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	<title>NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dov&#8217;è la porta? Una postilla su Exit Poetry. Poesia futura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2026 06:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
		<category><![CDATA[gilda policastro]]></category>
		<category><![CDATA[Lello Voce]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gilda Policastro</strong><strong></strong><br />
[I]n <em>Exit Poetry</em><em></em>, antologia per me, non-antologia per gli altri due curatori, si sono confrontate (e scontrate) tre idee diverse di poesia...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gilda Policastro</strong></p>
<p>Si è molto insistito nelle recensioni avute fin qui da <em><i>Exit Poetry</i></em> sull’eredità neoavanguardista che avrebbe raccolto o incarnato (l’avverbio sottinteso era <em><i>ostinatamente</i></em>, o forse <em><i>anacronisticamente</i></em>). Ma si tratta di un aspetto, sia consentito, talmente eclatante da poter anzi forse da dover essere trascurato. Ci sono uno <em><i>Sfinimondo </i></em>in cover, dei versi dalla <em><i>Ballata di Rudi </i></em>in esergo e il riferimento a un noto titolo sanguinetiano (sed folenghiano) a dis-orientare in questa direzione. Ma ci sono anche delle conversazioni di due anni che diventano un’introduzione di poetica in atto, tre approcci tematici e le diverse note di introduzione a ciascuno dei 25 poeti, e su questo ci saremmo aspettati di dover discutere. E sì, perché in <em><i>Exit Poetry</i></em>, antologia per me, non-antologia per gli altri due curatori, si sono confrontate (e scontrate) tre idee diverse di poesia. Aldo Nove ha una formazione filosofica, il suo orientamento, nel tempo, è stato quello di fare della poesia un motore esistenziale, un approccio che si è via via risolto nell’<em><i>inabissamento</i></em>, come da titolo di un suo recente libro-memoriale, che è poi un’autobiografia poetica: la scrittura propria e altrui è in grado, nella sua visione, di andare a fondo ma anche di toccare il fondo, non disdegnando l’osceno, inteso come quello che non si può mostrare e dire in pubblico. Pena di nuovo l’inabissamento, nell’altro senso della presenza sempre più evanescente sulla cosiddetta scena letteraria (l’osceno si conferma comunque preferibile). La Verità si può intendere come torcia che segue i percorsi dello scouting (presso la scuola di scrittura Belleville, nel suo caso), incarico che Nove ha interpretato in modo decisamente immersivo, inabissandosi, una volta di più, in lezioni che, mi riferisce chi le ha frequentate, portano piacevolmente allo stremo lui e chi le segue, durando anche quattro o cinque ore. Alcuni dei poeti che abbiamo considerato nel tempo di poter inserire nell’antologia li abbiamo conosciuti così, nelle scuole, e ne abbiamo tratto diletto e profitto, parlandone da testi, ma non sempre ci sono poi parsi “pronti” per questo viaggio di “uscita della (o dalla?) poesia”.</p>
<p>Lello Voce ha da sempre concepito la poesia come pratica da palco, i “suoi” autori sono animali da scena, se pensiamo a uno come Sergio Garau, che peraltro ho tentato fino alla fine di strappare alla sezione cui forse era più ovvio ma quindi meno sorprendente che appartenesse, la Mutazione. Autori quasi sempre onnivori, che prendono da tutto quello che può servire alla trasformazione della poesia in esperienza partecipata, non subìta da un pubblico inerte, nella sua dimensione ideale. Vero che il poeta resta al centro del palco e della scena, ma è sintomatico e anche forse minimamente autocritico (o forse tutto il contrario!) che nella recente ristampa di <em><i>Musa!</i></em>, suo libro quasi esordiale, Voce abbia voluto ripubblicare la lettera di Franco Fortini, in cui il padre della “poesia con l’insegna” gli diceva di aver apprezzato pienamente i suoi testi solo dopo averli ascoltati.</p>
<p>La mia sezione è quella che, per la mia stessa storia, è meno vincolata alle contrapposizioni di area che hanno orientato i discorsi attorno alla poesia nell’ultimo ventennio: lirica vs ricerca, performance vs installazione. I poeti che ho scelto hanno diversamente a che fare con la forma, con il “trauma” che è la forma in un momento storico in cui abbiamo di nuovo a nostra volta tutti a che fare con la sostanza delle cose vedute, per dirla dantescamente. Non a caso gli autori della mia sezione sono autori che hanno della scrittura un’idea politica e non perché la scrittura sia immediatamente legata ai temi dell’impegno (lo è pure, in qualche caso), ma perché la consapevolezza della forma che si usa, della tradizione che si rifiuta, del presente cui ci si oppone, è politica. E prendo questa idea da una discussione orale avuta con Andrea Inglese in occasione della presentazione dei suoi <em><i>Prati</i></em> nella libreria di ricerca per eccellenza a Roma che è Tic di Emanuele Kraushaar, approfittando una volta di più per dire che dalla collana da lui diretta avrei potuto prendere, oltre ad Alessandro Broggi, altri autori per la mia sezione, ma le scelte sono state alla fine dolorose e rigide, com’è inevitabile. Porsi il problema della forma vuol dire porre in questione lo spazio che ha occupato la lirica all’interno del campo poesia, un problema che si pone già Elio Pagliarani negli anni Sessanta: perché identificare la lirica con la poesia, se è già in atto un processo di “romanzizzazione” dei generi e il romanzo sta  fagocitando tutto il resto. Gli autori della mia sezione scrivono con piena consapevolezza che quello che si fa con i versi si fa con i versi perché non lo si può fare in altro modo. E si trovano nella mia sezione testi che chiamiamo poesia perché non li possiamo o non li vogliamo chiamare romanzo, narrativa, racconto, saggio, ma che da questi generi hanno tratto le istanze che li rendono attuali e possibili, nel mondo della sostanza delle cose vedute. Come si può raccontare di due che si incontrano e si amano o si lasciano, con dei bei nomi inventati, mentre le bombe cadono su nomi dai suoni che non avevamo mai sentito l’obbligo di imparare a pronunciare correttamente prima di questi anni. Certo che si <em><i>racconta</i></em>, e si racconta anche l’amore, cioè le relazioni, come fanno diversamente Franceso Targhetta, Sara Ventroni e lo stesso Broggi, nella mia sezione, ma lo si fa in una forma che diventa forma, per precisa intenzione, de-soggettivante e sliricizzante. Non i fatti miei, non quello che ho dentro, ma quello che arriva da fuori, quello che la sostanza delle cose vedute mi impone di considerare.</p>
<p>Le tre categorie, ha detto bene Lello alla “Finestra” di Antonio Syxty, si sono imposte, non le abbiamo scelte. Cioè le abbiamo scelte perché si imponevano. Così come abbiamo scelto gli autori, e ce ne prendiamo la responsabilità, ciascuno per la propria parte e tutti insieme, pur con i distinguo del caso. Ma tanto quanto le scelte, contano per me, e credo anche per gli altri, quelle che non direi esclusioni e se mai rinunce. Tutti non ci stavano, e abbiamo preso i “campioni”, come da titolo di una rubrica di poesia di alcuni anni fa su Doppiozero. Quello che non abbiamo ripreso dai vizietti antologici nazionali è il cosiddetto amichettismo: ho tanti amici poeti che non sono in <em><i>Exit</i></em>, e ci sono in <em><i>Exit </i></em>persone per cui provo una discreta antipatia o nessun sentimento. Hanno parlato i testi e le esperienze che abbiamo condiviso, ed è vero fino a un certo punto quello che spesso dicono i fan dell’amichettismo quando vogliono giustificare il loro approccio mafiosetto: io sono o divento amico delle persone che stimo. Io no: sono amica di persone che non stimo e stimo persone di cui non sono amica. Qui parlo a titolo personalissimo, è una postura intellettuale che rivendico non per equanimità ma per un vizio, forse, che è quello di considerare le pagine più importanti delle persone. Non ho pensato ai nomi, quando ho scelto gli autori, ma ai libri, ai progetti, alle idee di scrittura che ho condiviso o che ho comunque scelto come terreno di discussione e qualche volta di frattura. In un panorama che tende a sedare lo scarto, a eludere gli attriti, a tenere la poesia su un piano di passatempo innocuo e convergente sulla “cartolina dalla mia interiorità”, posso dire di tutti gli autori del Trauma, uno per uno, che non è stato questo il loro modo di entrare nel campo, e se mai quello di uscirne. A distanza di mesi sono sempre più convinta delle mie scelte, e forse mi rammarica giusto non avere nella mia sezione, ma è comunque fondamentale che sia nell’antologia, Sergio Garau, come dicevo, non foss’altro che per la sua plastica mise en abyme di <em><i>Exit Poetry</i></em> alla prima presentazione in assoluto, a Sassari, lo scorso maggio: c’era in sala una porta, e Sergio, dopo aver letto non le poesie ma gli indicatori commerciali del libro, da quella porta è uscito. Scappare dalla mistica della poesia, ma anche dal suo involgarimento commerciale: basti pensare a quello che hanno fatto i social di un’esperienza originariamente eversiva come i poetry slam (lo sta ottimamente ricostruendo Lello Voce in queste settimane sul “Fatto Quotidiano”). Difatti, diceva Giorgio Manganelli da par suo, “i poeti si vendono”. Nel caso di <em><i>Exit</i></em> vale piuttosto un autosabotaggio non programmatico (ovverosia, non è che non ci siano i nomoni da scaffale, che pure avrebbero fatto da miglior traino, per partito preso, ma perché tra i nomoni da scaffale i venticinque che superassero il vaglio “exit” non li abbiamo trovati). Come fu già di <em><i>Parola plurale</i></em>, ormai gronchi rosa delle antologie, mi picco di credere che i 25 campioni lo siano di un campionato diverso, quello in cui c’è spazio per la verità, la voce, le voci, la politica, praticamente per tutto, tranne la poesia. Se poesia è (e purtroppo lo è, a guardare gli scaffali di cui sopra) una voce dell’anima (bella) e non della storia. <em><i>Exit</i></em> è un po’, dal mio punto di vista (e non mi sento di giurare che gli altri due curatori concorderebbero), aiuto, scappate, arriva la poesia (e, peggio ancora, i poeti). Dov’è la porta di Garau?</p>
<p><a href="https://lanavediteseo.eu/portfolio/exit-poetry-poesia-futura/" target="_blank" rel="noopener">Aldo Nove, Gilda Policastro, Lello Voce, <em>Exit Poetry. Poesia futura </em>(La nave di Teseo 2026) </a></p>
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		<title>L’uomo nella fioriera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Moriconi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Moriconi</strong><br /> A Latina c’è la stazione ferroviaria. Cioè, non proprio a Latina, perché quando hanno fatto la direttissima Roma–Napoli, Latina non esisteva]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_122446" aria-describedby="caption-attachment-122446" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="wp-image-122446 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/pexels-markus-winkler-1430818-15484563.jpg" alt="" width="1280" height="854" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/pexels-markus-winkler-1430818-15484563.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/pexels-markus-winkler-1430818-15484563-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/pexels-markus-winkler-1430818-15484563-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/pexels-markus-winkler-1430818-15484563-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/pexels-markus-winkler-1430818-15484563-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/pexels-markus-winkler-1430818-15484563-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/pexels-markus-winkler-1430818-15484563-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/pexels-markus-winkler-1430818-15484563-1068x713.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-122446" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/settore-industria-allenare-treno-15484563/">Markus Winkler</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Francesco Moriconi</strong></p>
<p>A Latina c’è la stazione ferroviaria. Cioè, non proprio a Latina, perché quando hanno fatto la direttissima Roma–Napoli, Latina non esisteva. Quando è stata fondata, col nome di Littoria, l’hanno fatta a 10 chilometri dalla ferrovia.</p>
<p>Questa stazione, dicevo, esisteva anche lei prima di Latina, ma era solo una casa cantoniera; in seguito, nel 1932, Angiolo Mazzoni, ingegnere delle Ferrovie dello Stato, ha progettato il primo vero edificio, poi ampliato nel 1934. Questo secondo intervento è un lavoro di ottima qualità, con due tettoie “a farfalla” in cemento armato, ottenute ciascuna attraverso una gettata a doppia falda rovescia. Il calcestruzzo è pieno di inerti costituiti da vetri verdi da bottiglia e, lasciato a vista, fa anche da elemento d’arredo. La cortina in laterizio ricorda episodi di architettura organica; le finestre circolari con cornice in travertino sono tipiche del periodo e, ancor di più, delle creazioni di Mazzoni. Esternamente c’è una seduta continua, sempre in travertino, per i viaggiatori in attesa.</p>
<p>All’estremità occidentale di questa stazione c’era la sala autorità, la parte nobile, rivestita di marmo cipollino.</p>
<p>La tettoia interna, verso i binari, in quella zona è sostenuta da un pilastro, anch’esso foderato di cipollino, raccordato a una seduta con fioriera incorporata, dello stesso materiale e di una certa creatività. Quando i treni da Napoli erano lunghissimi, la mattina all’alba ho spesso atteso l’arrivo del mio, seduto su quella panca di cipollino, accanto alla fioriera incassata, ricavata direttamente nel piano di quello che avrebbe potuto essere un ulteriore posto dove poggiare il sedere. Un grande foro oblungo, come un rettangolo coi lati corti curvi. L’ho vista sempre senza un accenno di vita, piena di terriccio, immondizia, merda di cani. Era la rappresentazione perfetta del rapporto con quell’architettura semiabbandonata, generalmente cupa per gli ombelicali abusi edilizi.</p>
<p>Oggi, questo posto in cui ogni muro, ogni piastrella, ogni maniglia, ogni infisso, ogni controtelaio era stato prodotto e pensato esattamente per dare forma a quel luogo, ai miei occhi risulta oggetto di uno stupro. Calpestii sollevati per essere adeguati alle nuove altezze dei treni, pensiline standard della RFI giustapposte a quelle storiche, pavimentazioni originali sostituite con casuali e burocratici cementi bitumati. Abbandono.</p>
<p>Ogni giorno ci passano migliaia di persone, con gli occhi bianchi sui display, al massimo sui tabelloni, come piccioni occupanti, sul ciglio, spalle alla fioriera, alle sedute, a tutto l’edificio, indecisi tra ingoiare un sasso o volare via. Le sale d’aspetto sono chiuse, serrate, per evitare che qualcuno ci vada a dormire di notte. E anche di giorno.</p>
<p>Nella fioriera, da un po’ di tempo, ci abita un uomo. Ha gli occhi di un gommista in pausa, con lampi di curiosità verso l’asfalto, il pilastro, a volte il cielo. Non parla, però scrive molto. Su fogli sparsi, libri sfasciati, quaderni, giornali. Scrive in un codice tutto suo, come fanno i bambini in età prescolare. Ormai, intorno ai bordi della fioriera ha un apparato effimero, una muratura di carte; perciò, ha anche un solo lato per entrare e uscire. Sì, perché ogni tanto esce, fa un giro sulla banchina, arriva al bagno, a volte scrocca qualcosa al bar, poi torna dentro.</p>
<p>Credo scriva a un amico immaginario, muto come lui, l’unico che capisca la sua scrittura. Sarà tipo quello di Zerocalcare. A questo amico racconta della sua vita, della gran fortuna che ha avuto, del destino che lo ha prescelto.</p>
<p>Vedi? Guarda che posto che mi hanno riservato. Guarda: sdraiato ci entro perfettamente. Su misura per me.</p>
<p>Un poco di spazio per la testa, un po’ per i piedi, perfetto. Come sono felice. C’è anche la tettoia; se piove mi bagno poco. Si dorme bene, entrare e uscire è comodissimo. E posso scriverti tranquillo, non mi disturba nessuno. Quanto sto bene. Hai visto? Tutto fatto proprio per me.</p>
<p>Sai? Ieri c’era il sole e qui intorno il solito prato, però più verde. Lì, a riva, scorreva il fiume ma era più rapido, sembrava avesse fretta di arrivare a destinazione. Le ghiandaie facevano su e giù, da una sponda all’altra; alcune, più annoiate, qui sopra, sul tetto, cantavano e sembravano spronare le altre che volavano. C’era festa al villaggio, il raccolto quest’anno è stato ricco, evidentemente. La guerra è finita e il mercato è tranquillo. Forse dovrei andare anche io a festeggiare, potrei farmi le strisce bianche, come la zebra, più tardi magari andremo insieme. Non ci mancherà niente, quest’anno, finalmente. Mia madre ha detto che potremo comprare stoffe nuove e anche tappeti, così togliamo le stuoie.</p>
<p>Ho lavorato troppo. Adesso posso riposarmi, ma ho veramente lavorato troppo. Le cofane, fatte con i copertoni dei camion, sono scomode, alla fine. Quelli spegnevano la calce nelle fosse e quasi si ustionavano per il calore e i vapori. Poi, dopo qualche giorno, cominciavamo a riempire le cofane e a portarle all’essiccazione. Avanti e indietro dalla mattina alla sera. Rovesciavamo il grassello e poi gli altri lo stendevano per farne strati sottili. Quando era essiccato, ci riempivano di nuovo le cofane e ricominciavamo il trasporto verso i depositi, dove la calce veniva venduta ai contadini per bilanciare l’acidità del terreno. Qualcuno ci imbiancava anche i muri di terra. Una volta mi sono ustionato.</p>
<p>Stavamo in fila, io avevo la cofana sulla spalla; camminavamo sul sentiero che scende alle fosse. Dietro di me stava mio cugino. Scivola in avanti e la sua cofana mi cade sulle gambe: la calce viva ha fatto il suo lavoro immediatamente e mi ha ustionato polpacci e caviglie. Anche io sono caduto, di lato. Non riuscivo a muovermi, il dolore era acuto, come se un serpentario stesse cercando di catturarmi per procurarsi il cibo. Non ho lavorato per giorni, non ricordo più niente. So solo che ho lavorato troppo. Ed è per questo che ho sempre sonno, forse.</p>
<p>Stamattina mi ha svegliato l’odore di niébé, sono buonissimi. Fa un po’ caldo, perciò mi do una rinfrescata al fiume. Passano nuvole bianche, ci vedo gnu e bufali in mandria, corrono selvaggi e liberi. Le mani mi fanno male, non riesco tanto a camminare, mi gira la testa. Torno a riposare.</p>
<p>La zebra è passata oggi. Lungo l’altra sponda. Camminava tranquilla. Oggi il fiume è sereno, non deve andare da nessuna parte di corsa. Mi ha guardato e ha fatto un cenno di saluto. Io le ho detto: com’è caldo il prato, vero? Vedi come sono fortunato ad avere il prato intorno? Da queste parti è veramente raro. Sai, tutto questo che vedi è fatto apposta per me.</p>
<p>Domani pioverà, sento il vento. Sicuramente il fiume si gonfierà e passerà oltre le rive. Arriverà qui, magari mi lascerà un pesce. Qui è talmente bello e prospero che trovo sempre qualcosa per mangiare. Adesso ti sembrerò matto, ma ti assicuro che certe volte me lo ritrovo accanto anche senza fare niente. Guarda come entro bene qui. Su misura. E poi, vedi com’è solido? È un posto tranquillo, questo. Non ci sono soldati.</p>
<p>Tra poco vado al pozzo. Che bello avere il pozzo, bevo quanto voglio. L’acqua è limpida, fresca; quando tocca le labbra mi fa venire la pelle d’oca, poi lungo il palato e la gola sento lavare via l’arsura, la polvere, le parole della fatica. Rimangono scherzi, sorrisi, il cammino al tramonto e il sonno, di pace, in questo posto che mi ha sempre aspettato, il mio luogo protetto.</p>
<p>Chissà.</p>
<p>Chissà quante altre cose scrive quell’uomo nella fioriera. Quando torno in treno, da Roma, sta lì dentro. È l’ornamento che deve crescere in quella terra. I trolley rollano sull’asfalto, i piccioni tornano al nido, qualcuno rientra in taxi. L’info point, abbandonato da sempre, sta lì con le vetrine opache e i totem rovesciati.</p>
<p>Al Villaggio, come si chiamava Latina Scalo prima delle nobilitazioni, dei deliri da accoglienza turistica e del pendolarismo in cravatta, c’è un po’ di traffico. Ma è l’ora del rientro, ciascuno nel proprio luogo protetto.</p>
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		<title>Don&#8217;cry for me, Argentina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Wasserman]]></category>
		<category><![CDATA[Pierangelo Consoli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pierangelo Consoli</strong> <br />Gli chiedo poi dell’Argentina di oggi e qui il discorso cambia. Scopriamo che il libro doveva essere presentato alla Casa Argentina, sezione culturale dell’ambasciata a Roma. Era tutto pronto e poi qualcosa è successo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-123002" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-02-at-11.59.36.jpeg" alt="" width="585" height="820" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-02-at-11.59.36.jpeg 1142w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-02-at-11.59.36-214x300.jpeg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-02-at-11.59.36-731x1024.jpeg 731w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-02-at-11.59.36-768x1076.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-02-at-11.59.36-1096x1536.jpeg 1096w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-02-at-11.59.36-300x420.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-02-at-11.59.36-150x210.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-02-at-11.59.36-696x975.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-02-at-11.59.36-1068x1496.jpeg 1068w" sizes="(max-width: 585px) 100vw, 585px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Censura e fatalismo</strong><em><br />
un incontro con Fabio Wasserman<br />
di<br />
<strong>Pierangelo Consoli</strong></em></p>
<p><em><br />
</em><br />
…a un certo punto il discorso è caduto sul fatalismo. Un concetto che Wasserman affermava e poi allontanava da sé, rifugiandosi nei pensieri, nell’intraducibilità di ciò che avrebbe voluto e non riusciva a dire.<br />
Ci sono cose che sono come il tempo per Sant’Agostino, se le pensi le sai però se devi dirle allora non le sai. Vale per il fatalismo, evidentemente, vale per l’amore.<br />
Eravamo in via delle Case rosse, a Salerno, alla sede dell’editore italiano di Wasserman che, per adesso, è l’unico relativamente al suo bellissimo romanzo <a href="https://www.edizioniarcoiris.it/hispanica/274-e-tardi-per-ieri.html">È tardi per ieri</a>, perché è uscito in Italia ma non in Argentina.</p>
<p>Dentro una stanza verso le otto di sera, c’era l’editore, Barbara Stizzoli, fondatrice della Arcoiris e il traduttore di Wasserman, il poeta Antonio Nazzaro.<br />
Che sia poeta, Nazzaro, mi sembra una cosa propizia perché il linguaggio di Wasserman è pervaso da quella delicatezza propria della poesia.<br />
Ha impiegato due anni, racconta Nazzaro, a tradurlo. Seduti spesso allo stesso tavolo, a Buenos Aires, a litigare sulle parole.<br />
C’era qualche amico di Barbara, quella sera, e poi c’ero io, che il romanzo non lo avevo finito però avevo comunque molte domande.</p>
<p>A un certo punto, come dicevo, il discorso è finito sul fatalismo, sull’idea di Wasserman che la vita sia senza senso, che ci sia come un caos che governa il destino. Lui non aveva detto di essere fatalista, né pessimista o nichilista, a questa conclusione ci eravamo arrivati noi, però Wasserman non si arrendeva. Scuoteva un po’ la testa, si rabbuiava e negava.<br />
Avrebbe voluto forse dire che non sentiva la tristezza di quanto affermava, però un pochino si avvertiva che un nodo, dentro di lui, stringeva.<br />
Wasserman aveva qualcosa di malinconico che si portava dietro, come un tramonto che si intravedeva alle sue spalle. Un tramonto di tempesta, una perturbazione che dovrebbe essere finita però non se ne va. I suoi occhi grigi certe volte si spegnavano e anche quando sorrideva mostrava qualcosa che non era gioia, piuttosto malinconia, la stessa del tango, ho pensato io.</p>
<p>Impertinente gli ho chiesto di sua madre. Il suo protagonista, Bruno, vive un rapporto conflittuale. Sua madre è malata, muore presto, lasciandolo con molti irrisolti. Bruno non capisce se lei lo amava. Gli regalano un pupazzo di fango che lui chiama la Golem e sulla testa gli scrive la parola “Emet”, che significa vita o verità e poi cancella, furiosamente, la E, lasciando “met” che, inequivocabilmente, in ebraico, significa morte.<br />
Gli chiedo di sua madre perché Bruno è ragazzo quando lo era anche il suo autore, nel 1978, in pieno regime e incontra Borges proprio come è successo a Wasserman.<br />
Lo incontra, ci parla.<br />
Wasserman però mi dice che le convergenze si limitano a questo, che il suo rapporto con sua madre è molto diverso.<br />
Gli chiedo poi dell’Argentina di oggi e qui il discorso cambia. Scopriamo che il libro doveva essere presentato alla Casa Argentina, sezione culturale dell’ambasciata a Roma. Era tutto pronto e poi qualcosa è successo.</p>
<p><em>È tardi per ieri</em> è ambientato durante il regime ma, per il resto, non è affatto un libro sul regime militare. È un libro intimo che parla di un ragazzo che cresce dentro una famiglia disfunzionale, che diventa ladro di orologi, che si innamora della sua sorellastra. È un libro pieno di conflitti, di riflessioni acute e intellettuali sul tempo, sul ricordo e sulla vita. Più che a Le vene aperte dell’America latina,<em> È tardi per ieri</em> assomiglia a <em>L’amante</em> di Yehoshua, è un libro di formazione, non un romanzo di denuncia.<br />
Eppure sono bastate una ventina di pagine sparse su 272, dei riferimenti contestuali, perché qualcuno, dentro un comitato, dentro un ufficio, qualche burocrate ottuso come lo sono tutti i burocrati, abbia pensato che il libro di Wasserman non si dovesse ospitare.<br />
Perché Milei è un negazionista come Vannacci, perché certi soggetti politici hanno la stessa memoria corta, la stessa cultura raffazzonata e confusa, e così ho pensato se questo non sia, a breve, anche il nostro destino. Abbiamo sempre scritto senza il peso di doverci giustificare e forse adesso ci dovremo attrezzare, dovremo avere la fastidiosa pazienza che deve portare Wasserman. Ho pensato, per amichevole prossimità, al libro di Nicola Lucchi, un noir metafisico, un libro dell’orrore privato in cui, alcune parti, si svolgono durante il periodo fascista e allora ho immaginato che una cosa così insulsa nell’economia del romanzo possa, fra qualche anno, diventare indigesta al governo italiano per lo stesso motivo per cui È tardi per ieri lo sia per quello Argentino di oggi.</p>
<p>È abominevole e possibile. Prima di aver conosciuto Wasserman, durante un’intervista, mi hanno chiesto che rapporto ho con la censura, io ho sorriso con troppa sufficienza, penso adesso, mi era sembrata una domanda priva di senso e, inorridito, sono tornato a casa con la sensazione che forse mi sbagliavo, che la censura potrebbe riguardarci di nuovo, improvvisamente.<br />
Solo a casa leggo la dedica che mi ha scritto Fabio Wasserman, una dedica che avrebbe potuto scrivere Cioran, con altrettanto fatalismo e altrettanta poesia e io scopro, nelle ultime parole che mi lascia, che si può provare tenerezza anche davanti al caos.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-123004" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/PHOTO-2026-10-09-14-41-55.jpg" alt="" width="533" height="947" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/PHOTO-2026-10-09-14-41-55.jpg 1080w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/PHOTO-2026-10-09-14-41-55-169x300.jpg 169w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/PHOTO-2026-10-09-14-41-55-576x1024.jpg 576w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/PHOTO-2026-10-09-14-41-55-768x1365.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/PHOTO-2026-10-09-14-41-55-864x1536.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/PHOTO-2026-10-09-14-41-55-236x420.jpg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/PHOTO-2026-10-09-14-41-55-150x267.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/PHOTO-2026-10-09-14-41-55-300x533.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/PHOTO-2026-10-09-14-41-55-696x1237.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/PHOTO-2026-10-09-14-41-55-1068x1899.jpg 1068w" sizes="(max-width: 533px) 100vw, 533px" /></p>
<p>Per Pierangelo<br />
a cui mi unisce la letteratura e con lei<br />
i dubbi che inventiamo attraverso i personaggi per salvarci.<br />
Ma sia io che te sappiamo che salvarsi è impossibile.<br />
Con affetto<br />
Fabio.</p>
<p><em> </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>La macchina di merda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 06:29:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Poccia]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Daniele Poccia</strong> <br /> C’era una volta una macchina, che era una macchina di merda. Non che le altre macchine del mondo fossero davvero migliori, ma questa, in particolare, era veramente una macchina di merda.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Poccia</strong></p>
<p>C’era una volta una macchina, che era una macchina di merda. Non che le altre macchine del mondo fossero davvero migliori, ma questa, in particolare, era veramente una macchina di merda. Non era molto grande, a dire il vero, pressapoco come una valigetta ventiquattro ore particolarmente sottile, ovvero tridimensionalmente contenuta, o come una scatola di cioccolatini, e di fatto si apriva proprio come una scatola, bastava impugnarla con entrambe le mani, tenerla di fronte a sé, e aprirla dal basso verso l’alto lentamente, per assistere a un vero cataclisma: la macchina inghiottiva poco a poco tutto quello che c’era nei dintorni, non importavano le dimensioni, le consistenze, le vocazioni e i gradi, inghiottiva tutto, salvo chi la teneva in mano.</p>
<p>È chiaro che una macchina del genere suscitasse ogni genere di cupidigia bellicistica, assicurarsene il possesso voleva dire guadagnare per stessissimo fatto l’egemonia mondiale, ma è anche vero che il suo utilizzo era estremamente limitato: se ti trovavi su un prato di montagna, avresti visto inghiottire prima gli insetti e i ciuffi d’erba, poi le zolle di terra e le pietre, pietre man mano sempre più imponenti, e poi avresti cominciato a sentir scricchiolare le montagne, sarebbero venute giù le valanghe, i crolli e gli inabissamenti tettonici avrebbero smontato brutalmente il paesaggio. Se stavi passeggiando per le strade gremite di una città, sarebbero stati i piccoli oggetti a sparire per primi, cellulari, occhiali e ammennicoli vari, e i vestiti in generale, e poi pian piano tutto il resto, automobili, finestre, pali della luce, interi edifici, la metropolitana, persino i treni e le strutture sotterranee della metropolitana avrebbero perso la loro altrimenti geologica solidità; e naturalmente esseri umani, esseri umani in grande e disordinata quantità, di ogni foggia e di ogni schieramento politico, di ogni periodo consentito. E questo fino a quando la macchina-valigetta rimaneva aperta, fin quando quel qualcuno che poteva fregiarsi del suo possesso continuava a spalancarla incolume e gaudente del suo enorme potere.</p>
<p>C’era però un problema, possederla voleva dire anche stare continuamente in allerta, chiunque, a qualunque ora del giorno e della notte, poteva sottrarla da un momento all’altro a colui o colei che ne era giunto in possesso, motivo per cui la storia dei suoi proprietari era un storia di solitudini feroci, e di celle, celle buie e imbottite, in cui codesti solitari erano costretti a rinchiudersi, e a proteggersi da occhi e orecchie indiscreti.</p>
<p>E proprio come un’improba riparazione della schiavitù determinata dal possesso di questa macchina di merda, qualcuno, teorizzando a proposito delle sue qualità più nascoste, si era arrischiato a ipotizzare che la si sarebbe potuta usare, tenendola aperta un po’ più alla lunga, per determinare la fine dell’Universo, e scatenare così un nuovo ciclo cosmogonico, in cui tutto sarebbe andato alla grande: le lenticchie non avrebbero più contenuto sassolini da pulire via pazientemente, i cani avrebbero smesso di abbaiare, soprattutto quelli piccoli e tignosi, e le foglie non si sarebbero più accumulate lungo il vialetto di casa, in autunno, per generare quel tipico effetto tappetto spelacchiato che tanto fa arrabbiare i bravi lavoratori, anche se nessuno aveva mai fatto il tentativo, né, si spera, nessuno aveva mai nemmeno avuto la voglia di farlo per davvero, ce ne saremmo accorti forse, o forse no, difficile dirlo di questi tempi di aspersioni e di asepsi polimorfe e magmatiche.</p>
<p>Sta di fatto che la macchina aveva attraversato la storia dell’umanità dai suoi albori, e influenzato così tutta la politica di tutti i popoli della Terra, nessuno escluso, venendo aperta, alla fin fine, non più di tre volte, di cui tutti i popoli della Terra ricordavano con terrore le conseguenze, visto che tutte e tre le volte, va da sé, vennero via un bel po’ di cose, e anche se in compenso si fecero visibili costoni teneri e succosi di supposizioni secolari, rimaste nascoste sotto le spesse coltri di espedienti che l’umanità vi aveva trasudato sopra in precedenza, si scoperchiarono premesse malmostose mai nemmeno intraviste, e si palesarono spregiudicatezze infestanti troppo a lungo occultate dalle azioni diversive con le quali siamo soliti distrarci dal nostro burrone interiore.</p>
<p>Vediamole una per una.</p>
<p>Erano le cinque del mattino di un giorno come un altro, quando una donna visionaria cadde in una buca. In questa buca c’era ogni genere di oggetto dimenticato, c’erano migliaia di crocifissi usati per pregare contro le malattie, milioni di libri di fantascienza più o meno dozzinale, più o meno geniale, c’erano perline, a tonnellate, che si infilavano tra i libri e i crocifissi, amalgamandoli in un mastice multicolore che anche a distanza di pochi metri pareva un minestrone asfodelico di proporzioni ciclopiche, e c’erano centinaia di persone che scavavano in quel mastice, affondavano le mani, e ci sprofondavano dentro per intero, e di tanto estraevano oggetti unici, non riconducibili a nessuna delle tre categorie, né crocifissi, né libri di fantascienza, né perline, oggetti che sfuggivano alla presa delle parole. La donna esitava, e si chiedeva se unirsi al gruppo, o se cercare di risalire in superficie per raccontare ciò che aveva visto.</p>
<p>La prima volta, in breve, fu quando cominciammo a ricordarci tutti della nostra vita precedente, e non vedevamo altro che le differenze.</p>
<p>La seconda fu quando dio si scusò un po’ con noi, e tutti ci chiedemmo se si trattava di un regalo insperato, o di una presa in giro costruttiva. Parlò dal basso, infatti, questa volta, e non con una voce aerea e distinta, che piomba sui malcapitati come uno stormo incattivito di volatili, ma come il sobbollire di un liquido denso e dolciastro, quasi un sugo nonnesco, la sua voce era nasale e grave a un tempo, diceva, più precisamente, che eravamo stati bravi, nonostante tutte le improntitutidini metaboliche di cui avevamo dato prova, e che nessuno ci avrebbe scommesso troppo su di noi, tra i suoi stessi pari, almeno all’inizio. Noi gli rispondemmo freddamente che lo capivamo, anche noi avevamo iniziato da piccoli.</p>
<p>Poi venne la stagione in cui le macchine, tutte le macchine, ormai integrate le une con le altre, si convertirono a una dieta di dati straordinariamente severa, cibandosi solo delle storie migliori, alla fine ne scrissero una cosa così lunga e particolareggiata che permetteva a chiunque, ma proprio a chiunque, di riconoscervi la propria immagine, in quel preciso momento della sua vita, in quel preciso luogo in cui si trovava, con un effetto di straniamento così profondo e capillare che quel chiunque qualsiasi finiva per sentirsi costretto a constatare l’inermità assoluta di quella storia così pretenziosa.</p>
<p>Dopo di che trascorsero lunghi anni in cui non successe praticamente più niente, né scoppiarono più temporali mitopoietici, né furono più disposte clausure psicoterapeutiche di lungo corso per le masse ormai assuefatte alla loro assoluta vacuità incrementale, così che alla fine la macchina di merda cominciò a ingoiare una a una le proprie molecole, era passato troppo tempo dall’ultima volta in cui era stata utilizzata, e lo fece con una tale voracità, e con un siffatto stile arborescente, che non resto di lei che una sola porzione, il manico superiore, soltanto un manico come un altro, di plastica dura, minuto e inutilmente ruvido.</p>
<p>L’umanità non si riprese mai più.</p>
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		<title>Mots-clés__Itaca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2026 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Savinio]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Ruini]]></category>
		<category><![CDATA[Itaca]]></category>
		<category><![CDATA[Julia Holter]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Malerba]]></category>
		<category><![CDATA[mots-clés]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Daniele Ruini </strong> <br /> Mi sono domandato tante volte come mai l’acqua del mare è salata mentre l’acqua dei fiumi che si versano nel mare non lo è, e nemmeno la pioggia che cade dal cielo è salata.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Itaca</strong><br />
di <strong>Daniele Ruini</strong></p>
<p style="text-align: right;">Julia Holter, <em>Sea Calls Me Home </em>-&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=OERixQR-hxY">play</a></p>
<p>___</p>
<figure id="attachment_122769" aria-describedby="caption-attachment-122769" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-122769" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/06_LOCOile-des-charmes_SIAE-2021-1000x703-1.jpg" alt="" width="1000" height="703" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/06_LOCOile-des-charmes_SIAE-2021-1000x703-1.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/06_LOCOile-des-charmes_SIAE-2021-1000x703-1-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/06_LOCOile-des-charmes_SIAE-2021-1000x703-1-768x540.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/06_LOCOile-des-charmes_SIAE-2021-1000x703-1-597x420.jpg 597w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/06_LOCOile-des-charmes_SIAE-2021-1000x703-1-150x105.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/06_LOCOile-des-charmes_SIAE-2021-1000x703-1-696x489.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/11/06_LOCOile-des-charmes_SIAE-2021-1000x703-1-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-122769" class="wp-caption-text">Alberto Savinio, L’île des charmes</figcaption></figure>
<p>___</p>
<p>Da: Luigi Malerba, <em>Itaca per sempre, </em>Mondadori, 2025 [1997]</p>
<p>Mi sono domandato tante volte come mai l’acqua del mare è salata mentre l’acqua dei fiumi che si versano nel mare non lo è, e nemmeno la pioggia che cade dal cielo è salata. Non ho mai trovato una risposta e mi faccio di nuovo questa domanda mentre, risvegliato dal vento dopo un lungo sonno, sto seduto sulla costa sassosa di questa terra che dovrebbe essere Itaca, ma che ora non riconosco.<br />
Mi guardo intorno smarrito perché non riconosco né la costa sassosa, né questa terra arida coperta di alberi spogliati dai venti marini, né l’orizzonte delle montagne, né questo cielo colore del mare. E mi domando ancora da dove vengano questi frammenti di pietra rossa e porosa portati qui dalle piogge che scendono a precipizio lungo la montagna. A ogni temporale c’è un pezzetto di mondo che se ne va portato in mare dall’acqua che trascina giù terra e sassi, che scava fossi e mette a nudo le radici degli alberi. A un certo punto scompariranno le isole e le montagne e, colmato di terra, il mare diventerà una grande pianura?</p>
<p>______</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. La prima domenica del mese Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
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		<title>Come scomparire (e riapparire). L&#8217;idiota di famiglia di Dario Ferrari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 06:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alzheimer]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Ferrari]]></category>
		<category><![CDATA[L'idiota di famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo italiano contemporaneo]]></category>
		<category><![CDATA[viareggio]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani </strong> <br /> Si legge così bene, L’idiota di famiglia di Dario Ferrari (Sellerio 2026), che quasi non vien voglia di scriverne, la recensione essendo fra le altre cose un modo di portare a compimento una lettura, di completarne il godimento.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_123045" aria-describedby="caption-attachment-123045" style="width: 599px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-123045" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/nicolas-de-stael-etude-de-profile2-1954.-collection-particuliere.jpg" alt="" width="599" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/nicolas-de-stael-etude-de-profile2-1954.-collection-particuliere.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/nicolas-de-stael-etude-de-profile2-1954.-collection-particuliere-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/nicolas-de-stael-etude-de-profile2-1954.-collection-particuliere-768x577.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/nicolas-de-stael-etude-de-profile2-1954.-collection-particuliere-559x420.jpg 559w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/nicolas-de-stael-etude-de-profile2-1954.-collection-particuliere-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/nicolas-de-stael-etude-de-profile2-1954.-collection-particuliere-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/nicolas-de-stael-etude-de-profile2-1954.-collection-particuliere-696x523.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/nicolas-de-stael-etude-de-profile2-1954.-collection-particuliere-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 599px) 100vw, 599px" /><figcaption id="caption-attachment-123045" class="wp-caption-text">Nicolas de Staël, Étude de profils, 1954</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Si legge così bene, <em>L’idiota di famiglia </em>di Dario Ferrari (Sellerio 2026), che quasi non vien voglia di scriverne, la recensione essendo fra le altre cose un modo di portare a compimento una lettura, di completarne il godimento. In questo caso il gesto sembra innecessario, e il piacere provato si accompagna a una strana forma di gelosia, a un impulso di non condivisione.</p>
<p>Costruito su una struttura classicamente nitida ed esatta, da romanzo ottocentesco, riattualizzata però da una lingua e da un’impostazione contemporanee e dissacranti, il libro dispiega una trama che avvolge il tanto che basta a sedurre chi legge. Nessun bizantinismo, <em>détour </em>o inscatolamento eccessivo nell’intreccio, ma un’impalcatura solida, non didascalica, mirabilmente governata, che consente all’autore di raccontare una storia, semplice quanto si vuole (il rapporto di un figlio col padre, la battaglia contro la sua malattia di Alzheimer), cui s’intrecciano mille altre corde: il risveglio da adulti a quarant’anni, i conti con ciò che si è diventati sul piano professionale, sentimentale, emotivo – umano. Se la vita è un infinito romanzo di formazione, un percorso <em>lifelong learning</em> di quelli così odiati dal protagonista Igor, di professione traduttore dall’inglese, non è detto che lungo la via non si possa anche incantarsi a guardare un cielo stellato nel momento meno opportuno, o ridere di gusto per una battuta altrui mentre si è a cena con gente insopportabile.</p>
<p>Ferrari ritrae con leggiadria tanto l’ambiente editoriale romano «radical cool» quanto la provincia viareggina impastata di antica beatitudine, spumeggia nei dialoghi spassosi senza diventare inverosimili, diffonde un’eccentricità nei personaggi che sorprende come fa il quotidiano nei momenti più impensati, mentre si è in fila al supermarket, in metro, in sala d’attesa dal dottore. Se l’umorismo è una spiccata qualità dell’autore, si apprezza anche la delicatezza di affrontare la malattia o la morte dei genitori con misurati dettagli toccanti – uno su tutti: l’istante in cui il figlio scopre che il padre, ormai conscio della propria incipiente malattia, annotava su un foglietto argomenti di conversazione e informazioni utili da usare durante le loro telefonate; la brutalità con cui riagganciava la cornetta era dunque dovuta non a un&#8217;improvvisa insofferenza, ma al fatto che aveva esaurito il contenuto degli appunti.</p>
<p>Una profondità particolare della narrazione viene dal rapporto con la Storia, cui s’intreccia ripetutamente, inanellando vari decenni del secolo breve. Come l’indole del padre, docente alle scuole superiori, era legata a doppio filo al suo essere comunista, così Igor è governato da una sensibilità novecentesca, nel bene e nel male. In tale prospettiva trova posto il manoscritto paterno, un resoconto immaginario delle Giornate rosse di Viareggio (1920), che, da metà romanzo in poi, si alterna al <em>récit </em>principale. Se in questo inserto metanarrativo – forse meno coinvolgente di quello che già figurava in <em>La ricreazione è finita</em>, ma non per questo sterile o superfluo – il protagonista si chiama Idargo in omaggio all’hidalgo di Cervantes, va detto che l’intertestualità è ricca in tutto il testo: da Dostoevskij che fa capolino sin dal titolo insieme al Flaubert sartriano, a Sandro Penna o Wisława Szymborska. Questo perché, nel libro di Ferrari, fuori e dentro la pagina, la letteratura costituisce una maniera di guardare al mondo, di costruire un tessuto connettivo di visioni – poco importa che nella vita si faccia la scrittrice, il traduttore, l&#8217;insegnante o il lettore.</p>
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		<title>I padroni del terremoto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 20:20:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[inchiesta]]></category>
		<category><![CDATA[marche]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[ricostruzione]]></category>
		<category><![CDATA[sisma]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Renata Morresi</strong><strong></strong><br />
Dieci anni dopo quell’ottobre, il sisma continua: è la gestione del post-sisma ora a distruggere le fibre della vita sociale e politica.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Renata Morresi</strong></p>
<p><em><i>Dieci anni dopo, le Marche e le macerie della filiera governativa.</i></em></p>
<p>Stamattina, dieci anni fa, in centro Italia arrivava la “botta grossa”. Così dalle mie parti viene chiamato il terzo evento di una sequenza sismica che ha causato centinaia di morti, decine di migliaia di sfollati, la distruzione di frazioni, paesi, cittadine, sì, ma pure di forme di vita radicate e possibilità di futuro, insomma, la distruzione di una civiltà. Dieci anni dopo quell’ottobre, il sisma continua: è la gestione del post-sisma ora a distruggere le fibre della vita sociale e politica.</p>
<p>L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia e della Guardia di Finanza chiamata “<a href="https://www.gdf.gov.it/it/gdf-comunica/notizie-ed-eventi/comunicati-stampa/anno-2026/ottobre/operazione-ricostruzione-truffa-aggravata-negli-appalti-per-la-ricostruzione-privata-post-sisma" target="_blank" rel="noopener">Ricostruzione</a>” ci sta dicendo che lì dove si dovevano ricostruire le case, il lavoro, le comunità sarebbero invece arrivate ‘ndrangheta e camorra, le pastette coi politici corrotti, le ambizioni dei senza scrupoli, e una danza di personaggi che, secondo gli inquirenti, si sarebbero dati un gran daffare per mettere la mani sull’enorme flusso di denaro pubblico destinato a riparare i danni, stimati in circa 28 miliardi.</p>
<p>Io nel cratere arrivai nel 2017, per lavorare in una scuola superiore. Una scuola che era il risultato di un piano di ricostruzione per gli edifici scolastici messo in atto dopo il terremoto del 1997. Una scuola bellissima, appena inaugurata e subito messa alla prova dall’arrivo inaspettato delle classi del centro storico, dove la “botta grossa” non aveva fatto vittime perché già in molti, tra residenti stabili, impiegati e lavoratori, alunni e studenti universitari, erano stati messi in fuga dalle violente scosse precedenti. E poi perché era domenica. Quando ci siamo rifugiati sotto al letto con mio figlio ho pensato un pensiero che in quell’istante si moltiplicava per migliaia di pensieri pari pari: per fortuna che oggi non c’è scuola.</p>
<p>La sua di scuola media, nel capoluogo, non sarebbe più tornata agibile. Ora è un grande edificio abitato dai rampicanti e dalle mattonelle esplose. Pare che qualcuno tra gli ex alunni per qualche tempo andasse a farci scorribande notturne, a raccogliere vecchie cose, cimeli. “È diventata una specie di tempio della nostalgia”, mi disse un giorno lui. “Nostalgia della vostra infanzia?”, chiesi io. “No, nostalgia di tutte quelle generazioni prima di noi che sono state felici, che credevano alla felicità”. Un evento disastroso specifico era già diventato una catastrofe esistenziale per una generazione intera.</p>
<p>Nel cratere però c’era anche dell’altro. Non avevo mai visto così tant3 adolescenti voler andare a scuola a tutti i costi, con un metro di neve, nelle occasioni di ‘ponte’, al sabato. Volevano stare insieme. Le piazze, i baretti, le logge e i muretti dove potevano ritrovarsi un tempo non c’erano più o non erano più raggiungibili. La scuola era uno dei pochi tessuti sociali rimasti vivi. Perché lo spazio non è mai solo l’estensione di vuoto che ci circonda, il posto dove ci muoviamo e teniamo le case, le cose. Lo spazio è l’entità vibrante, <em><i>animata</i></em>, che noi facciamo, sì, e che ci fa, e che ci tiene assieme.</p>
<p>Ci inventammo, in quei giorni del 2016 in cui le scuole rimasero chiuse e in decine di migliaia si dormiva in auto, nelle palestre, ospiti da qualche parte, ci inventammo aiutocompiti, pranzi collettivi, tornei e vari presidi anti-paura. Per tante persone, poi, l’emergenza divenne una nuova specie di malattia cronica. Si continuava a vivere e reinventare la vita, certo, ma tra terremoto e pandemia tutto divenne sempre più difficile.</p>
<p><a href="https://lucysullacultura.com/dopo-un-terremoto-non-si-smette-mai-davvero-di-tremare/" target="_blank" rel="noopener">Silvia Sorana</a> ha scritto qualche giorno fa del mutevole sentimento del tempo di chi vive senza più una casa, prima nell’evacuazione d’emergenza, poi in una dispersione che erode la materia come le relazioni: “Il tempo del terremoto fa cose strane.” Che nella percezione passi lento o veloce poco importa, esso viene del tutto occupato, sottratto. Il terremoto “[n]on lascia margine per altro. Non è soltanto un evento da ricordare, né una ferita che ogni tanto torna a farsi sentire. Diventa un lavoro continuo, senza orari e senza fine. Un lavoro che non produce nulla, se non la possibilità di non perdere definitivamente quello che è già stato perso.”</p>
<p>A dieci anni dal terremoto del 2016 sulle TV nazionali passano i servizi-tipo con le classiche immagini delle macerie e la mestizia di rito. Oggi una giornalista, sul secondo canale Rai, cita tipicamente il crollo della basilica di San Benedetto a Norcia; poi mi soprende dicendo “c’è una grande ripresa, di questo siamo molto contenti”. Con la ricostruzione sospesa a metà e una maxi-inchiesta che coinvolge politici di spicco, noti imprenditori, funzionari pubblici marchigiani e società legate alla criminalità organizzata, mi chiedo cosa ci sia da essere così “contenti”, chi le avrà scritto i testi.</p>
<p>Intanto oggi ragazzi e ragazze si sono rovesciati in strada a fiumi, per protestare contro un sistema sempre più soffocante e un futuro sempre più rattrappito. Ancora in pochi ci si interroga sulle generazioni di giovani avvilite dall’attesa e spinte ad andarsene via. Mentre leggo dell’inchiesta, che qualcuno ha già ribattezzato <a href="https://www.anconatoday.it/cronaca/sismagate-inchiesta-ricostruzione-marche-imprese-coinvolte-nel-mirino-antimafia-castelli-gambacurta.html" target="_blank" rel="noopener"><em><i>Sismagate</i></em></a>, mi chiedo quanto tempo abbiamo passato a sentirci in colpa per non riuscire a offrire più speranza ai bambini e alle bambine del terremoto, ma anche alle persone anziane, fragili o malate, e a noi stesse, quanto ci siamo scervellate per cercare di ricreare orizzonti. E invece non c’era solo il terremoto a rubarci il tempo e gli spazi, Silvia, c’erano anche i ladri veri.</p>
<p>Ripenso al <a href="https://sisma2016.gov.it/wp-content/uploads/2025/07/Rapporto2025_def_merged.pdf" target="_blank" rel="noopener">rapporto</a> sulla ricostruzione del 2025 fatto dal commissario straordinario; il capitolo “Legalità” ricopriva mezza pagina, mentre si definiva come “grande pericolo” lo spopolamento. Anche nelle circa trecento pagine del <a href="https://sisma2016data.it/wp-content/uploads/2026/09/rapporto_sulla_ricostruzione-maggio2026_rev0109.pdf" target="_blank" rel="noopener">rapporto 2026</a> lo spopolamento e la crisi demografica fanno gran figura. Come se quasi quasi la colpa fosse di chi non vuole o non può avere figli, e di chi se ne va, e non della vita che le è stata tolta da sotto i piedi. Dal terremoto, l’imprevedibile terremoto, certo, ma pure dal prevedibilissimo malaffare. Qualche delinquente spunta sempre, mi si dice, là dove ci sono i denari. Eppure, eppure, mi sembra di riconoscere in questa indifferenza nazionale, in questa infelicità locale, nel fatalismo diffuso, e nella delinquenza di quelle che dovremmo chiamare “classi dirigenti”, un quadro così riconoscibile, così disturbante: l’ingiustizia che si arroga il diritto di passare per normalità.</p>
<p>Ci sono stati arresti, sequestri per decine di milioni, intercettazioni che documentano fin qui, se non i reati, passaggi di denaro, conversazioni su appalti, la dimestichezza a costruire reti di potere, a manovrare la cosa pubblica per i propri interessi opachi. Le mazzette passate in macchina, i Rolex regalo degli amici casalesi, i soldi pubblici da far girare nei circuiti giusti, e poi le memorie da cancellare dai computer, e le frasi intercettate che risuonano: “che cazzo ce ne <a href="https://www.ilrestodelcarlino.it/macerata/cronaca/pistarelli-e-il-commissario-a-7a11b5e8" target="_blank" rel="noopener">frega</a>”, “[lui] è dei nostri”, “bisogna rallentare dove non ci porta <a href="https://italytoday.net/cene-e-orologi-dai-casalesi-appalti-e-rapporti-con-la-ndrangheta" target="_blank" rel="noopener">liquidità</a> immediata”, “devo spendere un po’ di <a href="https://www.ilrestodelcarlino.it/macerata/cronaca/inchiesta-sisma-limprenditore-intercettato-devo-spendere-un-po-di-soldini-per-le-campagne-elettorali-jmt7mkaf" target="_blank" rel="noopener">soldini</a> per le campagne elettorali di questi qui”. Si tratta di persone che amministrano il posto in cui viviamo, che decidono come spendere denaro destinato a rimettere in piedi città e paesi. Le ritroviamo a discutere di fondi pubblici e favori personali con la stessa disinvoltura con cui si organizza una partita a calcetto. In effetti, dalle intercettazioni sembra proprio che stiano giocando. I dodicenni entrano di soppiatto nelle scuole inagibili, portandosi via matite consumate e gomme da cancellare rinsecchite; i grandi giocano al grande gioco della predazione.</p>
<p>Il funzionamento del sistema descritto dagli inquirenti merita di essere capito, perché ha una sua terribile semplicità. L&#8217;imprenditore Enrico <a href="https://www.cronachemaceratesi.it/2026/10/23/crucianelli-e-le-cene-coi-casalesi-laccoglienza-nel-sistema-marche-rest-edile-schermo-per-accreditarsi/2118822/" target="_blank" rel="noopener">Crucianelli</a>, titolare della Rest Edile e diventato figura di primo piano dell&#8217;edilizia marchigiana &#8211; fino a ieri presidente della categoria provinciale dei costruttori aderente a Confindustria &#8211; aveva concentrato su di sé centinaia di cantieri della ricostruzione privata, molti più di quanti potesse seguirne con i propri dipendenti. La sua impresa otteneva i contratti, beneficiava anche degli anticipi pubblici previsti all&#8217;apertura dei lavori e ne affidava una parte consistente in subappalto. Secondo l&#8217;accusa alcune delle imprese che entravano nei cantieri erano riconducibili a soggetti legati alla &#8216;ndrangheta e alla camorra. Società intestate a prestanome, che riuscivano ad aggirare i controlli antimafia &#8211; e come? &#8211; e a lavorare &#8211; con quali garanzie? con quali risultati? &#8211; dove non avrebbero mai potuto mettere piede. Il denaro della ricostruzione diventava così una risorsa per le organizzazioni criminali, e l&#8217;imprenditore che aveva acquisito i contratti funzionava da tramite fra l&#8217;economia legale e quella mafiosa.</p>
<p>Un altro filone riguarda gli appalti pubblici. Qui, secondo la magistratura, entrava in gioco Fabio Pistarelli, fino a qualche mese fa capo di gabinetto del governatore di regione, Francesco Acquaroli. Pistarelli avrebbe messo le proprie relazioni istituzionali al servizio degli imprenditori Antonio Cervigni e Antonio Ezechielli, intervenendo sulle procedure e facendo circolare informazioni riservate. Per esempio, nel caso dell&#8217;ex convento delle <a href="https://www.rainews.it/amp/tgr/marche/articoli/2026/10/inchiesta-appalti-carcere-ricostruzione-083d7b20-8193-44ec-b5ab-d78454cee80b.html" target="_blank" rel="noopener">Monachette</a> a Macerata, l&#8217;operazione avrebbe previsto pagamenti illeciti per favorire l&#8217;acquisto dell&#8217;edificio da parte dell’Ente regionale per il diritto allo studio (ERDIS), seguito da un appalto di circa sei milioni alla ditta Crucianelli, poi subappaltato a Cervigni, e dalla promessa di una percentuale da distribuire al gruppo di intermediari. E gli interessi della “cricca” non si fermavano alle case o agli studentati: per l&#8217;<a href="https://www.rainews.it/tgr/marche/articoli/2026/10/non-solo-sisma-gli-appalti-della-sanita-al-centro-delle-indagini-operazione-ricostruzione-38ab823a-7791-472f-8ad5-a2d674477950.html" target="_blank" rel="noopener">ospedale</a> di Fermo, secondo le intercettazioni, si progettava di ottenere una proroga di nove anni, senza nuova gara, per un servizio di manutenzione da quasi quattro milioni l&#8217;anno. In cambio era previsto un compenso illecito di 300mila euro agli intermediari.</p>
<p>Lo studentato, l’ospedale. Le persone giovani, le persone malate e anziane. Il rimuginio di chi ha provato a restare, di chi vorrebbe tornare e non ce la fa, di chi se la prende col destino. E invece, esistono dei guastatori occulti, esistono dei responsabili.</p>
<p>“Il pensiero va a quelle persone che avevano affidato i propri lavori a quelle ditte”: mi colpisce come il commissario straordinario alla ricostruzione, il senatore Guido Castelli, formula la sua <a href="https://www.raiplaysound.it/audio/2026/10/Tutta-la-citta-ne-parla-del-27102026-77a9ef35-36fb-4edf-9058-41ec615426bc.html">difesa</a>, con quel doppio “quelle” (“quelle” erano responsabili &#8211; sottotesto: non queste, non noi, non io). Erano i privati a scegliere le imprese cui affidare i lavori delle proprie abitazioni, senza intermediazione pubblica. È vero, naturalmente, sul piano delle procedure. Ma che cosa dovrebbe significare? Che la responsabilità di riconoscere una società mafiosa nascosta dietro un&#8217;impresa apparentemente regolare spetta a chi ha perso la casa? Che siano i terremotati a dover individuare i prestanome, quando le aziende risultano iscritte all&#8217;Anagrafe antimafia? Dal 2016 abbiamo avuto cinque commissari straordinari, da Vasco Errani a Castelli, in carica dal 2023. Possibile che dopo dieci anni di ricostruzione e di strutture speciali si debba tornare a dire che la scelta l&#8217;hanno fatta i privati? Lo stesso Castelli ha ammesso che erano arrivate segnalazioni sui rallentamenti dei cantieri Rest Edile e che alcuni terremotati lo avevano <a href="https://www.cronachemaceratesi.it/2026/10/23/arresto-crucianelli-castelli-sui-lavori-fermi-ha-400-cantieri-aperti-per-il-sisma-ricevute-telefonate-per-i-ritardi/2118773/" target="_blank" rel="noopener">chiamato</a> direttamente. C&#8217;erano state proteste di lavoratori rimasti senza stipendio. La concentrazione di centinaia di <a href="https://www.ansa.it/marche/notizie/2026/10/23/inchiesta-sisma-castelli-400-cantieri-riconducibili-a-impresa-coinvolta_7908d43b-5762-48a0-bf1b-7171d2da2ff4.html" target="_blank" rel="noopener">cantieri</a> nelle mani di un&#8217;unica impresa doveva essere nota agli uffici. Non tutto, dunque, è arrivato come un fulmine a ciel sereno. E se il sistema dei controlli è stato aggirato, bisogna capire dove e perché, non limitarsi a ricordare che i controllori non possono mica controllare tutto (!) e comunque i cittadini erano liberi di scegliersi l&#8217;impresa. Un diritto non può trasformarsi, al primo scandalo, in una colpa di chi lo esercita.</p>
<p>C’è una poesia di Luigi di Ruscio, il poeta fermano, che sul finire fa così:</p>
<p>dei padroni del mondo conosciamo alla perfezione tutti i loro cani<br />
dei padroni conosciamo alla perfezione i denti dei loro cani<br />
dei peccati del mio cane io sono innocente direbbe il padrone<br />
il cane potrebbe dire che è innocente dei peccati del padrone<br />
il colpevole alla fine sarà chi si farà mordere dai cani<br />
e non sarà facile per noi morsi da tutti i cani ridiventare innocenti</p>
<p>Non sarà facile per noi, e mi auguro che ancor meno lo sia per chi ci ha lasciato tra “i cani”.</p>
<p>Giorgia Meloni, nel settembre 2025, durante la campagna elettorale per la rielezione di Francesco Acquaroli, si vantava di aver creato con lui una “<a href="https://www.cronacheancona.it/2025/09/17/il-governo-in-piazza-per-acquaroli-giorgia-meloni-francesco-fa-e-non-dice-non-fidatevi-di-chi-parla-soltanto/569641/" target="_blank" rel="noopener">filiera governativa</a>”. Con Governo nazionale e Regione dello stesso colore, le istituzioni erano finalmente coordinate, e le decisioni più rapide; la ricostruzione stessa era esibita proprio come un risultato di quella filiera. Ora, senza confondere responsabilità penali e politiche, bisognerà pure domandarsi che cosa abbia prodotto questo sistema di relazioni tanto celebrato. Non si può rivendicare la filiera quando c&#8217;è da tagliare un nastro e farla sparire quando emerge che il capo di gabinetto del presidente regionale, cioè una delle figure che quelle relazioni doveva curare, è accusato di averle messe a disposizione di un certo gruppo d&#8217;affari.</p>
<p>Il governatore Acquaroli dice di essere una vittima, di sentirsi tradito. Può darsi. Ma Pistarelli non era un amico che ha deluso un altro amico: era il suo capo di gabinetto, scelto per un incarico di fiducia politica. Che cosa si sapeva negli uffici? Quali segnali sono stati colti e quali ignorati? Di quali “<a href="https://www.ansa.it/amp/marche/notizie/2026/10/23/inchiesta-sisma-acquaroli-su-pistarelli-avevo-avuto-voci-le-segnalai_2e3be896-dcf6-4953-b819-130dca64ae6a.html" target="_blank" rel="noopener">voci</a>” parla il governatore quando reclama di aver sentito dire che qualcosa non andava? La filiera governativa, tanto celebrata per la sua efficienza, è quantomeno fallita come promessa di vigilanza. E il fallimento non può essere liquidato come una faccenda privata fra il presidente e un collaboratore infedele. Questa non è una sua disavventura personale.</p>
<p>Vorrei ricordare, in questo anniversario pieno di domande, gli <a href="https://www.ansa.it/marche/notizie/2026/10/19/stipendi-non-pagati-tre-operai-da-ore-su-una-gru-a-40-metri-daltezza_2351b5d5-956a-41a3-8cda-51a9af4d6250.html" target="_blank" rel="noopener">operai </a>egiziani saliti sulle gru a Tolentino qualche giorno fa, per reclamare gli stipendi che non ricevevano. Lavoravano per imprese subappaltatrici impegnate nella ricostruzione. Eccola, la divisione del lavoro che emerge da questa vicenda: concentrazione dei contratti e dei profitti in alto, dispersione delle responsabilità e dei problemi in basso.</p>
<p>C&#8217;è qualcosa di osceno nell&#8217;immagine di questi lavoratori stranieri che salgono su una gru per ottenere il dovuto, mentre gli altri, nei piani alti dei palazzi, secondo le accuse, discutono di incarichi e milioni. Per non parlare della retorica sulla sicurezza, che da anni identifica negli immigrati il pericolo da cui proteggere le nostre città. Qui la sicurezza viene minacciata da organizzazioni criminali italianissime, che entrano nei cantieri con le carte in regola, con la faccia dell’impresa del buon vicinato, con le sue rassicuranti conoscenze politiche. I lavoratori stranieri, invece, stanno lassù, sospesi nel vuoto, a chiedere di essere pagati.</p>
<p>Come mai questa vicenda ha avuto così scarso rilievo a livello nazionale finora? Si parla tanto di ordine, di legalità, di giovani che non rispettano le regole, di sicurezza delle città. E poi un&#8217;inchiesta che ipotizza l&#8217;ingresso delle mafie nella ricostruzione post-terremoto, con il coinvolgimento di figure vicine ai vertici della politica regionale, fatica a diventare una questione pubblica nazionale, di cultura della legalità, di democrazia.</p>
<p style="text-align: left;">Non si parla d’altro, sicurezza, sicurezza, difesa, autodifesa, no alla droga, pericolo maranza, sozzoni che ci occupano le case, remigrazione, ricrescita, tanti figli per la patria, tanti sconti per la ripresa, basta accoglienza, prima gli italiani,</p>
<p style="text-align: right;">e poi, “dal cratere un modello”: quello dell’accoglienza per le mafie &#8211; che vuol dire narcotraffico, che vuol dire armi, che vuol dire sfruttamento, che vuol dire vivere sotto minaccia, che vuol dire cantieri infiniti, che vuol dire case-fatte-come?, che vuol dire controlli aggirati, che vuol dire ecco perché abbiamo perso fiducia, ecco perché ce ne andiamo, anzi no, ecco perché ve ne dovete andare.</p>
<p>Oggi in manifestazione una ragazza teneva un cartello con su scritto:</p>
<p>“il mondo non è vostro”.</p>
<p>È tempo di aprire un nuovo presidio.</p>
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		<title>I poeti appartati: Alberto Casadei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Casadei]]></category>
		<category><![CDATA[Alida Airaghi]]></category>
		<category><![CDATA[Samuele Editore]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Alida Airaghi</b> <br />Artefice e spettatore, idea e materia, vincitori e vinti si sovrappongono, indivisi nonostante le migliaia di anni di separazione. Il soggetto diventa oggetto, il sé si frantuma, si sdoppia e triplica, perde sostanza e memoria, muore e si reincarna.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-122998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-09-à-09.30.47.png" alt="" width="527" height="742" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-09-à-09.30.47.png 527w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-09-à-09.30.47-213x300.png 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-09-à-09.30.47-298x420.png 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-09-à-09.30.47-150x211.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/Capture-décran-2026-10-09-à-09.30.47-300x422.png 300w" sizes="(max-width: 527px) 100vw, 527px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>Alida Airaghi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alberto Casadei, professore ordinario di letteratura italiana all’Università di Pisa, è autore di numerosi volumi di critica e, più recentemente, di prove poetiche e narrative audacemente supportate con contributi desunti dalle scienze cognitive. <strong><em>La macchina infinita</em></strong> è la sua prima pubblicazione a definirsi come opera totalmente in versi, priva di inserti in prosa, che tuttavia per il suo carattere di meditazione filosofica e scientifica sulla realtà transeunte dell’esistenza (non solo umana, ma addirittura cosmica) si allontana dalle modalità della lirica tradizionale, avvicinandosi piuttosto alla dissertazione speculativa.</p>
<p>Indifferente ai classici stilemi retorici, Casadei accentua l’originalità dei temi trattati basandosi dinamicamente su connessioni imprevedibili, intuizioni disorientanti e sperimentalismi linguistici dal sapore del divertissement più che della destrutturazione testuale, con il fine di assecondare un flusso ininterrotto di domande sull’origine e lo scopo del vivere, rivelanti una dolorosa inquietudine intellettuale ed etica, arginata comunque da un severo razionalismo.</p>
<p>I quattro capitoli in cui si suddivide la raccolta (<em>Incipit vita, Genetica, Epigenetica, Ripercorrere il mondo</em>), nella loro varietà di argomenti manifestano una singolare rappresentazione del connubio tra apporti culturali di diverso genere: astronomia, genetica, storia, geografia, informatica, estetica sono le materie che formano il substrato della riflessione sottesa ai testi, a svelare la sostanza della “macchina infinita” che ingloba e governa il tutto.</p>
<p>Già dalla prima sezione, dedicata alla nascita di una nuova vita – in fattispecie della sua bambina –, Casadei si barrica in un’esplorazione della genetica come scienza che stabilisce le regole di riproduzione, rifiutando ogni retorica sentimentale sul tema della paternità/filialità, ridotto a sperimentazione organica. Nella poesia dal titolo esplicativo <em>Non sono rinato</em>, l’emozione lascia spazio a distaccate considerazioni scientifiche: “E dunque sperare soprattutto / nella prosecuzione dei geni / che diventa la certezza di / un altro sembiante, / e un grumo di cellule / e fuoriesce alla luce / guardando estranea- / mente, intensa / ma estranea”, ribadite dai versi successivi: “come tu quiora / fuoriesci, sorgi, / sei non più nascosta, / data, / nata”. Successivamente il rapporto con la figlia bambina si intenerisce nella descrizione de <em>La stanza dei giochi</em>, perché “il mondo del gioco basta a giustificarsi”, e lo sguardo rivolto alla piccola Matilde circondata da bambole e peluche gliela rende innocentemente sua: “bimba, facile e dolce, / regolata dai colori dei sogni / cartonati, dei pupazzi amici feticci / testimoni della bontà del mondo”.</p>
<p>L’assillo rimane però quello dell’individuazione dell’io, dell’inclusione della propria soggettività all’interno della perenne catena di cause ed effetti che governa la vita degli esseri umani e non-umani, inclusi in una stessa corrente riproduttiva di nascita e morte, comune a tutti eppure incredibilmente unica nello scarto peculiare di novità esclusiva. Chi sono io? Cosa sono? Perché vivo e perché morirò? Sono le domande che si pone il poeta chiedendosi se valga “Pensare come infinito / l’illogico prodursi / di miei nuclei, epiteli e atti”.</p>
<p>Forse solamente la storia riesce a ricomporre un quadro in cui il singolo possa cercare uno spazio, dimostrazione e ragione del suo esserci. Quindi va ripercorsa per intero la vicenda umana nell’ esplorazione turistica delle grotte di Lascaux o delle statue dell’isola di Pasqua (“io è lì, mi muovo vicino, in un tempo / indifferente, uniti io lo scultore, io ho scolpito”), della città di Ur fino alla vicina Nassiriya. Artefice e spettatore, idea e materia, vincitori e vinti si sovrappongono, indivisi nonostante le migliaia di anni di separazione. Il soggetto diventa oggetto, il sé si frantuma, si sdoppia e triplica, perde sostanza e memoria, muore e si reincarna: “Noi possediamo nei nostri geni, / nelle nostre cellule, un’eredità che risale / alle origini della vita”. Per questo ogni vicenda personale perde importanza, lasciando aperta la possibilità di aver già vissuto in altre epoche, con altre sembianze, in regni di cui si sono perse le tracce e il ricordo. “Io ci sono ma / io è qualcos’altro”.</p>
<p>Rimane comunque indubitabile la realtà del proprio corpo che ama, si accoppia, si riproduce “per il bisogno / di godimento …. // i doveri del pro- /creare, unghie morsicate, deboli scosse / dal vacuo intimo agglomerato di / nervi, e questo è stato amore”. Corpo che soffre e si ammala (“adesso mero cascame, macchie / cheratinose, pezzi di gengive vuote”) e va sottoposto ad analisi, operazioni, tac cerebrali, pacemaker, cicatrici deturpanti.</p>
<p>L’inevitabile disfacimento fisico rispecchia quello delle civiltà: “A quanto si può ridurre l’agglomerato / di DNA e zuccheri e acqua e parti / ignote che ha costruito città e stati, / sintomi e dèi, potenze in atto e / decadimenti, in analogia col muoversi / globale, unico effetto certo / dell’infinito”. Un infinito che a partire “da prima del big bang” ha portato alla formazione di atomi e materia cosmica, acqua terra ferro oro, del tutto indifferente alla “piccola finità” del poeta, ai suoi ricordi infantili, agli studi e alle ricerche accademiche, (“il tuo lavoretto, l’elaborato appena sufficiente che hai messo / in fila, nei tuoi giorni”), alla scrittura poetica. Nemmeno la poesia, infatti, garantisce qualche validazione culturale, riscatto etico o sopravvivenza futura (“Nell’adesso, / nei vacui spazi lasciati / all’io che continua / a esistere scrivendo”), anzi acuisce i sensi di colpa rispetto alle ingiustizie sociali: “Ma davvero pensi ai massimi sistemi e non invece / alle risorse che finiscono per tutti, alle guerre che s’innescano / e sono gli straccioni del mondo a pagare, / come fai a muoverti senza chiedere scusa / a ogni passo, a ogni parola, /entrando e uscendo dalla tua poesia-tana-tagliola?”</p>
<p>Non esiste consolazione fideistica che possa contrastare la consapevolezza dei propri limiti, e allora ci si deve accontentare di essere poco, e per poco: “Sai che finirai come un’ondina azzurra, forse lei trasmetterà / l’informazione che hai raccolto, le probabilità che hai incarnato, / non si disperdono i momenti che ti costituiscono”.</p>
<p><em>I</em>l tono assunto dai versi si muove da un’ironia corrosiva a una rassegnata malinconia, utilizzando una versificazione lunga, complessa e in parte consapevolmente provocatoria.</p>
<p>Una più clemente considerazione della propria storia e di quella collettiva viene attuata nell’ultima sezione del volume, <em>Ripercorrere il mondo,</em> in cui Alberto Casadei si concede affettuosi recuperi di memorie giovanili, di felici eventi sportivi condivisi con altri, riscoprendo la bellezza nell’arte, nella letteratura, nella musica e nelle città di tutto il mondo, nonostante l’implacabile distruzione pianificata dai vari poteri politici ed economici e l’espropriazione della creatività umana da parte dell’intelligenza artificiale. Ritrova così un significato nel “creato / creato dagli uomini, il segno del loro / transitare e concretarsi nelle cose”, e nello scoprirsi “un segnetto nella nostra <em>mundi</em> <em>machina / </em>che si genera, si evolve, si espande, // decade, // si fa storia, si azzera, si approssima / infinita alla nostra necessaria e storta e ibrida / singolarità”.</p>
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		<title>⇨ SONDEPOETICHE: n° 2 / Scrittura &#038; Cinema #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 07:30:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[podcast]]></category>
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					<description><![CDATA[SONDEPOETICHE, radio fanzine e podcast, a cura di <strong>Gianluca Codeghini</strong><br /> e <strong>Andrea Inglese</strong> In questo numero si fronteggiano in allegra inimicizia e irresistibile attrazione: scrittura e cinema. Innesco inevitabile Corrado Costa &#038; invitato speciale Gary Hill.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" src="https://player-widget.mixcloud.com/widget/iframe/?feed=%2Fsondepoetiche%2Fscrittura-e-cinema-01%2F&amp;utm_medium=share&amp;utm_source=embed&amp;utm_content=show&amp;utm_term=MmQ2YjFlM2RfMjliN180MmZlXzgzMGVfOTlhMDA3YjM4ZjA3" width="100%" height="400" frameborder="0"></iframe></p>
<h2 style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong>SOND<span style="color: #ff0000;">E</span>&nbsp;PO<span style="color: #ff0000;">E</span></strong><strong>TICH<span style="color: #ff0000;">E</span></strong></h2>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;">a cura di&nbsp;<strong>Gianluca Codeghini</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-122790 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/spimmevidenza-1-1024x1024.jpg" alt="" width="496" height="496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/spimmevidenza-1-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/spimmevidenza-1-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/spimmevidenza-1-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/spimmevidenza-1-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/spimmevidenza-1-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/spimmevidenza-1-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/spimmevidenza-1-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/09/spimmevidenza-1.jpg 1080w" sizes="(max-width: 496px) 100vw, 496px" /></p>
<p style="text-align: center;">UNA FANZINE RADIOFONICA in formato podcast su NAZIONE INDIANA</p>
<p style="text-align: center;">N° 2: <strong>Poesia &amp; Cinema #1</strong> scritture e riflessioni di</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;">di <strong>Corrado Costa</strong>, <strong>Gary Hill</strong>, <strong>Bruno Muzzolini</strong>, <strong>Emanuele Canzaniello</strong>, <strong>Giovanna Marmo,</strong> <strong>Dario Bellini</strong>, <strong>Riccardo Donati</strong>, <strong>Francesco Forlani</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Gianluca Codeghini</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;"><em>e molta musica</em></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;">su/ on <strong><a href="http://www.radioarte.it/?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAAR1HCns5adHMcNIJDktwBIRhem44tS_VCW9G3_Buu5iBN7_LnrZTfO8z708_aem_za6q4kKaIr47KBdqimht0w" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.radioarte.it/?fbclid%3DIwZXh0bgNhZW0CMTAAAR1HCns5adHMcNIJDktwBIRhem44tS_VCW9G3_Buu5iBN7_LnrZTfO8z708_aem_za6q4kKaIr47KBdqimht0w&amp;source=gmail&amp;ust=1793139733788000&amp;usg=AOvVaw1P3S5Jibhq949RxlvtEZ_6">www.radioarte.it</a></strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;">COSA è / WHAT is</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;">SONDE POETICHE // POETIC SOUND</p>
<p style="text-align: center;">In questo numero si fronteggiano in allegra inimicizia e irresistibile attrazione: <i>scrittura</i> e <i>cinema</i>. Innesco inevitabile <b>Corrado Costa</b> &amp; invitato speciale <b>Gary Hill</b>.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-123265" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/radioarte-Sonde-Poetiche-2-official.jpg" alt="" width="760" height="760" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/radioarte-Sonde-Poetiche-2-official.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/radioarte-Sonde-Poetiche-2-official-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/radioarte-Sonde-Poetiche-2-official-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/radioarte-Sonde-Poetiche-2-official-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/radioarte-Sonde-Poetiche-2-official-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/radioarte-Sonde-Poetiche-2-official-696x696.jpg 696w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 760px" /></p>
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		<title>Appunti per una tassonomia della stupidità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Scattolini]]></category>
		<category><![CDATA[stupidità]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Riccardo Scattolini</strong><br />
La stupidità si manifesta in un numero pressoché infinito di forme. Può essere individuale o collettiva, innocua o pericolosa, permanente o transitoria, assoluta o relativa]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_122439" aria-describedby="caption-attachment-122439" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-122439" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-markus-winkler-1430818-30918013-1.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-markus-winkler-1430818-30918013-1.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-markus-winkler-1430818-30918013-1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-markus-winkler-1430818-30918013-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-markus-winkler-1430818-30918013-1-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-markus-winkler-1430818-30918013-1-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-markus-winkler-1430818-30918013-1-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-markus-winkler-1430818-30918013-1-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/10/pexels-markus-winkler-1430818-30918013-1-1068x712.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-122439" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/tessere-scrabble-con-la-scritta-unvernuft-sul-tavolo-30918013/">Markus Winkler</a></figcaption></figure>
<p>di<strong> Riccardo Scattolini</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>Dulce est desipere in loco<br />
</em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Desipere_in_loco"><em>Orazio</em></a><em> (Odi, IV, 12, 28)</em></p>
</blockquote>
<h3>Premessa</h3>
<p>La stupidità si manifesta in un numero pressoché infinito di forme. Può essere individuale o collettiva, innocua o pericolosa, permanente o transitoria, assoluta o relativa. Per questo motivo, il tentativo di proporne una tassonomia è eccessivamente ambizioso e dunque, almeno in una certa misura, stupido. Ancora più stupido potrebbe apparire lo scrivere un breve trattato che non porterà né fama né successo al suo autore e che sarà forse letto da un numero esiguo di persone.</p>
<p>Va tuttavia ricordato che il tema della stupidità ha affascinato molte e illustri menti. Gustave Flaubert ne fu quasi ossessionato, al punto da accumulare un’immensa collezione di stupidaggini, luoghi comuni e banalità, nel progetto di costruire una sorta di enciclopedia della <em>bêtise</em>. Non riuscì tuttavia a dare forma sistematica ai propri appunti, né a concludere <em>Bouvard et Pécuchet</em>, il romanzo da lui concepito come una sorta di epopea della stupidità culturale.</p>
<p>Come ricorda Giancarlo Livraghi (Livraghi, 2008), nella presentazione dell’edizione italiana del <em>Dictionnaire</em>, curata da Rodolfo Wilcock, si legge:</p>
<p><em>«Durante tutta la vita di Flaubert l’immagine della Stupidità, sotto la possente spinta dei tempi, si era continuamente dilatata dinnanzi ai suoi occhi: non più soltanto attributo inestirpabile della specie umana, ma Potenza Cosmica, l’etere che avvolgeva qualsiasi parola fosse pronunciata, le chiacchiere della comare e le relazioni dell’accademico, gli appelli del politico e le sentenze del farmacista, le similitudini dei lirici e i protocolli degli scienziati».</em></p>
<p>Conscio dell’impossibilità di scrivere un trattato esauriente sulla stupidità, e delle inevitabili conseguenze che un simile tentativo potrebbe avere sull’autostima di chi vi si cimenta, mi accingo comunque alla sfida</p>
<h3>Sull’incerta definizione di stupidità</h3>
<p>Quando si parla di stupidità, la prima tentazione è quella di cercarne una definizione generale, valida in ogni circostanza.</p>
<p>La letteratura è ricchissima di aforismi sul tema. Per esempio:</p>
<p><em>Alcuni scienziati affermano che l’idrogeno, poiché sembra essere ovunque, è la sostanza basilare dell’universo; non sono d’accordo. Io dico che c’è molta più stupidità che idrogeno, e che quella è la vera sostanza costitutiva dell’universo </em>(Frank Zappa).</p>
<p><em>Solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima.</em><br />
(attribuito ad Albert Einstein).</p>
<p><em>All’intelligenza Dio ha posto limiti, alla stupidità no </em>(attribuito a Konrad Adenauer).</p>
<p>Per quanto argute, affermazioni di questo genere aiutano poco nella definizione della stupidità. Ne sottolineano l’universalità, l’onnipresenza o la pericolosità, ma non forniscono criteri che consentano di riconoscerla o classificarla.</p>
<p>Un tentativo assai più strutturato è quello di Carlo M. Cipolla (Cipolla, 1988), che formula le celebri cinque leggi fondamentali della stupidità umana:</p>
<ul>
<li><strong>Prima Legge Fondamentale:</strong> sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.</li>
<li><strong>Seconda Legge Fondamentale:</strong> la probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.</li>
<li><strong>Terza, o aurea, Legge Fondamentale:</strong> una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o a un gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé, o addirittura subendo una perdita.</li>
<li><strong>Quarta Legge Fondamentale:</strong> le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare, dimenticano che, in qualsiasi momento, luogo e circostanza, trattare o associarsi con individui stupidi può rivelarsi un costosissimo errore.</li>
<li><strong>Quinta Legge Fondamentale:</strong> la persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.</li>
</ul>
<p><strong>Corollario:</strong> lo stupido è più pericoloso del bandito.</p>
<p>È interessante osservare come questa conclusione presenti una significativa analogia con quanto scrive Dietrich Bonhoeffer nel suo saggio <em>Della stupidità</em> (Bonhoeffer, 2015):</p>
<p><em>«In questo, lo stupido, a differenza del malvagio, è completamente in pace con sé stesso; anzi, diventa perfino pericoloso nella misura in cui, appena provocato, passa all’attacco. Perciò va usata maggior prudenza verso lo stupido che verso il malvagio. Non tenteremo mai più di convincere lo stupido con argomenti motivati; è assurdo e pericoloso.»</em></p>
<p>La terza legge di Cipolla riveste particolare interesse perché propone un criterio operativo per individuare lo stupido. Secondo l’autore, le persone possono essere divise in quattro gruppi:</p>
<ul>
<li><strong>Intelligenti:</strong> procurano un vantaggio a sé stessi e agli altri.</li>
<li><strong>Sprovveduti:</strong> danneggiano sé stessi e avvantaggiano gli altri.</li>
<li><strong>Stupidi:</strong> danneggiano gli altri senza ricavarne vantaggio, o addirittura danneggiando anche sé stessi.</li>
<li><strong>Banditi:</strong> danneggiano gli altri traendone un vantaggio personale.</li>
</ul>
<p>Il criterio è chiaro e di grande efficacia. Tuttavia, appare limitato se si vuole costruire una tassonomia più generale della stupidità. Il modello di Cipolla classifica infatti soprattutto gli <strong>esiti</strong> di un comportamento: il vantaggio e il danno prodotti per sé e per gli altri. Dice invece poco sui processi mentali che hanno generato quel comportamento.</p>
<p>Due individui possono provocare lo stesso danno senza ricavarne alcun beneficio, ma farlo per ragioni molto diverse: ignoranza, superficialità, fanatismo, impulsività, incapacità di valutare le conseguenze o semplice errore di giudizio. Dal punto di vista di Cipolla ricadrebbero nello stesso quadrante; dal punto di vista di una tassonomia della stupidità, potrebbe invece essere utile distinguerli.</p>
<p>Un altro contributo importante è quello di Robert Musil (Musil, 2015), nel <em>Discorso sulla stupidità</em>, tratto dalla conferenza tenuta a Vienna l’11 marzo 1937. Musil, non sempre di cristallina chiarezza — forse per mettere alla prova l’intelligenza del lettore — associa una forma di stupidità alla mancanza di <em>esprit de finesse</em>, alla rozzezza e all’insensibilità delle facoltà più sottili del giudizio.</p>
<p>A mio avviso, questa impostazione rischia talvolta di apparire eccessivamente aristocratica. Più interessante è invece l’associazione proposta da Musil fra stupidità e vanità, che può essere interpretata come uno dei possibili sintomi della stupidità stessa, così come il suo riconoscimento della natura multiforme dell’intelligenza e del suo contrario.</p>
<p>Stupidità e intelligenza, in questa prospettiva, non possono essere considerate valori assoluti. Dipendono almeno in parte dalla capacità dell’individuo di affrontare determinati ambienti e situazioni. Una persona può mostrare straordinarie capacità in un ambito e una sorprendente ottusità in un altro.</p>
<p>Musil parla tuttavia anche di una stupidità più radicale e stabile, che si manifesta come durezza di comprendonio, povertà di idee e incapacità di usare adeguatamente quelle disponibili.</p>
<p>La rassegna precedente è necessariamente incompleta e trascura autori fondamentali, da Erasmo da Rotterdam a Sant’Agostino. Per ragioni di spazio, ci limiteremo tuttavia agli autori citati, utilizzandoli non come autorità definitive, ma come punti di partenza per la tassonomia qui proposta.</p>
<h3>La stupidità individuale</h3>
<p>Una prima distinzione necessaria è quella tra <strong>stupidità individuale</strong> e <strong>stupidità collettiva</strong>.</p>
<p>Nel seguito ci si occuperà prevalentemente della prima, limitandosi soltanto ad alcuni cenni sulla seconda. La stupidità collettiva meriterebbe infatti un’analisi autonoma, anche per il ruolo che sembra assumere nell’interpretazione di molti fenomeni sociali e politici contemporanei.</p>
<p>Per iniziare a costruire una possibile tassonomia, possono essere formulate alcune ipotesi di lavoro.</p>
<ul>
<li>È opportuno distinguere tra <strong>stato di stupidità</strong> e <strong>comportamento stupido</strong>. Essere abitualmente stupidi e comportarsi stupidamente in una determinata circostanza non sono la stessa cosa.</li>
<li>La stupidità non sembra essere una proprietà binaria, per cui si è semplicemente stupidi oppure non lo si è. È più utile pensare a un <strong>grado di stupidità</strong>, distribuito lungo un continuo.</li>
<li>Tale grado non è direttamente misurabile. Può essere inferito soltanto in modo empirico, osservando la frequenza dei comportamenti stupidi, la varietà delle situazioni in cui essi compaiono e la gravità delle loro conseguenze.</li>
<li>La stupidità non coincide con una carenza delle sole capacità logico-matematiche, né quindi con ciò che viene misurato, almeno in parte, dai test del quoziente intellettivo. Possono contribuire anche deficit di giudizio, incapacità relazionali, carenze nella comprensione sociale, scarsa capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni o insufficiente consapevolezza dei propri limiti.</li>
<li>Di conseguenza, un individuo può mostrare spiccate capacità matematiche, logiche o professionali e, nello stesso tempo, comportarsi in modo sorprendentemente stupido in altri ambiti.</li>
<li>Il comportamento stupido può derivare sia da caratteristiche relativamente stabili dell’individuo, sia da condizioni contingenti: passioni, rabbia, paura, pigrizia, sfinimento, conformismo, vigliaccheria o semplice disattenzione.</li>
</ul>
<p>Dal punto di vista degli effetti, cause molto diverse possono quindi produrre risultati analoghi. Tuttavia, distinguere fra componenti relativamente stabili e componenti situazionali è importante: queste ultime possono talvolta essere rimosse modificando le circostanze o aumentando la consapevolezza dell’individuo, mentre le prime appaiono più resistenti alla correzione.</p>
<p>A queste dimensioni se ne può aggiungere un’altra: la <strong>consapevolezza della propria insufficienza</strong>.</p>
<p>Non sapere qualcosa non implica necessariamente stupidità. Più significativo può essere il non sapere di non sapere, oppure il non modificare il proprio giudizio quando emergono elementi che dovrebbero indurre a farlo. In questo senso, una componente importante della stupidità potrebbe consistere non tanto nella mancanza di capacità, quanto nella difficoltà di riconoscere i propri errori e i propri limiti.</p>
<p>A partire da queste ipotesi, possiamo caratterizzare alcuni casi tipici.</p>
<h3>Lo stupido del villaggio</h3>
<p>È la tipologia più immediatamente aderente al sentire comune.</p>
<p>Lo stupido del villaggio è considerato intellettualmente poco dotato, ingenuo, facilmente raggirabile e incapace di svolgere con competenza attività che richiedano un minimo di perizia o capacità di giudizio.</p>
<p>Nei termini precedentemente introdotti, si tratta di un individuo caratterizzato da un grado relativamente elevato e stabile di stupidità, che tende a manifestarsi con frequenza e in ambiti diversi.</p>
<p>È una figura antica e ricorrente nella letteratura e nel teatro. Un esempio celebre è Margite, protagonista dell’omonimo poema comico della letteratura greca antica attribuito tradizionalmente a Omero, del quale Aristotele ricorda che <em>molte cose sapeva, ma tutte male</em>:</p>
<p><em>«Molte arti conosceva; però, l’una peggio dell’altra. Non aratore, né zappatore lo fecero i Numi, né d’alcun’arte esperto: ché dove provava, sbagliava </em>(<em>Margite</em>, frammento 3 A-B).</p>
<p>Lo stupido del villaggio, almeno nella sua rappresentazione tradizionale, è tuttavia spesso innocuo. La sua stupidità è visibile, riconoscibile e quindi, entro certi limiti, prevedibile.</p>
<p>Come osserva argutamente Noel Clarasó i Serrat:</p>
<p><em>Nessuno stupido si lamenta di esserlo; non gli deve andare poi tanto male.</em></p>
<h3>Lo stupido arrogante</h3>
<p>Non sempre chi è caratterizzato da un elevato grado di stupidità è facilmente riconoscibile come tale.</p>
<p>Lo stupido arrogante riesce a occultare almeno in parte le proprie insufficienze grazie all’ambizione, alla vanità, alla sicurezza ostentata e talvolta all’aggressività. Può compensare i propri errori attribuendone sistematicamente la responsabilità agli altri e trasformando la sicurezza di sé in un surrogato della competenza.</p>
<p>A questo proposito viene spesso attribuita a Bertrand Russell l’osservazione secondo cui:</p>
<p><em>«La causa principale dei problemi è che al mondo gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.»</em></p>
<p>Il problema non consiste però soltanto nella sicurezza. La sicurezza può essere perfettamente giustificata. Ciò che caratterizza lo stupido arrogante è piuttosto la <strong>sproporzione tra sicurezza e competenza</strong>, accompagnata dalla scarsa disponibilità a sottoporre le proprie convinzioni a verifica.</p>
<p>Il successo di questo tipo umano può dipendere anche dal contesto. Determinazione, aggressività, capacità di imporsi e abilità retorica possono essere scambiate per competenza, soprattutto da chi non dispone degli strumenti necessari per valutarla.</p>
<p>Ciò non significa tuttavia che chi raggiunge posizioni elevate sia necessariamente intelligente in senso generale. Il successo implica di norma il possesso di almeno alcune capacità specifiche — organizzative, relazionali, politiche, tecniche o strategiche — ma tali capacità possono coesistere con gravi insufficienze in altri domini.</p>
<p>La stupidità, se è davvero multidimensionale, non è incompatibile con il talento.</p>
<h3>Lo stupido vuoto</h3>
<p>A differenza dello stupido arrogante, fortemente concentrato sulla propria persona, lo stupido vuoto è caratterizzato da una debole consapevolezza di sé e da una relazione incerta con la realtà.</p>
<p>È portato a rifugiarsi in sistemi di interpretazione semplici, rassicuranti o totalizzanti, soprattutto quando la complessità del reale richiede uno sforzo di analisi che egli non è disposto o non è in grado di sostenere.</p>
<p>Come efficacemente sintetizzato in una conversazione da Francesca S. (comunicazione privata), si manifesta così una sorta di <em>«fuga dalla realtà effettuale e fiducia nel nulla, perché è più facile confrontarsi con il nulla che con la logica»</em>.</p>
<p>Lo stupido vuoto può essere difficile da riconoscere se osservato attraverso singoli comportamenti isolati. La sua caratteristica principale non è infatti necessariamente il commettere errori macroscopici, ma la disponibilità ad accogliere passivamente spiegazioni, convinzioni e identità offerte dall’esterno.</p>
<p>Per questa ragione può diventare socialmente rilevante. Individui di questo tipo possono aderire con facilità a credenze scarsamente fondate, purché esse offrano appartenenza, semplificazione e rassicurazione.</p>
<p>Il punto importante, tuttavia, è evitare una definizione circolare: non è stupido chi aderisce a idee che noi riteniamo sbagliate. La stupidità dovrebbe essere cercata piuttosto nel <strong>modo</strong> in cui quelle idee vengono accolte e mantenute: assenza di verifica, impermeabilità agli argomenti contrari, delega sistematica del giudizio, rifiuto della complessità e dipendenza dall’approvazione del gruppo.</p>
<p>L’aggregazione di individui caratterizzati da questi atteggiamenti può costituire uno dei passaggi dalla stupidità individuale alla stupidità collettiva.</p>
<h3>Lo stupido occasionale</h3>
<p>È probabilmente la categoria più vasta, perché comprende, prima o poi, ciascuno di noi.</p>
<p>Tutti possono comportarsi stupidamente. La rabbia, l’innamoramento, la paura, la stanchezza, la fretta, la vanità, la pressione del gruppo o un eccesso di sicurezza possono temporaneamente compromettere il giudizio anche di persone normalmente ragionevoli.</p>
<p>È importante quindi non confondere il singolo comportamento stupido con un elevato grado di stupidità personale.</p>
<p>L’errore occasionale non soltanto è inevitabile, ma può costituire una preziosa occasione di correzione. Ciò che conta è la capacità di riconoscerlo.</p>
<p>Da questo punto di vista, potrebbe esserci una differenza decisiva fra l’intelligente e lo stupido: non tanto il fatto che il primo non commetta stupidaggini, quanto il fatto che sia più disposto a riconoscerle, comprenderne le cause e modificare il proprio comportamento.</p>
<p>L’autocritica non elimina la stupidità occasionale, ma può impedirle di diventare permanente.</p>
<h3>Verso una tassonomia</h3>
<p>Le categorie appena descritte non sono perfettamente omogenee.</p>
<p>Lo stupido del villaggio è definito soprattutto sulla base di capacità cognitive e pratiche; lo stupido arrogante attraverso il rapporto fra competenza, sicurezza e autoconsapevolezza; lo stupido vuoto mediante il rapporto con la realtà e con il gruppo; lo stupido occasionale, infine, non rappresenta propriamente un tipo umano, ma uno stato transitorio.</p>
<p>Più che categorie reciprocamente esclusive, queste figure possono quindi essere considerate <strong>configurazioni tipiche</strong> all’interno di uno spazio definito da alcune dimensioni fondamentali:</p>
<ul>
<li><strong>grado</strong>, cioè intensità della stupidità;</li>
<li><strong>stabilità</strong>, distinguendo le forme permanenti da quelle transitorie;</li>
<li><strong>dominio</strong>, poiché una persona può essere competente in un ambito e stupida in un altro;</li>
<li><strong>consapevolezza</strong>, vale a dire capacità di riconoscere i propri limiti e correggere gli errori;</li>
<li><strong>conseguenze</strong>, cioè il danno che il comportamento produce per sé e per gli altri;</li>
<li><strong>dipendenza dal contesto</strong>, distinguendo ciò che appartiene prevalentemente all’individuo da ciò che viene favorito o prodotto dalla situazione sociale.</li>
</ul>
<p>In questa prospettiva, una tassonomia della stupidità non dovrebbe limitarsi a classificare gli individui, ma descrivere le condizioni nelle quali il comportamento stupido emerge, persiste e si amplifica.</p>
<h3>Possibili sviluppi dell’analisi</h3>
<p>Una tassonomia sufficientemente articolata della stupidità individuale potrebbe fornire gli strumenti per affrontare il problema ancora più complesso della <strong>stupidità collettiva</strong>.</p>
<p>A questo proposito si ricorda la celebre osservazione di Leo Longanesi:</p>
<p><em>«Fanfare, bandiere, parate. Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica.»</em></p>
<p>La stupidità collettiva non sembra tuttavia riducibile alla semplice somma delle stupidità individuali.</p>
<p>Un gruppo può produrre comportamenti stupidi anche quando è composto da individui che, presi singolarmente, non lo sono affatto. Il conformismo, la deferenza verso l’autorità, il desiderio di appartenenza, la polarizzazione e la rinuncia al giudizio individuale possono trasformare profondamente il comportamento delle persone.</p>
<p>Da questo punto di vista, il contributo di Bonhoeffer appare particolarmente significativo e, ancora oggi, sorprendentemente attuale:</p>
<p><em>«In questi casi non si ha tanto l’impressione che la stupidità sia un difetto innato, ma che in determinate condizioni gli uomini siano “resi” stupidi o, in altri termini, si lascino istupidire. Constatiamo inoltre che le persone chiuse e solitarie denunciano meno questo difetto che le persone o i gruppi sociali inclini o condannati alla socievolezza. Sembra dunque che la stupidità sia forse meno un problema psicologico che sociologico. Essa è una forma particolare dell’effetto provocato sugli uomini dalle condizioni storiche, un fenomeno psicologico che riflette determinate situazioni esterne.»</em></p>
<p>E ancora:</p>
<p><em>«A un’osservazione più attenta, si vede che ogni forte manifestazione di potenza esteriore, sia di carattere politico che di carattere religioso, investe di stupidità una gran parte degli uomini. Sì, sembra proprio che si tratti di una legge socio-psicologica. La potenza dell’uno ha bisogno della stupidità degli altri.»</em></p>
<p>Questa prospettiva introduce un problema fondamentale: la stupidità non è soltanto una caratteristica dell’individuo, ma può essere <strong>prodotta, rafforzata e organizzata socialmente</strong>.</p>
<p>La relazione fra stupidità individuale e collettiva è probabilmente circolare. Gli individui favoriscono la formazione di gruppi stupidi; i gruppi, a loro volta, possono rendere stupidi individui altrimenti capaci di giudizio autonomo.</p>
<p>Un approfondimento di questo meccanismo richiederebbe tuttavia un’analisi specifica, che esula dagli obiettivi di questi appunti.</p>
<p>Resta infine una cautela metodologica.</p>
<p>Chiunque tenti di costruire una tassonomia della stupidità corre il rischio di commettere una particolare forma di stupidità: credere che, una volta costruite categorie sufficientemente eleganti, la realtà sia tenuta a rispettarle.</p>
<p>Forse una tassonomia della stupidità sufficientemente completa dovrebbe quindi includere, accanto allo stupido del villaggio, allo stupido arrogante, allo stupido vuoto e allo stupido occasionale, anche una quinta figura: <strong>lo stupido tassonomista</strong>, convinto di essere riuscito finalmente a classificare tutti gli altri.</p>
<p>Con il fondato sospetto che, almeno in questo caso, l’autore possa parlare per esperienza diretta.</p>
<h3>Ringraziamenti</h3>
<p>Si ringraziano Francesca S. e Paolo V. per le piacevoli discussioni e per i suggerimenti sull’argomento.</p>
<h3>Bibliografia</h3>
<p>Bonhoeffer, D. (2015). <em>Della stupidità</em>, in <em>Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere</em>. San Paolo Edizioni.</p>
<p>Cipolla, C. M. (1988). <em>Allegro ma non troppo</em>. Bologna: Il Mulino.</p>
<p>Livraghi, G. (2008). <em>Il potere della stupidità</em>. Monti &amp; Ambrosini.</p>
<p>Musil, R. (2015). <em>Discorso sulla stupidità</em>. Diogene Edizioni.</p>
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