Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Wed, 22 May 2019 05:00:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.10 Il Cortázar scomparso https://www.nazioneindiana.com/2019/05/22/79327/ https://www.nazioneindiana.com/2019/05/22/79327/#respond Wed, 22 May 2019 05:00:39 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79327  

Già da alcuni anni diversi esponenti del circuito intellettuale argentino praticano un nuovo sport: criticare Julio Cortázar. Queste critiche si accentuarono nel 2004 quando, in occasione del novantesimo anniversario della nascita e ventesimo della morte, fu organizzata una serie di omaggi con ripercussioni internazionali (mostre itineranti, riedizioni integrali, premi letterari, cicli di conferenze, proiezioni di documentari e film basati sulla sua vita e sulla sua opera) che rivitalizzarono la centralità dei suoi testi.… Leggi il resto »

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Già da alcuni anni diversi esponenti del circuito intellettuale argentino praticano un nuovo sport: criticare Julio Cortázar. Queste critiche si accentuarono nel 2004 quando, in occasione del novantesimo anniversario della nascita e ventesimo della morte, fu organizzata una serie di omaggi con ripercussioni internazionali (mostre itineranti, riedizioni integrali, premi letterari, cicli di conferenze, proiezioni di documentari e film basati sulla sua vita e sulla sua opera) che rivitalizzarono la centralità dei suoi testi. Gli attacchi cominciarono a popolare lentamente le riviste letterarie, i blog di scrittori emergenti, le interviste radiofoniche e televisive.
Alle vecchie questioni motivate dalla presunta artificialità con la quale irrompe il politico-testimoniale nella sua scrittura, si aggiungevano le più recenti. Lo si svalutava identificandolo come scrittore d’iniziazione, che asseconda il senso di ribellione adolescente e il cui successo tra le giovani generazioni si deve principalmente alla sua affascinante capacità inventiva. Però questa fascinazione, instabile e deteriorabile, si sarebbe dimostrata incapace di influire in modo decisivo su produzioni letterarie specifiche. Quasi all’unanimità sostengono che “Il gioco del mondo (Rayuela)” è un testo invecchiato e dicono, con ironia, di aver letto Cortázar ormai molto tempo fa, riprendendolo solo per avere la conferma che la sua opera soffre ormai del passare del tempo. Riconoscono che i suoi racconti sono di buona fattura ma lo accusano di cercare sempre il grande effetto.
Se a queste aggiungiamo le critiche di alcuni operatori culturali reazionari, che asseriscono che la sinistra è ormai talmente anchilosata da non essere in grado di fare altro che riesumare e rileggere fino allo sfinimento sempre le stesse figure, scopriamo che il contesto per recuperare un libro perduto di Cortázar non potrebbe essere migliore. Un tentativo che per il suo innegabile anacronismo è già irrimediabilmente condannato dall’inizio.

 

Cronaca della scomparsa

Nel 1983, alcuni mesi prima di morire, Cortázar pubblica due libri: Los autonautas de la cosmopista e Nicaragua tan violentamente dulce. I diritti d’autore di entrambe le edizioni furono ceduti alla rivoluzione sandinista nicaraguense.
Los autonautas oggi forma parte di quel corpo cortazariano continuamente rieditato; Nicaragua, al contrario, è scomparso. E la cosa è piuttosto curiosa perché non è stato cancellato completamente, persiste come ricordo in qualunque biografia, in ogni riassunto bibliografico e sono pochi i lettori di Cortázar che non ne conoscono l’esistenza, così come sono pochi quelli che hanno potuto leggerlo; semplicemente perché il libro non c’è. Non c’è nelle librerie e neppure nelle biblioteche, non c’è nelle università né nei caffè letterari. Non c’è.
Il primo di questi due libri fu scritto in collaborazione con la sua ultima moglie, Carol Dunlop, dopo un viaggio di 33 giorni che tra maggio e giugno del 1982 fecero insieme percorrendo la transitata autostrada Parigi-Marsiglia. L’esperienza, condizionata da rigide regole che si autoimposero, riprendeva lo scenario de La autopista del sur, racconto iniziale di Todos los fuegos el fuego, del 1966. La prima edizione di questo diario di viaggio romanzato si pubblica grazie alla casa editrice spagnola Muchnik e alla francese Gallimard.
Il secondo, invece, viene pubblicato da Editorial Nueva Nicaragua, fondata nel 1981 dalle autorità del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), che nel 1979 aveva rovesciato il regime dittatoriale della dinastia Somoza. Una seconda edizione nicaraguense arriva nel 1985, dopo che la casa editrice Muchnik pubblicò un anno prima l’edizione spagnolo-argentina; Cortázar riuscirà a vedere il volume stampato dal suo amico Mario Muchnik qualche giorno prima della sua morte, avvenuta a mezzogiorno di domenica 12 febbraio dello stesso anno. Muchnik lancerà un’ultima edizione nell’87. Verranno effettuate anche due traduzioni in tedesco (1984/85) e una in inglese (1989). Alcuni frammenti furono inseriti, da altre case editrici, all’interno di un numero limitato di antologie di testi politici dell’autore. Poi basta.
Mentre lo cercavo disperatamente, ho creduto plausibile che il libro non esistesse. Ho anche sospettato che le varie citazioni incontrate fossero un deliberato errore incoraggiato dall’autore, un messaggio inintelligibile o un desiderio che non era riuscito a realizzarsi.
Mi sono ricordato allora della favolosa storia di una poetessa argentina, che comincia nei primi anni ‘60, durante un viaggio a Jujuy. Un passeggero aveva dimenticato sul sedile che le era stato assegnato un romanzo di Italo Svevo che lei non conosceva. Le era stato impossibile non dedicare tutto il resto del viaggio a quella lettura nella quale si era immersa profondamente, sentiva di essersi incontrata per la prima volta con il bello, di aver aspettato di leggere o di scrivere quel libro da sempre. Nella sua unica intervista che ancora si conserva racconta che forse pensando ad un possibile ritorno del proprietario forse solo per incapacità di reazione di fronte ad un incontro dirompente, lasciò il libro sul sedile e scese dall’autobus. Non riuscì a ritrovarlo mai più. Cercò quel titolo in ogni possibile nascondiglio, lesse tutta l’opera di Svevo, studiò rigorosamente l’italiano, i suoi dialetti e un po’ di tedesco, partì per la Penisola e si stabilì a Trieste per più di tre anni, ebbe accesso a manoscritti inediti, lesse il diario di Elio, fratello minore di Svevo, insegnò letteratura nelle Università di Padova, Milano e Bologna, ebbe figli ingegneri indifferenti alla letteratura; e quell’incontro con Svevo non si ripeté mai più. Come Bartleby, preferì non continuare a scrivere. Prima di quella rivelazione aveva composto una dozzina di buone poesie che le valsero un certo prestigio. Quel viaggio a Jujuy era di sicuro il primo invito a partecipare ad un festivalnazionale di poesia; dedicò tutto il suo intervento a parlare di quel libro del quale nessuno dei presenti aveva notizia.
Una minuscola tipografia, sospesa sulla montagna nel lillipuziano borgo ligure di Apricale, stampò alla fine degli anni ‘80 una cinquantina di copie di un suo romanzo con il quale interruppe per l’unica volta il silenzio. Il libro perduto di Italo Svevo, questo è il titolo dell’esperimento mediante il quale l’autrice tentò di recuperare, riscrivendolo, il testo scomparso dell’autore di Senilitá. Molti hanno visto in questa esperienza la reincarnazione di Pierre Menard, autore del Quijote, il racconto di Borges nel quale si narra la storia di uno scrittore francese che all’inizio del XX secolo affronta il monumentale compito di scrivere, con precisione assoluta e senza avere la possibilità di confrontarsi con l’originale, l’opera massima di Miguel de Cervantes. Di sicuro le differenze sono molte. La poetessa argentina, forse per lo svantaggio di essere reale, non solo era meno ambiziosa, ma sentiva in modo senz’altro più urgente la necessità di quel recupero. Il suo libro era scritto in un castigliano rioplatense che risentiva di alcune differenze rispetto alla traduzione madrilegna trovata e perduta venti anni prima. Ma la differenza più importante è che alla poetessa anonima non interessava scrivere il libro di Svevo, voleva ripercorrere quello che aveva sentito nel leggerlo. Menard, pensava che il Quijote fosse trascurabile; lei, aveva la certezza che in quel libro si celasse il mondo.
Mi perdevo in questi confronti e spiegazioni inverosimili quando finalmente incontrai un collezionista che mi allontanò da tutte queste teorie di cospirazione e progetti esagerati; possedeva una prima edizione di Nueva Nicaragua, comprata a Cuba all’inizio degli anni ‘90. Seppi da lui che anche a L’Avana era difficilissimo trovare il libro. La rete informatica delle biblioteche argentine mi fece sapere che solo tre biblioteche erano riuscite a rispondere alla mia richiesta: la biblioteca del Congreso de la Nación, un’Università privata di Buenos Aires, e l’Università di Tandil. L’Istituto spagnolo Cervantes e la sua smisurata rete mondiale di biblioteche, che dalle sue 900 e più postazioni di lettura permette la consultazione di circa 700.000 volumi, dispone soltanto di sette esemplari, uno di questi in inglese, disseminati a Lisbona, Praga, Tangeri, Rabat, Dublino e New York. Il libro esiste, l’accessibilità alla sua lettura no.
Come si spiega che non abbia resistito questo ultimo libro che Cortázar vide pubblicare in vita, dove confluiscono i suoi sforzi per integrare la creazione letteraria con il progetto di una rivoluzione che credeva fosse necessaria e difese anche a discapito della sua produzione precedente? Di sicuro, non è il meglio della sua opera, ma è importante in relazione ad un’analisi completa che permetta di ricostruire l’itinerario di uno scrittore che comincia abbandonando l’Argentina all’inizio degli anni Cinquanta perché gli altoparlanti di una manifestazione popolare peronista disturbavano l’ultimo concerto di Alban Berg e termina nella Cuba castrista, nel Cile di Allende e nel Nicaragua sandinista.
In Nicaragua sopravvisse una notevole quantità di esemplari del libro, ciò che non sopravvisse fu la rivoluzione. Nel 1990, a seguito di elezioni svoltesi in un clima difficile originato principalmente da un embargo economico letale e dagli attacchi dei contras finanziati dagli Stati Uniti, le forze sandiniste persero il potere, e la casa editrice Nueva Nicaragua la possibilità di ripubblicare un libro i cui diritti le appartenevano. Il movimento che Cortázar aveva visto risorgere e trionfare, gli uomini che erano stati protagonisti delle sue cronache, non furono in grado di sostenere un processo che soffrì dei colpi delle innumerevoli crisi, e che alla fine terminò perdendo l’appoggio popolare.

 

NdR: il frammento che precede è tratto “da Frequentazioni mancate – Walsh, Cortázar, Lezama Lima. Letteratura e rivoluzione in America Latina”, Unicopli, 2008.

NOTA BIOGRAFICA
Hernán Ruiz è nato a Rosario, Argentina, nel 1977. Studioso di letteratura contemporanea ha affrontato di recente il tema del legame tra scrittura e politica nella narrativa latinoamericana. Attualmente insegna lingua spagnola e traduzione a Milano presso le Università Iulm e Cattolica e presso la Scuola per Mediatori Linguistici “Carlo Bo”.

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Marca francese: un pensiero per Philippe Jaccottet https://www.nazioneindiana.com/2019/05/20/marca-francese-un-pensiero-per-philippe-jaccottet/ https://www.nazioneindiana.com/2019/05/20/marca-francese-un-pensiero-per-philippe-jaccottet/#respond Mon, 20 May 2019 05:00:40 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79163 di Massimo Raffaeli

Non potevo immaginare che la cancellazione fosse la via dello splendore ma è come l’avessi saputo da sempre. Voglio dire che la prima lettura, indelebile, delle poesie di Philippe Jaccottet (e qui mi riferisco alla versione condotta da Fabio Pusterla su Il Barbagianni.… Leggi il resto »

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di Massimo Raffaeli

Non potevo immaginare che la cancellazione fosse la via dello splendore ma è come l’avessi saputo da sempre. Voglio dire che la prima lettura, indelebile, delle poesie di Philippe Jaccottet (e qui mi riferisco alla versione condotta da Fabio Pusterla su Il Barbagianni. L’Ignorante nel volume pubblicato da Einaudi nel ’92, che ho avuto la fortuna di aver visto nascere) per me è stata un riconoscimento, anzi una vera e propria agnizione. Confesso che allora di Jaccottet conoscevo, se lo conoscevo, a malapena il nome. Eppure leggendolo, ammirandone d’acchito l’equilibrio che non era mai glaciale, lo spessore del segno che non era mai invasivo, sentivo vibrare qualcosa di straordinariamente prossimo e persino familiare, qualcosa che in realtà non mi era affatto noto (cioè un mondo di alberi e acque, di uomini così silenti e schivi da sembrare reticenti e sempre di passaggio, tutto un ecosistema diametrale rispetto alla mia quotidiana esperienza) ma che tuttavia mi parlava e con tenace lentezza, progressivamente, riusciva a vincolarmi. Di che cosa mi parlava, non già chiedendomi complicità (perché nulla è più lontano dal lenocinio retorico della poesia di Jaccottet) ma insinuando qualcosa di più difficile da dire, che sta fra l’incertezza, il dubbio e una quieta, non meno esigente, costernazione? Forse, e oggi credo di saperlo, Jaccottet era la poesia che non ha bisogno d’altro se non della sua stessa voce. Cerco di spiegarmi: non era una poesia che si proclamasse autosufficiente a priori e quasi per decreto dei significanti, perché l’eredità simbolista ne aveva profusa fin troppa, in francese come in italiano; tanto meno era una poesia per così dire puntellata dall’esterno (da una filosofia, da una politica o da una dottrina che la giustificasse), perché pure di quest’altra, dopo un secolo di poetiche à la page, da tempo si era sazi. Invece, la poesia di Jaccottet era quella della voce umana, così satura di esperienza, così spoglia del non necessario, così modulata nel profondo da poter arrivare al lettore nei termini di una semplicità primordiale. Una semplicità basale, perché era ed è la voce di un essere umano, qui-e-ora, che non ha presunzione di vivere e dire ma, al contrario, riconosce la mozione a vivere e a dire nel paradosso che entrambi istituisce: è possibile farlo, vivere e dire, solo in quanto lo si sente inevitabile ed è come aprire gli occhi, respirare e infine accettare la parola che può dire tutto questo. Quel verso di Jaccottet che allora mi batteva in testa, il verso che affermava lo splendore nell’atto stesso della sua cancellazione, non potevo che associarlo, come solo più tardi avrei compreso, ad una poesia del mio maestro, Vita e scritura di Franco Scataglini, dove appunto è detto che la vita e la scrittura sono compagne, consanguinee, «tuta scancellatura/ dopo dulor de sbai», il che significa, alla lettera, una cancellazione dopo il dolore di una vita costellata di errori.

(La poesia di Jaccottet, come ogni grande poesia, basta a sé stessa e consiste, per etimologia, nel disegno testuale che si affida alla lettura muta. Ma chi non ha sentito leggere dal vivo Jaccottet ad alta voce non può intendere fino a che punto essa possa somigliare o aderire a colui che l’ha scritta, vale a dire quanto la prosodia possa essere incarnata nella sua sostanza fonica. Ho ascoltato una volta sola Jaccottet quando venne in Ancona nel luglio del ’95, accompagnato da Pusterla, per una serata di “Poesia in giardino” a un anno appena dalla morte di Scataglini: che di quella serata sia rimasta, nella sua bibliografia, la plaquette/programma di sala dal titolo, veramente stupendo, Edera e calce, è motivo ulteriore di orgoglio, per me. Ebbene, leggendo, Jaccottet quella sera non sosteneva la sua poesia o tanto meno egli la interpretava ma con cadenza equanime, dedotta dai metri più tradizionali, ogni volta piegati e riallineati, si limitava a pronunciarla. I versi erano portati dal respiro, da un moto tanto naturale da riuscire fatale, nonostante chi seguiva col libretto alla mano si avvedesse della loro partitura sovrana, intramata, scoscesa in certi sottintesi ritmici come negli enjambements vertiginosi che il poeta seguiva nello stesso momento in cui li spingeva verso il baricentro della linea ulteriore, in un moto di calma assoluta e, insieme, di profondità cognitiva, di spasmo pulsante sottotraccia, laddove il respiro e il battito cardiaco sono finalmente una cosa sola. In realtà non c’era alcun miracolo della poesia né lo spettacolo di una voce, ma c’era più semplicemente la poesia di Jaccottet nella sua integrità psicofisica).

Ma non ho ancora detto la cosa più importante. No ho ancora risposto, cioè, alla domanda relativa al senso di fraternità o di paradossale familiarità provata fin dal primo contatto con la sua poesia. Ed è invece l’essenziale. Perciò provo a ritornare indietro e, fosse mai possibile, a liberarmi per un attimo della quantità di letture successive e delle ipoteche di una stima assoluta e oramai perfettamente interiorizzata. Cosa davvero mi colpiva della naturalezza temeraria, della sovrana semplicità? Probabilmente (ora direi certamente) il fatto che la parola di Jaccottet mi arrivasse, non so dirlo meglio, da un vero e proprio inframondo che sentivo suo e solo suo. Che quella poesia, in altri termini, parlasse di Natura ma non fosse natura, che si proponesse come storia di un uomo ma non fosse assoggettata alla Storia. Oggi potrei dire, ed è il suo autentico carisma: una poesia passata indenne, libera, attraverso i letali interdetti delle due metafisiche della modernità, Storia e Natura. Pertanto splende del suo lume astrale nel momento in cui simula una cancellazione e pertanto è una poesia dell’uomo (con i suoi boschi, le sue acque ma anche le città attraversate nella folla, nei rumori del giorno pieno), di un uomo che può permettersi di rinunciare alla parola “io” o che nemmeno concepisce l’espressione diretta, invadente e filistea, della prima persona. Eppure in Jaccottet si avverte la profondità verticale dei grandi lirici, si sente che l’   “io” da qualche parte deve pur esistere, che non si tratta insomma di una convenzione tramontata o, meno che mai, di una archeologia dell’essere. Perché c’è un soggetto, un uomo così uomo che può riconoscersi soltanto nel pronome della impersonalità e dunque della condizione più universale, l’anonimato delle persone comuni, coloro i quali, dopo tutto, provano a vivere e a dare un senso alla propria esistenza senza chiedere altro, senza chiedere qualcosa in cambio o un qualche accredito per esserci. Volevo dire che la poesia di Philippe Jaccottet è poesia politica, forse l’unica poesia politica che oggi sia possibile. E che anche come tale essa è degna di essere amata.

 

[originariamente contenuto in: AA.VV., Philippe Jaccottet. La poesia, le figure, il paesaggio, a cura di Fabio Pusterla, Quaderni di Orfeo, Mendrisio 2013]

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Marca francese è edito da Vydia.

Massimo Raffaeli raccoglie in questo volume il frutto di una ventennale, finissima scrittura sulla letteratura francese, frequentata, come afferma, da “autodidatta”, da un punto di osservazione – e di lettura – dichiaratamente eccentrico, periferico, già in quel riferimento alla “Marca” incastonato nel titolo. Un percorso di restituzione critica allertato, “rabelaisiano”, incardinato qui sulle figure speculari del gigantesco, incendiario Céline e dell’“impassibile testimone” Patrick Modiano, Premio Nobel 2014, passando, tra gli altri, per Rimbaud e Verlaine, Proust e Baudelaire, Zola e Queneau, Gide e Camus, Brasillach e Crevel, fino alla fascinazione per la poesia di Philippe Jaccottet. Un viaggio la cui rotta il lettore potrà disegnare strada facendo, pagina dopo pagina, libro su libro, accompagnandosi alla musica di Serge Gainsbourg, alle immagini di Truffaut e Renoir.

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Dai frutti un sangue. I quaderni del vino di Lorenzo Bastida https://www.nazioneindiana.com/2019/05/19/dai-frutti-un-sangue-i-quaderni-del-vino-di/ https://www.nazioneindiana.com/2019/05/19/dai-frutti-un-sangue-i-quaderni-del-vino-di/#comments Sun, 19 May 2019 05:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79280  

 

 

 

«Semplicemente dei versi, ossessivi e mi auguro inattuali, sulla malattia e la morte di una madre. Che si tratti di Letizia Gianformaggio, figura non secondaria della filosofia giuridica e della cultura femminista, è accidente decisivo; ma pur sempre un accidente.… Leggi il resto »

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«Semplicemente dei versi, ossessivi e mi auguro inattuali, sulla malattia e la morte di una madre. Che si tratti di Letizia Gianformaggio, figura non secondaria della filosofia giuridica e della cultura femminista, è accidente decisivo; ma pur sempre un accidente. Devo scusarmi con gli amici che ne cercassero qui un ritratto. La distanza necessaria a tratteggiarlo è tutt’ora inaccessibile alla mia sensibilità di bambino viziato: viziato, beninteso, dal privilegio di aver avuto una madre severa. Il mito, del resto, mi è sempre parso capace di un più elevato coefficiente di verità rispetto allo psicologismo. […] Ho cercato, credetemi, di rivolgermi anche a voi, anche a chi è ancora in vita. Ma i libri di poesie nascono spesso già morti: e questo soprattutto, che continuamente riscrivo e senza fine riscriverò.»

Lorenzo Bastida, dall’introduzione a I Quaderni del Vino, Arcipelago Itaca, 2017, di cui pubblico di seguito tre poesie.

 

 

La roccia madre

nei terreni di posto

determina il prodotto della vite.

 

Dice: dai frutti

mi riconoscerete,

con certo margine di deviazione.

Dai frutti un sangue

– riflessi consistenza odore –

purché sappiate e compitiate come,

quanto dimenticare.

 

***

 

Ma no, non è ch’io ami questo fiore

 più di tutti gli altri fiori:

 è che, finito questo,

non ci sono più fiori.

 

Saggi, sopravvissuti, vincitori

ascolteranno a giorno lo sbilenco

epos testé trascorso: ammireranno

quanto, come, per chi splendessero

quegli occhi minacciati,

come trovassero

appigli di speranza in ogni gesto

inscenato o respinto: cercheranno

cagioni al protrarsi e alla fine.

Chi mai potrà dir loro che semmai

per noi ti preoccupavi:

per chi, come i gerani sul balcone

insiste troppo

oltre la sua stagione?

 

Non lo sanno. Non sanno che finito

questo, non ci sono più fiori.

Ma questa sete di morire insieme

che cresce, che gorgoglia in fondo al tino.

 

***

 

Non credere ai poeti quando fanno

parole sulla morte ma non hanno

sentito la morte arrivare.

Una, saputo  quando, di che morire
riemerge un attimo per condolersi,

abbozza una stretta, ripete

mannaggia, annotta – alle spalle

come indefessa pratica, il mistero.

 

Ma la morte dell’altro, dell’altra…

è lì che si muore davvero.

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Stanze https://www.nazioneindiana.com/2019/05/18/stanze/ https://www.nazioneindiana.com/2019/05/18/stanze/#comments Sat, 18 May 2019 05:00:05 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79248 di Filippo Polenchi

Stanza n.1
La stanza ha una moquette a rombi neri e verdi su fondo marrone chiaro. Anche la carta da parati è a forma di rombi. Il perimetro di questa camera è di circa dieci passi per cinque.… Leggi il resto »

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di Filippo Polenchi

Stanza n.1
La stanza ha una moquette a rombi neri e verdi su fondo marrone chiaro. Anche la carta da parati è a forma di rombi. Il perimetro di questa camera è di circa dieci passi per cinque. C’è una scrivania e sopra c’è una tv. La tv è accesa, trasmette interferenze, scariche, effetto-neve. Il letto è adiacente al muro, un letto singolo, sulla coperta è ricamato un pavone, con una coda verdeblu e occhi rossi che guardano la finestra. Sulla parete opposta ci sono tre quadri, disposti seguendo le diagonali dei rombi. In quello più basso c’è un’anatra selvatica. In quello di mezzo c’è una scena di caccia all’inglese e in quello più in alto un espressionista astratto. La finestra è chiusa, le imposte sono aperte e la luce notturna è una fluorescenza che tenta di emergere dai vetri.

La ragazza lituana entrò senza sapere che giorno fosse e in un modo o nell’altro ne avrebbe pagato le conseguenze.

*

Stanza n.2
La luce della lampada distesa sul pavimento ammicca nel buio, con il suo occhio senza palpebra. Una pianta di ficus verde, in plastica. Buio. Un telefono nero, la pulsantiera a disco, su un comodino di legno scuro. Buio. Armadio Ikea, color beige, un’anta è aperta e nello specchio all’interno si riflette il balbettio del neon. Buio. Vestiti estivi da donna, a fiori, nell’unico spazio visibile dell’interno dell’armadio. Buio. La porta del bagno è chiusa, con il cartello Non disturbare appeso alla maniglia. Buio. Maniglie di ottone, card elettronica per entrare. Buio. La carta da parati è rossa scarlatta, ha dei ricami in rilievo, una trama larga di iris. Buio. Una tazza da tè per terra, accanto al letto, si vede chiaramente la scritta IL PADRONE DI CAS[…] e il resto non è visibile. Buio.

Sperò con tutto il cuore che non tornasse il tizio dei conigli e quindi si guardò il segno che aveva sulla mano: non avrebbe avuto mai più niente di così dolce.

*

Stanza n.3
Il living ha la moquette blu cenere. Un muretto di cartongesso separa la zona soggiorno dalla zona cucina. La porta è di legno scuro. Il divano è accanto al muro bianco. Ci sono rampicanti di tubi, anch’essi verniciati di bianco. Il divano è imbottito, color crema. C’è una bottiglia di acqua minerale accanto al telefono, una lampada dal lungo collo di gru e, tra il divano e la cucina, un asse da stiro.

Scoprì che qualcuno aveva dimenticato uno spillo alla manica della giacca e pensò che si voleva fare quella lardosa della cameriera, sissignore, proprio lei.

*

Stanza n.4
In alto, sopra l’armadio, ci sono scatole di cartone e una valigia di pelle afflosciata. In basso polvere di trucioli. Il letto ha il materasso sfondato. Nella stanza il sole passa a fette. Il pavimento è di piastrelle e c’è un tappeto con ricami indiani. Dentro il tappeto un elefante e una tigre stanno combattendo. La lampada al soffitto è protetta da un paralume ricavato da un cestello da lavatrice: sulla parete la luce elettrica è fatta a spilli. C’è un plaid a strisce gialle e blu, piegato a metà, sul fondo del letto.

Sapevo di aver perso qualcosa definitivamente, ma la donna d’affari e sua figlia bevevano un caffè annacquato, mentre nessun altro aspettava.

*

Stanza n.5
Il divano letto è aperto, con un plaid rosso e blu buttato sopra alla meno peggio. La luce entra in un fascio compatto, dall’unica finestra sopra il divano. La finestra è un quadrato, la luce solleva pulviscolo. Il pavimento è in legno e il soffitto è inclinato. C’è una piccola libreria accanto al divano letto, bassa, con pochi scaffali. Ci sono dei fumetti di Tex sugli scaffali, accanto a una radiolina a batterie.

Quando ebbe finito di uccidere il rospo tornò in salotto e si accorse che la sigaretta fumava ancora nel posacenere. Rimase a guardarla respirando forte.

*

Stanza n.6
Dalla finestra si vedono una terrazza, un balcone e due vasi di piante. Le piantine grasse hanno piccoli germogli. Un sipario di tende in nylon è appena socchiuso. C’è vento, fuori; i minuscoli fiori delle piante sono scossi dal vento. Di tanto in tanto passano delle luci, dall’altra parte del vetro, ma si vedono solo di notte. Il vento, talvolta, soffia attraverso il legno sbertucciato della finestra.

Gli chiese di mordergli una mano; così sarebbe rimasto per sempre il segno.

*

Stanza n.7
Di fronte alla porta c’è uno specchio coperto da un telo verde. Le due finestre gemelle, equidistanti, sono aperte; dalle tende alla veneziana si accendono stecche di luce. Il pavimento è in legno. Il letto è una vecchia branda di ferro, con i bordi della testiera rugginosi e un materasso grigio chiaro. È un letto singolo, contro il muro. Dalla parte opposta dello specchio c’è un piccolo lavandino di porcellana, bianco, e uno stillicidio continuo di gocce d’acqua. Carta da parati a motivi floreali ricopre tutte le pareti: ci sono iris blu su fondo sabbia. A destra della finestra di destra la carta da parati si è scollata, aprendo sul muro una bocca dai bordi smangiucchiati.

Poiché aveva pensato all’uomo dei conigli ebbe paura a uscire.

Foto di RitaE da Pixabay

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I fratelli Michelangelo https://www.nazioneindiana.com/2019/05/17/i-fratelli-michelangelo/ https://www.nazioneindiana.com/2019/05/17/i-fratelli-michelangelo/#comments Fri, 17 May 2019 07:23:15 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79197 di Luca Giudici

L’ ultima fatica di Vanni Santoni è pubblicata da Mondadori, e si intitola “I Fratelli Michelangelo”. Nel panorama della produzione italiana più recente Santoni si è distinto sin dai suoi primi lavori, risalenti ormai a oltre dieci anni or sono, per la ricerca e la passione per la sperimentazione, sia formale sia tematica.… Leggi il resto »

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di Luca Giudici

L’ ultima fatica di Vanni Santoni è pubblicata da Mondadori, e si intitola “I Fratelli Michelangelo”. Nel panorama della produzione italiana più recente Santoni si è distinto sin dai suoi primi lavori, risalenti ormai a oltre dieci anni or sono, per la ricerca e la passione per la sperimentazione, sia formale sia tematica. L’analisi delle forme assunte dalla precarietà esistenziale, la scrittura collettiva alla ricerca della memoria, l’indagine nel mondo del fantastico, dei miti fondativi della sua generazione e del mondo in cui è cresciuto, quali i role games e i rave, sono alcuni dei temi che caratterizzano la sua fitta produzione. “I Fratelli Michelangelo” è un appassionante saga familiare di oltre seicento pagine che riassume, mescola e ripropone le problematiche che hanno caratterizzato l’intera sua produzione precedente.

A questa si associa una sopraggiunta maturità stilistica e formale, derivante dal suo lavoro come editor e talent scout in quanto direttore di collana presso la casa editrice Tunuè, per la quale ha pubblicato alcuni dei più interessanti scrittori esordienti emersi negli ultimi anni nel panorama editoriale italiano. La sua attenzione verso altre forme letterarie, culture e paesaggi quasi sempre ignoti ai non addetti ai lavori, lo ha portato a leggere e recensire autori come Antoine Volodine, Mircea Cărtărescu e László Krasznahorkai, contribuendo così a costituirne la recente fama. Letterature sconosciute, autori geniali, scrittura sperimentale, vite precarie, immaginario e scrittura onirica sono quindi elementi che confluiscono ne “I fratelli Michelangelo”, costituendone la multicentralità che lo caratterizza. In questo romanzo, la scrittura di Santoni si avvale dell’esperienza maturata negli anni e si impegna al meglio delle sue capacità per realizzare un’opera seminale che sarà certamente un cardine della sua produzione nei prossimi anni. La contrapposizione apparente tra stile e trama, centrale nelle opere precedenti, trova una adeguata sintesi ne “I Fratelli Michelangelo”. Qui le diverse lingue utilizzate da Santoni nel passato, diventano stilemi caratterizzanti i diversi personaggi e situazioni, ma se si guarda oltre questa apparente frammentazione formale, si ha sempre e comunque la chiara percezione di un intreccio convincente, decisivo nel tenere collegate le diverse figure, su cui si è realizzato un profondo processo di revisione espressamente finalizzato a rendere omogenea la struttura del testo. Nella prima sezione del romanzo si narra di come i cinque figli di Antonio Michelangelo vengono convocati dal padre nella villa di famiglia, a Valleombrosa, in provincia di Firenze, senza che nulla chiarisca le motivazioni che lo hanno spinto a tale passo. Inevitabilmente queste saranno oggetto di lunghe riflessioni e speculazioni da parte dei convocati, in attesa che l’agognato chiarimento sopraggiunga. In una atmosfera che potrebbe ricordare Agata Christie, nei capitoli che seguono si dipanano dunque i racconti delle vite dei personaggi, spesso attraverso lunghi flash back e incastri temporali, che aumentano la diacronia del racconto. Le storie di vita che emergono porteranno volta per volta nuovi tasselli destinati alla soluzione di questa sorta di enigma generazionale, ma soprattutto obbligano i fratelli a fare dei bilanci, a tirare le somme di vite sostanzialmente fallimentari, o comunque ben lontane dagli obiettivi da cui si erano mosse, e che fanno il punto su una generazione fuggita da un tempo ingrato per ritrovare una qualche forma di dignità e autostima, ma che dopo decenni di tentativi e fallimenti non può che tornare all’origine. Il recupero del passato servirà ai fratelli Michelangelo per indagare sia le motivazioni che li hanno spinti a fuggire sia ciò che li ha indotti ad accettare la proposta del ritorno, piuttosto di voltare le spalle a un uomo verso cui non provano né affetto né rispetto, e da cui non si aspettano nulla. Enrico, Luis, Cristiana e Rudra vivono vite assolutamente differenti. Enrico è un letterato che sopravvive come insegnante precario e le cui ambizioni sono naufragate in una sorta di apatia disillusa, sviluppando in compenso una vera ossessione per il sesso, che lo porta a distruggere ogni tipo di relazione in cui si ritrova. Cristiana si occupa di arte contemporanea, e ha lungamente tentato di ottenere un riconoscimento dalla comunità dei galleristi, e di conseguenza riuscire ad appartenere a pieno titolo al ristretto entourage che gestisce quel mondo, ma senza ottenere risultati degni di questo nome, se non – paradossalmente – quando le viene offerto di scrivere la prefazione al catalogo di una mostra delle opere litografiche del padre, generando così un ulteriore sconfitta. Luis ha trascorso gran parte della sua vita recente in Oriente, tra Bali e l’India, da dove fugge inseguito da trafficanti come lui, e lasciando vigliaccamente l’amico Carlo a marcire in una galera senza speranza. Rudra infine è fuggito dall’influenza paterna appena gli è stato possibile (lui e Cristiana sono gli unici due che hanno effettivamente convissuto con il padre) andando a vivere in Svezia, dove ha sposato il suo compagno, ha adottato uno stile di comportamento identificato da una costante presa di distanza dalle pratiche della vita, e ha accettato qualsiasi tipo di compromesso pur di allontanarsi dalla influenza familiare. Per lui come per i suoi fratelli questo viaggio giunge in un momento che è decisivo per le loro vite, e che richiede di tracciare dei bilanci, destinati proprio alla costruzione di un possibile futuro. La sapienza mistica di Rudra, la lettura della Bhagavad Gita, e quella della Bibbia affrontata da un Enrico che credeva di essere ebreo, sono tra i pochi elementi culturali che non sono frantumati dal criticismo con cui Santoni decostruisce limiti e inadempienze dell’azione intellettuale nel nostro mondo. È Enrico, in quanto letterato, che in un certo senso si fa carico di portare alla luce questo divario, e in due occasioni diverse scopre tra le letture del padre, tra gli elementi che hanno costruito la sua figura, il suo bagaglio, gli stessi autori che hanno svolto per lui una funzione analoga. La differenza però sta nel fatto che se per il padre (nel Novecento) questo sapere è diventato fondamento di una società, di un mondo (seppur discutibile), Enrico è costretto a scontrarsi con la cruda realtà per cui lui è l’unico che coglie questi riferimenti, e deve porsi una domanda cruciale, per lui e per il nostro tempo, su come e quando la letteratura ha smesso essere un linguaggio condiviso, ovvero un mezzo per comprendersi, in quanto possessori di un linguaggio comune. Ovviamente non c’è alcuna risposta, ma il deserto che deve affrontare è davanti a lui. Enrico non è Peter Kien, e non ha alcuna intenzione di bruciare insieme ai suoi libri, ma deve trovare una via di uscita alla stagnazione in cui si è ritrovato a sopravvivere. I quattro fratelli, inoltre, provengono da luoghi tra loro lontani (Tel Aviv, Bali, Roma, Stoccolma, Londra) e anche la dispersione geografica, che li obbliga a lunghi viaggi dell’anima per raggiungere la casa paterna, non è certamente un elemento casuale. La precarietà dei personaggi di Santoni non è mai solo psicologica o esistenziale, ma si concretizza anche in un vagabondare spesso senza meta, dove il viaggio altro non è che metafora della ricerca di sé. La geografia si rivela perciò come la ricerca di un luogo dell’anima, espressione di ciò che Santoni chiama “una grande narrazione transnazionale”. Misurare gli spazi, le distanze, trovare le case e ri-trovarsi nelle case, sono tutte azioni che accadono molto frequentemente ai personaggi di Santoni, e, come vediamo sin dalle prime pagine, a quelli di questo romanzo in particolare. I fratelli tra di loro si conoscono a mala pena, e, analogamente ai molti personaggi collegati e che compongono l’orizzonte in cui si svolgono le loro vite, in un certo senso sono tutti in fuga. Eppure, questa umanità variegata si scopre essere disperatamente alla ricerca di una casa, di un rifugio dove fermarsi. Santoni, nelle sue più di seicento pagine, mette effettivamente in scena il grande romanzo borghese, e qui le differenti esperienze e sensibilità portate avanti non solo dai diversi fratelli, ma anche da Antonio e dai vari personaggi di contorno, il fratello Abramo e gli avi tutti, oltre che dal valore degli assenti (le madri scomparse), gli permettono di mostrare la vacuità di una ricerca che non porta a nessuna salvezza, se non quando ha come obiettivo la memoria e le radici. Il cielo sotto cui si dipana questo romanzo è il tempo stesso, la storia e la memoria, il racconto che si apre la strada nella foresta del tempo passato per cercare di ricongiungersi con l’oggi. Non è assolutamente un caso se questo romanzo si apre con un albero genealogico. È lì che si trova il senso della narrazione di Santoni: in ciò che è passato e che – contrariamente a quanto potrebbe sembrare – non ci ha mai abbandonato. È per questo che i fratelli Michelangelo, dopo essere tutti in un modo o nell’altro fuggiti da vite ingombranti e da un padre per lo meno difficile, accettano di tornare alle loro origini. “I fratelli Michelangelo” non ha un solo centro individuabile, bensì si mostra come pluralità, e la figura del padre è senza dubbio uno di questi, che si collegano l’un l’altro nel corso della narrazione. La nostalgia e il suo afflato sono un’altra delle cifre interpretative di questo romanzo, forse la principale. È un sentimento che pervade tutti i personaggi, e che emerge anche nei luoghi, nei molti segni di mondi perduti di cui il racconto è costellato. Esemplare, tra questi, il tema della botanica, dove attraverso ricordi, dissertazioni ed elementi che si inseriscono in modo apparentemente casuale, siamo portati a conoscenza dei diversi impianti e stratificazioni che sin dall’anno mille hanno caratterizzato l’intervento umano sulle piante autoctone nella zona. Nulla è quindi più definibile come naturale, originario, nemmeno ciò che risale ai nostri più antichi ricordi, perché anch’essi sono inficiati di finzione e illusione sin dalle origini. La narrazione è teatro, illusione e mistificazione, e ognuno dei personaggi costruisce la sua, mostra l’idea che ha di sé, dei suoi fratelli, del padre, ma questo altro non è che la propria finzione personale, costruita a proprio uso e consumo, in una specie di House of Game costruita sulla misura delle debolezze individuali. Nostos, il ritorno, è il tema omerico che abbiamo inseguito, e la meta di questo cammino potrebbe perciò essere il padre, assente ma fin troppo presente, che sin dalle prime righe ammette, in una sorta di contrappasso, di temere – novello Crono – di essere divorato dai propri figli. La questione dell’auctoritas, della mancanza di autorevolezza, della ricerca del senso di una vita sempre più sbandata e nelle mani del caos, sembrerebbero essere il cuore della ricerca descritta, ma non è certo il ritorno di un padre padrone che viene auspicato da un libertario come Santoni, quanto piuttosto l’apertura continua verso il nuovo e il desiderio di una vita libera, una condizione che purtroppo spesso ci dimostriamo incapaci di controllare, anche quando ci viene regalata. Come in una sorta di Rashomon trasportato sulle rive dell’Arno, Santoni mostra perciò l’assurdità della ricerca stessa, se, come si è detto, si pone come obiettivo una auctoritas, dato che Antonio Michelangelo non sfugge nemmeno per un attimo al meccanismo dell’illusione narrativa, della costruzione di un se fantasmatico, svalutando perciò in toto l’idea che l’anziano padre possa rappresentare una chiave interpretativa. Una definizione valoriale comune a tutti i personaggi sarebbe l’unico metodo per dare una priorità al moto centrifugo / centripeto (la fuga e il ritorno) che avvicina e allontana le persone dalla storia, dal proprio vissuto. Stabilire una priorità, dei valori condivisibili, potrebbe permettere ai fratelli di dare un senso ai propri bilanci esistenziali, ma invece spietatamente è la farsa della ripetizione quella che ci viene mostrata, e il vissuto precario dei fratelli infine si mostra essere molto affine alla illusione ideologica attesa dalla generazione precedente, ovvero i fratelli Antonio e Abramo. Se il primo incarna i (falsi) valori del Novecento, quali la Resistenza, l’impegno politico e l’imprenditoria, l’arte, la costituzione di una identità forte e definita, e non trova la forza di essere una chiave di lettura per la generazione dei suoi figli, destinati a una debolezza ontologica strutturale, altrettanto il fratello Abramo rivela di appartenere a una ideologia illusoria, tradita dalle menzogne e dal teatrino, costruito per impressionare amici e parenti. Così nello stesso modo, farsesco e quasi ridicolo, si mostra la conclusione del percorso di Antonio, dove un sacrificio che sembrerebbe impersonare un tema cristologico e passionale, in un finale perciò ancora completamente novecentesco, si rivela invece essere un capro espiatorio, un escamotage per tutta la famiglia Michelangelo, che così in fondo ne esce senza troppi danni, malconcia ma lontana da ogni tipo di rivelazione salvifica, ben adagiata nelle menzogne sopravvissute al rituale, quasi un Gattopardo fuori tempo massimo, dove, ancora una volta, alla fine non cambia assolutamente nulla.

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Da “Il sapone” https://www.nazioneindiana.com/2019/05/16/da-il-sapone/ https://www.nazioneindiana.com/2019/05/16/da-il-sapone/#respond Thu, 16 May 2019 05:00:41 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79149 di Francis Ponge

traduzione e nota di Andrea Inglese

[Questa traduzione inedita (Francis Ponge, Il Sapone, Gallimard, 1967, p. 60–63) è apparsa su RIEF: Revue Itaienne d’Etudes Françaises, nella rubrica Seuils Poétiques  8 | 2018 : L’Écrivain critique de lui-même]

È necessario parlare degli avvenimenti o degli spettacoli per lo meno spiacevoli che abbiamo dovuto sopportare dal giorno della nostra nascita?… Leggi il resto »

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di Francis Ponge

traduzione e nota di Andrea Inglese

[Questa traduzione inedita (Francis Ponge, Il Sapone, Gallimard, 1967, p. 60–63) è apparsa su RIEF: Revue Itaienne d’Etudes Françaises, nella rubrica Seuils Poétiques  8 | 2018 : L’Écrivain critique de lui-même]

È necessario parlare degli avvenimenti o degli spettacoli per lo meno spiacevoli che abbiamo dovuto sopportare dal giorno della nostra nascita? Ne ho qualche scrupolo. Anche se, a dire il vero, penso che in nessuna epoca ve ne siano potuti essere di più spaventosi, di più intollerabili per la sensibilità.

……

(Sviluppare un poco.)

……

Ma forse, riflettendoci bene, tutto ciò non è più grave di una semplice malattia – o del mero sentimento della condizione umana. Forse soltanto più spettacolare! Non sarò io a decidere. Rimane il fatto che la società – e ogni individuo – sono apparsi come inorriditi, travolti dallo smarrimento e dalla disperazione. E si è visto che l’autocontrollo, il sangue freddo, la pazienza e l’equanimità da soli non bastavano a raddrizzare i caratteri e a riconfortare gli animi.

Al tempo stesso, oggigiorno, i sentimenti di responsabilità e di colpevolezza umani si sono trovati – a torto o a ragione – sviluppatissimi nelle persone. E a torto o a ragione trovo questo molto ammirevole e molto patetico.

Ne consegue una disperazione morale, un rimorso e una risolutezza (seguiti da disillusioni, ecc.) altrettanto intollerabili.

A tal punto che, per la mentalità moderna, le lezioni dei saggi dell’antichità sono apparse inadeguate e, a essere precisi, inapplicabili. In che modo un uomo sconvolto da tali sentimenti avrebbe potuto accontentarsi dei consigli di Socrate, Aristotele, Montaigne o di Pascal, Voltaire, Vauvenargues? Mi rendo conto che molte persone vi hanno cercato rifugio. Temo che sia avvenuto a detrimento di una certa integrità.

Per quanto mi riguarda, non mi azzarderei quindi di predicare agli uomini il ripiegamento individualistico su di sé e la ricerca della tranquillità come unico bene desiderabile, ecc. Avrei davvero scrupoli a farlo, specialmente perché credo di poter essere letto da persone di una classe povera, che ritengo debba elevarsi prima di tutto, con grandi sforzi e coraggio, a una migliore condizione materiale. E ritengo ugualmente che queste persone e queste classi, avendo avuto la fortuna di trovare in tempi recenti una dottrina che le esalti e un partito che le guidi verso la vittoria, avrebbero davvero torto di rinunciarvi, per perseguire non so quali antiche teorie di rassegnazione e stoicismo, che evidentemente avvantaggiano i loro sfruttatori.

E quanto a questi sfruttatori, come potrebbero essere amati da un artista che, vedendoli talmente insensibili al bene e alle qualità del gusto, della delicatezza e dello spirito, finisce per rimpiangere i loro predecessori (aristocratici) nell’opera di sfruttamento dell’umanità? Come non augurarsi la loro disfatta e la loro sostituzione con questa classe povera che detiene probabilmente risorse di fervore e di purezza capaci di generare il bello e il delicato, che sono i beni supremi da me desiderati per gli uomini.

Quindi non distoglierei nessuno dal dovere di agire e di ribellarsi. Al contrario, considerando che ogni uomo (fosse pure un artista) deve dedicare una parte almeno della sua attività all’azione civile, quando la situazione diverrà pregnante (e non smette, per così dire, di esserlo) sarò schierato con la parte in questione.

Comunque sia, non sarebbe onesto da parte mia (e d’altro canto non servirebbe a nulla, finendo comunque per trapelare) rinunciare minimamente ai valori che una formazione, borghese senza dubbio, ma in definitiva anche umana, mi ha portato a considerare una volta per tutte come i più degni di essere perseguiti e difesi (a tal punto che se desidero la rivoluzione, – o questo movimento storico che alla fine condurrà al potere la classe attualmente sfruttata – è nella speranza che il più gran numero di persone – e al limite tutti gli esseri umani – siano messi un giorno nella condizione di poter perseguire questi valori, di consacrarli e goderne). Quali sono questi valori? L’ho appena detto: la bellezza e la delicatezza.

 

*

Note du traducteur

Aujourd’hui les savons n’existent presque plus. C’est par cette phrase que je suis obligé de commencer. Par ce hors-sujet qui n’a rien à voir avec mes (prétendus) propos de traducteur. Le savon est en voie de disparition parce que un étrange esprit du « beau » et du « délicat » a tellement gagné notre monde que le savon véritable, le savon de hier, celui de Ponge au moins, n’a pas été considéré suffisamment beau et délicat par quelques concepteurs d’entreprise. Il se consommait d’une manière très inesthétique le vieux savon, il se lézardait, il devenait un peu gris vers la fin, un peu trop acéré, il se désintégrait en débris. Donc aujourd’hui on est passé à un savon plus « spirituel » : on est dans une société liquide qui préfère un savon liquide. Il n’y pas d’agonie, pas de consomption, pas de restes difficilement utilisables. Le savon est là jusqu’à la dernière goutte. Et quand il n’y en a plus, la boite en plastique transparente est vide, propre. À part ce constat, je ne crois pas pouvoir dire grande chose à propos de mes choix et de mes difficultés de traduction.

J’ai choisi un passage réflexif, qui appartient plutôt au registre de l’essai. Il n’y a pas question ici de définitions ou descriptions, mais d’idées – ces choses que l’auteur considère normalement avec un certain dégout. Le thème traité – l’extrait date de juillet 1946 – est de nos jours largement inactuel : le rapport que la classe « misérable », comme l’appelle Ponge, entretien avec la beauté. La notion d’engagement aussi est abordée dans ces lignes, mais à travers une formulation qui s’écarte du langage militant (sartrien) de l’époque. Quand il réfléchit, Ponge est très économe. Sa méfiance des opinions et des idées courantes le pousse à chercher toujours les termes – donc les concepts – moins à la mode, moins redevables des doctrines du jour. Cela ne l’empêche pas de prendre position pour le mouvement ouvrier et la lutte anticapitaliste.

Le traducteur se trouve face au défi de tirer parti de l’inactualité de Ponge, tout en cherchant une communication claire et directe avec, non pas évidemment l’actualité, mais le temps présent. Pour ma part, ce défi s’est concrétisé dans la difficulté de traduire l’adjectif « misérable » que Ponge associe à « classe ». « Misérabile » c’est un terme qui a une connotation définitivement négative. Quant au terme « indigente », il appartient au langage de la politique, de la bureaucratie ou, au mieux, d’une sociologie qui regarde avec distance scientifique les phénomènes. Ponge n’a pas expressément parlé de classe prolétaire. Il a fait un pas en arrière par rapport au vocabulaire de l’engagement et du marxisme de l’après-guerre. J’ai choisi donc l’adjectif « povera », parce que la « pauvreté » c’est un mot qui précède le marxisme et qui en sera toujours l’héritier.

Il fallait aussi résoudre l’écart bizarre entre des « spectacles pour le moins désagréables » – il y a là de l’ironie, un euphémisme volontaire – et ces mêmes spectacles qui, quelque lignes après, sont considérés comme les « plus effroyables », les « plus éprouvants pour la sensibilité ». Ponge parle de la guerre. J’ai donc choisi de radicaliser l’écart sémantique entre les adjectifs et de traduire « éprouvants » par « intollerabili ». (D’autre part, toute affection « intolérable » est paradoxalement éprouvée par l’esprit. Comme la torture l’enseigne, ou toute grande souffrance morale, on ne désigne pas à travers le concept d’« intolérable » quelque chose que notre sensibilité ne pourra pas supporter, mais la passivité presque infinie de notre sensibilité face à quelque chose qui l’offense.)

Les individus sont « affolés » par les spectacles de la guerre. Mais la guerre n’est jamais liée à la simple peur. L’effroi s’accompagne d’une répulsion spécifique : on est dans le domaine de l’horrible. J’ai donc traduit : « inorriditi ».

Sous la plume d’un matérialiste athée « esprits » et « âmes » ne peuvent devenir in italien que « caratteri » et « animi », à savoir deux termes synonymes comme dans le texte d’origine.

Je n’ai osé rien inventer pour apprivoiser le péremptoire et un peu énigmatique « prégnante ». Mais on voit bien l’importance que les adjectifs peuvent avoir chez Ponge. Ici il y a comme un renversement de hiérarchie : dans « situation prégnante », c’est l’adjectif qui fait tout.

In fine. Je ne peux pas être persuadé par « il bello » e il « delicato ». Le masculin refroidit énormément la portée de ces deux termes. Je veux bien reconnaitre le double jeu opéré par Ponge : évoquer avec désinvolture des termes qu’il faudrait longuement mettre à jour, expliciter, redécouvrir. Lui il les utilise comme un traditionnaliste, mais il leur soustrait tout emphase. Néanmoins, il y a une tension à laquelle je ne pouvais pas renoncer entre la dimension abstraite produit en italien par le suffixe « ezza » et la dimension sensuelle des termes féminins (et longues) « bellezza » et « délicatezza ». Je n’ai pas pu les utiliser lors de la première occurrence, parce qu’il y avait déjà « purezza », et trois mots à la suite avec les mêmes suffixes auraient été musicalement insupportables. Donc j’ai renoncé à la cohérence et à la fidélité. Mais si vraiment il faut se battre pour quelque chose, je préfère prendre parti pour « la bellezza » et la « delicatezza » – termes sans doute prétentieux – plutôt que pour « il bello » et « delicato » – plus modestes et sobres, mais pas très entraînants.

*

Immagine: Andrea Inglese, Pagine, 2017.

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Sale del ricordo https://www.nazioneindiana.com/2019/05/15/sale-del-ricordo/ https://www.nazioneindiana.com/2019/05/15/sale-del-ricordo/#respond Wed, 15 May 2019 05:00:57 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79152 di Luca Baldoni

Mi prendesti da parte una sera per propormi
un’avventura. I ragazzi di sopra avevano quell’acido che
ci avrebbero fraternamente regalato. Io non l’avevo ancora
mai provato, ma me lo chiedesti con timore soprattutto
perché volevi farne un rituale, un’impresa comune di coscienza che

sconfinasse nell’umano.
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di Luca Baldoni

Mi prendesti da parte una sera per propormi
un’avventura. I ragazzi di sopra avevano quell’acido che
ci avrebbero fraternamente regalato. Io non l’avevo ancora
mai provato, ma me lo chiedesti con timore soprattutto
perché volevi farne un rituale, un’impresa comune di coscienza che

sconfinasse nell’umano.
 Accettai e iniziarono i preparativi.

Perché decidemmo di lasciar perdere i locali e di allestire
un’epifania in casa ad uso del sesso e dell’amore, inventando
insieme l’attesa per l’apertura di orizzonti dentro
ai nostri cuori. Devo ammettere che ormai non ricordo quasi
niente se non che la notte grazie al cielo sembrava non volere
più finire, e le parole sgorgavano dalle nostre bocche senza
esitazione, e ai primi bagliori grigi dell’alba sulle pietre della strada
mi dicesti che ti stava venendo freddo e io andai su di sopra a
prenderti la coperta verde da mettere sulle spalle.
E se non ricostruisco gli atti, le parole, la sequenza, ricordo che intenso
piacere era guardare, toccare, ascoltare, raccontare,
vederti di fronte a me per ore, scopare, confessare, annusare come se
tutto nella vita potesse veramente essere eccezionale, e allora
non potevi che desiderarne il prolungamento, che non avesse mai

fine, che la luce non scacciasse più la luce
e il giorno e la notte potessero incontrarsi.

***

VII.

Sotto cielo e vigore hai imparato a giocare con corpi e traiettorie, girando gli astri dentro al culo del tuo amore. Svagato tripudio inviso al tempo, offesa cercata e non voluta da trip evanescente azzardato tra isole mitiche e natanti. Senza ormeggi in dotazione, né una palma alla cui ombra partorire.

Taci dell’invocazione al figlio del delfino. Della forza della pinna che batte contro l’onda, del fianco che s’impenna e vola, del dorso levigato che inanella miglia dopo miglia, da sponda a sponda. Astri e delfini in un gioco da bambini, svagata diversione riversata sul mondo come pace, forza, affermazione.

Hai fuso gli elementi in un fiotto di bagliore, sciolto i corpi dalle loro vessazioni – per una breve stagione senza cuore. Tu stesso ne hai consacrato i rituali, le danze sfrenate sotto il sole.

A te, maestro-principiante, la lezione.

***

Christian mi portò a passare
il fine settimana in riva a un lago,
dove lui e amici possedevano
un terreno con alcune semplici
casette di legno.
Ricordo la sera, noi abbracciati
con altri uomini seduti intorno al fuoco;
quasi mi addormento, il tedesco diventa
imponderabile, guardo in alto le fronde
il vento che le scuote
l’oscurità illuminata dalle stelle.

Forse mi addormento… ma c’è un risveglio
in mezzo ad un racconto:
da uno dei più anziani una crepa nella voce
parole e pause in successione, un gesto:
scoprirsi l’avambraccio, battere la mano
sul tatuaggio.

Un brivido così forte –
un ricciolo rosa sfugge dalle braci,
rovinosamente

viene risucchiato verso l’alto.

***

Secondo movimento: Culmine

L’ultima notte del millennio eravamo a Londra. Se l’avessi
saputo quando ero adolescente – e mi immaginavo adulto
cosa avrei fatto dove sarei stato con chi proprio in quel
frangente – mi sarebbe sembrato eccezionale. Mentre di
quella sera non ricordo quasi niente perché troppa era
la stanchezza, l’umiliazione, ricadute su entrambi armati
l’uno contro l’altro per dar fuoco alle nostre frustrazioni.
So che eravamo con amici tra la folla vicino al ponte
in ferro di Hammersmith, e allo scadere della mezzanotte
guardammo tutti verso est per veder partire
dall’altro capo del Tamigi una scia di fuoco che
doveva solcare il cielo come un arco teso.
Ci fu qualcosa… che tra le urla della gente mi sembrò lontano,
inconcludente, come visto in un cannocchiale
rovesciato. Il giorno dopo si seppe dai giornali
che c’era stato un errore colossale:
i fuochi erano scoppiati solo in parte, il serpente
luminoso dopo un volo sregolato
si era spento vicino al Parlamento.

Avevo già chinato la testa
al passaggio del tempo, pestato la polvere
su un altare spento.

***

VIII.

L’insegnamento può solo essere
sottratto al nemico ridacchiante
e messo rapidamente in saccoccia
come un dono inaspettato.
Tuo malgrado mi hai dimostrato che
la poesia è come l’arte dell’arciere:

mira al cuore, sfonda il tuo piacere.

**********

dalla prefazione di Pierre Lepori

La poesia di Luca Baldoni – per addentellati biografici ma anche interessi di studioso (che lo hanno portato a firmare una corposa antologia della poesia omosessuale italiana del Novecento) – si ricollega chiaramente alla grande tradizione dell’autobiografia in versi, del romanzo intimo che esplora senza peli sulla lingua l’omoerotismo. Ma non deve per questo essere limitata a un puro esercizio militante, tali e tante sono le stratificazioni  e le inflessioni di questo nuovo volume di versi.

Nella breve nota iniziale, l’autore sembra quasi scusarsi della lontananza temporale da cui ritornano queste poesie (parte di una trilogia conclusa da anni) – e rivela una battaglia editoriale tanto più assurda giacché il libro, diciamolo subito, è splendido. Parla di queste poesie come di Juvenilia, ma varrà subito la pena di relativizzare l’excusatio non petita: se questo può essere valido (forse) per la primissima sezione, la gioventù non è qui una questione di stile, ma di emozione. L’emozione acerba di questi versi è percorsa dal sudore giovanile, dal rimpianto che inizia già prima di essere pensato; dalla nostalgia con cui le parole inevitabilmente toccano il tempo.

Questa prima parte (Riverrun) è in realtà d’una bellezza stregante, per panorami, libertà delle emozioni, per voluttà timbrica. Vi si coglie una voce intatta e forte, capace di denuncia e di rivendicazione, ma anche di sublimare una tradizione culturale poco italiana (l’autore è anglista e traduttore) che va da Auden a Dylan (torna alla mente la voce calda di Under Milk Wood, nell’ultima di queste poesie irlandesi, nonostante la realtà cittadina che descrive); certi affondi più scabrosi possono far pensare a Ferlinghetti o Ginsberg, sia per tematiche, sia per la forza liquida della lingua. Questa prima sezione riesce a farci percepire la nitidezza del tempo e al contempo il luccichio sfasato del reale; oscilla continuamente tra autobiografia e flusso disperato delle immagini, nella città straniera. Ritroviamo l’autore dimenticato dall’amante, febbricitante in una stanza; romanticamente abbracciato su una spiaggia; ma anche capace dell’emozione delle battaglie, della gioia di una vita coraggiosa e disinibita. È una poesia che racconta il singolo e la sua epoca, una poesia che è città, nebbia, confusione di voci, pedinamento del reale (per rubare una citazione a Zavattini).

Per chi ha vissuto quella temperie e quelle lotte, l’immedesimazione è possibile (anzi quasi auspicata); ma non è indispensabile, perché la versificazione tersa e metricamente generosa permette a ognuno di metterci del suo: il lettore vi leggerà le sue notti, la sua gioventù, la sensazione che il tempo – perduto e ritrovato – ha una consistenza materiale. È questo il “sale del ricordo”, che ci prende alle spalle e resta come un’infinita adolescenza negli occhi.

Il secondo capitolo prende il largo, sull’isola di Mikonos (classica destinazione turistica gay), e il tono si fa penniano nel suo “lasciarsi possedere dal sole”, nel suo “paradiso altissimo e confuso”: il rischio del cliché mediterraneo e gaudente è superato con impeto, grazie a un linguaggio di corpi e vento. In queste vacanze erotiche tutto è caldo, melanconico, magari dolcemente ironico: come la scena in cui il ragazzo “di vita”, ritrovato l’estate seguente, rimbrotta il poeta che torna (“Sei proprio innamorato, anche tu hai preso a ritornare”). E poi cielo, mare, corpi, traiettorie; e poi le intermittenze del cuore, dell’attimo bello ma già perso, del Kairos. Senza temere il ridicolo, questa sezione porta quasi il titolo di canzone cantata a squarciagola: Summers of Love, come se, per contrappasso epocale, la pop melensa dei Frankie Goes to Hollywood fosse la quintessenza della poesia: è il suono magico e avvolgente di viandanti gatti amanti. Sole e adorazione.

La sezione seguente ci porta a Berlino, che dopo la caduta del muro divenne quasi un luogo di pellegrinaggio (in particolare nei quartieri di Schöneberg e  Kreuzberg); e dove l’autore non riconosce – come molti altri prima di lui – la mitica Alexanderplatz di Döblin e Fassbinder; è la Berlino della libertà scabra (anche omosessuale), in cui risuonano gli echi della storia, nella Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche o nel portale della Anhalterbanhof, susù fino agli amori tumultuosi di Erika e Klaus Mann, ai Cabaret di Weimar, all’Istituto di sessuologia di Hirschfeld. Baldoni si commuove visitando un approssimativo museo di storia omosessuale (lo Schwules Museum sulla Lützowstrasse), ben diverso dagli altari con madonnine dell’Italia meridionale. La città diventa uno specchio utopico, ma anche un vortice, in cui l’individuo viene risucchiato dalla storia: come in una serata di chiacchiere dolci sulle rive del Wannsee, in cui il ricordo dei campi di concentramento fa capolino come una coltellata; o più semplicemente, come un “ricciolo di brace rosa” (riferimento ai triangoli rosa della Germania nazista).

Quello che ci aspetta, tuttavia, nell’Anno Duemila (il capitolo seguente) è un disinganno crudele, senza scampo. Come uno sberleffo all’utopia, nemmeno i fuochi d’artificio di Londra mantengono le loro promesse, sono pétards mouillés; e il disincanto di un’epoca crassa e iperliberista sgretola i furori dell’utopia. La prosodia si distende, tende quasi alla prosa, e le immagini sono vivide e sarcastiche. Fino al culmine tremendo, la scena in cui un giovane padre già completamente conquistato dal marketing cerca di convincere l’autore della necessità di passare ad altro, di metter su pancia, moralmente parlando. Parole vuote di un’epoca vuota, che sono però un muro di gomma contro cui l’intimità ferita dell’io-poetante non può che rimbalzare. Con il dandismo di un Wilde frastornato, Baldoni sceglie la sua strada di vagabondaggio senza tante storie, coi ginocchi bagnati di nostalgia. Ma, per l’appunto, in questo la prima parte è essenziale per capire la caduta: non era una gioventù fine a se stessa, ma una cifra di fedeltà…

La conclusione è elegante e laconica, disperata e dolce. I versi si asciugano, le mani si cercano in vano, la fuga su un’isola di foscoliana memoria sembra l’unico orizzonte pagano ancora possibile. Occorre lasciare alle spalle ogni esibizione di cultura e censo, ogni appartenenza e identità, ma restare fedeli e continuare a correre “col cuore stretto nel palmo della mano”. Un cuore strappato con un gesto violento e necessario. Anche se sono ormai così lontani, quella gioventù, quegli ideali spingono a un nuovo viaggio. Sembra di sentire, sornione, dietro le spalle, il buon vecchio Penna sussurrare “felice chi è diverso / essendo egli diverso / Ma guai a chi è diverso / essendo egli comune”… Il percorso di questa raccolta, tutt’altro che giovanile, si conclude così, con la promessa di una fedeltà, con la consapevolezza che la poesia può ancora salvare il mondo (come afferma Jean-Pierre Siméon), ma soprattutto il mondo interiore. L’unico che abbiamo.

da Luca Baldoni: Sale del ricordo (Lietocolle, 2018)

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Da “Trasparenza” https://www.nazioneindiana.com/2019/05/14/da-trasparenza/ https://www.nazioneindiana.com/2019/05/14/da-trasparenza/#respond Tue, 14 May 2019 05:00:02 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79141 di Maria Borio

[Presentiamo alcuni testi da Trasparenza, volume in uscita nella collana “Lyra giovani” a cura di Franco Buffoni, Novara, Interlinea].

 

Settima scena

Stendevamo le mani contando
i bordi di pelle incrinati.
…………Questa è una scena visibile
dietro una parte di me che indietreggia,
si sorregge la luce insieme
la carta e il digitale, ti sorreggi
consegnato alla portafinestra
e mi apri uscendo sopra il gelo.… Leggi il resto »

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di Maria Borio

[Presentiamo alcuni testi da Trasparenza, volume in uscita nella collana “Lyra giovani” a cura di Franco Buffoni, Novara, Interlinea].

 

Settima scena

Stendevamo le mani contando
i bordi di pelle incrinati.
…………Questa è una scena visibile
dietro una parte di me che indietreggia,
si sorregge la luce insieme
la carta e il digitale, ti sorreggi
consegnato alla portafinestra
e mi apri uscendo sopra il gelo.
…………Questa è una seconda scena
che mi lascia creatura tra gli uomini,
tu uomo tra le creature che degradano –
il balcone, la condotta di rame, i grovigli delle nuvole,
una sagoma parlante.
Nella terza scena parliamo immobili
attraverso uno schermo nell’etere
particelle o nella sottospecie di materia,
gli atti che chiamano linguaggio
o il linguaggio vero, sinuoso, incosciente.
…………Posso dirti
il tempo reale, nel tempo reale puoi
dirmi, accecati dalla luce digitale,
la fortuna di saper aprire
una quarta scena
dove entrano i frammenti degli altri
e noi ricomponiamo barricandoci
a un orario e a una parola –
le notizie rosse e irreali
sono scese dietro l’orizzonte,
un attimo al mondo per diventare –
quando nella quinta, sesta, settima scena saranno
il postino o l’uomo del pub
o tuo padre persino e mia madre
sempre più in sé sprofondati.
…………Così alla quinta scena ero tornata nel segreto
e l’avevi cancellato per un mondo
che entrava nella stanza allontanandosi.
Poi alla sesta scena eravamo in una semplice fila
alla stazione, con gli occhi e una banconota
piegati tra la mano e il tavolo –
un affidarsi, un rispettare.
…………Alla settima scena torno e respiro
nell’irrealtà prodotta dello schermo dei colori
del viso e della voce,
lontani e accesi, collisioni, temperature, frenetici
mentre il puro pensiero di me
non è più me
ma lo conservi, e i famelici ostacoli
di una lotta per il nostro posto
sono accidenti,
tempeste.
…………Un suono di gola, primitivo:
la trasmissione del niente è all’altrui niente –
la settima scena di noi è il settimo giorno,
la vita che vogliono rubare
bianca è nuda.

*

Il cielo

ármonía è collegamento, connessione, unione.
«Finché restano uniti i tronchi della zattera, starò qui, resisterò…»
(Odissea V, 361-362 )

Il cielo è trasparente. Il cielo è armonia: significa collegamento, connessione, come viviamo l’era, come dice solitudine trasmessa, guerra, pace, virtuale. Rete e corpo si schiudono, gli ologrammi strappano la natura al cielo e la fondono ai sentimenti: queste cose fragili, per una volta. Queste cose fragili rendile libere e unite al di sopra, al di sopra, al di sopra. Il cielo è un uomo nero perché addensa.

*
1980

La provincia si è riempita di case nuove.
C’è una felicità. Non eravate ancora nati.
Le case salde di coppie eternabili.

Pensavamo che si espandesse per gru altissime
e alberi trapiantati l’anello di catrame
che terminava nel campo e il campo sereno

come di fronte a uno spettacolo. Dici
non eravate ancora nati, ma esisteva una forma
su cantieri e famiglie: le radici che forzavano,

il catrame, le gru montate, i figli nati,
uno per uno un’automobile, la felicità
come pelle nutrita di un rettile.

Una primavera calda vi taglia adesso
fra le buste della spesa e i bulbi nel cellofan:

ci taglia dove dico guardate il campo con le rovine
delle immagini, il tubo catodico spezzato.

Nel suono fermo della televisione
le case indietro si sbriciolano nel video:

le tiriamo fuori, allacciamo il tetto con il grano.
Senza noi invecchiate come non fossimo nati –

miniatura finita, acqua ragia, ologrammi
dentro tutto il paesaggio.

*

Accoglienza

I

Si raccontano, una faccia nell’altra.
C’è il pane fresco sul banco, asciutto,

il suono di cose toccate. Dispone
pezzi in fila – le mani sembrano terra,

le unghie sono tagliate fin dentro la carne.
Le storie scomposte in sagome

fanno corto circuito. Attraverso
il vetro appare reale solo la forma

delle magliette made in china.
Come dire posto per accoglienza?

Il cielo preme su tutti, scivolano fuori
dalle magliette i corpi.

II

Parlare, sentire: entriamo, compriamo
due chili di pane – parlare, sentire

le mani calde, gli occhi geologici. Sembra
di attraversarsi, noi nella mattina soli

dal banco al vetro alla strada…
Le aste traslucide attraverso i vetri

sono rami – e il vento
le apre, li chiude.

III

Il nome inizia con la a e finisce con la h
suona una cosa calda, di lievito

ed è vero – la distanza esiste meno
di prodotti che di etnia. La cosa esplode.

Il vento comprime tutti,
finisce con la h, come si soffia.

IV

Sembriamo serpenti, curve, lingue mescolate.
Passiamo attraverso un posto immaginario.

È una sfida, come il ragazzo della favola
nascondeva la volpe tra ascella e fianco.

Il cielo preme su tutti, le solitudini esplodono.
Il posto intorno è vero – i serpenti solo suono.

*

Del bene

proviamo a scandire i ritmi come fossero puri: le leggi, una tavola separa un’altra. La società, i codici, certo. Ma solo fantasmi resistono a temperature glaciali e al compromesso nei ritmi del giorno le persone diventano realmente strumenti – la sopravvivenza rende ladri. I ladri sopravvivono, nel caso si appoggiano ai codici. La giustizia fredda sulle tavole.

Di un bene,
contrario, come si crea

nelle regioni interne, quando una via è aperta: cigolano i vetri della fabbrica dismessa, ansie acquattate, regole acquattate, un flusso solitario fa commuovere, si rimpicciolisce il dna del mondo in amore per frammenti – il dubbio, un calore…

Del bene,
allora, che vuole corrodere

Del bene che così
cerca di salire

guardare la storia scritta e gli affetti anonimi in onde, come onde di acqua e aria, alte, placate, poi sorrette da energia nuova. Ma energia è parti contrarie, le galassie: pesi contrapposti. Gli affetti tornano nascosti sotto le tavole…

Del bene che fa flussi
e istanti:

la terra e il mare, gli strumenti che curano il corpo, gli strumenti che uccidono il corpo, e piccoli affetti sbucati dal nido interno, frammenti di spazio uscendo da noi fuori, sempre meno umani fuori, nell’etere lavati dalle prime improvvise calde qualità…

Del bene infine tra te e me
senza che io tu, tu io

possiamo almeno per un momento capire chi tu, chi io. Apparire nella strada interna l’uno dell’altro. Ma l’esperienza mescola freddamente, l’esperienza come l’energia. Una luce cosmica, di ghiaccio, velocissima circoscrive la lotta interna

e l’affetto abbaglia per disincanto.

*
Farnese

La finestra a una luce dice non immaginate,
appoggiatevi alla parete come fosse una strada.
La schiena nuda non ha più freddo. Ecco le cose
che ci abitano: il vetro trasparente, il muro opaco,
noi per le cose, una strada curva sul muro,
il muro dentro vene lenticolari. Tutto batte
come bronzo sul deserto: è innocenza
che muove la testa. Mi abiti così, come il giorno
sulla piazza che Giordano Bruno era quel piccolo
fuoco di tutti. Ti abito come il suono che si stacca
tra i palazzi incastrati, la campanella sul muro duro
caldo come un liquido muove la testa.

 

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Lettere dall’assenza #3 https://www.nazioneindiana.com/2019/05/13/lettere-dallassenza-3/ https://www.nazioneindiana.com/2019/05/13/lettere-dallassenza-3/#respond Mon, 13 May 2019 05:00:19 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79121

di Mariasole Ariot

Caro J,
qui il cielo è una sommossa, l’uovo del mondo si è strappato : nascono gli oggetti che mi hai lasciato.
Ti scrivo ed è ancora buio, filtrano lampi di pulviscolo dalla finestra, la grana del mondo si frammenta e io distendo le righe di una lettera che non arriverà mai.… Leggi il resto »

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di Mariasole Ariot

Caro J,
qui il cielo è una sommossa, l’uovo del mondo si è strappato : nascono gli oggetti che mi hai lasciato.
Ti scrivo ed è ancora buio, filtrano lampi di pulviscolo dalla finestra, la grana del mondo si frammenta e io distendo le righe di una lettera che non arriverà mai.
Abbiamo montato una tenda, raccolto le bacche e i ramoscelli per fuggire nella piena del bosco, hai radunato i corpi e li hai abbracciati ad angolo retto appena prima di partire, gli zaini pesanti, la pesantezza dell’esistenza, gli occhi spalancati in una sinfonia autunnale.

Ricordo ancora i passi, i piccoli avvenimenti delle giornate fredde, la foglia circondata dai sassi, il sasso che portavi al collo – e mentre ti scrivo apro la mano e raccolgo il mutaforma del suo resto, la scheggia rimasta.
Ne ho una piantata sul fianco, me l’hai infilata come s’infilano i ricordi. E’ questa memoria che non rimuove, dove tutto il già detto e già passato si presentifica come un appena nato ogni nuovo giorno, un embrione che continua la sua nascita milioni di volte, si prolunga nei millenni.
Ho visto una lepre correre sul petto, aggirarsi sulla pelle e saltare ai limiti sbordati di questo organo inquieto: quando l’hai mandata? Era ancora festa? Erano ancora i fiori?
La mancanza si fa presenza, non demorde, mi morde le labbra e le piccole viscere. Ho molti anni e non ne ho nessuno, come quando ci siamo scambiati le bocche per parlare la lingua dell’altro.
Nella tua c’era un serpente, i miei denti come chicchi di riso ridevano sulla tua: è forse questo diventarsi?

Ho una culla dentro la bara e un cimitero nella soffitta, lo visito a giorni alterni portando narcisi e piccole pietre scavate dall’oceano (hai visto l’oceano, mi hai vista tuffarmi con la testa degli annegati?) – e mentre le rocce del muro si sfaldano, io mi aggiro votiva per accogliere un liquido stanco che cerca di portare nutrimento all’abitazione del cervello.

Ancora, qui, di fronte allo sguardo c’è la tua immagine annebbiata che fisso per ore dal giorno in cui ti hanno portato a forza nel tombale dei tuoi sacrifici, la camicia di forza contenuta in una pillola bianca, il pungiglione conficcato nella gamba. Non ho pianto, ho solo premuto forte l’indice al centro della fronte, dove stanno le connessioni uno a uno, io a tu, tu e l’altro. Ascolto canti nordici nella lingua del Von, i prati aperti dell’Islanda, le strade che dovevamo calpestare, e con una corda ho legato la tua gabbia alla mia, permango nell’attesa dello snodo, il lento disorientarsi delle cose.

Una chioccia
una scarpa
un mantello
la mantide
le tue braccia
il mio ventre
la tua testa
le mie dita
la tua gente
la mia città
la tua perdita
la mia scomparsa

Vivo ancora senza nome, all’anagrafe dicono: un errore negli spazi. A volte, J, il bianco prevale.
Eppure non mi pesa, libera le dichiarazioni, libera i riconoscimenti dalle paure, apre le porte all’impensato, dove tu spingi con le dita attraversando le maglie della tua reclusione e io mi rannicchio nel fondale per una fine annunciata il giorno degli inizi. Ti hanno preso appena fuori dal bosco, quando appesi alle liane dei tronchi ci siamo gettati nella strada dei passaggi. Era inevitabile: i giorni di luce vengono rinchiusi se non portano le vesti adatte, e noi eravamo nudi nella nostra grande mattina calda. Il segno marchiato a fuoco sulla schiena è rimasto, tu rimani nella bocca e sulla pelle, cerco di grattare la superficie ma la superficie resta. E’ forse la tua maledizione?

Le madri sono nel sacco, ho provveduto io, non aver paura. Le ho attirate come si fa coi roditori quando hanno mangiato troppo: e loro avevano mangiato troppo.

Puntellati nel posto in cui ci siamo detti addio abbiamo optato per la resistenza, una lettera come un capotasto per racchiudere le note successive : siamo nello spazio vuoto degli innati, ci compensiamo mentre io stringo le gambe e tu trattieni gli eccessi.

Poi, a volte, si accende un lumino: urlano le gatte in calore, urlano corvi e grondaie, urlano gli oggetti, urlano le mandrie impazzite del ventre, urlano le mani, urlano i lampi estivi, e mentre tutto grida la parola si distende. Una lingua strappata e depositata nella teca dei passati.
J, quando accade tu non cadi, ti ritrovo nell’angolo remoto per passare la punta delle dita ancora una volta tra la radura della tua testa : hai un parco e un giardino nel petto. Pianto un seme di giacinto e lo innaffio ad ogni ora. Se questo amore morto, se questo amore giallo, se questo sole bianco si fonde con l’opposto, se questo nero è nero.

Puoi sentirmi? Ti attraversa la corrente?

Il tuo grillo parlante sono io, quando decido di restare.

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L’archivio scomparso di Luigi Maria Personè https://www.nazioneindiana.com/2019/05/12/larchivio-scomparso-di-luigi-maria-persone/ https://www.nazioneindiana.com/2019/05/12/larchivio-scomparso-di-luigi-maria-persone/#comments Sun, 12 May 2019 05:00:55 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=79182 di Dino Baldi

Questa è una storia di disastri bancari, di archivi scomparsi, di eminenze da prima Repubblica e di silenzi. Non credo in molti ricordino Luigi Maria Personè. Era nato nel 1902 a Nardò, in Puglia: la famiglia di antica nobiltà, e in particolare il monaldiano padre, vengono descritti nel racconto autobiografico Rosso di mattina (1982).… Leggi il resto »

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di Dino Baldi

Questa è una storia di disastri bancari, di archivi scomparsi, di eminenze da prima Repubblica e di silenzi. Non credo in molti ricordino Luigi Maria Personè. Era nato nel 1902 a Nardò, in Puglia: la famiglia di antica nobiltà, e in particolare il monaldiano padre, vengono descritti nel racconto autobiografico Rosso di mattina (1982). Studiò a Bologna e poi a Firenze, dove si laureò nel 1923 all’Istituto di Studi Superiori (ancora non era università); e da Firenze, l’“Atene d’Italia” come era chiamata al tempo in cui contava qualcosa, non se ne andò più: per trent’anni insegnò al conservatorio Cherubini, e prima ancora al liceo Dante e al Cicognini di Prato. Fu un conferenziere apprezzato, anche all’estero, e poi un critico letterario (Lo spirito di Antonio Fogazzaro, 1961; Scrittori italiani moderni e contemporanei, 1968), d’arte (Pittori toscani del Novecento, 1952), di teatro (Il teatro italiano della Belle Epoque, 1972), nonché narratore nel genere di quella che oggi viene chiamata non-fiction (Il demonio muto, 1993). Ma soprattutto fu un prolifico ed eclettico giornalista da terza pagina. Non c’è quasi quotidiano su cui non abbia scritto: il “Popolo d’Italia”, “La Stampa”, il “Corriere della Sera”, “La Nazione”, “Il Resto del Carlino”, il “Mattino”, il “Piccolo”, e fino a pochi giorni prima di morire, a ben 102 anni, “L’Osservatore Romano” (perché fu cattolico osservante, e vicino ai potenti). La sua vena migliore è quella del memorialista. Aveva una vera e propria frenesia di conoscere (“collezionare”, è stato detto) i personaggi più notevoli della sua epoca, scrittori, politici, uomini e donne di teatro, senza fare troppo conto delle qualità assolute e delle idee relative, ma badando solo a che fossero famosi e che avessero, come diceva, una “scintilla”: riusciva immancabilmente a farsi accogliere nei loro salotti o a incontrarli in qualche modo, e da queste frequentazioni distillava elzeviri brillanti, in una lingua che in cent’anni sembra non cambi mai, piacevole perché nitida e leggera, con poca retorica, soprattutto per la media degli anni in cui si era formato. Gli piaceva l’aneddoto signorile, mai volgare, raccontato con la sprezzatura e il disincanto di chi osserva e descrive fatti e vicende umane un po’ dall’alto, ma con simpatia umana, senza giudicare. Il suo sguardo è quello del mondano aristocratico: amante del teatro, considerava, si può dire, la vita stessa uno spettacolo al quale voleva assistere dalle prime file, accontentandosi della superficie, come se alla fine contasse solo quella (ed era del resto equanime: anche di sé stesso, alla pari degli altri, faceva un oggetto di osservazione curiosa e distaccata). La sua produzione è tutta nel segno della frammentarietà; però alla fine, da questa messe di articoli (vantava di averne scritti cinquemila) si ricompone una fenomenologia della borghesia intellettuale specialmente italiana non disprezzabile, e qualcosa rimane. Iniziò la sua frequentazione di grandi uomini fin da ragazzo, con Benedetto Croce, che scambiava lettere con questo giovane quattordicenne da pari a pari, ignorandone l’età. Matilde Serao, della quale lascia un ritratto strepitoso, da Anna Magnani della letteratura (ne I signori del quarto potere, 1973), lo volle come collaboratore del “Giorno”; poi vennero Arnaldo Mussolini, Malaparte, Prezzolini, Missiroli, Borelli, Ojetti, Montanelli, Scalfari: nella sua lunga carriera incrociò oltre sessanta direttori. Ebbe la simpatia del Papini post-conversione, e lo frequentò regolarmente: il primo articolo, nel 1926, lo scrisse proprio sulla sua scrivania. Conobbe Proust tre mesi prima che morisse (attraverso Lucio D’Ambra), e poi Kafka, Bernard Shaw, Mann, France, Camus, Rilke, Churchill, De Gaulle, Isadora Duncan. Degli italiani non manca praticamente nessuno: D’Annunzio, Deledda, Pirandello, Montale, Palazzeschi, Bontempelli, Soffici, Cecchi, Buzzati, Bassani, Marino Moretti, ma anche i più bei nomi del fascismo, da Mussolini in giù, e Marconi, Salvemini, Nello Rosselli, Enrico Malatesta, Eleonora Duse, il futuro papa Luciani e tanti altri dalla fama ormai spenta o ridotta a un lumicino.

In casi simili, per uomini cioè con questa indole e queste qualità, le carte private sono spesso più notevoli dei prodotti editoriali veri e propri: si capisce allora bene quale interesse potrebbe avere, per chi si occupa della storia culturale e sociale più recente, esplorare il laboratorio di un uomo che ha attraversato, da una posizione tanto privilegiata, tutto il Novecento. La gran fortuna è che queste carte esistono, o perlomeno c’è chi può testimoniare di averle viste. L’Archivio storico diocesano di Prato conserva, ben catalogati, 13.000 volumi di Personè (un migliaio dei più preziosi andarono in eredità al suo fedelissimo segretario); ma ancora più notevole è un fondo che, oltre ai materiali di lavoro e a molte fotografie, contiene circa 7.000 lettere: quasi un secolo di corrispondenze, scambi e relazioni, molte delle quali rispecchiate da carteggi di notevole consistenza. Anche queste carte secondo la Soprintendenza archivistica della Toscana si trovano all’Archivio pratese (cf. https://bit.ly/2Pf1aaj); ma se si telefona per saperne di più, la risposta è schietta e desolante: il fondo era lì, è vero, ma adesso non c’è più, non si sa dove sia, né se tornerà. Il fondo Personè è di fatto disperso (non per colpa della Diocesi, va detto subito), e qui il racconto, se non s’interrompe, deve prendere un’altra direzione.

I fatti pressappoco si possono raccontare in questo modo. Nel 1986 Personè decise di vendere il suo patrimonio di libri e scritture private, che non senza ragione reputava di qualche interesse. Si rivolse a un potente amico romano, Giulio Andreotti, il quale non ebbe difficoltà a trovare un acquirente: la Cassa di Risparmio di Prato, allora guidata da due suoi fedelissimi, Silvano Bambagioni e Arturo Prospero, che comprarono (per una cifra consistente) la biblioteca e le carte, insieme a qualche mobile e quadro, con l’impegno di affidarli in custodia perpetua all’Archivio diocesano (non solo le carte fino all’86, ma anche quelle che sarebbero state prodotte in seguito). Poco dopo, nel 1988, la “mamma” di Prato, che ne aveva sostenuto fin dal 1830 lo sviluppo economico, collassò sotto il peso di 1.500 miliardi di debiti, e il tandem andreottiano fu costretto a cedere la mano. La banca fu acquisita dal Monte dei Paschi di Siena, e dopo alterne vicende passò nel 2002 alla Banca Popolare di Vicenza. Il suo presidente Gianni Zonin si distinse ben presto per ambizioni e maniere da Napoleone: la quadreria di Palazzo degli Alberti, storica e antichissima sede della banca, venne trasferita senza troppe cerimonie a Vicenza: una sessantina di opere fra cui Caravaggio, Bellini, Filippo Lippi, Santi di Tito, Lorenzo Bartolini. Con meno rumore presero la via del Veneto anche le carte Personè. Al principio del 2014 Zonin incaricò un monsignore che aveva già inventariato il fondo della banca vicentina e delle banche aggregate di prelevare le 63 casse che contenevano tutte le carte private di Personè. Era, si disse all’epoca, un trasferimento temporaneo, e anzi un “regalo ai Pratesi”: si sarebbe provveduto a riordinare l’archivio, due o tre mesi di lavoro al massimo, per poi restituirlo insieme all’inventario. Pare che nei diversi passaggi di mano queste banche si siano scambiate tra loro anche la vocazione al dissesto finanziario: nel 2017 il governo Gentiloni sottopone il Banco Popolare di Vicenza e Veneto banca, tecnicamente fallite, a liquidazione coatta amministrativa, e Zonin viene rinviato a giudizio. Le due banche, compresa la CariPrato, vengono acquisite da Intesa Sanpaolo a un prezzo simbolico (mentre per il Monte dei Paschi arriva il salvataggio dello Stato, che ne rileva le quote di maggioranza). Delle carte di Personè, sepolte nel gran crollo, si erano intanto perse le tracce: l’ultimo avvistamento risale al 2015, dentro un caveau di una delle sedi della banca vicentina, in viale Battaglione Framarin.

Nella situazione attuale, qualcosa di buono forse c’è. Banca Intesa con la sua fondazione ha mostrato negli ultimi mesi una sensibilità maggiore rispetto a chi l’ha preceduta nei confronti del patrimonio della CariPrato: undici opere della collezione d’arte sono già tornate nella sede originaria, e Banca Intesa ha promesso che entro il 2019 aprirà al pubblico la Galleria degli Alberti. L’archivio Personè invece rimane ancora in un limbo dal quale non trapela luce. È vero che nel 2016 la Soprintendenza, su istanza di don Renzo Fantappiè, direttore della biblioteca dell’Archivio diocesano, lo ha protetto con un vincolo pertinenziale che lo lega alla prima sede e che dovrebbe scongiurare vendite per “fare cassa”. Ma è comunque singolare e preoccupante che non se ne sappia nulla, e che le numerose sollecitazioni di don Fantappiè, formali e informali, siano fino a oggi cadute nel più assoluto silenzio. È lecito augurarsi che Intesa Sanpaolo dimostri, per queste carte, lo stesso interesse e la stessa buona volontà di cui sta dando prova per la collezione d’arte. Le tolga quanto prima da quel caveau (sperando che siano ancora lì), e le restituisca al luogo nel quale lo stesso Personè voleva che fossero conservate insieme alla sua biblioteca, e dove, finalmente, potranno essere messe a disposizione di chi le voglia studiare. Si tratta, ripetiamolo ancora una volta, di uno degli archivi privati più interessanti, per consistenza e completezza, del Novecento italiano.

 

Per le vicende del fondo (eccettuati gli eventuali errori e imprecisioni) sono debitore alla cortesia e disponibilità di don Renzo Fantappiè. Un ringraziamento particolare va inoltre a Irene Sanesi e a Silvia Bacci.

Nell’immagine: Ritratto di Luigi Maria Personè, di Primo Conti (1953, collezione CariPrato)

 

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