Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Wed, 17 Jul 2019 12:00:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.10 A ciascuno il suo Camilleri https://www.nazioneindiana.com/2019/07/17/a-ciascuno-il-suo-camilleri/ https://www.nazioneindiana.com/2019/07/17/a-ciascuno-il-suo-camilleri/#respond Wed, 17 Jul 2019 12:00:43 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79921

di Gianni Biondillo

Non l’ho mai conosciuto. Non c’è amico scrittore, soprattutto di genere, che non abbia un aneddoto con Camilleri. Me ne hanno raccontati per anni. Il mio è, banalmente, che non l’ho mai conosciuto. Più di una volta ho vagheggiato un incontro in qualche festival letterario, oppure ho programmato un viaggio a Roma per il solo piacere di parlargli, ma niente da fare.… Leggi il resto »

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di Gianni Biondillo

Non l’ho mai conosciuto. Non c’è amico scrittore, soprattutto di genere, che non abbia un aneddoto con Camilleri. Me ne hanno raccontati per anni. Il mio è, banalmente, che non l’ho mai conosciuto. Più di una volta ho vagheggiato un incontro in qualche festival letterario, oppure ho programmato un viaggio a Roma per il solo piacere di parlargli, ma niente da fare. Così oggi ho la certezza che Camilleri resterà quello che è sempre stato per me: un personaggio mitologico, inventato, ultraumano. E il nostro rapporto l’unico possibile, quello corretto, unanime. Da scrittore (lui) a lettore (io).

Il primo romanzo che ho letto di Camilleri non fu un Montalbano e questa, in un certo senso, è stata la mia fortuna di lettore. Lessi Un filo di fumo, libro pubblicato nel 1980 e, all’epoca, perfettamente dimenticato da tutti. Era il secondo romanzo di Camilleri, dove appariva per la prima volta una Vigata storica, di fine Ottocento. Rimasi affascinato, ovviamente, dalla lingua misteriosa: non italiano, non siciliano. Scoprii, così, un autore dotto, di nicchia, capace di raffinatezze linguistiche gaddiane.

Poi l’autore di nicchia divenne autore di culto, così, d’improvviso. Capita, ogni tanto. Capita che un personaggio esploda fra le mani dell’autore e prenda una vita propria. Così fu con Montalbano, chiamato in quel modo in onore di un amico scrittore spagnolo (Manuel Vázquez Montalbán).

Camilleri, da questo punto di vista, aveva frantumato ogni luogo comune del mondo letterario dell’epoca. Non c’era bisogno d’essere un giovane talento per dire qualcosa di nuovo; non era vero che la scrittura dei gialli fosse piatta e senza ricerca; meno che mai che un giallo non potesse – come ipotizzavano Calvino e Savinio – avere scenari domestici. Il Camilleri dotto, il regista teatrale che aveva portato sulle scene per la prima volta in Italia Beckett e Ionesco, il delegato RAI che aveva curato il mitico Maigret con Gino Cervi, il giovane poeta già antologizzato da Ungaretti e Quasimodo, l’amico fraterno di Sciascia e di D’Arrigo, lo sapeva. Ma lo sapeva perché l’aveva compreso frequentando ad Enna, in gioventù, Francesco Cannarozzo, giallista che ambientò in Sicilia, ben prima di Sciascia, le storie del suo commissario. Che poi è la peculiarità del romanzo di genere italiano: non tanto trame intricate come partite di scacchi dove i personaggi sono pedine al servizio del plot, ma la trama come pretesto per scandagliare e raccontare l’umanità mutevole e dolente del nostro paese.

Camilleri è stato determinante in Italia per smantellare i pregiudizi sul genere. Prima di lui, non ostate avessimo già avuto un autore della qualità di Scerbaneco, chi scriveva un giallo veniva trattato come uno scrittore di romanzi pornografici. Roba da malati, robaccia da edicola, da sala d’aspetto. Il fastidio della letteratura colta, quella col lauro in testa, a dover ammettere che si potesse lavorare sull’impasto linguistico e sulla trama contemporaneamente, che si potesse fare intrattenimento di qualità, che si potesse fare letteratura, insomma, anche con la narrativa di genere credo sia diventato rabbia smodata, dolore allo stomaco, ulcera perforata, quando, Camilleri in vita, apparve il primo Meridiano di Montalbano. Follia, vergogna, vituperio! Un giallista al pari dei grandi della letteratura patria! Chissà le risate che si sarà fatto Camilleri.

Che poi ognuno ha il suo, di Camilleri. Ammetto che il mio non contempla la serie di Montalbano. Ne ho letti alcuni, mi hanno divertito, ma il culto attorno al personaggio, scatenato dalla serie televisiva, non mi ha mai particolarmente coinvolto. Il mio Camilleri è – colpa come dicevo del mio primo incontro con lui – quello storico. Quello della Concessione del telefono o, per dire, del Re di Girgenti. Non dimenticherò mai la sensazione di vertigine che ebbi tenendo fra le mani Il birraio di Preston. La certezza che stavo leggendo uno scrittore (all’epoca non ancora conosciuto) che era già naturalmente nell’empireo dei grandi. Già culto per me, già mito letterario.

Tutto quello che è arrivato dopo, la sua fortuna (tradotto in 120 lingue, con una serie televisiva tratta dai suoi romanzi venduta in tutto il mondo), l’ho sempre trovato miracoloso, incomprensibile eppure meritatissimo. Perché fu per tutti noi, lettori prima che scrittori, un esempio di intellettuale sempre in prima fila, schierato, con la schiena dritta. Perché ci ha insegnato che studio, approfondimento, ricerca vanno pari passo con passione, divertimento, leggerezza. Questa la sua eredità, in una riga: essere curiosi e affamati del mondo, della vita. Fino all’ultimo giorno.

(pubblicato anche qui)

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Radiodays: Abissi https://www.nazioneindiana.com/2019/07/17/radiodays-mirco-salvadori/ https://www.nazioneindiana.com/2019/07/17/radiodays-mirco-salvadori/#respond Wed, 17 Jul 2019 05:00:26 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79876 Alone II SUONO: Gianni Maroccolo SCRITTURA: Mirco Salvadori
IMMAGINI: Marco Cazzato
VIDEO: Michele Bernardi e Marco Cazzato

L’abisso

racconto di Mirco Salvadori

Nero, spumante denso catrame, spalanca le fauci e ingoia, spezza, annichilisce, ghermisce il respiro e lo accartoccia nel sibilo atroce della resa alla morte.… Leggi il resto »

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Alone II
SUONO: Gianni Maroccolo
SCRITTURA: Mirco Salvadori
IMMAGINI: Marco Cazzato
VIDEO: Michele Bernardi e Marco Cazzato

L’abisso

racconto di Mirco Salvadori

Nero, spumante denso catrame, spalanca le fauci e ingoia, spezza, annichilisce, ghermisce il respiro e lo accartoccia nel sibilo atroce della resa alla morte.

Piegato in due, raggrinzito su sé stesso, i timpani che urlano bisogno di silenzio mentre l’atroce sibilo penetra oltre la barriera delle palpebre un attimo prima che si spalanchino permettendo alla vista di oltrepassare il lento scivolare del sangue che vela lo sguardo. Una frazione di secondo, la stessa frazione di tempo usata per premere l’acceleratore e innescare un meccanismo capace di amplificare la devastazione. BOMBA! BOMBA! Le uniche e ultime parole udite prima che il vento furioso creato dalla deflagrazione lo colpisse allo stomaco con la stessa potenza di un bisonte lanciato a testa bassa verso il cuore della tempesta. Piegato in due, raggrinzito su sé stesso, immerso nella nuvola di detriti, coperto dalla pioggia di brandelli di carne, pezzi di arti, interiora strappate, Deepesh pensava al mare, quel lontanissimo e sconosciuto mare oltre il quale avrebbe finalmente trovato pace. Via da Peshawar, incontro ad una nuova vita in una nuova terra che i racconti e il passaparola descrivevano come un vero paradiso.

Immagini di Marco Cazzato

Le corsie dell’ospedale erano gremite all’inverosimile, le pareti chiazzate di sangue e vomito imprigionavano le urla di bambini a cui erano state amputate braccia e gambe, la disperazione di madri che avevano perduto i loro figli, il tormento dei mariti che cercavano mogli di cui nulla era rimasto se non un grumo di ossa e sangue ormai indurito. Deepesh vagava di letto in letto alla ricerca di suo fratello mentre l’angoscia saliva e saliva. Il pugno stretto allo spasimo nella tasca che conteneva il piccolo tesoro sufficiente a farli fuggire, arrancava di respiro in respiro. Nel momento dello scoppio lui si trovava relativamente lontano, mentre suo fratello lo attendeva sotto le arcate del mercato, erano pronti per andarsene, partire, abbandonare quella città che aveva loro insegnato i mille modi nei quali è possibile morire.

Dove sei fratello, dove?!

Lo trovò con gli occhi chiusi, dormiva. Un pezzo di motore gli aveva oltrepassato lo stomaco portandolo via di netto. Mansoor ora dormiva, il suo lungo viaggio era iniziato.

Il polmoni di Deepesh cessarono di inalare ossigeno, degluitiva a fatica ingoiando tutto quel sangue, l’orrenda vista delle piccole ossa che squarciavano la carne e quegli occhi per sempre chiusi nel sonno senza fine. Povere esistenze le loro, segnate dalla miseria e dalla mancanza di genitori che li tenessero per mano accompagnandoli lungo sentieri privi di mine anti-vita. Una sventagliata di mitra li aveva uccisi entrambi, lì sugli altipiani del Kashmir. Un vecchio amico di famiglia li aveva portati lontano dalla guerra, nella grande città dove tutto è più facile, dove si impara a scrivere e leggere, dove si lavora e ci si sposa. Finalmente una nuova possibilità subito interrotta dal rumore secco di una cinghia che vibrava nell’aria e colpiva dura, tagliente, cattiva come lo sguardo di quell’uomo che li obbligava a rubare per guadagnarsi del pane. Deepesh e Mansoor, due fratelli, due anime che si accompagnavano alla morte, la sfioravano continuamente odorandone l’acre effluvio, l’accarezzavano sfilando veloci i portafogli dalle tasche e gli orologi dai polsi. Erano cresciuti così, giocando con essa, imparando a conoscerla bene, tanto da usarla con dovizia, appoggiata alla lama di un coltello che una notte affondò nella gola di quel vecchio amico di famiglia trasformatosi in un feroce maestro di terrore.

Il pugno stretto nella tasca a trattenere il piccolo tesoro, Deepesh cercava di non addormentarsi a bordo del camion che lo trasportava verso la costa assieme a decine di altre anime vaganti. Aveva viaggiato per mesi, attraversato deserti, montagne e mari. Aveva sopportato la fame e la violenza delle guide che chiedevano denaro ad ogni cambio mezzo e per ogni indicazione. Aveva assistito a violenze, stupri, abusi, omicidi, risse per un tozzo di pane ma proseguiva imperterrito con la consapevolezza di esser solo in quello strano mondo nel quale il sorriso è negato e un coltello può risolvere tutto in un solo istante. Quello era l’ultimo tratto, gli avevano detto. Preparate la somma stabilita che stasera vi imbarcheremo per la Sicilia. Deepesh non sapeva dove si trovava, né sapeva che fosse quel nome che avevano pronunciato gli esseri che nulla avevano di umano. Il loro sguardo passava oltre la persona, non ti vedevano ma annusavano l’odore dei soldi che serbavi nascosti e questo gli bastava per tenerti in vita. Ne aveva già conosciuto uno così, gli facevano paura.

 

Il fetore delle 500 anime richiuse nella stiva della nave che vagava da giorni lungo le mille rotte del Mediterraneo era insopportabile. Deepesh, vomitando per il mar di mare, si chiedeva se fosse quella la distesa accogliente che da anni sognava. Il rollio aumentava di ora in ora, la tempesta si stava avvicinando quando i boccaporti si aprirono e fu dato l’ordine di salire. Una volta sul ponte crollò in ginocchio, stremato. L’urlo di quel mare in tumulto gli ricordava lo stesso grido disumano del mostro carico di dinamite esploso davanti agli occhi increduli di suo fratello. La stessa violenza, voracità, furia. Presto imbarcarsi nell’altra imbarcazione, fate veloci! Affacciandosi sul nero inchiostro la vide. Era una vecchia malandata imbarcazione in legno di 18 metri tenuta assieme da corde che la reggevano in bilico sul baratro dello sfascio. Fece per voltarsi e tornare indietro, ma la canna di una pistola fermò la sua corsa, o salti o t’ammazzo dove sei! Era il capitano della nave, completamente ubriaco. Avanti salite a bordo, avanti bastardi! Quasi 400 anime si allontanarono su quel battello infilandosi nella bufera che non perdona, un piccolo puntino di assi marcite perduto nell’immensità di un mare in delirio. Deepesh si rifugiò nella stiva, mentre le immagini che coloravano di nero la sua vita sfilarono davanti ai suoi occhi. Follia, soprusi, fame, violenza, sangue, morte. Via via portatemi via, dai dai avanti, avanti!

 

Lo schianto, quel fragore che ovunque lo insegue al pari di un mostro assetato di sangue, giunge improvviso. Ferito a morte, il piccolo scafo si sfascia mentre l’acqua inizia a penetrare nella stiva dove in molti, troppi, hanno cercato rifugio. Il buio inizia a ghermire l’anima e l’acqua i polmoni. Trattieni il respiro, Deepesh, trattienilo all’infinito, dai che ce la fai, in fin dei conti tu hai una lunga frequentazione con la morte. Non cedere trattieni, non badare agli altri, non guardare il bianco dei loro occhi che esplode nel nero della notte. Trattieni la vita piccolo uomo, non aprire i tuoi polmoni, no non tentare di respirare! NO! Ed il nero, spumante e denso catrame, spalanca le fauci e ingoia, spezza, annichilisce, ghermisce il respiro e lo accartoccia nel sibilo atroce della resa alla morte.

 

 

Che la piú piccola parte di pelle sia protetta.
Che nulla possa sfiorare il bozzolo nel quale cerchi rifugio e calore.
Il silenzio ti sia amico e plachi il battito veloce, annienti le visioni e ti ripari.
Che anche la piú piccola parte di pelle sia protetta,
tenuta a miglia di distanza dall’abisso della perdita.

Mode d’emploi del progetto

a cura di Gianni Maroccolo

 

ABISSI

Il naufragio della F174, conosciuto anche come “la tragedia di Portopalo”, fu un sinistro marittimo avvenuto in acque internazionali, la notte di Natale del 1996. Circa 30 km al largo di Portopalo di Capo Passero (SR), affondò una vecchia barca di legno, gravemente sovraccarica di clandestini provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka. Morirono almeno 283 persone. L’incidente rappresentò all’epoca la più grande tragedia navale del Mediterraneo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. La storia di questo naufragio è stata già narrata in diversi libri, spettacoli teatrali, fiction e altro.

 

Il Volume II di Alone non intende tanto ri-raccontare in musica quella tragedia, quanto narrare cosa viva e possa provare un essere umano che decide di lasciare il suo paese per costruirsi una nuova vita altrove.

Intende narrare, al “tu” in ascolto, cosa significhi venire privati di ogni diritto e della dignità. Cosa avvenga quando ti rendi conto che la tua vita vale meno di niente. Quando rimpiangi di essere nato e la disperazione lascia spazio a qualcosa che non avevi mai considerato. La tua vita terrena che sta per finire mentre vedi e senti l’acqua entrare nella barca, e non puoi fare nulla perché sei chiuso in una stiva senza alcuna via di uscita.

I minuti diventano eterni, l’acqua sale e ti rendi conto che la tua vita sta finendo. Soffochi lentamente mentre il liquido ti invade i polmoni. È atroce: peggio di una pallottola, della sedia elettrica, di un tumore che consuma. Soprattutto, a nessuno frega un cazzo di te. Prima, durante, dopo.

Questo è disumano, e purtroppo pochi lo comprendono. Forse solo una situazione affine potrebbe farlo intuire, e far capire quanto la logica del profitto, la dualità inculcata con ogni mezzo lecito e illecito ci abbia resi simili a belve insensibili a tutto. Far capire quanto poco valore questa logica dia al nostro passaggio terreno in questo universo ben più grande e ricco (grazie al Cielo) di noi, piccoli esseri umanoidi presuntuosi e incompleti. Siamo sì e no l’uno per cento degli esseri viventi su questo pianeta, e tuttavia pretendiamo di gestirlo come fosse cosa nostra. Come se non bastasse, esercitiamo il potere attraverso convenzioni che ci ingabbiano e ci pongono in una condizione costante di conflittualità in cui l’unico scopo è quello di assomigliare il più possibile a chi sta meglio di noi.

Poi c’è la paura di perdere qualcosa. Qualcosa di nostra esclusiva proprietà: agio virtuale, sicurezze, soldi, lavoro. Sono la paura e la non-conoscenza a trasformarci in belve.

Perdere cosa, poi? Potremmo distribuire più equamente le risorse disponibili, evitare di acquistare cose inutili, senza renderci conto che mentre lo facciamo altri muoiono di fame e di guerre al punto di tentare la fuga su un barcone. Non finirà: appena il surriscaldamento del pianeta ne renderà incoltivabili certe parti, e non vi sarà più cibo, altro che barconi, altro che fenomeno migratorio. Leggi, leggine, frontiere, parlamenti: ma nemmeno le armi potranno impedire un grande esodo di masse umane. Dualità appunto: uno contro l’altro.

Alcuni giorni dopo il naufragio, i pescatori iniziarono a recuperare nelle loro reti resti umani e del relitto, ma non dissero nulla. Temevano che un’eventuale inchiesta avrebbe potuto causare l’interruzione della pesca, unica loro fonte di sostentamento. Solo cinque anni più tardi, un pescatore rivelò a un giornalista sardo il punto dove giaceva il relitto, a 108 metri di profondità.

È difficile immaginare quanto sia stata atroce e lenta l’agonia di questi esseri umani. I “clandestini”, dopo avere pagato circa 7.000 dollari a testa ai trafficanti (altri 7.000, a saldo, li avrebbero versati all’arrivo in Italia), viaggiarono per quattro mesi attraverso Kurdistan e Turchia. Vennero convogliati verso il porto de Il Cairo, e qui, dopo aver versato altri 1000 dollari a testa agli scafisti, vennero imbarcati sulla “Friendship”. La nave non salpò subito, perché si attendevano altri “clandestini” per partire a pieno carico e ben ammassati: come carne da macello.

Dopo dodici giorni, tutti furono trasbordati su una nave da carico honduregna, la “Yohan”, che prese il mare con circa 500 persone a bordo. I “passeggeri” vennero ammassati nella stiva: condizioni igieniche zero, pane e acqua come cibo. In prossimità delle coste italiane, avrebbero dovuto essere trasferiti su un’altra nave per l’ultimo tratto di navigazione.

La nave era un battello maltese senza nome, identificabile solo dalla sigla “F174”, che incrociò la “Yohan” la notte tra il 25 e il 26 dicembre. La “F174”, era un’imbarcazione in legno lunga 18 metri e larga 4. In pessimo stato e con tutti i sistemi di sicurezza fuori uso, poteva imbarcare al massimo 80 passeggeri.

I “passeggeri” della “Yohan” salirono in massa sulla “F174” fino a farla vacillare pericolosamente per il peso eccessivo. I trafficanti decisero allora di far ritornare sulla “Yohan” un centinaio di persone e di partire lo stesso con oltre 400 “passeggeri”. Il Comandante della “F174” si rese conto quasi subito che non avrebbe mai raggiunto le coste siciliane a causa dell’eccessivo peso, ma soprattutto per una falla apertasi a prua durante i trasbordi. Chiamò quindi la “Yohan” in suo aiuto, ed essa raggiunse in qualche minuto la nave che aveva già iniziato a imbarcare acqua in stiva. In quella barca viaggiavano oltre 300 esseri umani, gran parte dei quali nella stiva, con i boccaporti bloccati dagli altri “passeggeri” stipati sul ponte.

Il mare è in burrasca e il comandante della “Yohan” non riesce a governare la nave: sperona la “F174” che si spacca in tre e inizia ad affondare trascinando negli abissi non meno di 283 persone. Il comandante della “F174” e una manciata di superstiti vengono raccolti dalla “Yohan”, che riparte subito verso la Grecia. Lì scarica 170 sopravvissuti, che vengono segregati in un casolare di campagna per evitare che possano raccontare l’accaduto.

Questo avviene nel 1996, non nel Medioevo. Qualcuno riesce a fuggire, e racconta la storia alla polizia greca. Le testimonianze non vengono ritenute credibili. Tutti vengono arrestati.

Nei giorni a seguire, la “Yohan”, continuò a sbarcare in Italia “passeggeri” fino a che non venne sequestrata dalle autorità italiane. Tuttavia, non fu aperta alcuna inchiesta: mancavano prove e riscontri oggettivi sulla tragedia di Natale. Nessuna testimonianza, niente di niente. Nel frattempo, i cadaveri ripescati dai pescatori di Porto Palo, chiamati in gergo “tonni del Mediterraneo”, venivano gettati nuovamente in mare.

Seguirono cinque anni di silenzio abissale. Poi, grazie alle ricerche del giornalista, il relitto venne finalmente localizzato. Nonostante le proteste dei parenti dei defunti e il ritrovamento del relitto, lo Stato italiano non permise il recupero dei rottami e dei cadaveri, né l’apertura di un’inchiesta. Questa fu una delle tante mattanze di “tonni del Mediterraneo”, e non fu l’ultima.

Pochi anni dopo, vi fu la strage di Lampedusa. Sentirne parlare o vederne le immagini alla televisione non basta: è necessario andare oltre. È opportuno sentire ciò che le vittime hanno vissuto. Provarlo sotto la pelle, vedere i loro occhi nei nostri mentre una morte orrenda e priva di senso li porta via, soffrire quanto loro. Lo scopo è guardarci dentro fino a provare ribrezzo per la nostra cinica indifferenza.

Siamo carnefici quanto i trafficanti: non possiamo continuare a far finta di nulla o limitarci a provare tristezza durante un TG, magari a tavola, tra il primo e il secondo. Né basta mandare qualche offesa ai governanti di turno, le cui colpe sono pari alle nostre. Non possiamo essere così stronzi da permettere ancora mattanze di “tonni”: che siano del Mediterraneo o meno poco importa.

Alone Vol II nasce per descrivere con l’unico mezzo a mia disposizione (la musica) cosa si provi ad affrontare un viaggio simile, per poi morire in maniera atroce. La speranza è che magari, tra il primo e il secondo, qualcuno pianga invece di pensare che “se la sono cercata”. Gli uomini sono fatti per viaggiare, conoscersi, condividere culture, tradizioni e speranze. Inutile costruire muri, confini, barriere… inutile abboccare a chi ci mette gli uni contro gli altri e ci infonde paura fino a tirare fuori la parte peggiore di noi.

Sono consapevole che un disco non abbia il potere di cambiare granché, ma continuo a credere, come diceva Claudio Rocchi, che una canzone possa salvare una vita. Credo che ogni musicista, anche per la fortuna di essere tale, abbia dei doveri oltre che dei privilegi, nei confronti degli altri e del pianeta in cui viviamo. Sarò un sognatore, un visionario del cazzo forse retorico, ma sono fatto così. In questo disco racconto la morte perché amo la vita e amo e rispetto ogni singolo essere vivente del pianeta che abitiamo.

 Alone Vol II

Alone Vol II è un LP senza una vera divisione in “lato A” e “lato B”. Al di là della necessità tecnica di avere due lati, gli stessi non saranno identificati, perché l’opera è intesa come unitaria. A maggior ragione questo varrà per la versione in CD.

I due lati fisici dell’LP di Alone Vol II sono occupati da un lungo brano ciascuno: IMUS, suddiviso in sei temi. Un lato conterrà i temi (provvisoriamente chiamati 1-2-3-4-5-6) suonati da me soltanto; l’altro lato, gli stessi temi in ordine inverso (6-5-4-3-2-1) rivisitati liberamente attraverso il contributo compositivo e creativo degli ospiti di questo volume.

La struttura ha un significato metaforico e circolare: i sei movimenti del primo brano rappresentano il viaggio verso la morte dei passeggeri della nave, dalla partenza fino all’affondamento. Il secondo brano, al contrario, rappresenta una ri-emersione e un ritorno alla vita. Il senso finale è positivo: il movimento verso il basso è solitario e claustrofobico, quello verso l’alto non può prescindere dalla presenza di nostri simili con i quali condividiamo idee, energia e bellezza. Si tratta, quindi di un viaggio di andata/ritorno. Il dualismo delle immagini (luce/buio, superficie/abisso, vita/morte, discesa/innalzamento) rappresenta, paradossalmente, proprio ciò che personalmente ritengo essere la causa di molti nostri mali: la dicotomia, la divisione in categorie rigide. Unendo in un tutt’uno armonico questi concetti opposti, si riesce a comprendere che il Tutto è maggiore della somma delle singole parti, e che una moneta ha sempre due facce – ma non sarebbe tale senza di esse, unite tra loro.

 

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Letteratura a fumetti? Le impreviste avventure del racconto https://www.nazioneindiana.com/2019/07/16/letteratura-a-fumetti-le-impreviste-avventure-del-racconto/ https://www.nazioneindiana.com/2019/07/16/letteratura-a-fumetti-le-impreviste-avventure-del-racconto/#respond Tue, 16 Jul 2019 05:00:13 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79832 di Daniele Barbieri

Questo breve libro delinea un lungo percorso, storico e teorico, attraverso cinque nozioni i cui reciproci collegamenti si sono molto trasformati da un’epoca all’altra: immagine (cioè rappresentazione visiva di un elemento del mondo), scrittura, oralità, serialità, romanzo. Ciascuna di queste nozioni ne comporta, implicitamente, una sesta, che è racconto.… Leggi il resto »

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di Daniele Barbieri

Questo breve libro delinea un lungo percorso, storico e teorico, attraverso cinque nozioni i cui reciproci collegamenti si sono molto trasformati da un’epoca all’altra: immagine (cioè rappresentazione visiva di un elemento del mondo), scrittura, oralità, serialità, romanzo. Ciascuna di queste nozioni ne comporta, implicitamente, una sesta, che è racconto. Potremmo pensare questo libro come una storia (molto parziale) del racconto in relazione all’immagine, alla scrittura, all’oralità, alla serialità, al romanzo.

Dare senso a una nozione come quella di letteratura a fumetti richiede questo percorso, che dà senso alla specificità del fumetto e del suo modo di comunicare e di raccontare. Il fumetto è una forma di scrittura, e il corpus di queste scritture forma una letteratura; ma, come vedremo, si tratta di una scrittura molto diversa da quella, alfabetica, che utilizziamo per memorizzare la parola, e produce di conseguenza una letteratura molto diversa da quella fatta esclusivamente di parole.

La storia che raccontiamo nelle prossime pagine parte da quando le distinzioni che a noi appaiono oggi naturali erano inesistenti o minime, e quelle che noi oggi chiameremmo arti e quello che noi oggi chiameremmo rito erano una cosa sola. La storia prosegue a cavallo tra improvvisazione omerica e scrittura, quando la scrittura non era una cosa sola, e anche la sua distinzione dall’immagine restava incerta. All’epoca di Omero e degli altri aedi, la narrazione aveva per sua natura caratteristiche che oggi definiremmo, sotto certi aspetti, seriali: solo la scrittura cambia – e solo in parte – le cose.

La separazione tra immagine e racconto viene sancita solamente nel Rinascimento, quando l’immagine arriva a conquistare un’autonomia concettuale che prima le era sconosciuta. È proprio nel Rinascimento, però, che si impone anche un’altra distinzione cruciale, quella tra alta cultura e cultura popolare. E alla fine della medesima epoca Miguel Cervantes inventerà la forma del romanzo, che sopravvivrà serpeggiando tra cultura alta e bassa per un paio di secoli, sino alla sua definitiva legittimazione nell’Ottocento.

La serialità rinasce, avviandosi verso le forme che conosciamo oggi, con la nascita della stampa periodica, nella Francia del XVII secolo. Il suo sviluppo è parallelo e intrecciato con quello del romanzo. A partire dal Settecento, anche la narrazione per immagini incomincia a uscire dalla marginalità a cui il Rinascimento l’ha condannata. Del resto, l’Ottocento è il secolo in cui le fondamenta dell’opposizione tra alta e bassa cultura iniziano a sgretolarsi: certo, lo sgretolamento non è ancora del tutto compiuto nemmeno oggi, ma molta strada è stata comunque fatta.

Il fumetto ha percorso questa strada nel corso del XX secolo, non senza difficoltà, e ha conquistato solo recentemente una dignità culturale condivisa. Ed è proprio guardando tra le maglie di questa conquista che se ne comprende l’ideologia, e il travestimento attuale del pregiudizio aristocratico che domina la nostra cultura da mezzo millennio.

Questo libro non racconta una storia del fumetto, ma una storia della cultura occidentale sotto quegli aspetti che hanno condotto il fumetto a essere quello che è.[i] […]

4. Narrazione per immagini

Le immagini restano. È per questo che possono essere considerate una sorta di protoscrittura o parascrittura, e si trovano comunque all’origine della scrittura in senso stretto.

Le immagini restano e possono permanere, nei luoghi adatti, per migliaia di anni. Ne bastano molti di meno per farle diventare qualcosa che persiste in un mondo in continua trasformazione, e soprattutto che persiste mentre la vita delle singole persone deperisce e trapassa.

Queste immagini permanenti, investite di racconti trasmessi e reinventati di generazione in generazione, si prestano bene a simboleggiare qualcosa che persista al di là di tutto ciò che fluisce. Alla fine, rappresentano ciò che permane all’interno di tutto quello che scorre, come i racconti. Ci vuole poco a vederle, prima o poi, come qualcosa di diverso da tutto il resto, come qualcosa che oggi noi, uomini della Storia, chiameremmo magari dei.

Si accostano in questo modo le due fondamentali funzioni storiche delle immagini (incluse le statue): supporto stabile del racconto e oggetto di adorazione. Sino a tutto il medioevo e ancora in parte nel Rinascimento (e poi ancora sino a oggi, in misura minore e parziale) statue e dipinti sono state sostanzialmente questo.

Le due diverse funzioni sono comunque collegate: l’idea di Dio è un prodotto del mito, che trova nelle immagini un supporto cruciale. Un’immagine di Dio è comunque il fulcro ideale di una galassia di racconti.

La nascita della scrittura trasforma progressivamente le cose. In Palestina la scrittura si concretizza in un libro, anzi nel Libro. In questo Libro (biblium, Bibbia) trova spazio una forma di pensiero astratto che non era concepibile prima della scrittura, e Dio può diventare qualcosa che si può esprimere attraverso una parola, perché ormai anche le parole sono diventate persistenti come le immagini. Esprimere attraverso una parola, sì, ma senza esagerare; perché siccome le parole, specie se scritte, ci permettono di controllare il mondo, se conoscessimo il vero nome di Dio potremmo magari controllare pure lui. E quindi a Dio, nella tradizione ebraica, ci si può riferire solo per appellativi.

Nessuna parola unicamente orale potrebbe godere di un tale privilegio, perché le parole unicamente orali fluiscono e si perdono in un momento. Ma se possono essere trascritte, diventando a loro volta immagine, ecco che restano per sempre, come i bisonti delle grotte del Paleolitico.

La nascita della scrittura porta la Grecia da Omero a Platone, dal mito alla filosofia, dagli dei come protagonisti di grandi narrazioni all’invenzione dell’anima, al regno delle idee, all’idea del mondo come una caverna dove percepiamo solo le ombre del mondo vero che gli sta fuori; sino ad arrivare all’aristotelico Primo Motore Immobile. Con la scrittura, la divinità può diventare una questione filosofica, astratta: Dio non è più un’immagine, è l’essere; e l’essere, in quanto tale, non si può certo vedere.

Non ci si può quindi stupire se le religioni del libro hanno perseguitato le immagini. La lotta iconoclasta che dilania l’Impero Romano d’Oriente tra il settimo e il nono secolo potrebbe essere interpretata come una lotta tra la scrittura e l’immagine, tra una concezione astratta e filosofica della divinità e una concreta e figurale. La tensione a Costantinopoli scoppia come risposta alle accuse di idolatria mosse dagli arabi, neoconvertiti all’Islam e in potente espansione, ma si basa su secoli di discussione precedente. La posizione, netta, dell’Islam rimette in gioco quella incerta dei Cristiani.

Il Concilio di Nicea, nel 787, condanna l’iconoclastia, ma ne recepisce le ragioni, affermando che le immagini possono essere venerate come simbolo della divinità, ma non adorate in quanto non sono né rappresentano la divinità stessa. In Oriente, dunque, si potranno continuare a realizzare immagini sacre, ma con una serie di limitazioni che ne impedisca un’eccessiva seduttività; e così, l’arte visiva bizantina, o quel poco che ne resta, si condannerà a secoli di monotone icone.[ii]

L’Occidente, per nostra fortuna, aveva problemi ben più gravi a cui pensare, e l’iconoclastia rimase un problema astratto e lontano. La ritroveremo in epoca di Riforma, quando il Libro farà la sua grande rientrata.

Il Medioevo nostrano è perciò pieno di immagini sacre, di immagini narrative e di immagini che sono un po’ l’uno e un po’ l’altro. A volte, nelle cupole decorate per sezioni, si trova al centro la figura di Dio, o dello Spirito Santo, una, immobile ed eterna; immediatamente intorno, al livello appena più basso, ci sono le figure dei beati e dei santi, molteplici ma anche loro immobili; più sotto ancora, occupando uno spazio più ampio e più periferico, ci sono le vicende del mondo umano, piene di movimento e di racconto.

Sappiamo che i cicli affrescati delle chiese del Medioevo erano fatti per essere accompagnati dalle parole di un predicatore, il quale, come i narratori di Altamira, raccontava le storie di Cristo o dei santi indicando l’immagine al momento pertinente. A volte, come nel caso degli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova, realizzati da Giotto ai primi del Trecento, lo spettatore ritrovava sulle pareti le stesse scene che aveva appena visto dal vivo sulla pubblica piazza, in forma di Sacra Rappresentazione, ovvero di teatro. La pittura era insomma sostanzialmente la parte dell’immagine di una complessiva narrazione per immagini, in cui la componente narrativa rimaneva di solito orale – anche considerando la scarsa alfabetizzazione della popolazione.[iii]

Resta però il fatto che i pittori del Medioevo non hanno particolari remore a mescolare immagine e parole, e inseriscono con disinvoltura cartigli e filatteri tra le figure, creando comunicazioni sostanzialmente sinsemiche; qui, a dominanza di immagine, mentre magari in quelle contenute nei libri vi sono più facilmente dominanti le parole.

Certo, Giotto era tecnicamente molto molto più avanzato dei suoi colleghi di ventimila anni prima, e, soprattutto, la familiarità con la scrittura e le sue organizzazioni del racconto in libri, capitoli, episodi ecc. aveva reso del tutto naturale l’idea di organizzare lo spazio stesso della parete in maniera analoga, creando cornici che permettessero di distinguere un episodio dall’altro, e magari pure di riconoscere l’episodio stesso, una volta che ci fosse stato già raccontato. La sequenza degli episodi visivi riprende e riproduce la sequenza della scrittura. Pur continuando a essere supporto della parola, l’immagine diventa a sua volta almeno un poco parola; magari non dentro ciascun singolo riquadro, ma certamente nel rapporto temporale tra un riquadro e il successivo.

5.  Gli aedi

Abbiamo parlato di immagine e di scrittura, ovvero fondamentalmente delle componenti visive di quello che nella grotta di Altamira già incominciava ad accadere. Tuttavia, come abbiamo detto, la fascinazione fondamentale per chi stava nella caverna non dipendeva da questo.

Facciamo dunque un salto avanti di molte migliaia di anni, e arriviamo alle soglie della nostra era, cioè a Omero, oltre 10.000 anni dopo la frana che occultò la caverna, e appena 3.000 prima di noi. Omero era un aedo, ovvero un cantore orale, in un’epoca in cui non esisteva la scrittura, non diverso da cantori orali che ancora esistono o sono esistiti sino a poche decine di anni fa, in Africa, nei Balcani, in India… Come tutti gli aedi, Omero improvvisava versi raccontando e riraccontando le stesse storie di eroi, quelle in seguito trascritte sotto i titoli di Iliade e di Odissea. Sempre che sia esistito, doveva essere molto bravo, il più bravo di tutti; al punto che gli aedi venuti dopo di lui hanno cercato di riprodurre al meglio quello che lui aveva fatto, e quelli venuti ancora dopo hanno sentito il bisogno di mettere al sicuro le sue parole così com’erano, adottando i segni fenici. È così che gli aedi, improvvisatori orali, si sono trasformati col tempo in rapsodi, abili vocalizzatori di testi comunque scritti.[iv]

Improvvisare in versi richiede una notevole competenza e abilità, ma non così straordinarie come si potrebbe credere oggi. Da un lato, la forma metrica fa da supporto alla memoria (come per le parole di una canzone che abbiamo ascoltato un paio di volte); dall’altro ci sono ricorrenze lessicali, sintattiche, narrative, che a loro volta aiutano. L’esperienza degli antropologi con gli aedi moderni mostra che i versi cambiano volta per volta, pur mantenendo caratteristiche simili; mentre ciò che si racconta è relativamente costante, pur subendo a sua volta modifiche e introduzioni tematiche.

In ogni caso, nelle saghe raccontate da Omero e dagli altri aedi della Grecia arcaica i personaggi e le situazioni ricorrevano, si ripetevano, si incontravano, interagivano. Era in atto, insomma, qualcosa di simile a quella che oggi chiameremmo serialità.

Chiameremo serialità primaria questa condizione narrativa in cui, oralmente e ricorrentemente, ma senza alcuna scansione preordinata, si costruivano o reinventavano storie basate sui medesimi personaggi, sui medesimi luoghi e le medesime situazioni. Si trattava, ovviamente, di molti personaggi, qualcuno più centrale qualcuno meno, di molti luoghi e di molte situazioni; ma era comunque un numero chiuso, e dotato di relazioni interne.

Se conoscete almeno un poco la mitologia greca, capirete che cosa intendo. Si comincia con la Teogonia, che racconta l’origine degli dei, e si finisce in un’area che, per noi, è praticamente Storia, con i Trecento delle Termopili, attraverso tutte le interallacciate vicende degli eroi, delle quali il ciclo omerico rappresenta un’importante ma piccola parte.

Che cosa distingue la serialità primaria da quella vera e propria, moderna? Direi, sostanzialmente, una serie di aspetti, comunque legati alla periodicità regolare di pubblicazione. I cantori orali, ovviamente, non pubblicavano; e non possiamo assimilare alla pubblicazione le loro esibizioni pubbliche, che avvenivano a intervalli irregolari di fronte a pubblici differenti. In assenza di scrittura non c’è garanzia sufficiente di omogeneità delle trasmissioni al pubblico, e in assenza di un apparato di distribuzione non c’è fidelizzazione dell’utente al racconto, e a una sua eventuale continuità. Di fatto, non esiste serialità moderna prima dell’invenzione della stampa.

Qualcosa di appena più simile alla serialità moderna si verifica qualche secolo dopo Omero, quando i drammaturghi riprendono il mito per creare, sulla scena del teatro, qualcosa di corrispondente alle gesta degli aedi. La differenza cruciale è che mentre gli aedi improvvisavano, gli attori recitavano un copione scritto; tuttavia, in un modo come nell’altro, quelle che al pubblico venivano raccontate erano sempre le stesse storie di dei ed eroi. Si tratta però di una differenza marginale rispetto a quello che separa la serialità antica da quella moderna: di fatto, il pubblico sapeva bene che si trattava, ogni volta, di un modo diverso per raccontare una storia esistente, e già nota ai più. Nella serialità primaria, insomma, i racconti di base non erano inventati: sostanzialmente, erano sempre quelli, e quelli dovevano essere. Al massimo potevano essere variati – e certo poteva accadere che le variazioni si stabilizzassero e che, così, variazione per variazione, i miti nel tempo si arricchissero e trasformassero.

Quello che avvicina maggiormente, invece, la serialità primaria dei drammaturghi alla serialità moderna è il fatto che i drammi venissero tradizionalmente organizzati in trilogie, nelle quali ciascuno degli elementi era dotato di una propria chiusura narrativa, salvo essere riaperto dall’episodio successivo, secondo un modello abbastanza tipico della serialità moderna. Per esempio, la tragedia Agamennone, di Eschilo (458 a.C.), racconta di come il comandante dell’esercito greco, di ritorno da Troia a Micene, venga assassinato dal cugino Egisto, con la complicità della moglie Clitemnestra. Nel secondo episodio della trilogia, Le coefore, il figlio di Agamennone e Clitemnestra, Oreste, torna a Micene per vendicare il padre, uccidendo la madre e lo zio. Nel terzo episodio, Le Eumenidi, Oreste viene perseguitato dalle Erinni, divinità del rimorso, sino a trovare soluzione in una purificazione rituale. Si racconta una storia ben nota al pubblico, certo, ma in tre episodi separati e parzialmente autonomi, da mettere in scena a breve distanza di tempo. Siamo in un contesto sociale e di consumo ben più strutturato di quello di mezzo millennio prima, e la presentazione al pubblico di un dramma di nuova scrittura ha in effetti caratteristiche di pubblicazione.

Per il momento, comunque, e per i duemila anni successivi, non si andrà molto più in là di così. Teniamo comunque presente che definire serialità primaria quella situazione è semplicemente funzionale a mostrare le somiglianze con la serialità moderna. Non bisogna però dimenticare che la nostra percezione della serialità è fortemente basata sulla contrapposizione a quello che seriale non è, come il romanzo, oggetto narrativamente unitario e autoconclusivo, dove si racconta tipicamente una vicenda del tutto autonoma. Niente di simile esisteva nell’antichità, dove le storie che si raccontavano avevano comunque radici in altre storie, e, di conseguenza, l’idea di narratività prevalente non era, come per noi, quella di un arco autonomo, dotato di un proprio attacco e di una propria conclusione; era piuttosto quella di un flusso complessivo, o, se preferiamo, una serie di flussi, da cui estrarre al momento del bisogno un eventuale arco narrativo dotato, per l’occasione, di attacco e conclusione, ma del quale erano comunque ben noti al pubblico i precedenti e le conseguenze. In parole molto povere e contemporanee, ogni singola storia dell’antichità era il sequel di qualche altra storia e il prequel di altre ancora.

Al di là degli specifici racconti del mito greco, che il Medioevo in gran parte dimenticherà, quello che permane ne è invece la struttura, il modello di narratività che abbiamo appena descritto. Se prendiamo il ciclo medievale di re Artù, vi ritroveremo il medesimo andamento a saga, il medesimo intrecciare e proseguire racconti parzialmente autonomi, dove i medesimi personaggi ricorrono con ruoli narrativi diversi. Quando noi pensiamo a Tristano, per esempio, lo associamo inevitabilmente alla sua storia d’amore con Isotta, al tradimento di re Marco, e alla sua nobile morte. Ma si tratta di un effetto del tutto moderno, probabilmente in larga parte dovuto alla grande e meritata fama del melodramma di Wagner. Se leggiamo i romanzi cavallereschi medievali, Tristano è protagonista o personaggio collaterale di innumerevoli gesta, e anche la storia d’amore con Isotta è molto più lunga, complicata, e costellata di altri eventi, di quanto non appaia nelle riduzioni moderne, Wagner primo tra tutti. Evidentemente, le esigenze narrative del pubblico del Medioevo sono differenti da quelle del pubblico moderno.

Ancora in pieno Rinascimento questo modello mantiene larga diffusione. I poemi cavallereschi rinascimentali (Pulci, Boiardo, Ariosto, e persino Tasso) sono reticoli di storie degni delle attuali soap operas. Al di là delle differenze di qualità (che evidentemente ci sono – e l’Orlando furioso non è meglio di Sentieri solo perché santificato dalla Storia) e di medium, l’articolazione complessiva delle singole vicende ha tanti tratti in comune ed è comunque discendente dal modello greco mitologico. Non a caso una narrazione del genere è fatta per durare all’infinito, perché non ci può essere una conclusione sensata a un flusso narrativo polifonico. Ariosto se la cava (perché deve pur mettere la parola fine) approfittando della morte di un cattivo, Rodomonte; ma qualcun altro poteva ben riprendere da dove lui aveva smesso, come pure lui stesso aveva fatto con l’Orlando innamorato del Boiardo.

Quello che un po’ distingue i poemi cavallereschi rinascimentali dalle saghe precedenti, avvicinandoli ulteriormente alle soap, è il fatto di limitarsi ad essere semplicemente ispirati alle mitologie cavalleresche, mentre si raccontano di fatto storie nuove, d’invenzione dell’autore. È una cosa che si fa già da un po’, magari con la precauzione – come nel nostro caso – di rifarsi comunque a una tradizione esistente: forse le storie di Orlando e degli altri paladini raccontate da Boiardo e da Ariosto non le aveva mai raccontate nessuno, ed erano quindi nuove, frutto di invenzione, ma rientrano nel modello narrativo cavalleresco, e potevano quindi anche essere tradizionali, e semplicemente riscoperte e riraccontate.

Benché Ariosto si muova in un contesto di scrittura assestato da millenni, le forme narrative dell’oralità continuano ad aleggiare in quello che scrive. D’altra parte, Ariosto scrive in poesia, e la poesia è quel genere letterario che meno ha tagliato i ponti con la vocalità. Vocalità e oralità non sono la stessa cosa ma, soprattutto in epoche di scarsa alfabetizzazione, conservano ampie aree di sovrapposizione.

 

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[i] Poiché gran parte dell’argomentazione di questo libro è di carattere storico, è inevitabile e doverosa una quantità di riferimenti alle fonti. Per evitare di appesantire troppo la lettura, ho però cercato di ridurre il numero delle note, accorpando, quando possibile, diversi riferimenti vicini in un’unica nota. Ho evitato di introdurre riferimenti per i dati storici di facile verifica, in quanto assestati e sufficientemente noti. Le opere elencate in bibliografia sono indicate nel testo e nelle note con il nome dell’autore, l’anno ed eventualmente le pagine; l’anno è sempre quello della pubblicazione in lingua originale; le pagine fanno invece riferimento alla traduzione italiana indicata.

[ii] Sul Concilio di Nicea e sulle conseguenze delle sue decisioni per le culture europee, vedi, per esempio, Tagliaferri (2006).

[iii] Il libro fondamentale su questo tema è Bolzoni (2002).

[iv] Su questi temi, vedi Svenbro (1988 e 1995), Havelock (1986) e Detienne (1967). Sugli aedi moderni, vedi Goody (1986) o il grande classico Ong (1982).

 

 

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Daniele Barbieri, Letteratura a fumetti? Le impreviste avventure del racconto, Roma, ComicOut 2019

 

Bibliografia e immagini sono liberamente disponibili sul Web all’indirizzo http://letteraturaafumetti.blogspot.com/ 

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A volte penso che, se non avessi fatto questo o quello, non avrei mai incontrato Marian. Ma il punto non è questo, vero? Cioè, avrei sempre incontrato Marian. La stavo aspettando. Non so se capite cosa voglio dire, ma Marian mi faceva sentire essenziale, salvo.… Leggi il resto »

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di Luca Trifilio

A volte penso che, se non avessi fatto questo o quello, non avrei mai incontrato Marian. Ma il punto non è questo, vero? Cioè, avrei sempre incontrato Marian. La stavo aspettando. Non so se capite cosa voglio dire, ma Marian mi faceva sentire essenziale, salvo.

La conobbi il giorno in cui persi la parola Resta. Mi era già capitato con altre parole. Forse, ma non ci giurerei, la prima volta accadde con bua, un sabato pomeriggio al parco. Fu poi il turno di amico, che pareva troppo da femmine tra i compagni di scuola e quelli conosciuti d’estate. I villeggianti, li chiamava mia nonna. Non ricordo quando i villeggianti sono diventati turisti: nel dubbio, però, ho smesso di chiamare anche loro.

Vidi Marian la prima volta il venti di luglio. E come potrei dimenticarlo? Mancavano poche ore allo sbarco sulla luna, ma per me sarebbe stato un giorno come tanti altri, una montagnola di ore da abbattere, un po’ alla volta, fin quando non sarebbe rimasto più niente. Le immagino così, le mie giornate: un cumulo di sabbia che si forma mentre dormo e che ritrovo al mattino. Penelope disfaceva la tela di notte; io ho disgregato le mie ore ogni giorno.

Non avevo mai parlato con una straniera. Neanche con uno straniero, a dirla tutta. Marian era diafana, e non saprei cos’altro dire del suo aspetto se non che, quando si muoveva, tutta l’aria intorno sembrava vibrare, e dalla sua pelle irradiava una luce tale da far pensare che lei fosse un’apparizione. O forse, e non mi stupirebbe, ero solo io a guardarla così, incantato come se non si trattasse nemmeno di un essere umano, come se non facesse parte del mondo in cui mi muovevo anch’io. Come sarebbe stato possibile, poi? Io sgraziato e nerastro, lei capace di attirare sguardi e di generare meraviglia in virtù del semplice fatto che esistesse.

Attraversai la strada nelle mie ciabatte troppo piccole, diretto in spiaggia quando lei già tornava, irreale e fuori posto quanto me. E già allora avrei dovuto capire che eravamo fatti di opposti, che gli opposti a volte si completano e a volte non trovano il modo – ma proprio nessun modo – per potersi unire.

Era l’estate dei miei sedici anni, non avevo mai dato un bacio a una ragazza e quel giorno pensai a lei in maniera caotica, fino all’ora di cena. Era uso, a casa mia, che d’estate mangiassimo leggero a pranzo e a cena facessimo un pasto vero, come lo chiamava mio padre. Quella sera mia madre preparò gli spaghetti aglio, olio e peperoncino: il pepe macinato portava colori e odori che avrei cercato per il resto della vita.

Mia madre prese a tossire, portò una mano al petto cercando di aspirare aria. Il collo le si allungò fin quasi a spezzarsi e pensai, per un attimo di pura follia, che avrebbe continuato a estendersi fino a raggiungere il soffitto. Mi cadde la forchetta di mano quando mio padre la chiamò e lei cadde in avanti, la faccia negli spaghetti. Lui le prese le spalle per sollevarla: sotto l’occhio destro di mia madre c’era un pezzetto d’aglio, sul volto i granelli di pepe sembravano lentiggini dal colorito troppo intenso.

Chiama il 118, mi disse mio padre mentre io ancora masticavo. Non mi è rimasto alcun ricordo di quello che dissi nella cornetta bianca, ma l’ambulanza si portò via mia madre, di nuovo sveglia e sofferente, con un respiratore e uno sguardo terrorizzato fisso nei miei occhi. La bocca mi pizzicava per via del peperoncino quando salii in macchina con mio padre e seguimmo le sirene blu sul viale che costeggia il lungomare, mentre le persone si tenevano per mano, sceglievano un gelato, spingevano passeggini, guardavano il mare, senza farsi passare per la testa il fatto che a pochi metri ci fosse mia madre che non riusciva più a respirare e che io fossi talmente spaventato da essere calmo. Mi passò davanti agli occhi l’immagine della ragazza diafana, mi aggrappai a quei contorni indefiniti e surreali per cercare una via di fuga. Emerse in quei minuti la mia natura di codardo, e non avrei fatto altro che fuggire ogni singolo giorno, con l’ansia di dover distruggere, nel modo più indolore possibile, la montagnola di ore che mi era concessa.

Parcheggiammo al pronto soccorso, seguimmo la barella in un corridoio lunghissimo dalle pareti azzurrine e dalle luci pallide e mortuarie. Mia madre continuava a guardarmi, avrei voluto dirle di smetterla, di smetterla di star male e di smetterla di guardarmi in quel modo, di smetterla perché mi stava costringendo a legare tutti i miei ricordi giovanili a quegli occhi, mentre io avrei voluto legarli al tiramisù che preparava la domenica mattina e al grembiule a fiori rosa che indossava in cucina.

Le dissi di non andare via, senza pensarci, senza rendermene conto. Mio padre si fermò a guardarmi, lo notai con la coda dell’occhio perché la mia attenzione era solo per lei, per la donna che mi aveva messo al mondo alla quale dissi, in un sussurro, Resta.

Ma lei non restò. Se ne andò dopo poche ore. Complicazioni in seguito ad arresto cardiocircolatorio. Qualcosa del genere. Cose che accadono, anche se hai quarantuno anni e non hai ancora avuto tempo di dedicarti a tutte le cose che avresti voluto fare. Mia madre se ne andò il giorno in cui l’uomo posò il piede sulla luna e io vidi Marian, e quello fu il giorno in cui compresi – e credetemi, su questo non ho mai cambiato idea – che non c’è modo, nella vita, di ottenere qualcosa senza perderne un’altra. E non puoi mica essere sicuro che quella che ottieni valga di più di ciò che hai perso, oppure che resti. È uno scambio alla cieca, un azzardo puro.

Quella fu la notte in cui persi la parola Resta, che mi sarebbe servita una manciata di anni dopo: Marian aveva smesso di essere la figura eterea che aspettavo ogni mattina alle dieci, quando lasciava la spiaggia e la immaginavo rifugiarsi nel suo mondo incantato, ma era diventata una ragazza della mia età, col sogno di abbandonare la Polonia per vivere in Italia. Qui avrebbe voluto fare l’università, e trascorreva i pomeriggi invernali a studiare l’italiano, a cercare di leggere Buzzati e Volponi, ad appuntare su un quaderno tutte le parole nuove. E così i mesi passavano, io perdevo le parole, lei ne acquisiva sempre di più e riempiva ogni mio vuoto.

Ho rinunciato a tutte quelle che non mi erano servite, a quelle che avevo detto per sbaglio, a quelle che avevo detto troppe volte e che avevano finito per perdere di valore; ho smesso di usare le parole deludenti, quelle che mi avevano ferito, quelle con le quali avevo fatto del male. Ho cancellato dal mio vocabolario le parole che non mi piacevano e quelle che mi piacevano troppo, e mi ritrovo oggi a non poter dire quasi nulla, ma sapete cosa ho scoperto? Che ne servono poche, e che alla fine ce ne sarebbe stata una, comune e semplice, che avrebbe cambiato il corso della mia vecchiaia. Perché le parole sono rivestite del significato e dei ricordi che noi appiccichiamo loro addosso, con buona pace dei dizionari.

Avevo finito per convincermi del fatto che non mi servissero più, non ora che c’era Marian a riempire le mie vacanze estive e la cassetta delle lettere. La dipingevo di rosso il primo settembre, il giorno dopo la sua partenza, per far sì che fosse visibile per il postino. Non volevo che le lettere di Marian, piene di parole in italiano che io non usavo più, potessero andare perdute, che il postino non vedesse con chiarezza la cassetta postale della mia famiglia.

Non saprei dire se fossi un clone di mio padre a venticinque anni di distanza, ma anche lui ormai non diceva più un sacco di cose e mi sembrava perdesse pezzi ogni giorno; sopra ogni altra cosa aveva perso quel sorriso stanco che regalava a mia madre e a me la sera, quando tornava a casa dal pastificio. Eravamo fiori secchi entrambi, ma io sbocciavo ogni estate; lui non lo fece più, si estinse piano, e capii che stava finendo quando iniziò a farmi carezze impacciate: un gesto di debolezza, per uno come lui, al quale imparò ad abbandonarsi. Io dedicavo ogni domenica mattina a preparare il tiramisù di mia madre, la sua ricetta incollata con lo scotch al frigorifero. Erano identici gli ingredienti, le marche, le quantità, i contenitori e gli strumenti, eppure non veniva mai come il suo. Mio padre lo mangiava e mi diceva che ero diventato bravissimo, anche se la mano e le labbra gli tremavano.

Marian si iscrisse al DAMS a Bologna, perché aveva paura di Milano ed era intimidita da Roma. Nei piani di mia madre, io avrei dovuto continuare gli studi. Non capivo perché non volesse che seguissi le orme di mio padre: lui faceva un lavoro speciale, portava a casa la miglior pasta fresca che io abbia mai mangiato, e a me sarebbe piaciuta un’attività manuale che mi facesse dire, arrivato all’imbrunire di ogni giorno, di aver realizzato qualcosa che prima non esisteva. Mi iscrissi a Bologna anch’io, perché non distava molto da casa. E perché, naturalmente, lì avrei trovato Marian.

Marian riempiva le serate bolognesi di sogni, di film visti e di vicoli da scoprire. Preparavo il tiramisù, lei scriveva sceneggiature e ogni tanto veniva ad assaggiare la crema e a darmi un bacio sul collo. Aveva la capacità di farmi sentire necessario, perché se non ci fossi stato lei non avrebbe potuto sorridere in quel modo, e allora cosa si sarebbe perso il cielo!

Mio padre, nel frattempo, declinava rapidamente: si ammalò di assenza e si vestì di una vecchiaia precoce. Appese una corda al soffitto e furono i vicini a evitare il peggio. Dimenticò pezzi interi del suo passato, tutto quello che non poteva più sopportare. Ne parlai con Marian, lei mi strinse e in quell’abbraccio colsi la tensione vitale di chi non può rimanere imprigionato. Cosa vuoi che faccia?, mi chiese nel suo italiano pieno di congiuntivi ben posizionati. Resta, avrei voluto dirle, ma non potevo. E non potevo non solo perché non ero più capace di articolare quella parola; ma perché mi sentivo troppo fortunato ad avere Marian, e quando ci si sente troppo fortunati si è più propensi alla rinuncia.

Rinunciai a essere felice e all’università, rinunciai a lei. Mi disse che mi avrebbe scritto e che ogni tanto sarebbe venuta al paese, il mare le piaceva così tanto, ma le promesse sono fatte per avere significato solo mentre vengono pronunciate: un attimo dopo stanno già volando via, raggiungono la luna e si accoccolano sul fondo di un cratere dal nome impronunciabile di un fisico tedesco o di un astronomo russo. E lì, depositate e inermi, ci guardano ogni notte mentre noi, col naso all’insù, cerchiamo di trovare nel cielo le cose che abbiamo perduto.

Ho cercato Marian nelle interviste sui giornali, nella sala scura dell’unico cinema del paese, affondato in poltrone rosse che hanno ospitato i sogni e la noia di migliaia di persone. Ho provato a cercarmi nelle immagini dell’astro nascente del cinema mondiale, la regista polacca salita alla ribalta con un film malinconico e privo di speranza. Quando usciva un suo nuovo film andavo al primo spettacolo, guidavo per chilometri se necessario, e non ero soddisfatto se non memorizzavo ogni fotogramma. Smontavo e rimontavo le sue storie nella mia testa, cercando una traccia di me, anche flebile: un vezzo, un’espressione, una postura, una battuta di dialogo. Mi sembrava di vedermi dappertutto; finii per convincermi di non esserci, di essere stato dimenticato come la cassetta delle lettere vuota e arrugginita che avevo smesso di verniciare.

Lessi sui rotocalchi dei suoi due matrimoni falliti, riuscii a fingere un sorriso e ad augurarmi che fosse felice mentre la mia vita solitaria procedeva immota, divisa tra il pastificio e le domeniche mattina in cui non smettevo di preparare il tiramisù che, a volte, nemmeno mangiavo.

Pochi mesi fa, scoprii che aveva intenzione di girare un nuovo film proprio nel mio paese. Diceva di sentirsi pronta a tornare nei luoghi della sua giovinezza più spensierata e sognante. Avvertii una sensazione sopita da quell’estate del 1969 in cui lei era apparsa. Mi aggirai per casa inquieto, rimestando negli armadi e nei cassetti, rileggendo ogni sua lettera. E nel farlo cercavo di scovare tra le righe ciò che ero stato per lei. Mi allenai per tornare a essere il ragazzo che aveva amato, ma lo specchio rimandava immagini di un uomo cupo e senza nulla da raccontare.

Quando sono iniziate le riprese del film, ho preso l’abitudine di trattenermi nei luoghi in cui si girava, attento a non farmi notare: indossavo il fedora beige di mio padre e gli occhiali da sole, me ne stavo in mezzo alla gente certo che Marian non avrebbe potuto vedermi. Ma io, lei, la vedevo sempre. Sotto il sole di fine primavera faceva vibrare l’aria come cinquant’anni prima, come se il tempo avesse potuto incidere la sua pelle, ma non la sua energia vitale. Estasiato, rimanevo ad assistere fino a quando mettevano via l’attrezzatura e la folla di curiosi si disperdeva. Allungavo il collo oltre le recinzioni temporanee per scorgere qualcosa di me e di lei sui volti dei giovanissimi attori che, nella mia mente, interpretavano noi due.

Ieri sera, seduto in veranda con un bicchiere di whisky, cercavo di distinguere il mare oltre le luci della strada, e di ascoltarne i suoni. Le riprese erano finite nel pomeriggio, e pensavo che non l’avrei più rivista. Già mi ero pentito di non aver provato ad avvicinarmi a lei, ma poi un taxi ha parcheggiato di fronte casa.

È scesa Marian, si è stretta nella giacca leggera mentre la brezza le sollevava i capelli color cenere. Si è rivolta verso la mia casa, la casa di mio padre, e i nostri sguardi si sono incrociati. Lo abbiamo capito entrambi, nonostante i metri di distanza e le luci spente del patio. Ha sorriso, i denti luminosi sotto la luna piena, anche lei curiosa di assistere al miracolo.

Saliti i tre gradini della veranda, Marian si è seduta sulla sedia a dondolo. Io ho preso un bicchiere e le ho versato due dita di whisky allungato con acqua, ma lei ha scosso il capo.

Siamo rimasti seduti finché il vocio lungo il mare non è sparito; ma lei era lì, gli occhi incollati ai miei.

Poi, senza alcun segnale premonitore, abbiamo parlato all’unisono.

In quelle interviste, ho detto. Sai, ha detto lei.

Abbiamo sorriso, tenendoci legati attraverso gli sguardi, senza bisogno di altre forme di contatto. Una lacrima le è scivolata sulla pelle bianca. Si è alzata per andarsene, in silenzio, passandosi il dorso della mano sotto gli occhi.

L’ho guardata senza riuscire a dire l’unica cosa che avrei voluto. Nel panico, mi sono sforzato di pronunciarla, quella maledetta parola. Marian si stava allontanando e io stavo per perderla di nuovo

Ho preparato il tiramisù, sono riuscito a dirle di getto.

Lei ha fatto ancora qualche passo verso il resto del mondo, come se la mia voce non fosse più adatta a essere udita.

Poi si è fermata, e si è girata a guardarmi.

Ne mangiamo un po’ insieme?

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Paolo Godani, o la salute nella febbre https://www.nazioneindiana.com/2019/07/14/la-salute-nella-febbre/ https://www.nazioneindiana.com/2019/07/14/la-salute-nella-febbre/#comments Sun, 14 Jul 2019 05:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79808  

di David Watkins

 

 

Una strana musica lega i dolori che scandiscono la nostra vita alle nostre scoperte più gioiose. Non occorre scomodare chissà quale evento tragico per mettersi in ascolto e origliare l’esistenza di questo legame. Possiamo farne esperienza, ad esempio, ogni volta che buschiamo una brutta febbre.… Leggi il resto »

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di David Watkins

 

 

Una strana musica lega i dolori che scandiscono la nostra vita alle nostre scoperte più gioiose. Non occorre scomodare chissà quale evento tragico per mettersi in ascolto e origliare l’esistenza di questo legame. Possiamo farne esperienza, ad esempio, ogni volta che buschiamo una brutta febbre. Sdraiati nel nostro tremore, esclusi dal traffico che avanza di là dalla finestra, capita talvolta di trovare nello stesso male che ci costringe a letto la grazia che ci libera dai nervi tesi del giorno, l’analgesico che scioglie il ritmo ansiogeno dei nostri desideri e delle nostre ambizioni. Se fino a ieri la smania di raggiungere questo o quel traguardo ci ronzava in testa come un imperativo categorico capace di riassumere in sé il grafico del nostro destino, adesso le nostre esigenze si aprono e si chiudono nel cerchio semplice di un respiro, del bicchiere d’acqua con cui ci bagniamo le labbra, dell’aria che facciamo girare nella stanza, del volto amico che viene a farci visita nel dormiveglia e con cui ci sembra di parlare. Tutto il mondo che siamo è diminuito e si è dilatato ad un tempo. Sentiamo allora una brezza attraversare il nostro torpore, una calma dimenticata chissà quando accomunare la febbre ai più bei giorni di vacanza. Non abbiamo tagliato nessun traguardo, abbiamo soltanto intravisto che non c’era nessun traguardo da tagliare. Magari le parole per dirlo, nel frattempo, sono venute meno, e la conversazione immaginaria che aleggiava a mezz’aria tra noi e il nostro amico è ormai svanita in un sogno, ma il nostro corpo ha già compreso che l’aldilà della febbre non è altrove, che la salute è anzi un certo modo di stare nella malattia.

Volessimo affrancare questa salute dalla contingenza che ce l’ha fatta conoscere, volessimo far passare questo vento calmo nella febbre meno evitabile degli ultimi secoli e dei nostri giorni, dovremmo leggere Sul piacere che manca. L’etica del desiderio e lo spirito del capitalismo di Paolo Godani (DeriveApprodi, pp. 159, euro 13). Non ci costerà molta fatica: è un libro agile nei suoi affondi, che scende nelle spirali del metodo genealogico per riportare in superficie soltanto ciò che gli è strettamente necessario, in uno stile limpido, capace di vibrare, una scrittura che è forse un primo sintomo di convalescenza, un primo modo, implicito ma concreto, di agire contro quella mancanza di piacere di cui essa stessa svolge la diagnosi.

Diagnosticare un’assenza sistematica del piacere nello stato di cose presente è infatti il gesto paradossale con cui questo bizzarro epicureo ci fa entrare nel suo giardino (“perché è forse solo alla luce di ciò che manca che si può acquisire la capacità di lottare contro il proprio tempo”). Riassumendo una tesi che nel corso del libro verrà declinata da diverse prospettive, diremo subito che il piacere che Godani non vede e di cui avverte la mancanza non è il piacere che deriva dalla messa in atto di un desiderio, né tanto meno il riconoscimento che appaga lo sforzo di una qualche ambizione; diremo anzi che se il piacere si è reso invisibile ai suoi occhi, è appunto perché esso è quasi interamente sommerso e, per così dire, asfissiato dalle dinamiche del desiderio e dell’ambizione che governano la nostra attuale forma di vita: “lo sforzo di diventare qualcuno, che nelle nostre società si presenta come un compito infinito, finisce per coincidere con il sacrificio della propria stessa vita. Non si tratta certo di una novità assoluta e anzi si potrebbe dire che il capitalismo come tale si fondi su questa logica dell’accrescimento fine a se stesso e dell’intensificazione parossistica del desiderio, ma il tratto di novità portato dal regime neoliberale consiste precisamente nel fatto che questa logica sia estesa alla vita nella totalità dei suoi esercizi.” Se per piacere intendiamo invece un’esistenza che fruisce se stessa senza asservire alcuno scopo né alcun imperativo, allora il piacere è il rimosso delle nostre società, è ciò che il nostro corpo, preso nell’“andirivieni bipolare tra eccitazione e depressione che caratterizza le nostre esistenze”, non può tollerare.

La diagnosi di Godani non si limita a rilevare e descrivere questa “nuova forma di nevrosi”, questa febbre del desiderio che dà alla nostra stessa vita la forma di un lavoro e di un compito da realizzare, ma si dirama in una “genealogia del desiderio nella cultura del Novecento” che, come ogni buona genealogia, lascia comparire in controluce la possibilità di un modo altro di vivere e pensare.

Un merito essenziale di questa genealogia è quello di far emergere il punto in cui la nevrosi che caratterizza le nostre vite e le principali formulazioni teoriche del secolo scorso stringono come una tacita alleanza. Rileggendo alcuni momenti emblematici sia della psicoanalisi sia dei suoi più ostinati avversari anche alla luce di ciò che essi non dicono, Godani vi osserva una medesima incapacità di pensare, dunque di sentire, un piacere che non sia subordinato al desiderio o al ritmo discontinuo degli avvenimenti che interrompono il decorso ordinario di una vita, ma che sia connaturato alla vita stessa, inscritto nel sentimento più elementare dell’esistenza, per quanto ordinario e discreto il suo decorso possa apparire. Che il piacere venga inteso come il “soddisfacimento, per lo più improvviso, di bisogni fortemente compressi” (come nel caso di Freud nel Disagio della civiltà) o come “l’interruzione del processo immanente del desiderio” (è il caso di un Deleuze che rivela, sotto questo aspetto, un’insospettabile “filiazione freudiana”), il discorso di fondo non cambia: in entrambi i casi, il piacere vi si appiattisce e si comprime nella figura di un esito subalterno, un momento puntuale che appare e scompare nella vita di un corpo, un’intensità che sopraggiunge soltanto in seconda battuta, come il fine o la fine, comunque l’eccezione, di un processo che in sé sarebbe pertanto privo di piacere.

Stringere il piacere nel dominio del desiderio, negare la sua indipendenza dagli esiti del processo, significa dunque imprigionare il senso delle nostre attività nella tristezza della logica strumentale. È contro questa logica e la tristezza che ne deriva che Godani recupera, immaginandone “un uso attuale”, le parole di Epicuro. Perché nulla è forse oggi più inattuale dell’idea di un piacere, com’è quello epicureo, tanto discreto da coincidere con l’atmosfera stessa della vita, nulla, forse, più inattuale di un pensiero che dica il piacere essere non l’accidente estrinseco di un’esistenza che desidera ma il fondo inamovibile di un corpo che sente e respira.

Il piacere che Godani ritrova in Epicuro non ha nulla di eccezionale, ma è tutto ciò che resta ovunque una vita non sia sottomessa alle sue opere, ogni volta che il respiro di un corpo non sia assoggettato alla logica dei mezzi e dei fini. La vita del saggio epicureo è oziosa nella felice misura in cui non consente al lavorio del desiderio di rendere impercettibile questo piacere di fondo, agli affanni dell’ambizione di soffocare questo respiro; immaginare un modo attuale di essere epicurei non vuol dire, allora, pensare il lavoro da una parte e l’ozio dall’altra, né irrigidire il piacere e il desiderio nelle polarità di un ennesimo dualismo che non avrebbe alcuna presa sulla realtà della nostra vita, né tanto meno recidere il desiderio nell’ebetudine di una noluntas schopenhaueriana; piuttosto, “riconquistare, pur in presenza del desiderio, l’idiozia o la beatitudine del piacere puro vuol dire revocare le finalità del desiderio – non per cancellarle, ma per goderne come semplici variazioni sul tema del piacere”. In una parola, essere epicurei oggi significa rifiutare non tanto il lavoro, quanto la forma di vita che il lavoro sembra implicare.

Di questo rifiuto, di questa possibilità di “piegare il desiderio al respiro” che lascia intravedere una via d’uscita da quella nevrosi che ci siamo abituati ad assumere come l’eterno sinonimo delle nostre esistenze, l’amicizia e la filosofia costituiscono forse l’esempio supremo, per la semplice ragione che né l’una né l’altra sarebbero possibili se il finalismo e la logica strumentale non ne venissero costantemente messi fuori uso. Ed è per questa stessa ragione che ridere e filosofare insieme – per citare uno degli ultimi capitoli del libro – non è soltanto il modo più gioioso di perdere tempo (il riso non è d’altronde la lettura più profonda di un pensiero?), ma è anche “una sfida politica rivolta contro la politica”, “l’affermazione di una forma di vita incompatibile con l’ordine sociale esistente e con il tipo di umanità che questo vorrebbe produrre”.

 

«Si tratta dunque di un libro pieno di speranza?»

«No, amico mio. Ma il tramonto inesorabile che facciamo vanto di essere ha già i suoi ottimi avvocati. È forse tempo di cercare parole buone a dire l’infinita vivibilità della nostra disperazione.»

]]> https://www.nazioneindiana.com/2019/07/14/la-salute-nella-febbre/feed/ 1 E molto vi è oltre. Un saluto per Rubina Giorgi https://www.nazioneindiana.com/2019/07/13/e-molto-vi-e-oltre-un-saluto-per-rubina-giorgi/ https://www.nazioneindiana.com/2019/07/13/e-molto-vi-e-oltre-un-saluto-per-rubina-giorgi/#comments Sat, 13 Jul 2019 12:25:04 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79887 [Pubblico qui una lettera -come tentativo di saluto- per Rubina Giorgi, poetessa e filosofa venuta a mancare questa notte.]

Cara Rubina,

«Molto c’è da trovare, e di grande, e molto vi è oltre» dicevi con Hölderlin, e io non so come fare appello a questa vastità che lasci spalancata, e di cui tutta la tua vita è stata -credo- un formidabile indizio.… Leggi il resto »

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[Pubblico qui una lettera -come tentativo di saluto- per Rubina Giorgi, poetessa e filosofa venuta a mancare questa notte.]

Cara Rubina,

«Molto c’è da trovare, e di grande, e molto vi è oltre» dicevi con Hölderlin, e io non so come fare appello a questa vastità che lasci spalancata, e di cui tutta la tua vita è stata -credo- un formidabile indizio. Non è nostra abitudine scriverci a quest’ora, senza la chiarità della notte gonfia di frammenti, e di messaggi. Oggi, queste poche righe nascono gelate, fanno voto all’incompiuto, e io davvero non riesco a spiegarmi quanto respiro vien meno al mondo ora che d’improvviso mancherà una tua risposta. Tu mi hai iniziato alla legge del nutrimento, e del continuo “rivenire alla realtà”: perché ogni tua parola (ogni capello) era fuoco coperto, e la generazione della Vita è una lotta e un lavoro permanente.

Giacché non ci è possibile congedo, custodisco l’intima consapevolezza che la morte non ti è stata d’impedimento, e che soprattutto per questo ci è mancato un vero saluto: «Strano che l’angelo sia tacente? […] Bisogna avere un tempo pari, infinito».

Avrei voluto invitarti per un altro pancotto: lascio qui, invece, una cartolina da uno dei nostri incontri più felici, insieme alle righe che ci consegnasti quel giorno: «Il traino favoloso dell’amore è l’immagine. Se la nostra immagine dell’amato riuscisse a perdurare sempre in un modo vivido l’amore non avrebbe mai fine.»

La tua scienza amorosa non può trovare riparo nella finitudine: rimane ancora da far girare il mondo, da sbigottirlo.

Ti abbraccio forte,

Giorgiomaria

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Overbooking: Titti Marrone https://www.nazioneindiana.com/2019/07/13/overbooking-titti-marrone/ https://www.nazioneindiana.com/2019/07/13/overbooking-titti-marrone/#comments Sat, 13 Jul 2019 05:00:21 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79818 Nota di lettura
di

Francesco Forlani
al romanzo La donna capovolta di Titti Marrone

Dei libri mi piace cogliere i segni che sono un po’ ai margini, ancora più dei ringraziamenti, come per esempio gli indici, la titolazione dei capitoli, l’esergo che apre o la citazione che chiude la narrazione, se ve ne fossero.… Leggi il resto »

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Nota di lettura
di

Francesco Forlani
al romanzo La donna capovolta di Titti Marrone

Dei libri mi piace cogliere i segni che sono un po’ ai margini, ancora più dei ringraziamenti, come per esempio gli indici, la titolazione dei capitoli, l’esergo che apre o la citazione che chiude la narrazione, se ve ne fossero. Possono essere gli elementi grafici scelti per la copertina o più banalmente il contesto editoriale, l’anno di pubblicazione o, più semplicemente, il nome della collana. L’ultimo romanzo di Titti Marrone, La donna capovolta, è il frammento numero 69 di una collezione che per l’appunto si intitola frammenti di memoria.

Poiché non credo alle coincidenze, al caso e dunque al fatto che determinate cose non siano più di quanto non ci appaiano, mi sembra essenziale al racconto in questione l’evocazione attraverso il segno 69 di quella che particolarmente in voga negli anni della rivoluzione sessuale veniva definita  filosofia dello Yin e Yang, simboli spesso tatuati sul polso o su una spalla. Come molti ricorderanno questi due segni detti in Cina pesci rappresentano proprio il Tao, soffio materno del mondo, matrice di tutte le cose reali, e rappresentato  dal simbolo che ingloba i due principi opposti della luce e dell’ ombra, del sole e della luna, e via dicendo, agguerriti contendenti al gran gioco della vita e del mondo.

Prima di addentrarci nella storia ma solo quel tanto che basta per spingere voi potenziali lettori a varcare la soglia di questa casa-libro, estremamente accogliente, vi consiglierei di tenere bene a mente queste tre cose: memoria, teoria degli opposti e, soprattutto, poetica del mutamento come del resto ci insegna l’ I CHING, nella preziosa edizione Adelphi che molti di voi sicuramente avranno nella propria libreria.

La storia di Una donna capovolta è quella di una casa e come in una pièce di Yasmina Reza, attraverso un delicato susseguirsi di campo e controcampo, le due protagoniste Eleonora e Alina si alternano sulla scena madre di tutto il romanzo ovvero la condizione della mamma di Eleonora, che una progressiva e inesorabile malattia degenerativa sta consumando insieme alla memoria ridotta sempre più a frammenti slegati e alla deriva. Eleonora che è un’intellettuale, una femminista da anni impegnata in un corpo a corpo con le teorie di genere, si scopre d’un tratto poco attrezzata ad affrontare la realtà come certi sociologi che dall’alto delle proprie teorie si ritrovassero all’improvviso sul terreno e senza via di scampo.

Alina, quasi coetanea di Eleonora, è un’intellettuale moldava che il crollo dell’impero sovietico ha scaraventato oltre cortina per riuscire con un lavoro da badante a mantenere i propri uomini rimasti senza lavoro o come nel caso del figlio che vive in Spagna, talmente obnubilati dal meraviglioso mondo occidentale da non riuscire nemmeno a farsi carico del minimo sindacale dei sogni, ovvero di guadagnarsi da vivere durante il giorno. Una casa essenzialmente al femminile? Per lo più, come del resto ci dice Eleonora in uno dei suoi squarci di luce sulle cose:

Ormai posso dire di vivere in un mondo di sole donne. Nel mio corso di quest’anno non c’è neanche uno studente. I convegni a cui partecipo sono popolati unicamente di presenze femminili. Le rare volte che esco per svagarmi, andando al cinema o a mangiare una pizza, lo faccio in compagnia di poche amiche. In famiglia ho a che fare principalmente con mia figlia e con mia madre, mentre sempre più volatili e sfuggenti si fanno le figure di mio marito Paolo, di mio fratello Carmine e di mio padre. Gli amici maschi battono in ritirata oppure – codardi – si trincerano dietro la formazione della coppia, non mostrandosi in giro se non al riparo di mogli o fidanzate.

Per ricomporre le due voci monologanti all’interno della storia, Titti Marrone mette in scena una terza voce che lei chiama Loro e che scopriamo in realtà essere la voce ma soprattutto l’occhio che dall’esterno segue le vicende in atto fornendo al lettore la genealogia dei caratteri dell’una e dell’altra, dei loro tic e soprattutto della prossimità che esiste tra loro, loro malgrado. La tentazione del lettore va detto è quella di assegnare immediatamente una medaglia all’una a scapito dell’altra da fucilare sul campo per diserzione dai sogni e la funzione di questa voce narrante super partes è a mio avviso principalmente quella di trattenere il lettore dal farlo non privandolo in siffatto modo del ruolo di testimone del mutamento.

Un Loro dunque demiurgico molto diverso dal loro impiegato da Alina, affratellato al noi e loro di cui ci racconta per descrivere due mondi, un tempo separati dalla cortina di ferro e ora, proprio in quella casa, incredibilmente rovesciati nei rispettivi destini al punto che se tra dire e fare, di sinistra, c’è di mezzo il mare, possiamo senz’altro dire che tra  loro due c’è un oceano a separarle dalle rispettive rive.

Certo, nella nostra parte di mondo abbiamo fallito anche nell’utopia più imprendibile di tutte: il compito di “edificare l’uomo nuovo” che c’indicavano a scuola, nei raduni, nei roboanti discorsi pubblici. Ma io non scambio i nostri più colossali fallimenti con questa vischiosa ipocrisia mescolata alla vita di tutti, con la loro disinvoltura nel vendersi responsabilità dovute verso genitori e mogli per comprarsi la libertà di vite comode e svuotate di senso. Mio padre segui ogni momento della malattia di mia madre. Da medico le assegnava le terapie, vigilava sui suoi farmaci, da marito l’accompagnava un passo dietro l’altro senza pensare neanche per un momento di fuggire, scrollarsene il peso di dosso. Credo che gli uomini e le donne, da noi e da loro, siano proprio fatti in modo diverso. E preferisco mille volte il nostro.

Alina e Eleonora sono Yin e Yang, l’una è la parola, l’altra il silenzio che le serve a dissimulare l’intelligenza e la cultura, cose poco apprezzate nel mestiere della badante, scambiandosi i ruoli al passo veloce di una narrazione che Titti Marrone conduce con estrema maestria. La penna non induce mai al lirismo a cui molti autori della sua generazione post 68 ci ha reso avvezzi e anche un po’ allergici, ma facendo leva su dispositivi umoristici e caricaturali riesce ad affabulare il lettore con il suo teatro come quando ci vengono raccontate le vicende della famiglia in cui lavorava Alina prima di prendere servizio da Eleonora.

Se come troviamo scritto, sono tre i tipi di relazione che si possono spiegare in termini di Yin e Yang, ovvero di opposizione, d’interdipendenza e per finire di reciproca mutazione, La donna capovolta ci racconta proprio tutto questo. A libro chiuso mi ritorna in mente la scritta che sul finire degli anni settanta alcuni compagni avevano a colpi di vernice rossa composto sulla facciata del Liceo scientifico Armando Diaz a Caserta: ciò che non cambia è la volontà di cambiare, perché è vero, ed è un po’ la tesi di fondo del romanzo, che possiamo soltanto non volere ciò che siamo come quando Eleonora ci racconta la partita a ruoli invertiti con la madre:

Lei regredita nella penombra amara della vecchiaia, lei sospinta verso la mortificazione di pannoloni zuppi come quelli della neonata che io fui nelle braccia sue – che lei cambiava sorridendo, cospargendomi le gambette di talco –, dovrebbe poter ricevere dalla figlia adulta lo stesso naturale accudimento che venne riservato a me. Tu hai dato a me, io adesso darò a te. Chiusura del cerchio.

E chiusura di questa nota. Anche.

Post Scriptum

Quando ho esplorato le prime pagine del volume mi sono imbattutto in questa dicitura: iacobellieditore è un marchio di proprietà della società Trerefusi srl. Nel post ho deciso di lasciare tre refusi. Il primo che sarà in grado di ritrovarli avrà in regalo la mia copia del romanzo, magari autografato dall’autrice se ne avesse il tempo e la voglia.

 

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https://www.nazioneindiana.com/2019/07/13/overbooking-titti-marrone/feed/ 4
Ritorno a Sarajevo https://www.nazioneindiana.com/2019/07/12/ritorno-a-sarajevo/ https://www.nazioneindiana.com/2019/07/12/ritorno-a-sarajevo/#respond Fri, 12 Jul 2019 05:00:19 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79837 di Faruk Šehić

io non sono un uomo di Sarajevo

a Sarajevo
aprile è davvero il mese più crudele
dove si mescola fantascienza e orrore negli alambicchi dei corpi
gli spiriti sono sospesi nell’aria, gli spiriti della schizofrenia letteraria
devi solo coglierli, quei tristi grappoli di universi
che pagherai con il tuo sangue
a Bistrik e a Kovači le case sono recintate con alte mura
mentre le anime umane sono aperte come le cupole delle moschee ottomane
l’aria è pungente come il mese dei morti
nelle storie da bar la guerra non finisce mai
si dispongono le divisioni tra le bottiglie di birra
si parla di serbi, musulmani e croati
di colpevoli e vittime
la verità accertata cento volte si misura con il bilancino di precisione
perché l’epica narrazione è frutto di globuli rossi
se il Brasile è la terra con il più alto numero di selezionatori di calcio al mondo
qui risiede il più alto numero di filosofi parolai e di misantropi
nonostante tutto ciò che mi distrugge e mi distorce
continuo a partecipare alla tua paradossale creazione dei miti
Sarajevo, non mi hai dato niente
se non la tua poesia.… Leggi il resto »

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di Faruk Šehić

io non sono un uomo di Sarajevo

a Sarajevo
aprile è davvero il mese più crudele
dove si mescola fantascienza e orrore negli alambicchi dei corpi
gli spiriti sono sospesi nell’aria, gli spiriti della schizofrenia letteraria
devi solo coglierli, quei tristi grappoli di universi
che pagherai con il tuo sangue
a Bistrik e a Kovači le case sono recintate con alte mura
mentre le anime umane sono aperte come le cupole delle moschee ottomane
l’aria è pungente come il mese dei morti
nelle storie da bar la guerra non finisce mai
si dispongono le divisioni tra le bottiglie di birra
si parla di serbi, musulmani e croati
di colpevoli e vittime
la verità accertata cento volte si misura con il bilancino di precisione
perché l’epica narrazione è frutto di globuli rossi
se il Brasile è la terra con il più alto numero di selezionatori di calcio al mondo
qui risiede il più alto numero di filosofi parolai e di misantropi
nonostante tutto ciò che mi distrugge e mi distorce
continuo a partecipare alla tua paradossale creazione dei miti
Sarajevo, non mi hai dato niente
se non la tua poesia.

 

 

 

 

muori giovane e sii un bel cadavere

così dicevano i rockettari
ma questo è tutto un altro pianeta
sul monte Padeţ
passa l’undicesimo giorno del turno di guardia
il primo dopo la morte di Smajo
abbiamo fumato tutto il sacchetto di canapa industriale
Sadmir sparava da solo oltre il parapetto
e ha distrutto il mirino anteriore della mitragliatrice che giaceva
sui tronchi con cui abbiamo consolidato l’ingresso alla trincea
alcune piccole schegge
l’hanno colpito sopra l‟arcata sinistra
con la prima benda Hajrija gli ha fasciato la ferita
che non bastava nemmeno per 24 ore di congedo

muori giovane e sii un bel cadavere
così dicevano i rockettari
ho cagato sulla pala nel fosso dietro il tetto della tana
e ho lanciato la merda calda sulla terra di nessuno
ho pisciato in un barattolo di conserva Ikar rattrappito nella trincea come un verme
annaffiando la muffa dello strame del bosco
dissi a me stesso:
non voglio lavarmi le mani
né pulirmi il viso
non voglio radermi
né tagliarmi le unghie
cosa importa come sarà il mio cadavere
———
le costole le regalerò a Dio per le future Eve
i miei padiglioni auricolari diventeranno funghi
dai plessi nervosi si svilupperanno i miceli
di un uomo migliore.

 

 

 

 

quando per la prima volta ho visto un pezzo di cranio umano

avevo ventidue anni
eravamo appena arrivati al fronte
dicembre aveva portato un secco inverno
le foglie ricoperte di brina
scricchiolavano sotto gli stivali
sul sentiero ho visto
alcune gocce di sangue
il pezzo di un cranio umano:
esternamente una ciocca di capelli
internamente, una superficie ruvida
vischiosa e simile a quella della luna,
era tutto ciò che era rimasto sulla terra
di Šarić Seduan.

 

 

 

 

il cimitero militare Ometaljka

qui ci sono ovunque colline erbose
i venti soffiano anche d’estate, spesso cambiando direzione
in linee regolari qui abbiamo seppellito i nostri morti

qui ci sono ovunque tumuli nudi e stele di legno
i nomi dei caduti, le date in mezzo alle quali si è rannicchiata la vita
e i gigli verdi disegnati da mano inesperta

qui ovunque i cadaveri nutriranno la morbidezza dell’erba
nell’intesa segreta tra inanimato e animato
sparpagliati, liberati dalla resurrezione, pazzi atomi.

 

 

 

*

Testi tratti da Ritorno alla natura, di Faruk Šehić (Lietocolle 2019). Qui di seguito un estratto dalla postfazione di Giovanna Frene, “Regole e obblighi della guerra: la poesia di Faruk Šehić” (pp.117-8).

 

Faruk Šehić aveva 22 anni ed era studente di Veterinaria all’Università di Zagabria, quando fece precipitosamente ritorno in Bosnia-Erzegovina per difenderla dall’attacco prima serbo, e in seguito croato, entrando a far parte del 5° Corpo dell’Esercito Bosniaco, dove guidò durante tutta la guerra un contingente di 130 uomini. All’inizio del 1992 il progressivo diradarsi dello scontro tra Serbia e Croazia, e il concomitante annuncio del presidente bosniaco Izetbegović, inerente alla risoluzione del governo della BiH di indire un referendum per creare uno Stato indipendente dalla Federazione jugoslava (cosa che avverrà nel marzo dello stesso anno), portò l’attenzione dei serbi verso lo Stato a maggioranza mussulmana, con la conseguente dichiarazione del parlamento serbo della nascita della “Republika Srpska”, con a capo il famigerato Karadţić. A nulla valsero gli inziali tentativi internazionali di trovare una mediazione pacifica alle richieste di serbi, croati e musulmani. Era l’inizio della fine in Bosnia-Erzegovina di quella che da secoli era la legge di convivenza civile tra etnie diverse, il komšiluk (fine il cui peso gravò anche sulle spalle della Croazia), e il via libera agli anni infiniti di una guerra caratterizzata da orrori inimmaginabili, compartiti tra massacri di civili e fosse comuni, pulizia etnica, stupri, detenzioni in lager, distruzione, sottrazione d’intere regioni.
In realtà, già da allora fu chiaro a tutti che non si trattava di un conflitto locale, ma di un conflitto di dimensioni globali; nel 1999 il segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, riferendosi per esempio al massacro di Srebrenica, affermò: “In Bosnia-Erzegovina vi fu una guerra mondiale nascosta, poiché in essa furono implicate direttamente o indirettamente tutte le principali forze mondiali, e in Bosnia-Erzegovina si spezzarono tutte le essenziali contraddizioni di questo e dell‟inizio del terzo millennio”. Vi è dunque una data che per certi versi riassume il Novecento e apre degnamente il Duemila, e non è quella dell’attentato alle Torri Gemelle, ma è il 7 febbraio 1992: la firma apposta sul trattato di Maastricht segnava la nascita dell’UE, ma allo stesso tempo a Graz, nel cuore dell’Europa, in una riunione segreta i rappresentanti della comunità serba (il mondo bizantino e ortodosso) e della comunità croata (il mondo occidentale e cattolico) decidevano a tavolino la spartizione del territorio bosniaco secondo criteri etnici. E anche la città famosa per la sua ricchezza multietnica, Sarajevo, fu il primo teatro di scontri lungo le strade tra civili armati – immediatamente degenerati nel lungo cruento assedio da parte delle milizie serbe. Senza dimenticare, da ultimo, che furono proprio le guerre dell’ex Jugoslavia ad essere il primo evento mediatico continuato e collettivo della storia – una sorta di illusione che davvero quello che la televisione trasmetteva giornalmente fossero i tasselli con cui costruire a casa propria una storia “fai-da-te”. A distanza di anni, si intuisce che così non è stato, e mai come ora non suona affatto retorica l’idea che la letteratura possa sopperire, se non sostituirsi, con estrema nitidezza alla passata sovraesposizione mediatica. Ed è ciò che la scrittura di Faruk Šehić riesce a fare, ottenendo con il minimo sforzo linguistico il massimo del risultato comunicativo (non a caso uno dei suoi poeti preferiti è Giuseppe Ungaretti).
Faruk Šehić, poeta, scrittore e giornalista, nato nel 1970 a Bihać, ma cresciuto a Bosanska Krupa (sulle rive del fiume Una, nella Bosnia Nord-occidentale), è considerato una delle voci letterarie più autentiche della ex-Jugoslavia, tanto che i suoi libri di poesia sono diventati dei best-seller; in Italia è approdato nel 2017 con il romanzo autobiografico Il mio fiume (Mimesis Edizioni, edito in Bosnia da Buybook nel 2013), nel quale si trovano per così dire in forma argomentata gli stilemi propri della scrittura poetica dell’autore: alla narrazione bellica si intersecano i ricordi dell’infanzia, in un balenio continuo di frammenti; i miti di una terra liminare come la Bosnia vengono accostati alla storia recente quasi con la fatale inerzia di un destino tragico; alla natura splendente che segue il suo corso immortale si contrappone l’onnipresente capacità distruttiva e omicida dell’uomo; la dimensione onirica e fiabesca di alcuni sprazzi del testo lascia il posto ad altrettanti squarci sulla brutalità della guerra; e su tutto, la voce del protagonista narratore snocciola con la stessa naturalezza le avventure di pesca della sua infanzia e le riflessioni più tremende sulla guerra che ha combattuto nella sua giovinezza. Il mondo del “dopo” ha distrutto non solo fisicamente il mondo del “prima”, ma ne ha reso impossibile la ricostruzione interiore: la guerra che è formalmente conclusa sopravvive come sindrome post traumatica in chi l’ha combattuta o vissuta; e siccome tutte le teorie del trauma sono concordi nel darne una definizione che lo collega non tanto all’evento traumatico ma alla sua successiva interpretazione, a maggior ragione Il mio fiume, scritto a distanza di vari anni dagli eventi bellici, è il segno del trauma, tanto più se nel suo riflettere la voce del narratore arriva ad affermare con agghiacciante pacatezza: “La guerra è piombata così, come un incubo, priva di un inizio e di una fine ragionevoli. […] Non desidero sapere nulla di certo sulla nascita della città, non voglio occuparmi di cose remote ed essere profeta dal corto respiro: la storia non ha mai insegnato nulla di intelligente. Il fiume sa, ma non parla. […] Quello che so per certo è che tutto si ripete: la storia si ripete, le nazioni-mattatoio si ripetono – non vengono mai distrutte, perché ogni volta le loro tecnologie sono segretamente protette per essere di nuovo utilizzate. Le fosse comuni sono un ritornello e in tutto questo le città non se la passano mai bene. […] Il mio sangue è il contributo a questa storia.” (pp. 143-144).
La silloge di poesie che viene qui presentata per la prima volta in italiano, tradotta da Ginevra Pugliese, è tratta per la gran parte da due raccolte, Hit depot (Sarajevo 2003) e Transsarajevo (Zagabria 2006), quest’ultima molto popolare nell’intera ex-Jugoslavia. Sono presenti anche tre poesie (Manifesto, Passeggiata per Srebrenica, Poesia dei sopravvissuti) tratte dalla raccolta I miei fiumi (Moje rijeke, Sarajevo 2014). Come ha affermato l’autore, il suo intento era quello di scrivere per erigere piccoli monumenti funebri in ricordo dei suoi compagni morti, facendo della scrittura il terreno della dialettica tra immortalità della natura e mortalità dell’uomo, che anzi trova nel ritorno alla natura dopo la morte la sua dimensione di resurrezione terrena, “nell’intesa segreta tra inanimato e animato” (il cimitero militare Ometaljka). […]

 

 

 

*

 

ja nisam čovjek iz Sarajeva

u Sarajevu
april je zaista najokrutniji mjesec
gdje se miješa fantastika i horor u retortama tijelâ
duhovi vise u zraku, duhovi literarne šizofrenije
samo ih trebaš uzbrati, te tuţne grozdove vasionâ
zbog čega ćeš plaćati vlastitom krvlju
na Bistriku i Kovačima kuće su ograđene visokim zidovima
a ljudske duše otvorene ko kupole otomanskih dţamija
zrak je britak kao mjesec mrtvih
u kafanskim pričama rat nikad ne završava
raspoređuju se divizije među pivskim flašama
priča se o Srbima, Muslimanima i Hrvatima
o krivcima i ţrtvama
stoput utvrđena istina mjerka se nanogramskom vagom
jer je epska naracija plod crvenih krvnih zrnaca
ako je Brazil zemlja sa najviše fudbalskih selektora na svijetu
ovdje stanuje najveći broj drvenih filozofa i mizantropa
uprkos svemu što me razara i nakrivo oblikuje
i dalje učestvujem u tvom paradoksalnom mitotvorenju
Sarajevo, nisi mi dalo ništa
izuzev svoju poeziju.

 

 

 

 

umri mlad i budi lijep leš

tako su govorili rokeri
ali ovo je sasvim druga planeta
na Padeţu
protiče jedanaesti dan smjene
prvi nakon Smajine smrti
ispušili smo kesu industrijske trave
Sadmir je jedinačno pucao preko grudobrana
i rasuo prednji nišan automata što je leţao
po trupcima kojima smo utvrdili prilaz zemunici
nekoliko sitnih gelera iz nišana
pogodilo ga je iznad lijeve arkade
Hajrija mu je previo ranu prvim zavojem
ona nije bila dovoljna ni za 24 sata bolovanja

umri mlad i budi lijep leš
tako su govorili rokeri
srao sam na lopatu u udubljenju iza krova brloga
te prebacivao vrela govna na ničiju zemlju
pišao u Ikar konzervu zgrčen u tranšeju kao crv
zalijevajući buđ šumske stelje
rekoh sebi:
neću prati ruke
ni umivati se
brijati
ni kidati nokte
je li vaţno kakav će mi leš biti
———
rebra ću darovati bogu za buduće Eve
moje ušne školjke će postati gljive
od spletova ţivaca razviće se miceliji
boljeg čovjeka.

 

 

 

 

kad sam prvi put vidio komad ljudske lobanje

imao sam dvadesetdvije godine
bili smo tek došli na liniju
decembar je donio suhu zimu
lišće obloţeno mrazom
hrskalo je pod čizmama
na kozijoj stazi vidio sam
nekoliko kapi krvi
komad ljudske lobanje:
sa vanjske strane busen kose
sa unutrašnje, hrapava površina
sluzava i nalik mjesečevoj,
bilo je to sve što je ostalo na zemlji
od Šarić Seduana.

 

 

 

 

vojničko groblje Ometaljka

ovdje su posvuda travnati breţuljci
vjetrovi pušu i ljeti, često mijenjajući smjer
u pravilnim redovima tu smo sahranjivali naše mrtve

ovdje su posvuda gole humke i drveni nišani
imena poginulih, datumi između kojih se skutrio ţivot
i zelenom farbom nevješto nacrtani ljiljani

ovdje će posvuda leševi hraniti mekoću travnu
u tajnom dosluhu između neţivog i ţivog
raspršeni, oslobođeni od uskrsnuća, ludi atomi.

 

 

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Abitare le lingue https://www.nazioneindiana.com/2019/07/11/abitare-le-lingue/ https://www.nazioneindiana.com/2019/07/11/abitare-le-lingue/#comments Thu, 11 Jul 2019 05:00:29 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79799

di Lisa Ginzburg

“Succede così anche per le lingue. Quando si è costretti a parlarne un’altra per molti mesi, come a me è accaduto, quando ritorni alla tua ti accorgi che la lontananza ti è servita per riscoprirla nella sua essenza più profonda.… Leggi il resto »

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di Lisa Ginzburg

“Succede così anche per le lingue. Quando si è costretti a parlarne un’altra per molti mesi, come a me è accaduto, quando ritorni alla tua ti accorgi che la lontananza ti è servita per riscoprirla nella sua essenza più profonda. Si potrebbe coniare uno slogan divertente: ‘Studiate l’inglese, il francese, il tedesco per … imparare l’italiano’”. Goliarda Sapienza così scrive ne L’arte della gioia. Ben prima, Goethe aveva affermato qualcosa di simile parlando del suo amore per la lingua italiana: sposando stesso assioma secondo cui, un po’ come quando per conoscere qualcuno per davvero devi anche darti lo spazio e la distanza fisica e interiore per potere pensarlo da lontano, lo stesso accade con la propria lingua.   Distanziarsi in senso fisico e interiore aiuta a comprendere: affina i sensi, fa guardare e riflettere con maggiore attenzione. La lontananza è lente focale, il silenzio acuisce l’udito. Lontani, capiamo e apprezziamo tutto di più. Anche il nostro idioma.
Da quando vivo all’estero in pianta stabile, cioè da una decina d’anni, i miei rapporti con l’italiano mia lingua madre si sono intensificati e sentimentalizzati. Quest’anno a Parigi ho tenuto un ciclo di brevi conferenze dal titolo “Sillabario italiano”, riflessioni su particolari lemmi ai miei occhi particolarmente rappresentativi della peculiarità linguistica del nostro idioma. Nel preparare ogni intervento mi scoprivo a entusiasmarmi, commuovermi persino, per etimologie e curiosi percorsi glottologici delle parole – io abitata da moti d’animo partecipi ai limiti del patriottico, sommovimenti interiori che mai nel mio passato esterofilo avrei potuto nemmeno solo immaginare possibili in me. Emigrare, allontanarmi insomma sì, ha aumentato l’amore. Ma cosa succede con le altre lingue? Perché con ognuna ho il senso di intrattenere un rapporto diverso. E come il tutto si riverbera sul rapporto con la mia lingua?
Sui curricula scrivo di sapere cinque lingue e sono onesta quando lo affermo, non millanto. È vero, alla mia lingua madre se ne aggiungono altre quattro che parlo, alcune meglio altre peggio, tutte – è quel che conta – con l’orgoglio e la temerarietà un po’ incosciente dell’autodidatta. Non proclamo dunque un falso poliglottismo, né credo di vantarlo o sbandierarlo mai. Ne conosco tutta l’imperfezione: sono realista, tormentata da un senso di costante incompiutezza, perché avendo imparato da sola, l’apprendimento è lacunoso. Le sottigliezze della grammatica mi sfuggono, e scrivere mi è quasi impossibile. Il modo strampalato e raffazzonato con cui ho appreso a comunicare e parlare si traduce sulla pagina in maldestri tentativi, prove di un arbitrio compositivo troppo anarchico e del tutto fallimentare. La libertà audace di cui do prova nello scambio verbale, trasposta sulla pagina, è puro disastro.
Anche nelle due lingue che parlo meglio, il francese e il portoghese, lo scarto tra parlare e scrivere è abissale. E questo mi azzoppa, mi imbarazza, mai mi dà quella sicurezza “secchiona” di chi una lingua straniera invece la possiede perfettamente, forte di corsi e frequentazioni regolari di scuole e corsi avanzati con relativi diplomi finali. E il rammarico crea in me un inestirpabile senso di inferiorità. Altro che i poliglotti “veri”. Ormai a scrivere in altre lingue dalla mia non provo nemmeno.
Eppure del mio metodo di autodidatta vado fiera. Fatta eccezione per lo spagnolo, l’ultima lingua in termini cronologici che ho appreso, facilitata dal portoghese già acquisito e grazie a un biennio di rapporti di lavoro quotidiani con una équipe di ispano-parlanti, gli altri idiomi li ho imparati tutti nello stesso modo, usando lo stesso metodo. Leggendo romanzi e ascoltando musica.
Leggendo: ho ricordi di me attonita e incuriositissima davanti a pagine di Middlemarch di George Eliot. È estate, sono in campagna, il caldo mi ottunde mentre osservo quei fogli fitti di una prosa composta di periodi molto lunghi, pochi punti e tante parole incomprensibili. Il più vivido è proprio il ricordo dell’impressione visiva: quei blocchi di frasi sconosciute ma la cui sequenza anche graficamente già di per sé mi affascina, mi ipnotizza. Termini ignoti che si avvicendano, seguo il filo delle parole, leggo e rileggo, mano a mano colgo il senso di un paragrafo, poi un altro, ma mi distraggo continuamente, troppi lemmi mi sfuggono. Annaspo. Eppure è proprio da quella ignoranza sovrana, dominante, che la voglia di capire si farà strada. Una voglia testarda, tenace: di decriptare, non aiutata da vocabolari e dizionari, ma per comparativo / deduttivo procedere della mia piccola testolina, lei da sola.
In francese: “toutefois”, “car”, “souhaiter”, “apprivoiser”, “plenitude”, “l’arrosoir”. In inglese: “meanwhile”, “somewhere”, “feeeling”, “worst”, “despite”, “cosy”, “loneliness”. In portoghese: “agora”, “eu não sei”, “tomara que seja”, “leaozinho”, “madrugada”, “nunca mais”, “juba”. In spagnolo: “alma”, “espesura”, “amanecer”, “duerme”, “sin embargo”… Innamoramenti immediati, rapinosi, definitivi: tutti di natura puramente fonetica. Mi innamoro di parole, e la prima fascinazione, proprio come un primo amore, è viscerale, puro istinto, nessun criterio, non il minimo calcolo.
Metodo del tutto empirico e rudimentale che da allora, da quell’estate in compagnia di Middlemarch, uso sempre: a forza di comparare parole, giustapporle, raffrontarle, provare a decifrarle, incomincio a dedurre le lingue, poi a leggerle via via un po’ meglio, infine a parlicchiarle. Prendo insomma ad abitarle. In ogni lingua prendo dimora, e una dimora diversa.
“Abitare le lingue”: intitolai così un convegno che organizzai a Venezia nell’aprile del 2011, in veste di direttrice di cultura di un organismo internazionale oggi non più attivo, l’Unione latina. Si trattava di due giornate dedicate al tradurre poesia, ospiti poeti di diverse nazionalità. Per la brochure scegliemmo con i miei collaboratori una riproduzione del quadro “Storia della Torre di Babele” di Brueghel il Vecchio. Più che la torre, sghemba e massiccia in primo piano, mi colpiscono di quel quadro le figure umane sulla sinistra della tela: un gruppo di persone interdette davanti alla vastità di opzioni linguistiche, ma determinate a intenderle e a intendersi tra di loro. Si lavorava con i colleghi della Unione latina sull’intercomprensione, una forma molto funzionale di comunicazione nonostante ogni locutore si esprima nel suo idioma. Ritrovavo un filo con il mio amore adolescenziale per l’empiria dell’apprendistato linguistico, quell’intelligenza solo intuitiva che può condurre a un abitare personale e personalizzato, perché conquistato grazie a mezzi e strade proprie.
Abitare le lingue. Il tema continua a interpellarmi, mi riguarda da vicino. Abito ognuno di questi idiomi parlati “a modo mio”, ma soprattutto sono loro ad abitare me. Ciascuno risvegliando un lato della mia personalità, ho l’impressione.
Già. Ogni lingua mi vive dentro in una sua maniera, riecheggia toccando determinate corde e non altre. Parlo con me ad alta voce quando devo capire, sviscerare, e qualcosa fa resistenza allo scavo interiore, o quando sento l’urgenza di sdrammatizzare, di prendermi sanamente un po’ in giro. Allora, mentalmente o in più solenni soliloqui ad alta voce, mi servo di volta in volta di una lingua o un’altra a seconda dei frangenti dei miei stati d’animo.
Per capirsi: l’inglese è la lingua di un sentire delicato, poetico. Il portoghese la lingua del cuore per come parla a se stesso nella forma più diretta, non mediata. Lo spagnolo, l’idioma del vigore appassionato ma lucido. Il francese, lingua del ragionamento minuzioso, razionale sino all’esasperazione. E l’italiano… l’italiano, quando “parlo con me”, è in senso letterale lingua madre: lo uso per rimproverarmi o per aiutare me stessa a vedere quel che non voglio vedere, proprio come faceva mia madre la cui voce mi manca ogni giorno.
Anche se imperfetto, conquistato secondo traiettorie troppo personali per poter parlare di autentico poliglottismo, il plurilinguismo supporta e avalla la prismaticità del sé. Aiuta a essere contemporaneamente più nature, non una univoca soltanto. Argomenta la babelica coesistenza (civile) di sfaccettate parti di noi stessi, bisognose ognuna di esserci e di venire ascoltata. E conferma l’idea goethiana, poi di Goliarda Sapienza: che alla propria lingua si “torni” meglio dopo avere viaggiato tra altre.
Quando scrivo, cioè quando il mio rapporto con la lingua è più frontale, e intenso, e per me importante, allora abito esclusivamente l’italiano. Non credo cambierà. Lì è casa mia, e sebbene mi diverta ancora moltissimo a viaggiare, vagabondare tra altre lingue e abitarle, è a casa mia che voglio tornare.

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Buone ragioni per leggere e scrivere https://www.nazioneindiana.com/2019/07/10/buone-ragioni-per-leggere-e-scrivere/ https://www.nazioneindiana.com/2019/07/10/buone-ragioni-per-leggere-e-scrivere/#comments Wed, 10 Jul 2019 05:00:27 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79792 di Walter Nardon

«Perché leggere e scrivere libri?» Davanti allo studente che pone questa domanda, la tentazione di rispondere in modo tradizionale è irresistibile: allungare il braccio sullo scaffale, prendere con cura il libro giusto dicendo «Qui c’è già tutto», per poi mettere fine alla sua attesa porgendogli con gesto sicuro il volume poveramente rilegato, ma di insuperabile valore esemplare.… Leggi il resto »

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di Walter Nardon

«Perché leggere e scrivere libri?» Davanti allo studente che pone questa domanda, la tentazione di rispondere in modo tradizionale è irresistibile: allungare il braccio sullo scaffale, prendere con cura il libro giusto dicendo «Qui c’è già tutto», per poi mettere fine alla sua attesa porgendogli con gesto sicuro il volume poveramente rilegato, ma di insuperabile valore esemplare. Per quanto questa soluzione possa produrre esiti di inestimabile comicità involontaria, in alcuni casi, ad esempio se si tratta di Anna Karenina, risulta indiscutibile, ma fonda la sua efficacia sulla possibilità che l’allievo riconosca il valore della letteratura come qualcosa di evidente. Quand’è così, va tutto bene; ma se l’occasione è questa, allora la domanda non era, per così dire, disperata, era più che altro la domanda di un lettore, che si può facilmente rinviare alle Lezioni di letteratura di Nabokov: lì troverà quello che cerca. In termini generali, questa risposta corre il rischio di tradursi in quello che gli Americani chiamano pregare per i salvi: chi non riconosce l’evidenza del valore della letteratura non si convince sempre con un libro. Bisognerebbe trovare quello giusto, e non è detto che capiti al primo colpo.

Così credo sia meglio aggiungere che raccontare una storia è uno dei vari modi in cui diamo forma a un linguaggio, una delle tante attività che possiamo compiere ogni giorno con le parole e che vanno al di là della semplice asserzione, ossia azioni come: ordinare o eseguire un ordine, fare congetture su un avvenimento, imprecare, pregare, tradurre, elaborare un’ipotesi e metterla alla prova, sciogliere indovinelli, cantare in girotondo, inventare una storia e, appunto, leggerla. Sono alcuni esempi di ciò che Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche (paragrafo 23) chiama «giochi linguistici». Con queste attività diamo forma alla nostra vita. Del resto, la maggior parte delle nozioni fondamentali e delle competenze sociali necessarie alla sopravvivenza ci vengono trasmesse durante l’infanzia o con l’esempio, o in forma di narrazione orale. Raccontare ha dunque il suo senso, anzi, nelle società che non conoscono la scrittura, è l’attività cui viene affidata la trasmissione di tutto ciò che si conosce. «Senza scrittura», diceva Walter Jackson Ong, «non c’è studio», ossia c’è solo apprendistato, non c’è pensiero analitico in senso stretto. Nel mondo dell’oralità primaria, privo di scrittura, le risorse a disposizione sono l’esempio o la memoria; oltre a queste c’è solo l’arte. Tuttavia, è proprio attraverso l’esempio e il racconto che anche oggi impariamo come dobbiamo comportarci in occasioni particolari dell’esistenza: a un pranzo di famiglia o a un funerale.
Passando alla narrazione scritta e venendo a quella forma particolare che è il romanzo – genere che oggi sembra aver fagocitato ogni altra espressione letteraria – va detto che funziona in modo singolare. In poesia e in filosofia, o almeno nella loro eredità novecentesca, la parola deve spesso nominare e portare in luce una realtà non ancora ordinata in concetti. Il romanzo, invece, è un gioco diverso, ossia usa la parola in un modo diverso, non ha pretese di nominare i fenomeni. Non era così, ad esempio, per l’epica. Il romanzo riporta una storia in cui i termini non vanno intesi in modo perentorio e definitivo, ma in modo incerto, spesso parodico. Anche quando si tratta di un romanzo serio, i nomi delle cose sono di fatto nomi relativi, provvisori. Sono nomi che l’autore prende per buoni per arrivare a dire qualcosa. Si può arrivare a sostenere che il romanzo non rappresenta un’interpretazione del mondo, ma uno strumento per costruire un’interpretazione del mondo. Il romanzo è una costruzione narrativa ironica, ambigua consegnata al giudizio del lettore: vedrà lui che farsene.

2.
Cinque anni fa è stato tradotto in italiano L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno resi umani, un libro di Jonathan Gottschall che nell’originale suona più perentorio: The Storytelling Animal. How Stories Make Us Human (2012). In poco più di duecento pagine, Gottschall spiega fra le altre cose per quale ragione il raccontare storie abbia rappresentato un vantaggio competitivo negli scontri fra le prime tribù. Questa attività si è rivelata e si rivela decisiva per la comprensione di sé e per la definizione del proprio posto in un gruppo sociale. D’altra parte, si sa che il contenuto delle nostre conversazioni quotidiane è soprattutto comunicativo, più che informativo, anzi, secondo alcuni studi citati nel libro si può dire che viviamo immersi nelle storie, ossia che i sogni a occhi aperti rappresentano «lo stato di default della mente». Alcune delle storie più importanti le raccontiamo a noi stessi e in ragione di queste prendiamo poi le decisioni che ci riguardano.
A dispetto di una fede fin troppo appassionata nei risultati del cognitivismo e di una conseguente incomprensione di altri indirizzi della psicologia, il libro offre numerosi spunti di interesse. Ne riassumo uno degno di nota (pp. 73-74).

Una delle manovre più complesse nel difficile mestiere di pilota della marina degli Stati Uniti è quella di atterrare sul ponte di una portaerei senza provocare danno alle persone e agli aerei già presenti. La nave, enorme, ospita un equipaggio di migliaia di persone, oltre che un carico di missili, di bombe e forse anche di qualcosa di peggio. L’atterraggio su una pista lunga centocinquanta metri, su una nave in movimento, in qualsiasi condizione atmosferica (compreso il volo notturno) presenta davvero difficoltà straordinarie. Queste considerazioni spingono la marina a una comprensibile prudenza e a un supplemento di attenzione nell’addestramento dei piloti, che infatti per mesi devono fare pratica su sofisticati e dinamici simulatori di volo, ideati in modo da ricreare tutte le condizioni che dovranno affrontare a bordo di un aereo. E i simulatori di volo funzionano. Dopo settimane e settimane trascorse in questo estenuante allenamento, i piloti riescono finalmente ad atterrare senza problemi sulla nave e a scendere dall’aereo.

Le storie – sostiene Gottschall, citando Keith Oatley – sono simulatori di volo per la vita. Non c’è dubbio che la vita presenti difficoltà più severe rispetto all’atterraggio su una portaerei, traguardi e lutti di fronte ai quali nessun tirocinio può bastare. Attraverso le storie ci esercitiamo «a utilizzare le competenze più importanti della vita sociale umana» (p. 74). Aggiungerei che proprio per questo il romanzo di formazione e il romanzo di avventura, in tutte le loro riformulazioni, non hanno ancora smesso di suscitare interesse nei lettori.

Certo, leggere storie non è tutto. Come diceva un amico, anche se abbiamo letto numerosi libri sulla boxe non è detto che, davanti a qualcuno dalle cattive intenzioni grosso il doppio di noi, possiamo uscirne al meglio. Ma non valuteremo la prestanza fisica in funzione delle storie, perché non è a questa che loro lettura mirava. È invece molto probabile che un buon lettore sappia rialzarsi meglio da terra, così come un buon lettore, introdotto in un gruppo sociale sconosciuto, saprà comportarsi meglio di un non lettore perché ha acquisito maggiori competenze sociali, ossia «ha vissuto più vite», come piace dire ad alcuni autori di successo.

3.
Viviamo immersi in un rumore narrativo di fondo: ce lo portiamo appresso sui dispositivi. Dallo storytelling politico-mediatico, brutalmente semplificatorio, a quello pubblicitario e social, di cui è sempre più difficile restare consapevoli. Tuttavia, anche alcune attività quotidiane hanno a che fare con la pratica narrativa, ad esempio scrivere un verbale, una relazione, un’anamnesi clinica o una requisitoria. Per quanto non si tratti di pratiche omogenee, mostrano però un riferimento comune, tale da indurre a ritenere che la lettura di storie, più che il semplice atto di seguirle rappresentate su uno schermo, possa incidere sulle competenze con cui poi rispondiamo a richieste lavorative come queste.

Certo, oggi l’utilizzo pervasivo dei mezzi digitali ha trasformato le modalità di comunicazione, riportandoci in una situazione che alcuni definiscono di «oralità secondaria» (un’oralità cosciente della scrittura), tuttavia la lettura, «un’attività che era in declino in seguito all’avvento della televisione, si è triplicata dal 1989 al 2008 perché è la modalità di gran lunga preferita per ricevere parole in Internet» (Bohm e Short, 2010, citato in J. Hurtley, Dopo Ong, p.250). Sono trascorsi quasi dieci anni da questo studio, ma il dilagare delle piattaforme dei social network non lo ha certo smentito. Può darsi che in termini di trasmissione della conoscenza si possa parlare di un’enorme «parentesi Gutenberg» durata cinquecento anni, fino ai media digitali, ma questo non comporta necessariamente un arretramento della lettura e della scrittura, semmai una coesistenza di queste forme con quelle dell’oralità secondaria. Ci sarà poi da discutere il modo in cui si apprende, diverso, anzi per alcuni antitetico, se nel costume prevale l’oralità rispetto alla scrittura.

Nell’ambito della produzione scritta, può tornare utile una riflessione sulla distinzione fra due tipi di discorso fatta a suo tempo da Heinrich Lausberg. Un vecchio manuale di Franco Brioschi e Costanzo di Girolamo la riprendeva dividendo i testi in «scritture di consumo», relative a un ambito comunicativo ristretto, ad esempio direi quelle del biglietto con scritto «Torno subito» (sostituite oggi da un messaggio WhatsApp, Instagram o simili); e in un’altra classe, le «scritture di riuso», scritture prodotte per essere riutilizzate, anche molte volte, comprendenti le leggi (giuridico-sacrali o profane), le formule (destinate a garantire la validità giuridica «di atti di diritto sacrale o profano», come ad esempio: «Vi dichiaro marito e moglie») e infine dei discorsi fissati per una ripetibile rievocazioni di atti. La letteratura va inclusa in questo terzo insieme.

A differenza dei primi due tipi di scrittura di riuso – ossia le leggi e le procedure (o le liturgie), il cui dominio sulle circostanze quotidiane è intuibile – il terzo dovrebbe creare da sé il proprio contesto, la propria occasione di lettura. Quale condizione di riuso si può pensare oggi per la letteratura? Di solito si dice che le sue storie sono destinate ad essere rilette perché hanno interpretato magnificamente una serie di atti: è ciò che è successo per varie generazioni con i romanzi. Questo non significa che nel caso dell’incontro con un biologo molecolare in crisi io debba andare a rileggere Le particelle elementari di Houellebecq o, più comunemente, che nel caso venga a sapere dell’adulterio di una moglie infelice che vive in provincia debba rileggere Madame Bovary; si intende, però – e qui sto divagando rispetto alla serietà degli studi retorici – che in circostanze come queste chi ha letto il romanzo di Flaubert ci torna, anche solo mentalmente, e che il ricordo di ciò che è scritto nel libro (non solo della sua trama, ma magari anche dei costumi di provincia di cui parla il sottotitolo) si interseca all’interpretazione attuale di un fenomeno. I libri di narrativa, in termini generali, hanno svolto anche questa funzione, che ha prodotto aggettivi come «kafkiano» o «proustiano», applicati poi a situazioni specifiche. Naturalmente, un posto lo hanno poi trovato anche aggettivi come «felliniano» e «kubrickiano», come in tempi più recenti «lynchiano» e oggi «tarantiniano»: questa funzione non è riservata solo alla letteratura, ma anche al cinema. Eppure un film incide diversamente sulle nostre competenze di scrittura, perché la lettura lascia nell’orecchio un tono e un ritmo che possono aiutare nel momento in cui tocca a noi prendere la parola per iscritto.

Ci si potrebbe chiedere se la funzione di riuso del testo letterario in un recente passato interessasse un gran numero di persone, al di là dei lettori pronti a interpretare troppo ingenuamente le loro vicende alla sola luce dei romanzi (in un certo senso il bovarismo era già noto al tempo di Paolo e Francesca). Forse questo fenomeno interessava solo i lettori forti, alcuni dei quali però scrivevano i manuali di letteratura per le scuole secondarie superiori, che un numero di persone decisamente maggiore si è poi trovato forzatamente a leggere e rileggere. Alcuni grandi storie sono state sacrificate più di altre al riuso nelle aule scolastiche: la loro lettura è stata imposta a tutti, talvolta al fine di compilare le indimenticabili schede-libro; ma in genere la lettura del romanzo è rimasta privata e perfino poco gradita alle istituzioni formative.

Nelle circostanze odierne – ma credo che l’opinione fosse già diffusa trent’anni fa rispetto al mezzo televisivo – sembra che l’opera di mediazione nell’interpretazione dei fenomeni, più che dai libri, sia svolta dagli audiovisivi, anche da brevi filmati on line che divengono poi virali, ma è vero che queste mode si rivelano estremamente volatili e che i giovani leggono ancora (non tutti, ma i lettori davvero forti non sono tanti meno di un tempo). Quale futuro può dunque avere la letteratura in termini di riuso? Non penso che si possa rispondere a questo interrogativo in modo perentorio, lo si è fatto più volte, talvolta con toni apocalittici: un tempo c’era chi si disperava davanti al successo dei telefilm e delle serie tv di animazione, diventate poi a loro volta tema letterario. Comunque sia, non considero la risposta decisiva in merito alla nostra propensione al racconto, che non smetterà di rivestire un ruolo centrale nel quotidiano. La domanda è, semmai, questa: in che forma la esprimeremo? Non credo che ci limiteremo a brevi post.

4.
Raccontando e leggendo diamo forma verbale al nostro mondo, acquisiamo le competenze sociali necessarie alla sopravvivenza e alla vita in comune; inoltre, attraverso il riuso delle storie, arricchiamo la nostra interpretazione delle relazioni umane.

L’elemento determinante che da ragazzi ci spinge verso la scrittura resta però un altro e si fonda sul legame affettivo che abbiamo provato e che proviamo nei confronti di chi ci ha preceduto nelle stesse imprese: leggendo ci sentiamo solidali e ci identifichiamo non solo nei personaggi delle vicende scritte, ma – parlo per chi ha riconosciuto in sé una particolare propensione narrativa – anche nella voce di chi racconta, nel modo in cui dà forma a ciò che narra, ossia nel suo destino artigianale: la passione per i libri di Kafka è cresciuta soprattutto in questa prospettiva, ma è legittima anche quella per i libri di J. K. Rowling (il problema, che oggi assume una sua rilevanza, è distinguere l’uno dall’altra). E, detto di sfuggita, qui anche il gesto del libro messo in mano allo studente trova forse una sua giustificazione. Per quanto possa sembrare fragile, questa illusione si è rivelata particolarmente tenace, al punto da sostenere un’attività che in termini materiali non ha bisogno di molto altro, se non di uno strumento per scrivere e di un supporto che conservi la scrittura. Crescendo, l’illusione si fa poi più viva quando cominciamo a leggere qualche libro in una lingua straniera, perché in quel caso, espressa senza l’intermediario della traduzione, l’identificazione risulta meno istantanea e si inserisce nel quadro di un’illusione più ampia, quella della letteratura intesa come fenomeno sovranazionale. Tutto questo dovrebbe bastare per sostenere che, se il racconto ci risulta pressoché connaturato, leggiamo e scriviamo anche per ragioni affettive.

Nelle Regole dell’arte Pierre Bourdieu ha studiato la natura delle illusioni letterarie, demistificando alcuni automatismi nella concezione del legame fra autore e opera, eredità della stagione romantica e ora diventati pressoché inservibili; ma se Bourdieu ha illustrato le ragioni per cui la produzione del valore di un’opera è sempre di carattere sociale, ha lasciato agli interrogativi dell’arte le questioni inerenti la costruzione interna di un racconto e l’impiego di espedienti tecnici che in molti casi possono essere chiariti non tanto dallo studio, ma solo dall’esempio e dall’apprendistato, ossia dalla pratica. Insomma, c’è speranza.

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Nota
Di seguito, gli estremi dei libri citati: L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 2014; W. J. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Bologna, Il Mulino, 2014 (in particolare p. 27; nello stesso volume il saggio-postfazione di John Hartley, Dopo Ong, pp. 249-267); J. Gottschall, L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno resi umani, Torino, Bollati Boringhieri, 2012; il manuale citato è F. Brioschi, C. Di Girolamo, Elementi di teoria letteraria, Milano, Principato, 1984; P. Bourdieu, Le regole dell’arte, Milano, Il Saggiatore, 2005. La reazione all’esempio del lettore di libri di boxe si trovava già nel mio L’illusione e l’evidenza. Saggi sull’avventura romanzesca, Milano, Mimesis, 2016. (wn)

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