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	<title>25 aprile 1945 &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>25 aprile 2021 Canteremo ancora&#8230; [tracce di un&#8217;altra vita]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Apr 2021 05:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[25 aprile 1945]]></category>
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		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Orsola Puecher</strong> <br />La piccola targa di ottone è ancora là, incastonata nel marciapiede, lo è stata nel silenzio e nella solitudine delle strade deserte e del lockdown. Testimonia lo stesso e rende onore a chi tomba e sepoltura non ha potuto avere.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-center">di <strong>Orsola Puecher</strong></p>



<p class="has-text-align-right"><small><em>ai ragazzi dell&#8217;Istituto Comprensivo Rinnovata Pizzigoni</em><br />⇨ <a href="https://www.scuolarinnovata.edu.it/index.php/la-scuola" target="_blank" rel="noopener"><em>Scuola Secondaria di I Grado &#8220;Giancarlo Puecher&#8221; di Milano</em></a></small></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/pietra.jpg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/pietra.jpg" alt="" class="wp-image-84361"/></a><figcaption>Milano 15 Gennaio 2020 [<i>una vita fa</i>] Pietra d’Inciampo in Via Broletto 39</figcaption></figure></div>



<p class="has-text-align-center dropcapp"><strong>⇨</strong> <strong><a rel="noreferrer noopener" href="http://www.pietredinciampo.eu/portfolio/giorgio-puecher-passavalli/" target="_blank">Giorgio PUECHER PASSAVALLI</a></strong><br />nato a Milano il 14/5/1887<br />arrestato il 15/2/1944<br />assassinato a Mauthausen il 7/4/1945<br /></p>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column">
<p><strong>Giorgio Puecher Passavalli</strong> nasce a <strong>Como</strong> il 14 maggio 1887, figlio di <strong>Giulio</strong>, di origine trentina, e di <strong>Carlotta Bossi</strong>. Orfano di padre in giovane età si laurea in Giurisprudenza e diventa Notaio Combatte valorosamente nella Prima Guerra Mondiale. Lavora nello studio notarile Puecher-Cassina. Il 14 aprile 1920 sposa <strong>Anna Maria Gianelli</strong>, dalla quale ha tre figli: <strong>Giancarlo </strong>[1923], <strong>Virginio</strong>[1926] e <strong>Giann</strong>i [1930]. Uomo integro, di grandi principi etici e religiosi, profondamente avverso alla retorica del fascismo e alla sua ideologia violenta, con la moglie educa i figli ad alti valori. Il 30 luglio 1941 viene nominato <strong>Commendatore della Corona d’Italia</strong>. Resta vedovo il 31 luglio 1941. Per i bombardamenti la famiglia sfolla nella villa di <strong>Lambrugo</strong>. Nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1943 la casa di <strong>Via Broletto 39</strong> viene completamente distrutta. <strong>Giorgio Puecher Passavalli</strong> per pura ritorsione, per quella <strong>Sippenhaft,</strong> “<em>responsabilità della stirpe</em>”, che colpiva i famigliari di chi si opponeva al nazifascismo, viene arrestato il 12.11.1943 con il figlio <strong>Giancarlo Puecher Passavalli</strong>, poi condannato a morte e fucilato il 21.12.1943 per la sua attività partigiana, prima <strong>Medaglia d’Oro al Valor Militare della Resistenza</strong>. <strong>Giorgio Puecher Passavalli</strong>, rilasciato il 17.1.1944, è di nuovo arrestato il 15 febbraio 1944 e condotto a San Vittore, matr. 1369. Il 27.04.1944 viene rinchiuso a <strong>Fossoli</strong>, da qui il 2.6.1944 con il “Trasporto 53” è deportato <strong>Mauthausen</strong>, dove giunge il 24.6.1944, matr. 76529. Morirà di tifo l’8 aprile 1945, poco meno di un mese prima della liberazione del campo.</p>
</div>



<div class="wp-block-column">
<p><small><em>ritorno dopo molti anni &#8211; la campagna lombarda piana e nebbiosa &#8211; come deve essere &#8211; scorre dal finestrino del treno verso la stazione assiro milanese &#8211; <strong>dove</strong> nell&#8217;atrio non c&#8217;è piu il transatlantico nella teca di cristallo di mille appuntamenti di viaggi &#8211; le sale d&#8217;aspetto si sono mutate in bar maleodoranti di fritti stratificati &#8211; che invadono le volte altissime e severe &#8211; la metro affollata di etnie &#8211; <strong>dove</strong> nessuno si guarda &#8211; mi rovescia in piazza Cadorna &#8211; <strong>dove</strong> ci sono ago e filo di Oldenburg &#8211; fa molto freddo &#8211; passo da &#8220;casa&#8221; &#8211; che non lo è più casa &#8211; alzo gli occhi &#8211; oltre agli alberi &#8211; diventati altissimi da tutto il tempo che è passato <strong>&#8211; dove</strong> al quarto piano sullo stipite della verandina ci sono le tacche incise degli anni e dei centimetri &#8211; sotto sotto &#8211; nulla più c&#8217;è di quel che c&#8217;era &#8211; solo negozi &#8220;non solo qualcosa&#8221; &#8211; boutiques &#8211; banche &#8211; bistrot &#8211; con le appliques da acquario incastonate in cartongessi &#8211; in lamimati scuri melodrammatici da apericene &#8211; cerco una rosa &#8211; la trovo &#8211; in un sopravvissuto chioschetto verde di fiori &#8211; in Piazza del Carmine &#8211; arrivo in anticipo &#8211; molto &#8211; come al solito &#8211; non c&#8217;è nessuno &#8211; esploro il buchetto transennato nel marciapiede che ospiterà la targhetta d&#8217;ottone &#8211; poco oltre la chiesa di San Tomaso &#8211; grigia di smog &#8211; <strong>dove</strong> si sposarono Giorgio e Anna Maria &#8211; è chiusa &#8211; peccato &#8211; al posto dell&#8217;Armeria Legnani &#8211; <strong>dove</strong> Giancarlo e Ginio si esercitavano a sparare &#8211; di nascosto &#8211; nel piccolo poligono di tiro nel seminterrato &#8211; c&#8217;è una FERRAMENTA &#8211; che quasi rassicura un po&#8217; di normalità &#8211; con le pareti a buchini e le rastrelliere di utensili &#8211; sono lì con la rosa in mano e penso alla vita di quella casa &#8211; quando era una palazzina antica &#8211; a tre piani &#8211; piena di bambini &#8211; cugini &#8211; zie &#8211; domestiche come zie &#8211; nel via vai del carbonaio &#8211; dell&#8217;uomo del ghiaccio &#8211; del prestinaio che portava il pane &#8211; <strong>dove</strong> c&#8217;era la stanza dei giocattoli e una piccola cappella &#8211; <strong>dove</strong> alle sei &#8211; ogni sera &#8211; si recitava il rosario &#8211; quanti <strong>dove</strong> &#8211; <strong>dove</strong> &#8211; <strong>dove </strong>di assenze &#8211; di stupidi e stupiti rimpianti</em></small></p>



<p>&nbsp;</p>
</div>
</div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="500" height="520" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/album.gif" alt="" class="wp-image-72097"/></figure></div>



<p>&nbsp;</p>



<p></p>



<p>Mi hanno scritto dalla <strong>Rinnovata</strong>, la scuola media milanese intitolata a <strong>Giancarlo Puecher</strong>, chiedendomi un piccolo scritto per la cerimonia del 25 Aprile, sono molto legati al<em> loro Giancarlo</em>, come lo chiamano. Mi hanno invitato di persona molte volte, dopo l&#8217;incontro per la Pietra d&#8217;Inciampo l&#8217;anno scorso, ma la pandemia lo ha impedito. Ci tengo molto a questo legame: penso che il ricordo di un ragazzo stia bene fra i ragazzi. Cercando di scrivere a loro in modo semplice cerco la semplicità.</p>



<p>&nbsp;</p>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column" style="flex-basis:33.33%">
<center><iframe loading="lazy" style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Feliana.gatti.733%2Fvideos%2F2524257997685630%2F&amp;show_text=0&amp;width=267" scrolling="no" allowfullscreen="allowfullscreen" width="267" height="476" frameborder="0"></iframe></center>
</div>



<div class="wp-block-column" style="flex-basis:66.66%">
<p>&nbsp;&nbsp; Carissimi ragazzi, insieme alla <strong>Preside Anna Teresa Ferri </strong>e ai vostri <strong>Professori</strong>, vi scrivo due righe per questo <strong>25 Aprile</strong> ancora rinchiuso e solitario.</p>



<p>&nbsp;&nbsp; L’incontro con voi, il 15 Gennaio dell’anno scorso, in occasione della posa della <strong>Pietra di Inciampo</strong> in onore del padre di <strong>Giancarlo Puecher</strong>, <strong>Giorgio Puecher,</strong> in via Broletto 39, è stata forse l’ultima occasione di riunione pubblica, l’ultimo assembramento consentito a cui abbiamo potuto partecipare, inconsapevoli che il virus stava già correndo.</p>



<p>&nbsp;&nbsp; Alcuni di voi che ancora frequentano la scuola lo ricordano di certo: vedervi scendere&nbsp;dal tram numero 12, con chitarre, fisarmonica e sgabelli ha trasformato quella che pareva essere una cerimonia ufficiale in un momento pieno di fervore. Sono queste, in un certo qual modo, <strong><em>tracce di un’altra vita</em></strong> e ricordi bellissimi: le vostre voci che cantano <em>Bella Ciao</em> ancora mi commuovono e sono certa che <strong><em>canteremo ancora</em></strong> tutti insieme.</p>
</div>
</div>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column" style="flex-basis:66.66%">
<p>&nbsp;Il senso profondo di quell’incontro in cui passato e presente, i vivi e coloro che scomparvero inghiottiti dalla violenza del nazifascismo erano tutti lì, raccolti, ancora una volta a testimoniare il valore della memoria e l’attualità degli ideali per cui tantissimi anni fa uomini e donne di tutti le religioni e i credo politici si batterono uniti e si sacrificarono per consentirci oggi di vivere in una democrazia e di poter esprimere liberamente le nostre opinioni.</p>



<p>&nbsp;&nbsp; La radice del nostro oggi affonda in quegli anni lontani e non sarà una pandemia a impedirci di sentirla ancora più profondamente nel cuore. Anzi forse è proprio l’impossibilità di manifestare pubblicamente che la rende ancora più intima, vissuta e profonda.</p>



<p>&nbsp;&nbsp; La piccola targa di ottone è ancora là, incastonata nel marciapiede, lo è stata nel silenzio e nella solitudine delle strade deserte e del lockdown. Testimonia lo stesso e rende onore a chi tomba e sepoltura non ha potuto avere.</p>
</div>



<div class="wp-block-column" style="flex-basis:33.33%">
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="720" height="960" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/rinnovata.jpg" alt="" class="wp-image-84369" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/rinnovata.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/rinnovata-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/rinnovata-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/rinnovata-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/rinnovata-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption><strong>Cesare Grampa</strong> del <strong>⇨</strong> <strong><a rel="noreferrer noopener" href="http://www.associazionepuecher.it/" target="_blank">Centro Comunitario Puecher</a></strong>, che ha voluto la posa della Pietra d&#8217;Inciampo, con i ragazzi della <strong>Rinnovata</strong>.</figcaption></figure></div>
</div>
</div>



<p>&nbsp;&nbsp; Il <strong>nonno Giorgio</strong> e lo <strong>zio Giancarlo</strong>, oltre a essere eroi e martiri, sono per me figure famigliari e nei loro confronti ho provato sempre un grande dolore e una nostalgia, accresciuti dal fatto di non averli potuti conoscere, se non nei racconti di mio padre e nelle testimonianze ufficiali.</p>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column">
<p>&nbsp;&nbsp; Quel giovane dagli occhi chiari che vedete nella foto, il maggiore dei tre fratelli <strong>Puecher</strong>, era un ragazzo sportivo, vivace, allegro, pieno di vita e di speranze per il futuro, testardo nelle sue passioni e al momento della svolta dopo l’8 settembre determinato nella scelta di combattere il nazifascismo. Era un giovane uomo già maturo, pieno di pietà e di spiritualità nel momento supremo della morte, quando trovò la forza di abbracciare a uno a uno i componenti del plotone di esecuzione e di perdonarli .&nbsp;Così aveva scritto nella sua ultima lettera, il suo testamento spirituale, in una saletta buia del Municipio di Erba dove si era riunito il Tribunale speciale che lo condannò a morte, nella notte prima di morire, illuminato da due alte candele che gli erano state accese accanto per indicargli la morte imminente.</p>
</div>



<div class="wp-block-column">
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/giancarlo.jpg" alt="" class="wp-image-90563" width="265" height="398" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/giancarlo.jpg 230w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/giancarlo-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/giancarlo-150x225.jpg 150w" sizes="(max-width: 265px) 100vw, 265px" /><figcaption>Giancarlo Puecher Passavalli</figcaption></figure></div>



<p></p>
</div>
</div>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="480" height="360" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/1a.gif" alt="" class="wp-image-90653"/></figure>



<figure class="wp-block-image size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="480" height="360" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/2a.gif" alt="" class="wp-image-90654"/></figure>
</div>



<div class="wp-block-column">
<p></p>



<p class="has-text-align-left"><em>L’amavo troppo la mia patria, non la tradite e voi giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale. </em></p>



&nbsp;



<p></p>



<p class="has-text-align-left"><em>Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia</em>.</p>
</div>



<div class="wp-block-column">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="480" height="360" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/3a.gif" alt="" class="wp-image-90655"/></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="480" height="360" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/5a.gif" alt="" class="wp-image-90656"/></figure>
</div>
</div>



<p>Questi valori, che erano quelli della famiglia, sono ancora oggi d’esempio per tutti noi.</p>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column">
<p>Il <strong>nonno Giorgio,</strong> che affrontò la morte del figlio rinchiuso nella cella che aveva diviso con lui, nel carcere di Como, non lo rivide più, non poté partecipare al funerale. Penso spesso al suo dolore e mi sembra di sentirlo ancora così vivo dentro di me. Era un uomo mite e delicato, un notaio, un uomo di Legge, trascinato dalla vendetta e dalla violenza nazifascista a una morte terribile nel campo di concentramento di <strong>Mauthausen</strong>.</p>



<p>Poco prima di partire per la Germania&nbsp;dal campo di Fossoli scrive alcune lettere alla cognata <strong>Lia Gianelli</strong>, nelle quali traspare fino all’ultimo la commovente, e davvero sempre per me straziante, speranza dell’uomo di Legge e Giustizia, incredulo fino all’ultimo di quanto lo stava aspettando. Conscio di non avere colpe se non quella di vivere in un perverso regime dittatoriale in cui le colpe dei figli potevano ricadere sui loro padri.<br />&nbsp;</p>
</div>



<div class="wp-block-column">
<p class="has-text-align-left"><strong>Lettera di Giorgio Puecher<br />25 maggio dal campo di Fossoli<br />a Lia Gianelli</strong><br />[…] <em>Penso alle nostre belle rose e alla prima nostra frutta; chissà, presto potrò venire a godere almeno la seconda, gli avvenimenti promettono bene… Chissà quando la potrò rivedere e con essa rivedere il luogo dove giacciono i nostri due angioli! Giancarlo è spesso all’ordine del giorno nei discorsi e da chi l’ha conosciuto anche soltanto per riverbero.</em> […]</p>



<p class="has-text-align-left">&nbsp;<strong>Lettera di Giorgio Puecher<br />30 maggio dal Campo di Fossoli<br />a Lia Gianelli</strong><br />&nbsp;[…] <em>Dì a Rosa che ho molto gustato la sua torta, e che spero di non ritardare tanto a gustarla anche a casa…</em>[…]</p>



<p></p>
</div>
</div>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="320" height="240" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/m1.gif" alt="" class="wp-image-90659"/></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="320" height="240" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/m2.gif" alt="" class="wp-image-90660"/></figure>
</div>



<div class="wp-block-column">
<p><strong>Lettera di Giorgio Puecher<br />21 giugno 1944 dal Campo di Fossoli<br />a Lia Gianell</strong>i</p>



<p class="has-text-align-left"><em>Carissima Lia, partiamo per ignota destinazione, probabilmente per ora, per Suzzara, sospendi quindi per ora qualunque invio, vi terrò informati. Comunque in alto i cuori e speriamo di rivederci presto. Un bacione e un abbraccio a tutti voi</em></p>
</div>



<div class="wp-block-column">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="320" height="240" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/m3.gif" alt="" class="wp-image-90661"/></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="320" height="240" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/m4.gif" alt="" class="wp-image-90662"/></figure>
</div>
</div>



<p>Le ultime parole che vi voglio lasciare, per calarvi ancora di più nella dimensione familiare di questa dolorosa vicenda, sono sempre quelle della <strong>zia Lia Gianelli</strong>, che in un suo memoriale rievoca i momenti tristi e indimenticabili da quando, il 15 Dicembre 1944, rilasciata dopo il suo arresto insieme alle domestiche Vanna, Berta e Rosa, avvenuto l’11 Dicembre, si reca a visitare <strong>Giancarlo</strong> e <strong>Giorgio </strong>nel carcere di San Donnino a Como dove erano detenuti.<br /><br /></p>



<p class="has-text-align-left has-background" style="background-color:#ededed"><em>Quando andai a Como dai miei, si rise del soggiorno a San Donnino: ma vi era un velo di preoccupazione sul viso di Giancarlo. Giorgio era pure inquieto, ma di riflesso. Bastò una settimana perché la tragedia avvenisse.<br />Il lunedì 20 dicembre vennero chiamati alla questura padre e figlio. Io ero con loro e li vidi impallidire un poco. Salutai Giancarlo dicendogli di non perdersi d’animo; con un sorriso rispose: “ Stai sicura Szà, sai che non mi perdo mai d’animo.”<br />Dovevano essere le ultime parole, che udivo da lui, e fu l’ultimo bacio che gli diedi.</em><br />[…] <br /><em>Il giorno 30, di sera, giunse a Lambrugo un’autolettiga della Croce rossa: e al buio, ché doveva essere ignoto, ritornò Giancarlo a noi in una semplice bara e passò la notte in un nido di verzura che gli avevamo preparato. Di sotto ai fiori nascosi una bandierina. la bandiera della Patria per la quale si era offerto.<br />E poi andò a riposare accanto alla mamma, la mamma sua che lo aveva accolto in cielo.</em><br />[…]<br /><em>Lunghi mesi di dolore e di pena passarono, Ginio dopo aver vissuto nascosto a Milano – preparandosi alla licenza liceale in condizioni d’animo assai tristi, povero figliolo, è pur riuscito bene nonostante le difficoltà, dovette essere allontanato per sicurezza. Sempre per mezzo dei buoni amici Treccani ebbe modo di andare in Svizzera accompagnato da Pio Bruni (ora si può dire).<br />Partì il 18 gennaio 1945, Rimanemmo soli, Gianni ed io, nella triste dimora di Lambrugo.</em></p>



<p>Spero ci siano&nbsp;altre occasioni di incontrarci.</p>



<p>Buon 25 aprile a tutti!</p>



<p>Orsola Puecher</p>



<p></p>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="480" height="360" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/6a.gif" alt="" class="wp-image-90664"/></figure>



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</div>



<div class="wp-block-column">
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</div>
</div>



<p></p>
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		<title>cinéRÉSISTANCE #01 FAUSTO FORNARI Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana [1952]</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/04/23/cineresistance-01-fausto-fornari-lettere-dei-condannati-a-morte-della-resistenza-italiana-1952/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2015 12:00:37 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[25 aprile 1945]]></category>
		<category><![CDATA[Fausto Fornari]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Lotta di Liberazione]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria della Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[nazifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<br />di <b>Orsola Puecher</b><br /><br />
<i>Non è facile restare con gli occhi asciutti ed è una commozione che non nasce da artifici narrativi, ma da una concretezza severa, dalla verità che ci parla senza filtri, ancora dopo 70 anni.</i>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center></p>
<div style="width:500px;"><iframe loading="lazy" width="500" height="375" src="https://www.youtube.com/embed/TAbyEHBO9gk?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p></center><br />
<center>di <strong>Orsola Puecher</strong></center><br />
<strong>1945-2015</strong>: un cambio di millennio e 70 anni di distanza dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e dalla Resistenza che cosa hanno lasciato nella memoria collettiva dello strano paese di segreti, rimozioni e <em>persistenza</em> che siamo? Che per anni non ha saputo raccontare la sua Storia recente nelle scuole, dove i programmi si fermano quasi sempre alla Prima Guerra Mondiale? Che ha permesso alla sua destra di mantenere un sostrato, mai defascistizzato completamente, di simboli, gesti, idee malsane, negazionismo strisciante? Ascoltando ⇨ <a href="http://player.vimeo.com/video/63952249?title=0&amp;byline=0&amp;color=ffffff&amp;autoplay=1" alt="30/6/1943 Si miete il grano in Piazza Duomo" title="30/6/1943 Si miete il grano in Piazza Duomo" " onclick="window.open('http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-976078a4-6df8-49d5-9733-2e2192cd8968.html?iframe','_blank','width=400,height=230','location=0'); return false;"><em>le interviste di strada su che cosa sia il 25 aprile</em></a>, il ventaglio di risposte assurde ci fa capire che alla fine non è rimasto poi moltissimo di quei momenti cruciali e fondanti. Mai abbastanza. Allora come raccontare all&#8217;oggi lo ieri? Negli anni &#8217;70 tutto era <em>politico</em>, da <em>il personale</em> al voto ecumenicamente assolutorio degli esami universitari, ma oggi, passando dal <em>tutto è arte</em>, lungo tutti gli anni &#8217;80 e &#8217;90, attraverso un confuso periodo in cui le cose non furono più solo le cose, <em>non solo pane</em> e <em>non solo frutta</em> e <em>non solo libri</em> e <em>non solo qualsiasi cosa</em>, si è arrivati al dogma che <em>tutto è narrazione</em>, <em>racconto</em>, spesso per vendere meglio prodotti. Tutto si scrive da solo. Tutti scrivono, scrivono tutti. Scrivono anche senza scrivere. <img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/narrare.png" alt="narrare" width="350" height="244" class="alignleft size-full wp-image-53399" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/narrare.png 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/narrare-300x209.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/narrare-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /> Parafrasando il <em>ogni istante è già memoria</em> di Bergson, oggi <em>ogni istante è già narrazione</em>. Non c&#8217;è più bisogno di operazioni transitive e di soggetto e complemento oggetto. L&#8217;universo è riflessivo, il presente si racconta da solo trascorrendo. E allora chi racconta il passato? Solo le testimonianze, quelle che ci hanno lasciato i protagonisti, gli ormai pochi soravvissuti, i documenti originali, un vastissimo archivio di fatti, storie ancora poco conosciute, in cui la parola scivolosa e infida della <em>fiction</em> prova a fare un passo indietro, con rispetto.<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/copertina.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/copertina-214x300.jpg" alt="copertina" width="214" height="300" class="alignright" size-medium wp-image-53395" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/copertina-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/copertina-732x1024.jpg 732w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/copertina-900x1259.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/copertina.jpg 945w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a> <strong>Lettere dei condannati a morte della resistenza italiana (8 settembre 1943 &#8211; 25 aprile 1945)</strong>, a cura di <strong>Piero Malvezzi</strong> e <strong>Giovanni Pirelli</strong>, uscito per Einaudi nel 1952, da cui il breve documentario di <strong>Fausto Fornari</strong> trae alcune testimonianze emblematiche per calarle nei luoghi e nel clima delle loro vicende, è un libro fondamentale per lo studio della storia della Resistenza. Attraverso le parole accorate ma lucidissime degli ultimi messaggi dei condannati, scritte in fretta, spesso su fogli di fortuna, incise con il temperino sulle pareti della cella, di fronte alla morte prossima, emerge il vero volto del popolo, operai, contadini, intellettuali, religiosi, donne, uomini, giovani, vecchi, che ha sconfitto il nazifascismo. Parole spesso minime, domestiche, con una grammatica elementare, di fede popolare, o alte di ideali politici, istruite, di profonda fede spirituale, insieme tracciano la commovente mappa di <em>chi scelse</em> e si ribellò, trovando nella morte, come nella vita, la dignità e il coraggio. Parole piene di futuro, di speranze per il futuro nel loro presente di sacrificio, nelle certezza che esso sarebbe servito a costruirlo questo futuro.<br />
&nbsp;<br />
Il documentario di <strong>Fausto Fornari</strong> <em>apre</em> questo libro, <em>legge</em> fra le sue pagine, sceglie alcune delle lettere e cerca di incarnare le parole nei visi, nei luoghi dove si sono svolte le vite e le vicende, lungo i muri tetri delle carceri, i posti delle esecuzioni. Senza retorica, con un montaggio e una asciutta e poetica scelta di immagini tutto si radica nella storia, acquisisce quella tridimensionalità che si stampa concretamente nella memoria, indelebile. Non è facile restare con gli occhi asciutti ed è una commozione che non nasce da artifici narrativi, ma da una concretezza severa, dalla verità che ci parla senza filtri, ancora dopo 70 anni.<br />
&nbsp;<br />
In una ⇨ <a href="http://www.italia-liberazione.it/ita/doc/intervista_fornari.pdf" target="_blank">interessantissia intervista</a> sul sito ⇨ <a href="http://www.ultimelettere.it/" target="_blank">www.ultimelettere.it</a> <strong>Fausto Fornari</strong> racconta la storia non facile del suo documentario, totalmente autofinanziato, in primo luogo la difficoltà ad avere i diritti da Einaudi, inizialmente diffidente sull&#8217;operazione:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #FF0000; background-color:#ffffff;"><p><em>Non mi fu facile, in un primo tempo, convincere Pirelli e Malvezzi a concedermi i diritti. Non riuscivano a capire come si potesse realizzare un documentario sulla base di sole lettere e mi chiesero se intendevo filmare i manoscritti.<br />
Avevano ragione di fare la domanda.<br />
Fino ad allora, infatti, i documentari, in genere, erano costituiti da una serie di immagini, più o meno in movimento, riproducenti facciate e interni di chiese, di fabbriche, di scuole, di ospedali.<br />
Oppure i mestieri, la fabbricazione di prodotti.<br />
Ripeto, in genere, freddi, noiosissimi album di foto.<br />
Poi, dovetti convincere Giulio Einaudi, intelligente, coraggioso editore, ma freddo come il più freddo dei piemontesi.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
La difficoltà in genere in quegli anni a parlare di Resistenza, in un clima di guerra fredda, di desiderio di dimenticare e di rimuovere:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #FF0000; background-color:#ffffff;"><p><em>Devo necessariamente generalizzare e semplificare. Dopo la fine della guerra, la ripresa dell’espansionismo sovietico porta alla guerra fredda.<br />
Gli italiani del Nord, in parte divenuti antifascisti sotto i bombardamenti aerei o sui fronti di guerra, o nel disgusto e nel terrore delle violenze naziste davanti ai loro usci di casa, nelle privazioni e nei lutti, si dividono fra coloro che si dichiarano amici dell’Unione Sovietica e con essa si schierano e coloro che avversano la non improbabile presa di potere dei primi, nel timore di perdere, insieme ai propri beni materiali, anche la appena ritrovata libertà.<br />
Anche a causa della sinistra di allora, che ne aveva dato un’interpretazione troppo di parte, e della stessa ANPI, che non mancava di esprimere simpatie filosovietiche, la Resistenza non è più vista, con unanime favore, come espressione di un popolo intero ansioso di pace e di libertà.<br />
Togliatti, che alla Resistenza non aveva partecipato, fiuta la situazione e dice agli ex partigiani di stare buoni, che la Resistenza era stata un intermezzo, esaltante fin che si vuole, ma effimero.<br />
Al Sud, dove non v’era stata, praticamente, soluzione di continuità fra la guerra lontana da casa e gli sbarchi alleati, si era passati, nell’endemica situazione di miseria e di sottocultura, dall’euforia bellicista all’euforia della pace americana. Le drammatiche giornate di Napoli non bastano a cambiare una sedimentata realtà.<br />
Al Sud, allora monarchico e conservatore, la Resistenza, sconosciuta, era un trascorso del Nord da dimenticare.<br />
I romani avevano duramente sofferto, ma la città liberata continuava ad esser retta dagli alti e bassi burocrati di sempre, immobili come statue fra nostalgie del recente passato e timore di un futuro incerto.<br />
In tutt’Italia, con la rinuncia ai processi di epurazione e di esproprio dei beni accumulati illecitamente, la classe dirigente era sempre la stessa.<br />
La società, come scrive Parri, “rimane, così pigramente ancorata, in tanta sua parte, ai retaggi del passato”.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Poi il successo alla Mostra di Venezia e, come da copione, la mancata successiva distribuzione:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#000000; border-left:4px solid #FF0000; background-color:#ffffff;"><p><em>Ma il clima politico e morale era tale, a quei tempi, che nessun distributore se ne volle occupare.<br />
Nemmeno il presidente della più importante casa di produzione e distribuzione di cortometraggi del tempo.<br />
Mi pare fosse la Documento film, chiedo scusa se ricordo male. Questo signore, guarda un po’, era Medaglia d’oro, ovviamente vivente, della Resistenza.<br />
Molto gentilmente mi liquidò così: “Lei ha molto talento; mi faccia cento film su qualsiasi argomento, glieli compro tutti a scatola chiusa. Ma la Resistenza, no. L’argomento è finito e nessuno ne vuole sapere più”.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
La vicenda stessa del film, quindi, ci apre uno spaccato significativo su quello che è stato il nostro dopo guerra, pieno di speranza, di attese, ma anche di non capacità e volontà di avere uno sguardo oggettivo sulla sua storia e di conservarla per le generazioni future.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p align="right">[citazioni da <strong> Ultime lettere di condannati a morte e<br />
di deportati della Resistenza italiana </strong><br />
http://www.ultimelettere.it, on line dal 26 aprile 2007<br />
INSMLI, visitato giovedì 23 aprile 2014.]</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>25 Aprile 1945</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/04/25/25-aprile-1945/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Apr 2014 14:40:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile 1945]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; 25 Aprile 1945 &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/25-aprile-1945/" target="_blank"><big><strong>25 Aprile 1945</strong></big></a><br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>&#8230; nella notte lo guidano le stelle&#8230;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/04/25/nella-notte-lo-guidano-le-stelle/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 07:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA['U Megu]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile 1945]]></category>
		<category><![CDATA[27 Gennaio Giorno della Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[a futura memoria]]></category>
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		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Felice Cascione]]></category>
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		<category><![CDATA[Lotta di Liberazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Remo Schellino]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[verticalismi&trasversalismi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Orsola Puecher</strong> <br />Nella notte d’inverno le stelle scintillano, ancora più nitide, fredde nel freddo apogeo. Al fuoco del bivacco, appoggiato alle pietre, nude, del muro a secco, il dottore ('U Megu) non parla e dentro di sé sente la sventura vicina.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px">
<p align="center"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/testo.png" alt="" title="testo" width="440" height="136"/><br />
&nbsp;<br />
<small><strong>Felice  Cascione</strong><br />
[<em>Imperia, 2-5-1918 – Alto, 27-1-1944</em> ]</small></p>
<p><span id="more-42311"></span><br />
<center><img style="border:4px solid #666666; "src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/fc.jpg" alt="" title="fc" width="330" height="330"/></p>
<table width="70%" cellspacing="20" cellpadding="20" style="border:1px solid #ffffff;">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<blockquote>
<p align="justify"><span style="Line-height: 18px;"><strong>Devo affrontare subito la questione dei doveri del medico. Se c’è nel medicare gli uomini per i loro mali fisici da incontrare aspre difficoltà, brutture ed egoismi sporchi, io lo so e chiaramente comprendo il meccanismo di questa tragica realtà. Non esagero per niente e tu lo sai ad usare parole così grosse. Sono pronto con ogni mia forza, con tutto me stesso ad impugnare le armi che volontariamente ho scelto per quella tremenda battaglia. Però, prima di mettermici, ti faccio una domanda: stimi tu in questo preciso momento più necessaria la mia opera negli ospedali che ricoverano malati nel fisico che nel nostro di gran lunga più grande ospedale che è l’Italia?<br />
Credo che non sempre essi si scanneranno tra di loro.<br />
Credo che non sempre, anzi mai, chi tutto da nulla riceve.<br />
Ho quel che ho donato.<br />
Come so quanto gli uomini soffrano per la loro impreparazione.<br />
Come so che bisogna lottare e che dura è la lotta.<br />
Di questo credere e di questo sapere ne soppeso la responsabilità mia intima, sino al massimo limite, se massimo limite è la morte.<br />
Perché essere l’avvenire e poter rischiarare la strada, come nella tenebra il raggio del sole, non è sacrificio.<br />
Giuro che andrò avanti per questa via, con fede e coraggio.<br />
Per la vita e per la morte.</strong></span></p>
</blockquote>
<p align="right"><small>[ <strong>Felice Cascione</strong> <em>Lettera testamento spirituale<br />
all&#8217;amico Giacomo Castagneto &#8211; 1943</em> ]</small></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>di <strong>Orsola Puecher</strong></center><br />
&nbsp;<br />
<img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/1010stelle.gif" width="272" height="240" class="alignright"/><span style="Line-height: 20px;"><em>Nella notte d’inverno le stelle scintillano, ancora più nitide, fredde nel freddo apogeo. Al fuoco del bivacco, appoggiato alle pietre, nude, del muro a secco, il dottore</em> [&#8216;U Megu] <em>non parla e dentro di sé sente la sventura vicina. Come degli animali senza fuga, braccati dalle sagome incerte del buio silenzioso, che aspettano la fine nell’ombra che avanza.</em></span></p>
<p align="right"><span style="Line-height: 13px;"><small><strong>Ho solo te al mondo, figlio mio.<br />
Madre mia, si muore una volta sola.<br />
Il figlio le risponde mentre guarda lontano.</strong></small></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/99stelle.gif" width="272" height="240" class="alignleft"/><span style="Line-height: 20px;"><em>La Maestra Maria aveva una sciarpa rossa e questo figlio biondo da crescere da sola. Orfano del padre a cinque mesi, delicato e taciturno. Nato nell’anno mille novecento diciotto. Lei disegna aste e cerchi sulla lavagna nera, ma il saluto fascista non lo vuole insegnare, non celebra il sabato, balilla e moschetto. Qualcuno del paese organizza l’agguato.</em></span></p>
<p align="right"><small><strong>Eccola&#8230; addosso! O vincere, o morire!<br />
Uno degli &#8220;arditi&#8221; la riconosce.<br />
E&#8217; la mia maestra&#8230; e non la si tocca!</strong></small></p>
<p>&nbsp;<br />
<img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/1stelle.gif" width="272" height="240" class="alignright"/><span style="Line-height: 20px;"><em>Il ragazzo timido a soli quattordici anni lascia la casa, per frequentare il ginnasio, a Genova, al collegio Cristofoto Colombo degli orfani di Guerra. Ogni volta che parte, piange di malinconia. Scrive lunghe lettere alla mamma lontana: nonostante il clima e il cibo pessimo, nella stanza nemica, pieno di nostalgia, cercherà di studiare e di diventare uomo.</em></span></p>
<p align="right"><small><strong>Mi sento così solo lontano da te,<br />
dalla casa di cui ho il profumo nel naso.</strong></small></p>
<p>&nbsp;<br />
<img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/2stelle.gif" width="272" height="240" class="alignleft"/><span style="Line-height: 20px;"><em>Gareggia nella Squadra Nazionale di Pallanuoto. Ma sulla Spiaggia d’Oro non indossa la maglia con la scritta del GUF, unico nella foto, fra i compagni ridenti. Per salute e forza si sente invincibile. Nell’acqua intorbidata dalle bracciate fitte esce alto a mezz’aria, sopra il gorgo e la mischia. Vince la coppa Orti contro l’Ungheria, nell’ultima stagione prima della guerra.</em></span></p>
<p align="right"><small><strong>Mia carissima mamma, non puoi immaginare<br />
in quale stato d’animo mi trovi quest’oggi.</strong></small></p>
<p>&nbsp;<br />
<img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/3stelle.gif" width="272" height="240" class="alignright"/><span style="Line-height: 20px;"><em>A Imperia conosce il Segretario ed entra nel Partito Comunista clandestino.  Dalla madre ha imparato a essere antifascista. Nei due anni a Genova, Facoltà di Medicina si espone per le sue idee e deve andare via. Altri due anni a Roma e viene individuato. E’ scoppiata la guerra.</em></span></p>
<p align="right"><small><strong>&#8220;Un&#8217;ora segnata dal destino<br />
batte nel cielo della nostra patria!&#8221;<br />
Urla testa di morto dal balcone.</strong></small></p>
<p>&nbsp;<br />
<img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/4stelle.gif" width="272" height="240" class="alignleft"/><span style="Line-height: 18px;"><small><strong>&#8220;Guerra! Guerra! Ecco il grido pazzesco di oggi. Che tristezza, mamma. Come vorrei a essere a te vicino. Perché tanto odio verso i nostri fratelli d’oltralpe? Cristo ci insegnò ad amare il nostro prossimo. Io penso che solamente i buoni, solamente coloro che si adoperano con tutte le loro forze per il trionfo della pace, possano dirsi veramente suoi seguaci. Le guerre di oggi sono una follia di uomini crudeli, ambiziosi, egoisti. La pace crea, la guerra distrugge. La prima affratella gli uomini, la seconda li spinge a dilaniarsi a vicenda.&#8221;</strong></small></span></p>
<p align="right"><span style="Line-height: 18px;"><small>[ <em>Roma 29 Maggio 1940 &#8211;  lettera alla Madre </em>]</small></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/5stelle.gif" width="272" height="240" class="alignright"/><span style="Line-height: 20px;"><em>La &#8220;giovinezza&#8221; dell’inno cerca un’altra &#8220;primavera&#8221;. Delusa quella &#8220;di bellezza&#8221;, del &#8220;marciam verso l&#8217;avvenire&#8221;. Nel paese allo sfascio, in balia della crudele ritirata dei nazisti, viene meno ogni speranza di futuro. La virile mistica giovanile dell’interventismo della Prima Guerra Mondiale, dello squadrismo, della marcia su Roma è lontana. I giovani si staccano dal fascismo. La gioventù colta si sottrae al regime. E’ il momento della scelta. O soccombere, o ribellarsi.</em></span><br />
&nbsp;<br />
<img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/6stelle.gif" width="272" height="240" class="alignleft"/><span style="Line-height: 18px;"><em>Il ragazzo ora è dottore e fa la sua scelta. Raccoglie sulle colline sopra Imperia un piccolo gruppo di giovani. Dopo il primo scontro a Monte Grazie vengono catturati due repubblichini, un ufficiale e un milite. I compagni vorrebbero ucciderli subito. Li picchiavano. Il dottore li ferma.</em> &#8220;Se tu fai così, sei come i fascisti.&#8221;<em> Li interroga. Li tengono con loro due mesi. Era convinto di recuperarli. Sembrava che volessero diventare partigiani.</em></span></p>
<p align="right"><span style="Line-height: 17px;"><small><strong>Ho studiato vent&#8217;anni per salvare<br />
la vita di un uomo e ora voi volete<br />
che io permetta di uccidere?</strong></small></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/7stelle.gif" width="272" height="240" class="alignright"/><span style="Line-height: 18px;"><em>Se c’era un bambino ammalato, faceva anche 20 chilometri per curarlo. La sera si riunivano, qualcuno aveva portato il Manifesto di Marx ed Engels. Leggevano e poi lui spiegava. Era il suo un comunismo di valori etici universali. Il giorno di Natale scendono a Corennna. E’ finita la Messa delle 11 e vengono invitati due per famiglia a dividere il pranzo.</em></span></p>
<p align="right"><small><strong>Io sono venuto in montagna,<br />
non per ammazzare la gente,<br />
ma per farla vivere meglio.</strong></small></p>
<p>&nbsp;<br />
<img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/8stelle.gif" width="272" height="240" class="alignleft"/><span style="Line-height: 24px;"><em>Dall’ottobre del &#8217;43 al gennaio del &#8217;44, nei momenti di pausa il dottore scrive le parole di una canzone. Tutti ci mettono qualcosa. Sull’aria della malinconica </em>Katjuša<em>, portata da un reduce dal fronte russo. C&#8217;era chi la voleva più dura. Il dottore la voleva più umana e sostituisce &#8220;rossa&#8221; con &#8220;nostra&#8221; per &#8220;primavera&#8221; e &#8220;bandiera&#8221;, perché possa essere, come sarà, la canzone di tutti i partigiani. La Maestra Maria correggerà &#8220;soffia&#8221; in &#8220;fischia&#8221;. Il  6 gennaio 1944, giorno dell&#8217;Epifania, la cantano tutti insieme sulla piazza di Alto.</em></span><br />
&nbsp;<br />
<img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/9stelle.gif" width="272" height="240" class="alignright"/><span style="Line-height: 20px;"><em>Alla fine uno dei due prigionieri repubblichini scappa e conduce i nazisti e i fascisti al rifugio. Lo scontro inizia al mattino all’alba e dura per tutto il giorno. Le munizioni finiscono. Si ritirano più in alto. Il dottore decide di tornare giù, per recuperare carte e documenti e viene ferito. E&#8217; a terra dietro un muretto, nascosto, ma quando i fascisti torturano il suo compagno per fargli dire dov&#8217;è il capo, si  alza e dice</em> ”Il capo sono io.”. <em>La raffica di mitra lo falcia immediatamente.</em></span><br />
&nbsp;<br />
<img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/10stelle.gif" width="272" height="240" class="alignleft"/><span style="Line-height: 20px;"><em>La gente del paese di Alto, cessata la battaglia, sale pietosa a recuperare il corpo. Su di una barella. Scende la lenta processione. Gli orli dei prati velati di brina e le spoglie fronde gelate sembrano ritrarsi al passaggio.  Lo portano nell’oratorio. Attendono una settimana. Non si riesce ad avvertire la famiglia. Così lo seppelliscono nel piccolo cimitero. La notizia e il vento della sua canzone soffiano dovunque. La Maestra Maria talvolta sale su a trovarlo. Come tutte le madri che restano vive ai figli.</em></span><br />
&nbsp;</p>
<div style="width:700px;"><center></p>
<div style="width:300px;">
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<p></center></p>
<p align="center"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"><strong><em>Fischia il vento&#8230;</em></strong></span></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/canzone.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/2canzone.png" alt="" title="canzone" width="400" height="499" class="aligncenter size-full wp-image-42271" /></a><br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-42311-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/Katyusha-Lidiya-Ruslanova.mp3?_=2" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/Katyusha-Lidiya-Ruslanova.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/Katyusha-Lidiya-Ruslanova.mp3</a></audio></div>
<p></center></p>
<p align="center"><strong><em>Katjuša</em></strong> [1938]<br />
<small>cantata da Lidiya Ruslanova<br />
Musica di Matvei Blanter<br />
Testo di Michail Isakovskij</small></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 200px;"><em>Meli e peri erano in fiore,<br />
La nebbia scivolava lungo il fiume;<br />
Sulla sponda camminava Katjusha,<br />
Sull&#8217;alta, ripida sponda.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Camminava e cantava una canzone<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di un&#8217;aquila grigia della steppa,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di colui che lei amava,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di colui le cui lettere conservava con cura.<br />
O canzone, canzone di una ragazza,<br />
Vola seguendo il sole luminoso<br />
E al soldato sulla frontiera lontana<br />
Porta i saluti di Katjusha.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fagli ricordare una semplice giovane ragazza,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fagli sentirla cantare<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Possa lui proteggere la terra natia,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Come Katjusha protegge il loro amore.<br />
Meli e peri erano in fiore,<br />
La nebbia scivolava lungo il fiume;<br />
Sulla sponda camminava Katjusha,<br />
Sull&#8217;alta, ripida sponda. </em></p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff;" width="65%" cellspacing="20" cellpadding="20">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;">
<p align="center"><iframe loading="lazy" width="420" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/eN12oJ8K70Y?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
&nbsp;<br />
da <strong><em>&#8216;U MEGU</em></strong> [2008]<br />
di ⇨ <a href="http://www.remoschellino.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Remo Schellino</strong></a></p>
<p align="justify"><small>[ <em>che ringrazio in modo speciale per avermi spedito il suo bellissimo documentario, preziosa archeologia e conservazione della memoria dei luoghi, dei volti e delle parole dei compagni e degli amici di Felice Cascione: <strong>Silvano Alterisio</strong>, <strong>Nando Bergonzo</strong>, <strong>Francesco Biga</strong>, <strong>Carlo Cerrina</strong>, <strong>Cesare De Andreis</strong>, <strong>Paolo De Andreis</strong>, <strong>Antonio Forchero</strong>, <strong>Manfredo Manfredi</strong>, <strong>Adele Morelli Natta</strong>, <strong>Giovanni Roncallo</strong>, <strong>Tommaso Roncallo</strong>, <strong>Raimondo Ricci</strong>, <strong>Angelo Setti</strong>, <strong>Antonio Simonti</strong>, <strong>Carlo Trucco</strong>, della cugina <strong>Felicita Ponte</strong>, ancora, dopo tanti anni, piene della luce e dell&#8217;esempio della sua straordinaria figura, e capaci di rendere viva e presente la storia e di creare le suggestioni che hanno originato questo racconto, insieme alla lettura del prezioso libro di</em> <strong>Francesco Biga</strong> &#8220;<em>Felice Cascione e la sua canzone immortale.</em>&#8221;  ⇨ <a href="http://www.isrecim.it/it/default.cfm" target="_blank" rel="noopener"><strong>Istituto Storico della Resistenza e dell&#8217;Età Contemporanea di Imperia</strong></a>, 2007 ]</small></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">⇨ <a href="http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=14047" target="_blank" rel="noopener"><strong> FELICE CASCIONE<br />
Medaglia d&#8217;Oro al Valor Militare<br />
alla Memoria</strong></a></p>
<p align="justify">Perseguitato politico, all&#8217;annuncio dell&#8217;armistizio iniziava l&#8217;organizzazione delle bande partigiane che sotto la sua guida ed al suo comando compirono audaci gesta per la redenzione della Patria. Arditi colpi di mano, atti di sabotaggio, azioni di guerriglia sulle retrovie nemiche lo videro sempre tra i primi, valoroso fra i valorosi, animatore instancabile, apostolo di libertà. Ferito in uno scontro contro preponderanti forze nazifasciste rifiutava ogni soccorso e rimaneva sul posto per dirigere il ripiegamento dei suoi uomini. Per salvare un compagno che, catturato durante la mischia, era sottoposto a torture perché indicasse chi era il comandante, si ergeva dal suolo ove giaceva nel sangue e fieramente gridava: « Sono io il capo ». Cadeva crivellato di colpi immolando la vita in un supremo gesto di abnegazione.</p>
<p align="right">Val Pennavaire, 27 gennaio 1944.</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></center><br />
&nbsp;
</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>“L’amavo troppo la mia patria non la tradite…”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Nov 2010 08:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Orsola Puecher</strong> <br /> 
In questo tardo Novembre di governi e valori al tramonto, le sorprese non finiscono mai, ma l’ultima cosa che mi sarei aspettata era di trovare, citato su Il Fatto Quotidiano del 14 novembre scorso, il nome, per di più storpiato in Aldo Pucher, di Giancarlo Puecher...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/T_let00_17bis.php_.jpg" style="border:4px solid #7F7F7F;"/></center><br />
<center><small> ⇨ <a href="http://www.italia-liberazione.it/ultimelettere/ultimeletteredocumenti.php?ricerca=211&#038;doc=122&#038;testo=2#" target="_blank" rel="noopener"><strong>prima facciata dell’ultima lettera scritta da Giancarlo Puecher </strong></a></small></center></p>
<p>&nbsp;&nbsp;di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questo tardo Novembre di governi e valori al tramonto, le sorprese non finiscono mai, ma l&#8217;ultima cosa che mi sarei aspettata era di trovare, citato su <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 14 novembre scorso, il nome, per di più storpiato in <em>Aldo Pucher</em>, di <strong>Giancarlo Puecher</strong>, partigiano, Prima Medaglia d&#8217;Oro al Valor Militare della Resistenza, fucilato a vent&#8217;anni, il 23 dicembre 1943 dai miliziani della Repubblica di Salò, e non in un articolo sulla Resistenza, sul valore della memoria, ma, accusato di un omicidio che non ha mai commesso, in un&#8217;intervista di <strong>Luca Telese</strong> ad <strong>Alessandro Sallusti, </strong>direttore del <em>Il giornale</em>, sobriamente intitolata ⇨ <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/14/alessandro-sallusti-%E2%80%9Ci-topi-scappanoper-il-dopo-c%E2%80%99e-solo-marina%E2%80%9D/76833/" target="_blank" rel="noopener"><strong>I topi scappano. Per il dopo c’è solo Marina</strong></a>, in cui si promuove l&#8217;investitura di Marina Berlusconi a futuro premier del sultanato Italia, come se ormai anche il potere politico si potesse trasmettere per via dinastica.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo scopo, il modo, la strumentalizzazione e le falsità storiche con cui <strong>Giancarlo Puecher</strong> viene chiamato in causa sono un vero e proprio <em>vulnus</em> alla sua memoria e alla sua figura luminosa.  Bisogna in qualche modo rimediare. Ristabilire la verità. <span id="more-37270"></span><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo storpiare i nomi è il primo, sottile, vigliacco, metodo di infangare, in certi ambienti, odioso, se fatto intenzionlamente, come una pugnalata alle spalle, ma doppiamente insopportabile se fatto per ignoranza o incuria e nei confronti di una persona scomparsa. Un giornalista serio, prima di lasciar sbandierare nomi e fatti tanto gravi, ha il dovere di controllare ciò che pubblica, almeno per quel che riguarda l&#8217;ortografia. Non è difficile, basta, in mancanza di meglio, consultare <strong>Wikipedia</strong>, l&#8217;oracolo con un click di questi tempi bui.<br />
[ <em>copio e incollo con non lieve disgusto la parte dell&#8217;articolo che riguarda mio zio Giancarlo &#8211; compresa la paccottiglia del viso quasi scultoreo &#038; penombra &#038; maglione esistenzialista a girocollo &#038; la divisa del weekend &#8211; forse usata nell&#8217;impresa retorica quasi impossibile di rendere &#8220;simpatico&#8221; e alla mano l&#8217;intervistato</em> ]</p>
<blockquote><p>E poi, a fine intervista, Alessandro Sallusti mi gela il sangue con un ricordo che innesca un cortocircuito fra una delle pagine più tragiche del Novecento italiano e la crisi del governo Berlusconi: “In famiglia abbiamo già dato… nel 1945”.  Curioso. Il tono è ironico, il viso del direttore del Giornale, invece, sembra diventare quasi scultoreo, nella penombra nella saletta del lussuoso Hotel Park Hyatt dove ci siamo rifugiati per una lunga intervista. “Vedi, ti devo raccontare una storia della mia vita che nessuno conosce, nemmeno Giampaolo Pansa, neanche Vittorio Feltri”. Quale? “Scoprii solo da studente, su un libro scolastico della Laterza, che mio nonno, Biagio, tenente colonnello sulla piazza di Como, finito a Salò senza essere stato fascista, era stato fucilato dai partigiani”.<br />
Resto un attimo con il respiro in gola. Fino un attimo prima stavamo parlando di Feltri, di Fini, del Cavaliere, della crisi… Sallusti continua: “Mio padre questa storia non me l’aveva mai raccontata. Non certo per pudore. Per proteggermi. E invece scoprivo che dopo quattro vigliacchi rifiuti dei suoi superiori di grado, perché la Repubblica di Salò era ormai alla fine e i partigiani alle porte, mio nonno aveva accettato di dirigere il tribunale che doveva giudicare Aldo Pucher, partigiano accusato per l’omicidio del federale Aldo Resega. Mio nonno salvò gli altri sei imputati, ma fu fucilato per quell’unica esecuzione. Curioso vero? Ma era la legge della guerra. Scoprii, e oggi quel dialogo è nei libri di storia, che il giorno prima della ritirata nella ridotta della Valtellina, mio nonno aveva chiesto a Mussolini di non scappare”. Chiedo: “Sarebbe cambiato qualcosa sull’esito della guerra?”. Sallusti prende un respiro: “Ovviamente no. Ma se avesse seguito quel consiglio non avremmo le foto del Duce travestito da soldato tedesco”. Pausa. Non vola una mosca. Sorriso: “Per questo spero che Berlusconi non si ritiri”.<br />
Pensavo di fare un’altra intervista. Raccontare ai lettori del Fatto Quotidiano l’ultraberlusconismo e uno dei suoi campioni. Quando Sallusti va in tv sono sciabolate per tutti, colpi micidiali, affondi sotto la cintura, pronunciati con serafica tranquillità. In questa intervista, invece, la teleadrenalina non c’è, ma piuttosto una leggerezza venata di colori forti e di tinte drammatiche. Sallusti ha il maglione esistenzialista a girocollo, la divisa del weekend.</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Telese, anche a me si <em>gela il sangue</em> e di più, ma nel leggere il nome, storpiato in <em>Aldo Pucher</em>, di <strong>Giancarlo Puecher</strong> in un contesto simile. E <em>resto un attimo con il respiro in gola</em>.  Anzi ben  più di un attimo, sarà che son più sensibile. Invece non ho avvertito alcuna <em>leggerezza venata di colori forti e di tinte drammatiche</em> e le assicuro che non mi si <em>innesca alcun cortocircuito fra una delle pagine più tragiche del Novecento italiano e la crisi del governo Berlusconi</em>. Fra uomini che hanno combattuto eroicamente e pagato ieri, perché ci sia in questo triste paese un oggi democratico, mai così insidiato, fra <strong>Giancarlo Puecher</strong> e le mezze figure del passato e quelle attuali, ugualmente chine al potere e che ancora si arrabattano tra falsità e strampalate teorie, non c’è alcuna possibilità di raffronto e alcun legame. E&#8217; davvero rischioso fare le interviste nella penombra e nelle salette degli hotel lussuosi, meglio accendere la luce e andare al Bar Sport, dove vola qualche mosca in più. Quando è stagione e c&#8217;è <em>materia</em> per attrarne l&#8217;interesse.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il paragone fra il Duce che, nonostante i preziosi consigli di nonno Biagio, scappa travestito da tedesco e Berlusconi che si dimette è quasi una specie di imbarazzante autogol. Al massimo oggi ne reggerebbe uno con un Napoleone, con bandana al posto della feluca, in esilio su di un&#8217;isoletta di qualche paradiso fiscale tropicale, allietato dal suo menestrello melodico personale e con scorta di escort per lo svago e il giusto riposo del guerriero.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Provo umanamente pena e pietà per le vittime che caddero dalla <em>parte sbagliata</em>, per il dolore dei loro congiunti, ma questo non elimina il giudizio della storia su quella parte e sulle sue colpe,  <em>à la guerre comme à la guerre</em> varrà in un torneo cavalleresco fra paladini, applicato ai milioni di vittime e alle stragi della Seconda Guerra Mondiale suona un po&#8217; troppo generico, assolutorio e sdoganante. L&#8217;Italia è un paese che i conti con il fascismo non li ha voluti e saputi mai fare fino in fondo e chiunque può fare della verità storica una materia molle e fumosa da plasmare a proprio uso e consumo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando Sallusti dice “In famiglia abbiamo già dato… nel 1945”, non si capisce davvero cosa intenda. Oggi non ci sono più i tribunali speciali e i processi sommari, la pena di morte, e si possono persino fare le leggi per evitarli i processi e avere l&#8217;impunità anche se colpevoli. Si possono fare in tv le fiction come <em>Il peccato e la vergogna</em>, con il nazista buono perchè innamorato speranzoso e il fascista cattivo e perverso in quanto innamorato deluso. Cosa teme Sallusti? Al massimo si prende un <em>vada a farsi fottere</em> da D&#8217;Alema e tutti si indignano e gli chiedono scusa. Lui e i suoi datori di lavoro non si sentiranno mica come i miliziani quando <em>la Repubblica di Salò era ormai alla fine e i partigiani alle porte</em>?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Giancarlo Puecher</strong>, punto di riferimento di un gruppo di giovani che in Brianza si stavano organizzando in una formazione partigiana ancora <em>in nuce</em>, e che si era <em>macchiata</em> fino allora solo di qualche sabotaggio e sequestro di mezzi e benzina, fu fermato per caso, in bicicletta con il compagno Fucci, da una pattuglia di militi della Repubblica Sociale Italiana a Lezza la notte del 12 novembre del 1943, ad un posto di blocco dei numerosi istituiti insieme al coprifuoco, in seguito al fatto che quella stessa sera erano stati uccisi il centurione della milizia e cassiere del Banco Ambrosiano di Erba, Ugo Pontiggia, e un suo amico, Angelo Pozzoli.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Puecher e Fucci, ignari di tutto e che, forse, se fossero stati a conoscenza dell’omicidio, avrebbero avuto maggiore prudenza, si stavano recando a una riunione clandestina. Avevano un tubo di gelatina e alcuni manifestini antifascisti, di cui però riuscirono, nel buio, a disfarsi. Fucci estrasse la pistola e tentò di sparare, ma l’arma si inceppò. Uno dei miliziani lo colpi ferendolo al ventre. Fu portato in ospedale e rimase in prigione fino alla fine della guerra. Giancarlo fu fermato, interrogato, picchiato e poi arrestato.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il federale di Milano Aldo Resega, che Sallusti, senza storpiarne il nome, nomina, fu ucciso il 18 dicembre 1943, mentre <strong>Giancarlo Puecher</strong> era già in prigione e da più di un mese.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Giancarlo Puecher non fu accusato nè processato per alcun omicidio.</strong><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando il 20 dicembre fu ucciso in un agguato anche lo squadrista di Erba Germano Frigerio, i fascisti decisero di mettere in atto una rappresaglia, con modalità tristemente consuete, che prevedeva la fucilazione di trenta antifascisti, dieci per ogni fascista ucciso ad Erba, cioè Ugo Pontiggia, Angelo Pozzoli e Germano Frigerio.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nelle carceri di Como non trovarono un numero tale di prigionieri e li ridussero a sei, fra cui <strong>Giancarlo Puecher</strong>. I fascisti imbastirono un processo farsa, istituendo un Tribunale Speciale, presieduto da Biagio Sallusti, e con irregolarità processuali inconcepibili oggi, ma di regola ai tempi, Puecher fu l’unico condannato a morte, mediante fucilazione, non per omicido, ma per <em>aver promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati dell&#8217;ex esercito allo scopo di sovvertire le istituzioni dello stato</em>.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non si poteva ammettere che un giovane di famiglia nobile e di ispirazione profondamente cristiana “cospirasse”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si doveva dare l’esempio. Esempio che sortì nei fatti l&#8217;effetto contrario, determinando ancora di più alla lotta contro il fascismo la parte migliore dell&#8217;Italia, che nei valori condivisi trovò la forza di ribellarsi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/27/ascoltando-un-sopravvissuto-di-varsavia-di-arnold-schoenberg/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Mio nonno Giorgio Puecher Passavalli</strong></a>, dopo la fucilazione del figlio fu arrestato e tradotto nel campo di concentramento di Fossoli e poi a Mauthausen, da dove non tornò più. ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/25/dalle-belle-citta-date-al-nemico/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Mio padre Virginio</strong></a>, allora sedicenne, fu costretto a rifugiarsi esule in Svizzera.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Trascrivo qui l’ultima lettera di Giancarlo e le motivazioni della sua Medaglia d’Oro, per dovere di verità e di memoria, per oppormi fermamente a questa macchina del fango retroattiva che tenta di strumentalizzare e di mettere sullo stesso piano figure inconciliabili, ma anche perché in questo momento in cui etica e dignità sono continuamente calpestate, fa bene al cuore leggerle, con le parole antiche, desuete, forse, con i loro valori alti, oggi quasi inconcepibili, con l&#8217;ingenuo desiderio del riconoscimento dei valori militari e sportivi, con i teneri lasciti dei beni personali. E <em>l&#8217;anello d’oro ricordo della povera mamma</em>, una pietra bianca e una blu su cerchietto semplice, sta ancora qui e nessuno l&#8217;ha mai più indossato.  </p>
<blockquote><p>21 dicembre 1943</p>
<p>Muoio per la mia patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto, accetto con rassegnazione il suo volere.<br />
Tutti i miei averi vadano ai miei fratelli e a Elisa Daccò.<br />
Vorrei che sul mio avviso mortuario figurassero i miei meriti sportivi e militari.<br />
Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono.<br />
Viva l’Italia.<br />
Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse nei vent’anni della mia vita.<br />
L’amavo troppo la mia patria non la tradite e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.<br />
Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.<br />
Vorrei lasciare L 5000 alla mia guida alpina Motele Vidi di Madonna di Campiglio. L 5000 al mio allenatore di sci Giuseppe Francopoli di Cortina. L 5000 a Luigi Conti e L 1000 a Vanna De Gasperi, Berta Dossi, Rosa Barlassina. Il mio guardaroba ai miei fratelli e a Pussi Aletti, mio indimenticabile compagno di studi.<br />
L 1000 alla Chiesa di Lambrugo.<br />
Il mio anello d’oro ricordo della povera mamma a Papà, il braccialetto a Ginio e l’orologio Universal a Gianni. Alla zia Lia Gianelli una mia spilla d’oro con pietra. Un ricordo delle mie gioie alle mie cugine e a Elisa.<br />
Stabilite una somma per messe in mio suffragio e per una definitiva sistemazione pacifica della patria nostra.<br />
A te papà vada l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.<br />
Elisa si ricordi del bene che le volli e forse non sufficientemente apprezzò.<br />
Ginio e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita, i martiri convalidano la fede in una vera idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la sua volontà.<br />
Baci a tutti<br />
Giancarlo Puecher Passavalli<br />
&nbsp;<br />
<small>[ Giancarlo Puecher Passavalli, Lettera a Tutti, scritta in data 21-12-1943, Erba (CO), in Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana (http://www.ultimelettere.it/ultimelettere/ultimelettere/ultimeletteredocumenti.php?ricerca=&#038;doc=122&#038;testo=2&#038;lingua=it), INSMLI, vista domenica 21 novembre 2010.]</small></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
dal sito <a href="http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45604" target="a_blank" rel="noopener"><strong>www.quirinale.it</strong></a></p>
<blockquote><p>Patriota di elevatissime idealità, scelse con ferma coscienza dal primo istante la via del rischio e del sacrificio. Subito dopo l’armistizio attrasse, organizzò, guidò un gruppo di giovani iniziando nella zona di Lambrugo, Ponte Lambro, il movimento clandestino di liberazione ed offrendo la sua casa come luogo di convegno. Con l’esempio personale fortificò nei compagni la fede nell’azione che essi dovevano più tardi proseguire in suo nome. Presente e primo in ogni impresa gettò nella lotta tutto se stesso prodigandovi le risorse di una mente evoluta e di un forte fisico, ed associando all’audacia un particolare spirito cavalleresco. Braccato dagli sgherri fascisti, insidiata la sicurezza della sua famiglia, non desistette. Incarcerato con numerosi suoi compagni e poi col padre, d’accordo con questi rifiutò la evasione per non allontanarsi dai compagni di fede e di sventura. Condannato a morte dopo sommario processo, volle essere animatore sino all’estremo, lasciando scritti di ardente amor patrio e di incitamento alla continuazione dell’opera intrapresa. Trasportato al luogo del supplizio, chiese di conoscere il nome dei suoi esecutori per ricordarli nelle preghiere di quell’aldilà in cui fermamente credeva, e tutti i presenti abbracciò e baciò, ad ognuno lasciando in memoria un oggetto personale, pronunciando parole nobilissime di perdono e rincuorando coloro che esitavano di fronte al delitto da compiere. Cadde a vent’anni da apostolo e da soldato, sublimando nella morte la multiforme e consapevole spiritualità che aveva contraddistinto la sua azione partigiana. —  Como &#8211; Erba, 9 settembre &#8211; 23 dicembre 1943.
</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Delle cose perdute</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/04/25/delle-cose-perdute/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Apr 2008 10:40:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Theodor Saevecke]]></category>
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					<description><![CDATA[di Orsola Puecher &#160; Quindici uomini uccisi dai fascisti. Il dieci agosto del quarantaquattro. A Piazzale Loreto, a Milano. Quindici antifascisti detenuti nel carcere di San Vittore. Per questo eccidio condannato dal Tribunale Militare di Torino il capitano delle SS Theodor Saevecke. Nel 1999. All’ergastolo. In contumacia. Come tanti altri. Ormai più che ottuagenario. Visse [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">di<strong> Orsola Puecher</strong></p>
<p align="center"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/25-aprile.gif" border="0" alt="25 aprile" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><em>Quindici uomini uccisi dai fascisti.<br />
Il dieci agosto del quarantaquattro.<br />
A Piazzale Loreto, a Milano.<br />
Quindici antifascisti detenuti<br />
nel carcere di San Vittore.</em></p>
<p>Per questo eccidio condannato dal Tribunale Militare di Torino il capitano delle SS Theodor Saevecke. Nel 1999. All’ergastolo. In contumacia. Come tanti altri. Ormai più che ottuagenario. Visse una tranquilla esistenza in Germania. Da persona per bene. Non un giorno di prigione. Come tanti altri. Non si pentì mai e chiese allo Stato Italiano un risarcimento per la condanna.<span id="more-5784"></span><br />
&nbsp;<br />
Così recita la sentenza:<br />
&nbsp;<br />
<em>“La premeditata esecuzione di tali soggetti, che non prendevano parte alle operazioni belliche, si caratterizzava per la crudeltà del suo svolgimento, successivamente al quale veniva ordinato che i corpi dei giustiziati rimanessero esposti nella Piazza per l’intera giornata. La fucilazione rappresentava la rappresaglia conseguente all’esplosione, dovuta ad un attacco dinamitardo, di un autocarro tedesco posteggiato in Milano, Viale Abruzzi, esplosione avvenuta il 7 agosto 1944.<br />
Poiché detta esplosione non cagionò il ferimento di alcun militare tedesco, bensì la morte di numerosi passanti, civili italiani, l’ordine di fucilazione non presentò l’adempimento delle direttive emanate da Kesserling, ed in base alle quali per ogni tedesco ucciso dai partigiani dovevano essere giustiziati dieci italiani.”</em><br />
&nbsp;<br />
Ho sentito raccontare questa storia cosi tante volte dalle parole accorate di quella che era nel ‘44 una bella ragazza bruna, diplomata alla Scuola di Danza della Scala, magra, affamata e disperata.<br />
&nbsp;<br />
Ora il ricordo è sempre vicino, ma ancora più doloroso: sul nuovo calendario da tavolo del 2008, detto elegantemente “planning”, che le regalo ogni anno, misteriosamente la data del 25 aprile non è nemmeno più scritta in rosso, ma in nero come tutti gli altri giorni della settimana.<br />
&nbsp;<br />
<em>&#8211; Qualcuno questa festa prima o poi la cancellerà e con essa la memoria.</em><br />
&nbsp;<br />
Dice.<br />
E allora bisogna dire parole.<br />
Ancora.<br />
&nbsp;<br />
Ascoltare ancora quelle della ragazza bruna che pochissimi giorni dopo quel 10 agosto vedrà sparire sua zia Alice sui vagoni piombati verso la Germania, a Ravensbruck, solo per aver prestato la sua tessera annonaria alla moglie di un partigiano.<br />
Bastava poco per scatenare il fiuto dei lupi, allora.<br />
E non si sa quanto la aspettò tornare, dopo. Inutilmente.<br />
E vedrà le ultime leve del Reich, degli sperduti ragazzi dai capelli di paglia e gli sguardi ignari, sulle torrette dei Panzer, in Via Senato, spalmarsi burro sul pane bianco, ostentatamente, in faccia alla sua fame. Farà la staffetta per la Resistenza, come tante altre donne, che altro si poteva fare, del resto? Anche nulla, come molti.  Porterà, a rischio della vita, copie de “l’unita” clandestina davanti all’Alfa Romeo, in bicicletta, nascoste nella borsa della spesa fra i miseri cartocci di quel poco che ancora si trovava.<br />
&nbsp;<br />
Dalla sua casa di Corso Buenos Aires, poco distante da piazzale Loreto, quella mattina d’agosto, alle sei, si sente improvvisamente rumore di spari, un grande trambusto, aprirsi di finestre, correre in strada. La notizia si sparge a macchia d’olio per tutta Milano.<br />
&nbsp;<br />
&#8211;<em> Hanno sparato&#8230; ci sono dei corpi&#8230;</em><br />
&nbsp;<br />
A piedi, in bicicletta, da tutte le parti, una processione di gente, una folla silenziosa si ammassa piano piano in piazza, tenuta a bada da un cordone di fascisti armati.<br />
15 corpi, fucilati, dai “ragazzi” della Muti e delle Brigate Nere, spostati a calci, mitragliati anche da morti, infierendo con scherno. Così, per pura dimostrazione di forza, senza nessuna via Rasella da vendicare.<br />
&nbsp;<br />
E restarono, quei corpi, ammucchiati uno sull’altro, sporchi di sangue e polvere, scomposti sotto il sole di quell’agosto, tutto il giorno. Un cartello piantato sopra con scritto &#8220;ASSASSINI&#8221;.<br />
&nbsp;<br />
A far loro la guardia giovani miliziani, alcuni mezzi ubriachi.<br />
Altri che ridevano oscenamente<br />
Come se niente fosse.<br />
Restò particolarmente impresso uno che leccava un cono gelato, tutto intorno, le gocce sciolte dal sole.<br />
Come se niente fosse.<br />
Caldo, non un filo d’aria.<br />
Tutto crudo e spietato nella luce netta.<br />
I corpi restarono esposti fino alla nove di sera.<br />
Le gente continuava ad arrivare.<br />
Qualcuno con dei fiori.<br />
Furono portati via nella notte, su dei camion, per intercessione del cardinale Shuster.<br />
&nbsp;<br />
E nessuno riuscì a dimenticarli nel lungo inverno insopportabile di bombardamenti a tappeto.<br />
&nbsp;<br />
Anche il tetto della Scala, bombardata un anno prima, il 16 agosto 1943, troppo vicina al comando tedesco, all’ Hotel Regina, in via Santa Margherita, era ancora là squarciato sulle file dorate dei palchi. Un buco scuro dove pareva inghiottita e spenta ogni musica, ogni luce.<br />
Altro pellegrinaggio, altre lacrime.<br />
C’erano cose che parevano perdute per sempre.<br />
&nbsp;<br />
Fino al 25 aprile del ‘45.<br />
&nbsp;<br />
<em>&#8211; Milano si liberò da sola.</em><br />
&nbsp;<br />
Dice la signora delicata che era quella ragazza forte.<br />
L’orgoglio delle sue parole ancora intatto e pieno del prezzo di quella Liberazione.<br />
&nbsp;<br />
I nazisti asserragliati nell’Hotel Regina, armati e protetti da sacchi di sabbia, a sbronzarsi di liquori ed a tremare per la fine ormai vicina. Le grida dei prigionieri seviziati e torturati in quelle stanze, si univano tutte insieme come un grande urlo, il rombo della disfatta. Furono fatti uscire dagli americani. Nel frattempo a far loro da guardia, lì davanti, a mani nude, una folla, i milanesi, muti e compatti. Non credevano ai loro occhi nel vederli portar via, parevano solo fantocci svuotati.<br />
Qualcuno, fra quella gente, si avventò, saltando sulle macchine scoperte, cercando di picchiarli con un’innocua borsa. Uno perfino di staccare un orecchio ad uno di loro. A morsi.<br />
&nbsp;<br />
E così, poi, il 29 aprile fu la Piazzale Loreto dei gerarchi, di Mussolini e della Petacci appesi per i piedi alla tettoia del gasometro, figlia dall’orrore di quell’altra Piazzale Loreto.<br />
&nbsp;<br />
Ed anche questi altri corpi quella ragazza andò a vedere, insieme a tanti, in un’altra dolorosa processione.<br />
&nbsp;<br />
Una mano pietosa aveva fermato con una spilla da balia la gonna della donna, che le era scivolata sopra la testa, mostrando il sedere e le cosce.<br />
Ai piedi della donna le stessa scarpe con la zeppa di sughero della ragazza bruna.<br />
Scarpe di guerra ed autarchia.<br />
&nbsp;<br />
Non si può descrivere quali sentimenti fra quella folla che corse a vederli, è difficile giudicarli adesso, rabbia, vendetta, dolore, ma prepotente e necessaria sopra tutti l’esigenza di “vedere”, vedere con i propri occhi se davvero era vero, se davvero era finito quell’incubo.<br />
E nel contrappasso era come se il dolore e il terrore di lunghi anni, avesse fermato i cuori alla pietà per i morti che per altri morti pietà non aveva nemmeno sfiorato.<br />
&nbsp;<br />
Troppa morte negli occhi aveva attutito ogni pietà.<br />
&nbsp;<br />
Quei corpi solo le tragiche marionette della Storia.<br />
&nbsp;<br />
La ragazza restò solo pochi momenti, con un gran senso di nausea e vuoto.<br />
Tutto era finito.<br />
Solo questo contava.<br />
E non c’era nulla che restituisse le cose perdute.</div>
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