Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Fri, 10 Jul 2020 11:04:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.15 Overbooking: Luciana Frezza https://www.nazioneindiana.com/2020/07/10/overbooking-luciana-frezza/ https://www.nazioneindiana.com/2020/07/10/overbooking-luciana-frezza/#respond Fri, 10 Jul 2020 05:00:32 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=85262
Elogio della discrezione

di

Alida Airaghi

“Una presenza discreta nella poesia italiana del secondo Novecento”.

Così Roberto Deidier ha definito in un suo articolo la persona e l’opera di Luciana Frezza.

Ottima e stimata traduttrice, Luciana Frezza si è occupata soprattutto della poesia simbolista e decadente francese dell’800-900: Mallarmé, Laforgue, Nouveau, Verlaine, Baudelaire, Fargue, Baron, Apollinaire, Proust, resi in versioni sapienti e intelligentemente personalizzate per i più importanti editori italiani.… Leggi il resto »

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Elogio della discrezione

di

Alida Airaghi

“Una presenza discreta nella poesia italiana del secondo Novecento”.

Così Roberto Deidier ha definito in un suo articolo la persona e l’opera di Luciana Frezza.

Ottima e stimata traduttrice, Luciana Frezza si è occupata soprattutto della poesia simbolista e decadente francese dell’800-900: Mallarmé, Laforgue, Nouveau, Verlaine, Baudelaire, Fargue, Baron, Apollinaire, Proust, resi in versioni sapienti e intelligentemente personalizzate per i più importanti editori italiani.

Da questa empatica, vitale e costante applicazione “ha ricavato miracolosamente con un suo setaccio d’argento un tesoro di abilità”, secondo l’acuta lettura di Luigi De Nardis. Intrecciata alla straordinaria competenza di traduttrice, Frezza ha seguito una propria attitudine all’espressione poetica, messa in evidenza da numerose e apprezzate pubblicazioni.

Sul suo duplice e correlato impegno di poetessa e traduttrice, così si esprimeva: “È una sfida che mobilita la creatività … e altre virtù come la pazienza e la vigilanza… Il pericolo per cui bisogna prestare una costante attenzione è costituito dalle possibili intrusioni dell’Io…; occorre tenerlo fuori ma non eliminarlo del tutto, perché il suo contributo di esperienza vissuta può talvolta giovare, come giovano la fortuna e il caso, elementi da mettere in conto”.

Giovanna e Natalia Lombardo, figlie di Luciana e del noto anglista Agostino Lombardo, hanno voluto giustamente riunire in un unico corposo volume (uscito nel 2013 dagli Editori Internazionali Riuniti) tutta la produzione in versi e prosa della madre, scandita in diverse raccolte (Cefalù -1958, La farfalla e la rosa -1962, Cara Milano -1967, Un tempo di speranza -1971, La tartaruga magica -1984, 24 pezzi facili -1988, Parabola sub -1990, Agenda -1994, i racconti de Il disegno -1996), sparsa in riviste o del tutto inedita.

È stata appunto la figlia Natalia, giornalista e pittrice, a firmare sia l’illustrazione di copertina sia le puntuali e commosse note biografiche in apertura dell’antologia. Da cui desumiamo che Luciana Frezza, nata a Roma nel 1926, da padre romano agente di cambio e madre siciliana, si laurea alla Sapienza nel 1946 discutendo con Giuseppe Ungaretti una tesi su Eugenio Montale, e iniziando già dagli anni universitari a comporre versi e a collaborare con prestigiose riviste letterarie.

In seguito si dedica con generosità e impegno sia alla famiglia sia allo studio e alla traduzione degli amati poeti francesi, coltivando nello stesso tempo amicizie importanti nel mondo intellettuale (Luigi De Nardis, Giovanni Macchia, Vittorio Sereni, Vittorio Bodini…). Alterna momenti di crisi e insoddisfazione personale ad altri di entusiastica apertura a esperienze partecipative nei movimenti politici e femministi degli anni ’70 e ’80. Sofferente di gravi e invalidanti disturbi alla vista, continua tuttavia a pubblicare libri di poesia, ottenendo ottimi riscontri critici; partecipa a letture pubbliche di versi, insieme a un folto gruppo di amici scrittori romani, e collabora con il Terzo programma di Radio Rai.

All’alba del 30 giugno del 1992, afflitta dal timore di un’incombente cecità e da una profonda depressione, “tragicamente per chi rimane, pensa forse di riprendersi la libertà”, conclude con malinconico pudore Natalia.

Comunione con il fuoco, questa fondamentale e completa rassegna della scrittura di Luciana Frezza, si apre con l’empatico saggio introduttivo di Elio Pecora, e presenta altri approfonditi interventi critici di Patrizia Lanzalaco, Filippo Bettini, Luigi De Nardis, Walter Pedullà, Jacqueline Risset, Angela Giannitrapani, accompagnati dagli affettuosi ricordi privati della figlia primogenita Giovanna Lombardo.

ph. Dino Ignani

I vari libri di versi, pubblicati secondo una scansione cronologica, mettono in luce il percorso umano e letterario dell’autrice, che in tutta la sua produzione rimane legata sentimentalmente a temi ricorrenti di matrice privata: l’infanzia, le figure parentali, i luoghi abitati (Sicilia, Milano, Roma), l’amore nelle sue duttili sfumature. Ma la sua scrittura non è mai circoscritta a un interesse puramente ambientale, di confidenza confessionale, di nostalgico lirismo: ha invece il rigore necessitante di una ricerca severa della propria interiorità, anche nelle inquietudini e negli umori contrastanti, nella ribellione e nelle paure. Elio Pecora presentandone gli sviluppi formali e contenutistici, sottolinea l’esigenza testimoniale di “valicare il proprio io per intelligenza del mondo”, insieme a “un senso estetico vigilato fino alla spietatezza”: “Sento mutarsi il battito del tempo / come fa il treno se lascia / la rassegnata pianura / dove inavvertito / lungamente strisciò / ormai nebbiosa e strana / memoria mentre divora / oggi domani fatti rocce e ombre”, “Un’altra infanzia mi perdo / un’altra vena s’asciuga. / Ho perduto / il filo dei sentieri / e gemo, animale fermato / dalla tagliola, nel caldo / dei crepuscoli abbandonato…”.

Se nelle prime prove di Luciana Frezza è evidente l’eredità del nostro ’800 e ’900 (da Leopardi a Pascoli, da Saba a Montale), in seguito sarà il rapporto con il surrealismo francese a incidere maggiormente nei suoi versi, con l’irrompere del fantastico e dell’onirico all’interno del fino ad allora privilegiato realismo: “Chissà in quale / canneto di carta o verde / fantasma errante coorte / falciata alla radice / al di là di quali porte / nell’andito scuro di botteghe / in disuso dietro quale / muro di eluso rione / giace il piccolo corpo / di Amore dopo l’ordita / esecuzione”, “Non crederli gigli appassiti / mi conforta anzi scintillanti / ancora i tuoi bicchieri alzati / voglia di gioia negata / impuntatura librata / per forza propria ape e fiore nell’aria / dove ancora salgono e il brutto / muso di lutto pret a porter che detestavi cade / come buccia dal frutto”.

Anche l’ironia si concede alcuni spazi, soprattutto nel lucido esame del ruolo che il destino biologico di donna ha giocato nel determinare le scelte esistenziali della poetessa. Il rapporto non facile e non sempre idilliaco con il marito, la fatica dell’impegno domestico (la conserva andata a male, gli inutili ninnoli costruiti con la creta, la lista della spesa…) vengono avvertiti come limitanti o deludenti, provocando frustrazione e sensi di colpa: “E io che così sola ho spostato / i massi più pesanti. Tutto succedeva perché ero donna / ma questo l’ho sempre saputo”, “Vivere bene è spostarsi / per far posto a qualcosa e a qualcuno”, “una caviglia fasciata / una cantina allagata / e uno strofinaccio torto / ecco vi presento i miei / avvocati / roba da far venir la / pelle d’oca / a un morto”, “– Ah, una piccola cosa – / a bassa voce / – miei cari, attenti a non chiudermi / in una scatola di sardine”, “Quanto fa male amore / tardiva carezza / sulla nuca infestata / di pidocchi neri. / Marito / non capito / vendicativo senza / farmi capire / inevitabile divergenza / io l’incrociato sorriso / volevo – ricordo due dita / un giorno sulla gota per caso / sotto l’arco del salotto quasi / una cresima / tu partecipazione / al tuo lavoro io / che non ne davo troppa / neanche al mio / Parlare volevo magari / non troppo non troppo spesso / di noi”, “La madre poeta / non va”.

Attraverso la riflessione sulle relazioni interpersonali e familiari, Luciana Frezza riusciva a recuperare l’eco fascinoso di miti archetipici, ritrovando nelle vicende di Iside e Osiride, Demetra e Persefone, Orfeo ed Euridice le radici di ogni attuale sentire e soffrire.

Proprio alla sofferenza degli ultimi anni si riferiscono i versi dolentemente allusivi che precedono la sua scomparsa: “Mi restringo alla pista / pericolante dei miei passi. / Solo vorrei afferrare / una cosa, / nascondervi il volto. // E poi pianamente un sussulto / e le lampade e tutto fluisce”, “Scrivere questi poveri // frammenti / significava ancora amare un // poco il mondo”, “Spreco questi ultimi secondi / dei tempi supplementari / a gustare le poche sensazioni / piacevoli”, “Agostino viene alla messa / delle 9 poi il cappuccino / Tutti mi amano / più di quanto io ami / Io non amo nessuno eppure / evito di sfiorarli col pensiero / i piccoli e le figlie e questo / noli los tangere forse / è una specie d’amore”, “Scatta il lucchetto, presto signori si chiude”.

Un’esplorazione ininterrotta, talvolta tormentante, intorno al significato della vita e della poesia ha contrassegnato ogni aspetto dell’esistenza fisica e letteraria di Luciana Frezza.

Come ha scritto il critico Filippo Bettini, in lei “la ricerca del ‘senso della vita’ si identifica con quella del ‘senso della poesia’; ed ogni scampolo, epitome o ritaglio, anche il più piccolo o marginale, diventa il pretesto necessario di una più ampia trasfigurazione poetica di essenze interiori, psicologiche e ideali”.

 

 

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Letteratura e mistica https://www.nazioneindiana.com/2020/07/09/letteratura-e-mistica/ https://www.nazioneindiana.com/2020/07/09/letteratura-e-mistica/#comments Thu, 09 Jul 2020 05:15:47 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=85354 di Francesca Caraceni

 

Se c’è un termine che si sta riaffacciando sullo scenario collettivo, nel mezzo di tecnicismi medico-scientifici e statistico-numerici, quello è “mistico”. Variamente declinato in sedi e da intelletti diversi, come aggettivo o sostantivo, sembra che “mistico” sia stato rieletto a dispositivo culturale in grado di contenere, traducendolo nel presente, quanto di residuale fuoriesca dal computo e dall’analisi dei dati, o dalle dinamiche mutazionali di un RNA.… Leggi il resto » ]]>
di Francesca Caraceni

 

  1. Se c’è un termine che si sta riaffacciando sullo scenario collettivo, nel mezzo di tecnicismi medico-scientifici e statistico-numerici, quello è “mistico”. Variamente declinato in sedi e da intelletti diversi, come aggettivo o sostantivo, sembra che “mistico” sia stato rieletto a dispositivo culturale in grado di contenere, traducendolo nel presente, quanto di residuale fuoriesca dal computo e dall’analisi dei dati, o dalle dinamiche mutazionali di un RNA. E se c’è un termine davvero appropriato per delimitare l’incomprensibile orizzonte culturale che ci si para davanti, quello è proprio “mistico” perché, spogliato degli strati storico-semantici teologici e religiosi, il lemma trae origine da myein, “chiudere”, manifestandosi poi come aggettivo sinonimo di “nascosto”, “misterioso”, “invisibile”. Ben si capisce dunque come il termine qualifichi in essenza quel che istituzionalmente è definito il nostro “nemico” attuale, il virus; ancor più interessante è come questa invisibile presenza si sia manifestata, visibilmente, in forma di coatta invisibilità umana: un ritiro, un necessario permanere al chiuso, appunto. E necessariamente, se non altro per basilare proprietà transitiva, se non altro come conseguenza dell’autolettura del sintomo corporeo, questo tempo trascorso intra moenia potrebbe condurre la coscienza collettiva a rientrare dentro di sé e a tracciare nuovi percorsi di senso a partire da ogni individuale topografia interiore. L’individuazione di questi nuovi percorsi di senso, quando demandata giustamente alle scienze filosofica, antropologica, linguistica, non può certamente escludere le metodologie e gli approcci in causa alle scienze letterarie le quali sono, specialmente in questo momento e grazie alla dimensione interdisciplinare e storicistica che le contraddistingue, uno strumento fondamentale e necessario per una lettura critica del dato di realtà. Bisognerà allora iniziare dalla banale constatazione che, pur proliferando il discorso tecnicistico e pur risorgendo quello spirituale e religioso come logica sua controparte, l’alveo metaforico nel quale s’inscrivono di prassi questi nostri strani giorni sia quello della guerra; guerra mondiale del ventesimo secolo, s’intende, ma questa nostra è una strana guerra globale che con quelle passate condivide unicamente il paradigma del cambiamento di scenario e della rottura di equilibri. Proprio tale paradigma è, secondo Michel De Certeau, un ricorso storico che manifesta e rafforza il discorso mistico, volto com’è alla ricomposizione di un Io frammentato nel Tutto divino, specie in “regioni e categorie in via di recessione socio-economica, sfavorite dai cambiamenti, marginalizzate dal progresso o rovinate dalle guerre” (Sulla Mistica, Morcelliana, Brescia 2010, p. 50). Varrà la pena, allora, imbastire un percorso di senso che dal Novecento arrivi fino a oggi, osservando come pure le arti cosiddette “moderniste” abbiano fatto ricorso, sullo sfondo di una scena dominata dalla visibilità dell’orrore bellico, a pratiche e stilemi volti alla rappresentazione del reale inteso come invisibile universale.
  2. La basilare proprietà transitiva per la quale ogni fenomeno invisibile trova una sua manifestazione nel sensibile è stata detta da San John Henry Newman (1801-1890) “sistema sacramentale”. Il teologo, filosofo e letterato inglese, convertitosi dal culto anglicano a quello cattolico nel 1845, derivò quest’idea dagli scritti del Reverendo Joseph Bulter (1692-1752), e in particolare dall’Analogia della religione (1736): dichiarò Newman nella sua autobiografia spirituale (Apologia Pro Vita Sua, 1864) che la lettura di quell’opera in giovane età lo condusse a sviluppare le fondamenta della propria teologia, la quale si articola sull’idea che il mondo sensibile non sia altro che un “carattere (type) e strumento delle vere cose invisibili (real things unseen)”. Sensibile come sinonimo di visibile, e visibile come carattere tipografico, dunque: e in effetti Newman, che nella vesti di Rettore dell’Università Cattolica di Dublino non trascurò di sottolineare con forza il ruolo fondamentale che lo studio delle lettere ha nella formazione scientifica, scrisse molto di letteratura e poesia assimilando, per mezzo dell’analogia butleriana, l’uso umano delle lettere all’uso divino della Parola come strumento di Rivelazione. Non sorprende allora che il pensiero di Newman stia al centro esatto delle elaborazioni di metodologia artistica di uno dei giganti del Novecento, James Joyce (1882-1941), il quale lo definì “il più grande prosatore in lingua inglese”. Da Newman arrivano a Joyce certe rielaborazioni dell’estetica platonica che vogliono l’arte come personale messa in forma del principio trascendente; da Newman arriva a Joyce un’originale interpretazione, in chiave cattolica e davvero mistica sensu proprio, della soggettività della fede intesa come dialogo e affezione interpersonale fra credente e Dio (Myself and my creator, dice Newman nell’Apologia); dunque da Newman arriva a Joyce un fondamentale principio di religiosità dell’arte, e della creazione artistica come conseguenza della rivelazione mistica. Joyce essendo uno dei principali punti centrifughi ad aver rivoluzionato la letteratura dello scorso secolo, propongo di leggere certi stilemi di destrutturazione e ricomposizione formale propri dell’arte, plastica e letteraria, del primo Novecento come espressioni di una ricerca, non sistematica e sistematicamente trasversale, che può essere definita “mistica” la quale, a cavallo fra i due conflitti mondiali, ha teso a riconvertire il naturalismo fenomenico ottocentesco in un potenziamento del realismo, questa volta di stampo noumenico, rivolgendo lo strumento rappresentativo all’interno dell’uomo, nelle pieghe invisibili della sua mente quando si rapporta alla manifestazione trascendente.
  3. Una sponda sicura per sostenermi in quest’operazione la trovo in una recente monografia di Massimo Stella, Madreparola (Mimesis, Milano 2017), nella quale l’autore si preoccupa di osservare le “risorgenze” della Musa fra modernismo europeo e antichità classica: scrive Stella: “[…] la Musa, come sappiamo, è illetterata; è orale, gestuale, corporea. Non sa e dunque non rispetta le regole convenzionali della lingua […]. La sua è poesia, parole non langue […] tantomeno conosce il gioco meticoloso della scrittura” (p. 42). Osservare le metamorfosi della Musa da un punto di vista storico-letterario significa andare al centro del problema della generazione poetica, guardandolo da una distanza prospettica insieme antica e nuovissima (e in questo, Madreparola si dà come strumento preciso e acuminato, uno di quei rari testi che, costruendo un nuovo paradigma, necessariamente obbliga il lettore a un generale ripensamento del letterario): problema dell’indagine è quindi rintracciare l’origine della letteratura come forma di memoria collettiva. Si capisce dunque che il ragionamento escluda facili suggestioni tipografiche: oggetto dell’indagine è la radice del pensiero non articolato, quello spazio residuale, davvero filosofico e fuori dal tempo, che esiste tra forma e sostanza, tra parola scritta o detta e pensiero, tra contingenza e trascendenza. Si tratta di indagare la parola come elemento ritmico-mnemonico e, quindi, rituale-poetico. Si tratta, cioè, di recuperare la radice rituale della composizione letteraria perché, ci ricorda Stella, “Tutta l’arte ha un’origine rituale” (p. 95). Aver rintracciato e ri-codificato questa radice consente allo studioso di disincagliare Ulysses, ad esempio, dalle maglie di un pensiero critico che lo vuole da sempre “un caso eccellente di ‘metodo mitico’ sub specie eliotiana” (p. 86) e, soprattutto e finalmente, da una lettura dell’opera ancorata alla miope e parziale decodificazione morfologico-sintattica della parola scritta. “Non è retorico, non è formale, non è letterato il gioco di Stephen con il suono, con il soffio della parola e con le visioni che essa proietta. C’è piuttosto un’illetteratezza che ha a che fare con la forza della vitalità. […] la parola di Stephen […] entra nella Forma solo parzialmente […] sospesa tra il prima e il dopo […] della scrittura. In questo senso Stephen può dire: Rhythm begins, you see. I hear” (pp. 78-9). Per questo, in Joyce il mito è piuttosto il residuo testuale della memoria collettiva, una litter-a sulla quale aprire “un’epocale domanda sull’energia generativa della parola poetica. Una domanda autentica, sganciata dal tempo storico, e riannodata al movimento ritmico della creazione. Prova ne è quella sua scrittura che non è più scritta” (p. 83). Eppure questo, con le dovute modulazioni concettuali, è anche lo sforzo dei mistici tradizionalmente intesi: riportare nel visibile l’esperienza dell’invisibile, articolando la tradizione in “un linguaggio nuovo […], il linguaggio mistico è quello del tempo spirituale”. E questo tempo spirituale, corrispondendo al folgorante momento estetico dell’esperienza, davvero fuoriesce dalla storia e pretende che il linguaggio ne dica il senso adattandosi a esso: cioè, operando il proprio sacrificio: “Ogni esperienza […] comporta questi momenti. ‘Estasi’ personale, se si vuole, o esperienza collettiva di un gruppo sorpreso da ciò che accade in se stesso, illuminazione intellettuale in certi casi, brusca intuizione che sposta (senza che si sappia troppo ancora il come) l’organizzazione di una vita e il tipo di relazioni che si hanno con gli altri. Si è prodotta una breccia. Una irruzione apre una breccia. Tutto d’un colpo, è cambiato il paesaggio, con nostra sorpresa. Questo, è un luogo. Nell’esperienza individuale, come nella storia, vi sono momenti che fanno dire: ‘Dio è là’” (De Certeau, Sulla mistica, pp. 94 e 101-2).

 

  1. Qui, dove l’argomentazione di Stella vira sapientemente verso l’identificazione di questo spazio residuale con il principio femminile incarnato in Molly/Penelope e nella parola stessa, vorrei mantenere e approfondire il punto illuminandolo da un’altra prospettiva, e cioè guardare allo spazio ritmico e illetterato della scrittura joyciana come a una prassi, derivante da una metodologia figlia di una tradizione culturale e religiosa ben precisa che trova nella mistica la sua espressione letteraria più alta. Il passo di Ulysses citato da Stella è l’apertura del terzo episodio, quando il flusso di coscienza di Stephen Dedalus conduce il lettore in una vertiginosa meditazione sulla percezione del sensibile: quando l’“ineluttabile modalità del visibile” è dall’uomo esclusa (Shut your eyes and see, dice Stephen), appare ai sensi l’“ineluttabile modalità dell’udibile” nella forma del ritmo del mondo (A catalectic tetrameter of iambs marching). Stephen, lo stesso alter-ego joyciano che nel Portrait definirà l’arte nei termini di un rito, e l’artista nei termini di un “prete” (a priest of the eternal imagination); lo stesso che metterà a sistema il fondamento dell’arte nella percezione estetica del Bello (a spiritual state very like to that cardiac condition which the Italian physiologist Luigi Galvani […] called the enchantment of the heart); Stephen, dunque, in quel passo intende trascendere il sensibile per arrivare a quel “piacere estetico” (aesthetic pleasure, sempre nel Portrait) che sopraggiunge solo quando i sensi sono stati condotti alla quiete: that is why mystic monks. […] Gaze into your omphalos; e Stephen vuole trascendere e arrivare a quel piacere estetico, che in vulgata si conosce come “epifania”, poiché è quello che accende la creazione artistica. L’epifania joyciana, meglio definita, manifesta sì il divino nel sensibile, eppure non nella forma, non nel linguaggio: entrambi sono mezzi attraverso i quali l’artista riproduce l’ineffabilità rivelatrice di una Condition of the Heart che non necessita di un’articolazione intellettuale poiché appunto appartiene al cuore e, come giustamente nota Stella, al quel primo ritmo creatore sempre rimanda. Compito dell’artista è proprio quello di agire sulla forma e sul linguaggio, disarticolandone le strutture ordinatrici, per fare in modo che questo ritmo mistico, nascosto dall’ineluttabile velo sensoriale, si riveli agli occhi di chi guarda, alle orecchie di chi ascolta. Perciò la lettera, il type newmaniano di cui sopra, in Joyce diventa dato sensibile e materia plastica analoga al canonico tòpos costituente il canonizzatissimo materialismo joyciano: il corpo. Ma la tradizione mistica vuole proprio il corpo come luogo primario ove l’entità a-soggettiva si rivela, senza mai identificarsi, senza mai rivelare il proprio nome, attraverso segni, ferite, accensioni del cuore: “Non basta riferirsi al corpo sociale del linguaggio. Il senso ha per scrittura la lettera e il simbolo del corpo. Il mistico riceve dal proprio corpo la legge, il luogo e il limite della propria esperienza” (De Certeau, Sulla mistica, p. 64). Da qui proviene l’altissimo grado di scomposizione linguistico-formale proprio dell’arte letteraria joyciana, e non solo: si pensi alle manipolazioni plastiche del linguaggio comuni a molti modernisti tutte intente a manifestare, ad esempio, l’immagine poundiana, il luminous halo woolfiano, i fragments e le ruins eliotiani. Sono modalità espressive che, a ben vedere, indicano nella scomposizione della forma le feritoie che aprono alla manifestazione trascendente; costante e comune a ogni esperimento è l’intenzione di rivelare l’ineffabile, ciò che è oltre il linguaggio: oppure ciò che lo precede e che, quindi, non é. In certa misura, e mi si perdonerà l’ardire, è possibile affermare che gran parte dell’arte contemporanea dal modernismo procede e del modernismo è conseguenza: a partire da quel post-, prefisso che a partire dal dopoguerra non autodetermina alcunché ma pretende di spiegare se stesso in relazione a ciò che è stato, le feritoie sul senso aperte da Joyce, che del modernismo può ben dirsi essere il gran maestro, si sono rizomaticamente moltiplicate in una sequenza sincronica e diacronica di sperimentazioni formali i cui esiti spingono fino al presente più prossimo. Joyce, che infine volle restituire la voce alla muta epoca tipografica e per questo scrisse Finnegans Wake, da molti è indicato come il progenitore assoluto di qualsiasi esperimento multimediale nelle arti, dai Novissimi fino alla resurrezione popolare della poesia recitata a viva voce nel poetry slam: ma con ciò non s’intende che la sua opera concorra alle colpe per l’attuale ancillarità del testo scritto rispetto all’immediata vocalità del mezzo digitale. Piuttosto, la sua fu una preconizzazione, fu l’indicazione di una direzione da molti intrapresa e da altri, purtroppo, largamente fraintesa. Fulgido genio, e perciò da sempre soggetto a iperletture intellettualistiche che lo vogliono aderente a qualsivoglia ideologia faccia più comodo al presente storico in cui è letto, Joyce l’irlandese fu il figlio spirituale e prediletto di un cardinale cattolico inglese e di una solida formazione gesuita: la sua mistica dell’arte, da questi padri derivante, è deflagrata in un tempo bellico e oscuro, fra la conta dei morti, a far dire a Leopold Bloom che la forza, l’odio, la storia, gli insulti e tutto il resto non erano la vita adatta a donne e uomini. E a chi gli chiedeva cosa fosse allora la vita: Love, says Bloom.

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Immagine: Giacomo Sandron, Landscape, 2017.

 

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Tarkos, l’animale parlante è nella pastaparola https://www.nazioneindiana.com/2020/07/08/tarkos-lanimale-parlante-e-nella-pastaparola/ https://www.nazioneindiana.com/2020/07/08/tarkos-lanimale-parlante-e-nella-pastaparola/#comments Wed, 08 Jul 2020 05:10:51 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=85547

di Andrea Inglese

[Questo articolo è apparso su “alias” del 5/7/20. Di Tarkos, che considero un autore chiave della poesia contemporanea, ho già scritto in qualche occasione. Ma sopratutto disponiamo, oggi, della traduzione di uno dei suoi libri migliori – “Anacronismo” – grazie al lavoro di Michele Zaffarano, il suo più assiduo traduttore, e di TIC edizioni di Roma.… Leggi il resto »

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di Andrea Inglese

[Questo articolo è apparso su “alias” del 5/7/20. Di Tarkos, che considero un autore chiave della poesia contemporanea, ho già scritto in qualche occasione. Ma sopratutto disponiamo, oggi, della traduzione di uno dei suoi libri migliori – “Anacronismo” – grazie al lavoro di Michele Zaffarano, il suo più assiduo traduttore, e di TIC edizioni di Roma. In coda, alcuni link. a. i.]

In una storia parallela della poesia francese e della poesia italiana, l’anno 1979 avrebbe un’uguale importanza, ma un significato opposto. In Italia, la vicenda del Festival di Castel Porziano segna, nella lettura che ne diamo oggi, l’ingloriosa fine di una stagione di sperimentazioni e, più in generale, la definitiva perdita d’aureola del poeta. In Francia, invece, nasce il Festival Polyphonix, che conoscerà più di cinquanta edizioni, grazie alla sua formula di evento itinerante e autogestito dagli artisti.Tra i suoi fondatori c’è Jean-Jacques Lebel, grande amico delle avanguardie e agitatore culturale. Per la poesia francese, e in modo particolare per l’area definita di “ricerca”, il festival segnerà un vero e proprio traghettamento di pratiche, autori, tradizioni più o meno minoritarie verso il nuovo secolo. Questa circostanza, tra varie altre, ha consentito in Francia la circolazione di un’idea della poesia non come genere definito esclusivamente in rapporto alla tradizione lirica, ma come indicatore di una pluralità di pratiche anche difformi rispetto a quella tradizione.

Entro questo specifico orizzonte si è formato Christophe Tarkos, poeta risolutamente del XXI secolo, seppure nutrito di esperienze novecentesche (dalla poesia sonora a quella concreta) ancora vive e pimpanti a metà degli anni Novanta, al momento del suo esordio. Poco più di cinque anni d’attività sono stati sufficienti a fare di lui una figura leggendaria, e uno dei poeti più influenti della sua e delle successive generazioni. A soli 41 anni, nel 2004, Tarkos muore per un tumore al cervello. La sua opera completa è stata raccolta e commentata in due volumi usciti per P.O.L., nel 2008 (Écrits poétiques) e nel 2014 (L’Enregistré: performances / improvisations / lectures). Oltre a essere l’autore di una decina di libri, Tarkos, in compagnia di altri amici poeti (Stéphane Bérard, Nathalie Quintane, Katalin Molnàr, Charles Pennequin, Vincent Tholomé), ha prodotto artigianalmente una serie di riviste con una facilità e un’impertinenza, che ricordano l’esperienza delle fanzine punk del decennio precedente. Ciò che più lo ha caratterizzato, però, di fronte al pubblico e agli addetti ai lavori nella breve stagione della sua attività poetica è stato il talento performativo.

L’interesse che suscita oggi il lavoro di Tarkos nasce, in realtà, dalla sua capacità di mettere in crisi tutta una serie di categorie critiche che, in Francia come in Italia, tentano di definire il campo poetico. Noi ci siamo abituati a contrappore poesia del libro (della lettura silenziosa) e poesia della scena (dell’oralità), taglio versale e blocco prosastico, installazione “fredda” dei prelievi e improvvisazione performativa “calda”. Leggendo e ascoltando Tarkos, queste dicotomie sono rese inservibili, o necessitano un radicale ripensamento. Nel suo approccio sono riconoscibili due principi fondamentali: la non-intenzionalità del “dettato poetico” e l’infinita dicibilità del mondo. Il terreno specifico entro cui essi entrano in gioco è quello che l’autore stesso definisce pâte-mot, la pastaparola, ossia il flusso verbale, quale si manifesta nella quotidiana presa di parola dell’enunciatore. La poesia non si situa né alle frontiere remote del dicibile, secondo la tradizione di matrice orfica e simbolista, né si contenta di sabotare la linearità del discorso e di dissolverne i significati, secondo l’eredità avanguardistica. L’animale parlante è nella pasta-parola, ossia invischiato in una gestualità sonora e verbale che precede ogni volontà-di-dire, ogni specifico lavoro espressivo, e produce comunque senso. È su questo terreno ordinario, elementare, che si attesta l’esplorazione di Tarkos: “no, non è vero che non si dice niente, si parla senza sosta, si parla e tutto quel che si parla è quello che darà un senso a tutto quel che si parla” (da Le signe =, un libro “manifesto” del 1999).

Oggi grazie alla piccola casa editrice TIC di Roma e alla sua collana di ChapBooks e UltraChapBooks sono disponibili ben due titoli di Tarkos in italiano: I soldi, uscito nel 2018, e Anacronismo, uscito quest’anno, entrambi nella traduzione di un poeta che frequenta da decenni la poesia francese contemporanea, ossia Michele Zaffarano. Anacronismo è anche l’ultimo libro pubblicato da Tarkos in vita, uscito in Francia nel 2001. Si presenta come un inventario d’inventari, ma è il dicibile a essere inventariato, ogni occasione di dicibile, e secondo una logica non sistematica, ma “energetica”, che ben conoscono i lettori del Beckett maturo (almeno a partire dai Testi per nulla): il componimento finisce per esaurimento delle combinazioni-variazioni-ripetizioni compattate in un paragrafo. E ogni incipit mostra che la necessità di dire non conosce gerarchie: “Esther è quella con un cavolfiore sulla testa, con una piuma sulla testa, con una candela accesa appoggiata sulla testa…”, “Le vespe, le formiche di velluto, i crisidi, il topolino malformato, il pesce elettrico d’acqua dolce…”, “Se cerchiamo un personaggio, c’è quello che piagnucola spesso, e poi c’è quello che piange di sera…”, “Forse sulle macchine ci si può spingere un po’ di più, la scavatrice, l’aspiratore, il tritacarne…”. L’enunciatore di Tarkos non ha nulla, però, alle sue spalle: né la lingua come sistema e codice definito, né il mondo come organizzazione comprovata di oggetti. Per gesti esplorativi e non pianificati, egli cerca nella parola proferita qualcosa da pensare e comprendere, ossia un modo provvisorio d’intrecciare frasi e di profilare il mondo. La realtà cessa così di essere, nella parola poetica, ciò che ne fa l’ideologia, ossia un orizzonte pietrificato e immodificabile. “La realtà non inventa niente, sono io che invento tutto, sono io che mi devo inventare tutto, lei non sa fare niente, sono io che devo fare tutto per lei, lei è moscia, faccio tutto io, mi devo far carico io di lei, di quello che sa fare, lei non fa niente, non sa fare niente, si lascia andare…”.

 

*

[Foto: Tristan Jeanne-Valès – Christophe Tarkos, abbaye d’Ardenne. 1999]

 

Interférences # 19 / Christophe Tarkos, l’installatore performativo, 11 giugno 2018

Poesia in prosa e arti poetiche. Una ricognizione in terra di Francia (2), 6 aprile 2010

Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità (1), 13 febbraio 2006

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https://www.nazioneindiana.com/2020/07/08/tarkos-lanimale-parlante-e-nella-pastaparola/feed/ 2
“Soleil grigri” (4/4): da “Salut, voilà” https://www.nazioneindiana.com/2020/07/07/soleil-grigri-4-4-da-salut-voila/ https://www.nazioneindiana.com/2020/07/07/soleil-grigri-4-4-da-salut-voila/#respond Tue, 07 Jul 2020 05:00:32 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=85033 di Gilles Weinzaepflen

traduzione di Alessandra Cava

 

[Soleil grigri è un libro di Gilles Weinzaepflen, uscito per Lanskine nel 2018. I testi qui pubblicati, tradotti da Alessandra Cava, provengono dalla quarta sezione del libro, Salut, voilà. Ritroverete su NI estratti dalle altre sezioni: Quarto vuoto, Cardine Kinski e La primavera torna indietro].… Leggi il resto » ]]>
di Gilles Weinzaepflen

traduzione di Alessandra Cava

 

[Soleil grigri è un libro di Gilles Weinzaepflen, uscito per Lanskine nel 2018. I testi qui pubblicati, tradotti da Alessandra Cava, provengono dalla quarta sezione del libro, Salut, voilà. Ritroverete su NI estratti dalle altre sezioni: Quarto vuoto, Cardine Kinski e La primavera torna indietro].

 

Mio padre fumava molto. Sesso e sigarette avevano per lui lo stesso futile valore. Quando le notti erano lunghe ed era preso dal desiderio di conversare, accadeva che, una volta esaurita la sua riserva di Gitanes, ridesse vita ai suoi mozziconi, tirandoli fino alla consunzione del filtro.

*

 

È la claustrofobia che si portò via mio padre, la paura di entrare nell’abitacolo ristretto della risonanza magnetica, privazione temporanea che gli avrebbe evitato un esame medico fatale. Ossessione che venisse intaccata una libertà di movimento che voleva completa, conseguente ai mesi passati in cella in Algeria, quando esercitava, in un confino spaziale estremo, la pienezza della sua insubordinazione militare.

*

 

La vocazione di mio padre per il celibato fu ostacolata da un contratto di matrimonio, al quale si costrinse con lo scopo di fare qualcosa della sua vita. Sin dall’arrivo del primo figlio il suo bisogno di intraprendere si mutò in frenesia, che solo la malattia e la seconda crisi petrolifera riuscirono a frenare.

*

 

D’estate mio padre portava una camicia di lino a maniche corte provvista di una tasca sul petto. La trasparenza del tessuto rivelava il ritratto di Blaise Pascal che comprimeva una spessa mazzetta di biglietti da 500 franchi piegati in due, incorniciato dalle cuciture. Lo faceva di proposito?

*

 

Al telefono le risorse locutorie di mio padre si dislocavano, il suo serbatoio lessicale si svuotava, la sua loquacità si contraeva in una specie di smorfia verbale. Un allo dal calore spento era seguito da una serie di oui d’accord che concludeva con un orouar[1] dal valore regionale esagerato, tanto per ricordare al suo interlocutore che era lì, senza troppa allegria d’esserci.

*

 

Mio padre aveva delle belle mani, unghie regolari dalle lunule perfettamente disegnate. Durante la sua vita, il mignolo del piede scavalcò il suo vicino più prossimo. Le scarpe gli facevano male?

*

 

Dopo che la patente gli fu ritirata, mio padre scelse di tenere segreta questa vergogna. Acquistò uno scooter 50 cc con il quale raggiungeva ogni estate la casa delle vacanze, a 600 chilometri di distanza. Per spiegare quel calvario stradale invocava la noia che gli procurava la velocità, il desiderio di attardarsi sulla via. Gli credettero tutti.

*

 

Al tagliaerba, alla vanga, al rastrello, mio padre preferiva la cesoia, il solo strumento capace di procurargli una felicità totale dell’attrezzo. Era per il suono che le lame fanno incrociandosi, quel movimento di ali che il loro impiego imita, come si dice fendere l’aria?

*

 

Quando entrò in affari mio padre fu costretto a ricorrere alla garanzia finanziaria di sua madre. All’idea dei suoi magri mezzi di sostentamento in balìa di una gestione che riteneva azzardata, lei espresse i suoi timori davanti al notaio. La manifestazione di questo dubbio momentaneo in presenza di un testimone giurato fu la ferita d’amor proprio più profonda che mio padre conobbe.

*

 

Mio padre privilegiava un’umiltà dell’esistenza, una modestia dei rapporti che gli faceva dire: «La felicità è fatta di piccole cose». Oppure: «Non si può avere tutto dalla stessa persona». Da questa esigenza limitata ne ricavava un appagamento della presenza, il beneficio sovrano dell’immediato.

*

 

Quando partiva in escursione sulla sua bicicletta da corsa Gitane, mio padre portava con sé solo lo stretto necessario: un pacchetto di sigarette e un accendino. Grazie a questo coadiuvante mozzafiato poteva lanciarsi sulle strade dipartimentali senza rischiare di andare in panne, limitando per qualche ora la consumazione pletorica di Gitanes con filtro.

*

 

Mal sopportando le confidenze e le velleità artistiche dei suoi familiari, mio padre si svincolava con un consiglio, sempre lo stesso: «Serve un soggetto».

*

 

Il cliente più ricco di mio padre portava dei vestiti consunti e girava su un motorino vecchissimo.  Constatare la meschinità umana lo portava a disertare spesso la sua agenzia immobiliare. Era seduto al tavolo di un bar con un sessantenne di sua conoscenza, all’ora in cui si riuniscono i liceali. Indicando un’adolescente, l’uomo mormorò: «Credo di avere una chance». Lo sguardo concupiscente dell’uomo vecchio sulla giovinezza fu per mio padre la vetta ineguagliabile dell’osceno e del fraintendimento di sé.

*

 

Preoccupato di migliorare l’ambiente in cui viveva, mio padre afferrò una mazza e distrusse tutte le mattonelle nella tromba delle scale. Prima che questa fase di distruzione fosse seguita dal suo effetto contrario, gli fu necessario il tempo di riprendersi dal trauma causato dall’espressione improvvisa di quella rabbia incontrollata, ovvero circa 5 anni.

*

 

Quando scoprì che la sua casa per le vacanze, un’asinaia restaurata che un modello belga omosessuale gli aveva venduto, aveva delle infiltrazioni, che le travi erano colonizzate da insetti xilofagi, lungi dal lanciarsi in una causa, mio padre passò le sue estati inerpicate su una scaletta, scoprendo le gallerie dei longicorni, allestendo una batteria di pentole che prometteva una sinfonia di acqua e metallo nei giorni di pioggia.

*

 

Mai mio padre fu così addolorato come quando venne a conoscenza della malattia di un apprendista della sua autorimessa che il cattivo funzionamento dei reni costringeva alla dialisi. Gli fece l’offerta sincera di un rene che il ragazzo, imbarazzato dall’eccesso di compassione del suo datore di lavoro, declinò. Più tardi, quello stesso verdetto cadde su di lui, inaugurando i due anni del suo ultimo viaggio.

*

 

Qualche minuto prima di morire, mio padre ricevette la visita di un’infermiera che aveva soprannominato voilà, secondo la sua abitudine di ribattezzare chiunque secondo un atteggiamento o un gesto specifico, un tic del linguaggio. Voilà segnalava ogni sua entrata e uscita dalla camera con la formula eponima, mio padre aveva quindi fatto di lei un’arrivante perpetua, perpetuamente anonima. Quando voilà si congedò da lui per l’ultima volta, lo udì pronunciare un definitivo «Salut, voilà».[2] Secondo la testimonianza di voilà, questa parola fu l’ultima apostrofe di mio padre al mondo dei viventi.

***

 

Disegno di Florence Manlik.

 

*

 

Gilles Weinzaepflen vive a Parigi. È musicista, poeta e regista.

Il suo sito web: www.gillesweinzaepflen.com

 

[1] Au revoir: arrivederci.

[2] «Ciao, voilà».

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Cammino nella metà della luce https://www.nazioneindiana.com/2020/07/06/cammino-nella-meta-della-luce/ https://www.nazioneindiana.com/2020/07/06/cammino-nella-meta-della-luce/#respond Mon, 06 Jul 2020 05:00:32 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=85198 di Gianluca D’Andrea

I. Risveglio

 

Dentro la storia dei bulbi noi andammo e volevamo alzarci e andare liberi tra gli stracci arborei e le tundre, tra le entità astratte e le belve, nel fulgore delle selve, negli anditi tra i bagolari e le curve dei sassi.… Leggi il resto »

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di Gianluca D’Andrea

I. Risveglio

 

Dentro la storia dei bulbi noi andammo e volevamo alzarci e andare liberi tra gli stracci arborei e le tundre, tra le entità astratte e le belve, nel fulgore delle selve, negli anditi tra i bagolari e le curve dei sassi. Perché il mondo è un astro astratto dondolante e attraversare le sue linee cunicolari fu scelto nottetempo da un convoglio sintetico riunito su ceppi ramati. Eppure, tra gli strani mostri antichi, emersero parole tonitruanti

e cascate d’immagini e l’onnipotenza circolare delle forme. La notizia iniziò a circolare stentata per i sentieri di un mondo senza miti se non gioiosi e senza forza. Afriche e meridioni insormontabili in cronache oculari di sempre ulteriori coloni. Quindi partimmo sulle tracce minime lasciate dai luoghi, in ascesa sui crinali dei vecchi venti condizionati. Tremanti per la fame cominciammo, udimmo la voce lontana e gli odori acerbi del nostro incerto risveglio.

 

 

 

II. L’ente scimmia

 

I suoi arti scoordinati e fumosi, il pelo impolverato, fulvo e fragile. L’altro ente, quello da lui rinato, ha tutte le forme che gli ha dato, in tutti gli spazi in cui ha provato a nascondere il suo brutto muso, per sciogliere da sé, sé. Ora vaga senza legami in cerca di qualcosa che si ostina a scivolare come sabbia tra le pigre ondulazioni del cervello. No, non è mai stato bello e neppure intelligente da quando acchiappando il primo pasto non ha intuito la macchinazione dentro la manipolazione – almeno così dicono. Si sforma di continuo e si trasforma e scorda il dolore di non essere nient’altro che l’altro dentro sé, quella forma appena liscia di cui ha sfiorato il senso. Quasi acqua tra le mani sono io, sono oblio e il mio manto e il mio grugno.

 

 

 

III. Superamento e sostituzione

 

Secondo il saggio che ne ha fatto esperienza, «l’uomo comincia a superare infinitamente l’uomo», manifesta la sua presenza-assenza e viceversa. Non esiste un termine per descrivere l’essere: essere e custodire uno slancio, una nube di energia. «Ma sei tu per lasciarmi un’altra volta?», persona della mia persona che parli un po’ prima di questa noia insinuata tra le nature della mia natura. «Io non ci sono già più», non ho più un odore, tante forme dettate dalle cavità del corpo termitaio. Ora che la morte profuma lontanamente di dolore, l’aria è la forma di un’origine fraintesa.

 

 

 

IV. Nell’umore

 

Dal tendaggio trafitto barlumi lasciavano trapelare i colori, nel verde trivellato di melma continuava a cadere l’acqua. La pioggia distribuiva forme nuove, gli arti filiformi oscillavano dai rami di un castagno. Dalle forre partivano rigagnoli acerbi che penetravano la terra, piccoli e vigorosi rimodellavano le superfici. Il buio nel profondo attendeva quella luce umida per mondare e levigare l’oro delle zolle. Intravedeva figure tra le strisce che rigavano gli occhi, un coro riemerso dai muschi, dal respiro verde, da radure remote.

 

 

 

V. Tecnologie della morte

 

In lontananza fori nella nebbia, un destino che coinvolge nel travaglio l’oggetto gettato. Doveva pur vivere, mangiare, imborsare le risorse, i colori, le turbe regressive e proteiche dei prodotti. Ma non era nulla, eclissi dell’uomo, un’ascissa che si sarebbe frantumata in un punto, la sua vocazione alla morte. Dopo il naufragio verticale aveva concluso che avrebbe potuto permettersi un’unica concessione. Una dannazione laica e materiale, mentre ogni sera avrebbe fatto ritorno alla sua casa rudimentale. Tremava dopo aver trascorso giorni interi in luoghi remoti, in compagnia dei soli alberi superstiti, in assenza di zone temperate. Forse i pesci e le alghe avevano ragione coi loro silenzi minerali e il loro vagare liquido. Come il vento che spinge il suo corpo oltre il mare e le zattere plastiche nel cielo e nel mare confusi, aromi mescolati di agrumi e conifere fuori dalla coda dell’occhio, dietro borchie di fumi, fori sfavillanti tra i meandri.

 

 

 

VI. Il colono

 

La strada era una polveriera. Sulla terra deperibile l’avvento di singolarità e raid esponenziali. L’accampamento fu smantellato e allora accadde: l’oro spento nelle fosse voraci, annientatrici di galassie. Nel dopo già scia assiale, il dopo inerte dei corpi siderei, assiderati, in contatto con la fine. Ma non era certo quando fosse avvenuto, adagiato nella calma profonda, in profonda assimilazione di comfort e grandi dati. Intrattenuto nei sogni di pitosfori e sfere fluttuanti, di capsule e stagni grigi, di semenze ingannatrici e specchi che avevano dietro moltissimo nero. E la ghirlanda s’insinuava impalpabile nella natura oscura di un nuovo dio.

 

 

 

VII. Orpheus II

 

E allora si voltò, l’89 remoto di vecchie e nuove età. Era la commozione arcaica che lo trascinava tra le bacche i rami secchi, tra i boschi a succhiare e trasfondersi.

 

Solo immagini per trarre colori sommersi, col blu altrove, con digital nomads e baracche a materializzare il paesaggio. C’erano rocce lì e un cuore commosso e un suono d’uccello outsourcer. Il cuore del bosco era dentro una nuvola vaporosa, come una catena di cristalli circondati dall’effimero.

 

E tutto appariva sparpagliato e accessibile, ardente come il suo essere solo, inghiottito. Un dio di trasformazioni si espandeva come nebbia e desiderio, per questo si voltò e lo raggiunse un vento moderato antimoderno, un archivio-agglomerato a imprigionarlo.

 

Nel lock-in che generava una nuova appartenenza si sentiva appagato, tenero, nascente come un uomo raccolto nel suo attimo di rivelazione, nella sua notte del passato. Nell’avvenire. Così trasfuso nell’apparizione del mondo nell’ora più solitaria del suo cuore solitario.

 

 

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Mots-clés__Paranoia https://www.nazioneindiana.com/2020/07/05/mots-cles__-7/ https://www.nazioneindiana.com/2020/07/05/mots-cles__-7/#respond Sun, 05 Jul 2020 05:00:38 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=83230 Paranoia
di Paolo Trama

Peter Gabriel, Games without Frontiers -> play

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Sarà l’avvenire a decidere se la mia teoria contiene più delirio di quanto io non vorrei, o se il delirio di Schreber contiene più verità di quanto altri oggi non siano disposti a credere.… Leggi il resto »

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Paranoia
di Paolo Trama

Peter Gabriel, Games without Frontiers -> play

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Sarà l’avvenire a decidere se la mia teoria contiene più delirio di quanto io non vorrei, o se il delirio di Schreber contiene più verità di quanto altri oggi non siano disposti a credere.

da: S. Freud, Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto autobiograficamente (Caso clinico del presidente Schreber) (1910), in Opere, Vol. 6, trad. Renata Colorni e Pietro Veltri, p. 403

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[Mots-clés è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti; le immagini devono essere inferiori a 1 MB].

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Il mio corpo a Carofiglio https://www.nazioneindiana.com/2020/07/04/il-mio-corpo-a-carofiglio/ https://www.nazioneindiana.com/2020/07/04/il-mio-corpo-a-carofiglio/#respond Sat, 04 Jul 2020 05:00:39 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=85416 di Gian Balsamo

Palo Alto, 15 giugno 2020

Io non sono gay ma ci sono uomini con cui andrei a letto. Placido Domingo, ad esempio. Lui neppure è gay ma io mi farei volentieri avanti, se potesse aiutarlo a sostituire le donne cui ha fatto troppi complimenti o troppi sgarbi.… Leggi il resto »

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di Gian Balsamo

Palo Alto, 15 giugno 2020

Io non sono gay ma ci sono uomini con cui andrei a letto. Placido Domingo, ad esempio. Lui neppure è gay ma io mi farei volentieri avanti, se potesse aiutarlo a sostituire le donne cui ha fatto troppi complimenti o troppi sgarbi. Con me andrebbe sul sicuro e potrebbe tornare a cantare senza remore. Ogni suo do di petto crea una curvatura irreversibile (che ci piaccia o no) nelle falde dell’universo.
Oppure, sempre per fare un esempio, Joyce e Proust.
Sento Armanda che esclama dall’altra stanza: “Ti ha dato di volta il cervello, Gian? Adesso vuoi ‘dare via’ il tuo corpo! Chi ti credi di essere, Antonin Artaud?”
L’altro giorno ho scritto a Andrea Inglese su Nazione Indiana, in caratteri a stampatello: LA FORMULAZIONE DELLA FRASE È UNA SCELTA ETICA.
Proprio così. Non mi sono ancora ripreso dall’averlo detto, una buona volta.
Ma torniamo a Joyce e Proust.
Con Joyce, devo farmi perdonare una cosa: l’ho sacrificato alla carriera accademica. Lo amavo SPERTICATAMENTE, da ragazzo. Ci ho scritto su dei libri, troppi, e ho partecipato a letali conferenze (troppo poche, direbbero i miei ex-colleghi, ma ehi, sono io quello che ha rotto con l’accademia per unirmi al mio amico e lettore Satoshi Nakamoto, mica loro), e insomma, adesso i libri di Joyce sono diventati Kryptonite per me. Ho un debito da scontare, James, e sono pronto, se ti garba.
Con Proust, è vero l’opposto: per tutta la durata dei miei decenni accademici, ho tenuto segreto il mio amore per Proust. Una volta lasciata l’accademia, sono uscito allo scoperto con la mia dichiarazione d’amore (leggi: il mio libro su di lui). Il nostro amore, Marcel, è intatto. Non, je ne regrette rien…
Se ricordi, Armanda, fu nel 1976 che comprammo il primo volume della Ricerca del tempo perduto. A Ginevra. Paperback Gallimard, illustrazione di Van Dongen. Le pagine sono peggio che ingiallite, sono quasi marrone ormai, e naturalmente si scollano dal dorso. Ma quel libro ce l’abbiamo ancora. Da quel giorno in libreria (ricordo che brillava un bel sole d’inizio settembre sul lago Lemàno), non è passato anno senza che io sfogliassi le pagine di Proust. Tu lo sai bene.
Sfogliassi è decisamente un eufemismo. A Proust, lo insulti se ti fermi dopo cento o duecento pagine.
Quando dico che sarei disposto a andare a letto con Joyce oppure con Proust, dovete capire che decisamente mi sbilancio. (Soffro della stessa sensibilità olfattiva di certi personaggi di Gianrico Carofiglio, ci sono giorni che mi scoppiano i seni paranasali.) Gli alcolizzati come Joyce e gli ipocondriaci come Proust puzzano! Ma mi tapperei volentieri il naso, se servisse a farli sentire meglio.
Joyce e Proust: due grandi artisti con cui e per cui, causa mera, brutale gratitudine, farei qualsiasi cosa.
Andrei volentieri anche a letto con Gianrico Carofiglio. Conoscendo la sua opera, e non solo il suo Guido Guerrieri, ci sarebbe da aspettarsi che questa dichiarazione mi valga, a dir poco, una testata sul naso o una ginocchiata sui testicoli. Ma lo dico per la stessa ragione di prima: mera, brutale gratitudine di un amante della letteratura italiana. Se servisse a consolarlo in un momento difficile, rassicurarlo sui suoi meriti di autore, proteggerlo dai malpensanti (o dalle donne mozzafiato che fanno la posta al suo Guerrieri), sarei lieto di mettermi a disposizione. Here I am.
Magari parlo come parlo perché vivo all’estero. Negli anni ’70, leggevo le recensioni cinematografiche di Moravia sull’Espresso e mi dicevo: Tutto qui? Potrei scriverle anch’io, tali e quali, e allora perché toccano a lui? (Naturalmente, Armanda, noi ce lo siamo letto tutto quanto entro il 1975, Moravia – salvo Io e lui, che ti aveva sconvolto da bambina, e poi non credo sia un granché come libro.) Persino con Pasolini, quando sembrò diventare parte integrante del suo odiato Palazzo, uno si sentiva offeso dai troppi articoli di fondo, le troppe rubriche. Naturalmente, ADORARE Pasolini mi sembrava ancora troppo poco, dato il talento, e ho mostrato i suoi film ai miei studenti negli USA fino a ritrovarmi alle soglie del licenziamento. (In Egitto, alla American University, rischiavo molto di peggio del licenziamento.) Ma a un certo punto si aveva l’impressione che parlasse solo più lui, Pasolini, che fosse l’unico ad avere pieno diritto di parola in Italia. Impressione erronea, naturalmente.
Ma chi non soccombe a certe malevolenze italiche? Mi sa, infatti, che qualche italiano che conosco sia sospettoso di Carofiglio perché dopotutto anche lo scrittore barese è ormai divenuto cittadino del Palazzo. O così potrebbe sembrare. (Anche perché nel frattempo il Palazzo è diventato l’establishment, la creatura più vasta, onnivora, che tutti, da destra a sinistra, vorremmo abbattere, ma non sappiamo come, né cosa sostituirgli.) Invece, dal mio punto di vista estero, non ho difficoltà a comprendere e affermare che Carofiglio è un artista e un essere umano ammirevole. Basta leggerlo con attenzione.
Io l’ho letto tutto.
Caveat lector! Oh my, oh my! Ho fatto in questo momento un Google search per scoprire che Carofiglio è candidato al Premio Strega, che viene assegnato fra sei giorni! E dieci minuti fa, il poeta Jacopo Ramonda mi ha rivelato su WhatsApp di uno scandalo riguardante Carofiglio e un certo Vincenzo Ostuni risalente allo Strega del 2012. Sono andato a controllare. Càspita, Nazione Indiana è eloquente al proposito. Mostro quel dibattito a Armanda nell’altra stanza.
Lei dà una scorsa. “Gian, sei davvero sicuro che stai preparando questo pezzo per Giacomo Sartori di Nazione Indiana? Quelli ti bruciano vivo.”
Il sorriso che le rivolgo non è troppo spavaldo, lo sento.
A proposito, tu, Armanda, eri ancora minorenne quando prendemmo insieme un treno da Torino diretto a Catania, da lì un altro treno per Siracusa, e poi ci addentrammo a piedi in Ortigia, in pellegrinaggio alla casa nativa di Elio Vittorini. Anche con Vittorini sarei andato a letto, come sai, se fosse servito. E devi considerare che nemmeno quella sarebbe stata un’esperienza olfattiva facile. Ai tempi del grande Vittorini di Einaudi, gli italiani odoravano forte! Fingiamo di essercene dimenticati, ma allora, e anche dopo, durante la mia gioventù, all’ingresso in una stanza ogni italiano era annunciato e preceduto dal proprio odore. Le cose stavano così.
E poi, in fondo, chi lo dice che quel revisionista di Vittorini avesse bisogno di consolazioni?
La casa di Vittorini è ancora lì, lapide e tutto. C’era due anni fa, voglio dire.
Io amo profondamente Carofiglio. Ho letto quasi tutti i suoi libri – l’ho già detto. Ho trascorso ore ed ore a ascoltare la sua bella voce leggere certuni dei suoi libri. Pure gli altri libri li ho ascoltati, perché Armanda ed io ce li leggiamo a alta voce, la sera. Dopo aver letto le prime pagine del Bordo vertiginoso delle cose, ho subito pensato a Vittorini. Conversazione in Sicilia = Conversazione in Puglia? Stesso esordio… Ai tempi di Vittorini, un grande scrittore scriveva capolavori. Un giovane entusiasta come me interiorizzava la memoria di ogni grande libro come se fosse scolpita su un blocco di granito. Ai tempi di Carofiglio, invece, un grande scrittore confeziona best-seller per contratto.
Un segno dei tempi. Ma anche questo è un dettaglio toccante, non trovate? La pecca, appunto, o il rammarico, che sono pronto a attenuare col dono del mio corpo, se dovesse aiutare.
Parla Armanda: “Gian, vieni a sapere che Carofiglio è candidato allo Strega per un certo libro che hai letto e conosci bene, ed ecco che scrivi il tuo brano su un altro libro, di cui nessuno si ricorda magari più. Non ti smentisci mai!”
Ars gratia artis.
Lei ed io non abbiamo ancora finito di leggere Il bordo vertiginoso delle cose. A voce alta si va più a rilento. Ma sono super-curioso di sapere come va a finire. Salvatore il terrorista è già morto, ma il personaggio di Celeste non è ancora rientrato in scena. Celeste dovrebbe essere la Musa Redentrice del protagonista. Magari mi sbaglio. Per un momento, ho pensato e sperato che durante la sua supplenza in filosofia al liceo del protagonista Enrico, Celeste fosse segretamente fidanzata con Salvatore e complice del suo attivismo di ultrasinistra. Ora sono quasi a metà del romanzo e immagino che le cose non siano andate così, per quei due. Lo saprò presto. Sono aperto a ogni sorpresa, e ogni giorno non vedo l’ora che venga il dopocena per saperne di più.
Gianrico, se stai leggendo questa pagina, per favore, tappati la bocca. Lo credo che lo sai bene come va a finire; l’hai scritto tu, quel romanzo! Non voglio anticipazioni di sorta.
In un certo senso, Gianrico, se sono super-curioso è perché non sto leggendo un tuo grande libro, sto leggendo un tuo best-seller. Cosa che trovo toccante, l’ho già detto: la maniera in cui un grande talento come il tuo si piega, salta e fa le acrobazie, al fine di allestire materiali da best-seller. Nel caso del Bordo vertiginoso delle cose, me ne sono accorto, sai? Spremi a fondo tutte le tue vecchie formule collaudate, da quelle marginali a quelle che ti contraddistinguono di più: il culto del libro e la visita, sovente notturna, in libreria; l’incontro terapeutico con uno sconosciuto, uomo o donna, di una certa età; la condizione di mediocrità che sconfina nell’eccellenza; l’incontro con due turiste straniere un po’ troppo intraprendenti; l’amicizia col ragazzo più vecchio e molto dotato, ma antisociale; il fallimento nella vita di coppia appaiato all’incontro con la Donna Musa; la citazione emblematica (vuoi da Fitzgerald o Hanna Arendt); l’addestramento segreto allo scontro a mani nude e a mano armata; la scazzottata con un manigoldo. Guarda, non mi dilungo in questa lista perché ho il sospetto che qualche critico ostile l’abbia già completata a fini diversi dai miei. Nel bordo vertiginoso delle cose, però, novità assoluta per te (o almeno credo), sei andato a rispolverare la narrazione in seconda persona singolare, un reperto risalente ai tempi di Bright Lights, Big City, quando il mondo occidentale scopriva la scrittura creativa all’americana.
Se non fossi anch’io uno scrittore italiano, ex-docente di creative writing, ti risparmierei la seguente digressione: Ormai l’Italia ha pienamente assimilato quel modello di creative writing (Thanks for nothing, Baricco), tanto che le “grandi” agenzie letterarie italiane ne hanno fatto un business per fessi. Al proposito, la mia crudeltà ha qualcosa di inspiegabile che rasenta l’idiozia. Ho cercato di spiegarlo a Giacomo Sartori quando è passato da queste parti. Io ho pagato il pizzo di certe “grandi” agenzie letterarie perché volevo vedere quanto in basso potessero scendere con le loro “valutazioni.” Ed è molto, molto più in basso di quanto potresti immaginare, credimi. Mandano per strada questi giocatori di bussolotti. Tu metti giù il pizzo. Loro ti ruotano i tre bussolotti sotto il naso. Tu ne sollevi uno e ti becchi la pallina nera.
Anyway, tutti dobbiamo campare, non solo i giocatori di bussolotti, e tu, Carofiglio, scegli di intrattenerci al di sotto delle tue virtù letterarie scrivendo un trascinante bestseller. SACRIFICHI LE VIRTÙ PER SFRUTTARE PIÙ A FONDO LE DOTI.
Perché dovrei nascondertelo: sta qui, in stampatello, il nocciolo, la scelta etica del mio brano.
Ma potrei sbagliarmi. Se ho visto giusto, Gianrico, non posso e non voglio darti torto. Come dice Modiano, quando si ama veramente, non si giudica: si comprende. Io, per me, come lettore, reclamo solo il privilegio dell’affetto e della riconoscenza.
(Abbiamo parlato del lupo. Tanto vale ramazzare questa pedana a colpi di coda. Insomma, Armanda vede “troppi” paralleli tra Carofiglio e Modiano. Io lo conosco come le mie tasche, Modiano, e non sono d’accordo. Solo tu puoi dirci come stanno veramente le cose.)
A ogni buon conto, hai fatto un rinnegato di questo amante inveterato della Sicilia, Gianrico. Ormai, non vedo l’ora di visitare la tua Bari, capoluogo della “cooliest region in Italy” (cito a memoria le tue due intraprendenti turiste scandinave). Ma bada bene, non ci verrei, o verrò, per reclamare un ingiustificato credito sodomitico. Se Armanda proprio non potesse accompagnarmi, fa un fischio a quelle due scandinave e siamo a cavallo.
Ieri ho rivolto questa domanda ad Armanda: È meglio essere un eccellente scrittore di Sellerio oppure un ricco scrittore di Rizzoli? Lei ha risposto senza battere ciglio: un ricco scrittore di Rizzoli. Tanti anni insieme non sono acqua. Tutto diventa aforisma.

 

l’immagine:Yves Klein, “Anthropométrie” (ANT 49)

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Un estratto inedito da “Memoir” https://www.nazioneindiana.com/2020/07/03/un-estratto-inedito-da-memoir/ https://www.nazioneindiana.com/2020/07/03/un-estratto-inedito-da-memoir/#respond Fri, 03 Jul 2020 04:30:15 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=85338
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

di Francesco Borrasso

 
 

La depressione è una terra continuamente esposta, è un luogo bagnato, umido, è portare una croce senza un gesto che possa farti capire che prima o poi ci sarà la quiete; la depressione è stata come una colata di cemento dentro i muscoli, sopra le ossa, è stata guardarmi allo specchio e vedere una faccia estranea, osservarmi nel riflesso e non riuscire a riconoscermi e piangere e disperarmi; è stata guardare i volti di persone familiari e vedere volti sconosciuti, è stato depersonalizzarmi, morire lentamente di una morte che colpisce la parte emotiva, la corteccia solida del sorriso.… Leggi il resto »

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di Francesco Borrasso

 
 

La depressione è una terra continuamente esposta, è un luogo bagnato, umido, è portare una croce senza un gesto che possa farti capire che prima o poi ci sarà la quiete; la depressione è stata come una colata di cemento dentro i muscoli, sopra le ossa, è stata guardarmi allo specchio e vedere una faccia estranea, osservarmi nel riflesso e non riuscire a riconoscermi e piangere e disperarmi; è stata guardare i volti di persone familiari e vedere volti sconosciuti, è stato depersonalizzarmi, morire lentamente di una morte che colpisce la parte emotiva, la corteccia solida del sorriso. Che fossi depresso l’ho dovuto capire un po’ per volta. Un male buio che mi aveva abbracciato perché non potevo uscire di casa, non potevo lavorare, perché ero diventato un fallimento, ero un pazzo che non vedeva la salvezza, perché la salvezza aveva un suono che io non riuscivo a sentire, perché le lettere delle parole che mi hanno sempre aiutato a capire sono diventate mute. La malattia è come un veleno, lentamente ti si infila sotto la pelle, e all’inizio appare quasi come un’amica, per non farti rinvenire ti coccola, ti tiene al caldo e pian piano, senza che tu te ne accorga, inizia a cambiare tutto quello che hai sempre vissuto; cambia le tue coordinate, cambia le tue percezione, spegne tutte le lampadine e azzera ogni tipo di piacere. I sapori scompaiono, come scompaiono gli odori, i posti familiari diventano di metallo, diventano freddi al contatto, le persone della tua vita sono manichini, sono plastica, un silenzio profondo striscia sulle corde vocali fino a farti perdere la voglia di spiegare.
Mi convinco che le gocce di EN possano aiutarmi, mi convinco di un potere miracoloso e cerco di uscire, i primi giorni le cose sembrano migliorare, la sera e la mattina mi imbottisco di delorazepam e provo ad affrontare il mondo. Ma ho sempre la testa troppo leggera, faccio fatica a concentrarmi, non riesco a leggere. Sono sempre qualcosa che non so riconoscere.

Da tre mesi faccio psicoterapia due volte alla settimana, da tre mesi prendo venti gocce di EN ogni giorno, le cose più difficili sono guidare per lunghi tratti e lunghi tratti sono per me più di dieci minuti, e camminare, mi basta essere da solo e provare a fare una passeggiata per ritrovarmi a terra senza stabilità. La psicoterapeuta mi ha suggerito di non farmi più accompagnare quando vado da lei per la terapia, di provare a guidare da solo fino a lì, da casa mia sono all’incirca quindici minuti.
Entro in auto e tento di controllare la respirazione, non può succedere niente, mi ripeto. Sono a metà strada quando inizio a sudare, faccio fatica a tenere le mani sul volante e dietro di me ci sono automobili che tentano di superarmi, che suonano il clacson, automobilisti che imprecano. Tutti questi segnali mi destabilizzano, alcune automobili iniziano a sorpassarmi ma io non riesco a metterle a fuoco, non so se sono ancora in marcia con l’auto o se mi sono fermato, riesco solo a vedere le mie braccia che sono tese per permettere alle mani di tenere il volante, sono diventato etereo, non ho consistenza, sono uno schermo che si accende e che si spegne a seconda del movimento delle palpebre, sento un urto, un rumore di ferraglia, mi guardo in giro e mi accorgo di essere fermo vicino ad un guard-rail, non penso a come ci sono finito, non riesco a mettere a fuoco niente se non l’idea e la convinzione di dover prendere le gocce e di doverle prendere in fretta. Infilo la mano nella tasca del giubbotto e devo faticare tantissimo per tenere fermo il cucchiaino che mi sono portato dietro, conto le gocce che cadono mentre in auto fa caldo, mentre sento il traffico che mi scivola di fianco ma ogni suono mi arriva da lontano, come se ci fossero vetri spessi che mi tengono lontano dalla vita. Non vorrei morire così, mi dico, anche se so che non sto morendo, anche se conosco il mostro, lo sento alitarmi sulla faccia, un mostro che non si fa vedere, un mostro di cui non conosco i contorni e forse sarebbe più facile se fosse fisico, tangibile, corporeo. Sento le EN che mi scivolano sotto la lingua, le dita delle mani sono attorcigliate fino quasi ad illividirsi ma stanno smettendo di tremare e tra poco riuscirò ad averne di nuovo il controllo, penso a mio padre e alla morte, penso a mia sorella che è andata lontana, penso a mia madre e a mia nonna, e ricordo quando un giorno di maggio eravamo andati tutti insieme in montagna con il cestino con il cibo e una borsa frigo con le bevande, con un sole maturo che provavo a guardare infilandomi gli occhiali da sole di mio padre, i suoi vecchi Persol; mia madre che era elegante con un viso fiero e latteo che mi piaceva guardare, possedeva nei suoi gesti qualcosa che apparteneva alla terra, all’erba bagnata; correvo sfrenato sudando sotto la maglietta con i capelli biondi e ricci che si incollavano alla fronte e il pallone tra i piedi da calciare come vedevo fare durante le partire di calcio; e tutto questo mi casca addosso in maniera desolante, tutte queste immagini formano un nodo nella gola, un nodo di carne, e sento i polmoni pieni di passato, un passato che faccio fatica a cacciare fuori e le gambe pesanti, spesse, si gonfiano di paura e di tristezza. La medicina inizia lentamente a fare effetto, ho schiantato l’auto contro il guard-rail e me ne accorgo solo adesso.

Poi accade, e accade in modo violento, accade come un attacco animale. Mi sveglio in un bagno di sudore e sento il cuore che salta qualche battito nel petto, tempo dopo avrei saputo dare un nome a quel movimento: extrasistole. Intorno a me è tutto buio, un buio che mi pare fitto, un buio come una parete di gomma nera che emana calore, mi metto seduto e il mio cuore parte furioso, i miei battiti cardiaci aumentano spasmodicamente, i tonfi nel petto sono talmente forti che mi manca il respiro, intorno a me non vedo niente, ho degli spilli sulla fronte, c’è qualcosa che striscia sulle mattonelle vicino ai miei piedi, provo ad urlare ma il suono mi si incastra nelle corde vocali, corde vocali che diventano di piombo; mi alzo e riesco a chiamare mia madre con una voce frantumata, vado in cucina e sento tutta la parte sinistra del torace che tira, il braccio, il petto, il cuore che va sempre più veloce, non riesco più a contare i battiti, non riesco più a respirare, sudo, mi contraggo, mia madre cerca le gocce di EN ma non le trova, io sono convinto che ci sia un infarto in corso nel mio corpo. Mia madre mi porta le pasticche di Zoloft, prese così, adesso, non servono a nulla, ma è l’unico modo per capire se è nella mia testa che c’è il panico o se mi si sta rompendo qualcosa organicamente. Mando giù la pillola di Zoloft, mi sdraio sul divano della cucina, non riesco a capire se sono vigile o se non svenuto; la luce artificiale del lampadario è come uno schiaffo, il colore del pavimento, il colore del tavolo, il colore delle mie mani che scompare diventando trasparente, la faccia di mia madre che si trasforma in una bocca sdentata, i miei piedi che diventano liquidi ed iniziano a colare, la finestra spalancata e il balcone fuori, nelle tenebre gialle, sporche, piene di polvere. Tutto diventa inconsistente, ma avverto che il cuore ha preso a calmarsi, adesso va più piano, mia madre mi parla a mi aiuta a stendermi sul letto, io muovo la bocca ma non so se parlo, non so che cosa dico. L’unica cosa che mi viene in mente è che un attacco di panico così forte io non l’ho mai avuto. Assumo una posizione fetale e lascio la luce della camera accesa per paura di ritrovarmi in quel buio di poco prima, cerco una chiusura come quando da bambino vedevo un film di paura e poi mi avvolgevo nelle coperte e mettevo la testa sotto il cuscino; sono stremato ma non riesco a dormire e allora poso il palmo della mano destra sul torace per tenere sotto controllo le pulsazioni e a tratti, quando penso a quello che è appena successo, il cuore prova di nuovo a correre veloce e mi tocca respirare a fondo e concentrarmi su altro, sono le cinque del mattino, mia madre è in cucina con una tazza di camomilla davanti e da oggi credo che le cose andranno molto peggio di quanto io abbia mai potuto immaginare.

Dopo due mesi muore mio padre e io sono peggiorato ancora, i miei contatti con il mondo esterno sono diventati nulli, passo tutta la giornata in casa, ho perso il lavoro e non faccio altro che guardare la televisione e piangere. Una notte vado in bagno, mi lavo la faccia e mi avvicino alla finestra, la apro, ogni cosa è muta, vedo l’immagine di me che cado nel vuoto, vedo la mia figura che si lancia dalla finestra, mi vedo mentre precipito, mentre tutta la sofferenza e tutta la pazzia stanno scomparendo, stanno diventando passato e sento un pizzico di dolcezza nello stomaco, sento un’eco di qualcosa che c’era, di una condizione in cui vivevo inconsapevole del disastro che sarebbe arrivato. Mi avvicino ancora, c’è qualche auto che passa in strada, mi sporgo con la metà del busto nella notte, nel buio, nell’aria ancora mite di inizio novembre, vedo le lucine del palazzo di fronte, le finestre accese e sento la mia gamba che fa uno scatto, come se da sola avesse deciso di scavalcare, poi mi fermo, mi fermo quasi a metà del vuoto, mi fermo quando sarebbe bastato un alto movimento per precipitare e ritorno dentro, ritorno dentro per mia madre e per mia sorella, lo faccio per loro, perché dopo la morte di mio padre non ce la farebbero a sopportare anche questo.

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Da “Monoideale” https://www.nazioneindiana.com/2020/07/02/da-monoideale-poesia-rumena-contemporanea/ https://www.nazioneindiana.com/2020/07/02/da-monoideale-poesia-rumena-contemporanea/#comments Thu, 02 Jul 2020 07:00:34 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=85286

di Vasile Leac

traduzione dal romeno di Clara Mitola

 

La zona dei distrutti

Che facciamo noi, quelli senza ambizione a cui piacciono

i monologhi interiori irrazionali?

Noi, che non sappiamo di essere colti in meschinità e stanchezza,

e ogni cosa ci sembra impossibile e lontana?… Leggi il resto »

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di Vasile Leac

traduzione dal romeno di Clara Mitola

 

La zona dei distrutti

Che facciamo noi, quelli senza ambizione a cui piacciono

i monologhi interiori irrazionali?

Noi, che non sappiamo di essere colti in meschinità e stanchezza,

e ogni cosa ci sembra impossibile e lontana?

 

Che facciamo noi, questa gente bloccata, eternamente insoddisfatta?

Quando ci capita di passare una bella serata,

ci sembra tutto così semplice ma più tardi,

quando restiamo soli, moriamo piano e senza senso.

 

Noi, i delusi che non hanno voglia di azione ed ergoterapia;

noi, che desideriamo segretamente essere teletrasportati

in una riserva, dove c’è una festa con illusioni e allusioni,

da cui sappiamo che nessuno va più via.

 

Quelli per cui la religione non significa più niente,

la famiglia niente, la natura niente, gli animali niente, i bambini niente…

La scienza non ci soddisfa più l’immaginazione e l’intelligenza.

Noi, che desideriamo tanto amare ma quando

succede, ci sembra impossibile e faticoso.

 

Che facciamo noi che ci perdiamo in dettagli, che vediamo

defezioni ovunque, che non sopportiamo più i subdoli ma ci lasciamo

prendere a volte nella loro trappola. Noi, che viviamo per lo scroll e

il lavoro meccanico, per confusione e scarti?

 

Noi, questa gente senza energia o un’occasione, rimasti in attesa…

Quando otteniamo ciò che desideriamo,

non desideriamo più ciò che abbiamo ottenuto.

Consumatori di pessimi film, umorismo secco e testi discutibili.

Per noi il passato non significa niente, il presente è parallelo,

il futuro impossibile.

 

Che facciamo noi, che ne abbiamo abbastanza di poesia e arte?

Che siamo messi male con l’orientamento, con gli skills?

Noi non desideriamo che essere lasciati in pace, a ciondolare

per bagni e corridoi bui, come zombi.

 

Noi, quelli che non hanno voluto raggiungere la maturità;

che non hanno mai voluto conoscere il ridicolo e la mancanza di un senso.

Che facciamo noi, che non abbiamo capito gli schemi e siamo rimasti

bloccati per sempre qui, nella zona dei distrutti?

*

 

Il prato

 

Il campo di zucche si estende verso sud fino al recinto

delle mucche selvatiche, così le chiamiamo noi: selvatiche e

piene di clorofilla. Una tenda verde s’innalza a est:

il campo di grano dove fuggiamo a turno per i bisogni

o la frescura.

 

È sabato pomeriggio. L’aerodromo della zona

invia i suoi amanti degli sport estremi in aria. Ora

il cielo è pieno di paracadutisti. Un altro sabato, uno è

atterrato nella parte ovest, nel campo di grano. Non

 

sono passati 15 minuti fino a quando è apparsa una jeep

per il recupero. Il paracadute è stato impacchettato velocemente

e buttato nel portabagagli scoperto – ha la forma

di una bolla fantomatica che danza per noi.

Qualcuno crede che qui tutto sia stabilito molto tempo prima.

 

Non parliamo quasi di niente. Usiamo il linguaggio

di quelli che non si sopportano ma sono obbligati

a stare insieme e lavorare. Siamo quattro

uomini ossuti, tutti sui 40 che, in questo istante,

non desiderano niente.

 

Le nostre schiene brillano al sole; raggi piccoli e brillanti

salgono dal sudore della pelle. Indicatore negativo

per i paracadutisti dilettanti. Qui c’è il campo di zucche Hokkaido-Kürbis.

Se fossi un SuperEroe, colpirei il suolo con un palmo della mano, le zucche

schizzerebbero in aria, e questo non sembrerebbe più divertente

ai paracadutisti.

 

Alle nostre spalle appaiono mucchi di zucche, zolle

arancioni. Decine di migliaia di porzioni di zuppa.

Nella parte ovest c’è una strada di campagna, dove i ciclisti

olandesi pedalano rilassati dentro un diorama.

 

Noi siamo una categoria sociale che non dev’essere guardata

con compassione. Il capitalismo è un prato perfettamente falciato.

Noi siamo fili d’erba perfettamente recisi. E chi non

sorride e non si sente felice quando vede un prato così

perfetto e rigoglioso?

 

Anche noi ci divertiamo, ci attacchiamo le zucche al petto

e balliamo tra le foglie appassite. Che ballo è questo?

Un brasiliano-kur-bis, dice il tipo che segue la bundesliga,

e guarda spaventato in tutte le direzioni.

Sono balli brevi; qualche passo fino al mucchio di

zucche. Fantomatici lampi sul prato perfetto.

*

 

Vieni e mostrami le stelle

 

Quanto può sorprenderti ricevere la telefonata di

un amico che non ti chiama mai?

Per un monaco urbano niente è sorprendente,

lui sostiene l’inerzia.

 

Il tuo amico, di cui ti fidi, attraversa adesso

l’imprevedibile.

– Non entro nei dettagli, voglio che tutto finisca presto.

Lei parte per Roma con la bambina. Credi di poterci aiutare con

un passaggio all’aeroporto?

– Sì, posso portarvi all’aeroporto, ma non scendo dalla macchina;

di’ quello che vuoi, non scendo dalla macchina.

 

Ciò che sente adesso è inspiegabile.

 

Mi ricordo di una notte in cu siamo andati in macchina alla

collina dei cardi a contare le stelle. La bambina saliva sul

tettuccio dell’auto e contava come conta una bambina di 5 anni.

Al ritorno ho visto, nella luce dei fari, un uccello notturno.

Sembra una palla a pois, hai detto. Sì, è una palla che

vedi una sola volta. Non dimenticare questa notte e neppure

la palla che l’ha attraversata.

 

La casa, il cortile e i meli del cortile e i giocattoli nascosti nell’erba

e le piante medicinali. E noi in veranda a parlare di qualsiasi cosa,

a tentoni su una zona fragile.

– Forse per la bambina è meglio andar via. In effetti, per tutti.

– Sì, è meglio, ho detto.

 

La moglie del mio amico sembra molto felice.

La bambina non sa cosa stia succedendo esattamente,

scoprirà più tardi il significato della parola regalo.

 

Si sono avviati tutte e tre verso l’aerostazione, la bambina al centro

tenendoli per mano, guardando in su.

Sapevo che non conteremo mai più le stelle sulla collina

dei cardi.

 

Lui è tornato alla macchina. Ha fumato una sigaretta appoggiato alla portiera,

ha guardato l’aereo decollare e scomparire nell’atmosfera.

Ho messo su della musica, ci siamo guardati per qualche secondo

e questo è stato quanto.

 

Ho parcheggiato di fronte alla casa. Il sole era andato.

Sua nonna, una persona di oltre 80 anni e quasi sorda,

ci ha chiesto quanto rimane Florina con la bambina ad Arad.

 

Io l’ho guardato con disgusto e stupore.

La compassione è la morte del nichilismo.

Il cortile pieno di giocattoli da due soldi, sparsi a caso – e una nonna

sorda ad attraversarlo.

 

Per la maggior parte della gente d e s o l a n t e è solo una parola.

Abiti sporchi sparsi a caso, oggetti, oggetti, oggetti…

Ha messo anche lui un po’ della sua roba in una borsa e siamo andati via

insieme verso la città. Dalla porta ci seguiva

la statua di un fantasma anziano.

Era già buio.

*

 

Non sempre capisci come stanno in effetti le cose

 

Puoi isolarti perfino nel mezzo dell’evento storico.

Sviluppi un complesso psicologico che non capisci,

un balcone di osservazione per ecologie speculative e

regimi spirituali utopici.

 

Non immagini quanto sarei felice di rivederti.

È come quando esci in bicicletta e la vedi per

un secondo, e pensi che vorresti passare le giornate con lei,

ma non la incontrerai mai più.

 

Che significa per te provinciale?

È un’atmosfera in cui percepisci il profumo vestimentario del ridicolo?

 

Maniere false unite alla magia del cameriere?

 

Quanto ti senti liberato dalle nevrosi familiari

E dalle altre pressioni sociali.

Quando la tecnologia è a tuo vantaggio,

allora sei un estraneo per i più.

Luminoso e leggero, puro e indescrivibile.

 

Sei smarrito ma non puoi sparire.

Quando vuoi sapere qualcosa sulle balene,

vai dal ciclista Bordone,

te lo dice lui perché-sono-bianchi-i-pesci-sull’addome.

 

In comune sei baciato da qualcuno

in abiti leopardati

Attenzione al sostantivo comune moglie

Sul suo braccio destro c’è una sirena in ginocchio

L’unica tipa al mondo che prega ancora per lui.

*

 

bad or worse

 

In treno gli anziani rappresentano la curiosità ti

soffocano, come da dove medicine pensione

osservazioni metereologiche il mondo di oggi

ecc. ecc. ecc.

 

Oh, com’è bello pattinare

Com’è bello il semplice scivolare

 

accanto ai vecchi, non con indifferenza

e compassione, ma con un fare intelligente

che sa dare risposte ingenue e banali,

cioccolata calda invece di marmellata.

 

È uno schifo rimanere a letto bloccati nel grasso,

odiare e disperarsi perché l’auto si è rotta.

Curioso come il figlio di un mafioso che vuole stare alla finestra.

Le connessioni sono opzionali,

non tutti ci riescono.

 

È una semplice apparenza alimentata da catastrofi immaginarie.

È l’insopportabilità che crea sentimenti violenti

e atrocità nello spazio domestico.

Stati d’animo che ti spingono a nasconderti e fregarti la faccia tra le mani.

 

Puoi credermi in preda a una demenza oscillante

ma che sono indifferente e tollerante no.

Osservazioni personali, piccole introspezioni in territorio ipocrita.

Dai un calcio a un cartone: una forma disinteressata

di punire l’invidia.

 

Oh, che bel divertimento

Vedere tanto inquinamento

 

Non hai punito nessuno, più che altro te ne stai al chiuso

e fumi, non allontani il cane con il piede.

Ti lasci guidare da una coscienza sonnolenta nella

zona chiamata monoideale: un luogo in cui hai trasferito

speranze e piaceri.

 

Mi ricompongo

in tutti gli eroi che odio e invento una dottrina

politica in cui gli individui conoscono solo dolore e panico.

Una riserva dei sentimenti domestico-ostili.

*

 

Presenza

 

Di sera quando l’aria del bosco crea mistero nella tenda

La materia sceglie altre forme d’espressione

Altre forme di comunicazione in caso di scomparsa

È come imparare a nuotare seguendo le indicazioni

Di qualcuno che non sei sicuro di vedere

 

La sincerità è il nuovo sport dei curiosi

In attesa nessuno può accumulare esperienza

Dall’esperienza degli altri non puoi imparare niente

I dinosauri: catalizzatori d’acqua vorticosa

 

Fuori si sentono rumori di rami spezzati

È il figlio del soccorritore alpino accompagnato da un fantasma

Entriamo nella zona degli eventi storici

dove ci sono censurate le informazioni

 

In una situazione-limite è preferibile non elaborare

immagini che non capisci.

Realista è il ragazzo chiuso a forza in camera sua.

Dopo due giorni, quando siamo scesi nella prima cittadina,

tutti sembravano turisti.

Siamo degli extraterrestri che non capiscono la forza dell’abitudine.

 

Lo svuotamento di contenuto lo trovi anche senza consenso orientale

Caustico e indifferente a cosa succede nei paraggi

Senza senso non puoi dire di essere ascoltato e compreso

L’aeroporto è una rapina legale dove tutti sembrano complici

Tra noi solo insopportabilità

*

 

Gli alberi del paradiso

 

Vedi come ciò che sei sia meno di

un’impressione negativa in una congiuntura scontata.

Quando ci capita di essere schivati dall’inverno

Rafforziamo i nostri tronchi in attesa.

Questo non ci rende per niente speciali.

 

Ci sforziamo di essere visibili e vulnerabili;

Imploriamo riconoscimento nei luoghi pubblici.

La MAFIA lo dice meglio quando si tratta di prendere posizione.

Siamo solo una specie detestata a causa dell’ambizione

di alcuni orientalisti abituati alla ripetizione.

*

 

II

 

L’eccesso ecologico e settario è noioso.

Noi muoviamo nel tempo eventi di contenuto economico.

Senza appartenenza – cresciamo lì dov’è impossibile.

Abbiamo bisogno solo di un piccolo nascondiglio nella

archeologia industriale.

Che sempre noi rendiamo invisibile e più facile da sopportare.

Non contate su di noi se non in caso d’apocalisse.

Abbiamo bellissime orecchie.

*

 

III

 

Li vedo dall’autobus accalcati lungo il muro

della casa, dove la crisi ha investito fantasmi.

Non dicono niente ma i loro movimenti, quando il vento soffia caldo,

parlano al nostro posto: – A noi piace ballare

fino a tardo autunno. Poveri e concilianti come voi.

Stretti gli uni agli altri. Oppure solitari.

Abituati all’oscurità.

Teniamo lontane le zanzare vampiro.

*

 

IV

 

Come tutti i disordinati, non siamo un pericolo.

Cerchiamo di convincervi ogni giorno

di non essere altro che alberi amichevoli.

L’inverno ci veste di ghiaccio e sonno.

È una città grande e non siamo tutti fortunati.

*

 

V

 

I parchi e gli spazi verdi amministrativi

non fanno per noi.

Noi amiamo le rovine e la scomparsa della civiltà.

Qualcuno dice che siamo soltanto parassiti aggressivi,

resistenti all’inquinamento, indifferenti al futuro.

 

L’autunno ci trasforma nei disegni di un bambino incompreso.

È rischioso mostrarti vivo e quasi frantumabile.

Rimpiazziamo la mancanza senza pretese, adattabili e resistenti

come un movimento clandestino, occupiamo territori e

Istituzioni morte.

*

 

VI

 

Ma anche tra noi ci sono scapoli isolati che bussano

a finestre vuote, implorando l’inverno di essere più comprensivo.

Loro rappresentano noi, quelli che non ce la fanno,

loro giustificano le nostre frustrazioni.

Loro coprono con foglie lunghe, mobili, l’abbandono.

La loro unica preoccupazione è proteggere la rovina,

dicendo agli altri: Andate via! Qui non c’è niente d’interessante.

Andatevene e lasciateci alle cure del vento.

La nostra unica gioia è portare il fondo delle buche

in superficie.

*

 

Monoideale

 

Quando sei al limite e hai forza

solo per constatare. Il residuo crea

una disfunzione consolante nella coscienza;

è come stare al finestrino di un treno

regionale che non ferma da nessuna parte.

 

Erbacce – una sensazione indifferente di fronte alla campagna,

di fronte allo stato naturale e selvatico dei cardi,

di fronte ai viaggiatori che ti diventano insopportabili.

 

È probabile che esista una contemplazione incosciente

che ci precipita tutti in uno stato di stupida fantasia,

senza controllo, senza destinazione.

 

Non esiste in pratica questo stato di coscienza

quando diciamo di non pensare a niente.

Ogni volta pensiamo a qualcosa senza poter

spiegare esattamente a cosa.

Questa per me è la fine.

*

 

II

 

Un gruppo di turisti amanti della natura,

degli alberi esotici, con l’immaginazione ridotta

a un’impressione, mentre moltiplica le stesse inquadrature.

Ora sono tutti a casa, scaricano le immagini,

inventano nature chiuse, sole, fino a quando non

accenderanno altri apparati che gliele faranno

dimenticare.

 

I paesaggi hanno creato in un momento impreciso sensazioni

vaghe di felicità, consumate in gruppo,

accanto a degli sconosciuti.

 

Le fotografie non salvano, ti rendono consapevole,

lì nel tuo profondo, di quanto triste e infelice tu sia.

Da qui non te ne vai dalla porta su retro del magazzino.

*

 

III

 

Cosa ti dice adesso la natura?

Quasi tutto ciò che non capisco.

Di fronte a me vedo quello che di solito tutti vedono.

Verde – e niente di più.

 

Consapevole che lì c’è un mondo

misterioso e affamato;

straniero, reale e senza rimorsi.

Quando e come siamo arrivati qui?

Alcuni dicono tramite la tecnologia e l’immaginazione.

*

 

Nota bio-bibliografica

Leac ha debuttato ufficialmente nel 2005 con la raccolta Seymour: sonată pentru un cornet de hârtie (Seymour: sonata per una cornetta di carta, Ed. Hartmann, Arad). Nel 2007 ha pubblicato Dicționar de vise (Dizionario di sogni, Ed. Cartea Românească, Bucarest), con cui si aggiudica il premio letterario Euridice. Seguono Lucian (Ed. NinPress, 2009), Toți sunt îngrijorați (Sono tutti preoccupati Ed. TracusArte, Bucarest 2010), Unchiul este încântat (Lo zio è incantato, Ed. Charmides, Bistrița 2013) e infine Monoideal (Monoideale, Ed. Nemira 2018), opera vincitrice del premio Radio România Cultural e Observator Cultural come miglior libro di poesia del 2018). V. Leac è stato inoltre membro del gruppo letterario Il celebre animale e tra i fondatori della rivista Ca și cum.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La balena 52 Hertz e altre storie https://www.nazioneindiana.com/2020/07/01/la-balena-52-hertz-e-altre-storie/ https://www.nazioneindiana.com/2020/07/01/la-balena-52-hertz-e-altre-storie/#comments Wed, 01 Jul 2020 05:00:34 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=85103 di Evelina De Signoribus

Una cosa che mi piace fare nella vita è ascoltare o osservare gli animali, a volte solo immaginarli. Capita che attraverso la poesia prendano loro la parola, tra fatti atroci realmente accaduti e altri più belli al limite della fantasia.… Leggi il resto »

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di Evelina De Signoribus

Una cosa che mi piace fare nella vita è ascoltare o osservare gli animali, a volte solo immaginarli. Capita che attraverso la poesia prendano loro la parola, tra fatti atroci realmente accaduti e altri più belli al limite della fantasia.
Ringrazio Marco Petrella che spesso mi accompagna con i suoi disegni.

Immagine di Marco Petrella

La balena 52 Hertz 

C’è stato un inizio nell’oceano
dove ogni singola goccia batteva in me.
Ho ascoltato attentamente
l’acqua che ribolliva di rancore
l’acqua che schiumava di naufragio
l’acqua placata dai raggi di sole.
Ho imparato a cantare con le onde

ma nessuno mi sentiva e allora
ho fatto ciò che non si può
ho aperto un varco con la voce
in mare aperto.
Ora navigo di vibrazioni
e risalgo gli abissi.
Sono io, sola, il mistero di tanto blu.

 

La balena 52-hertz sembra essere l’unico esemplare che canta emettendo suoni alla frequenza di 52 Hz e, per questo motivo, non è udibile dalle altre specie di balena. Viene così chiamata “la balena più solitaria del mondo”. Ringrazio Elisa per avermene parlato.

 

Orsa KJ2

Mi ha dato luce il tempo
come un bocciolo appena schiuso
nel chiaroscuro del bosco

sotto lo sguardo attento di una madre
inseguo una foglia
mi spavento per una biscia.

Cresciuta, si alza la mia voce
e mi assimilano alle tenebre
ma non chiamo il buio, richiamo il figlio.

Lo riparo ancora mentre ormai lontana
la lingua del fuoco acceso dall’uomo
sancisce una tregua

l’abbandono a un sogno più umano.
In questa frazione è il suo disarmo che è pace,
la mia consolazione.

 

“Troppo pericolosa per gli uomini”. Per questo l’orsa KJ2 è stata uccisa dagli agenti del Corpo forestale della Provincia autonoma di Trento. Aveva aggredito un uomo, aveva i piccoli con sé. In molti abbiamo sperato fino all’ultimo che ciò non accadesse.

 

Costanza floreale

Senza vento, nel torpore
silenzio dell’estate, sono l’ape
in equilibrio sospesa
apparentemente innaturale.

Costante, leggera, orizzontale
aspetto un fiore, quel fiore solo
per riprendere a volare.

 

L’ape  è “fedele” ad una specie di fiore scelto dall’inizio alla fine della fioritura. Questo fenomeno dal nome bellissimo, si chiama “costanza floreale”.

 

L’ inseparabile

Insieme eravamo un solo nome
ma spenta la tua voce,
ti chiamo ancora, senza pace:
un sentiero di versi pungenti
cercano spazio
in questa mia piccola gola.

Se non rispondi  non sono,
se non canti qui dove mi trovo
altro non sento e di nuovo
rimango al buio.

 

Gli inseparabili, sono dei pappagallini colorati che devono il loro nome al fatto che formano coppie stabili che passano molto tempo vicine, lisciandosi le piume a vicenda. Si dice che non possono vivere senza la compagna o il compagno che hanno scelto per la vita.

 

Gli stambecchi

Oltre il limite del bosco
dove gli stambecchi hanno riposo
nel cielo si staglia una roccia

sotto, il cupo dirupo

tutto è spoglio e
il vento non può portare il fuoco

lì è già origine
dove tutto è sempre

e ti sento oltre
la gravità dell’aria

o in una musica, altrove.

 

Non ho mai visto uno stambecco dal vivo e mi sono sempre chiesta dove avessero riposo. Verso il cielo forse, in equilibrio, dove possono ascoltare le voci che noi, a volte, crediamo svanite. A Ilaria.

 

La trota

Levigo il corpo nella corrente
come un sasso d’acqua dolce
liscia lucente sono un pesce.
Risalgo la corrente, torno dove non ero
all’uovo deposto, al suono del bosco.

Durante la notte più di un grido.
Fa una pausa la curva dell’infinito
nessun suono ora,  nessun lamento
un pianeta in silenzio color argento.

 

A Foce di Monte Monaco, territorio dei monti Sibillini, si narra che per mano dell’uomo un laghetto artificiale si prosciugò in una sola sera. Gli abitanti sentirono per tutta la notte grida e urla e solo la mattina capirono l’accaduto, davanti a una distesa di trote ormai morte.

 

L’Elefantessa

Straziata dal dolore e dal perché
scendo al fiume per un sollievo
e per darlo a te, ancora non nato
nello stupore del ventre

voglio  lasciarti in tempo
nel tempo dell’acqua materna
come un pesce colorato,
via nella corrente, via dal male

via dalla terra senza sale.

 

L’ultima brutale notizia di pochi giorni fa: ad un’elefantessa viene offerto del cibo imbottito di petardi. Si dirige verso il fiume per trovare sollievo, dove morirà con il suo piccolo in grembo.</em

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