Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Sat, 18 Aug 2018 05:00:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 Cartiglie https://www.nazioneindiana.com/2018/08/18/cartiglie/ https://www.nazioneindiana.com/2018/08/18/cartiglie/#respond Sat, 18 Aug 2018 05:00:12 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=75297

di Andrea Inglese

 

֎

Se vi dico basta, basta, questo dovrebbe essere sufficiente, ve lo dico, anzi ve l’ho detto, stiamo affondando, non sono allegorie, guardatevi i piedi, se ancora li vedete, per quel poco, o le ginocchia, se è già tardi, e che non sia ancora troppo tardi lo dice il fatto che parlo, io riesco a parlare, e voi mi ascoltate, riuscite ad ascoltarmi, si affonda, mica solo noi, non scherziamo, affondiamo e scherziamo?… Leggi il resto »

]]>

di Andrea Inglese

 

֎

Se vi dico basta, basta, questo dovrebbe essere sufficiente, ve lo dico, anzi ve l’ho detto, stiamo affondando, non sono allegorie, guardatevi i piedi, se ancora li vedete, per quel poco, o le ginocchia, se è già tardi, e che non sia ancora troppo tardi lo dice il fatto che parlo, io riesco a parlare, e voi mi ascoltate, riuscite ad ascoltarmi, si affonda, mica solo noi, non scherziamo, affondiamo e scherziamo? Volendo si può, se davvero non vi resta più nulla da fare, nulla da pensare, di meglio, se non c’è atro, per davvero, affondiamo e scherziamo, ma certo, qualcuno ne farà la sua filosofia, perché basta poco per rovesciare una situazione, chi affonda ride, chi rimane fermo, stabile, equilibrato, è un uomo senza umorismo, antipatico, triste, quel che c’è sotto mi piacerebbe saperlo, o anche solo vederlo, ma questo modo di affondare tutto a scherzi, a sganasciate, non è che aiuta la precisione, sono appena dei contorni, si affonda tra gente che sta sul fondo, che sta affondando già da poco prima, erano qui prima di noi, quelli sotto, dentro cui, contro cui, non si capisce neppure, ma ci affondiamo sopra, magari facendogli pure male, ma come si fa a capire tra gli sghignazzi, tutti qui in mezzo, sopra e sotto ridono, ridono verde, di traverso, ridono male…

 

҉

Dovrei dire della prossimità. Tenermi tutto assieme nella vicinanza. Pressare intorno a me la vicinanza, come in posizione di presa, di adesione, là dove si posano le dita, dove raccolgono le pupille, in una tersa visuale, il pullulare. Tutto e puntuale nelle abitudini. Cercare il baricentro da cui si diramano come cerchi regolari le abitudini. Dire senza allontanarsi. Ma con una tremenda, fanatica pazienza, come uno scrutatore di parti rovesciate, di dorsi, di fodere. Nel movimento complesso dello sporgersi e del lanciare su di sé il peso, a frenare. Con un procedere cauto, nel movimentato gruppo dell’elencabile, lo sguardo frontale, ma tenendosi una visuale di spalle, che comprenda l’intero moto, il soggetto che traccia la figura oltre il fronte del figurato. Ma al primo movimento, si dipanano da ogni lato lontananze. La descrizione dello scrivente deraglia in premonizioni, amnesie, qualcuno fugge in avanti, cercando di ritrovarsi alla proprie spalle. Se diventa un sembiante avulso, è più semplice prenderlo per buono, senza parentela, uno sfondo sfuocato, per intero assunto in un’abitudine, diciamola vecchia, un pentolino in mano, la piastra elettrica, versa del liquido, nero se è caffè, e siamo allora di mattina, e potrebbe accadergli qualcosa, oltre a quanto, a tutto quanto, gli è accaduto, poco visibile per ora, come avvolto dal suo torace, smistato tra gambe e braccia, ma c’è sicuramente dell’altro, stiamo a vedere. E basterà questo, una prima, contenuta segnalazione. Nei limiti in cui è stata proposta, non può neppure essere smentita. Non cerchiamo più qui, ma altrove.

 

In quella prima parte, il cielo è completamente astratto, ma verso il basso, molto più in basso, s’intravedono effetti minori, sono tutti eventi formicolanti, non c’è quasi spazio nella narrazione per questi eventi, perché il punto di vista adottato, quello dell’ideologia dominante, è l’astrazione celeste, e tutto si dirige pianamente da un punto all’altro, punti ovviamente inestesi, della linea celeste, ma qualcosa comunque si dibatte, quasi fuori quadro, nelle vasche da basso, le persone nelle vasche sono costantemente spinte in giù, anzi sono strattonate da sotto, da fuori il quadro, come strappati verso il fondo da meccanismi potenti e implacabili, e quando tornano a fior d’acqua, incamerano violentemente un poco di ossigeno. Sono gli unici eventi davvero concreti di tutta la scena, lungamente astratta, non noiosa per altro, nel suo dilungarsi quasi cimiteriale sul cielo, che è molto terso sempre, molto vuoto, molto remoto, ma quando uno guarda verso il basso, qualcosa nelle vasche si agita ancora, delle sagome fluttuano inerti e lente, ma altri hanno ancora da prendere un poco di fiato prima di abbandonare contrariati la lotta e soccombere.

 

 

Non sempre le cose fanno schifo, una magnolia non fa schifo, non è che un tubetto rosso, o una stringa gialla, facciano schifo, non è che quello che sta male, e si è allungato all’ombra sotto l’automobile, la bella automobile lunga e americana, non che quello, il lungo disteso, adesso faccia schifo, non ancora, le cose hanno un gravissimo tempo di durata, e di degenerazione, mi spiego meglio, le cose non stanno affatto così, per questo motivo non è che la città, tutta, dai marciapiedi alle antenne, alle colline circostanti con i faggi, e legioni di vermi interrati, e la luce irregolare, sfasata, in tutte le pieghe, la città non è qui che cade, che si rende putrescente, non è questa passeggiata per la via nuda, con qualcuno che si avvicina pensieroso, e chiede: “Siamo stanchi in questa città, abbiamo sopportato tutto, anche le notti invernali, non è vero?, che notti raccapriccianti, con le poche coperte che abbiamo, e il vento, il vento primaverile che fa battere piano la porta della cucina contro lo stipite, per ore, e i bambini con le cispe negli occhi, questo è stato, per quasi tutto il tempo, il nero sotto le unghie, e la tovaglia che si sporca sempre, anche se è di tela cerata, questo è stato per noi vivere nella città, e presto dobbiamo morire, e tolleriamo persino la morte, quella che ci spetta, ma qualcosa deve davvero fare schifo, ora me ne rendo conto. Tu cosa ne pensi? Cerchiamo bene. Ci deve essere tra noi un enorme schifo che abbiamo sottovalutato.” È quando si sente dire: “Ma certo – l’altro che gli risponde – siamo stati troppo sbadati. Corriamo incontro a questo schifo. Andiamoci pure assieme, risoluti.” Allora sì.

[Immagini: Andrea Inglese, Pagine, 2017] ]]>
https://www.nazioneindiana.com/2018/08/18/cartiglie/feed/ 0
Nelle isole estreme https://www.nazioneindiana.com/2018/08/17/nelle-isole-estreme/ https://www.nazioneindiana.com/2018/08/17/nelle-isole-estreme/#respond Fri, 17 Aug 2018 05:00:39 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=75271

di Gianni Biondillo

Amy Liptrot, Nelle isole estreme, Guanda editore, 2017, 258 pagine, traduzione di Stefania De Franco

Vivere nell’arcipelago delle Orcadi significa trascorrere l’infanzia e l’adolescenza sferzati da un vento impetuoso e incessante. Significa accettare la natura soverchiante, gli orizzonti infiniti del Mare del Nord, sentirsi al contempo liberi da ogni vincolo e prigionieri dei pregiudizi e dei confini insulari.… Leggi il resto »

]]>

di Gianni Biondillo

Amy Liptrot, Nelle isole estreme, Guanda editore, 2017, 258 pagine, traduzione di Stefania De Franco

Vivere nell’arcipelago delle Orcadi significa trascorrere l’infanzia e l’adolescenza sferzati da un vento impetuoso e incessante. Significa accettare la natura soverchiante, gli orizzonti infiniti del Mare del Nord, sentirsi al contempo liberi da ogni vincolo e prigionieri dei pregiudizi e dei confini insulari. Una esistenza duale, bipolare, esaltante e deprimente.

Per Amy Liptrot ha significato, raggiunta la maggiore età, fuggire da questo inferno paradisiaco e cercare il proprio destino in un paradiso infernale. Londra. La città globale, la metropoli artificiale. Dove i rapporti umani si dimostrano altrettanto artificiali, dove cadere nel baratro dei propri turbamenti significa sprofondare nell’alcol, nelle droghe, negli eccessi senza fine.

Nelle isole estreme non è fiction né autofiction. La voce dell’Io narrante è davvero quella dell’autrice. Questo libro è il resoconto a ciglio asciutto di come una ragazza talentuosa, sensibile e intelligente, ha creduto di poter trovare la libertà nella dipendenza, nell’umiliazione, nella perdita della dignità, raccontandoci senza sconti, senza autocompiacimento, colma di vergogna, di nottate nei letti di estranei o riversa nel proprio vomito ai bordi delle strade.

Ma è anche il diario di una rinascita. Di chi per ritrovare se stessa è tornata alle proprie origini. Di chi, per placare il vento furente che la devastava dentro, ha cercato la riabilitazione nella potenza delle tormente invernali delle Orcadi. E fra nuotate nelle acque gelide, appostamenti alla ricerca di uccelli rari di passo o infinite camminate di perlustrazione, isola dopo isola, cercare gli appigli di una nuova dignità, consapevole che, se non si potrà mai uscire dalla dipendenza, la lotta per governarla è un più alto obbiettivo. Questo resoconto di ventiquattro mesi di astinenza sono lì a testimoniarlo.

(precedentemente pubblicato su Cooperazione n° 9 del 28 febbraio 2017)

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2018/08/17/nelle-isole-estreme/feed/ 0
Un nuovo ruolo per il soggetto agli inizi del Novecento, a proposito di arte e letteratura #4 https://www.nazioneindiana.com/2018/08/16/un-nuovo-ruolo-per-il-soggetto-agli-inizi-del-novecento-a-proposito-di-arte-e-letteratura-4/ https://www.nazioneindiana.com/2018/08/16/un-nuovo-ruolo-per-il-soggetto-agli-inizi-del-novecento-a-proposito-di-arte-e-letteratura-4/#respond Thu, 16 Aug 2018 05:00:49 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=75167 di Antonio Sparzani

Bathers at Moritzburg 1909/26 Ernst Ludwig Kirchner 1880-1938 Purchased 1980 http://www.tate.org.uk/art/work/T03067

Vale la pena, per proseguire questa panoramica sul ‘nuovo ruolo del soggetto’ nel passaggio tra Ottocento e Novecento andando al di là della fisica, di accennare ad alcuni temi rilevanti per altre discipline che potrebbero meritare approfondimenti per interrogarsi, senza forzature, su quale modalità specifica assume, all’interno di ogni diverso settore, questa spinta all’espansione del soggetto.… Leggi il resto »]]>
di Antonio Sparzani

Bathers at Moritzburg 1909/26 Ernst Ludwig Kirchner 1880-1938 Purchased 1980 http://www.tate.org.uk/art/work/T03067

Vale la pena, per proseguire questa panoramica sul ‘nuovo ruolo del soggetto’ nel passaggio tra Ottocento e Novecento andando al di là della fisica, di accennare ad alcuni temi rilevanti per altre discipline che potrebbero meritare approfondimenti per interrogarsi, senza forzature, su quale modalità specifica assume, all’interno di ogni diverso settore, questa spinta all’espansione del soggetto.

Per quel che riguarda la storia dei fenomeni artistici, mentre rimandiamo al lavoro presente in questo stesso volume di Giacinto Di Pietrantonio, mi limito a far notare che il 1905 è forse anche per la storia dell’arte europea, un anno simbolico: la prima istanza organizzata di quel movimento in seguito assai più vasto e variegato che andò sotto il nome di espressionismo, fu la fondazione, nel giugno del 1905 a Dresda del gruppo “die Brücke” – il ponte – da parte di Ernst Ludwig Kirchner, Fritz Bleyl, Erich Heckel, Karl Schmidt (da allora in poi Schmidt-Rottluff), che aveva esplicitamente il fine di trovare nuove forme d’arte in opposizione alla tradizione accademica ricevuta, cercando anche, con il nome “il ponte” la possibilità di contatti positivi con altre forme di espressione artistica. Scrivono i fondatori del gruppo a Emil Nolde, invitandolo a unirsi a loro: ”Uno degli scopi della Brücke è di attirare a sé tutti gli elementi rivoluzionari e in fermento, e questo lo dice il nome stesso: ponte”. La volontà ormai emergente nei fermenti artistici nella Germania del primo decennio del secolo è quella di ribellarsi alla tradizione accademica classica, di ribellarsi anche alle conquiste dell’Impressionismo, che sembravano ormai inadeguate, e di acquistare una capacità nuova non solo di vedere la realtà, ma di modificarla intervenendo direttamente. Scrive l’allora celebre critico d’arte Hermann Bahr nel 1916 – con una prosa essa stessa espressionista – nel libro che si intitola, appunto, Espressionismo:

‹‹Un solo grido d’angoscia sale dal nostro tempo. Anche l’arte urla nelle tenebre, chiama soccorso, invoca lo spirito: è l’Espressionismo […] L’occhio dell’Impressionista sente soltanto, non parla; accoglie la domanda, non risponde. Invece degli occhi gli Impressionisti hanno due paia di orecchie, ma non hanno la bocca… Ed ecco l’espressionista riaprire all’uomo la bocca. Fin troppo ha ascoltato tacendo, l’uomo: ora vuole che lo spirito risponda›› (Hermann Bahr, Expressionismus, München 1916, trad. it. di Bruno Maffi, Espressionismo, Bompiani, Milano 1945, pp. 84-85)

indicando così in poche righe le caratteristiche del movimento: una volontà esasperata di comunicazione, di espressione, improntata alla forza del tratto e del colore e ricercata attraverso la violenta carica emotiva dello stile e dei soggetti. Su un altro pianeta, si direbbe, rispetto agli sviluppi della fisica, se non fosse che anche qui il bisogno primario era quello di esplodere i bisogni e le conquiste del soggetto. Esplosioni che certo l’arte non controllava in alcun modo con gli strumenti razionali che la fisica aveva a disposizione e che, più o meno accuratamente, utilizzava.
Per quanto riguarda la storia letteraria d’Europa al volger del secolo, mi limiterò a proporre la seguente interessante citazione di Broch, che all’uscita dell’Ulisse (1922) dedicò grande attenzione, tratta dal saggio James Joyce e il presente, discorso per il suo 50° compleanno, ampliato per la scrittura e pubblicato per la prima volta nel 1936:

“Non si reca alcuna offesa alla teoria della relatività tracciando un parallelo tra essa e la poesia. Il romanzo classico si limitava alla osservazione delle condizioni di vita reali e fisiche, si limitava cioè a descrivere queste condizioni servendosi del mezzo linguistico [ … ] Ciò che Joyce fa è essenzialmente più complesso. In lui si agita continuamente la convinzione che non è possibile porre semplicemente l’oggetto sul piedistallo della rappresentazione per copiarlo e descriverlo, ma che, al contrario, il ‹soggetto della rappresentazione›, vale a dire il narratore come ‹idea del narratore› , e in egual misura il linguaggio con il quale questi descrive l’‹oggetto della rappresentazione›, sono entrambi media della rappresentazione. Ciò che egli cerca di creare è l’unità di oggetto rappresentato e mezzo di rappresentazione inteso in senso lato, e questa unità si presenta spesso come se l’oggetto venisse forzato, violentato dalla lingua e la lingua a sua volta dall’oggetto fino alla loro completa dissoluzione.”
(Hermann Broch, James Joyce und die Gegenwart – Rede zu Joyces 50. Geburtstag, Herbert Reichner Verlag, Wien 1936, ora in Geist und Zeitgeist, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Mein 1997, trad. it. di Saverio Vertone in Poesia e conoscenza, Lerici, Milano 1965, p. 248).

Piccolo esempio di come Broch ‹‹scrittore e teorico … come Proust e Musil, [era] ossessionato dal pensiero di utilizzare la poesia ai fini della conoscenza e di innalzare l’arte sul piano della scienza e la filosofia nella dimensione dell’arte››, (Walter Jens).

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2018/08/16/un-nuovo-ruolo-per-il-soggetto-agli-inizi-del-novecento-a-proposito-di-arte-e-letteratura-4/feed/ 0
FRANZ KRAUSPENHAAR Sorpasso rituale https://www.nazioneindiana.com/2018/08/15/franz-krauspenhaar-sorpasso-rituale/ https://www.nazioneindiana.com/2018/08/15/franz-krauspenhaar-sorpasso-rituale/#respond Wed, 15 Aug 2018 05:00:56 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=75302 (Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi.… Leggi il resto »

]]>
(Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con un brano di Franz Krauspenhaar, in passato redattore di nazione indiana. La redazione)
Questo articolo è stato pubblicato su Nazione Indiana da Franz Krauspenhaar il 16 agosto 2008.

di Franz Krauspenhaar

Il burrone della scogliera. Dove Roberto Mariani, il giovane studente di Giurisprudenza interpretato da Jean-Louis Trintignant, trova la morte nel finale de Il sorpasso. Rivendendolo per l’ennesima volta, mi chiederò perché. Perché a ogni ferragosto, da quasi dieci anni, vedo quel film, dovunque mi trovi. L’idea di questo rito in bianco e nero adesso mi sconvolge. Vengo messo davanti a qualcosa di inquietante che mi riguarda, e che ho fatto per tanto tempo; e al fatto che fosse qualcosa d’inquietante non avevo mai pensato. Mentre scorro le scale del metrò dopo un ottimo pranzo nella casa dei suoceri di Jan a Basiglio, consumato con lui e la sua compagna Francesca, che mi hanno invitato salvandomi per qualche ora dal tedium vitae, penso che lo cominciai, il rito, addirittura nel ’98. Nel ’97, a maggio, era morto Stefano. E dunque mi viene in mente che c’è una certa rassomiglianza tra mio fratello e Roberto: anche mio fratello doveva laurearsi (in economia, lui) ma non finì mai, non ce la fece. Anche lui teneva a riccio dentro di sé un malessere, perché la estrema timidezza del personaggio del film è un malessere grave, anch’io sono stato molto timido, da bambino, so di cosa parlo. Certo, Roberto con le donne era un impiastro e Stefano no, ma certamente era ipersensibile, soffriva, si tormentava addirittura, anche se in silenzio. Morì giovane come Roberto, in un tuffo lungo, profondo, disperato. Ecco, penso che in quel momento di rara sospensione che è il ferragosto italiano, un momento di apnea della vita degli uomini, io, senza volerlo, rivedendo ogni anno quel film proprio in quel giorno (perché i fatti del film avvennero proprio in quel periodo) offici un rito inconsapevole per celebrare la morte di Stefano. E non solo: accanto a lui, lo scampato Bruno Cortona, il quarantenne interpretato da Gassman, è l’immagine di come in qualche modo sono diventato io ormai da parecchio tempo: sfacciato e disincantato, un po’ folle, senza troppi sogni, aggressivo per difesa, nevrotico per disposizione, giovane fuori tempo massimo. E allora, forse, rivedere quel film è anche rivedere me e lui, Stefano, insieme, in un viaggio che non facemmo mai ma che avrei voluto fare con lui senza ovviamente brutti epiloghi, magari in aereo come quello tedesco con papà del luglio dell’89. Eh sì, Bruno sorpassa continuamente le auto sulla via Aurelia lungo la costa non lontano da Livorno, e poi il crash, il crack, il bang definitivo, il tragico scapicollare rimbalzante dell’auto sportiva sulle rocce nere. Quel viaggio che avrei voluto fare finisce male, è finito male, per tutti, nella fantasia di una storia emblematica del nostro cinema del boom economico e nella realtà della mia piccola vita. E se io sono Bruno, allora non è forse che mi sento in colpa, in qualche modo? Uno psicologo potrebbe dirmi che ho bisogno di prendermi un periodo di riposo. Ma non posso riposarmi dalla vita, la vita mi fascia stretto. Non posso prendere la famosa vacanza da me stesso. Anzi: ci sto sempre più dentro, sempre più concentrato, sul dannato me stesso. Sto scrivendo di mio padre ma io intervengo di continuo col personaggio di me stesso, a inchiostro spiegato, pennellando il mio ego in ogni spazio. Questo libro è anche un diario di me stesso, e forse sì, il me stesso, sempre lui, si sovrappone in maniera eccessiva a quella di papà. Non so. Vado avanti in questo viaggio – perché questo è un viaggio, ormai è chiaro, è sicuro – a fari spenti nella notte, come in Emozioni di Battisti.

[Da: Era mio padre – Fazi, 2008. Immagine dal film Il sorpasso, di Dino Risi.] ]]>
https://www.nazioneindiana.com/2018/08/15/franz-krauspenhaar-sorpasso-rituale/feed/ 0
Le tenebre Conerotiche https://www.nazioneindiana.com/2018/08/14/le-tenebre-conerotiche/ https://www.nazioneindiana.com/2018/08/14/le-tenebre-conerotiche/#respond Tue, 14 Aug 2018 05:13:32 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=75291 Valerio Adami – Dormire, dormire

di Ezio Sinigaglia

Nota introduttiva di Giuseppe Girimonti Greco

Queste pagine sono tratte dal secondo capitolo del romanzo inedito Fifí, Sciofí e l’Amor, del quale sono già stati pubblicati due estratti su riviste cartacee: Rinaldo all’opera: un pastiche tassiano (“Fronesis”, 19, genn.-giu.… Leggi il resto »

]]>

Valerio Adami – Dormire, dormire

di Ezio Sinigaglia

Nota introduttiva di Giuseppe Girimonti Greco

Queste pagine sono tratte dal secondo capitolo del romanzo inedito Fifí, Sciofí e l’Amor, del quale sono già stati pubblicati due estratti su riviste cartacee: Rinaldo all’opera: un pastiche tassiano (“Fronesis”, 19, genn.-giu. 2014) e Sciadè Sulapí (“Nuovi Argomenti”, 81, genn.-mar. 2018).
Lo strano rapporto d’amore senza amore fra l’efebico, capriccioso Fifí e Aram (il Narratore, chiamato però Warum dal suo casto amante) è al centro della prima metà del romanzo, mentre la seconda metà si sviluppa intorno al ricordo di Sciofí, un enfant du peuple versiliese, tenero e vigoroso insieme, amato da Aram durante il servizio militare. Ma per tutto il corso del romanzo altri amori (donne e ragazzi), altri personaggi e altre storie vengono alla ribalta, richiamati in vita dalla memoria del Narratore.
Per la comprensione di questo breve testo è indispensabile sapere che le “cozze” sono, fin dalla prima pagina del romanzo, gli occhi di Fifí (“Gli occhi sempre più neri, e il bianco intorno lucente, denso, come un liquore. L’insieme è un frutto di mare d’una specie rara. Come una cozza alla rovescia: la carne nera e la conchiglia lattea”), e le “castagne”, più banalmente, quelli del Narratore.
L’episodio della vacanza al Conero, da cui è tratto questo brano, è un’occasione creata da un lavoro pubblicitario commissionato a Fifí, che lo realizza facendosi aiutare da Aram: un folder destinato alla promozione turistica del comune di Numana. Si tratta di dodici fotografie accompagnate da altrettanti headline fantasiosi: “Sempre caliente per chi la sabbia amare”, “Incontrare uno scoglio lungo il cammino fa benissimo alla vista”, “I baccanali perpetui dei vigneti”, e altri che rimangono ignoti. Il dodicesimo, mai citato integralmente, fa allusione alle “notti Conerotiche”.
Due donne dai soprannomi woolfiani hanno avuto grande importanza nella vita di Aram. La Ramsay (così chiamata perché inizialmente Aram la considerava “il suo faro”) è stata la sua docente di letteratura italiana (è una grande studiosa del Tasso), poi la sua amante e infine sua moglie per oltre due anni. La Dalloway, laureata in matematica e appassionata di astrologia, è stata la prima dopo la Ramsay, ma il Narratore preferisce dire che merita il suo soprannome perché è “fine e disperata”. [ggg]

Le nostre notti, al Conero, erano di una tenebra assoluta. Qualcosa che è raro gustare, al giorno d’oggi. Avevamo inforcato in pieno la settimana meno lunatica del mese: tre giorni di qui e tre di là, col novilunio in mezzo. La luna, quando c’era, stava in cielo di giorno, al colmo della sua inutilità. Se la si scovava di notte, era bassissima sull’orizzonte, spessa come una scorza di limone o al più come una fetta di melone dopo che la polpa te la sei succhiata. Sembrava in tutto e per tutto, per colore, forma, incurvatura e insignificanza, una bomboniera della prima comunione: un piattino arcuato capace di contenere i cinque confetti delle misteriose nozze col divino e poi nient’altro, a meno di voler incorrere nelle sanzioni post mortem che si comminano ai sacrileghi. Era sacra, certo, com’è nella natura di ogni corpo celeste: ma non ispirava alcun desiderio di venerarla, perché era troppo poca, e fatta molto più di ombra che di luce proprio come i corpi non celesti. A noi, come elemento mitigatore della tenebra in cui vivevamo, non serviva affatto. Il campeggio era stato scelto da Fifí per la sua posizione panoramica e per la parca disseminazione di elementi in muratura in mezzo alla fitta macchia e ai grandi ulivi. Era anche oltremodo parco di luci artificiali: un lampione qui e uno là, ben distanziati, fiochi e discreti, un’illuminazione appena sufficiente a evitare di schiacciare una ranocchia sotto i passi, ma certo non a distinguere il colore degli occhi della ranocchia quando, ferma davanti alla punta delle scarpe, ti gracchiava in faccia tutta la sua riconoscenza. Per di più noi ci eravamo fatti il nido proprio in cima in cima allo scoglio che faceva benissimo alla vista, forse nella speranza che ci facesse ancora meglio: la tenda si apriva verso il mare e, al momento di stabilire il punto dove conficcare il primo picchetto nel sottile strato di terriccio sabbioso e vagamente erboso sotto il quale stava la roccia impenetrabile, avevo suggerito a Fifí di retrocedere di almeno dieci passi dal ciglio dell’abisso perché non corressimo il rischio di precipitarvi nell’offuscamento del risveglio. […]

Sotto lo scoglio cui, orgogliosi dei costumi spartani delle nostre notti, avevamo dato il nome di Taigeto, c’era la sempre caliente per chi la sabbia amare, che ha la caratteristica, ben nota ai naviganti, di scintillare candida nei pleniluni, svelando agli occhi assetati e ai cuori inteneriti dei marinai il disegno divino della costa anche dalla distanza di molte e molte miglia, quasi splendesse di luce propria e fosse mossa dall’intento consapevole e femmineo di gonfiare di desiderio i loro grembi per persuaderli a ritornare a casa. Ma, per chi la sabbia amare come per chi non ne sia capace, non brilla di luce propria, una spiaggia: ha solo un talento straordinario di richiamare su di sé tutte le luci altrui per far soffrire i naviganti: di modo che, in quelle notti noviluniche e sapientemente Conerotiche per le coppie di colibrí strette nel nido, la spiaggia sotto il Taigeto era nera a un punto tale che, guardando nell’abisso, riusciva impossibile distinguere l’aria dalla terra. A volte, mentre eravamo là stretti nel buio nel nostro giaciglio di vibranti emozioni e di stupidità incommensurabili, industriosi nel separare senza tregua, sotto il ferreo taglio di una lama manichea, il sacro del voler bene dal profano dell’amare, ci prendeva, con una rarità statistica che sarebbe interessante sottoporre a indagini medico-scientifiche, il desiderio di fumare. […]

Si sganciavano tutti i bottoni, uno per uno, fino all’ultimo, indurito più di ogni altro da qualche sua contrarietà insondabile. Alla fine si sollevava tutto il telo, infilzandolo senza nessuna difficoltà al paletto anteriore di sostegno attraverso un foro apposito, orlato di un anello di metallo: perché a quella tenda nata per viaggiare faceva forse difetto qualche centimetro quadrato di superficie o cubo di volume ma nemmeno un grammo di umana intelligenza.
Allora era come alzare il sipario su uno spettacolo che, anche dopo centinaia di repliche sempre uguali o con minime e impercettibili varianti, lascia ogni volta stupefatti e ammutoliti. E noi, nati e cresciuti in una città dove i cieli notturni sono offuscati dal genio di Edison e tagliati in strisce sottili come nastri per capelli tra i canyon abissali dei palazzi, di quelle repliche ne avevamo viste molto poche. L’ultima volta che avevo contemplato un cielo paragonabile a quello per fittezza della trama e per lucentezza palpitante delle punte d’acciaio azzurrato delle stelle era stato ai tempi del campeggio militare nelle Prealpi Carniche. Ma là abitavo in una tenda larga almeno due volte quella di Fifí e, soprattutto, ci dormivo solo, cosicché le emozioni, quando scostavo il telo blu per invitare una delle costellazioni a me più familiari ad entrarmi in casa per farmi compagnia mentre fumavo, erano di qualità diversa. Forse più forti ancora, perché ero più giovane, più assetato, più felice, più eccitabile e ardente nella mia aspirazione all’assoluto, e perché la solitudine, dinanzi alla dimostrazione superba del mondo in cui è caduta, si espone con più abbandono all’estasi e al terrore. Eppure sentivo dentro di me, in quelle epifanie notturne sulla vetta del Taigeto, che non poteva esserci mai stata né esserci mai più su questa Terra un’emozione cosí stregonesca e prodigiosa come quella che vivevo sotto le stelle con Fifí e che Fifí viveva con me sotto le stelle. Sedevamo l’uno davanti all’altro, il primo con le gambe distese fino a posare i talloni appena oltre la soglia e imprigionato tra le ginocchia piegate del secondo, la schiena contro il petto. Uno sfruttamento razionale ed efficace dello spazio, che ci faceva apparire d’incanto il nostro nido fin troppo grande per due uccellini come noi […].

Quando ero io a stare davanti, Fifí mi posava la punta del mento sull’occipitale e guardavamo il cielo lungo due linee parallele e sovrapposte, una di cozze e una di castagne, come se avessimo inventato lí per lí un nuovo strumento ottico, il tetrocolo della simbiosi Conerotica. Quando le posizioni erano ribaltate, appoggiavo la linea arcuata della gola sulla sua clavicola e sentivo il suo trapezio forte e tenero guizzarmi tra il pomo d’Adamo e il velo pendulo come se, in uno slancio astronomico d’amore, Fifí me lo avesse dato da mangiare. Guardavamo, nient’altro: a volte ci dimenticavamo perfino di fumare. Restavamo là cosí, assisi nel creato, per una mezzora buona, con gli occhi spalancati e con le bocche chiuse, abbracciati, avvolti l’uno dentro l’altro come due bambini che si facessero coraggio di fronte alla rivelazione spaventosa della schiacciante immensità del fuori e della pulviscolare nullità del dentro. Ma non era, in verità, come condividere un’emozione, per quanto forte, con un compagno, per quanto amato. L’aspetto stregonesco del fenomeno stava nella sua capacità di essere osservato, o nella nostra capacità di divorarlo e assimilarlo, in perfetta solitudine pur essendo in due. Non sarebbe mai potuto accadere con nessun altro, questo mi fu chiaro fin dalla prima notte in cui la stregoneria ebbe luogo. Nessun essere umano che avessi mai amato, nemmeno la Dalloway, cosí sobria ed elegante e taciturna, nemmeno la Ramsay, perfino, cosí imbevuta di buon gusto e di cultura letteraria, cosí consapevole della superiorità dell’ineffabile, mi avrebbe permesso di scagliare la mia aspirazione all’assoluto su e giù per i sentieri della Via Lattea senza dire una parola. Parole scelte ed appropriate, come Ecco là Giove! da parte della Dalloway, o Lagrime dal notturno manto! da parte della Ramsay. E l’assoluto si sarebbe all’istante relativizzato: come può sopravvivere, la sete di assoluto, alla distinzione tra pianeti e stelle? come può rimanere ardente, se si inzuppa delle melodiose lacrime del divin Torquato?
Fifí restava muto e sembrava respirare la notte con i miei polmoni. O io coi suoi: la cosa era del tutto indifferente. La nostra era una comunione perfetta entro la quale il problema, pur cosí astratto e metafisico, del come e dove la lama manichea del voler bene dovesse separare i corpi dall’amare non riusciva a intrufolare neppure l’acume della punta. Che importava? Io pensavo: Lo amerò per sempre a modo suo, mi va benissimo. E pensavo di pensarlo con il cervello e il cuore di Fifí.

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2018/08/14/le-tenebre-conerotiche/feed/ 0
Se il futuro del lavoro assomiglierà alla gig economy, siamo spacciati https://www.nazioneindiana.com/2018/08/13/se-il-futuro-del-lavoro-assomigliera-alla-gig-economy-siamo-spacciati/ https://www.nazioneindiana.com/2018/08/13/se-il-futuro-del-lavoro-assomigliera-alla-gig-economy-siamo-spacciati/#comments Mon, 13 Aug 2018 05:00:03 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=75227 di Davide Orecchio

Stiamo diventando “tutti più poveri”. È questo il sottotitolo di Lavoretti, l’ultimo libro (pubblicato da Einaudi a inizio 2018) di Riccardo Staglianò, giornalista del Venerdì di Repubblica, esperto di nuove tecnologie e, da diversi anni, molto attento alla loro relazione col mondo del lavoro.… Leggi il resto »

]]>
di Davide Orecchio

Stiamo diventando “tutti più poveri”. È questo il sottotitolo di Lavoretti, l’ultimo libro (pubblicato da Einaudi a inizio 2018) di Riccardo Staglianò, giornalista del Venerdì di Repubblica, esperto di nuove tecnologie e, da diversi anni, molto attento alla loro relazione col mondo del lavoro. La sedicente sharing economy (economia della condivisione), foraggiata da piattaforme digitali e social media, elevata a mito e propaganda di vita negli anni dieci di questo secolo, altro non sarebbe che un sistema di redistribuzione di mansioni diminuite – “lavoretti” appunto – frantumate nel reddito, nella prestazione e nelle tutele. Un bel disastro, si direbbe, a scorrere i capitoli di questo saggio importante che ricostruisce le vicende dei protagonisti della storia, da Uber a Airbnb, passando per app e startup varie, alternandole ad analisi di lunga durata sulle ragioni economiche che dall’ultima parte del secolo scorso a oggi hanno determinato la situazione presente. Reportage, grido d’allarme, storia e riflessione, proposte concrete per uscire dall’imbroglio: è quanto troverete nell’opera. La conclusione (ultime pagine) può sembrare amara: “Non c’è più il futuro di una volta”. Ma Staglianò non rinuncia a sperare che un giorno la piattaforma comprenderà che il miglior lavoratore è il “lavoratore felice”. L’autore di Lavoretti ha accettato di conversare con noi intorno ai temi del libro. Di seguito le domande e le risposte.

Lavoretti è un atto d’accusa contro il sonno della ragione, contro la narrazione ideologica della gig economy che mistifica e occulta la vera realtà di impieghi sottopagati, troppo fragili per garantire un presente dignitoso e un welfare futuro. Mi sembra, forse, il tuo libro più importante. Ha molti avversari, ma certo uno non ce l’ha: la tecnologia. Lo scrivi sin dal primo rigo, che non sei un nemico della tecnologia. Ma per chi ti conosce la precisazione è davvero superflua. Godi di un’autorevolezza che deriva da un percorso più che ventennale “al fianco” delle nuove tecnologie. Hai raccontato la modernità e continui a farlo. Ma il tono del racconto è mutato. Non c’è più ottimismo. Cosa è cambiato dalla biografia di Bill Gates alle piattaforme di Kalanick (il fondatore di Uber) & Co.?

“Ti ringrazio, ma mi permetto di dissentire sulla conclusione: sono ancora fermamente convinto che possiamo pretendere un futuro migliore. Visto che la citi, anche la biografia di Gates era non autorizzata, critica, provava a mettere in guardia dall’eccessiva concentrazione di potere in una sola azienda. Kafka l’ha detto meglio di tutti: ‘Noi scrittori ci occupiamo del negativo’. Da allora lo scenario è cambiato. Quattro delle cinque compagnie con maggiore capitalizzazione di borsa al mondo sono tecnologiche: sono loro i nuovi padroni del capitalismo contemporaneo. Con l’aggravante, dal mio punto di vista, che hanno la pretesa di raccontarsi come un capitalismo diverso, dal volto umano, etico (dal Think outside the box di Apple al Don’t be evil di Google). E invece, se possibile, funzionano secondo modalità estrattive più inesorabili di quelle dei robber barrons del ’900. Per non dire del cinismo fiscale: con che faccia puoi affermare di voler rendere il mondo un posto migliore, il vero mantra della Silicon valley, quando poi escogiti scappatoie per pagare lo 0,0005 per cento di tasse in Irlanda? Per non dire di Uber, e del suo sventurato fondatore Kalanick, che senza alcun imbarazzo diceva che quando si ‘sarebbero liberati dell’altro tipo nell’auto’, l’autista, i prezzi sarebbero finalmente scesi al livello che auspicava”.

Ti cito: “Lavori contro lavoretti. L’importante è non confonderli e non trasformare, nella disattenzione generale e nell’ipnotico adescamento dello storytelling, i primi nei secondi. Perché sarebbe un grave errore”. È solo una delle tante pagine del libro che rivelano la volontà di smascherare la favola a cominciare dal suo grado zero, quello lessicale e letterale. Cominciamo dalle parole, dalle formule, dagli slogan. Cominciamo a chiamare le cose col loro nome. Non esiste alcuna “economia della condivisione”, sostieni. Chi inventa e possiede le piattaforme digitali che governano l’autista, l’affittacamere, il rater sui social, il fattorino di Amazon o Foodora è un datore di lavoro. Volendo: è proprio un padrone. E chi lavora per le piattaforme non è un “partner” ma un lavoratore, seppure non più dipendente. Ricominciare dalle parole non è irrilevante.. Penso a un vecchio slogan di molti anni fa, “diventa imprenditore di te stesso”, e a tutti i danni che ha fatto…

“Non potrei essere più d’accordo. Siamo di fronte a un sistematico sforzo di confondere, una cortina fumogena terminologica, soprattutto quando si parla di lavoro, che si rifugia nell’anglicismo facilissimamente traducibile per ammantare di modernità una regressione senza sosta sul versante dei diritti. Dal jobs act allo smart work gli esempi si sprecano. Una regoletta esperienziale ci dice ormai che quando battezzano in inglese qualcosa che riguarda il lavoro dobbiamo mettere mano al portafogli, per capire se non ce l’hanno già sfilato. Stando sul punto più specifico, nessuno si era spinto più oltre dei protagonisti della gig economy in questa mistificazione linguistica. Il laburista Frank Field, capo della commissione parlamentare di inchiesta britannica, ha parlato di gibberish, fuffa inintelligibile riferendosi ai capitolati che Uber propone ai suoi autisti. E i giudici degli Employment Tribunals di Londra che hanno decretato che gli stessi autisti erano lavoratori parasubordinati e non autonomi hanno smontato, prima di tutto, il linguaggio. Per finire, uno dei primi slogan usati da Airbnb si riferiva alla possibilità di ottenere un reddito supplementare, per arrotondare. Non otterremo mai risposte giuste se non cominciamo a porci le domande giuste. La prima delle quali è: perché, di colpo, abbiamo avuto bisogno di arrotondare? E questa toppa che ci propongono per tappare il buco nel medio periodo risolverà o peggiorerà il problema? Io temo che sia vera la seconda ipotesi”.

Ricostruisci, capitolo dopo capitolo, i “casi di studio” più eclatanti. Da Uber a Airbnb, da Foodora a Lyft o Mechanichal Turk, e ne cito solo alcuni. Piattaforme digitali che hanno rivoluzionato i lavori e le città, che governano il modo di lavorare e la sua valutazione e retribuzione, che fruttano miliardi a chi le possiede e non restituiscono quasi nulla alle comunità, agli Stati, perché la leva fiscale è spesso aggirata, impotente. Questi casi appartengono quasi tutti all’economia dei servizi, dove l’elemento ambiguo della “condivisione”, dove l’identità spuria tra consumatore-cliente-operatore-lavoratore è più manifesta. Mancano all’appello le manifatture, l’industria, e vorrei chiedertene la ragione. Nel terziario il connubio digitale + lavoretto può dare risultati devastanti. In altri settori più “ponderosi” (e con altri salari) cosa sta accadendo o potrebbe succedere? Penso a un operaio specializzato chimico o metalmeccanico e al suo incontro con l’algoritmo e la piattaforma. O in questo caso il problema riguarda più la robotica, di cui ti sei occupato in Al posto tuo, il tuo libro precedente?

“Mi sembrava che l’aspetto più nuovo, e preoccupante, fosse quello dei servizi e dei lavori a maggior coefficiente intellettuale. Una volta se uno perdeva il posto in manifattura perché la tecnologia l’aveva reso superfluo quella maggiore produttività si trasformava in maggiore ricchezza e quella persona ritrovava occupazione nei nuovi servizi creati, magari meno faticosi e meglio pagati. Adesso però anche i servizi sono sempre più automatizzati. Rischiamo, presto, di non avere più salvezza. ‘E non c’è spiaggia dove nascondersi, e non c’è porto dove scampare’, come canta il poeta. E allora bisogna intervenire prima che sia troppo tardi. Che non significa, in un rigurgito neoluddista, prendere a mazzate le macchine. Ma governare il fenomeno, sul serio però. Nel libro precedente faccio due esempi alternativi. Da una parte Foxconn, la più grande produttrice di elettronica di consumo al mondo, che ha licenziato in un colpo solo 60 mila operai sostituendoli con robot. Dall’altra un’azienda che produce macchine di precisione nell’Alto Palatinato, in Germania, che, a forza di migliorare grazie alla tecnologia, non solo non ha licenziato nessuno ma ha addirittura alzato il salario ai suoi dipendenti”.

“Noi da che parte vogliamo andare? Perché se non facciamo niente la tecnologia farà il suo corso, sostituendo sempre più operai. Fino a un anno fa, basandosi sulle stime e la fiducia che la storia si ripeta sempre uguale a se stessa, l’economista del Mit Daron Acemoglu e quello della Boston University Pascual Restrepo erano stati piuttosto rassicuranti sul fatto che la sostituzione non sarebbe avvenuta. Pochi mesi fa, basandosi sui dati reali, hanno pubblicato un paper che si legge come un colossale marcia indietro perché dimostra come negli Stati uniti dal ’90 al 2007 670 mila operai siano stati fatti fuori dai robot e come anche il reddito medio degli altri si sia ridotto come diretta conseguenza di questa concorrenza robotica. Eppure, senza citare alcun dato a supporto, in Italia c’è ancora chi giura che questo è il punto di vista degli allarmisti e misoneisti. È tutto molto puerile”.

Leggendoti, si arriva quasi naturalmente alla conclusione che la società umana non sia in grado di sopportare l’economia dei lavoretti esattamente come l’ambiente non può tollerare oltre il cambiamento climatico. Si percepisce uno stupore di fondo, da parte tua. Come a dire: ma non vedete? Non vi rendete conto? La stupefazione che si prova a salire su un ghiacciaio delle Alpi per trovarlo senza neve è analoga alla meraviglia che sorge dinanzi alla storia di Mary Joy – l’autista di Lyft che accetta fino all’ultima corsa di ride sharing, lungo il tragitto verso l’ospedale dove partorirà – e a tutte le altre che racconti. Mentre raccoglievi il materiale, fino a che punto ti accorgevi del tasso di tossicità e incompatibilità con la vita? Quando ha iniziato a suonare il campanello dell’allarme rosso? C’è stato un caso specifico, una lettura, una vicenda?

“Mi viene in mente la memorabile definizione di Francis Scott Fitzgerald su come avvengono i crolli, ‘prima lentamente, poi di colpo’. Il mio mestiere è, essenzialmente, leggere, connettere i puntini, poi andare a vedere e scrivere. Quindi, a partire da circa sette anni fa, ho cominciato a pensare che gli straordinari gadget e servizi online che usavo rendevano inutili un discreto numero di persone che prima facevano quel lavoro. Poi, per una serie di servizi nella Silicon Valley, ho affittato un’auto col navigatore e mi sono reso conto che sono stato un giorno intero senza parlare con nessuno perché, rispetto a prima, il grosso di informazioni che mi servivano me le dava il Gps o il telefono connesso a internet. Infine ho letto due cose illuminanti: Race Against the Machine, l’ebook autopubblicato di due ricercatori del Mit, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee che dava l’allarme (poi stupefacentemente ammorbidito nell’editio maior del libro secondo uno schema non nuovo: incendiari prima, pompieri poi) e You’re Not A Gadget Manifesto di Jaron Lanier in cui il papà della realtà virtuale si impegnava in una fenomenale decostruzione della narrazione tecnologica. Un esempio per tutti: ‘Se non paghi per un prodotto, il prodotto sei tu’. Da lì poi un diluvio di articoli che hanno tematizzato il problema, convincendomi che forse avevo visto giusto”.

Ricordo un vecchio saggio: Netslaves, dedicato agli schiavi della Rete. Uscì in Italia nel 2001. Raccontava i lavori sottopagati, usuranti, impersonali legati all’economia di internet. Quasi diciotto anni fa. Non possiamo dire che non eravamo stati avvertiti. E non abbiamo fatto nulla. Però se ci fermiamo alla cronaca, alla “next thing”, non ne verremo mai a capo. Non possiamo trascurare un quadro d’insieme che sia anche storico. Per questo, credo, il tuo libro alterna il reportage a capitoli dal respiro più lungo di analisi e riflessione sull’economia e la società. Sono le pagine dedicate alle grandi crisi mondiali che ci hanno modificati: il 1979, il 2000 e il 2008. Ne siamo usciti – questa la tua tesi – “finanziarizzati”, precarizzati, irretiti dal culto della gratuità, impoveriti, indeboliti nelle forme di organizzazione e lotta collettive, disposti ad accettare lavori e retribuzioni che le generazioni precedenti avrebbero rifiutato…

“Quanta nostalgia, il libro di Bill Lessard e Steve Baldwin fu pesantemente penalizzato da una copertina orrenda, rimasta inspiegabilmente inalterata nella versione italiana. Scherzi a parte, sì, i segni premonitori c’erano, ma prevaleva l’entusiasmo nei confronti della ‘cosa nuova’. Negli intermezzi storici provo a mettere in relazione tre snodi, tre momenti di crisi come maieutici della reazione che è avvenuta dopo. Come ha spiegato bene Naomi Klein in Shock Doctrine, non c’è niente peggio di un trauma per giustificarne altri di segno opposto. Così dopo gli shock petroliferi e il peak del consumismo post-bellico l’economia vira verso la finanza. Dopo l’esplosione della bolla della new economy si inventa il web 2.0, ovvero quello a basso costo perché il lavoro lo fanno gli utenti. Infine dopo la Grande recessione se ne vengono fuori con la cosiddetta sharing economy, dove non si monetizza più il cazzeggio (un lusso che non possiamo più permetterci) ma il lavoro vero e proprio, da espletare su piattaforme leggere, con pochi o punti costi fissi”.

Nelle pagine più toccanti del libro parli di tuo padre, rappresentante di una generazione perduta, se posso permettermi la definizione, sotto il profilo lavorativo: il posto fisso, lo stipendio adeguato, i contributi e infine una pensione che gli ha consentito di sostenere cure sanitarie per una malattia grave e difficile. Dal nostro futuro questa possibilità è già stata estromessa. Ma il presente è, e cito una tua definizione, la “perma-giovinezza”, dove bisogna farsi trovare sempre pronti per la prossima corsa. Il presente è – ci torno ancora – Mary Joy, la ride sharer di Chicago che partorisce nel suo ‘turno’. Come ne usciamo? In una pagina scrivi che bisogna “ritrovare la forza di farsi pagare”. Uscire dall’ideologia del gratis. Poi indichi altre soluzioni: politiche, fiscali (far pagare le tasse ai giganti dell’economia digitale), sindacali. Ma le soluzioni possono davvero essere nazionali? Non è tempo di fare un salto di livello anche nella risposta, di crescere a un piano sovranazionale nelle politiche, nelle istituzioni, nelle organizzazioni dei lavoratori? Visto che queste grandi aziende giocano nella Champions League della globalizzazione transnazionale, che senso ha ostinarsi a schierare oneste compagini di serie B destinate alla sconfitta?

“Il fatto che la battaglia sia dura non significa che non valga la pena combatterla. Dunque, sì: il livello principale è transnazionale a patto che ciò non funzioni come colossale alibi per le singole nazioni per non fare niente. La Gran Bretagna, con i suoi tribunali che sono intervenuti su Uber e a tutela di altri fattorini, sono un esempio lampante che più di qualcosa si può fare anche all’interno dei confini statuali. Lo stesso vale, sempre in quel Paese, per nuovi sindacati dal basso che hanno già ottenuto risultati ai quali i nostri sindacati confederali sono disabituati da anni. Ho fiducia nell’Europa. È Bruxelles ad aver eccepito ad Apple che non andava bene pagare un’aliquota omeopatica in Irlanda, multandola per 13 miliardi di euro. O a dire a Google che non può approfittarsi della sua posizione di monopolio. Però si può, e si deve, prendere delle contromisure anche a livello nazionale. Con Renzi la web tax era sbertucciata, con Gentiloni siamo diventati alfieri dell’idea presso le sedi comunitarie. E sì, il meno che si possa dire è che nei tre snodi che ripercorro, la sinistra sia stata debole, distratta, colpevolmente remissiva. La buona notizia è che, partendo da così in basso, può solo far meglio. Lo spero, almeno”.

Tutte le piattaforme che descrivi sono strumenti di governo dei servizi e di controllo del lavoro. Per non parlare dei braccialetti di Amazon, riguardo ai quali ti chiederei un commento. Ma la domanda è: non si può fare il contrario? Non si può usare la tecnologia anche per difendersi? Piattaforme e algoritmi non possono essere anche uno strumento di organizzazione, autotutela, liberazione, miglioramento delle condizioni di lavoro e produzione? Nel libro porti l’esempio dei software cooperativi, l’idea che i lavoratori possano possedere la piattaforma e non viceversa. Altre idee, ipotesi, suggestioni, utopie?

“Ci sono molti ottimi motivi per criticare Amazon, che non lesino nel libro precedente, tra i quali non includerei il braccialetto elettronico. Ha attirato così tante critiche bipartisan per il suo valore simbolico: il braccialetto è stato assimilato a delle manette elettroniche che spiavano il dipendente. Lo sdegno poteva già esserci per le pistole laser che usano da sempre e fanno le stesse cose del braccialetto, soltanto che uno deve tenerle in mano e non allacciarle al polso. A scanso di equivoci: è doveroso chiedere migliori condizioni di lavoro alla compagnia dell’uomo più ricco del mondo, ma è più utile concentrarsi sui bersagli giusti rispetto a quelli giornalisticamente più suggestivi. Per quanto riguarda gli usi alternativi delle piattaforme, certo che si possono fare. La piattaforma non è il Male in sé, sebbene incarni in maniera plastica un mercato quasi perfetto dove domanda e offerta si incontrano. La sua caratteristica speciosa è che i padroni delle piattaforme estraggono valore, il 25 per cento nel caso di Uber, da ogni transazione che avviene su di essa. E, per soprammercato, pagano solo una microscopica frazione di tasse su quanto guadagnano. Se gli introiti andassero tutti ai lavoratori sarebbe tutta un’altra cosa. Per onestà devo ammettere che, per il momento, anche gli esempi più avanzati di questa avanguardia (come la californiana Loconomics) sono piuttosto acerbi. Però niente vieta che migliorino e superino in efficienza le piattaforme più note”.

Protagonisti della gig economy e startup varie non mostrano troppa inclinazione a trattare bene chi lavora per loro. Conta anche l’aspetto generazionale e culturale. Questi imprenditori informatici sono nati dopo Reagan e Thatcher. Non mi stupisce, purtroppo, che abbiano una certa idea del lavoro. Eppure tu lanci un appello: trattare bene i lavoratori è utile alla stessa impresa. Ma credi davvero che qualcuno lo ascolterà? Non ti sembra che il neocapitalismo digitale soffra di una congenita irresponsabilità sociale che trova poi nella piattaforma, nell’algoritmo lo strumento per estrinsecarsi? Imporre condizioni di lavoro logoranti, retribuire poco la prestazione, non restituire nulla fiscalmente: sono sintomi gravi di immaturità e infantilismo, se non di misantropia. Mi viene in mente un bambino che tortura un animale domestico o perseguita il fratellino minore. Questo bambino diventerà mai adulto?

“Non lo sostengo io che convenga trattare bene i lavoratori. Henry Ford lo capi a metà del secolo scorso quando decise di raddoppiare – sì, avete capito bene – la paga oraria dei suoi operai. Non perché fosse un sincero democratico (non lo era), ma perché aveva capito che pagarli troppo poco aumentava pericolosamente il turnover, con i relativi costi economici per formare ogni volta i nuovi arrivati. La scommessa funzionò, dall’anno dopo l’emorragia si fermò e gli utili crebbero. A quanto pare i capitalismi odierni sono incapaci di questa minima lungimiranza. perché i cicli capitalistici si sono accorciati, da annuali/trimestrali sono diventati settimanali/giornalieri perché seguono l’andamento della Borsa”.

“Più di recente Zeynep Ton, nel suo The Good Jobs Strategy, spiega che pagare bene i dipendenti li rende più efficienti. In un paper di qualche anno fa Tito Boeri e Pietro Garibaldi ci spiegavano che nelle aziende con meno contratti a termine la produttività è più alta (purtroppo il loro contratto a tutele crescenti non è riuscito, sin qui, a battere la precarietà). Non so se, come tu sembri suggerire (“misantropia”), ci sia del dolo nel trattare male i dipendenti. Di certo c’è un cinismo inaccettabile, è forse un grado di ignoranza storica francamente sorprendente che non fa comprendere, ad esempio, ai due manager italiani di Foodora (uno laureato al Politecnico di Milano, l’altro alla Bocconi) il concetto di cottimo che, da un certo punto in poi, hanno di fatto imposto ai loro fattorini. Si limitano a ribattere: ‘Ma l’algoritmo dice che è altamente improbabile che non facciano almeno due corse all’ora, e con due corse all’ora guadagnano di più che con un pagamento orario’. Sarebbero usciti in strada, con la pioggia e il vento, facendo affidamento sulla generosità statistica del software per il pagamento? Io non credo. Ma per i loro dipendenti, che ovviamente chiamano riders, era perfettamente accettabile. Sarà una lunga lotta, culturale innanzitutto, per questo è importante iniziarla subito. Perché ora è solo un’avanguardia ma se il futuro del lavoro assomiglierà alla gig economy siamo spacciati. Tutti, non solo quelli che la praticano”.

(Articolo già pubblicato su rassegna.it il 26/2/2018)

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2018/08/13/se-il-futuro-del-lavoro-assomigliera-alla-gig-economy-siamo-spacciati/feed/ 2
Amleto, un intellettuale gramsciano ( in ricordo del ’68) https://www.nazioneindiana.com/2018/08/12/amleto-un-intellettuale-gramsciano-in-ricordo-del-68/ https://www.nazioneindiana.com/2018/08/12/amleto-un-intellettuale-gramsciano-in-ricordo-del-68/#respond Sun, 12 Aug 2018 05:00:16 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=75265  di Pierpaolo Rosati

 

 

L’interpretazione ivi proposta prende le mosse da un passo gramsciano che promette di svelare, per via analogica, valenze euristiche del tutto inopinate. Il nocciolo dell’argomentazione parla di Amleto che rinvia i propri disegni di vendetta non già perché trattenuto da ragioni psico-emotive più o meno inconsce, ma perché attardato dalla rimozione necessariamente lenta e faticosa dei condizionamenti culturali radicati nella sua esperienza; condizionamenti tali da esigere una preventiva e sofferta rottura epistemologica.… Leggi il resto »

]]>
 di Pierpaolo Rosati

 

 

L’interpretazione ivi proposta prende le mosse da un passo gramsciano che promette di svelare, per via analogica, valenze euristiche del tutto inopinate. Il nocciolo dell’argomentazione parla di Amleto che rinvia i propri disegni di vendetta non già perché trattenuto da ragioni psico-emotive più o meno inconsce, ma perché attardato dalla rimozione necessariamente lenta e faticosa dei condizionamenti culturali radicati nella sua esperienza; condizionamenti tali da esigere una preventiva e sofferta rottura epistemologica.

Un percorso del genere Antonio Gramsci lo sollecitava in un soggetto storicamente peculiare, da lui chiamato ad un ruolo organico e rivoluzionario. “Gli intellettuali si sviluppano lentamente” – così scriveva – perché oppressi dal peso di “tutta la tradizione culturale” che essi tentano di “riassumere e sintetizzare” e da cui restano schiacciati, a meno che non riescano a “rompere con il passato” per collocarsi “nel terreno di una nuova ideologia”.1

Ma veniamo alla materia e alle scaturigini del dramma.

Sono state le seconde nozze della regina-madre a turbare profondamente il principe di Elsinor, provocando in lui la crisi dei valori fino a quel punto felicemente vissuti; uno in particolare: quello dello “studente” (dell’intellettuale) che da poco ha lasciato Wittenberg e che chiede di potervi tornare. La stessa Ofelia, in punto di evocare le note caratteristiche dell’Amleto un tempo sereno e galante, ancora teneva conto del principe in quanto courtier, soldier e … scholar (III 1, 154). Da qui l’atteggiamento, si direbbe naturale e consueto, nella sua oleografica evidenza, di Amleto giovane con libro, tutto intento a leggervi “parole” che solo ora gli sembrano vane e insensate (II 2, 192). La corruzione morale dell’ideale materno lo ha sconvolto al punto da suscitare in lui pulsioni suicide; ciò che lo trattiene è il timore del castigo ultraterreno sanzionato nei confronti di chi compia un gesto tanto disperato (II 2, 198-203).2

L’Amleto che irrompe sulla scena è dunque un personaggio già immerso nel profondo del dramma. L’apparizione e le rivelazioni dello spettro – irrinunciabili perché di forte impatto per il pubblico elisabettiano –  poco soggiungono alla premonizione che, sin dal principio, gli balena nella mente:

 

Lo spirito del padre mio in armi! Non tutto è bene;

io sospetto qualche iniquità.

(I 2, 255 s.).

 

Le parole del fantasma, in realtà, non fanno che confermare i suoi presagi:

 

… O mia profetica anima!

Mio zio?

(I 5, 40 s.).

 

Né mai esse costituiranno, per sé prese, una prova decisiva:

 

… Lo spirito ch’io ho veduto

potrebbe essere un diavolo …

… Avrò motivi più rilevanti di questo. Il dramma è la cosa

in cui coglierò la coscienza del re.

(II 2, 594 s. e 600 s.).

 

A maggior ragione, nell’apparizione dello spettro è da vedersi solo un coup de théâtre. Molto più pregnante il commento a mezza voce con cui Amleto reagisce di fronte all’ingiunzione dell’ombra paterna:

 

… Ricordarmi di te?

Sì, tu povero fantasma, finché la memoria tien seggio

in questo globo impazzito. Ricordarmi di te?

Sì, dalla tavola della mia memoria

io cancellerò tutti i ricordi triviali e frivoli,

tutti i detti dei libri, tutte le forme, tutte le impressioni passate,

che la giovinezza e l’osservazione copiarono quivi;

e il tuo comandamento solo vivrà

nel libro e nel volume del mio cervello,

non commisto a più vile materia; sì per il cielo!

(I 5, 95-104).

 

Rinveniamo qui il bandolo del tormentato percorso che, d’ora innanzi, impegnerà Amleto in una drastica svolta esistenziale. La sua re-azione non sarà dettata da una emotività sconvolta, né dall’elaborazione inconscia di uno snodo evolutivo di tipo psicoanalitico (“il complesso di Edipo”); sarà frutto invece di una razionale ancorché ardua determinazione programmatica, annunciata con lucidità proprio nel passo appena citato, vera chiave di volta della tragedia. Lo “snaturamento dei tempi”, motivo peraltro ricorrente, dà corso al proposito risoluto di liberarsi da ogni sovrastruttura intellettualistica, e non solo dalle remore della religione o dalla paura inibitoria della vita ultraterrena. L’esigenza di concentrarsi su un unico obiettivo induce il nostro principe a voler fare tabula rasa di tutto il gravame culturale e libresco del passato, passibile di invischiare l’agire in una dilemmaticità irresoluta. Più che un’evoluzione ideologica, egli intraprende un processo di de-ideologizzazione volto alla liberazione della prassi e alla risoluzione in essa delle angustie di una coscienza infelice.

L’amore cortese – vissuto esso stesso nei modi stilizzati di un’esperienza letteraria – rappresenta la prima vittima che Amleto sacrifica alla causa: il colloquio con Ofelia e la denuncia delle proprie passate avences (III 1, 90-152) rappresentano per lui solo l’acconto del prezzo da pagare al compito che lo attende. Gli affetti privati, estranei alla sua missione, altro non sono che diversivi superflui.

Sarà proprio il pesante fardello di una decisione tanto sofferta a sgomentare l’animo del principe e ad intricarlo in una problematica indecisione la cui unica via di uscita sembra prospettare, inevitabile, il sacrificio di sé:

 

Essere, o non essere: questo è il problema;

s’egli sia più nobile soffrire nell’animo

le frombole e i dardi dell’oltraggiosa fortuna,

o prender armi contro un mare di guai,

e contrastandoli por fine ad essi. Morire, dormire,

nient’altro; e con un sonno dire che noi ponian fine

alla doglia del cuore, e alle mille offese naturali,

che son retaggio della carne; è un epilogo

da desiderarsi devotamente, morire e dormire!

Dormire, forse sognare, sì, lì è l’intoppo,

perché in quel sonno della morte quali sogni possan venire,

quando noi ci siamo sbarazzati di questo terreno imbroglio,

deve farci riflettere: questa è la considerazione

che dà alla sventura una sì lunga vita …

(III 1, 56-69).

 

Nel più celebre dei suoi monologhi Amleto rielabora ancora una volta l’idea della morte, considerata come lo scotto necessario alla soluzione del problema; ma, a frenarne l’azione, continua a farsi avanti il pensiero dell’aldilà. Nondimeno, il linguaggio di Shakespeare, sublime per intensità lirica, non riesce a cancellare le tracce di una fonte antica che traspare in lontananza: si allude al Socrate dell’Apologia platonica il quale, discutendo anche lui della morte come di un sonno profondo o, altrimenti, di un sonno accompagnato da sogni,3 sembra emanare un alone che va ben oltre la citazione letterale (“morire, dormire, … forse sognare”).4

È in questa ultima formulazione che il bardo attinge un valore concettuale più ampio, un approccio all’argomento di una coloritura più laica (Socrates docet!).5 Difatti, la morte su cui il nostro protagonista ora si sofferma è sentita come l’esito di una pugnace rivolta, di una lotta eroica, in grado di aprire scenari passati al vaglio di una demitizzazione del metafisico. La vita ultraterrena – nulla più che un sonno turbato da sogni – si è ormai de-teologizzata, ponendosi alla stregua di un’intuizione generica che più non soffre della sanzione comminata dal giudizio divino. Amleto si avvia con sempre maggiore consapevolezza verso un’autonomia della coscienza che, alla fine, lo renderà in tutto padrone delle proprie scelte. Il senso del suo scavo interiore è riposto per l’appunto nello sforzo di rimuovere ogni fattore di eteronomia.

 

Perché non v’è nulla di buono o di cattivo,

che non sia il pensiero a rendere tale …

(II 2, 248 s.).

 

Queste parole, rivolte da Amleto a Rosencrantz, traducono una riflessione di alto profilo speculativo, ispirata anch’essa all’intellettualismo etico di Socrate. Il bene e il male non rappresentano entità a sé stanti, dotate di una propria valenza ontologica. È il pensiero individuale, nel suo relativismo soggettivistico, a definirne il carattere e a riconoscerne la specificità: è il pensiero di ciascuno che, nella sua attività conoscitiva, pone in essere i valori o i disvalori, determinando la volontà ad attuarli o a respingerli.

La “Fortuna”, in merito, potrà aggiungere ben poco alla scelta dell’animo forte:

 

… e beati son quelli

ne’ quali le passioni e il giudizio sono così ben mescolati

ch’essi non sono un flauto su cui il dito della Fortuna

possa premere il tasto che le piace …

(III 2, 66-69).

 

Eppure, Amleto continua ad adagiarsi nell’inerzia. Se, da un lato, la messinscena dell’assassinio di suo padre ha provocato nello zio una reazione che ne lascia trasparire la colpevolezza; dall’altro, la vista del re ormai solo e indifeso non basta a determinare il principe alla vendetta (III 3, 72 ss.).

Si tratta forse di una inesplicabile incoerenza?

Di certo, le motivazioni addotte da Amleto sembrano poco convincenti. Più che il destino ultraterreno di Claudio, a trattenerlo altro non v’è che la sollecitudine verso la madre. Nella circostanza, la sua disposizione d’animo suggerisce propositi non-violenti, senza nulla togliere agli aspri rimproveri che pure intende manifestare alla Regina.

 

… Calma! Ora andrò da mai madre.

O cuore non perdere il tuo affetto naturale; non lasciare mai

entrare l’anima di Nerone in questo petto risoluto;

ch’io sia crudele ma non snaturato:

io la pugnalerò con le parole, ma non con la mano.

(III 2, 382-86).

 

Ecco una considerazione ribadita poco oltre:

 

… Mia madre aspetta.

Questa medicina non fa che prolungare i tuoi [del re] giorni infermi.

(III 3, 95 s.).

 

Quella di Gertrude, d’altronde, è l’unica coscienza che il figlio, prima di agire contro l’usurpatore, tenta di redimere e di portare dalla propria parte. Da qui la priorità che egli attribuisce all’incontro con la madre e l’indugio nei confronti dello zio.

Ma un pressante incitamento all’azione Amleto lo riceve anche alla vista dei preparativi militari messi in atto dai soldati di Fortebraccio: uomini coraggiosi, motivati da una idealità che li induce ad affrontare una guerra il cui esito non promette altro che la morte o la conquista di un territorio forse insufficiente ad accogliere le tombe di quanti cadranno per esso (IV 4, 32-65). A tal punto, la sua indolenza ne resta scossa:

 

… Oh, da quest’ora innanzi,

i miei pensieri sian sanguinosi, o non valgano nulla!

(IV 4, 66 s.).

 

Se pure merita piena giustificazione il “contendere grandemente per una pagliuzza, quando sia in gioco l’onore” (greatly to find quarrel in a straw / When honour’s at the stake),6 l’ironia amara sulla sorte miseranda riservata indistintamente alle spoglie umane, fa da puntuale contrappasso a ogni vanità o puntiglio di casta. Eloquente, in tal senso, il dialogo che Amleto intrattiene con Orazio, di fronte al becchino che scava la fossa destinata alla tomba di Ofelia. Gli esempi passati in rassegna scherniscono tutta una serie di personaggi vanamente altezzosi (politician, courtier, lawyer, great buyer of land),7 senza risparmiare da ultimo il grande Alessandro (V 1, 107-14).

Solo un’eccentrica disputatio de rebus inlustribus? Direi di no! Piuttosto, una fase ulteriore dell’erosione progressiva che induce Amleto a liberarsi gradualmente della cultura libresca. Il contesto pone in gioco lo statuto della Storia, materia essa stessa da rileggere attraverso il filtro della demistificazione. Se contemporaneo, l’evento storico non manca di offrire un insegnamento morale, come suggeriscono le imprese di Fortebraccio; ma, quando il tempo l’avrà ammantato di mera retorica celebrativa, esso perderà irrimediabilmente ogni significato parenetico. Non c’è molto che valga la pena ricordare della storia dei popoli, quando sia il proprio passato a imporsi con prepotenza: quel vissuto che trova espressione negli affetti naturali (III 2, 96), contaminati in Amleto dalla “fragilità” della madre (I 2, 146). Del resto, la considerazione che il principe shakespeariano ha della Storia trova riscontro nei testi dell’epoca: nella storiografia rinascimentale, nella narrazione di tipo ciceroniano, intesa come opus oratorium maxime.

Ben altro senso assumerà il suo gesto finale, motivato da una consapevolezza non già storica ma rivoluzionaria, meritevole come tale di essere raccontata ai posteri. Null’altro Amleto morente raccomanda ad Orazio, se non di “narrare la sua storia” (To tell my story)8 e di divulgare le ragioni della sua “azione” (act):9

 

O buon Orazio, che nome ferito,

le cose restando così ignote, vivrebbe dopo di me!

(V 2, 336 s.).

 

Se ancora un compito Amleto pensa di poter assolvere nell’attimo di vita che gli rimane, esso è di carattere politico e si volge infatti alla designazione del successore. È il ruolo istituzionale ciò che il principe di Danimarca infine recupera, per esercitarlo con la forza morale del moribondo che detta le sue  volontà testamentarie:

 

… profetizzo che l’elezione scenderà

su Fortebraccio; egli ha il mio voto morente.

(V 2, 347 s.).

 

“Il resto è silenzio” (V 2, 349): le ultime parole di Amleto cancellano ogni remora ultramondana e legittimano la sua condotta alla luce di una prassi tutta terrena, sostenuta in articulo mortis dall’impegno civile. Gramsci avrebbe ravvisato in lui – principe “amato dalla moltitudine” (loved of the moltitude)10 – l’atteggiamento dell’intellettuale finalmente organico, investito del suo status regale e del sostegno del popolo:  machiavellico “Principe”, intellettuale gramsciano ante litteram.

 

 

 

NOTE

 

1)  La citazione è enucleata da Alcuni temi della questione meridionale: saggio che Gramsci scrisse nel 1926 e che comparve per la prima volta a Parigi nel 1930, in “Lo stato operaio”, la rivista teorica del PCd’I pubblicata in Francia dagli esuli italiani. In tempi più recenti lo scritto è stato inserito in varie riedizioni gramsciane, sempre riproposte dagli Editori Riuniti di Roma (parte oggi del Gruppo “Mimesis”).

2)  La traduzione italiana è quella di Raffaello Piccoli, in Shakespeare – Teatro, Amleto, Vol. 2, Sansoni, Firenze 1961. Quanto alla restituzione del testo inglese, da cui trarre qua e là ulteriori elementi di conoscenza, all’edizione oxoniense abbiamo preferito quella di Cambridge, con la relativa suddivisione in Atti, Scene e Versi.

3)  Cfr. Plato, Apol., 40 c-e.

4)   L’importante edizione parigina del Corpus platonicum, ad opera di Henri Estienne (Henricus Stephanus), risale al 1578. C’è poi una ragione supplementare per avvalorare l’ipotesi che Shakespeare abbia potuto e voluto leggere almeno le “opere giovanili” di Platone (nella traduzione latina del 1592 dovuta a Marsilio Ficino?), data la loro veste letteraria, non a caso dialogica, e la loro dimensione ‘teatrale’: esempio di ricerca filosofica trasposta in una drammatizzazione.

5)  Altro barlume di dottrine socratiche in V 2, 6-9, là dove si fa cenno alla “conoscenza di sé”.

6)  Cfr. IV 4, 70 s.

7)  Cfr. rispettivamente V, 1, v. 78, e poi 81, 96 e 101.

8)  V, 2, 339.

9)  V, 2, 326.

10)  IV, 3, 4. La stessa osservazione Claudio la ripete poco dopo, parlando con Laerte: IV, 7, 12 s.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2018/08/12/amleto-un-intellettuale-gramsciano-in-ricordo-del-68/feed/ 0
La parisienne https://www.nazioneindiana.com/2018/08/11/la-parisienne/ https://www.nazioneindiana.com/2018/08/11/la-parisienne/#comments Sat, 11 Aug 2018 05:00:06 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=75276 Francesco Forlani Alors que lo effeffe e pinzava à sta chose que les villes, les ciudades toutes, comme li cristiani, se lèvent et se couchent d’une manière différente, les unes des autres, c’est cela. Que nun l’est mica vrai que s’est lo istisse arbeggiari du soleil, pour le sud e pello nord, pello est et pour le west, parfois, sine cunsiderari aqui, d’autres variables.… Leggi il resto »]]>
di
Francesco Forlani
Alors que lo effeffe e pinzava à sta chose que les villes, les ciudades toutes, comme li cristiani, se lèvent et se couchent d’une manière différente, les unes des autres, c’est cela.
Que nun l’est mica vrai que s’est lo istisse arbeggiari du soleil, pour le sud e pello nord, pello est et pour le west, parfois, sine cunsiderari aqui, d’autres variables. Car nu cunto l’est si se trattassi de ciudad piccerella de campagne, lu paisiello quoi et n’artra la Mètropol, c’est cela! Et de même, puri si si limitassi à une seule ciudad, Paris, pour faire l’exemple, toulemòn sapi assez bien que lo primmo matin change de quartiè à quartiè, tout comme li cristiani.
A lo primmo arrò, qui tene lo Louvre, pell’existenza du bureau de la Poste Cintrali, le soleil se léve cum levée du courrier, et alors l’humori dependi daa cartuline, daa lettre qui se l’est recommandée, plaisir nun pode faciri no, hèlas au citoyen, ça alors.
Si parlons par contre de la Place de la Concorde, 8 arrò, située da na parte des Champs–Elysées et da l’artra du jardin des Tuileries, eh bien ça alors, la journée comenza quanno toutes les luz des lampàri qui l’entourent, tout au tour, s’arrêtent à l’entrasatte et làssari faceno au soleil le devoir de luminari les rues street et larges. Et l’est spectacle de ville lumière ‘o vere assaje.
Pour la Bastille, Bastoche quoi, l’aube c’est le café en face à l’obélisque qui paraît nu Meridiani cum l’hora exacte ca ce manque seulement le signal de l’heure exacte, lo cardelino daa Rai. Ce sta kela de la Gare du Nord du 10 arrò que te levi li oci ar celo pour rimirari la façade et l’horloge et manco fa deux pas que tout d’un coup te retrouve en quatre et quatròt à la Gare de l’Est et te confonds de pendulari tra kili qui vont et qui viennent de Londres et Picardie, de Calè et Lillà et los otros de Strasbù et Lorraine. Qui se portent apprès d’eux les nubila, nuages longues doo mare du nord et s’encanala lo rajo de Soleil tout le long le Canal St.Martin, quoi. Ou alors comment diminticari kela qui te sguverna er troto à Montparnàs, qui est à cheval du 6, du 14 et du 15 arrò et paraît nu sibilo, nu fisculo la Tour toute entière, nu missili de vitràl et de fero, que si puri te paraît incomparable kell’ata Eiffel te fait quand même l’aimer, et attendre que tu te ramène de pintura en pintura, de souvenir à souvenir comme les cafés sur le Boulevà, quoi, en compagnie de l’anema des écrivains de Cortazà ou Millè, et l’Ernest ça va sans dire. Faut pas rêver le reste.
Et lo primo matin ar 12 arrò du marché d’Aligre que l’alligrìa se stampa sur la bankarè étalages de fruits et de legumes, sur la circonspection du pikpokè qui contrôle el mouvement de grève générale da sacoche, ça alors, là oui que la esta commenza par de vrè et se reveille pure l’anema du paysan que ce traînons à spass avant et andrè. Peut – être aussi que, ammitten que te l’ere endurmentati à lo cimitièr du Père Lachaise dans le 20 arrò, et que au milieu des tombes de l’un et de l’autre, d’un Raymond Roussel, par exemple et qui te promène et walk jusqu’à Wilde, l’est matinée d’oscar ’o veramente, l’est nu scutuliament, secousse de tripes and stars, là–bas, et pinzann pinzann jusqu’à Menilmontà qui est 19 arrò et à ses collines pudiri faciri el plein de café turque ’n miezz à l’ate.
Que si t’arriza et bandes que si mascule ou si te gratte et prore ò maz, si sì fimina, allo Pigal du 18 arrò s’embosca la galina, et puri si les stripteaseuses se promènent cum vestalia et bigudì bigudà in da la capa, na bota de vie en rose puri se pode aqui, artròv je ne sais pas.
Le réveil intellectuel l’est sûre et certain à la Place de la Sorbonne, pequeña pequeña qui sta in da lo 5 arrò, comme les doigts de la main et sta puissance étudiantine te sbaracia de complexitude surtout quand l’est primavera et les vestes se font alors fine fine et l’esprit de finesse aussi, into the Panthéon de l’art et do metiè.
Ah la-la la place Monge et son marché qui strabuza li oci et les yeux des autres paresse se perdre dans le bailamme genérale des hurlements de killi da fruit et verdures, la criée du poisson ca lu piscispada se mete à tirer de floret avec les passantes. Fimine de toute grâce se transportent el caddie par aqui et par alah que ce sta lu libanais que prepare la piadine du midi cum herbes et tymo serpill olé. Et les arénes, ah çà alors d’une coté et la mosquée de l’autre que le jardin des plantes ne l’est pas loin de là cum scolaresk en file indienne au milieu des potagé. Et dans la selve des régards, la contrescarpe dérriere et son Mouffetà, tu respire la vie dans tous les sens,cinq en exactitude, car il s’agit du 5 arro’
Ah ça alors que moviri et bouger per lo 6 arrò catapère catapère à lo jardin du Luxe and Bourg, jusqu’à la fontaine, plata plata que ’n miezze e fronne d’arbres et le feuillage qui tremula à tout coup de vent, dans lo speculo d’aqua ar bon matin puri li barkete ce stano et les enfants cum les bakets de canne à spingiri et pousser, accà et allà, comme na bataille de Lepanto à priparà.
Si alors lo coeur est tout en âme et foco que nun se vidiri arriver les pompiers manco si la fumée se lève aussitôt mieux vaut alors d’e s’acheminer à la Place des Vosges, que li purtikati et ses formes toutes arrondies entre le trois et le quatre du quartè, ah la–la la la, s’enferma er core à toutes les heures, et le matin aussi. Ce sta na fièvre toute petite et console sta matina participata collective, ou alors en tête–à–tête cull’amata, la lacrima napolitaine, la table ronde fen er battù et lo café serrè, ma mica assaje po’, la sigareta na Gitane, en boca à la Prévert.
Il y a l’aube Glamù l’amour qui merite er salto de l’oie, à la À Venus Montaigne, cum Diòr en terre, l’Ongarò, Chanel et son numéro starlet et la moda qui te menacia, da na parte cum lo lèche–vitrine, d’arta te enchante lo parfum de roses et de fimmine belle assaje, et t’enarca al sol comme si voler putisse, volari oh oh, ’nzieme à li scupettari monnezzari, balayeurs que de premier matino scuràzan per los Champs Elizé et curre en frecia vers le triunf de l’Arc.
Et le réveil aussi des employés de Banque et de Bourse, into the 2 arrondissement, et l’opera Operà, ah les grands Boulevà, et curre curre guagliò, curre curre toulemòn qui parait qui dansent de la boca du metrò jusqu’au burò. Le soleil naissant tu le trouves aussi à la Porte a Paris qui est terre d’orient et d’Italie, 13 arrò qui porte fortuna lo nummero, et treize pè nu loto loto gagnant. Ce sta n’artro quartè pe se réveiller en toute calme et mesura, ma tene lo nummero skaramantique superstitieux et tique que te pasa la poisse et alors de sfika nun se ne parle aqui.
Et putisse fa d’autres exemples de lumina luminà pour chacun des 20 arrondissements, sauf l’un d’arrò, que le nombre innominable  porte poisse, et gratte et gratte pe scaramanzie de seche, quartè après quarté, et pour chaque quartè demonstrari que le même nun l’est manko de poncto à poncto du quarté, et que financo de maison à maison, de casa à la casa la chose la même nun l’est, nun se sumilia pennient, et même sur le palier, de pianirottoli à pianirottoli, ça change et parfois de càmmira à càmmira, salle en salle, de leto à leto, comme li cristiani quoi, maronites, ortodoxes, praticants, bigottes ou moderat cantabili.
’Nzomme, tout compte fait, la levée de soleil à Paris tene mènemo mènemo 1351 paroles différentes pour le diciri. Et Naples aussi.
]]>
https://www.nazioneindiana.com/2018/08/11/la-parisienne/feed/ 3
restituzione https://www.nazioneindiana.com/2018/08/10/restituzione-2/ https://www.nazioneindiana.com/2018/08/10/restituzione-2/#comments Fri, 10 Aug 2018 05:00:36 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=75222 di Gian Piero Fiorillo

 

fra la vita e la norma c’è una tensione

quando il movimento che la esprime diventa legge

il crimine è compiuto

 

Ho davanti un centinaio di studenti fra sedici e diciotto anni, qualche insegnante, un preside.… Leggi il resto »

]]>
di Gian Piero Fiorillo

 

fra la vita e la norma c’è una tensione

quando il movimento che la esprime diventa legge

il crimine è compiuto

 

Ho davanti un centinaio di studenti fra sedici e diciotto anni, qualche insegnante, un preside. Siamo alla fine di un viaggio intorno alla follia e allo stigma che da sempre marchia i fuori norma. Ho immaginato più volte questo momento, mi sono chiesto cosa avrei potuto dire che non fosse scontato. Il mandato del dipartimento di salute mentale è: andare nelle scuole, parlare della Legge 180 che «ha chiuso i manicomi». Quest’anno ricorre il quarantennale. Ho cercato di sottrarmi ma il direttore è stato categorico: Tu sei un sociologo, chi può parlare di stigma meglio di te? Non mi ha dato scelta. Ho provato a fare il bartleby della situazione, ma non sono portato. Brontolo, mugugno, arretro. Ricorrenze, puah. Per le scale ho incontrato Vita, amica e fisioterapista: che ti succede? Niente, ricorrenze. E ti fanno tanto arrabbiare? Servono solo a schermare il presente: si ricorda ciò che non andava per tacere ciò che non va. Lei sorride: scandalizzarsi per il passato mette in pace la coscienza. Rumino: quest’anno ricorre anche il cinquantennale del 68, l’anno scorso era il quarantennale del 77; quest’anno è anche il quarantennale dell’uccisione di Aldo Moro, che se fosse morto nel suo letto nessuno saprebbe chi era. Accidenti, t’hanno fatto arrabbiare sul serio. Non che qualcuno lo sappia, a parte i familiari, i servizi americani e qualche dirigente DC. Un uomo è sempre un mistero per tutti, anche per se stesso. Un uomo di stato europeo del dopoguerra è molti misteri. Aldo Moro è moltissimi misteri, e forse quelli legati alla fine sono i meno importanti. Comunque è grazie a quei giorni di prigionia e martirio che resterà nella storia. Al pari di Cesare o Joseph K. vivrà molte reincarnazioni, sarà rappresentato in teatro, ispirerà molti film. Sta aspettando il suo Shakespeare, il mito fagociterà la storia. Mi dispiace vederti in questo stato.

 

Non è di Aldo Moro che devo parlare agli studenti, oggi 9 maggio 2018, devo «restituire» i dati di un questionario sullo stigma, la follia e la 180. Restituire, diciamo così noi sociologi: avete compilato un questionario e noi vi «restituiamo» i numeri, le percentuali, le interpretazioni: è il nostro modo di ringraziarvi e catturare la vostra benevolenza. La 180 venne approvata il 13 maggio di quarant’anni fa. Maggio è tempo di eventi irripetibili, mese Mariano, delle rose, del risveglio di primavera, dell’annuncio di un’estate ormai soltanto da cogliere. Ei fu siccome immobile. PRIMOMAGGIO: quando l’evento non era il concerto a San Giovanni e nemmeno il comizio della CGIL, efficace precursore delle nullità concertuali. Ninetta mia morire di maggio. Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio. Come prendere una rima abusata e farla splendere. Strofinarla in sidol maggiore. (Quando Ugo Gregoretti era nervoso prendeva una pezzetta imbevuta di sidol e strofinava le maniglie di casa per ore, trasformando lentamente l’incazzatura in lucida ispirazione) (Stefania Sandrelli – io la conoscevo bene – lucida nervosamente una maniglia poi lucidamente apre la finestra e si butta di sotto). Però il Maggio con la maiuscola resterà sempre il Mai 68. (Abbiamo vissuto di miti e di amori e ci siamo presi i nostri rischi) (Stucchevole retorica) (Tutto ciò che accadeva era benvenuto).

 

Non è del maggio ’68 che devo parlare oggi agli studenti, né dell’agosto di quell’anno quando, liceali di provincia, chiedemmo udienza a Marco Ferreri e lo invitammo a ritirare i suoi film da una rassegna per solidarietà con il movimento pacifista americano massacrato dalla polizia a Chicago. Ricevemmo un sonoro rifiuto: siete giovani, disse Ferreri, e i giovani tendono a fare di ogni cosa un piccolo Vietnam. Claro, amigo, queremos crear dos tres muchos Vietnam. Niente da fare. Ci restammo male ma poi andammo a vedere tutta la rassegna cavalcando la contraddizione e scavalcando le maschere che non volevano farci entrare perché minorenni e pure comunisti. Tutto questo oggi non ha importanza, è vano ricordo di febbri esantematiche. Sono venuto qui per celebrare il 13/5/1978, giorno in cui venne approvata la Legge Basaglia. Lui, a dire il vero, impiegò poche ore per prendere le distanze. Disse alla stampa che omologare la psichiatria alla medicina, cioè il comportamento al corpo, era come omologare i cani con le banane (perché proprio cani e banane è ulteriore mistero). Dovremmo smetterla di chiamarla legge basaglia, non rendiamoci colpevoli di regalare sempre di nuovo la follia alla medicina e Basaglia all’establishment. Dovrei dirlo ai ragazzi. Non lo farò. Cosa dire allora? Come togliermi dall’imbarazzo di pronunciare parole in cui non credo? Dovrò parlare della legge 180, certo, ma non sono qui per soddisfare le aspettative di chi a Basaglia accende un cero all’anno e canta il de profundis ogni giorno. Non posso pronunciare le solite banalità. Già troppi lo fanno, la banalità del banale non è solo una malattia dello spirito – è l’attualità del male dietro la maschera progressista. I dipartimenti di salute mentale stanno a Basaglia come la STASI a Marx.

 

Era una legge per imbavagliare il movimento e la chiamarono liberazione.

 

Gli studenti rumoreggiano. I bidelli hanno acceso lo stereo, collegato i microfoni: prendete posto, stiamo per iniziare. Il tecnico ha deciso di mandare una canzone di Loreena McKennith per ingannare l’attesa. Mistica nuvola avvolge la sala. Sono quasi pronto quando un sipario scende rapido davanti ai miei occhi: è la gigantografia di Giorgiana Masi, uccisa il 12 maggio del 1977. Nessuna rimembranza ufficiale: lo Stato ricorda le «sue» vittime, non le «sue» vittime. Serantini, Ceccanti, Lo Russo: chi erano? Oggi: Stefano Cucchi. Gabbo. Aldrovandi. Le «sue» vittime non quelle che miete. Lo Stato ricorda Aldo Moro, io ricordo una notte del ‘67 nella sede della federazione giovanile comunista, avevo quindici anni. Nella divisione dei compiti toccò a me realizzare uno striscione con una scritta blu su fondo bianco: MORO: ABBANDONA GLI ASSASSINI. Io mi richordo anchora quanto mi venne brutta la gamba della R: storta, a punta, mi vergognai di quello sgorbio per tutta la manifestazione anche se nessuno mostrò di accorgersene: con quello che accadeva nel mondo, la guerra sporca in Vietnam, quella fredda in Europa. VIA LA NATO DALL’ITALIA VIA L’ITALIA DALLA NATO. Ma cosa vuoi, a quindici anni e pieno di brufoli sei convinto che tutti guardano te. Forse è per questo che hai già deciso di abbattere tutti i cancelli e distruggere tutte le bombe del mondo. Pensavamo di farcela.

 

Mi sono perso in fantasticherie. Mi incalzano: quando parla il sociologo? Un momento, un momento, mandate ancora un po’ di musica. 13 maggio del 1978. Luccichini del potere democristiano dopo la notte cupa dell’uccisione di Moro. Il 9 lo Stato irremovibile abbandona un uomo al suo destino. Il 13 lo stesso Stato, lo stesso potere, lo stesso governo si scopre libertario, apre le porte dei manicomi e scarcera gli internati. Ferma così il movimento antipsichiatrico e antiautoritario che rischia di mostrare al paese non solo la disumanità degli ospedali psichiatrici ma quella di tutta la disciplina. Vorrei dire ai ragazzi. Quel giorno la psichiatria riprese il cammino trionfale verso la piena legittimità disciplinare, forte di un documento abusivo di libertazione: la 180. Falsche Bewegung. Passaporto falso grazie al quale le malefatte continuano senza chiamate ai danni. Questo vorrei dire and more, much more than this, say it my way. Non credete troppo agli insegnamenti, insegnatevi da soli. Siate autodidatti. Se tutti dicono la stessa cosa chiedetevi cosa non dicono. Se tutti fanno apertamente la stessa cosa chiedetevi cosa fanno di nascosto. Non fate i bulli con i compagni, non sono loro il nemico, il nemico marcia sempre alla vostra testa. Il nemico sono io. Se incontrate il Buddha per la strada, occhio.

 

Quello che non gli riuscì di imbrigliare lo massacrarono.

 

Sapete ragazzi, quello che vorrei davvero dirvi è che se state male, vi sentite infelici o agitati, non riuscite a studiare, pensate di farla finita o non riuscite ad abbandonare lo smartphone nemmeno un minuto, se vi sentite in pericolo e temete le vostre stesse azioni, non fidatevi degli psichiatri. È rischioso. Se andate male in matematica non credete a chi vi dice che avete la discalculia, è soltanto che andate male in matematica, non un dramma. Non credete alle parole brutte e difficili dei controller. Se vi dicono che avete l’ADHD non credeteci, l’ADHD non esiste. Non lasciatevi drogare dalle parole. Quando una parola diventa credenza è difficile toglierla dai vocabolari. Se siete dipendenti dal telefonino non siete dipendenti dal telefonino, ma dagli uomini che tessono il mondo, producono fatti sociali e su questi costruiscono poteri planetari. SIETE DIPENDENTI DAGLI ORCHI, NON DAI TELEFONINI. Tutte le relazioni che vi sembrano relazioni con le cose, le sostanze, gli apparati, sono relazioni con gli uomini e generano sofferenza. Le relazioni con gli uomini sono diventate relazioni con le cose e quelle con le cose relazioni con gli uomini, già lo diceva un oscuro pensatore dell’ottocento, un certo Karl Marx, nato a Treviri il 5 maggio 1818. Or sono duecento anni, la Terra nutriva ancora una speranza. Mi capite se vi dico questo, se vi parlo di rovesciamento della realtà?

 

cosa aspetta a iniziare?

non lo so, ho bisogno di tempo

ma sta per finire

cosa?

il tempo

no quello no, è il mondo che sta per finire il tempo no

no?

 

Mi mettono fretta, ragazzi. Vogliono che dica le solite quattro cose. Menzogne abituali. Non ci riesco. Non posso inneggiare a una riforma-non-riforma. Un fallimento. Le etichette della psichiatria, non solo il manicomio, sono la vera follia, il vero stigma. Il danno. Creano realtà che crea altra realtà. Se scrivo discalculia sul computer il programma non riconosce la parola. Ma la parola esiste ed è diventata fenomeno: se sei abbastanza bravo e inventi la parola e la fai circolare allora hai inventato il fenomeno e ci puoi fare una fortuna.

 

ma insomma, perché il sociologo non parla?

non so cosa dire

facciamo parlare qualcun altro

cosa potrebbe dire al posto mio

lo stigma, la 180…

no, parlo io

ma non è in condizioni

sì che lo sono

 

Discalculia, ADHD, schizofrenia: ragazzi, sono solo etichette stigma impronta bollo marchio timbro di fuoco sul corpo dei dissidenti. Giovani bambini adulti donne. Strega, il rogo ti aspetta. Supplizi psicofarmaci elettrochoc biotech. Il rogo sono i moderni inquisitori psichiatri insegnanti neuro-qualcosa ad accenderlo. Torturano dietro lo schermo della falsa scienza. Tutti, compresi quelli della 180. Lo stigma originario è la diagnosi psichiatrica. Le terapie servono a confermarlo. Restituiscono al medico la garanzia di una diagnosi corretta. Vizio circolare: se riconosci di essere malato ti darò i farmaci appropriati / se prendi i farmaci vuol dire che sei malato.

 

Dottore, sono i farmaci che mi fanno ammalare. Questa affermazione prova la tua malattia.

 

il sociologo sta poco bene

è svenuto

chiamate un’ambulanza

abbiamo problemi per restituire i risultati dei questionari

 

io mi richordo anchora che senthia musicha celthica

mentre la nave bianca scricchiolando

senza ammortizzatori su sconnessi

sampietrini romani trasportava

il corpo delirante all’ospedale

erano in atto tentativi di rianimarlo

confusioni, vanvera – né capo né coda

e venne l’ambulanza a trasportarlo

ma chi è questo?

è il sociologo;

che dice?

sapete ragazzi, vi fottono con le parole, dovete fare molta attenzione alle parole, le parole sono fatti, organizzano la realtà, non c’è realtà prima delle parole solo caos ma quando le parole hanno definito una cosa è difficile cambiarla, vince l’abitudine

avete sentito, ci chiama ragazzi

diglielo che ho cinquant’anni

vi racconterò una ricorrenza, il 12 dicembre del 69 a Chicago Allen Ginsberg testimoniava sui fatti di agosto 68 alla convention democratica, quando la polizia aveva massacrato i dimostranti senza preavviso

non avevano fatto nulla di pericoloso o violento, li aveva massacrati gratis

sta delirando, gli diamo qualcosa per calmarlo?

nello stesso tempo e nello stesso Stato, però a migliaia di chilometri di distanza, fra le Alpi e il Mediterraneo, esplose una bomba

di che parla?

delira

uccise sedici persone, ricorrenze?

perché parla di ricorrenze?

nel 1968 a Boston si riunisce il comitato di lotta dei sopravvissuti alla psichiatria

e che fanno?

parlano

è facile parlare se non si passa ai fatti

le parole sono fatti

ma che dice?

il presente è un’invenzione della memoria

 

ora riportatemi a scuola devo una restituzione agli studenti

qui facciamo un TSO altro che scuola

sta delirando, se ne rende conto?

ah, ma se deliro come faccio a rendermene conto

firmi questo foglio

io non firmo niente

predisponiamo il TSO

lasciatemi! devo andare dagli studenti, si aspettano una restituzione

ma che cosa deve restituire? non può farlo domani?

no, domani è troppo tardi

scade il tempo?

 

due giorni fa, mentre preparavo le tabelle da mostrare ai ragazzi, prendevo appunti, commentavo le loro risposte ai questionari, preparavo insomma la restituzione, hanno bruciato una strega, Erendira

non di questo ero venuto a parlare, ragazzi, ma non riesco a pensare ad altro, allora che faccio? me ne vado e vi lascio in balia di liete novelle sulla 180 che ha chiuso i manicomi e liberato i matti? non ci sono più i manicomi pubblici ma ci sono altri inferni, i circuiti obbligati della riabilitazione, i simulacri della psicoterapia, la libertà vigilata,  l’abbandono; il nostro paese, ma tutto il mondo è paese, no? è strano, chiude i bordelli e pensa di avere eliminato la tratta delle donne, chiude i manicomi e pensa di avere debellato la piaga dei maltrattamenti psichiatrici;

al dipartimento di salute mentale hanno sempre tanto da fare: cambiano spesso la carta intestata iniziando dal font, ah, il font! è così importante il font, e poi il logo, il logo! lunghe discussioni per decidere dove va messa la firma del direttore: a destra o al centro in fondo alla pagina? e la data? e il numero di protocollo? elettronico o manuale, il numero di protocollo va in alto a sinistra subito sotto il logo, sembra facile decidere la collocazione del numero di protocollo nella carta intestata, ma è una grande responsabilità!

sì, lo so, intanto c’è chi muore in un rogo, si butta nel fiume o si spiaccica in strada volando dalla finestra, ma pure un logo non è cosa da poco

c’è chi muore intossicato di psicofarmaci in una clinica o in ospedale, lo so, c’è chi muore come Erendira; s’è bruciata nel parco (due righe di cronaca e via) s’è uccisa (che ci puoi fare quando uno è malato di mente spesso s’ammazza) ha scelto un modo atroce per andarsene, cospargersi di solvente e darsi fuoco (è la malattia) (vuole manipolarci, fare leva sui nostri sensi di colpa)

non dite che è stata assassinata dal sistema, sono pensieri che non si fanno più da tanto tempo, non parlate di femminicidio di Stato, dimenticate in fretta Erendira – occhi impauriti sorriso timido intelligenza tagliente come un bisturi, Erendira vittima dell’indifferenza dei protocolli, del gelo terapeutico, del suo stesso carattere dimesso e ribelle, resistenza passiva difficile da domare, veicolare

due o tre cose so di Erendira, una donna è sempre un mistero, eppure pensavo di conoscerla – richordo le mani, le unghie cortissime rosicchiate dall’ansia dalla timidezza dalla paura – chi le ha strette quelle mani di recente? chi l’ha abbracciata? non rientra nei compiti del dipartimento, Erendira non è carta intestata, non possiamo farci carico dei sentimenti di tutti – richordo i saluti quando arrivava al centro di riabilitazione e quelli per le scale quando usciva – io la conoscevo bene? al dipartimento di salute mentale dobbiamo occuparci di molti, troppi, e poi anche dei quarant’anni della 180, della propaganda sui media e i social, dobbiamo decidere chi mettere a capo delle unità operative complesse e di quelle semplici, di come organizzare la carta intestata, suddividere il territorio, comporre le equipe, dobbiamo sapere chi farà carriera e chi no altrimenti saltano le alleanze

per Erendira, suicida in un parco là dove la città finisce, finisce che non c’è tempo – e adesso il tempo è finito – verrà seppellita in terra sconsacrata? verrà cremata per finire l’opera?

 

***

Roma, 23 luglio 2018

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2018/08/10/restituzione-2/feed/ 1
Un nuovo ruolo per il soggetto agli inizi del Novecento. Anche a proposito della relatività #3 https://www.nazioneindiana.com/2018/08/09/un-nuovo-ruolo-per-il-soggetto-agli-inizi-del-novecento-anche-a-proposito-della-relativita-3/ https://www.nazioneindiana.com/2018/08/09/un-nuovo-ruolo-per-il-soggetto-agli-inizi-del-novecento-anche-a-proposito-della-relativita-3/#comments Thu, 09 Aug 2018 05:00:27 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=75074 di Antonio Sparzani

Conseguenze come vedrete piuttosto strane, quelle di cui si diceva qui, ma tale stranezza necessariamente deriva dalla stranezza dell’ipotesi iniziale. Siamo infatti io vredo tutti ben convinti che, se la velocità di un treno che corre sulle rotaie ha un certo valore, rispetto alle rotaie, mettiamo 130 Km/h (chilometri all’ora), rispetto invece ad un altro treno che corra su un binario parallelo, e nella stessa direzione, mettiamo a 100 Km/h (sempre rispetto alle rotaie) sia di 30 Km/h, no?… Leggi il resto »

]]>
di Antonio Sparzani

Conseguenze come vedrete piuttosto strane, quelle di cui si diceva qui, ma tale stranezza necessariamente deriva dalla stranezza dell’ipotesi iniziale. Siamo infatti io vredo tutti ben convinti che, se la velocità di un treno che corre sulle rotaie ha un certo valore, rispetto alle rotaie, mettiamo 130 Km/h (chilometri all’ora), rispetto invece ad un altro treno che corra su un binario parallelo, e nella stessa direzione, mettiamo a 100 Km/h (sempre rispetto alle rotaie) sia di 30 Km/h, no? E questo è certamente vero e misurabile con tutti gli strumenti di misura che possediamo. Invece la luce fa, per così dire, eccezione: la luce viaggia a 300.000 Km/s (chilometri al secondo) – valore approssimato – rispetto a qualsiasi riferimento, cioè vista da qualunque altro osservatore, su treni o razzi come si vuole; se io mi metto ad esempio su un razzo che viaggi – diciamo rispetto alla Terra dalla quale viene emesso un raggio di luce parallelo al mio moto – a 250.000 Km/s (cosa difficoltosa assai, con i mezzi che possediamo, ma facciamo finta) e se misuro la velocità di quel raggio di luce, trovo sempre il valore di 300.000 Km/s, e non, come ci si potrebbe aspettare, il valore di 50.000 Km/s.
Tenete presente che queste misure sono tutt’altro che facili, trattandosi di velocità così elevate, ma, a quel che sappiamo a tutt’oggi, le cose stanno proprio così, come avevano cominciato a scoprire Michelson e Morley, e come Einstein ipotizzò nel 1905.

Einstein fin da piccolo fantasticava su cosa si dovrebbe provare quando si cavalca un raggio di luce. Sentite cosa scrisse nella sua, peraltro scarna, autobiografia:

«Perdonami Newton, tu trovasti proprio l’unica via che alla tua epoca era possibile per un uomo dotato della più alta forma di pensiero e di creatività. I concetti che tu creasti guidano ancor oggi il nostro pensare nella fisica, anche se oggi sappiamo che, se vogliamo tendere a una comprensione più profonda delle interconnessioni, essi devono essere sostituiti da altri ben più lontani dalla sfera dell’esperienza immediata».

Einstein in questa fase della sua vita propose e sperimentò come non mai questo allontanamento, certo molto più di quanto non sia poi stato disposto a fare durante il successivo periodo di ulteriore grande fermento connesso con l’emergere della meccanica quantistica.
Egli semplicemente rovesciò la struttura logica della problematica esistente, ponendo assiomaticamente a fondamento della propria nuova teoria quanto prima andava invece spiegato.
Forse diede retta a un’aurea massima che il suo illustre conterraneo Wolfgang Goethe scrisse in una lettera del 1828 al compositore berlinese Carl Friedrich Zelter, con il quale intratteneva una fitta corrispondenza, e che suonava letteralmente così:

“L’arte più grande nella vita del mondo e della cultura consiste nel saper trasformare un problema in un postulato; così ce la si cava”.

Non è straordinario?

Bene, le conseguenze strane della stranezza iniziale sono ad esempio queste:

1. Se un osservatore inerziale O ha con sé un regolo di lunghezza assegnata L, allora un altro osservatore O’, che si muova rispetto ad O di moto rettilineo uniforme con una certa velocità v parallelamente alla lunghezza del regolo, e che voglia misurare la lunghezza del regolo di O, non trova più il valore L, trova bensì un valore un po’ minore che si ottiene moltiplicando il numero L per un fattore minore di 1 che dipende dal rapporto tra la velocità v e la velocità c della luce. Precisamente questo fattore, chiamiamolo β, è pari a ; tenete conto che, per tutte le velocità cui siamo abituati, il rapporto v/c è assai piccolo – ad esempio per la velocità di un missile che viaggi a 10 Km/s , pari a 36000 Km/h, v/c è pari a circa 0.0000333, così che il fattore β differisce da 1 per meno di un miliardesimo, cioè, su una lunghezza di un chilometro, per meno di un micron. È evidente dunque che si tratta di differenze che, a velocità ordinarie, non sono neppure misurabili; tuttavia una simile conclusione rappresenta in linea di principio un notevole sconvolgimento rispetto alla fisica classica, nella quale la lunghezza degli oggetti era un invariante per tutti gli osservatori, in moto l’uno rispetto all’altro in modo qualsiasi.

2. Se l’osservatore O ha un pendolo che scandisce il secondo del suo orologio e l’osservatore O’, sempre in moto rettilineo uniforme rispetto a O con velocità v, misura con il proprio orologio, beninteso identico a quello di O, ogni quanto tempo batte il pendolo di O, trova un valore un po’ maggiore; trova cioè che quando per O è passato un secondo per lui è passato un tempo leggermente superiore, e, anche in questo caso, secondo il fattore β. Dunque secondo O’ il tempo di O scorre un po’ più lentamente. Va anche subito detto che non vi è alcuna asimmetria in tutto questo: ogni osservatore osserva nell’altro, in moto rispetto a lui, gli stessi effetti: così come O’ vede il tempo di O leggermente rallentato, anche O vede il tempo di O’ altrettanto rallentato e così come O vede le lunghezze di O’ accorciate, anche O’ vede le lunghezze di O altrettanto accorciate. Nessuna contraddizione logica, né fisica, si dà in questa simmetria perché ha senso confrontare tra loro tempi e lunghezze misurate dallo stesso osservatore.

Dunque qualcos’altro è necessariamente cambiato nella nostra divisione iniziale tra aspetti oggettivi e soggettivi nella conoscenza. Sembra evidente che a questo punto è aumentato sensibilmente il bagaglio che va ascritto al soggetto osservante: quello che un soggetto vede L, un altro vede βL, e così per gli intervalli temporali. Le proprietà pertinenti al solo oggetto, indipendenti dall’osservatore, diminuiscono. In questo caso, ad esempio, c’è ancora qualcosa che rimane invariante per tutti gli osservatori, ma è qualcosa di un po’ più astratto, di meno intuitivo, è una certa espressione quadratica che contiene gli intervalli di tempo e le lunghezze che qui non mette conto di scrivere esplicitamente, ma che tuttavia costituisce qualcosa di più fondamentale, dal punto di vista di questa nuova teoria, che non le semplici lunghezze o gli intervalli di tempo.

Un altro notevole passo è dunque stato compiuto nella direzione che avevamo indicato inizialmente. Aggiungerei soltanto che su questa strada un ultimo passo, sembrerebbe definitivo, è stato compiuto con la cosiddetta teoria della relatività generale, sempre ad opera di Einstein, nel 1916, sui cui aspetti tecnici certo qui sorvolo, ma a proposito della quale sarà sufficiente indicare, come ormai è prevedibile, che lo spazio della conoscenza riconducibile al puro oggetto si restringe ancora una volta. I soggetti, cioè gli osservatori, “permessi” sono molto aumentati – in realtà sono tutti gli osservatori fisicamente possibili – e dunque più numerose sono le grandezze che possono variare.

Vista sotto questo profilo, dunque, l’evoluzione dell’idea di relatività presenta aspetti che, all’interno dell’ottica della scienza, appaiono inaspettati; essi sono tuttavia necessari non appena si riflette che l’esigenza principale che viene perseguita lungo il filo di questa idea è quella di dire cose della realtà il più intersoggettive possibili, il più possibile comuni a tutti gli osservatori, l’esigenza ultima cioè di non considerare alcun osservatore come privilegiato, né quello che dal Sole vede la Terra ruotargli attorno, né quello sulla Terra che vede il Sole ruotargli attorno, né quello situato al centro della nostra Galassia, che vede – oltre a milioni di altri oggetti celesti – il nostro Sole girargli attorno con una schiera di piccoli oggetti che a loro volta eseguono un moto ad elica attorno a tale Sole, né alcun altro mai.
Lo scopo ultimo della relatività — contrariamente a quanto il suo mal scelto nome potrebbe far pensare – è forse il modo della fisica di cercare la kantiana cosa in sé, l’essenza ultima e inattingibile di ciò che è altro da noi e di cui vogliamo conoscere ciò che da noi è completamente indipendente.
È con questo tipo di sviluppo che la fisica si inserisce in quel più generale contesto culturale che vede, al volgere del secolo, una più vasta e generalizzata espansione, o quanto meno una definizione più precisa, del ruolo del soggetto. La prossima volta parleremo di questi altri contesti.

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2018/08/09/un-nuovo-ruolo-per-il-soggetto-agli-inizi-del-novecento-anche-a-proposito-della-relativita-3/feed/ 2