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	<title>NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Da &#8220;Frontiere erranti&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 05:30:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[arte del romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Edward W. Said.]]></category>
		<category><![CDATA[Hermann Broch]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[orientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Massimo Rizzante</strong> <br /> Due saggi brevi: uno su Hermann Broch, in mano agli impietosi filologi della posterità, e un altro su Edward W. Said, che fa sua la lezione di Vico e di Nietzsche, per comprendere come siano complesse e instabili le identità dei popoli e delle culture, disegnate inevitabilmente da “frontiere erranti”.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblichiamo due saggi tratti dall&#8217;ultimo volume di Massimo Rizzante</em>, Frontiere erranti. Autoritratto di un erede senza eredi, <em>pubblicato da </em><em>Effigie nel 2025. In esso, l&#8217;autore ha raccolto una quarantina di testi per lo più saggistici usciti su riviste o in rete. Si tratta di un&#8217;attraversata della letteratura &#8220;del mondo&#8221;, da Keith Botsford a Miguel Torga, da Ornella Vorpsi a Kenzaburō Ōe. Qui compaiono Hermann Broch (e i suoi filologi) e Edward W. Said.]</em></p>
<p>di <strong>Massimo Rizzante</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-119948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere.jpg" alt="" width="368" height="517" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere.jpg 368w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere-299x420.jpg 299w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere-150x211.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/ZZZZZRIZZANTE-Frontiere-300x421.jpg 300w" sizes="(max-width: 368px) 100vw, 368px" /></p>
<p><em>Non</em><em> c’è nulla di peggio della posterità!</em></p>
<p>Bisognerebbe fare in modo che le opere rifiutate da un autore e quelle che, per una ragione o per un’altra, non è riuscito a portare a termine non fossero più pubblicate. Pio desiderio! Non c’è nulla di peggio della posterità! I morti non hanno nessun potere rispetto a quei vivi che, riesumando i fallimenti altrui, non desiderano che mostrare tutto il loro amore. Ma di che amore si tratta? Non si tratterà forse di rivalsa? Di vendetta? Di indiscrezione vestita da furore filologico? Ah, l’umiltà dei filologi, questi pesci rossi dai denti di piranha! Perché sacrificare il loro tempo a ciò che l’autore ha rifiutato? Certo, in nome del “tutto”. Ma non “tutto” quello che un autore ha scritto ha per lui lo stesso valore.</p>
<p>L’anno scorso si è ripubblicato un romanzo di <strong>Hermann Broch</strong>, <em>L’incognita</em>, edito la prima volta nel 1933, subito dopo l’uscita della trilogia de <em>I sonnambuli </em>(1932). La nuova traduzione è molto bella (molto più esatta e ispirata di quelle precedenti del 1962 e del 1981). Tuttavia, lo stesso traduttore (che è anche il curatore dell’opera) deve ammettere nell’introduzione che, nei confronti del romanzo in questione, Broch sviluppa prestissimo “una violenta idiosincrasia che giunge fino all’abiura”. Cita anche una lettera in cui l’autore confessa di averlo scritto per denaro e di considerarlo “un fallimen- to”. Non ne vuole più sentir parlare. Perché? Broch si è reso conto che Richard Hieck, il giovane matematico protagonista del romanzo, dedito alla conoscenza scientifica del mistero della vita, non è altro che una debole variante dei tre personaggi protagonisti de <em>I sonnambuli</em>? Forse. Forse, l’esplorazione e la rivelazione dei fondamenti irrazionali dell’agire razionale dell’uomo, tema dominante della trilogia, ritorna ne <em>L’incognita </em>in modo fin troppo smaccato e privo di quella novità formale che ha fatto esclamare all’autore, al termine de <em>I sonnambuli</em>, di aver scoperto una nuova forma romanzesca.</p>
<p>La storia della letteratura è fatta da pochi grandi scrittori che portano a compimento una forma e da una moltitudine di imitatori che cercano in tutti i modi di gettare discredito su quella perfezione, fino a quando giunge di nuovo un grande scrittore che porta un’altra forma a compimento. Broch lo sapeva. Per Broch scrivere un’opera letteraria è voler ottenere la conoscenza per mezzo della forma e una nuova conoscenza non può essere colta se non attraverso una forma nuova.</p>
<p>Non è soddisfatto della forma de <em>L’incognita</em>. Si tratta di un passo indietro e di una ripetizione. E l’artista non ama ripetersi. E se lo fa, ha tutto il diritto di abiurare la sua opera. Chi siamo noi, posteri, per abiurare la sua abiura?</p>
<p>Quest’anno la stessa casa editrice ha ripubblicato con il titolo <em>Il sortilegio </em>(<em>Die Verzauberung</em>) un altro romanzo di Broch, uscito per la prima volta in Italia nel 1982. Un romanzo incompiuto e la cui storia editoriale, lunga circa quindici anni, dal 1935 al 1950, anno della morte dell’autore, meriterebbe un noioso <em>excursus</em>. <em>Excursus</em> che il curatore dell’opera fa, senza poi interrogarsi sulla liceità della sua pubblicazione. Del resto, il romanzo è stato pubblicato una prima volta in Germania già nel 1953 con il titolo <em>Il tentatore </em>(<em>Der Versucher</em>) e una seconda nel 1969 con il titolo di <em>Romanzo della montagna </em>(<em>Bergroman</em>). Dopo aver concluso <em>I sonnambuli</em>, Broch, che sin dal 1927, a circa quarant’anni, aveva abbandonato la sua attività di industriale e di ingegnere tessile per dedicarsi alla letteratura e allo studio della filosofia e della matematica, si mette in testa di scrivere un’altra trilogia.</p>
<p>Nel 1933 Hitler si impadronisce della Germania. L’esistenza dell’ebreo viennese Broch, sebbene nel frattempo convertitosi al cristianesimo, si fa difficile. Il suo umanesimo radicale, condito dallo studio di Platone e dei Padri della Chiesa, è messo a dura prova. In ogni caso pensa a un “romanzo della montagna”, a un “romanzo rurale”, a un “romanzo religioso” ambientato in un villaggio alpino dove i ritmi naturali di una comunità vengono sconvolti dall’arrivo di un certo Marius Ratti, tempestiva rappresentazione, come un celebre critico ha affermato (Steiner), dell’hitlerismo, il quale, attraverso i suoi discorsi propagandistici, insinua nella comunità tali paure ancestrali da renderla succube dei suoi diktat. La prima stesura del romanzo è portata a termine nel 1936 (è il romanzo che leggiamo in italiano). Tuttavia, Broch non è contento e decide di riscriverlo. Mentre sta scrivendo la seconda versione, Hitler si annette l’Austria. Broch non riesce a fuggire in tempo e viene fatto prigioniero. Per una volta (forse l’unica) la fortuna è dalla sua parte. Dopo circa un mese viene liberato e si imbarca per l’Inghilterra da dove raggiungerà New York. Siamo nel 1939. Dal 1940 alla morte l’autore abiterà a New Haven, nel Connecticut. Si impegnerà per dieci anni a riscrivere il romanzo senza terminarlo. Nel frattempo pubblica <em>La morte di Virgilio </em>(1945), romanzo in quattro movimenti, e, in extremis, <em>Gli incolpevoli </em>(1950), romanzo in undici racconti, dove Broch crea una nuova forma di romanzo in grado di comprendere quell’aspirazione alla totalità che secondo lui né la religione, né la filosofia, né la scienza sono più in grado di soddisfare. Sentite cosa scrive alla fine dei suoi giorni:</p>
<p>La richiesta di totalità rivolta all’arte ha acquisito un carattere radicale, fin qui sconosciuto e, per soddisfarla, il romanzo ha bisogno di una complessa stratificazione, per fondare la quale non è senza dubbio sufficiente la vecchia tecnica naturalistica: si tratta di rappresentare l’uomo nella sua interezza, l’intera scala delle sue possibilità di esperienza, dal piano fisico ed emozionale all’elemento lirico.</p>
<p>Ancora una volta: non sarà che Broch abbia abiurato <em>L’incognita </em>e non sia mai riuscito a terminare <em>Il sortilegio </em>perché altro di ben più importante e di formalmente ben più innovativo gli stava a cuore?</p>
<p><strong> ⊗</strong></p>
<p><em>Tramonto a Oriente</em></p>
<p>Sono passati venticinque anni dalla prima edizione del 1978 di <em>Orientalismo</em>, opera dell’intellettuale americano di origine palestinese <strong>Edward W. Said</strong>.</p>
<p>Quel libro, diventato oggi un libro di testo nelle università, a causa del suo presunto antioccidentalismo, fu molto criticato da diverse discipline accademiche che, se avallarono il suo punto di partenza – l’Oriente è stato per secoli e secoli una versione dell’Occidente e l’orientalismo uno strumento culturale di dominio politico ed economico dell’Occidente sull’Oriente – misero altresì in rilievo molte carenze storiografiche. L’orientalismo, insomma, come campo di studi specifico, soprattutto nel XX secolo e soprattutto in Europa, era riuscito ad affrancarsi dal peccato originale e a far conoscere realtà spesso trascurate. In molti settori del mondo arabo, poi, questa interpretazione è stato letta come una difesa dell’Islam e dei popoli arabi: una sorta di apologia dei vinti contro i vincitori, nonostante Said in molte occasioni avesse ripetuto di non aver avuto interesse, né tanto meno le capacità, di mostrare cosa fossero il vero Oriente o l’Islam. Said, nel suo saggio, utilizza alcuni concetti cari a Gramsci e a Foucault, ma il suo giudizio ideologico non prevale su quello più profondamente conoscitivo. Il richiamo originario di Said è a Giambattista Vico e a Nietzsche. Del primo riprende l’osservazione basilare che “la storia umana è fatta da esseri umani”. Gli uomini sono gli artefici della loro storia e perciò tutto ciò che possiamo conoscere è stato fatto dall’uomo: la guerra per il controllo di un territorio, così come la lotta conseguente per imporvi un modello sociale e culturale che non gli appartiene. Del secondo assorbe l’intuizione genealogica fondamentale per cui l’identità non è altro che una costruzione umana che cambia e fluttua nel tempo e che, per definirsi, ha continuamente bisogno di qualcun altro, di altri, di realtà diverse, perfino opposte, senza le quali nessuna identità potrebbe sussistere.</p>
<p>Che cosa sono il nazionalismo, la xenofobia, il provincialismo culturale se non manifestazioni di questa difficoltà di accettare l’essenziale instabilità dell’identità umana, le sue frontiere erranti?</p>
<p>È difficile vivere nella consapevolezza di tale instabilità. Così come è difficile vivere nel dubbio o, meglio, fare del dubbio la propria passione. Spesso è la paura che vince. Ora, chi ha paura è solo in un modo completamente diverso da chi, come dice Said a proposito di Genet, è “innamorato dell’altro”: chi ha paura, vede o immagina intorno a lui sempre un intruso che ci spia e gracchia parole incomprensibili e che, il più delle volte, è un nemico.</p>
<p>Così, quasi tutto il male che viene commesso è commesso per paura&#8230;</p>
<p>Questo ci ha insegnato Said: che, per quanto da secoli l’Occidente, con i suoi scrittori, conquistatori, politici, storici, abbia voluto imporre un’immagine interessata e minacciosa dell’Oriente, non c’è nessuna essenza islamica, non c’è nessun Oriente, ma ci sono tante sue costruzioni storiche del passato e del presente che attendono di essere interpretate e perfino inventate&#8230;</p>
<p>Said che, come il titolo della sua autobiografia ricorda, si è trovato “sempre nel posto sbagliato”, sempre in bilico tra due culture e in nessun posto a casa, conosceva il valore dell’identità, ma, come ogni spirito lucido e antiromantico, non ne cercava l’origine, ben sapendo che la sua stessa ricerca è un prodotto della nostra coscienza storica. Preferiva pensare, al contra rio di Bergson, che l’uomo è libero nella misura in cui non coincide mai con sé stesso&#8230;</p>
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		<title>Contro la scuola neoliberale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[mimmo cangiano]]></category>
		<category><![CDATA[riforme della scuola]]></category>
		<category><![CDATA[scuola neoliberale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> Una recensione su questo libro collettivo che cerca di rendere conto delle trasformazioni della scuola italiana nel quadro dell'egemonia politica neoliberale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-119287" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-210x300.png" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-210x300.png 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-294x420.png 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-150x214.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari-300x428.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/contro-la-scuola-neoliberale-autori-vari.png 500w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></p>
<p><em>Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza</em> a c. di Mimmo Cangiano, Milano, Nottetempo, 2026, euro 15,20</p>
<p>Il titolo militante di questo libro collettivo trae ispirazione dall’impegno di molti degli autori nella pluridecennale lotta per la difesa della scuola pubblica dall’offensiva neoliberista, ma esso non è solo un testo polemico perché risulta allo stesso tempo un’eccellente introduzione per un non addetto ai lavori desideroso di capire le dinamiche in atto grazie al livello politicamente e culturalmente alto, ma non specialistico, dei contributi e alla varietà degli argomenti trattati. Si passa così da interventi di ordine più generale, che affrontano la crisi della scuola nell’ambito della cultura postmoderna con riferimento allo sdoganamento all’interno delle didattiche di aspetti e pratiche dell’ideologia neoliberale (Lo Vetere), le modifiche, ossia gli ostacoli, al lavoro del docente portati dall’autonomia scolastica e la trasformazione della didattica come esercitazione al lavoro subordinato (Maurizi), la mercificazione dell’insegnamento universitario e secondario (Zinato) e il discorso pubblico (mediatico) sulla scuola e in particolare all’attacco alla figura del docente (Contu) per passare a messe a fuoco rigorose di vari aspetti decisivi della realtà scolastica attuale. Possiamo così vedere la crisi dell’istruzione professionale (Polacco), i meccanismi che stanno dietro alle cosiddette valutazioni oggettive dell’efficienza del sistema scolastico (Latempa), i disastri della riforma dell’accesso alla professione docente tramite i famigerati CFU (Scuderi) e la ricostruzione della vicenda dei finanziamenti PNNR come tentativo di compiere un’ideologica informatizzazione della scuola anziché cercare di usarli produttivamente per i bisogni reali (Bandini). Forse sarebbe valsa la pena di dedicare un intervento anche agli effetti selettivi che produce il mercato della scuola tramite la competizione, dalla fiera degli open day a certe innovazioni burocratiche come il RAV (rapporto di autovalutazione, un documento disponibile sul sito di ogni scuola, in cui si presentano i livelli dell’utenza dell’istituto, in modo da orientare le scelte dei genitori, particolarmente significativo nel passaggio dalla scuola elementare alla media inferiore).</p>
<p>Uno dei meriti fondamentali di questo libro è di proporre in tutti i suoi interventi una lettura di classe delle trasformazioni della scuola di questi ultimi trent’anni, siano esse riforme o ‘buone pratiche’, innovazione lessicale di epoca renziana che è coincisa con la contestuale scomparsa della riflessione su come e per chi sia buona una pratica. Oggi infatti assistiamo a un dibattito politico sulla scuola che, come nota Mimmo Cangiano nell’introduzione, è una vera e propria guerra culturale tra sinistra e destra ossia un dibattito tanto feroce quanto sovrastrutturale. Cosa vuol dire questa espressione? Che in fondo tanto destra quanto sinistra sviluppano un discorso idealizzato, se non mitico, caricando di valore smisurato misure simboliche del tutto secondarie (per esempio la questione dell’obbligo per gli alunni di alzarsi in piedi quando entra in aula il docente), trascurando i processi materiali che intervengono a modificare radicalmente la struttura della scuola. In particolare domina a destra lo stereotipo del declino della scuola abbattuta dal permissivismo sessantottino e dall’altro lato la negazione di qualsiasi declino tramite la retorica dell’inclusione. Quindi “la destra fa il gioco che ha sempre fatto: spiritualizza i processi capitalistici. Mentre lascia intatte (e anzi difende) le dinamiche strutturali che hanno condotto a un tale stato di cose, ammanta questi processi con la sue parole d’ordine (identità, tradizione ecc.)” (p.11); la sinistra invece “legge queste dinamiche strutturali come propedeutiche a una scuola che, lontana dalle secche disciplinariste del gentilianesimo, miri alla formazione di un cittadino sanamente empatico e inclusivo” (p.11). Insomma destra e sinistra si scontrano su simboli culturali, ma non intervengono sui processi materiali, economici, cha hanno un’origine sistemica, di trasformazione e di annichilimento della scuola pubblica.</p>
<p>Gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati da una miriade di riforme e innovazioni che ricevono il loro impulso iniziale dalle grandi istituzioni economiche del capitalismo (OCSE, UE, Banca Mondiale, fondazioni e think tank privati) con il duplice obiettivo, non sempre armonizzato, di creare un mercato nella scuola e di formare l’individuo neoliberale tramite l’interiorizzazione degli obiettivi e delle qualità necessarie a diventare un soggetto acquiescente a qualsiasi richiesta del mondo del lavoro. Una parte significativa della pedagogia universitaria sia progressista sia conservatrice ha collaborato fattivamente a questo processo, di cui la cosiddetta didattica delle competenze è l’aspetto più noto, presentandosi come tecnoscienza dell’insegnamento, probabilmente nel tentativo di ricollocarsi a favore di sole in un’università che a sua volta subisce l’offensiva postmoderna contro i saperi non performativi o inutili, ossia quelli non immediatamente spendibili sul mercato o non funzionali al discorso ideologico neoliberale. Possiamo vedere un sintomo di queste dinamiche nell’allergia del discorso pedagogico a qualsiasi storicizzazione, cioè  il docente e gli studenti sono considerati in una classe totalmente avulsa da qualsiasi contesto, quasi in vitro, come si può evincere dagli interventi di Lo Vetere e Maurizi in particolare. Da questo deriva una sorta di feticizzazione di determinate pratiche scolastiche, per esempio certe metodologie, sentite per loro stessa natura come progressive e, ça va sans dire, risolutive senza riflettere sul paesaggio sociale e storico in cui la scuola opera e senza prendere in esame la possibilità che il valore di una determinata pratica non sia assoluto, ma relativo e fortemente condizionato dal quadro generale.</p>
<p>In questo senso il dibattito sulla valutazione assume aspetti grotteschi o, come scrive Latempa, è inesistente perché prescinde sistematicamente dal significato politico, economico e sociale delle prove standardizzate, come quelle INVALSI, e dal loro impatto sulla scuola nel suo complesso. La pretesa di misurare oggettivamente le performance degli insegnanti tramite quelle degli studenti, essenzialmente con quiz, banalizza il lavoro scolastico e non serve a spiegare certo le difficoltà di apprendimento, ma è funzionale a creare tabelle e classifiche che, pretendendo di misurare un’astratta efficienza, mettono in competizione tra loro gli istituti. Non a caso il documento istitutivo delle prove INVALSI venne redatto da tre economisti totalmente estranei alla scuola.</p>
<p>In molti interventi emerge la questione degli insegnanti: l’attacco mediatico a cui sono sottoposti, ricordato da Contu, che li ritrae come depositari di un sapere inutile che comunque non sanno comunicare  e dall’altro la miriade di nuovi incarichi e obblighi di tipo essenzialmente burocratico, che Maurizi descrive puntualmente, non sono un effetto collaterale delle riforme o una questione eminentemente sindacale, perché l’attacco alla figura del docente come lavoratore della conoscenza e la sua trasformazione in un facilitatore o assistente senza particolare autonomia didattica e culturale, di cui si può scorgere un riflesso anche nella vicenda del PNNR raccontata da Bandini e, ancor di più, nell’incredibile riforma del sistema di reclutamento dei docenti tramite l’abilitazione professionale a pagamento offerta dalle università on line, analizzata da Scuderi, è un aspetto centrale della scuola neoliberale. Se si vuole trasformare la scuola in una cinghia di trasmissione delle idee neoliberali, occorre avere insegnanti culturalmente deboli e quindi incapaci di creare un rapporto educativo con i ragazzi. Ciò è particolarmente visibile nella questione del reclutamento dei nuovi docenti, che non deve essere considerata una delle tipiche inefficienze italiane, ma una scelta politica consapevole: cioè la possibilità di ottenere i crediti tramite cui si accede all’abilitazione professionale sostanzialmente pagando, anziché  vincendo concorsi abilitanti o, al limite, facendo scuole in presenza tenute da università pubbliche come in passato, è mirata a rendere più difficile l’assunzione di personale preparato dal punto di vista didattico e disciplinare, con buona pace della retorica della meritocrazia, perché lavoratori dequalificati sono più facilmente manovrabili e più deboli nella loro relazione con gli studenti.  La scuola che mira alla formazione del capitale umano per il mercato del lavoro non solo deve guardare con sospetto a qualsiasi forma di trasmissione culturale, potenzialmente critica verso l’esistente, ma osteggia quella relazione umana tra docente e studente, che è alla base dell’idea stessa di scuola, quello scambio necessariamente asimmetrico, specie all’inizio, ma pur sempre umano, senza il quale non si insegna né si impara nulla.</p>
<p>Si impara invece molto da questo libro, e non alludo soltanto alle analisi puntuali dei meccanismi di distruzione della scuola pubblica in una società e in un mondo, che ama dipingersi come il più civile e illuminato di sempre, ma al richiamo morale e politico, che implicitamente e talvolta anche esplicitamente comunica al lettore, di non accettare di essere governati, ma di criticare con coraggio l’esistente perché una scuola democratica è premessa irrinunciabile di una vita democratica.</p>
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		<title>Anna Voltaggio &#8211; La santa degli altri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Voltaggio]]></category>
		<category><![CDATA[neri pozza]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[santa rita]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
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					<description><![CDATA[Primo capitolo dal nuovo romanzo di Anna Voltaggio "La santa degli altri" (Neri Pozza, marzo 2026)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Anna Voltaggio</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-119391 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-181x300.jpg" alt="" width="255" height="422" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-181x300.jpg 181w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-253x420.jpg 253w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-150x249.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Voltaggio_la-santa-degli-altri_cover-def-300x498.jpg 300w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /></p>
<p style="text-align: center;">Primo capitolo de</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La Santa degli Altri</strong></p>
<p style="text-align: center;">di Anna Voltaggio</p>
<p>Nica mi ha lasciato, e per due settimane non me ne sono accorto. Un giorno mi ha fatto trovare un biglietto nella nostra stanza. L’ha scritto sulla carta di un cioccolatino,lo ha mangiato e poi ha scritto: Sapevamo entrambi che il trop po è per poco.<br />
Io mi sono messo seduto, dal lato in cui si sdraiava lei, e ho cercato di ricordare cosa fosse successo nelle ventiquattro ore precedenti, alle volte sono distratto.<br />
Anche a considerare dettagli senza importanza, non c’era niente che anticipasse una decisione così drastica, non trovavo segnali che facessero sospettare che quella sera avrei aperto la porta e trovato il suo passaggio e la sua fuga.<br />
Aveva anche quantificato il nostro tempo. Era stato davvero «poco»?<br />
Non avevo mai ragionato su quanto potesse durare la nostra relazione, come non ragiono su quanto possa durare la mia vita. Le cose finiscono, si sa, non ha senso starci a pensare.<br />
Di tanto in tanto era stato argomento delle nostre conversazioni, perché invece Nica, su questa cosa del tempo, ci ragionava eccome.<br />
Aveva ordinato un chinotto con ghiaccio e limone, al chiosco improvvisato sulla stradina sterrata davanti agli scogli. Il tavolo in alluminio era ricoperto di salsedine e avevo l’impressione che l’ombrellone dell’Algida sopra di noi creasse l’unico quadrato d’ombra di tutta la Sicilia.<br />
«Per quanto mi sforzi, non riesco a vederci nel futuro» disse all’improvviso, incastrando il bicchiere ghiacciato tra le cosce nude.<br />
«Da quand’è che cerchi di vedere il nostro futuro? Io non ci penso mai».<br />
«Ah, ecco. Sarà per questo che non lo vedo».<br />
«Sei di cattivo umore?»<br />
«No, affatto».<br />
«Non si direbbe».<br />
«Ti comporti come se ti avessi chiesto qualcosa…»<br />
«Ho solo sottolineato che non ci penso».<br />
«Ho detto che non riesco a immaginarci. È ridicola la tua reazione».<br />
«Va bene. Non mi va di litigare con trenta gradi».<br />
«Ti piace così tanto assumere questa posa?»<br />
«Di che stai parlando? Tu pensi troppo, diventi intrattabile quando pensi troppo».<br />
«Secondo te dove arriveremo?»<br />
«Suppongo che arriveremo fino alla fine».<br />
«Dunque, abbiamo una fine».<br />
«Non fare la bambina, anche l’amore eterno ha un tempo finito».<br />
«Noi bambine crediamo ai miracoli e all’amore infinito. Voi bambini fate la guerra, fate finire le cose».<br />
«Ce la stiamo vivendo, Nica. Quando finisce, finisce».<br />
«La stiamo vivendo a tentoni come un cieco».<br />
«A essere onesti, è l’unico modo».<br />
Si alzò e rimase in piedi davanti al tavolo, come fanno i ragazzini impazienti di fare qualcosa di meglio. L’uomo del chiosco si avvicinò presentandomi lo scontrino con aria vagamente solidale. Nica era generosa. Generosa nel senso che mi faceva continuamente regali, piccoli o costosi, nei limiti dei suoi guadagni, eppure non pagava mai. Mai al bar,<br />
né al ristorante, né al cinema. Non faceva neanche il gesto e non mi ringraziava dopo che le porgevo il suo biglietto o ci presentavano il conto che ormai avevo preso l’abitudine di afferrare. C’era qualcosa di lieve in quella sua indifferenza, che m’inteneriva, perché<br />
per tutto il resto voleva controllo, come se potesse calcolare ogni variabile della vita senza farsi mai trovare impreparata.<br />
Queste cose posso dirle adesso, che passo i miei giorni incollando pezzetti di lei come se fosse un puzzle di cui cerco di costruire il disegno.<br />
L’unica ragione che quella mattina l’aveva trattenuta dall’impulso di andarsene era che stavamo con la mia macchina a nove chilometri dalla città. Sentivo distintamente il suo senso di repulsione per la mia ragionevolezza, e di quelle sue reazioni ero esausto ma<br />
anche appagato.<br />
A ripensarci adesso che non c’è più, mi viene il dubbio che con quella frase improvvisa, Non riesco a vederci nel futuro, volesse lasciarmi intendere qualcosa di più profondo che però fatico ad afferrare. Ma forse sto soltanto manipolando la verità di un fatto molto<br />
più semplice, forse sto soltanto rimuginando troppo. Da quando se n’è andata non faccio che vivisezionare il tempo per trovare il punto esatto che mi sono perso, quello in cui ha deciso di sparire, e inizio a credere che, più mi ostino a cercare lei, più perdo me stesso.<br />
Sulla via del ritorno, il caldo opprimente combinato alla conversazione ci aveva reso tristi e non parlammo più. Misi in moto senza allacciare la cintura e dopo pochi secondi l’avviso acustico di sicurezza azionò i suoi bip striduli, sempre più ravvicinati, che ostentavo<br />
di ignorare fissando la strada. Sentivo il suo sguardo addosso, una furia muta che riempiva tutto l’abitacolo. In uno scatto improvviso e rapido, come qualcosa che cade dall’alto, Nica sbatté con una violenza selvaggia entrambe le mani sul cruscotto, facendomi saltare in aria. Allacciai la cintura e accesi la radio, senza dirle una parola. Dopo un paio di chilometri partì un brano dei Clash con un ritmo irresistibile che mi spinse a tamburellare con le dita sul volante, e Nica spense la radio.<br />
La sua irritazione provocava la mia, in una spirale che si alimentava in sé stessa. Il sale mi bruciava addosso e m’infiammava la pelle, sentivo prudere dappertutto, ma non osavo grattarmi. La macchina intanto scivolava sul viale ombroso della Favorita e ci riportava verso la città.<br />
Da quando mi ero trasferito a Palermo, fantasticavo di prendere una villetta sotto le Grotte dell’Addaura. L’idea di vivere in una casa tra il mare e le montagne mi dava la convinzione che avrei potuto combinare qualcosa di buono e smettere di scrivere i sottotitoli dei film, che presto sarebbero stati tradotti da un’intelligenza artificiale velocissima ed efficiente,<br />
in grado di cogliere sfumature di linguaggio apprese in dodici minuti.<br />
Quando ho conosciuto Nica, devo ammettere, ero in quel momento fragile della vita in cui non è chiaro se il futuro che deve arrivare è ancora quel genere di futuro che cambia le cose o se invece è soltanto il tempo che resta. In questi momenti, in modo del tutto paradossale, le illusioni generano sicurezza.<br />
Per non lasciarmi sopraffare da certe inquietudini, comunque, mi limitavo ad allontanarle, considerando fatti che non avevano a che fare soltanto con me stesso, ma con me in relazione al mondo. Mi concentravo sull’insieme e mai sul dettaglio.<br />
Quando si affacciano domande scomode è bene spostare l’attenzione su cose di maggiore importanza, che rendono insignificanti le nostre piccole miserie. I Paesi in guerra, l’oscenità mediatica, la paura del vuoto, gli squilibri economici, le solitudini, il disincanto del mondo.<br />
Mi chiese di lasciarla al negozio della sua amica Teresa e quando fermai la macchina, prima di aprire lo sportello mi guardò con un ghigno.<br />
«E allora? Come andrà a finire tra me e te, visto che tutto finisce?»<br />
«Come vuoi che vada a finire?»<br />
«Come se fosse stato un sogno» disse.<br />
Quella frase mi sembrò naïf, ma piena d’amore. Ricordo di aver sentito qualcosa di profondo salire in superficie e poi espandersi. Avrei voluto abbracciarla, ma invece non feci niente. Lasciai le braccia tese sul volante e la macchina in moto.<br />
Nica allora scese spingendo indietro lo sportello con una certa forza e per due giorni non si fece più sentire.<br />
Comunque sia, anche a saperle, tutte queste cose, si va avanti lo stesso, e il futuro, quando ci sono di mezzo i sentimenti, sembra che non debba arrivare mai. Dopo quei giorni di assenza, infatti, abbiamo ricominciato a vederci come se quella giornata non<br />
avesse avuto nessun senso. Nessun significato. Siamo abituati a immaginare il futuro convinti che saremo come siamo nel momento in cui lo stiamo pensando. Come se non dovessimo mutare, come se, nel frattempo, le cose della vita non dovessero succedere. È stupefacente come siamo ostinati a rifiutare la morte.<br />
Ultimamente mi chiedo come avrei dovuto risponderle quel giorno in macchina e se avrebbe fatto una qualche differenza. Come volevo che andasse a finire?<br />
Ognuno ha le sue idee sul modo di finire le cose. Che Nica sparisse così, come in un gioco di magia, non mi sembrava il modo migliore, ma avrei preferito una cena al ristorante o una lettera? Avrei preferito lasciarla io. Ecco cosa avrei dovuto rispondere. Per quanto doloroso possa essere, scegliere di allontanarsi da qualcuno contiene l’idea di avere<br />
accettato una rinuncia, e non è roba da poco.<br />
Succede sempre tutto in primavera. Adesso che è luglio, non succede più niente, l’estate addormenta le cose.<br />
Sono andato al negozio della sua amica Teresa, ieri, ho fatto avanti e indietro davanti alla vetrina decorata di piccole luci gialle e gigantografie di modelle dall’ovale rassicurante, ho guardato le clienti circondate dalla carta da parati a fiori, le ceste di shampoo e gli scaffali con le creme azione d’urto. Sembrava che lì dentro le persone si muovessero più lentamente, come se l’aria fosse soffice e asciutta mentre fuori, dove ero confinato io, traboccava di umidità. Avevo l’impressione che la porta di vetro del negozio fosse l’accesso di un mondo che mi veniva precluso. Ho osservato per un po’ le mani di Teresa che si davano da fare sopra la testa della donna seduta, che le sorrideva attraverso lo specchio mentre lei ricambiava con indulgenza, districando pazientemente la massa di capelli ruvidi e ispidi. I suoi, al contrario, sembravano una decorazione, ricci stretti e lunghi che occupavano molto spazio intorno a lei. Ne ha raccolto un paio di ciocche appuntandole con qualcosa, sono così neri che il sole che filtrava dal vetro li faceva luccicare.<br />
Non so quasi niente di lei, se non che con Nica si conoscono dai tempi della scuola e che è orfana. Quella parruccheria del borgo l’ha ereditata dalla zia perché ci lavora dentro da quando è una ragazzina, e le sorelle, per questa ragione, dell’eredità adesso non<br />
le parlano più.<br />
Le amiche di Nica mi hanno sempre messo uno strano timore addosso. Ogni tanto mi parlava di loro e me le figuravo come amazzoni sempre pronte a colpire, ma Teresa più di tutte, e adesso che la vedo per la prima volta mi sembra di riconoscere la bellezza severa che avevo immaginato.<br />
Se fossi entrato a chiederle dove fosse finita la sua amica non mi avrebbe risposto; nel migliore dei casi mi avrebbe guardato con compatimento, nel peggiore mi avrebbe chiesto di andarmene, senza riconoscermi, guardandomi come un estraneo, un nemico, un infiltrato.<br />
Alla fine, ho passeggiato avanti e indietro senza fare niente, ripensando alla stanza più vuota che avessi mai visto, quella senza di lei.<br />
La sera in cui Nica è sparita era il 22 maggio. È una coincidenza, perché il 22 maggio è la festa di santa Rita. Mi chiedo se l’abbia scelto apposta, perché anche questo era un tema ricorrente nelle nostre conversazioni, e il giorno del nostro primo incontro, senza che le avessi chiesto un bel niente, mi si era seduta accanto e aveva cominciato a parlare di santa Rita. Ci siamo conosciuti a un funerale. Questo particolare grottesco avrebbe dovuto prepararmi, anziché divertirmi. Era morta Mimì Puglisi, proprietaria della libreria Le Volte, che frequentavo abitualmente da quando mi ero trasferito, una di quelle librerie che<br />
sembrano il salotto di casa, con un divanetto a due posti tappezzato in velluto verde oliva e un vecchio pianoforte addossato al muro dove, sopra, era appesa una bella stampa incorniciata con un disegno di Dino Buzzati. Ero fuori dalla chiesa perché volevo prendermi<br />
una pausa da quella messa lunga e faticosa, dal prete che parlava con tono cantilenante citando passi del Vangelo secondo Matteo, e non so perché fosse uscita anche lei, ma in quel momento pensai che fosse per la stessa ragione.<br />
«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».<br />
«Beati voi» mi era suonato ironico.<br />
Il prete pronunciava frasi brevi con un tono che invitava a completarle, e infatti tutti, in coro, finivano le frasi dietro di lui. Parole sempre uguali ritornavano fino a svuotarsi di significato, come un rituale ipnotico in cui non si chiede a nessuno di comprenderne il<br />
senso.<br />
Io non sono stato educato a frequentare le chiese da fedele, neanche da simpatizzante. Le ho sempre conosciute vuote e stratificate, perché entrambi i miei genitori erano architetti e mi raccontavano le piante a croce, il transetto e l’abside, ma nessuna storia che riguardasse i misteri o le leggende. Non sono neanche abituato a vedere le chiese piene di persone, né preti che dicono messa. Mio padre aveva deciso che non era il caso che facessi il catechismo come il resto dei miei amici e nel 1987 ero l’unico bambino della<br />
scuola, forse di tutta Pavia, a essere esonerato dall’ora di religione.<br />
A un certo punto della messa mi ero isolato e avevo perso il significato di tutte le parole, non pensavo più neanche a Mimì Puglisi. Ero abbandonato a un flusso di pensieri vaghi sulla colpa e il desiderio, e di tanto in tanto tiravo fuori il cellulare dalla tasca per lasciarmi<br />
distrarre dall’algoritmo e accertarmi che fosse ancora carico, anche se sapevo che lo era.<br />
L’odore intenso della chiesa mi aveva messo addosso un fastidioso senso di disagio ed ero uscito. Seduto su un gradino defilato, davanti a un vecchio portone di cui si intuiva il verde della pittura ormai scrostata, mi accesi una sigaretta nel mezzo del mercato chiuso e muto. Nica si avvicinò e venne a sedersi accanto a me come se fosse normale. Indossava pantaloni stretti e un maglione che sembrava fatto a mano, con le maniche troppo lunghe che lasciavano appena scoperte le dita affusolate. Era un maglione nero con<br />
due grandi narcisi azzurro polvere che sparivano dietro i fianchi; sopra portava un trench lungo fino alle caviglie che svolazzava appena mentre avanzava verso di me con i suoi stivaletti di pelle sottile. Era una figura elegante e determinata, con la vita stretta e il ventre incavato. Dalle mie parti non è abitudine sedersi accanto a un estraneo, per di più per condividere una cosa tanto intima come il fumo di una sigaretta. Mi chiese da accendere con un tono molto serio, ma d’altra parte eravamo a un funerale. Fissai la sua<br />
giacca leggera e scura che strisciava a terra.<br />
«Hai visto il santuario di Santa Rita?» disse mentre avvicinava la sigaretta incastrata tra le labbra alla fiamma.<br />
«No» risposi sorpreso.<br />
«Eri dentro la chiesa, però».<br />
«Mi sono fermato nelle ultime file».<br />
«È alla sinistra della navata, nel cortile del convento. È molto potente».<br />
«Non sono religioso» mi affrettai a dire con un’aria di superiorità. «Conosco giusto i fondamentali».<br />
«Sei milanese». Inclinò a destra la testa sorridendo, come se esserlo fosse stupido.<br />
«Pavia. Ma l’ho lasciata presto e sono stato un po’ qui e un po’ lì. Adesso vivo a Palermo da quasi tre anni».<br />
«Molte donne sono devote a santa Rita in questa città, cercano aiuto e lo chiedono, sentono una connessione forte».<br />
«Santa femminista…»<br />
Fece una risatina per compiacermi.<br />
«D’altra parte sei un uomo» disse.<br />
«È un insulto? Non sono un fan del patriarcato».<br />
«È un fatto con i suoi limiti; gli uomini non possono sapere queste cose, non fanno parte della loro storia. Voglio dire… a Palermo le donne dovevano farsi furbe per sopravvivere, cercare alleanze. Meglio se con una santa».<br />
Mi era parso che s’illuminasse, mentre parlava, quel tipo di luce che trafigge da dentro, che rivela un fuoco.<br />
Fece un lungo tiro dalla sigaretta e il fumo uscì così denso e azzurro che ebbi l’impressione di guardarla attraverso la nebbia.<br />
«Quando ero piccola mia nonna mi raccontava la sua storia per farmi addormentare. La conosci la storia di santa Rita? Ma più ancora dei miracoli, mi piaceva sentire le richieste che le venivano fatte, mi sembrava di entrare nelle vite degli altri».<br />
Parlava senza prendere fiato, come se avesse fretta di dirmi tutte quelle cose che ascoltavo senza capire.<br />
«Speravo sempre in un lieto fine» disse, «che il miracolo si compisse, che i desideri venissero esauditi.<br />
Anche io cercavo di fare miracoli. Una volta ho resuscitato Lola, la mia gatta, quando è caduta dal terzo piano. Ma non sono riuscita a resuscitare mia nonna».<br />
Questa volta risi io. Timidamente. E lei mi guardava e mi sembrava contenta.<br />
«Ho l’impressione che si raccontino volentieri le grazie ricevute e ci si dimentichi di quelle inascoltate. Io preferisco non credere ai miracoli».<br />
E quando dissi così lei si rifece seria all’improvviso.<br />
«Forse non hai mai sofferto» disse.<br />
«Non saprei».<br />
«Per dolori profondi sono necessarie difese forti».<br />
Non ero affatto sicuro di seguire il filo del suo discorso ma non volevo che smettesse di parlare, stavo scivolando dal mondo reale a quello delle possibilità, e il desiderio che nasceva bruscamente per lei mi dava una vertigine.<br />
«Era di Cascia, niente di più lontano da un’isola. Ma a Palermo le donne sognavano cose impossibili, soluzioni a vite disperate».<br />
«E tu preghi per i tuoi sogni impossibili?»<br />
«Sì, una specie».<br />
Lo disse con dolcezza e poi fece un sorriso incredibile che per un momento sembrò dissolvere tutta la tristezza del mondo.<br />
Mi rendevo conto di guardarla come un innamorato pazzo. Le fissavo il collo nudo e gli occhi screziati di arancione, contornati di nero. In certi istanti sembrava una fata o una sirena; qualcosa di soprannaturale, ma provai a non darci peso. Si sarebbe alzata e<br />
non l’avrei vista più, pensavo, come succede con le fantasie.<br />
Non ricordo bene il resto della conversazione ma, improvvisamente, senza tanti giri di parole, le chiesi il numero di telefono e lei mi illuminò con un’occhiata rapida e chiara.<br />
Tirò fuori dalla tasca della giacca una penna con l’inchiostro liquido rosso e lo scrisse sulla mia mano, insieme al suo nome. Nica. Senza fare nessun sorriso e senza chiedermi perché. Io dissi ad alta voce il mio nome, Tommaso, lasciandolo appeso nell’aria, poi rimanemmo qualche minuto uno accanto all’altra senza dire altro, con le cicche delle sigarette spente nelle mani.<br />
«Perché sei a questo funerale?» mi chiese, alla fine.<br />
«Era la mia libraia. Ho passato molte ore a parlare con lei, mi ero affezionato a quel suo modo polemico e tenero che aveva di guardare il mondo. Ogni tanto mi chiedeva di tradurre certe schede che presentavano i libri da ordinare, erano per la sua socia francese,<br />
aveva anche una libreria italiana a Parigi. Ma forse lo sai» dissi distrattamente, rivedendo per un momento il viso di Mimì che rideva.<br />
«Sei un traduttore?»<br />
Annuii e subito dopo, come preso da uno strano pudore, mi corressi.<br />
«Una specie: scrivo i sottotitoli dei film, finché i robot non lo faranno al posto mio». (Ma non aggiunsi che nei mesi peggiori traducevo anche i bugiardini delle medicine e le istruzioni per ogni genere di elettrodomestico).<br />
«Bello» disse, con un’indifferenza sincera.<br />
«Mimì Puglisi invece stava scrivendo un libro, chissà se è riuscita a finirlo. Diceva che me lo avrebbe fatto leggere. Era appassionata di piante, un giorno mi ha regalato dei bulbi di amaranto, ma ho dimenticato di piantarli».<br />
«E di che parlava? Il libro, dico».<br />
«Non lo so. Qualche tempo dopo ho saputo che si era ammalata e non l’ho vista più in libreria. Mi è dispiaciuto».<br />
«Già».<br />
«Tu la conoscevi bene?»<br />
«Anche io ho passato molte ore a parlare con lei».<br />
Poi era andata via e alla fine della funzione l’avevo cercata tra i capannelli di persone che indugiavano sulla strada. Guardandomi intorno chiesi di lei a uno sconosciuto con la barba che fumava la pipa e che aveva gli occhi lucidi di chi ha trattenuto il pianto.<br />
«È andata al cimitero, per la sepoltura» disse quell’uomo. «È la figlia».<br />
La notizia e il caldo, quella notte, non mi avevano fatto dormire.</p>
<hr />
<p><strong>Anna Voltaggio</strong> è nata a Palermo. Vive a Roma e lavora nel settore culturale. Ha esordito con La nostalgia che avremo di noi, pubblicato da Neri Pozza nel 2023.</p>
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		<title>Un carovaniere nel deserto del linguaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Mattia Tarantino]]></category>
		<category><![CDATA[Sotirios Pastakas Larissa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mattia Tarantino e Sotirios Pastakas Larissa</strong> <br />
 
In occasione del premio al Campidoglio e dell'uscita, per Samuele Editore, della raccolta Sciababàb, ospito qui la nota introduttiva al libro di Mattia Tarantino realizzata da Sotirios Pastakas Larissa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mattia Tarantino e Sotirios Pastakas Larissa </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="wp-image-119867 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-08-at-09.55.00-728x1024.png" alt="" width="515" height="863" /></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;otto aprile Mattia Tarantino ha ricevuto il premio speciale durante l’<em>Incoronazione dei Poeti </em>in Campidoglio, su segnalazione del poeta Valerio Magrelli. In occasione del premio e dell&#8217;uscita, per Samuele Editore, della raccolta <em>Sciababàb</em>, ospito qui la nota introduttiva al libro di Tarantino realizzata da <strong>Sotirios Pastakas Larissa</strong>.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Ho conosciuto Mattia ad aversa, quando aveva appena diciassette anni. L’anno prima aveva già pubblicato la sua prima raccolta di poesie: un esordio precoce che lasciava intuire una vocazione non comune. ma ciò che mi colpì subito non fu soltanto la scrittura. Fu la sua straordinaria capacità di riunire attorno a sé persone: musicisti, poeti, amici, curiosi. alla libreria Quarto Stato diedero alla mia lettura un tono festoso, quasi corale, che poi proseguì naturalmente nella bevuta e nel barbecue a conclusione della serata. in quell’occasione riconobbi immediatamente in Mattia un talento raro: quello di ammagliare le persone, di attrarle dentro un cerchio di energia e di entusiasmo. un vero incantatore di serpenti. Pochi mesi dopo ebbi anche il piacere di collaborare alla rivista Inverso, che Mattia aveva fondato insieme al compianto Gabriele Falloni. da allora sono passati dieci anni di amicizia sincera, e oggi mi sembra di vedere quella esperienza, quella generosità e quella tensione poetica cristallizzarsi in questo volume di poesie scelte. il libro appare come un dono: un’offerta generosa agli amici, ai compagni di viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">È come un braciere acceso attorno al quale ci si raduna per scaldarsi. siamo nel deserto – e nel deserto basta anche un piccolo punto di luce per orientarsi. i cammelli sono stati abbeverati, il campo è montato, e ora bivacchiamo dopo l’attraversamento del linguaggio: un viaggio in cui la parola nasce, si incrina, si ammala, ma continua ostinatamente a cercare una casa. Mattia, in fondo, ha fondato una tribù di poeti: una comunità di sognatori. i suoi testi sembrano muoversi in uno spazio sospeso tra visione, memoria familiare e una interrogazione quasi metafisica sul potere della lingua:</p>
<p style="text-align: justify;">chiedi in questa veglia la parola</p>
<p style="text-align: justify;">che ci salvi dall’inverno e faccia casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa raccolta è un libro da portare con sé, quasi fosse un amuleto sacro, un talismano per le prossime soste nel deserto. Come ci ammoniva l’amatissimo Joseph brodsky, la poesia non serve a consolare: serve a orientare il cammino. E, qualche volta, persino a farci ritrovare la strada.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Sotirios Pastakas Larissa, 11 marzo 2026</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-119923" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17.png" alt="" width="886" height="760" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17.png 886w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-300x257.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-768x659.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-490x420.png 490w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-150x129.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Screenshot-2026-04-09-at-21.33.17-696x597.png 696w" sizes="(max-width: 886px) 100vw, 886px" /></p>
<p style="text-align: center;">Foto di Dino Ignani</p>
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		<title>Les nouveaux réalistes: Claudio Bellon</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 05:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Bellon]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Claudio Bellon</b> <br />Un ufficio di vetro dove svolgo un lavoro dal titolo complicato: Principal Business Development Manager. Un groviglio di parole che non significa niente.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119229" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/accc09925479a9f488709e9aa4551c67_t.jpeg" alt="" width="680" height="340" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/accc09925479a9f488709e9aa4551c67_t.jpeg 680w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/accc09925479a9f488709e9aa4551c67_t-300x150.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/accc09925479a9f488709e9aa4551c67_t-150x75.jpeg 150w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Rimprovero</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Claudio Bellon</strong></p>
<p>Avevo diciannove anni la prima volta che ho steso.<br />
Ero con Alice e Fergus, al primo anno di università.<br />
Temple Bar. Il bagno graffitato e caustico del Workman’s, locale che al martedì si riempie di studentelli alternativi; e con loro: tatuaggi, capelli viola, sguardi tristi, preservativi, spine dorsali, non-binari, biglietti dell’autobus, giacche di pelle, piercing al capezzolo, femministe.<br />
Accanto al lavandino, un ragazzo dal volto spigoloso ha estratto dal pube una pallina bianca, delle dimensioni di un dente. Dopo averlo pagato, abbiamo scartato l’involucro salmastro di sudore con le unghie, pescato la polvere con una chiave e infine l’abbiamo stesa su un iPhone. Fergus, che viene da Londra e come molti britannici ha provato buona parte delle droghe pesanti tra i quattordici e i sedici anni, si è occupato di tritare il composto adulterato fino a disegnare tre righe soffici e affascinanti. Ho arrotolato una banconota da dieci euro fino a formare un cilindro duro e ho sniffato metà della polvere con la narice sinistra e la seconda metà con la destra.<br />
Dopo abbiamo parlato con un sacco di turisti nella zona fumatori. Ho chiesto ad Alice se potevo fumare un po’ della sua sigaretta. Non solo perché sentivo gli incisivi intorpiditi dal gelo anestetico della cocaina, ma perché per la prima volta mi andava di assaggiare la sua saliva. Lei l’ha divisa con me.</p>
<p>Da quella sera sono passati: una laurea triennale, due appartamenti umidi, sei coinquilini, un master, nove colloqui, otto rifiuti, un’offerta.<br />
Oggi resto seduto in ufficio finché il sole non scompare dietro i palazzi. Un ufficio di vetro dove svolgo un lavoro dal titolo complicato: Principal Business Development Manager. Un groviglio di parole che non significa niente.<br />
Davanti a ciascun dipendente, sulla superficie laminata della scrivania, sono posizionati un laptop aziendale e un monitor aggiuntivo, in un setup studiato per ottimizzare la produttività e garantire un flusso di lavoro efficiente. Ogni mattina, gli utenti si collegano a stanze virtuali per comunicare attraverso lo schermo, anche se i corpi si trovano nello stesso identico spazio. Ogni tanto scendo a fumare una sigaretta, giocherello con il cordino del badge o interagisco con il programma di intelligenza artificiale messo a disposizione dalla ditta. Gli faccio domande del tipo: Si può morire di solitudine? È un presagio sinistro pensare sempre alla morte? Come si fa a vivere davvero le cose senza che la consapevolezza della fine le avveleni già mentre accadono?</p>
<p>Dopo il lavoro, Fergus mi aspetta al pub, anche se non sono sicuro che aspetti davvero me.<br />
Davanti a lui ci sono due bottiglie vuote di Hop House. Indossa cuffie enormi e guarda su YouTube un blogger che esplora le periferie più pericolose del pianeta. Ho la sensazione che la sua serata avrebbe la stessa intensità, con o senza di me. In fondo, non sono altro che un’entità di contorno; un eco nella solitudine. A volte mi chiedo quanti amici continuerebbero a vedersi se i bar smettessero di servire alcolici. Forse, eliminata la ritualità del consumo di alcol, caffè e droghe, molti scoprirebbero di non avere davvero bisogno della gente.<br />
Ci spostiamo dal Ferryman all’Hogan’s, dal Whelan’s al Bar With No Name, sotto i tavoli facciamo una chiavetta dopo l’altra. La coca non la prendiamo più al Workman’s: ce la recapita direttamente lo Special Deliveroo, un ragazzo in bicicletta vestito come un rider della nota multinazionale di consegne a domicilio. Prima di incontrarlo, scambio messaggi con il proprietario del coffee shop online, che mi manda regolarmente volantini disegnati con Canva raffiguranti i prodotti disponibili. Attraversiamo le strade elettriche della città, invase da: turisti, artisti di strada, fighe di legno, fighetti del Trinity, burocrati, ciglia finte, camerieri, abbronzature spray, garlic dips, dottorandi, stacanovisti, senza dio, rampolli, cervelli in fuga.</p>
<p>Questa è Dublino, e quelli là fuori sono loro, vogliosi di bere, scopare, ballare, divertirsi.<br />
Ma i pub cominciano a chiudere. La musica finisce. Le persone si riversano sui marciapiedi.<br />
Sotto casa ci facciamo geolocalizzare da un altro special Deliveroo.<br />
Chiusa la porta, Fergus toglie le scarpe e siede sul tappeto del salotto, gambe incrociate, il gomito appoggiato al tavolino anti-impronta sul quale fa cadere la polvere.<br />
&#8211; Hai saputo di Alice?<br />
Accenno un no senza dire niente.<br />
&#8211; Lo sai che si sposa con un vecchio?<br />
&#8211; Cioè?<br />
&#8211; Un manager che lavora con lei. Ha una quarantina d’anni.<br />
&#8211; Te l’ha detto lei?<br />
&#8211; No, l’ha detto a Joanna. E ovviamente Joanna non sa tenere un segreto.<br />
&#8211; Beh, &#8211; dico, abbassando lo sguardo &#8211; Buon per loro.<br />
-L’ho spiato su LinkedIn, sai? Un entusiasta che legge The Economist e altre riviste per persone senza una vita interiore. Eri meglio te.<br />
Annuisco e poi smettiamo di parlare. Continuiamo a bere e a fumare finché non arriva l’alba. Il cinguettio degli uccelli suona come un rimprovero di mia madre. Apro la portafinestra ed esco sul balcone, l’aria fredda mi punge i polmoni. Stringo le mani attorno alla balaustra per paura di lasciarmi cadere. Ripenso a una sera di Halloween di tanto tempo fa: Alice mi tinge i capelli in camera prima di una festa in maschera. Rivedo noi due sdraiati sul letto, il riflesso dell’insegna JP Morgan nel vetro della finestra e un angoscioso sentore di perdita che mi lega la lingua. Come si fa a vivere davvero le cose senza che la consapevolezza della fine le avveleni già mentre accadono? Mi soffio il naso e il fazzoletto è macchiato di sangue. Abbasso la tapparella. Un nuovo giorno è sorto, il futuro bussa alla porta e io non ho voglia di andargli incontro.</p>
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		<title>AzioneAtzeni – Discanto Trentaduesimo: Marcello Fois</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 12:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[podcast]]></category>
		<category><![CDATA[AzioneAtzeni]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Gigliola Sulis]]></category>
		<category><![CDATA[Lia Careddu]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Marcello Fois</b> <br />Mì che non c’è niente di brutto in questo personaggio, anzi è una specie di eroe, ma eroe per modo dire. Di quelli che non sembrerebbero. Te lo dico subito: non ti devi offendere di nulla, perché quando si scrivono delle storie la cosa importante è capire che non è che sono vere.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="AzioneAtzeni  - Discanto XXXII : Marcello Fois" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/hixsVz9IcnA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Credits</strong><br />
Testo e voce: Marcello Fois<br />
Incipit da <em>Il figlio di Bakunìn</em>: lettura di Lia Careddu</p>
<p style="text-align: center;"><strong>AzioneAtzeni – Discanto Trentaduesimo: Marcello Fois</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-116654" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/1691-3.jpg" alt="" width="224" height="313" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/1691-3.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/1691-3-215x300.jpg 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/1691-3-150x210.jpg 150w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Discanto XXXII</strong></p>
<p>Tullio Saba era un bambino vanitoso, l’ho scoperto molte volte che si specchiava nell’unico specchio di casa, sul comò in camera da letto di donna Margherita. Era uno specchio di lusso esagerato, con la cornice di stucco color d’oro e in alto un angioletto grasso, nudo. E anche donna Margherita si guardava troppo allo specchio per una donna costumata. Il bambino aveva sempre scarpe fini, nere e lucide; certo, il padre era calzolaio, ma nessun bambino in paese aveva scarpe così belle. E il padre non era sarto, ma nessun bambino in paese aveva vestiti così eleganti.<br />
da <a href="https://www.sellerio.it/it/catalogo/Figlio-Bakun/Atzeni/349">Il figlio di Bakunìn</a>, di Sergio Atzeni</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Lettera a Tullio Saba</strong><br />
di<br />
<strong>Marcello Fois</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Torino, 4 dicembre 1989</p>
<p>Tullio, ascò, c’ho in mente una storia di lotte operaie con un protagonista che nella mia testa, non so perché, c’ha la tua faccia, e così mi è venuta questa mattana di chiamarlo come te. Quindi dopo averne parlato con Paola mi è sembrato corretto avvisarti. Sempre che la cosa non ti dia fastidio.<br />
Mì che non c’è niente di brutto in questo personaggio, anzi è una specie di eroe, ma eroe per modo dire. Di quelli che non sembrerebbero. Te lo dico subito: non ti devi offendere di nulla, perché quando si scrivono delle storie la cosa importante è capire che non è che sono vere. Devono sembrare vere. Anzi, se sono proprio vere non sono storie. Però Tù qualcosa di vero ci sarà: ti ricordi di quel pomeriggio a casa tua, quanto avremo avuto: sì e no quindici anni, quando ti ho beccato che facevi i muscoli allo specchio? Questo vorrei metterlo, ma mica per prenderti in giro, solo perché, quando scrivi storie, perché sembrino vere bisogna mentire, ma perché sembrino proprio vere un pizzico di verità ce la devi mettere. E a me di te mi piace quella verità che sei uno che piace alle donne. Senza invidia eh? E che fai finta di niente ma lo sai bene. Cioè Tù il mio eroe, come te, c’ha questa cosa che possiamo definire chimica, questa capacità di attrarre come se fossi una carica negativa costantemente in presenza di cariche positive. Ah, non voglio certo dire con questo che tu sei una persona negativa, sto proprio parlando di scienza, come ne <em>Le Affinità Elettive</em>, che è il romanzo dove le regole dell’attrazione sovrastano qualunque ragionevolezza. Dunque chimica: niente di negativo in te. A volte davvero basta istruirsi, e leggere, per essere meno suscettibili. Il mio Tullio leggerà, tu leggi troppo poco, dici sempre che ti stanchi, e questo è un peccato davvero, perché leggere è anche meglio che scrivere, anche se non sembrerebbe. Comunque, e qui chiudo, se ti stanchi di leggere è solo perché non leggi abbastanza. Come correre. Mica per leggere ci vuole talento, bisogna allenarsi, come a calcio: vedi che quando fai le ore piccole e salti gli allenamenti alla partitella dopo un quarto d’ora sei fuori uso? Lo stesso è col leggere. Al mio Tullio Saba, nome e cognome eh, dunque gli piacerà leggere perché sarà uno di quelli che cerca di spiegare alle persone ignoranti che il più delle volte sono ignoranti perché le hanno convinte che istruirsi sia una perdita di tempo. Su questo punto preciso magari non ti riconoscerai, ma, ancora una volta, non per dire che sei ignorante, perché non lo sei, ma solo un po’ mandrone a studiare, perché per il resto, le donne in primis, accidenti a te, non ti batte nessuno.<br />
Hai presente il calzolaio di Uta, quello comunistone, compagno duro e puro, mì che lo chiamavano Bakunìn, te lo ricordi? Dai che aveva appeso il cartello sulla porta della bottega che diceva “Ai fascisti si fanno le scarpe, per tutti gli altri si risuola”. E quasi nessuno aveva colto il doppio senso di “fare le scarpe” come nella definizione del vocabolario: “compiere un’azione di tradimento finalizzata a scalzare l’altro”. E Tù, non è per tornare sempre lì, ma, a leggerlo il vocabolario, si capiva perfettamente cosa voleva dire Bakunìn. Nella storia che ho in mente Tullio Saba è uno che si oppone ai fascisti con la forza degli argomenti. Anche se sa bene di avere a che fare con gente che argomenti ne hanno pochissimi, e, si sa, quando mancano gli argomenti cominciano i pugni. Per questo sto studiando il ventennio fascista come periodo in cui ambientare questa storia. Nella finzione il mio Tullio Saba è figlio del calzolaio, non me ne voglia tuo padre, Bakunìn. Cioè, ribadisco, poche cose vere sparse, rendono più verosimili cose inventate.<br />
Altra cosa: uscire da questa dittatura agropastorale di questi scrittori nuoresi che si credono chissà che. Va bene, c’è un Nobel di mezzo, ma io di Barbagia e banditi e maestrale e querce o, peggio, canne piegate dal vento, non ne voglio proprio sapere. Per carità, tanto di cappello a Grazia Deledda, però bisogna proprio capire che la Sardegna è assai più grande di quella che lei ha imposto al mondo. Senza cattiveria beninteso, è chiaro che quando una vince il Nobel metta un’ipoteca seria sull’idea che uno si può fare del mondo che descrive nelle sue storie. E onestamente tutto quello che si sa letterariamente della Sardegna, lo si sa dalle pagine della Deledda. Perciò Tù, niente Barbagia, niente disamistadi, niente latitanti, ho pensato al territorio delle miniere, il Sulcis, che è poco raccontato e è rappresentativo di un vero ceto operario. Perché i pastori, diciamocelo, rispetto ai minatori sono dei signori. A questi nuoresi, maledetti in senso antifrastico, bisogna riconoscere che per scrivere sanno scrivere. Salvatore Satta per esempio, che, accidenti, quei pastori li ha fatti complessi peggio che se li avesse inventati Musil. Ecco lo stile è magnifico, ma io di quella spocchia identitaria mi sono rotto. A me interessa di più il racconto di quella purezza che nessuno ha mai visto realmente, la nostalgia, quasi una malinconia costante, che hanno i colonizzati di tutte le latitudini, quando devono concepirsi in un mondo che non hanno determinato e devono esprimersi con una lingua costantemente assediata, e devono costantemente mediare tra il pensiero di sé e lo sguardo altrui. Insomma scelgo l’urbano contro il rurale. E in Sardegna di città in senso stretto con tutte le commistioni e contraddizioni che ne conseguono, ce n’è solo una. Che è Cagliari. M’immagino le critiche, ma città ne ho viste abbastanza, e città come questa dove mi trovo ora che è il centro dei centri di qualunque mozione operaistica. Dunque, per me, questa storia di te, che diventi il figlio del calzolaio Bakunìn, e che, durante il fascismo, lotti per i diritti negati della povera gente, mi pare, tra le altre cose, un modo per raccontare che quella purezza millantata dal canone barbaricino noi sardi l’abbiamo persa da tempo. Ho in mente a questo proposito una storia cittadina di periferia cagliaritana con due ragazzine, ma per ora sono appunti.<br />
Finisco dicendoti che ho pensato di scrivere questa storia con un protagonista che non si vede mai. Eh, Tù, l’idea è che di Tullio Saba, figlio di Bakunìn, si sa solo quello che dicono gli altri. Un modo per liberarsi dalle responsabilità, così si può dire che la finzione arriva fino a un certo punto e che il risultato non è nient’altro che il resoconto della gente che parla, e quando la gente parla un motivo c’è. In verità questa idea che sembra tanto incredibile, e cioè usare come protagonista uno che non si vede, è antichissima e risale a Omero. Dei ventiquattro libri dell’<em>Odissea</em>, i primi quattro, la <em>Telemachia</em>, narrano di un figlio, Telemaco appunto, che cerca il padre, Ulisse, e questo padre non si vede mai, ma viene narrato di volta in volta da tutti coloro che per fortuna, o per sfortuna l’hanno incontrato. Senza presunzione anche io voglio fare la stessa cosa. Anzi con tutta la presunzione che uno scrittore deve avere, che cavolo!<br />
Hai detto mille volte che venivi a Torino, cerca di farti sentire e promettimi che almeno questo romanzetto, con Tullio Saba protagonista se accetti la cosa, lo leggi. Fammi sapere, io ci terrei davvero perché ormai fra me e me lo chiamo già così. Saluti a casa. Male che vada ci vediamo l’estate prossima. Asibiri, Tù.</p>
<p>Sergio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-115850 td-animation-stack-type1-2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata.jpg" sizes="(max-width: 1080px) 100vw, 1080px" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata.jpg 1080w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-420x420.jpg 420w" alt="" width="1080" height="1080" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>* Azione Atzeni- mode d’emploi</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Gigliola Sulis e Francesco Forlani</strong></p>
<p>‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. <a href="https://www.sellerio.it/it/catalogo/Figlio-Bakun/Atzeni/349">Sergio Atzeni, <em>Il figlio di Bakunìn</em></a> Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: <em>Texaco</em> di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come <em>Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri,</em> e di una cascata di racconti tra cui <em>Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca,</em> e <em>Bellas mariposas</em>. Come nel <em>Figlio di Bakunìn</em>, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno <a href="https://www.aladinpensiero.it/?p=47177">dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”</a>. Nasce così <em>il gioco del discanto*</em>, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. <strong>*</strong> Francesco Forlani ‘<a href="https://minimaetmoralia.it/letteratura/nella-sardegna-magica-in-cerca-di-sergio-atzeni/"><em>Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni</em>,</a> “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, <a href="https://www.leparoleelecose.it/chi-era-sergio-atzeni/">‘<em>Chi era Sergio Atzeni?</em></a>’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012</p>
<p class="has-text-align-center"><strong>Si può seguire il PODCAST su</strong>:</p>
<p class="has-text-align-center">⇨ <strong><a href="https://www.youtube.com/playlist?list=PLxTP1iuPPeRn437CtY5Pv9fKry9jJFy2I" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Youtube</a></strong></p>
<p class="has-text-align-center">⇨ <strong><a href="https://open.spotify.com/show/0UgUfvsNG220RzZnNEkq2V" target="_blank" rel="noreferrer noopener">SPOTIFY</a></strong></p>
<p class="has-text-align-center">⇨ <strong><a href="https://pca.st/vgzb9x8y" target="_blank" rel="noreferrer noopener">PocketCasts</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Allegorie del bene?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 05:12:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Andrea Inglese</strong><br /> La magnolia come l’oleandro sono reali, ma sottili e densi condizionamenti li fanno esistere vicino a noi. Non sono fino a in fondo immagini di loro stessi, non lo possono essere. Sono immagini di altre cose. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Questo testo è apparso sul n° 5 (dicembre 2025) della rivista “In Opera. Esercizi di lettura su testi contemporanei”. Il numero conteneva <a href="https://riviste.unimi.it/index.php/inopera/issue/view/2748">un dossier a cura di Riccardo Donati</a> dedicato ad Alessandro Broggi a un anno dalla sua comparsa.]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong>1.</strong><br />
Ho bisogno di vedere pioppi, così come ho bisogno di coperte pesanti per l’inverno e caffè ogni mattina, dopo essermi alzato. E se non vedo pioppi, o anche se li vedo, ho bisogno di leggere brevi testi, con brevi frasi, come i versi dei poeti e delle poetesse, dove compare la parola “pioppo”.</p>
<p>IL PIOPPO DI KARLSPLATZ</p>
<p>Un pioppo c’è, sulla Karlsplatz,<br />
in mezzo a Berlino, città di rovine,<br />
e chi passa per la Karlsplatz<br />
vede quel verde gentile.</p>
<p>Nell’inverno del Quarantasei<br />
gelavano gli uomini, la legna era rara,<br />
e tanti mai alberi caddero<br />
e fu l’ultimo anno per loro.</p>
<p>Ma sempre il pioppo sulla Karlsplatz<br />
quella sua foglia verde ci mostra:<br />
sia grazie a voi, gente della Karlsplatz,<br />
se è ancora nostra.<br />
(1950)</p>
<p>Di <strong>Bertold Brecht</strong>, traduzione di Franco Fortini e Ruth Leiser.</p>
<p>Il pioppo di Karlsplatz esibisce la foglia, la espone, la rende parte del paesaggio urbano, ed è così che il pioppo rivela la sua estraneità al tempo storico, la sua capacità di attraversarlo, non indenne, ma secondo un ritmo diverso, una pazienza ignota agli esseri umani. È, tra le altre cose, questa sconosciuta, ammirevole pazienza, che fa degli alberi dei testimoni di un tempo diverso, di un tempo che sfugge il presente, che lo scavalca.</p>
<p><strong>2.</strong></p>
<p>Paradossalmente, gli alberi contribuiscono a rompere la “logica evolutiva”, che ci assegna tutti alla freccia direzionata di un unico tempo storico. Si legga Rancière (da un’intervista su “Machina”: <em>La confusione dei tempi: intervista a <strong>Jacques Rancière</strong></em>, a cura di Pierpaolo Ascari.</p>
<p>“La tradizionale divisione gerarchica oppone il tempo degli uomini attivi, che si propongono dei fini e li realizzano oppure si godono il tempo libero, al tempo ripetitivo degli uomini passivi, dediti alle attività quotidiane. Questa prima divisione è stata ricoperta – e forse dissimulata – nell’età moderna dall’affermazione del tempo omogeneo dell’evoluzione, che ridistribuisce la gerarchia in altri modi: l’obbligo di appartenere al proprio tempo, l’esistenza dei ritardatari, la proscrizione dell’anacronismo ecc. Ho insistito sul modo in cui la sovrapposizione di diverse temporalità ha giocato un ruolo nella ridistribuzione egualitaria del sensibile. Questo è vero, su larga scala, con la reinvenzione al tempo di Winckelmann di un’antichità diversa da quella che l’ordine classico aveva assimilato e superato secondo la logica evolutiva, o al tempo della Rivoluzione francese con la resurrezione di antichi simboli politici. Ciò è ancora vero, su scala più modesta, con le commistioni di tempi e le eterogenee esibizioni di oggetti, testi e immagini che hanno costituito la cultura degli autodidatti. Questi testi e queste immagini, spesso antiquati, hanno fornito loro gli strumenti intellettuali per lottare contro la gerarchia delle temporalità che li rinchiudeva nell’unico tempo della ripetizione.”</p>
<p>Gli alberi non sono solo la vita che ritorna, ciclica, stagionale, ma l’immagine di uno sfasamento temporale rispetto agli eventi maggiori della storicità umana: sono con noi, sono nel nostro paesaggio, eppure sono estranei a esso, appartengono non certo a un ciclo inteso come eternità, ma come linea temporale altra, difforme rispetto a quella umana delle generazioni.</p>
<p>La pazienza della pianta, la sua calma, la sua grande capacità di ascolto e di relazione. Al contrario dell’animale, che risolve la maggior parte dei suoi problemi attraverso il movimento, la pianta sviluppa strategie a partire dalla sua condizione d’immobilità. “Dal momento che non può dirigersi in direzione di ciò che le è necessario, né scappare da quanto può causargli torto, la pianta deve necessariamente trovare dei meccanismi di compensazione rispetto alla sua fissità. Roman Kaiser confronta la sua situazione a quella di un paralitico, obbligato a sviluppare capacità estreme di socievolezza e d’innovazione, dal momento che non può muoversi.” Da <strong>Francis Hallé</strong>, <em>Éloge de la plante. Pour une nouvelle biologie</em> (Seuil, 1999).</p>
<p><strong>3.</strong><br />
Pensate a una foresta di eucalipti. Un’immagine maestosa, pacifica. Il profumo, la zebratura dei tronchi, con i filacci di corteccia che come scorze circolari di un frutto sbucciato cadono ai piedi dell’albero, i passi dentro il suolo asciutto, quasi sabbioso, tra un eucalipto e l’altro. Ma questa immagine nasconde un veleno, un disastro. Una foresta di eucalipti asseta le falde idriche, distrugge la fertilità del suolo e la ricchezza del sottobosco, si espone a incendi devastatori e violentissimi. In Europa, come in altre parti del mondo, principalmente nell’America latina, l’eucalipto è favorito dai coltivatori, in quanto albero dal ciclo di vita corto (12-15 anni) contro quello più lungo di alberi quali il faggio (100-140 anni) o la quercia (150).</p>
<p>Neanche gli alberi sono innocenti. Nemmeno le immagini di alberi promettono quiete e frugalità.</p>
<p>Il pioppo non è certo escluso dal tessuto economico e aziendale, che s’intreccia con il territorio “naturale”. (La “natura” più che un’entità o un sistema autonomo rispetto a quello umano e culturale, è una sorta di confine: permette di sperimentare l’enigma e l’alterità, rispetto a tutto ciò che è interno alle nostre significazioni. Ciò che chiamiamo “natura” è sia interno che esterno; come il nostro inconscio è l’esterno del nostro interno umano, individuale o collettivo, così ogni pezzo di mondo naturale è da noi intessuto di significati umani, e nello stesso tempo esibisce una fodera opaca, che trascende, sfugge, a questi significati.)</p>
<p>Da un sito aziendale: “uno dei principali attributi del legno di pioppo è che può essere ridotto in fogli di ampia superficie e privi di difetti che consentono di produrre un compensato dalle caratteristiche di aspetto esteriore pressoché uniche o quantomeno ben superiori a quelle di molti pannelli dello stesso tipo realizzati con altre specie legnose”. La pioppicultura sembra avere un impatto ambientale ben meno nocivo che la coltivazione dell’eucalipto. In Campania, nell’Area Vasta di Giugliano, un territorio in cui la camorra ha interrato per anni i fanghi industriali, la cultura del pioppo è utilizzata per sanare il suolo. Al posto delle tecniche ingegneristiche di bonifica, molto costose e che bloccano l’attività agricola, si piantano decine di migliaia di pioppi. Il pioppo è una delle specie arboree maggiormente in grado di assorbire i metalli contenuti nel suolo.</p>
<p>Tutto questo ovviamente non sembrerebbe riguardare il pioppo di Karlsplatz. Ma oggi sì. Ogni pianta può essere un avversario o un alleato. Ogni pioppo appartiene a dei sistemi più o meno controllati, a delle famiglie di viventi più o meno docili.</p>
<p><strong>4.</strong></p>
<p>I LAMPI DELLA MAGNOLIA</p>
<p>Vorrei che i vostri occhi potessero vedere<br />
questo cielo sereno che si è aperto,<br />
la calma delle tegole, la dedizione<br />
del rivo d’acqua che si scalda.</p>
<p>La parola è questa: esiste la primavera,<br />
la perfezione congiunta all’imperfetto.<br />
Il fianco della barca asciutta beve<br />
l’olio della vernice, il ragno trotta.</p>
<p>Diremo più tardi quello che deve essere detto.<br />
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,<br />
i lampi della magnolia.</p>
<p>Da <em>Paesaggio con serpente (Versi 1973-1983)</em>, di <strong>Franco Fortini</strong>.</p>
<p>Dobbiamo parlare o guardare? Se parliamo, non parleremo degli alberi, parleremo di quello che gli uomini non riescono a fare. Parleremo, magari, di quello che le donne non vogliono fare, non vogliono più fare nel mondo pensato e organizzato per la preminenza dei maschi. Si parlerà, provocando conflitto, evocandolo. Nulla andrà liscio in quel discorso, che si vuole aperto, esteso. Di parte, ma esteso. Vi entreranno dentro le collere, le impazienze. “Non vi è bastata una vita, per cambiare voi stessi e parte del vostro mondo?” Di questo e di altre cose non si parlerà, adesso. Perché si guarderanno gli alberi: l’oleandro, la magnolia. E anche le tegole, che tengono fermo il tetto e riparata la casa. E il ragno, che muove imperterrito verso la soluzione dei suoi problemi.</p>
<p>La magnolia come l’oleandro sono reali, ma sottili e densi condizionamenti li fanno esistere vicino a noi. Non sono fino a in fondo immagini di loro stessi, non lo possono essere. Sono immagini di altre cose. Sono allegorie. Allegorie di concetti che ci mancano, che rischiano di essere vuoti. Cosa includere, far esistere, sotto il concetto di “bene”? Quali sono le specifiche, concrete, appropriate, “letterali” immagini del bene? Appena se ne pronuncia il termine, se ne annuncia il concetto, da ogni parte sciamano fraudolenze. Cortesie estreme e infide, da dispositivo dialogante dell’Intelligenza Artificiale.</p>
<p>“I lampi della magnolia” sono immagini di bene. Di tali immagini dobbiamo caricarci, oppure, all’opposto, grazie a esse svuotiamo lo spirito troppo ingombro.</p>
<p><strong>5.</strong><br />
“La domanda in questione suona così: quanto tempo si può stare di fronte a una cosa? (…) Dunque mai stare davanti, non guardare fisso, non provocare. Non bisogna provocare un mandorlo, ancora più se è meravigliosamente fiorito. Basta poco e diventa incomprensibile, un ostacolo, alla fine un rimorso.”<br />
Da<em> bianco è l’istante</em> (Edizione del Verri, 2015) di <strong>Angelo Lumelli</strong>.</p>
<p>C’è un’allegria dei fili d’erba, dei fiori di mandorlo o di albicocco. Un’allegria della luce. Anche se tutto è perfettamente sospetto, anche se tutto è guasto, anche se non possiamo tenere nella mente né i fili d’erba né i fiori di mandorlo, dal momento che diverrebbero un problema, un problema alla fine da risolvere con grande violenza ed efficacia, quindi l’allegria ci serve, perché ci permette di guardare altrove, a qualcosa che ancora non c’è. A un’altra cosa allegra. A un altro bene.</p>
<p>“Molte cose accrescono la mia allegria. Gli alberi accrescono la mia allegria. Le scimmie accrescono la mia allegria. Il mare accresce la mia allegria. Le banane accrescono la mia allegria. Guidare l’auto accresce la mia allegria. I monti accrescono l’allegria.”<br />
Da <em>POLARIZZAZIONE</em>, in <em>Krieg und Welt</em> (2006) di <strong>Peter Waterhouse</strong>. Traduzione di Camilla Miglio.</p>
<p><strong>6.</strong><br />
L’OLMO DI CAMPERDOWN<br />
Dono di A. G. Burgess al Prospect Park di Brooklyn (1872).</p>
<p>Questo olmo piangente mi richiama<br />
gli <em>Spiriti affini</em> sull’orlo di un dirupo<br />
<span style="color: #ffffff;">;;;;;;;;;;<span style="color: #000000;">c</span></span>he domina un torrente:<br />
Bryant che ama gli alberi e invoca Thanatopsis<br />
sta conversando con Thomas Cole<br />
nel quadro di Asher Durand, che li raffigura<br />
sotto la filigrana di un olmo sovrastante.</p>
<p>Essi avevano visto, non c’è dubbio, altri alberi – tigli,<br />
aceri e sicomori, querce e l’albero<br />
dei viali di Parigi, l’ippocastano; ma immaginate<br />
il loro rapimento se avessero mai visto<br />
la vasta mole dell’olmo di Camperdown e “la trama intricata dei suoi rami”<br />
che s’innalzano ad arco e scendono a incurvarsi in quella nebbia di sottili fronde.<br />
Lo vide lo specialista di cavità arboree<br />
e sondò col suo braccio la caverna del tronco,<br />
per quanto era lunga; e c’erano altre sei piccole cavità.</p>
<p>Occorrono puntelli ed alimenti. Mette ancora le foglie;<br />
ancora lì. <em>Mortale</em> tuttavia. Salviamolo. Poiché<br />
è la suprema rarità di Brooklyn.</p>
<p>Da <em>Poesia sparse</em>, di <strong>Marianne Moore</strong>, traduzione di Lina Angioletti e Gilberto Forti.</p>
<p>Questa poesia, scritta da Marianne Moore nel 1967, aveva uno scopo pratico: salvare dall’incuria un olmo d’origine scozzese, sorta di bizzarria della natura (“our crowing curio”), che era stato piantato nel Prospect Park di Brooklyn nel 1872, cinque anni dopo la creazione del parco. Si tratta di un olmo dai grandi tronchi nodosi, che si sviluppano quasi parallelamente al suolo e creano una sorta di cupola attraverso il fogliame ricadente. Come si parla di un albero? Perché si parla di un albero? L’ho detto: per salvarlo. Moore, quasi ottantenne, viene eletta nel 1965 presidente della Greensward Foundation, e in questo ruolo si occuperà anche degli alberi sofferenti o in via d’estinzione del Prospect Park. Ma parlare di un albero è un affare difficile, anche perché l’albero – lo abbiamo visto – è spesso l’immagine di un’altra cosa, l’immagine di un bene. Ma qui è in questione un albero particolare, in tutta la sua opacità biologica, vegetale. Moore opera varie forme di avvicinamento obliquo, per triangolazione. Differisce l’incontro, o lo “scherma” con un dipinto, e questo dipinto contiene un olmo, ma anche un “romantico” paesaggio roccioso, con torrente annesso, e colline verdeggianti all’orizzonte. Si tratta del quadro di Asher Brown Durand : “Kindred Spirits”. E gli “spiriti affini” sono i due uomini, due amici, che stanno l’uno accanto all’altro al centro di questo paesaggio selvatico. Uno è poeta e l’altro pittore. Invece di presidiare un salotto borghese, ammaliandone il pubblico colto e agiato, o di lavorare assiduamente chi alla scrivania chi nell’atelier, se ne stanno sopra uno sperone roccioso a discettare del mondo circostante, privo di costruzioni, ferrovie, pali della luce, lampioni, scavi nel terreno. Ma Moore non è interessata a questa prima messa in scena romantica, in quanto i due solitari amanti della <em>wildness</em> servono come pretesto all’evocazione di alberi comuni: tigli, aceri, sicomori, ecc. Perché una volta che si è, da giovani o giovanissimi, imparato ad associare gli esemplari concreti degli alberi con i nomi delle loro specie, non si aspetta altro che l’occasione di elencarli, metterli per iscritto quei nomi, nella dimensione solenne e rituale del verso poetico, in modo che famiglia e individuo compaiano assieme, per un attimo, nella lettura: il tiglio scritto e nominato convoca l’insieme dei tigli visti, tutte le somiglianze tra i singoli tigli incontrati, tigli spesso già allineati dall’uomo, messi in una fila, organizzati in filari appunto, in modo tale che domini una ridondanza percettiva a ogni nuovo incontro. Per parlare di un albero centenario, situato in un parco di New York, Marianne Moore parla di un dipinto, in cui assieme a un albero e a un intero paesaggio selvatico, si vedono in piedi e sfaccendati un pittore e un poeta. Entriamo quindi nella mente di questi due individui, perché in loro troviamo la memoria di altri alberi visti, ossia incontrati e nominati. Ed è questo il nucleo, il perno estetico e libidico del componimento: la strofa centrale. E ora, che tutto un corteo d’alberi è stato evocato (ippocastano di Parigi incluso), possiamo finalmente abbordare il nostro vero soggetto poetico, ossia le cavità dello strano, fragile, sorprendente olmo d’origine scozzese.</p>
<p><strong>7.</strong><br />
Sfogliando disordinatamente l’edizione Oscar Mondadori (2005) di <em>Petrolio</em> di<strong> Pasolini</strong>, mi sono imbattuto in una serie di frammenti intitolati “I Godoari”. In nota si ricorda che tale nome è frutto dell’invenzione di Anna Banti, che in questo modo chiama un popolo barbaro insediatosi nella pianura padana intorno a una villa abbandonata (La villa romana).</p>
<p>In ognuno di questo frammenti pasoliniani, dominano delle descrizioni accurate, calme, di paesaggi naturali che si trovano spesso al confine con zone urbane e periurbane. Si tratta di descrizioni che alleano precisione documentaria e topografia fantastica. La vegetazione che la voce narrante evoca è del tutto ordinaria, familiare, eppure la successione degli spazi sembra sganciarsi da ogni continuità paesaggistica. Ancora una volta il montaggio (o il semplice collage modernista – Marianne Moore –) sembra inserirsi in questi testi piattamente descrittivi, programmaticamente bucolici, anche se in essi l’idillio è sospeso, tramortito dalla vicinanza con il detrito e la rovina, eredità dell’uomo e delle sue trasformazioni territoriali.</p>
<p>“Non potati da decenni o da secoli, gli alberi da frutto avevano duri rami contorti, troppe foglie, piccoli frutti irriconoscibili, ed erano radi, nati a caso, tra i rovi, che parevano pian piano, con le ortiche e la xxx, voler coprire tutta la campagna. Invece, al di là di una siepe, appunto di rovi, serrati e duri come il ferro, dopo un pianello d’erba corta e verde – a cui probabilmente erano mescolati della dolcetta e del radicchio – apparve un secondo indizio: ed era qualcosa che non poteva non dare un tuffo al cuore e far venire intrattenibili lacrime agli occhi: si trattava di un campicello di granoturco, con in mezzo dei filari di viti, in cui si sentiva la &lt; &gt; di una mano umana.”</p>
<p>Da Appunto 114. I Godoari (V).</p>
<p>Nell’atmosfera cupa e violenta di molte pagine di <em>Petrolio</em>, si apre questa serie non-narrativa e non-saggistica, serie di non accadimenti e non ragionamenti, in cui lo sguardo vaga libero, erratico, tra “gli alberi da frutto”, “un pianello d’erba”, “un campicello di granoturco”.</p>
<p>Parlai di queste pagine ad <strong>Alessandro Broggi</strong>, nel periodo in cui era già impegnato nella stesura di <em>Noi</em>. Avevo già avuto modo di conoscere parti del suo progetto in corso. E gli lessi quindi alcuni brani dei Godoari di Petrolio, e lui ne rimase, come immaginavo, molto intrigato.</p>
<p><strong>8.</strong></p>
<p>(Un poeta italiano che si è presto specializzato in libri sugli alberi è <strong>Tiziano Fratus</strong>. Fratus fa, appunto, libri sugli alberi. Nessuna sospetta triangolazione, nessun rovello allegorico, nessuna impossibilità conclamata (Lumelli) di far fronte a un mandorlo. Nessun’ombra, proiettata da discorsi che <em>si dovranno fare</em> “più tardi” (Fortini). Non c’è più nessun sospetto nell’albero, nell’immagine che esso sollecita in noi, per un autore come Fratus: l’albero è un amico. Punto e basta. Questa è la buona notizia. Ed è così che un poeta può scrivere un intero libro per Mondadori, ma in una rassicurante prosa, dal titolo <em>Ogni albero è un poeta. Storia di un uomo che cammina in un bosco</em>. La copertina fa subito capire che il lettore è invitato a disarmarsi. Una ragazzina dall’aria rustica se ne sta a piedi nudi sul disco di legno, di un albero tagliato alla radice, in un bosco assai favolistico, assai incantato. E la ragazza stringe tra le mani un fusto metallico poggiato alle sue spalle, da cui pende un bulbo di vetro illuminato. Gli alberi di Fratus sono davvero gli alberi amici, e basta (senza fodere opache, sfuggenti), eppure tutto è già circonfuso di magia. “La natura è, da che mondo è mondo, la nostra nutrice e la nostra precettrice. Ci insegna. Ci redarguisce. Ci informa.” Scrive, ad esempio, Fratus. Qualcosa non funziona. E io penso che, alla fine, quello che non funziona è questa “amicizia” troppo esibita, troppo sicura di sé, proprio nei confronti degli alberi. Tutti vorremmo essere amici degli alberi, nei giorni di festa. Ma nei giorni lavorativi cosa succede agli alberi? Cosa succede a noi? Come vengono usati gli alberi? Che ce ne facciamo degli alberi? Certo, uno può sempre specializzarsi nel fare libri sugli alberi, dicendo che il poeta e l’albero sono una stessa cosa. Pappa e ciccia. Poeta l’uno, poeta l’altro. Sembra di non aver più a che fare con <em>immagini </em>del bene, ma con il bene proprio, tagliato a pezzi e incellofanato per il lettore. Come in un libro sulla crescita personale.)</p>
<p>“Ci esamina da una pozza uno stormo di otarde – fasci di capperi, cardi e sorbe, castagne d’acqua e boccioli di canna, un grosso mandarino tardivo con i rami ricchi di frutti… I raggi del sole ci investono, stanno sbocciando i ventagli fogliosi della manioca, la strada è un passaggio strettissimo in mezzo a una piana di papaveri che perdono le corolle, a ciò che sta appena al di qua o al di là del campo di attenzione…”</p>
<p>Da <em>Noi </em>di Alessandro Broggi (2021), p. 19.</p>
<p>E ancora.</p>
<p>“Percepiremmo ogni mattina la giornata che si avvierebbe come un infinito campo di possibilità e agiremmo in modo da aumentarne il numero, non confermeremmo semplicemente il nostro mondo. Germinando le tassonomie più variate tra le connessure di una crosta sassosa, la stagione reimposterebbe il suo giro, i fuscelli sorgendo già pieni di api che ronzano; senza che siano tralasciati aster e farfara, festuche dal ciuffo, stipe, giunchi, erba corda, pere di terra che conoscerebbero forme di sviluppo loro proprie, sussulti arborescenti che beneficerebbero di fondovalle convergenti, a portata di mano, di ravine addizionali coronate da pennacchi di cirri.”</p>
<p>Da <em>Noi</em>, p. 89.</p>
<p>Quali sarebbero, delle infinite possibilità aperte dall’avanguardia camminante dei protagonisti del libro, <em>quelle</em> che non confermerebbero il mondo, e di cui si potrebbe parlare? Non è facile formularle, metterle in parole, tali possibilità. Ma si può procedere, come nella serie I Godoari di Pasolini, a costruire un paesaggio, montandolo pezzo per pezzo, vocabolo per vocabolo, utilizzando quella fodera opaca, per mostrare, indicare con cenni muti, che qualcosa esiste al di là di quello che ogni giorno l’Occidente ufficiale <em>conferma</em>.</p>
<p>Abbiamo bisogno di immagini del bene. Le figure umane non ci bastano. Le figure umane sono campioni nel disumanizzarsi, nel rendere se stesse disumane, agendo come mostri su mostri. Le figure viventi, non umane, portano forse un bene. Non direttamente. Non letteralmente. Di qui l’immagine di un’immagine. L’immagine di un concetto vuoto. L’immagine di un bene, che non tocchiamo, non vediamo. Per questo i “sussulti arborescenti”, che Broggi evoca, possono essere “a portata di mano”. Abbiamo bisogno di allegorie del bene. Dobbiamo svuotarci di umanità. Non verso qualche umanissimo (ancora più incanaglito) transumanesimo: ma verso la docilità e la pazienza delle erbette, smemorate, dementi, produttrici di allegria.</p>
<p>*Immagine: David Hockney, <em>Apple Tree</em>, 2019</p>
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		<title>“Gli orfani” di Vuillard. Billy the Kid e la costruzione degli Stati Uniti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 17:29:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Éric Vuillard]]></category>
		<category><![CDATA[club del lettore]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Davide Orecchio</strong><br /> Il romanzo riporta alla luce la trama violenta che, sulla linea della frontiera americana, servì a costruire dal nulla uno Stato che sarebbe diventato presto un impero]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il club del lettore: Éric Vuillard<br />
<em>Gli orfani. Una storia di Billy the Kid</em>, E/O</h2>
<figure id="attachment_116392" aria-describedby="caption-attachment-116392" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-116392" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore.jpg" alt="" width="760" height="589" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore.jpg 760w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-300x233.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-150x116.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-696x539.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-542x420.jpg 542w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 760px" /><figcaption id="caption-attachment-116392" class="wp-caption-text"><a href="https://digitalcollections.nypl.org/items/b5def120-c5b2-012f-2487-58d385a7bc34" target="_blank" rel="noopener">The New York Public Library</a>. &#8220;Books discharged here, Books charged here&#8221; The New York Public Library Digital Collections. 1875</figcaption></figure>
<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>In principio c’era la violenza: lo spiegò Ernest Renan in un suo testo classico, <em>Che cos&#8217;è una nazione?</em> (1882), giustificandone tra le righe la necessità, e la necessità di rimuoverla. Scriveva lo storico francese: &#8220;L&#8217;oblio, e dirò persino l&#8217;errore storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione, ed è per questo motivo che il progresso degli studi storici rappresenta spesso un pericolo per le nazionalità. La ricerca storica, infatti, riporta alla luce i fatti di violenza che hanno accompagnato l&#8217;origine di tutte le formazioni politiche, anche di quelle le cui conseguenze sono state benefiche: l&#8217;unità si realizza sempre in modo brutale&#8221;.</p>
<p>Éric Vuillard non è uno storico, è uno scrittore. Ma in questo suo <a href="https://www.edizionieo.it/book/9788833579696/gli-orfani.-una-storia-di-billy-the-kid"><em>Gli orfani. Una storia di Billy the Kid</em></a>, romanzo fresco di stampa per E/O, fa esattamente questo, <em>riporta alla luce</em> la trama violenta che, sulla linea della frontiera americana, servì a costruire dal nulla uno Stato che sarebbe diventato presto un impero. Abbiamo imparato ad apprezzare Éric Vuillard con <em>L’ordine del giorno</em> (2018) e <em>La guerra dei poveri</em> (2019), sempre portati in italia da E/O. Ora, ricorrendo all’architettura di un romanzo storico per così dire “scarnificato”, Vuillard racconta una delle leggende più famose, e per questo più falsificate, della storia del West americano, quella del fuorilegge Billy the Kid. Altri romanzieri avrebbero impiegato centinaia di pagine; a Vuillard ne bastano poco meno di 150 per proporre la sua versione, che è davvero fresca, priva di incrostazioni mitopoietiche, e soprattutto convincente. Potrebbe essere un testo da spedire nello spazio a ignote civiltà aliene: “Se volete sapere com’è andata, leggete qui”.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-119894" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/orfani.jpg" alt="" width="600" height="933" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/orfani.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/orfani-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/orfani-270x420.jpg 270w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/orfani-150x233.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/orfani-300x467.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><em>Gli orfani</em> di Vuillard è un’opera di critica narrativa e politica alla fondazione degli Stati Uniti d’America. Cioè ha una lingua narrativa che pensa e riflette, in condivisione col lettore, il che è un pregio e una rarità perché il lettore, di solito, si tende ormai a intrattenerlo ed emozionarlo. La storia di Billy the Kid e di tanti suoi compagni di avventura, nella versione di Vuillard, è la storia di un povero, di un orfano, di un teenager senza amici né protezione. Lo scrittore francese ce lo mostra in tutte le tappe della sua breve esistenza di pistolero, ladro di bestiame e di cavalli, membro di svariate bande al soldo di bovari e latifondisti. Per il troppo sparare, rubare e inseguire una sua libertà nel selvaggio West (Arizona, Texas, soprattutto New Mexico), il Kid (al secolo Henry McCarty, o forse William H. Bonney) finì col morire in anticipo, nel 1881, a soli 21 anni, per mano dello sceriffo Pat Garrett.</p>
<p>Libertà, violenza, costruzione di uno Stato. La tesi di Vuillard è efficace e diretta: quelli come il Kid furono l’esercito di spostati e miserabili che l’America usò per erigere sé stessa. Scrive Vuillard: “La libertà inaudita di cui hanno goduto per pochi decenni gli angloamericani sulla frontiera, guardiani di mandrie dal grilletto facile, la vita che facevano i pionieri ai confini sempre più allontanati dell&#8217;impero, l&#8217;orgia di violenza, alcol, gioco d&#8217;azzardo, prostituzione, massacri, accaparramento di terre e costituzione selvaggia di vaste proprietà, tutto ciò in realtà non era altro che un&#8217;emanazione lontana e rimossa del potere centrale”.</p>
<p>Vuillard ci mostra un “colonialismo precipitoso e brutale” messo nelle mani di “piccoli delinquenti, orde di straccioni, vagabondi e ladri”. Un impero “edificato a tutta velocità”, perché “mai si era estorta tanta terra in così poco tempo”. Kid e i suoi compari servivano. La loro violenza serviva in quella breve fase di accaparramento capitalistico. Serviva &#8211; argomenta Vuillard &#8211; ai grandi proprietari, agli uomini d’affari, all’esercito e a Washington. Questi adolescenti o giovani uomini di misere origini diventarono quindi improvvisamente liberi e sfrontati, “la banda di scellerati più arrabbiata della Storia umana”.</p>
<p>Ma la fine per il Kid e gli altri arrivò presto, e Vuillard ce la mostra. Una volta massacrati i nativi e organizzato l’allevamento intensivo e l’uso delle terre, i latifondisti smisero di farsi la guerra e decisero che era tempo di istituzionalizzare il potere. Venne il momento della democrazia. Fu eletto uno sceriffo, Pat Garrett, il braccio della legge che avrebbe sterminato le bande. E per Billy the Kid arrivò l’ora di bussare alle porte del paradiso.</p>
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		<title>Racconti di guerra degli iraniani sotto i bombardamenti. “C’è chi intravede un futuro migliore e chi solo distruzione”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/08/racconti-di-guerra-degli-iraniani-sotto-i-bombardamenti-ce-chi-intravede-un-futuro-migliore-e-chi-solo-distruzione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 12:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Acconcia]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe Acconcia</strong> <br />
Sono passate cinque settimane dai primi raid di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Gli iraniani all’estero come in patria continuano ad essere divisi tra chi considera questi attacchi una fonte di distruzione irreparabile...]]></description>
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<p>di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>Sono passate cinque settimane dai primi raid di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Gli iraniani all’estero come in patria continuano ad essere divisi tra chi considera questi attacchi una fonte di distruzione irreparabile per un paese dalla storia millenaria e chi li valuta come una possibile opportunità per un cambiamento futuro. Negli ultimi giorni sono stati colpiti uno dei più importanti centri medici del Medio Oriente, l’Istituto Pasteur di Teheran, i politecnici Imam Hussein e Malek Ashtar di Teheran, e più volte l’Università di Isfahan, insieme al ponte in costruzione B1 nella provincia di Alborz. E così anche i più strenui oppositori del regime iraniano come Masih Alinejad, tra le ideatrici del movimento “Donna, vita, libertà” ha chiesto agli Stati Uniti di risparmiare le infrastrutture energetiche del paese e di concentrarsi sui centri di potere del regime. Mentre le autorità iraniane continuano a eseguire le condanne a morte tra chi è stato arrestato nelle proteste di inizio anno, tra cui il giovane Amirhossein Hatami, insieme ad Abolhassan Montazer e Vahid Baniamerian, presunti membri del gruppo terroristico in Iran Mojahedin e-Khalq (Mek), e ad arrestare le voci critiche come l’avvocato per la difesa dei diritti umani, Nasrin Sotudeh. Sono almeno 2000 le vittime e 3,2 milioni gli sfollati, secondo i dati delle Nazioni Unite, dall’inizio del conflitto. Abbiamo raccolto voci e testimonianze di chi sta vivendo in prima persona la catastrofe di una guerra illegale, evitabile e non necessaria, combattuta nell’oscuramento di internet, accessibile solo per brevi intervalli, e di cui non si vede la fine.</p>
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<p><strong>Da Teheran al Mazandaran </strong></p>
<p>“Tutti noi abbiamo un familiare o un amico ucciso in questi bombardamenti”, ha raccontato Mohammad. Solo nei raid in piazza Resalat a Teheran, dove si trova uno dei quartier generali più grandi del gruppo paramilitare dei basiji, 40 persone sono state uccise nei bombardamenti delle prime due settimane. “Si stavano preparando a lasciare il quartiere, aspettavano che la figlia tornasse a casa dal lavoro per andare via tutti insieme. Ma l’esplosione è avvenuta prima che Nilufar tornasse a casa. Sono tutti morti”, ha raccontato Mahnaz. “Conosco una famiglia che ha perso 14 componenti. Una mattina sono passato di qui e ho visto vari resti di cadaveri, uccisi nelle esplosioni”, ha proseguito.</p>
<p>“Nel mio villaggio nel Mazandaran continuano a svolgersi i funerali delle vittime”, ha raccontato Payam. “Ogni volta, come da tradizione, viene collocata una gigantografia del defunto. Lo stesso è successo con Amir Mohammad, aveva appena 21 anni e un fisico da lottatore”, ha spiegato. “Era andato a Teheran per il servizio militare. Aveva promesso a sua madre di tornare a casa per aiutarla a vendere le verdure al mercato. Ma non ha fatto in tempo”, ha spiegato il giovane.</p>
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<p><strong>Da Isfahan a Bandar Abbas</strong></p>
<p>“Ho visto missili colpire la città. In alcuni casi i raid sono andati intensificandosi. Ho visto tanti essere trasportati in ambulanza in condizioni critiche”, ha spiegato Ahmad, studente che vive a due passi da piazza Naqsh-e Jahan, patrimonio Unesco. “Da quando i bombardamenti sono iniziati, tutti i lavoratori sono terrificati e produciamo la metà rispetto al solito. Abbiamo perso migliaia di euro per tutti i prodotti che avevamo preparato per il capodanno iraniano (Newroz) e che sono rimasti invenduti”, ha spiegato Jolan, proprietario di una panetteria. “Dopo il bombardamento a una caserma anche la nostra casa è andata distrutta. Non possiamo tornare a casa”, ha aggiunto Moataz.</p>
<p>“Eravamo tutti molto preoccupati e pensavamo che ci avrebbero uccisi da un momento all’altro. Abbiamo salutato i nostri professori e compagni di classe pensando che non li avremmo mai più rivisti”, ha spiegato la giovane liceale di Bandar Abbas, Fatemeh. “Dovevo prepararmi per i test di accesso all’università ma ora ho paura di tutto”, ha aggiunto la ragazza.</p>
<p>“Una bambina è corsa verso di me per essere abbracciata mentre erano in corso i bombardamenti”, ha raccontato Sina, 20 anni che vive nella zona industriale di Bandar Abbas. Suo padre gli ha detto di andare via il prima possibile dalle vicinanze del porto. “Dopo un lungo viaggio sono arrivato a Shiraz, la stazione dei bus è stata bombardata e ho continuato il viaggio verso Teheran in taxi”, ha raccontato il giovane.</p>
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<p><strong>Sui tetti di Teheran</strong></p>
<p>“È la seconda volta in un anno che ci siamo trovati a Teheran nel mezzo della guerra. Ci sono checkpoint per strada e milizie che minacciano i cittadini comuni”, ha spiegato Datis, attivista della capitale iraniana. “Passiamo ore sui tetti, abbiamo imparato a distinguere tra MIM-104 Patriot, B-2 e F-35. È meno terribile restare all’aperto che aspettare i bombardamenti chiusi in casa”, ha proseguito Datis. “Mi hanno mandato la foto di una stazione di polizia demolita dai bombardamenti israeliani. L’ho riconosciuta subito perché è il luogo dove sono stato detenuto l’ultima volta che mi hanno arrestato. Passeggiavo mano nella mano con la mia ragazza e la polizia morale ci ha fermato, insultato e umiliato”, ha proseguito Sorush. “Da quella stessa stazione di polizia hanno attaccato chi protestava con spari e kalashikov, senza preavviso”, ha continuato. “Non è possibile fotografare i danni causati dai raid, alcuni sono stati arrestati mentre portavano i familiari in ospedale”, ha aggiunto.</p>
<p>“Ci ritroviamo con i vicini sui tetti perché sono luoghi semiprivati, dove c’è libertà. Lo facevamo anche nella guerra dei 12 giorni dello scorso giugno e nelle proteste di gennaio. Con il passare dei giorni molti sono andati via, dopo i raid alle raffinerie l’aria era irrespirabile ma abbiamo continuato a incontrarci mentre i missili precipitavano”, ha continuato Anita.</p>
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<p>La vita degli iraniani è segnata da una delle guerre più dure che abbia attraversato il Medio Oriente negli ultimi venti anni, mentre il negoziato per una tregua mediata da Pakistan, Egitto e Turchia fatica a materializzarsi. Non solo, è in corso una guerra di propaganda per cui la nuova generazione di militari iraniani, dopo l’uccisione dei vertici dei pasdaran nei raid israeliani, appare più aggressiva nella comunicazione, così come fa il presidente Usa, Donald Trump che ha promesso di riportare l’Iran “all’età della pietra”, nonostante lanci messaggi confusi sulla durata del conflitto. Fin qui l’aumento del prezzo del petrolio, ben oltre i 110$ al barile, e il pieno controllo dello Stretto di Hormuz sembrano accrescere la capacità negoziale di Teheran, mentre il paese viene distrutto e gli Usa minacciano l’intervento di terra.</p>
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		<title>Filetto di cane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Cerulli Irelli]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Valerio Cerulli Irelli</strong><br />
«Vedo delle bellissime spiagge nei suoi collage. Qui, per esempio, non c’è suo padre. Vuole parlarne?»]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_119058" aria-describedby="caption-attachment-119058" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119058" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-1068x712.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-119058" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/congerdesign-509903/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=8074152">congerdesign</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=8074152">Pixabay</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Valerio Cerulli Irelli</strong></p>
<p><em>«Vedo delle bellissime spiagge nei suoi collage. Qui, per esempio, non c’è suo padre. Vuole parlarne?».</em></p>
<p>«Sì, guardi, quella in alto a sinistra è una foto del 2024. Papà non c’è perché l’ha scattata lui, subito prima che iniziasse tutta questa storia. È stata l’ultima vacanza in cui siamo stati solo noi tre».</p>
<p><em>«Ed è successo qualcosa mentre eravate lì? Mi scusi se le sembro poco preparato, ma come tutti so solamente quello che si è visto su Netflix e sui giornali».</em></p>
<p>«Li ho portati per questo, i collage. Si figuri. Allora… 2024, quindi avevo sedici anni, e con papà e mia sorella stavamo tornando dall’Abruzzo dopo una settimana di mare. Ero seduto davanti e giocavo col telefono quando a un certo punto <em>BAM</em>, avevamo messo sotto Elizabeth».</p>
<p><em>«Temo di non seguirla. Avete investito una donna?».</em></p>
<p>«Non una donna, la nostra mucchina. Forse dovrei dire vitella. Comunque eravamo in mezzo alle campagne e dopo un botto ho alzato lo sguardo e per terra, davanti a noi, c’era Elizabeth: una manzetta d’Abruzzo di quattro mesi e centoventi chili. Papà aveva decelerato prima dell’impatto ed Elizabeth s’era rotta solo qualche ossicino – poi il veterinario ci ha detto che è stato un miracolo, perché in genere i bovini muoiono sempre quando vengono investiti.</p>
<p>«In ogni caso, un disastro totale. Volevamo aiutarla ma in tre, con mia sorella che avrà avuto dieci anni, era praticamente impossibile. Piangeva a dirotto. Abbiamo provato i numeri di emergenza ma eravamo in un posto davvero sperduto e ci avrebbero messo una vita, allora papà ha isolato la zona e, dopo essere stati ignorati da un sacco di passanti, un camion si è fermato e tre signori hanno aiutato me e papà a caricare Elizabeth sul nostro pick-up.</p>
<p>«Siamo andati dal veterinario – quindi anestesia, scansiona il microchip, bla bla bla, e ci è stato detto che se la sarebbe cavata, ma il proprietario non voleva riprendersela in quelle condizioni. Allora io e mia sorella ci siamo impuntati e papà ha detto “sapete che è? Ce la portiamo a Frascati”».</p>
<p><em>«Inizio a collegare. Quindi è questa la mucca della storia. Ma non l’aveva rubata in un allevamento?».</em></p>
<p>«Ma quale rubato. Mio padre era un avvocato, non gli sarebbe mai venuto in mente. Non a quei tempi, almeno. Comunque lei è un giornalista e dovrebbe sapere che sono tutte cazzate quelle che vede sul web».</p>
<p><em>«C’è anche chi prova a fare un buon lavoro, almeno spero. Quindi, voi da ragazzini siete cresciuti a casa con la mucca… Elizabeth?».</em></p>
<p>«Per un po’ sì, ora le spiego. Guardi la foto al centro del collage: mio padre era di Roma ma la famiglia aveva una bella casetta con un ettaro di giardino a Frascati e, da quando i miei avevano divorziato, abitava lì. Vede quanto verde? Noi andavamo da lui dal venerdì alla domenica, mentre gli altri giorni stavamo con mamma. Da quando Elizabeth aveva iniziato a vivere lì, ogni giovedì sera mia sorella saltellava fino a camera mia per dirmi che non vedeva l’ora di andare da papà. Le brillavano gli occhi. Lui aveva praticamente trasformato il giardino in un pascolo, in attesa che le fratture guarissero, e nel frattempo, quando era al lavoro, pagava la figlia dei vicini per passare ogni due ore e controllare come stesse Elizabeth – mentre quando c’eravamo noi stavamo tutto il tempo con lei e quindi non c’era bisogno. Comunque, erano gli anni di TikTok e, anche per avere un’occasione in più per passare tempo con mia sorella, che era già nella fase ribelle e non mi cagava più se non per cose di Elizabeth, ho creato un profilo e abbiamo iniziato a fare video, noi due e la mucchina. Lo chiamammo tipo con un gioco di parole tra il verso della mucca e Mourinho, che allenava la Roma – poi papà lo cambiò».</p>
<p><em>«Immagino sia un tifoso allora. Lo era anche suo padre, o aveva altre passioni?».</em></p>
<p>«Lo ero. Adesso con tutta quella tecnologia mi sembra uno sport per ingegneri, e dall’inizio di ‘sta storia di papà non guardo molto quello che c’è in streaming. Comunque no, a lui non è mai interessato il calcio, lo guardavamo con il nonno, e in realtà non aveva delle cose che amava fare quando non era al lavoro o con noi. Ora guardi qui, le ho inserito una scheda su quel profilo… Ecco, pagina tre. Spaccammo tutto. Duecentomila followers e milioni di visualizzazioni in poche settimane. Però, mentre i primi giorni ci arrivavano solo bei commenti, appena l’algoritmo ha fatto arrivare il profilo a più persone sono iniziati ad arrivare gli insulti. Erano principalmente battute di pessimo gusto, tipo “Bravi a papà, manzo di prima qualità a chilometro zero”, ma a volte ci andavano giù pesante, e qui arriva il punto: papà beccò mia sorella mentre piangeva. Le chiese cosa era successo e lei gli mostrò che un tizio con un nome utente impronunciabile aveva minacciato di cercare Betty per tutti i castelli romani per mangiarsela. Si incazzò di brutto e ci sequestrò il profilo».</p>
<p><em>«Poco più di otto anni fa e sono cambiate così tante cose. Adesso è impensabile che a quell’età una bambina possa usare i social e leggere quella roba. Ma lei non era grande per farsi sequestrare l’account da suo padre?».</em></p>
<p>«Sì, ma papà era fatto così… Poi c’era di mezzo mia sorella piccola, e l’alternativa sarebbe stata gestire il profilo insieme a lui e mi sembrava ancora più imbarazzante. Allora glielo abbiamo lasciato, e mentre aumentavano i followers lui ha iniziato a uscire di testa. Appena è arrivato al milione, mischiando video di Elizabeth e attivismo animalista, ha iniziato a delegare il suo lavoro ai colleghi fino a smettere del tutto. Amava quella mucca come se fosse un’altra figlia, forse in realtà anche più di quanto amasse noi. Per farle capire, una volta mia sorella chiese del latte per colazione e lui si incazzò così tanto che poi chiedemmo a mamma di non farci andare da lui per settimane.</p>
<p>«Non lo vedemmo per un mesetto, forse un po’ di più, e a scuola tutti mi prendevano in giro perché papà faceva centinaia di migliaia di like con i video sui bagnetti a Elizabeth. Aveva persino annunciato che si sarebbe incatenato a un allevamento intensivo, mi pare in provincia di Modena. Il fatto è che da quando mamma l’aveva lasciato si sentiva solo… senza uno scopo, e a quanto pare in quel periodo pensava di averlo trovato».</p>
<p><em>«La ascolto. Scusi se sfoglio le pagine dei fascicoli che ha portato, ma ero colpito da tutti questi screen e dai numeri. Cosa sono, delle chat con l’AI?».</em></p>
<p>«Però se va avanti da solo mi è difficile mantenere il filo. Vorrei che vedesse le cose nell’ordine in cui le ho viste io, e tra poco inizierà a capire. Allora, appena mia sorella smise di impuntarsi sul fatto che papà l’aveva spaventata con quella storia del latte, tornammo a Frascati per il weekend. Elizabeth era in riabilitazione, le fratture quasi guarite, e la figlia dei vicini si era praticamente stabilita a casa nostra per badare a lei, mentre papà passava le giornate fisso alla scrivania con due laptop, un iPad e un telefono sempre accesi. Non ci cagava neanche un po’ e passava tutto il tempo a scrivere chissà cosa sui dispositivi, passando dall’uno all’altro. Riesce a immaginarselo? Un uomo adulto che vede i figli solo il fine settimana e invece di stare con loro chatta compulsivamente.</p>
<p>«Quel giorno, a cena, ci chiese se sapevamo cosa fosse l’antispecismo – ovviamente non ne avevamo idea. Ci fece un excursus infinito che partiva da Jeremy Bentham e arrivava al concetto di “animale domestico”, passando per quello di “carne” e tanti altri, ed effettivamente sia io che le ragazze – c’era anche la figlia dei vicini, che aveva mangiato con noi – pensammo fosse figo. Poi però ci iniziò a parlare di come non gli andasse giù che buona parte di quelli che lo insultavano sui social network, dicendogli cose tipo “porta la vacca in braceria e vai a lavorare”, avessero dei cani a casa e li trattassero come figli. Qualcuno gli diceva anche, esplicitamente, di cucinare la mucca e prendersi un cane. Quindi iniziò a urlare cose come “nessuno capisce un cazzo” o “fanculo i cani”, nonostante ci fosse sua figlia piccola, e ci disse con un tono da pazzo che per vincere una guerra a volte bisogna fare cose che non si vuole fare e che lui doveva proprio vincerla questa guerra. Io gli dicevo che stava spaventando mia sorella, provavo a farlo ragionare, e lui ogni volta scriveva due cose sul tablet, altre due cose al pc, e poi mi faceva una spiega sul perché io fossi come loro. Loro chi, non si sa. Ci facemmo venire a prendere da mamma la sera stessa».</p>
<p><em>«Poggio il fascicolo, la ascolto, ma questa non è decisamente la storia che conosco, quindi mi scusi se mi metto a scrivere nonostante stia registrando. È che mi sembra di iniziare a capire. Dopo questa scena immagino non siate andati per un po’. Se è così, vi mancava?».</em></p>
<p>«La verità è che non lo vedemmo più, mamma ce lo proibì, anche per quello che successe dopo. Io l’ho rivisto dopo un paio d’anni ma non era più la stessa persona. La parte di storia che arriva adesso, però, in qualche modo la conosce già. Anch’io l’ho dovuta ricostruire usando le notizie dei giornali e i ricordi di quello che vedevo sui social ai tempi. Mi passi il fascicolo… Ecco, a pagina cinque, le leggo quello che ho scritto:</p>
<p>Fine 2024. Papà era a un milione e mezzo su TikTok e mezzo milione su Instagram; Elizabeth stava diventando enorme e le fratture erano guarite. Io guardavo ogni tanto i suoi video, e ancora più spesso me li facevano vedere gli altri per sfottermi e chiedermi cosa cazzo stesse combinando mio padre. I contenuti erano aumentati, e oltre a quelli che già faceva aveva iniziato a fare una rubrica in cui parlava delle caratteristiche degli animali non domestici, in particolare quelli considerati “da carne” – aveva preso molto in simpatia anche i maiali.</p>
<p>L’ultimo dell’anno fece una diretta su tutti i social in cui annunciò una sorpresa che avrebbe rivelato a inizio 2025, e alle domande rispose solo che “si trattava di cani”. Alle 20 esatte del 5 gennaio 2025 pubblicò un video in cui sedeva a una grande tavolata in un paesino del nord del Vietnam; lui era al centro e a ogni lato aveva cittadini del posto, tutti di una certa età, e con una foto di Elizabeth davanti alla telecamera diceva: “Buonasera a tutti. Immagino stiate cenando. In questa foto c’è Betty, la mia bambina che sta ancora crescendo, e nel vostro piatto, con ogni probabilità, ci sarebbe potuta essere lei: la chiamereste ‘vitellone’. Io ho provato, con tanta pazienza, a farvi capire che tra lei e i cani che vi stanno scodinzolando ai piedi del tavolo non c’è nessuna differenza, ma voi dite che sono matto. Che Betty sarebbe buona giusto per una grigliata. Allora ho deciso di farvi capire quello che si prova. Buon appetito”. Il resto del video seguiva lui che partecipava a uno di quelli che al giorno d’oggi chiamiamo “mukbang”. L’unica differenza era che il menù includeva solo carne di cane, tutti i tagli possibili e anche le interiora. Tra una portata e l’altra spiegava come in quel villaggio fosse tradizione, un po’ come in Italia lo è mangiare bovini. Dopo uno zoom ottico sul contenuto di ogni piatto, dove si vedevano anche le singole fibre di muscolo rotte dai denti di qualche commensale, il video si chiudeva con lui che addentava un pezzo di carne senz’osso, dicendo “e questo è il filetto”».</p>
<p><em>«E siamo arrivati al primo episodio. Quando lo vidi mi venne quasi da vomitare… mi scusi. Ma sentivo ci fosse qualcosa di più, anche perché sembrava tutto così gratuito: cosa deve passarti nella testa per farti fare una cosa simile? Ma penso che lei mi ci stia portando. Le volevo chiedere inoltre, se si sente a suo agio, di raccontarmi come si sentiva in quel periodo».</em></p>
<p>«Primo episodio, secondo, terzo… Cosa importa? Il punto della serie era quello di spettacolarizzare l’odio e la sofferenza. È vero che lui ha continuato a girare il mondo in cerca dei posti più sperduti dove fare questi video assurdi, ma loro hanno fatto sembrare si divertisse a farlo. Non era così. Per quanto riguarda me e mia sorella, beh… eravamo i figli del mangiacani. Lei a scuola se la passava male perché, anche se le compagne di classe non avevano ancora i telefonini per guardare i video, i genitori impedivano a tutte di parlarle. Piangeva giorno e notte. Io venivo insultato continuamente, a volte mi hanno anche picchiato, e non sognavo altro che mio padre morisse. Quando beccavo compagni di classe a spasso coi cani me li nascondevano o gli urlavano di scappare perché “il figlio di un mangiacani mangia sicuramente i cani”. Appena i giornali locali e nazionali iniziarono a uscire con titoli come “Tutto il web contro avvocato romano: gira il mondo e mangia cani in diretta social”, mia madre perse la pazienza e decise di farci cambiare scuola e cognome, ma per il secondo lasciammo perdere».</p>
<p><em>«Mi interessa quello che lei ha detto sul divertirsi. È vero che nei restanti episodi sembra quasi che suo padre fosse un turista in quei posti, ma a me non hanno convinto. Attirare l’odio di tutti, persino dei familiari stando a quello che mi dice, non può essere divertente. Mi aiuti, mi faccia capire cosa vedeva quell’uomo. Però non voglio interromperla, mi dica del cognome se vuole».</em></p>
<p>«Guardi, quella è una storia molto semplice: a voi può sembrare che tutti quei viaggi abbiano coperto un grande lasso di tempo, ma la realtà è che ha fatto tutto in pochi mesi. Nella serie non c’erano coordinate temporali. Dopo un po’ è imploso e si è rinchiuso in casa, e con i casini internazionali tra il 2025 e il 2026 si sono tutti scordati rapidamente; quindi, il mio cognome non destava più troppi sospetti. Almeno fino a quella cazzo di serie. Ultimamente, ogni tanto vagava per le vie di Frascati scrivendo sui suoi centomila telefonini, e quando gli hanno sparato era in queste condizioni. L’ultima volta che sono andato da lui, forse due annetti fa, sono entrato in casa e sembrava uscita da un episodio di black mirror: schiere di computer assemblati, chat aperte su ogni schermo e gli hardware che rombavano così forte da prenderti la testa. Lì ho capito tutto».</p>
<p><em>«Innanzitutto, le faccio le mie condoglianze. Indipendentemente da questa storia, nessuno merita quella fine. Ho visto che si trattava di un ventiseienne di Roma, una specie di giustiziere sociale che dopo aver visto questa storia su Netflix ha pensato di rintracciare suo padre, di procurarsi una pistola e giocare a fare dio». </em></p>
<p>«Non si preoccupi, io non ce l’ho col ragazzo. Ce l’ho con i media, col governo, ma non con quel ragazzo che non mi sembra molto diverso da papà. Come se, facendosi uccidere da qualcuno di così simile, si fosse in realtà suicidato. Adesso mi ascolti, e guardi con me il resto del fascicolo. Si ricorda i numeri che stava fissando prima? Ecco, dalle indagini sull’omicidio e sulle circostanze, è emerso che mio padre teneva una chat quotidiana con l’intelligenza artificiale: cinquantamila messaggi da ottobre 2024 a ottobre 2025. Oltre trecentomila nei sette anni successivi. Parlavano di tutti i temi che gli interessavano, dalle maniere migliori per crescere una mucca in un ambiente domestico a questioni filosofiche. Il punto è che mio padre incalzava l’AI che, in particolare nei primi anni, era compiacente nei confronti dell’utente, fino a fargli giustificare tutte le sue conclusioni. Era la sua camera dell’eco. Hanno usato la chat per stabilire se ci fosse un legame tra lui e l’assassino, poi ci hanno consegnato i dispositivi e io l’ho letta tutta in questi mesi. I computer, i tablet, i cellulari, gli servivano solo a trovare conforto mentre precipitava nell’ossessione. La sua unica luce era un chatbot che gli dava ragione e lo fomentava. C’è scritto anche che era tormentato dagli incubi da quando era andato in Vietnam, ma erano d’accordo che fosse razionalmente la scelta più sensata.</p>
<p>«Lo capisco il suo sguardo, ma mio padre non era stupido. Era anche un ottimo avvocato, altrimenti non avrebbe avuto i soldi necessari per fare questa vita. Però con la separazione, la vita in un posto che non lo stimolava e la solitudine era diventato fragile. Appena si è reso conto di avere qualcosa che lo faceva sentire di nuovo speciale, ci si è buttato come un tossico sulla droga preferita. Arrivato a quel punto, piuttosto che dialogare con delle persone con delle opinioni, ha scelto di precipitare in un pensiero sempre più radicale, basato su delle idee nobili ma con delle conclusioni assurde, che alla fine l’ha fatto odiare così tanto da far pensare a qualcuno di ucciderlo».</p>
<p><em>«Guardi, mi serve tempo per elaborare. Quanti sono trecentomila messaggi? Non riesco neanche a immaginarmeli. È simile a quella storia dei modelli linguistici che venivano utilizzati come psicoterapeuti, ma qui c’è dell’altro. Però mi deve spiegare perché mi ha chiamato per farsi intervistare. Mi ha detto che lei odia i media, e adesso onestamente ho paura di fare più danni che altro con questa registrazione e queste pagine».</em></p>
<p>«Perché so quello che lei fa nella vita. Da quando è successo ho pensato a molte cose, ma quella che non riuscivo a levarmi dalla testa è che vorrei che qualcuno scrivesse questa storia, e non come nella serie. Vorrei che qualcuno scrivesse di quanta solitudine, di quanta disperazione ci fossero negli occhi di un uomo che si fa trascinare da un ideale e poi perde la cognizione di sé. Di come fosse difficile per lui guardare le sue mani dopo che avevano toccato quelle ossa, e nonostante ciò continuasse a dirsi che fosse la cosa giusta per saziare l’ossessione che lo divorava da dentro. Adesso le consegno il fascicolo e le inoltro il link col drive su cui sono salvate le chat. Non mi aspetto che legga tutto ma, se vuole, ora può farlo. Però, prima guardi il collage sull’ultima pagina».</p>
<p><em>«C’è una foto di Elizabeth. Mi sembra più adulta, come sta?».</em></p>
<p>«La foto è della settimana scorsa. L’ho portata in un santuario fuori regione e ogni tanto la vado a trovare. Beh, che dirle: alla fine della storia, lei sta meglio di tutti».</p>
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