Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Mon, 22 Jan 2018 06:00:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.2 Auto-antologia-7. Italo Testa https://www.nazioneindiana.com/2018/01/22/auto-antologia-7-italo-testa/ https://www.nazioneindiana.com/2018/01/22/auto-antologia-7-italo-testa/#respond Mon, 22 Jan 2018 06:00:08 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=71651 Devi fare attenzione, orientare lo sguardo
in direzione del flusso: è bianco il velo
che lambisce i contorni, che accieca:

tu al bianco devi cedere, muto
aderire all’indifferenza delle cose.

(da: Gli Aspri inganni, Lietocolle, 2004)

SCANDIRE IL TEMPO

Devi intonare la litania dei corpi
di quelli esposti nel riverbero dei fari
di quelli accolti nel marmo degli ossari

devi orientarti per i tracciati amorfi
tra le scansie dei centri commerciali
scandire il tempo di giorni disuguali

devi adattarti al ritmo delle sirene
lasciare i ripari, esporti agli urti
abbandonarti al canto degli antifurti

trasalire nel lucore delle merci
cullarti al flusso lieve dei carrelli
sognare animali e corpi a brandelli

devi nutrirti di organi e feticci
profilare di lattice ogni fessura
pagare il conto e ripulire con cura

recitare il rosario dei volti assenti
svuotare gli occhi, ritagliare le bocche
aderire alla carne e schioccare le nocche.…

Auto-antologia-7. Italo Testa è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Devi fare attenzione, orientare lo sguardo
in direzione del flusso: è bianco il velo
che lambisce i contorni, che accieca:

tu al bianco devi cedere, muto
aderire all’indifferenza delle cose.

(da: Gli Aspri inganni, Lietocolle, 2004)

SCANDIRE IL TEMPO

Devi intonare la litania dei corpi
di quelli esposti nel riverbero dei fari
di quelli accolti nel marmo degli ossari

devi orientarti per i tracciati amorfi
tra le scansie dei centri commerciali
scandire il tempo di giorni disuguali

devi adattarti al ritmo delle sirene
lasciare i ripari, esporti agli urti
abbandonarti al canto degli antifurti

trasalire nel lucore delle merci
cullarti al flusso lieve dei carrelli
sognare animali e corpi a brandelli

devi nutrirti di organi e feticci
profilare di lattice ogni fessura
pagare il conto e ripulire con cura

recitare il rosario dei volti assenti
svuotare gli occhi, ritagliare le bocche
aderire alla carne e schioccare le nocche.

QUESTO, CHE TU VEDI

questo, che tu vedi, corpo che giace
tra due corpi, questo sono io, che tu
vedi, non importa come il corpo

si muova, dove abbia luogo la scena
come ombra nel vano degli occhi
come scena sul linoleum verde

questo, è un corpo che cede, opaco
s’adegua alla pressione degli arti,
s’inoltra nella cecità terrestre,

questo, riflesso in sillabe è il mio volto
su cui si alternano, sconnesse, altre
membra, a due a due deformano

l’impronta, il bordo che ti contiene,
questi due corpi, che tu ora vedi,
da entrambi i lati con moti divergenti,

freddi lambiscono i confini, i profili
svuotano di me, ammasso di vene
irretito nel battito sordo degli arti,

cono deforme che sul linoleum
striscia, intaglia ombre alle pareti
percorse da carne bianca e remota.

 

LEGIONI

Quelli che sono morti prima non contano
essendo già morti, non potranno morire.
Sono i morti degli altri, non dovrai
defalcarli dalle liste, nel ritratto di noi
tutti, i viventi, non sono mai comparsi
da sempre immersi negli spazi vuoti
sono i morti degli altri, i morti altrove.

Quelli che stanno per morire non contano,
come lembi d’ombra già si sfrangiano
in letti sfatti si piaga il ricordo
di figure erette, movimenti netti.
Sono i morti della prossima ora,
attendono sul retro la folata di vento,
sono gli altri morti, i morti ovunque.

Quelli che sono ancora vivi non contano,
ad ogni battito incancrenisce il volto,
il fiato si piega mentre vanno ad occupare
i posti che di ora in ora si svuotano.
Sono i morti senza saperlo, in incognito
marciano verso i grandi inceneritori,
siamo noi i morti, i morti da sempre.

Quelli non ancora nati non contano,
per tracce già segnate si trascinano
insanguinando la terra, parti oscuri
che il vento dissemina, l’acqua cancella.
Sono i morti che iniziano a vivere,
dediti all’apparenza, proni all’inganno
sono tutti i morti, i morti.

 

UN’ALTRA NOTTE

Un’altra notte in stanze ammobiliate
seguendo le intermittenze alla parete,
un’altra notte, su un copriletto stinto
ascoltando i rumori dal muro a fianco.

Un’altra notte con lo sguardo al soffitto
nell’alone dei neon che lava il corpo,
un’altra notte, quando parte un colpo
lasciarsi andare giù a peso morto.

Un’altra notte a tremare dietro il muro
sotto la ventola che incombe nel buio,
un’altra notte mentre gocciola il termos
brilla sull’inguine il seme disperso.

Un’altra notte, questa notte e sempre
lo stesso buio che ingoia la mente
sotto alla croce in agguato sul muro
chiudendo gli occhi per sentirsi al sicuro.

(da: Biometrie, Manni, 2005)

 

SARAJEVO TAPES

VI [16 luglio, spalato: h. 9]

un bagno d’ocra, di rocce, di scaglie t’accoglie
muri a secco e alle fermate d’autobus
murales stinti con bottiglie di pepsi

per vie d’acqua, confluendo la macchia verde
si penetra all’interno
il perimetro del mare ritaglia in occhi verdi
laghi cinesi, una cartolina dal mondo:

lasciati invadere dall’inganno dei colori
lascia scorrere i profili

gli occhi degli uomini furono fatti
per guardare: e lasciateli guardare

 

VII [per mostar: h. 16]

mi dicono che i tuoi occhi sono vuoti
mi dicono che i tuoi occhi sono stupefatti

segui lo sventolio dei drappi
il rosso, il bianco, il blu
distesi tra le rocce, sulle case
in costruzione a fianco della strada

mi dicono che i tuoi occhi non vedono prati
mi dicono che i tuoi occhi s’incantano

conta, ad uno ad uno,
i parallelepipedi bianchi
le bianche distese, da ogni lato
l’abbraccio del paesaggio
fitto di cippi, giallo di luce

mi dicono che i tuoi occhi si dissipano
mi dicono che i tuoi occhi, i tuoi occhi

a seguire le cave di sabbia sul fiume
dopo mostar, i mucchi di sabbia e di terra
scavati, nella luce, senza ombra,
per ogni gruppo di case una distesa
di pietre bianche, erette, immobili

 

VIII [kanton-sarajevo: h. 19]

quando la valle si apre, tra file di discariche
e in mezzo, più verde del verde, il fiume
e i molti bagnanti nell’acqua, come insabbiati
nel verde: le reti, gli attrezzi da pesca ad asciugare
sui ponti, lindi, nuovi, tra le lapidi agili e bianche,
come i minareti dritti nell’azzurro, acuminati.
poi il verde s’infittisce di chioschi, la stella
rossa dell’heineken campeggia sulla conca
del kanton-sarajevo, ovunque meno rocce
e nessun animale disperso sui prati
ad ogni istante si crede di vedere un gregge
e ci si sorprende invece a contare i fori, sulle facciate
e già si vorrebbe scendere, a toccare col dito
a mettere mano a ciò che manca

 

XI [19 luglio, sarajevo, miljacka: h. 10]

ausstellung

prendi un’arancia, prendine un’altra
allinea 365 arance su di un parapetto
365 macchie sul bordo del fiume:

prendi un’arancia, sbucciala a morsi
scoprine il bianco sotto la pelle
macchia di sangue la linea dei denti

prendi un’arancia, apriti un varco
posa la testa sulla pietra del muro:
365 arance dense di luce

(da: canti ostili, Lietocolle, 2007)

ROMEA, MATTINA

Qui ho appreso la luce sciolta sugli scafi al mattino
il bordo incandescente e l’anima buia dei rami,

qui ho imparato a dissipare gli occhi, la bocca, il fiato
a calarmi all’alba dentro a un vestito di brina,

qui ho vegliato sui fossi le canne inanimate nel bianco
la frontalità ignara di pioppi eretti come ceri,

qui ho imparato a distinguere nel manto uniforme del giorno
l’intonaco di case insaponate nella nebbia,

qui ho perduto nell’acqua il tuo pegno raschiato dal cuore
e in un pomeriggio ignaro ho confuso i corpi e i volti,

qui ho consumato gli occhi sul volto lucente del mondo
qui sull’argine alto mi sono inumato nel freddo.

 

MATTINALE

I

FINCANTIERI, 3 A.M.

tre del mattino. le pale meccaniche
ritagliano in campi blu la notte:

alle fermate d’autobus lo sterno
s’alza, s’abbassa, segue un suo ritmo

sordo, illuminato dal bagliore
del gas che avvampa sui cantieri.

quelle sugli angoli, cui il passante
ieri ha venduto la sua innocenza

fissano immobilizzate i fari
tra i container nudi sullo spiazzo.

senza appetito potrà cibarsi
l’automobilista insonne al chiosco

dove un ago ti cala sulla lingua
se non attacchi la vita a morsi:

e con la luce che irrompe sui viali
sciama il disgusto, e può avvicinarsi

il tuo fiato a quello degli altri
che affilano i talloni contro i pali

uguali, sempre, sotto queste spoglie
alle poiane in agguato sulle valli,

le utilitarie sfrecciano e ghermiscono,
depositano le ossa tra le foglie:

tre del mattino, le pale meccaniche
fendono ancora la notte, e immobile

l’airone acquattato sugli scogli
sogna la preda tra le salicornie:

 

II

SAIPEM, 6 A.M.

la luce più di tutto, e le cisterne
bianche, allineate al mattino

come un gregge disperso nell’azzurro

e poi le gru che girano l’ombra
sul muro e lustre emergono dall’acqua

a colmare i vuoti tra le nuvole:

ogni cosa saluta quando imbiancati
sfolgorano i cavi dell’alta tensione

nella polvere sospesa dell’alba

e a fiotti i papaveri tingono
il grano ancora verde e contornano

i pilastri di cemento in costruzione.

ogni cosa si è lasciata vedere
dal traforo dei teli aranciati

di recinzioni ai bordi dei cantieri:

i calcinacci dorati, pozze d’acqua
piovana dietro alle betoniere

inerti e rivestite di luce.

ogni cosa dalla macchina in transito
si mostra incomprensibile e chiara:

la pietraia e i banchi di ghiaia

la tua testa assonnata, la mia vita
guidata oltre il vetro tra le cose

abbandonate sulle dune erbose:

 

OGNI COSA

o l’ombra che di spalle divora
il fianco, il vano della luce
che ti assale e a morsi ritaglia
nell’agone della stanza, ritta
e in attesa, le braccia lungo il corpo,
i piedi a contatto del suolo,

la figura messa di traverso
a misurare il grigio e il bianco,
a fissare il lampo negativo
che separa la stanza dal tempo:

così aspettiamo giorno per giorno,
un foglio in mano, lo sguardo perso,
così esposti al gran teatro
disegniamo una diagonale
nello spazio, ci sporgiamo attoniti
se qualcosa si mostra, arretriamo
se qualcuno, mai, in qualche luogo
ci sfiora, se la luce divide
i piani, ritaglia il mattino:

o quando i volti ci confondono
e più non sappiamo, più non vediamo
nella fuga dei binari il segno
di questa vanità che ci afferra
e scuote, quasi fossimo dadi,
pedine gettate a caso
intorno a un tavolo, su una scala
che gira e scompare nel vuoto:

e risalire i gradini lucidi,
appoggiarsi alla balaustra
con tutto il peso affacciarsi al mondo
dall’arcata di un ponte sospeso
tra due rive, e dire che sì, è vero,
in quel punto non siamo più niente
solo macchie nere nell’aria,
anche se gli alberi si piegano
al vento, solo questo, e nient’altro:

nemmeno le cisterne sui tetti
ci eguagliano, indifferenti
a ogni scintillio e abbaglio,

nemmeno l’incendio al tramonto
delle facciate allineate
e la teoria delle finestre cieche:

se reggiamo qualcosa nel pugno
e ci affrettiamo prima che sia buio,
se appoggiati al terreno smuoviamo
le foglie, senza sosta perdiamo
il filo, ripetiamo la parte:

non basta allora studiare il cielo,
contemplare i tetti opachi
e le lamiere arroventate
non basta affidarsi alle case
distanti, ai muri assolati:

sinché la sagoma resta intatta,
siamo di nuovo con gli occhi a terra,
correndo da una stanza all’altra,
inseguendo una promessa o un’ombra
aspettiamo che il corpo si muova,
lo sorprendiamo in pose nuove,

stiamo lì, col capo arrovesciato
un po’ assonnati sopra il letto,
le gambe appena reclinate
contiamo le pieghe sul lenzuolo
o i solchi incisi sul sentiero:

e non fa in fondo alcuna differenza
se la strada curva all’orizzonte
o svolta veloce tra i rovi,

come la piega del braccio tenda
i nervi in un fascio rappreso
o la striatura di una roccia
rivesta la costa di un campo:

ancora una volta non resta
che questo aspettare a mani giunte
farsi inquadrare senza opporre
resistenza, disarmati andare
incontro alla luce che viene,
ci disegna e nega, ci assorbe
in un giorno qualunque, ci dona
un luogo, tra le cose immote,

o un istante da abitare
fermi sulla sponda di un balcone,
di sbieco su una sedia, dormendo,
pensando, facendo ogni cosa:

(da: La divisione della gioia, Transeuropa, 2010)

 

non ero io

  1. non ero io, non vedi, in quella folla, non erano le mie mani, a toccarsi, non erano le mani, soprattutto questo, dico ancora una volta, soprattutto questo, e non riuscivo a trattenerle, tutte quelle immagini, a destra e a sinistra, la pressione che monta, non ero io, torno a dirti, non l’avrei fatto, non mi sarei spinto dentro, non è così? non sono sempre stato questo, quello che conosci, con gli occhi chiusi, la testa un po’ piegata, non potevo proprio essere io, a trascinare i piedi, ad avanzare, perché questo conta, maledettamente, questo conta sempre, chi ha fatto cosa, chi si è girato e ha risposto, chi ha preso la pietra, l’ha rigirata tra le dita, anche quella volta, non potevo esserlo, con la ciocca insanguinata, la tempia destra sul selciato, non ero io, non potevo proprio esserlo, che cosa c’entravo, nel parcheggio vuoto, dietro il distributore, che ci stavo a fare, no, credimi, non ero io

 

  1. a questa altezza, qui, a volte, solo alcune cose si mostrano, solo alcune, le altre sfarfallano, passano veloci, e scansano, solo alcune cose, se non scartano di lato, se non si sottraggono, solo alcune cose, con tutti i dettagli, le forme precise, le curvature, solo alcune cose, e il resto niente, guarda, solo alcune, che le puoi contare, con tutti i dettagli, le riconosci, solo alcune, a questa altezza, le altre entrano, entrano ed escono, uno dopo l’altra, non si fissano, solo alcune cose, solo alcune, nel nostro raggio, e sempre le stesse, ti sembra, sempre le stesse a questa altezza, solo alcune cose si mostrano, basta un indizio, e le ritrovi, e gli intervalli, hai visto, gli intervalli e le cadenze, seguono un ritmo, hai visto, che ricorre, una sequenza, un battito, hai visto, uno dopo l’altro, tornano, uno dopo l’altro, come se fosse, che so, un ritornello, come se qui, a volte, a questa altezza

 

  1. ovunque, non vedi, come tutto, come tutto accada ovunque, non vedi, ad esempio, siamo qui, su questa strada, in questo angolo, puoi figurartelo, è semplice, siamo qui, e c’eravamo già stati, non ti puoi sbagliare, le coordinate, l’angolo di incidenza, siamo qui, proprio qui, di fronte a quel muro, la calce ancora fresca, e la distanza è la stessa, non varia mai, altrove, crediamo, di essere altrove, dopotutto, ma siamo sempre qui, non ci siamo mai mossi, di fronte alla cancellata, dietro la sbarra, qui e ovunque, oppure, non vedi, la ruvidità, l’attrito che ci frena, sono dei dettagli, devi farci attenzione, sembrano diversi, ci giureresti, sembrano diversi, ma non conta, ancora una volta, sembrava qui, proprio qui, qui e ovunque, non vedi, come tutto, come tutto sembra definito, netto, e poi niente, è proprio qui, è proprio qui che accade, è proprio qui, ancora, come tutto, ovunque

(da: Tutto accade ovunque, Aragno, 2016)

 

Autopresentazione

Ripenso a questi versi, sulla soglia de Gli aspri inganni, la sequenza poematica con cui nel 2004 uscivo dal mio isolamento, da un lungo apprendistato segreto, senza padri e sodali sino a quel punto, condotto sotto copertura, e in provincie straniere. “Tu al bianco devi cedere, muto / aderire all’indifferenza delle cose”. Ora per allora: questa poesia, l’interrogazione del mondo come immagine, di ciò che si lascia vedere. Si attesta sulla frontiera del visibile, di quanto che si offre allo sguardo e attraversa il campo dell’apparenza. Il mondo come immagine rinvia a se stesso, è offerta della visibilità.

Non che in poesia non vi siano elementi astratti, concettuali. Ma questi sono come presi in figura. E’ per così dire la loro pelle ad entrare nei versi. A differenza delle arti visive, in poesia, almeno in quella lineare, l’unica materia di queste figurazioni sono le parole. Fare presa sul fondo iconico del linguaggio, sul fatto che il linguaggio può essere usato come immagine di qualcosa, ma è esso stesso figura, figurazione disposta nello spazio.

Se la poesia fosse un’arte biometrica ante litteram. Biometrie. Una tecnologia dell’identità, perché attraverso la parola e la sua scansione un vivente registra la sua presenza e si rende rintracciabile nel silenzio stellare. A differenza delle tecnologie biometriche contemporanee, non procede unicamente a quantificare e digitalizzare dati biologici. Un’arte biometria arcaica, mossa da una tensione trasfigurante: una biologia della voce, che dà corpo e forma al grido primordiale. Qui si manifesta un’ambiguità irresolubile: la volontà di dare forma all’esperienza, in ogni espressione poetica riuscita, si rovescia nel riconoscimento di una forma già presente, che tuttavia non può essere senza l’effetto di voce che la mette in salvo.

Non tutte le cose si lasciano dire allo stesso modo. Un diario in versi ha preso forma dapprima dall’esposizione diretta  e dalla percezione che qualsiasi resoconto narrativo sarebbe stato inadeguato all’esperienza in cui si era immersi: un viaggio da Venezia a Sarajevo, non progettato, in cui ti sei trovato come catapultato all’improvviso. Canti ostili: che cosa rimane della poesia, della sua forza di aderenza, della sua capacità di visione, laddove la nostra umanità sembra azzerata? Accorgersi che quella domanda non potrà mai trovare una risposta adeguata, e iniziare a scrivere questo diario, è stata una cosa sola. “Gli occhi degli uomini furono fatti / per guardare: e lasciateli guardare”. C’è una resistenza dello sguardo sorda a ogni smentita: i nastri di Sarajevo sono una registrazione di questa attitudine, di questa ostinazione. Ed è per questa esigenza di aderenza che i versi di sarajevo tapes conoscono una metamorfosi continua, variando in ogni quadro, senza appagarsi di una sola forma: reagendo, credo, all’urto delle cose, di una realtà che continua a mostrarsi perturbante, nonostante il necessario tentativo di ritornare ad una normalità, di ripristinare il trascorrere ordinato dei giorni.

Questa poesia, un’adesione al visibile, è insieme un far vedere, un mostrare, offrire allo sguardo. “Romea, mattina” inizia da questo esercizio di visione, di contatto con il visibile, di adesione al “volto lucente del mondo”: si tratta di vedere esattamente, di cogliere in modo perspicuo quanto si mostra. Noi viviamo nella cecità, i nostri occhi obliterano ciò che si presenta, e per lo più non vediamo nulla. La forma di visione cui aspira questa poesia è una visione della singolarità dell’immagine: questa strada, questo pioppo, questa casa insaponata nella nebbia. Non è il tipo, l’individuo generico, ma la singolarità di questa cosa.  Ma nella visione, questa tratto altamente individuato, questa differenza intrinseca, è colta insieme come qualcosa di universale, l’universalità di questa contingenza. La visione cui tende è manifestativa. Si tratta di liberare l’immagine, manifestarne l’impermanenza, rendere giustizia alla sua individualità.

L’elemento ritmico non è solo l’ossatura, ma anche il nucleo generativo de La divisione della gioia. E’ come se versi, strofe, sintassi, punteggiatura fossero definiti entro una partitura ritmica, una trama che produce lo scorrimento delle immagini e delle voci in sequenza. Non è però una questione formale, perché è solo nella sostanza ritmica che esiste e prende forma il coro di voci, la pluralità di soggetti e tableaux vivants che vengono alla luce e si alternano con l’andamento ora di un tu, ora di un noi, ora di un io. La frase di Hopper – “I was more interested in the sunlight on the buildings and on the figures than in any symbolism” – sembra dire in modo perfetto qualcosa che sta al centro della sua stessa esperienza pittorica, e che riguarda il ripensamento della dimensione figurativa dell’arte. E’ nell’alternanza di luce e ombra che prendono rilievo le figure di “Ogni cosa”, come se altra sostanza non vi fosse che questo manifestarsi. Non si tratta però di epifanie, di momenti di illuminazione improvvisa che intervengono a rompere la trama continua ed opaca della vita ordinaria. La luce interviene qui invece come ritmica dell’esistenza: scorrimento e svolgimento del quotidiano nella sua sostanza filmica.

Ora per allora. Ripenso all’immagine di quei camminatori, la loro evidenza ricorrente, come una sorta di mito, una narrazione per figure – un resoconto, dalla voce di un cronachista – dove l’elemento iconico prevale su ogni altro registro. L’ambivalenza del mito, dove ogni immagine si lascia interpretare in vari modi  senza che alcuna trascrizione possa esaurire l’elemento perturbante dell’immagine stessa nella sua evidenza preconcettuale. Nei camminatori l’immagine è interrogata nella sua ambivalenza, nella sua terribile ambiguità: quale spazio di un attraversamento. Il visibile si manifesta qui come una frontiera, la frontiera del visibile che queste presenze attraversano, transitando nel nostro campo percettivo. La visione è perspicua, chiara, estremamente nitida: ma ciò non toglie che ad essere visto esattamente sia qualcosa di indefinito. Questa chiarezza, questa alta definizione, appare come qualcosa di altamente indeterminato e ambiguo. Tutto accade ovunque. Una radicale estraneità, la radicale estraneità dell’esperienza di questo mondo. Se un mitologema parla di noi, del contemporaneo. Un’immagine ci ossessiona, ci ha invaso. Come possiamo ridescrivere criticamente la nostra forma di vita? Prova a metterla in sequenza, disporla in figura. Non interpretare, mostra.

Nota

Ne Gli aspri inganni tentavo una forma liquida di poemetto. In Biometrie emergevano modi di presentazione seriale, secondo progressioni metriche. Canti ostili era poi pensato come un concept album, centrato sulla scansione documentale di sarajevo tapes – una serie di campionamenti d’esperienza, nella forma del diario di un viaggio da Venezia a Sarajevo e ritorno. La divisione della gioia: la forma lunga diventa dominante e va a costituire un ensemble poematico: l’anta centrale di circa 700 versi – il poema, articolato in quatto movimenti, che occupa la seconda sezione e dà il titolo al libro – funge da attrattore rispetto alla prima e alla terza sezione, che rappresentano una sorta di suo sviluppo per variazioni, gemmazioni, e stacchi formali. I camminatori e poi Tutto accade ovunque sono costituiti interamente da serie che vanno a comporre, per iterazione, un’unica sequenza. Da dove nasce tutto questo? In parte si lega alla genesi di questi testi: è come se vi fossero degli strati differenti, a diverse profondità tettoniche, che corrono paralleli, e vanno aggregandosi autonomamente secondo una loro logica, finché qualcosa non emerge dal sottosuolo come un oggetto riconoscibile che mi forza a pensare il progetto di un libro. Questi libri tagliano trasversalmente il piano cronologico: ciascun libro contiene strati testuali contemporanei se non antecedenti rispetto a quelli che lo precedono. Le date di pubblicazione sono confini arbitrari, segnaposto dove qualcosa torna ad accadere.

 

Nota biografica

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), vive a Milano. E’ cresciuto nella provincia emiliana, ha passato molti anni a Venezia e ha vissuto e studiato per lunghi periodi in Germania e in Francia. Ha pubblicato in poesia: Tutto accade ovunque (Aragno, 2016), i camminatori (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013); La divisione della gioia (Transeuropa, 2010), canti ostili (Lietocolle, 2007), Biometrie (Manni, 2005), Gli aspri inganni (Lietocolle, 2004). Co-direttore della rivista di poesia, arti e scritture L’Ulisse, è resident dj su le parole e lecose e tra i fondatori di puntocritico. Ha ideato con Paul Vangelisti il poster periodico 2×2 e cura a Brera la collana di multipli coincidenze e il laboratorio da>verso: transizioni arte-poesia. Sue poesie sono state tradotte in Francese, Inglese, Tedesco, Spagnolo e Cinese. Ha tradotto poesia e saggistica, ed è autore di contributi sul pensiero contemporaneo e la teoria critica. Insegna filosofia teoretica all’Università di Parma.

 [Auto-antologie prosegue con Italo Testa e il suo percorso poetico. Appartengono alla stessa rubrica gli spazi dedicati a Francesco TomadaVincenzo FrungilloFrancesco FilìaViola AmarelliEugenio LucreziRenata Morresi , Gianni Montieri e Giovanna Frene.  Una mia lettura critica dei testi poetici di Italo Testa si può leggere qui B.C.]

Auto-antologia-7. Italo Testa è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Prove d’ascolto #20 – Luigi Severi https://www.nazioneindiana.com/2018/01/21/prove-dascolto-20-luigi-severi/ https://www.nazioneindiana.com/2018/01/21/prove-dascolto-20-luigi-severi/#respond Sun, 21 Jan 2018 13:00:02 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=71629 scene dal pandemonio
(leggenda dei diecimila martiri, Pontormo)

 

Clavis, o vero, un viso più vermiglio
intinto, a chiazze, di metallo, sugo
quanto: Il raccolto è la fine del mondo (Newton, I.I, f.31)
o anche succo d’uva, un sole a mezzanotte / la discesa,
che dentro questo tornio / la deriva
strizza, incorpora, imbratta / riscàpitola
e poi, sarà la tua più greve / da tutto questo tornio
c’è una goccia
da tutto questo, cornea incide, a graffio
sul fondo del metallo, a tinta forte
clavis apocalyptica (dicevano
 

 

 

 

 

lavorazione del ferro, tecniche: del generale
Westermann il 23 dicembre, nei (c’è sempre
questa data, cronometro: punto nel calendario
giorno da ricordare, a chi ne sa di più
per conversare) pressi di Savenay, lettera,
in bello stile, ori, maestro di eleganza,
punto giusto, alla giusta
temperatura (Maxwell fu il mago, Boltzmann, di funzione,
un’energia compresa tra, una velocità compresa,
particella, in un sistema isotropo,
lineare – magicamente
termalizzato – che però non
turbolenza, effetto farfalla, guardare anche
al gatto di Arnold – da un particolare – l’esplosione – ai piccoli di donna
guardare anche: sotto gli zoccoli, vestiti secondo la moda
della campagna, sciatta, molti gatti in proposito, in svelta
fuga – e la terra che li filtra, farfalla che riposa, terra che ricompone
le scomposte presenze, scioglie in fiume / quando poi:
non è questione di punizione ma
soltanto di esattezza, per essere cartesiani: essenzialmente.…

Prove d’ascolto #20 – Luigi Severi è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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scene dal pandemonio
(leggenda dei diecimila martiri, Pontormo)

 

Clavis, o vero, un viso più vermiglio
intinto, a chiazze, di metallo, sugo
quanto: Il raccolto è la fine del mondo (Newton, I.I, f.31)
o anche succo d’uva, un sole a mezzanotte / la discesa,
che dentro questo tornio / la deriva
strizza, incorpora, imbratta / riscàpitola
e poi, sarà la tua più greve / da tutto questo tornio
c’è una goccia
da tutto questo, cornea incide, a graffio
sul fondo del metallo, a tinta forte
clavis apocalyptica (dicevano
 

 

 

 

 

lavorazione del ferro, tecniche: del generale
Westermann il 23 dicembre, nei (c’è sempre
questa data, cronometro: punto nel calendario
giorno da ricordare, a chi ne sa di più
per conversare) pressi di Savenay, lettera,
in bello stile, ori, maestro di eleganza,
punto giusto, alla giusta
temperatura (Maxwell fu il mago, Boltzmann, di funzione,
un’energia compresa tra, una velocità compresa,
particella, in un sistema isotropo,
lineare – magicamente
termalizzato – che però non
turbolenza, effetto farfalla, guardare anche
al gatto di Arnold – da un particolare – l’esplosione – ai piccoli di donna
guardare anche: sotto gli zoccoli, vestiti secondo la moda
della campagna, sciatta, molti gatti in proposito, in svelta
fuga – e la terra che li filtra, farfalla che riposa, terra che ricompone
le scomposte presenze, scioglie in fiume / quando poi:
non è questione di punizione ma
soltanto di esattezza, per essere cartesiani: essenzialmente.
 

 

 

al centro la figura la
corona: membrane da riscrivere, troppo presto
troppo spesso cedute, al primo assalto
ti risponde / un fatto di ricambio, di pulizia
non sono tanti batteri quanto quei volti informi, cuti spaccate,
matasse di peli, i loro umori
di secondo in secondo (pensaci) essudati
fuori dalle pareti, senza ordine o mistero, in questa stessa
aria  – il piombo, il metallo ha una struttura
più igienica, in certe condizioni
metabolismo e riproduzione, e cambia lato e forma, ma non sporca,
conduce, urta, non cede, lacera bene i canali interni – questo dice
mentre in modo garbato sputa le olive amare
nella mano del trace, che lo netta
senza emettere voce, inessenziale

 

 

 

 

 

 

il luogo lo riconoscono, convergono due valli,
acque del Narew acque del Biebrza,
paludi, comunità instabili, ditteri, emitteri, odonati,
molluschi gasteropodi, le case
di paglia e legno come nei libri, troppa pianura, a nudo,
con una buona corsa ti raggiungo

 

rzeź i rabacja, rzeź i rabacja, rzeź i rabacja
se hai buona attrezzatura, in qualche giorno
uccelli migratori (posizione): lo svasso collorosso,
pagliarolo, piovanello pancianera, persino il
combattente in abito di nozze

 

migrazioni stagionali o occasionali
il pettirosso usa le linee del campo magnetico
lo storno ha la rotta nelle ali
altri la apprendono
cadere in mare fa parte
(posizione del sole, delle stelle)
essere predati fa parte

 

(ma chi si teneva il bottino nascosto nelle scarpe riuscì a tenerselo
(a quel punto mi rintanai in casa

 

 

 

 

 

 

luoghi più conosciuti: Belaja Cercov’,
cifra: 90, foto sull’intonaco
che ingoiato sprigiona: colla di pesce
saccarina corteccia d’olmo cere,
tutto sta nel rispetto dei princìpi, voglio dire:

 

fastidioso quest’obbligo a essere tragici, si
ripeteva Marsia discendendo, oltretutto
ora che ci hanno stroncato ci odieranno per sempre / preferibile
direi l’osteologia: spiccare l’epistrofeo
recidere le apofisi traverse e spinosa
le 3 o 4 vertebre coccigee – l’angiologia seziona
roba sporca – Marsia fischiava, in disavanzo, il motivetto
stringendo il suo diaspro (forse da aspis, serpe)
dicendosi: è buono dopo il sangue (in rima con: angue),
correttamente usato apre alla pioggia,
spiaga, persino (se sei contadino, ti sei sporcato le mani)
fertilizza

 

 

 

 

 

 

insomma – ripeteva, rideva, giacendo
nessuno lo sa dove muoiano gli uccelli
se sopra il mare, o piuma per piuma,
gocce di cera

 

rideva anche perché: Ostologoi / buon mestiere, un / radici di pino
bruciate dal fuoco / la poiana la quale, pazienza di ore,
di giorni / e prima di cadere / e in cammino da sempre / e
su tritumi: ricomponete il mosaico / (sempre se: mentre dormi
mentre enormi / cordami e peci e lunghe funi di lino
crudo

 

distese, pochi villaggi, fumo / da queste parti
si ha paura dell’estate: prendete nota di ogni cosa
(per il rosso:

 

distese, poco profumo, sempre un sole bianco,
chi getta il mantello verso il fuoco, chi scava con l’unghia
(pochi frammenti scelti: etmoide nasale, vomere, cornetto lacrimale / finalmente
potrò mangiare in qualche modo l’erba viva (c’era
un sacco di gente / tutti quei nomi / appena mi vengono in mente
ve li dico) carnalmente, desiderando niente, prima che il sonno
sotto al suo silicio

 

ho speranza che non danzeranno […]
in inverno, quando verrà […]
(seguono alcuni versi mutili)

 

 

 

 

pezzi di intonaco, bellezza
escoriata ma poco (principi emollienti)
studio a seguire, dei Lagerstätten, vermi con tanto di parti molli
in bella mostra, meduse artropodi,
l’estinzione di massa o una crisi biologica, altro che

 

(eppure l’ho sempre sbarbata bene / Hirsch-Schechter,
23 giugno ’43

 

 

 

 

 

 

fasi acute di Marsia, febbri quartane, che in qualche modo
scolpano / emorragiche:

 

vestirsi di tutto punto, sorridere
al cane, trovare sempre il punto giusto
(tavola, dietro il corpo dell’uomo, centimetri
65×73, al lato opposto)

 

(se fossi vivo
ti schiaccerei questa maschera sull’altra: qualcosa,
di buono da ammiccare in piscina / frazioni di secondi / a gambe
dischiuse: sotto al sole,
in lingua originale: poi

 

punto, a capo: mentre evacua
ma senza fretta, a mente stretta, esatta
liquidazione mensile giornaliera
straordinaria – rivedere la curva di Phillips, i
profitti, le rese – via dicendo

 

(eppure non esagera mai: anche loro avevano
la tosse, non smette di saperlo, tracce umide nelle pieghe – chissà poi dei batteri
intestinali – le 1150 specie popolanti – cosa ne resta, quanta strage
in tutto quell’ammasso:

 

e dopo tutto Marsia scende le scale, scende in piazza,
cammina, non sa se solo, oggi, o quanti di meno, di più / sa (lalléro)
cantare (con permesso, intendendo)
sa rimanere perfettamente muto
sa nascere ogni volta che
sa usare l’anafora per tenere a distanza
sa fissarsi a una roccia, aspettando il suo turno

 

(proprio vero, al contatto con l’aria
la mioglobina della carne si ossida / si imbruna, ecc. / nel poco lustro
luccicava come il crisolito (cit.) / il lustro, l’ombra / phàos, per dire,
comune a tutte le cose, e che le avvolge e, e, che

 

di nuovo punto, a capo: forse luoghi: una porta per esempio
che si apre a Jedwabne, o per niente /una finestra di
possa vedere – una via (ripetizione, sempre
ripetizione: se il crac di un cofano sia in qualche modo paragonabile
al rumore di un osso che si spezza
(e spezzato da cosa, bisogna distinguere l’azione

 

(per il rosso: apothéte, deposito / miasma si diceva / ostro sidonio,
dal murice comune, per le strade, quel tanfo di agonie, parto di mare,
colorare le vesti migliori / il lustro, l’ombra dove finisce / palaiòn
menimàton / ovvero antiche, lo sa

 

(domandare, sciogliti in elisir, distillazione, terza frazione è il fuoco
somministrato / guarda

 

: anch’io una volta, da giovane, avevo la lingua impacciata

 

 

 

 

 

 

detto in tre movimenti
(razionale):

 

Lucrezio (che ho studiato, da giovane) rimane:
multaque res subita et paupertas horrida suasit
(cioè tutto intorno, a cornice, a
rigore: un segno di tramonto, poche nuvole)
potius quam corpora […]

 

(e nel taccuino rosso: nothing for any purpose – l’estinzione
del gruppo non sorprende
più di quella del singolo – recalcitra e vedrai – olio
su tela

 

due linee lunghe, una spezzata:
la mitezza penetrante,
il vento

 

 

 

 

*

 

Note a scene dal pandemonio di Luigi Severi

di Nicola Ponzio

Una possibile chiave/clavis di lettura di scene dal pandemonio ci viene offerta da Severi nella chiusa della prima poesia, laddove citando la Clavis Apocalyptica di Joseph Mede (a cui Newton riconobbe il merito di aver dato un metodo all’Apocalisse) ci introduce a temi di carattere escatologico e/o apocalittico: il raccolto è la fine del mondo (parabola della zizzania, Matteo 13,24-30). Si passa così, sin dai primi versi di questo notevole poemetto, dal pandemonio prospettato dal titolo all’Apocalisse, ovvero, etimologicamente, alla rivelazione. Salvo poi constatare, nel corso delle varie scene, che ciò che sarà rivelato attraverso una sottile quanto mobile esegesi dei Diecimila martiri di Pontormo (tavola, dietro il corpo dell’uomo, centimetri 65×73, al lato opposto) altro non è che un dispositivo poetico affatto originale, atto a dislocare o a rintracciare per vie traverse, lacerti di memoria che riconducono a stragi e orrori di cui sono costellate le vicende umane. Prende forma in tal modo una poetica della precarietà fondata su cumuli di macerie ed erudizione, con la quale Severi prova a leggere la storia presente.

Invero, il quadro di Pontormo che fa da sfondo a questa crudele disamina dei conflitti umani, o meglio dell’oppressione fondata sul dominio dell’uomo sull’uomo, è il supporto iconico che sostiene la trama di un ampio e coerente repertorio di sostanze, di oggetti, date, avvenimenti storici, toponimi, antroponimi, e ancora termini e teorie scientifiche, brani in lingua originale, titoli di trattati e parti anatomiche disseminate a tratti: spiccare l’epistrofeo / recidere le apofisi traverse e spinosa / le 3 o 4 vertebre coccigee.

Sempre sul fronte iconico rintracciamo una catalogazione scrupolosa delle variegate sostanze minerali e organiche (bitume di Giudea, nero di aloe, aloe caballino, cinabro o solfuro di mercurio, ostro sidonio etc.), dalle quali venivano estratti i colori in uso tra i pittori rinascimentali. A tale materiale coloristico, reso tattile e pastoso dalla precisione terminologica, Severi combina e rimescola, attraverso un magistrale travestimento poetico, la materia organica dei corpi sottoposti al martirio o già decomposti nel ciclo del carbonio: (tecniche: nero di aloe, di decomposizione, e sotto i non arresi, / è il ciclo del carbonio: resti di alghe, gusci, / scheletri qualunque, frotte di volti resi – stendi uno spessore (…).

È la stessa materia poetica, dunque, a diventare l’oggetto ideale di verifica del pandemonio (termine, ricordiamolo, coniato da Milton nel Paradiso perduto). Connotati da un denso materialismo linguistico, i versi di Severi sperimentano in vivo sul corpo del linguaggio. Quest’esigenza iconoclasta di superare una scrittura meramente denotativa, non impedisce all’autore di ricorrere in maniera efficace alle figure di ritmo, quasi a voler assicurare un qualche ordine al pensiero, proprio attraverso una misura e una cadenza. Già l’incipit è illuminante: Clavis, o vero, un viso più vermiglio. Subito si dispiega un universo di suoni, ritmi e significati ad essi collegati tramite un sapiente impiego delle allitterazioni: camminiamo su tele / di tegumenti, tegole (…). Ecco un altro verso esemplare di questa ricerca: conduce, urta, non cede, lacera bene i canali interni – questo dice (…), e potremmo proseguire. Ordine e caos, linearità e complessità, micro e macro si alternano in un procedere disincantato, intrecciando orizzonti culturali di differente provenienza. L’uso assiduo di termini scientifici che spaziano dall’anatomia alla geologia, dalla fisica alla biologia, includendo storiografia, antropologia, religione e mito, contribuisce a creare uno spazio turbolento e spaesante. Il ricorso moderato a neologismi come riscàpitola, spiaga, lalléro, unito a un lavoro mai banale sulle interpunzioni (con parentesi che rimangono in sospeso senza chiudersi, per esempio), concorre segnatamente a sostenere tensione ritmica e rigore analitico.

Seguiamo alcune tracce lasciate dall’autore nel suo testo. Con l’eccezione delle Guerre di Vandea, ci ritroviamo calati in alcune località tristemente note dell’Europa Orientale, che vanno dalla Romania alla regione storica della Galizia, situata tra la Polonia e l’Ucraina: Buczaz, Jedwabne, Tarnopil, Belaja Cerkov’. Luoghi che testimoniano indicibili efferatezze, pogrom, stermini di ogni sorta perpetrati ai danni di esseri inermi e innocenti. Non si tratta quindi di interpretare ma di seguire con attenzione i molteplici riferimenti disseminati da Severi nel suo percorso/discorso.

Paradigmatica la scena che vede come protagonista François Joseph Westermann, generale francese dell’esercito repubblicano noto per le atrocità compiute nelle Guerre di Vandea, e autore di una lettera al Comitato di salute pubblica del 23 dicembre 1793, in cui dà conto dei massacri. Severi descrive lo scempio scompaginando sintatticamente la funzione di distribuzione delle particelle, nota come distribuzione di Maxwell-Boltzmann: un’energia compresa tra, una velocità compresa, / particella, in un sistema isotropo, / lineare – magicamente / termalizzato – che però non // turbolenza, effetto farfalla, guardare anche / al gatto di Arnold (…). Salvo poi trattenersi sulla quiete che segue i massacri, come per porre l’accento sull’ineluttabilità dell’ordine cosmico: e la terra che li filtra, farfalla che riposa, terra che ricompone / le scomposte presenze, scioglie in fiume (…).

Sorprende che l’autore, in questo bailamme di corpi esaminati sul pendio, di decantazioni di fluidi corporei e tanfo di agonie, non prenda parte al gioco con argomenti di natura etica, ma si limiti inflessibile a proseguire l’elencazione dei fatti: non è questione di punizione ma / soltanto di esattezza, per essere cartesiani: essenzialmente. Si delinea così un confronto con la poetica di Durs Grünbein, profondamente influenzata proprio dal razionalismo cartesiano. Eppure, in apparente contrasto con questo rigoroso quadro concettuale, Severi inserisce persino un riferimento agli antichi riti salvifici legati alle pratiche di guarigione, citando l’espressione palaion ek menimaton, tratta dalle Phoenissae euripidee, a dimostrazione di una dubbia univocità dei significati concernenti una valida descrizione/comprensione della realtà.

È inerente a questa doppia oscillazione la forza persuasiva della poesia di Severi. Egli osserva, esamina, testimonia, quindi sperimenta nel corpo della scrittura rifuggendo da qualsiasi retorica consolatoria, consapevole del fatto che solo una registrazione analitica e minuziosa degli eventi potrà restituire, ben oltre ogni effetto esiziale, un significato al mondo, preservandoci dalla definitiva barbarie.

Affrontare il dolore nominandolo, è questo il compito del poeta. Non è necessario farsi coinvolgere emotivamente per essere convincenti o per avvicinarsi alla verità fenomenologica dei fatti: fastidioso quest’obbligo a essere tragici, si / ripeteva Marsia discendendo (…). È indicativo, a questo proposito, come Severi accennando alle acque del Narew e del Biebrza, fiumi polacchi da sempre teatro di stragi e incursioni – rzeź i rabacja, rzeź i rabacja, rzeź i rabacja – si soffermi amorevolmente sulle migrazioni stagionali o occasionali, informandoci che il pettirosso usa le linee del campo magnetico / lo storno ha la rotta nelle ali (…) e che cadere in mare fa parte (…) / essere predati fa parte. È questa la natura delle cose: Lucrezio (che ho studiato, da giovane) rimane (…).

Pertanto nothing for any purpose, nulla per alcuno scopo, come enuncia una nota inquietante scritta nel taccuino rosso da Charles Darwin intorno al 1836. Era da poco sbarcato dal Beagle dopo cinque anni di navigazione intorno al globo terracqueo:– l’estinzione / del gruppo non sorprende / più di quella del singolo – recalcitra e vedrai – olio / su tela (…). Così va il mondo, ci suggerisce Severi, “per quanto piccole cose offrano la traccia di grandi eventi1”.

 

 

 

Note

 

  1. dumtaxat rerum magnarum parva potest res/ exemplare dare et vestigia notitiai (Lucr., DRN II,123-124).

 

 

*

 

Prove d’ascolto è un progetto di Simona Menicocci e Fabio Teti

 

 

 

Prove d’ascolto #20 – Luigi Severi è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Repoetage: ode ai penultimi https://www.nazioneindiana.com/2018/01/21/ode-ai-penultimi/ https://www.nazioneindiana.com/2018/01/21/ode-ai-penultimi/#respond Sun, 21 Jan 2018 06:00:21 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=72221  

I Penultimi

 

di

Francesco Forlani

Se ne stanno seduti i penultimi
alle cinque e mezza del mattino
tutti occupati i sedili sulla banchina
prima che il primo treno del giorno
salpi e porti per mari di moquettes
e vetri negli uffici le donne delle pulizie
o gli operai giù in fabbrica, i travet per piani
senza più nulla chiedere né altro domandare
– colpisce del signore ben vestito accanto
la cura che malgrado il buio dell’ora
ha messo nel lucidare le sue scarpe .…

Repoetage: ode ai penultimi è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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I Penultimi

 

di

Francesco Forlani

Se ne stanno seduti i penultimi
alle cinque e mezza del mattino
tutti occupati i sedili sulla banchina
prima che il primo treno del giorno
salpi e porti per mari di moquettes
e vetri negli uffici le donne delle pulizie
o gli operai giù in fabbrica, i travet per piani
senza più nulla chiedere né altro domandare
– colpisce del signore ben vestito accanto
la cura che malgrado il buio dell’ora
ha messo nel lucidare le sue scarpe .
Fa un certo effetto vedere passare senza sosta
il primo treno senza persone, scivolare via
fino al capolinea da cui ripartirà subito dopo
come se fosse quella la rincorsa necessaria,
e pare salutare tutti come un medico
che all’orario di apertura ai pazienti sussurra
-buongiorno, nella sala d’attesa, senza indossare il camice
e fa solo un cenno per aria a dire,
è ora, siamo pronti a partire .

 

*

 

 

27 settembre 2017

Come davanti alle vetrine dei negozi
della haute couture in Avenue Montaigne
così il convoglio dei penultimi
passa davanti alle metrò dei ricchi
e famosi l’Odéon, St Germain de Prés
valgono il passaggio in questa vera alba
perché nero è il colore della pelle
e perché fuori l’alba è ancora senza luce.

*

Come penultimi oggi eravamo tanti
e del nuovo anno avevamo l’estro
di schienadiritta non piegata ancora
dall’ora presta, dal rintocco genuflesso.

E sul tratto di strada- questo volevo dire-
che ci separa, stavolta all’uscio dei portoni
v’erano pini muti e senza luci,
su un lato riversi parevano dormire,

Custodire tra i rami come nidi il ciuffo
dei sogni sognati dai bambini coi pacchetti
regalo degli adulti apparenti donatori.

 

così ci diamo al mondo anche noi.

 

*

Perfino tu, penultima luna
te ne stai appoggiata su un tetto
come una virgola ingrassata
e gravida di penurìa di tempo.

Così ripenso a quella notte
che alla coperta del clochard
distesa sul marciapiede ,sulla grata

del metrò che sbuffa ad ogni ora

era cresciuta la faccia con un raggio
di luna che la faceva pulita e fine
come la maschera del poeta Baudelaire
al cimitero a Montparnasse

E bello è stato, quando oramai il vagone
lambiva l’incerto confine della Normandia
levando al cielo gli occhi ed il cappello
vederti alta in firmamento scuro come un’origine.

*

Cari penultimi vi devo raccontare
di come per tratti di strada
a quest’ora che perfino il vento pare
sussurrare cose dai portoni delle case
la Ville Lumière espone dei tableaux vivants
nella morsa di freddo e tra le grate
che sbuffano nuvole di fumo bianco.

Ora i due amici sulla strada coricati
come un allora facevamo da bambini
capa e piedi, cappa e spada,
come una scarpa fa con l’altra
per guadagnare spazio in quella congruenza.

Mentre più in là oltre l’insegna
ci sono i due amanti sopra a un materasso
matrimoniale e senza muovere un dito
– a stento respirare-
come il filo al gomitolo l’uno intorno all’altra.

Così mentro scendo le scale
appena illuminate dalla scritta gialla
mi chiedo quando è stato
che il vulcano ha incendiato i corpi
e ricoperto di cenere ogni grazia.

*

C’est l’heure! C’est l’heure!
pare che dica dall’alto della torre
l’orologio che domina la strada
e il palazzo della mairie del dodici.

Dei penultimi ora mancano all’appello
i bianchi, le donne delle pulizie,
i commessi viaggiatori e i pendolari
ci sono solo gli operai e la pelle è nera.
(per lo più, innanzitutto)

Poco distante c’è un signore
che a prima vista pare normale
pure a quell’ora che è minima
se non avesse per calze delle buste
di plastica che dall’orlo sbuffano.

Le ginocchia di un manovale
contro le mie altrettanto
impegnato nel flusso passeggero
della prima metro.

E ce ne stiamo attaccati
studenti ed operai
come le lancette
di un orologio che segni
l’esatta metà del giorno
(e della notte)
c’est l’heure! c’est l’heure!

Così penso alla runner
incontrata all’incrocio poco prima
e al braccialetto che portava al gomito
orologio anch’esso divenuto
da misuratore del tempo contabile dei passi.

*

 

Nelle ore in cui soltanto i topi
la fanno da padrona
e l’eco dei passi non li sveglia
né li fa fuggire dalle feritoie
che accolgono l’asfalto delle strade
s’ode dei matti l’orazione
alle stelle ormai scappate via
una nenia che è una forma di preghiera
una ninna-nanna al cuore che protegge
il sonno in quell’ora presta dei piccini
disseminati nei palazzi tutti intorno
cullati da lucine di notte disposte dalle madri
ma sono loro, i matti, che sorvegliano i sogni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Repoetage: ode ai penultimi è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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https://www.nazioneindiana.com/2018/01/21/ode-ai-penultimi/feed/ 0
Paoletta https://www.nazioneindiana.com/2018/01/19/paoletta/ https://www.nazioneindiana.com/2018/01/19/paoletta/#respond Fri, 19 Jan 2018 06:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=71987 di Emanuele Kraushaar

Paoletta me la ricordo bene. Era mora e piccola. Era più bella delle altre di molte volte.
Anche era più silenziosa delle altre.
Era un giro avanti a tutte e io nel bosco col fazzoletto al collo mi ero innamorato di lei, e lei mi aveva chiamato con il nome di un altro e allora io nel bosco le avevo risposto che non ero lui, perché avevo paura che poi lui mi avrebbe fatto del male, perché io sempre avevo paura degli altri e soprattutto del dolore, che qualcuno mi spegnesse una sigaretta addosso, com’era capitato alle medie, o mi facesse girare tenendomi per i piedi sfiorando la polvere, i sassi e ancora la polvere con la testa, o mi dicesse che ero un verme schifoso coi capelli, uno più grande una volta mi aveva detto proprio così, che ero un verme schifoso con i capelli e poi si era gettato sul corpo di una mia compagna di classe e tenendola ferma sul pavimento le aveva sfilato i pantaloni, mentre uno più piccolo di lui le saltava addosso o forse il piccoletto era una mia allucinazione e io vedevo davanti ai miei occhi i lividi che si formavano come fiori sulla sua pelle; io comunque avevo paura di tutto, anche se Paoletta nel bosco voleva me, mentre gli altri erano intorno al fuoco e anche il suo ragazzo con le labbra enormi era davanti al fuoco, e lei mi chiamava col nome del suo ragazzo e faceva apposta confusione, forse anche lei aveva paura, ma lei aveva anche le idee chiare, voleva sfiorare le mie labbra, mettere la sua lingua nella mia bocca e poi tenere gli occhi chiusi per sempre, perché certi momenti uno vuole che non finiscono mai e Paoletta voleva stare appiccicata a me con le sue labbra sulle mie per sempre, per sempre voleva starmi attaccata e ramificare ogni cosa dentro e fuori di me, ma sempre con me accanto e in effetti lei non aveva più paura, o meglio forse aveva paura e anche freddo, ma non le importava più di tanto, stava scivolando verso di me alla velocità della luce che è la velocità di chi si innamora e non ha più tempo per nient’altro e non gli importa più nulla, io invece avevo iniziato a tremare un po’ per il freddo, un po’ per il pensiero del suo fidanzato e delle sue labbra enormi che mi avrebbero potuto risucchiare e per un attimo mi venne da pensare che quello mi avrebbe messo la lingua dentro la bocca e magari sputato e fatto urlare di dolore giusto per il gusto di farmi urlare, e poi mi avrebbe costretto a dire il nome di Paoletta più volte, e allora io avrei gridato Paoletta Paoletta Paoletta, magari l’avrei detto cento volte o anche duecento o all’infinito avrei ripetuto Paoletta Paoletta, perché il suo fidanzato voleva così, che ripetessi Paoletta e stessi in ginocchio di fronte a lui, tenendomi stretto tra le sue mani gigantesche come le sue labbra che ogni tanto si staccavano per fare uscire la lingua che mi leccava sui capelli e magari io per un attimo mi sentivo veramente un verme schifoso coi capelli, e avrei voluto dirgli che Paoletta aveva scelto me e scegliendomi nel bosco mi aveva chiamato con il suo nome, e quello avrebbe sfilato la cintura dai suoi pantaloni e avrebbe iniziato a frustarmi, ma la verità è che tutte queste paure erano racchiuse in una piccola parte del mio cervello che non contava quasi nulla, mentre Paoletta mi soffiava addosso il nome del suo fidanzato scambiando le nostre parti e così la mia voce usciva dalla bocca per dire che non c’era il suo fidanzato nel bosco, ma c’ero io, che il suo fidanzato era davanti al fuoco, e che lei stava parlando con me, allora Paoletta arrossiva nel buio del bosco e nessuno lo sapeva, lo sapevo io perché io la conoscevo da sempre e da sempre avevo gli occhi attaccati ai suoi; poi all’improvviso mi sono sentito come un piccolo insetto della terra, non un verme schifoso, ma un grillotalpa o un qualsiasi animaletto con le antenne: ero all’altezza dell’erba, mentre vedevo Paoletta sempre più lontana da me e irraggiungibile, con le mie antenne che le sfioravano la parte inferiore delle ginocchia ondeggiando avanti e indietro, allora dal fondo della terra dov’ero finito gridavo il suo nome e dicevo Paoletta Paoletta Paoletta, sperando che si abbassasse al livello dove mi trovavo io e diventasse anche lei un umido insetto della terra, e intrecciasse le sue antenne con le mie, ma Paoletta invece di scendere saliva sempre più in alto, anche se quello era il mio pensiero di lei, non era la realtà che invece era un bosco buio e senza contorni.…

Paoletta è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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di Emanuele Kraushaar

Paoletta me la ricordo bene. Era mora e piccola. Era più bella delle altre di molte volte.
Anche era più silenziosa delle altre.
Era un giro avanti a tutte e io nel bosco col fazzoletto al collo mi ero innamorato di lei, e lei mi aveva chiamato con il nome di un altro e allora io nel bosco le avevo risposto che non ero lui, perché avevo paura che poi lui mi avrebbe fatto del male, perché io sempre avevo paura degli altri e soprattutto del dolore, che qualcuno mi spegnesse una sigaretta addosso, com’era capitato alle medie, o mi facesse girare tenendomi per i piedi sfiorando la polvere, i sassi e ancora la polvere con la testa, o mi dicesse che ero un verme schifoso coi capelli, uno più grande una volta mi aveva detto proprio così, che ero un verme schifoso con i capelli e poi si era gettato sul corpo di una mia compagna di classe e tenendola ferma sul pavimento le aveva sfilato i pantaloni, mentre uno più piccolo di lui le saltava addosso o forse il piccoletto era una mia allucinazione e io vedevo davanti ai miei occhi i lividi che si formavano come fiori sulla sua pelle; io comunque avevo paura di tutto, anche se Paoletta nel bosco voleva me, mentre gli altri erano intorno al fuoco e anche il suo ragazzo con le labbra enormi era davanti al fuoco, e lei mi chiamava col nome del suo ragazzo e faceva apposta confusione, forse anche lei aveva paura, ma lei aveva anche le idee chiare, voleva sfiorare le mie labbra, mettere la sua lingua nella mia bocca e poi tenere gli occhi chiusi per sempre, perché certi momenti uno vuole che non finiscono mai e Paoletta voleva stare appiccicata a me con le sue labbra sulle mie per sempre, per sempre voleva starmi attaccata e ramificare ogni cosa dentro e fuori di me, ma sempre con me accanto e in effetti lei non aveva più paura, o meglio forse aveva paura e anche freddo, ma non le importava più di tanto, stava scivolando verso di me alla velocità della luce che è la velocità di chi si innamora e non ha più tempo per nient’altro e non gli importa più nulla, io invece avevo iniziato a tremare un po’ per il freddo, un po’ per il pensiero del suo fidanzato e delle sue labbra enormi che mi avrebbero potuto risucchiare e per un attimo mi venne da pensare che quello mi avrebbe messo la lingua dentro la bocca e magari sputato e fatto urlare di dolore giusto per il gusto di farmi urlare, e poi mi avrebbe costretto a dire il nome di Paoletta più volte, e allora io avrei gridato Paoletta Paoletta Paoletta, magari l’avrei detto cento volte o anche duecento o all’infinito avrei ripetuto Paoletta Paoletta, perché il suo fidanzato voleva così, che ripetessi Paoletta e stessi in ginocchio di fronte a lui, tenendomi stretto tra le sue mani gigantesche come le sue labbra che ogni tanto si staccavano per fare uscire la lingua che mi leccava sui capelli e magari io per un attimo mi sentivo veramente un verme schifoso coi capelli, e avrei voluto dirgli che Paoletta aveva scelto me e scegliendomi nel bosco mi aveva chiamato con il suo nome, e quello avrebbe sfilato la cintura dai suoi pantaloni e avrebbe iniziato a frustarmi, ma la verità è che tutte queste paure erano racchiuse in una piccola parte del mio cervello che non contava quasi nulla, mentre Paoletta mi soffiava addosso il nome del suo fidanzato scambiando le nostre parti e così la mia voce usciva dalla bocca per dire che non c’era il suo fidanzato nel bosco, ma c’ero io, che il suo fidanzato era davanti al fuoco, e che lei stava parlando con me, allora Paoletta arrossiva nel buio del bosco e nessuno lo sapeva, lo sapevo io perché io la conoscevo da sempre e da sempre avevo gli occhi attaccati ai suoi; poi all’improvviso mi sono sentito come un piccolo insetto della terra, non un verme schifoso, ma un grillotalpa o un qualsiasi animaletto con le antenne: ero all’altezza dell’erba, mentre vedevo Paoletta sempre più lontana da me e irraggiungibile, con le mie antenne che le sfioravano la parte inferiore delle ginocchia ondeggiando avanti e indietro, allora dal fondo della terra dov’ero finito gridavo il suo nome e dicevo Paoletta Paoletta Paoletta, sperando che si abbassasse al livello dove mi trovavo io e diventasse anche lei un umido insetto della terra, e intrecciasse le sue antenne con le mie, ma Paoletta invece di scendere saliva sempre più in alto, anche se quello era il mio pensiero di lei, non era la realtà che invece era un bosco buio e senza contorni.
Paoletta aveva la pelle un po’ scura e portava i pantaloni corti, aveva le gambe sottili e una piccola vena verde e rossa si vedeva vicino alla tempia; mentre la stringevo a me, sembrava guizzare via oltre gli alberi più alti e la sua vena pulsava accanto alla mia, mentre intorno a noi non c’era più niente.

Paoletta è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Da che mondo è mondo https://www.nazioneindiana.com/2018/01/18/da-che-mondo-e-mondo/ https://www.nazioneindiana.com/2018/01/18/da-che-mondo-e-mondo/#respond Thu, 18 Jan 2018 06:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=71858 di Francesca Fiorletta

Paolo Morelli ci ha da tempo abituati a una vivace sperimentazione linguistica, e il suo stile – pure cangiante e multiforme – resta sempre, di fatto, ben riconoscibile, puntuale, particolarmente attento alla descrizione di un altrove, fisico o allegorico che sia, quanto pure ottimamente radicato nella società e nel tempo in cui stiamo vivendo.…

Da che mondo è mondo è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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di Francesca Fiorletta

Paolo Morelli ci ha da tempo abituati a una vivace sperimentazione linguistica, e il suo stile – pure cangiante e multiforme – resta sempre, di fatto, ben riconoscibile, puntuale, particolarmente attento alla descrizione di un altrove, fisico o allegorico che sia, quanto pure ottimamente radicato nella società e nel tempo in cui stiamo vivendo.
Così era nel Racconto del fiume Sangro (edito da Quodlibet nel 2013), in cui una passeggiata straniante lungo le dorsali di un fiume ci allontanava dal più classico dei viavai cittadini, restituendoci però una concretezza degli affari quotidiani che senza l’ausilio della giusta distanza facilmente sarebbe sfuggita alle nostre assonnate percezioni; così era pure ne Il trasloco (pubblicato da nottetempo nel 2010) brillante affresco di oggettistica privata e condivisa, atto sviscerato sulla pagina di quella che è stata da più fronti definita come la maggiore fonte di stress e di rinascita tra le abitudini dell’uomo medio contemporaneo. 
Oggi, dopo vari anni e molte altre pubblicazioni all’attivo, Paolo Morelli torna in casa nottetempo, e lo fa – udite udite – con una fiaba per adulti. Da che mondo è mondo è l’espressione di un disagio atavico, la stolida paura del diverso, il terrore inimmaginabile che ogni sorta di cambiamento è d’uso portare con sé.
La narrazione ha un andamento orale, proprio delle vecchie zie che raccontano aneddoti miracolosi ai nipotini, con una lingua mescolata di ricordi e stilemi preziosi, e uno stile surreale quanto basta per aiutarci – ancora una volta – ad aprire bene gli occhi sul mondo di oggi.

Di seguito, un estratto.

*

C’è sicuro gente oggigiorno in questa città, ecco come pensava, diciamo così, entrando nella stazione metro Piramide, c’è gente sicuro che entrata per esempio alla stazione metro Piramide con una certa idea, esce a Termini con un’altra, mentre la loro sfortuna è costante.
E c’è gente che, entrata in un cinodromo e scommesso su un cane assorto per vincere mille euro, dopo venti minuti esce contenta di non aver vinto mille e non solo dieci, persa per persa è sempre meglio… C’è gente pure che di mattina presto, senza nemmeno lavarsi la faccia, entrata in una libreria vede solo persone che conosce, poi guarda meglio e scopre che somigliano a persone che conosce, anche se sono quasi uguali.
Poi di sicuro c’è chi, entrato per sbaglio in una sala dove c’è un convegno sulla malinconia, ne esce dopo sei ore contento come una pasqua… E chi in bicicletta, uscito da casa di un amico che aveva una bottiglia di vino, forse fatato, dopo è entrato nel chiostro di una chiesa e ha cominciato a girare sui sampietrini, a girare, godendosi l’aria annuvolata del tramonto, le rose, le rondini, una specie di estasi era, molto lucida però che lo portava in alto con tutto il giardino sempre più su a girare, le rondini ormai accanto ridevano con lui e si davano molto da fare nei loro voli, mentre a lui non sembrava nemmeno di pedalare e le rose da parte loro profumavano e si spampanavano una nuvola dietro l’altra. Fin quando dal convento sono scese molte sutrine in ordine sparso, scure, la maggior parte indiane e con occhi belli grandi che ridevano, laggiù in fila sulla scalinata guardavano in su e lo seguivano nei suoi giri ed era ora di chiusura. Quest’ultimo qui ha risposto alle suore di aspettare per favore, perché voleva fare cifra tonda…
E poi ancora, fermo alla stazione Tiburtina pensava Saleadore, deve essere come quando siamo su un treno fermo in una stazione che se ne affianca un altro in direzione contraria. A un certo punto ci pare di partire, invece è l’altro treno che se ne va in direzione contraria. Dev’essere così, si diceva nella testa, un’illusione ottica in carne e ossa. Dev’essere come quando si cammina in un bosco da soli, si diceva traversando il parco della Rimembranza, che a un certo punto si prende un ramo secco per un serpente e si rabbrividisce dalla paura. Poi ci si accorge che quello che si è visto serpente è un ramo secco, sparisce il serpente, ma il ramo però non sparisce…
Forse dev’essere come se uno sta leggendo un libro che tratta di mosche assaltante, e nel frattempo viene assalito dalle zanzare…

*

[Qui la mia nota sul Racconto del fiume Sangro: da Reti di Dedalus ]

Da che mondo è mondo è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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async. La poetica di Ryuichi Sakamoto https://www.nazioneindiana.com/2018/01/17/async-la-poetica-ryuichi-sakamoto/ https://www.nazioneindiana.com/2018/01/17/async-la-poetica-ryuichi-sakamoto/#respond Wed, 17 Jan 2018 06:00:04 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=71908

di Giovanna Gammarota

 

“Il cinema è una fonte di grande ispirazione, per questo mi piace che la mia musica assomigli alla colonna sonora di un film. Ciò che voglio comporre è una musica che sia simile a una colonna sonora senza un film particolare”.…

async. La poetica di Ryuichi Sakamoto è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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di Giovanna Gammarota

 

“Il cinema è una fonte di grande ispirazione, per questo mi piace che la mia musica assomigli alla colonna sonora di un film. Ciò che voglio comporre è una musica che sia simile a una colonna sonora senza un film particolare”. (RS)

async – assenza di sincrono. Potremmo anche dire, in una forma più ampia, dissociato. Qualcosa che si stacca dalla realtà per entrare in un territorio altro rimanendo se stessa pur nella trasformazione. async è il titolo dell’ultimo album di Ryuichi Sakamoto. Un interessante esperimento ne accompagna l’uscita, un concorso appena conclusosi: Ryuichi Sakamoto | async International Short Film Competition. Dunque una musica che è immagine e viceversa. Non a caso l’album è dedicato a “un immaginario film di Andrej Tarkovskij”, regista dallo stile cinematografico onirico ma non per questo distante dalla realtà.

Etichettare la musica di Sakamoto ambient, come certa critica suole definirla, è estremamente riduttivo. Si tratta piuttosto di musica per meditare. Non di meno all’interno di questo album vi sono degli elementi sonori che rimandano a quel caos che si concentra furiosamente prima che le cose si chiariscano. Quella di Sakamoto è una musica che trascende il senso del sentire (l’ascolto) per invadere quello del vedere (l’osservare).

Un suono d’organo apre l’album nel brano Andata e lo chiude nel brano Garden, creando una ellissi sonora, una galassia che sembra restare immobile ma che, viceversa, caricata dei miliardi di microcosmi che la compongono, incede.

Proseguendo nell’ascolto, a poco a poco, il sincronismo comincia a subire un’alterazione sempre più evidente e comprendiamo che ciò avviene a causa dell’azione dell’uomo il quale ha cessato di essere “uno” per divenire moltitudine indistinta. Il brano Solari rimanda direttamente al film Solaris di Andrej Tarkovskij, definito all’epoca della sua uscita, nel 1972, la risposta sovietica a 2001 Odissea nello spazio di Kubrick. In realtà il film affronta il tema del viaggio verso un altrove che si rivelerà essere null’altro che il luogo interiore del protagonista, in una ricerca che esce dal sé per farne ritorno svelato.

Vi è poi un’altra affascinante liaison che ci viene offerta attraverso questo lavoro discografico ed è costituita dal testo letterario presente in due brani. Nel primo, Life, life, l’autore del frammento poetico recitato da David Sylvian è Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij, padre del regista e riconosciuto tra i grandi della poesia russa; nel secondo, Fullmoon, il testo è tratto dal romanzo The Sheltering Sky dello scrittore statunitense Paul Bowles, trasposto poi in film dal regista Bernardo Bertolucci la cui colonna sonora è firmata proprio da Sakamoto. Siamo di fronte a un cortocircuito di parole/immagini/suoni senza soluzione di continuità. Il quadro appare complesso ma, ad un’osservazione attenta, si mostra estremamente naturale. Vi è un dialogo tra Oriente e Occidente interpretato dai due letterati che non lascia indifferenti.

Qual è l’elemento che più colpisce, in un’opera d’arte? La capacità di riprodurre la realtà in modo unico e irripetibile. Allo stesso tempo tale unicità potrà sbalordire nel momento in cui l’autore sarà in grado di mostrare i legami che rendono l’opera vicina alla vita, come in una sorta di rivelazione.

“[…] l’immagine cinematografica – afferma Andrej Tarkovskij nelle sue lezioni sul cinema – può incarnarsi solo in forme fattuali, naturali, di vita percepita attraverso la vista e l’udito. L’immagine deve essere resa con naturalismo”. Attraverso l’opera del compositore giapponese veniamo messi in contatto proprio con questo naturalismo. Tutto ciò suggerisce l’idea che l’immagine, nel mondo contemporaneo, debba fornire stimoli che pongono nuove frontiere allo sguardo.

E qui veniamo alle opere pervenute per il concorso. Sono oltre 700, tutte visionabili sul sito dell’artista nipponico. Osservandole una per una, ad un dato momento sarà inevitabile avere la sensazione di trovarsi davanti a un’opera totale, a quell’uno umano che ci sembrava essere scomparso. Si avrà la percezione di trovarsi difronte a una vera e propria opera d’arte collettanea, divisa nei suoi microcosmi ma unica nel suo macrocosmo: una galassia. Un’opera scritta da un musicista in collaborazione con centinaia di altri individui i quali, attraverso le loro immagini, narrano le molteplici sfaccettature della realtà che l’ascolto di questi brani suggerisce: un filo rosso li unisce in una enorme opera corale.

Ascolto, in questo frangente, è un termine assolutamente pertinente. Senza l’ascolto non è possibile attivare l’immaginazione. Le visioni scaturiscono a partire dalla suggestione innescata dal suono e viceversa, in una sorta di scambio asincronico. Ma la particolarità di questi piccoli film è quella di risuonare.

“Voglio avere più spazi. – continua Sakamoto – Spazi, non silenzio. Lo spazio risuona. Voglio godere di questa risonanza, sentirla crescere”.

Viviamo totalmente immersi in una contemporaneità che è fatta sempre più di suggestioni, di realtà non realtà, di rappresentazioni riprese con i telefoni cellulari che creano una replica da conservare nel proprio archivio personale. Ma il gesto ripetitivo che imita un altro gesto non è una novità, si può ricondurre al principio dei tempi, quando osservare come fare ad accendere un fuoco, per esempio, generò la ripetizione di quel gesto. Il punto è: quanto questa ripetizione si può considerare conoscenza e non, viceversa, la gabbia nella quale viviamo la nostra esistenza. Imitiamo qualcosa che capiamo o la capiamo soltanto in apparenza?

Osservazione, relazione con l’infinito, percezione del movimento attorno a noi, la natura come rappresentazione della stabilità del mondo e simbolo di pre-esistenza. “I was, I am and I will be” recitano i versi di Arsenij Tarkovskij in Life, life, in un continuum eterno che non appartiene alla sola esistenza terrena. Il corpo è l’involucro che ci permette di stare al mondo, organicamente, percepirlo equivale a percepire la consistenza del mondo stesso. Ma questo corpo non è più dove dovrebbe essere naturalmente. Vita, vita, quasi un’esortazione, un desiderio. L’infrangersi delle onde sulla sabbia, una immagine che si può considerare consueta, quale significato può assumere se la si osserva nel suo movimento, escludendo il retaggio sentimentale? E compiere l’atto di osservare la vastità del cielo, guardare dentro la corolla di un fiore, cosa cambia nella nostra percezione del vivere?

L’indifferenza che i luoghi paiono riservare al compiersi del gesto umano sembra rispondere alla politica dello spreco, tutto è tenuto assieme dalla potenza della natura. A noi non pare ma è essa a determinare il nostro vissuto e sarà ancora lei a decidere quando arriverà il momento di riappropriarsi della Terra. Dunque cosa può fare l’uomo per tornare a guardare con occhi nuovi?

Nel film Yours di Shozo Hirata (https://vimeo.com/236218326), come un impulso inviato dallo spazio, l’occhio della macchina da presa si accende e si spegne su un paesaggio cittadino notturno dove le uniche luci visibili sono rappresentate dai video accesi nelle case, attraverso i quali ogni individuo è collegato virtualmente con l’esterno. Nelle frazioni di buio compare una conversazione univoca: “Hi. How are you? Wherever you are, I hope you’re doing well. Yours.” Perdendosi nel nero dello schermo la conversazione evidenzia l’assenza di vera interlocuzione con l’altro. Ma, al contempo, l’autore pare riflettere sulla difficile ricerca di un contatto con quell’entità superiore, di cui non si conoscono le sembianze e che pare essersi dimenticata della nostra esistenza.

Infine vita e morte come ciclo naturale, concetto che nella contemporaneità della vita allungata ad ogni costo si è perduto. Sono molti i lavori che affrontano questo tema. Ne citerò tre, su tutti.

Passing Away di Daisuke Fukunaga. Non c’è nulla che possa rappresentare il “passare oltre” in modo più delicato dei petali dei fiori di ciliegio quando si staccano dai rami. In Giappone una festa, Hanami il cui significato è “guardare i fiori”, celebra quello che è un vero e proprio rito naturale. Nel film i petali vanno a depositarsi sulla superficie dell’acqua: elemento ancestrale portatore di vita. Ancora freschi e bianchi al loro posarsi man mano che camminano sull’acqua invecchiano, fino a diventare segnati e bruni. La moltitudine di petali che l’autore mostra nella scena finale fa pensare alla vastità del cosmo popolato di stelle, ciò che in alcune credenze popolari si pensa diventino i corpi quando passano oltre. La rappresentazione di un cosmo che diventa accoglimento di anime.

 

 

“And this I dreamt, and this I dream,

And sometime this I will dream again,

And all will be repeated, all be re-embodied,

You will dream everything I have seen in dream” (Arsenij Tarkovskij)

 

In A mother in tears takes a child on her lap di Kentaro Kishi, vediamo una giovane donna distrutta a causa di qualcosa di terribile che le è accaduto. La narrazione qui è soltanto un pretesto per condurre lo spettatore a riflettere sulla mancanza procurata dalla morte e su come ci si possa ricongiungere a chi ci è stato indebitamente strappato immergendosi nell’elemento che atavicamente ha generato la vita: l’acqua. Metafora dell’appartenere a un “Tutto” che è più grande di noi e alla cui volontà non possiamo sottrarci, la scoperta è quella di comprendere infine che esso è composto “anche” della nostra presenza che vive al suo interno.

 

 

In Soleil noir di Adeline Carrère, una giovane donna dallo sguardo assente sfreccia, a bordo di un motoscafo, sulla superficie di un fiume (ancora l’acqua). Sembra voler andare incontro a un destino segnato. La corsa però lentamente prende un’altra forma, come se la natura che circonda la piccola imbarcazione si rivelasse “per la prima volta”. La donna comincia a sentire ciò che fino a poco prima non udiva, a vedere ciò che non vedeva. Il suono della natura la pervade totalmente. Scende a terra cominciando a inoltrarsi nel bosco, osservando sempre più attentamente comincia a percepire qualcosa che c’è ma che non è visibile. D’un tratto la Luna oscura il Sole dando origine al Sole nero della tradizione celtica. Nulla è più distinguibile come elemento singolo e tutto è in un Unico. Ed ecco apparire l’uomo primordiale. La donna lo osserva ed è a questo punto che avviene la metamorfosi: il suo corpo si dissolve nel luogo, essa diventa la natura e la natura la invade.

Molte cose ci sarebbe ancora da dire su ciò che è rappresentato dalle immagini di questi cortometraggi e dalle musiche di quest’album, sulla coralità di un evento sonoro e visuale che offre la possibilità di connettersi con la rivelazione del “Tutto”. Ma, come è giusto che sia, spetta a chi guarda praticare l’esercizio della scoperta.

 

4 novembre 2017

async. La poetica di Ryuichi Sakamoto è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Discorso provvisorio di una cometa malinconica a un padre infelice https://www.nazioneindiana.com/2018/01/16/discorso-provvisorio-cometa-malinconica-un-padre-infelice/ https://www.nazioneindiana.com/2018/01/16/discorso-provvisorio-cometa-malinconica-un-padre-infelice/#comments Tue, 16 Jan 2018 06:04:04 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=71886 di Roberto Gerace

Tu che vivi sempre nel chiuso di un corpo come nell’ultima cella di un convento evacuato, scaldando un posto nel freddo, incessante slabbrarsi del cosmo, e hai perduto la tua vita, presta, ti prego, al mio provvisorio spettro il tuo respiro calmo.…

Discorso provvisorio di una cometa malinconica a un padre infelice è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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di Roberto Gerace

Tu che vivi sempre nel chiuso di un corpo come nell’ultima cella di un convento evacuato, scaldando un posto nel freddo, incessante slabbrarsi del cosmo, e hai perduto la tua vita, presta, ti prego, al mio provvisorio spettro il tuo respiro calmo. È facile per te, che te ne vai per le vie già solcate, tanto sicuro, a ogni svolta, di calpestare soltanto i tuoi passi, di trascinarti nient’altro che il tuo itinerario, di aprir la strada solamente alla tua aurea strada; facile per te che, se ti si chiedesse, giureresti di sederti sempre sul tuo fondo schiena, con un natica rigorosamente a destra, l’altra a manca, e addirittura di guardare il tuo sguardo che si guarda attorno, a ogni istante, o volando alto nel cielo nel suo volo, sulle intemperanze dei tetti, le finestre che si fingono balconi, nella velleità dell’aria che vuol farsi fuoco fra stracci di nuvole… Oppure andando per le sottovie dell’essere, le linee di displuvio, i transiti di caverne in caverne, affacciando ai margini di strapiombi silenti, sospirando alle lanugini del mare, mettendosi alle spalle geometrie forsennate di bestie, batteri, rugiade, contravvenire di campanacci, all’aurora, sui campi, allontanarsi di ululati e canti… Facile per te, che credi quasi d’essere il tuo sguardo, di poter governare con l’occhio l’intero reame del mondo. E di giudicare il tuo giudizio, di giocare a modo tuo tutte le mosse del tuo vecchio gioco, di saltare di nuovo il tuo ennesimo salto nel vuoto, quando attraversi, al mattino, ad esempio, sempre gli stessi stretti marciapiedi straziati da escrescenze di fiori, esitazioni di petali, amori linfatici inespressi, umide metamorfosi abbandonate in un vicolo dalla tenaglia cieca del destino; o quando spazzi l’asfalto incrinato e ombroso ai piedi della cattedrale e passi avanti, sudato, con la mente allagata perennemente da chissà che altri, spaiati pensieri. Come se fossi il tuo satellite, la tua candida luna ancorata al soffitto del mondo. Chi se ne fotte di quel che resta alle spalle? È già troppo un istante. Chi se ne fotte delle cattedrali? Sono buie e non hanno il wi-fi. E così non ti accorgi dei loro scheletri inquieti poggiati sul tuorlo delle città come mani sbocciate, coi loro vasti portoni, con tutta la scalmana dei campanili messi lì a cantare il loro osanna, a mo’ di falangi falangine falangette anelanti ai fortunali, alle torsioni degli angeli, alle metastasi dei cieli; e nemmeno dei loro grembi in penombra che si schiudono, all’interno, come alveari, in cripte o quasi fogne di luce, o fondali o fontane di candele, o cicatrici di silenzio in cui sonnecchiano i santi. Facile per te, che crederesti di ascoltare il grido sordo del tuo ascolto, di parlare dentro la tua voce, di intonare l’eco tenue del tuo tono, mentre la tua carne incarna ogni tua fibra in ogni piega e piaga e il tuo pensiero pensa di pensare, e la tua pelle indossa la tua pelle ogni sera come un vestito da sera. Sei mai franato? Hai mai riso? Hai mai provato ad ascoltare il sole quando sorge e irrora? Tu che te ne stai lì e attendi la tua attesa a una fermata qualsiasi del tempo, sotto un cielo più buio del buio e un massacro di stelle, desiderando di desiderare di amare il tuo amore a tal punto da riuscire a immaginare, forse, un giorno chissà quanto lontano, chissà in quale universo chissà quante volte sfiorato da chissà quale utopia di galassie, di immaginare di immaginare di vivere… Vuoi tremare dentro il mio tremore? Vuoi baluginare anche tu? Vuoi sapere da cosa scappano le comete? Tu che instauri in ogni gesto la favola di un gesto, compiendo quotidianamente il rito del tuo rito, dalla mattina alla sera, da mai e da sempre, da quando sei sbucato dal tuo buco e hai pianto, e hai portato la maschera della tua faccia in tutte le occasioni, come una bandiera accordata agli strali del vento, facendo ombra alla tua ombra, firmando quando serve la tua firma a immortalare tutto intero il dolore, l’orrore del cosmo; tu che cachi la tua merda e poi la chiami Storia, tu che baci il tuo bacio di nascosto a te stesso, tu che canti a bassa voce il delirio del tuo canto, tu che fotti e sei fottuto, compri e sei comprato, salvi e sei salvato, chiedi grazia alla bufera della grazia, liberandoti dalla libertà, mancando alla mancanza, inalando il tuo respiro che rimbomba al cuore ogni momento, ogni momento, abbracciando l’intervallo del tuo abbraccio come un tronco cavo, un vuoto vuoto, un teatro, magari mentre sogni nel tuo sogno e dormi per scoprirti addormentato… Io non ho volto, non ho verbo, non ho cuore. Io sono solo ghiaccio e luce; e morte che pian piano muore.

Nella mia trasmigrazione vedi forse il compimento di un mandato, un algoritmo sordo nel mio improvviso miracolo. Dove sei? A che cosa pensi mentre passo? Forse sei spaparanzato sul divano a pancia in su, con la nuca sul cuscino, e guardi il totem del televisore che da opaco, taciturno, sornione, si accende con quel suono di pioggia di pioggia in un bicchiere e una scintilla solenne, tra i segmenti delle tue cosce aperti a compasso, i punti di fuga del soffitto in fuga, le stampe, le tende e – sebbene dalla finestra una fusaiola di nuvole chiami lontano lontano lontano i pensieri – davvero tua figlia ha cambiato cognome? Che tempo fa in California? C’è caldo? C’è vento? Non c’è l’uragano? Esiste al mondo un modo per non impazzire? – il tuo ombelico, scoperto e indifeso, fa da primo, epidermico, spiraliforme scolo catodico, sul quale schegge palpitanti di riflessi riflessi incominciano già a imbizzarrire come escrementi abbandonati, in una rigida notte d’autunno, di ritorno da una cena d’amore, ai mulinelli delle tazze dei cessi; simili a rantolìi o starnuti, a vagiti o nevischi di luce irradiati dallo schermo; tanto minutamente variopinti, entusiasmati, efflorescenti, effimeri: quasi un gioco d’acque di sorgiva che sia giunto spumeggiando alla sua foce, smuovendo sassi su sassi fra spasmi di cefali, fra esantemi oscillanti di canne sul velo del velo dell’onda, di foglie, tra spruzzi, tra anelli d’anelli iridati, e coccinelle avvinghiate alle felci in attesa assonnata dell’alba, e viavai di farfalle dalle ali diviate e nervose, e bachi imperterriti, appesi come gocce, a capofitto nel vuoto del vuoto del vuoto convesso e vibratile, che persistono ad essere ciò che divengono e a divenire ciò che sono… – stramaledetto quel giorno che non le hai dato un bacio sul naso a patata, che hai aggirato oscillando il bordo del vulcano, che non hai saputo nemmeno afferrarle, accarezzarle la mano bambina… – quasi il delta di un fiume regale che sbandi via via dalle anse alle anse agli abissi salmastri, all’impero di alghe, patelle, coralli, arenicole, stelle marine, mormorando ai vezzi di zefiro, rifrangendo teorie di teorie di gabbiani, smettendo il diadema fluviale e ingoiando pian piano, pian piano cullando salsedine (ma quanta ce ne vuole, quanta, perché si chiami finalmente oceano? Quanto bisogna vivere per imparare a morire? Quanta morte occorre per poter risplendere?); tanto disperatamente diafani, mobili, perdutamente lucenti sul tuo ombelico, che finirai per dubitare, forse per il morso d’un attimo, di aver visto davvero oltre i vetri, levando alto lo sguardo, coi tuoi occhi incerti di primate esausto, l’impalcatura del mio corpo imperversare in cielo come una carovana di sogni in naufragio.

Non affacciarti: non faresti in tempo. Sono solo una cometa, ma la mia corsa è più veloce del rimpianto. Sono una coltellata e una ferita rutilante, un tendine bianco nelle budella dell’azzurro. Anch’io morirò presto. La mia chioma sparirà come rugiada al vento del deserto, scantonando tra i pianeti. Non compatirmi. Non trarre auspici dalla curvatura stanca del mio cammino. Pensa a tutte quelle volte che non hai guardato il cielo, che hai creduto di bastarti: tu e la tua testa piantata sul collo; tu e i tuoi piedi sempre incollati a terra per non cadere. Quanta vita c’è in questa sutura tra il protendere e l’agire? Quanti sogni sono morti? Per dove corre questo nastro su cui dormi? A quale orbita rispondi? Se poi mi chiedi, io non so da che scappiamo, noi comete. Per noi la quiete è questa sorta di caduta orfana, senza inciampi.

Discorso provvisorio di una cometa malinconica a un padre infelice è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Fabio Aguzzi, il male di vivere https://www.nazioneindiana.com/2018/01/15/fabio-aguzzi-male-vivere/ https://www.nazioneindiana.com/2018/01/15/fabio-aguzzi-male-vivere/#respond Mon, 15 Jan 2018 06:00:42 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=71878 Fabio Aguzzi

di Romano A. Fiocchi

È passato un anno. Dicono che fosse ossessionato dalla luce, dalla possibilità di catturarla e costringerla lì, sulla tela. Obbiettivo ambizioso e stimolante, per un artista. Eppure non sufficiente per sconfiggere il male di vivere: Fabio Aguzzi ha spento quella luce con un colpo di pistola la sera del 31 dicembre 2016, nella sua casa di Vidigulfo, mentre altrove ci si preparava al veglione di San Silvestro.…

Fabio Aguzzi, il male di vivere è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Fabio Aguzzi

di Romano A. Fiocchi

È passato un anno. Dicono che fosse ossessionato dalla luce, dalla possibilità di catturarla e costringerla lì, sulla tela. Obbiettivo ambizioso e stimolante, per un artista. Eppure non sufficiente per sconfiggere il male di vivere: Fabio Aguzzi ha spento quella luce con un colpo di pistola la sera del 31 dicembre 2016, nella sua casa di Vidigulfo, mentre altrove ci si preparava al veglione di San Silvestro. Unici testimoni il suo abituale bicchiere di whisky e l’immancabile sigaro, così l’articolo del quotidiano La Provincia Pavese datato 2 gennaio 2017. Lo stesso giornale, qualche settimana fa, segnalava che l’Art Cafè di Casteggio, ultimo luogo visitato dall’artista, gli dedicherà una piccola mostra antologica.

Non lo conoscevo personalmente ma mi fermavo sempre a osservare le due vetrine del suo studio milanese al numero sedici di via Brera, un paio di edifici prima della sede della storica Accademia di Belle Arti. Dove lui aveva insegnato, tra l’altro, dopo averla frequentata come studente. Ci passo ancora, in via Brera, e ogni volta non posso fare a meno di guardare quelle vetrine. I primi giorni dopo la sua scomparsa erano nascoste da pannelli metallici con modanature che in questo stabile scorrono da sotto in su, alternativa di buon gusto alle anonime saracinesche. Poi, per un po’ di tempo, le vetrine sono tornate visibili e hanno esposto le sue ultime opere con un biglietto: Per informazioni sui dipinti di Fabio Aguzzi (1953-2016) telefonare al 328 4756221. For info tel. 0039 328 4756221. Segno evidente che qualcuno si stava occupando di svuotare i locali. Ecco la cosa che più mi disorienta: sapere che Fabio Aguzzi abbia voluto abbandonare con determinazione assoluta tutto questo, il suo studio, i suoi lavori, le sue vetrine sul mondo. Voglio dire, quando leggo di Van Gogh che si è sparato in mezzo ad un campo di grano con la sola compagnia dei corvi che gli svolazzavano negli occhi e nella mente, oppure di Hemingway che l’ha fatta finita con un colpo di fucile in bocca, oppure di Guido Morselli che chiamava amorevolmente “la mia ragazza dall’occhio nero” la pistola con cui si sarebbe ammazzato, mi sembra quasi di accettare il suicidio come un complemento della loro opera, come l’ultima pagina di un romanzo. Sono personaggi, non più uomini. Poi ti capita di trovartelo lì vicinissimo, un artista suicida, così vero che magari ti è passato accanto qualche volta mentre percorrevi via Brera, o ti ha guardato da dentro lo studio mentre eri fermo davanti alle vetrine con le sue opere. Allora senti il peso di quel gesto estremo, capisci che a compierlo è un uomo come te, forse soltanto più solo e più disperato. E che anche quelli che ti sembrano personaggi sono così, uomini come te, soltanto più soli e più disperati.

Lo studio di Aguzzi in Brera chiuso

Ma chi era Fabio Aguzzi e cosa – non diciamo produceva, ma creava, a quale genere di invenzioni pittoriche dava vita. Nato nel 1953, da sempre divideva la sua vita tra Milano e Vidigulfo, provincia di Pavia. Portato per il disegno sin da bambino, viene indirizzato al liceo artistico e all’Accademia di Belle arti di Brera su suggerimento della stessa insegnante delle scuole elementari. È allievo dello scultore Alik Cavaliere (1926-1998) e del pittore Vincenzo Ferrari (1941-2010), fa da assistente allo studio di Annibale Biglione (1923-1981). A Brera, come ho detto, finirà anche per insegnarvi. Per i suoi dipinti predilige formati di grandi dimensioni, per quanto i soggetti siano spesso piccole cose come tazze, sigari, spazzole, vecchi giocattoli, grappoli d’uva, gusci di uova, noci, strumenti da fabbro e da falegname, e così via.

Fabio Aguzzi – Uva

La tela è lo spazio in cui il piccolo oggetto quotidiano viene ingrandito, analizzato nei dettagli attraverso velature sovrapposte, alla maniera fiamminga. C’è stato anche un periodo di nudi di donna, più recente un periodo di paesaggi, ma è la natura morta resa viva dalla luce che ho sempre visto in quelle due vetrine del suo studio: cesti di frutta, fiori, sedie, vasi di vetro, bicchieri, conchiglie, tutto di gusto verista più che iperrealista. Talvolta sono stato tentato di entrarvi, e mi pento di non averlo mai fatto. Mi fermavo e osservavo, cercavo di leggere le immagini, perché un dipinto che è vero dipinto ti parla comunque, senza bisogno di alcuna audioguida o catalogo introduttivo. E ora, che so come è finita, la lettura di quei dipinti assume tutto un altro tipo di intensità: quella dei sogni, della ricerca di una verità in bilico tra vita e non-vita.

Ha scelto una fine da artista, – mi ha detto un amico, docente in un liceo artistico, che lo conosceva di persona. Ma io continuo a passare davanti a quelle vetrine, che ora non espongono nemmeno più i suoi ultimi lavori bensì quelli di un altro artista iperrealista, Saverio Polloni. Intanto continuo a pensare a quel whisky abbandonato sul tavolino della sua casa di Vidigulfo, al sigaro spento, e mi chiedo: perché.

Il suo sito è ancora on-line, qui, come una lapide virtuale lasciata a vagare nel ciberspazio. Per il resto, la sensazione è che tutto il lavoro creativo di una vita sia già stato inghiottito – immeritatamente – dall’oblio.

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Prove d’ascolto #19 – Giorgia Romagnoli https://www.nazioneindiana.com/2018/01/14/prove-dascolto-19-giorgia-romagnoli/ https://www.nazioneindiana.com/2018/01/14/prove-dascolto-19-giorgia-romagnoli/#respond Sun, 14 Jan 2018 13:00:52 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=71627

 

 

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Prove d’ascolto è un progetto di Fabio Teti e Simona Menicocci

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Prove d’ascolto #19 – Giorgia Romagnoli è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Prove d’ascolto è un progetto di Fabio Teti e Simona Menicocci

 

Prove d’ascolto #19 – Giorgia Romagnoli è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Opus Lunae (L’abero delle madri in quaternio) https://www.nazioneindiana.com/2018/01/14/opus-lunae-labero-delle-madri-quaternio/ https://www.nazioneindiana.com/2018/01/14/opus-lunae-labero-delle-madri-quaternio/#comments Sun, 14 Jan 2018 06:00:15 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=71870 di Valeria Bianchi Mian

La cicatrice ora duole, se con l’indice ne premo i lembi tracciati in rosa antico. È la linea frastagliata di una battaglia che non avrà mai fine. È la nostra comune ferita, la feritoia del differenziarsi nel Tu e nell’Io tra le grandi labbra.…

Opus Lunae (L’abero delle madri in quaternio) è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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di Valeria Bianchi Mian

La cicatrice ora duole, se con l’indice ne premo i lembi tracciati in rosa antico. È la linea frastagliata di una battaglia che non avrà mai fine. È la nostra comune ferita, la feritoia del differenziarsi nel Tu e nell’Io tra le grandi labbra.

Dalla vagina emerge a tratti una nuova risposta: se solo non avessi dimenticato la domanda di partenza, come novella Parsifal dai seni minuscoli potrei trarre adesso dal testo le dovute conseguenze e, nel contesto della nostra relazione obbligata, saprei tessere giorno dopo giorno l’arazzo delle madri feconde, la storia della dea dalle innumerevoli mammelle. Potrei dirmi soddisfatta del Vaso.

Non sarebbe in tal caso pretestuoso insistere nell’Opus a dispetto dei reiterati fallimenti. Avrei una buona opinione della velleità alchimistica che esprimo a gran voce e non starei qui a cuocere irrequieta, modificando la temperatura in continuazione nell’imbarazzante impegno del convincermi di avere una qualche possibilità di trovare una quadra. Sarei l’abile cuoca che dichiaro di essere. Seduta in posa regale di fronte all’athanor, non avrei più dubbi. Con dovizia di particolari saprei partire dal primo filo plumbeo, senza dover fare a pezzi il mio disegno per ricominciare ogni volta da capo. Sono stanca, mamma. Porto in giro due gambe segnate dai chilometri percorsi nella distanza che risulta analizzando le immagini di me sempre fuori fuoco, quelle che non passano mai l’esame di Saturno.

Ho scritto pagine di sutura nel tracciato familiare fatto a punti – la mia debole eco nel millennio che è un futuro remoto già passato. Per fare un oro che non sia mai del volgo, pur nascendo dalle cloache di un sentire collettivo, occorrerà molto più tempo di quanto io ne abbia ricevuto in dote. Non che mi dia per vinta: nell’alambicco già risplende la cauda pavonis, iridescente prova di tutte le mie migliori intenzioni.

Uno - i colori della bisnonna Maddalena

C’è questa fotografia sbiadita tra le mani di mia madre. Lei mi indica una donna sorridente che se ne sta un poco in disparte, quasi ai margini del foglio. È molto bella, decisamente giunonica. Il suo nome è quello della peccatrice, della prostituta perennemente amante. Mai sposa. Io non credo che la bisnonna eviti il centro della scena per timidezza o per assecondare i pregiudizi dell’epoca nei confronti delle femmine vistose; d’altronde, la gente è accorsa in piazza per la festa e le donne corrono a comprare le sigarette o le cartoline da spedire ai parenti. Sullo sfondo si vedono le montagne, sopra i tetti di Tavernole c’è ancora la neve, ma la trasformazione di Maddalena in regina dell’estate è subitanea ed ecco che lei, procace Demetra, con un mazzo di papaveri e spighe tra le braccia si dirige a passo lesto verso una paziente in preda alle doglie. Forse sono io che mi confondo i sensi, se adesso riconosco nelle mie stesse dita quelle della curandera, ché la bisnonna tirava fuori i bambini dal ventre unico delle madri.

Vaso d’alchimia, Madama Arte con i piedi grandi e le calze di cotone color carne non mi somiglia per niente, in realtà. Io sono sempre stata troppo magra per contenerla tutta, eppure mi muovo nel suo nome in compimento, compongo ogni giorno le mie idee Maddalene in gestazione di progetti, in aborti poetici o, se la fortuna mi assiste, in nuove partenze.

Due – l’errore di Angela

L’infermiera più bella dell’ospedale, dicevano. I medici facevano la fila, e le proposte di matrimonio, e i cuori palpitanti.

Ma lei no.

Lei scelse l’uomo con il fiore all’occhiello e il pollice verde, l’uomo appassionato di costellazioni, quello che costruiva aerei per la ditta Caproni. Quello zoppo, per via della poliomielite.

Angela, occhi di lago montano.

Morta a 45 anni, di colpo.

Neanche il tempo di capire che una vena del suo cervello di donna era scoppiata.

Bum!

Così ti hanno raccontata a me, a me che non ti ho mai conosciuta, se non attraverso il buco nero dell’assenza.

Nel buco nero ho cercato la mano di mia madre, ma lei piangeva troppo.

Nel buco nero ho piantato fiori di sangue.

Dentro il buco mi sono sdraiata e ho provato a morire anch’io, ma la morte mi ha riso in faccia e mi ha regalato una bottiglia di vino.

Ho bevuto il vino ed è nato mio figlio.

Nel buco oggi innaffio una rosa.

Tre – oltre Liliana, mia madre

Nigredo.

Nelle lettere del nome scrivi il giglio, il lavorio incessante sulla materia lunare – eppure del satellite argenteo non hai proprio un bel niente, tu che sei stata il mio Sole comandante colori e servitori. Recuperare l’amore che oggi provo nei confronti di quello che siamo è stata la mia impresa erculea. E allora perché dentro la stanza vuota posso ancora udire il tuo pianto?

Perdonami se, gli occhi serrati, la bocca spalancata nella posa del nordico urlo perenne, non ho saputo cogliere prima l’essenza che ogni figlia dovrebbe emanare – non tirare su col naso, stai composta, dritta con la schiena. Quando premevi il fazzoletto umido sulla mia testa, io facevo finta di avere la febbre per poter rimanere ancora e ancora in attesa di te. Lo so che ti sei preoccupata di tutto, ma è stato proprio questo occuparti di ogni mia paura prima che io stessa potessi percepirla che ancora adesso mi debilita.

Lo so che tua madre, cara madre mia, ti ha lasciata troppo presto. Me lo hai ripetuto miliardi di volte, spargendo i voti senza più alcun desiderio di raggiungermi al di là delle luci, artifici di stelle defunte, uccise sul nascere come le illusioni. Sono consapevole di tutto ma non accetto che il tradimento che hai subito dalla vita diventi per me una giustificazione alla rinuncia. Parlerò arabo e tu mi risponderai in cinese; scriverò in rumeno e tu mi narrerai in spagnolo. Saremo babeliche finché morte non ci separerà, multiformi etnie di senso.

Albedo.

Odio le mollette con le quali ti ostinavi a spostarmi la frangia per togliere una tenda di capelli rossi dai miei occhi. Un gesto offerto a viva forza per plasmare l’idea della figlia a modo. Non eri tu a far lamentazioni della violenza del mondo? Perché allora farne un uso spropositato e senza appello?

C’è una Polaroid dentro la quale sorrido soltanto a metà e guardo oltre l’obiettivo, come se nel novilunio dei nove anni andassi già sviluppando, mio malgrado, la consapevolezza del futuro rapimento, Molti anni dopo, leggendo Colette avrei riconosciuto quell’intuizione come teoria dello strappo, perché la stessa Sido con la verbena tra le mani restava all’erta affinché non comparisse il ladro che avrebbe rubato la sua Core come un fiore dal prato.

Io raccoglievo margherite, vergine sacrificale, ma ti assicuro che l’idea di un amplesso con un Ade qualunque venne in mente a me per prima. Eppure, in qualche modo oscuro, ogni madre che non si rispetti è inesorabilmente “complice del passante”.

Rubedo.

Oggi sono qui e ti guardo mentre partorisco mia nonna, tua madre, dentro il labirinto di specchi. Tento di abbracciare una Valeria più alta e snella di me, poi ci provo con una più carnale e vorticosa, ma non posso che sfiorare le generazioni e riconosco i nostri lineamenti mentre danzo e riavvolgo il filo per uscirne indenne. Le idee mi sbocciano anche in inverno, geneticamente connesse alla cura del tessuto, e non mi fa paura la necessità di un rammendo; non temo l’ennesimo punto croce sulla pelle delle donne che sono stata e che sarò. Desidererei, poiché ambisco ancora alle stelle, che la via non fosse un gran calvario, che la strada d’ora in poi mostrasse volti e voci di pietà per il mio Cristo eternamente errante.

Ho un figlio che non ti somiglia. Non ho saputo partorire una femmina ma non me ne dispiaccio. Nonostante tutto, l’idea di riportare il passato alla luce avrebbe anche potuto funzionare ma il destino ha voluto affibbiarmi un compito diverso.

Quattro – mi chiamo Ave

Il mio Rebis è un nuovo quaderno bianco, tutto da cominciare.

  • immagine realizzata dall’autrice

Opus Lunae (L’abero delle madri in quaternio) è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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