andare. Gli uomini non sono più che malati di orfanezza o di testa, orfani o matti. Si può solo, camminando, cambiare reparto, andare in camera da letto o in cucina, o in bagno. So che hai cambiato il bagno per me, che lo hai ridipinto, e che sopra gli ci hai fatto scrivere “Toilette”, perché dicevi che era impossibile che fosse “così vecchio e così ostile”, e hai rifatto la cucina che era “feroce e assurda”. Hai cambiato i nomi delle stanze per confondermi e solo per confondermi, ma io so che ovunque vada non sono che dentro un ospedale, sì, e che la verità non è la verità, ma l’abitudine, la natura non è la natura, ormai essa è inquinata fino al midollo, la natura è solo abitudine, sì, e ormai non ci sono in America e in Europa che orfani e matti, e tutto ora è un ospedale. Oh ma io vorrei alzarmi. Non per cambiare i nomi delle stanze, ma per far saltare in aria tutto l’ospedale, vorrei alzarmi” gli aveva detto, mentre lui guardava fuori dalla finestra gli spazzini che svuotavano i bidoni stracolmi di spazzatura, e masticava per l’ennesima volta, fino a portarla al compimento, la parola sistema, e io sedevo lì accanto a rileggere le mie scialbe poesie.</p>
<p>La ripensò così, in quel giorno lontano. C’è chi giura che da allora lo si è sentito dire suoni per formare parole, “givova” “ruxonatis”, “uahuar”, e simili burle, aspettando che qualcuno di quella pletora di morti si girasse a guardarlo mentre vagava.</p>
<p>Oggi, dunque, 23 Ottobre 2025, dopo più di vent’anni dall’inizio della necrografia e contrariamente a quanto pattuito con Randolph, che mi ha escluso dal mio lavoro, assieme al consenso dell’editore, segno solo:</p>
<p>Parla Willard. Dì cose che assomigliano ai tuoi “schiacciante…”, “ora tentiamo”, “la similarità”. Ma di tutto quello che dici laggiù, qui non arriva che il grandioso atroce pianto di un bambino.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Per il suo studio sulle proposizioni analitiche e sintetiche.</p>
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