Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Sun, 26 Jan 2020 10:35:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.13 Kiwi – Angelo Sicurella https://www.nazioneindiana.com/2020/01/26/kiwi-angelo-sicurella/ https://www.nazioneindiana.com/2020/01/26/kiwi-angelo-sicurella/#comments Sun, 26 Jan 2020 10:35:16 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=82394 KIWI

 

Una mattina per puro caso ho infilato un dito nella metà di un kiwi. Era morbido e maturo e affondargli dentro quel dito e lasciare aperto un piccolo buco in quella metà di frutto mi aveva provocato una strana sensazione che non saprei spiegare.… Leggi il resto »

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KIWI

 

Una mattina per puro caso ho infilato un dito nella metà di un kiwi. Era morbido e maturo e affondargli dentro quel dito e lasciare aperto un piccolo buco in quella metà di frutto mi aveva provocato una strana sensazione che non saprei spiegare. Un misto di eccitazione e di verità col mondo che mi aveva in un certo senso unito al perché della natura. Quella morbidezza di frutto mi era profondamente vicina e sensuale, simile alla morbidezza della carne, senza essere carne. La prima volta che affondai il mio pene in una vagina avevo appena 13 anni e fu per puro caso. Giocavamo a nascondino con un’amica di mia sorella poco più grande di me. Scoprivamo le prime cose e la prima volta che tirai giù i pantaloni era perché mi chiese di vederlo. Si fidava di me forse perché ero un po’ più piccolo e forse perché ero completamente inesperto. La sua vagina aveva dei peli neri fittissimi, le labbra erano rosa chiaro e nascoste da questi giovani peli. Un giorno venne da me con la faccia da ovetto kinder. Nascondeva una sorpresa. Aveva tolto ogni ombra di pelo e la sua vagina era diventata nuda, dodicenne. Mi venne un tuffo al cuore e lei mi chiese se poteva toccarlo. Fino a quel momento avevamo solo guardato. Quando lo prese in mano scese giù con la cautela di una principiante e lo mise in bocca che pareva non potesse entrarci. Aveva la bocca piccola, come la sua vagina. Io per ricambiare la appoggiai al muro e la leccai.

I suoi occhi si rivoltavano indietro e si chiudevano, come se entrasse in un abisso profondo di piacere e questa cosa mi faceva sentire profondamente bene e mi metteva dentro tanto desiderio di darle piacere. Ogni volta che doveva studiare con mia sorella, poi faceva ripetizioni con me. Ripeteva quello che avevano studiato e mentre ripeteva io la leccavo. Poi un giorno abbiamo cominciato un gioco. Se lei sbagliava a rispondere alle domande doveva fare punizione e quindi inginocchiarsi e succhiarlo. Se invece diceva il giusto ero io a dovere fare qualcosa per lei. E fu da quella volta che tornarono in ballo i frutti. Eravamo in cucina quando ho preso per la prima volta una carota che assomigliava al mio pene. Abbiamo cominciato a giocarci. Inizialmente la strusciavo e basta. Poi, all’ennesimo struscìo la entrai. Non avevo entrato mai niente dentro di lei, eccetto che la mia lingua. Fu una sensazione strana, sia per me che per lei. Eppure ne entrò un pizzico, giusto due dita di carota. Il giusto per farla sobbalzare dal letto. Mi guardò tra il piacere e il pentimento. Nel panico di quello che avevo fatto rimediai tuffandomi con la lingua su quella vagina piccina e bagnata. Ma lei si alzò e se ne andò. Non dormii tutta la notte. Non rispondeva ai messaggi e non la vidi per due giorni.

Due giorni dopo si presentò a casa mia dicendomi che doveva parlarmi. Mia madre era in giardino ad annaffiare i fiori e a curarsi delle piante. Fuori era una primavera di sole tiepido. Mi portò nella mia stanza e mi abbassò la cerniera. Lo tirò fuori e lo mise in bocca. Fino a quando nell’arco di un nano secondo non era già grosso nella sua bocca, al massimo della sua erezione. Avevo il calore che mi infuocava le tempie e la nuca e mi girava la testa. Non me lo aspettavo. Ma ancora di più non mi aspettavo quello che venne subito dopo. Mi disse che l’avevo violata con una carota e che quindi dovevamo essere pari. Tirò fuori una zucchina svuotata, sembrava un preservativo naturale. L’aveva svuotata a casa sua, aveva avuto questo pensiero. La mise come cappuccio al mio pisello e cominciò a masturbarmi. Fu in quel momento che mi tornò in mente il dito nella metà del kiwi e fu in quel momento che non controllavo più cosa stava accadendo. La consistenza morbida e liscia della zucchina sul mio glande mi provocava un effetto di piacere estremo. Tolsi il cappuccio dal pene e con foga glielo diedi in bocca. Sapeva di zucchina era certo e a lei piaceva. Mi aveva in qualche modo sverginato. La sua vagina era bagnatissima. Quando la toccai sembrava di mettere la mano sotto un rubinetto di acqua calda appena chiuso. La adagiai sul letto e provai a entrare. Lei mi guardava compiaciuta e un po’ spaventata. Riuscii a trovare dove entrare ma non riuscivo a entrare. Poi sleng! Qualcosa scivolò e una parte di pene le entrò dentro. Emise un gemito che per poco mia madre non ci scopriva. E dopo pochi secondi sono uscito con l’esplosione incontrollata di una fontanella di acqua semitrasparente. Ero venuto. Lei mi guardò  spaventata. Anche io lo ero. Potevamo rimanerci secchi. Non avrei più giocato a pallone per il resto della mia vita e lei non sarebbe più scesa a giocare con me. Non sapevo come scusarmi. Ci siamo rivestiti. Ho pulito per terra, sullo stereo, sulla sedia. Non pensavo di poter fare tanto. Quasi a tratti mi veniva da ridere. Ma mi veniva anche da piangere. Lei mi disse che doveva andare a casa a studiare. Abbiamo rinviato di parlarne. Per i giorni successivi non ci siamo visti. Mi sentivo in colpa per aver combinato quel casino e mi sono detto che avrei dovuto allenarmi affinché non accadesse che solo quando volevo io. Era un allenamento difficile. Avevo sempre gli ormoni a mille. Ogni qualvolta trovavo un frutto che faceva al caso mio lo portavo in stanza e lo penetravo. I miei preferiti erano l’arancia, il kiwi, un ananas maturo, un avocado denocciolato da dietro, la papaya. Immaginavo che per ogni frutto lei ne assaggiava il gusto come aveva fatto per la zucchina, togliendo quello che sul mio pene rimaneva del frutto. La sola idea mi faceva scoppiare il cervello. La notte mi mancava terribilmente il fatto che non la sentissi per giorni. Non capivo se mi ero innamorato o se fosse il calore di un piacere carnale. Quando un pomeriggio ci trovammo a giocare all’ennesimo nascondino, mi nascosi con lei. E mentre mio cugino andava in giro per cercarci, nel vento caldo di quel pomeriggio presi il coraggio di spostarle le mutandine e di toccarla con un dito. Aveva una gonnina a metà coscia ed era accovacciata davanti a me. Mi guardò che sembrava furibonda, tolsi subito la mano e pensai “sei un cretino!”

Lei si mise a correre per fare battimani e mio cugino mi scoprì, così toccò a me fare la conta. Quando andai in giro per cercare tutti, trovai tutti tranne lei. Non era in terrazzo, non era in giardino, non in cucina, non in salotto, in balcone, nello studio. Era in bagno. Adagiai la porta al muro perché pensavo si fosse nascosta dietro. Ma era dietro l’armadietto alto, di fianco alla doccia. I miei cugini, dopo così tanto tempo, avevano preso a dare due calci al pallone. Lei chiuse a chiave. Chi di altri aspettava un esito della mia ricerca probabilmente aveva perso le speranze. Tranne mia cugina. Lei era la direttrice e l’arbitro di ogni gioco. Dentro il bagno mi lanciò uno sguardo che non avevo mai visto scritto sul suo corpo e fu quel giorno forse che capii cosa poteva essere la malizia. Anche se era una malizia bambina. Ma alla fine forse il bambino ero io e lei, anche se di poco, era già molto più grande di me. Mi abbassò i pantaloni e mentre provavo a entrare dentro di lei in piedi, lei si girò, si abbassò con la schiena e guardandomi mi fece cenno. Io provai a entrare ma sbagliai buco e lei sobbalzò come il gatto Silvestro che aveva appena incastrato le dita del piede in una trappola per topi. Ero una frana, questo ormai era chiaro. Quel buchetto mi aveva stretto così tanto il pisello che a momenti mi facevo male anche io. Era una sensazione strana e avevo violato lei per la seconda volta. Ormai era assodato che fossi il suo primo esperimento su tutto. Per tutta la settimana non passò da casa e quello che mi rimase era solo di allenarmi. Avevo preso una dimestichezza coi frutti che la desideravo su di lei. Ma i frutti non ansimavano. Il suo gemito invece mi conficcava il cervello come spine gentili. Quando il lunedì si presentò a casa mia mi disse che dall’ultima esperienza aveva capito una cosa importante. “Da lì non rischiamo niente”, mi disse. Fu così che la posizione dell’armadietto divenne una delle nostre posizioni più amate. Scoprimmo che si diceva “a pecora” e la cosa ci faceva morire dal ridere. Le raccontai della mia passione per i frutti e dovetti scoparmene uno davanti a lei che si toccava. Poi, prima che arrivasse il momento in cui stavo per esplodere e lui era rosso come la lava di un vulcano, mi chiedeva di metterlo dentro e dietro, a pecora, perché così, se venivo, non c’era più nessun pericolo. Lei ansimava e gemeva e godeva come non avevo mai sentito fare a nessuno. Ormai era chiaro, mi ero innamorato.


Angelo Sicurella, Palermo 1981, è un compositore e cantante del progetto solista omonimo, già autore e cantante degli Omousmo. Scrive di storie quotidiane, utilizzando l’erotismo e la pornografia come strumento per intrufolarsi nelle singolarità delle vite degli individui e nelle piccole crepe delle relazioni umane.

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La climatologia emozionale di Palandri https://www.nazioneindiana.com/2020/01/25/la-climatologia-emozionale-di-palandri/ https://www.nazioneindiana.com/2020/01/25/la-climatologia-emozionale-di-palandri/#respond Sat, 25 Jan 2020 06:00:15 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=82431

di Enrico Palandri

Ho deciso di riprendere in mano e riscrivere questi romanzi e riproporli in un unico ciclo nel 2010. Ero tornato a vivere a Venezia da qualche anno, stavo terminando I fratelli minori e avevo in mente anche un altro titolo: Le condizioni atmosferiche.… Leggi il resto »

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di Enrico Palandri

Ho deciso di riprendere in mano e riscrivere questi romanzi e riproporli in un unico ciclo nel 2010. Ero tornato a vivere a Venezia da qualche anno, stavo terminando I fratelli minori e avevo in mente anche un altro titolo: Le condizioni atmosferiche. A concludersi, oltre al romanzo che stavo scrivendo, era il ciclo di quel che avevo scritto a Londra, dove avevo vissuto dal 1980 al 2003.
Cosa significa che qualcosa finisce? Innanzi tutto era tramontata l’attualità. Non esisteva più l’Italia di cui avevo parlato, gli anni che avevano dato grandi spinte rinnovatrici e che si erano conclusi tragicamente, tra echi della guerra partigiana e le manovre terroristiche della guerra fredda. C’era adesso l’Europa, un altro mondo di idee e sentimenti che dava spazio a un orizzonte più lungo su quello che avevamo vissuto e che invece di passarmi alle spalle persisteva in una prospettiva romanzesca.
La vita a Londra, dove ero andato per fare lo scrittore, aveva trasformato il mio modo di essere al mondo: essere in un paese straniero, separare la lingua di ogni giorno da quella in cui si scrive per scremarla dagli elementi corrivi e lavorarla, accordarla come uno strumento musicale, aveva anche separato la mia vita personale dalle vicende della politica. In fondo era la ragione per cui non avevo mai pensato di poter riscrivere Boccalone, il mio primo libro, troppo legato ai tanti con cui avevo vissuto: era loro, con loro, per loro. A Londra ero invece andato solo, questi libri erano nati più liberi; nell’inventarli non avevo pensato agli amici ma a modelli letterari, musicali, erano dentro un ambito interamente artistico. Era quindi possibile fare su loro il lavoro che qui si conclude.
In questa stesura ho sentito di non dovermi più difendere dal somigliare ai personaggi: Ivancich, Pauline, Davide, Zdena, Markus, Nina e gli altri sono oggi molto più distanti da me, e più loro stessi. Li ho ricondotti a sei destini principali e fatti crescere attraverso i temi dei diversi libri. I primi amori e il desiderio dei ragazzi di partire dalla città d’origine (Le pietre e il sale); lo sradicamento, la nostalgia e le scelte della vita adulta (Le vie del ritorno); lo scacco di fronte alla storia (Le colpevoli ambiguità di Herbert Markus); la paternità e l’addio alla propria giovinezza (Angela prende il volo); il divorzio, la passione impossibile per la compagna di una vita e lo sforzo di fare esistere una famiglia al di là dei suoi disastri (L’altra sera). Il desiderio di riscattare uno stato di minorità che è la vita stessa (I fratelli minori).
Sono quindi un ciclo, dove ogni volta che ricominciavo un nuovo libro sapevo di riprendere dal libro precedente, ma non sono un unico romanzo: ogni narrazione ha un suo cuore, un’architettura che tiene insieme sviluppo, climax, coda.
Ho molto semplificato le scelte stilistiche che spesso dialogavano con una scena letteraria che, come quella politica, diviene semplicemente incomprensibile man mano che gli anni passano. Ho aggiunto una datazione che non è quella della pubblicazione dei libri ma quello in cui ho ambientato ogni vicenda.
Ho infine tolto dediche, epigrafi e ringraziamenti, quasi i personaggi si fossero ripresi quei lembi di parole che avanzavano dal racconto.
Il futuro è semplicemente il nostro destino: da giovani lo si avverte pieni di inconsapevolezza e, man mano che si realizza, siamo costretti a pensare con un nitore che è la conseguenza della vita che si è svolta. La pentola non scotta più, la si può prendere in mano. Ma qui mi taccio, l teatro è il lettore. Non voglio intromettermi nei pensieri, sentimenti e emozioni che spero si provino nell’incontrare tutto quello che qui è avvenuto, non è avvenuto o è perito: eventi, amori e soprattutto i personaggi che altro non sono che le persone che abbiamo conosciuto.

 

NdR: questa è la postfazione di Enrico Palandri al volume “Le condizioni atmosferiche”, edito ora da Bompiani, che riunisce sei suoi romanzi: “Le pietre e il sale”, “Le vie del ritorno”, “Le colpevoli ambiguità di Herbert Markus”, “Angela prende il volo”, “L’altra sera”, “I fratelli minori”.

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‘e riavulille https://www.nazioneindiana.com/2020/01/24/e-riavulille/ https://www.nazioneindiana.com/2020/01/24/e-riavulille/#respond Fri, 24 Jan 2020 06:00:14 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=82334 di Maria Lenti

Chi è il diavoletto (riavulille) del romanzo di Tullio Bugari? Dove agisce? Come? Quando? Con quali armi, strumenti, compagni e amici?

Chi ha vissuto gli anni Settanta del Novecento lo riconosce subito. È lo spirito dei giovani di quel periodo.… Leggi il resto »

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di Maria Lenti

Chi è il diavoletto (riavulille) del romanzo di Tullio Bugari? Dove agisce? Come? Quando? Con quali armi, strumenti, compagni e amici?

Chi ha vissuto gli anni Settanta del Novecento lo riconosce subito. È lo spirito dei giovani di quel periodo. Fabbriche da difendere e da far proprie, comunicati stampa, volantinaggi, radio private, scioperi contro i decreti Malfatti, amori più o meno effimeri, risvegli in promiscuità (con abbracci non si sa se compiuti a fondo), sesso solitario interrotto da visitatori improvvisi per porte sempre aperte, vacanze separate, la musica e il sax, manifestazioni politiche raggiunte con automobili scassate e sgangherate, “orgoglio” nell’usare parole della quotidianità corporale (Porci con le ali è un capisaldo nominato in una pagina), il sostegno a Basaglia per la chiusura dei manicomi, un po’ o molta difficoltà nell’isolare, dentro la confusione delle riunioni tanto necessarie quanto ogni volta da aggiornare, l’obiettivo da raggiungere e i mezzi con cui ottenere un risultato. Una conquista, o conquiste lì a due passi mai piene nelle mani.

Periodo di fervori, di spinta verso…, di tensioni dentro un’atmosfera di libertà persino impaurente o impaurita. L’egida: ideali e utopie. E la sorpresa-soprassalto di fronte a tragedie vere, come l’uccisione di Giorgiana Masi a Roma, di Francesco Lo Russo a Bologna, del ragazzo bruciato vivo a Torino.

Chi c’era, per aver letto cronache lontane, commenti relativi, per essere attivo in qualche partito, per aver condiviso la militanza in provincia, nelle vicende vicine, giornaliere, dai risvolti non drammaticamente letali, sa e ricorda.

Tullio Bugari affronta di petto questo vissuto. Distende nella scrittura il doppio registro della invenzione e della testimonianza diretta stralciata da documenti d’epoca (testate, cronache sindacali, discorsi parlamentari) e da alcuni commenti a posteriori, narrando in amalgama, con qualche “dente” o scarto talora stridente, le diverse materie. Nel complesso rende un quadro in cui prevale la cronaca-fatta-divenuta storia e non il giudizio, mentre i tratti di ironia, sparsi non a iosa ma presenti come riavulille, valgono da deterrente a ribadire le velleità pur generose di Aura, Arianna, Febo, Cafiero, Nemesi, i protagonisti. Velleità scambiate, allora, per possibilità davvero imminenti, per ideali irrinunciabili, per radiosità al di fuori di partiti (anche di sinistra) e sindacati.

Velleità, infatti: la fabbrica, alla fine del romanzo – chiuso  all’incirca prima dell’esplodere del terrorismo più terribile e inquietante -, è ancora in forse sulla dismissione definitiva o sul proseguimento magari trasformato (e, qui, varrebbe probabilmente allacciarsi alla vicenda dallo scrittore jesino descritta in Simeide, Seri, 2019, sulla Sima della sua città); i protagonisti, giovani di entrambi i sessi, cercano e trovano, o si convincono obtorto collo  di aver trovato, una loro strada – chi si mette in una coppia, chi resta nella propria unione già collaudata, chi sotterra una pistola di dubbio utilizzo pregresso, chi continua il proprio lavoro sempre in lotta con la proprietà rimuginando sui consigli di fabbrica, chi tenta una comune in campagna, chi si vota alla docenza, chi intensifica la presenza femminista, ecc. -. Si ritrovano però tutti insieme, a farsi incantare se non travolgere dalla luminosità del paesaggio marchigiano, sulla collina. (Reminiscenza pavesiana, forse, reiterata in più passaggi e in clausola).

Hanno scherzato, quei diavoletti, oppure erano consapevoli delle loro giornate in campagna (nascosti o rifugiati), in fabbrica, alla radio, nei cortei? La domanda è di chi legge. Chi scrive li descrive molto “presi” dal movimento, questo sì: un affannarsi da un luogo all’altro, arrancante la Cinquecento, da una situazione all’altra, da un discorso (infinito, da cerchio alla testa) alla sempre mancata conclusione, da una precarietà esistenziale al desiderio di una soluzione a breve.

Una materia narrativa non incandescente. Neppure di lieve entità. Tenuta in piedi dall’esergo all’ultima pagina con perizia da un protagonista di quegli anni. Il quale, a me sembra, ha non soltanto percepiti – dal bordo della strada, da un margine, leggermente sorridente – quei frangenti, ma li ha attraversati, soffermandocisi parzialmente discosto (forse fotografo alla Helmut Newton trasferito nel romanzo), un poco convinto un poco scettico, sentendoli vivi dentro e fuori.

Protagonista-autore, percorre quegli anni e li ripassa. E sembra chiedersi: è stato un sogno o è stata una realtà? L’una e l’altro. La realtà (i documenti riportati o citati) supporta il sogno di una cosa che realtà non è diventata: questo appare, semiserio fin dal titolo, ’e riavulille di Tullio Bugari.

 

Tullio Bugari, ’e riavulille, Camerano, Gwynplaine 2018

 

L’immagine è di Alfredo Tabocchini: Festa del 1° maggio 1976. Acquedotto di Villa Potenza – MC

 

 

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Ruben Stefano Boari: il disegno non dà tregua alla pagina https://www.nazioneindiana.com/2020/01/23/ruben-disegni/ https://www.nazioneindiana.com/2020/01/23/ruben-disegni/#comments Thu, 23 Jan 2020 06:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=82267  

Ruben Stefano Boari è nato nel 2009 a San Severino. Attualmente abita a Macerata, ma ha vissuto anche a Cuba. Frequenta la quinta elementare e, quando vuole, disegna.

Ospito qui una selezione di alcune sue opere: fogli zeppi di linee come materie del vento, talvolta sbalorditi dal colore, e a cui  il disegno non vuole dare tregua.… Leggi il resto »

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Ruben Stefano Boari è nato nel 2009 a San Severino. Attualmente abita a Macerata, ma ha vissuto anche a Cuba. Frequenta la quinta elementare e, quando vuole, disegna.

Ospito qui una selezione di alcune sue opere: fogli zeppi di linee come materie del vento, talvolta sbalorditi dal colore, e a cui  il disegno non vuole dare tregua. Queste leggerissime battaglie quasi fluttuanti, questi eserciti mandati a cariare ogni contorno ci ricordano che la pagina può essere visitata senz’altro sostegno che lo stupore operante nel polso.

Per questo ringrazio Ruben. 

 

 

 

 

 

 

 

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È finito il mito del grande Iran? https://www.nazioneindiana.com/2020/01/22/e-finito-il-mito-del-grande-iran/ https://www.nazioneindiana.com/2020/01/22/e-finito-il-mito-del-grande-iran/#respond Wed, 22 Jan 2020 06:00:28 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=82372 Giuseppe Acconcia

Le autorità iraniane hanno ammesso l’abbattimento del volo Boeing 737 dell’Ukraine International Airlines per “errore umano”. Questo “imperdonabile” errore, come lo ha definito il presidente Hassan Rouhani, è avvenuto a poche ore dal raid alle basi degli Stati Uniti in Iraq, ordinato dall’esercito iraniano, in seguito all’uccisione nella notte tra il 2 e il 3 gennaio scorso del comandante delle milizie al-Quds, Qassem Soleimani, in un raid Usa nei pressi dell’aeroporto di Baghdad.… Leggi il resto »

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Giuseppe Acconcia

Le autorità iraniane hanno ammesso l’abbattimento del volo Boeing 737 dell’Ukraine International Airlines per “errore umano”. Questo “imperdonabile” errore, come lo ha definito il presidente Hassan Rouhani, è avvenuto a poche ore dal raid alle basi degli Stati Uniti in Iraq, ordinato dall’esercito iraniano, in seguito all’uccisione nella notte tra il 2 e il 3 gennaio scorso del comandante delle milizie al-Quds, Qassem Soleimani, in un raid Usa nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Questa spiazzante ammissione di responsabilità (per certi versi rivoluzionaria se confrontata con i silenzi di altri Paesi in situazioni simili) è senza dubbio un segno di trasparenza, voluto dalla Guida suprema, Ali Khamenei. Non solo, le forze armate iraniane si sono dette pronte a “riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro” e che chi ha commesso l’errore verrà punito. Eppure il ministro degli Esteri, Javad Zarif, ha giustificato l’errore iraniano dovuto a un “momento di crisi causato dall’avventurismo degli Usa”, rilanciando così le responsabilità in campo avversario. Purtroppo, l’abbattimento del Boeing e le 176 vittime che ha causato segneranno inevitabilmente un ridimensionamento sulla valutazione delle capacità militari iraniane.

 

La fine di un mito?

Se, da una parte, la limitata risposta iraniana che ha colpito la base Usa di Ain al-Asad in Iraq poteva essere giustificata da un calcolo razionale per evitare un’escalation del conflitto, dall’altra, l’errore del Boeing 737 non ha nessuna giustificazione. Non solo, ha messo in luce una mancanza di accuratezza più generale del sistema di difesa iraniano, senza precedenti. In altre parole, ha offuscato il mito di un Paese che ha conquistato sul campo e suo malgrado un ruolo essenziale per la gestione dei conflitti nella regione. Fino alla morte di Soleimani, sebbene l’Iran non abbia davvero mai voluto esportare il modello della Repubblica islamica, nata dopo la rivoluzione del 1979, ha dovuto sopperire alle mancanze e alle assenze degli Stati Uniti che non hanno saputo gestire le fasi post-belliche in Iraq e in Afghanistan. Il riconoscimento di questa azione di bilanciamento essenziale, negli interessi dei maggiori attori regionali, inclusa la Russia di Vladimir Putin, è culminato nell’approvazione dell’accordo sul nucleare, raggiunto a Vienna nel luglio del 2015. Ora però si apre una nuova stagione, in cui la vulnerabilità militare iraniana è stata smascherata dagli errori nella risposta all’uccisione di Qassem Soleimani.

 

Iran più forte o più debole?

Che il ruolo regionale iraniano fosse ormai in crisi lo hanno dimostrato altri due eventi che hanno preceduto l’escalation degli ultimi giorni. Prima di tutto le proteste in Iraq dello scorso autunno. A essere attaccati dai manifestanti non sono stati solo gli interessi statunitensi nel Paese ma anche il ruolo iraniano nel periodo seguente alla disastrosa guerra del 2003 che ha segnato la fine del regime di Saddam Hussein. Per ben tre volte è stato attaccato il consolato iraniano a Najaf così come le proteste contro nepotismo, corruzione e disoccupazione giovanile hanno preso di mira sia gli Stati Uniti sia l’Iran. E così Teheran è stata smascherata. Nel perseguire questo ruolo di stabilizzatore regionale ha curato fin qui principalmente i suoi interessi economici, bypassando le sanzioni Usa in Iraq, riempiendo il mercato locale di prodotti iraniani a partire dalle automobili, beneficiando dello status quo, e non ha fatto gli interessi di tutti gli iracheni. Questo è successo non solo in Iraq ma anche in Siria (pensiamo al sostegno incondizionato di Teheran per Bashar al-Assad), in Yemen, in Afghanistan e negli altri Paesi dove movimenti locali come, Hezbollah in Libano, fanno riferimento continuamente nella loro ideologia politica alla Rivoluzione iraniana del 1979. Se il parlamento iracheno ha chiesto la fine della presenza militare statunitense dopo il raid non concordato contro Soleimani, la piazza ha chiesto anche la fine delle interferenze iraniane nel Paese e del sistema settario che incancrenisce le divisioni e continua ad arricchire solo le élite curde, sunnite e sciite. Questo dimostra anche un’altra cosa e una volta di più che la strategia di esportazione della democrazia e di “Grande Medio Oriente”, inaugurata da George Bush con la guerra in Iraq, è completamente fallimentare.

 

Soleimani: un simbolo che muove le masse?

Eppure la possibile fine del mito del grande Iran non sarebbe mai arrivata senza l’assassinio del carismatico generale Soleimani. La sua morte, oltre a favorire chiaramente gli interessi israeliani nella regione, ha suscitato il risveglio dei sostenitori della rivoluzione iraniana della prima ora che sono scesi a milioni in strada (con decine di morti nella calca) per partecipare ai suoi funerali e ricordarlo, in un moto di unità nazionale che mancava in Iran dalla guerra Iran-Iraq (1980-1988). Non sono mancati i giovani iraniani, della diaspora nel mondo e anche nel Paese, che hanno gioito su Instagram e altri social network per questa uccisione, augurandosi un attacco statunitense che finalmente mettesse fine al regime degli ayatollah e alle restrizioni che opprimono tanti giovani iraniani. Dopo la morte di Soleimani, i conservatori iraniani sono più deboli all’interno del sistema politico iraniano e nella regione. Lo dimostrano le lacrime della guida suprema Ali Khamenei ai suoi funerali e l’impossibilità di una risposta militare dura contro gli Stati Uniti per evitare un conflitto che distruggerebbe la Repubblica islamica per come la conosciamo.

 

La natura anti-sistema delle nuove proteste

L’uccisione di Soleimani ha avuto l’effetto immediato di archiviare la stagione delle proteste anti-governative per il caro vita, la disoccupazione e il ritardo nel pagamento dei salari del 2018 e del 2019 per aprire forse una nuova stagione di contestazioni. I giovani iraniani che si sono riuniti alle porte dell’Università di Teheran e a Isfahan dopo l’ammissione di responsabilità nell’abbattimento del Boeing ucraino da parte dei pasdaran iraniani lo scorso sabato hanno una natura anti-sistemica (tra gli slogan si sente “Via il bugiardo”, “Morte a Khamenei”) in continuità con le ondate di proteste, nel 1999, 2003, 2009 e 2011 che chiedevano una radicale riforma del khomeinismo, delle istituzioni e delle consuetudini su cui si fonda la Repubblica islamica. L’uccisione di Soleimani e le seguenti rappresaglie hanno riaperto quindi una spaccatura che non si è mai davvero sopita tra le correnti politiche iraniane, divise tra sostegno incondizionato alle istituzioni post-rivoluzionarie e la necessità di modernità e riforma che parte dai giovani iraniani.

 

Tutto questo non vuol dire che da domani il “grande Iran” sparirà dalla regione o non sarà più lo “stato canaglia” odiato dai Repubblicani che è stato fino ad ora. Non vuol dire neppure che gli Stati Uniti d’ora in avanti avranno vita facile in Medio Oriente con gli annunci strampalati di Trump che avrebbe voluto colpire i siti culturali iraniani, subito smentito dal Pentagono, mentre saranno proprio i jihadisti dello Stato islamico (Isis), fortemente osteggiati da Teheran, ad avere vita più facile del previsto per qualche tempo. L’Iran continuerà invece a essere un attore regionale essenziale e questo lo dimostra la nomina del successore di Qassem Soleimani, l’altrettanto conservatore, Ismail Qani. Non solo, la straordinaria superiorità che hanno dimostrato sul campo le milizie controllate dai pasdaran dalla Siria all’Iraq fino all’Afghanistan proseguirà, soprattutto per le strutturali mancanze degli Stati Uniti. Non è detto poi che questa debacle dei conservatori non apra una strada nuova ai moderati di Zarif e Rouhani per rinegoziare l’accordo sul nucleare, reso carta straccia dall’uscita unilaterale voluta da Trump nel 2018, dalla ripresa dell’arricchimento dell’uranio, dalle debolezze europee e dalle nuove sanzioni annunciate dagli Usa. Questa componente politica potrebbe aprire la strada a una nuova pagina nei rapporti bilaterali con Washington, come auspicato dallo stesso Trump che vorrebbe un Iran “prospero” e utile per fare “business”, come ha chiaramente detto annunciando di non voler rispondere militarmente al raid iraniano alla base di Ain al-Asad. I moderati iraniani potrebbero sfruttare questa fase per avvantaggiarsi in vista del voto per le presidenziali del 2021 che sembravano sicuro appannaggio delle componenti conservatrici di Raisi e Qalibaf, approfittando delle nuove mobilitazioni e della dura sconfitta che l’uccisione di Soleimani chiaramente ha avuto per i conservatori iraniani. Eppure con il 2020, il mito del grande Iran potrebbe essere archiviato. Il suo mito di invulnerabilità, di capacità militare, di difensore anti-imperialista in Iraq, Siria e Afghanistan risulta incontrovertibilmente offuscato. Gli iraniani fanno errori di calcolo, come tutti gli altri attori regionali, e l’abbattimento del Boeing ucraino lo dimostra, anche gli iraniani sono malvisti, come gli Stati Uniti, da parte delle popolazioni di questi Paesi, e le proteste in Iraq lo dimostrano, l’Iran non può fare passi falsi sul piano militare, pena l’annientamento, e la reazione ai raid Usa lo dimostra.

 

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Pugni chiusi https://www.nazioneindiana.com/2020/01/21/pugni-chiusi-2/ https://www.nazioneindiana.com/2020/01/21/pugni-chiusi-2/#comments Tue, 21 Jan 2020 06:00:39 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=82233

di Gianni Biondillo

Fuori è buio, la stanza è illuminata solo dallo sfarfallio in bianco e nero del televisore acceso, mio padre guarda in religioso silenzio un incontro di boxe. Gli sono affianco e osservo anch’io curioso il televisore, non potrò avere più di cinque anni.… Leggi il resto »

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di Gianni Biondillo

Fuori è buio, la stanza è illuminata solo dallo sfarfallio in bianco e nero del televisore acceso, mio padre guarda in religioso silenzio un incontro di boxe. Gli sono affianco e osservo anch’io curioso il televisore, non potrò avere più di cinque anni. Non ci capisco molto, vedo due signori in mutande che si picchiano, uno credo si chiami Nino Benvenuti. Tanto quanto discutendo di calcio mio padre la buttava sempre in caciara, altrettanto col pugilato diventava silente e ieratico. Amava la nobile arte in modo ancora più viscerale del football. Apparteneva ad una generazione dove la boxe era uno sport davvero popolare, seguito e amato da tutti: uomini, donne, bambini.

Morto mio padre non ho più guardato una partita di calcio, non conosco il nome di alcun giocatore, non tifo nessuna squadra, guardo raramente la televisione. Solo la danza mi cattura, io che sono la persona più goffa del mondo. E la boxe. Mi accorgo che la seguo con lo stesso religioso silenzio di mio padre, affascinato da quella liturgia violenta e romantica dove due esseri umani sfidano la paura stessa, picchiandosi senza posa eppure, al suonare del gong, pronti ad abbracciarsi, come due reduci, due fratelli, due guerrieri rispettosi ognuno del dolore e del coraggio dell’altro.

Ne parlo con Renato de Donato, ex campione italiano dei superleggeri e oggi titolare della Heracles Gymnasium, una palestra in via Padova a Milano. Renato me lo ha fatto conoscere un libraio e questo potrebbe già apparire strano. Che c’entrano i pugni con i libri? Ma per Renato le due cose non si contraddicono. Non solo s’è laureato in scienze motorie ma ora che ha smesso di fare incontri da professionista si è gettato a capofitto nello studio della filosofia. “Cos’erano le palestre nell’antichità?” mi dice. “Luoghi dove si coltivavano il corpo e lo spirito”. Mens sana in corpore sano. In effetti la sua è una palestra anomala, dove si può assistere a feroci scambi sul ring ma anche a concerti di musica classica o a rappresentazioni teatrali il sabato sera. Mi mostra con orgoglio il soppalco che ha appena ristrutturato. “Qui ci metto una libreria e dei tavoli. Così i ragazzi potranno fare attività sportiva e poi venire qui a studiare.” È il suo modo di toglierli dalla strada, come sta facendo con Amir, un ragazzone dalla vita complicata, eppure buono come il pane.

Non c’è epica nel calcio. S’è scritto molto attorno – il tifo, la passione – ma mai un film che sapesse coinvolgerci raccontando la vita, i sogni dei calciatori. Mai. I film sul pugilato invece si sprecano. Penso a capolavori come Toro Scatenato o Million Dollar Baby. Resiste ancora oggi, nello scantinato di una ARCI di Milano, lo spazio dove Luchino Visconti aveva girato le scene della palestra in Rocco e i suoi fratelli. Ogni tanto vado in pellegrinaggio a vederne gli intonaci scrostati, a toccarne il sacco appeso, a fare esperienza di un luogo dove Storia e Memoria si fondono assieme.

“Se ci pensi la storia che raccontano quei film è sempre la stessa”. A parlare è Damiano Migale, maestro di pugilato alla Prosesto Boxe. Maestro, certo. Perché se il pugilato è un’arte allora c’è bisogno di maestri che la insegnino. Damiano è figlio d’arte, la palestra esiste dal 1963. Ed è padre. A giorni dovrebbe nascergli la seconda figlia, ma stasera se ne sta qui, in questa piccolo spazio, colmo di atleti che fanno esercizi al sacco o sparring sul ring. È evidente che sia la passione a guidarlo, se fosse per i soldi avrebbe già chiuso bottega. “Oggi sono cambiate le motivazioni, manca la rabbia, manca la fame. Ho conosciuto talenti che hanno mollato perché la disciplina era troppo dura per loro.” L’aria è carica di sudore. Ha una faccia pacifica, non sembra uno che insegni ad essere cattivi. “La boxe non è cattiveria. È un’attività violenta, certo, ma qui s’insegna il rispetto. Il pugile impara a combatte innanzitutto contro se stesso, le sue paure, i suoi limiti.” Forse ha ragione Renato, forse ci vuole la filosofia per capire questa disciplina.

Provo a chiederlo a Luca Mulas. Sono andato a trovarlo alla ASD Segrate Boxe. Mi racconta come ha iniziato. “Vivevo in Sardegna, avevo fame, avevo rabbia. Mio padre morì che avevo 15 anni. Il pugilato mi ha insegnato la disciplina, il sacrificio.” Mi guardo attorno, la palestra è piena di ragazzini. Luca è molto orgoglioso del lavoro che fa con loro. “Ho iniziato con i miei figli, oggi ho 40 bambini con me. In tutta la Lombardia ci sono 300 tesserati.” Luca vorrebbe portare la boxe nelle scuole. Maschi, femmine, non c’è differenza per lui. Si tratta di insegnare l’autostima, la consapevolezza, i limiti del proprio corpo. Come la danza, penso. Ecco perché mi affascinano allo stesso modo. “Per fare boxe ci vuole intelligenza. Il pugile è un calcolatore che deve saper anticipare ogni mossa e replicare in modo inaspettato.” Con il tuo curriculum, gli dico, potresti insegnare in qualche palestra del centro. Scuote il capo e ride. Non è interessato a fare l’allenatore. Lui è un maestro di boxe. “I maestri non sono impiegati, è gente che si porta i problemi a casa. Vanno a cercare i ragazzi che sbagliano, li riportano sul ring.”

Anche Marco Salvemini la pensa allo stesso modo. Mi presenta suo padre Matteo, quattro volte campione d’Italia e campione d’Europa dei pesi medi, una vera leggenda della vecchia scuola. Gestiscono assieme la ADS Boxe Club Bollate. Starei ore a sentire Matteo che mi racconta le sue avventure. Di quella volta che da ragazzino andò a fare un incontro a Taranto e tornò a Barletta sul retro di un’Apecar perché non aveva i soldi del treno, di quando si alzava alle cinque del mattino e andava a piedi dalla palestra in Corso Sempione all’officina meccanica a Bruzzano dove lavorava, delle telefonate in Portorico che ancora fa a Carlos Santos suo “nemico” sul ring e amico nella vita. Poi mi dice, perentorio: “i pugni facevano male”. Mi guarda come se non avessi capito. Allora tira giù due guantoni appesi e li slaccia. “Questi sono quelli che usavamo trent’anni anni fa, da otto once” me li fa indossare. Tiro dei pugni sul palmo della mano. Sento le nocche urtare. Poi mi fa provare i guantoni regolamentari odierni. L’imbottitura mitiga l’urto. “Facevano male, capisci cosa intendo?”

Suo figlio Marco ride. Poi mi mostra un atleta sul ring, un egiziano. “È un ragazzo che ha sbagliato” mi dice. “Ma è un bravo ragazzo. Ne ho parlato col giudice al processo. Gli ho detto di lasciarmelo in custodia, ci avrei pensato io a lui. Ora sta tirando fuori la rabbia, sta imparando le regole. È un vero talento.” Ecco la storia che il cinema ci racconta, aveva ragione Damiano, sempre la stessa: fame, rabbia, emancipazione, rivincita. Cadere, risorgere. Una storia atavica, nobile, poetica. Popolare, come era mio padre, figlio analfabeta di un’Italia che usciva dalla guerra e che voleva rimettersi in piedi. Con speranza, con rabbia.

Un anno e mezzo fa, non aveva ancora compiuto 13 anni, mia figlia Sara decise di smetterla con il nuoto. “Voglio fare boxe” mi disse, perentoria. Rimasi impietrito per alcuni secondi. “Può sempre tornare utile” fu la mia replica. La portai da Renato per una lezione di prova; tornò a casa rossa in volto e felice come una pasqua. “Ti dirò” mi ha detto un giorno Renato, “ha pure del talento. La voglio tesserare e farle fare degli incontri”.

Una notte ho sognato il suo primo match. Il sudore, le urla, l’adrenalina. Io, in prima fila, in religioso silenzio. Ho affianco mio padre che osserva la sua nipotina, quella che purtroppo non ha mai visto crescere. La guarda, silente. Con orgoglio.

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(precedentemente pubblicato su “IL”, mensile del Sole24Ore, numero 109 del 22 febbraio 2019. Le bellissime fotografie sono di Diego Mayon)

]]> https://www.nazioneindiana.com/2020/01/21/pugni-chiusi-2/feed/ 1 Il romanzo della pluralità https://www.nazioneindiana.com/2020/01/20/il-romanzo-della-pluralita/ https://www.nazioneindiana.com/2020/01/20/il-romanzo-della-pluralita/#comments Mon, 20 Jan 2020 07:00:17 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=82038 di Monica Pezzella

Proprio di recente un’inchiesta di Vanni Santoni per L’Indiscreto ha affrontato un quesito che divide da anni i critici letterari: è possibile scrivere oggi un romanzo dei nostri tempi e del nostro Paese che, al pari del grande romanzo americano, potrebbe imporsi come “il grande romanzo italiano”?… Leggi il resto »

]]> di Monica Pezzella

Proprio di recente un’inchiesta di Vanni Santoni per L’Indiscreto ha affrontato un quesito che divide da anni i critici letterari: è possibile scrivere oggi un romanzo dei nostri tempi e del nostro Paese che, al pari del grande romanzo americano, potrebbe imporsi come “il grande romanzo italiano”?

Leggendo Leonardo Luccone e il suo La casa mangia le parole (Ponte alle Grazie) mi sono detta che forse eccola qui, una possibile risposta, che si rivela però più enigmatica e trasversale di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Il grande romanzo italiano parrebbe essere in realtà un grande romanzo americano; un romanzo che rompe gli argini dell’italianità tradizionalmente intesa.

A dispetto di una cocciuta resistenza contro le americanate e il traduttorese – avversione ottusa perché non sta al passo coi tempi e non prende atto di una oggettiva contaminazione ostinandosi a scambiarla per copia – l’architettura di La casa mangia le parole si pone al di là e al di sopra della tipicità della letteratura italiana perché supera quello che ne è, più che una caratteristica, un limite – poiché caratteristica etichettabile.

Il romanzo italiano medio – lasciamo fuori i capolavori della letteratura, che in quanto tali godono di unicità – è quasi sempre orgogliosamente piccolo. Piccolo non per le dimensioni, ma per l’inquadratura, la portata della realtà in esso contenuta, per il focus ristretto e lineare, semplice e premuroso di non chiedere al lettore troppo sforzo e pertanto concentrato sul mondo singolare di uno o più personaggi. Una o più persone, ma un mondo singolare, un mondo soltanto.

La storia narrata è quasi sempre una miniatura semplificata delle realtà plurime e caotiche che riempiono di senso il singolo e in cui il singolo è inevitabilmente invischiato.

Prendiamo a esempio il caso più banale: la storia di un uomo. L’inquadratura segue un uomo in campo ristretto, tagliando fuori tutto ciò che non lo riguarda o lo riguarda solo marginalmente, mantenendo la sequenza di immagini il meno inquinata possibile, affinché lui – l’uomo – sia il più a fuoco possibile: non una sbavata sagoma di colori misti, ma un pantone ben definito, un figurino dai contorni ininterrotti di cui tutto ciò che sappiamo lo sappiamo per somministrazione diretta.

Eppure la realtà procede diversamente; o meglio, l’uomo procede diversamente nella realtà. Quell’inquadratura ristretta è un artificio, non esiste e non è autodefinita; essa esiste piuttosto unicamente in relazione e in contrasto con le altre realtà che interseca, e sono proprio queste a definirla nel momento in cui reagisce alla loro intromissione. La definizione di un personaggio o di una storia non è molto diversa da una relazione sentimentale: quest’ultima è tanto più forte e tanto più resiste al tempo quanto più in essa entrano in gioco elementi esterni che la identificano per contrasto e l’alimentano di novità contro la routine. Una relazione che non funziona è una relazione che si è chiusa tra quattro mura e due singolarità. Il romanzo italiano che non può aspirare a essere il grande romanzo italiano è un romanzo incanalato in una narrazione singola.

Luccone sposta, allarga e stringe l’inquadratura nella pluralità.

La farsa di una coppia che finge di stare ancora insieme; un’azienda che entra a pieno titolo tra i protagonisti del romanzo; gli appunti scritti da un italoamericano ambientalista; la pulsazione della città sotto il cielo cangiante e della terra sotto il cemento, che sia quello di Roma o quello di Boston; l’ardita carrellata di vite di ogni singolo membro della suddetta azienda; la riscoperta di un altro tempo mentre si guarda un albero; la dislessia vista dall’interno; la richiesta di un rapporto a tre confessata su un blog; la disanima di un odore del bosco. Non si tratta, no, di coraggiose digressioni. È semmai il coraggio di usare tutto lo sguardo di cui un uomo – in questo caso Leonardo Luccone – dispone per abbracciare e restituire l’idea del fermento del mondo. In una sequenza temporale frammentaria e una lingua che cambia di continuo e resta impeccabile.

Nessuno aveva mai avuto il coraggio di farlo: valicare apertamente, platealmente il confine dell’italianità formato famiglia; nessuno lo fa per timore, certo, di essere tacciato di aver scritto la temuta “americanata”.

Qualcuno lo ha già detto, di Luccone e de La casa mangia le parole: qualcuno lo ha già tacciato di prolissità, formalità, americanità. Ben vengano gli altri che verranno: quelli che non si sono ancora accorti che se un romanzo italiano oggi assomiglia a un romanzo americano è proprio perché – diamo credito alla realtà – l’Italia oggi assomiglia all’America.

Non c’è bisogno di aver visto letto ascoltato e scopiazzato film libri musica in traduzione. Non abbiamo più bisogno di copiare. L’originale da cui copiavamo – se mai abbiamo copiato, perché in arte raramente si copia, più verosimilmente si trae ispirazione – ci appartiene. Si chiama contaminazione.

Qualche anno fa lo stesso Luccone, che ha scritto un grande romanzo, non sarebbe stato d’accordo. Adesso chissà.

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Sergio Rotino: si inizia a bruciare la memoria https://www.nazioneindiana.com/2020/01/19/rotino/ https://www.nazioneindiana.com/2020/01/19/rotino/#respond Sun, 19 Jan 2020 09:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=82245  

Anselm Kiefer 

I

che dire

la casa brucia deve bruciare perché piena di libri simile a un uovo piena fino a scoppiare la donna a seguire brucia dentro
la casa dentro la stanza con i suoi libri a riempire la stanza a riempire le stanze a fare che fare a fare
loro proprietà la stanza a intasarla intera di polvere di fibre del legno di stoffa di stracci diventati scartafacci rilegati di parole
carta incisa di nero pensiero per cui su di lui
petrolio benzina sparge il pompiere sui molti volumi di carta è piena la casa tanto che il fuoco si sente indegno a bruciarla
ma la brucia ugualmente lento ma la brucia quando
la donna appicca il fuoco sorridente si veste di un sorriso estatico lasciando bruciare se stessa da santa coi libri le carte la
memoria inscritta foglio sotto inchiostro vegetale e il fuoco da lì sale avanza famelico la pira scala poi
invade stanza poi casa e brucia brucia brucia ogni pagina ogni singolo foglio tinto da parole da ragione innocente senza posa
carico di rabbia incosciente la stessa di cui son pieni gli umani pompieri irrazionale però l’ordine bisogna
eseguire fuori da qualsivoglia cosciente giurisdizione tranne quella animale forse
nemmeno quella fuori da ogni dire allora

che dire

II

451 diceva che era bello fare il pompiere spargere benzina a litri appiccare il fuoco riducendo le carte in cenere e con
loro lettere
pensieri qualunque fossero comunque siano ovunque condurre potessero bello vedere le fiamme salire verso l’alto
a esalare il loro mormorio asfissiante bruciare quanto faceva male quanto male è ancora in loro pulire il mondo dal
loro niente

che dire

III

i libri facevano spesse le pareti tenevano lontano il freddo tornava certo per poi svanire in una lotta mai
completamente esausta di oscuro
mista ad amenità del banale facevano male facevano pensare il pensiero tramutandolo in alacre produttore di
dolore mai della gioia
facile della gioia docile vicina allegra della noia ecco dunque su di essi il fuoco avvampa si appiccava bene perché la
carta era vecchia è sempre vecchia eppure sempre aveva sete di parole vecchie
o nuove cosa importa
ecco perché la paura del vuoto eterno si faceva presente al consesso mentre la donna gettava un cerino acceso quel
cerino
preciso a perpendicolo sulle pagine spalancate verso di esso perché da sempre la contengono se avessero voluto
fare nuova quella precisa occasione se prese in mano le avessero i pompieri della nuova società del futuro passato
bruciandosi ustionandosi fino all’osso cavo della mente ne avrebbero ricavato un piacere superiore
al compito effettuato per il bene comune sotto mandato pubblico apparso livido di predetto sulla fronte al suo
centro portatore di un credo
ateo però disperatamente universale sarebbe stato marzo è possibile lo fosse o pieno inverno della coscienza
quando il fuoco
veniva appiccato dalla donna alle pagine sue in loro perenne gloria così da farne cenere degli eventi no
è in primavera è questo il tempo in cui si inizia a bruciare la memoria

che dire

IV

la donna sorrideva
ci si chiede sorrideva la donna lasciando cadere dall’alto verso un condannato solo il cerino sorrideva quella donna
ammettiamolo pure
lasciava cadere il cerino sulle parole di carta sangue del suo sangue carne della sua carne sorridendo mentre il rogo
saliva o anche prima
infliggeva ai suoi occhi la distruzione del fuoco raggiante della sua furia inclementemente vasta di cui sono
composti
volontariamente i senza dio i senza memoria la fiamma
saliva toccava il suo apice spariva la casa la stanza la donna pensiero più memoria di lei l’immagine sua
no l’immagine permaneva confitta dentro la visione del pompiere numero 451 alimentava restando muta lingue
meravigliose diceva nel silenzio
parole come perdurare come tramandare come andare avanti ancora non morire farlo solo dopo solo
nel corpo perciò morire mai che è vuoto il morire che è senza scopo

che fare dunque

il topo lo vedi sta nel labirinto sta nella gabbia si muove libero di stare mentre per quanto riguarda l’andare non sa
perciò sta

non dice

Sergio Rotino, 451
a R.B.… Leggi il resto »

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Anselm Kiefer 

I

che dire

la casa brucia deve bruciare perché piena di libri simile a un uovo piena fino a scoppiare la donna a seguire brucia dentro
la casa dentro la stanza con i suoi libri a riempire la stanza a riempire le stanze a fare che fare a fare
loro proprietà la stanza a intasarla intera di polvere di fibre del legno di stoffa di stracci diventati scartafacci rilegati di parole
carta incisa di nero pensiero per cui su di lui
petrolio benzina sparge il pompiere sui molti volumi di carta è piena la casa tanto che il fuoco si sente indegno a bruciarla
ma la brucia ugualmente lento ma la brucia quando
la donna appicca il fuoco sorridente si veste di un sorriso estatico lasciando bruciare se stessa da santa coi libri le carte la
memoria inscritta foglio sotto inchiostro vegetale e il fuoco da lì sale avanza famelico la pira scala poi
invade stanza poi casa e brucia brucia brucia ogni pagina ogni singolo foglio tinto da parole da ragione innocente senza posa
carico di rabbia incosciente la stessa di cui son pieni gli umani pompieri irrazionale però l’ordine bisogna
eseguire fuori da qualsivoglia cosciente giurisdizione tranne quella animale forse
nemmeno quella fuori da ogni dire allora

che dire

II

451 diceva che era bello fare il pompiere spargere benzina a litri appiccare il fuoco riducendo le carte in cenere e con
loro lettere
pensieri qualunque fossero comunque siano ovunque condurre potessero bello vedere le fiamme salire verso l’alto
a esalare il loro mormorio asfissiante bruciare quanto faceva male quanto male è ancora in loro pulire il mondo dal
loro niente

che dire

III

i libri facevano spesse le pareti tenevano lontano il freddo tornava certo per poi svanire in una lotta mai
completamente esausta di oscuro
mista ad amenità del banale facevano male facevano pensare il pensiero tramutandolo in alacre produttore di
dolore mai della gioia
facile della gioia docile vicina allegra della noia ecco dunque su di essi il fuoco avvampa si appiccava bene perché la
carta era vecchia è sempre vecchia eppure sempre aveva sete di parole vecchie
o nuove cosa importa
ecco perché la paura del vuoto eterno si faceva presente al consesso mentre la donna gettava un cerino acceso quel
cerino
preciso a perpendicolo sulle pagine spalancate verso di esso perché da sempre la contengono se avessero voluto
fare nuova quella precisa occasione se prese in mano le avessero i pompieri della nuova società del futuro passato
bruciandosi ustionandosi fino all’osso cavo della mente ne avrebbero ricavato un piacere superiore
al compito effettuato per il bene comune sotto mandato pubblico apparso livido di predetto sulla fronte al suo
centro portatore di un credo
ateo però disperatamente universale sarebbe stato marzo è possibile lo fosse o pieno inverno della coscienza
quando il fuoco
veniva appiccato dalla donna alle pagine sue in loro perenne gloria così da farne cenere degli eventi no
è in primavera è questo il tempo in cui si inizia a bruciare la memoria

che dire

IV

la donna sorrideva
ci si chiede sorrideva la donna lasciando cadere dall’alto verso un condannato solo il cerino sorrideva quella donna
ammettiamolo pure
lasciava cadere il cerino sulle parole di carta sangue del suo sangue carne della sua carne sorridendo mentre il rogo
saliva o anche prima
infliggeva ai suoi occhi la distruzione del fuoco raggiante della sua furia inclementemente vasta di cui sono
composti
volontariamente i senza dio i senza memoria la fiamma
saliva toccava il suo apice spariva la casa la stanza la donna pensiero più memoria di lei l’immagine sua
no l’immagine permaneva confitta dentro la visione del pompiere numero 451 alimentava restando muta lingue
meravigliose diceva nel silenzio
parole come perdurare come tramandare come andare avanti ancora non morire farlo solo dopo solo
nel corpo perciò morire mai che è vuoto il morire che è senza scopo

che fare dunque

il topo lo vedi sta nel labirinto sta nella gabbia si muove libero di stare mentre per quanto riguarda l’andare non sa
perciò sta

non dice

Sergio Rotino, 451
a R.B. e F.T.

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Fotografie da Norimberga e dintorni https://www.nazioneindiana.com/2020/01/18/fotografie-da-norimberga/ https://www.nazioneindiana.com/2020/01/18/fotografie-da-norimberga/#respond Sat, 18 Jan 2020 06:00:53 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=82210  

di Marco Viscardi

Il cavaliere di Bamberga risale alla metà del Duecento, ma è così medievale che pare un falso ottocentesco. Se fosse un falso, sarebbe kitsch e basta, invece è un cavaliere nel senso più concreto e reale: un giovane uomo a cavallo, nessuna armatura, nessuna retorica di pennacchi e blasoni, ma il silenzio di una tunica che, secondo alcuni, è stata rosso imperiale al tempo in cui le statue erano colorate.… Leggi il resto »

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Homes in Nurnburg, Germany, ca. 1857

 

di Marco Viscardi

Il cavaliere di Bamberga risale alla metà del Duecento, ma è così medievale che pare un falso ottocentesco. Se fosse un falso, sarebbe kitsch e basta, invece è un cavaliere nel senso più concreto e reale: un giovane uomo a cavallo, nessuna armatura, nessuna retorica di pennacchi e blasoni, ma il silenzio di una tunica che, secondo alcuni, è stata rosso imperiale al tempo in cui le statue erano colorate. In testa non ha elmo ma corona. Anonimo e misterioso, il giovane a cavallo non è un everyman, non rappresenta ognuno, ma la sua individualità si è costruita attraverso una storia smarrita col passare del tempo. Oggi nessuno è in grado di dargli davvero un nome. Grava con tutto il suo peso di pietra su una improbabile mensola nel Duomo di Bamberga. Consapevole della sua importanza, sicuro del suo ruolo, questo uomo a cavallo è entrato in chiesa da un mondo altro e guarda verso l’altare, alla ricerca del Cristo che l’ha folgorato.

Gli altari di queste chiese fanno pensare ai palchi dei cervi, agli alberi che crescono e diventano sempre più robusti, ramificandosi di continuo, geminando, digredendo, aprendosi a nuove possibilità. Il cavaliere, forse la prima scultura equestre in Europa dopo i Greci, non è stanco ma odora di bosco e di strada percorsa; sovverte tutte le distinzioni fra scultura classica e medievale. Ricordo la torsione del collo, la fatica di voltarsi e di restare così, dal Duecento, incurante dei crolli degli imperi e delle fedi, indifferente al passaggio delle generazioni che quotidianamente camminano sotto e lo guardano. Completamente preso dalla sua vocazione, dalla chiamata ricevuta, alla ricerca di un Dio che l’ha scelto e che lui continua a cercare.

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Qui ci vorrebbe un ponte logico, un nesso per dare l’idea di un passaggio che è oppositivo solo in apparenza, ma in realtà è perfettamente consequenziale. Una congiunzione che scardini il rischio di vanitoso spaventare i borghesi, ma che leghi tutto in un legame creaturale. Leghi in un legame. Creaturale. Perché quel cavaliere di pietra rimanda a Dürer, già malato e vecchio a cinquantatré anni, che si fa ricavare un gabinetto, inteso proprio come cesso, abusivo nella grande stanza della cucina – idea oggi discutibile, ma a Napoli ne ho viste di case abitate da fuorisede con lo stesso bagno in cucina, anche senza Dürer.

A Dürer, che aveva una delle più grandi case di Norimberga, veniva difficile salire le scale per liberarsi, alleggerirsi dai pesi del mondo, evacuare nel bagno ufficiale. E lo capisco, a Norimberga, fra birra e salsicce, il corpo ha spesso bisogno di ritrovarsi a suo agio. Nella casa di Dürer, dopo due guerre mondiali, la distruzione degli imperi, l’usura delle cose, di originale resta lo spazio abusivo del gabinetto. La sola cosa che resta com’era e che Dürer ha effettivamente visto, è il vano, letteralmente il vuoto, di questa latrina fuorilegge. E per poco non l’obbligavano a pagarci una tassa, ma poi la città l’ha graziato, per rispetto alla sua grandezza. Questo Dürer che meditava Lutero e non aveva la forza di trattenere gli umori, in balìa di forze, trascendenti e fisiche, maggiori di lui. Così il cavaliere è corpo e anima, visibile nella sua permanenza di pietra e anche Dürer è stato anima e corpo, ma ora è assente, resta il vuoto, una porta scura, di legno, che segna l’ingresso in uno spazio altro, allestito di nascosto, creato dove non dovrebbe essere.

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Altro ponte che non ho, ponte pericolante, in discesa malinconica. La miseria umana sta in relazione agli animali. Non so come i figli cambino la visione delle cose, mi rendo conto di come il mio cane Ulisse cambi il mio approccio verso gli animali e come in ogni bestia, io veda la mia bestia, la riconosca nei modi di muoversi, di guardare, nell’espressione che tutti hanno pur senza avere espressione. In quel loro sguardo che a noi sembra una continua richiesta. Gli animali esistono e basta, forse sono loro l’eternità. Gli animali non sono nel tempo. Due guerre mondiali, imperi caduti, angeli della storia spennati e tristi, per loro non esistono. La miseria umana: gli animali arsi in Australia, le scimmie morte in uno zoo tedesco che ha preso fuoco per i botti di Capodanno. La miseria umana del presepe all’aperto che vedo a Norimberga: con animali, ma senza Cristo, senza bambino. All’aperto, con l’invito a dare una mancia per fare una foto alle bestie da baraccone: capra, asino, lama. L’asino da solo è un piccolo mondo rabbioso, rassegnato e triste, ma c’è anche il cammello. L’essere vivente più imponente che abbia mai visto. (Avrò visto elefanti da piccolo?). I vecchi che ancora ricordano i motti e i modi del dire, ricordano che è definito «nave del deserto», e vederlo fa davvero pensare a una nave. Gigantesco e docile, seduto era una nave ormeggiata, rassegnata. Una nave pensosa, col collo gigantesco. Una nave con gli occhi. Esposto per una tip in cambio di un click.

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I giocattoli, le bambole, sono anche loro fuori dal tempo. La vecchia delle bambole è anche lei fuori dal tempo, imperi, guerre e tutte quelle cose lì, le conosce ma credo le interessino. Il suo tempo non è epico, non esiste un passato assoluto separato da un presente ingrato: per lei tutto è continuità e forse compresenza. Il suo negozio è in un palazzo che ha cinquecento anni, come la scala in legno che ci fa vedere, ricavata da un solo albero. Delle migliaia di pezzi che ha in negozio conosce le origini, le provenienze, le date, almeno il decennio di appartenenza. Non è detto che quello che dice sia vero dal punto di vista delle cronache e dei calendari, ma è vero in quello spazio. Poi io di questa vecchina dall’età indefinita (sessanta mal portati? Quasi cento ben tenuti?), mi fido, mi fido delle sue cronache e dei suoi almanacchi, è una memoria delle cose, delle cose che vanno e vengono e non si possono trattenere; niente si può trattenere.

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Nel tempo viveva il signore che emozionato mi ha fatto vedere una sua foto di cinquant’anni prima nella stessa panca, un po’ lubrica, dove eravamo seduti nella antica birreria del mercato dei maiali. Per la prima volta dopo cinquant’anni è tornato in quel posto e ricordava tutto. La foto era piccola, la lucidità del nero aveva invaso le cose. Si vedeva appena l’argento – forse il ferro – delle stoviglie sulla mensola. Il formato di quella foto era lo stesso di quelle di mio padre quando era soldato di leva. Ma lì i colori sono rimasti. Per cinquant’anni, una vita, famiglia, figli, in cui c’era anche il ricordo di quel posto che poi il secondo giorno del nuovo anno, del quasi nuovo decennio, ha finalmente rivisto. Nel tempo viveva la signora triste, col cane Holly ‘she is a old english Bulldog, she’s old but charming’ nel suo inglese metallico, nel suo inglese tedesco di signora un po’ sola, che beve tre bicchieri di bianco e un po’ oscilla per tornare a casa. Ma per fortuna ha Holly, an old but charming dog, che la protegge sul suo cammino.

 

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Su “La solitudine del critico” di Giulio Ferroni https://www.nazioneindiana.com/2020/01/17/su-la-solitudine-del-critico-di-giulio-ferroni/ https://www.nazioneindiana.com/2020/01/17/su-la-solitudine-del-critico-di-giulio-ferroni/#respond Fri, 17 Jan 2020 05:00:13 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=82202 di Massimiliano Manganelli

Quasi certamente non era nelle intenzioni di Giulio Ferroni scrivere e pubblicare un manifesto, cui peraltro La solitudine del critico (edito da Salerno) nemmeno lontanamente somiglia. Eppure, come in ogni manifesto che si rispetti, non mancano le parole d’ordine, anzi sarebbe meglio dire la parola d’ordine, per di più proclamata nel sottotitolo: resistere.… Leggi il resto »

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di Massimiliano Manganelli

Quasi certamente non era nelle intenzioni di Giulio Ferroni scrivere e pubblicare un manifesto, cui peraltro La solitudine del critico (edito da Salerno) nemmeno lontanamente somiglia. Eppure, come in ogni manifesto che si rispetti, non mancano le parole d’ordine, anzi sarebbe meglio dire la parola d’ordine, per di più proclamata nel sottotitolo: resistere. E in copertina quel verbo è scritto in rosso, mentre le due parole che lo precedono – leggere e riflettere – sono scritte in nero. Ma resistere a cosa? Se si vuole estrarre da questo pamphlet un altro termine ricorrente, che stavolta non è una parola d’ordine, lo si può facilmente individuare in costipazione. Certo, il vocabolo richiama il lessico medico e in fondo è giusto, perché questo piccolo libro può essere letto soprattutto come una diagnosi.

Scrive Ferroni nelle prime pagine che la letteratura «è sempre più prigioniera della quantità, della moltiplicazione della produzione e del panorama editoriale», perciò ancor prima che di una solitudine occorrerebbe parlare di uno spaesamento del critico, di una «angoscia della quantità», ma soprattutto di una perdita di ruolo. Va detto subito: se la diagnosi c’è, la prognosi è assente. Ferroni non propone alcuna ricetta: si limita a ribadire, e anche con una certa forza, quale dovrebbe essere la funzione della critica. Il condizionale, come si usa dire, è d’obbligo, dal momento che oggi la figura del critico più che solitaria appare inutile, non funzionale al sistema della comunicazione.

Dietro il sistema della comunicazione, ovviamente, sta il mercato, con il suo «impero del pensiero unico e computazionale», un pensiero strettamente economicistico, che non ammette la presenza di ciò che non è funzionale al consumo. Come la critica, appunto, la quale appare da diverso tempo in crisi, divaricata ormai tra «chiusura specialistica ed espansione tuttologica», cioè, all’ingrosso, tra accademia e critica culinaria – per usare la celebre metafora di Brecht –, quella che serve solamente a «pompare pubblico». Tuttavia, osserva Ferroni a partire da Paul de Man e Lavagetto (il cui celebre Eutanasia della critica è qui giustamente ripreso), tra critica e crisi c’è una stretta relazione, non soltanto per la comune radice etimologica. La critica è perennemente in crisi, quasi per statuto, perché deve (dovrebbe) incessantemente ripensare i propri strumenti di indagine del testo. Sul tema Ferroni scrive pagine dall’andamento autobiografico, nel quale si ripercorre l’itinerario della critica letteraria italiana e non solo dagli anni Sessanta (che corrispondono al periodo della formazione universitaria di Ferroni stesso) a oggi, con qualche affondo contro gli eccessi di assolutizzazione degli strumenti tecnici, quelli raggiunti dal «formalismo esasperato» e dal «funzionalismo matematizzante». L’autore, si sa, non è mai stato tenero nei confronti dello strutturalismo e della semiotica. Nonostante lo sguardo autobiografico rivolto all’indietro, si tratta di pagine prive di nostalgia per quella che, per certi aspetti, è stata comunque l’epoca d’oro della critica, allorché quest’ultima «si nutriva di teoria, proiettava dal proprio seno le più articolate prospettive teoriche, riconnetteva l’ascolto della letteratura ai più vasti ambiti dell’estetica e della filosofia». Si rinviene tuttavia qualche rimpianto personale, per esempio nelle poche righe dedicate a Giacomo Debenedetti, riguardo al quale Ferroni ammette di non essere stato in grado, allora, di percepirne «la grandezza».

Dunque, se, come scrive l’autore, «la crisi è coessenziale alla critica», in una situazione di crisi profondissima come quella attuale si può comunque trarre forza dalla propria insufficienza. C’è, nella «pullulante e petulante comunicazione contemporanea», un «inevitabile inexpletum»: il compito della critica starebbe proprio nell’indagare quell’«oltre» che, secondo Ferroni, caratterizza la parola letteraria, e in particolare la poesia. Le pagine dedicate alla poesia, «voce di ciò che non abbiamo», sono le più dense, eppure le più discutibili, almeno per il sottoscritto, perché appaiono ancorate a un’idea cultuale – in senso benjaminiano – della parola poetica, troppo legata alla nozione di suono. Nondimeno, in qualche misura Ferroni coglie nel segno, perché evidenzia il nesso pressoché inscindibile tra poesia e critica, entrambe collocate «entro la propria insufficienza», entrambe in fondo accomunate da un atteggiamento di resistenza. E «ogni autentico atto critico è un atto di resistenza, non c’è critica senza resistenza».

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