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	<title>NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Di disgrazie puoi averne tante per esempio una figlia artista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Meri Bracalente]]></category>
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		<category><![CDATA[Teatro Rebis]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Meri Bracalente</strong><br />
Leggere o dire non è lo stesso, ma siccome la questione mi riguarda, in me prevale nel dire un’emozione tale che non riesco ad arginarla, che mi sovrasta come un’onda, come l’onta, il dispiacere di fare un mestiere che è largamente percepito come di nessun valore.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Meri Bracalente</strong></p>
<p>(<em>Leggevo questo mio scritto come introduzione a una giornata dal titolo particolare, programmata nella rassegna </em>SINOPIE_ l’arte dell’attore e le immagini sottese<em>, organizzata dal Teatro Rebis, la compagnia che il regista Andrea Fazzini fondava a Macerata nel 2003 e di cui, solo qualche anno più tardi sarei divenuta parte, fino a esserne all’oggi l’altra parte (Rebis è letteralmente cosa doppia; in alchimia </em>matrimonio chimico, unione degli opposti, l’essere androgino<em>). Tre anni fa, nell’occasione che riferisco, abbiamo festeggiato il ventennale della compagnia con attività rivolte agli studenti d’arte e alla comunità. Occasione di riflessione sulla mole di soddisfazioni e delusioni e altre ostinate illusioni attraversata insieme, e condivisa anche sempre con una moltitudine di compagni e compagne che più o meno lungamente e intensamente hanno partecipato del Teatro Rebis, e con colleghi, sodali, persone amiche, e con quanti tanti altri ancora, che a pensarci non pare vero. Vivere di teatro si può solo a partire da un certo furore interiore e accettando pienamente le amare conseguenze del condurre vita del tutto irregolare. Non è però mai consentito dire di essere <strong>stanchi morti</strong>, perché si tratta in verità più propriamente di essere <strong>stanchi </strong><strong>vivi</strong>, sempre, sempre più vivi. Forse tale vitalità precipuamente deriva dalla prossimità dell’arte del teatro alla morte, e con questo non dico niente di nuovo. Così alla giornata in questione è toccato un titolo particolare: </em>Come muoiono gli attori<em> (dal sottotitolo del mirabile video-saggio di Renzo Trotta </em>Il Sogno di un Destino<em>, contestualmente programmato). L’incontro ha visto inoltre i preziosi contributi di diverse splendide artiste della scena marchigiana e l’esposizione di una relazione prodotta sulla base degli allarmanti dati INPS riguardanti quelle categorie, tra i lavoratori dello spettacolo, che svolgono le diverse attività performative e opera d’ingegno, considerate su scala regionale e nazionale. Così nasceva questo scritto strambo e accorato, che ho in seguito altre volte letto pubblicamente e che alla fine ha acquisito a sua volta un particolare titolo: </em>Di disgrazie puoi averne tante per esempio una figlia artista.<em> Un po’ perché mi è capitato che i genitori di un musicista ascoltandolo si siano commossi; un po’ perché penso a mamma e babbo che hanno saputo a modo loro comprendere; e poi come piccolo omaggio a uno di noi molto più in alto di noi, uno che veramente </em>aveva le carte in regola per essere un artista.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Leggere o dire non è lo stesso, ma siccome la questione mi riguarda, in me prevale nel dire un’emozione tale che non riesco ad arginarla, che mi sovrasta come un’onda, come l’onta, il dispiacere di fare un mestiere che è largamente percepito come di nessun valore.</p>
<p>Nel senso che di teatro ormai tranquillamente si muore. Perché, diciamocelo pure, non serve mica più l’attore: a recitare sono buoni tutti, lo può fare chiunque, chiunque si piaccia abbastanza.</p>
<p>Leggo. Così mi pare di conservare il contegno, il pudore. Che poi all’oggi figuriamoci come stanno messe le lavoratrici e i lavoratori tutti, allora che ti metti a dire proprio tu che non fai un cazzo e che pure ti diverti?</p>
<p>Mi diverto, sì. Recitare è una grande gioia, è la mia gioia. E per me è la gioia dello scomparire: io io io io io io… finito. Per un poco s’intende. Mi prendo e mi metto da parte (quando mi riesce, che non è garantito). Io, dicevamo, possibilmente mi scanso proprio: lascio il posto a quello che deve accadere, alla figura che forse affiorerà sulla scena. E se la figura affiora, allora abbiamo il fiore. Il frutto sarà per ciascuno diverso.</p>
<p>Ma questa è l’arte, non può essere garantita. L’arte è più come una ferita, che sarebbe meglio non avercela e che invece c’è, è proprio sempre lì, è in dotazione al genere umano.</p>
<p>Allora succede che in tutte le epoche e in tutte le culture qualcuno se la prende in carico questa ferita. Non è una cosa per tutti, no, non è un mestiere, è una condizione esistenziale, una sensibilità atroce. E chi è che la vorrebbe veramente in dote? Diciamoci la verità, sta di gran lunga meglio tutto il resto della società, civile s’intende.</p>
<p>Questo io conosco e sento,</p>
<p>che degli eterni giri,</p>
<p>che dell&#8217;esser mio frale,</p>
<p>qualche bene o contento</p>
<p>avrà fors&#8217;altri; a me la vita è male.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo sentiva il poeta, e quanto male ci fanno queste parole. E quanto bene ci fanno queste parole.</p>
<p>Ma questa dell’arte è una questione delicata, intima, una questione che riguarda in cuor suo e in misura diversa chiunque si adoperi all’arte. È un’immensa responsabilità, ma non può essere garantita, in quanto materia ineffabile.</p>
<p>Può capitare che si manifesti in esseri umani che vivono in zone o villaggi avulsi dalla vita intellettuale (proprio come nel caso del nostro Leopardi), o a uomini e donne reiette che resteranno misconosciute in vita e forse oltre; oppure anche, eventualmente, a chi ha fatto studi prestigiosi, o apprendistati, come nel caso delle famiglie d’arte. Insomma, questo è un dato imponderabile. Ci si può rimettere solo a una evidenza: l’arte si manifesta con rarefazione. Si potrebbe convenire che di poeti ne nascono tre o quattro in un secolo, con le celebri parole di Moravia su Pasolini.</p>
<p>Tutti gli altri coloro i quali si dedicano all’esercizio delle arti sono anch’essi detti ‘artisti’ in quanto esercitanti un’arte, e sono tanti, e però in ciascuno l’intensità di tale ineffabile qualità si darà solo in rapporto alla vetta, alla sommità, stabilita dall’opera di quegli altri pochi (tre-quattro per secolo) di cui sopra (tipo Dante, Bach, Shakespeare, et similia).</p>
<p>Cioè, è tanto raro essere artisti, quanto sacrosanto esercitare le arti.</p>
<p>Ora, le arti applicate le vediamo e le tocchiamo, sono tangibili:</p>
<p>“Oh! Che fine consolle in legno laccato oro Luigi XV &#8211; Adoro!”</p>
<p>Gli attori e le attrici invece sono transeunti, passano.</p>
<p>Stanno al teatro come il vento al fuoco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E questa era premessa.</p>
<p>Premessa necessaria solo a prenderla e a metterla da parte, l’arte. Oggi mettiamola per un poco in sospeso. Ciò che è bello &#8211; non è bello, vero &#8211; falso, vivo &#8211; morto, classico &#8211; contemporaneo: via! Sospeso!</p>
<p>Lasciato alla coscienza e al senso critico di ciascuno.</p>
<p>Ah, che sollievo!</p>
<p>Interessiamoci qui ora finalmente solo di ciò su cui possiamo intenderci, di cose più semplici: del mestiere, della professione.</p>
<p>Certo, tutti speriamo questa possa coincidere con l’arte di cui prima, ma non è detto. Potrebbe trattarsi d’altra cosa affine, volta diciamo prevalentemente alla spettacolarità, all’intrattenimento, al facile divertimento, perché no? Almeno pretendere però che sia fatta bene, come si dice, appunto, ad arte. Poca cosa certamente non è.</p>
<p>Ecco, questo sì che può e dovrebbe essere garantito! Il mestiere.</p>
<p>Le arti si esercitano perché un desiderio ci nasce dentro. Ora, se questa passione fa bene a noi e agli altri è giusto che faccia parte della nostra vita, è un diritto inalienabile fruire ed esperire le arti. Sviluppare facoltà creative è questione vitale. Ma quanto spazio, energia, dedizione, studio e sacrificio vi dedichiamo?</p>
<p>Se queste condizioni sono parziali, e dunque nella vita ci sostentiamo con prevalenza grazie ad altra attività, non ne avremo fatto il nostro mestiere.</p>
<p>Ma se invece la nostra esistenza è in massima parte o in assoluto dedicate ad esempio al teatro, questo deve essere necessariamente riconosciuto come un mestiere. Il sistema del lavoro in tale ambito non potrà allora fondarsi unicamente sulla somma delle giornate di recita per le quali si versano i contributi a fronte di una retribuzione misera, misera, misera. A meno che tu non sia qualcheduno molto famoso, in tal caso tale retribuzione può stravolgersi e divenire esagerata, sproporzionata e persino oscena.</p>
<p>Ma tra chi guadagna troppo perché vende soprattutto la sua immagine patinata e chi guadagna a scrocco perché è un attore amatoriale (ma, poniamo, si guarda bene dal dichiararlo con franchezza, esercitando, scientemente o meno, una sleale forma di concorrenza) in mezzo c’è una larga fascia di professionisti che se di questo mestiere non proprio ne muore, diciamo, almeno, a stento ne vive.</p>
<p>Trattasi di lavoro atipico, e come tale dovrebbe essere inquadrato, così almeno vale per gli altri paesi d’Europa di cui pure siamo pari membri.</p>
<p>Dico, io lavoro di giorno di notte d’estate d’inverno feriale festivo carico scarico monto smonto viaggio recito compilo bandi ancora bandi selezioni bandi relazioni bandi rendicontazioni riflessioni relazioni riunioni studio invento comunico recito | insegno penso scrivo leggo butto via tutto ricomincio mando a memoria mi alleno sennò m’incricco insegno m’ingegno organizzo cucino per tutti e siamo tanti registro riascolto registro reagisco insisto mi confronto mi confondo “ma come ancora il volantinaggio faccio?” | riscossioni credito continue e comunque recito recito recito paura paura paura piango rido carico scarico carico scarico controllo il materiale lo aggiusto lo custodisco lo sostituisco lo costruisco perfino &#8211; trucco parrucco costumi &#8211; provo riprovo riscrivo memoria memoria memoria allestisco tutto sempre nuovo non so quello che trovo sole cocente smonto ripasso caldo infernale riprovo nuove idee nuove non sono suono la voce ecco mi manca | cerco soluzioni trovo azzardi fallimenti riconoscimenti studio mi aggiorno insegno mi scaldo sennò mi rompo nella sala sola senza riscaldamento e che sono un cane? ma non mi posso lamentare allora mi scordo poi mi accordo con gli organizzatori prenoto pernotto per tutti mi preparo viaggio per ore viaggio vitto alloggio quasi mai | freddo treno febbre recito riviaggio non mangio non dormo sono sempre stanca sfranta affranta, tutto so tutto dimentico, soprattutto di mandare per tempo il comunicato stampa.</p>
<p>Ma come è possibile che io, che lavoro pure mentre dormo, che una vita fuori dal lavoro praticamente non ci scappa proprio, per lo Stato risulti INOCCUPATA?</p>
<p>Facciamo un lavoro che come per gli atleti sarebbe da considerare usurante, e siccome saremmo tipo degli “atleti del cuore” ne risulta anche una usura emotiva. Crolliamo facilmente, ci cedono i nervi, ci consumiamo le membra, l’anima, la mente. Eppure periodicamente ci tocca andare a rinnovare l’iscrizione al Centro per l’Impiego, perché lo Stato Italiano, invece di riconoscere la connaturata intermittenza al mestiere dell’attore (così come per altri paesi dell’UE), ti costringe a un continuo massacrante superlavoro e, al contempo, a dichiararti disoccupato, pure se un altro lavoro non lo vorresti, né lo potresti accettare. Lo Stato ti invita a dichiarare il falso. E poi ti obbliga a fare un corso di orientamento… “ma come io veramente mi sarei orientata, diciamo proficuamente, già da una ventina d’anni”.</p>
<p>Ma che fai la schizzinosa? La vuoi la disoccupazione a requisiti ridotti? Allora rispondi alla domanda:</p>
<p>&#8211; che posizione avevi nell’ultima occupazione?</p>
<p>&#8211; la so!</p>
<p>INVECE NO</p>
<p>E ora prendi atto, oh non più giovane attrice, che tu non ci sei. Cioè… manco ci sto? No. Non pervenuta neanche una categoria generale assimilabile su ben 14 opzioni. Così il gentile referente della pratica mi suggerisce di barrare la casella ‘Impiegato’.</p>
<p>Alla fine io risulto essere un&#8217; impiegata (inimpiegata), certa solo di non essersi spiegata.</p>
<p>Conclusioni</p>
<p>Questo deve essere proprio un lavoro per supermen e wonder women: per chi non si ammala, non si infortuna, e per chi intende a tutti i costi contribuire alla decrescita della natalità;</p>
<p>Per chi non si fiacca, mai si affligge, no anzi, per chi si entusiama e fa volare i sogni sempre in alto!!!</p>
<p>Insomma un mestiere ingrato perché da vecchio, se non prima, finirai internato.</p>
<p>Ma no, dai, è un mestiere come un altro: è per gli ambiziosi, per gli adulatori del potere, per chi si vende al miglior offerente, niente di strano, no, niente di niente, un mestiere innocente.</p>
<p>O forse mi sbaglio e questo è solo un mestiere. . . un mestiere per ricchi.</p>
<p>Sconclusioni</p>
<p>Se dopo tanti anni di esercizio della professione ancora di questo mestiere non ci si campa, allora non si scampa: vorrà dire che Conservatori, Accademie di Belle Arti, Coreutiche, d’Arte Drammatica, e altri istituti e corsi di alta formazione artistica, sono una truffa.</p>
<p>Forse allora è giusto chiedersi se questo è un lavoro, se questo è mestiere, se questo è.</p>
<p>Ma per tornare alla questione iniziale, quella che abbiamo messo da parte, no dico, l’arte&#8230;</p>
<p>Mi verrebbe da aggiungere un’ultima cosa: ma non è che forse il più alto sentire, quel pieno sviluppo della persona umana di cui parla la Costituzione Italiana, si realizza così?</p>
<p>No, dico, non sarà mica che il lavoro, compreso il mio, anche il più strano, è una specie di: Poema Umano?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oddio che vado dicendo, devo avere la febbre …</p>
<p>Ora saluto, vado di fretta, sennò faccio tardi.</p>
<p>Ho appuntamento all’ufficio di collocamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Buena Vista Social Club: Alessandro Trocino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 12:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro trocino]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Cruciani]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Roggero]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Salvini]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Vannacci]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Alessandro Trocino</strong> <br />Il nome di Roggero è dappertutto sui social, dove è diventato una star. Gli ultimi video hanno raccolto milioni di visualizzazioni. Il gioielliere si presenta come un uomo amichevole e sobriamente elegante, con il gilet che fa intravedere la cravatta, gli occhiali, i capelli grigi, il sorriso]]></description>
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<div dir="auto" style="text-align: center;"><strong>L'&#8221;uomo tranquillo&#8221; Roggero e il diritto alla vendetta</strong></div>
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<div style="text-align: center;"><strong>Alessandro Trocino</strong></div>
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<div dir="auto">Il diritto alla vita, di cui si fanno paladini i nemici dell’aborto e dell’eutanasia, pare che non valga nel caso di una rapina. Lì, prevale il diritto alla sicurezza. Assurto, nella gerarchia delle tutele, a diritto prevalente, assoluto. Insieme alla sicurezza, sempre più sdoganato, emerge il diritto alla vendetta, non ancora in Costituzione.</div>
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<div dir="auto">Nell’antica Grecia, la vendetta &#8211; largamente ammessa &#8211; poteva essere monetizzata. L’aggressore &#8211; come ci insegna l’Iliade &#8211; offriva un risarcimento, la poinè, e la vittima poteva scegliere di soprassedere, o insistere. Fu Dracone, nel VII secolo a. C., il primo a sottrarre l’omicidio alla giustizia privata, rivendicando il monopolio statale della forza. C’era la possibilità di dichiarare «legittimo» l’omicidio di un privato. Era però necessario che la reazione difensiva fosse giustificata da tre circostanze: l’ingiustizia dell’azione alla quale si reagisce; l’uso della violenza da parte dell’aggressore; l’immediatezza dell’azione reattiva letale.</div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Dunque, se fossero ancora in vigore le leggi draconiane, com&#8217;è noto non troppo tenere, il gioielliere Mario Roggero sarebbe stato condannato, non essendoci «l’immediatezza della reazione», ma neanche il pericolo e neanche la proporzionalità. Nel frattempo, della faccenda si sono occupati giuristi e filosofi come Platone, Cicerone, Grozio, Locke, Pufendorf, Carrara, poi anche Alfredo Rocco, estensore fascista del codice penale, che era più liberale dei legislatori attuali. Ora se ne occupano più sommariamente il principe Emanuele Filiberto di Savoia, con una petizione, Roberto Vannacci e Giuseppe Cruciani, che organizzano show e indossano magliette con la scritta «Siamo tutti Mario Roggero», a imitazione tardiva di «Je suis Charlie», che però era il giornale attaccato dai terroristi: allora eravamo tutti, o mostravamo di esserlo, le dodici vittime di omicidio, non gli autori di un omicidio, sia pure in reazione a un’aggressione.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Il nome di Roggero è dappertutto sui social, dove è diventato una star. Gli ultimi video hanno raccolto milioni di visualizzazioni. Il gioielliere si presenta come un uomo amichevole e sobriamente elegante, con il gilet che fa intravedere la cravatta, gli occhiali, i capelli grigi, il sorriso. Una brava persona, rassicurante. Di fianco ha spesso la moglie e la figlia. In uno, prima della sentenza che lo ha condannato a 14 anni e 9 mesi, prega e si commuove: «Sono nonno di otto meravigliosi nipoti, il mio sogno sarebbe stato di stare al loro fianco». In un altro, pubblicato dopo la sentenza, commenta amaro: «È finita, sto passando gli ultimi minuti con i miei familiari. Hanno voluto darmi l’ergastolo».</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div dir="auto"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121730" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Capture-décran-2026-07-17-à-08.25.57.png" alt="" width="509" height="381" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Capture-décran-2026-07-17-à-08.25.57.png 509w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Capture-décran-2026-07-17-à-08.25.57-300x225.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Capture-décran-2026-07-17-à-08.25.57-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Capture-décran-2026-07-17-à-08.25.57-150x112.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Capture-décran-2026-07-17-à-08.25.57-265x198.png 265w" sizes="(max-width: 509px) 100vw, 509px" /><br />
Roggero è l’eroe di Salvini e di Vannacci, ma anche di milioni di italiani, a quanto pare. I nomi di Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino non li ricorda nessuno, invece. Tranne i familiari, che erano in prima fila al processo. Carla, sorella di Spinelli, dice: «Andrea era un orsacchiotto, un pantofolaio che alle nove si addormentava davanti alla tv, una persona benvoluta da tutti che lavorava nei cantieri in nero. Non ci aspettavamo una cosa così. Non siamo famiglie borghesi, siamo famiglie che lavorano e portano il cibo in tavola e il giorno dopo uguale». Mazzarino aveva 58 anni, una moglie e due figli piccoli. Per il manifesto funebre, i familiari hanno scelto una foto dove sorride, con un bicchiere di vino in mano.</p>
<p>Di sicuro, non erano stinchi di santo. Spinelli sarà stato «un orsacchiotto», ma è accusato di avere già partecipato a un’aggressione in un cantiere edile. E quel giorno, i rapinatori hanno impugnato un coltello e una pistola, per quanto finta. Anche di Roggero ci sono storie poco commendevoli, anche se naturalmente non paragonabili. In piena notte si presenta a casa del fidanzato della figlia e lo prende a pugni, puntando una pistola addosso a lui e ai genitori. «E non finisce qui, bastardo», minaccia. È il 2005 e Roggero patteggia una pena di due mesi per quell’aggressione. Forse anche in quel caso pensava fosse legittima difesa. «Da padre», come direbbe Salvini.<br />
Nessuno è perfetto, anche se genitore, anche se nonno, anche se gran lavoratore, anche se con gilet rassicurante. Uno poi può essere «un orsacchiotto» e organizzare una rapina, essere un buon padre di famiglia, «un uomo tranquillo» e trasformarsi in un giustiziere, stile «Un borghese piccolo piccolo», alla Monicelli e Sordi.</p>
<p>Meritava di essere rapinato, e per molte volte, Roggero? No, è uno scandalo, un disastro, un fallimento dello Stato se un onesto lavoratore deve vivere in queste condizioni. Servirebbe, appunto, lo Stato, a difenderlo, a impedire che accada ancora, a prevenire, indagare, arrestare e anche a costruire una società con meno squilibri, che limiti al massimo certe deviazioni criminali.<br />
Meritavano di essere uccisi i due uomini (che non erano solo «rapinatori»)? C’è un video di quel giorno, il 28 aprile del 2021. I tre entrano nella gioielleria di Grinzane Cavour e minacciano con un coltello e una pistola giocattolo Roggero, la moglie e la figlia. Poi escono ed entrano in macchina, pronti per fuggire. Ma Roggero si precipita fuori con un revolver e li colpisce tutti, uno dopo l’altro. Scarica addosso a ognuno un proiettile calibro 38. A uno gli spara una seconda volta, a freddo. Mazzarino muore subito. Modica viene colpito alla gamba, il terzo prova a scappare ma inciampa. Roggero lo insegue e lo prende a calci in testa.</p>
<p>Anche Spinelli muore. Roggero torna in negozio e telefona ai carabinieri. Sono innocente, giurerà poi, avevo paura che quei tre tornassero indietro a finire il lavoro. Il pm non è d’accordo: non è legittima difesa, ma «illegittima vendetta». I giudici neanche.<br />
Dopo la condanna, quella che sembra una battaglia di una destra un po’ da far west è diventata la battaglia di tutto il centrodestra di governo, Forza Italia e Noi moderati compresi. Ha cominciato Salvini, chiedendo la grazia, suggerita da Cruciani. Ora tutti i parlamentari di centrodestra raccolgono le firme per chiedere che gli venga concessa la grazia. Anche il governatore Alberto Cirio, Forza Italia, ha espresso solidarietà, con una sorta di antropomorfizzazione della Regione, a sua insaputa: «Il Piemonte non lo lascia da solo». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio – il capoufficio, diciamo così, di quei magistrati che lo hanno condannato -, ha avviato l’istruttoria per chiedere la grazia. Guido Crosetto, ministro della Difesa, e non ancora dell’autodifesa, è affranto: «Ciò che è accaduto a Mario Roggero è ingiusto, incomprensibile e anche difficile da accettare. Va esperita ogni possibilità perché possa tornare a casa». Si sottolinea che Roggero ha addirittura 72 anni e finirà in carcere. Uno scandalo, uno schifo, come è possibile? Tutto vero, uno scandalo e uno schifo, ma Roggero andrà a fare compagnia agli altri 1.300 ultrasettantenni, molti malati cronici, che sono dietro le sbarre da anni. A Opera lo scorso anno c’era un detenuto di 90 anni, cieco. I medici hanno scritto che ha un grave «declino cognitivo» e servirebbero cure. Le uniche gliele dava il compagno di cella, un giovanotto rispetto a lui, solo ultra settantenne, che gli versava la minestra, rifaceva il letto e lo sorreggeva quando la stampella lo abbandonava. Un anno dopo, chissà.</p>
<p>Tornando a Roggero, ci sarebbe la legge, da rispettare. Ma non è più questione né di garantismo né di giustizialismo. È saltato tutto. Il governo ha persino fatto approvare nel ddl sicurezza, varato il giorno prima della condanna, una norma che vieta il risarcimento da parte di chi viene condannato per un atto di reazione a un’aggressione (non si applica a Roggero, perché non può essere retroattiva). Salvini vuole ampliare «il perimetro e il concetto» della legittima difesa, già scardinata in passato. Come si può fare? Si potrebbe scrivere così, per non consentire troppi margini ai magistrati troppo teneri: «Chi subisce un furto o una rapina può reagire sparando sul posto all’aggressore. È consentita l’esecuzione se l’uomo o la donna è in fuga, anche sparando alla schiena». Con questa stesura dovrebbe integrare tutti i requisiti richiesti per consentire la massima sicurezza ai rapinati.</p>
<p>Persino i 5 Stelle, che certo non hanno nel loro Dna il garantismo né sono particolarmente sensibili ai diritti civili, si sono ribellati. I componenti M5s nelle commissioni Giustizia hanno scritto una nota per dire no alla legge del taglione, no all’occhio per occhio. Se non sanno cosa scrivere nel famoso programma del campo largo, potrebbe essere un buon inizio. La sensazione è che la maggioranza stia cogliendo una bella opportunità per distogliere l’attenzione da quei problemi volgari di «vigliaccheria» e «tradimento» in Parlamento e che abbia colto l’occasione al balzo per concentrarsi sull’unico tema, insieme all’immigrazione, che gli porta voti: la sicurezza.<br />
E il Pd che dice? Nelle agenzie, negli ultimi tre giorni, non risulta nulla, se non un anonimo consigliere regionale piemontese. Il tema è impopolare, certo. Tutti i commentatori glielo dicono da sempre alla sinistra: attenti che se sottovalutate la sicurezza perdete. E loro, invece di spiegare per l’ennesima volta che sicurezza è prevenzione e solo in parte repressione, che peraltro compete allo Stato e non al singolo cittadino, fanno finta di nulla, che non si sa mai. Né con la legge del taglione né contro.</p>
<p>E la grazia? Forse è la prima volta che un’intera maggioranza politica, un governo compatto, interviene ufficialmente – il giorno dopo una condanna – per chiedere al capo dello Stato di graziare un colpevole di omicidio. Il Presidente potrebbe aver avvertito una certa pressione sulla giacchetta. Peraltro, c’è una procedura precisa per la grazia. Che deve essere chiesta dal condannato, dai familiari o dall’avvocato. Servono poi «segni di pentimento». Il magistrato di sorveglianza deve verificare la sussistenza dei requisiti, comunicarli al Guardasigilli che può avviare la pratica. A oggi al Quirinale non risulta che sia stata presentata nessuna pratica. Nel pomeriggio, poi, è successo quel che si capiva sarebbe successo. Sergio Mattarella ha convocato il ministro e gli ha spiegato (al ministro!) che la grazia non spetta a lui ma al Quirinale. Nel linguaggio felpato, ma non troppo si traduce con: «Il presidente della Repubblica ha puntualizzato i limiti delle attribuzioni del Ministro, in tema di concessione della grazia, facoltà che la Costituzione riserva esclusivamente al presidente della Repubblica». La forzatura istituzionale, per ora, è stata bloccata.</p>
<p>Nel frattempo, Roggero non ha ancora deciso se consegnarsi e andare in carcere, come aveva invece annunciato. I siti scrivono che potrebbe prima pubblicare un nuovo video di addio, dopo quello di ieri. Di certo non dirà una parola su quei due che ha ucciso: non l’ha mai detta. Non ha chiesto scusa – perché si sente innocente -, ma non ha neanche detto una parola di umana pietà, per due vite andate perse, comunque sia andata. Il cantante Paolo Belli è devastato e si sta disperando per avere investito e ucciso involontariamente un uomo, mentre andava in bicicletta. Roggero ne ha uccisi due a pistolettate, di proposito, ma non prova pubblicamente rimorso né misericordia. Davvero, a cosa serve il carcere, in un caso come questo, visto che il condannato pensa di avere ragione e gliela danno il ministro della Giustizia, e anche la premier. Di quale rieducazione parliamo? Di quale carcere? Di quale sistema penale? Di quale giustizia?</p>
<p><em>Questa rubrica è normalmente dedicata alle “cose belle” trovate sui Social, a dimostrazione del fatto che fare rete è oggi, più che mai, una risorsa. Oltre alle cose anche le persone attraversano talvolta le misteriose maglie delle reti, e sconfinano come pensieri liberi.</em><br />
<em>effeffe</em></p>
<p><strong>Questo articolo, letto sulla pagina facebook dell’autore, è stato pubblicato originariamente nella newsletter del Corriere della Sera Il Punto – La Rassegna</strong></div>
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		<title>L&#8217;operaio e la morte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandra bertuccelli]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia bulgara]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[Vladimir Sabourín]]></category>
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					<description><![CDATA[di<strong> Vladimir Sabourín</strong><br />
traduzione di <strong>Alessandra Bertuccelli</strong>
Molte sono le cose mostruose Ma più<br />
Mostruoso dell’operaio<br />
Non c’è niente di cui non sia capace<br />]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vladimir Sabourín</strong><br />
traduzione di <strong>Alessandra Bertuccelli</strong></p>
<p><strong>Encomio dei beati della pacifica transizione</strong><br />
<strong>Poema documentario</strong><br />
[un estratto]</p>
<p>Amanti-della-pacifica-transizione ebbene voi amaste<br />
La pacifica transizione verso il capitalismo con previdenza<br />
Giusto una quindicina d’anni dopo la sanguinosa<br />
Continuazione del monarco-fascismo nel potere<br />
Popolare della borghesia rossa</p>
<p>(Con la venuta di Simeone II si capì perché<br />
Non senza la coscienza sporca<br />
Parlavate di monarco-fascismo)</p>
<p>Cercando questo Paradiso terrestre al vertice<br />
Del Purgatorio capitalista<br />
Voi abbandonaste il padre e la madre<br />
I fratelli e le sorelle le compagne e i compagni<br />
E registraste la prima società oltreconfine<br />
Nel 1961 a Vaduz in Liechtenstein</p>
<p>Essa fu creata dalla Prima direzione della DS (1)<br />
La nave madre di tutte le ditte oltreconfine<br />
Madre della pacifica transizione verso il capitalismo</p>
<p>Negli anni 60 ai movimenti di sinistra raccontavate<br />
Del pieno soddisfacimento della popolazione<br />
Compravate latte condensato dall’Olanda<br />
E sapone dalla Francia per l’Algeria vendevate<br />
Senza il permesso per l’esportazione diretta kompot di frutta<br />
Per la Germania Ovest e giacche di pecora per la Gran Bretagna</p>
<p>Per voi la sinistra era un’eresia della grande città<br />
Che presto sconfiggeste venuti dalla campagna<br />
Con le pezze da piedi dell’Armata Rossa<br />
Autorizzaste le ditte straniere<br />
A intraprendere liberamente iniziative<br />
Economiche private<br />
E disciplinate da meccanismi di mercato violando<br />
I canoni dell’economia pianificata<br />
Socialista fino a che Brežnev<br />
Non vi dette il benservito e per ancora un po’<br />
Vi infilaste coppola e ciocie<br />
Borghesia rossa in veste d’agnello</p>
<p>Con la bava alla bocca dallo sforzo<br />
Il Coppola (2) si rammenta il Tribunale popolare (3)<br />
E sacrifica l’ufficiale della DS che aveva fondato la prima<br />
Società oltreconfine nel Principato di Bulgaria oramai<br />
Un traditore Chi può cadere così in basso da dare navi<br />
Di proprietà nazionale a uno straniero<br />
Se non un vigliacco e un traditore Chi altro<br />
Può essere fucilato se non<br />
Un tale vigliacco e traditore ha la bava alla bocca<br />
Il Coppola alla seduta da infarto del Politbjuro<br />
Messo a pecora davanti all’URSS Brežnev<br />
Non è uno straniero il culo del Coppola è<br />
Il suo Governatorato subdanubiano<br />
Il suo usuale paese natale e il suo venire</p>
<p>Al tempo dell’epurazione nelle ditte oltreconfine<br />
Sospettati di deviazione di destra e via<br />
Jugoslava al socialismo dai compagni sovietici<br />
Dopo la Primavera di Praga voi stabilite<br />
Che il ghibli un vento del deserto fa seccare<br />
Il vostro volterriano giardino coltivato<br />
In Libia dopo investimenti da 300.000 dollari<br />
Ciò viene constatato dagli zelanti giovani volontari<br />
Del capitalismo rosso<br />
Nel deserto libico</p>
<p>Il vostro è un capitalismo da trafficanti<br />
Avete cominciato con il contrabbando di orologi<br />
Dalla Svizzera per la Turchia quando tin tin sonando<br />
con sì dolce nota che ‘l ben disposto spirto d’orror turge<br />
La DS riporta che nella rete il contrabbando è opera<br />
Di membri del BKP (4) ex partigiani attivi<br />
Combattenti contro il fascismo e il capitalismo</p>
<p>Nel 1967 con un ordine personale<br />
Top secret del Consiglio dei ministri definite<br />
Il contrabbando commercio di transito<br />
Studiate il futuro radioso delle compagnie offshore<br />
In particolare delle ditte oltreconfine del tipo Anstalt o<br />
Cassette postali ad esempio Inar Anstalt Für<br />
Aussen Und Transithandel anche Korestal Anstalt Für Aussen<br />
Und Transithandel e Gudex Anstalt<br />
Il passato radioso delle future compagnie offshore</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p><strong>N.d.T.</strong>:</p>
<p>(1) <em><i>Dăržavna sigurnost</i></em>, ossia sicurezza statale. Così erano chiamati i servizi segreti in Bulgaria tra il 1925 e il 1990.</p>
<p>(2) Diffuso appellativo riservato a Todor Živkov, che detenne il ruolo di segretario del partito comunista bulgaro e di presidente della Repubblica Popolare di Bulgaria dal 1944 al 1989.</p>
<p>(3) Il Tribunale popolare, in bulgaro <em>Naroden săd</em>, fu un tribunale straordinario, composto dai “migliori cittadini” non necessariamente dotati di conoscenze giuridiche, chiamato a giudicare l’operato di chi aveva governato ed esercitato cariche pubbliche dal 1 gennaio 1941 fino al 9 settembre 1944, anno in cui i comunisti salirono al potere. Il Tribunale popolare operò dal dicembre del 1944 fino all’aprile del 1945 e organizzò 135 processi di massa in tutto il paese. Furono arrestate 28.630 persone: ne furono ufficialmente imputate 11.122. In quattro mesi furono emesse 9.155 condanne senza possibilità di appello, di cui 2730 capitali, 1305 a vita, le restanti variavano da 1 a 20 anni di carcere.</p>
<p>(4) Abbreviazione di Bălgarska komunističeska partija: Partito comunista bulgaro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>OPERAI IV<br />
(Il cimitero marino)</p>
<p>Un luogo che ben collega le lastre tombali in cemento<br />
La muratura a secco con le pietre smussate la pompa petrolifera<br />
Accosto al recinto nella durezza del cimitero operaio<br />
Che guarda la foschia d’acciaio del campo petrolifero marino</p>
<p>Sopra è il meriggio sotto le mani che vogliono tacere</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ANTIGONAE. LE GERMANIE, 2003</p>
<p>Molte sono le cose mostruose Ma più<br />
Mostruoso dell’operaio<br />
Non c’è niente di cui non sia capace<br />
Perché di notte lui<br />
Il mare su cui gelido soffia<br />
Il vento del sud solca<br />
In alate mugghianti dimore<br />
E l’imbattibile infaticabile<br />
Santa-sublime terra per gli abitanti del cielo<br />
Rende esausta egli con l’ostinato aratro<br />
Anno dopo anno<br />
Spinge e preme con la stirpe equina<br />
E il leggiadro mondo degli uccelli<br />
Acciuffa e incalza<br />
E i branchi erranti di animali selvatici<br />
E del Pontus Euxinus la salatа-viva figliata<br />
Con reti bellamente intrecciate<br />
L’abile operaio<br />
Cattura con artifici anche la bestia<br />
Che sosta e vaga in reconditi meandri<br />
E il cavallo dal ruvido crine<br />
Aggioga e l’errabondo toro<br />
Montano non ammansito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>___________________________________________</p>
<p><strong><b>Postfazione documentaria</b></strong></p>
<p>di <strong>Alessandra Bertuccelli</strong></p>
<p><em><i>“Voglio essere coi primi,</i><br />
<i>coi veri,</i><br />
<i>coi comunisti.”</i></em></p>
<p>Dichiarazione,<br />
da <em><i>Versi</i></em>&nbsp;(1965)<br />
Konstantin Pavlov</p>
<p>Il presente è molto meno intelligibile del passato data la sua insita vicinanza all’oggetto d’osservazione. Se ci allontanassimo, facessimo quindi passare del tempo, potremmo più facilmente trovare un punto di vista che ci faccia cogliere l’immagine tutta con meno sforzo. Ma il solo fatto di trovarci qui, alla fine del libro, non permette ulteriori attese. Poi, se a essere osservato è un Paese praticamente assente dalle cronache, poco considerato, anzi, diciamo la verità, snobbato a qualsiasi livello, come è appunto la Bulgaria, al problema prospettico se ne aggiunge uno ulteriore: l’ignoranza di base, del tutto giustificata, dell’osservatore – dal lettore di un quotidiano allo spettatore di un telegiornale, dallo studente di slavistica, al piccolo o grosso editore. Questo spiega una volta di più quanto il ruolo della traduzione e del traduttore o traduttrice sia fondamentale. Perché il suo lavoro non si limita mai all’elaborazione del testo in traduzione, ma è prima di tutto un lavoro di presentazione, contestualizzazione, preparazione alla ricezione. Questo vale in generale quando si traduce da lingue poco parlate, ma è ancor più vero se si traduce poesia perché, a parte rari casi, è quasi solo e sempre il traduttore o la traduttrice a proporre nuovi autori da pubblicare. È un compito bello, delicato, enorme.</p>
<p>Ho cominciato a prenderne atto solo sette-otto anni fa, quando iniziai a lavorare alla traduzione dell’opera di Konstantin Pavlov (1933-2008):&nbsp;il maggiore poeta bulgaro della seconda metà del XX secolo, impareggiabile innovatore, ultimo modernista e primo postmodernista bulgaro, perseguitato e osteggiato per vent’anni per aver rifiutato di collaborare con il regime, mai pubblicato in Italia fino all’uscita, nel 2022, dell’antologia da me curata per Valigie Rosse, intitolata <em><i>Cavalli indomati</i></em>. A questo senso di responsabilità che provavo si venne ad aggiungere l’urgente&nbsp;bisogno di rispondere, con i miei mezzi, a qualcosa che trovavo ingiusto, assurdo (un fatto già descritto in una nota al testo): Bompiani, nel 2021, faceva uscire un’antologia di poesie di Ljubomir Levčev, il poeta di stato durante il socialismo, colui al quale Vladimir Sabourín ha dedicato <em><i>Discorso di benvenuto al festeggiato e ai delegati della celebrazione dell’80° anniversario di L.L. nella sala 6 del palazzo nazionale di cultura.</i></em>&nbsp;Perché pubblicare in Italia proprio lui (naturalmente con i debiti accorgimenti e silenzi), perché accordargli anche questo onore? Eppure di grandi poeti, viventi e non, la Bulgaria ne ha. Perché Levčev?</p>
<p>Tempo dopo è di nuovo accaduto qualcosa di simile. Un giorno, navigando in rete, mi sono capitate sotto mano alcune poesie di Vladimir Sabourín, poeta che stranamente non conoscevo. Ben presto mi sono resa conto che questa mia inattesa “scoperta” era anche causa ed effetto di un’“offesa”: quella derivante dal silenzio e dall’oblio. Dal momento in cui l’ho capito ho dato inizio a un impegno costante che ha portato, prima, a piccole pubblicazioni, e poi è confluito e si è ampliato in questo libro. Il che, l’apparizione di questa antologia, potrebbe essere già abbastanza per far sentire a posto la mia coscienza di traduttrice di poesia dal bulgaro. Il che – effettivamente – è moltissimo, ma non abbastanza, perché Sabourín e l’opera sua vivono una condizione particolarissima, che è doveroso far conoscere.</p>
<p>Oltre al congenito multilinguismo e multiculturalismo felicemente descritti da Kiril Vasilev nell’introduzione, Sabourín vive in un isolamento, acquisito, nel panorama culturale bulgaro. Non ha avuto <em><i>successo</i></em>&nbsp;come poeta – se con tale termine intendiamo esser pubblicati da case editrici di prestigio, la presenza mediatica, la vittoria di premi nazionali e internazionali, l’ottenimento di fondi pubblici, e cose simili. Sabourín autofinanzia e pubblica in proprio quasi tutte le sue opere. È assente dalla scena letteraria, non ha mai ricevuto un finanziamento statale. Non ci si può non chiedere perché un poeta del suo valore non abbia invece un posto tra i <em><i>primi</i></em>. E mentre scrivo penso ai <em><i>primi</i></em>&nbsp;dei beffardi versi in epigrafe, tratti dal libro che costò a Konstantin Pavlov la libertà di pubblicare poesia e il diritto di lavorare; è grottesco, ma penso anche a <em><i>Dviženie pervyh</i></em> (‘movimento dei primi’): è il nome di un’organizzazione di recente creazione nell’attuale regime autoritario russo finalizzata all’inquadramento morale e patriottico della gioventù.<a href="https://ru.wikipedia.org/wiki/Движение_первых" target="_blank" rel="noopener"><strong><u><b>*</b></u></strong></a></p>
<p>Non vorrei che queste mie parole fossero prese per un tentativo di paragonare la sorte di Pavlov a quella di Sabourín, perché non lo è; tuttavia, conoscendo opera e vita di entrambi trovo che qualcosa li accomuni profondamente, ossia la capacità di vedere in modo cristallino, e poi, la loro totale intransigenza. Se il nemico di Pavlov era proprio quello stato totalitario codardo e corrotto, immortalato e magistralmente messo a nudo da Sabourín&nbsp;nel poema documentario <em><i>Encomio dei beati della pacifica transizione</i></em>, quello di quest’ultimo è invece molto sfuggente, perché si presenta con un volto e un sorriso mite, la voce pacata, l’atteggiamento modesto, gli ideali giusti da sbandierare all’uopo.</p>
<p>Cambiano i regimi, ma le strategie degli arrampicatori più o meno restano le stesse, tra le più efficaci delle quali mi sento di segnalare le sempreverdi opportunismo e complicità. […]</p>
<p>***</p>
<p>Estratti da <a href="https://internopoesialibri.com/libro/loperaio-e-la-morte/" target="_blank" rel="noopener"><em>L&#8217;operaio e la morte</em></a> di Vladimir Sabourín, traduzione dal bulgaro a cura di Alessandra Bertuccelli (Interno Poesia 2026)</p>
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		<title>Il turismo triste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[albania]]></category>
		<category><![CDATA[Redi Salìasi]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Redi Salìasi</strong> <br />Un paio di mesi fa mi è stato chiesto di fare da guida a un gruppo di venti studenti norvegesi, accompagnati dal loro docente, in giro per la città di Tirana. Ho detto subito di sì]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Redi Salìasi</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-121613" width="551" height="368" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-2048x1365.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/IMG-20260705-WA0014-1920x1280.jpg 1920w" sizes="(max-width: 551px) 100vw, 551px" /></figure></div>



<p>Un paio di mesi fa mi è stato chiesto di fare da guida a un gruppo di venti studenti norvegesi, accompagnati dal loro docente, in giro per la città di Tirana. Ho detto subito di sì perché attività del genere le ho sempre svolte: un po’ per il mio mestiere di interprete – in questo caso, è lavoro retribuito – ma soprattutto per passione, per promuovere (gratuitamente) il mio paese a chi decide di trascorrervi le vacanze o un certo periodo della propria vita. Il giorno prima della visita, con senso di responsabilità e rigore, ho letto, (ri)studiato e preparato un bel piano di visita della capitale. Dal momento che avrei parlato a ragazze e ragazzi di circa vent&#8217;anni, perché non avessero voglia di fuggire da me dopo i primi cinque minuti, ho cercato di immaginare quali storie e luoghi fossero più appetibili per loro. La mattina dell’incarico sono andato all&#8217;hotel dove gli studenti alloggiavano, e ho chiacchierato con il docente che li accompagnava. Mi ha spiegato che i ragazzi e le ragazze, secondo il sistema scolastico norvegese, stavano frequentando un programma biennale che li avrebbe alla fine aiutati nella scelta del corso universitario da intraprendere. A un certo punto, senza che mi rendessi ben conto che il suo discorso stava passando a un altro argomento, ha cominciato a raccontarmi che alcuni ricchi cittadini norvegesi lasciano la Norvegia per trasferirsi in Svizzera con la precisa intenzione di eludere il sistema fiscale. «Questo è ingiusto nei confronti della nostra società», mi spiegava, «perché si sono arricchiti grazie alle risorse collettive e ora abbandonano il paese per non contribuire più al suo benessere, al suo equilibrio».</p>



<p>Sempre desiderando cha la mia visita fosse interessante, ho domandato all’insegnante come avrebbe preferito che la organizzassi, su quali aspetti dovessi concentrarmi di più, se i suoi studenti fossero più incuriositi dalla storia antica o da quella contemporanea della città. Con mia evidente sorpresa mi ha risposto che il desiderio di tutto il corpo docente – ovvero, dei colleghi e delle colleghe rimasti a casa in Norvegia &#8211; era che io parlassi alle ragazze e ai ragazzi della qualità della vita nell&#8217;Albania di oggi: in poche parole, volevano sentirmi parlare della corruzione albanese che sta dietro (o sotto, dipende dalla prospettiva) i palazzi altissimi che vedevano in giro per la città, del riciclaggio di denaro, dei motivi per cui, si prevede, il 43% delle persone tra i 15 e i 25 anni lasceranno il paese entro il 2050.</p>



<p>In quel momento mi è stato chiarissimo: lo scopo della loro visita non era vedere l&#8217;Albania per impararne un po’ di storia e conoscerne le bellezze naturali, il cibo, l’ospitalità. L&#8217;obiettivo degli insegnanti era quello di formare cittadini consapevoli attraverso un esempio negativo. Come se dicessero: vedete come potremmo diventare? Volete davvero che la nostra nazione si riduca così, a una valle di cemento? Mi sono sentito male davanti a questa richiesta, non perché non rappresenti una fetta della realtà albanese, ma perché si tratta della faccia più brutta del mio paese, e loro erano attratti solo da questa. Eravamo per loro una sorta di cavia, un esperimento politico da osservare per prenderne snobisticamente le distanze. L&#8217;Albania era il miglior paradigma – o il peggiore, anche qui dipende dai punti di vista – per mostrare dove finisce una società miope nella quale ogni individuo pensa ad arricchirsi il più possibile, a qualsiasi costo etico, sulle spalle dei propri concittadini; per sapere come si muove e che fine fa un paese nel cui immaginario collettivo i sostantivi politica e oligarchia, politica e criminalità sono diventati coppie di sinonimi.</p>



<p>Mentre pranzavamo, i ragazzi e le ragazze mi hanno domandato se volessi continuare a vivere in Albania. Ho risposto che l&#8217;Albania è una terra magnifica, con una geografia straordinaria che va dai mari ai fiumi e ai laghi, dalle colline alle Alpi; ma che, allo stesso tempo, è mortificata dalla corruzione, dal nepotismo e dalle disuguaglianze. Ho detto loro che, se ne avessi la possibilità, emigrerei in una nazione che possiede una sorta di pace sociale, dove l&#8217;arricchimento personale non è l&#8217;obiettivo di una minoranza a discapito dei più; dove esiste un senso collettivo di sicurezza, e non il timore di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un luogo dove ti svegli un giorno e non trovi l’ennesima squallida torre di venti piani eretta come per magia; dove nessun milionario perde la testa per un’isola protetta e decide di comprarla per costruirvi un resort di lusso per sé e i propri amici.</p>



<p>Questo, purtroppo, è il volto dell&#8217;Albania di oggi. È la realtà difficile nella quale noi albanesi dobbiamo sopravvivere ogni giorno. Avrei voluto dimenticare per un istante le storture che incontro ogni giorno, e per le quali sono ormai insofferente. Mi ero immaginato una giornata diversa: seppur per poche ore, avrei passeggiato per Tirana con gli occhi nuovi (e forse più clementi) di uno straniero giunto dal Nord Europa. Non ci sono riuscito. Ho capito che tra i tanti generi di turismo che in Albania esistono, ce n’è uno molto particolare: il turismo triste di chi vuole assistere alla distruzione del paese. Un turismo colto della presa di coscienza, un turismo-monito: <strong>«guardate l&#8217;Albania, per non finire come l&#8217;Albania.»</strong></p>
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		<title>Sessione plenaria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Irene Marino</strong><br />
Il tempo a disposizione di ogni presentazione – o “comunicazione” come mi ha corretta più volte il professore con la giacca che puzzava di cavolo – era di venti minuti]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_120700" aria-describedby="caption-attachment-120700" style="width: 2560px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="wp-image-120700 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1707" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-2048x1365.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/aula-universita-1920x1280.jpg 1920w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /><figcaption id="caption-attachment-120700" class="wp-caption-text"><a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/vintage-scuola-incontro-alunno-19253500/" target="_blank" rel="noopener">Foto di Sonny Vermeer</a></figcaption></figure></p>
<p class="LO-normal">di<strong> Irene Marino</strong></p>
<p class="LO-normal">Il tempo a disposizione di ogni presentazione – o “comunicazione” come mi ha corretta più volte il professore con la giacca che puzzava di cavolo accanto al quale mi sono seduta ieri sera – era di venti minuti. Il comitato organizzativo l’ha ricordato anche con l’ultima email ieri mattina, aveva un tono perentorio. Ho anche tagliato un pezzo delle conclusioni per rientrarci. “Organizzativo”. Il comitato aveva passato un paio di mesi a scegliere tra organizzativo e organizzatore, lo dicevano stamattina alla pausa caffè. Non stavano scherzando, non erano ironici. Forse compiaciuti è la parola giusta. “Organizzatore”. Poi, non riuscendo a decidersi, hanno chiesto un consiglio al professor Manfredi. Del resto è lui il comitato scientifico al completo. Loro, i dottorandi, stanno solo predisponendo l’intera struttura logistica del convegno per conto suo. Ridi. Tutti ridono, non ho capito cos’ha detto, mi sembrava un’affermazione normalissima. Rido. Quarantasette minuti. Gesucristo, ha una palata di fogli, legge, legge pianissimo, con quella voce tipica dei signori anziani che sarebbe anche tenera se non fosse adoperata allo scopo di sottrarti alla tua vita. Qui per la verità ce l’hanno quasi tutti. Meno il tipo che continua ad assentire ondeggiando, il prof. Bellocchio o Balocco. In compenso puzza di sigaro. È sempre seduto nella mia stessa fila, ma più verso il lato. Al momento ha il braccio piegato sul sedile di fronte – su cui per altro è seduto uno dei dottorandi del comitato organizzatore e sono quasi sicura che il professore gli stia tirando i lunghi capelli con il gomito; avrebbe fatto meglio a raccoglierli in uno chignon. Anche quell’altro sa di cavolo, quello che a cena ha raccontato commosso del periodo in cui aveva seguito l’ultimo corso completo di Althusser, l’anno prima del femminicidio. La professoressa Rinaldi invece non emana alcun odore in particolare. “Non hai letto <em>Dialettica dell’illuminismo</em>? Cara, qualcuno più severo di me potrebbe anche suggerirti di cambiare mestiere”. Le avevo chiesto solo il significato di una parola in tedesco citata nella sua comunicazione, che era una delle poche che mi aveva un pochino interessata. Neanche troppo, ma meglio di tutto il resto. Cambiare mestiere. Forse alla fine è meglio quello che puzza di cavolo.</p>
<p class="LO-normal">Il moderatore tiene un libro in mano e lo sfoglia, annuendo anche lui. A cena è stato quasi sempre zitto, immerso nel cellulare, mentre nel suo intervento di apertura ha più volte fatto riferimento, scusandosi, a un innominabile anglista, il cui nome porterebbe sfortuna. Che ore sono, devo guardare l’orologio. Posso farlo senza farmi notare, se allungo il telefono al lato un po’ sotto il sedile posso anche verificare l’identità dello studioso &#8211; il povero Mario Praz, secondo una diceria diffusa da Montanelli &#8211; senza far sfolgorare la luce. Perché ovviamente la sala è piombata nella penombra, dei milioni di bulbi dei lampadari barocchi ne saranno accesi soltanto un paio. Capisco il risparmio, ma santoddio.</p>
<p class="LO-normal">Ora il Prof. Gualtieri sta cercando la citazione sfogliando il libro. Poteva chiederla a me e fare prima, dato che ho già letto lo studio che sta presentando. È sempre lo stesso dal 1983. L’abbiamo letto tutti per almeno uno o due esami della triennale, grazie alle numerose amicizie del luminare che di anno in anno inserivano il suo libro nei loro programmi didattici. O, forse, tutti facciamo finta di averlo letto. Questo intervento aveva un titolo diverso sul programma e poi, quando si è seduto, Gualtieri ha candidamente ammesso che anche stavolta avrebbe fatto qualche riferimento all’unico studio che l’ha reso famoso e per colpa del quale dobbiamo sorbircelo in ogni convegno dal 1983.</p>
<p class="LO-normal">La pausa alla ricerca del passaggio da citare (inizio citazione, fine citazione, inizio citazione, fine citazione, inizio citazione, fine citazione) sta durando troppo. Il professore tiene in effetti gli occhi abbassati sulle pagine del libro che tiene tra le mani, ma non lo sta più sfogliando. Il volume è lievemente rivolto verso avanti, riverso. Anche la testa del professore sembra riversa. Il professore sembra riverso. Credo che il professore si sia addormentato. Abbia addormentato sé stesso. Non mi devo guardare intorno. Qualcuno se ne sarà accorto? Al tavolo grande di castagno il moderatore è rivolto verso Gualtieri, porta il bicchiere alle labbra e continua a guardarlo attento. Ma sono io a non sentirlo? Con la coda dell’occhio, giro piano piano la testa di lato. Il signore che ha lo stesso odore del relatore continua a ondulare e ad assentire. Il dottorando non riesco a vederlo, dalla mia posizione vedo solo i suoi capelli davvero troppo lunghi &#8211; anche intrecciarli sarebbe stata una buona soluzione &#8211; tesi sotto il gomito del professore dallo stesso odore di quello che parrebbe essersi addormentato, essersi addormentato in tutti i sensi permessi dal si-riflessivo e dal si-reciproco. Si deve chiamare aiuto? Sessantuno minuti.</p>
<p class="LO-normal">Avrei dovuto saperlo che non era il caso di venire, ma ero così contenta di essere stata accettata, di parlare finalmente a una delle giornate di studio più importanti dell’AIdE, l’Associazione Italiana di Estetica. Finora ho fatto domanda due volte, una durante il dottorato e una il primo anno dell’assegno. Mi hanno sempre rifiutata, è sempre dispiaciuto informarmi che l’argomento della mia comunicazione non era attinente e visto il gran numero di richieste pervenute ecc. Cinquantaquattro minuti. Io mi sono cronometrata quattro volte per rientrare nel tempo consentito dal comitato organizzatore, diciotto minuti e trentasette secondi di comunicazione, per lasciare spazio a ringraziamenti e saluti. Dovresti cambiare mestiere. Ma vaffanculo, te e i francofortesi. Neanche lei è rimasta nei tempi, ma appena di dieci minuti.</p>
<p class="LO-normal">Ho persino telefonato a mio padre per dirgli che finalmente mi avevano presa e lui ha anche finto di essere felice per me e non mi ha neanche chiesto se questa volta mi avrebbero pagata. Non solo non mi pagano, caro papà, ma non avrò neanche l’usuale rimborso spese del mio Ateneo, dato che il convegno è stato spostato all’ultimo da Enna a Potenza. Ho provato a spiegare la situazione al Segretario amministrativo, ma non ha voluto saperne di ridestinare i miei fondi missione sulla nuova destinazione. Per lo meno si sono mantenuti su due città ugualmente irraggiungibili. Bel panorama e un cibo ottimo &#8211; del resto, pranzo e cena sociale mi sono costati altri novanta euro. È proprio vero che non so leggere i segni del destino, come diceva la mia coinquilina fricchettona, quella che mi invitava sempre ai cerchi lunari e che si preparava lo shampoo da sola, a volte con l’uovo, a volte meglio non sapere. Persino un cerchio lunare in spiaggia nell’umidità di ottobre sarebbe meglio, almeno in quella situazione a una certa avrei potuto fingere di essere annichilita dall’intensità dell’esperienza e sarei potuta fuggire.</p>
<p class="LO-normal">Vorrei tanto potermi semplicemente alzare, come dal cerchio, e andar via. Nulla fa cenno di mutarsi. Non ha senso restare, voglio andar via e posso farlo. Ma come? Quando mi alzerò spingendo sui braccioli di stoffa, per quanto lentamente possa fare, il sedile si chiuderà di scatto e cigolerà, lo fa sempre. Che succede se mi alzo e qualcuno mi guarda? Se mi chiedono perché penso di andarmene, il professor Gualtieri sta tenendo una comunicazione articolata e generosa. Generosa, qualcuno lo dirà certamente. Non solo, ma per andarmene devo passare davanti al professor Bagliocco o Baiocco seduto due quattro cinque posti dopo il mio. Il passaggio è stretto: o si alza anche lui oppure gli devo passare quasi in braccio. Ho rinunciato ad andare al bagno per tutta la mattina per evitare questo balletto. Voglio andar via, qui niente accenna a cambiare.</p>
<p class="LO-normal">Il moderatore fissa il Prof. Gualtieri, che continua a dormire. Non è che sta male? Un ictus, un infarto fulminante? O forse è morto? Professore? Professore? Se è morto dovremmo interrompere il convegno, o quantomeno il panel. No, non è morto, il petto si alza e si abbassa. Deve essere un pisolino profondo, ora sorride lievemente. Quasi quasi lo invidio, mi scappa una risatina complice. Ma i dottorandi che fanno? Nulla, continuano a prendere appunti sui loro pc, ma cosa staranno scrivendo? Me lo sono chiesto per tutta la mattina, hanno ricoperto pagine e pagine di appunti, ticchettando sui tasti con una foga rapita, quasi fossero impossessati dal demone dell’estetica, o soltanto di quello della dattilografia.</p>
<p class="LO-normal">Un movimento alla mia destra. Baiotti o Bellotti ha appoggiato la schiena al sedile, scrolla il cellulare a lunghe ditate. Non tira più i capelli al dottorando. Questo potrebbe essere un buon momento. Se incrociamo lo sguardo potrei fargli cenno di dover passare, alzandomi leggermente dal sedile e indicando l’uscita. Fortunatamente il bagno è da quella parte, nessuno se ne accorgerà. E perché portarmi lo zaino allora? Maledetta me che ho deciso di portare il laptop che pesa tre quintali, con i libri, ma dove pensavo di andare. Chi pensavo di essere. Potrei lasciare qui lo zaino e tornare a prenderlo più tardi? Ma più tardi quando? Siamo già fuori tempo di ben due ore, io sono l’ultima della serata, alle 18. Non farò mai in tempo a parlare, non voglio più parlare, non ricordo neanche di cosa – basta. Bellotti o Bellozzi non mi guarda.</p>
<p class="LO-normal">Vabbè, lo faccio, mi alzo, piano piano. Non mi guarda nessuno. Il relatore continua a dormire, il moderatore ora ha iniziato a prendere appunti, i dottorandi continuano a battere sulle rispettive tastiere. Berozzi o Bettozzi continua a guardare il cellulare. Adesso sono in piedi, ho preso lo zaino da una tracolla, ora deve solo alzarsi lui. Niente, non mi guarda. Non posso tornare indietro, dall’altro lato ci sono quattro persone, tra cui la Rinaldi. “Scusi Professore, permesso”. Nulla. Un limite invalicabile. Che fare? Ormai ho perso ogni freno, ogni premura, ogni ritegno. Sono in piedi nel mezzo dell’aula. Faccio un colpo di tosse. “Permesso?”, colpetto sulla spalla. Barozzi o Barocchi non reagisce. Lo afferro per la spalla e lo scuoto, ma la mia nemesi si limita a ondulare sul posto. Non mi guarda. Sono forse invisibile, mi chiedo. “Scusate, scusate, forse è una domanda stupida, ma mi chiedevo, ma sono forse invisibile? Cioè, io sono qui, ma voi non mi vedete, perciò non saprei: che altra conclusione trarne?” Nessuna risposta. La mia voce è l’unico suono della sala. La porta di fronte a me. L’impensabile. “Mi scusi, davvero, sono desolata”, dico, più per me, per il mio decoro forse, mentre sollevo la gamba – fortuna che non porto la gonna oggi, altrimenti avremmo raggiunto un nuovo insuperato livello di biasimo personale – e la allungo oltre Barnotti o Berzotti. Ruoto lievemente sulla pianta del piede destro, e ora il momento più delicato, sollevo la gamba sinistra e sorvolo il professore seduto – occhio al cellulare, mi dico –, lo sfioro per poco, ma fortunatamente non cade. Nella fretta mi dimentico dello zaino e glielo sbatto in testa. Quello incassa senza fiatare. Sono libera. Non guardo più che ore sono. Due passi verso l’uscita.</p>
<p class="LO-normal">Un’ultima volta mi giro per guardarli. Sul podio, a cui due lati si ergono due copie di statue greche e su cui troneggia un dipinto con una scena di caccia barocca, il relatore è più ricurvo di prima, il libro, che tiene ancora riverso in mano, adesso tocca per metà sul grande tavolo di castagno. Il moderatore ha posato il bicchiere d’acqua, adesso sfoglia gli appunti, guarda il relatore e sogghigna come rispondendo a un aneddoto arguto. Ecco lo schermo del laptop del dottorando, ora che sono in piedi lo vedo. Whatsapp web. Come biasimarlo. Mi giro verso la grande porta di legno, riprendo al volo la giacca che quasi mi cade dall’avambraccio mentre spingo sulla maniglia con difficoltà, senza badare allo scricchiolio dei cardini che rimbomba nella sala. Alle mie spalle, qualcosa si muove. Senza voltarmi del tutto mi guardo indietro, in tempo per vedere il Dottorando raddrizzarsi, chiudere lo schermo del laptop con un suono sordo, e legarsi i capelli mentre la collega alla sua sinistra gli sussurra qualcosa. Il moderatore ordina i fogli l’uno sull’altro e li raccoglie sbattendoli insieme sul tavolo. Benozzi o Benazzi infila il cellulare in tasca con uno scatto, si guarda intorno e per un secondo guarda nella mia direzione.Sembra vogliano alzarsi in piedi. Forse vogliono seguirmi? Per fermarmi o per unirsi a me? All’unisono i sedili si chiudono di scatto, cigolando, Rinaldi, Bertazzi o Bertozzi, il Dottorando e anche il moderatore, adesso, sono in piedi. Applaudono. Il professor Gualtieri sembra essersi svegliato: si guarda intorno compiaciuto e annuisce. Il moderatore gli stringe la mano, ringraziandolo. Sul tavolino del posto dove sedevo sono rimasti alcuni fogli della mia presentazione. Gli altri sono caduti a terra. Venti minuti precisi, nel rigoroso rispetto dei tempi.</p>
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		<title>“Ahimè, non ci sono più i poeti di una volta!” Su di un topos intramontabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 05:23:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong>  <br />La lamentazione per la nullità della poesia contemporanea è un luogo comune assodato. Ho tentato di smontarlo, a  partire dalla formulazione recente che ne ha dato Fabrizio Maria Spinelli, parlando della sua generazione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>“Una volta c’erano i poeti veri (con le palle?), oggi ormai ci sono solo i quaraquaquà”. Il piagnisteo poetico è senz’altro una forma espressiva, una forma prediletta ovviamente da poet* – e, secondo me, più dai poeti che dalle poete –, ma un forma espressiva ampiamente codificata, ossia è un topos, un luogo comune, una struttura retorica più che la formulazione di un’esperienza singolare. E ci si rende conto di questa dimensione “strutturale”, di forma collettiva e ben sedimentata di pensiero, in quanto gli argomenti e i motivi agitati nel piagnisteo sono incredibilmente simili da poeta a poeta, nonostante la diversità di età, esperienze e contesti specifici in cui la lamentazione poetica avviene. Di certo nessuno esprime il piagnisteo attraverso la metafora virilista che ho citato nell’incipit, anche perché ormai ampiamente sorpassata – almeno nell’ambiente poetico presumibilmente progressista. Ma il senso è quello di un decadimento di virtù, che una volta appartenevano a “veri”, “autentici” poeti, e che ormai sono rimpiazzate da patetiche debolezze, ben dissimulate però da nuove generazioni di millantatori in versi. Da noi, uno dei grandi codificatori del topos, è stato senz’altro <strong>Alfonso Berardinelli</strong>. Ma qualcuno di più giovane è già pronto a ergersi come principale continuatore dell’esercizio – <strong>Matteo Marchesini </strong>credo sia tra i candidati di spicco, ma confesso che non ne sono un lettore, dunque vado per sentito dire, e per qualche suo post, in cui mi sono malauguratamente imbattuto sui social. Di certo, come ho già ricordato <a href="https://alfabetadue.it/2012/06/07/berardinelli-o-il-talento-dello-scavafosse/">altrove</a>, Berardinelli ne ha fatto una matrice generativa di veri e propri libri. Ma il topos in sé circola più modestamente, ma anche più trasversalmente. Soprattutto alligna con gran facilità in rete. D’altra parte, cosa c’è di più virale di un “luogo comune”, una bella somma di piastrelle ben calpestate su cui con fiducia posare il piede del proprio discorso, e prendere slancio per darsi voce? Tipico del luogo comune è che si manifesta anche nelle migliori famiglie, e negli ingegni più vivi e perspicaci. Anche lo spirito più tonico e addestrato ha i suoi momenti di rilasciamento: e lì interviene il luogo comune, come uno sgabellino infilato sotto il sedere dell’atleta in pausa.</p>
<p>Recentemente, un <a href="https://www.nazioneindiana.com/2022/04/04/da-ecfrasi/">autore</a> che stimo per intelligenza e talento, <strong>Fabrizio Maria Spinelli</strong>, ha dedicato un <a href="https://napolimonitor.it/il-poeta-come-outsider-un-ricordo-di-nanni-cagnone/">meritorio omaggio</a> a <strong>Nanni Cagnone</strong>, poeta, intellettuale, traduttore, editore, che ha lavorato molto e bene, ma fuori dalla più tipica e contemporanea agitazione autopromozionale. Ebbene Spinelli, in questo omaggio a Cagnone, ad un certo punto, anche lui purtroppo, ha sentito il bisogno d’infilarsi sotto il sedere lo sgabellino della lamentazione. E lo ha fatto raccogliendo in un ampio paragrafo quasi tutti i migliori e più tipici motivi, che ne costituiscono appunto la struttura. Lo voglio citare questo paragrafo, e commentare brevemente, suddividendolo in due macro-motivi: A) i miei contemporanei sono solo l’ombra (la maschera inautentica), B) di una passata grandezza (autenticità).</p>
<p>Andiamo con il macro-motivo A:</p>
<p>“Non ho alcuna certezza nella vita, l’instabilità del mio umore, delle mie convinzioni è direttamente proporzionale alla forza con cui li affermo. Ma su una cosa non ho dubbi: che, almeno per quanto riguarda la mia generazione, gli outsider non abitano il mondo della poesia. Una pratica clownesca, priva di qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva e incapace di incidere sul corpo moribondo del mercato editoriale; di fare egemonia, di rivolgersi a una comunità che non sia quella dei poeti stessi. Questi, i poeti, dal canto loro, non smettono di percepire la propria marginalità come un curioso segno di nobilità ed elitarismo. Ma, soprattutto, e qui torniamo al punto iniziale, cioè a un discorso materialisticamente connotato, i poeti sono ormai tutti professori di poesia, e le rare volte che non insegnano all’università, lo fanno nelle scuole pubbliche. Se bisogna ragionare intorno a una crisi della poesia contemporanea, non lo si più fare senza tenere conto di questo irragionevole fattore materiale. Le persone credono fin troppo nella letteratura, e questa convinzione, romantica ed errata, nasce il più delle volte tra i banchi di scuola.”</p>
<p>Lettura ravvicinata.</p>
<p>1) <strong>“Per quanto riguarda la mia generazione”.</strong> Spinelli decide di darsi un limite: “parlo dei miei, di quelli o quelle che conosco”. Vedremo però che, analizzando la seconda parte del suo ragionamento, la questione delle generazioni emerge in termini più confusi. Per me, la categoria “generazione” è sempre scivolosa, anche se capisco che è in parte utile, per tentare di articolare un campo poetico dato. Inoltre, nel topos, il riferimento generazionale serve per evitare indebite generalizzazioni. Ma la generazione è di per sé una categoria generalizzante! (A proposito: Spinelli è un millenials o generazione Y, quindi sono chiamati in causa tutti i pretendenti o le pretendenti all’arte poetica, compresi tra il 1981 e il 1996.)</p>
<p>2)<strong> “Non ci sono outsiders”</strong>, ossia – secondo Treccani – “chi opera in campo letterario, artistico e sim. al di fuori di ogni scuola o movimento”. Quindi i millenials scriventi in versi son tutti intruppati dentro correnti, scuole, movimenti. Qui non se ne cita nessuno in particolare, ma nella seconda parta del topos, sembra che alla fine si riducano “a due canoni”. Anticipo: i due canoni dominanti (prima e dopo il cambio di secolo) sono quello lirico-espressivista e quello sperimentale-di ricerca. Siam passati dalle scuole e movimenti ai canoni dominanti. E al di fuori dei due canoni dominanti, tra i millenials, nessuno oserebbe inoltrarsi.</p>
<p>3) <strong>La poesia non solo è un genere di nessun interesse culturale e estetico-letterario</strong> (“Una pratica clownesca, priva di qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva”), ma non è neppure in grado di “incidere sul corpo moribondo del mercato editoriale”. Ora, è pur vero che io ho un po’ più di fiducia nella poesia di Spinelli, ma pretendere proprio da essa un qualche impatto salvifico “sul corpo moribondo del mercato editoriale”, mi sembra troppo pretendere, troppo caricarla d’un tratto di superpoteri – lei che trionfava, invece, di tutti i vizi. Interessante è certo constatare che il mercato editoriale, non certo imperniato sul genere poesia, sia anch’esso moribondo, ma stavolta per vizi suoi specifici, che poco hanno a che vedere con quelli “poetici”. Di questa condizione ha parlato in tempi recenti e abbastanza impietosamente Francesco Quatraro (<a href="https://www.iltascabile.com/linguaggi/mai-piu-libri/">Mai più libri &#8211; Il Tascabile).</a></p>
<p>4) <strong>La poesia non solo può far ben poco per salvare il mercato editoriale</strong>, monopolizzato dal romanzo, ma non è neppure in grado di “fare egemonia”, produrre “comunità”, che non sia quella dei soli poeti. Ora chi è un po’ familiare con la storia della poesia, almeno dalla modernità e dai romantici in poi, sa che fare egemonia e produrre comunità non è una delle caratteristiche più felici e comprovate del genere. Ci sono circostanze in cui questo è sembrato accadere: i poeti come voci della nazione, nell’Ottocento; i poeti come voci della rivoluzione, nel primo novecento per certe avanguardie.  Ma queste tendenze aggreganti, che intersecano percorso poetico e politico, con tutti i rischi e le meraviglie del caso, hanno sempre convissuto con le tendenze “disaggreganti”, ma non nella logica atomizzante di qualche individualismo borghese, bensì in quella che <strong>Jacques Rancière</strong> definisce <em>dissensus</em>. Affinché emerga un al di là della comunità borghese, o di altre identità collettive, il lavoro della poesia “anti-egemonico”, “de-condizionante” può essere prezioso.</p>
<p>5) <strong>“La maggior parte dei poeti sono professori associati o ordinari di letteratura</strong>; quelli che non lo sono, insegnano italiano nelle scuole secondarie.” Spinelli ha senz’altro ragione di notare, sul piano sociologico, che i poeti appartengono al comparto umanistico, e quindi trovano lavoro più “naturalmente” nel mondo dell’insegnamento – finite le assunzioni da Olivetti o, più generalmente, come copywriter durante i begli anni Sessanta! Solo che realisticamente dovrebbe invertire la distribuzione tra università e scuola secondaria. Gli universitari non precari sono comunque una minoranza a fronte di una gran quantità di poeti che insegnano nella secondaria. È senz’altro vero che il poeta-professore universitario ha su tutti gli altri poeti, impegnati a campare in altri ambiti più o meno prestigiosi, più o meno remunerativi, dei vantaggi: lui o lei, in breve, è sia giudice che parte in causa. Inoltre, può costruirsi delle reti d’influenza all’interno della corporazione, ecc. Alla lunga, però, questo vantaggio è assai relativo. I dipartimenti delle università sono zeppi di ordinari con raccolte di versi o romanzi nel cassetto, o direttamente in mano a qualche editore. Ma quando l’ordinario va in pensione, le sue reti d’influenza perdono di saldezza ed estensione, e restano i libri soli a difenderlo. Se consideriamo l’insegnamento nella scuola secondaria, non vedo quali siano né i “vantaggi” corporativi né le controindicazioni d’ordine estetico-creativo. Il precariato, inoltre, riguarda anche la scuola secondaria e, in via generale, conosciamo tutti le condizioni non particolarmente favorevoli di questo mestiere in Italia. (Per altro, grandi poeti e poete hanno insegnato per tutta la loro vita nelle aule di licei, istituti tecnici o persino scuole medie.)</p>
<p>6) <strong>“Le persone credono fin troppo nella letteratura, a causa dell’insegnamento scolastico della letteratura”</strong>. Questa è una variazione interessante e particolarmente paradossale del solito topos: se non ci sono lettori per comprare i libri di poesia (o anche gli ultimi romanzi) è perché nei programmi scolastici ci si ferma a Ungaretti (o Moravia). Spinelli propone di rovesciare di segno il luogo comune: la scuola ha sempre torto, ma stavolta perché “trasmette fede nella letteratura”. Interessante. Questo, in effetti, bisognerebbe rispondere al piagnisteo, che addossa tutte le colpe delle “mancate vendite” di poesia (ma ormai anche di romanzi) alla scuola. Nel mondo attuale in cui viviamo, che vuole imporre senza quartiere la logica del profitto economico come unica forma di razionalità umana, l’insegnamento della letteratura è qualcosa di irragionevole e obsoleto. Trasmettere “fede nella letteratura” è qualcosa di arretrato e pernicioso. LA GENTE NON DEVE AVERE GRILLI PER LA TESTA. Deve capire come sia possibile fare soldi nel modo più efficace possibile per consumare nel modo più intenso possibile. End of the story. Fortunatamente per il capitalismo, ma purtroppo per noi, il sistema &#8220;tiene&#8221; grazie al fatto che un sacco di persone non applicano alla lettera i suoi principi e che un sacco di forme di vita non rispondono alla sua logica. Se così fosse la società capitalista collasserebbe con gran rapidità. E questi tempi ahimè lo mostrano: più la società cerca di conformarsi all’immagine che lo specchio capitalista le rinvia, più rischia di implodere tra guerre civili e guerre interstatali, tra profezie di controllo definitivo e inefficienze proliferanti. Insomma, che ci piaccia o no, la <em>precondizione culturale</em> perché esista qualcuno interessato a leggere e scrivere poesia nella nostra società è la frequentazione della scuola secondaria.</p>
<p>Passiamo al macro-motivo B, formulato da Spinelli:</p>
<p>“Quando la poesia aveva un’altra rilevanza sociale, tra gli anni Settanta e Ottanta, e in televisione apparivano <strong>Sanguineti</strong>, <strong>Zanzotto</strong>, <strong>Rosselli</strong> e <strong>Zeichen</strong>, c’era un oceano sommerso di autori che lavoravano al di fuori del canone, anzi, dei due canoni a cui, da allora e fino a oggi, la poesia è stata ridotta. Da un lato quello lirico, <em>espressivista</em>, in cui un io più o meno simile all’autore ci racconta i fatti di una vita più o meno simile a quella dell’autore; e quello di ricerca, sperimentale, dove la carica emotiva del testo è molto più bassa e la poesia sembra più un gioco combinatorio di linguaggio (non c’è un io, non si capisce bene cosa dica, rifiuta un registro aulico – ma non per questo uno <em>colto</em> –, usa in maniera critica i cliché della millenaria tradizione poetica). Appare evidente anche a un non adepto che i risultati forse più interessanti della produzione poetica degli ultimi trenta-quaranta anni si muovano sul crinale tra questi due poli, spesso rifiutando una simile bipartizione. È il caso di poeti enormi come <strong>Vito</strong> <strong>Riviello</strong>, <strong>Giuliano Mesa</strong> e <strong>Emilio</strong> <strong>Villa</strong>, autori difficilmente rintracciabili sul mercato, poco pubblicati o male, ma che hanno avuto una grande influenza sulle generazioni successive. A questi nomi si può aggiungere quello di <strong>Nanni</strong> <strong>Cagnone</strong>, scomparso il 3 aprile 2026, poco prima di compiere ottant’anni. Cagnone, nato in <strong>Liguria</strong> e morto a <strong>Bomarzo</strong>, è stato un autore inclassificabile, che si muoveva tra la saggistica, il romanzo e, soprattutto, la poesia.”</p>
<p>Lettura ravvicinata.</p>
<p>1). <strong>I poeti hanno rilevanza quando vanno in televisione. Oggi non ci vanno più, non hanno rilevanza. </strong>Non so per quali numeri di spettatori (e/o lettori) avessero rilevanza Zanzotto e Rosselli, di certo la televisione degli anni Settanta non è quella post-berlusconiana. Considerando la <em>televisione così come è</em> realmente oggi, in Italia, mi sorprenderebbe vedervi poeti o poete, a meno che ess* non abbiano già fatto un notevole sforzo per adeguarsi al codice televisivo, cancellando da sé tutta una serie di incompatibilità. Naturalmente qualcuno griderà all&#8217;elitarismo! Solo che io non sostengo che poesia e televisione, come medium di massa, siano di per sé incompatibili: sostengo che <em>questa televisione italiana lo sia</em>, per come è costruita sulla propaganda, sullo scandalo, sull&#8217;obbiettivo d&#8217;infantilizzare lo spettatore.</p>
<p>2) <strong>Oggi la poesia si riduce a due “canoni dominanti”, quello lirico-espressivista e quello di ricerca-sperimentale. </strong>Più che canoni mi sembrano categorie molto lasche che servono a stabilire un primo orientamento nella galassia certo gassosa della poesia contemporanea. Non nego che queste categorie abbiano un loro fondamento teorico-critico, ma mi sembrano in sé insufficienti a riassumere la ricchezza di posizioni nel campo. Se cominciamo ad avvicinare chi scrive, e i differenti libri che pubblica, ci troviamo confrontati a itinerari più complessi e sfumati, rispetto a queste due categorie “orientative”. A tal punto, che sono avvantaggiati, nel discorso divulgativo sulla poesia contemporanea, coloro che tengono posizioni di netta riconoscibilità: il lirico-lirico, o la sperimentale-sperimentale. Ma ciò è frutto sia di inevitabile schematizzazione, sia di pigrizia critica.</p>
<p>3) <strong>Tutti i poeti interessanti degli ultimi trenta, quarant’anni, sono stati degli outsiders rispetto a queste due categorie (scuole, canoni, correnti?), e per altro sono tutti scomparsi. </strong>Qui Spinelli mette assieme degli autori indubitabilmente molto importanti, con storie editoriali complicate – parlo almeno per Villa e Mesa, che conosco meglio. Ma non appartegono alla medesima generazione. Si tratta per Riviello, Villa e Cagnone di autori della generazione precedente a quella dei boomers, mentre Mesa fa parte dei cosiddetti boomers. L’autore che conosco meglio è Mesa, perché eravamo amici, e non c’è dubbio che lui fosse un outsider, ma nel senso sociologico del termine. Sul piano della parabola biografica, Mesa, di origini popolari e senza titoli di studio universitari, è stato un puro autodidatta. Inoltre, è vero anche che, pur essendo ben riconducibile all’area sperimentale, aveva una naturale diffidenza per le scuole e i gruppi costituiti, fattore, ad esempio, che lo ha tenuto lontano dal gruppo 93, nonostante le tante prossimità “ideologiche” e di amicizia.</p>
<p>Facciamo ora un bilancio, che vorrei intitolare:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Consiglio a un* giovane poeta</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: right;">D’altronde, la libertà non ha buona reputazione, conﬁgurandosi ormai come anarchico rigurgito, vana ribellione, insulto alla sociale probità; innumerevoli, coloro che ambiscono al rango del servitore che farà carriera (patetica illusione, credersi servitori solo in basso).</p>
<p style="text-align: right;">Nanni Cagnone, <em>Sans gêne</em></p>
<p>Siamo grati a Spinelli per l’omaggio realizzato a un poeta davvero “inclassificabile” come Nanni Cagnone, scomparso lo scorso aprile. E ne approfitto per segnalare <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/03/28/da-sans-gene/">un post</a> che avevo dedicato a uno dei suoi ultimi libri proprio su Nazione Indiana. (Ero in contatto con lui, ma non conoscevo le sue condizioni di salute.) Cagnone possiamo considerarlo un maestro in effetti, un maestro discreto, perché oggi l’arte di scrivere – che è anche un&#8217;arte di pensare, e di vivere – non si può “trasmettere” che nella penombra. Le battaglie ideologiche importanti si possono, e per certi versi si devono fare in piena luce. Nel caso dell’arte, le cose funzionano diversamente. E chi pensa che &#8220;nella penombra” stia a indicare una postura elitaria, è davvero ottuso o ben farcito ormai dall’ideologia dominante. La penombra di cui parlo ha molto a che fare con<a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/07/06/da-en-exergue-in-esergo/"> la “granularità”, come la intende il poeta statunitense Guy Bennett</a>, ma come in fondo la intendono tutti coloro che hanno una frequentazione sufficientemente lunga e tenace con il fatto letterario (il leggere e lo scrivere). In un’epoca come la nostra, dove l’azione di comunicare è inglobata capillarmente dal mercato, e subisce quindi inevitabili processi di standardizzazione o di rarefazione “lussuosa” a seconda dei casi, la trasmissione dell’arte (di <em>leggere</em> – lo ribadisco – e di scrivere) avviene per itinerari singolari, <em>granulari</em>, individuo per individuo.</p>
<p>Ora, a differenza però dalla lamentazione che Spinelli ha finito per infilare nel suo sacrosanto omaggio a Cagnone, io avrei da dire questo:<strong> considerate la poesia, oggi, come un genere fantasma</strong>, dall’esistenza incerta. È incerto che la poesia esista, è incerto che esista chi la legga, ed è incerto che esista chi la produca. Eppure un amico poeta e documentarista ha fatto ieri una battuta: “quand tout fout le camp comme aujourd’hui, la seule chose qui monte c’est la poésie” / quando tutto va in malora come oggi, la sola cosa che cresca è la poesia. L’ho già ripetuto in varie occasioni: i poeti e le poete palestinesi lo insegnano. In un territorio reso fantasma, e popolato di fantasmi assassinati, scrivere mantiene paradossalmente la tenacia indistruttibile di un’apparizione ossessionante, che sembra, nella sua condizione ectoplasmatica, incapace di modificare qualcosa nella realtà, eppure costringe gli esseri reali a sollevare il capo e a guardarla. Ma come: è ancora qui? Una voce (singola o collettiva) ancora perdura? Un discorso che ha la singolarità di un volto? Ma come! La distruzione armata non ha cancellato tutte le condizioni organiche e simboliche della sua esistenza?</p>
<p>E nel nostro caso, nel caso del tempo di &#8220;relativa pace&#8221; capitalista, si dirà: Ma come! Malgrado la realtà del mercato e delle supertecnologie, la si incrocia di tanto in tanto questa cosa poco vendibile, poco funzionale, poco spettacolare? Certo, si cercherà di imbarcarla, di darle un abitìno all&#8217;ultimo grido, per mostrare che anche lei tiene il passo coi tempi, ecc. Ma la forza degli spettri nasce dalla loro dissociazione temporale, dalla loro non contemporaneità. Abitìno all&#8217;ultimo grido o meno, se c&#8217;è una potenza della poesia, essa passa per qualcosa di meno vistoso, ma più imprevedibile, più carico di sorprese.</p>
<p>È del tutto comprensibile che, ad ogni nuova generazione, qualcuno si avvicini alla poesia spinto da desideri contraddittori: brillare, lasciare una traccia, imparare un’arte, emanciparsi da una certa eredità culturale, ecc. Ed è comprensibile, rendersi conto un giorno che l’arte del leggere e dello scrivere “poesia” (e forme affini) non soddisferà alcuni di questi desideri. Ed è questo un buon motivo per dedicarsi ad altro, ma non c’è bisogno per questo di rinnegare quella pur discreta, ectoplasmatica, esistenza, trascinando nel proprio disincanto e nella propria rinuncia tutti i propri coetanei, un’intera generazione di poeti e poete. Chi sceglie questa forma di comunicazione oggi, e chi la sceglie attraverso la tortuosità e difficoltà dell’arte, sarà confrontato a varie ingratitudini e frustrazioni. Ma anche a qualche tesoro fiabesco. A patto però di accettare i limiti e la forza del genere fantasma. In un mondo dove persino un genocidio può essere visionato, senza che questo provochi nella realtà sociale e politica grandi conseguenze, o comunque conseguenza “palpabili”, i fantasmi poetici hanno una loro forza. (Mentre scrivevo questo, da un ripiano alto della scrivania di fronte a me è precipitato un libro di Massimo Rizzante, <em>Frontiere erranti</em>, facendomi schizzar via dalla scrivania la tazza di caffè per fortuna vuota. Non aggiungo altro.) È la forza dei sinonimi che si trovano nel termine francese “hanter” e in quello inglese “haunt”. Tutto ciò ha a che fare con quello che <strong>Italo Testa</strong> ha più volte sottolineato come il potere contro-fattuale della poesia.</p>
<p>“Sono tutta la realtà, bevimi fino alla feccia”, intima lo Spirito del tempo.</p>
<p>“Non ti credo”, risponde sghignazzando o assorto su un dettaglio secondario, lo spettro poetico, <em>anteriore</em>.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
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		<title>I poeti appartati: Gian Paolo Ragnoli (detto Giambo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Paolo Ragnoli]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Gian Paolo Ragnoli</b> <br />
 “Col caffè alla mattina” avevo scritto
un altro giorno in cui pensavo a voi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-120937" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/93790927_c6182718e4_o.jpg" alt="" width="403" height="298" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/93790927_c6182718e4_o.jpg 403w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/93790927_c6182718e4_o-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/93790927_c6182718e4_o-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/93790927_c6182718e4_o-150x111.jpg 150w" sizes="(max-width: 403px) 100vw, 403px" /></p>
<div class="canvasWrapper"></div>
<p><strong>Dedicated to You</strong><br />
(but you are always not listening&#8230;)</p>
<p>Perché il mio verso così poco aspira<br />
a varietà di forme e a cambiamenti?<br />
Perché col tempo non tengo di mira<br />
sistemi nuovi e inediti ingredienti?<br />
Sempre lo stesso e sempre uguale<br />
scrivo inventando quel ch’è già invecchiato,<br />
con la tristezza che ormai m’è abituale<br />
ripenso a te e riscrivo il passato.<br />
Oh tu lo sai, scrivo sempre di te.<br />
dolcezza mia, solo di te e d’amore,<br />
non ho paura di usare dei cliché<br />
di far rimare l’amore con il cuore.<br />
Di nuova veste le antiche parole<br />
vesto spendendo ciò che fu già speso<br />
senza pudore cito rose e viole<br />
aspettando qualcosa di inatteso.<br />
E come il sole è sempre nuovo e vecchio<br />
l’amore ha detto Patti che è un banchetto<br />
in queste sue parole io mi specchio<br />
così il mio verso dice quel che è detto.</p>
<p><strong>Incontro</strong></p>
<p>Seduti in quel caffè<br />
stavo pensando che<br />
mi hai detto lui non c’è<br />
stanotte sto con te<br />
anche l’amore è un contratto a chiamata<br />
mi hai detto sorridendo spudorata<br />
puoi passare con me questa giornata<br />
però il futuro è terra inesplorata<br />
un figlio dei fiori non pensa al domani<br />
citando i Nomadi scherzando ti ho risposto<br />
è questa notte l’orizzonte che mi basta<br />
non potrei dire che ne fossi entusiasta<br />
ma il desiderio comanda anche in agosto<br />
e ho carezzato i tuoi capelli strani</p>
<p><strong>Sonetto del Margarita</strong></p>
<p>Le curve sono quadri alle pareti<br />
probabilmente degli Hopper taroccati<br />
venduti da imbroglioni o da profeti<br />
in certi hangar da poco abbandonati<br />
la strada corre giù per la collina<br />
Neal al volante sembra rilassato<br />
ti sento ad ogni metro più vicina<br />
sono io, ritorno dal passato<br />
dopo il terzo, o forse il quarto Margarita<br />
peggio avere rimpianti che rimorsi<br />
morbidamente sulle labbra ti ho baciato<br />
non so dire perché tu sia allibita<br />
ed abbia poi invocato dei soccorsi<br />
l’attimo dopo ero collassato</p>
<p><strong>Una notte con Eva Green</strong></p>
<p>I tuoi capelli sparsi sul cuscino<br />
che facevano rima col destino<br />
il mal di testa dovuto al vermentino<br />
il dentifricio che fa a pugni con il vino<br />
Eri letale con quel vestitino<br />
stretto, corto, rosso, assassino<br />
era fatale mandarti un messaggino<br />
«voglio stare con te fino al mattino»<br />
Siamo finiti nel tuo mezzanino<br />
a rotolarci sul materassino<br />
e mi sentivo come un ragazzino<br />
Louis Garrel nel Maggio parigino<br />
M’hai svegliato col sorriso sbarazzino<br />
la colazione sopra al terrazzino<br />
ridendo mi hai mostrato il Sorrentino<br />
baciandomi mi hai detto «sei un cretino»</p>
<p><strong>Finale di partita</strong></p>
<p>Sembra una storia da romanzo tascabile<br />
di quelli che si comprano in edicola<br />
tu smetterai di leggere quel libro<br />
perché il finale è duro da mandar giù<br />
me ne vado come un attore scartato al provino<br />
la parte della star la farà qualcun altro<br />
lo so, non è difficile far meglio di me<br />
sono sempre in ritardo, confondo le battute<br />
non so mai se ridere o piangere<br />
e tu sei una regista esigente e ti annoi presto<br />
non ho mai imparato dai miei tanti errori<br />
e anche questa volta non so bene<br />
che cosa sia andato storto<br />
ho perduto il mio cuore senza capire<br />
è sparito e non riesco a riaverlo indietro<br />
la storia lascia un senso di incompiuto<br />
avrei voluto danzare il silenzio tra i tuoi passi<br />
ma non ho mai saputo far meglio di così<br />
inciampare, cadere, faticosamente rialzarmi<br />
e cercare la battuta giusta per uscire di scena</p>
<p>&nbsp;</p>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0">da <a href="https://www.cittadellaspezia.com/2022/09/15/gian-paolo-ragnoli-a-levanto-presenta-il-silenzio-fra-i-tuoi-passi-462864/">Il silenzio fra i tuoi passi</a><br />
Poesie 2017-2021</div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0">
<strong>Voi</strong></p>
</div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div style="text-align: right;" tabindex="0" data-main-rotation="0">“A voi io penso sempre. Penso alla mia<br />
infinita mancanza.<br />
Cos’altro ho avuto in testa,<br />
tutta la vita?<br />
Lo so, non ci sarete<br />
mai abbastanza.”<br />
Umberto Fiori, Voi</div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0">
<p>Penso spesso a voi. A volte<br />
mi pare possibile addirittura<br />
ricordare l’esatta composizione dei cordoni<br />
la fila dei volti, tutti i nomi, le storie.<br />
Quel giorno che mi ricordo oggi<br />
la primavera aveva un altro odore<br />
le leggi di natura, le mura dei castelli<br />
parevano pronte a piegarsi al desiderio.<br />
Il desiderio, quello che non è un tram, scherzavo<br />
ma fosse stato un tram sarebbe ripassato.<br />
Qui, alla fermata, il tempo è come appeso<br />
le angosce del presente son lontane<br />
all’edicola scorgo come sempre<br />
tre quotidiani comunisti.<br />
“Col caffè alla mattina” avevo scritto<br />
un altro giorno in cui pensavo a voi.</p></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0">da <a href="https://www.cittadellaspezia.com/2023/02/27/gian-paolo-ragnoli-e-sara-battolla-leggono-poesie-da-un-lungo-addio-e-il-silenzio-fra-i-tuoi-passi-485542/">Un lungo addio</a><br />
Poesie 1977-2017</div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
<div tabindex="0" data-main-rotation="0"></div>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Abécédaire comique: Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini #lettera E &#038; F</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/12/abecedaire-comique-alessandro-ciacci-e-lorenzo-catalini-lettera-e-f/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[abécédaire comique]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Ciacci]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Gelati]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Catalini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini</b> <br />Due comici entrano in una rivista culturale per esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_120172" aria-describedby="caption-attachment-120172" style="width: 1034px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-120172 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2.png" alt="" width="1034" height="735" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2.png 1034w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-300x213.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-1024x728.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-768x546.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-591x420.png 591w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-150x107.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-696x495.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Capture-décran-2026-02-10-à-17.03.28-2-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 1034px) 100vw, 1034px" /><figcaption id="caption-attachment-120172" class="wp-caption-text">tutte le immagini sono di Laura Gelati</figcaption></figure></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>È il calcio, bellezza!</strong><br />
di<br />
<strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p>Fino ai dodici anni ero convinto di essere un Supereroe, di avere un dono speciale che mi rendeva diverso da quei comuni mortali che erano i miei compagnucci di classe. Il superpotere era la capacità di attirare pallonate dritte dritte in faccia. Capacità indubbia, già al centro di plurime equipe di scienziati, studiata nei manuali, manco fossi il Magneto dei palloni da calcio.</p>
<p>Placidamente a bagno nel materno liquido amniotico, in fase di progettazione di quello che sarebbe stato il mio avvenire, devo aver pensato: “Perché faticare, una volta là fuori, per sviluppare una personalità magnetica e un fascino non comune che mi permetteranno di attrarre ragazze anche solo pronunciando il mio codice fiscale, quando posso farmi ridere dietro da tutti i miei coetanei rimanendo paralizzato al centro di uno spartano campetto da calcio, attirando a me palloni di cuoio che mi faranno sanguinare (in gran copia) il naso e venire lividi grandi come 45 giri?”<br />
Ero un vero e proprio enfant prodige, il Mozart delle pallonate sulle gengive.</p>
<p>Ma torniamo a quel passatempo violento, ingiusto e sanguinario altrimenti noto come giuoco del calcio, che per un bambino dovrebbe significare svago e aggregazione sociale, ma che per me magicamente si traduceva in umiliazione, sofferenza e traumi. Durante gli anni delle elementari ricordo partitelle così violente che in confronto i gladiatori al Colosseo erano anziani alla bocciofila.<br />
Non dico che i miei compagni lo facessero apposta, scambiarmi per una pentolaccia umana intendo, dico solo che &#8216;sti stronzi dovevano essere la reincarnazione di qualche cecchino sovietico, perché quella mira tanto precisa e letale non si spiega altrimenti. Il colpo era sempre perfettamente centrato, mai periferico da scivolare così sulla guancia e colpirmi di striscio causando niente più che una banale escoriazione, robetta cui poteva ovviare un qualunque Citrosil. No. Partiva dal naso, e poi giù giù per tutta la fisionomia, una compressione più simile al crash test, allo schiacciamento di bottiglia vuota Ferrarelle prima di buttarla nella differenziata, alla percussione del clacson come solo può avvenire sotto alla canicola agostana in pieno impasse sul Grande Raccordo Anulare; una vigorìa di schiacciamento con un solo precedente nella storia: il rosso pulsantone di Sarabanda quando l&#8217;Uomo Gatto beep!, “La indovino con una!”. In questo il caso il titolo della canzonetta non poteva che essere: Tumefazione.</p>
<p>Più la mina, come veniva chiamata in gergo tecnico, e mai soprannome fu più azzeccato, mai una volta che qualcuno lanciasse una piuma, un batuffolo, un soufflè, no i tiri degli adolescenti sono solo mine, bombe, cannonate o simili &#8211; non si è mai capito se si dovesse disputare un’amichevole o attaccare Pearl Harbour &#8211; più la mina, si diceva, era poderosa, più la precisione era infallibile e la mia faccia ne pagava le conseguenze. Sul pallone rimanevano stampate le mie fattezze, tipo Wilson di Cast Away. Tipo Sacra Sindone, da cui il processo di beatificazione avviato da vivo, il beato Ciacci, Patrono delle Schiappe. Tipo illustrazione di qualche manuale lombrosiano, fig.1) Lo sfigato.</p>
<p>Solo una volta ho provato a oppormi al mio Fato, al mio destino di mammoletta. Di vittima sacrificale della minella. Campetto da calcio delle scuole medie Marvelli di Rimini. Dalla difesa viene tirato un calcio lungo in favore del centrocampo, ove io mi trovo. Ma per pura casualità, volevo solo cercare le tracce di qualche coleottero nei cespugli a lato del campo, mica avevo capito che una squadra mi considerava dei loro. Un calcio talmente potente che per l&#8217;effetto-farfalla, quello spostamento d’aria ha appena provocato uno tsunami nelle Filippine. Il pallone, violando ogni legge di gravitazione, si ferma e volteggia in cielo tipo condor, tipo avvoltoio: sta cercando me, la carcassa del pusillanime su cui scendere in picchiata e non si darà pace finché non mi avrà trovato.</p>
<p>Affronto il mio destino come farebbe un vero uomo. Un vero uomo miope e con la riga da una parte: non scappo a nascondermi dietro a un albero, come mi urla il dna. No. Rimango lì, immobile, a piè fermo: un po&#8217; Fort Alamo un po&#8217; palo del telegrafo. Il pallone avanza, così preciso che una freccia di Legolas in confronto pecca di pressapochismo. Sempre più vicina, il vuoto d&#8217;aria mi scompiglia il capello, prontamente sistemato perché intendo morire sfoggiando la madre di tutte le acconciature impeccabili. È a tanto così, quand&#8217;ecco un atavico istinto di sopravvivenza mi fa reagire, mi detta un movimento, inconsulto, della mano deciso, salvifico&#8230; sbam!</p>
<p>Colpisco la palla, disinnesco la bomba, devio la cannonata di 90 gradi. Una manata talmente precisa che Guglielmo Tell è pregato di spicciarmi casa. Eroismo, fierezza, Alessandro Ciacci. Voglio come minimo una medaglia d&#8217;oro per alti meriti, che dico!, una targa in ottone che ricordi per sempre il momento solenne: Qui il giovane Ciacci si oppose al suo destino di pippa.</p>
<p>Stocazzo, giovane Ciacci. Pensavo di essere Enrico Toti, invece era solo un fallo di mano. L&#8217;arbitro fischia il rigore, gol per gli avversari che mettono in cassaforte l&#8217;1 a 0 definitivo. I miei compagni di squadra discutono animatamente per decidere chi sarà il primo a strapparmi il colon a morsi, poi la folgorazione perché uno alla volta quando si può fare contemporaneamente? E iniziano a stringersi attorno a me, tipo branco di lupi idrofobi e a digiuno attorno a una renna zoppa e ben pasciuta.</p>
<p>Fino ai 12 anni ero convinto di essere un Supereroe. Crescendo, ho capito che ero solo un Supersfigato.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121549" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E.png" alt="" width="831" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E.png 831w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-300x216.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-768x552.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-585x420.png 585w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-150x108.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/E-696x500.png 696w" sizes="(max-width: 831px) 100vw, 831px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Eulogia</strong><br />
di<br />
<strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p>Ad un workshop di scrittura, un insegnante diede l’esercizio: “Racconta la cosa che più ti fa infuriare”. A circa metà del tempo a disposizione, mi infuriai: mi resi conto che la cosa che più mi fa infuriare è l’esercizio “Racconta la cosa che più ti fa infuriare”, misteriosamente caro agli insegnanti di scrittura. Mi infuriai perché ormai era troppo tardi per ricominciare l’esercizio da capo, e quindi proseguii con la prima soluzione che avevo scelto, ovvero “essere interrotto mentre sto facendo qualcosa che mi piace”. Ed è quello che è successo a me un paio di giorni fa, quando mi è arrivata la notizia che mio nonno era morto…proprio mentre mi stavo masturbando. Avevo quasi finito, prossimo a raggiungere l’orgasmo sul ricordo di Rebecca, una mia compagna di classe al liceo, che in una camera d’hotel a Berlino in gita in quarta superiore mi mostra le tette. Che poi in realtà non è mai successo, è un episodio frutto della mia fantasia, ma ormai ce l’ho in testa da talmente tanti anni che è come se fosse accaduto davvero. Non è che mi sono immaginato la scena, mi sono proprio inventato la ragazza, e io per lei ci ho pure chiuso tre relazioni.</p>
<p>Dopo un decesso non hai mai un momento libero. Giorno uno: pianti, abbracci. Giorno due: camera ardente. Giorno tre, oggi: il funerale. Fossimo almeno ad un funerale da 8/8.5, non mi annoierei; ma questo è un funerale da 2, 2.4 al massimo. Non so se lo sapete, ma una regola non detta dei funerali è che più la morte è stata tragica e improvvisa, più sono avvincenti e carichi di pathos. Su un’ipotetica scala da 1 a 10, dove a “10” c’è l’insuperabile funerale di Lady Diana, quello di un ragazzo di quattordici anni che viene investito con il motorino assieme alla fidanzatina, presi in pieno da un pirata della strada con un tasso alcolemico che sul nuovo codice della strada risulta alla voce “Massimo Ceccherini”, segna un 8.7 di tutto rispetto. Calate il tutto in una piccola cittadina di provincia e vedrete accorrere all’evento tutto il paese, i cittadini disposti nella fila indiana più precisa della Storia, in attesa del proprio turno per avere un colloquio di sette secondi con la mamma del ragazzo, per poterle dire a voce bassa: “Si tratta di una terribile tragedia, suo figlio era un ragazzo d’oro, un santo!”.</p>
<p>E iniziano a circolare versioni dell’incidente in cui pare che il ragazzo avrebbe anche potuto salvarsi, anzi sicuramente ce l’avrebbe fatta, se non fosse che col suo ultimo riflesso non abbia deciso di fare di sé stesso uno scudo per la ragazza, salvandole la vita e sacrificando la propria. 9.2, standing ovation. A quel punto il Sindaco ha le mani legate e, intervistato dalla tv locale, chiosa: “Non si può morire così. Nel 2025 non si può morire così”, e invece a quanto pare si può, è proprio appena successo, quanti ragazzi innocenti devono morire ancora prima che i sindaci smettano di pronunciare la frase “nel 2025 non si può morire così”? E spesso, non paghi, rilanciano, e intitolano al ragazzo il nuovo palazzetto dello sport: in Italia ci deve essere una legge che stabilisce che, in caso di morte improvvisa di un adolescente, il comune debba intitolargli un nuovo palazzetto dello sport. Si può capire il numero di tragedie giovanili accadute in una città dal numero di palazzetti sportivi presenti; anzi, in certe zone della Calabria sono rimasti più palazzetti che ragazzi. Nel nostro caso invece abbiamo: età del morto, 96 anni; causa del decesso, un banale arresto cardiaco; n* di amici presenti: quattro, gli unici ancora vivi.</p>
<p>È quasi arrivato il mio momento. Non di morire, ci mancherebbe, il festeggiato c’è già. L’elogio funebre. La mia famiglia ha scelto me per farlo. Io ho provato a rifiutarmi eh, a dire che non me la sentivo, ma mia mamma ha usato il Re dei ricatti morali: “Non è che te lo sto chiedendo perché farebbe piacere a me, ma perché so che farebbe piacere a nonno”. Possibile che al mio piacere non pensi nessuno? E poi, conoscendolo, la cosa che veramente gli avrebbe fatto piacere, sarebbe stata essere qui presente, e magari farlo lui l’elogio a me. Andando al leggio a prendere la parola, mille domande affollano la mia testa, quesiti esistenziali come: “Ma è successo davvero? A cosa pensava mentre spirava?”; una domanda sovrasta però tutte le altre: dopo un decesso, quanti giorni di lutto devono trascorrere prima che uno possa riprendere a masturbarsi senza sensi di colpa né il sospetto di mancare di rispetto al morto? Mistero della fede. Alzo gli occhi e il mio sguardo si incrocia con quello di Cristo in croce, e per la prima volta in vita mia penso che io e lui siamo vicini, siamo collegati, che in qualche maniera viviamo la stessa dolorosa condizione: due persone impossibilitate a toccarsi, io per questioni sociali, lui perché ha letteralmente le mani inchiodate ad una spranga di legno. Lo guardo, con la sua espressione dolorante, e penso che, lui sì, avrebbe prontissima la risposta all’esercizio “Racconta la cosa che più ti fa infuriare”.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121551" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F.png" alt="" width="831" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F.png 831w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-300x216.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-768x552.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-585x420.png 585w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-150x108.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/F-696x500.png 696w" sizes="(max-width: 831px) 100vw, 831px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Finché c&#8217;è chirurgia c&#8217;è speranza</strong><br />
di<br />
<strong>Alessandro Ciacci</strong></p>
<p>Quando Dante smarrisce la diritta via ha poco più di trent’anni: coincidenze? Io non credo. Perché è quell&#8217;età disagiata in cui non stiamo più bene con noi stessi, è facile perdersi. A me è capitato, mi sono ritrovato ficcato in una selva oscura fatta di insoddisfazione, in primis della mia immagine.</p>
<p>Un momentaccio autostima “livello: Calimero”, in confronto a me Cesare Pavese era Gianluca Vacchi e una paziente del dott. Nowzaradan Elettra Lamborghini. Un solo modo per uscirne e non me ne vergogno: la chirurgia estetica. Ho deciso: mi rifaccio.</p>
<p>Quesito numero 1: rifarsi, va bene, ma cosa? Liposuzione? Ma se sono tonico quanto una mummia di Similaun, ho la massa grassa di una sottiletta e l&#8217;adipe di un&#8217;acciuga. Depilazione laser? Ma se sono così glabro che da nudo potrei fare il cosplay di un filetto di platessa, cosa vuoi depilare che i miei peli sul petto non raggiungono il quorum per fare una squadra di calcetto. Ingrandimento del pene? Il mio andrologo dice che più lungo ancora si vìola la Convenzione di Oslo sulla dimensione delle armi, roba da InterPol e finire col pisello in tribunale non è il mio desiderio quando soffiavo sulle candeline. Ma allora, Ciacci, dove interveniamo? Sto brancolando, quando finalmente un Virgilio venuto dal Brasile giunge in mio soccorso. E’ Rodrigo Alves. Meglio noto come il Ken Umano. E mi dice: “Ti guido io verso la felicità terrena.”</p>
<p>Fin da bambino, Alves, questo monumento all’inutilità umana, aveva un sogno: trasformarsi fino ad assomigliare a Ken di Barbie e l&#8217;ha realizzato. A forza di baulate di silicone è diventato l’anello di congiunzione tra l’uomo e il canotto. I dati parlano chiaro, nei giorni in cui è stato chiuso nella casa del Grande Fratello, l’inquinamento da plastica è diminuito dell’81%.<br />
Ma non si è accontentato, no, lui, il vero Ulisse dei nostri giorni, voleva andare oltre le sue colonne d&#8217;Ercole, essere direttamente Barbie. 90 interventi chirurgici e ce l&#8217;ha fatta. Ha dichiarato: Sono felice al 95% del mio aspetto, e quel 5% è perché stamattina non mi son tagliato le unghie.<br />
Torniamo al Ken umano, anzi alla Barbie umana. Intanto sono curioso di vedere il terzo step, quando decide di diventare il camper umano di Barbie. Dico: questo ha capito il senso della vita. Maestro insegnami a vivere! Faccio come lui. Mi scelgo un mito e mi rifaccio fino ad assomigliargli.</p>
<p>Ora, io da piccolo impazzivo per la favola dei Tre porcellini, ma da qui a spendere i milioni per farmi il cazzo a cavatappi ce ne vuole. No, Ciacci, qual è il suo sogno ora? Sono un autore, punto in alto: assomigliare a Shakespeare. Ovvio non fisicamente, perché il caro vecchio Bardo fisicamente faceva piuttosto cagare, con quella zazzera da pornodivo Germania Est 1987. No, la grandezza di un autore è il suo mondo interiore, il suo immaginario, bisogna intervenire lì, ho deciso: mi rifaccio l&#8217;inconscio. Una pompatina di botulino platonico qui, una rinoplastica al Super-Io lì, e zac!, fatto lo Shakespeare umano.</p>
<p>Dopo aver deciso cosa rifarmi, quesito numero 2: rischio il rigetto? Sì, ho fatto delle ricerche, il rischio c&#8217;è. Ho letto di un corriere Amazon di Ivrea che voleva rifarsi l&#8217;inconscio di Sean Penn, per essere un filantropo, impegnato in difesa degli ultimi, degli oppressi ma si è beccato anche il suo alcolismo. Adesso fa partire raccolte firme su Change.org… ma gli rimangono tre mesi per via della cirrosi.</p>
<p>E infine, quesito numero 3: a chi mi rivolgo? Son robe delicate, vanno fatte per bene. Mi sono informato sulle cliniche, i prezzi le offerte&#8230; La prima è questa clinica a Tirana dove hanno allestito un sottoscala sterilizzato, ti prelevano e ti riportano sotto casa, incaprettato con le fascette bianche nel bagagliaio di un Fiat Ducato.</p>
<p>La fascia media me la copre una clinica di Capalbio, di certo dott. Recalcati. Per prepararti all&#8217;intervento devi ascoltare il suo podcast a digiuno 2 volte al dì, un po&#8217; come quei bibitoni prima della colonscopia, peraltro gradevole quanto la voce di Recalcati stesso. Con 15000 euro fai tutto, arrivi e ti danno un camice 100% cachemire e mocassino sterile monouso.</p>
<p>Ecco perché alla fine ho scelto la terza, il top di gamma, l’eccellenza, un po’ lo squacquerone di Romagna della chirurgia: una clinica a Ginevra che non si accontenta di un banale intervento, no: ti regala la Shakespeare experience. Intanto il chirurgo ti opera con la gorgiera, ispirandosi all’Otello: “Lesta il bisturi a me consegna, impudente baldracca!”. L&#8217;anestesia te la fa questo speziale che ti fa bere una fialetta che sembri morto per qualche ora. L&#8217;operazione te la fanno su una riproduzione in scala 1:1 del balcone di Giulietta, mentre sotto tuo babbo e tuo suocero disquisiscono con una pacatezza vista soltanto in certi combattimenti clandestini tra galli.</p>
<p>Con il mio inconscio shakespeariano il successo nella vita è assicurato, già me la vedo un&#8217;escalation di soddisfazioni:<br />
1: opinionista a Pomeriggio 5, seduto accanto al mio maestro di vita, Ken umano che nel frattempo è diventato il minipony umano di Barbie. A commentare eventi di pregio e culturalmente rilevanti come la stipsi del chiuhahua di Belen.<br />
2: concorrente a Celebrity Masterchef, eliminerei i miei rivali uno a uno in stile Riccardo III: assassinati durante la Mistery Box con una coulis di coltellate, una decapitazione tartar o una strangolata flambè.<br />
3: giudice a Ballando con le stelle. Già mi vedo, siparietti un po&#8217; Casa Vianello con Selvaggia “la bisbetica domata” Lucarelli, i pettegolezzi delle allegre comari di Windsor, Fabio Canino e Guillermo Mariotto. Ma una sera parte la rissa, tutti lì a discutere per quel passo di kizomba sbagliato da Paolo Mieli, e mi si chiude la vena, e caccio un 3. Zazzaroni, che come è noto ci capisce di ballo quanto Tina Cipollari di scissione dell’atomo, sbotta: “Ciacci, vergogna! Per dare 3 devi aver avuto un&#8217;infanzia triste e una madre assente.” Io lo guardo negli occhi e lo sfido a duello. La Carlucci impanicata tipo le galline quando la volpe entra nel pollaio, “Regia regia, sipario! Scusate amici a casa, è solo una piccola commedia degli equivoci che stiamo risolvendo. Sì, sembra che Zazzaroni stia urlando come uno che è appena stato trapassato da parte a parte, ma non vi preoccupate, è solo molto rumore per nulla…”</p>
<p><figure id="attachment_121553" aria-describedby="caption-attachment-121553" style="width: 2336px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-121553 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone.png" alt="" width="2336" height="2502" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone.png 2336w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-280x300.png 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-956x1024.png 956w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-768x823.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-1434x1536.png 1434w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-1912x2048.png 1912w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-392x420.png 392w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-150x161.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-300x321.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-696x745.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-1068x1144.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/shakespeare-colpito-da-un-pallone-1920x2056.png 1920w" sizes="(max-width: 2336px) 100vw, 2336px" /><figcaption id="caption-attachment-121553" class="wp-caption-text">immagine di Laura Gelati</figcaption></figure></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Furto</strong><br />
di<br />
<strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
<p>Era una serata di primavera. Una di quelle serate di primavera a cui, in letteratura, si riservano descrizioni accurate, ma siccome dopo un quarto d’ora di blocco (e stiamo parlando della prima riga) l’incipit era ancora: “Una di quelle serate di primavera che salutano l’inverno …”, frase di una banalità raccapricciante, si dirà solo che era una serata di primavera.</p>
<p>Era una serata di primavera, dunque, e avevo appena passato un paio d’ore a bere vino nella mia quarta enoteca preferita. Non ero troppo lontano da casa e fuori si stava bene (per forza, in una serata di primavera così…), perciò decisi di tornare a casa a piedi. Arrivato quasi al ponte, all’angolo della strada opposto al locale “Spaghetti a mezzanotte” (che, contrariamente a quanto promesso dal nome, non prevede nel suo menù gli spaghetti, neanche a mezzanotte) notai un uomo che camminava in maniera incerta, con aria confusa. Dava la forte impressione di essersi perso. Mi avvicinai a lui. Era anziano e, cosa strana in una piacevolissima serata di primavera, sembrava avere freddo. “Potrebbe aiutarmi per favore?”, chiese con voce tremante, appena si accorse di me. “Certo” &#8211; dissi io, che nella mia straripante empatia e capacità di lettura, avevo fiutato il suo stato di bisogno da lontano – “qualunque cosa”. Ero pronto a dargli indicazioni stradali ben precise, così da farlo arrivare ovunque volesse; perdipiù, in una serata di primavera così, avrebbe potuto orientarsi anche semplicemente con l’ausilio della Stella Polare e del resto del firmamento. Il vecchio disse allora: “Avrei bisogno che tu andassi al market a comprarmi una scatola di riso”. Rimasi spiazzato. Non ebbi neanche il tempo di balbettare qualcosa né sulla particolarità della richiesta, né di constatare con lui l’assenza nella zona di un locale chiamato “Riso a mezzanotte” (comunque un bluff), che il vecchio aggiunse: “Ti accompagnerà mio figlio”. All’istante, si materializzò dietro di me un ragazzo alto e possente, physique du rôle da pugile amatore, e faccia da cavia di laboratorio con troppi anni di esperienza nel settore. Non so dove si trovasse fino ad un attimo prima, era apparso dal buio non appena nominato, come un attore chiamato in scena a teatro. Mi prese sottobraccio, e con forza mi fece camminare con lui, lasciandoci il vecchio alle spalle. Dopo pochi passi feci notare al Neanderthal la presenza di un market. “Ne conosco un altro più avanti” – mi gelò – “nel vicolo”. Ora la situazione mi era chiara: stavo per essere rapinato. O almeno così speravo, dato che mi sembrava l’ipotesi migliore. La passeggiata si interruppe al rosso di un semaforo pedonale. Iniziai a pensare a come uscire da quel pasticcio in cui ero finito, in quella che fino a poco prima sembrava una tranquillissima serata di primavera. Mentre i miei pensieri scorrevano, ed iniziavo ad accettare l’eventualità di un accoltellamento, financo di un rapporto sessuale non consensuale (da parte mia), il mio vigilantes fu distratto dagli schiamazzi di una rissa che si stava tenendo in fondo alla strada, dal lato opposto rispetto a me. Con una prontezza che mai, MAI, avevo precedentemente dimostrato in vita, estrassi dalla tasca il portafogli, e da questo una banconota da 5 €; quindi ricacciai il borsello in fondo alla tasca. Il rosso del semaforo era agli sgoccioli. Mi guardai intorno: il vicolo designato all’amplexus era vicino, ma c’erano ancora abbastanza persone nei nostri paraggi. Con uno strattone mi liberai dalla presa, e immediatamente offrii la mia banconota al ragazzo. “Scusa, mi sono ricordato che mi stanno aspettando in un posto. Prendi questi, per il riso”. Il semaforo era ancora sullo stop, ma ormai era questione di istanti. “Mi servirebbe anche del tonno”, protestò. “Bastano”, ebbi l’ardire di ribattere. Quindi lasciai cadere la banconota ai suoi piedi, mi voltai, e cominciai a camminare velocemente, senza più voltarmi. Rifacendo il percorso al contrario, mi rimbattei nel vecchio, il quale, stavolta, non mi degnò di uno sguardo.</p>
<p>Quando fui finalmente al sicuro, mi fermai. Il cuore mi batteva a mille. Avevo dentro un miscuglio di emozioni: paura, sollievo, rabbia…ma soprattutto imbarazzo e senso di colpa. Sì, senso di colpa. Avevo mentito. Certo, avevo mentito per una buona ragione, e lo avevo fatto nei confronti di un uomo probabilmente malintenzionato. Quel “probabilmente” era però il nocciolo della questione. Esisteva infatti una piccola, remota possibilità che in effetti al vecchio servisse una busta di riso nel cuore della notte, e che suo figlio apparso dal nulla (era poi apparso davvero dal nulla?) mi stesse accompagnando ad un market dove vendono il riso col rapporto qualità/prezzo più vantaggioso al mondo. Ed io gli avevo mentito, spudoratamente, persino offendendolo lasciando ai suoi piedi del vil denaro.</p>
<p>Non ci dormii la notte.<br />
La sera dopo, tornai allo stesso incrocio. Il vecchio era di nuovo lì. Mi chiese del riso. Apparve il figlio.<br />
Ed è così che è cominciato tutto Vostro Onore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nota</strong><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong></p>
<p>Svegliatomi da sogni agitati, mai e poi mai avrei immaginato di trovare accanto al caffé una lettera, chiusa in una busta poco elegante, non affrancata e perfino macchiata di caffé. Quando l’ho aperta non mi sarei nemmeno sognato di leggere le cose che anche tu onorevole lettore di nazione Indiana stai per leggere. Ho deciso di assecondare quel loro desiderio di compilare un’enciclopedia alfabetica del mondo per la sola ragione che se fai incazzare un comico quello diventa molto cattivo, e non c’è nulla di più terribile di un cattivo comico. E se sono due, i comici, allora sono cazzi.</p>
<p><strong>Abécédaire comique</strong><br />
Due comici entrano in una rivista culturale. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di una rubrica: Abécédaire comique. Alessandro Ciacci e Lorenzo Catalini: un esperimento di scrittura, due penne, ventisei lettere dell’alfabeto. Ogni puntata una lettera, usata come innesco per il titolo. Per il resto, carta bianca o quasi: l’unico vincolo è che, da qualcheparte, si rida. Attenzione, non “facce ride!”, né travestire la letteratura da monologo: piuttosto, esplorare cosa succede quando l’umorismo si prende il tempo della pagina, quando la battuta diventa frase, la frase deriva, e il racconto, forse, inciampa. Lettera dopo lettera. Come un abbecedario, appunto: elementare solo in apparenza.</p>
<p><strong>Alessandro Ciacci</strong> e <strong>Lorenzo Catalini</strong></p>
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		<title>Transcription</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Ben Lerner]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Lucrezia Fontanelli]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Transcription]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>  Lucrezia Fontanelli </strong> <br />
Ho ordinato e letto Transcription sull’onda di un amore furioso per la scrittura di Ben Lerner che ancora non mi abbandona. In poche pagine, Lerner costruisce un libro estremamente stratificato, che ruota attorno al confine tra realtà materiale e digitale, tra arte e vita, tra la memoria e la sua cancellazione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="left"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><i><b>You call it fiction, but it is more. </b></i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"><b>L’ultimo romanzo di Ben Lerner</b></span></span></p>
<p align="left"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">di</span> <strong><span style="font-family: Garamond, serif;">Lucrezia Fontanelli</span></strong></span></p>
<p align="left"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-121493" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1091" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-300x128.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-1024x436.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-768x327.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-1536x654.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-2048x873.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-986x420.jpg 986w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-150x64.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-696x297.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-1068x455.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Hugo_van_der_Goes_004-1920x818.jpg 1920w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Ho ordinato e letto </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> sull’onda di un amore furioso per la scrittura di Ben Lerner che ancora non mi abbandona. La quarta prova narrativa dell’autore statunitense si presenta come un romanzo esile e compatto, ma non appena si inizia a leggerlo ed attraversarlo sfugge, si rifrange come un prisma colpito dalla luce: sfaccettature e significati si moltiplicano. Il centro è dappertutto, come il cervello del polpo in </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Nel mondo a venire</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">. Secondo una pratica consolidata in Lerner, è la </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>texture</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> della scrittura con i suoi </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>pattern</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> a strutturare il romanzo, questi ultimi disposti in modo che la densità del libro aumenti gradualmente. Arrivata alla fine,</span> <span style="font-family: Garamond, serif;">sicuramente influenzata dalle meditazioni estetiche disseminate nelle sue opere, ho pensato al </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Trittico Portinari</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">: tutto si tiene insieme con incredibile compostezza, anche se la cornice che congiunge la pala centrale con quelle laterali crea un’ellissi nel paesaggio, un non detto che deve essere ricostruito dal lettore. In poche pagine, Lerner costruisce un libro estremamente stratificato, che ruota attorno al confine tra realtà materiale e digitale, tra arte e vita, tra la memoria e la sua cancellazione («art and life, the hinge between them», p. 130).</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><i><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-121498" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/copertina.jpg" alt="" width="303" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/copertina.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/copertina-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/copertina-273x420.jpg 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/copertina-150x231.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/copertina-300x461.jpg 300w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" />Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> (uscito ad aprile 2026 per Farrar, Straus and Giroux e non ancora tradotto in italiano) si apre con il ritorno del narratore a Providence per intervistare il suo mentore, Thomas, ormai novantenne. L’intervista non viene registrata perché il suo iPhone si rompe poco prima dell’incontro, fatto che egli è però inspiegabilmente incapace di confessare. L’occasione narrativa, quasi comica, innesca una riflessione su come le nuove tecnologie modifichino i nostri rapporti e la nostra capacità abitare il presente. Fin qui </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> appare un romanzo quasi scontato, ma Lerner è più intraprendente e capace di così. Diviso in tre sezioni, il romanzo ci mostra poi una conferenza in onore di Thomas, ormai deceduto, in cui il narratore rivela di aver ricostruito gran parte di quell’ultima intervista sulla base dei suoi ricordi, gesto che molti interpretano come una falsificazione. Nell’ultima sezione, il narratore ha una conversazione con Max, il figlio di Thomas, in cui addensano e sovrappongono tutte le linee narrative, passando per la pandemia e i disturbi alimentari.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Non sorprende che le tre sezioni del romanzo portino il titolo di tre hotel, luogo </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>tra</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">nsitorio per eccellenza, luogo di passaggio (nella </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>tra</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">duzione italiana, il primo romanzo di Lerner si intitola </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>L’uomo di passaggio</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">). Né che la seconda sezione sia titolata tra parentesi quadre, </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>[Hotel Villa Real]</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, come se fosse un ponte tra i veri “luoghi” del romanzo. Delle tre sezioni, è questa l’unica in cui si realizza un dialogo vero e proprio tra il narratore e la sua interlocutrice, Rosa. </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Hotel Providence</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> e </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Hotel Arbez</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, invece, si configurano di fatto come dei monologhi: l’apporto del narratore alla conversazione è minimo e spesso impacciato, a parlare sono soprattutto Thomas e Max. </span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Di conseguenza, il narratore diventa essenzialmente un mezzo, un </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>tra</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">mite per mettere in comunicazione padre e figlio e rendere possibile il dialogo che non poteva realizzarsi mentre Thomas era in vita. Gli eventi raccontati nel romanzo, alcuni dei quali precedenti al tempo della narrazione, ci mostrano infatti Thomas che, semicosciente in ospedale, ascolta da un telefono la voce del figlio dire quello che non era in grado di dire di persona; in seguito, Thomas comunica al narratore ciò che lui stesso non è riuscito a dire a Max, forse in modo che il narratore possa parlargliene nella sezione finale. Il poeta è come un sismografo («the poet as a seismographer», p. 39), dice Thomas a un certo punto dell’intervista con il narratore, che, come nei precedenti romanzi, scrive. Lo scrittore è un meccanismo di registrazione delle voci dal passato o dal futuro.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">È una comunicazione che non avviene senza interferenze. Come tipico in Lerner, questa interferenza è in gran parte affidata alla riproposizione degli stessi pensieri o gesti tra personaggi diversi, di scene quasi identiche che si verificano in contesti differenti come simmetrie imperfette. Simili dislocazioni hanno il doppio effetto di straniare il lettore creando al tempo stesso un patrimonio condiviso di riflessioni la cui paternità non è quasi più rintracciabile. Le voci dei personaggi sembrano ambire a diventare un’unica voce, uguale eppure sempre leggermente diversa; un corpo collettivo. Secondo Lerner, la voce è infatti un dispositivo dalla natura corporativa, risultante da molteplici forze sociali tra cui le eredità familiari, il linguaggio della politica, dell’arte e dei media.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Una delle principali linee tematiche di </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> è quella della comunicazione con il passato e della sua rielaborazione. L’apertura del romanzo si presenta di fatto come un viaggio indietro nel tempo: lo scrittore, che sta tornando nella città dove ha frequentato il college, ha sul treno la sensazione vagamente fastidiosa di chi siede nella direzione opposta al senso di marcia. Camminando poi per le strade di Providence dopo aver rotto lo smartphone, la percezione del presente e del passato si sovrappongono, ricordando alcuni passaggi dei precedenti romanzi, in particolare </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Nel mondo a venire. </i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">Il cortocircuito temporale dato dall’impossibilità di utilizzare lo smartphone, è descritto come una forma di astinenza («a withdrawal indistinguishable from mild intoxication», p. 13) che, tuttavia, produce sia un’insolita presenza, sia la perturbante visitazione del passato. E questo non solo perché – afferma il narratore – soltanto quando era studente non possedeva un telefono, ma anche perché Providence è un luogo denso di esperienze formative, in cui lo attende quindi una vecchia versione di sé (p. 14). </span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Non è però solo il passato a far visita; molteplici piani temporali collassano in un unico punto attorno a Thomas e alla sua casa a Providence, luogo in cui si svolgono le conversazioni più pregnanti. Quando il narratore, in una pausa dell’intervista, chiama a casa dal telefono fisso di Thomas, ha la sensazione che la moglie e la figlia potrebbero rispondergli dal futuro. In quell’occasione arriva a ipotizzare che Thomas abbia organizzato di proposito simili interferenze temporali, un presentimento analogo a quello che, nell’ultima parte, anche Max racconta di aver avuto:</span></span></p>
<blockquote>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">And now I felt that Thomas had arranged the exchange he was listening in on […] orchestrating these interferences, crossing wires, worlds. Impossibly thin glass filaments underground, underwater […] vibrating when the small waves hit them – You call this fiction, but it is more (p. 59)<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a>.</span></span></p>
</blockquote>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">La voce di Thomas, sotto molti aspetti il vero protagonista del romanzo, contagia anche quella degli altri due personaggi, rendendo possibile una trasmissione intergenerazionale che è sia artistica sia biologica. Una delle esplorazioni che si propone il romanzo è infatti quella della differenza tra l’essere padre e l’essere mentore: padre distante per Max, Thomas è stato invece un padre intellettuale per il narratore. Inoltre, sia Max che lo scrittore sono padri di una figlia e cercano al meglio di far fronte alle sfide che questo periodo storico pone alla genitorialità.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Per Lerner, chi insegna ha in particolare il potere di trasmettere la voce degli autori passati, così come l’arte può incanalare forze da momenti diversi della storia. Non a caso, un punto centrale del romanzo è la riflessione, riproposta in momenti significativi del testo, sui </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Glass Flowers</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> degli artigiani del vetro Leopold e Rudolf Blaschka, padre e figlio. È un’opera che, in una delle classiche simmetrie lerneriane, rappresenta quasi una </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>figura</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> auerbachiana di ciò che il romanzo si propone di raccontare:</span></span></p>
<blockquote>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">I kept seeing the flowers as organic one instant and artificial the next, a kind of duck-rabbit effect, not between things the object might represent, but between nature and culture, the given and the constructed (p. 21)<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc"><sup>2</sup></a>.</span></span></p>
</blockquote>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-121499" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok.jpg" alt="" width="432" height="569" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok.jpg 821w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-228x300.jpg 228w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-778x1024.jpg 778w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-768x1010.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-319x420.jpg 319w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-150x197.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-300x395.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/Ben-Lerner-ok-696x916.jpg 696w" sizes="(max-width: 432px) 100vw, 432px" />Non solo il narratore, dunque, ma anche Thomas è un tramite, un canale di trasmissione. Allo stesso modo, il romanzo diventa un mezzo per registrare e trascrivere quello che altri strumenti e tecnologie non possono trasmettere. La lingua stessa diventa una cassa di risonanza, un medium, una radio che capta e trasmette frequenze. A differenza dello schermo, che intensifica l’esperienza del presente ma lo appiattisce anche, annullando le distanze e filtrando la realtà, il dispositivo-romanzo permette di sperimentare gli strati del tempo e di ampliare la percezione del reale. Tuttavia, </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> non vuole essere né un’esaltazione né un lamento; Lerner si interroga piuttosto su come recuperare una forma di meraviglia nei confronti della realtà e creare nuovi spazi di possibilità attraverso il linguaggio.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Anche la letteratura, la </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>fiction</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, può schermare la realtà; trasporre nella scrittura eventi reali è un modo per elaborarli, in parte anche un’illusione di controllarli. Con affermazioni simili a quelle che lo stesso Lerner ha più volte rilasciato, in </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> si dice che per Thomas la letteratura è una difesa contro la realtà («no doubt it was his defense mechanism», p. 95). Questo pone la questione della finzione narrativa come falsificazione del reale, che soprattutto nei primi due romanzi era centrale. In </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Transcription</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, la questione è presente (intesa come alterazione prodotta sia dalla memoria, sia dai vari dispositivi di registrazione e traduzione), ma diviene ancora più chiaro ciò che l’autore ha sempre sostenuto: il punto non è falsificare o fuggire dalla realtà, ma riconoscere nella </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>fiction</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> uno dei principali meccanismi umani per organizzare la realtà e mantenere con essa un contatto. </span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: large;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Quando Lerner parla di </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>fiction</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, non fa quasi mai riferimento al solo genere letterario. Come Wallace Stevens, che usa il termine in riferimento alla poesia, la </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>fiction</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> riguarda non la distinzione tra ciò che è inventato e ciò che è verificabile, ma la capacità della mente di produrre una configurazione del reale. È una forma che produce significato, necessariamente soggetta a cambiamento e forse proprio per questo parte integrante dell’umano. «You have to produce the fiction because it textures the present», afferma Lerner nell’intervista realizzata con Alexandra Schwartz. Questa capacità è ciò che permette alla letteratura di immaginare e condividere alternative ed è il motivo per cui, anche quando fallisce, anche e soprattutto in un momento storico in cui la scrittura occupa un ruolo sempre più marginale, è necessaria. «We extend the dream when we share it. You call it fiction, but it is more» (p. 45).</span></span></p>
<p style="text-align: center;" align="justify">**</p>
<div id="sdfootnote1">
<p class="sdfootnote" align="justify"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a><span style="font-family: Garamond, serif;"> «E ora sentivo che Thomas aveva organizzato lo scambio telefonico che stava silenziosamente ascoltando […] che stava orchestrando queste interferenze, attraversando mondi, fili del telefono. Filamenti di vetro incredibilmente sottili sottoterra, sott’acqua […] che vibrano quando piccole onde li colpiscono – La chiami </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>fiction</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, ma è molto di più» (</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>trad. mia</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">).</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p class="sdfootnote" align="justify"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a><span style="font-family: Garamond, serif;"> «Continuavo a vedere ora fiori veri, ora fiori artificiali, una specie di effetto anatra-coniglio non tra le cose che l’oggetto poteva rappresentare, ma tra natura e cultura, tra ciò che è dato e ciò che creiamo» (</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>trad. mia</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">).</span></p>
</div>
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		<title>Mettere in scena la depressione: un’intervista con Francesca Astrei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 05:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Ruini]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Astrei]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
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		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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					<description><![CDATA[a cura di <strong>Daniele Ruini </strong> <br /> "A volte il dolore è talmente profondo che perfino l’amore di chi è intorno diventa un ulteriore peso da gestire". Mettere in scena la depressione: un’intervista con Francesca Astrei, autrice e interprete di “Io sono verticale”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">“Alzati e cammina!”: mettere in scena la depressione (e il suo contesto).<br />
Un’intervista con Francesca Astrei, autrice e interprete di “Io sono verticale”</p>
<p>a cura di <strong>Daniele Ruini</strong></p>
<p><figure id="attachment_121132" aria-describedby="caption-attachment-121132" style="width: 554px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-121132" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Ph.-Stefano-Macciocca.jpeg" alt="" width="554" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Ph.-Stefano-Macciocca.jpeg 554w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Ph.-Stefano-Macciocca-300x260.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Ph.-Stefano-Macciocca-485x420.jpeg 485w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Ph.-Stefano-Macciocca-150x130.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/Ph.-Stefano-Macciocca-534x462.jpeg 534w" sizes="(max-width: 554px) 100vw, 554px" /><figcaption id="caption-attachment-121132" class="wp-caption-text">Ph. Stefano Macciocca</figcaption></figure></p>
<p><em>Francesca Astrei, </em><a href="https://www.klpteatro.it/premi-ubu-2025-vincitori-47-edizione"><em>Premio Ubu 2025</em></a><em> come migliore attrice under 35, è autrice e interprete di “Io sono verticale”, spettacolo vincitore del Premio della Giuria alla XII edizione del festival Direction Under30–Teatro Sociale di Gualtieri.</em><br />
<em>Questo monologo, che prende il titolo da un verso di Sylvia Plath, utilizza l’episodio evangelico della resurrezione di Lazzaro per parlare di depressione, focalizzandosi soprattutto sulle reazioni delle persone vicine a chi soffre. Abbiamo rivolto all’autrice alcune domande a proposito di questa sua opera sorprendente.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Buongiorno Francesca, grazie davvero per la tua disponibilità! Qualche tempo fa mi sono imbattuto nella versione radiofonica di “Io sono verticale” (per Il <a href="https://www.raiplaysound.it/audio/2026/05/IL-TEATRO-DI-RADIO3-FuturoPresente-2026-b8d0c1c8-9328-46db-a105-7b5ed8845b9b.html">Teatro</a> di Radio Tre) e ne sono rimasto davvero colpito. Al di là della tua performance come interprete (su cui torneremo), la prima cosa che mi ha sorpreso è l’intuizione di riprendere –in chiave grottesca– la narrazione di uno dei più noti episodi evangelici, quello appunto della resurrezione di Lazzaro. Da dove ti è venuta questa idea, e come hai pensato che potesse essere una chiave efficace per parlare di un tema come quello –per usare le tue parole– dell’«abitare un dolore»? </strong></p>
<p>Grazie a te per la proposta!<br />
La scelta di parlare di depressione attraverso la metafora di Lazzaro è stata un punto di arrivo, non un punto di partenza. Quando ho iniziato a lavorare sul testo, avevo molto chiaro il tema: ovvero questo “abitare un dolore” non solo dal punto di vista di chi sta attraversando una crisi depressiva, ma anche dal punto di vista di chi è intorno, di chi è accanto alla persona “chiusa” nella propria sofferenza.<br />
Approfondendo il tema della depressione (attraverso testimonianze dirette, letteratura, poesia, ecc.), le immagini più ricorrenti che ho riscontrato, sono state quella del “sentirsi morto”, del “non riuscire ad alzarsi dal letto”, e del letto come “tomba e culla” al tempo stesso. Da queste suggestioni, ho pensato a Lazzaro: non al fine di mettere in scena una riscrittura del passo del vangelo, ma per poter utilizzare Lazzaro come archetipo della persona viva e morta al tempo stesso, della persona che viene richiamata alla vita, della persona chiusa nel proprio sepolcro… Non è mio interesse “parodizzare”, o per l’appunto riscrivere la tradizione, ma poter utilizzare dei riferimenti per lo più noti a tutti, come set per poter costruire una metafora.</p>
<p><strong>Che il disagio psichico, nelle sue varie forme, sia una patologia sempre più rappresentativa delle società occidentali è un dato di fatto. Così come abbiamo capito da tempo che gli imperativi della prestazione, della competizione e del successo, insieme all’atomizzazione sociale, alimentano baratri di inadeguatezza, impotenza e senso di fallimento. Meno scontato è riflettere sull’incapacità di mettersi in ascolto di chi attraversa il deserto della depressione, come se l’aver rimosso il negativo dal nostro orizzonte esistenziale ci abbia reso emotivamente insensibili; tutte le voci che martellano il tuo Lazzaro, a partire dall’imperativo «Alzati e cammina!», sembrano volerci ricordare che il disagio mentale –le sue cause e il modo in cui viene affrontato– ha molto a che fare anche con la società in cui viviamo: come ha sottolineato Marco Rovelli in “Soffro dunque siamo” (minimum fax, 2023), «il disagio […] è il linguaggio di un ambiente, ben prima che di un individuo». Ti sembra un’interpretazione appropriata per il tuo monologo? Sono riflessioni che ti hanno accompagnato nella sua stesura?</strong></p>
<p>Io credo che il dolore sia un argomento talmente grande e al tempo stesso così intimo, per cui è veramente difficile tracciarne un’unica analisi.<br />
Sicuramente il nostro essere in una società con così poca abitudine all’ascolto, rende tutto più complesso. Quello che però ho voluto esplorare con il mio monologo è l’amore e la difficoltà nel dialogo tra chi è “dentro” il sepolcro della propria condizione, e chi lo aspetta sulla soglia.<br />
Anche l’essere vicino ad una persona che sta attraversando una crisi depressiva è estremamente complesso (e se ne parla poco): si desidera aiutare la persona in questione ad uscire dall’oblio, ma al contempo si ha la sensazione di parlare con un muro e di essere risucchiati nel vortice della sofferenza.<br />
Le tante voci che cercano di spronare Lazzaro ad alzarsi e camminare, lo fanno secondo i loro criteri, i loro punti di vista e facendo quello che loro ritengono essere “la cosa giusta”. Senza nessun giudizio, ognuno di loro agisce e argomenta secondo il proprio sguardo sul mondo.<br />
Non c’è un modo giusto di porsi ad una persona depressa: sicuramente ci sono dei modi che non aiutano, ma per lo più si tenta, si sbaglia, si dicono parole che generano un effetto diverso da quello sperato…<br />
Questi sono anni in cui si sta approfondendo maggiormente il tema della malattia mentale, permettendo una maggiore riflessione a riguardo.<br />
Lo spettacolo non offre una soluzione, non trae conclusioni, prova soltanto a indagare i vari punti di vista che ruotano attorno ad un tema così delicato.</p>
<p><strong>Al di là della profondità dei temi toccati, “Io sono verticale” si regge su una scrittura drammaturgica sapiente e sulla tua capacità di dare voce –letteralmente– sia a Lazzaro sia a tutta la galassia dei personaggi che lo circondano. È una polifonia che cresce man mano che lo spettacolo procede, arricchendolo di tonalità diverse tra cui ha un ruolo centrale quella comico-grottesca, incarnata soprattutto da alcune figure: un Giuda con l’r moscia all’affannosa ricerca di trenta denari, un evangelista Giovanni perennemente distratto e incapace di prendere nota per bene del miracolo a cui sta assistendo, un’esilarante pecora dalla spiccata inflessione centro-italica i cui commenti rappresentano un controcanto polemico contro lo sfruttamento degli animali da parte di Gesù. La compresenza di questi registri era qualcosa che avevi in menti sin dall’inizio? E quanto è stato complicato trovare il giusto equilibro per tenerli insieme?</strong></p>
<p>Non ho mai apprezzato molto le etichette (in generale!) di “comico” e “drammatico”. Ho sempre ritenuto più interessante il mescolarsi dei due colori, perché nella vita accade così: nei momenti di maggiore tristezza accade qualcosa che fa ridere, e viceversa. Nella scrittura cerco di ritrovare questo alternarsi, permettendo così di dare maggiore complessità al racconto.<br />
In scena ci sono solo io, immobile, che do voce ai diversi personaggi che si affacciano sulla soglia del sepolcro, ed ognuno di loro ha una caratteristica vocale, o inflessione, che ne permetta il maggior riconoscimento. Ogni personaggio rappresenta un punto di vista sul tema, in alcuni casi in modo più leggero, in altri più approfondito: Giuda rappresenta l’ansia economica, quella condizione di sofferenza generata dal pensiero dei soldi e dei debiti; Pietro porta con sé (ripeto, nella sua leggerezza) l’ansia dell’essere stato nominato il “successore” del Capo, con tutta la responsabilità che ne consegue; Giovanni incarna la crisi dell’essere il più giovane del gruppo, a cui tutti dicono cosa fare senza dargli la possibilità di dire la sua; la Pecora diventa archetipo di chi si sente un non-privilegiato, di una classe sociale inferiore, e che quindi crede in un’elitarietà della depressione, “patologia di chi se la può permettere”. E così via per tutti gli altri personaggi…<br />
Può sembrare strano, ma voglio bene ad ognuno di loro e il mio obiettivo è sempre stato quello di non giudicare nessuno di questi sguardi, ma provare ad attraversarli più a fondo possibile.</p>
<p><strong>Verso la conclusione, il tuo Lazzaro si lascia andare a una confessione tanto bruciante quanto rivelatoria: «tutto quest’amore, il vostro amore, invece di essere una salvezza per me è una trappola […], è una condanna!». Questo sfogo ci consegna uno dei nuclei di verità più urticanti del tuo testo: essere investiti di sentimenti apparentemente positivi può diventare, per chi si trova in una situazione di stasi, un altro fardello, un’ennesima aspettativa subita e che non si è capaci di soddisfare. In questo senso, vedi il tuo lavoro anche come un’opportunità per aprire una breccia nel discorso comune, ovvero per dire l’indicibile?</strong></p>
<p>A volte il dolore è talmente profondo che perfino l’amore di chi è intorno diventa un ulteriore peso da gestire. Anche quando questo amore è ricambiato: sommerso dalla sofferenza, ma ricambiato.<br />
Questo è un pensiero che è emerso spesso nelle testimonianze di persone che hanno sofferto/soffrono di depressione. L’amore dei cari è l’unica cosa che salva: ma ci sono momenti in cui l’amore degli altri non basta, anzi, in alcuni momenti alimenta il senso di colpa e il senso di inadeguatezza.<br />
Anche in questo caso, non voglio dare consigli o tantomeno illustrare un modo giusto e uno sbagliato di approcciarsi al tema: ritengo però sia importante affondare in esso, in tutta la sua complessità. Anche nelle cose che sono più difficili da verbalizzare, nelle cose di cui ci si vergogna, prendendo in analisi ogni punto di vista, da quello in cui ci rispecchiamo di più a quello più lontano da noi.<br />
L’arte in generale e, per me, il teatro è un tramite potentissimo per questo processo: le parole prendono vita e corpo, e anche l’“indicibile” può diventare azione scenica.</p>
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