Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Mon, 18 Nov 2019 05:00:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.12 Brevi discorsi https://www.nazioneindiana.com/2019/11/18/brevi-discorsi/ https://www.nazioneindiana.com/2019/11/18/brevi-discorsi/#respond Mon, 18 Nov 2019 05:00:27 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=81382 di Anne Carson

traduzione di Marilena Renda

 

Introduzione

Una mattina presto le parole vennero a mancare. Prima, le parole non erano. I fatti erano, le facce erano. In una buona storia, Aristotele ci dice che tutto ciò che accade è spinto da qualcos’altro.… Leggi il resto »

]]>
di Anne Carson

traduzione di Marilena Renda

 

Introduzione

Una mattina presto le parole vennero a mancare. Prima, le parole non erano. I fatti erano, le facce erano. In una buona storia, Aristotele ci dice che tutto ciò che accade è spinto da qualcos’altro. Tre vecchie sono chine nei campi. A che serve interrogarci? dissero. Ben presto fu chiaro che esse sapevano tutto ciò che c’era da sapere sui campi innevati, i germogli verdi e blu e la pianta chiamata “audacia”, che i poeti scambiano per viola. Cominciai a ricopiare tutto ciò che veniva detto. La punteggiatura costruisce gradualmente un istante di natura, senza la noia di una storia. Le do enfasi. Farò qualunque cosa per evitare la noia. È il compito di una vita. Non puoi mai sapere abbastanza, mai lavorare abbastanza, mai usare gli infiniti e i participi in modo abbastanza strano, mai ostacolare abbastanza duramente il movimento, mai lasciare la mente abbastanza velocemente.

 

Breve discorso sulle orchidee

Viviamo scavando tunnel, perché siamo gente sepolta viva. Per me, i tunnel che scavi sembreranno stranamente senza scopo, orchidee sradicate. Ma la fragranza è imperitura. Un Ragazzo è scappato da Amherst pochi Giorni fa, scrive Emily Dickinson in una lettera del 1883, e quando le chiedono dove stava andando rispose, Vermont o Asia.

 

Breve discorso su Parmenide

Ci vantiamo di essere persone civili. Ma cosa succederebbe se i nomi delle cose fossero completamente diversi? L’Italia, per esempio. Ho un amico che si chiama Andrea, italiano. È vissuto in Argentina e in Inghilterra, e per un po’ anche in Costarica. Dovunque viva, invita gente a cena. È un gran lavoro. Pasta con i carciofi. Pesche. Il suo largo sorriso non svanisce mai. Cosa accadrebbe se il vero nome dell’Italia si rivelasse essere Brzoy? – Andrea continuerà a viaggiare per il mondo come la luna vagante con la sua luce presa a prestito? Temo che non siamo riusciti a capire ciò che stava dicendo, o le sue ragioni. Per esempio, se ogni volta che dice “città” intendesse “illusione”?

 

Breve discorso sulla deflorazione

Le azioni che compiamo in una vita non sono così tante. Entrare, andare, entrare in segreto, attraversare il Ponte dei Sospiri. E quando hai gettato il disonore su di me, ho visto che il disonore è un’azione. È successo a Venezia, le corde vocali si sono ingrossate. Attraversai rombando Venezia, sopra e sotto i ponti, ma tu te n’eri andato. Più tardi, quel giorno, telefonai a tuo fratello. Cos’ha che non va la tua voce? disse.

 

Breve discorso su Monna Lisa

Ogni giorno lui versava la sua domanda dentro di lei, come tu versi acqua da un recipiente a un altro, e l’acqua fuoriusciva. Non ditemi che stava dipingendo sua madre, la lussuria, ecc. C’è un momento in cui l’acqua non è né in un recipiente né nell’altro – che sete che era, e lui pensava che quando la tela sarebbe stata completamente vuota avrebbe smesso. Ma le donne sono forti. Lei conosceva i contenitori, conosceva l’acqua, conosceva la sete mortale.

 

Breve discorso sull’edonismo

La bellezza mi rende disperata. Non mi interessa perché più voglio solo andarmene. Quando guardo la città di Parigi desidero avvolgerle le gambe intorno. Quando ti guardo ballare c’è una scorata immensità, come un marinaio in un mare calmo e morto. Desideri rotondi come pesche sbocciano in me tutta la notte, non raccolgo più quello che cade.

 

Breve discorso sulla lettura

Alcuni padri odiano leggere ma amano portare le famiglie in viaggio. Alcuni bambini odiano i viaggi ma amano leggere. Buffo come questi si ritrovino ad essere passeggeri nella stessa macchina. Intravedevo le meravigliose e lampanti spalle delle Montagne Rocciose tra un paragrafo e l’altro di Madame Bovary. Ombre di nuvole vagavano languidamente per l’enorme gola rocciosa, tratteggiavano i suoi fianchi di conifere. Da allora non riesco a guardare i peli sulla pelle femminile senza pensare: Deciduo?

 

Breve discorso su chi sei tu

Voglio sapere chi sei. La gente parla di una voce che grida nel deserto. Per tutto il vecchio Testamento una voce, che non è la voce di Dio ma che conosce i suoi pensieri, grida. Mentre aspetto, potresti farmi un favore. Chi sei tu?

 

Breve discorso su Charlotte

Charlotte, Emily e Anne Brontë erano solite, dopo le preghiere, posare il cucito e camminare in fila indiana attorno al tavolo del salotto fino alle undici circa. Emily camminò finché poté, e quando morì Anne e Charlotte ricominciarono – e adesso mi fa male il cuore nell’udire Charlotte che cammina, cammina da sola.

 

Breve discorso sulla ferita notturna del mondo di Hölderlin

Re Edipo può avere avuto un occhio di troppo, disse Hölderlin, e continuò ad arrampicarsi. Sotto il verso dell’albero è vuoto come l’interno di un polso. La roccia resta. I nomi restano. I nomi cadono su di lui, sibilando.

 

Breve discorso sulla sensazione di decollo aereo

Beh sai, mi domando, potrebbe essere l’amore che corre verso la mia vita con le braccia alzate gridando che affare, compriamolo!

 

Breve discorso sulle pietre del sonno

Camille Claudel visse gli ultimi trent’anni della sua vita in manicomio, chiedendosi il perché, scrivendo lettere a suo fratello il poeta, che aveva firmato le carte. Vieni a trovarmi, dice. Ricordati che vivo con delle pazze, i giorni sono lunghi. Non fumava e non passeggiava. Si rifiutava di scolpire. Le diedero delle pietre del sonno, marmo, granito e porfido, ma lei le ruppe, poi ne raccolse i pezzi e di notte li seppellì fuori dalle mura. Di notte le sue mani crescevano, sempre più enormi finché nella fotografia sembrano due parti di qualcun altro poggiate sulle sue ginocchia.

 

Breve discorso sul riparo

Puoi scrivere su un muro con un cuore di pesce, grazie al fosforo. Loro lo mangiano. Ci sono baracche così lungo il fiume. Sto scrivendo questa cosa per essere il più possibile ingiusta nei tuoi confronti. Sostituisci la porta quando esci, essa dice. Adesso dimmi quanto è ingiusta, quanto scintilla a lungo. Dimmi.

 

Anne Carson, Short Talks, Brick Books 1992, 2015

 

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/11/18/brevi-discorsi/feed/ 0
Un pensare per campi. Divinazione e Sincronicità in Marie-Louise von Franz https://www.nazioneindiana.com/2019/11/17/tlon/ https://www.nazioneindiana.com/2019/11/17/tlon/#comments Sun, 17 Nov 2019 08:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=81380  

di Chiara Babuin

[con un estratto dal libro]

 

 

Marie-Louise von Franz è stata una delle più importanti e prolifiche figure della psicologia analitica. Fedele allieva e collaboratrice di Carl Gustav Jung, von Franz è conosciuta soprattutto per aver intrecciato i suoi studi di lingua e filologia classica alla psicologia, generando diverse opere sulla simbologia archetipica della fiaba, quest’ultima intesa junghianamente come l’espressione più pura dell’inconscio collettivo.… Leggi il resto »

]]>
 

di Chiara Babuin

[con un estratto dal libro]

 

 

Marie-Louise von Franz è stata una delle più importanti e prolifiche figure della psicologia analitica. Fedele allieva e collaboratrice di Carl Gustav Jung, von Franz è conosciuta soprattutto per aver intrecciato i suoi studi di lingua e filologia classica alla psicologia, generando diverse opere sulla simbologia archetipica della fiaba, quest’ultima intesa junghianamente come l’espressione più pura dell’inconscio collettivo.

Di fatto, il tratto forse più caratteristico della psicanalista svizzera è il suo eclettismo, che nella sua vita le ha permesso di trattare moltissimi temi.
Proprio in questi giorni, grazie a Edizioni Tlon, è uscito uno dei testi più affascinanti della sua vasta ricerca psicanalitca e filosofica. Stiamo parlando di Divinazione e Sincronicità: psicologia delle coincidenze significative, che si presenta come una raccolta di lezioni, tenute dalla dottoressa von Franz, al C. G. Jung Institute di Zurigo, nel 1969.

La nuova traduzione di Nicola Bonimelli sin dal titolo rende giustizia al tema cardine del libro, cioè quelle “coincidenze significative”, tratto caratteristico dei sistemi di divinazione (come l’IChing e i Tarocchi), che fanno storcere il naso agli scettici e, spesso, ai matematici.

Ma andiamo con ordine. “…prima di procedere nei dettagli legati ai problemi della divinazione, dobbiamo ricordare ciò che Jung ha detto della sincronicità“, puntualizza la psicologa proprio all’inizio del libro. Che cos’è dunque la sincronicità? È una particolare concezione del tempo, introdotta nel mondo occidentale da Jung, mentre stava studiando l’I Ching. Il Libro dei Mutamenti, il testo oracolare cinese.

“Il pensiero sincronico, che in Cina è il modo classico di pensare, è un pensare per campi, per così dire.

Nella filosofia cinese questo pensiero si è sviluppato e articolato molto più che nelle altre civiltà; lì la domanda non è perché sia accaduto qualcosa, o quale fattore abbia causato un certo effetto, ma: quali eventi amano accadere insieme, in un modo significativo e nello stesso momento? I cinesi si chiedono sempre: “Cosa tende ad accadere insieme nello stesso tempo?”. Perciò il centro del loro concetto di campo è un istante temporale in cui sono stretti gli eventi a, b, c, d, e così via. […] il pensiero sincronico può essere considerato un campo di pensiero, il cui centro è il tempo.

Scrive von Franz, chiosando Jung, che nella sua celebre introduzione all’ I Ching del 1949, definì la sincronicità come “un concetto che formula un punto di vista diametralmente opposto a quello causale”.

Si hanno dunque due concezioni temporali: quella causale, in cui i fatti si manifestano nella realtà secondo il rapporto di causa-effetto, cioè in un prima e un dopo (pensiero occidentale); e la concezione sincronica in cui un evento si manifesta grazie alla contingenza acausale di fatti oggettivi, indipendenti tra loro. In poche parole: il pensiero occidentale si basa sul concetto di causalità, mentre quello cinese su quello casualità.

Da questi due pensieri, dice e dimostra von Franz in Divinazione e Sincronicità, si determinano anche due visioni del mondo diverse. Ed è in questa fase che la studiosa svizzera chiama in causa la scienza e i matematici del suo tempo argomentando come la loro disciplina non potrà mai cogliere la verità delle cose, poiché nell’approccio scientifico il caso, l’accidente è “una scocciatura” che tentano in tutti i modi di debellare e/o ignorare. La loro iper razionalizzazione del reale è una via fallimentare, perché se i loro sistemi matematici sono volti a eliminare costantemente la particella del caso, significa che questa costante è l’essenza stessa della realtà.

“È evidente che sono due approcci del tutto complementari, volendo utilizzare il linguaggio della scienza contemporanea. Gli esperimenti eliminano il caso, l’oracolo lo mette al centro; l’esperimento si basa sulla ripetizione, l’oracolo si basa su un unico atto. Il primo si basa sul calcolo delle probabilità, il secondo si serve del numero unico e individuale per ottenere informazioni.”, conclude costruttivamente la psicologa.

Oltre a dissertare sui limiti del metodo scientifico, von Franz in Divinazione e Sincronicità parla diffusamente di numeri naturali e di come la capacità dell’uomo di fare conoscenza del mondo tramite la misura (e quindi i numeri), abbia etimologicamente a che fare con la narrazione del mondo stesso “in tedesco la parola che significa «raccontare» è erzählen, che deriva da Zahl, numero. Erzählen è «enumerare» immagini archetipiche. In francese «raccontare» è raconter, affine a compter, contare enumerare; Nora Mindell mi ha segnalato che, in cinese, la parola «enumerare», Suan, vuol dire contare il chi, cioè l’origine, del lai, cioè contare l’origine di ciò che accadrà, di ciò che sta per accadere.”

E anche l’italiano si allinea a questo legame: la parola cunto in napoletano designa sia il racconto, che le scritture contabili di registrazione delle operazioni economiche.

E ancora, nel libro, la brillante allieva di Jung parla di fiabe, archetipi, oracoli africani e miti Maya che avevano a che fare con la sincronicità. Insomma, von Franz pare suggerire che “tutto ciò che noi chiamiamo tempo sia un’idea archetipica che non ha ancora raggiunto propriamente la coscienza in noi. Non sappiamo ancora che cosa sia il tempo e sembra che sia venuto il momento in cui l’archetipo del concetto di tempo si avvicina alla soglia della coscienza.”

Divinazione e Sincronicità – piscologia delle coincidenze significative è un saggio di notevole importanza per la comprensione di uno degli aspetti più complessi e illuminanti della ricerca junghiana. Il tempo ha a che fare con la nostra origine e il nostro posto nel mondo. Studiarlo e conoscerlo è parte integrante e necessaria di un possibile percorso di autoconoscenza

 

 

Estratto da

Lezione 5Unus mundus

 

“Mandala of Auspicious Beginnings,” in Chibetto “mandara” sh usei (Tibetan Mandalas: The Ngor Collection).

 

Nel suo scritto sulla sincronicità Jung sostiene che, poiché nell’evento sincronico il regno fisico e quello psichico coincidono, dev’esserci da qualche parte una realtà unitaria dei due mondi, alla quale egli diede il nome latino di unus mundus, uno o unico mondo, un concetto già presente nel pensiero di alcuni filosofi medioevali. Jung prosegue dicendo che non siamo in grado di visualizzare questo mondo e che trascende completamente la nostra capacità di cogliere la realtà in modo cosciente. Possiamo solo dedurre o supporre che vi sia da qualche parte una tale realtà, una realtà psicofisica, potremmo dire, che si rivela sporadicamente negli eventi sincronici. In seguito, nel Mysterium coniunctionis, egli affermò che il mandala è l’equivalente psichico interiore dell’unus mundus.

Ciò significa, come sapete, che il mandala rappresenta un’unità ultima di realtà interiore ed esteriore. Indica un contenuto psichico trascendentale, che possiamo afferrare solo i modo indiretto, simbolicamente. Le varie forme del mandala sembrano indicare una simile unità. Gli eventi sincronici sono l’equivalente parapsicologico dell’unus mundus e anch’essi indicano quella stessa unità dell’universo psichico e fisico. Perciò non sorprende di trovare nella storia combinazioni di questi due motivi, del mandala e degli antichi tentativi divinatori per afferrare la sincronicità: io chiamo questi mandala divinatori. Ci sono molte tecniche divinatorie che si servono di un mandala: le più note sono il tema natale e i transiti, in astrologia. Vi ho già parlato dei due ordini del mondo che i cinesi riportavano su due tavolette, che poi facevano ruotare in senso contrario a scopo divinatorio. Nell’antichità troviamo molti altri mandala del genere: per esempio, le cosiddette “sfere divinatorie” della medicina antica. Il medico prendeva in considerazione l’età del paziente, il giorno del mese e la posizione della luna al momento in cui si era ammalato e faceva ruotare tali informazioni su un mandala matematico fino a ottenere una prognosi. Se il risultato ricadeva sulla metà inferiore della sfera, il paziente era destinato a morire; se cadeva sulla metà superiore, la prognosi era positiva.

Tali cerchi o sfere vanivano usati anche per i fini divinatori più generali: per esempio, se uno schiavo era fuggito, si poteva interrogare quel tipo di oracolo per sapere se sarebbe tornato, se sarebbe stato ritrovato, oppure se era perduto per sempre. Il metodo era lo stesso: si prendeva l’età dello schiavo, il giorno in cui era fuggito e alcuni altri numeri, che venivano riportati sulle sfere e, a seconda del risultato, si riteneva di poter prevedere l’esito della circostanza.

A ogni modo, queste tecniche piuttosto assurde mostrano che nella mente di coloro che le inventarono era presente, sullo sfondo, l’idea che la possibile conoscenza sugli eventi fosse legata all’unus mundus; perciò la divinazione prendeva la forma di un mandala.

La cosa più notevole è che, quando si usava un man- dala a fini divinatori, si trattava spesso di strutture costituite da un doppio mandala: cioè, in generale, di due ruote sovrapposte, una, che era mantenuta fissa, per un aspetto della realtà, e un’altra, che veniva ruotata, per un aspetto ulteriore.

In Cina il doppio mandala era costituito, come ho già detto, dal Vecchio Ordine Celeste, una certa disposizione dei sessantaquattro esagrammi dell’I Ching, e dal Giovane Ordine Celeste, che conteneva una diversa disposizione degli stessi trigrammi ed esagrammi. Nel Vecchio Ordine Celeste non vi sono processi energetici temporali, bensì una sorta di dinamismo in equilibrio, mentre il Giovane Ordine Celeste è un processo energetico ciclico.

Jung, nel suo scritto sulla sincronicità, pervenne anche alla conclusione che gli eventi sincronici non sono solo sporadici accadimenti privi di ordine. Alla fine dell’opera egli suggerisce l’ipotesi che gli eventi sincronici siano fenomeni casuali di ciò che egli chiama «ordinamento acausale». In altre parole, possiamo supporre che nella realtà psichica, così come nella realtà fisica vi sia una specie di ordine atemporale costante e che gli eventi sincronici ricadano nell’ambito di quest’ordine, di cui sono singole attualizzazioni sporadiche.

Come esempio di ordine acausale nel mondo fisico, Jung cita il decadimento radioattivo degli atomi. Egli lo chiama acausale perché non è possibile spiegare in modo causale il motivo per cui esso debba avvenire in un certo ordine numerico piuttosto che in un altro. È, per così dire, una storia che è semplicemente così com’è. Come esempio di ordine acausale nel mondo psichico, Jung rimanda alle proprietà degli interi naturali. Per esempio, non possiamo spiegare in modo causale il fatto che alcuni interi siano numeri primi, né il fatto che formino precisamente la specifica sequenza che formano: anche questo è un dato che è semplicemente così com’è, irriducibile a una causa. Domande come “perché?” o “da dove proviene?” sono irrilevanti in simili contesti; possiamo solo dire che le cose stanno così.

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/11/17/tlon/feed/ 2
La palude dei fuochi erranti https://www.nazioneindiana.com/2019/11/16/la-palude-dei-fuochi-erranti/ https://www.nazioneindiana.com/2019/11/16/la-palude-dei-fuochi-erranti/#respond Sat, 16 Nov 2019 06:00:45 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=81281

di Edoardo Zambelli

Eraldo Baldini, La palude dei fuochi erranti, Rizzoli, 2019, 224 pagine

Però una cosa ve la dico: se ci sono ombre che vi perseguitano e vi intimoriscono non è perché siete sventurato, ma solo perché siete fragile, anche se cercate di dimostrare il contrario.Leggi il resto »

]]>

di Edoardo Zambelli

Eraldo Baldini, La palude dei fuochi erranti, Rizzoli, 2019, 224 pagine

Però una cosa ve la dico: se ci sono ombre che vi perseguitano e vi intimoriscono non è perché siete sventurato, ma solo perché siete fragile, anche se cercate di dimostrare il contrario. Il lupo, sappiatelo, non attacca il cervo più grasso o pi ù sfortunato, ma quello più debole.”

Non c’è alcun lupo che mi minacci.”

Se non c’è, ci sarà presto. Non vi accorgete che vi sta già tenendo d’occhio e seguendo?”

Il nuovo libro di Eraldo Baldini, La palude dei fuochi erranti, si apre in un giorno di Novembre, con la scoperta di una grande fossa comune, poco distante da un’abbazia. L’anno è il 1630, il luogo è Lancimago, un immaginario paesino a nord di Ravenna, sperduto in un paesaggio di paludi e campi. Nel nord Italia si sta espandendo l’epidemia di peste, e per evitarne il dilagare anche in Romagna, monsignor Diotallevi viene inviato in quelle zone per allestire i cordoni sanitari. Da questa situazione iniziale il racconto si allarga, accogliendo dentro di sé un succedersi di eventi misteriosi e inquietanti: fuochi che appaiono e scompaiono nei campi, untori che si aggirano nella boscaglia, la cattura di una strega, animali che scompaiono, tutti sintomi (forse) di una maledizione che ha colpito l’abbazia e i territori circostanti.

Monsignor Diotallevi si troverà quindi a dover fare i conti con una doppia minaccia: una esterna, la peste, e una interna, che ha a che fare con gli accadimenti di Lancimago. Altri personaggi si muovono nel libro – lo scienziato Zecchini, il conte Cappelli, l’abate, frate Orso -, e ognuno pare portare con sé un segreto, qualcosa da nascondere. Molto di quello che accade potrebbe avere a che fare con qualcosa successo molti anni addietro, un passato che d’improvviso sembra essere stato disseppellito assieme ai corpi trovati nella fossa comune. O forse no? Ecco, il fascino del libro sta proprio nel continuo stare in bilico tra realtà e tentazione del meraviglioso. A questo proposito è interessante la scelta dell’autore di fornire un triplice sguardo sugli eventi, mettendo a confronto la visione scientifica di Francesco Zecchini, la superstizione del conte Cappelli (e assieme a lui del popolo e buona parte del monastero), e poi quella di monsignor Diotallevi – il vero protagonista della storia – che fa un po’ da mediatore, per così dire, tra le due posizioni, tra lo sguardo laico della scienza e quello timorato della superstizione.

Li avete presi?”

Sì.”

Cosa ne farete ora?”

Abbiamo già fatto quello che ci era stato ordinato”, rispose quello, additando un macchione d’alberi ai piedi dell’argine.

Zecchini avanzò in silenzio, vi si addentrò e li vide.

Un uomo di mezza età e un ragazzo pendevano, impiccati, dai rami di un pioppo.

La narrazione procede per accumulo di suggestioni, al mistero degli eventi si mischia l’incanto di un paesaggio che si popola di nebbie, nevi, presenze sfuggenti – una su tutte Maddalena, la ragazza che vive sui rami di una quercia. Eraldo Baldini si muove sempre in un territorio fuori dal tempo, o che il tempo scalfisce appena. Certe volte, come in Stirpe selvaggia o Terra di nessuno – tanto per citarne un paio, ma andrebbero bene un po’ tutti -, la Storia passa sì in quei mondi, ma lo fa quasi accarezzando i luoghi e le vite dei personaggi che li popolano. La Storia Baldini la guarda nei suoi momenti più dimessi, inquadra la realtà di piccoli borghi, di vite che a stento sanno di essere dentro il passare del tempo. Attinge spessissimo alla tradizione popolare della sua Romagna, costruisce intere trame attorno a usanze, leggende, dicerie di popolo, e crea così quell’ibrido tra fiaba e racconto nero che trova la sua declinazione più precisa ed evidente in Gotico rurale, la raccolta di racconti uscita prima per Frassinelli, nel 2000, e poi riedita da Einaudi nel 2012, ormai un vero e proprio classico della nostra narrativa (di genere e non).

La palude dei fuochi erranti è uno splendido romanzo del mistero – a chiamarlo semplicemente noir mi parrebbe di fargli un torto -, sostenuto da una prosa elegante e immaginifica e da un ritmo perfetto, senza inciampi. A fine narrazione, Baldini ci consegna una verità che, come spesso accade nei suoi libri, ha più a che vedere con l’operato e le trame degli uomini che non con la magia e il soprannaturale.

Ancora una volta Baldini sembra dirci che ci sono luoghi che sono mondi a se stanti, sopravvivono in continuità con un tempo trascorso e dimenticato. E per comprenderli, bisogna guardarli con gli occhi rivolti al passato, un passato in cui il meraviglioso era lo strumento privilegiato, quello più efficace, per spiegare le leggi del mondo. Ecco, questo, io credo, è anche il modo migliore per guardare i libri di Eraldo Baldini.

]]> https://www.nazioneindiana.com/2019/11/16/la-palude-dei-fuochi-erranti/feed/ 0 La versione di Alessio https://www.nazioneindiana.com/2019/11/15/la-versione-di-alessio/ https://www.nazioneindiana.com/2019/11/15/la-versione-di-alessio/#comments Fri, 15 Nov 2019 05:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=81338 di Stefano Zangrando

 

C’è una forma del male che nasce nel linguaggio, ed è quando quest’ultimo abdica alla sua funzione più necessaria e labile: la condivisione della verità. Dell’uso distorto del concetto di fake news si parla già abbastanza nel dibattito pubblico, ma è nel privato che il “tutto è relativo” si presta all’edificazione dell’incubo.… Leggi il resto »

]]> di Stefano Zangrando

 

C’è una forma del male che nasce nel linguaggio, ed è quando quest’ultimo abdica alla sua funzione più necessaria e labile: la condivisione della verità. Dell’uso distorto del concetto di fake news si parla già abbastanza nel dibattito pubblico, ma è nel privato che il “tutto è relativo” si presta all’edificazione dell’incubo.
 

Alessio, laureato quarantenne, separato e con un figlio, conosce Gaia, di poco più giovane, nubile e senza figli, in una chat per incontri, dove l’esposizione di sé come merce-immagine è al tempo stesso superficie di proiezione dei bisogni e desideri di ciascuno. Dopo il “match” è lei a farsi viva per prima. Chattano quanto basta a ritenere, l’uno riguardo all’altra, di non essere due infoiati alla mera ricerca di un coito. Si scambiano i numeri di telefono e proseguono fuori da lì. Emerge presto qualche problema di comunicazione, di comprensione reciproca, ma lo attribuiscono entrambi allo strumento: finché il linguaggio è solo scritto, i margini di fraintendimento restano troppo ampi. Occorre vedersi, muoversi, respirarsi. Concordano un primo incontro, lei propone casa propria. Alessio trova una ragazza sorridente ed estroversa, non avverte quanto sia agitata, ma nota fin da subito brevi, improvvisi, inspiegabili accessi di rabbia o di gelo. Ci passa sopra, trova che Gaia sia bella, glielo dice, le fa un’avance, lei dice: “Sì”. Finiscono a letto, dove subito lei, in lacrime, gli fa confidenze su di sé e sul suo passato – abusi, obesità, una laurea mancata, non può avere figli – che a lui paiono eccessive per un primo incontro. O Alessio è già così speciale ai suoi occhi da meritarsele? Per non parlare dei complimenti che lei gli rivolge dopo il sesso in un tono incantato. Alessio ne è lusingato.
 
La frequentazione prosegue, soprattutto in chat, e i problemi di comunicazione aumentano. Alessio e Gaia sembrano spesso non capirsi, o interpretarsi in modo diverso dall’intenzione di ognuno. Quando accade, lei diventa aggressiva e lo attira in scambi verbali via via più volgari e rabbiosi. Una volta, dopo un climax di attacchi reciproci, lo blocca in chat e sul telefono per una notte. Quando si risentono, Alessio cerca di mantenere la calma, prova a suggerirle che non è colpa di nessuno, ma non è facile. Tanto più che a lei quei momenti passano quasi subito – salvo poi ripetersi di lì a poco, con Alessio che, nello sforzo di trovare un linguaggio comune, torna a chiederle di affrontare insieme questa difficoltà. Meglio incontrarsi di persona, concordano. Si vedono una seconda volta, finiscono di nuovo a letto, ma stavolta ai complimenti subentra uno strano registro: Gaia suona sincera, schietta, ma pare non poter fare a meno di criticare Alessio, trovando insufficiente o ridicolo molto di quel che lui dice o fa. Lui ne è spiazzato, non sa come prenderla, anche perché lei alterna questa sorta di disprezzo a pur sporadici momenti di passione travolgente. Così Alessio soprassiede, dopotutto nessuno è perfetto, potrebbe essere un’occasione per cambiare, migliorarsi, e poi l’intensità in amore è impagabile – perché è amore quello che sta nascendo tra di loro, no? Solo quell’aggressività così frequente, e il modo che ha Gaia di scagionarsi e rispedire ogni colpa al mittente quando Alessio si dichiara ferito, lo inducono a una certa cautela. Che sia solo una questione d’incompatibilità?
 
Continuano a scriversi. Non si vedono molto, un po’ perché lei a volte gli propone un incontro, poi però disdice all’ultimo momento senza scuse né motivazioni che ad Alessio non appaiano poco plausibili; un po’ perché lui è spesso fuori regione, a volte con il figlio, e questo a lei non piace. Se ne lamenta, lo vorrebbe più presente, ma anche più disposto a comprendere la sua volubilità: lei è in un periodo difficile, ha problemi di lavoro, soffre d’ansia e mal di stomaco. Un giorno sembra proprio sull’orlo di un baratro interiore, e il modo in cui glielo spiega in un messaggio, stavolta vocale, fa sentire Alessio importante, proprio come lui vuol far sentire lei manifestando vicinanza, offrendole il supporto che può, proponendole una vacanza con lui e suo figlio. La voce non mente, si dice. Ma dura poco, un giorno o due e di nuovo la versione cambia: Gaia sta meglio, riappare l’aggressività, quel che lui dice o fa per lei non le basta mai o è sbagliato, e adesso pare preferisca respingerlo che accoglierlo. Poi gli dice: “Io tuo figlio non lo vorrò mai vedere”. Alessio ci rimane male, non capisce, tuttavia ci passa sopra e si mette seriamente in discussione: che abbia ragione lei? Sono davvero, come lei dice, così poco empatico, così incapace di capirla?
 
Poi si accorge di una cosa: a ogni critica o attacco di Gaia gli sembra di reagire in modo sempre più aggressivo, assumendo lo stesso registro di lei, diventando altrettanto instabile. Il suo linguaggio sta cambiando e lui con esso, gli sembra. Si sente attratto in una mutazione, in balia di un universo indecifrabile in cui non sa come muoversi. Diventa ansioso, si scopre geloso, perde autostima, dorme male. Una volta anche lui blocca lei, non ne può più delle sue stilettate. Poi però la sblocca quasi subito, gli pare un gesto autoritario, inutilmente violento e puerile. Ma allora perché l’ha fatto? Che stia diventando paranoico? Gaia sfugge implacabilmente alla sua fame di chiarezza come al suo bisogno di amare ed essere amato. L’inafferrabilità delle esternazioni di Gaia, pronte a rovesciarsi in breve tempo nel loro contrario, e dei suoi comportamenti, per i quali lei trova giustificazioni sempre diverse ma in sé coerenti, generano in lui un’insicurezza e una paura mai provate. Dov’è la verità? C’è qualcosa di autentico in quello che sta vivendo, o cos’è questa sensazione crescente e inquietante che sia tutto un sistema di segni adulterati? Matrix in confronto è un idillio, si dice.
 
Sempre più immerso in una costante vertigine interpretativa, Alessio percepisce in Gaia un grumo di dolore irredimibile, ne è attratto e spaventato al tempo stesso, teme le sue reazioni, la respinge e la cerca. Lo stesso sembra fare lei, incapace tanto di riavvicinarlo quanto di distaccarsene. Pare lei stessa vittima dell’instabilità che mina la sua comunicazione rendendola artificiosa, sempre pronta a rideclinarsi a seconda del suo stato emotivo, sempre sul punto di svelare un’assenza di fondamento. In che modo, inizia a chiedersi Alessio, la sofferenza può influire sul linguaggio, o sul modo di relazionarsi con gli altri? E che cos’è, se non è empatia, il processo che lo sta attirando nel diabolico ordigno semantico che è il linguaggio di Gaia? Non sospettava poi di poter diventare lui stesso tanto duro con una persona che credeva di amare: quanto c’entra Gaia e quanto invece c’è di suo, di remoto e rimosso, in questa degenerazione? Che si fa ancora più estrema quando Gaia pare finalmente allontanarsi, seguendo le preghiere di Alessio: dovrebbe esserne sollevato, invece piomba in qualcosa che somiglia molto ad una crisi d’astinenza – da una droga capace di portarti in paradiso per qualche minuto, ma che per il resto ti abbandona a una pena sempre più distruttiva.
 
Così le scrive ancora. Che il legame perduri come conflitto, purché non si spezzi del tutto: ogni messaggio di Gaia, per quanto incongruo, è una dose di calmante. Ma nel giro di poco la violenza è di nuovo troppa. Perché, si chiede allora Alessio in notti insonni e cupe, non riesco a lasciarla perdere? Non è solo l’astinenza, né solo la brama che ha lui di capire, di penetrare il segreto di Gaia. Il fatto è che neanche lei si distacca del tutto. Quando si risentono ha un tono pacificato, persino sereno, ad Alessio non par vero, sembrano finalmente riuscire a parlarsi e concordare una fine conciliante. Ma non dura. Quanto più lui esprime il desiderio di rivederla, tanto più il registro di lei si rifà sprezzante, sottilmente denigratorio. Così ora ad Alessio, quando è da solo, viene spesso da piangere, di un dolore che non hai mai conosciuto prima, mentre l’astinenza lo induce a cercarla di nuovo. Un giorno finalmente, dopo che Alessio ha manifestato non richiesto il suo malessere, Gaia gli lascia un messaggio vocale in cui, con voce alterata che a lui fa venire in mente Linda Blair posseduta ne L’esorcista, lo invita a “mettere in standby i suoi cazzo di sentimenti” e lasciarla in pace. Alessio sulle prime non si accorge che quello è il colpo di grazia, ma coglie finalmente un messaggio univoco, chiaro, e lo asseconda quasi senza fatica. Poco dopo cade in una prostrazione in cui si mescolano lutto e terrore. La sua vita quotidiana è compromessa.
 
Qualche tempo dopo, entrato in psicoterapia, Alessio si sentirà dire di essersi imbattuto in una donna con un disturbo della personalità. Di esserne stato, per le proprie caratteristiche, una preda ideale. Di aver accolto in sé, nel momento in cui Gaia si è presentata come vittima della propria storia, il ruolo di salvatore, secondo un triangolo interpretativo ben noto agli specialisti, salvo poi suscitare in lei con il proprio slancio, non meno disfunzionale di quello con cui Gaia si è nutrita di lui all’inizio, una reazione da carnefice che lo ha trasformato in vittima. Questo tipo di persone, si sentirà dire, boicottano presto ogni relazione, soprattutto d’amore, e lo fanno guidate dalle parti scisse del Sé che si avvicendano dentro di loro – e che prendono la parola separatamente l’una dall’altra. Alessio capirà così di essersi abbandonato, per via di carenze pregresse su cui quella persona ha fatto intuitivamente leva, a una costruzione fittizia: la costruzione cangiante e provvisoria che Gaia fa e rifà in continuazione della propria esistenza per colmare una voragine affettiva che ha origini traumatiche e lontane. Sono persone “in credito col mondo”, gli spiegherà la psicologa, e il loro linguaggio è interamente al servizio di questa loro impalcatura fragilissima. Non al servizio della verità né di una menzogna in malafede, ma di una manipolazione ininterrotta di sé e dell’altro per non precipitare nel vuoto. Lo stesso vuoto in cui attirano i loro partner.
 
Alessio se ne sta tirando fuori un po’ alla volta, ripensa ormai a Gaia con affetto rappezzato, e sa che d’ora in poi dovrà cercare altrove la soddisfazione dei propri desideri. E trovare anzitutto in se stesso la soluzione ai propri bisogni irrisolti. Ma la sua fiducia nel linguaggio non è più quella di prima. Per quel poco che ormai ne capisce, lui e la sua psicologa potrebbero anche sbagliarsi.

@fotografia di Mariasole Ariot

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/11/15/la-versione-di-alessio/feed/ 2
Difficoltà di una poesia politica, ossia di una poesia non consolatoria https://www.nazioneindiana.com/2019/11/14/difficolta-di-una-poesia-politica/ https://www.nazioneindiana.com/2019/11/14/difficolta-di-una-poesia-politica/#comments Thu, 14 Nov 2019 06:00:17 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=81345 di Andrea Inglese

Questo articolo è apparso sul n° 22 della rivista digitale L’Ulisse, numero dedicato a lirica e società, e poesia e politica.

Partecipavo a una lettura collettiva all’Esc di Roma, organizzata se ben ricordo in occasione della presentazione dell’antologia Poeti degli anni Zero curata da Vincenzo Ostuni.… Leggi il resto »

]]>
di Andrea Inglese

Questo articolo è apparso sul n° 22 della rivista digitale L’Ulisse, numero dedicato a lirica e società, e poesia e politica.

Partecipavo a una lettura collettiva all’Esc di Roma, organizzata se ben ricordo in occasione della presentazione dell’antologia Poeti degli anni Zero curata da Vincenzo Ostuni. Lessi qualche testo dal libro Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato. Dopo le letture ci furono anche degli interventi critici, e ne ricordo uno di Francesco Muzzioli, che reagiva a caldo e si felicitava, tra le altre cose, del “ritorno” di temi sociali, come quello della “disoccupazione”. Naturalmente in quel contesto era inevitabile rischiare questo tipo di malintesi. Non vi erano le circostanze per realizzare, così su due piedi, una lettura critica approfondita dei testi presentati. Però il malinteso è sintomatico, perché mostra in quale maniera, secondo me, non si dovrebbe porre il rapporto tra poesia e politica. Nel caso specifico che ho citato, non è la semplice presenza del tema della disoccupazione (giovanile? strutturale?) che può eventualmente fornire una qualche forma di politicità al testo. Non sono gli scottanti, dibattuti, suscitatori di interventi governativi o di proteste di piazza, “temi del giorno”, rintracciabili in un testo poetico, a rendere quest’ultimo interessante da un punto di vista politico. Non basterà ficcare, nelle strofe di una poesia, delle figure di immigrati alla deriva, donne maltrattate dai mariti o fattorini di pizze per associare gesto poetico e gesto politico. Non sto dicendo con questo che non abbia mai senso farlo, che in poesia non si dovrebbe parlare esplicitamente di cose che ci indignano e sollecitano atteggiamenti di rivolta. Bisognerebbe capire, però, perché lo si fa, e cosa esattamente si pretende di fare, scrivendo certe cose. Cosa potrebbe dire la poesia su questi personaggi o di queste esperienze d’attualità, che un’inchiesta giornalistica, uno studio sociologico, un documentario di denuncia non potrebbe dire meglio?

Innanzitutto, forme collettive di attività e lotta politica esistono già sempre, prima che il poeta prenda solitariamente in mano la penna o avvicini le sue dita alla tastiera. Queste forme possono essere adeguate o meno, soddisfacenti o meno, ma sono politiche perché hanno la pretesa di agire nello spazio comune e pubblico, e di incarnare, attraverso questa azione, certi significati e valori, che non sono per forza riconosciuti come importanti e legittimi in quello spazio. Nell’azione politica, gli atti vogliono avere dei significati, e dei significati vogliono essere supportati dagli atti. Chi è interpellato da “questioni sociali”, da questioni di rilevanza politica, in quanto poeta, dovrebbe avere almeno cognizione di quello che, storicamente, nelle circostanze in cui scrive, si sta giocando sul piano delle azioni politiche già esistenti. Vi è un’intelligenza delle azioni sul campo, e delle analisi che l’esito di tali azioni suscitano, che non può essere ignorato da chi scrive su certi argomenti, poco importa se ciò appartiene direttamente alla sua esperienza o meno. Questa è una prima dimensione di politicità che un testo poetico può avere, ossia la consapevolezza di colui che lo scrive di trovarsi dentro un orizzonte storico, non per forza terso e nitidamente disegnato, ma solcato da forze e conflitti di natura politica.

Posto che questa cognizione dell’orizzonte storico esista, che cioè non siano in gioco semplicemente dei significati che si tratterebbe, come attraverso un rituale solitario, di celebrare in forma di parole sulla pagina, posto quindi che si sappia che tali significati, prima di venire alla mente o di sorgere nel cuore del poeta appartato, sono già stati messi alla prova nelle circostanze materiali della vita collettiva, allora si tratta di capire quale prospettiva politica accompagni e strutturi lo sguardo del poeta. Nulla ci dice che la parola poetica debba essere progressista, che debba essere profondamente democratica o egualitaria. Possiamo immaginare poeti che hanno il culto dei confini nazionali, poeti che credono nel buon governo degli esperti, poeti che rimpiangono società più ordinate e autoritarie.

La poesia, insomma, non deve per forza essere progressista, né secernere alcuna politicità intrinseca per il solo fatto di essere una forma di comunicazione culturale destinata alla scarsa vendibilità e popolarità. Lo scrivere per pochi, il produrre un testo pubblico al di fuori della forma merce non rende di per sé quel testo particolarmente politico. Nell’intervento di Benoît Casas, poeta e editore francese, intitolato Poesia & politica, si parla addirittura di impostura, per indicare la troppo facile e frettolosa identificazione di scrittura e azione politica. In passato, ho parlato in termini simili di un uso metaforico del termine “resistenza”. Chi scrive poesia, tende spesso e volentieri a proclamarsi “resistente”, attribuendosi in questo modo una dimensione politica, per altro del tutto indeterminata.

Tra le famiglie di poeti, invece, che rivendicano una cognizione determinata dell’orizzonte storico, e che situano la loro parola poetica all’interno di esso, bisogna citarne almeno due che esplicitamente rivendicano legami con la tradizione democratica e egualitaria del passato Novecento. La prima di queste famiglie è quella che definirei dei poeti catastrofisti. Questi ultimi sono convinti dell’irrilevanza dei conflitti che solcano la vita collettiva, dal momento che un qualche “Spirito dell’epoca” avrebbe già chiuso tutti i giochi. Al poeta rimarrebbe allora un ruolo comunque privilegiato: quello di dire con solitario coraggio ciò che, collettivamente, per amore delle illusioni, la velleitaria agitazione politica non riesce a dire. Qui la cognizione dell’orizzonte storico diventa cognizione di una sua presunta struttura definitiva, che l’occhio del poeta vede al di sopra della massa. La seconda famiglia la definirei dei poeti cinico-nichilisti. Se i poeti catastrofisti, in virtù di una loro chiaroveggente analisi vedono il fallimento necessario delle azioni che nello spazio pubblico abbracciano progetti di emancipazione collettiva, i poeti cinico-nichilisti vedono minati d’inautenticità tutti i significati che il poeta potrebbe esprimere e comunicare, assumendo la postura solitaria della lucidità e del disincanto. Il poeta catastrofista giudica il mondo a parole, il poeta cinico-nichilista giudica le parole del mondo.

Queste due tipologie di poeti definiscono in realtà le principali opzioni a cui si confrontano oggi le scritture consapevoli di muoversi: a) in un orizzonte storico e b) di inserirsi in una tradizione di pensiero critico e di lotte sociali. Poco importa che a questa partizione corrispondano delle scelte individuali specifiche, dei nomi d’autore specifici, esse si presentano a chi scrive come due polarità quasi inevitabili che definiscono il possibile nesso tra poesia e politica. Potremmo dire in altri termini che il catastrofismo (lo scetticismo radicale nei confronti delle azioni collettive di trasformazione e miglioramento del mondo) e il cinismo (lo scetticismo nei confronti dei significati che individualmente o collettivamente possono essere prodotti nelle varie forme di comunicazione, letterarie o extraletterarie), sono i due principali contravveleni contemporanei nei confronti della poesia edificante, da un lato, e della poesia kitsch, dall’altro. Ma poesia edificante e poesia kitsch non fanno in fondo che rientrare in una categoria più generale, che potremmo chiamare la poesia consolatoria. La poesia consolatoria è certo quella che recide, in qualche modo, ogni possibile legame tra poesia e politica, in quanto pone l’espressione dei significati al di qua o al di là di ogni orizzonte storico. È consolatoria l’idea che, nella coscienza individuale del poeta, si possano trovare espressioni dense di significato, che sono miracolosamente sottratte ai guasti della storia, ossia ai guasti delle azioni e delle espressioni linguistiche collettive.

Ora, pur essendo anch’io, in quanto poeta politico nel senso precedentemente indicato, armato di catastrofismo e di cinismo, e in perenne lotta contro il demone (retorico o lirico) della consolazione, vorrei comunque evidenziare un paradosso. I contravveleni citati rischiano di produrre delle forme più subdole di poesia consolatoria, in quanto alla fine sia il catastrofismo che il cinismo sono forme di neutralizzazione non tanto dell’orizzonte storico, ma della sua costitutiva apertura, ossia dell’imprevedibilità dell’azione e dell’espressione linguistica. Il motto di entrambi gli atteggiamenti, se li semplifichiamo in forma un po’ caricaturale, è: non ci sono sorprese, quindi non si rischia di essere spiazzati, non si rischia mai l’impostazione edificante della voce, o l’espressione inconsapevole dello stereotipo. Non si rischia mai la vuota enfasi né l’ingenuità. Il crollo dei sogni d’emancipazione collettiva ci ha vaccinato rispetto a qualsiasi traccia residua di ribellismo. Abbiamo guadagnato la rocca incrollabile della lucidità, da cui lo sguardo impotente tutto abbraccia. In qualche modo è una bella consolazione. Rischiamo, a forza di non aspettarci sorprese, di tacitare per bene il corpo, e tutte le sue terminazioni erotiche ed empatiche, per assumere una postura neo-solipsista. Il caos del mondo non deve travolgere colui che dice i significati. Quanto a colui che irride, invece, in modo aprioristico qualsiasi pretesa di significato, in quanto considera che tutto è stata ampiamente mercificato, reificato, spettacolarizzato, si mette a sua volta al sicuro. Su questa attitudine è intervenuto Jacques Rancière in un suo saggio del 2008 Le spectateur émancipé. Rancière si riferisce qui a una strategia ormai ben rodata nel mondo delle arti plastiche: “film pubblicitari parodiati, manga manipolati, suoni disco trattati, personaggi dello schermo pubblicitario trasformati in statue di resina o dipinti alla maniera eroica del realismo sovietico, personaggi di Disneyland trasformati in perversi polimorfi (…)”[1]. Il risultato di questo atteggiamento che si vuole critico, “politico”, rischia di essere però: “una sovversione della macchina dell’entertainment che è indiscernibile dal funzionamento di questa macchina stessa. Il dispositivo si nutre allora dell’equivalenza tra la parodia come critica e la parodia della critica”[2]. Sul piano delle strategie di scrittura, il dispositivo cinico-nichilista dissocia una volta per tutte l’io biografico, storico, dai suoi enunciati, in modo tale che l’uno non subisca il destino di derisione e autoannullamento degli altri. L’io dell’autore è stato messo in salvo, è stato esfiltrato, in modo da non subire la dispersione e la deriva dei significati. Qui al posto dello sguardo soggettivo e denso di significati del poeta catastrofista, domina il mondo, ma come puro teatro d’ombre. E anche questa è una bella consolazione. Non si rischiano imbrogli, sfilacciamenti, porosità, circolazioni sospette tra dentro e fuori, tra l’io e il mondo, tra la parola individuale e quella collettiva, tra la finzione e la realtà.

Vorrei tornare ora all’esempio delle Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato. In quel libro del 2013, ho usato una figura sociale, storica, quella del disoccupato, e l’ho messa in relazione con l’istituzione che dovrebbe curarsene. Il contravveleno cinico-nichilistico mi ha aiutato a prendere le distanze da tutta una serie di significati che intorno a quella figura circolavano spontaneamente. E un atteggiamento ironico ha subito distanziato gli enunciati alla prima persona e il legame direttamente autobiografico con la figura dell’autore. Quest’operazione non si è però limitata a stilare un inventario più o meno fedele, o al contrario distorto ed esagerato, di stereotipi linguistici connessi con la figura del disoccupato. In quella figura già ampiamente costruita dagli altri, socialmente, mediaticamente, ho voluto riversare delle personali ossessioni amorose e di felicità. Ho provocato appositamente un malinteso tra meditazioni esistenziali, epistolario erotico, e denuncia sociale. In questo tentativo di far cortocircuitare la portata politica e sociale della condizione di disoccupato con una smania erotica privata e un rovello esistenziale, c’è la speranza di cogliere qualcosa di nuovo e di diverso nelle nostre vite, e quindi di dire qualcosa di nuovo e di diverso sul nostro modo di amare, o di aggirarsi senza salario nel mondo, o di sognare diversamente l’amore e il lavoro, ben al di là della rinuncia ai sogni collettivi d’emancipazione. Non si tratta, qui, ovviamente, di suggerire una sorta di ricetta né della buona poesia né della poesia veramente politica. Né, tanto meno, si vuole proporre una qualche fantomatica sintesi tra il contravveleno catastrofista e quello cinico-nichilista, così come ho tentato di definirli. Voglio solo ribadire questo elementare fatto, o se vogliamo questa fondamentale scommessa: la poesia non consolatoria, ossia la poesia politica, è ancora in grado di veicolare forme di conoscenza del mondo e delle persone, attraverso la capacità di ascolto e descrizione degli oggetti, degli eventi, degli affetti. Il suo destino, insomma, non è per forza schiacciato sull’opzione catastrofista o su quella cinico-nichilista. Se tutti quanti, in qualche modo, siamo obbligati a passare per queste due forme di decostruzione o di offensiva critica, non siamo però condannati a rimanerne ipnotizzati.

I testi di Stéphane Bouquet, di Benoît Casas e di Marielle Macé, che ho raccolto e proposto all’Ulisse per la sezione relativa alle voci straniere, sono da considerare in qualche modo come un prolungamento di questa mia riflessione. Non si tratta di approcci del tutto sovrapponibili e convergenti, ma costituiscono per me tre punti diversi di sfondamento delle visuali e delle posture che dominano le scritture contemporanee di poesia. Di Casas ho già fatto cenno. La sua mi pare una lucidissima disanima sui malintesi possibili che emergono nel tentativo di confrontare i termini “poesia” e “politica”. Di Bouquet mi preme il cortocircuito oggi così apparentemente inattuale tra eros e rivoluzione. Eppure proprio privilegiando il punto di vista omoerotico, al di fuori dell’odierna normalizzazione e istituzionalizzazione dei legami omosessuali, qualcosa di fondamentale viene detto sulle potenzialità “pubbliche”, “collettive”, “politiche”, dell’eros individuale. Potenzialità che la parola poetica, storicamente, ha espresso in modo molto più tempestivo rispetto alla parola politica. Infine, vi è l’intervista di Marielle Macé, studiosa anomala di letteratura che vuole leggere la poesia di oggi e rileggere quella di ieri sul terreno degli attuali conflitti politici, convinta che questo avvicinamento di scrittura e lotte sia fecondo sia per il pensiero che per l’azione. Macé ci ricorda che, in un contesto di palese negazione della sensibilità e della potenza terrestre, la parola poetica, persino quella della tradizione lirica, dando la parola al mondo, acquisisce inevitabilmente una valenza politica contestataria. Se la politica e la propaganda inaugurata dall’amministrazione Trump segnano il punto attualmente più estremo della negazione non solo del riscaldamento globale, ma anche della semplice idea che il pianeta possa essere affetto dalle società umane e possa scatenare reazioni distruttive nei loro confronti, ogni scrittura volta a sondare e cogliere la sensibilità e la potenza terrestre funge, nel contempo, da implicito manifesto politico. Macé ci invita a considerare che la descrizione del mondo non è semplicemente un compito dello scienziato, sia esso sociale o naturale, ma una posta in gioco politica. Descrivere il mondo, i suoi profili, le sue forme di vita, significa rafforzare l’esistenza di certe cose a scapito dell’esistenza di altre, e in questo lavoro di reperimento e di potenziamento di ciò che vale la pena di difendere, di fare, di essere, anche la poesia ha, politicamente, qualcosa da dire.

[1] Jacques Rancière, Le spectateur émancipé, La fabrique, 2008, p. 76, traduzione mia.

[2] Ibidem, p. 77.

*

[Immagine di Atelier Van Lieshout] ]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/11/14/difficolta-di-una-poesia-politica/feed/ 2
La staticità dell’assenza https://www.nazioneindiana.com/2019/11/13/lossario/ https://www.nazioneindiana.com/2019/11/13/lossario/#comments Wed, 13 Nov 2019 05:00:18 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=81289 di Mariasole Ariot

 

John Cage In a Landscape [1944-45]

 

La distanza che separa il voler essere dall’essere, questa sacca nera stomacale, quando la notte buca il ventre ed esce il buio dalla bocca: si affianca il nero al nero, gli oggetti ricoperti da pelli animali, l’animale che si muove ridendo rannicchiato alla finestra.… Leggi il resto »

]]>
di Mariasole Ariot

 

John Cage In a Landscape [1944-45]

 

La distanza che separa il voler essere dall’essere, questa sacca nera stomacale, quando la notte buca il ventre ed esce il buio dalla bocca: si affianca il nero al nero, gli oggetti ricoperti da pelli animali, l’animale che si muove ridendo rannicchiato alla finestra. E’ questo dolore immobile, la staticità dell’assenza, le presenze che gridano la stanza. 

 Una bocca
non è una parola

Si richiamano le certezze antiche, riemergono dal fondale e s’insinuano piano, il cercare estenuati la riproduzione, accoppiarsi col presente per far nascere il passato. E allora dire: basta, e poi ripetere: ancòra.
Tutto il mondo è messo a silenzio, l’urlo degli arti eretti si affianca alle ossa.

Chiedersi perché non finisce e ostinarsi per non farlo finire, mantenere questo occhio spalancato con la sbarra per non dire è un lutto, per non fare un lutto, per piegare il lutto sulle ombre, perché l’ombra che è l’ombra che hai visto e rivisto e ancora rivedi rassicura la tua specie. Allora riposizionare i passi, amputarsi le zampe per tagliare un cordone. Ma un parto non è una nascita.

Le maledizioni, l’usura dei rapporti umani, quando alla voce si risponde con il bianco muto e i denti scheggiati, e la muta non avviene, e cadono i corpi sulle strade affollate : i passanti si fermano a guardare, si dilata la pupilla e poi ricomincia a camminare, un rìvolo di sangue, il respiro di un suono senza suono, il morto lasciato morire.

La solitudine
non è un’assoluzione.

E bruciano soli sulla pelle, si anneriscono le superfici, una superstizione di pochi, quando dicono: la salute, il grembo pieno, un colorito.
Di nuovo tornare, curvare la biografia alla tua domanda, affogare la testa, tappare le buche dei timpani, smetterla di sentire, i granelli nella cornea, questo disabitare il sé reciso, lasciare la decisione a un dolore tra le gambe – e poi strapparsi, e poi tornare, e poi  chiedere: il permesso all’esistenza.

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/11/13/lossario/feed/ 2
I poeti apartheid: Micol Bez https://www.nazioneindiana.com/2019/11/12/i-poeti-apartheid-micol-bez/ https://www.nazioneindiana.com/2019/11/12/i-poeti-apartheid-micol-bez/#respond Tue, 12 Nov 2019 06:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=81193

Se l’ordine fosse un crimine?

In prigione geografi, genetisti

zoologi, doganieri, genealogisti

classificatori, omofobi, razzisti.

Fuori una danza senza origine.

 

****

Come Gorata copriva

di inglese lo tswana, portava

da scuola appuntata

la frase coloniale al petto

«an island is a tract

of land surrounded by water

(and smaller than a continent)».… Leggi il resto »

]]>

Se l’ordine fosse un crimine?

In prigione geografi, genetisti

zoologi, doganieri, genealogisti

classificatori, omofobi, razzisti.

Fuori una danza senza origine.

 

****

Come Gorata copriva

di inglese lo tswana, portava

da scuola appuntata

la frase coloniale al petto

«an island is a tract

of land surrounded by water

(and smaller than a continent)».

 

Come il suo orgoglio nato

al portare beato la scienza

ai parenti cui ora vorrebbe

invece dire, forse in tswana,

«I wonder what a lesbian

lobola would look like».

 

****

 

Se volessi, mia amata, prenderti

la mano per entrare all’apartheid

museum, stingerti le unghie

consegnarti il mio sudore e il pianto,

non potrei. Per varcare

 

i corridoi dell’apartheid

devono scioglierci

le dita, insegnare

al loro groviglio riluttante l’ordine

della solitudine.

 

Mi chiedo ora in quali corridoi

di casa lascerei la tua mano

per nascondere il disordine

del nostro desiderio identico

di seni.

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/11/12/i-poeti-apartheid-micol-bez/feed/ 0
Attacco https://www.nazioneindiana.com/2019/11/11/attacco/ https://www.nazioneindiana.com/2019/11/11/attacco/#respond Mon, 11 Nov 2019 06:02:12 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=81310 di Federica Ruggiero

Un uomo, una donna. Un uomo e una donna? Mi chiedi, tu che mi sei di fronte, tu che mi stai ascoltando e forse non lo hai chiesto, oramai sei in campo, resti, per curiosità, o, chissà, per il gusto di potermi nel caso contraddire.… Leggi il resto »

]]>
di Federica Ruggiero

Un uomo, una donna. Un uomo e una donna? Mi chiedi, tu che mi sei di fronte, tu che mi stai ascoltando e forse non lo hai chiesto, oramai sei in campo, resti, per curiosità, o, chissà, per il gusto di potermi nel caso contraddire. Chissà! Chi sa? Altroché! Altro che cosa?

Un uomo e una donna? Rincalzi, magari alzando il sopracciglio, magari innalzando la curva di intonazione più di quanto non debba già inarcarsi perché io intuisca che mi stai rivolgendo una domanda, e proprio questo me ne fa dubitare – mi fa dubitare che lo sia. La noncurante insistenza con cui metti in dubbio quel che è già chiaro, l’ovvietà di ciò che ho detto e che non avrei bisogno di ripetere. La tua domanda è talmente conforme da destare sospetti, ha un’evidenza che sfiora il flagrante, tanto da far detonare un’esitazione a catena sulla forza illocutiva del tuo enunciato. Se solo levassi lo sguardo dalle macerie, forse vedrei i tuoi capelli a fungo che irradiano il cielo, la tua bocca ancora fumante, o addirittura il compiacimento di chi ha colto nel segno e l’aveva previsto, di chi vuol suscitare non una ricezione, ma una reazione.

Insidiosa, l’eco impregna le pieghe del mio tessuto nervoso, soffia sulle sue braci rendendolo pelle di elefante. Suona come una trappola, la tentazione è di lasciarla cadere, o di lasciarci, anche se sono io stessa ad averla tesa.

È comprensibile che tu lo chieda, se è questo che ti stai chiedendo. Quel che ho detto ha risvegliato in te miriadi di racconti che hai ascoltato o letto, così tanto numerosi e assorbiti che si confondono tra loro, se dovessi elencarne qualcuno in particolare non te ne verrebbero in mente.

La tua domanda. Adesso si tinge di legittima noia. Ma il colore non è questione di materia, ma di radiazioni, non ha nome prima che ci sia un occhio che lo osservi, e forse il mio è daltonico, e la luce che filtra è distorta da un nonsoché, e la sfumatura che si è insinuata potrebbe non aver nulla a che vedere col tuo tono.

C’è insicurezza nella mia voce, so che se ti rispondessi il tremore la tradirebbe, forse l’hai intuita, l’hai già intuita, chissà, lo so – e questo la accresce e mi stringe in un angolo.

Mi interrompo appena in tempo, appena prima della mediocrità, indugio nell’ansia di non aver ancora iniziato, in preamboli miopi per sfuggire al punto cieco che si intravede in lontananza. Co(i)ncatenazioni senza sosta, ricominciando dall’inizio, o forse da prima.

Un uomo e una donna? I tuoi capelli a fungo che irradiano il cielo, la tua bocca fumante, ogni volta che fai un tiro emetti il verso di uno che sta per strozzarsi. O magari un’intonazione esagerata per dar fiato a un flebile stupore. La chiassosa timidezza di chi vorrebbe ritrarsi dalla disputa. Un’espressione indecifrabile e provvisoria, per proscioglierti da accuse di ingenuità, proprio sull’orlo di una reazione, non sapendo se sarebbe conforme alle aspettative.

Continui a pormi una domanda, la domanda, sempre la stessa, tra i cui spazi vuoti se ne nascondono molte altre. O forse non mi parli, o se lo fai, non posso sentirti.

Un uomo e una donna. Con un solo fiato ti ho implicitamente suggerito che è a loro che dovrai prestare attenzione, anche se non sono soli nella scena che sto per descriverti. Ci sono molte più persone, distribuite equamente tra i due sessi senza che si possa rilevare un criterio. Ma non ti ho detto questo, ti sforzi di osservare quella scena come lo stavi facendo prima, ti dà sui nervi sapere che non sarà possibile.

La cosa più frustrante è che ti copro la visuale senza offrirti nulla di meglio. Non stai osservando assolutamente niente, e potrebbe non esserci niente da coprire. Avresti potuto – potresti, non puoi, ma potresti – prendere in molti modi la mia affermazione. Ora sei costretto ad amputare la tua immaginazione, perché non faccio che darti indicazioni, mentre mi affanno a negare le precedenti.

Questo tuo sguardo, da una parte all’altra, fisso sul nulla, mi spinge ad andare ancora oltre e a chiedermi se sia giusto che ti manipoli in questo modo. Rientrare in quei ranghi che avrei voluto scardinare, non essere mai sincera nemmeno quando lo sono.

Iniziare allora un’altra divagazione, o non iniziarla affatto, fermarmi nell’intervallo tra la percezione di un segnale e la trasmissione di un impulso per un’azione, una qualsiasi, dirti qualcosa che non ti ho detto o che forse ti ho detto ma inavvertitamente, o addirittura te lo sto dicendo nel passato, riscrivendo adesso quella scena con questo pensiero, in questo stesso momento in cui ora ti parlo.

Stramazzare sotto una scarica di proiezioni, e invece di costruire scavare. Forse trincee.

 

 

 

 

 

]]>
https://www.nazioneindiana.com/2019/11/11/attacco/feed/ 0
Nietzsche, Klossowski e la risata degli dèi https://www.nazioneindiana.com/2019/11/10/nietzsche-klossowski-e-la-risata-degli-dei/ https://www.nazioneindiana.com/2019/11/10/nietzsche-klossowski-e-la-risata-degli-dei/#respond Sun, 10 Nov 2019 06:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=81313  

di Adriano Ercolani

 

 

Il corpo a corpo di Pierre Klossowski con Friedrich Nietzsche inizia nel 1937, ai tempi gloriosi della rivista Acéphale e trova un decisivo compimento nel saggio del 1969 su Nietzsche e il circolo vizioso.

Come scrive il curatore Giuseppe Girimonti Greco, i due testi ora raccolti da Adelphi con il titolo Nietzsche, il politeismo e la parodia, sono “i primi saggi maturi che Klossowski dedica a un autore destinato a diventare un punto fermo della sua riflessione, ma soprattutto il principale modello ispiratore della sua poetica e dell’insieme della sua produzione, saggistica e letteraria.”.… Leggi il resto »

]]>
 

di Adriano Ercolani

 

 

Il corpo a corpo di Pierre Klossowski con Friedrich Nietzsche inizia nel 1937, ai tempi gloriosi della rivista Acéphale e trova un decisivo compimento nel saggio del 1969 su Nietzsche e il circolo vizioso.

Come scrive il curatore Giuseppe Girimonti Greco, i due testi ora raccolti da Adelphi con il titolo Nietzsche, il politeismo e la parodia, sono “i primi saggi maturi che Klossowski dedica a un autore destinato a diventare un punto fermo della sua riflessione, ma soprattutto il principale modello ispiratore della sua poetica e dell’insieme della sua produzione, saggistica e letteraria.”.

Si tratta di due saggi di notevole interesse: il primo è Su alcuni temi fondamentali della <<Gaia Scienza>> di Nietzsche, ovvero l’introduzione all’edizione curata da Klossowski del classico nietzscheano nel ’56; il secondo, che dona il titolo alla pubblicazione, è il testo di una straordinaria conferenza tenuta al Collège de Philosophie a Parigi l’anno successivo.

È rivelatore come Klossowski, così prossimo ai risvolti più oscuramente misterici del pensiero nietzscheano, affronti il testo che fa da cerniera nel percorso del filosofo tedesco, ovvero, il libro che, dopo l’inizio della “campagna contro la morale” (come la definirà in Ecce Homo) segnata da Aurora, conduce dalla riflessione “illuminista” di Umano, troppo umano (addirittura dedicato a Voltaire), all’abisso oracolare (e in questo senso sommamente parodico, per restare in tema) di Così parlò Zarathustra.

Come nota Maurizio Ferraris nella sua riflessione su Il Manifesto (https://ilmanifesto.it/nietzsche-soggetto-di-una-ilarotragedia/): “Per ben due volte, nel primo dei due saggi, Klossowski scrive che la Gaia scienza esce vent’anni dopo l’Inattuale sulla storia. Poiché questa risale al 1876, allora la Gaia scienza sarebbe del 1896. Ma come sappiamo è del 1882. Non è un errore di traduzione perché c’è anche nell’originale. Non può essere una svista di Klossowski sia perché lo scrive nella introduzione alla sua traduzione della Gaia scienza, sia perché – fateci caso nella lettura – spende alcune pagine a spiegare come nella Gaia scienza si assista al riemergere carsico di temi antichi, il che per l’appunto ha senso per opere distanti venti, e non sei anni”.

Questo “riemergere carsico”, che forse guida incosciamente la svista citata, è ancora più evidente tra i primi scritti del “filologo” Nietzsche e gli ultimi, sospesi tra piena consapevolezza della propria grandezza e incipiente follia, del profeta dell’Oltreuomo.

Non a caso, Klossowski non può non citare, parlando dell’ultima Considerazione Inattuale del 1876 (“agli antipodi di ogni filosofia della storia derivante da Hegel”), Friedrich Hölderlin, affratellato a Nietzsche dalla “tenace nostalgia” (come dal comune approdo iniziatico alla follia) che è “vera ispiratrice della concezione antihegeliana”: un giorno dovremo dedicarci a una riflessione cruciale sul divergersi antitetico dei destini, sulla meravigliosa e straziante antinomia degli esiti, filosofici ed esistenziali, di cui sono stati protagonisti i due studenti universitari, Hegel ed Hölderlin, cantori innamorati di Eleusi nella loro stanzetta a Tubinga, 48 anni prima che a Röcken nascesse il futuro Dioniso Crocifisso (come egli alternativamente si firmava nei cosiddetti “biglietti della follia” spediti da Torino negli ultimi anni a diverse figure della cultura e della politica).

Non è nemmeno un caso che Klossowski all’inizio della sua introduzione, ponendosi il problema di come forse spetti agli eventi, “la verifica di un pensiero e della sua attualità”, esalti “il carattere illuminativo”e l’ “estatica serenità” de La gaia scienza, proprio nel momento in cui, paradossalmente, la definisce opera  “frutto della più grande solitudine che si possa immaginare”.

Nel testo della conferenza successiva, il “riemergere carsico” dei temi (come i leitmotiv nelle opere dell’amato/odiato Wagner) è mostrato da Klossowski in un crescendo argomentativo vertiginoso, che accompagna il lettore (originariamente l’uditore) a conclusioni ardite quanto convincenti: partendo dal presupposto che “Nietzsche ha sviluppato non una filosofia, bensì (…) delle variazioni su un tema personale”, “in balìa di una rivelazione inesplicabile dell’esistenza che non può esprimersi se non attraverso il canto e l’immagine”, Klossowski, pur non esplicitando, in un certo senso induce a pensare che l’intero percorso nietszcheano sia, da buon discepolo di Eraclito, la ricerca dell’equilibrio tra apollineo e dionisiaco, financo nella folle (siamo sicuri?) identificazione finale con Dioniso e il Crocifisso, se è vero che “i due nomi di Cristo e Dioniso con il loro antagonismo formano un equilibrio”.

Come scrive Antonio D’Alonzo (https://www.esonet.it/News-file-print-sid-780.html): “Per Klossowski la follia di Nietzsche è fondamentale nell’evoluzione storica del pensiero europeo, perché porta a compimento il principio di realtà e il suo referente esistenziale, il principio d’identità. Questa duplice dissoluzione operata da Nietzsche rende possibile l’inizio della parodia, la fine della tragedia e l’inizio della vita come gioco, dove la leggerezza ludica può completare l’oltrepassamento della metafisica.”.

Infatti, Klossowski dichiara apertamente, in un passo cruciale della sua conferenza: “<<Dio è morto>> non significa che la divinità perisce come spiegazione dell’esistenza, bensì che il garante assoluto dell’identità dell’io responsabile scompare dall’orizzonte della coscienza di Nietzsche, il quale a sua volta si confonde con questa scomparsa. Se il concetto di identità si volatilizza, alla coscienza non resta altro, sulle prime, che l’avvento del fortuito”.

Questo ci riconduce al primo, illuminante, appunto di Il mio cuore messo a nudo di Baudelaire (non diario intimo, ma frammenti di opere destinate idealmente alla pubblicazione), ovvero: “Della vaporizzazione e della centralizzazione dell’Io. Tutto è là.”.

Siamo davanti all’intuizione del concetto di “Volontà di Potenza”, in nuce, da parte di un genio prossimo all’agonia, che cerca nel dandysmo una forma radicale di ascesi gnostica (parliamo del 1864, anno dal quale ci perviene un ritratto di un ventenne Nietzsche, pingue e glabro, non ancora tramutato nella fisionomia celeberrima del grande “martellatore baffuto” come lo chiamava Costanzo Preve).

Le prime parole dell’introduzione klossowskiana sono proprio: “Il nome di Nietzsche sembra irrimediabilmente associato al concetto di volontà di potenza: e non tanto al concetto di volontà quanto alla pura e semplice potenza”, così inizia una intelligente e accorata difesa della “denazificazione” del pensatore, quale poi verrà portata a termine dal mirabile lavoro filologico di Colli e Montinari.

Verso il termine della conferenza, invece, Klossowski delinea sempre più nettamente la relazione tra politeismo e parodia, in brani di stupendo nitore: “L’esistenza in quanto eterno ritorno di tutte le cose si produce nelle fisionomie di tanti dèi quante sono le sue possibili esplicitazioni nell’anima degli uomini. Se la volontà aderisce a questo moto perpetuo dell’universo, è innanzitutto la ronda degli dèi che contempla” l’universo, il quale non è altro che, citando un celebre passo dello Zarathustra, “l’eterno sfuggirsi e ritrovarsi di molti dei, come beato contraddirsi, udirsi di nuovo, di nuovo appartenersi di molti dei”.

In questa irriferibile contemplazione del divenire divino, affiora la necessità di sfondare i limiti del linguaggio attraverso la parodia, a svelarne le risibili contraddizioni, a deridere i tentativi della ragione di definire il mistero, quasi a specchiare la risata immortale delle divinità:  “Il riso è qui come la suprema immagine, la suprema manifestazione del divino che riassorbe gli dèi pronunciati e pronuncia gli dèi con un nuovo scoppio di risate; giacché se gli dèi muoiono di questo riso, è da questo riso che prorompe dal fondo dell’intera verità che gli dèi rinascono”.

A questo punto appare centrata la riflessione di Maurice Blanchot che nel saggio, significativamente intitolato Il riso degli dei (in italiano si trova nell’edizione SugarCo de Le leggi dell’Ospitalità, in appendice al romanzo klossowkiano), quando vede nell’opera letteraria di Klossowski agire una forza umoristica non meramente parodica o di derisione, ma che trova nello scoppio della risata “l’obiettivo o il senso ultimo di una teologia”.

Dall’Inno a Demetra al Briccone Divino di Jung e Kerény (segnalo l’articolo di Annamaria Iacuele https://www.atopon.it/il-riso-dono-degli-dei/), tra Ermes e Dioniso, il pensiero torna al poema sacro induista Devi Mahatmyam, in cui la risata della Dea Durga squassa i tre mondi, prima che la vendetta divina compia il massacro dei demoni sopraffattori.

]]> https://www.nazioneindiana.com/2019/11/10/nietzsche-klossowski-e-la-risata-degli-dei/feed/ 0 Le macchie indelebili di Philip Roth https://www.nazioneindiana.com/2019/11/09/le-macchie-indelebili-di-philip-roth/ https://www.nazioneindiana.com/2019/11/09/le-macchie-indelebili-di-philip-roth/#respond Sat, 09 Nov 2019 06:00:51 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=81273 di Stefano Marino

1998, esplode il sexgate: una delle pagine più pruriginose della storia della politica Occidentale.

2000, esce La Macchia Umana, di Philip Roth. Ultimo romanzo di quella parte di produzione dello scrittore statunitense che prenderà il nome di Trilogia Americana.Leggi il resto »

]]> di Stefano Marino

1998, esplode il sexgate: una delle pagine più pruriginose della storia della politica Occidentale.

2000, esce La Macchia Umana, di Philip Roth. Ultimo romanzo di quella parte di produzione dello scrittore statunitense che prenderà il nome di Trilogia Americana.

2019, Camille Paglia, intellettuale, sociologa, lesbica, femminista, diventa oggetto di una petizione sottoscritta da alcuni studenti con l’intento di allontanarla dal ruolo di professoressa all’University of the Arts di Philadelphia, a causa di alcune dichiarazioni della stessa sul MeToo e sui transgender. La petizione chiede che la Paglia “venga sostituita da una persona queer di colore”. Il Preside della facoltà decide di non accogliere le richieste avanzate dagli studenti che hanno firmato la mozione.

Senza entrare nel merito delle opinioni espresse da Camille Paglia, la vicenda in cui è incappata consente di riflettere sulla contemporaneità che pochi e selezionatissimi capolavori della letteratura sanno esprimere in qualsiasi momento storico.

La Macchia Umana è un romanzo che si muove nell’ipocrisia, trasuda ipocrisia, non risparmia nessuno, risaltando le contraddizioni di ogni classe sociale. Fin dal principio, mette in luce tutto il perbenismo di cui era impregnato il sexgate. Il libro inizia nell’estate del 1998, “l’estate di un’orgia colossale di bacchettoneria, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo (…) subentrò (…) il pompinismo, e un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata ventunenne impulsiva e innamorata (…) ravvivarono la più antica passione collettiva americana (…): l’estasi dell’ipocrisa”. L’America era ghiotta di notizie su Clinton e la Lewinsky, e l’appetito di una nazione sembrava impossibile da saziare, così come la sua voglia di puntare il dito verso dinamiche che sembravano assolutamente estranee alla quotidianità di ogni cittadino: l’adulterio era diventato un qualcosa di alieno alla vita del popolo, le narrazioni di quel periodo lo collegavano a filo diretto con l’elite. In queste prime righe è già addensato ciò che La Macchia Umana sarà per 395 pagine e sono ben evidenti quali siano i nervi che Roth saprà colpire con maniacale precisione e durezza per tutto lo svolgersi narrativo: il sesso, la dabbenaggine, l’ipocrisia, il conformismo, i segreti, le accuse. E la cultura. La cultura che non nobilita, non rende liberi da nessun istinto volgare e basso nel giudicare i propri simili. “Tanta istruzione e non serve a nulla. Nulla può isolare dal più infimo livello del pensiero”.

Coleman Silk, il protagonista del romanzo, è un accademico progressista, preside di facoltà e professore di letteratura. Dopo poche lezioni dall’inizio del semestre, durante un appello, definisce “spooks” – spettri – due studenti che erano sempre stati assenti nelle sue ore. “Spook”, però, in anni ben più bui di quelli che stava vivendo Silk, veniva anche usato come epiteto razzista nei confronti della comunità afroamericana. Quando emerge che i lassisti studenti sono in realtà di colore, lo scandalo esplode in tutta la sua vastità, lasciando dapprima Silk avvilito e inerme per l’ingiustizia subita, per poi in seguito prorompere in un moto di rivalsa e rabbia che si impadronirà del suo essere, fino a spingerlo a combattere una guerra personale contro tutto e tutti. Una guerra per cui Coleman Silk chiede l’aiuto della personalità locale, lo scrittore Nathan Zuckerman – alter ego di Roth –, una guerra che probabilmente si sarebbe potuta concludere in brevissimo tempo e scagionando l’incolpevole professore se solo non fosse stato lui stesso vittima di inenarrabili ipocrisie e segreti. Perché ne La Macchia Umana tutti sono vittime, ma nessuno è innocente.

Da qui si sviluppa il romanzo, con un turbine di personaggi memorabili e situazioni che sanno costantemente puntare il dito su un’attualità che vent’anni dopo stiamo vivendo. Con un senso di tremendo déjà-vu, si leggono le righe in cui Les Farley – un personaggio sconfitto, violento e con un disturbo da stress post traumatico a causa della guerra in Vietnam – accusa i “professoroni” e gli immigrati di avergli tolto un futuro che pretendeva gli spettasse per diritto di nascita. E ancora Coleman, con i dilemmi su ciò che si può dire e ciò che è meglio tenere per sé: un esercito di suoi colleghi, sicuri che nell’anziano professore non vi fosse il minimo afflato di razzismo, gli faranno capire, senza troppi giri di parole, la non convenienza nello schierarsi dalla sua parte; perché in una università non si può difendere una persona accusata di un crimine così grave, anche se innocente. Ci sono prima le apparenze da mantenere. E poi Delphine Roux, la giovane professoressa francese emigrata negli Stati Uniti e colma di un sentimento di rivalsa intellettuale talmente bruciante da renderla un’antagonista al pari del già citato Farley. Delphine che per invidia e vendetta non esiterà a scagliarsi contro Silk, dopo lo scandalo, nel tentativo di rincarare la dose nei confronti di un uomo che non la trattava con la deferenza che lei riteneva di meritare. Delphine Roux, tratteggiata magistralmente, e vittima di un’esistenza vissuta col freno a mano tirato per rispondere alle aspettative e salvaguardare le apparenza. Delphine Roux, convinta di essere un’intellettuale anticonformista, meritevole del meglio – sia in amore, sia lavorativamente – e che proprio per questo suo modo libero di pensare, crede di essere ostracizzata dall’ambiente accademico americano. Invece, nella vita di Delphine, di libero non v’è nulla. Solo l’apparenza ha importanza. Apparenza che non mancherà di mietere le sue vittime anche in ambito sentimentale, perché sullo sfondo di tutte queste ipocrisie e ingiustizie, i pochi lampi di pace Coleman li troverà tra le braccia di Faunia Farley, ex moglie di Les, e di quasi quarant’anni più giovane.

Sono due sconfitti, Silk e Faunia, per motivi diversi. Due sconfitti pronti a spalleggiarsi e a ritrovare una spinta vitale che sgorga da una relazione tenera e voluttuosa, non peraltro “voluptas” sarà il soprannome che il colto Coleman affibbierà alla giovane amante analfabeta.

Il loro amore produrrà nuova legna da ardere in onore del fuoco dell’apparenza: il professore razzista, non pago, sfrutta pure una povera e derelitta analfabeta, ex moglie di un violento, e che ha già dovuto subire la morte dei due figli; Coleman Silk diventa a tutti gli effetti il mostro che una comunità progressista si sente in dovere di combattere. A uno sviluppo del genere, non esiste altra soluzione che rinunciare al ruolo socialmente assegnato, per rivendicare la propria scelta personale. È questa la riflessione che fa Silk per ritrovare un po’ di pace e riassaporare la libertà che una parola travisata gli ha fatto perdere in un istante. Diventare altro; ciò che loro non si aspettano da un tipico settantenne in pensione e con un percorso accademico di tutto rispetto alle spalle: tornare libero. Che non vuol dire darsi alla dissolutezza e esprimere concetti che vadano contro ogni logica e etica. No, vuol dire semplicemente reclamare il proprio spazio intellettuale e sentimentale: un diritto che dovrebbe essere garantito a ogni essere umano.

In un certo senso, è la parola la vera protagonista del romanzo. “(…) ho detto spooks perché volevo dire “spettri”. Mio padre aveva un bar, ma insisteva perché il mio linguaggio fosse preciso, e io non l’ho tradito”, questo dice Coleman, quando, incredulo, deve difendersi dall’infamante accusa che lo colpisce dal nulla. Coleman Silk crede nel potere della parola e nella precisione del suo uso. Come tale, riconosce pure una stratificazione delle parole con le diverse accezioni che ogni persona dovrebbe quanto meno maneggiare. Coleman Silk non si capacita della semplificazione subita dal suo linguaggio, attuata senza remore dalle persone attorno a lui. Una semplificazione che al giorno d’oggi è radicata nella nostra quotidianità: dai messaggi “semplici” berciati tramite social da politici e utenti, per attecchire come un morbo, fino al livellamento verso il basso di alcune discussioni nate da indignazioni fini a sé stesse e schiave di una perbenismo che miete vittime, oltre che intelletti. Il linguaggio ha perso potenza e autorevolezza: “quando sarebbe cessata la dabbenaggine?” si chiede Coleman. Già, quando.

]]> https://www.nazioneindiana.com/2019/11/09/le-macchie-indelebili-di-philip-roth/feed/ 0