Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Wed, 08 Apr 2020 12:00:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.13 L’alba reclusa https://www.nazioneindiana.com/2020/04/08/lalba-del-recluso/ https://www.nazioneindiana.com/2020/04/08/lalba-del-recluso/#respond Wed, 08 Apr 2020 12:00:20 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=83966 di Roberto Antolini

Saranno le 6 quando l’alba inizia a filtrare attraverso lo spiraglio fra le imposte, che ieri sera ho apposta lasciato socchiuse, per essere svegliato alle prime luci. Mia moglie dorme, e dorme, e dormirà beatamente fin chissà quando: l’emergenza Covid19, con la reclusione in casa, le ha tolto ogni pudore al riguardo.… Leggi il resto »

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di Roberto Antolini

Saranno le 6 quando l’alba inizia a filtrare attraverso lo spiraglio fra le imposte, che ieri sera ho apposta lasciato socchiuse, per essere svegliato alle prime luci. Mia moglie dorme, e dorme, e dormirà beatamente fin chissà quando: l’emergenza Covid19, con la reclusione in casa, le ha tolto ogni pudore al riguardo.
Io qualche problema con la mia educazione protestante ce l’ho. Quand’è alba, io mi alzo. Ricordo mio padre che raccontava del nonno che nelle fredde albe trentine di primo Novecento passava nelle camere degli 11 figli a strappar via le coperte. Mio padre, lui uomo moderno, non lo ha mai fatto, praticamente. Ma insomma, la cosa ce l’ha insinuata int’a capa, anche se con altri mezzi: “a questo mondo non si viene per poltrire, ma per darsi da fare, ecc.” Anche se obiettivamente, in queste circostanze, risulta problematico. Siamo reclusi in casa, Conte tuona, in ogni telegiornale – non ce ne perdiamo uno questi giorni – contro chi c’ha ‘ste fisime di uscire. S’è incazzato pure con la disposizione che tollerava i genitori accompagnanti i pargoli ad un’ora d’aria. Nichts, nisba, niente ora d’aria per i pargoli: che guardino Raiplay cartoons. Verranno tempi migliori anche per loro, se non diventano rachitici prima.
Io ho avuto resistenze quasi psicosomatiche: depressioni, melanconie, ire. Proprio adesso che abbiamo le montagne fuori dalla finestra … ed un faggeto proprio davanti al portoncino d’ingresso del condominio… Poi una volta mi hanno fermato i carabinieri: favorisca i documenti. E l’autorizzazione per gli spostamenti? Ma quale spostamento, sto andando a ritirare contante al bancomat più vicino, nella frazione qui da presso, sarà km 1! Ma anche loro Nichts, nisba, bastano e avanzano i bancomat. Ma quali bancomat! Proprio ieri sono andato dal giornalaio – l’acquisto dei giornali è autorizzato, eh! – a ricaricare il cellulare, e ho dovuto cacciare il contante, altro che bancomat. Ma loro sempre irremovibili, niente, sembrava una barzelletta sui carabbinieri. Sono dovuto ritornare alla base a tasche vuote. Per acquistare i quotidiani ho dovuto provvedere ad accedere ad un mutuo presso mia moglie, che ha ancora contante (beh, in fondo, poi il giornale lo legge anche lei, una volta svegliata).
Alzo il termostato dell’appartamento rimasto sotto i venti gradi per la notte, e guardo fuori, la montagna davanti, che incombe sullo sfondo, sopra il basso tetto del caseificio. Incombe nell’ombra azzurra ancora universale, ma un leggero chiarore guizza appena appena nell’aria. Dall’altra parte dell’orizzonta si sta alzando il sole, non arrivano ancora raggi diretti, ma il dorsale montano mosso e ondulato, che termina a nord con una punta di roccia, comincia a rivelare le sue forme. Nell’ombra azzurra brilla solo l’insegna al neon dell’Hotel a tre stelle, chiuso pure lui, sprangato e con i carabinieri che gli gironzolano intorno, ma con l’insegna luminescente (praticamente uno spreco). Ma man mano che la luce si spande lei – l’insegna luminosa – sbiadisce. Poi cominciano ad arrivare i primi raggi diretti su in cima, proprio sulla linea del displuvio montano, che fanno brillare la neve rimasta lassù a far da confine con la sottostante (dall’altra parte) valle dell’Adige, ove scivola indisturbato il mondo economico essenziale. Pur ora eh! Sull’autostrada del Brennero scorre a fianco dell’Adige un flusso ininterrotto di TIR, dal Mediterraneo alla Mitteleuropa e viceversa. Al di là del crinale qui di fronte. E noi qui – minchia – che non possiamo manco muoverci da casa. Manco!
Ora che s’è acceso il giorno arriva una autobotte al caseificio di fronte, di manovre “essenziali” ce ne stanno anche qui d’attorno, dunque. E io, io che non sono per nulla essenziale, mo che faccio? Sì, poi c’è da continuare l’Asor Rosa del Bilancio di un secolo, ma quello è l’impegno di lettura della giornata, della giornata piena, ma ora? Adesso? Tanto per iniziare adeguatamente, per dare un senso al risveglio, all’avvio. Controllo le agenzie di stampa e leggo del disastro sul portale dell’INPS, che ha fatto impazzire chi doveva registrarsi per richiedere gli ammortizzatori sociali. Penso subito alla nipotina a partita IVA rimasta a Milano, i cui lavori si sono tutti dileguati in un battibaleno, e la messaggio per chiedere come va. «Ciao zio – mi risponde – è stata una giornataccia ma alle 23 di ieri sera ci sono riuscita a registrarmi. Marco invece era riuscito già nel primo pomeriggio». Meno male, dai, è già qualcosa, è la prima volta che si predispone una simil-cassa integrazione anche per lavoratori precari (certo, Conte, che figura! Così vede ad aver cassato Boeri ed averci messo Tridico).
Una pagina WEB di news mi dà un’idea per la doccia: «Un paio di ramoscelli di eucalipto legati con dello spago dove poggia il sifone per la doccia, ci regaleranno un momento di vero relax e ci aiuteranno a prevenire numerosi malanni!». Sì, eucalipto, e qui dove vado a raccattarlo? Mica siamo in Etiopia.
Vabbè mi farò una doccia normale, con lo shampoo, come cantava Gaber

«Una brutta giornata
chiuso in casa a pensare
una vita sprecata
non c’è niente da fare
non c’è via di scampo
mah, quasi quasi mi faccio uno shampoo»

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Mauro Santini: di tutto il trucco, solo una lacrima https://www.nazioneindiana.com/2020/04/08/di-tutto-il-trucco-solo-una-lacrima/ https://www.nazioneindiana.com/2020/04/08/di-tutto-il-trucco-solo-una-lacrima/#comments Wed, 08 Apr 2020 05:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=83632  

in collaborazione con La Camera Ardente

 

 

Incrinare la sistemazione dello sguardo, ma come chi non se ne accorge. Farlo magari passeggiando, con sottilissima furia d’anfratto, oppure con trasognata, “neghittosa” indolenza (lo insegna Walser). Porgere cerniera tra tremore e tremore.… Leggi il resto »

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in collaborazione con La Camera Ardente

 

 

Incrinare la sistemazione dello sguardo, ma come chi non se ne accorge. Farlo magari passeggiando, con sottilissima furia d’anfratto, oppure con trasognata, “neghittosa” indolenza (lo insegna Walser). Porgere cerniera tra tremore e tremore. Coltivare guizzi vegetali per tramutarli nell’involucro di un nuovo cinema. Venire incontro a un volteggio di tempo. Raccoglierlo nella stessa lente dove frena il bacio della mano che la copre. Vedere con la mano, con le mani: lasciarle andare attraverso. Mostrare il mondo ancora sconcluso. Mostrare il mondo organismo senziente: questo nostro senziente battere un colpo per sentire se le cose attorno rispondono. Concepire solo il leggerissimo spostarsi delle cose, cioè vederne la commozione, che è anche parabola: «per istaurare il regno della pace, non è necessario distruggere tutto e dare inizio a un mondo completamente nuovo; basta spostare solo un pochino questa tazza o quest’arboscello o quella pietra, e cosi tutto quanto».  Stare alle stelle come rasoterra.  Progettare un levarsi di passi accordati con la neve. Seguire l’intreccio delle rondini. Annodare le palpebre alla lacrima. Riversare il non manifesto, l’arrotolato. Dare l’oscurità, perché trattenga limpidezza. Non rimettere i debiti che si dovranno scontare con l’invisibile. Dire soltanto che vi è ancora dell’invisibile.

Questo, per me, il cinema di Mauro Santini.

 

A distanza di due anni, ripropongo qui una conversazione che abbiamo avuto all’inizio del progetto Le passeggiate, accompagnata da una mia riflessione (a chiusura).

 

 

Ciao Mauro. Vorrei iniziare questa conversazione da un tuo precedente rifiuto, da una tua ritrosia a prendere parte a questa serie di ritratti. Perché tradire ora questo silenzio?

Il motivo per cui ho accettato la tua proposta, a distanza di un anno, è perché ora so che in questa conversazione parleremo dei miei lavori del decennio precedente solo come una traccia o come un indizio per parlare di altro, di questo “altro” che sono i miei nuovi film e cioè “Qualcosa nei passi e nello sguardo” (che va a concludere una ipotetica trilogia sulle vacanze iniziata con “Attesa di un’estate” e “Fine d’agosto”) e gli altri due progetti ancora in itinere: “Le passeggiate” e “Vaghe Stelle”. Per tornare a dialogare sul mio lavoro era necessario che il mio sguardo elaborasse un’evoluzione rispetto ai “videodiari” ed ora che è avvenuta, o che comunque sta avvenendo, eccomi qua…

Una delle questioni che abbiamo già avuto modo di discutere insieme è congiunta alle modalità di presentazione di questi lavori, che tu stesso continui a definire come minuti, “piccoli film” (c’è, in questo attributo, non tanto una dichiarazione di distanza dal gigantismo straparlato di certe opere sperimentali, ma piuttosto un tentativo di custodia di quella dimensione taciuta della realtà dove spesso il tuo sguardo si trova ad indugiare). Ti chiedo: c’è vita fuori dai festival?

La mia generazione si è formata, se così posso dire, anche attraverso la dimensione dei festival, luoghi nei quali crescere e coltivare la propria idea di cinema, per ritornarvi poi come autori con i propri film. È dunque innegabile l’affetto nei confronti delle tante rassegne cui ho preso parte in questi anni. La domanda che oggi potremmo porre è: c’è ancora spazio per questo tipo di “piccole” opere nei festival più o meno grandi? Da alcune difficoltà riscontrate negli ultimi anni risponderei con un certo pessimismo; una riflessione autocritica mi porta però a chiedermi se non sia invece stato io incapace di fare il salto verso quel cinema considerato “maggiore” e ospitato nelle rassegne a cui facevi riferimento (o se abbia volutamente evitato di farlo…). Certo è che il cinema fragile e non narrativo che pratico richiede una diversa attenzione, un grado maggiore di percezione e di ascolto: sono film che chiedono allo spettatore di specchiarsi nelle immagini e nei suoni, di interiorizzare sensazioni e memorie per arrivare a superare il mio biografico, facendo divenire “la mia famiglia, i miei ricordi” qualcosa di collettivo. Vivono della partecipazione emotiva e sono come “completati” da chi guarda: ecco allora che la condivisione in sala rende a volte il film diverso rispetto alla visione “in solitario” nel buio della propria abitazione.

 

 

Per quanto mi riguarda, una parte del problema è quello della concezione del film come opera chiusa, come compartimento stagno incapace di confrontarsi e di reagire, di volta in volta, agli spazi che si trova ad incontrare (l’idea stessa di “anteprima” andrebbe quanto meno ridiscussa). Forse la rete, a differenza dei festival, può essere uno strumento per affrontare la “geografia vivente” di un film…

Non ho alcuna preclusione alla diffusione dei film in spazi alternativi come la rete, che anzi può essere uno strumento importante per superare certe gerarchie rigide dei festival e che ritengo particolarmente adatta ad accogliere questi lavori che possiamo definire “minori” (anche se, ripeto, non ritengo sufficiente questa sola dimensione…). Rispetto poi alla concezione del film come opera chiusa sono d’accordo nel tentare di superarla, al punto che i due progetti in realizzazione sono concepiti proprio come lavori aperti: “Vaghe Stelle” è un film in sette movimenti (dal numero delle stelle che compongono l’Orsa Maggiore) che possono però essere proiettati anche singolarmente (come puoi ascoltare le canzoni di un album musicale) o addirittura mostrati insieme ma in un ordine di volta in volta diverso, modulato a piacimento da un curatore; “Le passeggiate” sono invece potenzialmente infinite, non avendo un numero prestabilito, e sarebbe bello se il gesto del passeggiare si tramutasse in qualcosa di fisico, in una carovana di proiezioni sparse per il mondo.

Tutto il mio cinema è poi un cinema di piccole epifanie dello sguardo che si trova a sorprendersi dei propri deragliamenti e per quanto io possa tentare di dare una struttura, la componente del caso è parte fondamentale del mio modo di girare.

 

 

 

Una delle indicazioni fondamentali del tuo cinema l’ho trovata quasi nascosta in “Qualcosa nei passi e nello sguardo”, dove con tenera austerità rimproveri Giacomo, tuo figlio (il film è girato nel 2004), esortandolo a fare silenzio per ascoltare i suoni dei Monti Sibillini. Quanto è importante per te questa dimensione dell’ascolto?

Quella sequenza che tu citi racconta molto del mio cinema, dell’attenzione che ripongo in ogni ripresa, perché è fondamentale raccontare con la maggiore intensità possibile quell’istante che sto cercando di restituire. Non c’è set né messa in scena, non c’è retake: ho sempre girato affidandomi a questa partecipazione totale e sincera al momento filmato. Luce naturale e camera a mano, capace di deviare ad ogni istante.

“Qualcosa nei passi e nello sguardo” è un film nel quale i passi e gli sguardi di un figlio e di un padre si sovrappongono ed incrociano e ad oggi mi sembra il mio film più sincero, quello dove metto in campo una visione indisciplinata, quella di Giacomo, che nonostante il mio continuo guidarlo dal fuoricampo (“riprendi il campanile, la montagna, fai stop…”) procede di testa propria, con la sua telecamera e con quella naturale individualità che un figlio ha rispetto al padre. E allora il film racconta proprio di questa distanza e di questa verità che il girato in qualche modo già custodiva in sé e che sono tornato a comprendere solo ora. Che poi questo sguardo quasi anarchico di Giacomo è a ben vedere il mio modo di intendere il cinema, nella sua totale libertà (non è un caso: sono autodidatta e non vengo da alcuna scuola di cinema, bensì da studi pittorici…). Forse il punto è che lo sguardo non si insegna? non so… Credo però che si possa svelare un metodo, un’attitudine: all’attesa, all’attenzione verso ciò che sta davanti a noi e che dovremmo reimparare a vedere ogni volta con occhi vergini. E all’ascolto: perché quando in questo caso dico a Giacomo di fare silenzio, sto in qualche modo sottolineando un altro aspetto importante, cioè che non mi è sufficiente registrare immagini, ma che l’atto della ripresa debba includere anche i suoni. In questa ricerca quasi ossessiva dell’eliminazione della menzogna, è importante che il suono appartenga integralmente alla verità di quel momento; ricrearlo in seguito sarebbe già finzione. Qualcuno potrebbe obiettare che il cinema è altro e non mi sentirei neppure di contraddirlo; ma ciò che a me interessa è testimoniare un vissuto, il tempo che ho passato e che passerò ancora su questa terra ed il suo fuggire via: forse è troppo poco, ma a me poco importa. Se non sentissi l’urgenza di restituire questa verità non farei cinema e tornerei probabilmente alla fotografia, o alla pittura dei miei vent’anni.

Mi piace poi l’idea che questo “frammento di vita trascorsa” chiuda quella trilogia de “Le  vacanze” di cui parlavo prima, dove la perdita materna di “Attesa di un’estate” e la ricerca paterna di “Fine d’agosto” incontrano questo passaggio di ruolo figlio/padre, nella sospensione della stagione estiva che qui diventa anche una stagione di sparizioni, di essere “vacanti”, appunto. Ma già mi sto intristendo…

 

 

Pure, questa solo apparente nitidezza viene tradita, nel tuo ultimo film (Prima passeggiata), da un aereo che taglia il cielo, proprio come una lacrima, un velo celeste che ridiscute i bordi del fotogramma: non nitidezza allora, ma velo di lacrime che trasfigurano il mondo?

Ecco, mi hai smascherato… [ride, n.d.r.] Sì, è proprio così: di tutto il trucco (i videodiari) rimane oggi solo la lacrima. E la trasfigurazione non è più esteriore, bensì rivolta verso l’interno.

[“Aspetta, ti mando un’immagine ripresa stamattina”, mi dice a questo punto Mauro]

Questa mattina sono uscito per una nuova “passeggiata”, tra la neve, sperando di registrare cose prive di interesse, come scrive Georges Perec. Ad un tratto ho notato questo merlo che cercava del cibo. Ho iniziato a riprenderlo, ma non avendo un obiettivo tele avevo la necessità di avvicinarmi. Naturalmente, più mi avvicinavo più lui si allontanava. Il racconto che avrei voluto fare della sua ricerca del cibo era subito diventato altro, ovvero il racconto della relazione tra me e lui, della nostra distanza, impossibile da colmare, fino al suo inevitabile volo. Non ho mai concepito i miei film sulla base di verità precostituite ed irremovibili, poiché per me la teoria è sempre la conseguenza di una ricerca pratica. In passato ho sperimentato il tele per avvicinarmi a cose e persone rimanendo a distanza, per cogliere quelle verità che la prossimità non mi avrebbe permesso di raccontare, perché non appena io mi sento guardato dall’obbiettivo, tutto cambia: mi metto in atteggiamento di ‘posa’, mi fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo anticipatamente in immagine*. Oggi invece preferisco usare ottiche brevi e possibilmente fisse, che mi costringano ad un altro rapporto con l’ambiente: l’ottica dunque diventa strumento per stabilire una relazione, un dialogo (o un dialogo mancato, come nel caso del merlo…).

 

 

Luigi Ghirri, un pensatore di soglie che a tratti sento molto vicino a te, ha scritto dello sguardo come “un sentire etico, la modalità possibile per indagare e raccontare luoghi che sembravano avere perso ogni riconoscibilità.” Quanto, nel tuo cinema tutto abitato di sparizioni e di zone dal quale sporgersi sul mondo, è possibile avvertire questo sentire etico, questa possibilità di restituire allo sguardo una verità possibile su quei luoghi divenuti estranei? 

È tutto lì, in questo sentire etico, e nell’attivare un campo di attenzione diverso**. Che per me diviene anche un sentire empatico, aptico (come ha definito Nicole Brenez i Videodiari), quasi tattile. Amo molto lo sguardo di Ghirri, così come quello di Guido Guidi, il loro tentativo di ridare una dignità a luoghi divenuti anonimi ai più. E quando si riesce in questo, poi quell’immagine ‘raccolta’ va tutelata, protetta ad esempio da narrazioni capaci di comprometterla, perché la sua dignità riconquistata è sufficiente a sostenere il film. Ritornando al discorso da cui siamo partiti, ho quasi l’impressione che alcuni film debbano essere protetti da un eccesso di visibilità: fare questi piccoli film significa anche tornare a custodire certi gesti, serbarli, meditarli, registrarne la presenza.

 

 

Torniamo una volta ancora ai luoghi dove non siamo stati. Prendendo in prestito da Eric Pauwels (un autore che entrambi amiamo molto) uno dei suoi titoli, ti chiedo: quali sono i tuoi “film sognati”?

Sì, amo molto quel film come l’intera sua trilogia… Mi ha sempre affascinato lavorare su immagini girate da altri. Sto pensando allora di chiedere ad amici di inviarmi materiali girati in luoghi “dove non sono mai stato” e che magari non visiterò mai.

Un altro progetto è quello che sto rimandando ed elaborando da ormai quasi dieci anni: già “Dove non siamo stati” ne era testimone, con la figura assente di Corso Salani e la sua voce che vagava su terre di confine e di migranti, tra la Francia e la Liguria (o sulla costa adriatica ed il suo confine slavo, altra ipotesi di location). Un film che mi porti ad una riflessione nuova, diventando straniero a me stesso e battendo un sentiero che mi porterebbe a riappropriarmi della parola, non più solo taciuta ma anche parlata.

 

prima passeggiata : trailer from mauro santini on Vimeo.

 

 

[Qualche ora dopo la nostra conversazione, torno a visitare la “Prima Passeggiata di Mauro, opera chiusa nella sua nitidezza digitale fino a che un aereo non piange (e non più solo taglia) il cielo nella sua obliquità di lacrima: neanche più come divagazione celeste, ma come profondità di superficie, come modo di guardare attraverso il velo degli occhi e negli occhi, facendo così del bordo fertile il luogo eletto del (suo) cinema da dove le immagini dipartono -limo e limite dello sguardo-, e insieme destituendo la cornice come demarcazione tra campo e fuori campo, come separazione netta tra film e vita.

Il cinema continua allora a respirare nello splendore breve di questa cecità che per vedere non ha più bisogno soltanto di pupille tagliate di luna, ma di lacrime come destinazione dello sguardo: “Ora, se le lacrime vengono agli occhi, se dunque possono anche velare la vista, forse rivelano, nel corso di questa stessa esperienza, un’essenza dell’occhio. (…) In fondo, in fondo all’occhio, questo non sarebbe destinato a vedere, ma a piangere. Nel momento stesso in cui velano la vista, le lacrime svelerebbero il proprio dell’occhio.***” Il proprio del cinema?]

 

NOTE

*Roland Barthes, La Camera Chiara.

**Luigi Ghirri, Lezioni di Fotografia.

***Jacques Derrida, Memorie di cieco (l’autoritratto e altre rovine)

 

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Come carta di riso: dalla vitalità all’incanto di Alessandra Montesanto https://www.nazioneindiana.com/2020/04/07/come-carta-di-riso-dalla-vitalita-allincanto-di-alessandra-montesanto/ https://www.nazioneindiana.com/2020/04/07/come-carta-di-riso-dalla-vitalita-allincanto-di-alessandra-montesanto/#comments Tue, 07 Apr 2020 12:00:38 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=83878

di Giuseppe Acconcia

Come carta di riso (Oedipus, 2019, pp. 57, 12 euro) è il titolo dell’ultima raccolta di poesie di Alessandra Montesanto. Militante e fondatrice dell’Associazione per i diritti umani, Alessandra insegna Cinema e linguaggio dei Media a Milano. Nella prefazione a cura di Amin Wahidi si richiama la necessità del testo poetico.… Leggi il resto »

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di Giuseppe Acconcia

Come carta di riso (Oedipus, 2019, pp. 57, 12 euro) è il titolo dell’ultima raccolta di poesie di Alessandra Montesanto. Militante e fondatrice dell’Associazione per i diritti umani, Alessandra insegna Cinema e linguaggio dei Media a Milano. Nella prefazione a cura di Amin Wahidi si richiama la necessità del testo poetico. Il poeta, come un mistico sufi alla Rumi, riesce a ritmare le parole come fossero musica. E facendolo riesce a cogliere le profonde disuguaglianze che colpiscono la nostra quotidianità suscitando la necessità di ribellione e protesta che si ritrova nei versi di Alessandra Montesanto. Monica Zanon nella sua postfazione spiega poi che la carta di riso del titolo è un filtro che accoglie gioie e dolori e li trasforma in una trama. Le poesie di Alessandra Montesanto sono così dedicate all’amore per le persone e per la natura, come fiori e fibre che sciolgono i pensieri dell’autrice dai legami della quotidianità e li trasformano in poesia.

E così il grande pregio di questa raccolta è di unire alla contestazione l’armonia e l’incanto che spesso mancano nell’impeto dei movimenti. Per questo i versi di Alessandra trasmettono grande vitalità, come in E sempre indomita vorrò saperti: la poesia che apre la raccolta e forse la rappresenta più di ogni altra. Si legge nel testo: Scotterà la terra/vento verrà a scompigliarti/vibrerà il tuo corpo e così sarà la forza a sorreggere i tuoi sogni. Vitalità che traspare anche dai giochi per le strade e dal “bagno nei mari di luna” di Gentilezza. Non mancano neppure i richiami all’infanzia e alla vita familiare con uno scambio continuo di ruolo tra madre e figlia, come in Amazzone e Figlia e madre, che però culmina non inaspettatamente nella quiete. E Le tue mani in cui l’amore sconfinato di un genitore si trasmette attraverso il palmo delle mani, il vero privilegio di una figlia che può stringerle. L’altro tema caro all’autrice è il riferimento al groviglio di pensieri se in Rete tutti i pensieri/si incrociano/come ragnatele in Pensieri, Alessandra Montesanto avvolge le dita/intorno/ai pensieri che diventano Matassa per cui l’autrice vorrebbe farsi piccola, piccola/e sgattaiolare/dalla matassa/ingarbugliata/di pensieri/e aspettative.

La militanza dell’autrice si evidenzia soprattutto in tre testi: Insorgiamo, Noi, donne e Requiem per i migranti. Nella prima poesia Alessandra Montesanto vorrebbe che tutti gettassimo il cuore in faccia ai prepotenti e non importa se così facendo ci pestiamo i piedi perché in questo modo grideremmo amore a chi incatena libertà. In Noi, donne, l’autrice vorrebbe vendicarsi di chi ha silenziato il grido di tante donne ma anche qui il riscatto è possibile nutrendo la terra per concepire il nuovo. Mentre Requiem per i migranti è una preghiera per chi ha riposto “in noi la sua anima”. Questa continua ricerca tanto può franare (terra friabile mi scappa dalle dita) tanto può sfociare in un ritorno (ritorno a me stessa). E così la vitalità si trasforma in incanto, come in Meraviglia: Sospendo/il respiro/e/resto/nell’incanto/dell’istante.

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L’ultimo dipinto che ho visto con la pandemia già in atto, ma non ancora dichiarata https://www.nazioneindiana.com/2020/04/07/lultimo-dipinto-che-ho-visto-con-la-pandemia-gia-in-atto-ma-non-ancora-dichiarata/ https://www.nazioneindiana.com/2020/04/07/lultimo-dipinto-che-ho-visto-con-la-pandemia-gia-in-atto-ma-non-ancora-dichiarata/#respond Tue, 07 Apr 2020 05:00:53 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=83904 di Paolo Morelli

Il nostro viaggio non è ancora finito, eppure oggi abbiamo incontrato la madre. È un’icona dell’anno Milleedue circa che Barbarossa regalò al duomo di Spoleto e qui sta tuttora. Gliel’ha regalata per consolazione, dopo che aveva bruciato tutto in seguito al pagamento di una tassa con moneta falsa.… Leggi il resto »

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di Paolo Morelli

Il nostro viaggio non è ancora finito, eppure oggi abbiamo incontrato la madre. È un’icona dell’anno Milleedue circa che Barbarossa regalò al duomo di Spoleto e qui sta tuttora. Gliel’ha regalata per consolazione, dopo che aveva bruciato tutto in seguito al pagamento di una tassa con moneta falsa. Incastrata nell’argento pacchiano è apparsa come una spiegazione ipnotica dell’impossibilità per l’arte di legarsi al concetto di evoluzione, a una sequenza bellamente spiegata col senno di poi.
L’icona è piccolissima, dipinta su stoffa in un rettangolo 25 x 35, forse. Il soggetto è la grande madre, nella postura codificata chiamata heghiosoritissa, cioè colta nel momento del dialogo dolente col figlio in croce che non c’è. Mano tesa e braccio, sicuramente il sinistro, sono infatti rivolti in alto, e sotto di essi scorre nel cartiglio il dialogo greco:
“Che domandi o madre?”
“La salvezza degli uomini”
“Mi provocano con la loro durezza di cuore”
“Compatisci, figlio mio”
“Ma non si ravvedono”
“E tu salvali per compassione”.
Infine una dedica a noi incomprensibile: “Irene a Pietro Lifena”.
Ma è la figura a colpire nel segno, a mostrare ciò che non si può spiegare ma solo ribadire. Perché, pur nella sfinitezza del volto e del collo, pure nella luminatura di luce del volto, pure insomma se vi si riconoscono tutti i tratti ieratici del codice figurativo bizantino (tranne le macchie sulle gote), il volto, paludato di nero e colorato di quel verde dolente che ritroveremo sul Cristo di molte immagini italiane è di una bellezza e soavità di tratto che restano per sempre, insuperati da alcun raffinamento di tecniche o progressi o liberazioni dell’umano sentire, cosiddetto.
La linea forte delle ciglia, la serenità dello sguardo, il naso allungato ombreggiato e sottile, la piccola bocca di fervido rosso: è un’apparizione lirica addirittura, forte e soave insieme, pochi tratti e pochi colori in un triangolo di visione che appare dal buio dell’abito, il quale a sua volta si circonda di una aureola a puntini rossi e blu o neri, ed è perduto nello sfondo oro. Perché lo sfondo deve abbacinare arrivando e poi scomparire, e l’attenzione deve cercare il viso della figura, lì fissarsi e trascendere.
Quello che fa di questa icona la fonte, la ragione e il disvelamento di questo viaggio alla ricerca della fissazione medievale, della miriade di occhi fissi nel vuoto o meglio sbigottiti, è che essa mostra semplicemente o meglio ancora ribadisce che ogni artista usa ciò che gli viene tramandato come materiale ispirativo e le tecniche, idee e visioni del mondo cosiddette sono niente più che contingenza e incombenza, e nulla decidono dell’espressione.
Ma questa giornata che di fatto ha spiegato il nostro viaggio era cominciata con Giunta Pisano, con l’eleganza sobria e intuitiva di quella che è forse la prima fra le sue croci documentate (in santa Maria degli Angioli, sotto Assisi). E come una tappa fatta camminando a ritroso nel tempo avevamo ammirato il mosaico eseguito qualche anno prima sullo stesso Duomo di Spoleto (1217), e ancora indietro di trent’anni fino ad Alberto Sotio e al suo Cristo trionfante di pergamena incollata su tavola. Poi, uscendo dalla cattedrale a piccoli passi, un’altra suggestione: la scrittura autografa di Francesco, colta fitta elegante, su un foglio grande come quello di un notes. È una lettera a fratello Leone, gli parla “come una madre”, riassume “tutte le parole che ci siamo scambiati per strada”.
E poi ancora indietro il nostro itinerario di croci, quando Cristo trionfava, spiegato, isolato in un mondo piatto e d’oro, con la testa grande, gli occhi spalancati, severi, talvolta truci. La sua apparizione, rigida e talmente codificata non lasciava spazio a distrazioni di sorta, bisognava inginocchiarsi e fissarsi, abbandonare ogni volontà sperando nell’estasi, nell’unione con il gran Dio.
Poi l’icona passò in mano a Giunta, Cimabue, al maestro di san Francesco e infine la figura si disperse in Giotto. Da simbolo trionfante Cristo chiude quegli occhi sbigottiti, muore e si fa uomo, si riappropria col dolore tutto umano del mondo, dello spazio e del tempo, della conoscenza e del progresso.
Cristo si fece uomo come si dice, e l’uomo scoprì attorno a sé lo spazio, si liberò dall’univoco rapporto con la trascendenza, entrò nella Storia, rinnovando la sua condanna. Fu liberazione necessaria, o contingente. L’uomo si confrontò con lo spazio e grandi cattedrali di idee erano pronte a ricordargli il privilegio assurdo e micidiale di dominare la natura. Col tempo l’artista dimenticò lo scambio possibile e anzi richiesto con i decreti del cosmo e poi necessariamente, dopo il Rinascimento, si compì lo scollamento fra arte e morale, tra poetica ed etica, nonché l’abbandono dell’unità remota e profonda che era il poco cibo, il sostentamento e ragion d’essere dell’arte medievale.
E con lo spazio che si apre dalla piattezza della tavola anche l’immobilità, l’astrattezza temporale si mettono in moto e si comincia a conoscere per disposizione di sequenze progressive. Con la prospettiva aumenta in fin dei conti l’illusione, o meglio la licenza dell’illusione.
È vero: tutto era piatto e sospeso nell’arte ieratica bizantina, l’atmosfera era deprimente, la separazione tra spirito e corpo totale e inequivocabile, ma in quel plumbeo azzeramento personale l’artista possedeva un ruolo fondamentale come tramite con l’aldilà, con il compito o il privilegio insigne di conservare con cura il mistero dello sconosciuto. Dopo, dallo stato di grazia si passa allo stato d’animo.
Cos’è il progresso? La storia dell’umanità si può leggere soltanto come un seriale o senile percorso in avanti oppure ogni epoca, ogni artista ad esempio, si fa tutta la strada, dagli albori animaleschi alla catastrofe, alla distruzione finale? Nell’arte il progresso di certo è niente altro che un’illusione ottica come la linea dell’orizzonte, il suo linguaggio non si evolve mai, l’evoluzione del linguaggio è un’altra illusione, come la forma.
Come se non bastasse, scrivo queste considerazioni ovvie allo scrittoio di una stanza che sta sul retro di un’altra di quello che era una volta l’Albergo della Posta, stanza quella dove per due volte di un giorno soggiornò Leopardi, nel 1817 e 1823. Scrivo sul retro di Leopardi.

(Spoleto 15 febbraio 2020)

 

 

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Il 6 marzo 2020 ancora non mi rendevo conto di quanto le nostre vite sarebbero cambiate per colpa della pandemia Covid-19. Ma forse sospettavo qualcosa, annusavo l’odore di bruciato. Altrimenti non saprei spiegarmi la mail che inviai a un gruppo di scrittrici e scrittori per chiedere loro come stavano vivendo la situazione, come erano cambiati i loro giorni e le loro scritture.… Leggi il resto »

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Il 6 marzo 2020 ancora non mi rendevo conto di quanto le nostre vite sarebbero cambiate per colpa della pandemia Covid-19. Ma forse sospettavo qualcosa, annusavo l’odore di bruciato. Altrimenti non saprei spiegarmi la mail che inviai a un gruppo di scrittrici e scrittori per chiedere loro come stavano vivendo la situazione, come erano cambiati i loro giorni e le loro scritture. Cercavo – lo ammetto – un poco di compagnia nelle parole degli autori, e l’intelligenza e la comprensione dei fatti che avrebbero potuto offrire. Avevo intenzione di pubblicare le risposte su Rassegna.it, un sito letto da attivisti sindacali e lavoratori. Volevo accostare mondi che non sempre si parlano. È così è andata. Ho ricevuto, fino al 30 marzo, diciassette risposte, documenti del cambiamento, anche, nel corso di questo mese alle spalle, dell’accelerazione delle clausure, della pandemia, della paura. Adesso che l’iniziativa è più o meno conclusa, non è terminata però la stagione precaria che pure guarda a un futuro incerto. Mi sono fatto l’idea che, delle tante manifestazioni di scrittura digitale e web che ci coinvolgono, Nazione Indiana sia probabilmente quella su cui è più sensato lasciare una traccia ulteriore. Forse perché sta qui da tanti anni, e nonostante tutto c’è ancora. Ecco i testi ricevuti: documento a memoria, piccola testimonianza di quello che ci è capitato. Li inserisco nell’ordine di pubblicazione su Rassegna, ma di alcuni aggiungo la data in cui sono stati inviati, nel caso sia risultata troppo lontana rispetto a quella di uscita. Allego anche una versione pdf e una versione epub, per maggiore comodità di lettura. D.O.

 

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Francesco Targhetta

Lisa Ginzburg

Gianni Biondillo

Alessandra Sarchi

Francesco Pecoraro

Vanni Santoni

Igiaba Scego

Giorgio Falco

Helena Janeczek

Alessandro Gazoia

Luciano Funetta

Angelo Ferracuti

Rossella Milone

Filippo Tuena

Andrea Gentile

Stefano Valenti

Simona Baldanzi

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Francesco Targhetta10 marzo 2020

Come insegnante in una scuola di Treviso, non vado a scuola dal 22 febbraio e non ci tornerò presto. Appena è diventato chiaro che la sospensione delle lezioni non sarebbe stata breve, mi sono informato su quale fosse lo strumento più comodo per tenere video-lezioni, ci ho un po’ familiarizzato e ho iniziato a usarlo con i miei studenti.

La condivisione di uno spazio virtuale è ben altra cosa rispetto a quella di un’aula, ma tocca accontentarsi: attraverso la chat i ragazzi mi fanno domande e rispondono alle mie sollecitazioni, ogni tanto aprono il microfono e ci parliamo, e così proviamo a surrogare l’insostituibile dialogo che si ha in aula. Mi sembra il male minore, l’unico vero modo per non lasciarli soli. Alla fine della prima video-lezione uno studente, per scherzo, mi ha chiesto: “prof, appena suona la campanella posso andare in bagno?”. Non lo ammetterebbero mai: ma a loro la scuola manca, e anche a me.

Molti mi dicono: approfittane per scrivere. Ma non ci riesco; al di là del fatto che il progetto che ho in cantiere è ancora in una fase troppo embrionale, avverto come un ronzio costante di fondo che mi rende difficile focalizzarmi su alcunché. Più concentrato è il posto in cui devo stare, meno concentrato riesco a essere.

Leggo moltissimo, ho fatto lunghe passeggiate con gli amici finché ho potuto, chiacchiero al telefono e scrivo mail su mail. E penso di essere fortunato, pur vivendo ora in una zona rossa, perché continuo ad avere uno stipendio regolare e non perderò il mio lavoro. Eppure ho la sgradevole sensazione di qualcosa che scivola via, oltre che l’impressione, impalpabile ma dilagata ovunque, che questo avvertimento della nostra infinita piccolezza e precarietà si sia radicato così profondamente che sarà difficile tornare a fare le cose come prima.

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Lisa Ginzburg11 marzo 2020

Attraverso questo strano e non facile momento a Parigi, dove abito, e dove l’allerta Coronavirus non ha assunto la forma di particolari cambiamenti di usi e costumi del vivere comune. Chissà per quanto ancora ma – se pure nettamente meno del solito –  strade, caffè, autobus e metropolitane sono affollati. Non che l’ansia per l’epidemia non galoppi tutt’intorno; però mancano segni tangibili, tracce di radicali nuovi assetti che possano amplificare l’angoscia dei pensieri. Visioni trasformate che mi facciano sentire preoccupata più di quanto già non sia. Lo stesso l’ansia aleggia, abita dentro; da dieci giorni (o più? ho perso il conto, il tempo s’è come dilatato) il mio guardare la realtà è più che mai scisso, strabico, un occhio puntato fisso all’Italia – anche al mondo, certo, però all’Italia soprattutto – l’altro alla vita, occhio vigile sulla mia e quella di chi amo.

La vita prima di questo deflagrare – di un’epidemia, ma anche di molto altro. Il diverso rapporto con il futuro è la trasformazione più spiazzante. Faccio parte di quella vasta categoria di persone che sono solite vivere pianificando, trovando senso e rassicurazione in un monitoraggio continuo del loro tempo, organizzato secondo scansioni, orizzonti di date ed eventi a venire. Giorni e appuntamenti collocati nel futuro, prossimo o lontano, cui sono solita abbrancarmi come a protesi di me, e che invece improvvisamente o si vanificano, o diventano labili, immersi in una nebbia di possibilità che contiene nella sua bruma una buona dose di incertezza.

Il proprio avvenire come ipotesi: un paradigma nuovo, che dilata il presente, illumina il passato, mentre su quel che accadrà “dopo” mantiene un riserbo molto preoccupato. Non è caos quello generato da questo scomporsi delle certezze temporali: piuttosto direi uno smarrimento sconsolato e mite, un sussulto di vulnerabilità, atterrito, senza parole. Epifania muta di uno scoprirsi privi di strumenti per decifrare, la realtà così come se stessi. Per chi scrive, per quanti di noi lavorano con le parole, condizione destabilizzante anche da un punto di vista professionale, e perciò sentita come onnipervasiva, che schiaccia.

Il secondo pensiero è rivolto al Sé. Prende forma in embrione in queste settimane, penso, un modo nuovo di concepire le proprie identità. Ci si sente con gli altri, con tutti. Posti di fronte alla medesima minaccia e perciò interconnessi, nonostante ogni separazione da contagio. Davanti a questo grande pericolo che ci riguarda come esseri umani, senza distinzioni, ogni interesse personale quantomeno cambia di valore. A occhio nudo ecco si mostra la vanità dell’essersi sentiti importanti, anche unici. Come un’espiazione: tante forme di narcisismo verranno azzerate da questa nube di contagio, mi viene da supporre. La mannaia di questa malattia terribile, insidiosa e misteriosa, agirà da Grande Livellatore… Fantasie apocalittiche, la cui intensità è misura del disorientamento. Conta moltissimo il lavoro.

Leggere, scrivere, stare in ascolto, pensare. Come non mai, impegnarsi è la vera barra del timone; però acquattati, lì anche senza poter prevedere niente. Quanto durerà questa paura? Quanto l’allarme di queste settimane, e i disagi, e gli effetti nella lunga durata trasformeranno i nostri modi di stare al mondo, di lavorare, di amare? Domande ampie, avvolte loro anche dalla bruma incerta di questi giorni molto tesi e cupi. Chissà. Allenarsi all’imprevedibile. Addomesticare l’angoscia cedendo a una duttilità del pensiero. Perché dopo questo forme nuove saranno quelle che useremo: per pensare il tempo, e gli altri, e noi stessi.

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Gianni Biondillo, 12 marzo 2020

Forse l’immagine dello scrittore solitario, nel chiuso delle sue stanza, che non fa altro che vergare pagine mentre fuori infuria la bufera, può piacere a qualche romantico d’accatto, ma è pura finzione. Scrivere non è un’attività solitaria. Lo è forse in un dato momento, ma c’è una vita, c’è un mondo da frequentare se si vuole scrivere. La settimana dello scrittore ha momenti schizofrenici. Certo, ci sono la solitudine, il raccoglimento, le ore passate davanti al computer. Ma ci sono anche i viaggi, gli incontri, le scuole, le conferenze. Ci sono le fiere, i saloni, le redazioni, le presentazioni dei libri, tuoi o di altri, nelle librerie, nei centri culturali, nelle scuole. Quando d’improvviso ti viene proibito tutto ciò senti come una ferita, un vuoto. Ti senti sbilanciato, asimmetrico. Per assurdo, proprio ora che in teoria ho più tempo per scrivere, scrivo di meno, con più difficoltà. Questo tempo “sospeso” è un tempo che non passa, che non si mette a frutto. Le scolaresche, i lettori, i colleghi, gli editori, la gente comune, quella che ti ferma per strada, il bar dove fai colazione, le mostre, i teatri, il cinema, sono il cibo quotidiano, la pasta da modellare, il muro da scalare, la materia prima, rigenerante per ogni scrittore. Nessun artista opera da solo, anche il più solitario.

Ma poi, ché di lavoro si parla, non di un ozioso passatempo, non di un hobby da farsi nel tempo libero, la ricaduta economica – per chi come me vive di parole, chi, insomma, non ha uno stipendio o una rendita assicurata – è disastrosa. Mi sono saltati incontri, conferenze, appuntamenti, convention programmati da mesi e che non potranno essere recuperati. Su alcune di queste, dove erano presenti rimborsi, fee, gettoni di presenza, avevo fatto affidamento per tamponare il mio magro bilancio familiare. Di libri, solo di libri, non si vive in Italia.

E, lo voglio dire, mi infastidisce sentire in televisione chi, cercando di sembrare simpatico o intelligente, se ne esce con dichiarazioni risibili. Cose tipo: “Be’, ora abbiamo il tempo per leggerci un buon libro”. Ché c’era bisogno della prospettiva di una pandemia per consigliarlo! Già prima di tutto ciò nessuno andava in una libreria, figuriamoci oggi. Tutto questo tempo sospeso non sarà utilizzato per leggere libri, siamo seri. In un tempo che non passa, in un tempo di pura attualità, il tempo lo passeremo consultando siti di notizie, facendo la conta dei morti e dei sopravvissuti, inebetendoci di fronte allo schermo televisivo, augurandoci nell’intimo la rissa. Per poi magari scrivere sui social che, male che vada, dobbiamo prenderci questo tempo “per aprire finalmente un buon libro”. Che non c’è nella maggior parte delle case degli italiani.

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Alessandra Sarchi13 marzo 2020

L’emergenza sanitaria creata dalla diffusione del Coronavirus, e le conseguenti restrizioni alla mobilità e alla socialità, cadono per me come prolungamento di un periodo non tanto diverso: da un anno e mezzo ormai per ragioni di salute passo parecchio tempo da sola. In attesa che le cose migliorino, in attesa che gli esami cui mi sottopongo periodicamente mi consentano di ritornare a fare questa o quella cosa. In molti mi dicono: be’ ne approfitterai per scrivere, in realtà non è così.

Scrivere, scrivo, ma senza quella ricchezza di spunti e di sollecitazioni che rendono necessaria quest’attività. La scrittura è già di per sé isolamento, ma un conto è isolarsi mentre si è nel mezzo di relazioni e stratificazioni che premono e chiedono e suggeriscono connessioni e rimandi, e scavano tunnel che dal presente vanno al passato, un conto è vivere isolati per forza, privati della possibilità di un confronto frequente; ci si inaridisce, io mi inaridisco. Si coltivano ossessioni, a volte diventano percorribili con l’immaginazione, a volte è meglio trattarle per quello che sono: spazzatura della psiche.

Non è che il mondo di storie e di fantasie che mi porto dentro sia venuto a mancare, però è come se si fosse rattrappito; se ne sta lì, come una ballerina senza pubblico, perché dovrebbe esibirsi? Perché dovrebbe prodursi in una fatica fisica la cui bellezza e perfezione formale non verranno apprezzate da alcuno?

Anche ai cultori di un ego intellettuale autonomo e autarchico credo sia chiaro, ora, quanto la vita della mente si nutra di relazioni. Quanto lo scrivere richieda una fiducia nel prossimo di un qualche tipo. Forse è una lezione salutare per noi tardivi figli di un Novecento che ci ha nutriti di individualismo e cinica relatività.

Mi manca il cinema e mi manca il teatro, mi manca il poterne parlare con gli amici con cui condivido questi momenti, mi mancano moltissimo biblioteche e musei. Esistono i dialoghi a distanza, le letture e tutto il resto. Esiste il web. E per fortuna esistono gli amici come Davide, che da lontano vengono a stanarti e in questo momento è la cosa che più assomiglia a un: raccontami.

L’unica ragione per cui abbia senso pensare di scrivere.

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Francesco Pecoraro14 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)

Per chi scrive e sta, metti, concentrato su qualcosa che lo interessa, un groppo di temi su cui riflettere, cose su cui documentarsi, quella del virus è soprattutto un’irruzione che si subisce a livello mentale, perché il dualismo ultimativo vita/morte spazza via tutti gli altri temi, rendendoli marginali. Le idee su cui stavo lavorando improvvisamente si sfarinano, il pezzo che stavo rifinendo diventa inutile, lo porto avanti per inerzia perché è quasi a posto, altrimenti lo abbandonerei.

L’auto-committenza, che caratterizza il lavoro di gran parte degli artisti contemporanei, è come se venisse meno. Con la mente occupata da pensieri ultimi e l’orecchio teso al flusso incessante dell’informazione sulla pandemia, con la città che si chiude e non ti chiama più a distrazione fruizione esplorazione, con gli incontri amicali che si diradano, è difficile assegnarsi dei compiti e tenere duro sull’auto-disciplina necessaria a questo lavoro.

Se mancano stimoli attenzione e nutrimento, semplicemente si smette di scrivere. Fortunatamente ancora ricevo una pensione che mi permette di vivere, ma in questi giorni sono solidale con quel titolare di una ditta di catering che racconta dei suoi ordini calati del 100%: gli “eventi” cui prestava i suoi servizi, diventando dannosi, hanno anche rivelato la loro marginalità.

Ci difendiamo amputando la vita associata. La cosa è come se si riflettesse nella mia testa. In questa fase la scrittura, da centrale che poteva parermi sino a due settimane fa, sta calando in uno stato secondario. Come tutti, mi domando se e quando questa strana vicenda collettiva finirà. E se, vista la mia età, ne uscirò vivo.

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Vanni Santoni15 marzo 2020 (inviato il 6 marzo)

Un fatto interessante, tra tanti drammatici, di questi giorni di pandemia, è l’accelerazione del tempo. All’apparenza, il tempo si direbbe rallentato: le ore, chiusi in casa, si fanno lunghe per tutti. In realtà, non ha mai smesso di accelerare: ogni giorno sappiamo qualcosa in più sul virus, vediamo come reagiscono i vari paesi, abbiamo una nuova posizione; le idee e le considerazioni del giorno prima diventano immediatamente obsolete; lo abbiamo visto accadere da noi, e poi, in una replica piuttosto grottesca, perché evitabile, di nuovo in Francia: prima lo sminuire, il paragonare il Coronavirus all’influenza, il dire che colpisce solo chi è già malato; poi l’aumento della preoccupazione, le misure che si fanno via via più serrate, l’ineludibile prenderlo molto sul serio da parte di tutti. Allo stesso modo, ogni giorno siamo diversi noi, perché prendiamo le misure al nostro isolamento, alle nostre reazioni a esso e a quelle di chi ci è vicino.

Il contributo che segue, chiestomi da Davide Orecchio, è stato scritto dieci giorni fa. Oggi, vedendo che non era ancora uscito, avevo pensato di riscriverlo, dato che in dieci giorni è cambiato tutto; poi ho ritenuto più interessante lasciarlo così com’è, aggiungendo solo questa piccola introduzione, così che rimanesse a testimonianza di quanto velocemente cambino le cose durante un’emergenza del genere. Al lettore il compito di immaginare le molte, troppe cose che potrei aggiungere dopo così poco tempo.

[scritto a Bastia il 6 marzo 2020]

Per carattere – mia madre, da ragazzino, mi diceva sempre che ero “incosciente” – mi viene molto difficile spaventarmi o allarmarmi, così all’inizio della pandemia non ho cambiato minimamente le mie abitudini, che del resto non sono molto mondane essendo del tutto calibrate sul mio lavoro: mi alzo tardi, pranzo presto, vado in biblioteca a scrivere, torno a casa per leggere (e cenare, pure, presto); mi sposto in un caffè per scrivere fino a notte inoltrata, torno a casa a leggere, dormo.

L’unico cambiamento, quindi, che ho notato nei primi giorni del Coronavirus, è stato il progressivo calo delle presenze nella biblioteca (e nei bar) in cui sono solito andare, finché verso metà febbraio non mi sono ritrovato da solo nell’intera sala lettura. Cosa che mi ha fatto piacere, così come sul momento mi ha fatto piacere vedere Firenze libera dalla morsa turistica che ogni giorno la soffoca.

Quando le cose hanno cominciato a farsi più serie, e a condizionarmi contro la mia volontà – biblioteche chiuse, caffè che chiudevano prima per assenza di clientela – mi trovavo a Bastia, in Corsica, dove lavora in questo momento la mia fidanzata (all’arrivo del traghetto siamo stati accolti dalla stampa, alla quale in un francese mediocre ma spavaldo ho detto che era tutto solo una grande paranoia!), e qui mi sono trattenuto visto che nel frattempo sono saltati o sono stati rimandati tutti gli eventi a cui avrei dovuto partecipare: prima il festival “I Boreali” a Milano (annullato), poi la nuova fiera del libro “Testo” di Firenze (rimandata a giugno), poi il corso di scrittura che dovevo tenere alla Fondazione Altiero Spinelli sempre a Milano (rimandato a data da destinarsi), e ancora “LibriCome” a Roma (annullata); è di queste ore il rinvio di “Book Pride”, altra manifestazione milanese, che pure avrebbe dovuto tenersi a metà aprile, in una data quindi piuttosto lontana.

A questo punto, anche considerando l’ultimo dato AIE che parla di un calo delle vendite di libri attorno al 50%, ho cominciato a preoccuparmi un pochino, dato che, comunque, la barca sta a galla anche grazie a questo fitto calendario di eventi di grande qualità, indispensabile per tenere aggregato lo zoccolo dei lettori forti e fortissimi, oltre che noi addetti ai lavori.

E ovviamente ho cominciato a preoccuparmi per tutti gli amici precari che cominciavano a rischiare il lavoro, anche fuori dall’editoria: quanta gente, a Firenze, lavora nelle università americane con contratti semestrali? Quanta è precaria nella scuola? Quanta lavora a partita Iva in giro per l’Italia?

Insomma, con l’allungarsi del periodo di allarme, c’era poco da fare i gradassi: che uno avesse paura o meno del virus, questo cominciava ad avere effetti reali sulla vita delle persone, mettendo in luce la perversità del sistema tardo-capitalista in cui ci ritroviamo.

Ho la fortuna di scrivere sui giornali, che non hanno fermato le loro attività, e ho avuto la fortuna di non avere libri fuori in questo momento: il mio ultimo romanzo è uscito un anno fa e sono fuori dalla fase di promozione, mentre il prossimo è in mezzo al guado e quindi farei vita monastica comunque. È vero che ho un pamphlet in uscita ad aprile, ma essendo un piccolo libro sulla scrittura e sul suo (non) insegnamento, ha un pubblico specifico – gli aspiranti autori – e quindi non lo avrei portato molto in giro… Si dice sempre che le presentazioni servono a poco, ma non è vero: nel momento in cui un libro è in fase di lancio, concorrono, assieme alle recensioni, alla presenza sui social e al resto, a creare attorno al libro quell’aura di attenzione che poi è decisiva nel determinarne il successo. La singola presentazione, come la singola recensione, non cambia niente, ma tutte assieme sono fondamentali (specie quelle alle manifestazioni frequentate dai lettori più attenti) per innescare, se le cose vanno bene, la famosa “massa critica”, e capisco quindi lo stato d’animo esasperato di chi ha avuto un libro in uscita a febbraio o adesso a marzo, normalmente mesi eccellenti per arrivare in libreria.

Adesso la mia preoccupazione è per l’intero comparto, che sembra accusare la crisi da pandemia più di altri, ma più in generale per tutti coloro che rischiano il lavoro, nell’editoria come altrove. Cerchiamo di reggere il colpo, e speriamo che almeno tutto questo serva a tenere a mente quanto è importante la sanità pubblica e quanto fa schifo l’erosione dei diritti dei lavoratori.

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Igiaba Scego15 marzo 2020

Caro Davide, mi mancano le parole. È strano da dire visto che facciamo le scrittrici e gli scrittori con vocazione quasi monastica. Ma è la verità, mi mancano tutte le parole per descrivere questo caos. Il coronavirus me le sta togliendo una ad una. Come tutti sto vivendo questa esperienza di vivere sigillata, come se fossi in una scatola di sardine dove l’unica sardina sei tu, che nuoti e provi a tenerti a galla in quel mare di olio nonostante tutto. Siamo topi in trappola. E stiamo provando ora sulla nostra pelle quello che molti uomini e donne del Sud Globale provano quotidianamente. Io ho sempre ragionato del viaggio, quello possibile e quello negato. Sono sempre stata conscia di essere parte di una bolla di privilegio pazzesca, bolla che mi ha permesso nel tempo di fare viaggi transoceanici in pochi giorni. Ed è questo privilegio di viaggio che mi ha sempre mosso alla difesa di chi invece veniva privato della mobilità, a volte persone con la mia stessa faccia, con il mio stesso colore scuro di pelle, che hanno dovuto attraversare il deserto e la ferocia dei trafficanti solo per poter fare un passo.

L’anno scorso l’ho capito come non mai quanto il passaporto europeo che portavo in tasca fosse una chiave che apriva magicamente i confini. Infatti è l’anno scorso che ho fatto la pazzia di attraversare tre volte l’Atlantico, per andare due volte negli Stati Uniti e una volta in Brasile. Controlli standard e poi via alla conquista di quei territori che in fondo fino a ieri consideravo quasi dietro l’angolo. Ma niente è dietro l’angolo. Il privilegio di avere un passaporto forte si è scontrato oggi con un virus che assomiglia ad una cabarettista degli anni ’20 e che ha la caratteristica di colpirti dove non te lo aspetti. E questo virus ci ha calato come non mai nell’esperienza reale delle persone che il mainstream chiama migranti e che in condizioni di viaggio normale, legale e possibili, sarebbero stati solo viaggiatori.

Capisco nell’intimo, nel dolore di questa stasi causata da condizioni straordinarie, che il diritto alla mobilità dovrebbe essere concesso a tutti. Ma nel mondo nuovo (perché volente o nolente sarà nuovo) che verrà capiremo secondo te la lezione del virus? O continueremo a costruire muri e frontiere? Ora la frontiera me la sento addosso. Io che ho la famiglia quasi tutta fuori dall’Italia, mi sento separata da loro come non mai. E questo sta succedendo a tante amiche/amici che hanno i figli in qualche altro paese, italiani emigranti con una laurea al posto della valigia di cartone. Sono preoccupata per loro, per la mia famiglia che vive altrove, e se succede qualcosa? La consapevolezza che questa volta non ci sarà un volo Ryanair per raggiungerli mi annienta.

In questo il virus ci ha fatto vedere come sarebbe brutto vivere nel mondo sognato dai sovranisti, un mondo sigillato, chiuso, dove l’assenza della relazione umana è l’imperativo categorico. Da poco stiamo sperimentando questo paradiso sovranista e già ci da la nausea. Ed è così odioso non poter più fare nulla di quello che ci piaceva, nemmeno il caffè al bar che come sai fa sempre molto made in Italy.

Il virus è un dittatore, lo ha definito tale il virologo Burioni. Ed è così. Costringe i nostri governi (dico nostri perché finalmente alla lungimiranza del governo italiano se ne stanno aggiungendo altri) a diramare decreti che mai avrebbero voluto firmare. Ma è anche un virus comunista, mi ha detto Simone Paulino editrice della brasiliana Nos, un virus che sconquassa con la sua invisibilità il mondo del capitale, mettendo a nudo le catene dello sfruttamento e le idee malsane per la società che sono dietro ad alcuni leader di organi sovrazionali. E’ il virus, con la sua pericolosità, che ci mostra con chiarezza le diseguaglianze sociali, i posti letto tagliati in ospedale per profitto, le carceri sfinite da troppe politiche sbagliate.

Io però, caro Davide, lo confesso non so dirti se questo virus sia comunista, fascista, qualunquista… probabilmente è solo un virus ecologista perché mette a nudo la sbagliata relazione di noi esseri umani con il pianeta. Non so che virus sia. So però che, dopo, le nostre piccole vite non saranno più le stesse. Qualcuno la vita non ce l’avrà più e chi sopravvivrà, dovrà fare i conti con le paure di un dopo che non sappiamo ancora che forma avrà. Niente sarà davvero più lo stesso per nessuno, nemmeno la vita dei paesi sarà più la stessa, con una Cina in gran sfoggio pronta a un suo personale (e meritato direi) rinascimento e con gli Stati Uniti malandati quanto i suoi candidati in corsa alla poltrona di presidente.

Vorrei dirti di più, ma ho perso le parole. Anche se ora tu le vedi, le leggi, sono ancora troppo impalpabili come il virus, ancora troppo spaventate. Un giorno torneranno tutte con la lucidità necessaria. Torneranno le parole giuste e ci guideranno verso nuovi orizzonti.  Credo che però per poter scrivere di quello che ci sta succedendo, della paralisi, delle paure, dell’angoscia, ci vorrà tempo. Molto tempo. Per ora ho deciso di aprire dei libri, leggerli, ho bisogno delle parole degli altri oggi più che mai, per mettere a fuoco, per non perdere l’equilibrio, per esistere, per resistere. Solo guardando alle esperienze del passato o anche solo dell’altro ieri potrò/potremo capire come sarà il mondo che verrà.

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Giorgio Falco16 marzo 2020 (inviato l’8 marzo)

Prima del coronavirus uscivo poco, adesso esco ancor meno e sono autorizzato dal decreto. Certo, ho dovuto annullare o rinviare alcuni piccoli impegni lavorativi; avrò ulteriori incertezze economiche, ma il mio unico lavoro lo svolgo a casa, scrivendo libri. Di solito non sono invitato a festival, saloni e altre situazioni del genere.

Per me è tutto come prima. Beh, quasi. Voglio dire, da alcune settimane fatico a mantenere la concentrazione mentre scrivo e leggo. Di sicuro è aumentata l’ansia; a ogni fine giornata non guardo più le previsioni meteo e le temperature delle varie città del pianeta; adesso guardo il numero dei contagiati e il numero dei morti da coronavirus, in Italia e nel mondo; poi faccio il conteggio dei morti in Italia e in Lombardia, uso la calcolatrice, poiché nessuno ripete più la percentuale del 2%, il valore ipotizzato durante i primi giorni. Oggi la percentuale dei decessi è stata vicino al 5%, ieri era al 4,5%, l’altro ieri era al 4%.

Cerco di difendermi ingenuamente, confidando nei numeri, e nel fatto che questo virus sia l’unico portatore di malattia e dolore e morte. All’inizio ho pensato di rifugiarmi nella casa disabitata di un parente, sulla costa adriatica ferrarese, in un luogo quasi disabitato. Ma poiché da molti giorni ho tosse e mal di gola (l’ennesima ricaduta dell’influenza, credo, e spero), a volte temo che sia il coronavirus in una forma blanda, e allora ho preferito rimanere a casa.

Da molti anni ho sperimentato su di me una piccola teoria, ovvero che la condizione migliore per guardare il mondo sia avere una febbriciattola, 36.9, al massimo 37.2, non di più. È la soglia per cui tutto appare in una forma leggermente diversa rispetto a quella abituale. È la soglia per cui possiamo togliere il velo appoggiato sulle cose, pur continuando a mentire.

Come diceva il mio allenatore dopo aver subìto il primo gol: ragazzi, tranquilli, non è successo niente, non è successo niente. Poi, se e quando arriverà proprio a noi la febbre alta, saremo comunque troppo deboli per sopportare la verità.

***

Helena Janeczek16 marzo 2020 (inviato il 14 marzo)

È appena giunta la notizia che anche la Spagna, dove l’epidemia ha avuto un drammatico incremento, ha deciso delle misure simili a quelle italiane. Questo rafforza uno dei pensieri più angosciosi di questi giorni: il Covid corre più veloce dove ogni gesto introiettato contravviene alla regola di mantenere le distanze. Persino nel Lombardo-Veneto, avvezzo a considerarsi “il Nord”, è naturale fare grappolo, salutare con baci, abbracci, pacche e strette di mano, parlare vicino dall’interlocutore. Naturalmente ci sono altri elementi, ma l’idea che il contagio punisca la nostra maggiore socialità – socialità scelta o obbligata – mi risulta abbastanza insopportabile. L’ironia della sorte vuole che dal giorno del primo caso a Codogno, in vista di un tour in Germania poi cancellato dal galoppare degli eventi, mi fossi quasi messa in “autoquarantena”. Ma per quanto mi dispiaccia che la pandemia abbia colpito e abbattuto il lancio ben preparato della traduzione in tedesco di La ragazza con la Leica, in queste settimane non riesco a stare dentro i miei panni di scrittrice.

Sono stata presa a imparare delle regole contrarie alle mie abitudini e persino ai miei tic nervosi, io che metto spesso le mani nei capelli e pure in faccia. Questo mi ha fatto sentire esposta a una diffidenza verso me stessa, quasi appesa a un sottile filo di paranoia. Ora sono più serena e rodata, con le scorte di sapone e crema per le mani ormai secche. Però mi sento un corpo vulnerabile attorniato da altri corpi ancora più vulnerabili. Ho tanti amici e addirittura figli di amici che lavorano nella sanità lombarda. Quasi tutti gli altri sono lavoratori autonomi che non hanno idea di come tenersi materialmente a galla, eppure non si lamentano delle misure intraprese. Penso che Rassegna sia il luogo giusto per menzionare queste lavoratrici e questi lavoratori, non importa se sono librai o baristi, teatranti o altre partite Iva.

Passo le mie giornate a sentire le persone care, quasi tutte con una forte preoccupazione: genitori anziani, figli all’estero, bambini piccoli da gestire a casa o qualche pregresso clinico che in una situazione normale sarebbe sotto controllo. E poi cerco delle informazioni attendibili su questo virus e le strategie per contrastarlo. Ho una mente pochissimo scientifica, invece adesso mi rasserena solo il rigore del metodo scientifico, incluse le ammissioni di imprevedibilità e di ignoranza. Le mani non rimandano più il privilegio di essere una scrittrice, una che lavorando non le consuma. La testa arranca dietro una realtà mutevolissima per cui il primo grado di comprensione viene fornito da una cultura che non mi è familiare. Ma va bene starci così, in questa crisi, senza una stanza per sé, perché anche con una porta chiusa, la mente non riesce a isolarsi.

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Alessandro Gazoia17 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)

In questo momento m’imbarazza scrivere della mia condizione, perché non è di particolare disagio né significativa in special modo. Tuttavia darò in breve la mia testimonianza, appunto solo una tra le tante. Credo che il mio caso sia relativamente raro, infatti da molti anni “lavoro a distanza” come editor: le case editrici con cui collaboro sono lontane centinaia di chilometri e gli autori che seguo, ovvero le persone che sento più spesso per mail o al telefono, vivono in altre regioni, in altri Stati. Quando la situazione era meno grave, molti mi hanno detto scherzando che per me non era cambiato niente: restavo sempre quarantenato volontario. Sono cambiati però i momenti in cui solitamente incontravo le persone dell’ambiente editoriale in generale, ovvero le fiere e i festival: fiere e festival annullati, posticipati, in via di probabile annullamento e posticipo.

Ad esempio a metà aprile non ci sarà a Milano Book Pride, fiera nazionale dell’editoria indipendente, con la quale collaboro da diversi anni, come uno dei “curatori del programma”. Venerdì 6 marzo abbiamo comunicato che la manifestazione è rimandata, e non sappiamo ancora quando potremo recuperarla. Dopo l’annuncio, ho guardato ancora una volta il documento condiviso in rete dove in questi mesi noi del “gruppo di lavoro” abbiamo segnato tutti i circa 300 incontri programmati (se un documento condiviso in rete non pare il massimo della tecnologia per organizzare un festival di dimensioni non piccole, è perché non è il massimo della tecnologia, però grazie alla buona volontà di tutti ha sempre funzionato bene; nell’editoria la buona volontà muove le montagne che devono essere mosse).

Ho provato dispiacere per il lavoro sfumato, fatto insieme a decine, centinaia di editori e autori, poiché, anche nella migliore delle ipotesi, cioè con un recupero della fiera, si dovrà ricominciare quasi da zero – non essendo certo possibile tra diversi mesi presentare solo libri usciti all’inizio di quest’anno; ma soprattutto c’è il rammarico di avere fatto qualcosa di molto buono (a nostro giudizio) che non può essere condiviso col pubblico dei lettori, lettori per i quali – lo dico senza retorica, perché parliamo pure di concretissima economia – tutto il settore editoriale lavora.

Oggi tornerò a editare libri altrui, a scrivere per me e a guardare le notizie. Domani farò lo stesso, dopodomani anche. Fino a quando, spero presto, la “necessità” di aprire ogni ora una pagina web per “controllare la situazione” si farà meno forte.

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Luciano Funetta18 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)

Scrivo queste brevi righe da una casa in un quartiere molto popoloso di Roma. Dicono che presto anche qui verranno tracciate le linee della zona rossa. Chi lo dice? Voci. Voci che sussurrano e avanzano ipotesi. Sono esattamente otto giorni che non vado al lavoro, non per ragioni legate all’emergenza sanitaria.

Nell’ultima settimana ho avuto il tempo – tre ore trafugate alle incombenze quotidiane – di scrivere soltanto la bozza di alcune pagine di accompagnamento a cui una casa editrice mi ha gentilmente chiesto di pensare per il romanzo breve di un’autrice cilena. È un’opera che parla delle cicatrici dei sogni. I protagonisti sono poco più che bambini e i loro sogni sono le emissioni spettrali di una notte collettiva.

Per il resto dei giorni appena passati ho respirato l’odore di reparti ospedalieri, viaggiato su mezzi pubblici stranamente poco affollati, ascoltato, per strada, frasi in lingue che all’improvviso sembravano più antiche e solenni, e ho pensato che la stanchezza e la mancanza di sonno mi avessero trasportato in una megalopoli fuori dal tempo.

Ho letto giornali, guardato trasmissioni, cercato articoli, ricevuto messaggi e telefonate, ho comprato medicine, ho letto libri per bambini, pochissime pagine di libri per adulti, ho resistito alla tentazione di riattivare un paio di profili social (non ne faccio uso da anni), sono rimasto in costante contatto con i colleghi della libreria di San Lorenzo dove lavoro. Nelle ultime due settimane abbiamo dovuto annullare gli eventi che permettono al fragile equilibrio del nostro commercio di prosperare. In compenso, mi dicono, stiamo vendendo buoni libri. Soprattutto pare ci sia un certo rinnovato interesse per i cosiddetti “libri che non si possono non leggere prima di morire”.

In balcone stamattina, mentre fumavo dopo aver aggiunto due frasi al romanzo con cui combatto ormai da otto anni, ho sentito un insolito silenzio. Mia figlia di tre anni e mio figlio di sei giorni dormivano. Forse era il silenzio del sabato, il silenzio di un sabato come gli altri, o forse c’era, come mi è parso, in quel silenzio qualcosa di nuovo, un’aria luminosa, «un silenzio che», scrive Thomas Bernhard, «fa davvero orrore alla natura». Niente traffico, niente ambulanze o volanti della polizia, nessuna traccia del rombo che sembra la voce profonda della città.

Il silenzio che ultimamente avvertiamo, o meglio questo rumore bianco in cui di tanto in tanto si affacciano versi di uccelli e isolate voci umane che balbettano qualcosa, e che tentiamo di coprire con parole inadatte, ci accompagnerà ancora a lungo. Dovremo amarlo e custodirlo, considerarlo come una prefigurazione. Attraversarlo non ci obbligherà a raccontare la sua comparsa, e tuttavia non potremo ignorarne il lascito. Il silenzio degli ultimi giorni e dei giorni che ancora verranno è tessuto cicatriziale e come ogni cicatrice, come ogni sogno, a distanza di tempo tornerà a farsi vivo. Ne troveremo tracce in ciò che leggeremo e scriveremo, ne porteremo con noi i residui fisici, sociali e psichici. Questo, è ovvio, non comporta che la letteratura o in generale la vita umana sulla terra possano in qualche modo trarne giovamento.

Continueremo, quando l’emergenza passerà, a scrivere opere ignobili e a condurre vite infami. Solo di tanto in tanto, può darsi, ci ritroveremo tutti insieme dentro il fantasma di uno strano sogno, in un mattino di quiete abbacinante in cui tutto apparirà uguale a sempre, tutto tranne noi.

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Angelo Ferracuti19 marzo 2020

Nei giorni scorsi ho avuto l’influenza, vissuta da solo a casa perché mia moglie si è fratturata il femore sciando due mesi fa e, stando noi al quarto piano, per un periodo è andata a vivere da sua sorella. Tendo per mia natura a non drammatizzare, ho perso una precedente moglie giovanissima di cancro, mi sono costruito “la corazza”, quindi uscivo di casa con il cane – il boxer londoniano Buck, adorabile – anche con la febbre e al freddo, direi in maniera quasi temeraria, sfidando la cattiva sorte e il virus. Buck per ripagarmi veniva al mio capezzale ogni 10 minuti a controllare il mio stato di salute, guardandomi con gli occhi lucidi, interrogativi.

L’influenza mi ha lasciato una stanchezza fortissima. Intanto, arrivavano notizie contrastanti, troppo contrastanti, i cosiddetti esperti nelle società mediatiche si esibiscono, spaventando la gente, i miei figli stavano a Bologna e a Milano, non potevano tornare. Prima c’è stata l’angoscia, il panico, la paura di molti che non era la mia, poi tutto è fisiologicamente passato a uno stato di allerta e di adattamento alla clausura, quindi il tempo è diventato un tempo di attesa e di transito, come se le vite di tutti si fossero fermate. Quindi uscire con Buck è stato e resta un vero e proprio privilegio, ogni uscita è diventata un osservatorio sulla vita degli altri.

Il clima nella via in questi giorni è da fine dell’umanità, la grana del silenzio a momenti rasserena, sembra quella degli anni 60, oppure dei tempi dell’Austerity, che ricordo benissimo, di ipersocialità, in altri momenti spaventa, sembra quella di prima di una Apocalisse. La gente mi chiama dai balconi, la cosa più bella è stata la riscoperta della nostra reciprocità, la riscoperta del legame sociale, il capire che nessuno vuole stare solo, come ci stanno cercando di far credere i potenti, i media, le tecnologie, la ricerca disperata di parlarci, salutarci, nella mia via è successo spesso in questi giorni. Ho sentito tutti più vicini. Una signora mi ha chiesto se potevo prestarle il cane, per uscire, ho visto un signore, che di solito incontro a passeggio, che si allenava nel quadrato del suo attico nel palazzo che sta di fronte al mio, dalle case potevano arrivare le musiche più diverse, il Nabucco invece che l’Aida o i Rolling Stones, cose che probabilmente c’erano anche prima, ma che adesso, senza più rumori di sottofondo, riuscivano finalmente acusticamente ad affiorare, così come percepivo struggente il canto degli uccelli, l’abbaiare dei cani.

Certo ho pensato a certi libri che hanno colonizzato il mio immaginario, soprattutto quelli di Ballard, Camus, ho pensato che questa poteva essere un’occasione per ripensarci come società, ma gli intellettuali – quelli veri – vivono sempre dentro questa riflessione profonda. E gli altri? Siamo sicuri che servirà? Mi dicono che le vendite dei libri siano crollate, la gente non vuole pensare, invece si sono impennati gli share delle tv, la corsa agli accaparramenti nei supermercati.

Una cosa è certa, tutti abbiamo capito sulla nostra pelle che siamo schiavi dei mercati, il virus provocherà a catena chiusure di attività economiche, commerciali, siamo tutti consumatori che tengono in vita altri consumatori, e che alimentando questo grande mercato i ricchi saranno sempre più ricchi, e tutto il fronte dei precarizzati, delle fasce più deboli, come gli operai delle fabbriche, ha una doppia esposizione, al virus e alla minaccia della perdita del posto di lavoro.

Il virus mostra la debolezza delle società che abbiamo creato, ma nessuna voce si è alzata a difesa del welfare, contro le privatizzazioni della sanità che hanno tolto risorse, specie in Lombardia e in Veneto, le regioni più colpite, governate da un trentennio dalla Lega, dove hanno tagliato servizi, cancellato presìdi, ospedali, così come purtroppo è successo anche in regioni storicamente governate dal centrosinistra. Non c’è stata una sola voce civile, politica, spirituale, che si è elevata sopra a dichiarazioni tecniche, mediatiche, mediche.

Quella che manca, oggi, è una lingua che vada oltre il parlato dell’eterno presente, una lingua umanistica nuova. Se non cerchiamo quella lingua, se non troviamo quella lingua, politica, letteraria, civile, rischiamo di diventare anche noi scrittori, artisti, complici di quella banalizzata, spettacolarizzata, cinica del grande mercato globale, quella che, per dirla alla Volponi, fa parlare il banco del supermercato, il quale diceva, profetico, che “sembrava scomparsa la profondità del mondo”.

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Rossella Milone20 marzo 2020

Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri.

Lo dice Marguerite Duras, nei suoi pensieri raccolti da Feltrinelli in Scrivere.

È così, per chi scrive: stare soli, concimando la propria scrittura di un silenzio che non è vuoto, ma il circondario dove si raccoglie l’immaginario per creare storie.

Gli altri sono tutto ciò che sta prima della storia. Il nostro mondo, la nostra normalità, la ritualità del nostro stare in vita – è tutto ciò che vive prima della storia.

Nessuna storia può venire al mondo senza il mondo.

Quindi, l’isolamento dello scrittore è solo mentre scrive; è nell’atto creativo che la scrittura mette in campo la separazione di cui parla Duras: dentro quella separazione possiamo vedere gli altri.

Quello che sta accadendo in questi giorni di isolamento forzato, ci sta permettendo di scrivere tutti – in senso molto metaforico. Ci sta permettendo – o potrebbe permetterci, se riusciamo a cogliere il virtuosismo di questo shock – di guardare gli altri, di guardare noi stessi, e il mondo in cui viviamo, nello stesso isolamento privilegiato che ha lo scrittore. Da questa separazione possono emergere metafore, illusioni, comprensioni e spiritelli, spifferi inediti in cui ricomporre il mondo.

Non è questo, scrivere storie?

Io credo di sì. Io credo che stiamo scrivendo tutti, e, come succede con i libri e gli scrittori, c’è chi scriverà meglio, chi peggio.

Ora come ora questo isolamento non mi permette di scrivere granché.

Il tempo in famiglia, coagulato in salotto e non frazionato fuori le mura domestiche, si riduce come il fiato in una corsa. Soprattutto quando si hanno figli piccoli, il tempo viene fagocitato, risucchiato, e il lavoro diventa un’apnea. Sembra un paradosso, ma si riescono a fare molto, molte meno cose di prima perché i bambini, per fortuna, non conoscono tempo. Nulla in confronto a chi deve rischiare ogni giorno per raggiungere il lavoro, o, addirittura, per chi lavora in ospedale. Noi quarantenati in smart working godiamo di un tempo e di una sicurezza che ci permette di interrompere la vita solo a metà.

Però è anche vero che chi fa un lavoro come il mio, creativo, che richiede un isolamento particolare in cui raccogliersi, isolarsi col cervello, entrare in una specie di trance immaginifica, diventa più complicato se un bambino ti si arrampica addosso.

Ma, forse, per chi è abituato a scrivere e a passare molto tempo da solo come me, questo tempo va ricalibrato, va solo normalizzato secondo altri parametri, perché la solitudine ci appartiene come una virtù, e non come un fallimento.

Mi manca tutto della vita di fuori. Mi manca l’idea, la libertà di poter uscire a prendermi un caffè con un amico, anche se poi non lo farei davvero. Ma questa mancanza è nutrita tutti i giorni da qualcosa di intimo che riscopro nel silenzio di Roma, che più che un silenzio mi sembra un respiro.

Allora, visto che sono una maniaca del controllo, sto provando a darmi una disciplina, perché è così che scrivo da sempre: con estro, e con disciplina. Senza, i libri non si scrivono.

Risveglio. Due ore di lavoro generale (recensioni, consegne, preparazione delle lezioni on-line).

Tempo libero per mia figlia.

Due ore di lettura dopo pranzo mentre mia figlia vede un po’ di cartoni e gioca per i fatti suoi.

Tempo del gioco. Tempo del gioco. Lezioni on-line nel tardo pomeriggio. Tempo del gioco ancora.

Scrittura in tarda serata, dalle 23.00 fino a notte inoltrata.

Ecco, questo il mio piano. Nel mio piano quelle ore lì – quelle finali – in cui mi dedico alla scrittura nella notte dilatata della quarantena, sono le più belle, quelle in cui niente è accaduto e tutto quello che accade è nella storia che sto scrivendo.

Da quando è cominciato il mio isolamento, questo programmino non l’ho mai ancora rispettato.

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Filippo Tuena21 marzo 2020 (inviato il 6 marzo)

Per me, da un punto di vista pratico cambia poco. Vivo diciamo da pensionato. Lavoro in casa da anni. Ho pochi contatti col prossimo. Non do lezioni né nelle scuole né nelle università. Faccio da sempre poche presentazioni. Rinunciarci non mi pesa. Ma quel che nasce da un’imposizione si vive diversamente da quanto si decide in maniera autonoma.

Sono abbastanza preoccupato della situazione, per i figli, per la nipotina, per la crisi economica che seguirà il picco del contagio – che temo dovrà ancora arrivare.

Sto gran parte del tempo in casa, porto il cane a spasso, vado nel piccolo supermercato sotto casa, frequento poco qualche libreria, mi concedo qualche caffè. Passeggio spesso con mia moglie. Il fatto poi che a Milano abbiano chiuso tutti gli spazi di aggregazione culturale mi toglie dal dubbio. Non so se, essendo aperti, andrei nei teatri, nei cinema o nelle sale da concerto. Non sono andato a vedere mostre recentemente, né musei. Vivo, da buon e rispettoso ultra sessantacinquenne, l’autoclausura suggerita dalle autorità. Non mi pesa. La ritengo una cosa saggia da fare. La faccio.

Dovrò pormi tra un paio di settimane la questione se andare a Roma qualche giorno. Dipenderà dalla situazione. Aspetto. Scrivo. Sto ultimando un nuovo libro che mi pone dei problemi. Li affronto.

La scorsa settimana ho lanciato una specie di gioco letterario: scrivere un racconto di 9000 battute sull’Ultimo sesso in tempo di peste. Nata per gioco l’idea è piaciuta. Ho raccolto una cinquantina di adesioni e in pochi giorni già 25 racconti. M’interessa molto questo esperimento, non tanto dal punto di vista letterario – a chi importa la letteratura? forse neppure a me. M’importa come le persone reagiscono a questa situazione. Se i rapporti personali vengono vissuti con ansia o come soluzione alla quarantena. Quando avrò raccolto un’altra ventina di testi mi sarò fatto un’idea più chiara.

Per il resto seguo i notiziari, sviluppo diagrammi di previsioni che mi spaventano ma che, ragionevolmente accetto, sperando siano meno preoccupanti di quanto vado prevedendo.

Leggo, ma sempre più in maniera scorretta, qui e là; più poesie che prose.

Poi, invecchio e, al momento, questa mi sembra una preoccupazione individuale che mi prende forse persino più di una pandemia della quale forse potrei essere una delle tante vittime. Dello scorrere del mio tempo sarò invece certamente vittima.

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Andrea Gentile23 marzo 2020 (inviato il 16 marzo)

Da giorni rinvio la scrittura di questo piccolo testo. La procrastinazione è un’arte di cui tutti disponiamo, chi più, chi meno. Funziona più o meno così: cerchi continuamente delle scuse per non fare qualcosa che ti spaventa o ti preoccupa. Dici a te stesso che oggi proprio non puoi, perché hai troppe email a cui rispondere, troppe cose da fare. Dici che domani sarà il giorno giusto, domani avrai certamente tempo per affrontare questo compito. Domani troverai altre scuse. Ci penserò domani, un’altra volta. Anche questa volta, troverai altre scuse e così via.

Questo è un meccanismo visibile, di cui siamo a conoscenza. Ma è già una fase avanzata del percorso che poi ci porterà a fare quella determinata cosa: nel mio caso, scrivere questo piccolo testo.

La fase preliminare è ancora più invisibile: non arrivare neanche a darsi delle scuse. Non arrivare neanche a dire a sé stesso che c’è questa cosa da fare, che c’è una parte di te che è contenta di farla, che facendola capirai qualcosa (scrivere spesso serve a pensare). Semplicemente fai finta che questa cosa non esista. L’hai appuntata su un quaderno, magari, come a dire che è qualcosa che in futuro dovrai/potrai/vorrai fare, ma gli appunti sui quaderni sono fatti per essere smarriti. In questa fase preliminare, non cerchi neanche una scusa: questa cosa appartiene al tuo futuro. E visto che non sappiamo nulla del futuro, è una cosa che non ci appartiene.

Si chiama “inversione temporale delle preferenze”. Siamo a dieta. È deciso. Faremo la dieta. Al mattino siamo davvero rigorosi: solo un succo di pompelmo e due biscotti, come dice la dieta. Poi però arriva il pranzo. Ed è un pranzo di lavoro. Finiremo in un bel ristorante. Non potremmo certo mettere a disagio il nostro ospite. E poi che bel menù. Mi permetterò una carbonara, solo per oggi.

Ecco l’inversione temporale delle preferenze: preferire cioè l’opzione meno vantaggiosa in quanto imminente e meno faticosa. Farsi dunque affascinare dalla gratificazione più immediata possibile. Gratificazione, però, che, alla lunga, non ci farà contenti.

Quando si supera questa fase, e si arriva all’altra, cioè a quella in cui ci si dà delle scuse, vuol dire che il nostro “compito” sta oramai emergendo. Si è preso del tempo per spuntare fuori, o per essere abbattuto per sempre.

Nel momento in cui sono qui, che scrivo, e mi ripeto che scrivere aiuta a pensare, mi chiedo quale fosse la mia opzione vantaggiosa e perché. Quale era la mia carbonara? Ora lo so: la mia carbonara era non fare assolutamente niente.

Parlare del coronavirus, ora, è come aggiungere la legna al fuoco: fare ardere dentro la preoccupazione, il timore, l’ansia.

Altro motivo per cui cercavo di sfuggire a questo momento è quello tipico dell’uomo vittima di inversione temporale delle preferenze: a chi mai interesserà come io sto vivendo il coronavirus, cosa ne penso, come scrivo, chi sono? Non ha alcun valore, e quindi è meglio non preoccuparsene. Nascondersi. Non aggiungere la legna al fuoco della preoccupazione. Scrivere d’altronde, come pensare, può essere proprio questo: mettere le mani dentro il camino.

Ora, mentre scrivo, mi chiedo allora che cosa significhino questi giorni, queste settimane. Per chi soffre meno, per chi ha la fortuna di poter stare in casa, e non in un ospedale, forse un piccolo significato può emergere.

Siamo pieni di codici di comportamento abituali. Giudichiamo continuamente nostra madre o i nostri amici, perché, che so, sono “poco sensibili”, “sciocchi”, “ignoranti”. Apriamo WhatsApp come fossimo gatti con le fusa. Laviamo i piatti, ma non li asciughiamo. Sempre gli stessi gesti, da tempo.

A guardarci indietro, forse, potremmo vederci sempre uguali a noi stessi. Sempre le stesse piccole frenesie. Sempre la paura di perdere le chiavi di casa, sempre la paura che arrivi una multa. Da quando abbiamo superato l’adolescenza, siamo sempre uguali, questa è l’impressione.

Per alcuni psicologi, i tratti della personalità dei bambini tra i tre e i sei anni si sviluppano in modelli di comportamento che durano per tutta la vita. Questi modelli vengono poi rafforzati dall’ambiente che rispecchia e rafforza questi tratti. Dunque: si costruisce una maschera e poi si indossa quella maschera.

Passano altri anni e quella maschera è diventata carne viva sul nostro viso.

In seguito all’influenza degli amici e della famiglia, quella maschera diventa il “vero io”. Siamo esattamente come gli altri ci vedono, in pratica.

Naturalmente, non del tutto.

A un livello più profondo, al di sotto della mente razionale, c’è la maggior parte del nostro essere, tutta la zona coperta dalla maschera. Un pensiero, di notte, ci fa dubitare della nostra autenticità: siamo proprio cosi? Sono proprio questo? E se fossi quell’altro? Non sappiamo rispondere, però. E dato però che non sappiamo rispondere, lasciamo tutto come prima, finiamo per non fare niente.

Questi giorni molto difficili, questi giorni in cui vediamo persone ammalarsi, morire, forse, mi dico, potrebbero anche darci questo: tentare di cambiare. Cambiare anche una piccolissima cosa, solo un piccolo gesto. Quando ci svegliamo, controlliamo lo smartphone? Domani no. Tutt’altro.

Fare uno sforzo e strapparci la maschera che abbiamo sul viso, almeno un piccolo pezzo. Smetterla con le inversioni temporali delle preferenze. Oppure seguirle, ma con convinzione.

Cascare nel vuoto, se serve.

Andare a scoprire, nient’altro che un nuovo mondo: il mondo che c’è sotto la maschera.

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Stefano Valenti26 marzo 2020

Questa notte ho sognato di essere in quarantena. La paura ha colonizzato l’inconscio collettivo.

Preparo da tre anni un romanzo intitolato Cronache della sesta estinzione. È la storia di un uomo che perde tutto e finisce col vivere in strada dove conosce un uomo che non ha mai avuto niente (ed è al contempo la storia di un uomo convinto di essere il responsabile della prossima estinzione). Non è un romanzo distopico, perché, come dice un amico, la distopia ormai la fanno gli autori che scrivono romanzi d’amore.

Ho abbandonato l’epicentro di tutti i virus, Milano, molti mesi fa, in epoca non sospetta. La casa in cui ora mi trovo (ho chiesto asilo politico a Bologna) era pronta ad accogliermi.

La mattina guardo dalla finestra il prato davanti casa. Il ciclo delle stagioni è infine mutato come se per la nuova crisi la fioritura sia stata anticipata. Cerco nomi da dare a quei fiori. Tarassaco, anemone, ortica, margherita e ranuncolo. Fin da febbraio nel prato hanno iniziato a germogliare e hanno portato il colore sempre più in alto. E, ogni mattina, pare che i fiori siano stati messi lì la mattina stessa, posati nel terreno fin già coi loro gambi; pare che le macchie di colore siano disposte con tale maestria da far credere siano state disposte in base a calcoli impenetrabili.

Questa mattina sono intento a riconoscere valore a quanto fin qui accaduto. Penso che questa crisi sia l’ennesima dimostrazione del fallimento politico, economico e sociale, proprio come lo è la minaccia della catastrofe ambientale. Penso che gli sforzi per prevenire una simile catastrofe hanno messo in ombra la ricerca delle cause. Penso che la decrescita sia diventata un obbligo se vogliamo sopravvivere. Ma presuppone una civiltà diversa. Senza questa premessa il collasso potrà essere evitato soltanto con restrizioni, razionamenti e distribuzione controllata delle risorse, tipiche dell’economia di guerra. Penso sia necessario uscire dal capitalismo. Le uniche incognite sono i tempi e il modo. In modo doloroso o indolore. Già vediamo gli effetti di una uscita dolorosa. Un’uscita indolore invece non viene nemmeno presa in considerazione.

Penso che il compito di un autore sia prefigurare questa civiltà diversa, questa uscita indolore.

***

Simona Baldanzi30 marzo 2020

Apro gli occhi e penso, anche stanotte né scosse e né tosse. Mi sveglio ogni mattina così. C’era stato il terremoto a dicembre e ci eravamo stretti per la paura delle nostre case traballanti. Adesso dobbiamo stare distanti e la paura si aggira fuori casa. Una schizofrenia di paure con cui abbiamo dovuto fare i conti qua a ridosso dell’Appennino.

Non ho avuto molto tempo di elaborare, di leggere, di scrivere in queste settimane, c’era solo il tentativo urgente e maldestro di mettere in sicurezza chi sta lavorando, il far chiudere il più possibile e non essenziale, il limitare i rischi ovunque.

Lavoro per la Camera del lavoro di Prato, sono una rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Come si può fare? Come farlo ora e tutto insieme? In Italia si muore sul lavoro in tre o quattro al giorno, come possiamo diventare eccellenze sanificate istantanee?

Lavarsi spesso le mani, una cosa piccola e banale. Li conoscete i cantieri, i capannoni, i magazzini, le fabbriche, i furgoni, i treni, i cessi di chi lavora? Catapultati in lotte ridicole eppur vitali come chiedere il sapone, i disinfettanti, i plexiglass, i guanti, le mascherine. Improvvisamente lottare a distanza, senza assemblee, senza scambiarsi strette di mano, senza condivisione di sguardi fuori dagli schermi, chiedere ovunque un’organizzazione del lavoro con turni ridotti, con la distanza e la rarefazione di presenze, con la conciliazione della vita fuori, rafforzare il lavoro in ospedale e di cura.

Non dovevamo aver già lottato prima e meglio per tutto questo e per non ritrovarci così impreparati? Un uragano di telefonate, mail, chat, videoconferenze, videochiamate, decreti, protocolli, interventi, risposte da dare, protezioni da costruire e reperire. Proteggere pelle e nervi degli altri, problemi che provi a spazzare, ma come i coriandoli, te li ritrovi ovunque, anche nelle mutande.

Fin da ragazzina mia mamma mi diceva che in casa avevo i pruni, perché stavo sempre fuori. La mia vita è sempre stata fuori, è difficile pensare che lo spazio privato possa proteggermi più dello spazio pubblico. In realtà gli spazi che ci stanno curando sono proprio quelli pubblici come gli ospedali, i centri di ricerca e gli scienziati, la protezione è un ambiente liberato dalle nostre tossicità e frenesia, i luoghi sono tornati a chi li vive nei pressi.

Oggi ho sbucciato tre kiwi, piccoli e succosi. Li ho mangiati alla finestra guardando il ciliegio. Mio babbo si prende cura di un pergolato di kiwi e quando sono andata a portare la spesa ai miei per evitare a mia mamma di uscire e stare in fila al ghiaccio, che qua pure è nevischiato, ho fatto un bottino di kiwi, ma anche di conserve, marmellate, verdure sottolio. Non è difficile salutare i miei a distanza, senza abbracciarsi, noi non siamo mai stati avvezzi a smancerie. Non avrei mai creduto potesse essere un vantaggio la ruvidità. Sul ciliegio si è posato un merlo. Mi è parso che controllasse i rami: devono ancora sbocciare i fiori, per i frutti bisogna aspettare. Se ne è andato, ignorandomi.

Fuori le specie animali e vegetali vivono meglio senza di noi. Noi coltiviamo piccoli desideri, alcuni nuovi, altri vecchi, altri ancora interrotti. Scaviamo pozzi segreti da cui tirare fuori risorse e unguenti e tunnel per evadere. Vale la pena sopravvivere a questa pandemia per vedere la fine della miseria umana e del sistema economico fondato sul profitto che ci ha ammalato, affamato, isolato. Vale la pena sopportare la solitudine credendo che i ragazzini costretti in piccole stanze nei condomini popolari senza giardino stiano già costruendo una lingua nuova per un mondo nuovo, giusto e sano. Vale la pena aspettare che il merlo torni e si mangi ciò che gli spetta, ignorandomi.

Immagine di Nici Keil da Pixabay

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La letteratura nell’epoca delle previsioni https://www.nazioneindiana.com/2020/04/06/la-letteratura-nellepoca-delle-previsioni/ https://www.nazioneindiana.com/2020/04/06/la-letteratura-nellepoca-delle-previsioni/#respond Mon, 06 Apr 2020 05:02:14 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=83545 di Giorgio Mascitelli

La nostra vita è costellata di previsioni che condizionano in maniera sempre più vincolante  il presente. Dalle simulazioni demografiche alle variazioni del PIL e del debito pubblico, dagli elenchi delle professioni più ricercate tra dieci anni fino a quelli delle prossime scoperte e invenzioni, anche le statistiche e la divulgazione scientifica incorporano sempre più futuro. … Leggi il resto »

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di Giorgio Mascitelli

La nostra vita è costellata di previsioni che condizionano in maniera sempre più vincolante  il presente. Dalle simulazioni demografiche alle variazioni del PIL e del debito pubblico, dagli elenchi delle professioni più ricercate tra dieci anni fino a quelli delle prossime scoperte e invenzioni, anche le statistiche e la divulgazione scientifica incorporano sempre più futuro.  Questa attività previsionale, nelle sue forme ufficiali, è rivolta sempre a fenomeni singoli, a differenza dello storicismo ottocentesco che mirava a cogliere leggi e tendenze generali,  ed è basata su metodi quantitativi, calcoli e misurazioni di vario genere, quest’ultimo aspetto  la distingue da alcune forme previsionali dell’antichità come l’aruspicina. Un altro aspetto che differenzia l’attuale forma di previsione è che le teorie in base alle quali essa è formulata sono falsificabili. Proprio qui sorge un primo problema concreto relativo all’ambito economico, che per più di un motivo occupa una posizione di assoluta centralità nelle nostre società, nel quale tutta una serie di operazioni finanziarie compiute da governi e da privati deve ricorrere per obbligo di legge all’attività previsionale di specifiche istituzioni, solitamente private. E’ evidente pertanto che, laddove sussiste un obbligo di legge nel ricorrere a previsioni formulate secondo certi modelli teorici da istituzioni autorizzate, questi non possono essere falsificati, se non andando contro la legge. Infatti l’attività del soggetto autorizzato per legge a compiere previsioni non è posta sullo stesso piano di quella dei falsificatori e, finché la legge glielo permetterà, potrà riproporla senza discutere alcuna obiezione, mentre naturalmente un’attività critica di questo genere presuppone una comunità tra pari per svolgersi liberamente. E’ questo il caso, per citare quello più significativo, delle agenzie di rating che nelle loro previsioni, a fronte di numerosi errori di fatto e di pesanti e circostanziate contestazioni del loro impianto teorico, continuano a esercitare la loro attività secondo le prerogative che la legge loro attribuisce.

Questa situazione, assolutamente inedita nella modernità perlomeno nelle democrazie, ha anche delle ricadute su tutte le forme di discorso pubblico. In primo luogo si assiste all’uso di gerghi specialistici in funzione enfatica: è il caso di quella che Jean Paul Fitoussi ha chiamato la neolingua dell’economia, chiamando così la tendenza a ribattezzare con nuovi termini concetti e fenomeni già conosciuti per impedirne il riconoscimento,  come accadeva in 1984 di Orwell. Altrettanto importante è la tendenza della discussione a privilegiare nuove previsioni rispetto alla verifica dell’attendibilità di quelle precedenti ( in altri termini l’oggetto principale del discorso nel 2019 saranno le previsioni per il 2020 e non la verifica della correttezza di quelle del 2018 relative al 2019): tale tendenza finisce con il produrre l’impressione nel pubblico di un’inesorabilità delle previsioni nel descrivere attendibilmente il futuro e con il trascurare tutti quegli aspetti del presente che non sono oggetto di previsione. Un’altra più complessa  potrebbe essere chiamata la performatività indiretta della previsione. Infatti assistiamo al proliferare nel discorso pubblico di previsioni che, sebbene non formulate secondo quei crismi che ho esposto sopra e magari riguardanti ambiti diversi dall’economia, finiscono con l’orientare pesantemente comportamenti nel presente. Producono un tale effetto, ovviamente, solo quelle previsioni che provengono da individui o istituzioni autorevoli ossia in possesso dell’autorizzazione legale o simbolica di fare previsioni. E’ il motivo per cui assistiamo all’intervento di economisti anche in ambiti di dibattito quali l’istruzione, la sanità o la tutela dell’ambiente che non sarebbero nelle loro competenze, anzi proprio in questi ambiti le previsioni per il futuro sono la fonte di comportamenti e scelte presenti. Per spiegare questo particolare situazione bisogna ricordare che i performativi nella teoria degli atti linguistici è una classe di verbi esecutivi che nel momento stesso in cui vengono enunciati realizzano l’azione ( per es. “Vi dichiaro marito e moglie”), tuttavia nota Emil Benveniste ( Problemi di linguistica generale, trad.it. 2010, p.327) che i performativi non sono definibili solo con categorie logiche e grammaticali, ma dipendono anche dalle circostanze sociali concrete extralinguistiche nelle quali sono detti: per esempio se non è un pubblico ufficiale autorizzato a pronunciarle, “Vi dichiaro marito e moglie” sono semplici parole in libertà. Possiamo quindi osservare che nella nostra società anche i verbi previsionali si comportano come dei performativi. Così parole come “Prevedo che il sistema sanitario pubblico sarà entro breve tempo al collasso” diventeranno un atto linguistico, non in senso rigorosamente logico, ma indirettamente in quanto causa di conseguenze pratiche, se a pronunciarle sarà chi è autorizzato a far previsioni.

Questi esempi, a mio avviso, dimostrano che la previsione è ormai diventata una procedura che regola l’ordine del discorso con molta più efficacia di altre tradizionali, quali la censura o l’interdetto, perché organizza il discorso intorno al principio d’autorità senza però un’azione esplicita di divieto da parte dell’autorità in questione, cioè celando l’esistenza di questo principio. Infatti la previsione esclude quegli elementi di cui non vuole parlare semplicemente rendendoli irrilevanti come privi o non degni di futuro.

Benchè questo stato di cose non abbia a che fare direttamente con la parola letteraria, essa in qualche modo ne risente. La parola letteraria è quella che nel corso della modernità mantiene un rapporto con la parola profetica, già scomparsa all’inizio della modernità e sostituita dall’utopia, anzi in un certo senso è propria la modernità letteraria a realizzare pienamente l’accezione biblica del termine profezia, che non è quella di predizione del futuro, ma  è la critica del male presente nel mondo, in particolare “la profezia nell’Antico Testamento rappresenta sostanzialmente la contestazione del potere politico e sacerdotale dominante da parte di un personaggio escluso o – diremmo oggi- esterno al sistema, che sa leggere i segni del tempo aldilà degli interessi consolidati e rappresenta la voce di Dio per la condanna dell’ingiustizia e la proclamazione di un cammino di redenzione, di pace e di salvezza del popolo ebraico” ( Paolo Prodi Il tramonto della rivoluzione, 2015, p.29). E’  per esempio la condizione del flâneur baudelairiano, che Benjamin mette all’origine della poesia della modernizzazione capitalistica, quella che evidenzia meglio l’eredità della parola profetica nell’accezione sottolineata da Paolo Prodi.  Chi è infatti il poeta flâneur, se non colui che per la sua oziosità e quindi marginalità al sistema produttivo diventa acuto osservatore critico della società del lavoro capitalistico e per la sua radicale malinconia implicito portavoce di un’altra vita e, talvolta di un’idea utopica di giustizia? Questa eredità della parola profetica  nella letteratura non è uno stile né un genere di discorso né tanto meno una serie di contenuti impegnati, ma è la posizione, sociale e morale, da cui lo scrittore fa partire il proprio discorso ed entro la quale organizza la propria esperienza. E’ insomma la condizione simbolica entro cui si trova a operare lo scrittore. Nella fase postmoderna questa eredità della parola profetica viene liquidata sia perché assistiamo alla fine dell’utopia, e con essa di ogni altrove possibile, sia perché contestualmente il successo di mercato diventa l’unica forma socialmente accettabile di legittimazione di un’opera letteraria. Naturalmente questa forma di legittimazione è secondaria e subordinata rispetto a quella principale di chi detiene l’autorità per fare previsioni, ma è l’unico modo in cui la parola letteraria può ambire a una considerazione pubblica. Per tutto il resto la parola letteraria diventa parola privata.

Quest’ultimo fatto è però meno drammatico di quanto possa a prima vista sembrare o perlomeno è una sorta di mal comune. Man mano che si realizza quell’ordine del discorso che vede nella previsione il suo dispositivo principale non è solo la parola letteraria che diventa privata, ma ogni discorso che non è compreso nel meccanismo di previsione. I poeti si lamentano ( per la verità da parecchi secoli, ma con più frequenza negli ultimi anni) che la poesia non conti più nulla, ecco si può dire che sotto questo aspetto, e solo sotto questo aspetto,  ogni forma di discorso si poetizza a fronte dell’inesorabilità della previsione.

In realtà la parola letteraria può conservare in sé una traccia del suo precedente statuto pubblico nella letterarietà ossia nell’inserirsi consapevolmente in una tradizione. Questa formula astratta significa nello specifico che opere che dialogano testualmente in forma diretta o allusiva con la tradizione del passato, dell’epoca in cui la letteratura era un discorso pubblico, potranno essere riconosciute nel futuro come la continuazione di un discorso in un’epoca che sembra averlo cancellato. Questo elemento di letterarietà non è così trascurabile perché ha in sé uno spirito storico in rottura con il presente e di consapevolezza che ciò che è passato non è del tutto passato, ma si rivela una possibilità alternativa del futuro. Esso può essere già oggi in embrione una forma di discorso pubblico di un futuro non prevedibile.

 

 

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Shelter in place (l’Italia in una stanza) https://www.nazioneindiana.com/2020/04/05/litalia-in-una-stanza/ https://www.nazioneindiana.com/2020/04/05/litalia-in-una-stanza/#comments Sun, 05 Apr 2020 12:00:55 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=83964 di Sara Marinelli

Nove ore di fuso non sono niente.
Se dormo di giorno e sto sveglia di notte, sono in sincronia perfetta. Con lei. Con l’Italia, dove non vivo più da 13 anni, e che ora vive dentro la mia stanza.… Leggi il resto »

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di Sara Marinelli

Nove ore di fuso non sono niente.
Se dormo di giorno e sto sveglia di notte, sono in sincronia perfetta. Con lei. Con l’Italia, dove non vivo più da 13 anni, e che ora vive dentro la mia stanza.
Nelle settimane di distanziamento sociale, nel confino del mio appartamento, la città fuori — San Francisco — si dissolve, se ne sta sospesa dietro la porta di casa. E se la città fuori per molti giorni non esiste e non mi staglia davanti le sue strade, le sue insegne, e la sua gente, ricordandomi dove sono, la geografia pure scompare, e nel tempo capovolto, posso vivermi il sogno e l’incubo di essere in Italia, adesso, nei giorni della pandemia e del dolore. La mia stanza non ha più pareti, ma non ha alberi infiniti come dice la canzone — di quelli ne abbiamo più che mai bisogno — piuttosto squarci di vicoli e strade, piazze e balconi, chiese e gradini, sanpietrini e mare, che si aprono nitidi e chiari davanti a me in ogni dormiveglia, in ogni visione, quasi da poterli odorare.

Abito da sola, e ora che la città non mi chiama più alla sua routine quotidiana, e non mi impone di risponderle in inglese, nel silenzio del mio isolamento irrompono le voci della radio, il cinema, i notiziari, i video italiani, assieme alle sue canzoni, che ascolto e canto senza balcone, e così mi sembra di non essere più qui, negli Stati Uniti. Ciò che riguarda la quarantena americana, con i suoi decreti, i divieti, le precauzioni, i numeri e le cifre del contagio, non mi scuote come tutto ciò che riguarda lei. Lei mi è dentro, mentre il resto è fuori, mi attraversa e non si radica. Apprendo le notizie locali quasi meccanicamente, rispetto le ordinanze e le regole, ma è come se non mi riguardassero, come se, appunto, io fossi altrove, o da nessuna parte.

Vivo il paradosso di una vita sdoppiata tra qui e lì, di trovarmi in ambedue i luoghi ma in nessuno. Annaspo tra due piani di realtà paralleli, non so a quale saldarmi: alla realtà vicina e fisica dove il mio corpo abita e deve tutelarsi e isolarsi; o alla realtà lontana ed emotiva per la quale tuttavia anche il mio corpo teme e freme fin dentro alle viscere, fin dentro alle ossa. Sospetto che sto cercando di fare l’impossibile: far coincidere dentro di me i due piani, condannandomi a vivermi una vita non soltanto sdoppiata ma doppia. Eccoci, due settimane dopo la vita a San Francisco è un deja vu imperfetto, il riflesso dell’altra realtà, e mi dona una falsa immunità. Il linguaggio e le emozioni della pandemia si ripetono due volte, le reazioni della gente, lo sconcerto, il panico, l’incertezza, e poi la responsabilità individuale e collettiva, il distanziamento, i divieti ufficiali, gli scaffali vuoti ai supermercati, le file ad aspettare il proprio turno.

Tutto si è duplicato. Anche la quarantena. Vado sommando i giorni italiani a quelli americani e ho perso il conto effettivo. Ho cominciato almeno una settimana prima dell’ordinanza statale del 17 marzo. Le notizie sul dramma italiano avevano allertato il mio istinto di salvaguardia ancor prima che qui fosse percepito il rischio. La città si godeva i suoi ultimi giorni di libertà senza saperlo, io me ne privavo. Avevo incassato troppi pugni nello stomaco guardando l’Italia sui giornali e sugli schermi per riuscire a reggermi in piedi davanti ai ristoranti pieni, i dive bar con le partite di baseball, la spensieratezza e le risate della gente di questa città giovane, città tech, città produttiva, città temeraria, che ha imparato a scansare imperturbata i senzatetto sui suoi marciapiedi. Non avevo bisogno di incassare un altro pugno, di alimentare il mio tormento, e sentirmi di colpo più straniera di prima. Ho preferito ritirarmi anzitempo. La mia casa è divenuta doppio riparo: dal Covid-19 e dall’inconsapevolezza, dalla normalità, dalla troppa salute presunta e presuntuosa.

Scomparso il mondo fuori, me ne sto rintanata nel mio “shelter in place.” Questo è il nome del decreto d’emergenza adottato per arginare la pandemia. Il decreto che in molti paesi utilizza la parola “casa,” qui accuratamente la evita. Qui in migliaia la casa non ce l’hanno. E chi il tetto ce l’ha ma è un espatriato, un immigrato in regola o meno, continua ancora a chiedersi quale sia davvero la sua casa. Ancor più adesso. Ancor più in un paese come l’America che sa accoglierti e respingerti con la stessa facilità; che non sai se sarà in grado di proteggerti e curarti, o se ti lascerà soccombere.

E allora in queste settimane si fa più acuto il desiderio di “tornare,” si fa più vivo che in mille altri momenti di tutti questi anni quando l’hai lasciato scemare davanti ad altrettanti mille ragionamenti che ti hanno convinta che non era ancora tempo, che non eri ancora pronta. Ora il desiderio si fa necessità dolente, forse insensata, dettata dalla nostalgia, dalla pena per il dolore della gente, l’ansia per i familiari, il lutto collettivo, il senso di colpa per essertene andata, e la voglia di stare più vicino a chi hai lasciato. O scatenata dal dileguarsi di un’illusione che in fondo non hai mai smesso di nutrire.
Ogni espatriato italiano ha nella testa un chiodo fisso, anche quando non ne è pienamente consapevole, anche quando non lo ammette chiaramente a se stesso: quello di un giorno tornare. Non sa né quando né come, sa soltanto che ha un luogo perduto da ritrovare, seppure fosse soltanto per andarci a morire, per finire i giorni là dove sono cominciati.

Ma nelle settimane del contagio e del bollettino nefasto delle sue vittime, non è soltanto la nostalgia che spinge a considerare il ritorno improvviso e provvisorio, ma il terrore della perdita dei cari, e l’impossibilita del saluto. È il timore del pericolo per l’altro, non per se stessi, che spinge a cercare voli, a calcolare le date, a tracciare la mappa delle restrizioni, dei divieti di entrata e di uscita.
L’Italia è oramai irraggiungibile. Isolata, blindata.
Le frontiere sono chiuse, come chiuse sono quelle interne agli Stati Uniti e in altri scali europei. L’impossibilità del ritorno ti sbatte chiaro in faccia la tua appartenenza, rivendicata ancor più quando ti è sottratta. Seppure riuscissi mai ad arrivarci, resta il problema di dove stare, cosa fare, e poi come e quando rientrare. L’Italia è divenuto un paese da scartare, da temere. L’Italia, tua casa, dove per adesso non hai casa.

Forse “Shelter in place” è davvero il nome giusto in un paese come gli Stati Uniti, un paese che un italiano non riesce mai fino in fondo a chiamare casa, nemmeno dopo tredici anni, o anche più. Ma al quale riconosce l’opportunità di rifugio da qualunque cosa si sia scappati o si sia lasciati alle spalle in cerca di qualcos’altro.
Rifugiarsi sul posto. Rendere qualsiasi luogo il proprio riparo, persino un parcheggio del centro commerciale, un sottopassaggio di autostrada, un campo sportivo, che dispone brandine e cartoni per i senzatetto a sei piedi di distanza gli uni dagli altri (6 feet è la misura ufficiale di distanza).
Ripararsi come si può, dove si sta.
Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, scriveva Ungaretti durante la Grande Guerra. Questo verso si insinua improvviso nella mente a chiusura dei miei pensieri, come il verso di una canzone si è insinuato a principio. Si sta sospesi in attesa. Nel suo caso, poeta soldato, in attesa di poter cadere da un momento all’altro. Nel nostro, in attesa di rialzarci. In attesa di tutto ciò che sarebbe troppo da elencare: la fine della pandemia, delle morti, della reclusione, della paura, dell’incertezza.
Ma davanti a ogni altra cosa adesso si antepone l’attesa di tornare. Di sostituire quel piano di realtà affettiva lontana a quello fittizio e immaginario ricreato dentro la mia stanza, che seppur mi dona conforto e una parvenza di vicinanza, acuisce il mio spaesamento.

Nove ore di fuso non sono niente — ho detto; invece lo so che sono tanto, che fanno la differenza tra oggi e domani. La notte di qui è il giorno in Italia. Quando riesco ad addormentarmi nella mia notte, perdo la sincronia e recupero la giornata italiana in differita. E proprio come una partita o una puntata in differita non voglio sapere come va a finire prima del tempo. Devo prima assaporare il piacere di pronosticare un buon risultato, di immaginare un buon finale. Insomma, devo prima imbottirmi di speranza, augurandomi che il suo oggi sia stato meno doloroso di ieri; augurandomi che quando domani sarà veramente domani per entrambi, lei, con nove ore di luce e di giorno in più, avrà contato meno vittime e meno contagi, che i suoi numeri siano forieri di una svolta, che le cifre incitino al coraggio, che la vita non si sia arresa alla morte.
È soltanto dopo aver vissuto tutte le ore che posso del suo giorno, che procedo poi a occuparmi del mio. E ad accusare tutta la sua solitudine.

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di Luigi Di Cicco

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James Joyce – Lettera al fratello Stanislaus
(25 settembre 1906. Da Lettere, a cura di G. Melchiori, Mondadori, 1974)

Caro Stannie, […] ieri sono andato a vedere il Foro.… Leggi il resto »

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S.P.Q.R.
di Luigi Di Cicco

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ph. Martin Parr, dalla serie “Tutta Roma”, 2005

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James Joyce – Lettera al fratello Stanislaus
(25 settembre 1906. Da Lettere, a cura di G. Melchiori, Mondadori, 1974)

Caro Stannie, […] ieri sono andato a vedere il Foro. Mi sono seduto su una panca di pietra con una veduta delle rovine. C’era il sole e faceva caldo. Carrozze cariche di turisti, venditori di cartoline, venditori di medagliette, venditori di fotografie. Ero così commosso che mi sono quasi addormentato e mi sono dovuto riscuotere bruscamente. Ho osservato con desiderio la panca di pietra ma era troppo dura e l’erbetta vicino al Colosseo era troppo lontana. Così me ne sono tornato tristemente a casa. Roma mi fa pensare a un uomo che si mantenga col mostrare ai viaggiatori il cadavere di sua nonna.

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[Mots-clés è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.] ]]>
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E fu sera e fu mattina https://www.nazioneindiana.com/2020/04/04/e-fu-sera-e-fu-mattina/ https://www.nazioneindiana.com/2020/04/04/e-fu-sera-e-fu-mattina/#comments Sat, 04 Apr 2020 12:00:03 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=83864 di Maria Luisa Venuta

Questa notte ho sognato. Sono ad un incrocio qui vicino a casa a parlare insieme con Marta, un’amica di Lucca. È sera, racconta di un tipo che si è trasferito qui e abita in un appartamento talmente umido da averlo soprannominato “la laguna”.… Leggi il resto »

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di Maria Luisa Venuta

Questa notte ho sognato. Sono ad un incrocio qui vicino a casa a parlare insieme con Marta, un’amica di Lucca. È sera, racconta di un tipo che si è trasferito qui e abita in un appartamento talmente umido da averlo soprannominato “la laguna”. E dice “vado in laguna” invece che dire “vado a baita” come fanno i bresciani. E ridendo mi guardo in giro, siamo in tanti e parliamo e beviamo birra e bicchieri di pirlo e di vino e mi dico che è una sensazione strana, che forse c’è qualcosa di strano e una voce sussurra “ma è un assembramento e siamo tutti senza mascherine”.

Mi sveglio di colpo, pensando a dove diavolo si sia infilato il covid19 nel mio inconscio. Ecco, sogno di notte di uscire e che tutto sia finito e di tornare a dire cazzate in mezzo alla gente del quartiere del Carmine in centro a Brescia.

Noi stiamo bene. Due settimane fa avrei scritto che l’aria è pulita, si sentono gli uccellini al mattino ed è piacevole questa sospensione del tempo e che con Jacopo facciamo qualche compito e il resto è un po’ inventato, mentre Youssef continua a lavorare dalle 8 alle 16 in un’agenzia bancaria e esce con mascherina, guanti e rientra un po’ silenzioso, lava tutto in lavatrice e la tensione c’è, ma si stempera via.

Poi qualcosa è cambiato.

La settimana scorsa è stata un’ecatombe. Almeno una persona conosciuta che sparisce ogni giorno. Un andar via continuo. Spesso mi soffermo a pensare che se questa è la sensazione che ho io che non sono nata a Brescia, chissà chi è nato e cresciuto qui che cosa sta provando. Le chat collettive si stanno facendo più silenziose: nessuno ha più tanta voglia di scherzare, di far girare video sciocchi o battute impertinenti. Le video call per gli aperitivi virtuali mostrano visi provati, fatiche e qualche segno di pianto. Si scherza sulla tenuta psichica nella reclusione e su quando si tornerà a bere il caffè al bar di Iaio al mattino dopo aver mollato i bimbi a scuola. Un sogno che ci diciamo ogni volta e, di solito, io ci aggiungo sottovoce, le altre sono astemie, che sogno una bella bottiglia di bollicine Franciacorta da scolarmi per strada in compagnia. Youssef si occupa della spesa sotto casa, al rientro, e anche con il Gruppo di Acquisto Solidale siamo riusciti a trovare un modo per andare a prendere le consegne e sostenere i piccoli produttori che per noi sono prevalentemente in zone della bergamasca o del cremonese: le signore di Castelcovati che fanno a casa i casoncelli, una agroittica di valle, la ragazza che alleva polli e tacchini. Insomma pensiamo a noi e a non farli sparire. Il lavoro a casa con i bambini è un terno al lotto ogni giorno: una prova conflittuale, di scelta costante su quello a cui dare priorità. Anche perché il computer è uno e al limite si usa il cellulare. Chi ha due, tre figli gioca al lotto a chi far fare i compiti o le videolezioni.

Le chat dei genitori si sono trasformate in luoghi di scambi compiti, dove sistemare audio, testi e altro per coloro che hanno solo un cellulare. Mercoledì il nostro istituto ha deciso quali sono le priorità per distribuire in comodato d’uso tablet non usati dal 21 febbraio: una redistribuzione di risorse presenti, direi, se fossi ad una conferenza sul tema “La resilienza ai tempi del covid19”. La realtà è che ci si chiede se la decina di tablet ordinati arriveranno mai in tempo utile: qui a Brescia non viene consegnato quasi nulla. E poi il problema è un altro. Ci sono famiglie che non sanno gestire un device: come si usa, che cosa vuol dire ‘applicazioni’, come si scarica un file o, ancor meglio, che cosa significa “scarica il file” o “inserisci login e password” o sono “scadute le credenziali”. Il divario sociale prima nascosto o evitato oggi è fonte di sparizioni totali di studenti e famiglie dai cruscotti della didattica a distanza. E in qualche scuola primaria le percentuali sfiorano il 30 o il 50 percento. Sono numeri importanti che interrogano tutti: insegnanti, i comitati genitori, le strutture che lavorano nel territorio. Tutti.

Con Jacopo ci siamo inventati un po’ di cose, poi ci siamo anche stufati. Ci sono giorni di grande amore e intesa e altri in cui i suoi otto anni confliggono con questo star dentro in un appartamento senza amici con cui giocare, lottare.

E io perdo il senso del tempo. Ricordo una cosa fatta una settimana fa, ma forse ormai è stato tre settimane fa. E allora tiro fuori dal cilindro i trucchetti che mi hanno insegnato tanti anni fa i carcerati di San Vittore per non perdere il senso dell’orientamento spazio temporale. Loro erano dentro da anni, ormai esperti in tutto quello che si può fare in pochi metri quadrati senza orizzonti e io mi sento persa già dopo due, tre giorni a casa mia. Così segno e annoto su un quaderno quello che faccio, man mano che scorre la giornata. Così non perdo il filo rosso dei giorni che scorrono via e la mente si placa.

 

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Per amor di parabola. Appunti su Marcello Barlocco https://www.nazioneindiana.com/2020/04/04/barlocco-di-andrea-balietti-2/ https://www.nazioneindiana.com/2020/04/04/barlocco-di-andrea-balietti-2/#respond Sat, 04 Apr 2020 05:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=83601                    

di Andrea Balietti

 

 

Altezza



Un uomo si ritrova in uno spiazzo a picco sul mare, prende un sasso e lo lancia giù dal dirupo. L’immagine della parabola tracciata dal volo gli appare così seducente da persistere nella sua mente come un’ossessione, trasformando quel suo gesto in un bisogno, in una fame che sarà saziata soltanto gettando il padre e, infine, se stesso.… Leggi il resto »

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di Andrea Balietti

 

 

Altezza



Un uomo si ritrova in uno spiazzo a picco sul mare, prende un sasso e lo lancia giù dal dirupo. L’immagine della parabola tracciata dal volo gli appare così seducente da persistere nella sua mente come un’ossessione, trasformando quel suo gesto in un bisogno, in una fame che sarà saziata soltanto gettando il padre e, infine, se stesso.

La spontanea appetenza che si impossessa del protagonista di questa storia, e che troppo facilmente definiremmo sadica, sembra battere con estrema esattezza e rigore il ritmo crescente di questo breve racconto dal titolo “L’amante di parabole”, ma si direbbe essere altresì la forza che agita la narrazione stessa, il motore che fomenta la vorace scrittura di Marcello Barlocco.

Proprio come nella vicenda della parabola, anche in altri racconti di questo autore qualcosa viene ucciso, ferito o, quantomeno, perduto: potrà trattarsi di un occhio o di un piede, di un cucuruomo o di un urugallo, di denaro, della vita o della sanità mentale, ma assisteremo pur sempre a un sacrificio.

Negli antichi riti pagani esseri e beni venivano immolati per attivare riconnessioni con la dimensione del sacro; negli scritti di Barlocco, da considerarsi anch’essi veri e propri riti, si sacrifica per amor di una parabola, intesa come mero e limpido luogo geometrico. Ebbene: non c’è alcuna differenza. In entrambi i casi ciò che viene a determinarsi è una “dimensione altra di separazione, dimensione dell’eterogeneo che si sottrae a quella dell’ordinario, al mondo del calcolo e dell’equivalenza, a quel mondo dell’omogeneo che il soggetto ordina per la propria conservazione e per il proprio utile.” (M.Mauss)

È inoltre inevitabile notare come l’accezione di episodio biblico della parola “parabola” salta in mente non appena constatiamo la presenza di un padre, un figlio e un’altura in cui il primo attenta alla vita dell’altro; sia ben chiaro però che qui non è Abramo a uccidere Isacco ma viceversa, e non perché un dio lo ha chiesto, bensì per puro piacere. Così, una volta ammirato il povero padre trasformarsi in “meravigliosa parabola diafana, canuta, zoppa, vibrante di terrore”, ci troviamo davanti alla più poetica delle chiusure che il protagonista (Barlocco) poteva regalarci: “Subito dopo al colmo dell’eccitazione mi lanciai anch’io, felice ed insieme maledetta parabola di me stesso, andai a schiacciarmi nel tubo di una fogna a pelo sotto il mare”. È nello schianto che l’orgasmo culmina per svelarci che la sete di morte altro non era che esigenza estrema di vita e che, “in questa rivelazione, il volgersi ostinato della brama della vita verso la morte (così come essa si dà in ogni forma di gioco e di sogno) non appare più come un bisogno di annientamento, ma come una pura brama di essere io, poiché la morte, ovvero il vuoto, non è che il terreno sul quale si innalza infinitamente – nel suo stesso venir meno – un dominio dell’io che è da rappresentarsi come una vertigine” (G.Bataille). La stessa vertigine che ci assale nel corso del racconto e ci accompagna per tutto il libro, senza mai riconsegnarci, però, allo spazio fertile e indefinito del mare aperto, sempre condannandoci, piuttosto, al definitivo, abortifero incastro di una fogna in superficie.

                                           

     
     Superficie

 

 

“Il consenso assoluto a cui è costretto il sognatore gli impedisce di riconoscere il sogno come sogno se non nell’istante in cui si desta. Mentre sogna, lo considera necessariamente realtà. Questa situazione definisce, così mi sembra, l’essenza del problema. La coscienza ingenua non se lo pone, perché crede del tutto naturale e legittimo considerare i sogni dal punto di vista della veglia” (R.Caillois)

Roger Caillois, nel suo “L’incertezza dei sogni”, sosteneva che in letteratura il solo in grado di rappresentare un sogno da una prospettiva interna al sogno fosse Franz Kafka: è in questa capacità che trovo l’unico punto di incontro con Barlocco.

Non definiremmo mai i racconti dei due propriamente onirici, sognanti o fantastici, perché nonostante tutte le anomalie e i prodigi messi in scena, attingono pienamente dagli umori del reale -che in nulla differisce da un sogno quando si sogna-. La narrazione assume i toni banali di ciò che può aver luogo nel quotidiano, e racconti come “L’amante di parabole” iniziano con la sconcertante semplicità di “Un giorno mi trovai…”. In Barlocco tutto avviene in superficie, nella lucida dimensione del visibile, sotto una luce tagliente che tutto spiega e nulla nasconde. Folli pensieri, creature ibride, bio-mutazioni e “fatti inquietanti” sono le sue invenzioni letterarie fatte di carne vera, composte in laboratorio con la perizia di un chimico ed ordinatamente esibite in questa “mostra delle atrocità”, come fece Canterel nel “Locus Solus” di Raymond Roussell (o viceversa).

Come in cima a quella rupe, fatale punto di partenza di ogni parabola, nelle descrizioni di Barlocco “tutto è luminoso […]. Ma niente ci parla del giorno: non vi è né ora né ombra […]. Si ha l’impressione che tutto sia detto, ma che al fondo di questo linguaggio qualcosa taccia. I volti, i movimenti, i gesti, fino ai pensieri, alle abitudini segrete, alle inclinazioni del cuore, sono dati come segni muti su un fondo notturno” (M.Foucault).

 

 

 

Profondità

 


Dalla profonda notte di angoscia che riposa invisibile sotto l’accecante, sporco manto di chiarezza della scrittura, qualcosa emerge costantemente per ferirci in modo multiplo e instancabile.

Risparmiandomi la dolce pena di riaprire quel flagello chiamato “Maldoror” ed evitando di elencare tutte le sottili crudeltà presentate nei racconti di Barlocco, vi dico che solo che in quest’ultimo e in Lautreamont ho trovato tanta inaudita violenza, tanta abnorme ironia, tanta rivolta verso la natura. Sulla base di ciò posso affermare che, nonostante tutta la distanza che indubbiamente separa i due su più fronti, riconosco in Isidore Ducasse l’anima più affine allo scrittore in questione. Una forza sinistra brilla tenace nelle pagine di Marcello Barlocco, come sostanza e segno di una mente inquieta e di una penna mostruosa; ma non è la sola: lo spiazzo in cui nascerà l’amore per le parabole ci viene descritto come “un posto meraviglioso cosparso di strani fiori rossi e azzurri”. Allo stesso modo anche gli altri racconti si misurano con questa componente di fulgore che, senza alcuno scrupolo, voglio definire lisergica.

Tenendo conto di tutti i caratteri più tipici dell’arte e della letteratura psichedelica di sempre, non si farà troppa difficoltà a rintracciare in certe immagini che vengo ad elencare le esperienze allucinogene vissute da Barlocco durante le sue esplorazioni nel mondo psicotropo: un mare di scintille tremolanti, l’iniezione di liquidi, il fiorire di garofani rossi, il piangere di piacere nell’assumere la minestra, la somiglianza tra una gola insaponata e insanguinata e la panna condita con sciroppo di lampone, l’amico tramutato in un essere sostanzialmente elettrico e quello apparso con la testa da cane, la luce emessa dai vermi in punto di morte e il pesce con la coda viola, due teste e quattro occhietti infiammati… tutti frutti di uno stesso grappolo isotopico.  Come dei condimenti di cui non può fare a meno, lo scrittore li inserisce anche dove non dovrebbero stare, come addobbi, luci colorate che balenano dentro ma, di tanto in tanto, escono a tingere lo spazio narrativo -anche il più nero- con lo splendore di un’eruzione stellare.

Le opere che stiamo analizzando sono un sintetico composto di incubo, sangue e ferite,  ma proprio per questo pregne di vita, palpitanti entro un tessuto a un tempo letterario e organico, in cui riconosciamo nitidamente la pelle, il respiro, l’esistenza dell’autore. Pagina dopo pagina troviamo gli indizi per ricomporre il quadro di una vita giocata tra laboratori farmaceutici, nave, manicomio, traffici criminali, nomadismo suburbano e mondo bohème. Negli stessi anni in cui venivano scritti I “Racconti del babbuino” (oggi ripubblicati parzialmente nel libro “Un negro voleva Iole” insieme a straordinari aforismi inediti), un gruppo di scrittori americani componeva i primi meccanismi di quell’ordigno senza precedenti che sarebbe poi esploso con il nome di Beat. Prescindendo dallo stile letterario e da certe distanze che, generalmente, intercorrono inevitabili tra autori americani ed europei, mi ritrovo a fiutare, fra mappe biografiche e comuni dedizioni, una certa somiglianza tra Marcello Barlocco e William Burroughs, lo scrittore con cui Massimo Ferretti (altro caro all’indomabile casa editrice Giometti & Antonello di Macerata) apriva “Il Gazzarra”, romanzo dissennato a sua volta vicinissimo ad almeno un paio di racconti tra questi fin qui trattati.

 

                                                        

Fine

 

Questa breve conclusione consiste nello scampare all’apertura di un altro capitolo che, peraltro, non saprei come intitolare. Lontano dall’idea di aver recensito un libro o aver acclamato un grande scrittore appena riscoperto, preferisco sentirmi colpevolmente coinvolto nell’innesco di un’analisi: l’analisi di come una scrittura possa farsi “felice ed insieme maledetta parabola” di se stessa.

 

 

Citazioni in ordine:

“Saggio sul sacrificio”, M.Mauss
“Sacrifici”, G.Bataille
“L’incertezza dei sogni”, R.Caillois
“Raymond Roussell”, M.Foucault

 

 

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