Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Sat, 26 Sep 2020 05:00:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.15 Antropocene fantastico https://www.nazioneindiana.com/2020/09/26/antropocene-fantastico/ https://www.nazioneindiana.com/2020/09/26/antropocene-fantastico/#respond Sat, 26 Sep 2020 05:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86407  

 

 

In questi giorni è uscito nelle librerie Antropocene fantastico. Scrivere un altro mondo, il nuovo pamphlet di Matteo Meschiari, pubblicato da Armillaria.

Ne ospito qui un estratto in anteprima, tratto dal capitolo Kairocene.

 

KAIROCENE – RIFONDARE IL TEMPO

 

Quale passato si annida nel futuro?… Leggi il resto »

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In questi giorni è uscito nelle librerie Antropocene fantastico. Scrivere un altro mondo, il nuovo pamphlet di Matteo Meschiari, pubblicato da Armillaria.

Ne ospito qui un estratto in anteprima, tratto dal capitolo Kairocene.

 

KAIROCENE – RIFONDARE IL TEMPO

 

Quale passato si annida nel futuro? In che cosa Paleolitico e Antropocene si somigliano? La parola Antropocene è irritante, un’irritazione che viene essenzialmente dalla sua proteiforme adattabilità ai contesti, dalla sua eccessiva carica di seduzione e facilità d’uso. Ma, concettualmente, quello che non convince è la sua perenne atmosfera alla Blade Runner, il suo sapore di futuro a tinte fosche, reale ma banale, come una quinta teatrale fissa, scontata. L’esperienza di Covid-19 ha smentito ogni visione distopica: l’Antropocene è qui senza mutare la percezione del presente. Anzi. Nei comportamenti e nelle atmosfere il presente è venato più di preistoria che di fantascienza. Filosofi oscurantisti e virologi impotenti ci fanno sentire più in un passato immaginato che in futuro promesso. È inquietante, certo, ma si apre una possibilità inedita all’immaginario del dopo: un Antropocene dagli attributi diversi, più debitore a J.R.R. Tolkien che a Philip K. Dick. E Tolkien per me è il vero scrittore-guida in questo momento storico, perché se un Antropocene Fantastico è possibile è solo tornando alla radice di chi ha riflettuto sul fantastico in modo ineguagliato. Come dicevo in precedenza, Tolkien non è il Fantasy, perché lo scarto è tutto tra i due mondi è tutto nell’idea di studio, nella filologia della parola e dello sguardo, e soprattutto nella credenza: Tolkien ci ha lasciato delle istruzioni per l’uso, a una guida mitopoietica del presente e del dopo che ci attende. Fiaba, subcreazione, storytelling fantastico non sono cose da conoscere sulla carta, non sono il destino di un singolo autore, ma sono pratiche sociali, collettive, performative, che hanno il potere di aiutarci a reimmaginare la realtà: «Tutte le narrazioni si possono avverare; pure alla fine, redente, possono risultare non meno simili e insieme dissimili dalle forme da noi date loro, di quanto l’Uomo, finalmente redento, sarà simile e dissimile, insieme, all’uomo caduto a noi noto».

 

La citazione chiude un testo in cui all’inizio si pongono le basi: Feeria «è un reame che contiene molte altre cose accanto a elfi e fate, oltre a gnomi, streghe, trolls, giganti e draghi: racchiude i mari, il sole, la luna, il cielo, e la terra e tutte le cose che sono in essa, alberi e uccelli, acque e sassi, pane e vino, e noi stessi, uomini mortali, quando siamo vittime di un incantesimo». Il tono apparentemente discorsivo, a tratti bonario, del saggio Sulle fiabe, non deve distrarci con la sua apparente semplicità. Tolkien sta leggendo una conferenza (una Andrew Lang Lecture tenutasi all’università di St Andrews l’8 marzo 1939) in bilico tra filologia e autopoetica. Proprio la sua natura ambigua, duplice, rende difficile estrapolare delle coordinate “utili” a ottant’anni di distanza, ma quello che si dice qui è soprattutto un invito ad aggiustare lo sguardo, una cosa difficile da proporre e da apprendere. Tolkien ci avverte: Feeria non è solo storie di fate o storie di umani tra le fate, Feeria è un luogo, e non dobbiamo smettere di pensare che in quanto luogo è fatta anche di cose “comuni”, “normali”, che in realtà comuni e normali non sono. Su posizioni non troppo lontane da quelle di Viktor Šklovskij sullo straniamento, Tolkien sta dicendo che abbiamo perso la vocazione a guardare il mondo “primario” con attitudine meravigliata. Come recuperare allora lo stupore verso un sasso o una foglia uscendo «dalla tediosa opacità del banale o del familiare»?

La strada non è semplice perché bisognerebbe comprendere e accettare una frase densissima che il filologo e il linguista storico cala nel suo saggio come un fendente: «le lingue, soprattutto le europee moderne, sono una malattia della mitologia». Tolkien, contrariamente a chi dice di eliminarli, elogia la funzione poietica degli aggettivi: «La mente che pensò leggero, pesante, grigio, giallo, immobile, veloce, concepì anche la magia atta a rendere cose pesanti, leggere e atte a volare, a trasformare il grigio piombo in giallo oro, l’immobile roccia in acqua veloce». Questo atto di subcreazione è lo stesso che ritroviamo negli inventori del mito: la mitopoiesi è un atto linguistico primario molto più articolato di una mera architettura allegorica. Il mito non è il tuono che diventa un dio o un irascibile contadino dalla barba rossa elevato a rango divino, il mito è la zona di coesistenza di tuono, Thor e contadino, un luogo di simultaneità narrativa e ontologica che Tolkien chiama appunto Feeria. Feeria è allora la co-possibilità. E dove la co-possibilità dei piani si interrompe, per stanchezza creativa, per cinismo, per disordine cognitivo, per usura, allora ci troviamo di fronte a una specie di “malattia del mito”, una sfiducia della lingua per cui subcreazione e sospensione dell’incredulità sono solo giochi temporanei, fittizi, senza la “credenza” profonda di poter “fare mito” anche nel quotidiano. Il problema, ovviamente, non è solo un nodo epistemologico del mondo contemporaneo. Sono e saranno sempre molto pochi i portatori di parola disposti a credere in un commercio diretto tra mito e tempo presente, in un reale scambio di fluidi tra Feeria e il mondo primario.

 

 

Ora, che ci piaccia o meno la parola, siamo entrati nell’Antropocene. Possiamo vedere quest’epoca di transizione e la futura prossima come un’ennesima declinazione distopica, come una serie Netflix da guardare a distanza stando seduti sul divano, oppure possiamo intercettare nell’Antropocene i grandi flussi mitici che, come accade a ogni epoca, lo attraversano e lo alimentano. Tolkien lo dice così: «Costruire un Mondo secondario dentro il quale il sole verde risulti credibile, imponendo Credenza Secondaria, richiederà probabilmente fatica e riflessione, e certamente esigerà una particolare abilità, una sorta di facoltà magica. Pochi si cimentano in compiti così ardui; ma quando li si affronta e li si attua in misura maggiore o minore, si ottiene un risultato artistico senza pari: arte narrativa, insomma, elaborazione di racconti nella forma primaria e più pregnante». È chiaro che chiedersi come sarà la “letteratura del dopo” ha più a che fare con questo, con un sole verde, che non con potenziali e anodini romanzi su Covid-19, distanziamento sociale, contenzione domestica e mascherine a passeggio. Nel collasso e nella Pandemia, e forse proprio per questo, dovremmo ricordarci di quelle che Tolkien chiamava «le cose più permanenti e fondamentali».

Tolkien concepisce il Silmarillon nel 1917. Suo figlio Christopher lo pubblica postumo nel 1977. Christopher aveva 53 anni e Guy Gavriel Kay, tra il 1974-75, ne aveva appena 20. Kay, canadese a Oxford, aiutò Christopher nella riscrittura delle parti più tardive. Il libro, che Tolkien voleva pubblicare assieme al Signore degli anelli, ha avuto una genesi di 60 anni. E nonostante la riscrittura postuma resta un incompiuto. Al suo interno ci sono tempi narrativi e tempi redazionali che formano un intrico così complesso da aver immobilizzato il loro stesso autore. Per noi invece sono un invito a riflettere non sul worldbuilding ma sull’etica della parola: dalla cronaca alla cronologia, dalle agenzie stampa agli annali. Un cambio di prospettiva che potrebbe aiutare a stendere un balsamo calmante sulla fretta di correre a registrare tendenze intellettuali e mode sulle testate on line. Il futuro è crollato. Abbiamo tutto il tempo adesso. Tolkien era sintonizzato su Kairos non su Kronos. Noi certamente non siamo Tolkien, ma siamo lettori e scrittori davanti a una scelta. E questa scelta è di vita o di morte.

 

 

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Storia di farfalle e altre metamorfosi di Chiara Pellegrini – recensione https://www.nazioneindiana.com/2020/09/25/recensione-silvia-morotti/ https://www.nazioneindiana.com/2020/09/25/recensione-silvia-morotti/#respond Fri, 25 Sep 2020 10:10:28 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86386 di Silvia Morotti 

 

Storia di farfalle e altre metamorfosi di Chiara Pellegrini (Robin, 2020)

 

“A Vincenzo Consolo, maestro di voce, maestro di memoria”: Chiara Pellegrini esordisce con un romanzo, Storia di farfalle e altre metamorfosi, che si apre nel segno di un’educazione letteraria e morale.… Leggi il resto »

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di Silvia Morotti 

 

Storia di farfalle e altre metamorfosi di Chiara Pellegrini (Robin, 2020)

 

“A Vincenzo Consolo, maestro di voce, maestro di memoria”: Chiara Pellegrini esordisce con un romanzo, Storia di farfalle e altre metamorfosi, che si apre nel segno di un’educazione letteraria e morale. Un libro polifonico e stilisticamente curato, con una lingua limpida, incisiva e al tempo stesso capace di abbandonarsi al “messaggio celeste” (p.9) della natura, di scendere in profondità, anzi, come scrive lo stesso Consolo, di “verticalizzare il linguaggio, spostarlo verso la zona della poesia”. Il romanzo inizia con una data fortemente simbolica: 8 marzo mattino. Si tratta di una lettera, la prima di un lungo carteggio: l’autrice è una delicatissima adolescente che ricorda Katherine Mansfield nel nome e, soprattutto, nel sentire, nel suo trovare da subito, più o meno consapevolmente, la propria religione e il proprio mondo nella scrittura. 8 marzo mattino: di quale anno? Non importa. Il tempo del romanzo si dilata: l’adolescente scrive alla se stessa che sarà, domanda alla donna se potrà finalmente, un giorno, “riempire fino in fondo ogni spazio” o se resterà per sempre “un angolo di vuoto” (p.7). Ed ecco che la donna risponde: non vuole illudere, non vuole nascondere alla se stessa del passato le ferite “che gocciano per molto tempo” (p.17), vuole che la ragazza impari ad appartenere, a “rimanere diversa” (p. 23).

La ragazza di ieri e la donna di oggi appaiono al lettore racchiuse in una stanza ideale, riunite in un miracoloso dialogo, ma il romanzo non è privo di un aggancio con l’esterno: possiamo immaginare che nella stanza ci sia una grande finestra, una di quelle finestre che tanto amava anche un’altra adolescente, Emma Bovary; lo sguardo delle due donne si posa quindi fuori: non è solo uno sguardo sognante, è anche lo sguardo di chi contempla il mondo, un mondo che si lascia cogliere nel momento in cui la primavera si schiude, fino a quando matura, alle soglie dell’estate. Una primavera e un’estate di qualsiasi anno, una primavera e un’estate di una vita che fiorisce e si trasforma, come ogni vita in ogni tempo.

La metamorfosi è talvolta espiazione e percorso di salvezza: “si resta diversi”, si deve attraversare il dolore, perdere il sé per poi riconoscersi (o almeno ricomporre qualche frammento). Tra i tanti riferimenti letterari possibili, l’immagine della farfalla non può che ricordare Guido Gozzano, l’entomologo, chiuso nel suo eremo, dove silenziose e in attesa dormono le crisalidi. Nel romanzo di Chiara Pellegrini, l’attesa è sicuramente un tema chiave, come è naturale in pagine scritte in gran parte da un’adolescente; l’adolescenza è l’età dell’attesa ed anche l’età in cui la vita ti si offre come un ventaglio di infinite possibilità: attesa, quindi, ma anche scelta. Storia di farfalle e altre metamorfosi non è un romanzo crepuscolare: è più forte, alla fine, la voglia di bruciare nella luce, dopo aver passato la vita a evitare di scegliere. Quando la metamorfosi avviene, quando Caterina si scopre farfalla, porta impresso, come l’Acherontia di Gozzano, un segno spaventoso, qualcosa a cui non è riuscita a dar nome per molto tempo, un trauma che ha condizionato, sotterraneo e prepotente, tutta la sua esistenza. Se le voci maschili sono evanescenti – l’amore non goduto della giovinezza o l’amore della maturità- c’è invece personaggio maschile che, pur restando sullo sfondo, domina l’intera esistenza di Caterina: è la vera ferita, il dolore rimosso, l’incarnazione del male che non ha voce ma ha “mani”, “mani calde”, odiose e brutali, il cui ricordo ossessiona Caterina. Il trauma avviene quando Caterina sta per sbocciare. La farà sentire “fuori posto” (p.7) nella sua primavera e nella sua estate. Le renderà indispensabile trovare una strada per “restare diversa”, per fiorire, nonostante tutto. Un varco per Caterina sono le piante e i fiori che lei ama. Le piante non possono muoversi, non possono parlare. Le piante le somigliano ancora di più dopo quel trauma che l’ha inchiodata e le ha tolto la voce. Eppure, lei continua a fiorire, consapevole di quanto dolore richieda il mutare forma. “Fiorire non è uno scherzo”, scrive Caterina adulta (cfr. lettera del 23 marzo, notte di stelle):

 

Fiorire non è uno scherzo. È necessario spaccarsi ed è doloroso. La gemma riposa nella fibra del ramo tutto l’inverno. Quando primavera entra e, come sappiamo, non bussa e ha passo sicuro, la gemma erompe dalla scorza ed è una spaccatura. Le fibre si sono tese allo spasimo dentro il ramo per far posto all’ingrossarsi di quel grumo composito e duro di vita e quando questo è gonfio abbastanza, ecco che la sua eruzione lacera e apre il varco. Primavera entra e non bussa e ha passo sicuro. Ieri il verde non c’era, oggi vibra a ogni soffio sulle punte dei rami. Ma questa esplosione, che sembra avvenuta stanotte, chiamata dal silenzio delle stelle, ha impiegato mesi per aggregarsi, comporsi, strutturarsi, e lo ha fatto a spese delle fibre dell’albero, piegate, ritorte, compresse e infine strappate, lo ha fatto succhiando, mungendo, spremendo linfe e umori vitali alla pianta tutta. Tutto quel che cresce fa male a tutto ciò che racchiude. Tutto ciò che cresce lacera tutto ciò che lo vorrebbe avvolgere e contenere. Crescere e racchiudere, coraggio e paura. Il movimento della vita. La vita e la morte. Coraggio e paura.

 

Anche la letteratura, come la natura, è cosa viva. In un universo frammentato e sfuggente, l’io si perde in un gioco di specchi: Caterina si ritrova nel mondo vegetale e nei libri, in altre voci di donne, poetesse, scrittrici o protagoniste di pagine narrative. Tra le molte storie citate, nel romanzo si ricorda il racconto Rose rosse, della siciliana Maria Messina, una storia dura e violenta: “sostieni anche tu, se ne hai coraggio, che è la solita scrittura femminea”, afferma la voce narrante, parlando a se stessa, ma rivolgendosi in realtà a un uditorio più vasto, al pubblico che ancora dibatte sull’annosa questione se esista o meno una scrittura femminile. A tale riguardo, l’autrice di Farfalle e altre metamorfosi rivendica l’esistenza di quello che Sandra Petrignani (Laterza, 2019) chiama “lessico femminile”: una lingua diversa, espressione di un “pensiero naturalmente autocritico” e spesso “inascoltato” (ibidem, p.7), una lingua che sa trattare con leggerezza temi pesanti, proprio come avviene per Maria Messina e per la stessa Pellegrini.

Caterina diviene farfalla e, in parte, si libera e si riconosce; non smette di confrontarsi con il dolore che l’ha resa quello che è, ma trova una strategia per “restare diversa”. Come Marcel, alla fine della Recherche, si scopre scrittore, così Caterina comprende che ciò che l’aspetta, da sempre, è “un volo di parole” (p. 217). Le due donne, la ragazzina e la donna matura, trovano un varco e balzano fuori, fuggono, in un luogo dove non è necessario scegliere. E passare quel varco “è rimanere diversi”, “trasfigurare” (cfr. p. 21):

 

No, non è una contraddizione: rimanere diversi è un trasfigurare. Sei ancora tu, ma indossi una veste nuova, come dopo una risurrezione, una volta che la pietra del sepolcro è rotolata di lato e si esce dalla tomba come dal grembo materno, scintillanti di luce e rinati.

 

Scrivere non imprigiona, scrivere è “restare diversi”: Caterina, come Katherine, trova nella scrittura la sua religione, il suo mondo, la sua vita.

 

Silvia Morotti

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Neve in agosto https://www.nazioneindiana.com/2020/09/24/neve-in-agosto/ https://www.nazioneindiana.com/2020/09/24/neve-in-agosto/#respond Thu, 24 Sep 2020 05:00:59 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86291 (Avendo io frequentato, e continuando a frequentare, la “scrittura alimentare” non posso che essere felice di questa raccolta di “articoli alimentari”: primo volume di una serie, spero esaustiva, che raccoglie gli articoli che Tommaso Labranca scriveva da freelance per riviste e quotidiani.… Leggi il resto »

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(Avendo io frequentato, e continuando a frequentare, la “scrittura alimentare” non posso che essere felice di questa raccolta di “articoli alimentari”: primo volume di una serie, spero esaustiva, che raccoglie gli articoli che Tommaso Labranca scriveva da freelance per riviste e quotidiani. Il curatore mi ha regalato la sua introduzione che qui volentieri pubblico, ringraziandolo. Il libro è ordinabile in libreria oppure acquistabile online su questo sito. G.B.)

di Luca Rossi

Quella che segue è una raccolta abbastanza completa di articoli scritti da Tommaso Labranca ed è stata fatta con lintento di strappare unaltra piccola parte del suo lavoro dalloblio.
Non so se sarà mai possibile rileggere in una nuova edizione i libri che T-La (scritto come J-Lo) ha pubblicato prima di ventizeronovanta.

Quindi il volume che state sfogliando, a fronte di lacune delle quali mi assumo ogni colpa, avendo curato ogni aspetto, è un’operazione di salvataggio del suo pensiero, quello che nellanime Ghost in The Shell, uscito lo stesso anno di Andy Warhol era un coatto veniva chiamato salvataggio cerebrale: salvare i dati di un cervello umano su una memoria esterna. Oggi larga parte quello che rimane del cervello di Tommaso Labranca è fatto di pochi megabyte dispersi in rete. Opere che ha reso pubbliche, file e siti internet periodicamente cancellati. Quello che rimane riposa nelle pance di quei cetacei editoriali che sono i quotidiani e i loro archivi digitali.

Non si dovrebbe dire nelle prefazioni ma, da sempre uno dei cardini di questa microimpresa editoriale è la sincerità (con tutte le conseguenze del caso) questa collezione (e collazione) di articoli non è l’opera perfetta e non è l’opera definitiva su Tommaso Labranca. È quello che si è potuto strappare alla morte (e alla legge sul diritto dautore) di un autore così originale da non essere mai banale anche in quegli articoli che gli permettevano: «Di frequentare con una certa assiduità i negozi di alimentari.»

Aprile è il mese più crudele di tutti i mesi. Genera lillà dalla terra morta, mescola / memoria e desiderio, desta / radici sopite con pioggia di primavera.

Eliot nel primo frammento della Terra desolata sbaglia di quattro mesi, perché per chi vive di collaborazioni è agosto il mese più crudele: redazioni desertificate, caldo soffocante, il Mc Donalds di Piazza Oberdan con laria condizionata rotta, il gusto del mese di Agosto di Grom che era il gusto del mese di un altro mese ripescato. Un sapore banale e una Milano spettrale battuta solo da cadaveri di rifugiati stesi al sole a parco Sempione o tossici meno che ventenni che si lavano nelle vedove in piazza Mistral.

Meglio stare a casa a sbobinare, cronicamente in ritardo sulla consegna, la biografia di Riccardo Fogli come se non ci fosse un domani (e così è stato).

Ecco perché l’agosto nel titolo, agosto è il vero aprile, la cui pioggia aggiunge noia al mese dello spleen labranchiano. Un mese che ti faceva sentire morto, che ti faceva sentire lultimo e che lui passava in sella alla sua bici argentata percorrendo il perimetro di Linate per poi arrivare a Rogoredo e cercare lombra o il Wi-Fi in un McDonalds, in fuga da un temporale estivo che aggiunge solo umidità a una città tropicalizzata. In questo mese aveva scritto Le poesie dellagosto oscuro, che io e pochi intimi conserviamo in edizione limitata, con copertina in velluto nero e stellina argentata, rilegata a mano. Questa era la personale Terra desolata, per chi aveva fatto voto di non avere ferie:

Quel cadavere che lo scorso anno piantasti in giardino / ha cominciato a germogliare? Fiorirà / questanno? O il gelo improvviso / ne ha danneggiato laiuola? Oh tieni il Cane lontano / che è amico delluomo, senno con le unghie / lo metterà allo scoperto! Tu hypocrite lecteur mon ensemble, mon frere!

Il cadavere di Tommaso, quattro anni dopo ha iniziato a germogliare? E gli ipocriti lettori, gli amici, i colleghi che con una mano twittavano la perdita della più grande mente di una generazione, mentre con laltra inviavano il coccodrillo in redazione, oggi dove sono? Claudio Giunta in Le alternative non esistono ha scritto che l’effetto Labranca ha portato in Italia una nuova figura dintellettuale, più pop; che oggi è più facile parlare di pop con intelligenza. Come se la lezione di Labranca avesse aperto la strada a un nuovo modo di trattare il pop, lontano dalle cattedre e dagli scranni. Io penso però che il sacrificio sia stato troppo grande e troppo flebile è il colpo di coda dei nuovi salmoni del trash che hanno smesso di risalire la corrente e a 25 anni da Andy Warhol era un coatto (ma anche dopo Eco e Dorfles) applicano indistintamente le etichette di trash”, kitsch” e campai programmi della DUrso, come alle televendite di poltrone motorizzate dellhighlander Mastrota, a Casa Surace e ai video di TikTok.

Questi versi di Eliot e gli ultimi messaggi di Tommaso hanno la stessa urgenza, il poeta statunitense usa lenjambement, quello di Pantigliate la brevità sincopata per punirmi per essermi allontanato dalla vita agra per pochi giorni proprio nel mezzo del mese terribile: «Cosa fai? Io Fogli.» «Faccio colazione, poi Fogli.» «Mi gira la testa, ora mi riposo, poi Fogli.» «Vado al discount in bici, poi Fogli.» «Non ce la faccio più, vado a letto. Domani mattina sveglia presto e… Fogli.» Ma tra una pagina e laltra di quella biografia in realtà appena abbozzata, c’è stato quellarticolo per Libero che si era alzato prestissimo per scrivere e lidea fulminante mandata in redazione «Quando ancora non sono arrivati così aprono la mail prima della riunione e la propongono». Articoli alimentari che come le biografie gli permettevano di andare al discount a comprare yogurt sottomarca, incollare la vignetta al parabrezza per andare a Coldrerio e riempire il baule della 500 di zuppe liofilizzate, per vestirsi con le t-shirt nere H&M Basic a manica lunga che acquistava in confezioni da cinque e metteva nellarmadio pieno di vestiti uguali come quello di Paperino e ancora di pagare la rata delliPad mini su cui guardare le costellazioni la sera prima di addormentarsi, confondendole con i lustrini delle giacche di Fogli.

C’è una fotografia che conservo gelosamente in un archivio protetto del mio cervello: Tommaso sta scrivendo un articolo che gli hanno commissionato unora fa. Lo vedo battere furiosamente i tasti del suo MacBook. Mentre scrive legge muovendo le labbra, pensando che non lo veda da dietro il milkshake. Invece lo guardo ridere per la frase che ha appena scritto. C’è un frammento di anima in ogni parola che Labranca ha scritto, per questo poi non ce nera più per lui. Quei pochi grammi rimasti sono raccolti in Neve in agosto.

Non si tratta sempre di articoli scritti in punta di penna, ma che non scadono mai nel piatto cronachismo dei compilatori seriali di quotidiani. Questi articoli non sono meno importanti dei libri che Labranca ha scritto, perché è grazie a loro che quello che con colpevole ritardo, sarebbe stato definito «un intellettuale fuori dagli schemi» e «un pensatore libero e originale» ha strappato la sua libertà una sillaba alla volta.

Questo primo volume raccoglie articoli pubblicati tra il 2009 e il 2016 su Cronaca vera, Libero e Oggi. Si va dai Simpsons al grattacielo Pirelli, passando per la disco music, larte contemporanea, Orietta Berti, il glam rock e il panettone.

Ringrazio Giuseppe Biselli senza il quale non esisterebbe più ventizeronovanta e con lei questo libro. Grazie a Claudio Giunta che ha geolocalizzato Labranca sulla mappa della cultura italiana. Grazie al direttore Umberto Brindani e a Dea Verna di Oggi. Grazie a Stefano Cecchini e a tutta la redazione di Libero. Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile questi volumi che cercano di strappare un altro lembo di Tommaso alla cenere.

]]> https://www.nazioneindiana.com/2020/09/24/neve-in-agosto/feed/ 0 La Parigi occupata di Sartre https://www.nazioneindiana.com/2020/09/23/la-parigi-occupata-di-sartre/ https://www.nazioneindiana.com/2020/09/23/la-parigi-occupata-di-sartre/#comments Wed, 23 Sep 2020 06:00:12 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86307 (Pubblichiamo l’introduzione della curatrice e traduttrice a Jean-Paul Sartre, Parigi occupata, il melangolo 2020, che ringraziamo anche per la foto. A seguire, il primo testo della raccolta antologica: La Repubblica del silenzio).

di Diana Napoli

«Senza averla preparata, scatenammo un’“offensiva esistenzialista” […] Nelle settimane che seguirono la pubblicazione del mio romanzo, uscirono i primi due volumi de I cammini della libertà. 

Leggi il resto » ]]> (Pubblichiamo l’introduzione della curatrice e traduttrice a Jean-Paul Sartre, Parigi occupata, il melangolo 2020, che ringraziamo anche per la foto. A seguire, il primo testo della raccolta antologica: La Repubblica del silenzio).

di Diana Napoli

«Senza averla preparata, scatenammo un’“offensiva esistenzialista” […] Nelle settimane che seguirono la pubblicazione del mio romanzo, uscirono i primi due volumi de I cammini della libertà. Al Club Maintenant io e Sartre tenemmo delle conferenze, io sul romanzo e la metafisica, Sartre L’esistenzialismo è un umanismo? Venne messo in scena Le bocche inutili. Sollevammo un tumulto che ci sorprese. […] Non passava settimana senza che si parlasse di noi nei giornali. “Combat” commentava con approvazione tutto quello che scrivevamo e dicevamo. “Terre des hommes”, un settimanale fondato da Herbart e che uscì solo per qualche mese, ci dedicava in ogni numero molte colonne amichevoli o agrodolci. Ovunque c’era l’eco nostra e dei nostri libri. I fotografi ci assalivano per le strade, i passanti ci fermavano per strada. Al caffè Flore ci guardavano e sussurravano. Alla conferenza di Sartre vennero molte più persone di quelle che la sala poteva contenere: fu un parapiglia incredibile, addirittura molte donne svennero».

Con queste parole Simone de Beauvoir raccontava lo straordinario e “inaspettato successo” riportato da Sartre nell’immediato dopoguerra, consacrandolo come filosofo, scrittore, drammaturgo impegnato che, “prigioniero della sua epoca, l’avrebbe scelta contro l’eternità”[1]. Come del resto aveva intuito de Beauvoir, Sartre ha varcato di gran lunga i confini della sua epoca e ancora oggi potremmo dire che la sua figura si staglia nel nostro immaginario come “l’idea regolatrice della vocazione intellettuale”[2].

Filo rosso dell’itinerario sartriano è il richiamo costante all’irriducibilità del soggetto che resta “solo e senza scuse”. Da La Nausea, pubblicato nel 1938, alla Critica della ragione dialettica, uscito nel 1960 che indica la soggettività come il motore della storia tentando di conciliare il materialismo marxista con la libertà da parte dell’uomo di inventare il mondo (partendo dai suoi bisogni, dalla sua condizione di alienato o sfruttato), passando per i romanzi e per il teatro, al centro della sua riflessione rimane, per usare le sue stesse parole, lo “scandalo di un idiota che diventa genio”[3]; lo scandalo di un soggetto che, per giustificare la sua esistenza, non può fare riferimento al determinismo, alla “natura umana”, alla necessità storica, ma solo alla scelta di diventare un genio, un vile, un eroe continuando a restare (e avendo il coraggio di riconoscersi) comunque: “Solo un uomo, fatto di tutti gli uomini: li vale tutti, chiunque lo vale”[4].

Ripercorrendo l’evoluzione del pensiero di Sartre, tutti gli studiosi hanno sottolineato il ruolo centrale, il significato di vera e propria svolta, costituito dall’esperienza della guerra. Era stato mobilitato allo scoppio del secondo conflitto mondiale, vivendo quell’alienante situazione bellica che era stata la drôle de guerre per essere poi catturato dai tedeschi, dopo la firma dell’armistizio tra Francia e Germania nel giugno del 1940[5], e passare circa nove mesi in un campo prigionia, riuscendo a evadere nel marzo del 1941. Sono mesi in cui Sartre racconta di aver scoperto le forme dell’esistenza collettiva fuoriuscendo dall’individualismo che aveva fino a quel momento scandito il suo percorso. Ne è testimonianza la scrittura che consegna ai suoi Carnets de la drôle de guerre, vero e proprio laboratorio del suo pensiero filosofico in forma di diario, una scrittura che traccia, nel marzo del 1940, un autoritratto sicuramente poco compiacente:

Io sono il prodotto mostruoso del capitalismo, del parlamentarismo, del mito della centralità di Parigi e dell’ideologia del funzionario. […] A tutte queste astrazioni messe insieme devo il fatto di essere un uomo astratto e sradicato. […] Questo è il personaggio che mi sono costruito in trentaquattro anni, proprio quello che i nazisti chiamano “l’uomo astratto delle plutocrazie”. Non ho per lui alcuna simpatia e voglio cambiare. Quello che ho capito è che la libertà non è affatto il distacco stoico dai beni o dalle passioni; al contrario, essa suppone un radicamento profondo nel mondo[6].

È lo stesso Sartre a ricordare, in più occasioni[7], il momento quasi di cesura che la guerra aveva costituito nel passaggio “dalla nausea all’impegno”, come ben sintetizza il titolo di un testo che ne ricostruisce la biografia intellettuale[8]. Nel 1945, a guerra finita, Sartre è subito una celebrità filosofica e letteraria all’insegna dell’engagement, testimoniato anche dalla fondazione nel 1945 della rivista “Temps modernes” la cui presentazione ribadiva con fermezza le responsabilità dello scrittore come colui che sempre “è in situazione nella sua epoca”. Questa “svolta” evidentemente radicale a livello biografico affonda però le sue radici nel complesso percorso di riflessione della filosofia sartriana[9] la cui eco si fa sentire anche nei contributi raccolti in questo volume. Si tratta di alcuni testi scritti subito dopo la liberazione di Parigi, tra il 1944 e il 1945 (solo l’invettiva contro Drieu La Rochelle è del 1943) e che non hanno lo scopo di parlarci del Sartre “resistente”[10], ma costituiscono invece una profonda e lucida disamina della Resistenza e delle attese che essa aveva veicolato. Sartre scrive per diverse riviste clandestine[11] da “Combat”, di cui Camus era stato per un periodo caporedattore, a “Lettres françaises”, organo del Comité national des écrivains (CNE). Quest’ultimo era stato creato su iniziativa dei resistenti comunisti, grazie all’attività instancabile di Louis Aragon e al contributo di Jean Paulhan, che, da storico direttore della prestigiosa “Nouvelle Revue française”, era stato tra i promotori dell’ingresso alle edizioni Gallimard di Sartre, accolto però nel CNE solo nel 1943. Era stato probabilmente ostacolato dai comunisti che lo guardavano con sospetto a causa della sua vita privata considerata sregolata, della sua frequentazione della filosofia heideggeriana e anche forse della sua amicizia con Paul Nizan che in seguito al patto Ribentropp-Molotov aveva abbandonato il Partito Comunista Francese[12].

I contributi che presentiamo, senza perdere nulla della loro bellezza documentaria (come nel caso della cronaca dell’insurrezione di Parigi), sono capaci di trasmetterci lo slancio ideale di quell’irripetibile esperienza storica che è stata la Resistenza al nazifascismo; testimoniano l’orizzonte di aspettative che essa era stata in grado di convogliare e la fiducia nella politica come capacità di cambiare il mondo, come la cornice di una possibilità autentica della condizione umana intesa quale sovversione permanente dell’esistente. Nelle parole di Sartre, la Resistenza era stata innanzitutto la scoperta della propria radicale libertà che aveva trovato una formulazione nella frase “piuttosto la morte che…”, una frase che obbligava ad una scelta le cui conseguenze si pagavano nella solitudine più assoluta perché i resistenti (non solo l’élite dei partigiani, ma anche tutti quelli che semplicemente sapevano qualcosa) combattevano una lotta clandestina in cui ciascuno era solo di fronte alle torture, ai supplizi, alla deportazione e alla morte.

Nella Repubblica del Silenzio e della Notte che era la Resistenza “Ogni cittadino sapeva che dava se stesso per tutti e tuttavia poteva contare solo su se stesso. Ciascuno realizzava nell’abbandono più totale il proprio ruolo storico. Ciascuno, contro gli oppressori, si impegnava a essere se stesso, irrimediabilmente, e scegliendosi nella libertà, sceglieva la libertà per tutti”[13]. Sartre traccia, speculare all’uomo della Resistenza, il ritratto del collaborazionista, che però non viene connotato semplicemente dagli elementi tipici dell’ideologia o dell’immaginario fascista. Prima di ogni ideologia, all’opposto della Resistenza troviamo la resa all’empiria, al dato, l’adattamento a una situazione che non può mai essere diversa da quella presente. Incapace di immaginare, il collaborazionista invece di giudicare la realtà “in base al diritto”, “[fonda] il diritto sui fatti” ed è quindi l’incarnazione della “docilità ai fatti” nobilitata col nome di realismo che serviva solo a mascherare un “odio di sé diventato un odio dell’uomo”. Il collaborazionista rappresenta la malafede che cerca scuse per negare la libertà profonda e assoluta che ogni scelta invece realizza; veste la contingenza con gli abiti della necessità e rinunciando a progettarsi, a rischiare trascendendo l’immediatezza, sceglie la viltà, chiamandola “senso del dovere”.

L’appello al senso del dovere era stato l’asse attorno a cui il Maresciallo Pétain aveva cercato di costruire il consenso verso lo Stato di Vichy, incitando al pentimento tutti i francesi che avevano dimenticato i loro doveri facendo sprofondare la Francia nella corruzione che la disfatta militare del 1940 aveva semplicemente sancito. Contro questo discorso si era schierato Sartre con la rappresentazione de Le mosche nel 1943, fatto che, come la pubblicazione de L’Essere e il Nulla sempre nel 1943 (e la messa in scena di A porte chiuse nella primavera del 1944)[14], aveva segnato sicuramente una distanza sostanziale da coloro che durante la guerra avevano deciso di non pubblicare se non nelle edizioni clandestine o all’estero, anche se si era trattato di una scelta, in particolar modo in relazione a Le Mosche, che aveva condiviso con il CNE ricevendone il sostegno.

In continuità con il ritratto del collaborazionista dev’essere letto il Ritratto di un antisemita[15]. Indipendentemente dalle contingenze (la pervasività dell’antisemitismo nella società francese, la debolezza costitutiva della Terza Repubblica, la generale tolleranza verso l’antisemitismo inteso come un’opinione tra le tante), Sartre ci descrive l’antisemita come un uomo che sceglie di essere impermeabile all’esperienza al punto che se l’ebreo non ci fosse, lo inventerebbe. Avendo scelto di interpretare la realtà in base a una passione, l’odio, l’antisemita non ha bisogno di ragionare ed è impossibile convincerlo perché non ci sono buoni argomenti per chi ha deciso di non lasciarsi influenzare dall’esperienza, non c’è un confronto possibile per chi non crede per principio alla serietà delle parole o alla consequenzialità delle argomentazioni. Per l’antisemita tutto si riduce a un gioco con le parole, al disorientamento e al discredito dell’avversario. La sua convinzione è forte non perché si nutre dei fatti, ma proprio perché egli ha deciso, in principio, di non farsene influenzare in quanto ha intenzione non di cercare il bene, il vero, di mettersi in gioco, di valere qualcosa, ma solo di cedere alla sua perversa fascinazione per il male.

È un uomo che ha paura. Non certo degli ebrei, evidentemente, ma di se stesso, della sua coscienza, della sua libertà, dei suoi istinti, delle sue responsabilità, della solitudine, del cambiamento, della società e del mondo. Di tutto, tranne che dell’ebreo. È un vigliacco che non vuole riconoscere la sua vigliaccheria, un assassino che rimuove e censura la sua tendenza all’omicidio senza poterla però frenare del tutto e che quindi ha il coraggio di uccidere solo per interposta persona o nell’anonimato della folla. Un infelice che non ha il coraggio di ribellarsi per paura delle conseguenze della sua ribellione”[16].

Sartre, nella sua fenomenologia del collaborazionista e dell’antisemita, non ci consegna semplicemente il profilo di un uomo che aderisce al fascismo e al nazismo, ma disegna una postura nei confronti della realtà fatta di sottomissione all’empiria e di incapacità di vedere oltre, di immaginare qualcosa d’altro. Ed è su questo punto che la sua filosofia ci può venire in aiuto, con un testo del 1940, proprio per dimostrare che la cesura della guerra, benché significativa e imprescindibile, si situa all’interno della complessa articolazione del suo pensiero. Immagine e coscienza[17] si concentra infatti sull’immaginazione come cifra della libertà della coscienza nei confronti della realtà, costituendo la capacità di “irrealizzare” il mondo, di negare cioè il mondo da cui la cosa immaginata è assente. All’interno di una psicologia fenomenologica, Sartre analizza la libertà della coscienza come il riferimento intenzionale a un orizzonte noematico, il mondo, che reca però in sé la propria possibilità di negazione. L’immaginazione quindi, indica la libertà della coscienza verso la realtà o, detto altrimenti, la coscienza che immagina trascende il suo essere-nel-mondo. Senza questa “funzione” la coscienza perderebbe la sua intenzionalità, il suo tendere a un significato. Ma è proprio questo elemento che manca al collaborazionista o all’antisemita: essi non sanno “irrealizzare” il mondo e possono solo sottomettersi al fatto compiuto, disprezzando (perché sono incapaci di assumerla) la condizione stessa di uomo come soggetto radicalmente libero. Se la libertà viene tradizionalmente definita come la possibilità di scegliere con piena consapevolezza delle conseguenze, quella dell’antisemita è la libertà di sottrarsi alle responsabilità, prima di tutto a quella di essere uomo.

Quanto la Resistenza sia stata, contro la fissità del presunto realismo, un orizzonte di aspettative, emerge soprattutto nel “reportage” dell’insurrezione di Parigi. Per descrivere i giorni dell’agosto del 1944 in cui i parigini sono insorti in attesa dell’arrivo degli alleati, Sartre riprende un’espressione dello scrittore André Malraux ne L’Espoir, uno dei testi emblematici della guerra civile spagnola: “l’esercizio dell’Apocalisse”. Le aspettative che avevano animato l’insurrezione riprendevano – ripercorrendo le tappe della rivoluzione intesa come scelta radicale della libertà per se stessi e per gli altri – le questioni lasciate in sospeso dal 1789, dal 1830, dal 1848 e dal 1871 (che sempre erano state seguite da una controrivoluzione). Parigi, infatti, insorge nel 1944 in un’atmosfera di festa che sembrava riprodurre la ritualità rivoluzionaria non solo per i grandi momenti tragici che la scandiscono, ma anche per il richiamo irresistibile della piazza che spinge le persone a uscire di casa e scendere in strada. È un clima che ricorda quello del 1936, quando la classe operaia aveva invaso le città della Francia per festeggiare la vittoria alle elezioni del Fronte Popolare.

Di fronte alle imponenti manifestazioni, la borghesia si era impaurita, e aveva scambiato una semplice espressione collettiva di gioia per l’inizio di una rivoluzione. Quest’incomprensione, come aveva osservato Marc Bloch ne La Strana disfatta, era all’origine del “grande malinteso dei francesi”[18], cioè del fatto che una parte della nazione aveva smesso non solo di credere alla solidarietà, ma anche di riconoscere la legittimità delle aspirazioni delle classi più in difficoltà a condizioni di vita migliori e a una più piena partecipazione alla vita politica. La Parigi del 1944 ci riporta a questo scenario. Ci riporta non alla massa – al conformismo, alla ricerca di un capo, al linciaggio del “colpevole” – ma alla folla rivoluzionaria che agli angoli delle strade, cantando la Marsigliese e improvvisando balli popolari, festeggia “l’occasione inattesa di un ancoraggio all’utopia”[19]. Il grande malinteso dei francesi, per riprendere le parole di Marc Bloch, ci riporta al discorso ufficiale dello Stato di Vichy e in generale al clima del collaborazionismo che avevano guardato con compiacimento alla disfatta, quasi un male minore perché aveva significato la fine della corrotta Terza Repubblica e messo un punto a tutte le pericolose aspirazioni al cambiamento che il 1789 aveva gettato sulla scena della storia.

Mentre Sartre scriveva i testi qui raccolti, anche l’Italia viveva un’esperienza simile a quella da lui raccontata. Nel 1943 l’Occupazione tedesca aveva diviso il Paese in due dando vita allo Stato fantoccio della Repubblica Sociale Italiana con capitale Salò. Anche in quest’Italia divisa c’era chi, di fronte alle azioni dei partigiani, faceva appello alla concordia nel tentativo di limitare eventuali insanabili lacerazioni tra gli italiani. Giovanni Gentile, sul “Corriere della Sera”, pubblicato nella RSI, aveva scritto il 28 dicembre del 1943 un articolo dal titolo Ricostruire che nei contenuti riecheggiava l’invito all’unità nazionale e alla fedeltà al fascismo del Discorso agli italiani, pronunciato in Campidoglio il 24 giugno 1943, circa un mese prima dello sbarco degli alleati in Sicilia e della destituzione di Mussolini.

Gli argomenti di Gentile ricalcano la triade di Vichy “Lavoro, Patria, Famiglia”, così come tutta la panoplia collaborazionista della “docilità ai fatti” e della sottomissione al senso del dovere evitando la violenza[20], tranne quella contro i partigiani, ridotti a semplici “sobillatori, traditori, venduti o in buona fede, ma sadicamente ebbri di sterminio”[21]. A questo appello alla concordia risponde Concetto Marchesi, uno degli esponenti di spicco della Resistenza italiana di cui la sua Lettera aperta, pubblicata il 24 febbraio 1944 sul quotidiano socialista “Libera stampa”, potrebbe essere considerata un manifesto. Nella lettera viene messa in evidenza l’impari lotta tra il partigiano – che può contare solo su se stesso ed è “tutto esposto alle conseguenze micidiali del suo atto micidiale” – e il potere nazifascista che non esita a ricorrere alle rappresaglie, parola con cui si legittimava un “assassinio in massa su persone necessariamente innocenti”. Accomodarsi a questa situazione, essere “docili ai fatti”, essere “realisti” significa solo, per Concetto Marchesi, cedere a una “residenza inerte e fangosa di delitti e di smemorataggini”. Rivolgendosi a Gentile osserva:

Ma guardate, signor professore, quello che succede ora nelle città della vostra Italia repubblicana. […] Con chi devono accordarsi ora, i cittadini d’Italia? Coi tribunali speciali della repubblica fascista o coi comandi delle S.S. germaniche? […] Concordia è unità di cuori, è congiunzione di fede e di opere, è reciprocanza d’amore; non è residenza inerte e fangosa di delitti e di smemorataggini. Quanti oggi invitano alla concordia, invitano ad una tregua che dia temporaneo riposo alla guerra dell’uomo contro l’uomo. No: è bene che la guerra continui, se è destino che sia combattuta. Rimettere la spada nel fodero, solo perché la mano è stanca e la rovina è grande, è rifocillare l’assassino. La spada non va riposta, va spezzata. Domani se ne fabbricherà un’altra? Non sappiamo. Tra oggi e domani c’è di mezzo una notte ed un’aurora”[22].

 

 


[1] S. DE BEAUVOIR, La force des choses, I, Paris, Gallimard “Folio”, 1963, pp. 60 e ss. tr. it. di B. Garufi, La forza delle cose, Torino, Einaudi, 2008

[2] Pierre Bourdieu nella prefazione a A. BOSCHETTI, L’impresa intellettuale. Sartre e “Les Temps modernes”, Bari, Dedalo, 1984, p. 6.

[3] J.-P. SARTRE, L’Idiot de la famille. Gustave Flaubert de 1821 à 1857, Paris, Gallimard, 1971-1972, tr. it. di G. PAVOLINI, L’Idiota della famiglia. Gustave Flaubert dal 1821 al 1857, Milano, Il Saggiatore, 2019.

[4] Si tratta del finale di Les mots: “Tout un homme, fait des tous les hommes et qui les vaut tous et vaut n’importe qui” (J.-P. SARTRE, Les Mots, Paris, Gallimard, 1964, p. 213, tr. it di L. de Nardis, Le parole, Milano, Il Saggiatore, 1965. È, in parte, anche il significato dell’opera teatrale Il Diavolo e il buon Dio (1951) in cui il protagonista fallisce nel compiere sia il bene che il male assoluto quando si prende per Dio e non gli resta, alla fine, che riconoscersi solo come uomo.

[5] L’armistizio aveva sancito la divisione della Francia in una zona Nord occupata dai tedeschi e in una zona Sud, lo Stato di Vichy, con a capo il maresciallo Pétain, che aveva sostituito la triade repubblicana “Liberté, égalité, fraternité” con quella, di ispirazione fascista, “Travail, famille, patrie”. La zona sud venne comunque occupata dai tedeschi alla fine del 1942 in seguito allo sbarco (e alle conseguenti vittorie) degli Alleati in Nordafrica.

[6] J.-P. SARTRE, Carnets de la drôle de guerre, Paris, Gallimard,1995, p. 537-538.

[7] “Ce que je vois de plus net dans la vie, c’est une coupure qui fait qu’il y a deux moments presque complètemet séparés, au point que, étant dans le second, je ne me reconnais plus très bien dans le premier, c’est-à-dire avant la guerre et après” (Intervista del 1975 a Michel Contat, citata da P. SABOT, Littérature et guerre. Sartre, Malraux, Simon, PUF, Paris, 2010, p. 15.)

[8] A. GOMEZ-MULLER, De la nausée à l’engagement, Paris,Felin, 2005.

[9] Perfettamente delineato da Pier Aldo Rovatti, per cui Les mots riescono a “portare avanti le esigenze espresse nella Critica alla ragione dialettica: la necessità di fondare il discorso storico-dialettico rimandandolo alla singola prassi soggettiva per ricostruire il processo a partire dalla individuazione concreta. È dunque lecito affermare che già in Les mots si realizza il progettato secondo tomo della Critica”. Rovatti cita a questo proposito un articolo di Paci per cui Les mots potrebbero costituire il secondo volume della Critica (P.A. ROVATTI, Che cosa ha veramente detto Sartre, Roma, Astrolabio, 1969, p. 6).

[10] Come suggerisce, peraltro in maniera molto critica verso Sartre, S.R. SULEIMAN, Crises de mémoire. Récits individuels et collectifs de la Deuxième Guerre mondiale, Presses Universitarires de Rennes, 2012, pp. 19-39.

[11] Subito dopo la prigionia, Sartre aveva fondato un gruppo clandestino, Socialisme et liberté, che però si era sciolto dopo pochi mesi di fronte al delinearsi delle grandi correnti della Resistenza.

[12] Cfr. G. SAPIRO, La guerre des écrivains, 1940-1953, Paris, Fayard, 1999, pp. 490 e ss.

[13] Cfr. La Repubblica del silenzioinfra.

[14] Per una ricostruzione del contesto e delle reazioni in merito alla pubblicazione e alle rappresentazioni delle opere di Sartre durante l’occupazione, cfr. I. GALSTER, Sartre sous l’Occupation et après, Paris, L’Harmattan, 2014 e ID. Sartre, Vichy et les intellectuels, Paris, L’Harmattan, 2001.

[15] La versione pubblicata in Situations, II, Paris, Gallimard, 2010 nuova ed., è la prima parte del più ampio saggio Réflexions sur la question juive pubblicato nel 1946 (tr. it. di I. WEISS, L’antisemitismo. Riflessioni sulla questione ebraica, Milano, Ed. di Comunità, 1947).

[16] Cfr. Ritratto di un antisemita, infra.

[17] Cfr. J.-P. SARTRE, L’imaginaire, Paris, Gallimard, 1940, tr. it. di E. Botasso, Immagine e coscienza, Torino, Einaudi, 1960.

[18] Cfr. M. BLOCH, L’étrange défaite, Paris, Gallimard, 1990 (1946), p. 194 e ss. (tr. it. di R. COMASCHI, La strana disfatta, Torino, Einaudi, 1995). È interessante leggere in parallelo le osservazioni di Sartre sui collaborazionisti raccolte in questo volume e l’analisi della disfatta del 1940 di Bloch.

[19] Cfr. Introduzione, M. OZOUF, La fête révolutionnaire (1789-1799), Paris, Gallimard, 1976, tr. it. di F. Cataldi Villari, La festa rivoluzionaria, Bologna, Patron, 1982.

[20] Gentile era stato fatto oggetto di numerosi attacchi da una parte della stampa della RSI che aveva fabbricato di sana pianta delle accuse contro di lui, ritenuto colpevole di essersi tenuto in disparte in alcuni momenti della storia del fascismo. Sulle prese di posizione di Gentile a favore di Mussolini e del suo desiderio di essere utile alla RSI cfr. M. FORNO, Intellettuali e Repubblica sociale. L’osservatorio del “Corriere della sera”, in “Contemporanea”, 5, aprile 2002, pp. 315-328.

[21] Articolo citato da L. CANFORA, La sentenza, Palermo, Sellerio,2005, p. 167.

[22] Ivi, pp. 449 e ss. Canfora ricostruisce anche le diverse versioni e la storia della circolazione del testo di Marchesi.

 

***

LA REPUBBLICA DEL SILENZIO[1]

di Jean-Paul Sartre

Non siamo mai stati così liberi come sotto l’occupazione tedesca. Avevamo perduto ogni diritto e prima di tutto quello di parlare; ci insultavano apertamente, ogni giorno, e dovevamo tacere; ci deportavano in massa, come lavoratori, come ebrei, come prigionieri politici; ovunque – sui muri, sui giornali, sugli schermi – ritrovavamo l’immagine immonda e insulsa che i nostri oppressori volevano darci di noi stessi: ma proprio per questo eravamo liberi. Il veleno nazista si insinuava nel profondo dei nostri pensieri e quindi ogni pensiero giusto era una conquista; una polizia onnipotente cercava di costringerci al silenzio e quindi ogni parola diventava preziosa come una dichiarazione di principio; eravamo braccati e quindi in ogni nostro gesto gravava il peso dell’impegno.

Le circostanze spesso atroci della nostra lotta ci rendevano finalmente in grado di vivere, senza trucchi e senza veli, questa situazione straziante, insostenibile che chiamiamo la condizione umana.

L’esilio, la prigionia, ma soprattutto la morte, che in epoche più fortunate riusciamo abilmente a dissimulare, erano diventati gli oggetti perpetui delle nostre preoccupazioni perché avevamo imparato che non si trattava di accidenti evitabili o di minacce costanti ma esterne: ci giocavamo la nostra partita, erano il nostro destino, la fonte profonda della nostra realtà di esseri umani. Ogni istante vivevamo in tutta la sua pienezza il senso di questa semplice frase banale: “Tutti gli uomini sono mortali”. La scelta che ciascuno faceva per sé era autentica perché era compiuta di fronte alla morte e avrebbe potuto sempre esprimersi nella forma: “Piuttosto la morte che…”. E non sto parlando dell’élite costituita dai veri Resistenti, ma di tutti i francesi che a qualunque ora del giorno e della notte, per quattro anni, hanno detto no. Proprio la crudeltà del nemico ci spingeva all’estremo della nostra condizione di uomini, costringendoci a porci quelle domande che generalmente eludiamo in tempo di pace: tutti quelli che erano a conoscenza di qualche dettaglio sulla Resistenza – e a quale francese non è capitato almeno una volta – si domandavano con angoscia: “Se sarò torturato, resisterò?”. La questione della libertà sta in questi termini, è il momento in cui siamo portati ai limiti della conoscenza più profonda che possiamo avere di noi stessi. Il segreto di un uomo, infatti, non è il suo complesso di Edipo o di inferiorità, ma il confine stesso della sua libertà, il suo potere di resistenza ai supplizi e alla morte.

Per tutti coloro che si sono trovati coinvolti in attività clandestine, le modalità della lotta sono state l’occasione per un’esperienza nuova, perché non combattevano alla luce del sole, come fanno i soldati di un esercito; braccati nella solitudine, arrestati nella solitudine, si trovavano a resistere alle torture nell’abbandono e nella più completa privazione. Erano soli e nudi davanti ai loro boia ben rasati, ben vestiti e ben nutriti che si prendevano gioco della loro miserabile carne e a cui una coscienza soddisfatta e un potere sociale smisurato offrivano tutte le apparenze della ragione. E tuttavia questi uomini, nella solitudine più profonda, difendevano gli altri, tutti gli altri, tutti i compagni di resistenza. Una sola parola era sufficiente per provocare dieci, cento arresti. E questa responsabilità totale nella solitudine totale che cos’è se non il disvelamento della nostra libertà? L’abbandono, la solitudine, il rischio elevato, erano gli stessi per tutti, non solo per i capi, ma per qualunque uomo. La pena era la stessa per chi portava messaggi di cui ignorava il contenuto, come per chi prendeva le decisioni: la prigione, la deportazione, la morte. Non c’è nessun esercito al mondo in cui ci sia una tale uguaglianza di rischi per il soldato e per il grande generale. Ed ecco perché la Resistenza è stata una vera democrazia: per il soldato come per il capo, stesso pericolo, stessa responsabilità, stessa assoluta libertà nella disciplina. Così, nell’ombra e nel sangue, si è costituita la più forte delle Repubbliche. Ogni cittadino sapeva che dava se stesso per tutti e tuttavia poteva contare solo su se stesso. Ciascuno realizzava nell’abbandono più totale il proprio ruolo storico. Ciascuno, contro gli oppressori, si impegnava a essere se stesso, irrimediabilmente, e scegliendosi nella libertà, sceglieva la libertà per tutti. Ogni francese doveva conquistare e difendere contro i nazisti, istante per istante, questa repubblica senza istituzioni, senza esercito, senza polizia. Eccoci ora alle soglie di un’altra repubblica: possiamo solo augurarci che sappia conservare le austere virtù della Repubblica del Silenzio e della Notte.

9 settembre 1944

 


[1] Questo testo, subito diventato famoso, è stato pubblicato nel primo numero non clandestino di “Lettres françaises”, il 9 settembre 1944 per essere poi ripreso in “L’Éternelle Revue”, 1, nuova serie, dicembre 1944, rivista diretta da Louis Parrot. È stato inserito nella prima edizione di Situations, III (1949), dedicato a Jacques-Laurent Bost, allievo e poi amico di Sartre e di Simone de Beauvoir.

 

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Chandra Livia Candiani, La domanda della sete https://www.nazioneindiana.com/2020/09/22/chandra-livia-candiani-la-domanda-della-sete/ https://www.nazioneindiana.com/2020/09/22/chandra-livia-candiani-la-domanda-della-sete/#comments Tue, 22 Sep 2020 05:00:15 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86371 (Dal 22 settembre è nelle librerie il nuovo libro di Chandra Livia Candiani, “La domanda della sete” (Einaudi 2020). Pubblico qui una piccola antologia della raccolta con una nota di Giorgio Morale).

Le mani rotolano la terra
la farina l’acqua il sale
impastano, bevono
e distinguono, raccolgono,
addormentano, addomesticano
il dolore, accarezzano, come un gesto
che prende il posto del pensiero, i suoi
manovali.… Leggi il resto »

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(Dal 22 settembre è nelle librerie il nuovo libro di Chandra Livia Candiani, “La domanda della sete” (Einaudi 2020). Pubblico qui una piccola antologia della raccolta con una nota di Giorgio Morale).

Le mani rotolano la terra
la farina l’acqua il sale
impastano, bevono
e distinguono, raccolgono,
addormentano, addomesticano
il dolore, accarezzano, come un gesto
che prende il posto del pensiero, i suoi
manovali. Le mani sono ricche e vuote
conoscono molte altre mani
e caldo e freddo e le voci le attraversano
e loro sanno buono quando è buono
e cattivo quando è cattivo.
Le mani perpendicolari al filo
si stendono sull’abisso e dicono:
stai quieto stai quieto,
come con un mare in burrasca.
Vecchie molto vecchie
le mani.
(pag.7)


*

La pelle è sempre in prima linea
come i cappotti le madri i villaggi,
è un confuso conoscitore di mondi
è serbatoio e cemento
trasale fa barriera
è distendibile e delicatamente resistente
sanguina respira. Nuca mani e piedi
spalle petto fianchi conoscono
il mondo senza l’assedio della narrazione
stormiscono e scompensano il pensiero.
La pelle è educazione sentimentale
ogni parola un branco che preme i pori
e ne fa porte sul cielo vuoto dell’interno,
dove soffia la memoria
l’aria del tempo.
Per primo viene il tatto
quando mettiamo una parola
al mondo. Invecchiando la pelle
diventa piú sottile
perché aumenta il desiderio
di mistero, diminuisce
la paura di attacco.
È nuda su questa terra,
si sbriciola nel passaggio.
In lei la vita umana si consuma
e poi si spegne o forse vola
fuori di lei, la lascia.
(pag.10)

*

La vita è vasta
ha bisogno di temperature elevate
e di capacità glaciali
di scompiglio del sangue
e di evaporazione,
di sgombero e sedimento.
La vita è grande
le dottrine avare
le menti mercenarie
non la riguardano,
nemmeno la punteggiatura
se non è musicale
la sfiora
perché ha andature immisurabili
e non consente punti fermi
né enunciazioni.
Ha movenze prodigiose
e tregue vulnerabili
nel fitto dell’inaspettato.
La vita ci sfoglia,
siamo appunti serali.
(pag. 36)

*

Stanare una ferita
guardare appena
leggere fino in fondo
avere confidenza
servirla
farla servitore
dello stesso fuoco.
Accostarsi al fuoco
grazie alle abitudini
della pianura,
sentire cose insopportabili.
Come i sapienti animali.
(pag. 42)

*

Tenere tra le braccia
la voce del mondo
ospitare i suoni ammucchiati
senza chiedere senso
cullare lingue e pelli
ossa di diverse misure
parole fredde e calde urli e bisbigli
una fioritura spinosa
e corrodere le frontiere
e fare uno strepito sorridente:
sí vieni, ben arrivato
nel mio sbando
c’è sempre posto per te.
(pag 107)

*

Imparo a guardare
a imprestare lo sguardo
a chi ha urgenza di tana
imparo a ospitare.
Custodisco con cura le parole
poi le silenzio per il suono
di un’altra lingua
per questo sentire nostro
acuto e pugnalante
che non attenua gli urti
lascia il male cosí com’è
e accoglie tutte le ferite
come cani randagi
con improvvisate ciotole d’acqua
e parole poche smarrite
maldestre. Mani grandi
sorrisi abitabili.
Vivere è ospitare.
(pag. 111)

*

Vivere è ospitare
nota di Giorgio Morale

“Vivere è ospitare”. L’assioma, presente nella sua nuova raccolta poetica, “La domanda della sete” (Einaudi 2020), definisce un’etica per il nostro tempo che Chandra Livia Candiani è venuta costruendo, raccolta dopo raccolta, almeno a partire da “Io con vestito leggero” del 2005. Come scrive Charles Taylor (“Le radici dell’io”), l’etica presuppone un quadro di riferimento e una conoscenza della nostra posizione in relazione a tale piano. È ciò che da sempre le persone cercano nella poesia: un aiuto a rintracciare nel mondo dei “quadri di riferimento”, quindi un aiuto a percepire un significato nel mondo e a concepire la vita come degna di essere vissuta. È un compito non facile oggi, quando l’entrata in crisi dei “quadri di riferimento” delle società premoderne ha creato un “vuoto terrificante”. Chandra Candiani però non ripropone gli assoluti. La condotta che emerge dalle sue poesie non nasce da un ritorno agli antichi ideali costruiti sulle astrazioni di un intelletto isolato. “La vita è grande / le dottrine avare”, scrive. Il mondo della vita trascende le definizioni perché “ha andature immisurabili / e non consente punti fermi / né enunciazioni”. L’etica proposta nasce da un approdo al corpo e alla relazione. L’etica dell’ospitalità nasce infatti dalla relazione: “Imparo a guardare / a imprestare lo sguardo / a chi ha urgenza di tana / imparo a ospitare”. E tutta la sezione iniziale de “La domanda della sete”, dedicata a “Il corpo battello”, realizza una fenomenologia che ci mostra l’essere del corpo come “un gesto / che prende il posto del pensiero”. Così ad esempio, “La pelle è educazione sentimentale”, mentre “Le mani sono ricche e vuote / conoscono molte altre mani” e “sanno buono quando è buono / e cattivo quando è cattivo”. Ma attenti ad evitare chiusure dogmatiche attorno a queste affermazioni. In queste poesie c’è un ritorno al mondo della vita e al presente, come è tipico della poesia lirica: “essa offre una precisa visione del mondo – non un universo finzionale ma il nostro mondo, in tutta la sua cupa e seducente nefandezza” (Jonathan Culler, “Theory of the Lyric”). E le acquisizioni di Chandra Candiani sono impiantate in un concreto e particolare esperire: “sí vieni, ben arrivato / nel mio sbando / c’è sempre posto per te”. L’io è “leggero” ma non si è eclissato. Anzi si mette in gioco continuamente con “questo sentire nostro / acuto e pugnalante / che non attenua gli urti / lascia il male cosí com’è / e accoglie tutte le ferite”. Ma è proprio questa mancanza di spersonalizzazione che ci comunica, con l’intensificazione di senso che la poesia permette, il vissuto “di temperature elevate / e di capacità glaciali”. È questo mettersi in gioco che costruisce una relazione con il lettore e che rende la poesia di Chandra Candiani una di quelle poesie che entrano a far parte della nostra vita.

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Ciao, compagna Rossana https://www.nazioneindiana.com/2020/09/21/ciao-compagna-rossana/ https://www.nazioneindiana.com/2020/09/21/ciao-compagna-rossana/#comments Mon, 21 Sep 2020 11:00:25 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86378 di Antonio Sparzani

mi mancano, come sempre, le parole per salutarti come forse tu vorresti, t’ho sfiorata una volta a Milano, eri amica di una mia amica, ma non ti ho mai parlato veramente, ho solo guardato i tuoi occhi così penetranti, così bramosi di sapere, di capire, di indagare.… Leggi il resto »

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di Antonio Sparzani

mi mancano, come sempre, le parole per salutarti come forse tu vorresti, t’ho sfiorata una volta a Milano, eri amica di una mia amica, ma non ti ho mai parlato veramente, ho solo guardato i tuoi occhi così penetranti, così bramosi di sapere, di capire, di indagare. La tua storia la sanno tutti quelli che ti hanno amata, apprezzata, cara maestra di generazioni di giovani: la cacciata dal PCI, la fondazione del Manifesto, le tue infinite battaglie e infine l’uscita anche dal Manifesto, col quale avevi ormai maturato, col maturare dei tempi, qualche divergenza. Non la mandavi a dire a nessuno, mi dice chi ti ha conosciuta, eri diretta, implacabile. Di cose e di fatti ne sapevi molti, non avevi dimenticato nulla della tua lunga e in qualche modo instancabile vita. Fosti la sola ad accompagnare Lucio Magri in Svizzera.
Il Manifesto ti dedicherà un numero speciale martedì 22, per oggi le notizie più standard sono quelle che dà Repubblica.
Ciao Rossana, non siamo più in molti a piangere la tua morte, ma la piangiamo.

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Il giorno che sono morta https://www.nazioneindiana.com/2020/09/21/il-giorno-che-sono-morta/ https://www.nazioneindiana.com/2020/09/21/il-giorno-che-sono-morta/#respond Mon, 21 Sep 2020 05:00:49 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86182 di Flavia Sforza

Il giorno che sono morta iniziò come tutti gli altri, né più né meno.

Esausta dopo una notte insonne e già in ansia per i numerosi impegni che costantemente affollavano le mie giornate, ero assorta, come in trance, mentre guardavo il caffè fuoriuscire dal beccuccio della caffettiera e inondare il piano cottura; come sempre, me la prendevo con me stessa perché, pur assistendo a quella piccola catastrofe, restavo immobile, incapace di oppormi.… Leggi il resto »

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di Flavia Sforza

Il giorno che sono morta iniziò come tutti gli altri, né più né meno.

Esausta dopo una notte insonne e già in ansia per i numerosi impegni che costantemente affollavano le mie giornate, ero assorta, come in trance, mentre guardavo il caffè fuoriuscire dal beccuccio della caffettiera e inondare il piano cottura; come sempre, me la prendevo con me stessa perché, pur assistendo a quella piccola catastrofe, restavo immobile, incapace di oppormi.

Quella non fu l’unica catastrofe a cui non reagii quel giorno. A mia discolpa si può dire che la seconda, quella fatale, non era preannunciata da alcun segno premonitore.

Si pensa sempre che l’ultimo giorno della nostra vita debba essere contraddistinto da chissà quali segnali trascendentali, che ci invitino a godere appieno – per quanto inconsapevolmente – delle ultime preziosissime ore rimaste. Ammesso che si possa godere appieno di una situazione, convivendo con una sensazione indefinita di angoscia per un evento imminente e inesorabile.

In quel momento, però, il mio pensiero era rivolto solo a riparare il danno quotidiano del propagarsi del liquido scuro e profumato, sottratto all’assaggio benefico e risvegliante che già pregustavo.

Dopo una doccia veloce mi vestii, e per quanto non avessi incontri di rappresentanza, quel giorno un qualcosa dentro di me mi spinse a scegliere con cura gli abiti: a dare di me la rappresentazione che avrei voluto venisse ricordata. Come l’ultima, memorabile interpretazione di un attore al culmine della carriera. Forse questo sì, poteva essere un segnale.

Nella mia perenne lotta contro il tempo, mi precipitai giù per le rampe di scale, fuori dal portone e per strada, senza guardare nient’altro che lo schermo del cellulare. Non mi accorsi dell’auto che arrivava a tutta velocità, a dispetto dell’attraversamento pedonale.

Se ci ripenso, non ricordo assolutamente niente né dell’impatto – presumo violento – né di che cosa accadde dopo, se non un forte ronzio nei timpani, l’offuscarsi della vista, l’eco di un tramestio intorno a me.

 

Riaprii gli occhi di primo mattino. Dalla finestra filtrava la luce dell’alba. Non compresi dove fossi. Mi arrivava un bip bip di macchinari, intravedevo una flebo e percepivo un vago odore di disinfettante, luci di emergenza soffuse. E più che dolore, una sensazione di dolore.

La donna delle pulizie si appoggiò alla ramazza e mi guardò strabiliata; il suo viso si allargò in un sorriso caloroso e mi rivolse le prime parole che udii post mortem. “Buongiorno! Era ora, cara! Ti stanno aspettando tutti!”, e corse a chiamare l’infermiera di turno.

Gli eventi che seguirono si succedettero con una tale concitazione che non riuscii a raccapezzarmi di che cosa mi stesse accadendo.

Accorsero i medici, venni trascinata in un tour de force di accertamenti, distesa in barella su e giù per i freddi ascensori dell’ospedale; ogni volta venivo accolta dalle stesse parole: “Bentornata tra noi Irene, lei è una donna fortunata!”.

Onestamente, non capivo ancora in cosa consistesse la fortuna di essere trascinata in quel girone infernale di risonanze magnetiche e TAC, di prelievi e flebo; ero morta no? Mi lasciassero riposare in pace!

Poi, arrivò anche il momento, da me temuto, dell’incontro con i miei “cari”.

“Ehi amore, che paura ci hai fatto prendere!”.

Andrea era lì, visibilmente stanco: occhiaie scure cerchiavano i suoi occhi, anche se lo sguardo era apertamente felice, pieno di una gioia disarmante. Quello sguardo, finalmente concentrato su di me, non più distratto dai continui richiami del cellulare, mi parve una rivelazione, un miracolo assoluto.

Provai a parlare, ma non sentivo uscire alcun suono dalla mia bocca.

“Ma io sono morta!”  pensai. “È troppo tardi!”.

Allargai lo sguardo intorno alla stanza e vidi avvicinarsi mia figlia, gli occhi umidi di commozione e pieni di quella luce sua propria che rischiarava le mie giornate buie.

“Mamma”, si limitò a dire, la voce rotta dai singhiozzi.

“Amore, sono qui”, pensavo, ma la mia voce si rifiutava di uscire dalla gola e restava intrappolata dentro di me.

Lei notò il mio sguardo allarmato, intuì i miei sforzi, poi la vidi uscire dalla stanza, e crollai in un sonno profondo, prostrata da tutte quelle emozioni.

 

Gli eventi che seguirono sono rimasti confusi nella mia coscienza. Dentro di me avevo la certezza di essere morta, eppure medici, infermieri, parenti e amici si susseguivano ai bordi del mio letto e disquisivano sul mio “blocco del linguaggio”, che pareva non avere causa in lesioni organiche.

A un certo punto comparve Alfredo, il mio terapeuta, da anni paziente ascoltatore e fedele custode dei miei tormenti interiori.

“Irene, mi ha cercato tua figlia. Dimmi un po’… non vuoi tornare in vita o non vuoi tornare alla tua vecchia vita?”, mi disse, senza preamboli.

Mi sentii smascherata. Si stava così bene, per una volta, sentendosi addosso gli sguardi e le attenzioni di tutte quelle persone che, di solito, non mi guardavano, che non mi ascoltavano più, da anni, per le quali ero scontata e sempre più invisibile.

“Lasciami in pace, Alfredo, non vedi che sono morta?!?”, proruppe la mia voce, imperiosa e squillante, dopo giorni di prigionia.

“Ma poi sei rinata. Sei qui ora, non credi?”, mi disse, con un sorriso sornione e accogliente. “Può esserci una nuova vita per te, Irene, basta che tu lo voglia”.  Mi strinse la mano, mi lanciò uno sguardo d’intesa e uscì dalla stanza.

Sentii lacrime calde colare sulle mie guance, irrefrenabilmente, mentre un senso di pace mi invadeva il petto.

 

La sveglia mattutina mi riportò bruscamente a galla dalle paludi del sonno. Aprii gli occhi, ancora sospesa tra sogno e realtà, e mi guardai intorno rapidamente, incerta su dove fossi. I rumori familiari in cucina mi restituirono la consapevolezza che era stato solo un sogno. Purtroppo. Restai acquattata sotto le coperte, aspettando che tornasse il silenzio a confermarmi che erano usciti tutti, rincorrendo i loro consueti impegni, come tanti criceti dentro le loro ruote. La voce di Andrea, già di primo mattino fagocitato dalle telefonate di lavoro, sfumava per le scale mentre la porta si richiudeva. Non mi aveva neppure salutata.

“Sono morta. Non cercatemi. Starò bene”. Lasciai il biglietto in bella mostra sulla ètagère all’ingresso, assieme al mio cellulare e alle chiavi di casa, e mi tirai la porta dietro le spalle. Me ne restai un attimo ferma, con la schiena appoggiata allo stipite, sopraffatta dall’enormità del mio gesto. Respirai a fondo, sentii un misto di sollievo e ansia che si spandeva nel mio petto; poi, con passo svelto scesi le scale. Ridendo.

 

 

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La colla dei suicidi https://www.nazioneindiana.com/2020/09/20/la-colla-dei-suicidi/ https://www.nazioneindiana.com/2020/09/20/la-colla-dei-suicidi/#respond Sun, 20 Sep 2020 05:33:04 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86174 di Walter Nardon

 

Erano le sei meno un quarto. Se avessero saputo resistere all’abbagliante richiamo cinematografico pomeridiano e alla sua indulgente penombra avrebbero avuto un paio d’ore per mettere a posto gli articoli sul loro profilo, ma dato che l’invincibile attrattiva di Firebuster 3 con le sue traiettorie spaziali aveva avuto la meglio ora, attraversando l’arteria principale sulla via di casa, per quanto appagati, dovevano proprio darsi da fare.… Leggi il resto »

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di Walter Nardon

 

Erano le sei meno un quarto. Se avessero saputo resistere all’abbagliante richiamo cinematografico pomeridiano e alla sua indulgente penombra avrebbero avuto un paio d’ore per mettere a posto gli articoli sul loro profilo, ma dato che l’invincibile attrattiva di Firebuster 3 con le sue traiettorie spaziali aveva avuto la meglio ora, attraversando l’arteria principale sulla via di casa, per quanto appagati, dovevano proprio darsi da fare.

«Abbiamo solo un paio di controller da aggiungere alla lista, ho già fatto le foto: non ci vorrà molto» disse Enrico, felice di aver investito il pomeriggio in quel modo.

«È che io dovrei anche un po’ studiare», fece Alessandra.

«Vedrai, sarà questione di poco».

Il commercio on line dell’usato, che a volte per contattare clienti del quartiere e per le consegne coinvolgeva anche il prode Frankie, aveva cominciato a dare qualche frutto col quale pensavano di pagarsi un week end al mare.

«Comunque», disse Enrico, «Il terzo è meglio del secondo; lo metterei al livello del primo».

«Sì, mi è piaciuto. È venuto fuori anche l’aspetto religioso».

«È vero. Pensa al modo in cui il popolo riesce a sopportare la carestia del grano», disse Enrico.

«Capiscono di non essere soli», aggiunse Alessandra.

Passarono sotto il nuovo edificio della Fondazione Galli, che con la sua cuspide asimmetrica somigliava al disegno infantile di una casa riuscito male.

«Dobbiamo proprio sbrigarci», riprese Alessandra.

«Per le foto, finiamo in un attimo; poi restano da caricare il joystick e la vecchia console intera con alcuni giochi, una cosa per collezionisti, più che altro» fece Enrico, «ma preparo tutto io, questi li carichiamo domani».

Alessandra abitava in una casa a schiera, l’ultima della fila in Via Fratelli Cervi. Si trattava di una serie di edifici di metà anni Settanta ristrutturati nei Duemila. Vi si era trasferita con i suoi due anni prima. Enrico lasciava tutti gli articoli elettronici da Alessandra perché erano più al sicuro rispetto a quanto non fossero a casa sua, o all’agenzia di sua madre, dove aveva corso più volte il rischio di trovarli infilati insieme ai toner nel sacco dei rifiuti speciali. Dato che la madre di Alessandra sarebbe rientrata dal lavoro poco dopo le sei e mezza, era però indispensabile riuscire a finire il lavoro al computer in tempo, perché non avrebbe ammesso di trovarli ancora impegnati in quella che a lei, nonostante tutte le loro rassicurazioni, sembrava una faccenda che prima o poi li avrebbe infilati qualche casino. In più, Alessandra doveva studiare.

Sua madre non riusciva a capacitarsi del fatto che un’offerta quasi costante di apparecchi e giochi elettronici da parte di un singolo privato non nascondesse – più che la volontà di disfarsi di materiale inutile – una piccola ma fiscalmente non irrilevante attività commerciale. Così riteneva che prima o poi anche la piattaforma di cui si servivano sarebbe andata incontro a qualche grana, per questo li aveva avvertiti più volte di lasciare perdere. A tali considerazioni loro avevano opposto l’argomento dell’«ultima volta» che, per quanto non ammettesse repliche, avevano ripresentato in due ulteriori occasioni. Quindi, pensava Enrico, meglio non esagerare. L’ordine sereno della casa di Alessandra, il profumo di legno e cera continuavano a suggerirgli una possibilità alternativa rispetto a quella di sua madre, un equilibrio che lo toccava profondamente non perché rispondesse a un suo desiderio, ma perché lo considerava un buon punto di partenza, posto almeno duecento metri avanti al suo.

Alessandra aprì la porta al piano rialzato e in breve furono in camera, davanti al computer. Enrico si era già spedito le foto. Il pezzo migliore era appunto la vecchia console del suo vicino di casa Sandro, un modello che avrebbe potuto interessare solo qualche collezionista ma che, essendo arrivato miracolosamente gratis (Sandro non aveva neppure pensato di conservarla per i figli impegnati alla scuola materna), poteva generare un profitto quasi insperato.

«Scusa, ma questa quanto dovremmo tenerla esposta?» fece Alessandra, sollevando un’ombra di dubbio sul presunto trionfo commerciale dell’articolo.

Enrico finse di non cogliere l’ironia, mentre aggiornava il profilo utente di sua madre (nonostante avesse superato da poco la maggiore età, aveva preferito non creare un altro profilo): «Questa? In una settimana sarà già venduta. Non capisco proprio come ti possano venire in mente certe idee».

«Beh, i film di fantascienza vanno bene, ma qui mi sembra che chiediamo un po’ troppo».

Enrico la strinse forte: «Quanto sei stronza».

Lei rise: «Lasciami in pace, che fra poco devo mettermi a studiare Fisica».

«Ecco, magari nel compito potresti proporre alcune delle soluzioni di Firebuster, come le lampade all’ozono».

Caricarono un altro pezzo.

Poi il cellulare di Alessandra squillò. Era un messaggio. Caterina le diceva che aveva una brutta notizia da darle.

In un secondo messaggio la informava che avevano trovato Sergio, il cugino di Federica, impiccato in soffitta.

«Oh Mio Dio».

Alessandra passò il cellulare a Enrico.

Lo conosceva. Aveva solo tre anni più di lui. Dopo aver concluso le scuole professionali, Sergio aveva trovato un impiego come falegname in una ditta di serramenti. Enrico ci aveva giocato a calcio più volte. Mentre leggeva i messaggi, gli tornò in mente un’opinione che si era portato dietro troppo a lungo e che ora era stata definitivamente smentita. Orfano di padre, Sergio aveva smesso di giocare a calcio, almeno in forma ufficiale, vale a dire con la squadra. Un giorno, mentre lo osservava tornare a casa in moto, si era trovato a pensare che la pressoché impossibile solitudine pavesiana, quella che basta a sé stessi – che per lui era solo occasione di disagio – potesse davvero incarnarsi nella vita di qualcuno; aveva seguito con ammirazione quella che appariva come una solidità interiore quasi inattaccabile, espressa con parole misurate e che invece ora, in fin dei conti, si rivelava una pena non diversa da quella che aveva provato anche lui.

«Cosa possiamo fare?» fece Alessandra, «chiamo subito Caterina, non me la sento di telefonare a Federica».

Si alzò e fece due passi in corridoio col telefono in mano, mentre Enrico caricava le foto.

Sistemando la didascalia del controller, cercava di capire le ragioni per cui si era abituato a pensare che Sergio potesse vivere bene da solo con la madre. Forse l’incapacità di capirlo fino in fondo era nata dalla sua scarsa attenzione, dalle risorse limitate che gli restavano tolte quelle necessarie per tirare avanti, che giorno dopo giorno non riusciva più a quantificare. Ma al di là di questo, isolando le sue considerazioni per concentrarsi sulla vicenda si trovava di fronte a qualcosa di incomprensibile, un inferno che Sergio non era stato in grado di attraversare, un inferno muto, per così dire. Qualcosa di cui Enrico sapeva che non sarebbe riuscito a venire a capo.

Alessandra tornò in lacrime: «Caterina non riesce neanche a parlare. Federica le ha detto che in questi mesi sembrava andasse tutto bene. Non si era mai lamentato, non aveva mai dato segni di difficoltà. Anche sul lavoro andava tutto bene. Nessuno pensava che non ce la facesse più».

Si abbracciarono.

«Ha lasciato qualcosa?» chiese Enrico.

«No, per ora non hanno trovato niente».

Lei si soffiò il naso e continuò: «Ecco, davanti a cose come queste mi dico che non può essere tutto qui, che non possiamo essere così soli». Si asciugò gli occhi, «Mando subito un messaggio a Federica» e uscì di nuovo.

Chi poteva dire se il suo equilibrio fosse solo apparente, se nascondesse un’insidia interiore? Enrico si era alzato e guardava dalla finestra. Certo, parlava poco. Forse cercava semplicemente di affrontare le delusioni con i mezzi che aveva quando a un tratto, per ragioni sconosciute, si era trovato davanti una forza che l’aveva tirato verso il basso e lo aveva schiacciato.

«Cosa facciamo adesso?» chiese Alessandra, «diciamo sempre che se l’avessimo saputo prima forse non sarebbe successo ma forse lo diciamo solo per noi».

«Non lo so» disse Enrico, «con lui davvero non era facile saperlo». Non era il momento di discutere.

Alessandra si sedette, con le mani fra le ginocchia.

Rimase un momento in silenzio, mentre Enrico le si sedeva accanto.

«Sai,» disse lei, «in questi casi io non riesco a fare niente se non a pregare, ad affidare a Qualcun Altro ciò che non capisco, non perché non cerchi di capirlo, o non voglia capirlo, ma perché, per quanto vada avanti, la risposta che trovo è come una tazza senza manico: non riesco a tenerla in mano».

In quel momento si sentì qualcuno aprire all’ingresso. Era Roberta, la madre di Alessandra. La porta della camera non era neanche accostata. Dal modo in cui pose misuratamente le chiavi dell’auto sul piatto di porcellana e si tolse il giubbotto di pelle che indossava sopra la camicia bianca capirono che sembrava aver già chiara la situazione. Lo sapeva, infatti, le avevano mandato un messaggio.

Non cercò neanche di dividerli, di riportare Alessandra allo studio, ma passando davanti a loro ebbe uno sguardo di straordinaria comprensione: «Tutto bene?» chiese.

«Sì, sì» rispose Alessandra.

Enrico guardava a terra. Quando Roberta uscì riprese fiato:

«Devo dirti una cosa. Non perché è un momento particolare, ma proprio perché c’entra con quello che è successo. Quando ero bambino, lì dove sono cresciuto, tenuto conto della mia famiglia e di quelli che più o meno conoscevamo, casi come questi ne sono successi altri cinque, anzi sono anche di più, se conto anche quelli che ci hanno provato e sono stati salvati in tempo. Quando andavo alle elementari, a volte mi sono trovato davanti a scene come quelle che si staranno svolgendo a casa di Sergio. Mi ricordo ancora la sorella di un tizio morto ferma contro il muro. Un’altra volta ero sceso dalla bici fuori della rete del vecchio campo sportivo per seguire il decollo dell’elicottero che trasportava un’anziana che avevano ripescato dal torrente e che poi avrebbero salvato, anche se non sarebbe più ritornata quella di prima. Sarò andato in terza, forse in quarta elementare. Uno di quei giorni mi dissi che avrei dovuto dare un mio contributo. Così scesi nel garage di mio padre con un barattolo di plastica e gli rubai un po’ di colla per il legno, che lui teneva da parte. Verso sera, andai in bici nella vecchia strada dietro il cimitero, quella che non prendeva mai nessuno e che poi con la ristrutturazione del parco è scomparsa. Arrivai in prossimità del mucchio di rami di cipresso e fiori guasti che le signore che tenevano pulito il cimitero buttavano proprio in un punto di quella strada. Con le mani scavai nel mucchio per arrivare a terra, vicino al muro, poi tirai fuori dalla tasca una sottile striscia di carta che incollai alla parete grazie al barattolo e al pennello che mi ero portato. Sulla striscia scrissi a penna il nome della persona morta e poi ricoprii il tutto con i rami e il resto. Finito il lavoro, rientrai a casa. Ogni volta che succedeva una cosa del genere la sera tornavo in quella strada e lo rifacevo con cura, anche se della striscia precedente era rimasto poco: ripulivo il muro dal muschio, ne incollavo un’altra a fianco e poi sotto. Era come un mio tentativo di dare loro una memoria in più. Tornavo a casa e nascondevo in garage il barattolo con la “colla dei suicidi”, quasi fossi in un film di avventura. L’ho fatto per tutte le cinque volte, finché non sono cominciati i lavori del parco».

Alessandra passò una mano fra i capelli di Enrico. Per lei quel gesto era più di un mazzo di fiori lasciato come ricordo.

«Se vuoi, questa sera ti ci porto».

«Ma quel posto non esiste più», disse Alessandra.

«Il posto no, ma nel parco ho ritrovato il punto esatto. Non è stato difficile, visto che il cimitero è stato allargato solo dall’altra parte».

«Va bene, spero di farcela. Ti mando un messaggio».

Enrico la baciò e prima di uscire salutò cortesemente Roberta, affacciandosi in cucina.

Fuori c’era ancora molta luce. Cominciavano ad arrivare in serie i messaggi dagli amici, ma Enrico rispose solo a Carlo e Serena, poi rimise in tasca il cellulare e si avviò verso casa.

Probabilmente era una questione di equilibrio. Quando vinceva una partita Sergio era contento di festeggiare con gli altri, sebbene la sua esultanza non fosse mai tanto pronunciata nemmeno quando segnava. Forse, per così dire, l’arco con cui sapeva accettare le cose era più stretto del comune, per cui le sue reazioni a una vittoria o una sconfitta erano più vicine fra loro di quanto non lo fossero per gli altri (per lui sicuramente, visto che tendeva a esagerare). Ma un arco così stretto non poteva essere un vantaggio perché offriva meno spazio per trovare un equilibrio precario – quello in cui vivevano tutti – spingendo anzi verso il centro, ossia verso un’indifferenza che non era tanto quella dei filosofi stoici dell’antichità, quanto unicamente quella dei sensi, come se Sergio non fosse più in grado di distinguere una parete illuminata da un secchio d’acqua tirato in faccia. Anche se fare queste ipotesi forse era irrispettoso, poteva essere quello il limite con cui non aveva saputo fare i conti, ciò che lo aveva spiazzato.

C’erano molte macchine in giro, ma il più della gente ormai era a tavola. Ci mise ancora un po’ ad arrivare a casa.

Sua madre era a cena con Erin, gli aveva lasciato il riso da scaldare. Mangiò col libro di scienze a fianco, aperto sulla teoria della tettonica a zolle. Diede un’occhiata a italiano e a Ovidio. Poi tornò alle scienze.

«Se vuoi che usciamo un momento, dobbiamo farlo subito. Altrimenti è un casino» gli scrisse Alessandra.

«Ok. Fra un quarto d’ora all’entrata ovest del parco».

Lavò il suo piatto e scese di nuovo in strada.

Col cielo non ancora scuro e le insegne accese, la sera era piacevole.

Camminando incontro ad Alessandra provava un conforto che non aveva precedenti concreti, ma non riusciva a smettere di pensare a Sergio. Era difficile credere che non sarebbe rimasto più nulla di lui se non un ricordo, che ciò che era stato – il passato e le sue sciocchezze, anzi soprattutto queste ultime – fossero diventati d’un tratto definitivi. Più duro ancora era pensare che tutto questo, con un grado di volontà difficile da intuire, fosse dipeso da lui.

Fuori l’edicola accanto a piazzale Mortimer, intento a prelevare laboriosamente un pacchetto di sigarette dal distributore automatico, si era accovacciato un suo vicino di casa, Lucio Brin. Era proprio sul marciapiede, a tre metri da lui. Non avrebbe mai potuto evitarlo.

«Guarda un po’ il nostro Enrico in splendida forma» disse, in un’espressione di giovialità non del tutto padroneggiata. «Cosa fai da queste parti? Ti pensavo lanciato negli studi». Era una di quelle persone che, in borghese, sembrano sempre indossare una tuta mentre al lavoro conservano un residuo di euforia da venerdì sera impegnativo: si muoveva fra le due dimensioni come un acrobata, con un senso della misura inaccessibile alla maggior parte delle persone.

«La scuola non è ancora finita» rispose Enrico.

«Ma io credevo che avessi già la mente rivolta ad altri lidi» fece l’altro, come fosse il risultato di una lunga riflessione.

In questi casi Enrico cercava di rimanere sulla risposta più rassicurante: «Eh, magari».

«Tua madre è sempre sportiva?»

«Sì, la vedo in forma».

Mentre Enrico camminava verso il parco con in tasca il messaggio di Alessandra, che era già uscita, non era facile capire dove fosse diretto Lucio. Per ora, nonostante l’espressione laconica di Enrico che continuava di proposito a tenere gli occhi sul cellulare, sembrava che lo accompagnasse. Lucio conviveva con Rosalba, una commessa del supermercato Elicona, non avevano figli. Era spesso assente per ragioni di lavoro, cosa che ai più sembrava normale, occupandosi di un import export in un settore non era del tutto chiaro (cancelli motorizzati, si diceva).

«Un appuntamento?» chiese Lucio, con tono insinuante.

«Beh, sì e no», rispose Enrico.

«Fai bene a non scoprirti. Non si sa mai come vanno a finire certe cose». Lucio si accese una sigaretta.

Sembrava quasi che avesse intenzione di pedinarlo per scoprire chi fosse la ragazza che doveva incontrare. Non che gli dispiacesse mostrarsi con Alessandra, lo faceva sempre; ma non era la serata giusta per la socializzazione e meno ancora per gli argomenti da bar nei quali temeva che tutto sarebbe poi precipitato, rendendo il quadro banale, si trattasse di lui e Alessandra o della storia di Sergio. Aveva bisogno di raccoglimento, doveva difendere ciò che provava. Lucio non doveva riuscire ad annacquare nella conversazione tutto ciò che gli stava passando in testa. Chissà? Forse per lui poteva essere un modo come un altro per riempire una serata (probabilmente Rosalba stava facendo il turno che finiva alle dieci).

«C’è una bella aria, si respira. Che dici?», riprese Lucio.

«Già».

«La sera esco sempre a fare due passi. Fumo una sigaretta in santa pace perché in casa Rosalba non me lo lascia fare, vedo quello che si muove in giro. Più che altro cerco di capire quel che succede. Mi fermo un po’ al bar. Si imparano sempre molte cose». Lucio aveva assunto l’aria dell’osservatore svagato, ma era pressoché impossibile crederlo privo di interessi particolari.

«Io invece devo rientrare presto».

«Beh», disse l’altro, quasi fermandosi sul marciapiede: «si capisce, se poi vuoi studiare».

Procedevano quasi affiancati, Enrico mezzo metro in avanti, nell’intenzione di affrettare il passo per toglierselo di torno.

«La porti in un locale?»

«No, non avrò tempo. Più che altro, la riaccompagnerò a casa». In effetti, la conversazione lo stava rallentando.

«Bravo, mi sei sempre sembrato uno dalle idee chiare. Devo dire che anche in questo campo in fondo noi ci comportiamo il più delle volte in modo trasparente: le donne, la vita insieme. A lungo andare, il calcolo della seduzione conta sempre meno. Siamo quello che siamo, inutile fare conti. Andiamo a finire tutti nello stesso modo».

«Scusa ma adesso devo proprio sbrigarmi» disse Enrico, cercando di mostrare più apertamente la sua fretta.

«Ma sì, certo. Hai poco tempo. Vai pure, vai» disse Lucio, senza salutare, restando qualche passo indietro a osservarlo. «E salutami tanto tua madre, grande donna sportiva».

Dato che aveva fatto di tutto per mostrare la sua fretta, si mise proprio a correre, cercando di entrare nella prima laterale disponibile per riprendere poi la direzione verso il parco, sopportando il peso del ridicolo che qui sentiva necessario.

Alessandra lo stava aspettando all’ingresso ovest con l’aria un po’ impaziente. Il parco chiudeva alle ventuno; c’era proprio da sbrigarsi. Entrarono dunque.

Enrico si sentiva meglio. La fragilità che Sergio aveva rivelato e che li turbava entrambi meritava un’attenzione privata, non sapeva ancora reggere l’urto del luogo comune. Anche se a lungo andare avrebbero fatto tutti la stessa fine, come diceva Lucio, non era affatto chiaro quale fosse: in quel momento cercavano di stringersi l’un l’altra, augurandosi che tutto passasse in fretta.

Quasi deserto, il parco sembrava bianco sotto le luci al led dei lampioni fotovoltaici, con i nuovi palazzi residenziali a delimitarne il perimetro. Incrociarono con lo sguardo un runner e, più vicina, una ragazza con uno spinone al guinzaglio. Presero a salire per il vialetto a destra, in direzione del cimitero.

«Ho sentito Federica», disse Alessandra, «le ha parlato anche mia madre. È stata brava a tenere duro, ma i suoi sono sconvolti. Dopo cena suo padre l’ha chiamata in soggiorno con Carlo, suo fratello. Voleva sapere se avessero bisogno di qualcosa. Non riusciva neanche a parlare».

Enrico fece un cenno di assenso: «Mia madre era fuori con Erin. Le ho mandato un messaggio, mi ha chiamato. Tutto a posto».

Arrivarono davanti alla rampa in cima alla quale, sempre a destra, sporge il muro di cinta del cimitero.

«Il posto è questo» disse Enrico, «la strada che c’era prima correva accanto al muro, te la ricordi?»

«Sì, da piccola la guardavo sempre con un po’ di paura».

«Le donne buttavano i fiori a marcire più o meno a questa altezza. Una volta a settimana poi passava il sagrestano con l’ape, caricava il mucchio e andava a rovesciarlo nei campi. Ora anche il muro non c’è più. Questo è interamente nuovo, glielo hanno costruito addosso. Hanno spianato il terreno circostante e ricavato questa strada che corre più in basso, credo per separare il parco in modo più netto dal cimitero. In pochi anni non è rimasto quasi niente».

«Credi che ci abbia pensato a lungo, o che sia stato un gesto improvviso?» chiese Alessandra.

«Non lo so» fece Enrico, guardando le grate sopra il muro di cinta, «Doveva star male già da prima, ma per me è stato un gesto improvviso».

Lei riprese subito: «Il muro è troppo alto per attaccarci qualcosa, non c’è un punto nascosto, almeno da questa parte».

«Lo so, e in più ci sono troppe telecamere».

Alessandra tirò fuori dalla tasca un pezzo di carta e lo diede a Enrico, che prese una penna dallo zaino e ci scrisse il nome di Sergio. Finito, lo piegò in quattro e poi ancora in quattro. Fingendo che gli fosse caduto a terra qualcosa, si accovacciò, sollevò una zolla d’erba e piantò il pezzo di carta nel terreno, ricoprendolo con cura.

 

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La radice dell’inchiostro: Maria Grazia Calandrone https://www.nazioneindiana.com/2020/09/19/la-radice-dellinchiostro-maria-grazia-calandrone/ https://www.nazioneindiana.com/2020/09/19/la-radice-dellinchiostro-maria-grazia-calandrone/#respond Sat, 19 Sep 2020 05:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86180  

NOTA INTRODUTTIVA

Ketty La Rocca, Le mie parole e tu?, 1971

 

«Forse non spetta a te di portare a termine il compito, ma non sei libero di rinunciare.»

(Avot 2,21)

 

Un questionario, come luogo di una sollecitazione: «È ancora legittima la radice dell’inchiostro?».… Leggi il resto »

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NOTA INTRODUTTIVA

Ketty La Rocca, Le mie parole e tu?, 1971

 

«Forse non spetta a te di portare a termine il compito, ma non sei libero di rinunciare.»

(Avot 2,21)

 

Un questionario, come luogo di una sollecitazione: «È ancora legittima la radice dell’inchiostro?». Non solo il come si scrive, ma lo scrivere stesso, malgrado le storture. Lo scrivere che si porta avanti per decifrare la qualità del proprio silenzio o del proprio arretramento.

Una nota appuntata altrove scompiglia ulteriormente il ciglio dell’interrogazione: «Come dimenticare la fine -della storia, della poesia-? Non soltanto la fine che è già stata decretata, ma anche quella sempre sul punto di venire, di tramutarsi in eschaton rovesciato, in buona novella liberale: “la fine della storia ad opera di Dio è diventato il progresso storico dell’umanità” (Sergio Quinzio, La Croce e il Nulla, 1984).»

Oggi la scrittura non sarebbe altro che uno stornare la necessità di una risposta a tali quesiti, e insieme un esserne già in partenza incomodati, chiamati a dire prima ancora di sapere. Citati in giudizio. Forse per questo i poeti italiani somigliano sempre più a glossatori dell’affaccendamento, come se l’andirivieni tra le cose quotidiane fosse un modo per incenerire con uno stesso rogo i sintomi del presente e l’eredità del secolo passato. Qualcosa continua a battere sulla pagina, e allora ne riporto una traccia…

Adriano Spatola, da Poesia Apoesia e Poesia Totale (1969): «Il poeta sa che la poesia è qualcosa che lo riguarda sempre meno. […] “Per il poeta, la fine della poesia come poesia è un fatto accertato”». Corrado Costa, da Alzare la gru ad alta voce (1972): «Che nome è che gridano / alle gru spaventate dal loro nome / volano via inseguite dal nome che le insegue / che vola via sta insieme con le gru / senza sapere che nome è». Emilio Villa, da quell’abiura in forma di annotazione che segnerà il suo congedo definitivo dalla letteratura (1985): «Ma, volevo dire: non si sente che io non credo alla “poesia”, che ritengo una baldracca del baldraccone che è il linguaggio … Io mi sono duramente dissociato della “poesia”, quindi perdonami, e non mi chiedere più niente».

Nulla più che righe inferme, potrebbe obbiettare qualcuno. Se non altro, questo breve attraversamento aiuterà a scamuffare le tresche dell’oblio programmato, e così a comprendere qual è il fantasma con il quale ci dobbiamo confrontare. Ogni nostra parola vigila il suo personale dirupo: sta a noi scrivere come se già custodissimo un anticipo della caduta.

Il vero lavoro del glossatore, conviene ripeterlo con Heller-Roazen, è quello di rinnovare l’incompletezza, poichè sempre precaria dovrà essere l’interpretazione del libro-mondo (e insieme sempre cercata). Proprio a partire da ciò, ho chiesto ad alcuni poeti e critici letterari di farsi alleati a una riserva di bianco. Di raccogliere gli interrogativi da posizioni divergenti, cioè di strincerarsi, e di usare questo spazio come un modo per tornare a domandare un qualche assenso alle cose nominate…

Giorgiomaria Cornelio,

dicembre 2019

 

 

MARIA GRAZIA CALANDRONE

Chiunque dovunque

 

Lo scrivere che porto «avanti» – o meglio, che porto «dentro»: le cose e, spero, l’integrale umano – vuole decifrare le cose e, sì, con Deleuze, farle riscaturire dall’origine. La poesia non è il fine ma il mezzo: è la chiave, l’attrezzo, la pala (la falce) e il martello col quale scavo, mozzo e rompo il guscio, cioè la convenzione, di quella che chiamiamo realtà e che, naturalmente, non esiste.

Di certo esistono gli oggetti in sé, sarebbe insolente negarlo, ma non esiste un modo collettivo di guardarli. Neanche il mezzo più obiettivo, così obiettivo da denominare se stesso obiettivo (la fotografia), restituisce la realtà di niente. Ciò che vediamo è solo ciò che vediamo noi, individui fissati in un unico e irripetibile momento della nostra vita. Anche questo vedere, naturalmente, cambia. La poesia è forse un piccolo nodo nel tessuto di questo fluire e fluttuare continuo, casuale e pressoché incontrollabile, di esistenza. Un’esistenza enorme, che ci attraversa. Viene il mal di mare, a pensarci. O viene il sorriso dell’idiota dostoevskiano. Che è ciò cui ambisco.

Poetando, ci si ferma un momento e si fa il punto, non tanto della situazione, quanto il punto di quanto è nascosto sotto la situazione. La poesia fa il punto sull’invisibile. Una piccola curva spaziotemporale, una spiegazzatura nella trama che ci prescinde, uno strappo infinitesimale attraverso il quale osserviamo l’infinitissimo nulla, il vuoto che sta sotto e dentro qualsiasi costruzione umana e naturale.

La fisica illustra che la materia è vuoto, che la solidità sulla quale poggiamo i nostri apparentemente solidi piedi è costituita esclusivamente dal movimento delle particelle, dunque dalla relazione tra esse. La materia è relazione, inclusa la materia dei nostri corpi. Senza la relazione, non esiste che vuoto.

Anche noi, senza gli altri, non esistiamo. In questi mesi di clausura forzata abbiamo sperimentato la nostra inesistenza. Io, per esempio (io chi?), ho incontrato il gigantesco (ma discreto, devo riconoscere) fantasma di mia madre. A tal punto non esistiamo, senza gli altri, che, in assenza di corpi contemporanei, ci mettiamo a parlare coi fantasmi.

La poesia è anche questo parlare con chi non esiste e con quanto non esiste, per costringerlo a rivelare il proprio nucleo caldo, la propria sopravvivenza nella comune umana, la propria disperata vitalità, la voglia che hanno i morti di vivere ancora (cioè la voglia che abbiamo noi che i morti vivano ancora), che sopravvive come energia e anch’essa ci attraversa e percorre. Siamo attraversati e percorsi dal desiderio che niente finisca. Questo malinconico grido di eternità è la poesia. Un grido tanto più bello e valoroso perché consapevole della propria inutilità. La sua utilità consiste nel gesto di farlo. L’utilità della poesia sta nell’essere fatta. Pensata, plasmata. Questo gesto disperato di scavalcamento della morte accomuna chiunque dovunque.

La poesia che limita se stessa a mera descrizione delle cose si contenta di poco, si sostiene con mezzi di superficie, ci lascia a passeggiare nel mondo (ameno, benché orribile) delle apparenze, non ci toglie la terra sotto i piedi, non ci annienta, non ci nullifica, non ci fa precipitare in apnea dove le cose non esistono più. Dove, tanto meno, esistiamo noi. Questa visione del mondo è insostenibile e rasserenante.

La poesia è essa stessa purissimo vuoto, col punto rosso al centro della musica della relazione, che il nostro stesso corpo riconosce, per simpatia e istinto molecolare. Quella musica è nata contemporaneamente all’invenzione della materia. All’origine di tutto, probabilmente il caso, il quale ha mosso qualcosa che, chi sa perché, aveva avuto volontà di esistere, insieme a un piccolo gruppo di divinità inventate. Il caso, il vuoto, il non sapere, la febbre dell’indagine. Quando – in rari momenti – riusciamo a percepire il suono microscopico ed enorme della relazione, posta al centro del vuoto della materia, abbiamo accostato l’orecchio a quello che stamattina intendo per poesia.

 

Maria Grazia Calandrone,

settembre 2020

 

Per consultare tutti gli interventi del questionario:

LA RADICE DELL’INCHIOSTRO: TAVOLA DEGLI INTERVENTI

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Allegria alla fine del mondo. Quattro poesie di Andreia C. Faria https://www.nazioneindiana.com/2020/09/18/quattro-poesie-di-andreia-c-faria/ https://www.nazioneindiana.com/2020/09/18/quattro-poesie-di-andreia-c-faria/#respond Fri, 18 Sep 2020 05:00:50 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=86300  

 

traduzione e cura di Serena Cacchioli

 

Andreia C. Faria è nata a Porto nel 1984. Nel 2008 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, De haver relento (Cosmorama Edições), seguito da Flúor (Textura Edições, 2013), Um pouco acima do lugar onde melhor se escuta o coração (Edições Artefacto, 2015) e Tão Bela Como Qualquer Rapaz (Língua Morta, 2017), che ha ricevuto il Premio della Società Portoghese degli Autori nel 2017 come miglior libro di poesia.… Leggi il resto »

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Helena Almeida – Study for Inner Improvement – 1974

 

 

traduzione e cura di Serena Cacchioli

 

Andreia C. Faria è nata a Porto nel 1984. Nel 2008 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, De haver relento (Cosmorama Edições), seguito da Flúor (Textura Edições, 2013), Um pouco acima do lugar onde melhor se escuta o coração (Edições Artefacto, 2015) e Tão Bela Como Qualquer Rapaz (Língua Morta, 2017), che ha ricevuto il Premio della Società Portoghese degli Autori nel 2017 come miglior libro di poesia. Nel 2019 ha vinto il premio Letterario della Fondazione Inês de Castro con il libro Alegria para o fim do mundo (Porto Editora, 2019). Propongo in traduzione quattro poesie tratte da quest’ultima antologia, Allegria alla fine del mondo, che riunisce una selezione di testi delle opere precedenti.

*

 

Se mi arrivano nuove di chi ancora sei
mi si sporcano le guance di fuliggine e rossore,
m’annerisce la tristezza e ulula, si rivolta
in petto la terra scura.

Sale in me un immenso fragore, se il tuo nome
ancora sento, uno sciame la testa,
i nodi delle dita blasone
d’idiomatica furia, malinconico insorgere
di maschera tribale.

Mia madre, che non ha mai saputo
chi fossi o ancora sei, vede nascermi negli occhi
cattiveria pura e senza pianto, paesaggio lacustre,
liquore spesso.

Come alcol d’alta gradazione, mia madre vede in me
cattiveria incontaminata se mi arrivano
notizie di chi sei, che ancora vivi, che passi
le paludi a guado

e al galoppo mandi saluti
all’imbranato demonio che mi assale.

*

NARCISI

Un alito venereo entrando in macchina, un’eccitazione funebre, e li vidi: caduti, caldi di sete, febbrili, le palpebre calpestate dal sole.
Avevi colto narcisi per me, ma li avevi dimenticati in macchina, e se ne stavano lì come figli unici, la carne tiepida, mansueta per il ripudio, avidi di profumo e di straniamento dalla terra.
Poteva essere mio il gesto: toccare il tuo volto, il taglio della tua gioventù. Ossa massicce ti facevano capolino spaurite sottopelle, la tesa architettura che serbavi come una cicatrice. Avrei potuto toccare il fiore inesperto della lama sulla tua guancia, berlo, acquifero su una mappa arida. Era un amore concepibile. Ma venuto da chissà che perfette solitudini, da un’educazione altezzosa in cui nemmeno l’acqua calda ci fece venire in mente che stavamo vivendo. Un amore di denti che non brillano, il sesso rappreso e spesso, ferito dalla polvere, suolo inadatto dove posare le radici urgenti.

*

SCARNIFICAZIONE

Fino a trent’anni hai
la faccia che ti ha dato Dio. Dopo
hai la faccia che ti meriti. È una promessa
d’ironia, una sentenza
senza ricorso.

Ti viene detto:
sei in balìa dell’intimo travaglio
di quel che mangi, del numero di ore che dormi,
di quello che fai e soprattutto
di quello che pensi. Dio
(perdonagli la debolezza)
ci tollera mentre siamo giovani,
ci protegge, ci accarezza
la fronte dopo un dolore, forse
ci ama, ma ci lascia
soli quando la bellezza
è terreno poco saldo

e assiste da lontano
alla temeraria sfida lanciata
a ogni figlio.

Sai allora che il volto è un fiore
piantato nel buio, una corolla
tenera, rotonda e impenetrabile
che si schiude e si apre
con petali lisci e brillanti, o
confusi e spettinati,
a seconda della forza
e la direzione del vento.

*

Con gli stivali sporchi e la pelle intatta
tornare a casa.
Con le suole maculate, appiccicose, i passi
che hanno ordito nel piscio un insistente miele.
Lo stivale è uno stelo
che allude alla purezza caduta
alla purezza versata
e fiorisce
attorno a bar e orinatoi, cavalcando un fianco
un solo cranio che fa il giro della notte
con il ferro spurio delle stelle.

Un piede nudo sulla ghiaia ferisce la vista.
L’inguine porta il sangue al proprio sostegno.
Qui un frutto
gocciolante dal cuore
dovrà ascendere alla carne.

Ma lo stivale è carne lavorata.
Che supplica la strada,
che delira.

Nel suo scricchiolare di pietra canta
il cuoio delle comete e affonda
ai piedi del letto.

 

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