Nazione Indiana https://www.nazioneindiana.com Sat, 19 Oct 2019 05:00:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.12 Il mio Antropocene https://www.nazioneindiana.com/2019/10/19/il-mio-antropocene/ https://www.nazioneindiana.com/2019/10/19/il-mio-antropocene/#comments Sat, 19 Oct 2019 05:00:30 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=80854 di Giacomo Sartori


Sull’utilità pragmatica del concetto di Antropocene, e sulla sua propensione, così come è nato e viene propalato, a nascondere l’origine dei singoli problemi e le responsabilità, e quindi anche a complicare l’individuazione di strategie non velleitarie per contenere le catastrofi, mi sembra che ci sia molto da discutere, moltissimo.… Leggi il resto »

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di Giacomo Sartori


Sull’utilità pragmatica del concetto di Antropocene, e sulla sua propensione, così come è nato e viene propalato, a nascondere l’origine dei singoli problemi e le responsabilità, e quindi anche a complicare l’individuazione di strategie non velleitarie per contenere le catastrofi, mi sembra che ci sia molto da discutere, moltissimo. Ma è innegabile che l’Antropocene, con i suoi sconquassi e minacce, sia ormai sotto gli occhi di tutti, ogni giorno di più. Meno noto, ma fondamentale, è che molti, tra gli altri Charles Fourier (Détérioration matérielle de la planète, 1820-21, pubblicato postumo nel 1847), l’hanno visto arrivare per tempo, e che quasi tutti i suoi passi più nefasti sono stati volontaristici e tutt’altro che consensuali, insomma politici. E quindi non era poi così ineluttabile come si da per scontato, sopravvalutando il peso della demografia, e l’umanità non è parimenti colpevole. Per quanto mi riguarda l’ho avvistato, nel mio piccolo, ben prima che il suo nome venisse coniato. E mi ha poi affiancato, come un compagno ormai inseparabile, nel lavoro che faccio.
Quando avevo sei anni la mia famiglia ha traslocato dall’appartamento che avevamo in affitto in città alla villa di mia nonna in collina. Erano solo una manciata di chilometri dalla città di distanza, ma era un altro mondo. Un complesso meccanismo dominato dalla vegetazione, addomesticata ma pur sempre fieramente autonoma, con la sua energia linfatica e i suoi cicli, e dove subordinatamente c’erano muri, viottoli, boschetti, piccole frazioni con case coloniche e qualche villa signorile. E dove si muovevano a loro agio animali di varia taglia e indole. E anche naturalmente, pure essi di casa, abitanti umani, con le loro abitudini e la loro lingua. Lì ero straniero. Sapevo intrufolarmi e farmi accettare, tessendo amicizie intrinsecamente asimmetriche, come ho poi fatto tutta la vita, ma ero un essere alieno.
Questa funzionale coabitazione di natura e essere viventi traeva la sua forza dalla continuità e dalla ripetizione, era radicata in un passato che si avvertiva molto antico. Era evidente che ogni più piccolo elemento affondava nel tempo, dal quale traeva una sua invincibile inerzia, ribadita dalla lingua e dai gesti. E proprio per questo le novità avevano dirompenza di meteore. Perché in realtà tutto stava cambiando. Un’estate è comparsa una falciatrice a motore, pilotata da un ragazzino appena più grande di me seduto come un motociclista, che con le sue due larghe chele di aragosta faceva in due ore il lavoro che richiedeva molte giornate di fatica con la falce. E l’anno dopo è comparso un trattore a cingoli Fiat, che avanzava minaccioso e ostinato con un frastuono di ferraglia, e con le sue unghie dure incideva le carreggiate e faceva tremare la nostra vecchia casa come ci fosse un terremoto. E subito sono scomparsi, subito non ci ho fatto caso che le due cose erano legate, i buoi, diventati ingombranti e desueti. D’improvviso basti, finimenti, fruste, aratri di legno, erano reperti impolverati e quasi curiosi.
La stradetta secolare cinta sui due lati da alti e bianchissimi muri a secco che saliva dal paese a valle, è stata trasformata in carreggiabile a doppia corsia, dove ci passava comodamente un autobus, delimitata da cemento. L’asfalto guadagnava terreno come una lingua ingorda, mangiandosi perfino il saliscendi finale per arrivare da noi, un tratto della via romana Claudia Augusta. Per decenni ha resistito solo la piazzetta del borgo, poi quando si è riempita di auto è stata sigillata anche quella. In pochi anni la plastica ha invaso case e aie, le spazzature sono proliferate come infestazioni micotiche, e la dieta è cambiata: la pasta ha sostituito la polenta di mais, la carne è diventata normale. Intere piane sono state invase da caseggiati di calcestruzzo e parcheggi. La vita era più facile e molto meno dura. Nessuno dei giovani faceva più il contadino a tempo pieno, semmai era un secondo lavoro, finiti i turni in fabbrica. Prima di bere l’acqua delle fontane bisogna però vedere se c’era scritto che era potabile. E anche la frutta non si poteva più mangiarla dall’albero. Le lucciole e le rondini si sono diradate, e poi sono scomparse per sempre. Le fumosità marroncine che tappavano ormai la valle hanno preso l’abitudine di salire verso di noi. A cose ormai concluse, sarebbe poi arrivata anche la nuvola micidiale di Chernobyl. Moltissime persone morivano di cancro, vai a sapere le cause precise.
Tutto stava cambiando, e mia nonna si stizziva, sentiva che lei non poteva stare con le mani in mano. Era già anziana, e ormai del grande patrimonio non restava quasi più niente, però doveva muoversi, se non voleva rimanere tagliata fuori. Si è sbagliata anche in quello. Ha comprato un cavallo magro e collerico, che non ha mai ubbidito a nessuno, e un carro troppo pesante, che non è mai uscito dalla rimessa. Non aveva capito che la rivoluzione era ben più radicale, e era basata – i lontani anni in America avrebbero dovuto metterla sulla via buona – sui motori. Del resto i suoi vigneti erano troppo pendenti, per portarci le macchine.

Senz’altro la mia scelta di studiare agronomia va ricondotta in qualche modo a quel groviglio di natura e tecniche umane che mi aveva tanto colpito. Mi sono iscritto a Firenze, facoltà rimasta inceppata nell’Ottocento, e per certi versi al Rinascimento. Tra gli allievi c’erano conti e marchesine bronzineschi, e erano completamente assenti i computer, la statistica, i modelli matematici. C’era però una rinomata scuola sui suoli, e io ho fatto una tesi in quel campo, e poi ho continuato per tutta la carriera a occuparmi solo di terra. Noi specialisti ci sgolavamo per dire che i terreni soffrivano, spesso morivano, erano spazzati via. Nessuno ci ascoltava, eravamo visti come patetici passatisti. Solo negli ultimi anni ci si è resi conto che le terre coltivabili sono limitate e fragili, e sono insostituibili. Spesso però è troppo tardi.
Studiavo soprattutto i suoli di montagna, che interessavano ancora meno. Un pomeriggio ho sorpreso il direttore della istituzione per la quale lavoravo che mi prendeva in giro per la mia attrezzatura e la mia strumentazione antiquate. Un professore di Zurigo è però venuto a cercarmi: quegli studi antiquati che avevo fatto, che legavamo i caratteri dei suoli all’altitudine, e insomma al clima, potevano essere utilizzati secondo lui per prevedere gli effetti dei cambiamenti climatici. In Italia nessuno parlava di cambiamenti climatici, lì da loro li davano per scontati. Abbiamo lavorato per tanti anni assieme. Lui era il mago delle tecniche più innovative, io ero principalmente il braccio organizzativo, che conosceva come le sue tasche i terreni di montagna e le loro minime paturnie, però insomma respiravo anch’io quel fermento scientifico. Finché è arrivata la crisi, e fondi per quelli studi, e più in generale ambientali, nel nostro paese non ce ne sono più stati. Avevo comunque imparato che di molte questioni basilari, e men che meno degli intrichi di correlazioni che caratterizzano gli ambienti complessi, non ne sappiamo nulla, e che non si può modellizzare ciò che non si conosce. Di qui la mia diffidenza per i cosiddetti modelli climatici, e per la scienza stessa, che da sola – senza coinvolgere gli uomini e le loro strane passioni – non può dare risposte.
Negli anni successivi ho dovuto ripiegare sui terreni dei meleti e dei vigneti, dicendomi – certo ingenuamente – che conoscendoli beni si sarebbero potuti proteggere e risparmiare, limitando i danni al contorno. Anche lì quello che facevo e faccio non interessava quasi a nessuno, lasciando stare le parole. Gli istituti di ricerca parlano e spendono per l‘agricoltura di precisione, come se le conoscenze di base, che mancano, potessero essere surrogate dai gps e dai sensori dei droni, o dall’intelligenza artificiale. E si inebriano di ingegneria genetica, come se si potesse far quadrare il cerchio delle risorse energetiche e degli inquinamenti con quella. Quando ogni vero conoscitore dell’agricoltura del mondo, e non solo dei paesi ricchi, sa che sono le tecniche antiche che sfamano, e sfameranno, la maggior parte degli uomini, dando sollievo al pianeta. E che solo tornando a quelle, certo affinandole e migliorandole, potremo forse sopravvivere. Ma queste cose gli antropocenisti, inebriati dalle stesse tempeste tecnologiche delle quali vituperano gli effetti, e sviati da fantascientifici sogni di redenzione, non le sanno, e forse non le vogliono sentire.

 

NdA: queste consideraizioni mi sono venute riflettendo in vista del dibattito di oggi al Book Pride di Genova, moderato da Michele Vaccari, e con Laura Pugno, Matteo Meschiari e il sottoscritto: Dopo la grande cecità. Scrivere l’Antropocene.

 

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Da “Dire il colore esatto” https://www.nazioneindiana.com/2019/10/18/da-dire-il-colore-esatto/ https://www.nazioneindiana.com/2019/10/18/da-dire-il-colore-esatto/#respond Fri, 18 Oct 2019 05:00:55 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=80912

 

[Pubblichiamo alcuni testi del nuovo libro di poesia di Matteo Pelliti, Dire il colore esatto, con disegni di Guido Scarabottolo e prefazione di Fabio Pusterla, Luca Sossella, 2019.]

 

di Matteo Pelliti

 

Il cervello del santo

Rubato il cervello del santo, mente portatile sottratta,
grigia materia disanimata che non ammette riscatto,
dice l’arcivescovo: «Invito chi ha sottratto
la reliquia a restituirla senza condizioni,
perché si possa continuare degnamente
a onorare un segno lasciato e conservato
per la devozione e la fede di tutti».… Leggi il resto »

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[Pubblichiamo alcuni testi del nuovo libro di poesia di Matteo Pelliti, Dire il colore esatto, con disegni di Guido Scarabottolo e prefazione di Fabio Pusterla, Luca Sossella, 2019.]

 

di Matteo Pelliti

 

Il cervello del santo

Rubato il cervello del santo, mente portatile sottratta,
grigia materia disanimata che non ammette riscatto,
dice l’arcivescovo: «Invito chi ha sottratto
la reliquia a restituirla senza condizioni,
perché si possa continuare degnamente
a onorare un segno lasciato e conservato
per la devozione e la fede di tutti».

Chissà cosa ha pensato il Santo dell’organo rapito
e se mai traccia di rapimento mistico
ha attraversato i resti, le spire spente
delle sinapsi di Don Giovanni Bosco
quando il trafugatore, per devozione certo interessata,
l’ha poi nascosto tra i ciotoli in cucina,
in una teiera di rame, reliquiario domestico.

Bersi il cervello, si dice, in questi casi.

 

Il  dolore degli altri

In un regionale affollato,
da Vernazza a La Spezia,
raccolgo le confessioni
di un anziano avvocato.

Seduto di fronte a me,
le ginocchia che si sfiorano,
scenderà a La Spezia Migliarina:
disegna il bilancio spietato
di un’esistenza e lo espone
a una signora che l’accompagna,
forse un’amica o la sorella.

Settantenne elegante, Lacoste verde,
rivolge a sé critiche dolenti e puntuali.
Soffro con lui, per lui, ad ogni dato
sensibile che srotola, salute,
tre denti bacati, poi gli insuccessi
professionali, le umiliazioni, i complicati
rapporti intra familiari,
infine le delusioni amicali.

Pensavo a questi luoghi letterari
che sono quasi diventati
i lacerti  di conversazione captati
sui treni, sui mezzi
pubblici, le vite degli altri,
carne da “status”, come la propria,
in fondo, legati in brevi stringhe di testo.

Nel mentre mi raggiunge la notizia di un corpo
che nello stesso giorno, in altro luogo,

si è lanciato da un viadotto, ed era quello
di un nostro vicino che avresti detto strambo
parlandogli un poco, sulle scale di casa.

Intorno a questo scoglio bianco,
la nostra magnifica e fortunata vita
che ci pare naturalmente propria e dovuta,
vedo il lago di nero petrolio
del dolore degli altri, del mondo incompreso,
allargarsi senza alcun senso.

Come la carneficina lungo la promenade
di Nizza la sera del 14 luglio,
un camion che falcia la folla, cieco.

 

Solidarietà

Il cranio di un ominide senza denti
segnerebbe l’inizio della solidarietà
a 1,8 milioni di anni fa (o forse due,
mi risuona in testa):
per farlo sopravvivere
avevano a lungo masticato per lui
i suoi ominidi vicini, compagni pietosi.

Lo sento vicino, fratello quasi, e
soprattutto qua “dentro” (leggi: nel web)
dove continuo è il rumore
di mandibole che ruminano
pensieri per gli altri.

 

Superstizioni

Solo il gatto nero
sa quanta sfortuna
rechi a lui l’uomo
che gli traversa
la strada.

 

Covo sassi

Il medico disegna i reni sul foglio
come due grosse ovaie da cui covo
quest’uovo pleistocenico, fossile,
un sasso di un centimetro incastrato
in fondo all’uretere, sopra la vescica.

La mia cova è questo pietrisco inerte?
E le poesie, allora? E il corpo abitato?
Tu leggi “Reni” per ritrovare motivi
di questo malanno che ostruisce,
dolori non smaltiti, ingiustizie
del mondo calcificate in ciottolo,
in riva al grande fiume che ci abita,
l’urina che mai ci può bagnare
due volte uguali.

La terapia ad ultrasuoni
del tuo canto notturno
applicato al fianco,
spero funzioni a smuoverlo,
nella discesa libera, il sassolino
che ho prodotto e che,
cullandolo, nel condotto
mi tormenta.

 

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Coraìsime – In un mondo figlio di un tempo sbagliato https://www.nazioneindiana.com/2019/10/17/coraisime-in-un-mondo-figlio-di-un-tempo-sbagliato/ https://www.nazioneindiana.com/2019/10/17/coraisime-in-un-mondo-figlio-di-un-tempo-sbagliato/#respond Thu, 17 Oct 2019 05:00:00 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=80908

di Domenico Talìa

«Le aveva viste da bambino fuori dalle case in campagna. Appese per un laccio nero. Vecchie bambole mutilate con il viso squagliato dal sole. I capelli uniti in un unico grumo nero avevano superato inverni e lunghe piogge estive.… Leggi il resto »

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di Domenico Talìa

«Le aveva viste da bambino fuori dalle case in campagna. Appese per un laccio nero. Vecchie bambole mutilate con il viso squagliato dal sole. I capelli uniti in un unico grumo nero avevano superato inverni e lunghe piogge estive. Ad alcune mancavano gli arti, erano solo una testa e la parte superiore del busto […] Le chiamavano coraìsime e tenevano lontano il maligno […] Stavano a difesa della casa con i loro volti sfigurati dal tempo e gli abiti stracciati di chi lotta col buio. […] Adesso che la strada passava proprio in mezzo a quelle case, le bambole non c’erano più. Non c’era più niente da difendere, tutto era stato predato.»

Sono le atmosfere intense del Sud, lontane da stereotipi purtroppo molto frequenti, a riempire questa storia chiusa tra l’Aspromonte e il mare. Un padre imprigiona la figlia in una vecchia casa dopo la morte della moglie e s’imprigiona insieme a lei. Bernardo Migliaccio Spina è un regista che ha già intrecciato amore e magia in un lungometraggio e con il suo romanzo breve Coraìsime (Rubbettino Editore, 2018) ritorna nella sua terra per riempire le vite di sensazioni, impulsi e flussi di sentimenti che ingarbugliano quel mondo. L’unico rischio è la nostalgia, ma i pomeriggi noiosi del Sud hanno contribuito a comporre la forma del narrare di questo piccolo libro che non manca certo di originalità e lascia una netta impronta sul lettore scosso da una narrazione tormentata tra dolori taglienti e affetti infiniti.

Paolo è un piccolo commerciante, figlio di un contadino e di una bidella. Ha studiato ma è tornato a casa perché non sa stare lontano dagli ulivi della sua terra. Sposa Adele che gli dà una figlia, Marta, ma muore troppo presto. Dopo la morte di Adele, Paolo decide di lasciare il suo mondo e si chiude in casa con la figlia. Marta abbandona la scuola e segue il padre in questa tragica scelta. Quando Paolo rapisce Giuseppone, la sua vita e quella di Marta prendono un abbrivio definitivo e Marta riesce a fuggire «quel male che l’aveva sedotta per troppo amore». In questa storia brandelli dei fatti appaiono di tanto in tanto tra pagine dominate dal racconto della coscienza del protagonista. Un uomo vede la fine di un mondo e vuole finire con esso. Un universo vicino alla sua fine nel quale gli «uomini parlavano ai sassi, ai semi, somigliavano alle felci, alla fitta ginestra, alle zolle ruvide a lato delle mulattiere». È una grammatica di visioni quella di Migliaccio Spina, è una narrazione di parvenze che amplificano la realtà anche quando sembrano attenuare le sue manifestazioni.

Le coraìsime, bambole di pezza da appendere davanti casa, un tempo in Calabria scandivano il trascorrere del digiuno quaresimale tramite sette penne di gallina conficcate a raggiera in un’arancia, una patata o un limone sulla testa o sotto i piedi delle pupe. Ogni domenica si sfilava una penna. L’ultima certificava la fine del digiuno quaresimale e veniva tolta la sera del Sabato Santo, quando le campane ritornavano a suonare a festa per la Resurrezione di Cristo. Nel racconto di Migliaccio Spina le coraìsime sono il simbolo di un mondo perso, gettato via dai figli che alla morte dei loro vecchi hanno venduto tutto perché non si sono sentiti più parte di quella terra, di quel modo di vivere. In questo nostro tempo le coraìsime non servono più a ricordare una quaresima che nessuno vuol fare in un’epoca di bulimia, in una società che non sente alcun bisogno di digiunare, non avvertendo alcun senso del limite. La storia di Paolo, Marta e Giuseppone, dei loro luoghi bellissimi carichi di sentimenti estremi ci chiede di sforzarci per poter comprendere cosa è realmente avvenuto e cosa sia diventato oggi quel mondo figlio di «un tempo fotocopiato male».

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Tempimorti https://www.nazioneindiana.com/2019/10/16/tempimorti/ https://www.nazioneindiana.com/2019/10/16/tempimorti/#respond Wed, 16 Oct 2019 06:00:47 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=80893

di Filippo Polenchi (testo) e Andrea Biancalani (foto)

(#Ufficio, 2017) Ho sentito prima M. che sospirava. Un rilascio di aria veloce, rapidissimo epperò pieno di respiro, al colmo di una boccata d’ossigeno catturata nei polmoni e poi rimessa in libertà, alla svelta, perché forse aria già avvelenata, già corrotta dall’anidride carbonica che dovrebbe essere l’ultimo passaggio dell’atto.… Leggi il resto »

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di Filippo Polenchi (testo) e Andrea Biancalani (foto)

(#Ufficio, 2017) Ho sentito prima M. che sospirava. Un rilascio di aria veloce, rapidissimo epperò pieno di respiro, al colmo di una boccata d’ossigeno catturata nei polmoni e poi rimessa in libertà, alla svelta, perché forse aria già avvelenata, già corrotta dall’anidride carbonica che dovrebbe essere l’ultimo passaggio dell’atto. E invece no. Invece qui tutto t’avvelena. Mi rendo conto che tutti sospirano. Sospira M. come oggi, ma più di tutti sospiriamo io e E. Me ne sono reso conto da poco: E. sospira tantissimo, soprattutto quando cammina e quando sta seduta, quindi sospira praticamente per tutto il tempo che rimane in ufficio. A volte la sento mollare questi pacchetti d’energia sotto forma di respiro, tutta questa accelerazione quantica d’infelicità fin da qui, da questa stanza. C’è lei che sembra sempre così sola e che sospira. Inspira aria ed espira questo mix tossico di cose andate storte. Poi invece cammina qui, accanto a me, per contingenza, nel corridoio. Replica la stessa solenne liturgia nera. Non si sfugge dalla sua vita, dal suo appartamento solitario (lo immagino: non ci sono mai stato), dal suo pendolarismo cittadino e automobilistico, abbastanza irritante perché accumuli qualche minuto di ritardo ogni giorno: un paio di minuti al lunedì per una coda sul Piazzale, un paio il martedì per i lavori della tramvia eccetera eccetera. Dai suoi piccoli malori isolati e senza nessi, grappoli di sintomi senza significato e conseguenze, che però le fanno aumentare il ritardo mattutino. Mi sono sentita male, dice a volte, non spesso, ma talvolta sì. Non riesco a immaginarne una vita oltre a questo recinto di sospiri e di fastidi. Non riesco a vederla al cinema, con gli amici, a bere, a fare l’amore. Ora ha attaccato il telefono: una chiamata a una collega che lavora a distanza (beata lei), una conversazione cordiale, gentile, su aspetti legati a un singolo lavoro, ma insomma, quella che diremmo una telefonata tranquilla e quando ha attaccato, salutando la tipa di là dal telefono con un “ciao cara” ha sospirato. Non uscirà mai dai suoi sospiri. E anch’io sospiro. Lo faccio spesso, per rabbia. Il sospiro è il lamento, il lamento è vento biblico di impossibilità ad agire. O sospirando si agisce?

(#In coda, 2019) In auto, per andare a lavoro: grande anello di auto imbottigliate intorno. I soliti paesaggi di vegetazione disfatta, cementizia, indistinguibile. Case e villette costruite su questa porzione di Chiantigiana che è trafficatissima. Qualche volta, soprattutto negli anni scorsi e in inverno, ho percorso questa strada a piedi, per andare a lavoro (30 minuti da casa), ma è un percorso pericoloso, senza marciapiede, senza protezione, affogato nel gas di scarico delle auto. È un tragitto che fa ammalare ai polmoni. Ci sono case arroccate contro la massicciata del raccordo autostradale che passa proprio qui sopra, che designa dunque uno spazio-di-sotto con manifesti teatrali di spettacoli sfranti e disperati, stratificazioni di carta e colla, volti di attori ormai bolliti che si rincorrono nei teatri di provincia (Firenze è tutta provincia) per darsi un’ultima occasione di rilancio – faranno battere le mani a un pubblico anch’esso sfinito dall’inedia e dall’abitudine a ricevere il Nulla – ma anche cassonetti divelti, detriti di ogni genere, l’onda di comparsa-e-scomparsa delle siringhe per terra, un materasso mezzo bruciacchiato, sassi e resti di cemento sgretolato dalle colonne del viadotto: e quella casa che apre la finestra proprio sulla strada. Chi viene prima? La casa o la strada? Poco importa, per chi apre la finestra, fa entrare CO2 fra le stanze, espone le coperte della notte all’aria velenosa, poi le ritira, le rimette nel letto, ci dorme, le respira nottetempo. Questo paesaggio non lo capisco: è una giungla; liane e alberi infestanti, verde scuro, spugnosi, appiccicosi. C’è poco da capire: è così e basta, disordinato e rampicante, così proliferante che mi sembra una buona approssimazione dell’angoscia che si prova nei sogni, quando non si riesce a divincolarsi dalla prigionia di una stanchezza ottusa. C’è apparente vitalismo in questa vita che si riproduce incessantemente. È il selvaggio? È terzo paesaggio, biodiversità, dovrei amarla, rispettarla. Osservarla in maniera empatica, ma non ci riesco. Su Novaradio, al mattino, ascolto sempre un programma di musica soul. Non danno mai notizie, al contrario delle altre emittenti, solo musica soul. È una scelta de-responsabilizzante, forse, sebbene il momento delle news sia solo rimandato di poco. Adoro, però, ascoltare Otis al mattino: quando lo passano alzo il volume. Ma non stamani. Stamani non trasmettono niente che riconosca.

(#Area di sosta Q8, 2019) Ho fatto pausa pranzo, come spesso il venerdì, in auto: sportello aperto, gamba sul telaio del finestrino, all’ombra del cubo di cemento, ora vuoto, che ospitava prima il bar Luisa poi il bar Arcangeli e ora, appunto, niente. La successione ereditaria di quei bar è un romanzo naturalistico. Ora attraverso le pareti della zona-pranzo del bar, che sono tendoni di nylon trasparenti, ma sporchi perché da un anno e mezzo nessuno li pulisce, s’intravedono ancora un paio di tavoli, chiaramente vuoti; una bottiglia di acqua piena posata per terra, il bancone con la spina della birra impolverato, le marche delle birre – italiane, artigianali, non filtrate: tentavano anche di usare la ‘qualità’ come estrema salvezza, ma senza esserci riusciti a quanto pare – che sono ovali sbiaditi, come fotografie sulle tombe. Il vento della strada accanto fa sbatacchiare i tendaggi a ritmi sonnolenti. Ho gli occhi chiusi, tento di dormire per quei pochi minuti di pausa. Piccoli svenimenti per recuperare ore di sonno perdute a causa del raffreddore. Davanti a me, per tutto il tempo, un furgone porta-valori. Bianco, Fiat, con scritte sulle fiancate (“Spuma antiscasso” o qualcosa del genere, non ho preso appunti, non ho trattenuto la nota di colore che poteva essere decisiva). È stato tutto il tempo fermo di fronte a me, il motore acceso, i due passeggeri dietro i vetri blindati e chiusi, che sonnecchiavano. Un refolo di aria condizionata a congelargli il naso, l’ordine di non aprire per niente al mondo lo sportello o anche soltanto il finestrino. Prigionieri criogenizzati. Ho pensato: fossimo in un libro pulp o in un film poliziesco – l’atmosfera pare essere quella: stasi catatonica che prevede l’esito di un lungo percorso di male e di morte proprio qui, nel redde rationem del Far West urbano; minaccia incombente che spesso alita su ciascun nostro giorno, su ciascun nostro spostamento – se fossimo insomma in una pellicola di exploitation arriverebbero dei rapinatori, ucciderebbero i passeggeri, farebbero esplodere la lamiera blindata del carro e ruberebbero tutto quanto racchiuso nel ventre di piombo del bestione. Corpi crivellati, buchi di fucile enormi, corpi sventrati, lo stupore del sangue carnoso, delle buie budella riversate sui sedili, schizzate sui vetri anch’essi infranti dalle esplosioni e dai proiettili rinforzati o qualcosa del genere. L’oscena crudeltà di una messinscena che di fatto ripete su scenario urbano scene di guerra che abbiamo visto/non visto sui Tg della sera. Di fatto in quei servizi giornalistici non abbiamo visto il sangue, le frattaglie, le trippe umane sversate. Abbiamo annusato la minaccia, la precarietà, la sabbia, il report delle vittime, il conteggio delle risorse umane; eravamo nel pre e nel post, ma non nell’atto: impossibile da svelare per limiti tecnici o forse solo moralistici. Ma un regista pulp ha abbastanza forza e la cattiveria da trasportare effetti-di-guerra in landscape metropolitani. Insomma, alla fine della mattanza i rapinatori se ne sarebbero andati. Naturalmente io sarei figurato fra le vittime collaterali. La mia sola sfortuna sarebbe stata trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Anch’io sbudellato dai proiettili. Anch’io irriconoscibile come dopo un incidente automobilistico, come dopo un banchetto di zombi.

(#Ufficio, 2019) Ore 17.28. Due minuti non bastano a raccontare la noia, il feroce disprezzo per ogni manufatto dell’umano, la letargica e depressa voglia semplicemente di uscire, il basso voltaggio dell’esistenza, l’incredulità che un’altra giornata sia trascorsa così.

(#In coda, 2019) Sulla E78 appena dopo Siena, verso Grosseto. Ai lati campi di grano, un casolare diroccato con ferraglie e cocci in vendita e un grande cartello appeso alla facciata che dice: “Vendita permanente antichità”. Qui vicino c’è un posto che si chiama Orgia. Scorriamo a passo lento su due file, disposti nelle nostre auto. Nella mia: canzoni di bambini scozzesi, nursery rhimes scaricate da internet con un gruppo che rielabora antichi canti scozzesi. Molto bello, ad A. piace un sacco. Forse è un modo per imparare l’inglese, già adesso balbetta qualche suono a memoria. Impossibile acchiappare la teoria delle auto che mi sfilano accanto e che io sorpasso e poi loro mi sorpassano, il tutto a una velocità follemente ridotta. Ci sono le automobili coi finestrini sigillati per l’aria condizionata; la ragazza che sporge i suoi piedi – unghie smaltate di rosso, sandali marroni legati fino alla caviglia, le gambe lisce di fresco dall’estetista, abbronzatura leggera, cittadina, in direzione mare per perfezionarla; le auto pulite, quelle, come la mia del resto, pigmentate dalla pioggia di sabbia che ormai è l’enzima dell’estate (dimenticarsi le estati degli ultimi miei 36 anni, ormai solo estati post-clima, quelle di cielo avvolto dalla lastra per radiografie, oppure di cielo color polvere di caffè, che poi piove per tre minuti e sulle auto, per strada, sui vestiti, sulle tele degli ombrelli, sui cornicioni, sui fiori, sui ferri delle altalene nei parchi comunali si deposita una macula di sabbia desertica: è il soffio del millennio, la profezia pasoliniana ch’è tanto liberazione quanto incubo e così ogni liberazione dev’essere, distruttiva); un telefonino acchiappato dalla morsetta di gomma a sua volta appesa al bocchettone dell’aria: una mappa GPS disegnata sul display. Il cielo è grigio uniforme, appena ondulato, morbido, è la prima giornata da un mese a questa parte in cui il tempo sembra brutto. Sono dominato da un’angoscia senza nome: è l’angoscia dell’estate, è l’ansia di una stagione sfibrante, di pura sopravvivenza, tanto più difficile per me perché si suppone ci si debba divertire, liberare, vivere esperienze rilassanti e rigeneranti dopo un anno intero di lavoro: invece mi sfianca l’estate. Ora l’estate è per me il piazzale del lavoro, di cemento, battuto dal sole; l’odore di zucchero e petrolio dei tigli nella villa che ci ospita; il ventilatore in ufficio, le finestre sbarrate, chiuse, alle 9.30 del mattino, l’ondata di calore per raggiungere casa. E ancora: gli inciampi, la pelle appiccicata di sudore, l’afa che mi restringe i bronchi e non respiro; ogni impegno è un limite insopportabile, ogni azione è definitiva e devastante.

(#In cucina, 2019) Aspetto che il caffè sia pronto. Per viaggiare per strada, sui viadotti, nelle gallerie, quando si apre la vertigine orizzontale della strada, in discesa magari, quando appare l’inevitabile, l’Incontrollato, il potenzialmente distruttivo, bisogna avere fiducia: fede che il ponte non crollerà, che le tue mani continueranno a tenere stretto il volante, che un colpo di sonno, un malore, un attacco di panico, una respirazione selvaggia, una aritmia burlesca, non ti faranno perdere i sensi e volare, in un bolo di lamiera e controsole, nel vuoto. Per prendere l’aereo devi aver fiducia che il pilota non sarà come quell’Andreas Lubitz che, quietamente, si è blindato nella cabina e ha diretto l’aereo – colmo di gente, ça va sans dire – contro le montagne. Un lavoro svolto pazientemente, lucidamente: una lenta degradazione verso la morte esplosiva. Bisogna avere fiducia nel mondo. A me, invece, viene da pensare d’avere sempre la casa infestata di formiche.

(#Ufficio, 2019). In attesa che G. mi dia relazione per una email. Tutte le nostre piccole morti.

(#Pausa pranzo, 2019) Importanti novità all’ombra dell’ex-bar Luisa. Dentro il bar tutto smembrato: portato via il bancone, la spina, i tavoli, le sedie, abbattuto parte del muro. Calcinacci in giro, cavi scoperti, forassiti. E un cartello affisso: Proprietà privata.

(#Ufficio) I minuti che passano tra l’accensione del computer – la macchina che ansima e ritorna alla vita, si sgela dal suo sonno notturno ibernato – e l’apertura del programma di posta elettronica. L’ansia per quello che arriverà, le richieste da sbrigare, le email con l’etichetta urgente, il carattere urgente del servizio che va esplicato il prima possibile. Per me – e presumo per tutti quelli come me – che non abbiamo una mansione precisa, che viviamo di piccole quantità di tempo che si sommano l’una all’altra, senza particolare valore, dove magari troviamo il tempo per fare piccole cose nostre, bazzicare siti internet che ci piacciono, interessarci alle cose che c’interessano, come se il tempo di lavoro, libero dalle tenaglie dei ritmi serrati, fosse un tempo di semi-libertà vigilata, nel quale troviamo il modo di proseguire i nostri commerci illegali. E allora, per quanto odiamo la nostra giornata di lavoro, ne siamo avvinti: siamo legati alle piccole povere occasioni di clandestinità (l’illusione di portare avanti un discorso-altro, di fare il nostro eroico lavoro sottobanco, di nascosto, al nero, approdare alla mitologia dello scrittore che lavora di giorno ma scrive di notte o scrive nelle pause: è una mitografia). Quando si sta per aprire la posta e l’emergenza – ci chiederanno documenti importanti, servizi di complicata burocrazia, roba da sfasciarsi gli occhi su Excel, sarà tutto dominato dal foglio verde di Excel – è potenza vitale, è viva, è un non-ancora ma tuttavia un è-presente, anche ora, foss’anche solo in forma di angoscia, vorrei fuggire. Smetterla con tutto. È tempo morto nell’angoscia.

(#In ufficio, 2019) Aspetto il temporale. L’hanno dato per certo, ovunque: sul sito dell’Aeronautica militare lo danno al 50%. È poco, mi rendo conto. Spero che arrivi presto, però, che spacchi la calura alogena, che incendi il cielo saturo di polvere esplosiva come una miccia, nella distrazione degli altri, mentre scatena un nubifragio che stronchi i balconi e rovesci le radici. È da questa radice che nasce la Reazione: immobilità, decelerazione emotiva, urla delle carni. Come fare a non vedere che siamo chiamati a diventare Insubordinati di noi stessi? Presto chiederemo un sorso d’acqua ai paesi scandinavi. Sono ossessionato dalla Fine. Sono già nella Fine, mi comporto come se dovessi affrontare – pur sapendo di non farcela – un Post. E così immagino, ma per rassicurarmi, che la Fine del Mondo arriverà per depressione. Una parola per oggi: psicosocialismo. C’è questa specie di pioggia di afidi sulle nostre carni.

(#Ufficio, 2019) Non ti riposi mai, non acceleri mai: è un tempo uniforme, terribilmente uniforme; un tempo glaciale, di premorte, intessuto d’ideologia e superstizione.

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poveri curdi https://www.nazioneindiana.com/2019/10/15/poveri-curdi/ https://www.nazioneindiana.com/2019/10/15/poveri-curdi/#respond Tue, 15 Oct 2019 10:00:20 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=80928 di Antonio Sparzani

Me lo immagino Erdogan, quando qualche suo manutengolo gli racconterà che ieri a Milano, davanti al consolato turco, c’erano tante persone volonterose che gridavano a favore dei curdi, con tante bandiere, con dozzine di sigle diverse, la maggior parte insignificanti (dei 5 stelle neanche l’ombra), me lo immagino dire al suddetto manutengolo di non seccarlo con queste inezie senza senso, magari ridacchiando un poco e pensando a come meglio far fuori il più Curdi possibile, con tutte le armi e il denaro che l’Europa allegramente gli fornisce.… Leggi il resto »

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di Antonio Sparzani

Me lo immagino Erdogan, quando qualche suo manutengolo gli racconterà che ieri a Milano, davanti al consolato turco, c’erano tante persone volonterose che gridavano a favore dei curdi, con tante bandiere, con dozzine di sigle diverse, la maggior parte insignificanti (dei 5 stelle neanche l’ombra), me lo immagino dire al suddetto manutengolo di non seccarlo con queste inezie senza senso, magari ridacchiando un poco e pensando a come meglio far fuori il più Curdi possibile, con tutte le armi e il denaro che l’Europa allegramente gli fornisce. Sono andato, perché comunque mi pareva giusto, ieri nel tardo pomeriggio a questa manifestazione in via Canova,, dove tutti, moderatamente, per carità, esprimevano la loro volontà di pace e di sospendere immediatamente il conflitto al confine siriano. Alcuni cantavano Bella ciao, che va sempre bene e fa bello, altri battevano le mani alle parole dell’altoparlante: così esordiva il sindacato  “esprimiamo la nostra più viva preoccupazione . . .”. Ma per favore!

C’era una bella bandierona del PD che veniva fatta continuamente sventolare. Ah sì? Ma il PD non è forse al governo di questo paese, governo che, a differenza di altri, non ha ancora deciso la sospensione della vendita di armi alla Turchia.

Ma cosa aspetta il su non lodato nostro “giallo rosso” governo a prendere invece quei provvedimenti che soli possono forse avere qualche effetto sulla situazione. Convocare ufficialmente l’ambasciatore turco, richiamare in Italia “per consultazioni” il nostro ambasciatore ad Ankara, consigliare ai cittadini italiani ora in Turchia di tornarsene a casa, bloccare le importazioni commerciali dalla Turchia, chiedere fortemente alla UE di fare altrettanto, eccetera.

Il vero è che quando si toccano i soldi tutto il resto perde importanza, guardate il caso Regeni: bloccare le importazioni dall’Egitto? Manco a parlarne, scherziamo?

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Note movie: C’era una volta…a Hollywood https://www.nazioneindiana.com/2019/10/15/note-movie-cera-una-voltaa-hollywood/ https://www.nazioneindiana.com/2019/10/15/note-movie-cera-una-voltaa-hollywood/#comments Tue, 15 Oct 2019 05:00:08 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=80870 di

Franco Bergoglio

 

Prima che Vincent Vega mi spappoli il cervello e arrivi Mr. Wolf a infilarmi in un sacco nero per lesa maestà tarantiniana premetto che C’era una volta…a Hollywood è un buon film. Quale città nell’immaginario universale rappresenta meglio di Los Angeles il crimine, dalla carta di Raymond Chandler alla celluloide di chiunque, alla realtà della rivolta conseguente al pestaggio di Rodney King.… Leggi il resto »

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Franco Bergoglio

 

Prima che Vincent Vega mi spappoli il cervello e arrivi Mr. Wolf a infilarmi in un sacco nero per lesa maestà tarantiniana premetto che C’era una volta…a Hollywood è un buon film. Quale città nell’immaginario universale rappresenta meglio di Los Angeles il crimine, dalla carta di Raymond Chandler alla celluloide di chiunque, alla realtà della rivolta conseguente al pestaggio di Rodney King. Chi, meglio di James Ellroy, ha descritto meglio le sue piaghe purulente, una ad una, decennio dopo decennio? E chi meglio di Tarantino poteva cogliere nel fiore della maturità insieme il mito del cinema hollywoodiano, la fine degli anni Sessanta, la strage di Manson?

Le attese sulla poltrona del cinema girano a mille. E il film soddisfa. Le architetture, i drive in, i costumi, le macchine, tutto è ricostruito maniacalmente. Giriamo in Dolby Surround nei party organizzati dalle star, saliamo e scendiamo le curve delle colline di Hollywood. Steve McQueen sembra un manichino parlante di Madame Tussauds. E’ un vortice di immaginari che ruotano furibondi, un carnevale del postmoderno senza eguali cinematografici che non risparmia nulla: dalla marca del televisione a quello che si vede nel televisore, alle etichette di cibo per cani tarantino-warholiane, alle locandine dei film che pulsano sotto le luci dei cinema. I riferimenti sprizzano a centinaia.

La colonna sonora? Anche lì Tarantino replica il vortice. La musica si accende e si spegne insieme alle autoradio della Cadillac Coupe de Ville modello ’66 di DiCaprio, portando con sé qualche chicca e parecchia spazzatura retrò; come sempre capita quando si gira la manopola del sintonizzatore nell’etere FM. Le musiche da film arrivano dalla ricerca di pietre preziose fatta con l’aiuto di consulenti in grado di aprire i tesori del B-movie italiano per quel golosone di Tarantino. La scena Tate-Polanski con Hush a tutto volume è una macchina del tempo perfetta: la storia ci spiega che i Deep Purple la suonarono alla Playboy Mansion nell’ottobre del ’68. Di California Dreamin’ viene scelta la versione di José Feliciano, che aggiunge un tocco di tristeza latina all’eterna estate californiana. I Vanilla Fudge punteggiano il trip in acido di Cliff Booth/Brad Pitt. Sharon Tate ascolta Paul Revere & the Raiders conscia che non sono i Doors (evocati, ma non sentiti).

Dalla archeologia del pop sixty di Son Of a Lovin’ Man dei Buchanan Brothers alle rimasticature r&b di Mitch Ryder & The Detroit Wheels con Jenny Take A Ride. Siamo su un ottovolante sparato a tutta velocità nella musica anni Sessanta. La giostra è condotta dai parrucconi delle case discografiche impegnati ad estrarre i soldi dalle tasche della gioventù americana ancora lontana dalla ribellione, grazie a una musica-merce, senza velleità artistiche o sociali. Il gioco sui registri alto/basso della cultura ci fa salire altissimi con un Neil Diamond, che per rubare la battuta a uno dei personaggi del film, Sam Wanamaker/Nicholas Hammond: «cattura la zeitgeist dei tempi», e poi si scende in basso con una Hey Little Girl di Dee Clark che avrebbe giustificato una carneficina da parte del buon Bo Diddley. Come spiegare il guazzabuglio musicale messo in piedi dal Quentinone? Rileggiamo in chiave 45 giri il mito di Superman di Umberto Eco? Lo consideriamo solamente del pulp musicale? Non serve: stappiamoci una Old Chattanooga Beer sul divano con Cliff/Pitt, usando un citazionismo appropriato a Tarantino: «Da quel gran paraculo che è», come ha scritto Luca Giannelli su Intellettuale dissidente. La musica comunque gira. Dov’è che toppa il film, allora? Nel non avere utilizzato la stessa precisione per dipingere il quadro sociale.

Le hippies del periodo non erano mica tutte seguaci di Manson et similia. Non costituivano dei wild bunch di bonazze con inquadrature rubate a Charlie’s Angels (come mi spiegano i cinefili). E il femminismo? Il nuovo protagonismo positivo della donna? Nada. Altro punto. Per tutto il film i vari personaggi continuano a dire: «hippy del cazzo». Non è che tutto il mondo alternativo fosse pieno di fucking hippies che seguivano Manson o altri criminali. Timothy Leary che era il personaggio della controcultura più “santone hippie” di tutti, era colto, positivo, rivolto al futuro. Per Nixon era l’uomo più pericolo d’America. Lui, mica Manson o qualche satanista come lui. Quelli al massimo incrementano la vendita di armi e un uso distorto delle droghe. Le comuni non erano bande, ma luoghi di condivisione, di vita comunitaria e di uscita dalle logiche di mercato. Il verbo era il pacifismo, non la violenza. Si guardava alle religioni orientali, all’armonia con la natura, a un modo diverso di vivere. Il danno maggiore che hanno fatto è di averci lasciato soli con la New Age, mica stragi e sangue. La controcultura di Berkeley, di Allen Ginsberg, della New Left era diversa. Le sette sataniche brulicavano soprattutto a Hollywood, nel giro degli attori e nel sottobosco dell’industria cinematografica e musicale. Un mondo duro fatto di sesso, soldi rapidi, droghe, potere, mito del successo. Non nego che la storia di Charles Manson sia indissolubilmente legata al rock per innumerevoli vie, più di quelle mostrate nel film (il produttore Terry Melcher e il batterista dei Beach Boys Dennis Wilson, i due personaggi che introdurranno quella manica di sbandati nella casa di Cielo Drive).

I legami filosofici con la musica sono stati ben spiegati dal procuratore del processo a Manson, Vincent Bugliosi che ha ricostruito con meticolosità in un libro la genesi di quei massacri. L’uso distorto e manipolatorio delle canzoni dei Beatles che proponeva Manson ovviamente non aveva nulla a che vedere con i quattro di Liverpool. Sul lavoro di Bugliosi hanno basato film e serie Tv, quindi non vale la pena soffermarsi e non interessa neanche a Tarantino. Il film sceglie di raccontare una storia diversa e per motivi di spoiler non possiamo procedere oltre, ma essendo una fiaba con il “c’era una volta…” è ovviamente tutto legittimo. Il film sceglie un punto di vista e ci si rinchiude. Ricostruisce quel sottobosco hollywoodiano dei Sixties, quello straccione delle produzioni televisive di western o serie d’avventura low budget, girate nel backlot degli studios, con attori che avevano sfiorato il sogno di fare il grande salto e che non c’erano riusciti, ma come falene giravano ancora vorticosamente attorno alla luce. Ci sta che quel lumpenproletariat di attori, registi, stuntman e caratteristi di serie B fascisteggi un po’ e non si mostri così progressista come le stelle di Hollywood ci hanno abituato a pensare di essere. L’estate di Manson è anche quella di Woodstock; i due fatti sono contemporanei, ma a Hollywood la mentalità individualista e destrorsa del sottobosco vede all’orizzonte solo hippies del cazzo, altro che protagonismo giovanile. Il sogno del cinema copre completamente il sogno hippie. A Tarantino interessa fare cinema che parla del mito del cinema e anche quando fa stigmatizzare da un personaggio la violenza gratuita che domina tutta la produzione hollywoodiana poi immediatamente ci mostra un saggio di quella violenza. Ricorda un po’ quei preti che dal pulpito inorridiscono per il sesso, ma poi nel buio della sacrestia…

Sarebbe bello che il Tarantino che ha ricostruito interi quartieri della LA fine anni Sessanta, che ha ricreato il traffico originale con un profluvio di macchine d’epoca, che ha consulenti straordinari per costumi e musiche, coreografi per imitare la danza marziale di Bruce Lee e quant’altro gli è servito per il film mettesse a libro paga un esperto di storia degli Anni Sessanta. Il suo amato Sergio Leone aveva assunto un giallista, giornalista e saggista come Stuart Kaminsky per aiutarlo a ricostruire meticolosamente le ambientazioni storiche dei suoi film. E Stuart lo aiutava anche nelle sceneggiature e nei dialoghi. Il potere del cinema nel plasmare gli immaginari è immenso e Tarantino lo sa e lo usa. Certamente il cinema non è un libro di storia, ma rubare qualcosa da incuneare qua e là non sarebbe stato male. L’America ha scrittori e intellettuali che possono dargli una mano a uscire dal suo buco e complicare un po’ la sua America. Io butto là l’idea e se vuole approfondire basta un fischio e un biglietto aereo. Perché non si resiste al mito californiano, neanche a uno parziale.

 

 

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Intorno a la bambina. Intervista a Franca Rovigatti. https://www.nazioneindiana.com/2019/10/14/intorno-a-la-bambina-intervista-a-franca-rovigatti/ https://www.nazioneindiana.com/2019/10/14/intorno-a-la-bambina-intervista-a-franca-rovigatti/#respond Mon, 14 Oct 2019 05:00:06 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=80805 di Florinda Fusco

Vorrei iniziare questa conversazione su la bambina (il verri, 2018, collana diretta da Milli Graffi), ritratto autobiografico di un’infanzia vissuta tra due famiglie, quella d’origine e quella adottiva, negli anni Cinquanta, soffermandomi su quella che a me sembra una questione centrale: lo sviluppo dell’identità femminile.Leggi il resto »

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di Florinda Fusco

Vorrei iniziare questa conversazione su la bambina (il verri, 2018, collana diretta da Milli Graffi), ritratto autobiografico di un’infanzia vissuta tra due famiglie, quella d’origine e quella adottiva, negli anni Cinquanta, soffermandomi su quella che a me sembra una questione centrale: lo sviluppo dell’identità femminile. Sia la protagonista che gli altri personaggi in primo piano sono donne. In questo senso si può parlare di un’identità femminile fluida e multiforme che dalla protagonista fluisce verso gli altri personaggi?

Oppure il contrario, identità femminili intorno alla bambina che confluiscono in lei… Nel mondo descritto in questo libro di fatto compaiono donne molto potenti, mentre i maschi stanno in secondo piano, presi da altri affari. La bambina non ha per nulla chiaro quale sia il suo genere: certo, è una bimba, ma… Bisogna pensare che alla fine degli anni Quaranta, quando la bambina nasce, quasi tutti i genitori sperano che il nuovo nato sia maschio: probabilmente, già prima di nascere, la bambina viene pensata e desiderata come maschio. E dunque lei che, come tutti i bambini, vuole essere amata e accettata, si sente anche maschio: questo glielo conferma la madre quando, con grande soddisfazione della bambina, la chiama Capitano; e di fatto, finché può, lei è il leader della banda dei fratellini, li espone a rischi e li trascina in avventure. Più avanti, dagli zii intorno ai dieci anni, la bambina addirittura pensa di poter essere un eunuco – dunque un maschio evirato. Il femminile (rosa, fiocchi, bambole) è perfettamente rappresentato, nella mente della bambina, dalla sorellina Paola, la “femminuccia”. Paradossale, perché la bambina, che è femmina, si trova a disprezzare, attraverso lo specchio della sorella, il proprio stesso genere. Tutto intorno, dicevo, gravita un vasto universo femminile: la madre, la zia, le domestiche, la nonna, le altre zie. Sono tutte donne in qualche modo potenti. Anche la mamma: è vero, è fragile, bipolare, ma è anche, lei e la sua malattia, il vero nucleo attorno a cui ruota l’intera famiglia, tra assenze e umorali ritorni. Lei è potente in questo modo infelice e infelicitante, disturbato e disturbante. La zia invece è potente in modo armonioso: una potenza mai esibita, ma vera, che poggia su un grosso senso di realtà. Si può dire che la madre con i suoi eccessi rappresenta una sorta di dionisiaco “domestico”, mentre la zia mostra il quieto splendore dell’apollineo. La zia è la Regina, così la chiamava lo zio (che invece non era re).

 

Vorrei che ora ci concentrassimo sul rapporto io bambina-io madre tra simbiosi e distanza.

In realtà, questo libro (me ne sono resa conto solo dopo averlo scritto) è centrato sull’assenza della madre. Che, anche in assenza, è tuttavia sempre presente come nostalgia di una simbiosi paradisiaca precocemente interrotta. Paradiso perduto. Nel profondo, la bambina è profondamente ancorata all’universo illusorio della madre. A livello consapevole la bambina disprezza la madre.

 

Nel libro racconti di quanto alla bambina piacesse guardare le riproduzioni dei quadri di Renoir, i suoi nudi, mentre lei stessa aspettava le trasformazioni adolescenziali del suo corpo. Mi interessa, in particolare, la crescita congiunta io-corpo femminile nel libro. Puoi parlarmene?

Lì, quando guarda Renoir, la bambina è molto piccola, e probabilmente quei morbidi nudi le evocano nostalgie materne. Nel caso della bambina (poi bambona) la crescita congiunta io-corpo femminile si è verificata in modo sotterraneo, complesso e in sostanza conflittuale. Nel momento in cui la bambina si avviava all’adolescenza, quando doveva spuntare con tutta la sua grazia la sembianza femminile, ha ricoperto il proprio corpo di una coltre di grasso, imbottendolo per parare i colpi, tenendolo nascosto agli altri (mai preda!) e persino a se stessa. Mi spiace, su questo tipo di integrazione non ho alcuna esperienza. Una plausibile immagine femminile (non si può ancora parlare di identità) l’ho assunta molto dopo, artificialmente. Intorno ai vent’anni, una domestica a casa della zia mi ha dato degli anoressizzanti: non avevo più fame, mangiavo poco e presto diventai  molto carina. L’artificio dell’anfetamina ha probabilmente fatto sì che io considerassi l’immagine del mio corpo come qualcosa di totalmente esteriore, artificiale appunto.

 

Amelia Rosselli pensava che si potesse parlare di scrittura femminile che ha come origine non solo un dato culturale, ma anche biologico. Tu cosa pensi a tal riguardo?

Più o meno negli stessi anni in cui Rosselli pensava ad uno specifico femminile della scrittura, insieme ad un gruppo di compagne femministe, alla Maddalena, avevamo messo su un gruppo di scrittura proprio alla ricerca dello specifico femminile (una sorta di nostro graal). Era il ’77, e io mi ritrovai a inventare una (probabilmente un po’ ridicola) azione teatrale intitolata A mezza maschera, in cui le quattro donne in scena non riuscivano a parlare ed erano solo in grado di emettere grida e suoni inarticolati. Alla fine, alle domande del pubblico, le quattro donne rispondevano, non necessariamente a tono, recitando poesie. In quegli stessi anni avevo scritto un piccolo racconto che si intitolava Storia della ragazza muta che poi parla, il cui “lieto fine” vedeva la ragazza parlare con incomprensibili nonsense. Per dire che a me era ben chiara (in qualche modo forse era ancora vigente) quella sorta di proibizione alla parola (e dunque al pensiero) che per secoli e millenni aveva investito il genere femminile. Devo confessare che allora il nostro graal non riuscimmo a trovarlo. Cosa penso ora, a distanza di oltre quarant’anni? Dico subito che non ho alcuna evidenza di una scrittura femminile fondata su dati biologici.  Sono agnostica: può essere, e può anche essere di no. Tendo a pensare alla scrittura come a un meraviglioso strumento neutro, estremamente duttile, capace di essere sia femmina che maschio. Ovviamente, è impensabile che i ruoli dati dalla nostra cultura al maschile e al femminile non condizionino la scrittura. Nei testi delle donne è certamente più presente il corpo, il tempo, la cura, il quotidiano: perché questa appunto è la secolare esperienza delle donne. Il fatto nuovo è che, dagli anni Settanta del secolo scorso, i ruoli sono stati anche messi in discussione, e questo ha prodotto un’importante presa di parola da parte delle donne. Tante scrittrici, quante al mondo non vi erano mai state…

 

In questo testo non c’è finzione dal punto di vista letterario, in tal senso non è un romanzo o in termini di teoria della letteratura non rientra nel genere epico nel senso di Jonathan Culler. Si può parlare di un diario traslato nel tempo, scritto a sessant’anni di distanza? E dove la distanza è anche fissata dall’uso della terza persona?

Certamente l’uso della terza persona mi ha aiutato a tenere la giusta distanza da una materia che tornava alla luce dopo moltissimi anni. Una materia oscura e vergognosa. Nel senso che tendenzialmente non ci ripensavo mai, l’infanzia era una sorta di nebulosa dai contorni sfumati:  pensavo di non ricordare nulla. Ho cominciato a scrivere queste pagine per me, in un tentativo di mettere insieme, di ricordare. Scrivendo, è successo che un sacco di “pezzi” si sono affacciati alla coscienza: fatti, pensieri, sensazioni. Un puzzle con molti buchi, ma anche ben fornito di pezzi. Quanto ai diari, io non ne ho mai scritto uno, ne ho cominciati diversi, ma sono rimasti quale a tre giorni, quale a dieci, massimo quindici. Erano dei pessimi diari, pieni di elucubrazioni, intenerimenti su di me, autocompiacimenti, vittimismo, illusioni. In questo libro sono stata molto attenta (è stata forse la mia preoccupazione principale) a non indulgere in nessun modo a simpatia, a non tifare per me (come dico chiaramente nella poesia in esergo). L’altra grande attenzione è stata quella di essere il più fedele possibile alla voce reale della bambina e ai suoi veri pensieri. Mi sono potuta permettere un’operazione così spudorata solo dopo i miei sessantacinque anni, e dopo un incontro molto terapeutico con il cancro, che è stato un ineguagliabile incontro di realtà.

 

In che modo la bambina è stata influenzata dalle prose sperimentali apparse in Europa e negli Stati Uniti dalla seconda metà del Novecento ad oggi?

Ho sempre amato le avanguardie e le sperimentazioni nell’arte, nella poesia e nel romanzo, grande ammirazione per gli oulipiani. Le cose che ho scritto prima de la bambina sono tutte sbiecamente sperimentali e confinano col nonsense. Autore adorato Lewis Carroll, ma anche Edward Lear, Lawrence Sterne, Gertrude Stein, E. E. Cummings… la bambina potrebbe essere il meno sperimentale dei miei libri, dato che tutto sommato è una biografia. In realtà, anche questo testo può forse essere considerato sperimentale per l’uso di scritture diversificate: al presente in corpo grande, le cose che succedono alla bambina; al passato tra parentesi in corpo minore, le considerazioni ex post; tra parentesi in corsivo, le poesie; annegati nel testo a illustrare le cose che succedono, i disegni tratti dalle fotografie.

 

Nel testo vi è una sovrapposizione di parole e disegni: mi puoi parlare del rapporto arte-scrittura sia nel libro che nella tua vita?

Lo scrivo nel libro: la bambina, in un tema di prima media in cui viene chiesto cosa si vuole fare da grandi, scrive che lei lo sa cosa vuole fare: vuole scrivere e disegnare, perché solo quando scrive e quando disegna le sembra di “pensare le cose fino in fondo”, di essere davvero “installata” in se stessa. Credo che questa sia stata la mia fondamentale presa d’identità: essere una che scrive, che disegna, che dipinge, che fa cose con le mani. Intorno ai sette anni (questo non l’ho scritto nel libro) mi ero inventata un giornalino, in realtà un quaderno con mie leziose poesiole, con disegni, con l’angolo dei lettori e della moda, con la pagina dei viaggi. Era un giornalino totalmente illustrato. Tutti i libri da me pubblicati sono illustrati da piccoli disegni in bianco e nero. Nel caso de la bambina, le illustrazioni provengono quasi tutte dalle vecchie fotografie di famiglia e i disegni sono come un’altra scrittura a testimoniare ulteriormente della veridicità del racconto.

 

Conoscendo parte della tua arte visiva, ho constatato come alcuni dei tuoi oggetti d’arte sono indumenti femminili. Poi ricordo con grande interesse il tuo video che ha al centro una tua testa nuda multiforme. Mi parli del rapporto arte visiva-corpo femminile?

Molti degli oggetti d’arte che tu hai visto riflettono effettivamente sul vestito e sul vestire. Nella mia prima mostra personale (Milano 2000), il centro era costituito da undici giacche-quadro, o giacche-scultura, e non a caso la mostra si intitolava Sotto mentite spoglie. L’abito riveste il corpo, lo nasconde e modifica. Lo maschera, è finzione. L’ultima mostra, A testa nuda (Roma 2015), espone la mia testa completamente rasata dipinta in varie fogge, ripresa in foto e in video. Tra  mentite spoglie e  testa nuda, io percepisco un percorso che è sempre più orientato a svelare il vero. Di questo percorso fa parte anche la bambina.

 

Appare nel testo un episodio in cui tu immagini che i vicini di casa filmino scene reali della tua adolescenza, un documento che ti sarebbe servito per ristabilire giustizia. Come si sviluppa questa istanza nel testo?

La bambina subisce una serie di allontanamenti dalla casa dei suoi genitori senza che le venga mai detto esplicitamente perché. Sente di essere trattata ingiustamente e fa mille ipotesi sulle possibili ragioni di tale ingiustizia. Questo nucleo mai compreso è come una sorta di mistero che sottende e struttura tutta la storia. E insieme quasi in ogni pagina è presente una muta richiesta di giustizia. Aver scritto questo libro che ristabilisce la veridicità dei fatti mi ha permesso di rimettere le cose al loro posto secondo giustizia. E mi ha tolto ogni residuo di vergogna.

 

 

 

 

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Del significato per il futuro delle risoluzioni parlamentari sul passato https://www.nazioneindiana.com/2019/10/13/del-significato-per-il-futuro-delle-risoluzioni-parlamentari-sul-passato/ https://www.nazioneindiana.com/2019/10/13/del-significato-per-il-futuro-delle-risoluzioni-parlamentari-sul-passato/#comments Sun, 13 Oct 2019 05:00:02 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=80816 di Giorgio Mascitelli

La risoluzione votata dal parlamento europeo il 19 settembre scorso ‘sull’importanza della memoria storica per il futuro d’Europa’ ha prodotto numerose discussioni e un dibattito, anche se, come hanno notato alcuni osservatori evidentemente preoccupati del provincialismo del paese, quasi solo in Italia.… Leggi il resto »

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di Giorgio Mascitelli

La risoluzione votata dal parlamento europeo il 19 settembre scorso ‘sull’importanza della memoria storica per il futuro d’Europa’ ha prodotto numerose discussioni e un dibattito, anche se, come hanno notato alcuni osservatori evidentemente preoccupati del provincialismo del paese, quasi solo in Italia. Bisognerebbe ricordare ai cosmopoliti che è naturale che sia così, visto che l’Italia è stato l’unico paese alleato della Germania nazista nella seconda guerra mondiale ad avere avuto un significativo movimento di resistenza ed è l’unico paese, con la Spagna, ad avere una destra che si relaziona in maniera ambigua all’esperienza fascista: va anche aggiunto che caratteristico dell’Italia, acconto a un antifascismo politicamente fondato, una certa retorica mediatica dell’antifascismo, che rischia spesso di essere perniciosa per la sua stessa causa. Resta comunque il fatto che la mozione del parlamento europeo crea un potenziale conflitto tra un’identità democratica italiana fedele ai valori della Costituzione e l’identità europeista espressa da questo tipo di memoria.

Sul piano storico, purtroppo, il principio di non contraddizione non vale e il fatto che sotto Stalin l’Unione Sovietica  sia stata un paese totalitario con i suoi abitanti e imperialista con i suoi vicini è tanto vero quanto il fatto che senza l’Unione Sovietica Hitler avrebbe vinto la guerra. La storia ha una dimensione tragica e non logica della verità e dunque un’istituzione rappresentativa avrebbe dovuto adottare una saggia prudenza nell’esprimere deliberazioni che si basano su situazioni storiche complesse e contraddittorie, ma pretendere una consapevolezza del genere dal personale politico che siede al Parlamento Europeo sarebbe chiedere troppo al generoso sentimento di fiducia nel genere umano che ogni sincero cittadino europeo dovrebbe provare quando pensa ai suoi rappresentanti. Questa risoluzione, peraltro, rivela una natura composita e talvolta contraddittoria, segno di un lungo lavoro di limatura e mediazione, basti pensare che il comma 7 esprime la condanna per ogni forma di revisionismo storico e che l’impianto di questo documento sarebbe impensabile senza l’opera di Ernst Nolte e del revisionismo tedesco degli anni ottanta, oppure all’oscillazione nella terminologia tra comunismo e stalinismo; insomma la risoluzione che dovrebbe favorire una memoria condivisa europea rivela nella sua stessa struttura le profonde divergenze di memoria tra vari paesi e all’interno degli stessi.

Peraltro l’impostazione di fondo della mozione, che mi sembra provenire da un connubio tra conservatori tedeschi e polacchi e forse ungheresi, è interessante perché sembra essere rivelatrice dei fondamenti ideologici di quella che si potrebbe definire la costituzione materiale europea come si è formata, a dispetto dei fallimenti dei tentativi ufficiali, in questi anni. La nuova Europa ha dunque la sua radice fondante nel 1989, che illumina retrospettivamente anche il 1945, non è più socialdemocratica, ma liberista nella concezione dei rapporti sociali e trova un suo fondamento morale nella condanna del debito pubblico come forma di degenerazione della vita individuale e collettiva, pur mantenendo come elemento di continuità con la vecchia l’atlantismo in politica estera.

Non è un caso allora che il vero atto costituente di questa nuova Europa sia stato il trattamento del dossier sul debito greco, con il quale si è rivelato chi è il sovrano che fa la legge e sta fuori di essa, le norme, le punizioni per le infrazioni delle medesime, i veri valori fondanti aldilà delle elencazioni ufficiali, i rapporti di forza e quelli fiduciari per il riposizionamento nella gerarchia dei singoli paesi. E’ chiaro allora che la risoluzione rifletta innanzi tutto il punto di vista della Germania e dei paesi dell’Est europeo, ma non va dimenticato che essa si inserisce in un panorama generale in cui già sei anni fa un documento della banca d’affari statunitense JP Morgan definiva un rischio per la tenuta della UE le costituzioni dell’Europa del Sud nate dall’antifascismo. Allora in questo quadro che coniuga forme di revanscismo dissimulato, difesa delle istituzioni finanziarie private responsabili della crisi e nuovi assetti della governance europea diventa possibile una convergenza tra partito popolare e sovranismi di destra, specie dopo l’annunciato ritiro di Angela Merkel. Vi è anzi il rischio che la fine del cancellierato della Merkel segni il tramonto del katechon, il potere che trattiene dalla dissoluzione, per usare un’espressione biblica in voga nel dibattito politico-filosofico italiano ( senza per questo dimenticare che il cancellierato Merkel ha programmaticamente sottovalutato i rischi di questa convergenza).

In questa senso la vicenda ucraina prefigura già questa convergenza con la sua prevedibile propensione alle avventure: il fatto che Germania e Francia si trovino ora nella necessità di trattare con la Russia per evitare che l’Ucraina diventi una sorta di Bosnia all’ennesima potenza ossia un paese paralizzato in una sorta di tregua perenne con una scia di odi etnici mai sopiti che impedisce qualsiasi tipo di ripresa economica e stabilità politica è la prova eloquente degli esiti di questa propensione. Eppure ciò che è accaduto non produce una riflessione autocritica. Puntualmente infatti troviamo ai commi 15 e 16 della risoluzione l’indicazione della Russia putiniana come continuatrice dell’Unione Sovietica e come paese criptocomunista, quando i riferimenti storici ideali di Putin della sua politica di potenza vanno piuttosto verso un generico nazionalismo e semmai verso lo zarismo ( basterà pensare che il grande kolossal patriottico dell’era putiniana è dedicato alla nascita della dinastia Romanov e non a Stalingrado, che le critiche al liberalismo occidentale rientrano in una tradizione slavofila e non certo comunista, oltre a echeggiare temi cari a tutti i populisti di destra, e che sotto Putin è stata introdotta nelle scuole russe la lettura di Solženicyn). L’indicazione della Russia di Putin quale erede del totalitarismo di Stalin è tuttavia funzionale alla creazione di un sottofondo anticomunista, che è l’unico terreno politico sul quale può avere luogo questa convergenza senza che ne appaiano tutte le ambiguità storiche e politiche.

 

 

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Sulla poesia di Landolfi https://www.nazioneindiana.com/2019/10/12/sulla-poesia-di-landolfi/ https://www.nazioneindiana.com/2019/10/12/sulla-poesia-di-landolfi/#respond Sat, 12 Oct 2019 05:00:11 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=80799  

di Antonio Prete

La lingua della poesia è per Landolfi lo spazio musicale della confessione, dell’interrogazione di sé, dell’affabulazione interiore. Una sorta di palcoscenico dell’anima. Scandaglio nel segreto di un’intimità confrontata costantemente con l’azzardo del vivere, con la pena del vivere.… Leggi il resto »

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di Antonio Prete

La lingua della poesia è per Landolfi lo spazio musicale della confessione, dell’interrogazione di sé, dell’affabulazione interiore. Una sorta di palcoscenico dell’anima. Scandaglio nel segreto di un’intimità confrontata costantemente con l’azzardo del vivere, con la pena del vivere. Esplorazione di sé affidata al suono di una parola che conosce bene l’artificio e il gioco delle maschere, e tuttavia nel suo farsi verso e ritmo, cioè tempo e insieme visione, allestisce un teatro che è rito di difesa dal nulla incombente, dal nero orlo che circonda la parola stessa. Questo indugio nel tempo della parola poetica, nel soffio delle sue immagini, nel registro delle sue tonalità – allocutorie, evocative, interrogative, ma anche ritmiche e rimiche, cioè fortemente intinte nell’inchiostro della tradizione lirica – è, certo, un atto di esorcismo nei confronti del gelido nulla, ma è anche, insieme, un intrattenimento provvisorio, sebbene estremo, con le parvenze che salgono dal tempo vissuto, dal tempo già fatto cenere. Un intrattenimento che è quasi un compenso al rischio che il poeta ha corso sospingendosi fino alle porte del vuoto, fino alla soglia da cui poter intravedere una – certamente inattingibile e oscurissima – verità.

La scrittura in versi, che ha nell’attivo esercizio della traduzione poetica il suo primo e attrezzatissimo laboratorio, affiora via via nel corso delle narrazioni, si raccoglie nel Breve Canzoniere, si distende nella forma del poema drammatico in Landolfo VI di Benevento, si fa tessitura necessaria in Rien va, ma è in due libri poetici, Viola di morte, del 1972, e Il tradimento, del 1977, che diventa esperienza per dir così programmata e compiuta. In questi due libri il poeta porta verso uno stato di incandescenza interrogativa il movimento di un pensiero che già lungo tutta l’esperienza narrativa si è confrontato con la grande eredità della gnosi occidentale: la vita come male. Un’eredità che il leopardiano pastore errante compendiava nella conclusione del suo ragionare rivolto alla luna: «a me la vita è male». E Baudelaire rimodulava nell’affermazione «vivre est un mal», precedendo il verso di Montale: «Spesso il male di vivere ho incontrato».

Ma se nella scrittura in prosa di Landolfi le variazioni narrative di questo meditare trovano la via dell’umore fantasticante e si dispiegano lungo una cosmografia lunare e stellare che ha le sue figurazioni visive in personaggi e situazioni, cioè si svolge secondo i modi di una drammaturgia animatissima, nella scrittura poetica le modulazioni dello stesso meditare si contraggono e accendono, si fanno essenziali e per dir così perentorie, talvolta sapienziali, condensandosi in un verso che dialoga con le presenze poetiche della “propria” tradizione (dialogo avviato fin dall’appendice di Pietra lunare: Dal giudizio del signor Giacomo Leopardi sulla presente opera) e mettendo in scena allo stesso tempo la stanza della propria interiorità. Una variante – intima e intensiva e solitaria – di quel theatrum mundi sulle cui torbide e perturbanti e assurde scene si aprono invece le pagine del narratore. Una variante il cui timbro risente, per parodica mimesi, di una qual certa “eroicità” di timbro romantico.

Di questa connotazione teatrale la poesia mostra i segni: un recitativo che soprattutto in Viola di morte si affida alla leggerezza talvolta madrigalesca del dialogo tra endecasillabo e settenario e alla dizione da aria musicale (ma si tratta di una musica che mima, profanamente, il liturgico Responsorio e la Lezione di tenebre); una dominanza del soliloquio che si svolge secondo modi allocutori, in assenza di destinatari che non siano i fantasmi di una coscienza turbata e ferita dal tragico che la assedia. E soprattutto un’onda interrogativa, propria di quella poesia che dai poeti della Romantik a Lermontov a Puškin a Leopardi è segno di un’animazione scenica della parola e insieme voce di un pensare che si avventura verso i confini stessi del pensiero e lega strettamente conoscenza e dubbio, esame di sé e tentazione dell’ignoto. Quanto al rapporto più diretto con l’interrogare leopardiano, c’è da dire che se si vuol parlare di leopardismo di Landolfi, cosa motivatissima, si tratta non solo di allineare alcune contiguità di temi nell’orizzonte gnostico della «vita come male», ma anche le tante esplicite riprese di versi, le repliche dialogiche, lo sguardo amaro sulla civiltà, e soprattutto alcune condivise tonalità espressive, e persino mimetiche intonazioni. Ma indugiare su questo, come su altre visibili e persino dichiarate presenze – a partire dai due poeti alla cui memoria è dedicata Viola di morte, Tjutčev e D’Annunzio, per proseguire con Dante, Petrarca, Michelangelo, Tasso, oltre che con i poeti russi che la traduzione ha reso familiari – è esercizio che mostra subito i segni di una fragilità pari al suo assunto, che cioè le presenze testuali testimonino di per sé una corrispondenza del sentire, una eredità, una filiazione, assunto che trascura il fatto che la memoria segue talvolta vie indecifrate e non sempre indica un’ascendenza o un legame di poetica.

C’è tuttavia da dire che le vicissitudini del narratore non hanno potuto, lungo il tempo, spegnere quella che appare come una vocazione alla poesia, prima avvertita, poi trascurata, infine riconosciuta e accolta. Una vocazione intesa non tanto nel senso che ha dato a questa espressione Hölderlin nella lirica Dicterberuf (Vocazione del poeta) o in Da ich ein Knabe war (Quando ero ragazzo), dove la chiamata ha a che fare con il sacro, con la sua lontananza, e con l’ascolto privilegiato dei «silenzi del cielo», quanto nel senso che evoca Baudelaire nel poème La Voix, dove è in scena una voce ascoltata nell’infanzia, che esortava a guardarsi dalle seduzioni del mondo; è dopo l’ascolto di quella voce che il poeta è stato attratto da due figure dell’immenso, il deserto ed il mare: «Et c’est depuis ce temps que, pareil aux prophètes, / j’aime si tendrement le désert et la mer» ( La Voix).

A proposito di questa vocazione, in un bel saggio sulla poesia di Landolfi pubblicato su «Paragone» (72-74, 2007), Giovanni Maccari ricorda il giovanile racconto landolfiano Night must fall del 1936 (raccolto l’anno dopo nel Dialogo de massimi sistemi), «dove in un’atmosfera di palazzotto provinciale con rampollo impigrito e un po’ fantastico, si mette in scena per la prima volta il tema della vocazione tradita, sotto la specie del motto rimbaudiano “par délicatesse j’ai perdu ma vie”». In quel racconto – una sequenza di fantasticherie e di considerazioni mosse dall’ascolto dell’assiuolo, del suo chiù che nella ripetizione sa essere vivo e gioioso, e dunque creativo – il bambino che ha un fortissimo sentimento della natura a un certo punto si ritrae per una sorta di paura della vertigine, e quando poi giunge il tempo in cui si sente pronto per la scelta del dire poetico, è già troppo tardi, perché quella «divina facoltà», non esercitata, è in lui inaridita.

I due libri Viola di morte e Il tradimento mostrano un aspetto che Leopardi aveva già definito come tratto caratterizzante della poesia, cioè la non contemporaneità alla propria epoca. Per Landolfi questo scarto con l’epoca è anche una decisa sottrazione alle contemporanee tendenze di poetica: e in effetti al verso libero qui si oppone la composizione strutturata secondo modi propri della grande tradizione, alla narratività la pronuncia lirica, all’esercizio ludico-sperimentale la gravità delle domande estreme, alla colloquialità quotidiana la forte temperie immaginativa, all’andamento discorsivo la mimesi della partitura musicale. Sia Viola di morte sia Il tradimento possono semmai ascriversi a quella ininterrotta e tesissima rimodulazione lirica del libro sapienziale Qohelet, le cui variazioni, per dire ancora di Leopardi, trovano nel canto A se stesso una percussiva e dolorosa rispondenza.

***

Un breve indugio su alcuni versi dei due libri. L’apertura di Viola di morte, con un sonetto adolescenziale d’impronta dantesca ma anche petrarchesca, datato 1920, e con versi che di seguito richiamano la mai dimessa coscienza della mortalità, è l’offerta tematica che ha le sue variazioni già nelle prime liriche. Dove è da subito definito l’esercizio di disincanto dinanzi al visibile, al suo mostrarsi dispiegato negli elementi naturali, nella luce, nel paesaggio, nel suono della natura. La «danza lunga del gabbiano» appare come elemento di una figurazione osservata da lontano: è solo un «folle accento / Flesso sul lido d’uno spento mare». Se lo sguardo è sguardo da lontano, l’ascolto è ascolto di un’eco: «Quest’eco (la vita) ripete parole / Che nessuno ha mai dette». È il costituirsi di uno spazio in cui la poesia non è lingua che fa rinascere quel che nomina, ma lingua che nominando allontana le cose in una loro insignificanza, o irridente presenza, in una sorta di pulsazione priva di vita. Del resto quando una voce appare non come eco ma diretta e prossima, si tratta della voce dell’istante, una voce beffarda e sprezzante che ricorda, come nel poème L’Horloge di Baudelaire, il potere del fuggitivo, e dunque il nesso inscindibile tra vivente e mortalità:

 

L’istante preme e beffa, grida;
‘Io son l’istante, e con me mai
Non comporrai la vita!’.

 

[…]

_______________________

Il saggio è leggibile per intero su «Diario perpetuo», Rivista del Centro Studi Tommaso Landolfi, 2019.

 

 

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Su Miloš Crnjanski (“Romanzo di Londra”) https://www.nazioneindiana.com/2019/10/11/su-milos-crnjanski/ https://www.nazioneindiana.com/2019/10/11/su-milos-crnjanski/#comments Fri, 11 Oct 2019 05:00:47 +0000 https://www.nazioneindiana.com/?p=80787 Qui, su LPLC, un’anticipazione del primo capitolo.]

di Božidar Stanišić

 

UN GRANDE, BIZZARRO PALCOSCENICO

 

Non potevo neppure immaginarmi che, l’anno seguente,

 mi sarei ritrovato fra calzolai, in uno scantinato, a Londra.… Leggi il resto »

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Presentiamo la prefazione del Romanzo di Londra dello scrittore serbo, uscito per Mimesis, nella collana diretta da Massimo Rizzante. Qui, su LPLC, un’anticipazione del primo capitolo.]

di Božidar Stanišić

 

UN GRANDE, BIZZARRO PALCOSCENICO

 

Non potevo neppure immaginarmi che, l’anno seguente,

 mi sarei ritrovato fra calzolai, in uno scantinato, a Londra.

Miloš Crnjanski, Dalla terra degli Iperborei

1.

In una lontana serata d’inverno, a conclusione della presentazione di un mio libro in una cittadina del Friuli, gli organizzatori avevano preparato un rinfresco per gli intervenuti. In quell’occasione conobbi Dunja e Fadil, miei conterranei e coetanei. Fra la loro domanda di quando fossi arrivato, la mia risposta che dal nostro non ero arrivato, ma fuggito nel 1992, e l’auspicio finale di incontrarci di nuovo, Dunja mi chiese di consigliarle qualcosa da leggere, possibilmente un romanzo. Negli ultimi tempi andavano abbastanza spesso e, all’occasione, compravano dei libri, di solito presso gli antiquari. Non ricordo molto bene il corso di quella conversazione, né come giungemmo a parlare degli scrittori emigrati, ma rammento che né Fadil né lei sapevano che Miloš Crnjanski avesse trascorso un quarto di secolo in Inghilterra. Li sorpresi dichiarando che, nella letteratura mondiale, nessuno aveva mai scritto in un Paese straniero un’opera così convincente, dal punto di vista concettuale ed estetico, come il suo Romanzo di Londra.

Un anno dopo… era quasi mezzanotte quando suonò il telefono. Dunja! Ecco, se non era troppo tardi, aveva qualcosa da dirmi. Qualcosa di molto semplice su Romanzo di Londra. Ossia, voleva farmi sapere perché aveva rinunciato a leggerlo dopo il terzo capitolo e perché non si sarebbe procurata il secondo tomo dell’opera. In realtà, aveva iniziato a leggere il quarto capitolo, ma non aveva rinunciato a leggerlo a causa del suo titolo: Erano sepolti vivi. Sapeva che agli scrittori vengono in mente le idee più strane, compresi i titoli dei capitoli dei loro romanzi. Ma si era infine decisa a causa di una frase: «Bisognava andarsene da questo mondo». Frase pronunciata dal protagonista del romanzo, Repnin, nel gelido silenzio notturno e nella quiete spaventosa della miseria degli emigrati. Chi vive in un altro Paese non deve leggere romanzi sugli stranieri, soprattutto su quelli che vivono una vita difficile, alla periferia di una metropoli, in una casa non riscaldata mentre fuori nevica; le loro ossa sono gelate, come il cavolo che hanno comprato; non hanno abbastanza denaro per procurarsi ogni giorno pane, tè, o latte; con i vicini si salutano a malapena e, quando parlano con gli altri, in macelleria o dal fruttivendolo, nessuno sa pronunciare correttamente i loro nomi, e cercano solo di indovinare da dove siano arrivati. Gli abitanti del luogo pensano che quegli stranieri siano di un luogo lontano che per loro non è, né potrebbe mai essere, interessante. Inoltre, hanno un gattino che si infila continuamente fra i piedi, più affamato che sazio. Se si mettesse a parlare, pensava Dunja, anche quel gatto parlerebbe come quell’emigrato russo, e direbbe che è disperato e amareggiato e che non ne può più di una vita che è una continua lotta contro la miseria e, anzi, contro quell’immensa città. A Dunja aveva fatto più impressione leggere del gatto che dei tubi scoppiati per il gelo in quella miserabile casa, o del terrore del protagonista di finire con sua moglie, da vecchi, in qualche canale di scolo. E se io sostenevo che si tratta del miglior romanzo della letteratura mondiale sul tema dell’esilio, che rimanessi pure della mia opinione, ma lei non ne poteva più dei pensieri sul declino, psichico e materiale, e non le sarebbe di certo venuto in mente di scrivere qualcosa su suo marito, sua figlia o se stessa: su come suo marito fosse stato cacciato dalla sua città, cosa che né lui né lei avrebbero mai potuto sognare neppure nell’incubo peggiore, e di come lei avesse sputato sui cosiddetti “suoi”, e di come fossero riusciti ad arrivare in Germania, e di come avessero tolto loro il permesso di soggiorno non appena tutto là era finito, e del crollo nervoso di suo marito, e di come fossero arrivati in Italia alla cieca, e che cosa avessero fatto e continuassero a fare, e degli incubi da cui era tormentata mentre leggeva del protagonista di Crnjanski che viaggia in metropolitana e si pone interrogativi terribili non solo sul lavoro e sull’umiliazione che è, di per sé, la disoccupazione. Non penserà mica al suicidio? Dunja non lo sapeva, perché, come mi aveva già informato, non aveva intenzione di procurarsi il secondo tomo, ma era sicura che quello straniero lo avesse fatto. E… non dovevo pensare che lei mi facesse una colpa per quel consiglio, voleva solo sfogarsi con qualcuno. E gli stranieri, se proprio scrivono di un altro Paese, dovrebbero scrivere qualcosa di più sereno! Per Dio, forse che in questo qui uno straniero non ha anche giorni di felicità? Sì, proprio giorni così, e dopo tutto quel che è successo!

«Buona notte!». Solo questo disse alla fine del suo monologo, e abbassò la cornetta. Si aspettava che avrei difeso Crnjanski, autore di Romazo di Londra?

Ogni volta che parlo in pubblico o scrivo di Crnjanski, sostengo che sui miei incontri, sulla mia corrispondenza o sui colloqui con gli editori italiani potrei scrivere un romanzo. Oppure un radiodramma che comprenderebbe anche le loro risposte ai miei messaggi. Un’opera, naturalmente, tragicomica e del tutto inutile, che non avrebbe neppure l’effetto di un sassolino gettato nella palude dei cataloghi dei cosiddetti grandi editori. Neppure le traduzioni dei due volumi di Migrazioni (traduzione di L. Costantini, Adelphi 1992, 1998), o del poema Lamento per Belgrado (traduzione e cura di M. Rizzante con uno scritto di B. Stanišić, Ponte del Sale, 2010) o del Diario di Čarnojević (traduzione di M. Babić, ADV, 2014) rappresentavano un’argomentazione abbastanza convincente per i miei tentativi di far uscire in italiano, fra gli altri inediti, le sue opere Dalla terra degli Iperborei e Libro su Michelangelo. Un editore ha obiettato che di Crnjanski parlavo come fossi il suo avvocato, al che gli ho risposto che i veri conoscitori dell’opera di un autore sono i praticanti di tale “avvocatura”. Infatti, il vero difensore di Crnjanski può essere solo la sua opera. Ed ecco che Romanzo di Londra in edizione italiana è uno dei soggetti della suddetta “avvocatura”, che ci arriva, finalmente, proprio in un momento della Storia italiana ed europea dominata da un’idea politica sui migranti che li riduce a una cifra, al genere neutro e, soprattutto, a un’eccedenza nell’attuale dramma della globalizzazione, delle sue conseguenze e degli effetti collaterali. Tutto il resto, dall’empatia alla solidarietà con gli espatriati, è oscurato dal predominio di quell’idea.

In realtà, anche la vita dello scrittore Crnjanski rappresenta una componente essenziale di quella difesa, vita in cui un posto preminente spetta al suo periodo da emigrato a Londra (1940­1965), e in questo periodo ai suoi giorni più cupi, senza i quali questo romanzo probabilmente non esisterebbe neppure. Comunque, anche allora Crnjanski continuò a scrivere, senza pensare se i suoi manoscritti avrebbero mai visto la luce in una patria in cui la stessa parola “emigrato” era sinonimo di “traditore”. Lo faceva senza sosta, così che il suo è uno di quei rari esempi in cui (si consideri pure ciò come l’enunciato patetico dell’autore di questo scritto, in tutto e per tutto solo occasionale su quest’opera) possiamo parlare di maledizione della penna. Dolce e amara: dolce perché crea l’illusione di un tentativo di stabilire un collegamento con la propria sorte, amara perché gli conferma che nella resa dei conti con il mondo è comunque un perdente. Ma non è tutto. Crnjanski è l’unico scrittore al mondo che in vita abbia avuto l’esperienza di essere proclamato morto. Nel saggio Tri mrtva pjesnika (Tre poeti morti, 1954), il poeta Marko Ristić, un tempo suo amico, seppellì Crnjanski assieme a due altri poeti, Paul Éluard e Rastko Petrović. A quel funerale Crnjanski rispose con il poema Lamento per Belgrado (1956). Nove anni dopo, con il consenso delle autorità comuniste, tornò a Belgrado, con la moglie Vida. Ed ecco Crnjanski, nuovamente un “traditore”, ma questa volta per l’emigrazione anticomunista in Inghilterra e in Europa. Di questo, dicono, dopo l’arrivo a Belgrado non parlava volentieri. Alla domanda di un giornalista su che cosa, dopo tanti anni di vita all’estero, rimpiangesse, rispose che gli dispiaceva, perché avrebbe incontrato tutte le giovani donne della sua gioventù nelle vesti di vecchie nonne. E poi nel 1971, con Romanzo di Londra, vinse il Premio NIN: a eccezionale conferma che per Crnjanski la scrittura coincideva con la vita, la quale, riteneva, di qualunque genere fosse, non è normale se un uomo non la vive nel suo Paese.

Lo so che, come lettori, dall’autore della postfazione di qualsiasi romanzo ci aspettiamo una sorta di aiuto. Ma di questo aiuto, paradossalmente, anche dopo aver scritto tante postfazioni, dubito fortemente. Infatti, l’aiuto più grande per un lettore è la sua stessa esperienza dell’opera. Credo che non mancheranno neppure gli interrogativi sul modo di scrivere di Crnjanski, prima di tutto sull’uni-dimensionalità della sua narrazione, con cui crea un’illusione di completa chiarezza del romanzo e di trasparenza dei suoi personaggi, fra i quali emerge non solo il suo Repnin, emigrato russo, ma anche Londra: metropoli che vive la sua metamorfosi postbellica, trasformandosi in città dominata dalla musica del denaro e del profitto, nel cui abbraccio vivono milioni di sudditi che la ferrovia sotterranea inghiotte al mattino e vomita la sera. Ma si tratta solo dello scontro tra la metropoli e il nipote del nobile anglofilo Anikita Repnin, che nel bambino Nikolaj aveva creato l’immagine idealizzata dell’Inghilterra e della sua cultura? A questa domanda retorica occorre aggiungerne altre, sicuramente numerose, fra cui anche quella sulla decisione di uno scrittore emigrato serbo di creare il personaggio di un russo. Per questo Crnjanski aveva una risposta concisa, che, parafrasando, faceva riferimento alla miseria dell’emigrazione jugoslava a Londra degli anni ’40 e ’50 del secolo scorso. E una risposta su Londra e sull’esilio in quella città, metafora del rifiuto degli altri e dei diversi che non accettano di ri- nunciare alla propria identità e alle proprie idee sul mondo, ci viene data dal suo Principe Repnin. Che è stato un soldato, ed è rimasto tale, anche dopo la sconfitta dei Bianchi nella guerra civile in seguito alla Rivoluzione d’ottobre. Che crede nell’onore e nella parola data, anche in un mondo dominato dalla musica del denaro e del profitto.

E quando alla fine del romanzo ci pare che sia tutto chiaro, il viaggiatore della metropolitana londinese che un giorno del primo inverno postbellico è sceso dal vagone e, come uno spettro, si è avviato alla casa di Mill Hill, dove l’aspetta sua moglie Nadja, iniziando il suo cammino verso il suicidio, in quel momento, sono convinto, sentiamo la necessità di rileggere le sue, per molti oggi inavvicinabili, centinaia di pagine e, naturalmente, di tornare a tanti particolari sottolineati, per noi fondamentali, di quest’opera. Essa ci parla delle metamorfosi dell’emigrato Nikolaj Rodionovič Repnin in contabile di una bottega di calzolaio, distributore di libri e stalliere, e della sua Nadja in sarta e confezionatrice di bambole e, in seguito, emigrata in America. Ma queste sono solo trasformazioni esteriori, relative allo status di questa coppia in una metropoli spietata, in cui, se un uomo non è useful, non esiste, e poco importa se è ancora vivo. Le vere metamorfosi avvengono nella psiche di Repnin e conferiscono a questo romanzo un carattere filosofico. Quanto è difficile intuire se il Principe di Crnjanski, qualora non avesse lasciato la Russia, l’avrebbe pensata diversamente sulla gioventù e la vecchiaia, l’amore e il sesso, il Sud e il Nord, i grandi personaggi della Storia e le persone normali, la morte e il terrore di questa nella miseria? Certo, non possiamo sapere in che modo se la sarebbe presa con Napoleone, a cui nel romanzo sottrae l’aureola di grandezza per consegnarla a un suo Maresciallo, Ney, che non baciò la mano del nuovo Re di Francia dopo Waterloo, e che alla propria fucilazione comandò ai soldati: «Soldats, droit au coeur!». All’alter ego di Crnjanski, quel comando è molto caro. Che cosa avrebbe pensato di Napoleone e di Ney, quindi, non lo sappiamo. Né se, non sopportando il regime dei Rossi, avrebbe sfogliato libri di fotografie di Parigi, Londra o di qualche altra capitale europea. Ma sappiamo che una dimensione non sarebbe esistita nella psiche del Principe Repnin, la dimensione della vita in un Paese straniero, anche nella sua elemen- tarità: essere altrove, diventare qualcun altro.

4

Le paure del Principe Repnin sono le paure di Crnjanski, emigrato a Londra. Nel suo romanzo, ripeto, l’opera più grande della letteratura mondiale scritta sul tema dell’esilio e della dispersione dei destini in un mondo di disordine e di assenza di qualsiasi armonia fra la Storia e il singolo individuo, il suo Repnin teme di finire in miseria, anzi, come dice, in un «canale di scolo». E teme, soprattutto, che questa sia la sorte di Nadja. E quella paura si presenta in Repnin ogni volta che pensa alla vecchiaia in terra straniera. Gli pare che non esista altro romanzo se non un lungo racconto sulla gioventù e la vecchiaia. Ciò, infatti, in un altro romanzo non c’è. Come non c’è in Rembrandt, nei cui autoritratti si vede il pittore che invecchia. L’unico romanzo di Rembrandt, come di qualsiasi altro uomo. Ci può sembrare che l’emigrato di Crnjanski sia angosciato dalla morte come lo furono anche Michelangelo e Kierkegaard. Ma quella di Repnin non è paura filosofica né semplice paura umana. Egli teme la vecchiaia in un Paese straniero più che la morte. E la fine, senza dignità, in qualche canale di scolo. Tutto ciò in una città che è un Leviatano, che parla tante lingue, ma soprattutto una: quella dello stra- niamento e dell’egoismo. Londra da lui pretende il conformismo, ma il protagonista del romanzo in quella città non è mai riuscito a evadere dai ricordi. Solo un conformista sa come si conquista un Paese straniero e come vi si trova il proprio posto e ruolo. A misura degli abitanti del luogo, naturalmente. Ma è un ruolo, in ogni caso. Eppure Repnin, anticonformista in tutto, non riesce a vivere in altro modo. A ciò contribuisce anche il fattore dell’invecchiamento: finché era giovane, si erano trovati bene in Portogallo, e in Italia, e in Francia… ma in una Londra, fra milioni di abitanti, egli, più che vivere, vegeta. Inoltre, è oppresso da voci che sempre più frequentemente si fanno sentire, soprattutto da quella del suo defunto amico Barlov. Malgrado tutto, però, non dimentica una consapevolezza acquisita in terra straniera: il ricordo è un sollievo, che apre gli spazi luminosi del passato. Gli basta ricordare le betulle, gli scoiattoli e la neve del villaggio di Naberežnaja. E quel nome suona come prossimo al sogno. Ed è felicità, strana e rara a Londra. Prima di avviarsi al suicidio, come a un ballo, come a una passeggiata serale, in Repnin la nostalgia viene risvegliata dalle fotografie di uno di quei pochi libri a cui si è ridotta la sua biblioteca. (Milan Kundera nel suo romanzo L’ignoranza ritiene «l’Odissea l’epopea fondatrice della nostalgia». L’autore ceco ci ammonisce anche che la soglia critica dell’assenza dalla patria è un periodo di vent’anni. Poi, il ritorno non è più né positivo né logico). Repnin è fuori già da venticinque anni. Egli vive in terra straniera, convinto che nessun uomo ne avrebbe davvero motivo. E che là dove è nato dovrebbe invece attendere tranquillamente la morte. Per questo Repnin, prima di accingersi a scendere dal grande, bizzarro palcoscenico, dice che se potesse, tornerebbe domani a Mosca o a San Pietroburgo, qualunque sia la loro opinione: «Vivere nel proprio Paese è logico, di qualunque vita si tratti. In terra straniera, non lo è».

Post scriptum

Mio padre Velimir era un amico di Srđa Prica, che al tempo dei preparativi del ritorno di Crnjanski in patria era Ambasciatore jugoslavo a Londra (allora ero un bambino, non sapevo né che cosa facessero gli Ambasciatori, né chi fosse Crnjanski, né perché lo scrittore vivesse fuori dal nostro Paese). Una decina di anni dopo, Prica raccontò a mio padre come aveva reagito Tito quando gli aveva presentato il “problema Crnjanski”.

«Ma che cosa fa là?».

«Scrive…», rispose Prica al Maresciallo.

«Se scrive là, allora può farlo anche qui…».

Crnjanski arrivò in Jugoslavia nel 1965, una ventina di giorni prima di sua moglie Vida. Nel viaggio di ritorno si smarrì una valigia, piena di manoscritti e di lettere. Per qualche miracolo, e grazie alla sollecitudine della moglie di Prica, Vukica, sopravvisse una lettera di Crnjanski a Vida, che per nulla casualmente presento ai lettori di questo scritto:

Mia cara Šošo,


Ho ricevuto la tua lettera con i ritagli di giornale, e ho ricevuto anche quella del 23.8, che mi ha fatto molto piacere. Dopo il panico, la speranza. Né tu, né io, né nessun altro può sfuggire al destino e alle leggi della natura, ma le notizie della tua malattia mi avevano rovinato la gioia per questo viaggio. Ora spero che tutto andrà per il meglio, e in ogni caso non ci si deve mai aspettare il peggio. Non devi più scrivermi qui a Rijeka, perché l’1.9 vado a Belgrado. Da Belgrado ti farò sapere con un telegramma il nuovo indirizzo. Non occorre che tu spedisca le lettere “express”, ma puoi farlo per raccomandata. Ho ricevuto tutto, e spero che anche tu abbia ricevuto tutte le mie cose, come le cartoline da Firenze e Venezia, quando ci sono andato in gita da Padova. Quella sarà la fine del mio libro sui Nomadi.


Ieri qui è arrivato Tasa e si è deciso così: andrò a pensione in un hotel, ospite di chi di competenza, e là puoi venire anche tu. Per ora penso che questa sia la soluzione migliore. Senza preoccupazioni. Ossia per prima cosa penseremo alla tua salute. Da quanto mi hai scritto sull’opinione del medico inglese, tutti pensano che sia qualcosa che molte donne hanno. In ogni caso non allarmarti. Sii coraggiosa come sei stata.

Dall’hotel sceglieremo l’appartamento. Organizza il tuo arrivo in modo che cada possibilmente fra il 10.9 e il 15.9, e parti quando ti avviso.


In questo Paese c’è tutto, e gli elettrodomestici non sono peggio di quelli tedeschi. Siccome nell’appartamento avremo tutto ciò che desideriamo, penso che, se proprio la vuoi, dalla Germania devi ordinare solo la macchina da cucire (se vuoi anche il frigorifero). Tutto il resto penso che si debba ordinare a Belgrado, proprio perché il voltaggio sia come a Belgrado. I Prica qui hanno avuto molte seccature con gli apparecchi elettrici che hanno portato. Ma tutte queste sono piccolezze.

Per quel che riguarda i bagagli, getta via tutto il superfluo, perfino le copie dei miei manoscritti sugli Espatriati, se ci sono. L’importante è che arrivino gli originali. Questa è la cosa più importante. Non spedire più lettere. I ritagli li ricevo anche qui. Sono venuti giornalisti, fotografi, fuss, il solito trambusto pubblicitario. Domani a proposito del mio arrivo esce su “Politika” un grande articolo da parte di Vasa Popović che è venuto qui, mandato da “Politika”, con una fotografia. Sciocchezze.

Prenota il posto sull’aereo per le date suddette, ma puoi sempre scegliere una bella giornata. Consiglio la data di cui sopra, ma puoi decidere anche in altro modo. Non prima del mio telegramma. Ti verremo a prendere all’aeroporto.

Ho molti amici, qui, più di quanti pensassi. Tuttavia, come per gli attori del cinema, la famiglia si è fatta viva e fa pressioni, anche quando famiglia non è. E devo prepararti anche a questo, che anche tu avrai delle sorprese, non solo belle, da parte della famiglia, da quel che sento dire di loro. Tutto questo si chiama comédie humaine. Tieni sotto controllo la pressione e fatti una risata.

Riceverò all’inizio un discreto compenso, ma in quanto ospite, il denaro mi è poco necessario. Al posto tuo, se ha dei risparmi, li lascerei là in banca, tanto sarà facile farli trasferire una volta che sarai arrivata.


Leggi attentamente questa lettera e un’altra volta i miei consigli. Le nostre cose sono già da Prica, ma mi dicono che neppure questo occorreva, perché riceveremo tutto. In ogni caso cerca di capire che la nostra vita sta cambiando, e anche se ogni futuro umano è, sempre, ignoto, credi nella tua stella. L’importante è che ci amiamo e che governiamo con freddezza la nostra piccola barca.

Ricordati della nostra barca di Versailles. Ti adora, il Tuo Crnjanski

(traduzione dal serbo­croato di Alice Parmeggiani)

 

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