Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Sat, 23 Feb 2019 06:00:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.9 Mio padre e le sue mogli https://www.nazioneindiana.com/2019/02/23/mio-padre-e-le-sue-mogli/ https://www.nazioneindiana.com/2019/02/23/mio-padre-e-le-sue-mogli/#respond Sat, 23 Feb 2019 06:00:45 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=77733 di Ruska Jorjoliani Leggi il resto »

]]>
di Ruska Jorjoliani

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/02/23/mio-padre-e-le-sue-mogli/feed/ 0
Andare a scuole https://www.nazioneindiana.com/2019/02/22/andare-a-scuole/ https://www.nazioneindiana.com/2019/02/22/andare-a-scuole/#comments Fri, 22 Feb 2019 06:00:15 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=77910 Guido Canella, centro civico e scuole a Pieve Emanuele

di Gianni Biondillo

Da giovani studenti del Politecnico si andava in giro per architetture. Non solo monumenti insigni del passato, molto più spesso si visitavano edifici contemporanei. Non era raro vederci davanti a palazzi, sedi comunali, collegi o scuole, intrufolarci dentro, fotografare di rapina.… Leggi il resto »

]]>

Guido Canella, centro civico e scuole a Pieve Emanuele

di Gianni Biondillo

Da giovani studenti del Politecnico si andava in giro per architetture. Non solo monumenti insigni del passato, molto più spesso si visitavano edifici contemporanei. Non era raro vederci davanti a palazzi, sedi comunali, collegi o scuole, intrufolarci dentro, fotografare di rapina. Prima a Milano, poi, allargando il raggio, nella prima cintura milanese, fino a puntate in macchina verso il varesotto o nel pavese. Cercavamo lavori di professori della nostra facoltà, volevamo capire come un progetto, quella cosa che imparavamo a fare sulla carta, diventasse materia, spazio, architettura. Mi ricordo discussioni accese su chi preferiva l’intransigenza brutalista di Canella, l’eleganza di Caccia Dominioni, il postmodernismo di Aldo Rossi. C’era chi puntava sulla tradizione modernista di Gentili Tedeschi, chi sulla “misura lombarda” di Zanuso.

Probabilmente sembravamo curiosi come turisti, forse un po’ fanatici, come un qualunque appassionato è, in fondo. A ben vedere andavamo a studiare edifici che furono costruiti proprio per noi, per quella generazione di baby boomer nata con la crescita economica degli anni sessanta. Tutto era possibile in quegli anni, il futuro, il progresso sembravano fuori discussione. I bambini di quel mondo, qualunque fosse la loro estrazione sociale, avevano il diritto a strutture adeguate alla loro istruzione, alla loro crescita come cittadini. Quando divenni studente d’architettura quell’ideologia novecentesca stava già tramontando. Crisi petrolifere, economiche, demografiche. Ma in noi c’era ancora la voglia di imparare dalla buona architettura.

Aldo Rossi, atrio della scuola di Broni

Mi chiedo se oggi i giovani studenti del mio Politecnico si organizzino ancora per queste curiose gite fuori porta. Quello che per me era sostanzialmente contemporaneo sarebbe, per loro, Storia. D’altronde è nella lunga durata che una architettura dimostra la sua capacità di diventare significativa, necessaria. Time is on my side, cantavano i Rolling Stones. I tempi dell’architettura scavalcano le generazioni. E chi la abita, chi la usa, se ne appropria facendone un po’ quello che vuole. Oggi che il culto su Aldo Rossi si è un po’ appannato, rivedere la sua scuola a Broni, uno degli edifici all’epoca più pubblicati al mondo, con gli intonaci sbollati, le pensiline arrugginite, dimostra quanto il fascino di Rossi stesse più nei suoi splendidi disegni che nella sua capacità di costruttore. Così come vedere oggi la simmetria monumentale dell’atrio con la fontana triangolare, smorzata da cose banali, della vita quotidiana, una bacheca, un paio di armadietti, alcune piante, la rende più umana. Sono bambini, sono insegnati, bidelli, che vivono questi spazi, solo la capacità di essere flessibili, adattabili, li fa ancora vivi, emozionanti.

Scuola Enaip di Enrico Castiglioni a Busto Arsizio

Consiglierei davvero, all’ipotetico gruppo di giovani studenti, di andare a fare visita a queste architetture. Scoprirebbero l’esistenza di un progetto collettivo di architettura sociale che, coinvolgendo le migliori firme all’epoca in circolazione, ha saputo nobilitare i paesi e le periferie della più grande area produttiva del Paese. Spesso sperimentando forme che forse sembravano astruse, azzardate ma che oggi riempiono di tenerezza chi le osserva. Ammirare l’opera del meno famoso Enrico Castiglioni, architetto bustocco capace di immaginare scuole sospese su ponti in cemento armato, con uno sguardo che alcuni teorici oggi chiamano “retrofuturista”. Cioè quell’idea di nostalgia per i futuri passati che non abbiamo vissuto. Quel periodo visionario che ci fa associare gli autogrill di quegli anni alle astronavi, le stazioni agli astroporti. Quando essere architetti non era una cosa che aveva a che fare semplicemente col gusto personale, l’effimero, il capriccio, ma significava sentirsi investiti da un ruolo, un dovere sociale irrinunciabile.

(precedentemente pubblicato su Casa Vogue, ottobre 2018)

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/02/22/andare-a-scuole/feed/ 1
Dietro la maschera del sonno il cervello piange https://www.nazioneindiana.com/2019/02/21/dietro-la-maschera-del-sonno-il-cervello-piange/ https://www.nazioneindiana.com/2019/02/21/dietro-la-maschera-del-sonno-il-cervello-piange/#comments Thu, 21 Feb 2019 06:00:58 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=77905
 
di Mariasole Ariot
 
Una copertura: dietro la maschera del sonno il cervello piange. Il mutismo dei lineamenti, l’inflessione straniera, appena piegata sul bordo: non dicono niente.
Questa apparente nuova cera è un frutto chimico, composizione di elementi. La lingua non batte, e voi cosa vedete?… Leggi il resto »

]]>

 
di Mariasole Ariot
 
Una copertura: dietro la maschera del sonno il cervello piange. Il mutismo dei lineamenti, l’inflessione straniera, appena piegata sul bordo: non dicono niente.
Questa apparente nuova cera è un frutto chimico, composizione di elementi. La lingua non batte, e voi cosa vedete? Quando uno sguardo perfora e si acceca trafitto da se stesso, e vede il retro senza aver mai notato la fronte.
E cosa vedete voi – di questa mascherata silenzosa, che ha perso i denti nella muta, di questa cosa che credete sia passato e invece resta. Tutto l’inchiostro delle mani è ora rappreso nella zona cava dell’interno, dove tace, mentre si dice: è solo un momento.
Il bianco che ho ingoiato per secoli ha seccato la lingua.

***

Crolla il rovescio dei mondi sulla tua faccia d’animale, e cade tra intenti e milioni di corpuscoli conficcati nella lingua.
Ricordi i ricordi della prima nascita? Ricordi la tragedia?
Quando le foglie dicevano la stagione secca, e tu scricchiolavi sulla mia schiena costole e polmoni. Il volto che mi hai creato addosso non mi appartiene: una mandria infuriata
di ossicine.

***

La notte poi dilata le ferite, questa lingua nera degli sconosciuti, i passati che si muovono nei sotterranei dei presenti dove tu affili gli strumenti a perforare le tane che mi hai scavato negli occhi. Escono bulbi dalle finestre come linci impazzite, uomini con la testa separata, membra putrefatte – e in questo buio crepano le cose, si angosciano contenuti e contenitori, uno sguardo fisso che dice colpevolezza, che infrange il tempo sicuro della gestazione.
La protezione non è mai abbastanza, l’ombra che mi hai infilato nella bocca parla e dice: un reato d’esistenza.

***

Siamo formati da lividi e da richiami di parole d’antenati, ci sediamo calmi nell’attesa prossima di vedere aprire una porta, far entrare il sonno nella stanza, aprire le bocche e infilarcelo dentro a forza fino a quando raggiunge le parti più alte, il principio di ogni cosa. Così decidiamo per la caduta: stenderci immobili ad est, raccogliere le piante morte del giorno e darci vita nella massa scura del notturno – hai ascoltato, madre, questo canto di sirena, l’hai seguito? Hai ancora la coda lucida e le mani fasciate, ti sono caduta dalle braccia.
Il giorno non arriva se non per tranciare i tempi, dividere gli spazi, mentre gruppi di ragazzine ballano sulla collina degli accigliati, quando le serpi entrano sottopelle e si muovono premendo verso l’esterno per urlare il loro gioco preferito. Nascondersi, non farsi mai più trovare, la paura della luce.

***

Quando dire – allora? : è finito

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/02/21/dietro-la-maschera-del-sonno-il-cervello-piange/feed/ 4
Jonas Mekas. Anti-100 Years of Cinema Manifesto https://www.nazioneindiana.com/2019/02/20/jonas-mekas-anti-100-years-of-cinema-manifesto/ https://www.nazioneindiana.com/2019/02/20/jonas-mekas-anti-100-years-of-cinema-manifesto/#comments Wed, 20 Feb 2019 06:00:32 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=77883  

 

[Pubblichiamo qui la traduzione del manifesto che Jonas Mekas scrisse in occasione del centenario della nascita del cinema. Il testo fu  presentato all’American Center di Parigi l’11 febbraio 1996, e ci pare ancora di particolare rilevanza: al di là delle misure agiografiche, è lo studio dei materiali che ci deve sopratutto interessare, e per questo bisognerebbe incominciare a proporre e a tradurre quei testi e quei film momentaneamente sequestrati negli impedimenti della lingua.

Leggi il resto »]]>
 

 

[Pubblichiamo qui la traduzione del manifesto che Jonas Mekas scrisse in occasione del centenario della nascita del cinema. Il testo fu  presentato all’American Center di Parigi l’11 febbraio 1996, e ci pare ancora di particolare rilevanza: al di là delle misure agiografiche, è lo studio dei materiali che ci deve sopratutto interessare, e per questo bisognerebbe incominciare a proporre e a tradurre quei testi e quei film momentaneamente sequestrati negli impedimenti della lingua. ]

 

Anti-100 Years of Cinema Manifesto

Come sapete bene è stato Dio a creare     questa Terra e ogni cosa sopra di essa. E pensava che tutto fosse grandioso. Tutti i pittori, i poeti e i musicisti cantavano e celebravano insieme la creazione […]. Ma mancava ancora qualcosa. Così, grossomodo 100 anni fa, Dio decise di creare la cinepresa. E fece proprio così. Creò poi un regista, e gli disse: “Qui c’è uno strumento chiamato cinepresa. Vai a filmare e a celebrare la bellezza della creazione e i sogni dello spirito umano, e fai tutto divertendoti”. Ma al diavolo ciò non stava bene. Quindi mise un borsone di soldi davanti alla telecamera e disse ai registi: “Perché volete celebrare la bellezza e lo spirito del mondo quando potreste guadagnare con questo stesso strumento?”

Credeteci o no, tutti i cineasti si gettarono sul sacco dei soldi. Così il Signore si rese conto di aver fatto un errore. Quindi, circa 25 anni dopo, per correggere questo suo stesso errore, egli creò i cineasti d’avanguardia, e gli disse: “Ecco la cinepresa. Prendetela e andate nel mondo e cantate la bellezza di tutta la creazione, e fate tutto divertendovi. Ma sappiate che farete fatica a farlo, e non guadagnerete mai nulla con questo strumento.”

Così parlò il Signore a Eggeling, a Germaine Dulac, a Jean Epstein, a Fernand Leger, a Dmitri Kirsanoff, a Marcel Duchamp, a Hans Richter, a Luis Bunuel, a Man Ray, a Cavalcanti, a Jean Cocteau, e a Maya Deren, e a Sidney Peterson, e a Kenneth Anger, a Gregory Markopoulos, a Stan Brakhage, a Marie Menken, a  Bruce Baillie, a Francis Lee, a Harry Smith e  a Jack Smith e a Ken Jacobs, a Ernie Gehr, a Ron Rice, a Michael Snow, a  Joseph Cornell, a Peter Kubelka, a Hollis Frampton e a Barbara Rubin, a Paul Sharits, a Robert Beavers, a Christopher McLaine, e a Kurt Kren, a Robert Breer, a Dore O, a Isidore Isou, a Antonio De Bernardi, a Maurice Lemaitre, e a Bruce Conner, e a Klaus Wyborny, a Boris Lehman, a Bruce Elder, a Taka Iimura, a Abigail Child, a Andrew Noren, e a  molti altri, molti altri attorno al mondo.

Presero allora le loro Bolex e le loro piccole telecamere da 8mm e Super 8 e iniziarono a filmare la bellezza di questo mondo e le complesse avventure dello spirito umano, e gli stessi cineasti si stanno ancora divertendo molto nel farlo. E i film non portano soldi e non servono a ciò che è chiamato “l’utile”. E nel mentre, i musei di tutto il mondo festeggiano il centesimo anniversario del cinema, e tutto gira ancora attorno alla loro amata Hollywood. E non si fa menzione alcuna delle avanguardie o dei registi indipendenti del nostro cinema. Ho visto le brochure, i programmi dei musei, degli archivi e delle “cinematheques” di tutto il mondo. Ma questi dicono: “non ci interessa il vostro cinema”.

Nei tempi del gigantismo, degli spettacoli, delle produzioni cinematografiche da cento milioni di dollari, voglio parlare per i più piccoli e invisibili atti dello spirito umano: così sottili e così piccoli che muoiono quando vengono portati fuori sotto i riflettori. Voglio celebrare le piccole forme del cinema: la forma lirica, il poema, l’acquerello, l’etude, lo schizzo, il ritratto, l’arabesco, le bagatelle e le piccole canzoni da 8 mm. Nel tempo in cui tutti vogliono avere successo e avere qualcosa da vendere, voglio celebrare coloro che abbracciano il fallimento sociale e anche quello quotidiano  pur di inseguire  l’invisibile e  le cose personali che non portano né denaro né pane e non fanno la storia contemporanea, ma neppure la storia dell’arte o qualsiasi altra storia. Io voglio sostenere l’arte che si fa l’uno per l’altro, tra amici.

Sono in mezzo alla folle autostrada dell’informazione e sto ridendo perché una farfalla su di un fiorellino da qualche parte in Cina ha appena battuto le ali, e so che l’intera storia e l’intera cultura cambieranno drasticamente a causa di quello svolazzare. Una cinepresa Super 8 ha creato un piccolo ronzio da qualche parte […] e il mondo non sarà mai più lo stesso.

La vera storia del cinema è una storia invisibile: la storia di amici che s’incontrano, che fanno le cose che amano. Per noi il cinema incomincia ad ogni nuova vibrazione del proiettore, ad ogni nuovo ronzio delle nostre cineprese. E ad ogni nuova vibrazione e ad ogni nuovo ronzio, i nostri cuori fanno un balzo in avanti, cari amici!

in collaborazione con il progetto
di ricerca cinematografica ⇨ La Camera Ardente
]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/02/20/jonas-mekas-anti-100-years-of-cinema-manifesto/feed/ 4
I giochi di Ryan. Analisi di un video su youtube https://www.nazioneindiana.com/2019/02/19/i-giochi-di-ryan-analisi-di-un-video-su-youtube/ https://www.nazioneindiana.com/2019/02/19/i-giochi-di-ryan-analisi-di-un-video-su-youtube/#comments Tue, 19 Feb 2019 06:00:36 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=77868 di Alberto Brodesco

Ha avuto una certa risonanza la notizia, pubblicata da Forbes, che una delle star più ricche di YouTube è un bambino di sette anni. Grazie al suo canale, “Ryan ToysReview”, Ryan ha guadagnato in un anno, secondo la stima di Forbes, 22 milioni di dollari.… Leggi il resto »

]]>
di Alberto Brodesco

Ha avuto una certa risonanza la notizia, pubblicata da Forbes, che una delle star più ricche di YouTube è un bambino di sette anni. Grazie al suo canale, “Ryan ToysReview”, Ryan ha guadagnato in un anno, secondo la stima di Forbes, 22 milioni di dollari. Il canale di Ryan contiene essenzialmente recensioni di giocattoli e video di “unboxing”, ovvero spacchettamento di regali – un genere, destinato in particolare ai bambini in fascia pre-scolare, che gode di un’enorme popolarità su YouTube.

Più che ragionare sul turbocapitalismo, sugli eccessi del mercato, sulla brandizzazione di un bambino, sui dilemmi etici del consumismo o sui meccanismi di divizzazione precoce, vorrei qui analizzare nel dettaglio un video che si intitola “Ryan Surprise Toys Opening Challenge with Toy Jellies”. Dura 13’15”, ed è stato pubblicato il 9 dic 2018 su un canale gemello, “Ryan’s Family Review”, rispetto a quello principale. Ha ricevuto (a febbraio 2019) circa 3.800.000 visualizzazioni.

Il video inizia con qualche secondo di riprese sfocate del soggiorno-cucina della casa dove Ryan abita con madre, padre e due sorelle, gemelle omozigote. La mamma di Ryan, che regge in mano la videocamera, torna a casa e chiama a voce alta il figlio, e poi il padre. Si sente una musica di fondo rockeggiante – basso, accordi di chitarra, batteria. A livello enunciativo, il fuori-fuoco e la ripresa in soggettiva connotano immediatamente il video come amatoriale, domestico.

Appena Ryan e suo padre arrivano di fronte a lei, la madre appoggia sul tavolo una borsa di plastica: “I’ve found something at Target” (una catena di supermercati). Ryan e il padre ne svuotano il contenuto, 10 sacchetti di “Ryan’s jellies”, bustine con dei regalini “a sorpresa”, dei pupazzetti gommosi schiacciabili. La madre si rivolge al figlio per dirgli: “Ryan’s jellies… Are you a jelly?”. Si tratta in effetti di oggetti di merchandising ispirati al canale di Ryan, la serie 1 delle “Mystery Jellies Figures” di marca “Ryan’s World” (TM). Parte ora la piccola sigla del canale.

In quello che si può definire un flashback, ritorniamo da Target, dove osserviamo la madre di Ryan mettere nel carrello le dieci bustine. L’espositore segnala che si possono trovare dieci figure diverse, che vanno da un mini-Ryan a un panda (di nome Combo) segnalato come raro. Il costo di ogni bustina è 5.99 dollari. Mentre è al supermercato, la mamma si imbatte anche in altri giocattoli di marca “Ryan’s world” – un triceratopo sonoro, un gioco da tavolo, macchinette di plastica, slime. Uno stacco di montaggio ci porta alla cassa automatizzata del supermercato, dove la mamma di Ryan passa una delle bustine sotto il lettore del codice a barre. Questa breve inquadratura funge da conferma indessicale, sonora (“bip”), del fatto che quel prodotto è stato effettivamente acquistato.

Il flashback finisce e si torna, dopo 2′, al punto in cui il video è iniziato. Si rivede la mamma che chiama Ryan e il papà. È una scelta enunciativa molto cinematografica: una sequenza (ben 20”) vista poco prima viene riproposta allo spettatore alla luce della competenza cognitiva acquisita grazie al flashback al supermercato. Lo spettatore rivede il sacchetto sapendo già, ora, cosa contiene.

La videocamera inquadra il tavolo pieno di giochi in primo piano. Ryan sta a sinistra, il padre a destra. Lo sfondo mostra la cucina della loro casa, ordinata ma non troppo: non si tratta di un set, è una casa vera. Nell’inquadratura sono a questo punto già presenti diversi Ryan: il bambino in carne e ossa e la sua fotografia che appare in ognuna delle dieci confezioni. Un ulteriore Ryan è raffigurato in forma di fumetto sulla t-shirt che Ryan indossa. Si assiste insomma a una proliferazione di Ryan, il quale, come un Gremlin, continua a moltiplicarsi da qui alla fine del video. Il primo sacchetto che viene aperto da Ryan contiene infatti un pupazzo gommoso di Ryan vestito da super-eroe. È un mulinello, una creazione di effetti a cascata che producono una mise en abyme del soggetto rappresentato. Ryan tiene in mano una bustina con la sua faccia dentro la quale c’è un pupazzetto con la sua faccia.

Il padre aprendo il pacchetto trova invece un gelato (“Ice cream guy”). Il terzo sacchetto recapita in mano a Ryan un altro Ryan. “Un duplicato!”, commenta la mamma fingendo entusiasmo. “Non sapevo che avessi un gemello”, aggiunge mentre colloca i due Ryan fianco a fianco. I successivi giochi sono un gaming controller (“Il mio preferito, finora”, nelle parole della mamma, che privilegia stranamente quest’oggetto al simulacro di suo figlio); un altro controller; poi il pupazzetto “raro”, il panda; un altro gelato. L’allegria si propaga contagiosa. Il gioco successivo, l’ottavo, è una provetta da laboratorio antropomorfa. Gli ultimi due regalini sono un coccodrillino (Gus) e un doppione del pur raro panda. La madre commenta che mancano, per completare la collezione, la pizza, il cartone di latte, le patatine fritte e il pallone da calcio.

Da qui in poi si entra nella parte meno interessante del video, puramente pubblicitaria. Ryan si fa seguire dalla videocamera della madre in una stanza che raccoglie tutto il suo merchandising (“Ryan’s world merch toy room”), disposto in una libreria. Posiziona i nuovi giochi in uno spazio libero. La madre passa in rassegna e pubblicizza gli altri prodotti esposti. La proliferazione di Ryan diventa ora parossistica, quasi un delirio narcisistico che vede l’inquadratura riempirsi di Ryan di ogni tipo, in versione pilota, astronauta, karateka, scienziato, eccetera. Il finale è promozionale, con la madre che suggerisce dove si può comprare cosa e lancia un concorso per trascorrere una giornata di gioco con Ryan.

In un sol colpo, Ryan’s Family Review riesce a metter in moto due fonti di guadagno, pubblicizzando il suo merchandising e promuovendo il suo canale. La pubblicità non serve più solo a vendere il prodotto ma anche a vendere se stessa. Si osserva una sovrapposizione inestricabile fra pubblicità dell’oggetto esibito (il giochino) e pubblicità (generatrice di visualizzazioni) del canale YouTube. Il prodotto esposto in vetrina viene mostrato anche per vendere l’intero negozio. La vetrina in cui esporre le merci è una merce essa stessa.

La strategia enunciativa, il particolare tipo di vetrinizzazione che abbiamo osservato, combina amatorialità e professionismo, linguaggio dell’home movie e linguaggio del cinema: narrazione piatta più flashback; camera a mano, soggettiva, fuori fuoco più alta definizione; improvvisazione più studiatezza; spontaneità più recitazione; piccola manualità più regole del marketing; ingenuità più posa; dimensione del gioco più business. Non sembra simulata la stupefazione del bambino mentre apre i regali marchiati con il suo brand. Mentre certo appare forzata la reazione degli adulti, appare finta la loro eccitazione. Ma non recitiamo tutti, nella vita, la parte degli entusiasti di fronte all’entusiasmo dei bambini?

In questa tensione tra artigianato e industria, tra creazione e algoritmo, il piccolo Ryan diventa una sineddoche. Nella mediasfera contemporanea il soggetto è ridotto al ruolo di un Umpa Lumpa nella fabbrica di cioccolato di Roald Dahl, immerso in ciò che gli piace eppure alienato, incapace di allontanarsi dal suo feticcio e di riconoscerlo come tale. Come gli Umpa Lumpa venivano pagati in cioccolato, quindi con il frutto stesso del loro lavoro (al netto ovviamente del plusvalore), il guadagno personale di Ryan coincide almeno per il momento con i giochi, ovvero con la merce che deve vendere.

 

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/02/19/i-giochi-di-ryan-analisi-di-un-video-su-youtube/feed/ 3
Chilografia di Domitilla Pirro https://www.nazioneindiana.com/2019/02/18/chilografia-di-domitilla-pirro/ https://www.nazioneindiana.com/2019/02/18/chilografia-di-domitilla-pirro/#respond Mon, 18 Feb 2019 06:11:02 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=77573 di  Marco Renzi        

Tutto comincia col sangue che «s’addensa in fili e grumi», con la materia che sarà il filo conduttore dell’intero romanzo assieme al peso di Palma, Mina per i famigliari e Palla per le perfide cape scout. Anche la numerazione dei capitoli è scandita dai chili della protagonista: da embrione di pochi grammi nelle prime pagine fino al quintale e mezzo delle ultime, il lettore percorre con lei le tappe del suo disagio, le risalite, le conquiste e i grandi capitomboli.… Leggi il resto »

]]>
di  Marco Renzi        

Tutto comincia col sangue che «s’addensa in fili e grumi», con la materia che sarà il filo conduttore dell’intero romanzo assieme al peso di Palma, Mina per i famigliari e Palla per le perfide cape scout. Anche la numerazione dei capitoli è scandita dai chili della protagonista: da embrione di pochi grammi nelle prime pagine fino al quintale e mezzo delle ultime, il lettore percorre con lei le tappe del suo disagio, le risalite, le conquiste e i grandi capitomboli. Già, perché la burrasca è sempre all’orizzonte: del resto, la famiglia non è delle più equilibrate.

Mamma Stefania in fondo fa quel che può, ma la sua incertezza e la sua immaturità la precedono; e lo stesso vale per il padre, Sauro, in seguito allontanato da Stefania per far posto a un altro uomo. Clara, all’apparenza la sorella perfetta, ha nei confronti di Palma un atteggiamento freddo e indifferente: si dimostra in effetti la sorella che nessuno vorrebbe; almeno non quando uno è consapevole d’esser tutto men che perfetto.

Durante la sua parentesi da ragazza normopeso, Palma incontrerà Giulio, col quale le cose non andranno bene: il cibo allora sarà per lei di nuovo un rifugio. Ma per scappare del tutto, Palma si creerà un alter-ego grazie al gioco per PC Simcity, per un po’ di tempo il suo mondo parallelo, e nel quale conoscerà Tato76. Con lui approfondirà la conoscenza tramite un sito per amanti dell’adipe:  Angelo, questo il nome che si nasconde dietro al nick, al contrario di molti, è attratto dal suo peso, ne è sessualmente stimolato.

La loro conoscenza, in breve trasmigrata dal virtuale al reale, li porterà prima a una relazione idilliaca e dopo a una convivenza che pian piano, per Palma, si farà sempre più prossima a una prigionia. Angelo rivela infatti una natura morbosa, violenta; un attaccamento alla donna e alla sua grassezza che pare un rovesciamento del cacciatore di anoressiche messo in scena da Garrone in Primo amore.

Palma troverà quindi un modo per reagire a tutto ciò, per uscire dall’angosciosa spirale di sottomissione all’interno della quale è finita.

Diario vorace di Palla, così recita il sottotitolo del libro; un sottotitolo fuorviante, dato che il romanzo non è né un diario né tanto meno una narrazione in prima persona. C’è però un narratore esterno che non abbandona mai il suo personaggio; lo segue in ogni difficoltà, nell’inadeguatezza che segna al principio il suo essere bambina, ragazza e poi donna; il suo essere figlia e sorella, videogiocatrice, amica virtuale e fidanzata; ma soprattutto il suo essere grassa, vera causa e conseguenza di ogni inquietudine.

Domitilla Pirro dipinge un complesso ritratto di donna e non si ferma alla superficie del problema: la immette sin da subito in un sistema conflittuale, all’interno di una famiglia disfunzionale, ovvero un topos col quale è facile perdersi nei cliché, ma che in Chilografia ritrova davvero il suo senso, grazie a caratteri ben delineati, antieroi a loro modo sempre e comunque perdenti.

Come l’eroina di un videogioco, Palma dovrà combattere e sconfiggere i mostri che incontrerà a ogni livello, siano questi demoni interiori o in carne e ossa; dovrà lottare col suo corpo, poiché il corpo è il guscio dal quale vorrebbe fuggire, provando a dimagrire e riscrivendo se stessa all’interno di Simcity.

Anche a questo giro, Effequ fa uscire un romanzo, com’era stato per Cereali al neon di Sergio Oricci, che fa dialogare il corporeo con l’incorporeo; o meglio, che mette al centro il corpo accostandolo a strumenti che rimandano a una realtà virtuale. Se Oricci guardava alla contemporaneità attraverso il corpo dell’artista Silvano Rei, le cui installazioni visive digitali lo facevano saltare da una esperienza all’altra, Pirro invece si sofferma su un passato recente che parla anche all’oggi, dando ancor più risalto alla materia primordiale, alle viscere, alle budella, al cibo, alla digestione, al colore rosso vivo o scuro del sangue.

Lo stile è senz’altro uno dei punti di forza di Chilografia, ed è la stretta connessione tra forma e sostanza, realizzata per mezzo della varietà dei registri, a far fare al testo il salto di qualità. La lingua usata da Pirro è un italiano imperfetto ma quanto mai vivace: fa a cazzotti col dialetto romanesco e mescola l’alto col basso, lo splendido linguaggio infantile e le parole difettose delle chat, il tutto inframezzato dall’esasperato e viziato lessico famigliare. Una prosa ricca, articolata; ottima per descrivere l’eccesso di certe immagini e per dar vita al corpo sgraziato di Palma: una Pantagruel in miniatura, protagonista di un racconto tanto doloroso quanto divertente, disturbante e a tratti dolcissimo, e che di certo un lettore attento non potrà lasciarsi sfuggire.

Domitilla Pirro, Chilografia (Effequ, 2018)

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/02/18/chilografia-di-domitilla-pirro/feed/ 0
NApolinaire Sud: Luigi Cinque + Jean-Charles Vegliante https://www.nazioneindiana.com/2019/02/17/napolinaire-sud-luigi-cinque-jean-charles-vegliante/ https://www.nazioneindiana.com/2019/02/17/napolinaire-sud-luigi-cinque-jean-charles-vegliante/#comments Sun, 17 Feb 2019 09:20:38 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=77822

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Palimpseste_Traduire en autobus (Jean-Charles Vegliante)

Kostro, Ungà, e bisbidis

di

Jean Charles Vegliante

Quivi babbuini,

Romei, peregrini,

Giudei, saracini,

Vedrai capitare.

(Immanu’el ben Shelomoh, Bisbidis, post 1313)

 

 

 

Quale, ammesso che ci debba proprio essere, il vero luogo della poesia?… Leggi il resto »

]]>

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Palimpseste_Traduire en autobus (Jean-Charles Vegliante)

Kostro, Ungà, e bisbidis

di

Jean Charles Vegliante

Quivi babbuini,

Romei, peregrini,

Giudei, saracini,

Vedrai capitare.

(Immanu’el ben Shelomoh, Bisbidis, post 1313)

 

 

 

Quale, ammesso che ci debba proprio essere, il vero luogo della poesia? A parte quello mentale, delle “chiare, fresche et dolci acque” liriche (tra l’altro, probabili onde di un fiumiciattolo straniero, La Sorgue) da sempre straniato, e in realtà di “gnessulógo” reale financo nel piccolo paese del neologico scrivente (Zanzotto): ciò sia dato per scontato. Ab origine. E scontiamo pure, da subito, il nostro contemporaneo generico “non-luogo” di oggi, stazioni aeroporti empori centri commerciali e altri spazi inabitabili – salvo per chi ci sia di già in transito, in attesa, in latitanza più o meno nomade, va da sé. Addirittura banale, ormai, basti vedere tutto il folto sottobosco di pseudo-eredi del grande Ungà italofrancese: pullulanti. Da dimora a controra. Tra questi due estremi, pur sempre vigenti, comincia forse con Marino – il “miglior fabbro” barocco checché se ne dica, “le chevalier Marin” insomma, capace di farsi finanziare dal re di Francia i ben 40984 versi dell’indigeribile Adone (hai detto niente) –, comincia dunque, una volta conciato il Concini e ridimensionata – si direbbe oggi – l’influenza eccessiva della “grossa banchiera” Maria de’ Medici, comincia e tuttora continua il grande dispatrio (termine opportunamente coniato da Meneghello in Gran Bretagna qualche secolo dopo) e la soluzione definitiva del legame con la terra matria, nella poesia post: fino a quella del Carnevali, della Rosselli, di Portante con la sua “étrange langue”, dell’amico Forlani… e di quanti cercano di cavarsela, dove il dente batte, anzi la lingua langue. Zac, fine dell’appartenenza. Diremmo quasi col pericolo (secondario) della volgarmoda, quasi. E allora, oggi, bisognerebbe essere invece apollinamente quasi “indifferenti al fatto di non esser moderni” (Roland Barthes, 1977).

Cotale poesia moderna però c’è, o ci fa. E nasce forse, volendo schematizzare al massimo, dall’incrocio alquanto innaturale, all’inizio del “secol breve”, tra mal di vivere pascoliano e allegria – ma altrettanto innovativa sul piano metrico – del figlio di Apollo, o comunque teoforo apollino Kostro Apollinaire. E si sarà notato come, nelle due espressioni scelte, intendevo adombrare l’ombra portata, la “ombre aveugle” de L’émigrant de Landor Road (“je ne reviendrai jamais…”), proiettata però molto più in là, e dopo, sul caro Ungaretti e obliquamente su Montale. Non vorrei scomodare la terza ombra – ché tre piedi ci vogliono sempre, come minimo, per reggersi da soli – esattamente coetanea dell’egiziano lucchese (di sei mesi più giovane per l’esattezza), Thomas Stearns Eliot, futuro premio Nobel; come Montale il senatore (“e Ungaretti fa all’amore”) del resto. I conti tornano. Senza scomodare Apelle (figlio d’Apollo, ecc.) per il momento. Comunque vadano le stelle, buone o cattive, ci si innalza dalle stalle, assai decisamente, salvo poi a soccombere – ma quanto indebolito già l’omo dal grande primo macello mondiale – alla prima invasione del virus H1N1 e congestione polmonare. Virus post-pallottola. Già. Come molti sanno, credo, Ungaretti non fece in tempo a visitarlo vivo e rimase fortemente scosso dal rapido susseguirsi di segni oscuri (folle parigine sfilano al grido di “À mort Guillaume!” – alludendo certo al Kaiser Guglielmo II, ma “l’equivoco del grido era atrocissimo” –, mentre appena tre anni prima si era suicidato l’amico libanese “marcel”, Mohammed Sceab). Lo stesso Ungà doveva fare a Parigi la vita dell’immigrato postbellico, collaborando tra l’altro al quotidiano di Luigi Campolonghi Don Quichotte e anelando, come già il suo Kostro, naturalizzato solo nel 1916, alla “patria ideale”, vista ancora come “pays innocent” (La Guerre – Une poésie, suo primo libro “in proprio” a tutti gli effetti, francese). Beati loro! Fantasma forse della lingua lattante, lingua tra i denti di latte – qualcosa come il petèl, ma i “denti di latte” sono stati pure di Majorino – con nìole bianche, nàiva di panna e nâ rinnovata (come in Audiberti), e giù nüvie genovesi, eterne nüvie che van a-o mâ… che va al mare, donca. Già sparita. Sic transit ecc. e insomma lingua che dal latte si scompagni (Leopardi). I luoghi, se così vogliamo dire, si spostano o svaniscono o sbiadiscono, comuni. Referente cosmos indifferente neutrale. Solo il dolore rimane. E infatti, “Je demeure”, con tanto di Je declamava Apollinaire nella straordinaria Pont Mirabeau, poesia di cui si ha una versione con la sua voce leggermente in falsetto, stridula a volte, commovente in un omone qual era lui, quasi “uno dei barbari imperatori di Roma educati da Seneca” (G. Ungaretti, 1919). Sic bisbiglia bisbidis. Almeno fino al ’22, al ’33 (eh sì, magia dei numeri: controllate le date, che son quelle).

Référent_Lécorce-des-platanes ( Jean-Charles Vegliante )

C’è un bisbidis infernale, tra Soffici Picasso Marinetti Salmon Modigliani Max Jacob De Chirico Cendrars Savinio Eliot Ungaretti Rilke o Billy, nella Parigi di quell’epoca. E, qualche anno dopo Joyce, Magnelli, Ezra Pound, Stravinsky, tanti altri (compreso Rommarico neapolitanus – in partibus)… e già allora, “des émigrants tendaient vers le port leurs mains lasses” (L’émigrant de Landor Road) mentre su un altro pianeta – o forse anywhere out of the world – un tale Dino Campana senza saperlo aggiunge un tassello transnazionale-provinciale al bailamme parigino: “ma ringhiano feroci gli italiani” (Buenos Aires). In attesa di desistere, davanti agli attacchi via etere (le onde radio Edison, come più tardi Amelia Rosselli davanti a quelle della CIA). Piccolo paese mondo, di nuovo. E siamo giunti così ai più stabili quattro piedi, ormai. Le tour est joué. Al tavolino per il libro (facciamolo: Apollinaire, Ungaretti, Eliot, Campana). O, come avrebbe detto ancora Ungaretti, di lì a poco: al nuovo classico, o “classico moderno”. E l’ossimoro incide più dei due rami della coppia, come non ha capito la critica ufficiale, attenta al dito (anzi qui ai due diti) e non all’oggetto additato (la luna vaga della metrica nuova). Se si vogliono prendere in considerazione i tempi lunghi della cultura, forse veniva a chiudersi allora il periodo iniziato con Une saison en enfer (1873) e la circolante “Lettre du Voyant” (a Paul Demeny). Periodo tragico se non fosse stato comico. Per chi non c’è dentro, s’intende (lontani da Verdun, allora, e oggi da Aleppo). Chissà se l’Apollinaire come nom de plume del neapolitanus non sia stato forgiato invece, a ripensarci, su Apollyon il distruttore (dall’antico greco apóllumi “distruggere”), fosca divinità vicina all’Abaddôn ebraico? Fumo e cenere. Ma già con Vers et prose del 1906, probabilmente una certa quiete prevale; voluta ma non pacificata; ma se andate oggi in cerca di informazioni “apollini” basilari sulla rete, vedrete pure (in un corpo più grande, là, mi raccomando) che: La page Wikipédia [su Apollinaire] est inaccessible aux modifications : “Cette page est l’objet de vandalismes répétés ; et/ou Cette page subit une guerre d’édition”… Ancora. Di nuovo. Sempre. La guerra non finisce di finire, a quanto pare. Meglio comunque chiudere con il “classico moderno” – ossia versi liberati, citazionismo e arcitesto, scelte mistilingui, confusione dei generi… –; sì, meglio del ritorno all’ordine (così dissero) e del conformismo di forme e di opinioni, anche “social”. Ovviamente “social”. Oltrepassato e assimilato il Bisbidis degli inizi eroici o ingenui, eccome. Per quanto mi riguarda, se licito m’è, là in qualche modo ero e sto ancora. E quindi chiudo.

 

(alla “Nouvelle Athènes”, giugno 2018)

 

 

 

 

 

 

 

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/02/17/napolinaire-sud-luigi-cinque-jean-charles-vegliante/feed/ 1
Footballization: come raccontare dal basso la vita nei campi profughi palestinesi del Libano https://www.nazioneindiana.com/2019/02/16/footballization-come-raccontare-dal-basso-la-vita-nei-campi-profughi-palestinesi-del-libano/ https://www.nazioneindiana.com/2019/02/16/footballization-come-raccontare-dal-basso-la-vita-nei-campi-profughi-palestinesi-del-libano/#respond Sat, 16 Feb 2019 15:55:27 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=77956

di Giuseppe Acconcia

Abbiamo assistito a Padova, nell’ambito delle iniziative a sostegno di Mediterranea, alla proiezione del documentario Footballization di Stefano Fogliata per la regia di Francesco Furiassi. L’idea è nata dall’incontro con le associazioni Tr3sessanta e Apri gli occhi senza freni con il collettivo Agosf, e dall’esperienza di vita nel campo profughi di Bourj El-Barajneh, un chilometro quadrato in cui oggi vivono 45mila persone, il triplo rispetto a qualche anno fa quando ancora non era scoppiata la crisi siriana.… Leggi il resto »

]]>

di Giuseppe Acconcia

Abbiamo assistito a Padova, nell’ambito delle iniziative a sostegno di Mediterranea, alla proiezione del documentario Footballization di Stefano Fogliata per la regia di Francesco Furiassi. L’idea è nata dall’incontro con le associazioni Tr3sessanta e Apri gli occhi senza freni con il collettivo Agosf, e dall’esperienza di vita nel campo profughi di Bourj El-Barajneh, un chilometro quadrato in cui oggi vivono 45mila persone, il triplo rispetto a qualche anno fa quando ancora non era scoppiata la crisi siriana.

Il documentario racconta il riscatto che i giovani palestinesi dei campi profughi in Libano trovano attraverso il calcio. Si tratta di un tentativo molto coerente di riportare la normalità della vita delle squadre di calcio nei campi del Libano con gli occhi di uno straniero. «Vorrei sempre vivere come un locale», ci ha spiegato l’autore e protagonista del documentario. Stefano, 28 anni, si è trasferito in Libano da alcuni anni e dopo aver lavorato come cooperante ha deciso di svolgere la sua ricerca di dottorato con l’Università di Bergamo proprio in Medio Oriente. Non contento della sua vita da straniero in terra straniera, riconoscibile agli occhi di tutti, ha cercato di negoziare senza pretese né imposizioni la sua partecipazione agli allenamenti e alle partite della squadra dell’al-Aqsa.

Sin dalla loro infanzia, Louay, Yazan e Rami hanno trascorso le loro giornate giocando nei campi di calcio del campo palestinese di Yarmouk, divenuto ormai un quartiere di Damasco, in Siria. Con l’aggravarsi del conflitto in Siria, si sono rifugiati nel campo profughi di Borj el-Baraneh, nella periferia di Beirut, dove ancora oggi difendono la maglia della squadra dell’al-Aqsa, il team palestinese che è diventato il simbolo del campo.

Il racconto di allenamenti e gare di campionato è guidato da Stefano che intervista i suoi compagni di squadra, lasciati ai margini della società libanese, costretti a una competizione incredibile per poter giocare con le grandi squadre locali a causa del loro status di cittadini di serie B. E così il documentario si trasforma in un racconto di speranze mancate, nel tentativo fallito di fuggire dal Libano per intraprendere la via delle migrazioni attraverso la Turchia e la Libia, o di giocare da star del calcio in altre squadre dei paesi arabi di alcuni dei protagonisti della pellicola.

Ma la frustrazione di non riuscire davvero mai a ottenere quello che spetterebbe a ragazzi che hanno dedicato tutta la loro vita al calcio non risparmia neppure lo straniero, che tenta di «libanesizzarsi», ed è per questo forse ancora più debole di un rifugiato e costretto costantemente in panchina. «Sono troppo forti», ha commentato Stefano per spiegare le poche ore trascorse in campo.

Footballization è un documentario semplice, brillante e malinconico, girato tra Siria, Libano e Palestina che lascia lo spettatore con la domanda che fa da sottotitolo alle riprese: «Chi non sa come tornare a casa?». Una domanda che va oltre il semplice interrogativo che viene posto ai giovani giocatori alla fine degli allenamenti e richiama il ritorno per ora impossibile alla sua terra di un intero popolo.

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/02/16/footballization-come-raccontare-dal-basso-la-vita-nei-campi-profughi-palestinesi-del-libano/feed/ 0
La cultura delle élite vista da un disadattato https://www.nazioneindiana.com/2019/02/16/la-cultura-delle-elite-vista-da-un-disadattato/ https://www.nazioneindiana.com/2019/02/16/la-cultura-delle-elite-vista-da-un-disadattato/#comments Sat, 16 Feb 2019 06:00:33 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=77809 di Giorgio Mascitelli

Il successo elettorale delle forze populiste ha prodotto  numerose riflessioni sulle ragioni della loro vittoria, tra le quali spicca quella compiuta da Alessandro Baricco su Repubblica, che ha dato inizio a un corposo dibattito sullo stesso giornale.  La tesi dello scrittore torinese che si sarebbe rotto un rapporto di fiducia tra èlite e gente comune, benché comprensibilissima e perfettamente giustificata dal suo punto di vista, mi ha sorpreso: dal mio punto di vista, certo quello forzatamente limitato di un disadattato al proprio tempo,  di un intruso che si è imbucato a un vernissage nella speranza di incamerare un paio di tartine al tavolo dei rinfreschi ma consapevole di non c’entrare nulla con le ragioni dell’inaugurazione,  che però ha vissuto gran parte della propria vita adulta sotto l’egemonia delle suddette élite, l’aspetto sorprendente di questa tesi è dovuto al fatto che mai come in quest’epoca la cultura delle élite è stata meno lontana da quella del popolo.… Leggi il resto »

]]>
di Giorgio Mascitelli

Il successo elettorale delle forze populiste ha prodotto  numerose riflessioni sulle ragioni della loro vittoria, tra le quali spicca quella compiuta da Alessandro Baricco su Repubblica, che ha dato inizio a un corposo dibattito sullo stesso giornale.  La tesi dello scrittore torinese che si sarebbe rotto un rapporto di fiducia tra èlite e gente comune, benché comprensibilissima e perfettamente giustificata dal suo punto di vista, mi ha sorpreso: dal mio punto di vista, certo quello forzatamente limitato di un disadattato al proprio tempo,  di un intruso che si è imbucato a un vernissage nella speranza di incamerare un paio di tartine al tavolo dei rinfreschi ma consapevole di non c’entrare nulla con le ragioni dell’inaugurazione,  che però ha vissuto gran parte della propria vita adulta sotto l’egemonia delle suddette élite, l’aspetto sorprendente di questa tesi è dovuto al fatto che mai come in quest’epoca la cultura delle élite è stata meno lontana da quella del popolo. Basti pensare semplicemente all’evidenza che in Italia fino a cinquant’anni fa èlite e gente comune parlavano letteralmente due lingue diverse; ma questo è solo un banale esempio, se si allarga lo sguardo non si può che notare come  dappertutto la cultura di massa abbia uniformato gusti, consumi culturali, mode e stili di vita. D’altra parte è vero che dal dopoguerra in poi non si è mai registrato uno scarto così grande nella ricchezza e nelle disponibilità economiche e, come cercherò di suggerire poi, forse c’è una correlazione tra i due fenomeni apparentemente di segno opposto.

Sia che si intenda  il termine èlite nel suo senso più specifico di gruppi dirigenti, cioè per l’Italia quelle poche centinaia di persone  referenti nazionali del sistema globale che occupano ruoli guida nell’apparato politico, militare, industriale, finanziario, mediatico, universitario e della ricerca, sia che si indichino in senso più ampio le classi elevate, quella che un tempo si sarebbe chiamata alta borghesia, è possibile affermare che il capitale culturale necessario per farne parte si è molto modificato negli ultimi trent’anni ( Bourdieu chiama capitale culturale quell’insieme di saperi non solo professionali, di solito ereditato dalla famiglia, necessari per il successo scolastico e per occupare posizioni di vertice nella società). In particolare nella formazione di questo capitale vi è stata una diminuzione del peso di una cultura generale a vantaggio di una specialistica, di quegli aspetti simbolici di appartenenza quali certe forme di etichetta e, in definitiva, un minor peso dello stesso capitale culturale nel determinare l’accesso alle sfere alte. E’ possibile vedere una traccia di questa trasformazione nel fatto che professioni come l’avvocato o il docente universitario che un tempo portavano quasi automaticamente a far parte delle élite in senso lato, oggi non sono più condizione necessaria né tanto meno sufficiente per accedervi, mentre emergono figure professionali per esempio nello spettacolo e nello sport, alle quali nel passato non sarebbe stato possibile compiere un’ascesa del genere.

Si potrebbe descrivere questo cambiamento come una tendenziale democratizzazione o la fine di forme di notabilato a favore di un sistema di libere opportunità e questo è  stato parzialmente vero almeno nella prima fase della globalizzazione specialmente nei paesi anglosassoni, ma questo fenomeno diventa più leggibile in un altro senso oggi: il complessivo ridimensionamento del peso del capitale culturale per le èlite rientra nel processo di eliminazione progressiva di ogni fattore  che non sia direttamente funzionale alla mera accumulazione di denaro. E’ insomma tutto ciò un esito del dispiegamento del disegno neoliberista in cui tutti gli ostacoli, ivi compressi quelli culturali, all’imporsi del gioco del mercato devono essere rimossi. Questa tendenza può essere sintetizzata dalla celebre battuta thatcheriana sul fatto che non esista una cosa chiamata società, ma solo individui che si comportano più o meno rettamente; nello stesso tempo man mano che un’idea di società diventa incomprensibile agli occhi dell’individualismo imperante la stessa idea di capitale culturale diventa sempre meno spendibile e sempre meno importante. In fondo per definire che cos’è un èlite, se al posto della società c’è solo il mercato, basta un misuratore astratto ma rigoroso come la quantità di denaro posseduto.

Che tale processo ovviamente induca anche nel contempo una minore capacità delle èlite di governare le tendenze sociali  appare essere un effetto collaterale di quel fallimento del neoliberismo di gestire il disagio della civiltà di cui ha parlato Massimo De Carolis ne Il rovescio della libertà. Se ogni misura e ogni scelta ha senso ed efficacia solo per aumentare e rafforzare la competizione, essa diventa inclusiva solo per i pochi soggetti che risultano vincitori, mentre per gli altri si traduce in un fattore di esclusione, di frustrazione e di marginalità. In una società così fatta prendono sempre più piede forme di dominio non troppo diverse da quelle tradizionali e diminuiscono invece le libertà individuali effettive e la partecipazione democratica. Ciò appare evidente se si prendono in esame tre aspetti cruciali della cultura attuale delle èlite. Alludo  in primo luogo alla cosiddetta condizione postmoderna del sapere, quella per cui ogni sapere importante  ha una validazione solo pragmatica  ossia un sapere vale solo se è spendibile sul mercato, che poi si traduce nella fiducia esclusiva oggi dominante  per la tecnocrazia; in secondo luogo al rifiuto dei limiti della condizione umana, alla non accettazione del fatto  che esistono “dei limiti intrinseci alle possibilità umane di controllo dello sviluppo sociale, della natura, del proprio corpo e degli elementi di tragicità inerenti alla vita e alla storia dell’uomo” ( Christopher Lasch La ribellione delle èlite, trad.it., Feltrinelli 1995); infine la convinzione che internet e il mondo virtuale siano potenzialmente lo strumento adatto per la risoluzione di ogni problema dell’individuo e della società, insomma quello che Evgeny Morozov ha chiamato soluzionismo.

Ciò che accomuna queste idee, prima ancora che la loro funzionalità al mercato,  è la loro natura pragmatica e, per così dire, la loro pura operatività. Questa assenza di contenuti valoriali è l’elemento che contraddistingue le élite del presente da quelle del passato ( affermo ciò in forma meramente descrittiva senza  nessun giudizio di merito implicito: le èlite del 1914 avevano una cultura con contenuti e ciò non impedì loro di accompagnare le rispettive nazioni al massacro della Grande Guerra). Da ciò deriva però un aspetto importante e cioè la maggiore contendibilità del loro ruolo da parte di qualsiasi gruppo che rispetti questo tipo di pragmatica: è il tipo di scenario su cui lavora Houellebecq in Sottomissione quando immagina l’ascesa al potere in Francia degli islamisti, ma è anche lo scenario in cui le forze sovraniste operano concretamente in tutti i paesi. In un certo senso le èlite, se non hanno una cultura contrassegnata da contenuti valoriali, finiscono con il diventare permeabili a gruppi che hanno successo secondo i loro stessi criteri pragmatici. Ciò accade soprattutto se anche la gente comune, il popolo, sperimenta un’analoga assenza di valori,  poiché le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti in un contesto di generale depoliticizzazione come quello vigente oggi. Tale assenza di valori viene vissuta con maggiore inquietudine tra chi ha insuccesso nella competizione del mercato perché il perdente ha bisogno di appigliarsi a un fondamento che non è lambito, o quanto meno non sembra esserlo, dalla propria sconfitta.

I populisti reazionari che stanno spopolando un po’ dappertutto utilizzano proprio questo meccanismo: da un lato si adeguano a loro modo alle idee delle élite, non mettendo in discussione l’orientamento al mercato e all’accumulazione individuale di denaro, dall’altro offrono una prospettiva di senso simbolica allo stuolo dei vinti richiamandosi ai contenuti della tradizione reazionaria di tipo identitario e razzista. Del resto in una situazione in cui l’egemonia culturale è completamente  nella mani delle èlite il popolo o la moltitudine ( fa lo stesso) non contesta il sistema, ma si limita a chiedere dei risarcimenti simbolici per la sua adesione a esso.

In questo senso, i populisti reazionari a livello superficiale contestano il sistema, ma nel contempo,a livello subliminale, ne accettano la cultura e le idee di fondo, risultando rassicuranti a dispetto della loro evidente improvvisazione in molti campi.  Così, non è un caso che numerosi commentatori abbiano rilevato come le strategie mediatiche, culto della personalità e approccio semplicistico ai problemi, di leader di sistema, quali Renzi, Macron o Trudeau , non siano poi troppo diverse da quelle dei vari leader reazionari, ammesso e non concesso che gente come Trump od Orban non faccia parte del sistema.  Queste convergenze non vanno considerate come semplici somiglianze tattiche in un solo settore per quanto strategico come quello della comunicazione, ma sono appunto una conseguenza della medesima idea di cultura, che è poi quella delle élite: allo stesso modo le battute di Salvini contro gli intellettualoni e i discorsi delle élite sulla  scuola del futuro in cui le materie di studio saranno state abolite a favore di internet e didattica delle competenze sono due elementi della stessa serie logica e dello stesso campo culturale. La stessa polemica sulle fake news diffuse tramite i social dai populisti contrapposte a una fantomatica era della verità rappresentata dai media tradizionali appare, più che una difesa della correttezza dell’informazione,  un allarme  sulla proliferazione o meglio sull’uberizzazione di determinate tecniche comunicative che nella società dello spettacolo classica erano in mano a pochi operatori professionali del settore, se si analizzano gli standard comunicativi dell’era televisiva e di quella attuale.

Se le cose stanno così, uno degli esiti possibili di questo scontro tra élite e sovranisti, lungi dal diventare una battaglia frontale,  potrebbe essere la cooptazione dei leader più reazionari nelle èlite tramite la riformulazione del linguaggio delle stesse élite, che è poi il codice del politicamente corretto, in senso più sovranista e dall’altra parte tramite l’abbandono degli accenti più antiistituzionali  a vantaggio di un tono politico  in doppio petto. Del resto qualcuno l’aveva già scritto tanto tempo fa che il destino d’un volgo disperso che nome non ha è quello di trovarsi sul collo con il nuovo signore anche quello antico.

 

 

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/02/16/la-cultura-delle-elite-vista-da-un-disadattato/feed/ 1
Fare ciò che è Giusto https://www.nazioneindiana.com/2019/02/15/fare-cio-che-e-giusto/ https://www.nazioneindiana.com/2019/02/15/fare-cio-che-e-giusto/#comments Fri, 15 Feb 2019 13:13:16 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=77946 di Gianni Biondillo

Date le polemiche che leggo in queste ore, mi piacerebbe per una volta non buttarla in politica ma provare a “buttarla in cultura”. Credo che la nostra Milano abbia il diritto/dovere di avere un Giardino dei Giusti di rilevanza internazionale.… Leggi il resto »

]]>
di Gianni Biondillo

Date le polemiche che leggo in queste ore, mi piacerebbe per una volta non buttarla in politica ma provare a “buttarla in cultura”. Credo che la nostra Milano abbia il diritto/dovere di avere un Giardino dei Giusti di rilevanza internazionale. Ne ha il profilo etico, la storia, i protagonisti. Il lavoro di Gariwo e del suo presidente Gabriele Nissim è davvero ammirevole ed encomiabile. Sogno un “Giardino dei Giusti di tutto il mondo” che diventi un polo di interesse, di raccoglimento e di studio non solo per i nostri cittadini, ma anche per ogni persona che transiti nella nostra città. Un monumento, nel senso più profondamente etimologico del termine: un monito.

Ecco perché reputo poco coraggioso l’intervento previsto al Monte Stella. Un progetto formalmente debole ed obsoleto che non cerca di vivere di luce propria ma che si depone in modo parassitario su un altro sito della memoria urbana. Un appendice, insomma, non un fulcro significativo. Dal punto di vista della composizione urbana è un errore clamoroso.

Il fatto che non ci si renda conto di una cosa così ovvia dimostra come ancora oggi l’eredità urbanistica del novecento non venga considerata una ricchezza da chi la amministra. Il Monte Stella è il più clamoroso fatto urbano di una città, Milano, che è la vera capitale nazionale dell’architettura e dell’urbanistica del ventesimo secolo. Un monumento alla memoria, ovvio. Un luogo identitario, condiviso, imprescindibile. Da conservare con zelo, diligenza, come si fa con una chiesa romanica o un palazzo rinascimentale. Nessuno si sognerebbe mai di porre un progetto di tale modestia nel mezzo di Campo dei miracoli a Pisa, in piazza Navona a Roma, o nel parco della Reggia di Caserta. Ciò che pare ovvio con il passato più remoto sembra non lo sia col novecento. Così ci ritroviamo con un capolavoro dell’architettura brutalista, il Marchiondi Spagliardi, studiato in tutto il mondo, che, non ostante il vincolo della sovrintendenza, cade a pezzi nell’indifferenza generale.

Abbiamo il diritto a un “Giardino dei Giusti di tutto il mondo” che sia degno di questa città. E il dovere di non sprecare questa occasione, questo obbligo etico, con un progetto frettoloso. Chi ha scelto per me quelle forme? C’è stato un concorso internazionale? Sono stati messi in gioco i migliori progettisti? Non accontentiamoci, insomma. Evitiamo di scadere nel classico “piuttost che nient l’è mej piutost”.

Io non sono fra quelli che dicono “no” per partito preso. A me piace rilanciare. La nostra città sta mettendo in gioco il suo futuro progettando ex novo le aree dei vecchi scali ferroviari. Un Giardino dei Giusti che diventi uno dei temi da mettere a bando su una di quelle aree, sarebbe una soluzione non solo coraggiosa ma anche di buon senso. Potremmo dedicare le giuste dimensioni a un monumento/giardino di tale importanza, far concorrere architetti di fama internazionale, definire un nuovo luogo simbolico della città (impattante come lo è il Memoriale di Eisenman a Berlino), dando un’anima ad uno spazio da riconvertire. Tutto ciò senza scarificare inutilmente la pelle sensibile dell’altro grande monumento urbano alla memoria che è il Monte Stella. La “montagnetta” della nostra infanzia.

(pubblicato ieri sulle pagine milanesi del Corriere della Sera)

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/02/15/fare-cio-che-e-giusto/feed/ 1