Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Mon, 23 Apr 2018 07:00:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.5 Nostalgia del mal di mare https://www.nazioneindiana.com/2018/04/23/nostalgia-del-mal-mare/ https://www.nazioneindiana.com/2018/04/23/nostalgia-del-mal-mare/#respond Mon, 23 Apr 2018 05:00:10 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=73376 di Gian Piero Fiorillo

e poi che m’importa, scopriranno che sono comunista, non m’importa se lo scoprono, non gl’importa di scoprirlo, ho settant’anni cosa vuoi che mi accada, al massimo mi catturano, catturano forse la mia anima? invaderò i social media di germi del comunismo, scriverò che uno spettro si aggira per il mondo, farò proseliti sul web – virtuali, direte, ma non sarebbe già una buona cosa se la linea fosse attraversata da questi germi, nembi di virus «avanti popolo alla riscossa» «proletari di tutto il mondo unitevi» – non esistono forse ancora i proletari?…

Nostalgia del mal di mare è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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di Gian Piero Fiorillo

e poi che m’importa, scopriranno che sono comunista, non m’importa se lo scoprono, non gl’importa di scoprirlo, ho settant’anni cosa vuoi che mi accada, al massimo mi catturano, catturano forse la mia anima? invaderò i social media di germi del comunismo, scriverò che uno spettro si aggira per il mondo, farò proseliti sul web – virtuali, direte, ma non sarebbe già una buona cosa se la linea fosse attraversata da questi germi, nembi di virus «avanti popolo alla riscossa» «proletari di tutto il mondo unitevi» – non esistono forse ancora i proletari? ci hanno detto che la lotta di classe era finita e adesso che l’hanno vinta gridano con orgoglio: la lotta di classe esiste e noi stiamo trionfando! ci hanno fregati, ma io no, ho continuato a ripeterlo, a gridarlo, mi sono preso  gli insulti di tutti i soloni che sanno e mi dicevano di smetterla con l’ideologia, troppo semplice dividere il mondo in ricchi e poveri, ti sfugge la complessità – ora i ricchi se ne fanno un vanto, ora che non possono più perdere, che hanno conquistato la terra e l’hanno riempita di cannoni e scorie atomiche, ora che del bel paese hanno fatto una piattaforma militare nel Mediterraneo, un portamissili, un grande magazzino sputafuoco e presto inizieranno ad evacuare la popolazione civile uccidendo tutti i resistenti – a me che me ne importa, morirò, bisogna pur farlo una volta «meglio morire che vivere servi» «morire morirò morir bisogna» sono avanti negli anni e non possono rubarmi più molto – disseminare la rete di memi capaci di replicarsi mille e mille volte quando tenti di cancellarli «non è che un inizio riprendiamo la lotta» voglio invadere il mondo virtuale «se non abbiamo il pane prendiamoci le rose» «rose rosse del web» allestiamo una bomba di idee, una fortezza mobile, un carrarmato virtuale, proiettili a espansione e mandiamoli in giro per le autostrade immateriali così che tutti sappiano: esistiamo!  c’è una nuova generazione da formare, ribelle, perduta per il capitale, refrattaria alla riduzione economica e schiavistica degli esseri, una generazione combattente «grande è la confusione sotto il cielo la situazione è eccellente»

 

non dovete stancarvi, disse l’infermiera

voglio riempire il web con le mie parole virus

quali parole?

comunismo per esempio

comunismo, e che vorrebbe dire?

voglio mettere sul web tutto il pensiero di Karl Marx

karl marx, è straniero?

no, lui non è mai straniero, è planetario

adesso datemi il braccio che vi devo mettere la flebo

le mie parole virus non l’appassionano, non è così, infermiera?

ancora virus? non vi bastano quelli che avete in corpo?

ne ho molti?

tutti ce l’avete, quasi tutti

non è così, ne ho solamente due

davvero, e quali?

la vecchiaia e la malinconia

non ve la prendete, non siete sconfitto, scegliere è già vincere

 

no, non sono sconfitto, posso ancora seminare nel web l’idea che un tempo pochi uomini abbandonarono la pelle di serpente o di tigre o di avvoltoio e indossarono vestiti nuovi, aderenti, così aderenti da sembrare costrittivi ma che regalavano possibilità di movimento, agilità, indipendenza dell’intelletto e capacità di vedere oltre l’inganno – esistevano, gli uomini, ve lo giuro, non è una fantasia di vecchio né delirio di malattia o frutto velenoso del rimpianto – erano dappertutto e parlavano e discutevano e distribuivano foglietti con parole di transito «corri coniglio il mondo ti sta stretto» «apriamo le porte dei manicomi delle galere delle scuole dei nidi d’infanzia» «nelle gabbie dello zoo mettiamoci i maiali» erano slogan forti, lanciandoli nel mondo virtuale acquisterebbero nuova forza, melius est abbondare che deficere «vivere è un urlo se lo soffochi crepi asfissiato» vede infermiera, morirò senza sollevarmi più da questo sudario sporco della mia parte immonda – ma c’è altro, non lo vede lei, infermiera? sì, gli affetti, sì, le emozioni, sì, la casa e il mutuo che non finirò di pagare, sì, ma c’è altro, non lo vede, infermiera? è così difficile diventare Alice, cadere dal letto, sprofondare oltre il pavimento, dieci piani d’ospedale, raggiungere la terraferma e scoprire che oltre quella ci sono altri mille piani inesplorati, andare, proseguire, continuare con l’ostinazione di una perforatrice, scendere scendere scendere avvitarsi su se stessi e scendere ancora fino a trovare

 

là sotto c’è l’inferno perché volete trovare l’inferno?

il centro del mondo, arrivare al centro del mondo dove tutto è possibile

le fiamme dell’inferno

anche quelle perché tutto è energia laggiù, energia purissima, nient’altro

dovete pensare a riposarvi

voglio dare l’assalto al cielo

quanto siete presuntuoso, il centro della terra, l’assalto al cielo, vi pensate Dante Alighieri?

sono modi di dire

ah, ecco

eppure bisogna andare al centro della terra e da lì dare l’assalto al cielo

ne dovete fare di strada

ne ho fatta tanta ma non è bastata

avete visto? riposatevi

mi basterebbe andare al centro di me stesso, capire

che cosa?

come fa questo corpo, questa carcassa addolorata, ad avere ancora un desiderio

e qual è questo desiderio?

il comunismo, no, di più, la comunione

siete religioso?

 

essere una cosa sola, una grande cosa cosciente che si muove nell’universo, una sola anima collettiva, fatta di tutto e del contrario di tutto, delle parole del capitalista e delle parole virus che sapremo opporre, ci diranno folli sabotatori terroristi, ce lo diranno e non sarà l’ultima volta, ma questi attacchi insensati, queste manganellate, queste serrate e serrande virtuali abbassate, questa paura, ecco, saranno testimoni del nostro essere vivi, proprio quando la lotta era data per defunta, hanno commesso l’imprudenza di sentirsi al sicuro, burlarsi di noialtri «comunisti ora e sempre» come dicemmo assaltando il cielo pieno della loro spazzatura, velenoso come le spire della mandragora, potente come quelle dell’anaconda, noi avevamo solo peli urticanti di processionaria, ci muovevamo in fila o in gruppo incollati l’uno all’altro – cosa speravamo? irritare chi ci attaccava o diventare farfalla, una sola gigantesca farfalla grande tutto il gruppo delle processionarie – ci colpirono, uccisero, sterminarono – quelli che sopravvissero diventarono farfalle senza gruppo, ciascuno volò per sé – gli altri kaputt in un modo o nell’altro – kaputt mundi, fine, zero tagliato e molte illusioni, liberazione delle donne nirvana droghe sintetiche viaggi, in qualche modo, in mondi ultrasensibili perché il mondo sensibile faceva troppo male, lo vedo anche adesso, lo vedi anche tu infermiera, non è vero?

 

dormite adesso non vi agitate

dormire? è l’ultima cosa che vorrei

solo chi dorme sogna

sognare da svegli invece

voi siete bravo, ma non li avete saputi realizzare i vostri sogni da sveglio

ha ragione infermiera

perché?

è stato il dolore a fermarci

 

la nostra paura di aggiungere dolore al dolore, paura che quello che andavamo cercando e predicando invece di renderci liberi ci avrebbe legati ancora di più, condannando chi ci seguiva a lunghe traversie – non l’avevano già fatta la Rivoluzione? non l’avevano già fatta la Resistenza? e cos’era rimasto di tanto dolore, di tutte le pene che avevano sopportato i nostri mitici riferimenti? mondi senza respiro, morti atomiche da ogni parte, l’atollo di Bikini e Chernobyl facce di una sola medaglia, forse proprio la stessa faccia mentre l’altra parte rimaneva oscura e sconosciuta – si pensa solo a morire quand’è così, liberaci dal male amen, e però morendo vorremmo lasciare qualcosa, colonizziamo la rete che ci ha colonizzati, inondiamola di parole virus, miliardi e miliardi, un residuo d’anima resterà vagante frantumata atomizzata ma reale immateriale immortale andrà ad intasare i loro computer come uno zoccolo negli ingranaggi un bastone fra le ruote – incespicano, cadono, si riprendono ma dovranno ancora fare i conti con la massa di informazioni distruttive, dovranno inventare un’altra rete, un terzo mondo virtuale e poi un’ altro ancora fino a che di quello reale sarà scomparsa ogni traccia, finito tutto, morto, funzionano solo le particelle subatomiche e quel momento realizzerà l’utopia dell’abolizione del dolore e del bisogno – pura trasformazione dell’energia, informazione zero

 

volete un sedativo?

troppo dolore stroppia

con chi ce l’avete, che v’hanno fatto?

sono contro l’algoritmo del capitale

ma perché volete morire?

non esisto, l’altro mondo è la mia sola casa ormai

di dove venite? non ce l’avete dei figli?

tutti, sono tutti miei figli e miei fratelli

vostri vostri, dico, che vi accolgono, non ce l’avete un’itaca dove tornare?

no, è troppo tardi, da Itaca sono scappato tanti anni fa

siete ancora in tempo

no, è tutto deciso, ho toccato la boa tanto tempo fa e ho virato, un lungo percorso è compiuto

raccontate, vi ascolto

 

Nausea, vomito, nient’altro. Itaca l’ho raggiunta ma non so che farmene. Guardo il paesaggio, il tramonto laggiù, oltre l’orizzonte marino, è bello ma ho il mal di terra, male dei pensionati. Itaca è la morte. Spegne volontà entusiasmo movimento passione paura coraggio. Chiuso. Fatto. Deciso. Non ci sono altre decisioni da prendere, ho i piedi per terra io. Un tempo mi mancava la terra sotto i piedi ed ero felice, ubriaco di felicità. Presto sarò sotto un piede di terra. Che cosa mi manca per vivere ancora? denaro? Pensavo: il mondo è un immenso sacco pieno di denaro, bisogna svuotarlo e vivere solo di mondo. Sbagliavo, è il denaro un sacco pieno di mondo. Il mondo soffoca sotto una spessa coltre di denaro. Invisibile. Impalpabile. C’è. Il denaro c’è ma non si vede. Alcuni lo vedono di più, altri meno, altri mai. Ma in fondo anche quelli che ne vedono molto vedono solo carta moneta, che è per il denaro quello che i pigmenti sono per il colore. Il denaro è impalpabile? anche il mondo lo è. La prima volta che sono salito su una nave ho vomitato l’anima, che deve trovarsi fra lo stomaco e la gola, in qualche punto da quelle parti, altrimenti non avrei potuto sputarla e poi ringoiarla. Ma non potevo scendere, la nave era partita. Mi sono dovuto adattare, non avevo scelta, e sono stato meglio. Se ce la fai una volta ce l’hai fatta per sempre. Ho nostalgia del mal di mare, di quella ventata di perdizione che mi aprì le porte del fascino. Del futuro che allora avevo e adesso non ho più. Guardo le colline della mia Itaca: un parco in città. Che farsene? Camera con vista, beh? La cercammo tanto, io e lei. Immaginata, scelta con cura. Dipinta, arredata. Sedemmo in camera a guardare la vista. Molte sere e molte notti, quando la luna rischiarava gli alberi e le alture del circondario, verso Sud. Il muraglione di pietra che chiamavamo la falesia. Poi ci siamo abituati. Lei s’è stancata ed è partita per un’Itaca definitiva. Non poteva accettare una busta con dentro i soldi della pensione, come ho fatto io. Invidio il suo coraggio. Nessuno l’ha rimpiazzata, nessuno avrebbe potuto darmi il mal di mare che solo lei. Ho nostalgia del mare aperto. Cavalloni, fracasso, pericolo. Ho nostalgia del vento contro le vele, sul viso e sulle braccia. Le mani ghiacciate che si sforzano di tenere le cime. Nostalgia della tempesta. Del respiro della Balena. Della fiocina. Del timone e della spada. Della frustata d’acqua, della sconfitta e della vittoria. Della calma, infine, che ti trova spossato e felice. Sarcastico e colto: Demoni e meraviglie, venti e maree, chi siete voi per sfidare il Navigante? Guardo il parco, le collinette, la falesia: le vedo persino da questo fondo di letto ospedaliero. Mi giro ed ecco la città, tutta davanti a me. La guardo e torna il pensiero ossessivo: denaro. Il denaro per imbastire una nuova partenza. Non ho più l’età per fare il mozzo, non posso ricominciare da zero. Ma ci vuole denaro. L’imbarcazione l’ho venduta per due soldi, per pagare le ultime rate del mutuo. Ora non ho più niente, una pensione piccola piccola, bastante per sopravvivere e stop. Guardo la città, tre milioni di abitanti davanti a me. Quante case? Quanto denaro c’è in quelle case? Qualcuno lo cuce ancora nel materasso? Qualche vecchio o vecchia, forse. Lasciamo perdere, non è tempo di Raskolnikov. Assurdo. Ho sempre odiato il denaro e ora che sto per morire vorrei essere una pompa aspirante, immensa, capace di succhiare denaro dalle casseforti, dai depositi, dagli scrigni chiusi e aperti di tutte le persone che hanno denaro e lo accumulano. Denaro morto. Avventura zero. Tre milioni e mezzo di persone, se potessi scucire ad ognuno un solo misero pietoso merdosissimo dollaro potrei mettere insieme adventures finché campo. Ma è inutile pensarci, non ho l’animo del mendicante e non sono una sanguisuga. Inutile pensarci. E comunque troppo tardi. Meglio pensare al cielo, le nuvole rosse come il grande capo. Arie del Giudizio Universale. Buonarroti parlava con Dio. Lo vedeva prender forma e diventare materia davanti ai suoi occhi. La mia epoca è ben più meschina, se pensa a una resurrezione pensa agli zombie. Variazioni marcescenti del conte Dracula. Agli appunti di meccanica celeste il presente millennio ha contrapposto spremiture d’ossa e intestini. È l’epoca del frullatore. Della disintegrazione. Dell’Esposizione del Cadavere. Uno sporco dollaro spillato a ogni rappresentante del cadavere in divenire e sono a posto. Ma nessuno mi darà mai un dollaro, nemmeno un cent, perché non starò lì a chiederlo. Preferisco la sconfitta, una ritirata indegna piuttosto che chiedere un dollaro. Odio il denaro, tiene la vita in ostaggio. Morirò al tramonto. Non ho paura della morte. Di morire, forse. Come sarà il trapasso? Vorrei sapermi quando sarò cenere leggera sollevata dalle onde, spazzata dal vento, un fuscello nelle aule aperte e severe della perditudine e il mondo sarà inutile, non vedo Noè all’orizzonte

 

dormite adesso, riposatevi, la flebo sta facendo il suo dovere

 

 

Nostalgia del mal di mare è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Il paralogismo di Coco https://www.nazioneindiana.com/2018/04/22/il-paralogismo-di-coco/ https://www.nazioneindiana.com/2018/04/22/il-paralogismo-di-coco/#respond Sun, 22 Apr 2018 05:00:12 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=73378 di Giorgio Mascitelli

Alla manifestazione milanese del 25 aprile scorso ( 2017) ha destato disappunto e ironia il cartello portato da un militante del PD  che inneggiava a Coco Chanel come madrina spirituale dell’Europa unita, dati i trascorsi antisemiti e collaborazionisti della celebre stilista che evidentemente  gli estensori del cartello ignoravano.…

Il paralogismo di Coco è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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di Giorgio Mascitelli

Alla manifestazione milanese del 25 aprile scorso ( 2017) ha destato disappunto e ironia il cartello portato da un militante del PD  che inneggiava a Coco Chanel come madrina spirituale dell’Europa unita, dati i trascorsi antisemiti e collaborazionisti della celebre stilista che evidentemente  gli estensori del cartello ignoravano. Se torno sull’episodio ovviamente non è per rinfocolare le polemiche politiche che da qualche anno in qua accompagnano la festa della Liberazione, ma perché questa gaffe è il sintomo di un certo quadro di idee diffuse nella nostra società non  solo tra i sostenitori del PD. Nel commentarlo alcuni hanno tirato in ballo l’ignoranza dei tempi e che lo spirito dei tempi abbia qualche cosa a che fare con la vicenda è indubbio, anche se non sarei così draconiano nell’ascrivere a pura ignoranza la genesi dell’episodio.

In primo luogo, infatti, il cartello per Coco non era isolato ma in compagnia di altri dedicati a personaggi famosi, personalmente ne ho visto  uno per Jane Austen e un altro per John Lennon, che, sebbene abbiano condotto vite onorevolissime e immuni da pecche così gravi, con l’Europa unita non c’entravano molto. Diciamo che l’unico criterio che può accumunare insieme personaggi così diversi tra loro in una manifestazione di questo genere è quello di aver goduto di grande successo nei rispettivi campi e nelle rispettive epoche. Insomma essi erano in quel contesto quelli che nel linguaggio pubblicitario si chiamano dei testimonial. Ora è probabile che il meccanismo logico che ha prodotto la gaffe si situi a questo livello: essendo stata Coco una persona di successo e dunque una perfetta testimonial,  non occorreva controllare i dati della sua biografia perché si presume che questo genere di personaggi di successo possano avere idee politiche magari vaghe e anodine, ma comunque sempre presentabili. L’idea di dare una controllata su Wikipedia alla sua vita presupponeva uno scetticismo rispetto alle logiche correnti dell’immaginario e una consapevolezza storica della diversità del passato  che difficilmente si trovano nei contesti sociali odierni.

E’ chiaro che questo tipo di mentalità ha molto a che fare con la dimensione del politicamente corretto. Oggi, infatti, il politicamente corretto si presenta in primo luogo come una serie di affermazioni a carattere eticopolitico che costituiscono una sorta di standard per poter essere ammessi sia nel circuito mediatico mondiale sia in quella che potremmo chiamare la sfera globale della società. Coloro che hanno necessità impellente di esservi ammessi, d’altra parte, sono le personalità di successo o aspiranti tali in tutti i campi dell’umano agire. Se dunque tuttora Coco Chanel resta un’icona internazionale, non potrà che avere avuto comportamenti e posizioni compatibili con quegli standard. Ecco verosimilmente l’errore logico, che senza neanche troppo sarcasmo potrà essere ribattezzato paralogismo di Coco o anche paralogismo numero cinque, causa della gaffe.

La natura di questo paralogismo ci permette di illuminare quella che è la funzione sociale del politicamente corretto. In questo senso è possibile paragonare il politicamente corretto alla morale vittoriana, naturalmente non dal punto di vista dei contenuti normativi ( basti pensare alle prescrizioni sessuali di cui quella era generosissima che in questo sono sporadiche), ma nella sua funzione di indicatore  universale e onnipresente di ciò che è appropriato. Come spiega Franco Moretti ne Il borghese,  nella morale vittorianaciò che conta non è tanto il contenuto del codice ( una prevedibile miscela di cristianesimo evangelico, immaginario ancien régime ed etica del lavoro) quanto la sua inaudita onnipresenza”, che è quanto si può dire del politicamente corretto. Questa sua onnipresenza è dovuta al fatto di essere l’indicatore di appartenenza a una classe o, se si preferisce, a un ceto, quello dei gentiluomini allora, quello dell’èlite globale oggi. Come ieri lo era il vittorianesimo, così oggi il politicamente corretto è funzionale alle esigenze di autorappresentazione ideologica dell’organizzazione produttiva della società. L’enfasi posta sulla lotta contro ogni discriminazione, salvo quelle di status economico e competitività,  è una forma di universalismo necessaria al dispiegamento del mercato globale, non tanto in senso geografico, ma in quello biopolitico nelle vite di ciascuno, come dimostra il contestuale rifiuto di una percezione dei problemi sociali in termini storici.

Ritengo, ma mi potrei sbagliare, che l’abbrivio decisivo per questa diffusione universalistica del politicamente corretto sia stato dato dai grandi concerti evento tipo Live Aid che, a partire dalla metà degli anni ottanta fino a qualche anno fa, hanno contrassegnato la nostra vita pubblica arricchendo di una coloritura di impegno sociale le tradizionali attività di beneficenza del mondo dello spettacolo.

Come tutti i generi mediatici di successo il politicamente corretto genera anche un sottogenere d’opposizione dagli accenti populistici, oggi particolarmente in voga dopo Brexit e il successo di Trump, che rivendica la funzione salvifica di alcune forme di discriminazione  rivolgendosi a un pubblico tradizionalista disorientato dal progressismo globalista e offrendole come succedaneo della lotta di classe ai ceti impoveriti dalla globalizzazione: si tratta di due fenomeni complementari, che partono dalla premessa comune di accettare la subordinazione alle istanze del mercato, allo stesso modo che sul mercato musicale alle stelle più sofisticate della scena pop internazionale si contrappongono cantanti legati a tradizioni locali o a versioni pop meno aggiornate, che però in un singolo mercato nazionale possono avere più seguito dei primi.

Il fatto che i due generi siano complementari non deve però trarre in inganno sul fatto che solo il politicamente corretto è in grado di assolvere a quelle funzioni, fondamentali per il neoliberismo, di elaborazione di un senso individuale nell’interiorizzare i meccanismi di competitività, di “riscrittura etica delle relazioni sociali” ( Moretti) e di fornire un galateo per una vita trascorsa perlopiù in nonluoghi; in breve è solo questo che ha capacità egemoniche. In questo senso allora se la critica del politicamente corretto è un compito primario, esso non può coincidere con l’opposizione ai suoi contenuti, nella maggior parte dei casi difficilmente contestabili per la loro genericità, che è già prevista nel gioco della contrapposizione populista, ma consiste nella capacità di porre al centro ciò che non è dicibile nel discorso politicamente corretto.

( questo articolo è apparso su Alfabeta 2 il maggio scorso, lo ripubblico perché mi sembra che i problemi che sollevava siano ancora più evidenti oggi, g.m.)

 

Il paralogismo di Coco è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Nato due volte https://www.nazioneindiana.com/2018/04/21/nato-due-volte/ https://www.nazioneindiana.com/2018/04/21/nato-due-volte/#comments Sat, 21 Apr 2018 05:00:26 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=73351 o la storia di come Bartolo e Terzita si toccarono

di Andrea Cafarella

Era stato, perciò, dopo che le Isole erano scomparse alla sua vista dietro Capo Milazzo, e Stromboli, Vulcano, Lipari, che intravvedeva per la prima volta distanti e da terra, dopo averle viste sempre dalla palamitara, salendo per il Golfo dell’Aria, sembravano vaporare nel sole come carcasse di balene cadute in bonaccia.…

Nato due volte è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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o la storia di come Bartolo e Terzita si toccarono

di Andrea Cafarella

Era stato, perciò, dopo che le Isole erano scomparse alla sua vista dietro Capo Milazzo, e Stromboli, Vulcano, Lipari, che intravvedeva per la prima volta distanti e da terra, dopo averle viste sempre dalla palamitara, salendo per il Golfo dell’Aria, sembravano vaporare nel sole come carcasse di balene cadute in bonaccia.

S. D’Arrigo, Horcynus Orca, p. 7

Lo sfregarsi del mare e del cielo s’illuminava della luce purpurea del sole all’èspero; di destra dipingeva l’Italia: Scilla seguita da miglia di lunghissima Calabria, lontana e vicina, per grazia di Morgana; il vento di scirocco scrollava via dal blu oscuro dello Stretto la spuma vorticosa di tutta Cariddi marittima e, d’innanzi, poco più lontane, le sette Eolie, di cui se ne vedevano almeno quattro chiaramente, mentre Alicudi, Filicudi e Salina si percepivano, come carcasse di cetacei ormai abbandonate in un cimitero galleggiante di sogni e pensieri ventosi. Di sinistra, l’isola si contorceva per Palermo fino a Trapani guardando le colonne d’Ercole verso l’inconoscibile.

La sabbia finissima di Spadizzi splendeva di arabo e si faceva deserto; cosparsi sopra quei trecento metri d’intimo isolamento, cumuli di densissimo fumo corporeo si facevano strada verso il sole, emanati, come auree luminose, da corpi di uomini e donne intrecciati l’un l’altro sulla battigia. Gli spadizzini che fanno l’amore. Nudi sulla spiaggia. Il contatto epidermico con la sabbia, immersi in quell’aria ancora fresca e a tratti pungente, era per ognuno di loro, e per quell’insieme, una prima penetrazione dei sensi: simbiosi con il vento la terra e tutti gli esseri del mare. Una manciata di coppie: sei uomini e sei donne, mentre, nell’assopirsi del sole, consumano il calore della carne e della sabbia che, esattamente in quelle ore, inizia a sprigionare l’energia accumulata dai raggi del giorno per regalarla alle stelle.

Non un giorno qualsiasi dell’anno, ma quello che gli spadizzini chiamano U iònnu1, Il giorno. Quello che altrove viene chiamato Solstizio d’estate. Quello che solo nel piccolo mondo di Spadizzi precede la notte della Pesca a mani nude. Quello che per Bartolo, prima, significava tutto, e che anche per i suoi compaesani voleva dire: la notte più bella dell’anno e della vita, ogni volta: la grande pesca, la comunione con il mare. Che, con i suoi rossi e viola e verdi, tinteggiava all’occaso, sulle isole, la magia della mamma, della Sicilia, e che richiamava uomini e donne da ogni dove, nel tentativo di assistere allo spettacolo di corpi e luci e mare e ombre. Quello che avevano dipinto e cantato, che avevano raccontato in molti modi. Quel giorno sempre unico tra tutti i giorni irripetibili.

L’Assunta, sacerdotessa della spada, teneva gli occhi fissi sulla palla di fuoco che discendeva il blu del mediterraneo di fronte a lei. Piccola e smagrita, nei suoi anni incontabili, stava in piedi trattenuta dal suo bastone fedele. In quella selva di corpi carezzevoli, concentrava le due minuscole pupille di ossidiana fino al punto esatto del tuffo di Apollo, dove il sole si spegne. Assunta aspirava lo scirocco suo, ogni anno, sembrandole di respirare la Sicilia tutta e l’intera sua lunghissima vita e le vite dei suoi conterranei; per richiamare a sé un’energia superiore e donarla in canto alla sabbia di Spadizzi; per fecondare le pelli di quei suoi figli e nipoti. Stirava la gola nell’attesa dell’ultima scintilla di sole, e poi, con la potenza di quel vento antico, innalzava l’urlo di richiamo alla vita e all’amore: un sibilo costante, che pareva provenire dalle viscere della terra ed esplodere su quelle teste e quelle spalle e quelle ginocchia, che subito cominciavano ad avvilupparsi per tributare quel giorno.

In paese si teneva molto alla festa e alla partecipazione corale, di tutte le famiglie; ma quell’anno, piuttosto che crescere in numero, da sette coppie, erano presenti in sei, e tutti sapevano chi mancava e perché, e la sacerdotessa Assunta lo sapeva meglio di tutti e pesava sul suo cuore in modo particolarmente intenso, perché chi mancava era Bartolo, lo zito di sua nipote Terzita. Bartolo, che si era dovuto imbarcare per forza e che si era messo in testa l’idea di compiere il suo destino; che fosse lontano da quel piccolo mondo, l’unico che Terzita avrebbe mai potuto accettare, che avrebbe mai voluto accettare; perché lei sarebbe stata sacerdotessa dopo sua nonna Assunta, perché lì si sta bene e c’è il sole e si mangia bene e si possono prendere le aguglie a mani nude. Dove pensava di trovare una cosa del genere Bartolo? Credeva davvero che ci sarebbe stato qualcosa di meglio altrove? Come sperava di sentire ancora l’energia di quel mare e di quei corpi distante miglia e miglia di altri mari infreddoliti e corpi imbiancati dal gelo?

Ma Bartolo era testardo e si era imbarcato lo stesso, e il suo cuore, e il suo corpo, e la sua pelle, che si sarebbe dovuta riscaldare con la sabbia di Spadizzi e dentro la carne di Terzita, navigavano i mari del nord Europa.

Terzita, anche lei, aveva scelto di non partecipare con la totalità del suo corpo quell’anno a quella notte, pur essendoci con l’interezza sconfinata del suo spirito e della sua voce, promettendo alla nonna che avrebbe di nuovo preso parte alla cerimonia l’anno dopo, Bartolo o non Bartolo.

Il suo corpo era ancora retto dalle sue stesse gambe, poste al fianco di nonna Assunta, durante e dopo l’urlo, quando quegli uomini e quelle donne, suoi fratelli e sorelle, si mischiavano senza di lei e con lei. L’interno sensibile, dell’involucro che la definiva un essere agli altri, era però volato altrove proprio al grido della nonna, si era sparso per il globo alla ricerca di Bartolo e invece Bartolo, o tutto ciò che conservava dietro lo sterno, era tornato, tornato indietro, a casa, e si era sistemato accanto alla sua Terzita, silenzioso, contemplando quell’andirivieni di membra in movimento, mentre già sul mare s’intravedevano i primi schizzi che predisponevano la scena al miracolo. Distanti ma vicini: il mare e le sue onde li facevano toccare in una dimensione impossibile, ma che esisteva in quei tempi e in quei luoghi, per grazia di Morgana. Non solo esisteva per loro, ma anche per gli altri tredici corpi raggrumati sulla spiaggia di Spadizzi: era vero.

La danza del cosmo e delle carni che circonda il corpo dei giovani amanti, fatto di due corpi fatti di energie che nuotano nei flussi e s’immergono nella materia dello spirito, nell’incanto dell’irrealizzabile e del sensitivo: la mistica dell’amore, il mistero del mare.

Lo sfregarsi dei corpi di Bartolo e Terzita s’illuminava di schizzi di luce e spruzzi di mare, a cagione dei tuffi di aguglie imperiali e pescispada, slanciatisi verso il cielo per poi ricadere sullo Stretto, riunendosi e pinneggiando nel canale di Spadizzi, come succede una sola volta l’anno, al calare del sole. Dalla sabbia si era alzata un’onda delicata di corpi, fatti d’acqua salata. Uomini e donne si separavano con lentezza, come se avessero fermato il tempo; e poi gli uomini correvano verso la riva e poi nel naviglio. Una seconda e una terza ondata, di nudi cacciatori marini, seguirono placidamente: ogni onda a suo tempo. Si alzavano, a ritmo sempre più rapido, e qualcuno dei pescatori già s’infilava nelle acque del canale fino alla vita, in attesa dei pesci e del mare. Terzita, che ancora esisteva in due luoghi, accanto ad Assunta e insieme a Bartolo, levò la sua voce seguendo quella della nonna in un canto che si perdeva nella storia del mondo fino alle radici dell’uomo.

Quando uno dei pescatori del tramonto, Pippo, sollevò la prima aguglia, che gli si era praticamente tuffata tra le braccia, la strinse così forte che sembrò che l’urlo di Giovanna, sua moglie e sua compagna, venisse direttamente dal corpo del pesce, unendosi anch’esso alle voci limpide della sacerdotessa e di sua nipote Terzita. E seguirono le altre donne, una a una: perché quel giorno furono pescati in più di una dozzina, tra aguglie e pescispada, tanti come non era mai accaduto prima, e i canti delle donne spadizzine, che esistono assieme alle stelle e con lo scirocco, soffiarono sui corpi e sul mondo senza confini. I fratelli e le sorelle di Spadizzi sapevano che sarebbero seguiti giorni di festa, di estasi dionisiache, giorni d’amore e di canti, giorni di sale; che, per tutto l’anno, quella visione, quell’ebrezza spumosa, si sarebbe calcificata quotidianamente tra le loro ossa, circolando nel sangue e sussurrando canti sibillini all’ombra notturna, illuminata solo dallo sguardo della luna e dal silenzio reboante del mondo sottomarino.

Quando Bartolo si riebbe si trovava nella sua cabina, lontano miglia e miglia di terra e acqua, sentì addosso il sale mediterraneo, avvertì il sapore delle labbra di Terzita e, seppure queste sensazioni esistevano adesso soltanto nei suoi neuroni e in qualsiasi altra cosa ci sia sotto la pelle, sapeva, che ovunque sarebbe stato, lo scirocco e l’odore acre del sale marino, lo avrebbero seguito per sempre, sopra e sotto la pelle.

1 U iònnu si riferisce alla festa di San Bartolomeo dei pescatori che si festeggia tutti gli anni il 21 Giugno, il giorno del Solstizio d’estate, nella località Spadizzi, frazione costiera della VI Circoscrizione del comune di Messina, situata sulla costa tirrenica a circa una ventina di chilometri dallo Stretto.

Nato due volte è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Padre Joyce, che sei nei cieli https://www.nazioneindiana.com/2018/04/20/padre-joyce-nei-cieli/ https://www.nazioneindiana.com/2018/04/20/padre-joyce-nei-cieli/#comments Fri, 20 Apr 2018 05:00:32 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=73388 The waiting room III – ©Francesco Cozzolino

 

di Ezio Sinigaglia

Il testo che segue è il terzo capitolo di un romanzo, Il pantarèi, che dopo una lunga storia di elogi e di rifiuti editoriali, iniziata nel 1980, fu infine pubblicato nel 1985 da una piccola casa editrice di Milano, SPS (poi Sapiens), conquistando qualche isolato lettore ma passando sostanzialmente inosservato.…

Padre Joyce, che sei nei cieli è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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The waiting room III – ©Francesco Cozzolino

 

di Ezio Sinigaglia

Il testo che segue è il terzo capitolo di un romanzo, Il pantarèi, che dopo una lunga storia di elogi e di rifiuti editoriali, iniziata nel 1980, fu infine pubblicato nel 1985 da una piccola casa editrice di Milano, SPS (poi Sapiens), conquistando qualche isolato lettore ma passando sostanzialmente inosservato. Si tratta di un metaromanzo sul romanzo del Novecento. Il protagonista, Daniele Stern, viene incaricato da una casa editrice con la quale saltuariamente collabora di scrivere in pochi giorni una storia del romanzo del Novecento, destinata a trovar posto nell’ultimo volume di una Enciclopedia della Donna. Il libro affianca, in ogni capitolo, una parte saggistica, dedicata a uno dei grandi autori del XX secolo, e una narrativa, legata alla prima da analogie spesso sotterranee e misteriose. Quella che presento qui è la parte saggistica del capitolo su Joyce, già pubblicato integralmente sulla rivista Fronesis, n. 20, luglio-dicembre 2014, con il titolo “Padre Joyce, che sei nei cieli”. Il romanzo Il pantarèi, nel suo insieme, sarà invece riproposto nei primi mesi del 2019 dall’editore TerraRossa.


Dormire? No, a quest’ora (è l’una di notte) Stern è preso da un estro di sonnambulo. Potrebbe, lui che sul quarto gradino di una scala a pioli è già preda di norma dell’horror vacui, muoversi agilmente sui tetti e camminare disinvolto su angusti cornicioni.
Lo champagne ha lasciato dentro di lui una vaporosa leggerezza. Il cervello di Stern frizza e schiumeggia. Generoso è il suo spirito.
Joyce. Quale momento migliore per simili equilibrismi?
Lo champagne provoca anche frequenti minzioni. Mi punge desiderio di. Il ventre teso come un palloncino. Quando sei ritto e a gambe larghe, in posizione, crollano le difese, si rilassano gli sfinteri e devi esser lesto a estrarre l’animale. Che da giorni non serve che a questo.
Una pressione insostenibile, quasi da piangere. Poi il getto liberatorio. Fluisce. Tintinna argentina. Ah che sollievo! Limpida e bionda come lo champagne. Poi acqua gelata sul viso come a scacciare recenti dolorose allucinazioni. Stern è pronto. Si accinge al lavoro. Ebbro ed euforico, picchia sui tasti con impeto da invasato.
James Joyce aveva una splendida voce tenorile. Fu anche sul punto di vincere un concorso e di essere ingaggiato da un impresario dublinese. Anche suo padre, John Stanislaus, oltre che un forte bevitore e un instancabile dilapidatore di quattrini, era un buon cantante e talora si esibiva con successo in qualche caffè di Dublino (proprio come Simon Dedalus, padre di Stephen Dedalus-Joyce, in una pagina di Ulisse) interpretando romanze d’opera non senza un trascinante pathos di ubriaco. La musica fu per Joyce qualcosa di più di un violon d’Ingres: un atteggiamento dello spirito. Fra tutti i suoi sensi acutissimi, l’udito fu almeno primus inter pares e fin da bambino i suoni esercitarono su di lui un fascino arcano e avvincente.
Non vi è dunque di che sorprendersi se, nella fase decisiva della sua carriera di narratore, Joyce si dedicò anche, se non principalmente, a rivoluzionare il linguaggio, adattandolo alla sua esasperata sensibilità musicale. Senza arrivare alle acrobazie della sua ultima opera, Finnegans Wake, basterà questo passo di Ulisse come esempio di una scrittura che, pur nell’inevitabile violenza che le fa la traduzione, rimane quasi nient’altro che suono:
«Bronzo accanto a oro udirono i ferrei zoccoli, acciaisonanti.
Impertnt tntntn.
Schegge, levando schegge dall’unghia rocciosa schegge.
Orrore! E oro arrossì ancora.
Una nota roca di piffero la sbloccò.
Sbloccò. Bloom blu è la patina sul
Aurea chioma ingugliata.
Una rosa danzante su serici seni di raso, rosa di Castiglia. Trillante, trillante: Ahidolores.
Cucù! Chi c’è nel…cucudoro?
Din pianse pietosamente a bronzo.
E un richiamo, puro, prolungato e palpitante. Richiamo lentamorire.
Lusinga. Morbida parola. Ma guarda! Le vivide stelle vaniscono. O rosa! Note cinguettanti risposta. Castiglia. Sorge il mattino.
Tinnulo tinnulo in calessino tintinnante.
Risuonò la moneta. Pendola rintoccò.»
E ancora:
«Un picchio, un ticchio col chicchiric coccoricoc.
Pregate per lui! Pregate, brava gente!
Le sue dita gottose schioccanti.
Big Benaben. Big Benben.
Ultima rosa di Castiglia d’estate lasciato Bloom fiorire mi sento così triste solo.
Puii. Venticello zufolò uiiii.
Uomini leali Lid Ker Cow De e Doll. Sì, sì. Come voi uomini.
Alzerete il cin col cian.
Fff! uu!
Dove bronzo da presso? Dove oro da lungi? Dove zoccoli? Rrrpr. Kraa. Kraandl.»
Ma non ci si inganni. Non si tratta di delirio. La musica è sì fantasia liberata, ma anche rattenuto, freddo rigore formale. L’estro dell’artefice va incatenato a leggi ferree perché non si volatizzi in frivolo ghirigoro. La musica apparirà forse al profano puro ornamento, volteggio, inconscio al galoppo; ma essa obbedisce a regole ben precise, di armonia, di ritmo e, perché no?, anche di contenuto. Proprio perché è l’arte dell’inconscio, la musica è un universo di simboli. Una catena ininterrotta di simboli, connessi gli uni con gli altri secondo leggi elastiche ma non sovvertibili. Un discorso, quindi, con un suo significato.
Metti il morso, Stern, al tuo inconscio al galoppo. Iooooh! Frena, frena, frenetica bestia! Dove corri caracollante cavallo? Tàntaratàntaratàn taratàntatit ungula càmpum.
Relax! Prima di tutto non lasciarsi influenzare. Conservare gelido acume critico. E senso delle proporzioni. Non sei accademico sublime ma lavorante a domicilio. Enciclopedia di quart’ordine. Poche idee ma chiare.
Stern si misura col suo cimento. Joyce. Educazione cattolica. Gesuiti. Senso del peccato. Irlanda: patria e religione. Dedalus. Il labirinto. Uscire alla luce. Telemaco. Esilio. Trieste. Svevo. Il mercante di gerundi. Misogino e monogamo. Dissacratore di ogni valore. Ma con l’orrore dell’adulterio. Dunque sempre cattolico? Edipo. Oreste. Amleto. Nausicaa è una povera zoppa esibizionista. Spiritosone! Ulisse. Genio ma anche rompicoglioni.
E allora? Devi scrivere tre pagine, non un volume. Ri-di-men-sio-na.
Anche Ulisse è un universo di simboli; e anche Ulisse è rigore formale. La complessità dell’opera è tale che non si potrà forse mai estrarne l’ultima goccia di succo ottenibile. Ma, a oltre mezzo secolo dalla sua pubblicazione, sembra almeno che l’«ulissologia» abbia raggiunto un risultato definitivo: lo scheletro del romanzo, il suo schema compositivo, è completamente sviscerato. Se non vi è sufficiente sapere che Ulisse è la trasposizione in chiave moderna dell’Odissea omerica; che, come quest’ultima, è diviso in tre parti, la prima corrispondente alla Telemachia, la parte centrale al viaggio e alle varie avventure di Ulisse (Esodos), quella conclusiva al ritorno a Itaca (Nostos); che, più in dettaglio, ognuno dei diciotto capitoli corrisponde a un episodio del poema (Telemaco, Calipso, Ade, Eolo, Lestrigoni, Scilla e Cariddi, ecc.), che, naturalmente, ogni personaggio del romanzo è l’alter-ego di un personaggio del poema (Ulisse-Leopold Bloom; Telemaco-Stephen Dedalus; Penelope-Marion Tweedy; Calipso-Martha Clifford; Nestore-Mr Deasy; Nausicaa-Gertie Mc Dowell, ecc. ecc.); ebbene, esistono decine di «guide» alla lettura di Ulisse che possono soddisfare la vostra curiosità, tabelle addirittura, che in rapida sintesi vi rendono noto che ciascun capitolo: a. si svolge a un’ora diversa dello stesso giorno nella stessa città (Dublino, 16 giugno 1904, dalle otto del mattino a notte inoltrata); b. è sotto l’egida di una scienza o arte (teologia, storia, economia, retorica, medicina, ecc.); c. corrisponde a un organo del corpo umano (reni, genitali, cuore, polmoni, utero, ecc.); d. ha un riferimento simbolico (erede, cavallo, vergine, madre, prostituta, marinaio, ecc.); e. ha un colore predominante (bianco, bruno, verde, arancione, ecc.); f. utilizza una diversa tecnica narrativa; e così via anatomizzando.
Stern, dopo così cruda elencazione, è stanco. Il suo notturno estro scalpita, incatenato. Ha per le mani una di queste «guide». L’occhio gli corre, ansioso, su questa trinaria illuminazione trifase: «Costruito con perfetta simmetria, il libro evoca la trinità cristiana, i tre gradi del bello secondo san Tommaso, le tre età della vita, le tre vie dell’iniziazione, le tre aree di un tempio greco, d’una cattedrale e d’una loggia, il trivio medioevale, il triangolo massonico, i tre movimenti di una sinfonia, i tre termini della dialettica…»
E chi se ne frega!
Preso da autentica ira notturna, Stern scaglia il libretto lontano da sé. Non ha però l’alfieriano coraggio di gettarlo dalla finestra. Con quello che costano.
E perché non il triangolo matrimoniale? Tre è davvero il numero perfetto. Ma non ci aveva già pensato qualcuno?
O Dedalus, perché perderti nel labirinto della pedanteria? Non fosti proprio tu a dirlo? Grandi porte apre il genio per cui poi entra il tentennante bibliofilo calvo, assiduo, dalle orecchie lunghe e dal piede tenero dolcemente scricchiolante. Dunque, senza il genio, non avremmo neppure il bibliofilo, deo gratias! Godete, uomini, ridete, scopate liberamente! Vobis nuntio gaudium magnum! La Cultura è morta. Soffocata: causa mancanza geni apriporta. O forse: esplosa, come teso ventre di ranocchia.
Incatenato in una cornice così rigida a leggi ferree e minuziose, si potrebbe pensare che il romanzo attinga a una sua grandiosa unità, sul tipo di quella della Divina commedia o della citata Ricerca proustiana. In realtà, Ulisse è la frantumazione di tutte le sopravviventi unità del romanzo: non solo di quella temporale, ma anche (e questo punto fa di Joyce lo scrittore più «rivoluzionario» del secolo) della sola unità che gli altri innovatori conservano: quella stilistica. Ogni brano dell’opera è scritto, come già accennato, con una tecnica differente, che si sforza di «vestire» la differente situazione: autentico acrobata della lingua, capace di cavarne tutti gli effetti desiderati, Joyce usa la parola non per descrivere ma per riprodurre le sensazioni visive olfattive uditive tattili, i pensieri i desideri i ricordi che di volta in volta sfiorano o colpiscono la coscienza dei personaggi, per incidere nello stesso modo la coscienza del lettore. La lingua diviene quindi uno strumento mutevole, una materia liquida che assume la forma del recipiente in cui viene versata: l’inglese di Joyce si trasferisce rapidamente dai chiostri di Oxford ai marciapiedi dei sobborghi urbani, ricorre a prestiti latini francesi triestini romaneschi e a stupefacenti invenzioni onomatopeiche, si gonfia di artifici retorici, risuona di toni epici, si distende in abbandoni lirici, si snoda in un fiume di immagini prive di interpunzione e di nessi sintattici, per divenire a tratti cavo clangore di sillabe o dolcissima seduzione musicale.
Poema dell’esistenza quotidiana? Epopea dell’uomo qualunque? O non piuttosto ricerca sociologica, trattato di psicanalisi, manuale di filosofia, commentario di retorica, enciclopedia medica, pamphlet politico, saggio di teologia, guida liturgica, dizionario tecnico-scientifico, atlante di anatomia, fumetto erotico, album autobiografico? Ulisse non è né l’una né l’altra di queste opere: il virtuosismo «demoniaco» di Joyce le ha scritte tutte contemporaneamente. Quello che alla fine prende risalto dalla sua pagina è l’uomo, tutto intiero, fascio di nervi e di muscoli, completo di ogni sua parte, corpo e intelletto, l’uno all’altro fuso e contorto: se Joyce ha dissolto tutte le sopravviventi unità del romanzo, ha però restituito all’uomo l’unità del suo organismo.
La giornata di Stern è stata feconda. Come una molla che si distenda, balza egli ora dalla sedia e danza per la casa vuota intonando, a mo’ di epinicio, l’apostrofe seguente.
Lode a te, organismo uno e trino. Gloria al padre intelletto, al cuore figlio e alla santa spiritualità del corpaccio nostro gaudente e dolente. Padre Joyce, che sei nei cieli, posa i tuoi occhi sofferenti su di noi, proteggi il tuo umile servo Stern, che elevando oggi a te l’ammirato canto della sua devozione ha guadagnato il pane suo quotidiano con il sudore benedetto della fronte sua. Proteggilo, e tieni lontana da lui ogni tentazione, ma sopra tutte quella rovinosa della letteratura, che Satana con le sue arti malefiche tenta già di insinuargli nel petto. Scrolla via dal capo del tuo umile servo, o padre James, il peccato orribile della superbia. Ricordagli che, come tu hai stabilito, non vi sarà altro romanzo dopo di te. Amen.

 

Padre Joyce, che sei nei cieli è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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“Il poeta degli immondezzai è più prossimo al vero che non il poeta delle nuvole” A proposito di Tadeusz Ròżewicz e di Alberto Burri https://www.nazioneindiana.com/2018/04/19/poeta-degli-immondezzai-piu-prossimo-al-vero-non-poeta-delle-nuvole-proposito-tadeusz-rozewicz-alberto-burri/ https://www.nazioneindiana.com/2018/04/19/poeta-degli-immondezzai-piu-prossimo-al-vero-non-poeta-delle-nuvole-proposito-tadeusz-rozewicz-alberto-burri/#respond Thu, 19 Apr 2018 05:00:38 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=73373 di Lorenzo Pompeo

La frase di apertura compare in Sogni, seconda sezione del Racconto didattico di  , dedicato allo storico dell’arte e critico Mieczysław Porębski (fu compagno di studi del poeta a Cracovia), scritto nel 1959 e pubblicato nel 1962 nella raccolta Nic w płaszczu Prospera (trad.…

“Il poeta degli immondezzai è più prossimo al vero che non il poeta delle nuvole” A proposito di Tadeusz Ròżewicz e di Alberto Burri è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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di Lorenzo Pompeo

La frase di apertura compare in Sogni, seconda sezione del Racconto didattico di  , dedicato allo storico dell’arte e critico Mieczysław Porębski (fu compagno di studi del poeta a Cracovia), scritto nel 1959 e pubblicato nel 1962 nella raccolta Nic w płaszczu Prospera (trad. it. “Nulla nel mantello di Prospero” ). In Sogni.  Różewicz si immagina di raccontare in sogno al suo amico pittore Andrzej Wróblewski, morto di infarto nel 1957 a soli quarant’anni, suo compagno di studi di storia dell’arte a Cracovia nell’immediato dopoguerra, le impressioni tratte dalla sua passeggiata per le sale della XXX Biennale di Venezia (Wróblewski fu una delle figure di spicco nella scena artistica dell’immediato secondo dopoguerra, solo apparentemente legato alla poetica del realismo socialista, nelle sue opere testimoniò la sofferenza sua e della sua generazione, sopravvissuta agli orrori dell’occupazione nazista e costretta a fare i conti con i dictat del nuovo Regime). Nella prima parte della poesia ritornano i ricordi del periodo bellico, che lasciarono un segno indelebile nella biografia intellettuale e nella creazione artistica del poeta polacco. Tra le nebbie finalmente appare Venezia. Il poeta passando attraverso le sale della mostra dedicata ai futuristi ne raccoglie le impressioni, che riferisce al suo amico, legate ai giochi verbali e agli slogan del futurismo italiano e del dadaismo tedesco (“dadamax ernst” è uno degli pseudonimi di Max Ernst) e finalmente giunge alle sale dove sono esposte le opere di Alberto Burri, l’artista che più di tutti lo colpì (“è vicino al mio cuore/l’immondezzaio della grande città/”).

La figura e l’opera del grande artista italiano non era passata inosservata in Polonia. Era stato lo stesso Mieczysław Porębski, a cui l’intero Racconto didattico è dedicato, a menzionarlo in un suo appunto del 1960 nel quale faceva notare che gli artisti italiani Burri, Fontana e Vedova “avevano qualcosa di vero da dire” . A questa osservazione dello storico dell’arte polacco si rifà il poeta. Il quale, profondamente colpito dalla poetica dell’artista, nel tentativo di comprenderne il senso della sua originale creazione artistica, conia il concetto di “immondezzaio”, che tuttavia egli allarga fino a ricomprendervi anche la propria creazione poetica. Il concetto di “immondezzaio” in Ròżewicz prescinde l’opera di Burri e diventa per il poeta in questi anni una vera e propria ossessione. Nella prima strofa di, Walka z aniołem (trad. it.: Lotta con l’angelo), del 1959, aveva scritto: “Cresceva l’ombra delle ali/ l’angelo canticchiò in falsetto/ le sue narici/ umide mi toccavano/ gli occhi le labbra/ lottavamo sulla terra/ battuta di giornali/ in un mondezzaio dove/ sangue saliva e fiele/ si mescolavano a sterco di parole”[1], mentre così si chiude Biancore: “L’agnellino è disteso/ sul tavolo della vivisezione/ addobbato di verde/ infarcito di speranza/ attorno seggono mucchi di sporcizie/ adorni di pennacchi bianchi/ mossi/ dal vento della storia”[2]. Questo concetto di “immondezzaio” fu uno dei principi compositivi di Kartoteka, pietra miliare del teatro polacco del ‘900, presto tradotto e rappresentato in tutta Europa, che risale proprio a questo periodo (l’opera venne pubblicata e rappresentata nel 1960), caratterizzato da una struttura incongrua, frammentaria e caotica (è abolita l’unità di tempo, spazio e azione) nella quale il protagonista assume diverse età, nomi e mestieri “un signor nessuno che le esperienze della guerra hanno svuotato interiormente e reso incapace di qualsiasi contatto umano”[3] Il linguaggio di Kartoteka, basato su cliché e scimmiottamenti di vari di vari registri stilistici e retorici e l’uso di materiali di risulta della comunicazione (stesso principio adottato anche nel citato poema Racconto didattico), ci ricorda molto da vicino i principi compositivi e la poetica delle opere del grande artista italiano.

Le improvvise aperture nella vita culturale determinate dai cambiamenti del 1956 (il cosiddetto “disgelo”) non avevano scaldato troppo il cuore del poeta, il quale non fu un entusiasta del nuovo corso. Tuttavia l’edizione delle sue opere complete, nel 1957, rappresentò senza dubbio la consacrazione della sua creazione poetica, a cui venivano tributati gli onori di un classico. Nello stesso anno perse la sua amattissima madre e partì per  Parigi, dove incontrò Czesław Miłosz (il quale dal 1951 aveva interrotto i suoi rapporti con la Polonia comunista). Malgrado le grandi distanze che li dividevano sia dal punto di vista stilistico che da quello politico-ideologico i due mantennero un vivace rapporto intellettuale e umano per tutta la vita. Al suo ritorno in Polonia, profondamente depresso, comprende che la sua creazione poetica non poteva essere una stanca ripetizione delle sue prime raccolte di poesia, con le quali si era guadagnato una posizione di rilievo nella scena letteraria polacca.

Il volume Formy (“forme”), del 1958, rappresenta sia una rottura nei confronti con le esperienze generazionali sia una apertura verso nuove ispirazioni estetiche riconducibili alle istanze delle neoavanguardie («Quelle forme un tempo così educate/ ubbidienti sempre pronte ad accogliere/ la morta materia poetica/ spaventate dal fuoco e da odore di sangue/ si sono rotte e sparpagliate»[4] dichiarava in Formy). Le impressioni ricevute dalla visita alla XXX Biennale, e in particolare dalla figura umana (nel poema vi sono anche riferimenti alla biografia di Burri) e dalla poetica del grande artista italiano ebbero quindi un ruolo del tutto particolare nella vicenda intellettuale e artistica del poeta polacco, il quale vide e trovò nell’artista di Città di Castello consonanze e ispirazioni che metterà a frutto nella propria creazione artistica.

 

 

SOGNI[5]

 

I miei sogni sono comuni

il mio scialbo vicino mi porge un pacco

avvolto in un giornale legato con lo spago

sciogliamo lo spago a lungo a lungo

poi si mangia il brodo coi vermicelli

e si parla del bel tempo

vestiti di abiti un po’ dimessi oramai

mi capitano dei sogni realistici

una volta sola una mia conoscente

prese a mutarmisi tra le braccia

in un mio compagno di ginnasio

aveva occhi azzurri e capelli chiari

labbra leggermente rigonfie

ci univa l’odio

s’intrufolava fra le mie braccia

nel mondo reale divenne un delatore

e a quanto dicono  morì condannato

quasi tutti i miei sogni

sono costruiti su i principi

della drammaturgia tradizionale

 

Disorro con Adrea W.

 

vale a dire parlo a me stesso

poiché lui morì tragicamente

quel piccolo foro sul volto

l’ingresso al sottoterra

si aprì il terzo giorno

 

o cieca talpa

quella cintura d’oro nel fumo è Venezia

cielo nugoloso corallo roseo il Palazzo Ducale

Andrea ti vuoi riscaldare

hai costruito di notte una castello di vento

tracce di sangue sulle dita

sei volato fin qui nel sud

ti racconterò

della XXX Biennale di Venezia

Moto Luce Rumore

futiristi anno 1912

pensarono d’essere demoni del movimento

nell’inferno della grande città

Automobile e Rumore

le loro automobili vedute

al Musés du Cinema

risvegliano salve di risa

il loro areoplano ricorda

l’incrocio di uno scaleo con un angelo

Parole in Libertà anno 1915

Marinetti Balla Boccioni

Cavalli Correnti Mattoli

Guerre Belle Léger Lourbimbim

Mort aux Boches traac craac croc tatatata

anno 1919 Esplosione Simultaneità

verdi tam tumb isonzo

paak piing

 

poi dadamax ernst

von minimax dada max

selbst konstruiertes maschinen

für fruchtlose bastäubung

weiblicher saugnäpfe zu beginn

der wechseljahre u. dergl. Fruchtlose

verrichtungen

così

spassandosela passarono

nella storia dell’arte

 

Jean Huizinga dice nell’«Homo ludens»

un bimbo che giuoca non manifesta infantilismo

 

il padiglione del Regno del Belgio

la scritta

EENDRACHT MAAKT MACHT

sul deretano di bronzo di una donna

resa realisticamente un bagliore di sole

quella dama proviene dalla fine del XIX secolo

sembra che allora il Congo fosse proprietà privata

del Re

entrano i custodi con le uniformi grigie

tengono d’occhio i quadri

dai giardini giunge il canto di un uccello

nella prima sala le sculture negre

si accoppiano con gli pseudoclassici esco

nella seconda sala Launduyt

vomita sulla tela le sue interiora

embrioni uova ovaie sangue

i tumori divorano tessuti

 

i custodi si annoiano

alle dieci esco fuori

sulle natiche ralistiche

della donna di bronzo

– ognuna di quella natiche mostrata

a parte potrebbe passare

per una scultura astratta –

il sole depone un bacio

EENDRACHT MAAKT MACHT

 

è vicino al mio cuore

l’immondezzaio della grande città

il poeta degli immondezzai è più prossimo al vero

che non il poeta delle nuvole

gli immondezzai sono colmi di vita

di sorprese

tu mi chiedi Andrea della XXX Biennale

 

vi ho visti organizzati

gli immondezzai di Burri

laceri sacchi di stracci

guardaroba da signara spaghi cartacce

Burri

affamato nel campo dei prigionieri

ha plasmato di spazzature

un mondo nuovo

fra quelle morti e quelle spazzature

ha creato il bello

ha dato prova di nuova integrità

Burri

ancora una volta rammento gli elementi del quadro del suo mondo

grandi sacchi rappezzati su fondo nero

reti più la vita di Burri

buchi di grandezza diversa legati da spaghi

da fili i cinque sensi di Burri

pezzi di camicie sporche

di vestaglie sacchi gesso

tele di sacco

nelle quali ripuliva qualchuno pennello e mani

l’etichetta di bronzo la scritta

Gift. of. G. David Thompson 1957

più oltre decomposizione sviluppo dei tumori di Burri

sportelli di un vecchio armadio tolto dal fuoco

compensato impiallacciato assi affumicati coperti da uno strato

di escrementi bianchi d’uccelli la terra di Burri

un altro quadro su sfondo rosso un lenzuolo sbrendolo

un fazzolettino da signora

tutto in rosso la fame e il fuoco di Burri

una solida ragazza in camicetta a merletti ride serena

guardando gli immondezzai di Burri

un altro quadro di pezzi di metallo silenzio e ruggine di Burri

Più oltre sono appesi immobili quasi già belli

Romiti Spazzapan Sadun

Music premio Unesco Gonzaga

Peverelli Leoncillo Vedova Dorazio

Corpora Fabbri Afro Lardera

 

[1]Tratta da: Le parole sgomente, a cura di Silvano de Fanti, Metauro edizioni, 2007 Pesaro.

2Da: Colloquio con il principe, a cura di Carlo Verdiani, Mondadori, Milano 1964, p. 279.

3Silvano De Fanti, Dal 1956 al nuovo secolo, in: Storia della letteratura polacca, a cura di L. Marinelli, Einaudi, Torino     2004, p. 449.

4Da: Tadeusz Różewicz, Le parole sgomente. Op. cit., p. 19.

5T. R., Colloquio con il principe, a cura di Carlo Verdiani, Mondadori, Milano 1964, pp. 283-288.

 

“Il poeta degli immondezzai è più prossimo al vero che non il poeta delle nuvole” A proposito di Tadeusz Ròżewicz e di Alberto Burri è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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7492 parole, 5647 fotogrammi,
258 piccoli rumori,
5 installazioni, 46 immagini

 

Il 20 Aprile 2018, a Firenze, il Chiasso Perduto – Galleria d’Arte ospiterà la prima edizione di PartesExtraPartes, rassegna di musica sperimentale, scritture e arti visive.…

PartesExtraPartes è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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1 micro festival, 1 giorno, 24 artisti,
7492 parole, 5647 fotogrammi,
258 piccoli rumori,
5 installazioni, 46 immagini

 

Il 20 Aprile 2018, a Firenze, il Chiasso Perduto – Galleria d’Arte ospiterà la prima edizione di PartesExtraPartes, rassegna di musica sperimentale, scritture e arti visive.

Durante la serata, dalle 18 alle 22, il programma offrirà al pubblico progetti e ricerche di alcuni artisti contemporanei volti alla sinergia tra linguaggi artistici, tra materiali sonori, proiezioni video, installazioni, scritture, readings, sonorizzazioni.

Il progetto a cura di Alessandra Greco, Simona Menicocci, Roberto Cagnoli e con la collaborazione del collettivo artisti StudioLab di Firenze, ospita in uno spazio libero ventiquattro tra artisti, videoartisti, scrittori, musicisti e fotografi che propongono in modo diversificato riflessioni sul tempo storico, sul tessuto e sulla tessitura del sistema umano, realizzando una macchina espositiva esperita non per se stessa, ma per gli altri, in cui i dispositivi sonori, lo scavo verticale della scrittura nella materia organica, i cut up linguistici e visivi dello scenario contemporaneo e sociale e delle sue criticità, sono elementi volti essi stessi all’interrogazione di ciò che ci circonda, spostando le consuete modalità di sguardo, di comprensione e di attenzione, verso nuove proposte di immaginazione e codifica critica del contesto attuale.

 

Programma della serata a cura di Alessandra Greco:

 

  • NOW!: sonorizzazioni di Roberto Cagnoli (electronics) e Marco Cencetti (tromba).
  • Alessandra Greco + NOW! : (Baleen) lupo_struttura dell’abitare in superficie” / “giorno#XVI” / “Techniques d’immersion
  • Fabio Teti : a m p u t e c t u r a (voice-overs per aree deblattizzate)
  • Simona Menicocci + Luca Venitucci : glossopetræ / tonguestones
  • Niccolò Furri : In forma di repubblica
  • Erika Giansanti : Electronics & Improvvisazioni per viola a pedale

 

In permanente:

Sezione Opere/Installazioni a cura del collettivo artisti StudioLab, Firenze:

Sebastiano Benegiamo, Takako Ishii, Leonardo Magnani, Jacopo Rachlik, Emiliano Renzini, Marco Zamburru. Fotografie in esposizione di Andrea Amorusi.

 

Sezione Video a cura di Simona Menicocci:

Le opere proposte nella sezione video sondano in vario modo i rapporti tra mondo e uomo, tra percezione ed esperienza, attraverso un approccio critico del mezzo visivo volto a una profanazione delle strategie visive odierne, a una messa in crisi del dominio della narrazione, della rappresentazione e delle forme del discorso dominanti, per costruire e mostrare un loro uso differente.

Saranno proiettati video di:

Pietro D’Agostino, Marco G. Ferrari, Nicco Furri, Alessandra Greco, Mariangela Guatteri, Salvatore Insana & Alessandra Cava, Andrea Leonessa, Luca Matti, Simona Menicocci, Luca Rizzatello, Silvia Tripodi.

 

Comunicazione e grafica a cura di Roberto Cagnoli

www.facebook.com/chiassoperduto/

www.facebook.com/events/895893147257674/

 

Chiasso Perduto, Via dei Coverelli 4R, Firenze

20 Aprile 2018

dalle 18.00 alle 22.00

 

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Il mondo dei Buscemi: Suttaterra di Orazio Labbate https://www.nazioneindiana.com/2018/04/17/mondo-dei-buscemi-suttaterra-orazio-labbate/ https://www.nazioneindiana.com/2018/04/17/mondo-dei-buscemi-suttaterra-orazio-labbate/#respond Tue, 17 Apr 2018 05:00:27 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=73335 di Fabrizia Gagliardi

Il perturbante è alterazione. Se assistessimo alla lenta e metodica trasformazione fisico-chimica delle rocce saremmo costretti ad ammettere un male senza tempo: una modifica così impercettibile da non riuscire a distinguere l’inizio dalla fine. Ora trasponiamo tutto alle narrazioni dell’orrore quelle che generano un suono, una domanda, una percezione che sbatte contro le pareti della nostra testa senza che la sua eco abbia un padrone.…

Il mondo dei Buscemi: Suttaterra di Orazio Labbate è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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di Fabrizia Gagliardi

Il perturbante è alterazione. Se assistessimo alla lenta e metodica trasformazione fisico-chimica delle rocce saremmo costretti ad ammettere un male senza tempo: una modifica così impercettibile da non riuscire a distinguere l’inizio dalla fine. Ora trasponiamo tutto alle narrazioni dell’orrore quelle che generano un suono, una domanda, una percezione che sbatte contro le pareti della nostra testa senza che la sua eco abbia un padrone. Il perturbante è qualcosa di diverso dall’orrore, perché lavora sulla distanza tra sicurezza dell’umano controllo e l’inesorabile ritorno alla cenere.
Ligotti nel suo manifesto dell’orrore filosofico, La cospirazione contro la razza umana, semplifica il perturbante come proprio di «forme sovrumane che fanno sfoggio di qualità umane». Razionalizza così la qualità umana del porre ragione a tutto. Ligotti è il narratore del Male endemico e immanente che ha la stessa probabilità di una malattia fisica. A questo male Orazio Labbate – che più volte ha dichiarato il debito verso l’autore americano – ha aggiunto uno stile personale e una propria teoria dell’orrore. Ha definito, come nelle migliori tradizioni orrorifiche, una geografia ben precisa. Suttaterra, il suo ultimo lavoro arrivato in casa Tunuè, racconta di Giuseppe Buscemi, un becchino trentenne originario di Gela che riceve una lettera dalla moglie defunta.
Tutto inizia da Milton, in Virginia, in un paesaggio brullo e contadino. È proprio nell’anonimia del suo tappeto di granturco che Milton assume quell’isolamento tipico del Sud americano dove tutto accade in una bolla temporale regolata dalle leggi di natura.

Nelle campagne di Milton le magie si consumavano da sempre, sullo sfondo di sempre eguali e indifferenti cosmi. La casa dei Buscemi, squallida eppure maestosa, in un singolare stile vittoriano, si sollevava su due piani. Nerastra e beffarda, innalzava i suoi mattoni scuri arrivando fin quasi ad alterare il confine delle nuvole. L’edificio che le faceva da contraltare, al di là del loro campo, pareva invece cambiare densità al crepuscolo. Era una bianca e lignea chiesa, all’origine metodista, sulla quale risaltava un tetto grigio scuro e screziato, come sopravvissuto a un incendio, da cui svettava uno stretto campanile assommitato da una nera croce di ferro.

Qui è dove Razziddu Buscemi ha contemplato la morte nello Scuru, il precedente capitolo di quella che nella testa dell’autore si prefigura come una trilogia. Proprio a Milton ha perpetrato i suoi deliri, infliggendoli al figlio Giuseppe. L’ossessione del perdono e della redenzione fanno della religione un fanatismo nel quale è semplice passare nel blasfemo. Milton diventa l’origine temporale di un eterno ritorno: punto d’incontro tra un orrore moderno e l’arcaicità della religione che ha radici siciliane. Giuseppe Buscemi si forma in un carapace prestabilito di esaltazione, magia e riti per scacciare l’ignoto e lo indosserà a sua volta senza conoscere tregua.
A fare del mutamento religioso un processo immanente contribuiscono una lingua rinnovata e una commistione scenografica. Lo Scuru sembrava composto come un interminabile incantesimo recitato al ritmo del dialetto. Si avvaleva di visioni nate dal folklore di riti popolari che dallo scherzo della scaramanzia diventavano visioni soprannaturali, punti di accesso alla metafisica del divino. In Suttaterra nasce una seconda generazione dell’orrore con l’abbandono del dialetto e una lingua italiana che da una parte si nutre del continuo riferimento all’entità materica degli eventi («Intanto le stelle cadevano a sassate rigando il buio e ustionando il tetto della Saint Mary’s») e dall’altra fa della contaminazione con l’immaginario statunitense il suo punto di forza. Quando Giuseppe tornerà a Gela, altra tappa della mappa dell’orrore, ricorderà il sapore mefitico della città, a metà tra i fumi dello sviluppo industriale e le origini mistiche. Il luna park si mescolerà al panorama del Petrolchimico creando una diapositiva a doppia esposizione: la cementificazione elimina il paesaggio siciliano e il porto di Gela somiglia a un «mausoleo in cui sembrava dimorassero le ombre. Trionfava di cemento, e il metallo in ogni suo finimento, e le barche scosse dal Mediterraneo, allocate dentro un’insenatura costiera alla sinistra, erano simili a bare»; il luna park è il luogo della perdizione che collega due terre separate dall’oceano attraverso costellazioni fatte di insegne al neon e ballerine disincantate.

A Gela il tempo era scuro. Durante la luna di miele il pendolo dell’orologio fu freddo. La giostra del luna park su cui si erano fermati a sedere era immota. Lui sedeva su un cavalluccio; lei dentro una maldestra riproduzione della carrozza di zucca di Cenerentola. Si toccava la pancia e l’esserino scalciava a ogni ticchettio. La sua zampetta ruminava la parete della vita della madre. Giuseppe scese dal cavallo e la raggiunse lì dentro. Da quando si era sposato aveva l’impressione che gli si fossero acuiti e distorti i sensi, e mentre compiva quel brevissimo tragitto gli parve che la giostra odorasse di tempo e di legno.

In una mancanza di tempo definito l’unico punto fermo sarà Maria, la donna alla quale Giuseppe guarderà come donna angelica. Nelle vicende dei Buscemi le figure femminili si associano alla dolcezza del perdono. Quando nello Scuru Razziddu giace con Rosa abbiamo la visione di affondare nel corpo femminile, di penetrarlo per trovare conforto oltre ogni peccato: «Piangeva silenziosamente il ragazzo e Rosa Marturana lo amava. Amava la sua propensione all’alienazione corporea». In Suttaterra Maria sarà una figura chiave, una luce che brillerà come unico appiglio alla realtà, una boccata di ossigeno atemporale per riemergere dalla discesa negli inferi, salvifica e demoniaca allo stesso tempo. Più reali, paradossalmente, saranno le guide di Giuseppe, il neonato del luna park e il nano che lo condurranno in una divina commedia capovolta – con tutte le distinzioni del caso. Il percorso redentivo nelle composizioni di Orazio Labbate assume diverse forme la cui risposta non corrisponde alla vera e propria liberazione dal peccato. Nella tradizione della scrittura del sud americano Flannery O’Connor definiva il grottesco come un’improvvisa rottura dell’equilibrio: le caratteristiche dei personaggi «si allontanano dai modelli sociali tipici, in direzione del mistero e dell’imprevisto». Lo sguardo indifferente della natura, la contemplazione della catastrofe dei protagonisti che assaporano l’estasi, in Labbate non corrispondono a una vera e propria ricerca e accettazione della salvezza. Percorrendo i suoi racconti di Stelle Ossee al timore del peccato e all’arrivo della redenzione l’autore siciliano sostituisce una ragnatela di nuovi valori: gli episodi incendiari del racconto Case infestate permettono ai due protagonisti di soppiantare il vecchio significato di purificazione; il povero Vinny Butera contempla la visione del proprio battesimo in una terra lontana dalla patria, dove il monoteismo delle origini viene sostituito da nuove divinità in Madonna verde.
È proprio l’indugio nel peccato, più del peccato stesso, a costituire materia viva per le storie di Orazio Labbate. I suoi personaggi si muovono continuamente tra il conforto della tradizione e la tentazione dell’ignoto: domandano al buio di prenderli, ma non indossano il volto della vittima perché sanno di impersonare il ruolo universale del peccatore. I paesaggi si plasmano su di loro passando dall’ampio respiro della campagna all’asfissia della metafisica demoniaca che diventa reale. Un procedimento personalissimo che fino ad ora ha saputo unire l’attenzione alla lingua e una caratterizzazione che non si ferma al regionale ma travalica i confini scovando profonde similitudini.

Il mondo dei Buscemi: Suttaterra di Orazio Labbate è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Quel vizio ancora impunito che fa perdere la vista. Appunti sulla lettura https://www.nazioneindiana.com/2018/04/16/quel-vizio-ancora-impunito-perdere-la-vista-appunti-sulla-lettura/ https://www.nazioneindiana.com/2018/04/16/quel-vizio-ancora-impunito-perdere-la-vista-appunti-sulla-lettura/#comments Mon, 16 Apr 2018 06:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=73290 di Roberto Lapia

Il marito di Candida morì all’improvviso: adesso nessuno poteva più interromperla durante le sue letture. Col passare degli anni però il suo corpo cominciò ad indebolirsi, così Candida decise di andare a vivere in una casa di riposo: aveva ormai più di novant’anni.…

Quel vizio ancora impunito che fa perdere la vista. Appunti sulla lettura è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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di Roberto Lapia

Il marito di Candida morì all’improvviso: adesso nessuno poteva più interromperla durante le sue letture. Col passare degli anni però il suo corpo cominciò ad indebolirsi, così Candida decise di andare a vivere in una casa di riposo: aveva ormai più di novant’anni. Il nipote, ad ogni visita, le portava delle casse piene di libri, «soprattutto romanzi e poesie». Candida in poco tempo esaurì quella piccola biblioteca, eppure, durante l’ultima visita, disse al nipote di non volere più libri, e di portare via tutti quelli che aveva nella sua stanza: «I medici le avevano detto che stava perdendo la vista. In pochi mesi sarebbe diventata completamente cieca. E più leggeva più l’evoluzione della cecità sarebbe stata rapida».

Candida è la protagonista della pièce By Heart. Apprendre par coeur (Les Solitaires Intempestifs, 2015), scritta e portata in scena dal portoghese Tiago Rodrigues. Candida è anche la nonna di Tiago, il narratore. Dopo una vita passata dietro i libri adesso Candida se ne vuole liberare, per ritardare la perdita definitiva della vista. Ma ha anche un’altra richiesta da fare al nipote: difatti vorrebbe consacrare «ciò che le resta della sua vista ad imparare un libro a memoria». O meglio: par cœur. By heart. Il libro definitivo, quello che resterà impresso nella sua testa; il libro che potrà leggere mentalmente quando gli occhi non funzioneranno più. E dovrà essere proprio suo nipote a sceglierlo: «Torchiato dal tempo devo compiere questa terribile missione» afferma un inqueto Tiago.

Candida si è ritrovata nella stessa condizione di uno dei lettori più persuasivi che conosciamo: Jorge Luis Borges. «C’è una foto in cui si vede Borges che tenta di decifrare le parole di un libro che tiene in mano, attaccato alla faccia. Si trova in una delle gallerie alte della Biblioteca nazionale di calle México, accovacciato, lo sguardo contro la pagina aperta»: in questo breve e malinconico ritratto, Ricardo Piglia (L’ultimo lettore, Feltrinelli, 2007) ci racconta di un Borges ormai cieco ma mai domo, che nonostante tutto non sembra voler rinunciare alla lettura; ed è lecito ipotizzare che sia stata proprio la lettura la causa della sua cecità. Quelle di Candida e di Borges appaiono allora come delle figure archetipiche del cosiddetto “ultimo lettore”: quel lettore che ha passato la vita leggendo, che ha bruciato i propri occhi nella luce della lampada. «Ora sono un lettore di pagine che già non vedo più» diceva Borges di se stesso, e giustamente Piglia ci ricordava che «nella chirurgica arte di leggere non sempre chi ha la vista migliore legge meglio».

Borges conosceva numerosi, forse innumerevoli, testi a memoria. A Candida invece bastava impararne uno: l’ultimo. L’arte d’imparare a memoria viene considerata fondamentale da George Steiner, che sosteneva che «imparare a memoria significa essere in un rapporto stretto e attivo con il fondamento stesso della nostra essenza» (Le silence des livres, Arlea, 2006). E non è un caso che Tiago si rivolga proprio a Steiner, cui spedisce una lettera manoscritta nel suo studio di Cambridge, per dirimere la gravosa questione dell’ultimo libro da consegnare agli occhi di Candida. Tiago difatti si era appassionato ad una conferenza dal titolo Bellezza e consolazione (Beauty & Desolation), vista su Youtube, nella quale Steiner parlava dell’apprendimento a memoria come atto di resistenza. Resistenza alle dittature, ma anche resistenza alla morte e all’oblio. In questo discorso viene evocata, tra le altre, la storia di Nadejda Mandelstam, che riuniva nella sua cucina dieci persone per imparare a memoria una poesia del marito, Ossip Mandelstam, perseguitato e torturato dal regime stalinista; per ogni poema dieci persone; al sessantesimo poema erano già in seicento ad aver imparato a memoria quei versi. In seguito quelle poesie avrebbero dovuto essere trasmesse ad altre dieci persone, e poi altre dieci ancora, e così via: una catena indispensabile agli occhi di Nadedja (che in russo significa “speranza”), perché bisognava «affidare alla memoria ciò che non si poteva affidare alla carta».

Ma la resistenza steineriana è anche un rimedio contro il fuoco: chi non si ricorda di Guy Montag, il pompiere di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (Mondadori, 1966)? A quel tempo i pompieri non spegnevano i fuochi, ma li accendevano: più precisamente bruciavano i libri vietati. Un giorno, mentre mettevano al rogo libri e giornali nella casa di una vecchia signora, un libro cadde tra le mani di Montag, e il pompiere non riuscì più a liberarsene. Da quel momento in poi iniziò a svilupparsi il suo amore per i libri, che lo portò alla fine a raggiungere la cosiddetta resistenza. Ma che cos’era la resistenza? Erano uomini e donne che imparavano i testi vietati a memoria. Poi li bruciavano, per non essere presi in flagrante, e aspettavano; aspettavano il momento in cui avrebbero dovuto recitare quei libri affinché venissero ristampati. Quando Candida chiede al nipote il favore di scegliere il testo che dovrà imparare a memoria, Tiago sta leggendo proprio Fahrenheit 451, e quella vecchia signora della casa presa d’assalto dai pompieri incendiari, gli fa venire in mente sua nonna: perché anche lei, la vecchia signora, guardava con gli occhi ormai vuoti i propri libri morire, e la sua vita scivolare via dentro il fuoco dell’oscurità.

Sempre George Steiner, in un saggio dal titolo Quelli che bruciano i libri (in I libri hanno bisogno di noi, Garzanti, 2013), ritorna sulla annosa questione dell’inquisizione libresca: «Quelli che bruciano i libri, che mettono al bando e uccidono i poeti, sono ben consapevoli di ciò che fanno. È incalcolabile il potere indeterminato dei libri. Ed è tale proprio perché il medesimo libro, la medesima pagina può avere sui lettori gli effetti più disparati». È interessante notare come Steiner, che qui evoca la forza illimitata dei libri, in Le silence des livres insista sul fatto che oggi ci stiamo dimenticando che i libri sono vulnerabili, e che, come ogni produzione umana, possono essere distrutti; un rischio ben riassunto proprio da Borges: «Le cose, su Tlön, si duplicano; ma tendono anche a cancellarsi e a perdere i dettagli quando la gente le dimentichi» (Finzioni, Einaudi, 1955). L’educazione moderna agli occhi di Steiner non contribuirebbe di certo a superare quest’oblio, anzi: essa «svuota lo spirito del bambino, sostituendo all’apprendimento “a memoria” un caleidoscopio transitorio di saperi sempre più effimeri. Installando, financo nei sogni, il magma dell’omogeneità e della pigrizia». La stessa visione pessimistica la ritroviamo in Luigi Meneghello, che nel testo Le valenze della lettura (in Jura. Ricerche sulla natura delle forme scritte, Garzanti, 1987) pone l’accento su come a scuola «si privilegiano lo scrivere e il parlare nei confronti della lettura». Secondo l’autore veneto «l’idea di far leggere dei libri per intero per semplice curiosità» mancherebbe del tutto nella scuola, mentre sarebbe necessaria una contro-educazione fondata sulla lettura, «un’attività formativa e cordiale, […] nella quale il mondo prevale su di te, e quest’effetto anziché mortificarti ti esalta. Più ti appaiono diverse e plurime le cose con cui non c’entri, e più ti senti a tuo agio, […] e l’idea che sia tu il tuo custode svanisce».

Ciò che sottolinea Meneghello, e con lui Steiner, è che il sistema, in primis quello educativo, senza più bisogno di roghi pubblici, tiene in ostaggio libri e potenziali lettori, facendo dei primi degli hrönir, per ritornare alla Tlön borgesiana, ovvero oggetti secondari, «creature della dimenticanza e della distrazione». Michel Crépu, critico letterario francese, ritiene che in un contesto come quello odierno, nel quale il silenzio della lettura è ormai connotato come il più strano degli esotismi, quella esperienza capitale, sorta di iniziazione al mondo, «venga impedita o addirittura vietata».  Ma allora in che modo è possibile salvaguardare l’esercizio della lettura (e della letteratura)? Lo stesso Michel Crépu propone una soluzione-rimedio: in un testo in appendice a Les silence des livres di George Steiner (Ce vice encore impuni), Crépu parla della “clandestinità della lettura”: «Vi giuro, quando penso ai libri non vedo dei roghi, vedo un ragazzo seduto nel fondo di un giardino con un libro sulle ginocchia. È là e non è là; lo chiamano, è la famiglia. […] Andare o no? Il libro o la famiglia? Scegliere il vizio (impunito) o la virtù (ricompensata)?». Il ragazzo decide di rispondere al richiamo della famiglia, ma la lettura, come sostiene Crépu, gode di una certa impunità, per cui si può stare in mezzo agli altri continuando clandestinamente le proprie operazioni. Il giovane ragazzo ha obbedito all’ingiunzione, fa finta di ascoltare, ma nel frattempo nella sua mente scorrono le immagini di Michel Strogoff che corre nella steppa: «Egli continua a tradire pensando ad altro. Non si legge a tavola? Non fa niente, il libro continua a leggersi in lui». Si rivela dunque necessario seguire l’esempio del ragazzo nel giardino (e quello di Nadejda e di Montag): bisogna tornare alla clandestinità affinché il vizio sopravviva impunito.

Ma c’è un’altra componente da prendere in considerazione: oggi ci troviamo in un’epoca caotica, una realtà che è stata profondamente modificata dal dilagare di internet e delle nuove tecnologie, nella quale il sapere è teoricamente aperto e accessibile a tutti come mai lo era stato prima. Eppure, secondo Crépu, «non è mai stato così difficile trasformare questo sapere in arte». Perché manca qualcosa di essenziale: la pazienza, il silenzio, «ovverossia il tempo, quindi la noia». La domanda che ne consegue è abbastanza ovvia: qual è l’effetto di questa nuova realtà sulla lettura e sulla funzione dei libri? Forse una risposta in tal senso ce l’ha data Pierre Bayard: non c’è tempo né ci sono le condizioni per leggere. Bisogna semplicemente parlare dei libri senza averli letti (Comment parler des livres que l’on n’a pas lus?, Minuit, 2006). Perché «la lettura non è solamente conoscenza di un testo o acquisizione di un sapere. Essa è anche, a partire dal momento in cui ha inizio, coinvolta in un irreprensibile movimento di oblio». E mentre cominciamo a leggere stiamo già iniziando a dimenticare.

Bayard in questo saggio-finzione dal tono ironico e provocatorio, parla «in qualità di non-lettore» e vista la sua approfondita esperienza in materia decide di addentrarsi in una riflessione a proposito di quello che è a tutti gli effetti un tabù: perché è quasi impossibile parlare di non-lettura «visti i numerosi divieti da infrangere» (come quello per esempio di non aver letto i testi considerati canonici). L’intento dell’autore appare in realtà quello di smascherare una certa ipocrisia che ruota attorno ai libri, e in particolare di desacralizzare il rapporto lettore – testo (e quindi anche quello non-lettore – testo). Agli occhi di Bayard la nostra relazione con i libri non è un processo continuo e omogeneo, e nemmeno il luogo di una conoscenza trasparente di noi stessi, «ma uno spazio oscuro infestato da brandelli di ricordi, e il cui valore, compreso quello creativo, è legato agli imprecisi fantasmi che vi circolano». In sostanza la non-lettura è un atto di creazione che ci libera dal peso di una certa cultura, e che si pratica anch’essa in una sorta di clandestinità. Un’evoluzione necessaria secondo Bayard, «per sbarazzarci di tutta una serie di divieti, spesso incoscienti, che pesano sulla nostra rappresentazione dei libri e ci conducono a pensarli, fin dai nostri anni scolastici, come degli oggetti intangibili, e dunque a sentirci in colpa ogni qualvolta gli facciamo subire delle trasformazioni».

Piglia in L’ultimo lettore, a proposito di Tlön, parlava di un universo saturo di libri, dove tutto sta scritto, solo si può rileggere, leggere in un altro modo. Per questo «una delle chiavi del lettore inventato da Borges è la libertà nell’uso dei testi, la disposizione a leggere secondo i propri interessi e le proprie necessità». Questa arbitrarietà borgesiana, una certa inclinazione a leggere male, è il marchio del lettore di Borges, assolutamente autonomo. Per Bayard invece, nell’universo odierno saturo di libri e di segni, non solo si può rileggere: si può anche non-leggere, perché la finzione non dipende solo da chi la scrive o da chi la legge, ma anche da chi non la legge, parlandone. Senza sensi di colpa. «Ora sono un lettore di pagine che già non vedo più» diceva Borges, e ben presto lo dirà anche Candida. Attraverso una forzatura potremmo considerarli, con Bayard, non più l’archetipo dell’ultimo lettore, ma l’archetipo dei primi non-lettori, legati solo ai loro ricordi. Che i libri li portano dentro di sé, per cui impunibili nel loro vizio.

Una questione rimane ancora irrisolta: quale sarà l’ultimo libro di Candida? Steiner in Beauty & Desolation raccontava questo aneddoto: «1937, congresso degli scrittori sovietici. L’anno peggiore. Le persone cadevano come mosche, tutti i giorni. Gli amici di Boris Pasternak si riunirono attorno a lui e gli dissero: “Se parli durante il congresso ti arresteranno. E se non parli ti arresteranno lo stesso, per insubordinazione ironica”». Il congresso durò tre giorni, e Pasternak non proferì parola. Ancora Steiner: «Al terzo giorno fu preso da parte dai suoi amici: “Qualunque cosa tu faccia ti arresteranno. Per favore, dovresti dire qualcosa. Qualcosa che potremo conservare in noi, quando sarai in prigione”. Pasternak era un uomo incredibilmente bello. Misurava più di un metro e ottanta. […] Pasternak si alzò, mi dissero che il silenzio si sentiva fino a Vladivostok. E quando Pasternak salì sul palco gridò un numero. Un numero e duemila persone si alzarono in piedi». Si trattava del numero di un sonetto di Shakespeare tradotto da Pasternak, il trenta, un sonetto sulla memoria. Duemila persone si alzarono in piedi e recitarono il sonetto a memoria. Che cosa voleva dire quel gesto? Voleva dire: «Voi non potete toccarci, non potete distruggere il fatto che conosciamo a memoria ciò che Pasternak ci ha dato». Pasternak non venne arrestato.

Perché siamo quello che ricordiamo, come dice George Steiner, e quello che è in noi nessuno ce lo può prendere. «Ho offerto i sonetti di Shakespeare a Candida» afferma Tiago alla fine della pièce. Candida li ha accettati senza fare domande. Era contenta di ricevere delle poesie, perché sono senza fine, «e in questo momento preferisco le cose senza fine». Il giorno del novantaquattresimo compleanno di Candida, Tiago decise di farle una sorpresa: si recò con dieci persone alla casa di riposo, di modo che potessero imparare da Candida un sonetto a memoria. Si sedettero di fronte a lei: «Non era ancora cieca, ci poteva vedere, ma non ci riconobbe. Ignorava chi fossero quelle persone davanti a lei. E quando le parlai non capì chi stava parlando. Le chiesi “E i sonetti? Ti ricordi un sonetto?”». Candida, come la vecchia di Bradbury, aveva gli occhi vuoti che guardavano il muro. Sembrava non ricordasse più niente. Dopo un leggero movimento degli occhi iniziò a parlare. A recitare: un sonetto di Shakespeare, il numero trenta. La vista volava via, il vizio invece era rimasto impunito.

 

Quando alle Assise del muto e gentil pensiero

convoco memorie di cose passate,

sospiro per ciò che invano ho ricercato,

e per antiche pene piango ancora lo spreco del mio tempo amato;

posso allora annegare gli occhi (non usi a sgorgare)

per amici preziosi nascosti nella notte infinita della morte,

e piango ancora pene d’amore da tempo condonate,

e lamento la perdita di molte viste svanite.

E soffro per passate sofferenze,

e di dolore stanco riconto

la triste lista di lamenti lamentati,

che pago ancora come se non pagati.

   Ma se per caso ti penso (caro amico)

   ogni perdita è risarcita, e ha fine ogni tormento.

(Trad.: Dario Calimani. Cfr. Dario Calimani, William Shakespeare: i sonetti della menzogna, Roma, Carocci, 2009, pp. 70-71)

Quel vizio ancora impunito che fa perdere la vista. Appunti sulla lettura è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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Chi balla sul tetto con le infermiere? https://www.nazioneindiana.com/2018/04/15/balla-sul-tetto-le-infermiere/ https://www.nazioneindiana.com/2018/04/15/balla-sul-tetto-le-infermiere/#respond Sun, 15 Apr 2018 05:00:06 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=73313 di Roberta Salardi

( pubblico questo brano tratto dal romanzo di Roberta Salardi Ventriloquio della crisi, Milano, Effigie, 2017, g.m.)

“Ragazzi, volete sapere l’ultima?”

“Be’… ragazzi… adesso non esageriamo….”

“La notizia merita un sussulto di entusiasmo e di ringiovanimento. Ragazzi, udite udite: le infermiere sono salite sul tetto!…

Chi balla sul tetto con le infermiere? è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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di Roberta Salardi

pubblico questo brano tratto dal romanzo di Roberta Salardi Ventriloquio della crisi, Milano, Effigie, 2017, g.m.)

“Ragazzi, volete sapere l’ultima?”

“Be’… ragazzi… adesso non esageriamo….”

“La notizia merita un sussulto di entusiasmo e di ringiovanimento. Ragazzi, udite udite: le infermiere sono salite sul tetto! Stanno protestando contro le minacce di licenziamento!”

“Stai scherzando? Qualcuno ha parlato di licenziamenti?”

“Sì. Girava voce di prossimi tagli del personale.”

“Non si sapeva quando però… Era un’ipotesi…”

“Recentemente è diventata più chiara, è stata formalmente espressa dall’azienda.”

“Aspetta aspetta… Sono salite sul tetto con gli zoccoli e tutto, proprio con la divisa e le scarpe da infermiere?”

“Ma perché t’interessa?”

“Così… mi sembra piuttosto scomodo…”

“Sono salite con giacca a vento, sciarpe, cappelli per il freddo e addirittura delle piccole tende da campeggio perché hanno intenzione di dormire lì…”

“Che forza!”

“Una di loro è Graziella, la conosco. E’ sola con due figli da mantenere. Ancora adolescenti. L’unico stipendio è il suo; sarebbe un grosso problema per lei restare improvvisamente senza lavoro…”

“Un’altra è Margherita, la conoscete? Ha quattro figli e un marito in cassintegrazione.”

“Il coraggio ti viene per forza in certi casi.”

“Sapete che vi dico? Dobbiamo aiutarle!”

“Dobbiamo armarci di forza e coraggio e andare anche noi sul tetto a portare la nostra solidarietà!”

“Forse è la volta buona che si torna giovani…”

“Mi sento già scorrere altro sangue nelle vene…”

“Saliamo, saliamo!”

“Andiamo a vedere!”

“Uniamoci alla lotta!”

“Andiamo a vedere chi c’è!”

 

Le donne salivano sui tetti, i quasi-pensionati e i cassintegrati restavano sospesi a mezz’aria, in spaccata, da una situazione all’altra… Tutta quell’aria fresca aveva schiarito le idee. Le idee erano molto più chiare adesso, e anche i progetti.

“Ma che dici? Questo è solo un chiacchiericcio, cicaleccio, ventriloquio collettivo, scilinguagnolo, scioglilingua… blablabla… parole vuote… tutto fumo e niente arrosto… Qua non si combina niente…”

“Ma che vuoi combinare?”

“Questo lo dici tu, che non si combina niente… Ragazzi, andiamo!”

“Andiamo a portare la nostra solidarietà!”

“Il nostro aiuto!”

“Siamo qui! Ci siamo anche noi!”

Qualcuno si era portato anche la bandiera, ma quella coi pesci, con tanti pesci piccoli che mangiano il pesce grosso.

 

Un discreto gruppetto di pensionati era riuscito a raggiungere le nostre eroine e si era fatto spiegare il perché e il percome.

Volevano lasciarne a casa un bel po’, circa la metà. Qualcuno parlava addirittura di chiudere prima o poi la struttura perché rendeva poco, dava molte spese che non si sapeva per quanto tempo ancora si potevano sostenere. I posti letto comunque dovevano essere ridotti. Per un certo numero di degenti era previsto il trasferimento in una struttura più grande (un posto dove nessuno voleva andare perché troppo grande, una specie di casermone grigio e malfamato con dentro troppi pazienti tutti trascurati, si diceva, forse legati e picchiati…).

“Andiamo a dar manforte!”

“Ne va anche di noi!”

Mia figlia era accorsa e seguiva da vicino la situazione. Un po’ si teneva in contatto col telefonino un po’ ci veniva a trovare.

Alla fine anche i più coraggiosi dei vecchietti salirono a far tremare le tegole (perfino le tegole tremavano per paura di un’imprevedibile caduta!). Io no perché ero in carrozzella, ma li sostenevo dabbasso con un bel po’ di fiato quando si trattava di parlare nell’altoparlante. La voce certo non mi manca.

Tutte le antenne erano puntate sul gruppetto dei coraggiosi facinorosi.

Ciononostante, qualche maligno malignava: “Macché occupazione e occupazione… Quelli sono saliti all’ultimo piano a ballare con le infermiere! Li sento io che cantano e ballano tutto il giorno…”

Non era vero. Tutte le antenne, i giornali e i telegiornali erano puntati sui ribelli, non più ribelli al voto ma ribelli ai tagli e ai licenziamenti.

Nei momenti di massima adesione della folla io impugnavo il megafono e facevo il mio discorso molto incoraggiante.

Non bisognava perdere il coraggio e le energie.

Si organizzarono turni per sostituire temporaneamente le nostre eroine. Salì pure qualche mamma con i bambini al collo (mogli di alcuni infermieri). Così ci fu un momento che donne, vecchi e bambini erano gli eroi della situazione.

Qualcuno continuava a non crederci e diceva che erano favole, discorsi di una vecchia arterioscheletrica…

Macché arterioscheletrica e arterioscheletrica! Pensate pure quello che vi pare, ma c’erano le tivù a documentare il tutto e anche di più: l’osabile e il non osabile, il facile e il difficile, il pensabile e il fattibile.

Una volta il ritornello era Silviocè; adesso era diventato lacrisicè. Si lasciava andare il disco tutto il giorno.

Una cosa molto seria, da prendere sul serio ma anche un po’ allegramente.

Tant’è vero che si faceva festa. Ci arrivavano torte e manicaretti fatti dalle madri di famiglia per tenerci su. Le amiche delle infermiere e le figlie dei vecchietti saliti agli onori della cronaca ci mandavano ogni giorno nuove prelibatezze fatte in casa con amore e con risparmio.

E se qualcuno diceva: sul tetto ci sono i pensionati che ballano con le infermiere, poteva anche essere vero, tale era l’entusiasmo che ci aveva preso…

Voi non ci crederete ma io mi divertivo un mondo.

Si raccontava che nelle tende del presidio, in quei piccoli iglù piantati da settimane al freddo e al gelo di notte non c’era certo da star bene; ed era vero; ma di giorno in compenso c’erano sempre tante cose da pensare e da organizzare e le malinconie ce le scordavamo tutte.

 

Eravamo noi le antenne, puntate con tutti i nostri sensi verso il futuro. Ero io la disc-giocchei della situazione. Non ridete, la cosa era massimamente seria, un divertimento serio e pure allegro.

Ero in onda su tutti i canali, su tutti gli schermi, reali e immaginari.

“Be’, ora non esageriamo!”

Ero l’antenna più sensitiva, più intuitiva di dove si stava dirigendo il mondo come un dirigibile o mongolfiera… Stava salendo il suo quoziente di gradimento e anche il suo quoziente d’intelligenza secondo me. Stava prendendo quota un mondo bellissimo mai visto prima.

Ballare sul tetto come i gatti era diventata l’ultima specialità. Ma non pensate a una passeggiatina di quelle che fate abitualmente in cortile o ai giardinetti… Gioco di equilibrio e di squilibrio insieme, vertigine e massima concentrazione… Non bisognava perdere una sola battuta degli altoparlanti e dei protagonisti tutti, che erano tantissimi. Non bisognava lasciarsi sfuggire un qualunque nullissimo nonnulla.

Bastava poco per perdere di vista il quadro generale. E il quadro d’insieme era importante per dirigere il nostro dirigibile…

 

Un partito prima delle elezioni ci aveva fatto parlare su un palco in una grande piazza. Era il partito dei grilli parlanti e saltanti. Capitò di vedere salti molto alti e acrobatici. Nessuno poteva immaginare il punto di arrivo…

Era un piacere finalmente che la storia si era messa a correre, aveva le ali ai piedi… Girava pure la testa per tutto quel vuoto, quello spazio nuovo che si aveva attorno al dirigibile o alla mongolfiera.

D’ora in poi potevamo votare con il compiuter e trovarci tutti nell’internèt.

Ma, ripeto, non pensate a cose che scorrono lisce lisce o a qualcosa del genere, a uno scivolare morbido da una cosa all’altra o di una cosa nell’altra…

La vertiginosa altezza che ci stava intorno ci spaventava pure qualche volta. La spericolatezza ci sbilanciava.

Non si guardava né su né giù.

Nei momenti della massima incertezza una sola immagine chiara ci veniva in mente: i nostri uomini politici, aggrovigliati e ammatassati insieme, che se ne andavano in un unico grosso nodo indistricabilmente annodato spazzato via da una scopa forsennata…

 

Eravamo molto sbilanciati, spericolati, un po’ teste matte, un po’ agitatori dell’Anno zero, un po’ agitati ed esagitati, un po’ infervorati ed entusiasmati… Volevamo le cinque stelle e molte di più…

 

 

 

 

Chi balla sul tetto con le infermiere? è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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La chimica della bellezza https://www.nazioneindiana.com/2018/04/14/la-chimica-della-bellezza/ https://www.nazioneindiana.com/2018/04/14/la-chimica-della-bellezza/#respond Sat, 14 Apr 2018 05:00:42 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=73284  di Gianni Biondillo

Piersandro Pallavicini, La chimica della bellezza, Feltrinelli, 270 pagine

Massimo Galbiati, professore di chimica di mezza età che ha conosciuto la passione per la ricerca scientifica pura e, al contempo, la frustrazione di un sistema universitario gretto e incapace di mettere in luce il suo talento, non ha alcuna voglia di accompagnare il professor de Raitner ad un convegno a porte chiuse a Locarno.…

La chimica della bellezza è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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 di Gianni Biondillo

Piersandro Pallavicini, La chimica della bellezza, Feltrinelli, 270 pagine

Massimo Galbiati, professore di chimica di mezza età che ha conosciuto la passione per la ricerca scientifica pura e, al contempo, la frustrazione di un sistema universitario gretto e incapace di mettere in luce il suo talento, non ha alcuna voglia di accompagnare il professor de Raitner ad un convegno a porte chiuse a Locarno. Ma l’arcigno barone non ammette repliche. Galbiati gli deve fare da chauffeur, dato che il professore non è nelle condizioni di guidare la sua bellissima jaguar, avendo ormai centoquattro anni. E un cane bassotto che non sopporta i rumori molesti. E una moglie che sembra una mummia egizia.

Basterebbero queste premesse per comprendere la tonalità dell’intero romanzo di Piersandro Pallavicini. Da qualche anno Pallavicini ha liberato nei suoi ultimi romanzi la sua scatenata vena brillante. Ne La chimica della bellezza si sorride. No, di più. Spesso si ride fino alle lacrime. Le situazioni paradossali dove il protagonista si ritroverà nel corso della trama sono meccanismi così ben oliati da fare dell’autore un maestro della commedia. Ma senza mai cadere in viete volgarità. Ché è di scienza che si parla. Di chimica. La materia che non abbiamo mai compreso a scuola.

Pallavicini, che è chimico nella vita, ne conosce l’intima bellezza. E riesce a trasmettere nelle sue pagine, grazie a una scrittura lieve e garbata, il suo amore per la disciplina. Non mancano colpi di scena, agnizioni, intrighi. Ma la vera scommessa dell’autore è aver distribuito per tutto il romanzo puntuali digressioni e didascalie sul mondo sconosciuto della sua disciplina riuscendo al contempo a non essere mai didascalico. L’Io narrante, che così tanto gli somiglia, trasmette un entusiasmo vero per la sua materia. Al punto che si chiude il libro, e asciugate le lacrime, viene voglia di aprire il vecchio, impolverato, manuale di chimica.

(precedentemente pubblicato su Cooperazione, numero 44 del 31 ottobre 2016)

La chimica della bellezza è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

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