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	<title>25 aprile &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La Resistenza al di là delle celebrazioni (1970)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Nov 2025 06:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
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		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Oretta Bongarzoni</strong><br />
Per i giovani la Resistenza non solo continua, ma rinasce. Dicono: «I problemi sono ancora tutti in piedi, quindi non c'è che da andare avanti»]]></description>
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<figure class="wp-block-image alignfull size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-102873" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-696x391.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/25-aprile-20230-e1761305131885.jpg 1081w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>di <strong>Oretta Bongarzoni</strong></p>



<p class="has-text-align-right"><em>Paese Sera, 25 aprile 1970</em></p>



<p><em>Per i giovani la Resistenza non solo continua, ma rinasce. Dicono: «I problemi sono ancora tutti in piedi, quindi non c&#8217;è che da andare avanti».</em></p>



<p>ESISTE la Resistenza? Oppure è soltanto esistita? Intendiamo chiedere: venticinque anni di vita, dalla primavera del &#8217;45 a quella del &#8217;70, sono il lungo ponte lanciato fra la vecchia vittoria e le lotte che si rinnovano, o somigliano a una<strong> balaustra massiccia e separatrice</strong>, da cui ci si affaccia a guardare il passato? Più di novemila giorni vissuti scavalcando la velocità del suono, della luce e del pensiero, insieme con i razzi e le missioni siderali, ci hanno trasformato in creature troppo vecchie o troppo giovani e insofferenti per avere voglia di voltarsi indietro, verso la strada alle spalle? La Resistenza è l&#8217;ultimo capitolo del «programma storia moderna» che comincia con una guerra durata anni e combattuta da processioni di cavalieri con la spada: o il prologo necessario di un&#8217;età nuova?</p>



<h3>Raccontata in gran fretta</h3>



<p>Nei <strong>libri di scuola</strong>, i diciannove mesi della guerra partigiana vengono di solito raccontati in gran fretta: poche righe «obbiettive» su una <strong>guerra civile</strong> tristissima nella quale il fratello versò il sangue del fratello, rovinando così una bella pagina di lotta contro lo straniero invasore. E questa sarebbe già una risposta, dal momento che veli pietosi e bugiardi si stendono sempre sugli oggetti che bruciano. Però esiste anche il fenomeno della retrodatazione millenaria. È significativo che oggi l&#8217;uomo preistorico susciti maggiore interesse di quello storico: dai trattati intelligenti e pignoli degli antropologi, agli allegri «antenati» dei fumetti che fanno ciao ciao ai missili e vanno in gita alla base spaziale. Si direbbe che il conterraneo dell&#8217;astronauta cerchi un messaggio diretto proveniente dalle caverne: come se si fosse svegliato all&#8217;improvviso, nudo e crudo, nell&#8217;anno zero. <strong>E la storia? </strong>Spazzata via dalla scienza totalitaria. Anche questa potrebbe essere una risposta: se non fosse equivoca e pericolosa come tutte le asserzioni che tagliano corto, spazzano via e magari trasformano questo 25 aprile in una celebrazione infiocchettata, cerimoniosa, piena di aggettivi e segnata in rosso sul calendario. Del resto in ogni celebrazione c&#8217;è il desiderio di annientare l&#8217;oggetto celebrato, fingendo di esaltarlo.</p>



<h3>Una battaglia quotidiana</h3>



<p>«E poi di quale celebrazione andiamo parlando?» esclama <strong>un giovane sindacalista della CISL, che si chiama Paolo Paramucchi</strong>. «La Resistenza non è mica finita; e non finirà finché le sue ragioni ideali saranno tenute in così poco conto. Si tirano fuori le parole libertà, giustizia, democrazia, rispetto della dignità umana (parole a cui gli uomini che vissero davvero la Resistenza davano un preciso significato). La libertà non è completa se non esiste ancora la libertà dal bisogno, dall&#8217;alienazione, se nelle fabbriche la libertà continua ad essere un obiettivo. La giustizia non si è realizzata se per vivere centinaia di migliaia di uomini emigrano o sono costretti a condizioni di lavoro disumane e con salari di fame. La democrazia rischia di essere un inganno amaro quando le occasioni di partecipare alle scelte politiche sono così rare e si devono appaltare le decisioni ai pochi che nelle segreterie dei partiti le gestiscono». </p>



<p>«E intanto c&#8217;è chi finge di credere che <strong>Agnelli e l&#8217;ultimo operaio della Fiat</strong> contano allo stesso modo perché danno un voto a testa. In Italia si rispetta la dignità umana tollerando le condizioni di vita di migliaia di famiglie nelle baracche, alla periferia delle grandi città; si rispetta la dignità umana e si consente lo sfruttamento nelle fabbriche e una sopravvivenza spaventosa in tante campagne. Guardiamo al di là dei nostri confini: dove c&#8217;è una parvenza di libertà, manca la giustizia; dove si persegue la giustizia, la libertà è un bene dimenticato. Guerre, bombardamenti, torture sono il tragico contorno di tutto questo, e spesso – cosa gravissima – c&#8217;è il tacito assenso dell&#8217;Italia ufficiale».</p>



<h3>Rivoluzionari e scandinavi</h3>



<p>Cinque anni fa, l&#8217;argomento Resistenza avrebbe diviso i giovani in due schiere: da una parte, un&#8217;indifferenza tecnica galleggiante in un sogno di benessere scandinavo; dall&#8217;altra, un&#8217;impazienza «rivoluzionaria» pronta a gettare pietre sulle cose vecchie e ansiosa di inventare le barricate «vere». Qualunquismo da miracolo economico ed esplosione generosa ma sterile erano — ciascuno a suo modo — la radice quadrata di un costume e di una mentalità cosmopolita antichi quanto l&#8217;impero romano e «benedetti» a suo tempo dalla chiesa cattolica, romana e universale. Cinque anni fa, la Resistenza era per i giovani la presa della Bastiglia, la battaglia di San Martino, il viva l&#8217;Italia di Giuseppe Verdi. Oggi è un fatto ovvio. Continua. Rinasce attraverso la rabbia organizzata degli operai che si sanno forti, attraverso i cortei degli studenti e le nevrosi sbigottite dei piccoli borghesi che forse non sono più capaci di giuocare con l&#8217;automobile giallo-banana o con i servizietti di plastica per andare a mangiare felici sull&#8217;erba.</p>



<h3>Sempre attuale</h3>



<p><strong>«Che cosa è per te il 25 aprile?» I giovani reagiscono con stupore, fastidio, imbarazzo</strong>. «Perché lo chiamano anniversario della liberazione?» chiede Roberto Brancaccio, V anno all&#8217;Istituto tecnico «Enrico Fermi». «Non fu soprattutto una rivoluzione? E allora bisogna avere il coraggio di dirlo, altrimenti è come non averla fatta. Liberazione dallo straniero: certo, così ognuno può gonfiarsi di orgoglio patriottico e la Resistenza diventa qualcosa di simile alla conquista di Trento e Trieste: qualcosa da impacchettare e da applaudire a distanza. Molto comodo ma sbagliato».</p>



<p>«E allora, cosa bisogna fare?».</p>



<p>«Bisogna continuarla, quella rivoluzione. I problemi di allora sono stati risolti? No, sono ancora tutti in piedi; quindi non c&#8217;è che da andare avanti. E invece nel &#8217;45 calò il sipario addirittura».</p>



<p>«Non poteva non calare – afferma <strong>Raoul Mordenti</strong>, che fa parte del movimento studentesco universitario e che non ha troppa voglia di rilasciare dichiarazioni («il movimento è in una fase delicata, forse non è opportuno esporsi, noi stiamo lottando per raggiungere un equilibrio interno&#8230;») – Non poteva non calare perché ci furono gli accordi di Yalta, le basi americane in tutta Italia e delle forze popolari ancora esigue». Sorride, con uno sguardo trasparente e spavaldamente mansueto: per lui oggi non scade un bel nulla perché tutto deve ancora scadere.</p>



<p>Mauro Casotti fa il V anno di ingegneria e allarga le braccia: «La velocità ultrasonica, i razzi interplanetari, gli anni che sono secoli? Sarà anche vero, ma accanto a questo <strong>esibizionismo fantascientifico</strong> ci sono anche guerre &#8220;artigiane&#8221; e terribili come quella combattuta dai vietnamiti. Lo so, lo so, è un luogo comune ormai ma io continuo a ripeterlo. I modelli della Resistenza si rinnovano ancora oggi, dal Vietnam al Guatemala; e quindi esistono, fanno parte della storia come l&#8217;avventura della Luna. Anzi di più, perché quelli costano sangue e questa solo miliardi di dollari. E voglio dire anche che la corsa allo spazio, se non ci fossero sulla terra i partigiani vietnamiti e i guerriglieri dell&#8217;America Latina, sarebbe solo uno scandalo ignobile. Così, invece, è una speranza per quelli che verranno dopo; per coloro che, come dice Brecht, dovranno pensare a noi con gentilezza».</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1001" height="1024" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-1001x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-116762" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-1001x1024.jpeg 1001w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-293x300.jpeg 293w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-768x786.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-150x153.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-300x307.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-696x712.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-1068x1093.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-411x420.jpeg 411w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2-356x364.jpeg 356w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/0-2.jpeg 1474w" sizes="(max-width: 1001px) 100vw, 1001px" /></figure>



<h3>Suor Antonia Maria</h3>



<p>«<strong>Lei pensa che il mondo sia gentile?</strong>», domandiamo a Suor Antonia Maria, 25 anni, infermiera in una clinica di Monte Mario, due occhi lucidi e chiari come castagne e molta paura che il nostro colloquio venga scoperto da una madre superiora dolce e vendicativa.</p>



<p>«Il mondo gentile? Oh no, è terribile, più terribile delle grandi calamità della Bibbia.<br />«Per questo è diventata suora e crede nell&#8217;aldilà?».<br />«Io sono diventata suora anche perché ero povera. E credo in Dio. Ma faccio l&#8217;infermiera per aiutare gli altri».<br />«Sa che cos&#8217;è il 25 aprile?».<br />«È la festa della Liberazione. È una bella festa, io sono d&#8217;accordo».<br />«È d&#8217;accordo perché fu la fine della guerra?».<br />«Gli italiani hanno fatto bene a combattere contro i tedeschi e contro i fascisti. Io&#8230; avrei voluto esserci».<br />«E avrebbe sparato?».</p>



<p>Arrossisce e ha un&#8217;aria spaventata: «Non lo so se avrei sparato. Ma avrei voluto esserci».</p>



<p>«Quelli della guerra e della Resistenza le sembrano fatti lontani, passati, o attuali e vivi ancora oggi?».<br />«A pensarci sembrano cose lontanissime, ma poi se ci si guarda intorno si vede che la gente muore e soffre come sempre. E allora si capisce che il mondo è ancora allo stesso punto, nonostante tutto, e si vorrebbe fare di più. Ma per favore non mi chieda altro, io debbo andare via». E scappa, bianca e grassottella, per il corridoio di linoleum verde sorvegliato da una madonna che tiene in mano una lampadina accesa.</p>



<h3>Un salto compiuto</h3>



<p>Per ultimo, incontriamo <strong>un giovane netturbino</strong> che si chiama Sergio Ferrante ed è iscritto al partito comunista. «<strong>Il 25 aprile non è la fine della Resistenza ma la fine della lotta armata</strong>. Dopo, è continuata e continua ancora, nonostante quelli che allora hanno combattuto e che oggi sono d&#8217;accordo con la Nato. Da dove nascerebbero, se non da quella spinta, le rivendicazioni degli operai, degli studenti, di tutti coloro che non sono d&#8217;accordo? Noi le vediamo le grandi masse che si muovono e crescono e parlano. Chiedono sempre di più e ottengono sempre di più. Esplodono oggi ma sono lì, pronte, da più di vent&#8217;anni. E lo sanno tutti, a cominciare dai partiti conservatori: tant&#8217;è vero che dal &#8217;45 ad oggi, hanno tentato più di una volta i colpi di mano, dai tempi di Scelba, al Sifar, alla repressione organizzata in questi ultimi tempi».</p>



<h3>L&#8217;odio per la memoria enfatica</h3>



<p>Parla con calma, pazienza, durezza, per quasi un&#8217;ora. E il 25 aprile è dimenticato, perché non si può parlare di un ricordo quando si ha a che fare con la realtà. È la migliore conferma di un salto compiuto. È l&#8217;odio per la memoria enfatica. È la <strong>diffidenza</strong> verso coloro che dalle poltrone ufficiali allargano le braccia e dicono: «Ecco qua, ragazzi, sappiate che tanti anni fa siamo stati bravi anche noi». I giovani dell&#8217;Italia del &#8217;70, dinanzi a questi discorsi, socchiudono gli occhi e neppure si irritano più. Hanno lo sguardo adulto e le bocche infantili. Vestono male, dormono poco, non sanno tradurre il greco, perdono tempo. Ma corrono per le strade tutti insieme cantando «viva la libertà» e imparando che la libertà non è una parola meravigliosa, ma è il gesto di una dura disciplina. </p>



<p>Sono «ammalati» di politica ma non si tratta solo di una moda, dal momento che hanno il coraggio, in nome della politica, di usare un linguaggio troppo noioso. <strong>Corrono verso la politica</strong> perché debbono capire e sanno finalmente che non vi sono altre strade. Sanno — come disse <strong>Giaime Pintor</strong> che morì partigiano a poco più di vent&#8217;anni e che quindi è loro coetaneo — che «non ci sono individui insostituibili e perdite irreparabili. Un uomo vivo trova sempre ragioni sufficienti di gioia negli altri uomini vivi, e tu che sei giovane e vitale hai il compito di lasciare che i morti seppelliscano i morti». Perciò lasciano ad altri il compito di «celebrare» il 25 aprile.</p>



<p class="has-text-align-center has-larger-font-size">***</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2>Nota</h2>



<p>Ecco un articolo su <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/25-aprile/">25 aprile</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/resistenza/">Resistenza</a> che arriva da un altro tempo. Quando parlare di guerra civile era ancora politicamente, e storiograficamente, un gesto reazionario. In piena esplosione di eventi planetari o locali che oggi sembrano ancora più lontani della stessa Resistenza: la conquista dello spazio, il Vietnam, il movimento studentesco e operaio dopo il &#8217;68, l&#8217;esistenza di un partito comunista italiano. È un piccolo documento storico, un&#8217;inchiesta pubblicata da Oretta Bongarzoni, una giornalista, nel 1970 su <em>Paese Sera</em>, quotidiano popolare italiano &#8220;fiancheggiatore&#8221; del Pci. Ha le sue suggestioni, in quest&#8217;anno, il 2025, altrettanto celebrativo del 25 aprile, sul quale anche su <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/staffetta-partigiana/">Nazione Indiana abbiamo ampiamente lavorato</a>. Ha qualcosa, molto o poco, da dirci. Ognuno si faccia la sua idea. Parla persino una suora (idea geniale). Parla un coro neanche troppo sommesso di insoddisfazioni di classe e generazione, e critica dell&#8217;esistente, dell&#8217;eredità, della celebrazione sterile. Allora come oggi la più importante festa laica italiana divideva le menti dei più lucidi tra fierezza e frustrazione. </p>



<p><a rel="noreferrer noopener" href="https://davideorecchio.it/tag/oretta-bongarzoni/" target="_blank">Quella giornalista, l&#8217;autrice</a>, prima o poi dovevo dirlo, era mia madre. Pubblico questo suo articolo in una settimana sempre complessa per me che si apre col giorno della sua nascita (oggi, 3 novembre 1939) e si chiude col giorno della sua morte (9 novembre 1995). Sono quindi trent&#8217;anni esatti dalla morte di mia madre e qualcosa dovevo fare per ricordarla &#8220;pubblicamente&#8221;. Approfitto (spero, senza avere esagerato) della libertà di espressione e pubblicazione che mi consente <em>Nazione Indiana</em>, rivista alla quale ho la fortuna di appartenere. <em>Addiopiacendo</em> tra un paio di mesi compirò gli anni che aveva mia madre quando morì, e inizierò a superare la sua ultima età. Non ha visto quasi nulla della mia vita e io non ho potuto accompagnare il prosieguo della sua. Avrei voluto vedere mia madre divertirsi molto più a lungo. Fu giornalista negli anni &#8217;60-&#8217;80, in un ambiente professionale e in un tempo storico di dominio maschile. Faceva i turni di notte al giornale e una mia maestra la convocò pensando che fosse una prostituta. Per dire dei tempi. Era invece redattrice, breadwinner, capofamiglia. Oggi voglio ricordarla col rispetto che merita. E chi passa di qui, se vuole, lo faccia insieme a me (<strong>d.o.</strong>).</p>
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		<title>Sotto la terra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/04/25/sotto-la-terra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Apr 2025 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STAFFETTA PARTIGIANA]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia De Angelis]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>[<em>Il racconto vincitore del concorso</em>]</strong><br /><br /> di <strong>Claudia De Angelis</strong><br />
Da bambina Lucia viveva in città, è andata a scuola e ricorda. La maestra diceva che nelle grotte vivono: orsi, ragni, spurtiglioni, grilli e vermi pelosi, talvolta i lupi ci riposano le ossa]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image alignfull size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="873" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/sotto-la-terra-de-angelis-1024x873.jpg" alt="" class="wp-image-113008" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/sotto-la-terra-de-angelis-1024x873.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/sotto-la-terra-de-angelis-300x256.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/sotto-la-terra-de-angelis-768x655.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/sotto-la-terra-de-angelis-150x128.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/sotto-la-terra-de-angelis-696x593.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/sotto-la-terra-de-angelis-1068x910.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/sotto-la-terra-de-angelis-493x420.jpg 493w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/sotto-la-terra-de-angelis.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Illustrazione dell&#8217;autrice</figcaption></figure>



<p class="has-regular-font-size">di&nbsp;<strong>Claudia De Angelis</strong></p>



<h4>Racconto vincitore del concorso <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA</a>, promosso da <em>Nazione Indiana </em>per celebrare l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.</h4>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><em>San Pietro Infine, lungo la linea Gustav, inverno 1943</em><br />Da bambina Lucia viveva in città, è andata a scuola e ricorda. La maestra diceva che nelle grotte vivono: orsi, ragni, spurtiglioni, grilli e vermi pelosi, talvolta i lupi ci riposano le ossa. Ma a quel bestiario ingiallito dagli anni va aggiunta una pagina, accanto alla sezione di un coleottero ecco strisciare le incisioni tremule di un’acquaforte, ritraggono una schiera di volti tetri e sfiniti, una righina striminzita racconta: nelle grotte ora vivono anche gli abitanti di San Pietro Infine. E poi tutte le cose che vive non sono ma pare: il buio, l’umido, la polvere, la brina, gli spifferi, certi fiati della terra profonda che li senti pure col naso turato. E Lucia.</p>



<p>Non c’è da farsi ingannare dai piccoli respiri che le tremano in petto, dal tamburo del cuore, dagli occhi sgranati e fondi che schizzano a ogni cambio di luce, non badate al bambino che le si attacca al seno e cresce. Lucia appare donna viva ma è un guscio, un contorno. Se il freddo e le circostanze concedessero ai paesani di potersi spogliare e lavare, in mezzo alle scapole nude di Lucia tutti vedrebbero pelle nera stracciata, il foro di un proiettile tedesco paro paro a quello che ha ammazzato Adelchi suo, oramai due mesi che sembrano duecent’anni fa.</p>



<p>Era uscito di casa dicendo: mi mandano a lavorare in Germania. In Germania ma dove? E quando torni? Statti tranquilla, amore mio. Insieme a lui altri sette paesani, il più piccolo di neanche quindici anni. Non ci sta da avere paura. La Germania è una fossa comune al limitare del castagneto. Morti col sole in faccia, con la testa alta, ma morti sparati.</p>



<p>Quel giorno Lucia è morta pure lei, o almeno così le pare. Il venerdì dopo, dalla finestra della cucina guardava sfilare le vedove e i vecchi e le figlie di San Pietro Infine. Abbandonavano il paese e lei con le pupille opache a dare la tetta al bambino, sarebbe rimasta là, una statua, una morta travestita da viva, e invece Antonietta &#8211; cugina di Adelchi, madre di due femmine appena donne, che nascondeva in soffitta a ogni visita del&nbsp;<em><u>leutnant</u></em>&nbsp;&#8211; l’ha tirata via per le orecchie.</p>



<p>Con un fagotto di cibo e coperte, col bambino al collo, Lucia si è messa in coda alla processione. Oggi non ha ricordi della camminata. Un minuto prima era al tavolo della cucina, quel tavolo che per quanto Adelchi suo cercasse di pareggiarlo era sempre sbilenco; un minuto dopo eccola davanti alle fauci della montagna che sola poteva salvarli. Il suo primo pensiero, il primo di numero in questa sua morte-che-pare-vita, era stato che sicuramente l’avrebbero rimandata indietro. Dieci anni in paese e ancora mi chiamano forestiera, pensava la viva già morta, si terranno il cibo e il bambino che ha il sangue loro e io torno a valle, se la montagna ha pietà di me scivolo e mi spacco la testa su un sasso e sennò starò in mano ai crucchi, va bene, tanto viva non sono, tenetevi il pane e pure il bambino che io devo compiere questa mia fine, non caccerò un fiato, giurosuddio, ma la fotografia di Adelchi mio, solo questa mi resta, solo questa lasciatemela, sul mio corpo il suo viso, come dev’essere.</p>



<p>E invece Antonietta ancora la piglia per il braccio e la tira sotto la terra e la fa sedere in fondo in fondo, appresso alle galline, dove il bambino può stare più riparato. La morta Lucia si accuccia, zitta, buona, forestiera ma madre di un paesano che ha bisogno di lei, e quindi: che viva. Fai latte, bella, non pensare a nient’altro, fai latte. Lucia ingoia grida e pianto, il latte viene come la neve, dapprima leggero e poi tutto insieme. I paesani le mettono in mano i pezzi di formaggio con meno crosta e le fette di pane più spesse. Lo sanno tutti che a quelli di Ponte li hanno trovati perché una piccolina piangeva di fame. Fai latte, bella, vedi che sei brava.</p>



<p>Il bambino ha un nome che Lucia non ricorda. A tre giorni di vita l’hanno portato dal prete, Adelchi suo, un gigante radioso come il sole, sorreggeva la moglie e il figlio insieme, e davanti a Dio al bambino hanno dato un nome che però sotto la terra non li ha seguiti, impaurito dal buio. Il bambino ha un nome che sua madre respinge, non serve, Lucia il bambino lo conosce solo attraverso il dolore e tanto le basta: e la gravidanza che rimpasta le interiora e poi le doglie e il parto e il corpo che si strappa, e poi quando va a riallacciarsi non ricorda più com’era prima, com’è stato per ventun anni, e deve inventare nodi e bottoni e asole nuove, e ogni cosa tira, e proprio quando ti sei abituata ecco le ragadi ai seni perché il bambino poppa in continuazione. No, non servono nomi. L’unico che importa è diventato inutile, lo chiami e nessuno risponde. Lucia comunque lo accarezza a ogni battito d’occhi, Adelchi mio tu non mi dovevi lasciare, no, sarò forte, tanto presto ti raggiungiamo tutti.</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p>Sotto la terra si rivela l’esistenza di un tempo che è vuoto. Le giornate, derubate di bestie campi castagneti biancheria pavimenti stoviglie ramazze e pialle e segatura e mattoni, trascorrono lunghe e pigre con le orecchie appizzate a sentire se dal bosco risale qualcuno. Sotto la terra, a parte il freddo e l’umidità e la paura di essere trovati e ammazzati come bestie non c’è altro che tempo, una melma fredda di minuti e ore e giorni che s’incrosta sotto le unghie: tempo, tempo, tempo da far passare pensando ai morti, seminati nei campi intorno al paese; ai vivi, lontani giù a valle o in città, chissà se c’è ancora una città. Tempo da pregare che la primavera ritorni, o la pace: sogni lontani entrambe, parole proibite, si gonfia la lingua di chi prova a sospirarle.</p>



<p>La grotta è paese in miniatura. I vecchi si giocano ciottoli a carte e accendono il fuoco litigando sul dove e quando e come cacciare il fumo di fuori. Le vedove amministrano il cibo: non saranno i soldati ad ammazzarle e non sarà nemmeno la fame. Le vedove ricordano la guerra. Vegliano il pane come il santo sepolcro, quel che indurisce lo ammollano nell’acqua piovana assieme ai ceci e ai piselli dell’anno scorso; razionano il formaggio, quel poco di salsiccia è divisa equamente fra tutti (tranne Lucia, a Lucia un dito intero); la vedova Giordani, che da ragazza era sarta, ha salvato da casa due ferri e qualche gomitolo e tra le sue dita svelte si allunga un corredo per il bambino. Le ragazze guardano di fuori e sospirano la libertà. L’angoscia del presente annega nel ricordo amaro di una promessa strappata alla festa della vendemmia. E allora sono le ragazze ad avventurarsi fuori dalla grotta, sotto la luna raccolgono la pietà del bosco: bracciate di legna, grossi sassi che tengono il caldo, castagne da succhiare con pazienza, e una sera fortunata i due conigli del prete, già mezzi morti di paura per i bombardamenti.</p>



<p>Sotto la terra, ognuno ha il suo ruolo. Lucia sta seduta e fa latte.</p>



<p>La seconda figlia di Antonietta ha preso a incidere croci sulla roccia, una per ogni tramonto: prima due, poi sono sette, poi undici, poi s’incrociano gli occhi sopra il fuoco minuscolo che solo di giorno trovano il coraggio di accendere e d’improvviso le croci sono già venti, non è possibile, qualcuno ha fatto lo spiritoso e le ha aggiunte mentre non si guardava. Le croci saltellano danzano si scambiano di posto scappano tornano il doppio. Forse è Natale e forse non è passato neanche Ognissanti.</p>



<p>Quel calendario bugiardo e meschino, la morta Lucia non ha bisogno di guardarlo. Che il tempo passa glielo dice il bambino. Quando sono arrivati alla grotta a malapena apriva gli occhi e invece adesso dopo ogni poppata il suo viso sporco di polvere e terra si allarga in un sorriso tutto gengive e adorazione. Apre e chiude le manine sul seno di Lucia, abbozza carezze goffe, scalcia contro le fasce che lo avvolgono tutto. Quando azzardano qualche passo di fuori, sul terreno che gracchia sotto i piedi, il bambino è curioso di ogni suono, come un fiore rivolge la testolina soffice verso il sole. Ridacchia piano, contento. Strofina il nasino sul collo di Lucia. Se il castagneto d’improvviso trema per l’eco dei mortai, se di notte lampeggiano fuochi a valle, il bambino non se ne cura. La più piccola carezza invece lo fa fremere tutto, un bacio leggerissimo sulla fronte e lui sgrana gli occhi emozionato, il suo mondo sta tutto là dentro. Rimbomba la guerra? Che importa. Sotto la terra il bambino sospira soddisfatto tra le braccia della mamma.</p>



<p>La morta Lucia lo guarda e le pare di sentire un sussulto lontanissimo in petto.</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p>Schiara mattina. Il bambino mangia con gli occhi chiusi, le manine lente, il corpo sciolto nell’abbraccio della madre un ritratto di pace. Lucia, seduta, lo guarda. I paesani si strappano dal sonno con forza. È caldo, nei sogni, e nella grotta c’è freddo.</p>



<p>Un rumore dal bosco. Piedi che strusciano sulla brina gelata. Sotto la terra un silenzio che fa più paura della morte imminente.</p>



<p>I paesani si appiattiscono contro le rocce, chi sarà il primo a crepare? I cuori martellano, il bambino è infastidito dai tonfi dissonanti. Lucia lo stringe più forte e guarda l’imboccatura della grotta. Il cielo bianco, carico di neve, la acceca. Si aspettano tutti la fine e invece si affaccia una ragazzina con la faccia di topo. Dodici anni. Le mancano i canini di sopra, i capelli biondi sono impastati di fango. Dice: Erminia, e poi non dice più niente.</p>



<p>Le danno acqua e pane e due uova. Antonietta la riconosce, è la figlia del fornaio di Galluccio. No, la vedova Giordani ricorda perfettamente che il fornaio di Galluccio ha fatto solo maschi, questa appartiene ai casari di Sessa. Erminia non dice, nemmeno le guarda. Si siede troppo vicina al fuoco e attraverso le fiamme fissa il bambino. Antonietta vigila preoccupata da quegli occhi di vetro a suo dire cattivi, ma Lucia si sente tranquilla. Il suo lutto riconosce il lutto di Erminia. Hanno in petto lo stesso squarcio.</p>



<p>Quella notte, Lucia le fa cenno di avvicinarsi. Il bambino dorme attorcigliato nella culla delle sue gambe incrociate, sulle sue caviglie c’è posto per la testa di Erminia.</p>



<p class="has-text-align-center">*&nbsp;</p>



<p>Il bambino pasce come un re. Erminia ha deposto la gelosia e si è eletta sua custode. Ogni giorno, di fuori la guerra avanza e invece la morte di Lucia arretra. Il bambino grugnisce, stringe i piccoli pugni, e Lucia sa che bisogna rigirarlo sull’altro fianco o fargli il solletico sotto al mento ciccioso. Lui deliziato si afferra i piedini, schiocca le labbra, guarda stralunato Erminia che gli fa le boccacce.</p>



<p>Una sera, il bambino si irrigidisce tutto, sbarra gli occhi in faccia alla mamma, mulina le braccia, caccia un rutto così forte che la grotta gli fa eco. Silenzio. Erminia si copre la bocca ma la sua risata la intuiscono tutti, e tutti contagia, non si rideva così dall’estate.</p>



<p>Lucia riesce a fare solo un sorriso annacquato. Sta covando la febbre.</p>



<p>Per tre giorni e tre notti si contorce sul pavimento della grotta, fradicia di sudore, trema eppure avvampa e rigira gli occhi nel cranio. Il mondo è tutto fatto di mani: mani che afferrano le sue freddissime, mani che le buttano addosso coperte, mani che toccano la fronte e le guance, mani che portano acqua, che portano Dio, che portano odore di terra, mani che le mettono al seno il bambino e mani che lo staccano quando lei lo vorrebbe a sé, il suo amore piccolo.</p>



<p>Si squarcia il tempo. Il suo corpo inarcato in una pozza di sudore resta indietro. Lucia vede la montagna dall’alto, un tappeto di bombe precipita sul paese ma prima che tocchino terra tramutano in castagne, piovono sul tetto di lamiera della veranda di casa e Adelchi sussulta e poi ride, promette per la centesima volta che darà una sistemata a quell’albero. Lucia sbircia da una fessura tra le tendine a fiori della cucina: la stanza è illuminata d’oro, come la grotta del presepe che faceva da bambina. Lei ha il pancione e monda i fagiolini e Adelchi suo la trascina in una piroetta che diventa un abbraccio che diventa in bacio e Lucia distoglie lo sguardo, lo volge in su. Dalla strada che dal paese porta in montagna vede scendere il bambino ormai ragazzo, su una bicicletta verde sgangherata alza i piedi dai pedali e caracolla in discesa con la stessa risata del padre. Quindi rimarremo in paese, pensa Lucia, e per la prima volta il pensiero non la riempie d’angoscia.</p>



<p>È il futuro che le si srotola davanti agli occhi, oppure un sogno? Lucia segue il bambino-ragazzo, la piazza del paese si gonfia, i palazzi si allungano, il lastricato diventa asfalto, spuntano macchine da tutte le parti: la città è tutta un movimento, tutta un rumore, se pure la guerra è passata su queste strade l’hanno cancellata a secchiate di calce. Il bambino-ragazzo ha dei libri sotto il braccio, frequenta il liceo. Quando ride getta indietro la testa e sul collo si vede uno sbaffo nero: la polvere, la terra della grotta di cui preghiamo che non abbia ricordo. Lucia allunga un dito umido di saliva per pulirlo ma la sua mano attraversa il bambino-ragazzo che è fatto di luce.</p>



<p>Adelchi la chiama. Quanto sei bella, dice, e Lucia gli corre incontro. Portami via, non ho già fatto abbastanza?</p>



<p>Due mani le prendono il viso, non sono di Adelchi, non saranno mai più le mani di Adelchi. La febbre recede (e anche i tedeschi). Lucia abbandona il passato e il futuro e torna al suo corpo: una virgola attorno al bambino. Sente in bocca il sapore ferroso del vinaccio della sagrestia. Antonietta le strizza l’occhio velato di lacrime.</p>



<p>Ci hai fatto morire di paura, dice, e Lucia le stringe forte la mano. Erminia dove sta? I paesani s’adombrano. Dice che a Mignano il farmacista c’è ancora. Erminia è scappata da due giorni e non torna. Hanno sentito sparare. Lucia tace per un momento, poi è travolta da una speranza tiepida che di certo appartiene al bambino. Embé, e quando mai non si sente sparare? Antonietta si asciuga le lacrime.</p>



<p>Un rumore dal bosco. Piedi che strusciano sulla brina gelata.</p>



<p>Stavolta sono tanti, ecco: ci hanno trovati.</p>



<p>Prima che Lucia abbia il tempo di avere davvero paura, Erminia da fuori urla di uscire, sono arrivati i mmericani, c&#8217;è pane e cioccolata e medicine e salvezza e libertà. Le vedove non si fidano, i vecchi neppure, ma Lucia di Erminia sì, e allora esce.</p>



<p>Strizza gli occhi contro la sberla del sole. Il bambino ride eccitato dall’improvviso tepore. Erminia si butta ad abbracciarle le gambe, Lucia le carezza la testa.</p>



<p>Nessuno le spara, anche se qualche fucile sobbalza. Paiono mostri, le creature affamate e diffidenti che emergono dalla grotta, e invece sono i paesani. Cadaveri vivi, le facce smunte nere di sporco, i corpi ammaccati e ricurvi, i polmoni carichi di catarro, i muscoli accartocciati, i capelli e le barbe nidi di rondini, Antonietta con una gallina sottobraccio.</p>



<p>I mmericani si guardano, incerti davanti a tanta miseria. Il primo che s’avvicina è l&#8217;unico senza divisa e senz’armi, imbraccia una macchina fotografica dalla forma strana, che emette un fruscio continuo di torrente in piena. L’imbarazzo è rotto. Pane e cioccolata passano di mano in mano, i soldati annunciano che il fascismo è finito andato kaputt, ma i paesani vogliono sapere di questo cugino e di quella zia, e casa mia ha resistito sotto le bombe? Bada che l’ha costruita mio nonno. E mica hanno bruciato i castagni?</p>



<p>Il soldato che non è un soldato si avvicina a Lucia, inquadra il bambino. Bello piccolo, dice, come lo chiamo?</p>



<p>Lucia guarda a valle. Il paese è polvere, la sua casa calcinacci. Si vede varcarne la soglia sventrata, scalciare cocci, vetri, i pezzi dello specchio della bisnonna &#8211; sette anni di sventura, siamo pronti? &#8211; i rimasugli dell’infanzia di suo marito e della loro vita insieme fanno un mucchietto triste sotto il lavandino sbeccato. In mezzo a quei resti riarsi, sopra la cenere, Lucia accenna un passo di danza e restituisce al bambino il suo nome.</p>



<p class="has-regular-font-size"><em>Nota cinefila</em><br />La vicenda di San Pietro Infine è protagonista del documentario “The Battle of San Pietro” girato dal regista John Huston, al seguito degli Alleati.</p>



<div style="height:60px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-regular-font-size"><strong>Claudia De Angelis</strong> (1992) <em>è nata e cresciuta a Caserta. Vive a Roma, dove lavora come traduttrice e autrice per il cinema e la televisione. Ha vinto il Premio Solinas ed è stata selezionata a Biennale College Cinema</em>.</p>



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			</item>
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		<title>Nelle retrovie</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/04/24/nelle-retrovie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Apr 2025 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STAFFETTA PARTIGIANA]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Farata]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Linda Farata</strong><br />
Provai gioia il giorno in cui babbo venne a dirci che saremmo potute andare a prendere Elvio con lui. Non seppi cogliere la gravità, l’eccezionalità di quel permesso]]></description>
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<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/farata-1024x891.jpeg" alt="" class="wp-image-112681" width="768" height="668" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/farata-1024x891.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/farata-300x261.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/farata-768x668.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/farata-1536x1336.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/farata-150x130.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/farata-696x605.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/farata-1068x929.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/farata-483x420.jpeg 483w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/farata.jpeg 1683w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></div>



<p class="has-regular-font-size">di<strong> Linda Farata</strong></p>



<h4>Racconto selezionato per la pubblicazione nell’ambito del concorso&nbsp;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA</a>, promosso da&nbsp;<em>Nazione Indiana&nbsp;</em>per celebrare l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.</h4>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Provai gioia il giorno in cui babbo venne a dirci che saremmo potute andare a prendere Elvio con lui. Non seppi cogliere la gravità, l’eccezionalità di quel permesso. Da che eravamo sfollate a Molleone, non facevamo altro che impastare crescia e rammendare la poca biancheria che eravamo riuscite a portarci dietro. Babbo e Peppina una volta avevano provato a tornare nella casa vuota per recuperare la biancheria di mamma, ma si erano ritrovati nel mezzo di un cannoneggiamento.&nbsp;<em>Oh Dio son morto</em>,&nbsp;<em>oh Dio son morto</em>, gridava correndo un partigiano, prima di trovare riparo dietro a un pagliaio – così mi aveva raccontato Peppina, che correva per la cucina con le mani in aria gridando&nbsp;<em>Oh Dio son morto</em>, e io ridevo fino a cadere dalla sedia.&nbsp;<br /></p>



<p>Da quella volta, babbo non ci aveva più lasciate andare. Si aspettava che proseguissimo con gli studi, ma la noia, la tristezza. Leggevamo dei libri, ogni tanto – sempre gli stessi. Lui rientrava impolverato dopo lunghe giornate di transito: dai campi al mercato, dalla caserma al convento. Ci chiedeva se avessimo studiato, e noi rispondevamo di sì. Poi gli servivamo la cena e si chiudeva al piano di sopra, nella stanza che aveva adibito a studio. Parlava poco da quando era stato rilasciato, e preferiva il tabacco al cibo. Non si portava più dietro disertori, partigiani ed ebrei: il regime l’aveva visto e non lo lasciava andare più. Per questo sul Monte Petrano dovemmo andarci a piedi, nonostante fossero quasi tre ore di cammino. Zio Imbriano ci aveva dato appuntamento sul versante sud, all’altezza del fienile dei pastori. Era il quattro di maggio e splendeva il sole: le foglie nuove, il pietrisco bianco, la massa bluastra del Monte Petrano che ci guidava all’orizzonte. Sembrava un’avventura all’inizio, una gita all’aria aperta, ma fu solo quando li incontrammo che iniziai a intuire quel che stava accadendo.</p>



<p>Sulla strada del ritorno parlammo a malapena. Io e Peppina ogni tanto ci guardavamo, poi guardavamo Elvio: camminava a testa bassa, tirando calci ai sassi. Rientrammo al casale di Molleone che era già pomeriggio inoltrato. Babbo si chiuse nello studio, mentre noi andammo in cucina ad accendere il camino. Qualcuno aveva cambiato l’acqua ai fagioli; forse la nonna, anche se dalla notte dell’acquazzone si alzava a malapena dal letto. <br />«Stasera facciamo pasta e fagioli» disse Peppina, e io sapevo che era un regalo per Elvio – la farina per i maltagliati era razionata, e anche i legumi iniziavano a scarseggiare – ma lui non reagì. Era andato a sedersi al tavolo e si teneva la testa con una mano.<br />«Così poi ci teniamo caldi a suon di scoregge» provò ancora Peppina, e questa volta lui accennò un sorriso. <br />«Ora vivete qui?» chiese, guardandosi attorno. La cucina grande e fredda, con le pareti annerite dal fumo.<br />«Solo finché non finisce la guerra» risposi.<br />Peppina andò a occuparsi della nonna, mentre io misi l’acqua sul fuoco e presi a riempire la tinozza per Elvio, una pentola per volta. Da che eravamo entrati, si sentiva più forte il suo odore di escrementi e braci, polvere e sudore. Lui non faceva niente, mi guardava e basta. Peppina me l’aveva bisbigliato, sulla strada verso il Monte: <em>ora avremo un altro uomo da accudire</em>. A me aveva fatto effetto quella parola, “uomo”, riferita a lui. Prima di seguire il padre in montagna, Elvio era stato un bambino lagnoso e inquieto, sempre bisognoso di attenzioni. Ricordavo con ribrezzo il modo in cui mi si avvicinava dopo i pasti – quando ancora esistevano le domeniche e ci si riuniva per i pranzi in famiglia – e mi appoggiava la testa sulla spalla, chiedendomi “un bacino”. Io voltavo veloce la testa e gli scoccavo un bacio a labbra strette sulla guancia unta, già puntellata dei primi, rossissimi brufoli. <br />«Ti lascio solo» dissi, quando la tinozza fu piena abbastanza. Sul pavimento gli avevo sistemato un pettine e un pezzo di sapone. Lui non si mosse, e solo quando fui sulla porta mi chiese di restare. Mi sembrò così piccolo allora: un fagiolo appena uscito dal baccello. <br />Restai di spalle finché si spogliava, poi trascinai una sedia accanto alla tinozza e mi sedetti dietro di lui. Prendevo l’acqua calda con la brocca e gliela rovesciavo lentamente sulla testa, come aveva fatto mamma con noi.<br />«Sai, su in montagna dormivo in un pagliaio» mi disse. «Scavavamo un buco nella paglia e io mi c’infilavo dentro.»<br />Gli passavo il pettine tra i capelli annodati, e lui non si lamentava. <br />«Una volta ho anche sparato.»<br />«A chi, sentiamo.»<br />«Ai tedeschi!»<br />Feci una faccia come se mi stesse raccontando balle, ma non poté vederla. <br /></p>



<p>Zio Imbriano l’aveva portato in montagna con sé quando era riuscito a evadere dalla caserma dei militi. Elvio al tempo aveva solo undici anni, ma non c’era una madre a cui lasciarlo. Dicevano che Imbriano, per evadere, avesse scavalcato un muro altissimo, e che avesse chiesto la bici a un passante per pedalare veloce lontano da lì. Peppina lo diceva, e diceva anche che la bicicletta forse non l’aveva chiesta, ma rubata. Imbriano era sempre stato impetuoso, esuberante, il più divertente degli zii. Per questo mi aveva fatto così effetto vederlo sul Monte quel mattino: con le guance incavate, il tremolio alla mano destra. Il modo in cui provava a ridere per poi spezzarsi sotto i colpi della tosse. Quando alla fine si era chinato per salutare Elvio, babbo ci aveva fatto segno di seguirlo nel fienile, per lasciare loro un po’ di spazio. Dentro il fienile il buio era denso, e un mucchietto di feci rinsecchite attraeva mosche in un angolo. Da fuori arrivava il ronzio della voce di Imbriano, interrotto solo dai singhiozzi di Elvio. Lo zio ci aveva chiamato un’ultima volta, quando già scendevamo lungo il fianco della montagna. Urlava di avere fiducia, che presto il nemico sarebbe caduto. Ci voltammo a guardarlo: le mani sui fianchi, il piede appoggiato a un masso. Sembrava crederci davvero, e per un po’ quella fiducia ci rimase attaccata addosso.<br />«Ma con il moschetto, non con la mitragliatrice come babbo» precisò Elvio.<br />Peppina entrò in cucina in quel momento e ci guardò strano. Elvio non era più un bambino, e io ero quasi una donna finita. Dissi che andavo a prendere altra legna e lasciai Elvio a mollo. Fuori il blu del crepuscolo si stendeva su ogni cosa, l’aria era fresca e come fatta di polvere. Mi fermai in mezzo al cortile e chiusi gli occhi per un attimo. Provavo a immaginarmi il ragazzino che avevo appena aiutato a lavarsi mentre sparava ai tedeschi. Ma non riuscivo a immaginare uno scontro a fuoco, né i soldati, né sapevo cosa fosse effettivamente un ‘moschetto’. Nelle retrovie non vedevamo altro che farina e fagioli, e degli uomini che si ammazzavano sul fronte non ci restava che l’assenza.</p>



<p>Quando rientrai in cucina, Elvio era avvolto in un asciugamano e si scaldava accanto al camino. Peppina, seduta al tavolo, tritava la cipolla. «Portalo di sopra» mi disse, «vedi se gli trovi una gonnella pulita.»<br />Andammo nella stanza dove dormiva papà, Elvio si sedette sul letto mentre io cercavo nella cassettiera qualcosa che potesse stargli.&nbsp;<br />«Hai freddo?» gli chiesi, quando vidi che tremava.<br />Lui alzò le spalle, e allora anche io.<br />«Non ci hai creduto alla storia dei tedeschi, vero?»<br />Gli passai un paio di mutande pulite.<br />«Guarda che è vero!»<br />«Sì, sì, ti credo» risposi, mentre s’infilava i pantaloni. «Hai avuto paura?» gli chiesi poi.&nbsp;<br />Lui di nuovo alzò le spalle. I pantaloni gli ricaddero fino alle ginocchia, così andai a cercare qualcosa con cui tenerli su. Il resto della casa era silenzioso: solo dalla cucina arrivava lo sbattere aritmico del tagliere contro il tavolo, quando Peppina voltava l’impasto per schiacciarlo. Quando rientrai in stanza, Elvio era tornato a sedersi sul letto. Il torace era violaceo e ossuto, quasi incavato in mezzo al petto. Gli allungai un pezzo di corda che avevo trovato in ingresso.<br />«Torniamo giù» gli dissi, quando si fu infilato anche una vecchia camicia ingrigita, con le macchie ruvide di filo dove io o Peppina avevamo cercato di nascondere un buco. Sembrava un albero con le lenzuola stese ad asciugare sui rami.&nbsp;<br />«Di mamma non avete saputo nulla, vero?» chiese allora lui. Io mi arrestai sull’uscio – era come se un sasso mi fosse rotolato dall’esofago allo stomaco. Sua madre era sparita. Tre, quattro mesi prima, senza lasciare niente di scritto.&nbsp;<em>Ha abbandonato la famiglia</em>, dicevano di lei, senza preoccuparsi di nascondere il disgusto. Io me la ricordavo piccola, zia Rosa, muta e remissiva. L’avevo notata appena, prima che se ne andasse. Io e Peppina mettevamo insieme le memorie: la volta che piangeva in cucina, e quel livido sul polso che cercava di coprire con la manica dell’abito. Ma erano solo congetture, e dovevamo farle sottovoce, perché nonna e babbo non volevano sentirne.&nbsp;<br />«No» gli dissi, «non abbiamo sentito niente».<br />Lui annuì velocemente.<br />Provai a mettergli un braccio sulla spalla, ma sembrava un peso morto, un arto non mio.<br />«Com’è non avere una mamma?» mi chiese allora, voltandosi a guardarmi.&nbsp;<br />Io restai in silenzio per un po’, poi scossi la testa. Non riuscivo a dire niente.&nbsp;<br />«Adesso la nonna potrebbe farci da mamma, no?»<br />«È più di là che di qua» risposi.<br />Lui si arrotolava le maniche della camicia sui polsi, cercando di far spuntare le mani.&nbsp;<br />«Allora Peppina?»<br />Scoppiai a ridere.</p>



<p>La cena fu allegra, con Peppina che diceva le sue scemenze ed Elvio che si abbuffava. Persino babbo sembrava più leggero del solito. I maltagliati si erano un po’ appiccicati tra loro, sulla lingua si sentiva la ruvidezza della farina, rimasta cruda tra gli strati che non si erano cotti del tutto. La nonna scuoteva la testa ma non diceva niente, anche lei aveva capito che quella sera era importante star sereni.</p>



<p>Poi sentii qualcosa, nel cuore della notte, quando dormivano tutti già da un pezzo. Un ticchettio alla finestra, come se un uccello infreddolito ci stesse chiedendo di entrare. Mi tirai su a sedere. Peppina, accanto a me, parlava nel sonno –&nbsp;<em>sì, chiudilo, non sul tavolo, chiudilo su!</em>&nbsp;La stanza era buia, ma si vedeva il bagliore di una luce accesa oltre gli stipiti della porta. Raggiunsi il corridoio a tentoni, e vidi che la luce veniva dallo studio di papà. Mi mossi piano, cercando di non far rumore. La porta dello studio era accostata, una candela bruciava sul tavolo. Babbo non mi vide: era piegato in avanti e si teneva il volto tra le mani. Lui poi avrebbe detto che mi ero sognata tutto, che non c’era modo che sapesse, o anche solo sospettasse. Ma io sono certa di averlo visto piangere. Anche se era appena successo, a otto chilometri da lì, e il messaggero che sarebbe venuto a informarci era ancora preso dal suo stesso sconvolgimento, in una notte d’orrore speculare alla nostra. Io so che anche babbo aveva sentito la beccata dell’uccellaccio alla finestra, e che, come me, anche lui aveva capito.</p>



<p>Ci avrebbero raccontato che avevano pianificato un attacco alla caserma dei militi di Cagli, la stessa che l’aveva preso prigioniero tre mesi prima. Ci avrebbero detto che erano in quattro, e che il piano era quello di far saltare la porta della caserma per rubare delle munizioni. Che per far saltare la porta avevano utilizzato il plastico – un esplosivo di cui gli americani avevano cominciato a rifornire i partigiani sulle montagne, insieme ai viveri che facevano cadere dagli aerei in volo. Ci avrebbero confessato che i partigiani non avevano dimestichezza con questo nuovo esplosivo, e che per errore ne avevano piazzato troppo. Così non era saltata solo la porta, ma l’intera facciata della caserma. Che i carabinieri all’interno si erano messi a sparare alla cieca sui quattro partigiani. E che Imbriano, colpito alla testa, era morto sul colpo. E ci avrebbero detto, guardando Elvio che si aggrappava al mio braccio, che probabilmente Imbriano aveva avuto un presentimento. Che aveva sospettato che le cose potessero mettersi male per lui quella sera, e che per questo aveva mandato a chiamare il fratello, per assicurarsi di mettere il figlio in salvo.</p>



<p>Tornata in stanza, m’infilai nel letto di Elvio. Lui mosse appena una gamba, ma il respiro gli restò regolare. C’era ancora un sentore di braci nei suoi capelli, oltre quello acidulo del sapone. Mi avvicinai al suo corpo magro, sudato, e lo strinsi a me come se fosse un bambino. Come se fosse il mio, di bambino.</p>



<div style="height:60px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-regular-font-size"><strong>Linda Farata</strong> <em>è nata a Milano nel 1994. Suoi racconti, articoli e traduzioni letterarie sono stati pubblicati su diverse riviste e antologie. Nel 2022 è uscito Ero una Fanzine per i tipi di Agenzia X, libro scritto e curato insieme al Collettivo Mastica’zine. Il suo primo romanzo uscirà a settembre 2025 per Bompiani</em>.</p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="49AaQvqjBp"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/embed/#?secret=49AaQvqjBp" data-secret="49AaQvqjBp" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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		<title>Il brutto male</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/04/23/il-brutto-male/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Apr 2025 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STAFFETTA PARTIGIANA]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Camilla Pasinetti]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Camilla Pasinetti</strong><br />
Agnese ha detto alle bambine di non dar retta alla nonna, quando fanno i compiti. La nonna, la stessa che va a prenderle a scuola, prepara loro il pranzo e, quando dormono qui, stende i vestiti sul calorifero per farglieli trovare caldi al mattino]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
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<p class="has-regular-font-size">di&nbsp;<strong>Camilla Pasinetti</strong></p>



<h4>Racconto selezionato per la pubblicazione nell’ambito del concorso <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA</a>, promosso da <em>Nazione Indiana </em>per celebrare l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.</h4>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Agnese ha detto alle bambine di non dar retta alla nonna, quando fanno i compiti. La nonna, la stessa che va a prenderle a scuola, prepara loro il pranzo e, quando dormono qui, stende i vestiti sul calorifero per farglieli trovare caldi al mattino. Alla nonna, meglio non chiedere niente quando si parla di scuola, ha la quinta elementare, non sa quello che dice. La voce di Agnese mi ronza nelle orecchie con la raucedine ereditata da suo padre, senza bisogno di tabagismi accessori, quel tono perentorio di chi non ammette conoscenze diverse da quelle mutuate dall&#8217;esperienza diretta.</p>



<p>Bisognerebbe ammazzarli tutti da piccoli, i vecchi. Sono stata io, la nonna, a insegnarglielo, prima che la pelle raggrinzisse e iniziasse a colarmi dalle braccia come una specie di inefficace membrana per il volo.</p>



<p>Senza di me, le giannizzere starebbero a scuola fino alle cinque del pomeriggio e sarebbe ancora troppo presto per gli orari di lavoro dei loro genitori. Sarebbero parcheggiate in qualche scuola di nuoto, danza o scherma per tirare l&#8217;ora di cena e, finito di mangiare, avrebbero ancora i compiti sul groppone. E toccherebbe a lei preoccuparsi che li facciano. Ma, alla nonna, residuo di un tempo defunto e di un partito morente, meglio non chiedere niente. Bambine, guardatevi dalla politica e guardatevi dai vecchi; mi pare di sentirla. Niente telegiornale a casa, niente politica a tavola, solo resoconti di azioni quotidiane e comunicazioni di servizio. La tossina politica intacca le menti dei bambini come il diabete corrompe l’organismo dei vecchi.</p>



<p>Leggo sul diario di Bianca una nota in cui la maestra spiega le ragioni dei compiti supplementari che le ha assegnato. Prova a convincermi di aver dimenticato le dispense a scuola, e non demorde neanche quando comincio a rovistarle in cartella. Trovo quattro fogli pinzati e occultati nel quaderno di matematica, con date da associare ad eventi e viceversa. Appiovro Rachele, la piccola, impedendole di concludere di corsa l&#8217;ennesima orbita tra la porta spalancata del soggiorno e la finestra del bagno, passando per il terrazzo. La faccio sedere al tavolo davanti alla sorella mentre carico la caffettiera. Andrà alle elementari l&#8217;anno prossimo, ma voglio che ascolti. Alcuni concetti mettono radici in testa nonostante l&#8217;intenzione di conservarla vergine.</p>



<p>«Ti piace il caffè, giannizzera?».</p>



<p>«Quale delle due?» domanda Rachele.</p>



<p>«Quella più grande».&nbsp;</p>



<p>«Non posso mica berlo» risponde Bianca, «la mamma mi ammazza!».</p>



<p>Le assicuro che mamma non lo saprà, a meno che un collaborazionista non glielo vada a riferire. Fulmino la piccola con un’occhiataccia che le infonde un infimo senso di colpa per qualcosa che ancora non ha fatto. Bianca porta timorosamente la tazzina alla bocca, analizza preoccupata il liquido nero all’interno, la reclina quel poco da portarlo a contatto con le labbra e allontanarla disgustata.</p>



<p>«Sa di vita. Fa schifo, ma è solo così che si butta giù. Amara».&nbsp;</p>



<p><em>Cin-Cin! Cin-Cin, Cin-Ci, ricoprimi di baci, Cin-Cin, Cin-Cin, assaggia e poi mi dici, Cin-Cin-Cin-Cin.&nbsp;</em></p>



<p>Agguanto il telecomando, schiaccio un bottone a caso e lo lancio sul divano. Le bimbe mi rimproverano.</p>



<p>Mi seggo accanto a Bianca e comincio a spulciare l’esercizio. Serve anche a me, per verificare lo stato delle mie capacità intellettive, misurare il grado di sclerosi. Quattro novembre, l&#8217;Armistizio di Villa Giusti. Otto settembre, quell&#8217;altro Armistizio.</p>



<p>«Nonna, otto settembre millenovecentoquarantatré?».</p>



<p>«Scrivi, due punti: inizio della guerra civile italiana».</p>



<p>«Non hai capito. Devo tirare una freccia per collegare le date con le cose successe nella colonna di fianco».</p>



<p>«C&#8217;è spazio?».</p>



<p>«Sì, ma&#8230;»</p>



<p>«Riempilo. Inizio-della-guerra-civile-italiana».</p>



<p>«Devo fare i compiti, non imparare quello che vuoi tu!».</p>



<p>«A fare i compiti è più brava la mamma, io so insegnare solo quello che so».</p>



<p>«Questa la so, venticinque aprile, fine della Seconda guerra mondiale, gli americani liberano Milano».</p>



<p>«Gli Alleati hanno liberato una eva. Il Piccì ha liberato Milano. Scrivi: millenovecentoquarantacinque, due punti, Milano è liberata dai compagni partigiani delle Brigate Garibaldi, dai socialisti delle Matteotti, non dai Fazzoletti Azzurri di Badoglio, non dai cattolici, non di certo dai monarchici. Gli americani ci volevano tutti sui monti ad aspettare il messia, ma avevamo già patito troppi inverni all&#8217;addiaccio, e dovemmo muoverci prima che il gelo facesse cascare anche il dito del grilletto».</p>



<p>«Cosa devo scrivere?!»</p>



<p>«La tua maestra è di quelle che insegnano che ogni morte d&#8217;uomo è una disgrazia perché ogni uomo partecipa all&#8217;umanità?».</p>



<p>«Eh?».</p>



<p>Accendo una sigaretta e Rachele tossisce, come le hanno insegnato a fare quando un adulto comincia a fumarle accanto.</p>



<p>«Il venticinque aprile non è finito proprio niente. Le persone hanno continuato a morire per settimane».</p>



<p>Bianca sbuffa, Rachele la segue per imitazione, reinterpreta il fastidio per solidarietà, aggiunge un tocco personale e ribalta gli occhi.</p>



<p><em>Ciao, Sandra, che fai? Lavoro. Ah sì? e dove sono i giornali? Lì, sul divano. Ma perché sul divano, devono star qui, perché sul divano?! A proposito, è passata la cretina. Quale cretina? Quella che ci fai il cretino! E chi è? Non fare il cretino, Raimondo, la nostra vicina. Ah, quella lì?!&nbsp;</em></p>



<p>«Puoi abbassare la tele?! non li sopporto ‘sti due!» si lamenta Bianca.&nbsp;</p>



<p>Dico all’altra di prendermi il telecomando. Rachele odia che le si chieda qualcosa. Agnese dice che somiglia a me, e la cosa la preoccupa. Mai avrei pensato che una Rachele mi sarebbe stata tanto simpatica. Scanala per sbaglio su una commedia con Walter Chiari e la Cortese.</p>



<p>«Non voglio fare la trombona, perciò vi racconto solo come è finita. Anzi, come non è finito niente. L&#8217;inverno del quarantacinque fu inclemente. Per trovare un po&#8217; di formaggio e qualche grammo di sale in più dovevamo rivolgerci alla borsa nera di Brescia, e dovevamo andarci a turno, in bicicletta. Gli americani avanzavano all&#8217;impressionante velocità di trecento chilometri l&#8217;anno, ma il generale Alexander aveva ordinato a tutti di aspettare a braccia conserte. Avevano il terrore che il Piccì liberasse le città da solo e che, alla fine, le reclamasse come proprie, come stava facendo Tito. Una volta la settimana mi incamminavo sul Monte Orfano, coi cesti preparati da me e le mie sorelle. Avevo dodici anni ma ne conoscevo ogni anfratto, potevo scendere e salire da tutti i versanti. Portavo sigari e sigarette arrotolate durante la settimana con le foglie di tabacco intere, di un verde quasi ignifugo, qualche tocco di formaggio, sale, zucchero, salame, quando capitava, ma non era sempre domenica.</p>



<p>Le domeniche erano quasi estinte. Zio Battista e i miei cugini non si facevano mai vedere. Per un anno, mi venne incontro un uomo con l&#8217;accento da montagnino, e non mi disse mai come si chiamava. Poi, sparì e, per qualche mese, venne mio cugino. Feci l’errore di chiamarlo per nome e lui mi diede un manrovescio che mi ribaltò. I nomi erano pericolosi. Per finire al muro bastava portare quello sbagliato. Disse fiero che si chiamava Artù, adesso».</p>



<p>«In che senso, al muro?».</p>



<p>«Fucilati, Bianca».</p>



<p>«Nonna, qua chiede: venticinque aprile 1915 – nove gennaio 1916».</p>



<p>«Gallipoli, credo, ma quello è un problema degli australiani. Dicevo, quando scomparve anche Artù, nell&#8217;inverno dal quarantacinque, incontrai Santagata, un amico di mio zio che conoscevo da quando era piccola, vicino a un vecchio pezzo d&#8217;artiglieria campale asburgica semi deglutito dal suolo. Faceva il&nbsp;<em>maquis</em>&nbsp;dal trentanove, ricercato per renitenza alla leva.</p>



<p>Non andavo più a scuola da quando le elementari erano state requisite dalle Brigate Nere. Le SS si dividevano il seminario con la&nbsp;<em>Feldgendarmerie</em>, che ora è diventato casa albergo».</p>



<p>«Casa albergo?» chiede Rachele, perplessa.</p>



<p>«Dove gli anziani vengono messi ad aspettare la morte».</p>



<p>«E ci devi andare anche tu?».</p>



<p>«Puoi scommetterci… Finita la scuola, con le belle giornate, entrai in confidenza con Alfredino, il ragazzo che abitava nel torrione di fronte a noi al castello. Il nostro rione era l&#8217;ultimo agglomerato di catapecchie seicentesche, attorno al quale il resto del paese era cresciuto come un arrossamento intorno a un brufolo. Non c’era nessun castello. Passavamo i pomeriggi nei campi, stesi sull&#8217;erba calda, a fissare il cielo in attesa del passaggio di Pippo. Pippo veniva solo di notte, ma, per noi, qualunque apparecchio era Pippo. Ad Alfredino mancavano un paio di venerdì, la madre l’aveva lasciato alla nonna per trasferirsi a Ospitaletto con i figli normali. La mia mamma non voleva che uscissi col figlio di un militare congelato nell’Epiro, ma, quel tempo, non esisteva concessione di replica e non avevo modo di spiegare che in paese mi sentivo più sicura a farmi vedere in giro con lui piuttosto che da sola; la nonna bis aveva il timore di quello che bisbigliava la gente.&nbsp;</p>



<p>I tedeschi mi identificavano come la fidanzata del mentecatto, lasciandomi sfilare tra le autoblindo senza troppo menarmela. Trascorremmo l&#8217;estate fissando la pancia dello stesso aeroplano dell&#8217;aeronautica della Repubblica Sociale in livrea mimetica, che andava e veniva dall&#8217;aeroporto di Ghedi per pattugliare la campagna e smitragliare la tranvia. Credo che Alfredino mi piacesse un po’».</p>



<p>«Ma il nonno!» squittiscono maliziose.</p>



<p>«Ancora di là da venire… Dov&#8217;ero, più? Ah, sì&#8230; Feci un altro inverno, su e giù dal monte, finché fu di nuovo primavera. Una sera, Alfredino bussò alla nostra porta. Non s’era mai azzardato nemmeno a chiamarmi da giù. Mia madre si inferocì e volarono schiaffi per tutte. Agitava i palmi aperti nell&#8217;aria alla frenetica ricerca di una guancia da scaldare. Non esistevano colpe singole, in famiglia, solo collettive. Alfredino non era venuto per me, quando riuscì a mettere tre parole in fila mia sorella Paola aveva il braccio ustionato dalle braci del ferro da stiro. Milano è liberata, balbettava. Il proprietario dell’unico apparecchio radio sopravvissuto alla requisizione aveva bisbigliato la notizia a qualcuno, che l&#8217;aveva detta ad un altro, e l’informazione impiegò più di un giorno ad arrivare alla mia porta. Pian pianino, perché i tedeschi non sembravano essere sul punto di andarsene.</p>



<p>Il giorno dopo, mio zio e le altre bande di gappisti scesero dai monti e cominciarono a sparare».</p>



<p><em>Il logorio della vita moderna minaccia la nostra esistenza, e allora? Allora affidiamoci alle virtù salutari del carciofo, nostro fedele alleato!</em></p>



<p>«Nonna, sono le quattro e mezza, se andiamo avanti così finiamo dopodomani».</p>



<p>«Spararono tutto il giorno, dall&#8217;alba a notte fonda. I tedeschi piazzarono un pezzo d&#8217;artiglieria sul sagrato della chiesa e una postazione di mortaio in piazzetta, sotto la mia finestra. Per tutto il giorno, la Guardia nazionale repubblicana girò il paese a bordo di un blindo per diffondere a megafono l&#8217;ordine di tenere le imposte chiuse e non uscire di casa. I colpi scuotevano il pavé come un tappeto e facevano vibrare i vetri dietro le persiane. Io, mamma, Paola e Rosa eravamo in camera, in silenzio. Cercavamo di interpretare l’andamento della battaglia dall’elastico avvicinarsi e ritirarsi dei colpi. Le imposte restarono chiuse finché non riconoscemmo le voci che si levavano dalla piazzetta. Da principio, pensammo a un trucco per farci mettere il becco fuori. Paola prese l&#8217;iniziativa e aprì le imposte della camera. Mamma la strattonò per i capelli e finirono a terra, ma nessuno sparò. Qualcuno, di sotto, intonava Bandiera Rossa in dialetto. L’anta persiana di Alfredino era saltata e sforacchiata da una corona di proiettili. I tedeschi e i repubblichini erano morti o se n&#8217;erano andati. Quel mattino, si riunì un Comitato di Liberazione per votare la sorte dei fascisti catturati e organizzare le perquisizioni delle case dei collaborazionisti. Per due giorni, fino al ventotto, ventinove aprile, i compagni guidarono il paese. Erano anni che non vedevo zio Battista. Era fratello minore di mio padre, ma non erano mai andati d&#8217;accordo. Zio ci regalò alcune barrette di cioccolata della Wehrmacht, tonno e prosciutto affumicato in scatola, gallette di riso e altre leccornie. Il pianto della vedova Rugiada lo attirò giù di nuovo. Salì nel torrione della vedova con altri partigiani per portare giù il corpo di Alfredino e caricarlo su un carro».</p>



<p>«Ma perché l’hanno ammazzato?»: Rachele conosce lo sconcerto.</p>



<p>«Non c’è limite all’orrore di cui è capace un uomo che sente tremare la terra sotto i piedi. Di fatto, perché si era affacciato alla finestra. Accompagnammo i morti al cimitero e lì feci i nomi dei collaborazionisti che avevano fatto affari coi tedeschi. Il marito della signora della merceria, il padrone del bottonificio, il notaio Digilio e altri, che comprava generi alimentari dai nazisti per poi rivenderli alla povera gente a prezzi da strozzino, e segnalare chi gli stava antipatico alle SS. Non voglio mentirvi: qualcuno è morto quel giorno e non ci ho mai perso un minuto di sonno.&nbsp;</p>



<p>Il governo del CLN durò un paio di giorni. Poi, segnalarono un&#8217;imponente colonna partita da Cremona per scortare il gerarca Farinacci al sicuro in Svizzera. L’Antigrammatico si staccò dal convoglio con la sua guardia personale prima di Bergamo per puntare alla Valtellina, ma ebbe la bella pensata di fermarsi a mangiare un boccone con un’amica contessa dalle parti di Monza, e lo fucilarono. La banda del Mont’Orfano e gli altri gruppi della zona si riunirono con gli uomini di un comandante garibaldino della Val Taleggio, un certo Tarzan, per fermare la tradotta dalle parti di Orzinuovi. In serata, andammo incontro ai compagni per soccorrere i feriti. Mio zio fu tra quelli che non tornarono. C&#8217;era però Santagata e quel Tarzan di cui tanto si parlava, un marcantonio, ma forse erano i miei occhi troppo piccoli per inglobare figure umane così imponenti, tanto gonfie di paura e coraggio da lievitare il doppio di un corpo normale. Aveva i capelli lunghi, il fazzoletto rosso, il pizzetto curato alla Errol Flynn, nonostante desse l’idea di aver dimenticato l’odore del sapone. Sgusciai tra i compagni e raggiunsi Santagata per sapere dei miei cugini. Tarzan gli rubò il tempo e mi disse senza orpelli che mio zio era morto e che dei figli non sapeva niente. Mi domandò in bergamasco dove fosse mio padre.</p>



<p>“Mio padre non c&#8217;è”, dissi. “Ti ho chiesto dov&#8217;è”, replicò lui, la voce dura come pietra. “È morto”, feci io. “Non coglionarmi,<em>&nbsp;sc-chetina</em>. Lo so io dov&#8217;è”. Poco dopo, ordinò di raccogliere il possibile prima di abbandonare il paese.</p>



<p>Così, mi pare il trenta, una fresca orda di tedeschi e italiani ci occupò di nuovo. La colonna attraversava tutto il paese, dall&#8217;imboccatura, all&#8217;altezza della stazione, per stendere le sue vertebre metalliche lungo la strada per Cologne, da un lato, e di quella per Brescia, dall&#8217;altro. Il Comitato di Liberazione si era espresso male: due repubblichini e alcuni loro compari, graziati dalla votazione, erano ancora rinchiusi nella scuola elementare. Fui una delle prime che vennero a prendere. Io e la vedova Rugiada, che ora non piangeva più, e un’altra signora, moglie e madre di qualcuno.&nbsp;</p>



<p>La signora Rugiada e quell’altra donna vennero uccise lì, in piazzetta castello. Spararono molti più colpi di quanti ne servissero. Restai a guardare le spirali di fumo grigiastro risalire dai fori nel tessuto bruciacchiato e avvitarsi in spirali combinate. Fanno effetto le cose che si ricordano.</p>



<p>Il prigioniero della GNR mi indicò come una parente dei banditi. Dopo una mezz&#8217;ora portarono tre partigiani feriti sulle lettighe e li posarono a terra, ai nostri piedi. Riconobbi Artù e lui riconobbe me e le mie sorelle, bastò un attimo per distogliere gli occhi e non guardarci più. Altri soldati arrivarono con due piccozze e iniziarono a picconare fino a sentire l’impatto del selciato contro il becco metallico».</p>



<p>«Tu ci stai prendendo in giro». Rachele accenna un sorriso solo per rinfoderarlo.</p>



<p>«L&#8217;SS che faceva da interprete tra il personale locale e i suoi camerati ci colpiva con un buffetto ogni volta che distoglievamo lo sguardo. C&#8217;erano anche il proprietario del bottonificio e il marito della merciaia, con loro. L’ufficiale SS scambiò qualche impressione col sottoposto, interpellò un altro soldato e, dopo qualche minuto di conciliabolo, l’interprete mi domandò dove fosse mio padre. Dissi ancora che era morto. Il repubblichino abbaiò offeso che stavo mentendo, e rispose per me. Raccontò che era scappato in Argentina per non finire in galera, e ci aveva abbandonati, poi si piegò in avanti su di me così che sentissi l&#8217;alito vinoso e mi domandò se sapessi che mi zio era morto quel giorno. E io, come la stupida bambina che ero, annuii. Il ripubblichino sogghignò. Avevo confermato quello che già sapevano. Papà non era morto per un incidente in acciaieria, ma la vergogna non permise mai a mia madre di ammettere la verità. Neanche dopo.</p>



<p>I corpi furono prelevati dalla piazzetta e scaricati all&#8217;interno del cinema della parrocchia di Rovato. Visto che ero la più piccola, il repubblichino ubriacone chiese a mia madre di scegliere quale figlia avrebbe pagato e lei spintonò Paola verso l&#8217;ufficiale. Non aveva mai avuto troppa passione per la mezzana. Non saprei dire cosa abbia intravisto l’SS in quel gesto, mosse qualche passo verso di noi, fece una carezza a Paola e la invitò a indietreggiare con la mano guantata mentre ordinava a me di avvicinarmi. Parlò in tedesco, guardandomi negli occhi, lasciando all&#8217;interprete il tempo di tradurre. Sai cosa fanno i comunisti alle donne? In giro si diceva che mangiassero i bambini, ma, per fame, chi non l’avrebbe fatto? Scossi la testa. Allora chiese una sedia.</p>



<p>Il repubblichino diede un ultimo sorso da un fiasco di vino e lo frantumò per terra. La gamba destra teneva il tempo frenetico di una canzone di terrore che non riusciva a zittire, stringeva i pugni per reprimere gli spasmi alle mani. Al contrario di me, sapeva cosa sarebbe successo &#8211; e si pisciava sotto. I muscoli delle guance pulsavano per lo sforzo di tenere serrate le fauci. Una piccola macchia rossa emergeva dal giro di garza che gli incorniciava la faccia, all&#8217;altezza dell&#8217;orecchio. La scherzo della finta esecuzione gli aveva sfondato il timpano, imprigionando un potente impulso elettrico nel suo sistema nervoso, impossibile da scaricare a terra. Si accovacciò e raccolse i cocci di vetro, pinzandoli uno ad uno con le dita incerte, li carezzò col polpastrello per sentire il filo e scartare quelli spuntati. Selezionò un triangolo scaleno, una specie di piccola squadretta verde, e si portò dietro di me.</p>



<p>Appena si mise al lavoro, l&#8217;universo fu prosciugato di ogni suono. Non uno schiarirsi di voce, un colpo di tosse. Solo il raschiare del vetro. Il suono di una liscia mano di bambino che raspava una guancia barbuta. La guerra era finita, lo sapevano anche loro.</p>



<p>Il giorno dopo, tre grosse formazioni garibaldine assediarono il paese supportate dal contingente polacco. Nella notte, la colonna si rimise in moto, i polacchi attesero che si allontanasse e la attaccarono in campagna. Io, però, non avevo più occhi per vedere.</p>



<p>Il sangue mi colava in faccia, Paola tamponava la fronte seguendo il profilo degli squarci e cercando di schivarli. Piangeva come se lo stessero facendo a lei.</p>



<p>Tarzan volle sapere perché non mi avessero accoppato. Paola cercò di spingerlo via e lo colpì allo stinco con una scarpata che lo fece sorridere. Mi portò in braccio alla scuola elementare e mi stese su due banchi uniti, svolse il canovaccio che mi faceva da turbante strappando il tessuto dalla carne viva. Un medico da campo polacco lo fermò. Tarzan rispondeva in dialetto a quello che gli veniva detto in polacco, ma tutti sembravano capirsi senza problemi. Il paese era in tripudio.</p>



<p>Un polacco mi ficcò un pettine tra i denti e schioccò le mascelle per farmi segno di mordere forte. Mani annerite manipolavano il mio corpo irrigidito per tenerlo aderente al tavolo operatorio. Mi punsero la coscia e spremettero all&#8217;interno un quarto di tubetto di morfina. La prima colata di acquavite e trementina mi incendiò la testa. Il pettine mi scappò di bocca e urlai tanto da sentire il sangue in bocca. E più piangevo e strillavo e battevo i piedi, più loro si infiammavano l&#8217;ugola per spingere il trionfo un tono sopra il mio dolore.</p>



<p><em>A morte la Casa Savoia, lavata da un&#8217;onda di sangue, si sveglia il popol che langue! O ladri del nostro sudore, nel mondo siam tutti fratelli, noi siamo le schiere ribelli, sorgiamo che giunta è la fin! A morte il Re e il principin, a morte il Re e il principin!</em></p>



<p>Finito di ricucirmi, mi fasciarono il cranio con delle bende militari.</p>



<p>Festeggiarono tutta la notte e tornarono a cantare Bandiera Rossa, in italiano, perché quei garibaldini erano padovani della&nbsp;<em>Pierobon</em>&nbsp;e vicentini dell&#8217;<em>Ortigara</em>, ravennati della&nbsp;<em>Ventottesima</em>, bresciani della&nbsp;<em>Settima Matteotti</em>&nbsp;e della&nbsp;<em>Quarta Garibaldi</em>&nbsp;e bergamaschi di Tarzan. Ognuno parlava, biascicava e bestemmiava nel suo idioma. I polacchi si portavano appresso quintali di pentolame in ghisa e alluminio, posate in acciaio, cioccolato, pancetta affumicata, e iniziarono ad elargire doni alle donne in cambio di tre pasti al giorno per i mesi successivi.</p>



<p>Al mattino, ancora si intonavano stornelli.&nbsp;<em>Col parabello in spalla caricato a palla sempre ben armato, paura non ho, quando avrò vinto, ritornerò! E a colpi disperati, mezzi massacrati dalle bombe scippe, i fascisti sparivan, gridando “Ribelli, abbiate pietà!”</em>».</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p>Il telefono spezza il momento, frantuma la bolla e mi strappa il ricordo dalle mani. Alzo la cornetta, chiudo e la lascio penzolare.</p>



<p>«Il citofono, nonna!» mi redarguisce Bianca, esasperata.&nbsp;</p>



<p>Qualcuno preme sul citofono per la terza volta. Sono le cinque passate, e Bianca ancora non ha finito il primo foglio di domande. Agnese non sarà contenta.</p>



<p>«Ma cosa ti hanno fatto col vetro?» vuole sapere la piccola.</p>



<p>«Fatevelo raccontare dalla mamma, ma non oggi. Vestitevi che è qua sotto».</p>



<p>«Alla fine almeno avete vinto» arguisce Rachele. Bianca inserisce i fogli tra le pagine del quaderno e lo richiude esasperata.</p>



<p>«Lo pensavamo tutti. Ma basta guardare la televisione, è ancora zeppa di repubblichini. Walter Chiari, la Cortese, Vianello, Fo, Albertazzi, il segretario dei repubblicani e pure il tipo baffuto della pubblicità del Cynar. Hanno vinto loro, e sono stati così bravi che non ce ne siamo accorti».</p>



<p>«Ma chi sono?» chiede, sempre Rachele. «E perché non li hanno messi in prigione con i tedeschi?».</p>



<p>«Perché avremmo avuto galere piene e strade deserte. Abbiamo deciso di perdonare, di turarci il naso, una pacca sulla spalla, un colpo di spugna, un cero e non ci abbiamo pensato più. Il primo Natale dopo la guerra, eressero un monumento ai caduti. La notte dell&#8217;inaugurazione, i fascisti lo fecero saltare la dinamite. Il nonno, una decina d’anni dopo, lo fece erigere di nuovo a spese sue».</p>



<p>«Ma sei sorda, non senti questo rumore!?&nbsp;<em>Zzzzzzzzz, zzzzzzzzzz</em>?!» Bianca non ne può più.</p>



<p>«Sloggiate giannizzere».</p>



<p>«Ma perché ci chiami sempre così?».</p>



<p>«Perché dove passate voi non cresce più l’erba. E poi, è come quelli del monte chiamavano me. Vi vanno bene le scaloppine al vermut per domani?».</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p>Prima di andare a dormire, adagio la parrucca sulla testa senza volto di polistirolo e sfrego la peluria sudata sul cranio con paglietta umida. I capelli sintetici mi fanno prudere la testa, mi obbligano a grattarmi il cheloide dove la mancanza di sensibilità trasforma la sensazione più appagante del mondo in qualcosa di repellente. I capelli non sono più ricresciuti. In paese, si dice ancora che abbia un brutto male.</p>



<div style="height:60px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-regular-font-size"><strong>Camilla Pasinetti</strong>&nbsp;<em>è nata a Novara nel maggio del 1994. Ha svolto una moltitudine di impieghi, nessuno dei quali pertinente a suoi studi. Fino alla scoperta della necessità di lavorare, riempire di timbri il passaporto è stata la sua sola ambizione. Ad oggi, vanta con orgoglio di averne già consumato uno. Da adolescente, si diletta a recitare in alcuni teatri di quartiere, ma il divertimento non basta a compensare la vergogna di trovarsi sul palco, e si convince presto a smettere. Il teatro non l’ha mai pianta. Suoi racconti sono apparsi su Atomi (Oblique – retabloid) e Poetarum Silva.</em></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="U9v0TF2ppT"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/embed/#?secret=U9v0TF2ppT" data-secret="U9v0TF2ppT" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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			</item>
		<item>
		<title>Io sottoscritto Parmigiano racconto e rinvengo il mio operato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/04/22/io-sottoscritto-parmigiano-racconto-e-rinvengo-il-mio-operato/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2025 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STAFFETTA PARTIGIANA]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Tesetti]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Alessandro Tesetti</strong><br />Amleto ci ha detto che ci avrebbe portato da mangiare l’arrosto, ma quando è tornato solo le munizioni ci ha portato, nascoste su per l’orifizio alcune, e delle altre non ce lo ha voluto dire, ma in fondo erano poche, anche se non pochissime]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h3><strong>(oppure I dieci mesi nelle due grotte non per vacanza bensì resistenza)</strong></h3>



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<p></p>



<p class="has-regular-font-size">di <strong>Alessandro Tesetti</strong></p>



<h4>Racconto selezionato per la pubblicazione nell’ambito del concorso <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA</a>, promosso da <em>Nazione Indiana </em>per celebrare l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.</h4>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-large"><p><em>Le gesta partigiane non possono essere raccontate perché tanti partigiani sono morti e i sopravvissuti non si ricordano di un cazzo.</em></p><cite><em>Cristi polverizzati</em>, Luigi Di Ruscio</cite></blockquote>



<p>Amleto ci ha detto che ci avrebbe portato da mangiare l’arrosto, ma quando è tornato solo le munizioni ci ha portato, nascoste su per l’orifizio alcune, e delle altre non ce lo ha voluto dire, ma in fondo erano poche, anche se non pochissime, e non ci si capiva dove avrebbe potuto nasconderle, lui si vantava dicendo che chi c’ha fantasia c’ha virtù, ma questo non nega che per sopravvivere da queste parti di questi tempi mica possiamo continuare a lanciare sassi, fingerci tronchi o sassi per sorprendere i ciucci e soffocarli col laccio delle scarpe o con gli spigoli dei vetri di lago smerigliati.</p>



<p>Non viene fermato perché invalido di guerra, è tornato a casa mutilo e orbo, ma con un figlio riconosciuto e una donna, che da buon comunista non definisce né concubina né moglie, semplicemente compagna o consorte, perché di sorte comune dice, spedito in Somalia e subito per rifiuto e scarico di coscienza s’è fatto esplodere una bomba poco distante da lui mentre gli altri erano a rastrellare villaggi distratti e ingordi dai corpi vinti. E per questo lo si vede arrivare in bici col manubrio libero, non tenuto tra le mani, e invece di frenare scende direttamente, e cambia battuta ogni volta, si sfotte da solo, meglio orbo che fascista, meglio senza un braccio che tedesco.</p>



<p>L’arrosto non l’ha portato neanche stavolta, le cariche scarseggiano come gli uomini e il cibo, a non mancare mai stranamente sono le armi, ma che ci fai con le armi se non sparano, che un conto è avere pane ma non si hanno i denti, e un conto è avere un Sten che non spara, sarà che dopo l’8 gli sbandati scappando lasciavano parabelli in giro, tornavano in paese e confessavano: “all’incrocio con, sotto al muschio di, ma tanto si vede, c’ho messo un segno che solo il sottoscritto può riconoscere. Sta bene dove sta”.</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p>Il 9 settembre noi eravamo già operativi anche se, almeno io, non sapevo bene con chi pigliarmela, sono stati Remo e Bianci a sciogliere i dubbi, perché con l’armistizio è arrivato il bombardamento su Frascati da parte degli americani, e migliaia di morti hanno fatto per colpire uno solo, quindi un po’ di incertezza dei buoni della storia, della parte giusta della storia. I comunisti di Genzano finalmente usciti alla luce del sole sono andati a scavare tra le macerie e soccorrere i feriti. Già la notte dell’8 uno scontro armato a Villa Doria tra nazisti e la divisione italiana che copriva la zona, in supporto dei nazisti c’erano anche fascisti locali che di armistizio non ne volevano sapere, e alcuni di noi invece dalla parte degli italiani, seppure fascisti fino al giorno prima. Insomma, un fratricidio incomprensibile. Sergio detto Porchetta è stato preso, io e Remo siamo riusciti a scappare nella villa pontificia.</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p>E quando le prime bande si formavano e partivano su in collina che qui di altipiani non ce ne sono e in pianura non si può mica combattere, si sentono storie delle lotte urbane mosse dai GAP, di quelle anfibie lungo il fiume Po, ma qui né altipiani né fiumi, e la città dista una trentina di chilometri, dove andavamo se non in collina, la prima volta a salire di armi si incontravano quante ne volevi, e per questo qua sopra ci sono più strumenti che umani.</p>



<p>Pur vero che chi ha già combattuto, in esercito istituzionale fascista, raramente si vendica combattendo di nuovo, preferiscono nascondersi in umide cantine, trenta centimetri di muro, senza mai uscire, fingendosi spariti nel nulla. Qualcuno sì, per passione della guerra o per abitudine alla compagnia d’armi, al posto di tornare a casa con la mogliera matriarca che a furia di sentire il duce gli somiglia, che una volta quando si chiedeva di lei, chiedendo cosa facesse durante la giornata, l’interlocutore ti rispondeva “eh, cuce” oppure “eh, munge” oppure “eh, asperge asparagi”. Ecco perché siamo giovani o celibi o comunisti o intellettuali o morti di fame o renitenti o guerrafondai o sfiziosi, o come me per puro caso e curiosità.</p>



<p>Un padre che manca, migrato all’America e neanche una lettera spedisce, neanche con la crisi del ‘29 è tornato come molti hanno fatto, una madre rintronata dai figli dispersi o assassini perché arruolati, sopravvissuti ma morti, io senza lavoro a subire la faccia pietosa di lei, senza moglie che tutte rintanate sono, una terra che non frutta, una malinconia dappertutto, e allora meglio salire e cercare di far qualcosa, istruirsi grazie a Remo e Bianci, che loro a differenza mia hanno lasciato famiglia e cattedra.</p>



<p>Poi c’è 22 invalido di mente, un matto vero, non capisce neanche cosa voglia dire uccidere, ci chiede perché quando spara l’altro non respira più, ci chiede pure perché non respirare significa morire, lui che non respira mai “non serve, vedete, io mica lo faccio” dice. Gli si era detto per ischerzo se voleva venire con noi, che ci servivano uomini dal sangue freddo o matti che sappiano sparare, e lui serissimo ha detto “come no, non so sparare ma la coccia mi funziona buona”, strano che il regime non ancora l’aveva deportato, durante le riunioni ride o provoca “cosa serve parlare andiamo a punire” e ride. Passa le giornate con le mani a pettine a togliersi i pidocchi o spulciarsi altro, è un po’ onanista commenta Remo.</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p>Una vita a desiderare di uccidere con l’educazione ricevuta, la formazione fascista radicata e contaminata nel sangue, poi certo, rifiutarla e farsi altro, ma sempre allo stesso modo siamo fatti, sempre sbagliati saremo, passati tutti per Cristo e Mussolini, balilla e sabato fascisti, libri di scuola che inneggiano e macchiano il cervello. Nati nel ‘22, generazione disgraziata, la marcia ha generato una procreazione italica infetta, crescendo nell’unica indivisibile unione partitica che ammette unica e indivisibile visione delle cose.</p>



<p>Di questo si ragionava durante la cena a base di puntarelle e nient’altro, tornato mo’ mo’ e mi è preso lo sghiribizzo di scrivere non per potere di testimone, come fa invece Bianci, scrivo perché fin quando esistono i testimoni esiste pure la testimonianza, dice, quando spariscono i testimoni sparisce pure la testimonianza. Io scrivo perché non ho niente da fare, non una donna a cui scrivere, se non mia madre, ma a lei le epistole son corte, non molto da dire, mi strappo a forza un mi mancate tutti, anche se non è vero, non è il tempo della nostalgia, anche quando non c’è nulla da fare, come questi giorni di attesa delle munizioni, dove ce ne restiamo con le mani in mano, vicine alla bocca per scaldarsi soffiandoci su, giorni di minzioni e biscate, a fumare una sigaretta dopo l’altra, sigarette americane o tedesche sia chiaro, che noi soldi allo stato mica glieli diamo, Luciano detto Bianci ce lo ha detto, ma ci avete mai pensato che il tabacco che vi fumate è tassato, e le tasse di chi sono? Dello Stato sono, più fumate e più lo arricchite, e allora abbiamo smesso tutti di fumare, con i crampi allo stomaco, l’ansia da astinenza, la tremarella, e si va a fare colpi solo per rubare sigarette alle carogne, tutti che le nascondono per bene, chi nel tascapane, chi sotto le palle.</p>



<p>Uno schifo le sigarette tedesche, eppure le fumiamo con gusto perché se le fumiamo è perché abbiamo colpito, c’era sempre chi mirava dall’altra parte, una gran foga a sparare in quattro ma nessuno di loro crepava, o mira scarsa, o ciecanza, o desiderio di mancare tutti, quindi quelli scappavano o alzavano bandiera bianca. In tutte le nostre azioni solo due sono morti, uno di crepacuore perché quando siamo andati a vedere non c’era nessun foro di proiettile, e l’altro per errore, un colpo dritto in testa, impossibile che uno di noi abbia preso di mira proprio la testa, pulito e preciso, impossibile.</p>



<p>Fortuna che poi è arrivato 22, spara a casaccio con una posa sgraziata, ne riesce a colpire almeno la metà, e quando scappano li lascia scappare, Remo e Bianci non commentano quindi neanch’io commento. Quelli che si fingono morti li prendiamo per scambi o utilizzarli nei lavori che pochi ce ne sono, perché a cucinare non sanno cucinare, a scavare non c’è nulla da scavare, le staffette mica le possono fare e allora chiedono stesso loro di fare qualcosa, ci chiedono di essere più esigenti e padroni, ma noi siamo diventati comunisti proprio perché non vogliamo più nessun esigente e padrone, allora si annoiano e fanno i matti, a scappare non possono scappare perché li leghiamo, provano ad uccidersi coi rami, coi mestoli, con le carte da gioco si tagliano la gola. Capita che diventiamo amici per noia comune, li prendiamo e li portiamo qua bendati in attesa di uno scambio, ma i nostri non si vedono in giro, non fanno attacchi per paura di rappresaglie, quindi di scambi non ce ne sono e quando ci stanchiamo di loro o li vediamo sfranti li lasciamo andare, bendati.</p>



<p>Quando poi gli anglo-americani hanno iniziato a paracadutare giù cose siamo arrivati ad un accordo coi badogliani e coi monarchici: noi niente vogliamo da loro, solo sigarette, neanche i viveri ci interessano, solo sigarette. Prima volevano fucilarci perché comunisti, oltre che comunisti pure non dichiarati, cioè non comunicata la nostra presenza lì, pensando che non c’era da comunicare proprio niente, uno sale quando desidera salire cercando di far qualcosa per la causa e il bene comune, mica per prestigio o gloria. Poi abbiamo giocato a calcio, loro arrivavano a dieci, noi a cinque compreso il tedesco, ma abbiamo vinto lo stesso, col tedesco legato all’albero ad uso di porta, quindi fermo, e gli avversari lo colpivano non si capiva se volendo (senza fare gol) o propri scarsi che solo lì tiravano e lo colpivano e non facendo gol. Amleto e Clorinda quel giorno non c’erano e sono loro a fare su e giù per le colline ogni quindici giorni circa per rifornirci di Lucky strike.</p>



<p>Abbiamo discusso su questa rete d’informazione che vogliono loro, di coordinazione e azioni comunicate in anticipo, ma non hanno capito che noi non operiamo così, anche avendo i mezzi, noi non operiamo così. E allora mai vincerete questa guerra, ci accusavano irati con le dita sui grilletti, noi da buon comunisti, lucidi e vigili, abbiamo capito che era inutile stare lì a battibeccare, accusarci a vicenda, ce ne siamo andati sapendo che noi non volevamo vincere nessuna guerra, ci stavamo solo esercitando alla rivoluzione futura, e di bande come noi in tutta Italia ne esistevano molteplici, senza essere conosciute perché senza desiderio di riconoscimento, al momento della rossa primavera convergeremo tutti assieme, coordinati e compatti.</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p>Bombardano ogni mese, sempre loro, gli americani. Più che incursioni facciamo soccorsi mischiandoci tra gli sfollati, solo una pistola nascosta nel calzino, mossa per niente astuta anzi pericolosissima perché nessuno porta calzini con la miseria che c’è ma i tedeschi quando fanno perquisie si fermano ai fianchi e non gli salta in mente che una pistola possa entrare in un calzino. Possiamo dire che vinceremo questa guerra per la loro ignoranza. Bombardano le reti ferroviarie, le stazioni, ponti, strade, ma avendo questi obiettivi finiscono per colpire anche il resto del paese, buttando giù case e municipi e chiese, che sono fonte di ricchezza futura per lo stato proletariato, commenta Remo, quindi gli americani per darci il presente ci tolgono un po’ di futuro, ma son certo già che quando il futuro arriverà con la scusa che ci hanno liberato chissà cosa vorranno da noi, nessuno fa le cose tanto per, gratuitamente, o spirito missionario, anzi diffidare proprio da questi. Per questo dovremmo liberarci da soli, ma scapestrati come siamo, come facciamo come facciamo.</p>



<p>Non capisco bene a cosa si riferisce, cosa c’entrano le chiese, ad una certa rivoluzione non ben approfondita, capita che la complicità di Remo e Bianci mi dia sui nervi, sanno già tutto e si compiacciono di fare i riferimenti che l’altro sa, nel momento che c’è da insegnare a me e a 22 si fanno schivi e mezzi schifati, se chiedo mi indicano un libro o devo aspettare il momento di assemblea ma si parla d’altro o non si parla affatto, le solite definizioni, le solite parole che dicono il contrario della norma o del pensiero comune, che lì per lì resto a bocca aperta poi nell’intima riflessione o non ricordo niente o le trascrivo qui o non capisco cosa vogliono dire. Ho il sospetto che nutrirsi di queste parole non ci si nutrisca affatto, che almeno la retorica del duce è comprensibile ed è facile da imparare perché va toccare qualcosa che tutti sanno, ce l’abbiamo nel sangue, scorre fra le genti, non cambia le coscienze ma le calma, non agita ma rassicura. Che forse il problema dell’educazione comunista è la sua ambizione, deve saper ribaltare o ricostruire le coscienze, e non bastano assemblee, il partigianato. Serve… non so cosa serve.</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p>Clorinda per passare i posti di blocco non indossa mai calzature, le vesti lacerate mostrano tre quattro strati di pelle generati dalla sporcizia, non si lava da quando è iniziata la guerra per mostrarsi zozza e nullatenente, pure per non farsi prendere dal tenente di turno, è chiaro, che questi se ne approfittano prima a smancerie e poi a mercanzie e poi a violenze carnali. Lei invece rischia il congelamento ma evita guai più grossi, quante maternità inedite e senza mariti si sentono per i Castelli! E mica perché c’è un delirio generale di libido, è perché questi arrivano e si sfamano, come un comune banchetto si servono imbavagliando, stendendo sul tavolo della cucina il pasto più caldo della giornata.</p>



<p>Io ora non voglio idealizzare Clorinda, essendo l’unica donna che vedo da mesi, rischiando di divenire l’eroina che ci salva tutti i giorni, a noi che siamo nelle sue incrostate e gelide mani, di divenire modello di tutti gli ideali dei partecipanti al tipo di attività che stiamo facendo, di lotta armata e resistenza. Clorinda la ciclista, Clorinda la staffetta, Clorinda la due polmoni grossi così, Clorinda la zozza, Clorinda la dea, Clorinda la trotzkista, Clorinda madre di tutte le donne, Clorinda il cui nome nessuno conosce, Clorinda la convertita, Clorinda la guerriera. In quanto Clorinda tutto questo, in quanto Clorinda più astratta che reale, che quando le chiediamo di fermarsi raramente si ferma, Clorinda rischia di spersonalizzarsi e diventare bandiera o ideale. Clorinda selvaggia che per queste colline pare essere più viva nel mondo vegetale che in quello cittadino ma poi quando apre bocca si sente tutta la sua preparazione politica: portatrice di tutte le speranze delle donne, autonome e riscattatrici, lavoratrici e istruite, votanti e cittadine.</p>



<p>Clorinda che gira con una Luger nella seconda giarrettiera, la prima un po’ più bassa per mostrare quello che c’è da mostrare, e la seconda più riparata per nascondere la pistola, e qui viene dimostrata tutta l’ignoranza ariana, altro che razza superiore, e la servitù maschile alla donna, che vedono una coscia scoperta e dimentico il proprio ruolo e nemmeno si chiedono com’è possibile che una contadina così lercia possa però indossare una giarrettiera nera in pizzo. Noi ce lo chiediamo perché intellettuali che studiano, tagliuzzano e pongono quesiti.</p>



<p>Clorinda che coi soldi risparmiati da sudori in fabbrica s’è comprata una bici e due giarrettiere, acquistate da una meretrice al bordello, rosse gliele voleva vendere, ma Clorinda l’ha volute nere, ragionando lì per lì se anche la libido ragioni per colori politici, s’è data due risposte e poi s’è detta meglio non rischiare, dammele nere. Una fortuna per due giarrettiere così, l’unica donna che s’è vista entrare in un bordello, i fascisti l’hanno presa per una di loro e già stavano con la patta aperta, lei è diventata comunista anche per trovare in futuro, dopo la guerra, l’uomo coi valori di comunista, non frequentatore di bordelli, non con la faccia inebetita, non con la patta abbassata quando vedono una donna.</p>



<p>Già che c’era ha rubato la pistola mentre il soldato pallido e biondo sbatacchiava e borbottava, è entrata nella stanza, giubba e calzoni gettati sulla sedia, la pistola ben in vista nella fondina, presa e infilata insieme a munizioni nella giarrettiera, la meretrice se n’è accorta e per solidarietà ha lasciato fare, forse per espiazione al suo andare coi tedeschi, che quando Clorinda ha chiesto di unirsi, o di far qualcosa, rubare altre munizioni, passargli malattie veneree, quella non ne ha voluto sapere, e poi io le veneree mica le ho come dici tu. Hai già un nome di battaglia, le diceva Clorinda, macché nome di battaglia e battaglia, di tolleranza, era quel dolce e irrevocabile tempo quando a scuola studiai le poesie di quel conte marchigiano. Clorinda non ribatté e se ne tornò a casa.</p>



<p>Comunque quella volta del furto ci fu qualche complicanza, il tedesco non poteva crederci di averla perduta la pistola, però strano che gli fosse stata rubata, giurava di averla con sé prima di recarsi al bordello, convinto di questo perché poco prima l’arma gli era servita per minacciare il contadino e proprio dai suoi dinieghi s’era recato al bordello, avrebbe potuto ucciderlo e combinare lo stesso quello che aveva intenzione di fare ma s’è recato da Aspasia che quando si presentava col colpo in canna neanche i soldi gli servivano per procedere, quindi non trovava la pistola e ha rivoltato la stanza e minacciava Aspasia strozzandola dicendole che le aveva rubato la pistola, ma come ho fatto io a rubarti la pistola se eri dentro di me, le ha detto lei, e lui non ci credeva e stringeva con la mano più forte, e allora è stato qualcun altro, qualcun altro chi? che non è entrato nessuno lo sai che la porta si chiude a chiave per non avere guardoni, e lui non ci credeva ancora ma le ha tolto la mano dalla gola e s’è sistemato i calzoni che ancora nudo stava. Non poteva mica passare per fesso, quello che s’è fatto rubare una pistola da una puttana. Perciò non ha detto niente a nessuno, anche perché in simili casi, quando viene rubata un’arma, si passa al rastrellamento, e non potevano mica rastrellare la casa di tolleranza, come facevano poi?</p>



<p class="has-text-align-center">&nbsp;*</p>



<p>Il 19 febbraio avviene un fatto simile in contrada Patrolungo assai distante da dove siamo noi, residenti un po’ nelle grotte di Barco Colonna e un po’ in quelle di Palazzolo, per depistare il fiuto. Grotte che ci salvano dai continui bombardamenti, attendiamo il momento senza nessuna notizia o ingaggio, neanche di radio disponiamo, il giornale pieno di fesserie arriva ogni quindici giorni, Amleto è diventato padre un’altra volta, Clorinda è sempre più magra e negra. Più difficile pure fare i soccorsi perché tutti si ricoverano nella villa pontificia, considerata immune e in paese non resta più nessuno. Difficile arrivare a Velletri o Lariano o Latina o Genzano o Lanuvio, paesi lontani da dove siamo noi, muovendoci a piedi per sentieri disastrati con le continue bombe che piovono giù e nessun riparo.</p>



<p>Neanche gli altri fanno niente, hanno rapporti costanti con gli americani, dicono di aspettare che presto arrivano, di non fare nulla, che andrebbero a complicare anche il loro movimento, che continuano a lanciare viveri e beni non solo per le bande ma per gli sfollati tutti. Prendiamo un po’ di speranza quando sentiamo dalle labbra di Clorinda che gli americani si preoccupano delle nostre azioni, significa che un impatto ce l’hanno. Pur vero che loro attaccano per tagliare collegamenti e rifornimenti, quindi isolarli, e noi per mietere e diminuirli di numero e scoraggiarli un po’. Sempre quel che riesce a fare il solo 22, noi più che altro a fare numero. Remo e Bianci entrano in discussione ogni giorno, rimuginano su cosa è giusto o non giusto fare, non è un fatto cristiano ma etico, io non uccido perché ripudio la violenza ma si dà il caso che in caso eccezionale come può esserlo questo la violenza è necessaria ed io dovrei uccidere… Quando Remo si convince di questo Bianci lo recrimina, quando si convince Bianci è Remo a farlo. Tutte puttanate dice 22, io invece non so che dire e non dico.</p>



<p>Comunque, in contrada Patrolungo un tedesco voleva abusare la moglie di un contadino ma lui ha preso la baionetta e l’ha sgozzato, alcuni raccontano la falce, altri il martello, ma noi lontani da agiografie riportiamo il fatto e non il mito, dice Remo, e poi basta con questi martiri, neanche vittime perché vittimistico, sono morti ammazzati, e poi fa tutto un discorso sul peso sulle parole, l’importanza delle parole, specie presso i posteri, ed i posteri sono importanti, per non far risuccedere quello che ci è successo a noi. Quando hanno trovato il tedesco morto hanno preso ventidue persone, legate, disposte al bordo di un fosso, e poi sparato uno per far precipitare tutti, all’interno del fosso hanno buttato un paio di bombe, sparato ancora. Neanche fare dei fatti un fatto macabro, neanche dare della carneficina una romantica e agonizzante descrizione (Remo).</p>



<p class="has-text-align-center">*</p>



<p>Marzo e aprile passano tranquilli, gli americani sono a Cassino, si concentrano su quella linea, detta Gustav, e non pensano più ai Castelli. Altri sono ad Anzio, e pensano a convergere entro l’estate a Roma. Ci sentiamo finalmente protagonisti della lotta, con i nostri sabotaggi delle linee telefoniche, trivellamento di macchine tedesche abbandonate, omicidi dei portaordini da parte del sicario 22, una volta una mina lungo la via che porta ad Anzio ma inesplosa, gridato in giro per il paese che il paese era stato liberato dai partigiani anche se non era vero. Si è appena aggiunto un sedicenne, sceglie il nome di Mostarda, porta una ventata d’aria fresca, un po’ estatico e agitato, vuol fare vuol fare ma non sappiamo ancora cosa cazzo fare, lo teniamo a bada, rischia di farsi ammazzare.</p>



<p>A maggio riprendono i bombardamenti, noi nelle stesse due grotte, cambiarle ogni settimana è di nuovo l’unico motivo di stiracchiamento, Mostarda si annoia e ci insulta dandoci dei pigri pavidi, sceglie la lotta partigiana solitaria, non abbiamo fatto niente per non lasciarlo andar via e più nulla sapremo di lui. Quando sono i tedeschi a far saltare i primi ponti come quello di Ariccia famoso per i suicidi, di tutti i ranghi e tutti i colori, che io pure una volta stavo lì con un piede sospeso, capiamo che gli americani sono ormai arrivati. Non siamo poi così felici, possiamo tornare a casa e ma negli sguardi di Remo e Bianci c’è rassegnazione e timore, cosa vorranno da noi, sarà diverso ma sarà lo stesso.</p>



<p>La preoccupazione mia è che di tutta questa esperienza non resterà niente, di tutta questa formazione partigiana un cumulo di polvere, non perché uno dimentica, ma perché la sedimentazione dello studio è cosa altra, lo studio deve mettere radici e le radici vanno idratate, io mi sento già secco e senza nuovi risorgimenti, e non ci saranno più Remo o Bianci a dirmi cosa dire, che pensare.</p>



<p>Dovrò andargli a bussare al portone di casa, ogni volta chiedendo istruzioni per l&#8217;uso, se il tempo della rossa primavera è venuto, chi votare alle prossime elezioni, se votare soprattutto, se posso o meno recarmi al bordello, se posso cercare Clorinda e prenderla che una certa voglia m&#8217;è rimasta, o la moglie di Amleto perché somala e quindi vogliosa, che neanche sposati sono, che cosa sono i valori professati se l’istinto comanda o il “discorso dominante” che non so cosa sia, che cos’è l’istinto e perché entra in conflitto col pensiero politico, che fine avete fatto voi, presenti solo nell’emergenza, se era giusto starsene lì, che siamo stati peggio dei fascisti, che la nostra presenza in grotta è stata vana perché sintomo di vanità, che mi vien voglia certe volte di riprendere lo Sten e andare ad ammazzare le bande blu che dalla partita a calcio ho il sangue amaro.</p>



<p>Mi pare che del mio formarmi, istruirmi, politicizzarmi come dicevano loro, non sia rimasto niente e di tante parole che adesso rileggo nemmeno so il significato ma le ricordo così come loro le pronunciavano. Non è che queste pagine le hanno scritte loro, Remo e Bianci?</p>



<div style="height:60px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-regular-font-size"><strong>Alessandro Tesetti</strong> <em>è nato nel 2000 a Cassino, vive a Roma dove ultima il percorso di Filologia Moderna. Ha pubblicato su Nazione Indiana, Pastrengo, Il primo amore, STC; per quest’ultima è editor. Nel 2024 ha vinto il Premio Spazio Letterario</em>.</p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="RdtcFEejEs"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/embed/#?secret=RdtcFEejEs" data-secret="RdtcFEejEs" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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		<title>Nebbia di guerra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/04/21/nebbia-di-guerra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Apr 2025 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STAFFETTA PARTIGIANA]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Cassaghi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Chiara Cassaghi</strong><br />
Come ogni mattina da sei mesi, Rosa aspettava che emergesse dalla nebbia il ricordo di uno dei suoi fratelli. Ne trovava sempre almeno uno, che fosse quando usciva dalla sua cascina in riva al Lambro per girare i campi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image alignfull size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="767" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/NDG_PHOTO1-1024x767.png" alt="" class="wp-image-112654" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/NDG_PHOTO1-1024x767.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/NDG_PHOTO1-300x225.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/NDG_PHOTO1-768x575.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/NDG_PHOTO1-150x112.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/NDG_PHOTO1-696x521.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/NDG_PHOTO1-1068x800.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/NDG_PHOTO1-561x420.png 561w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/NDG_PHOTO1-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/NDG_PHOTO1-265x198.png 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/NDG_PHOTO1.png 1332w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="has-regular-font-size">di<strong> Chiara Cassaghi</strong></p>



<h4>Racconto selezionato per la pubblicazione nell’ambito del concorso <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA</a>, promosso da <em>Nazione Indiana </em>per celebrare l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.</h4>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Quella foschia, bassa e fitta, era di quelle che alzavano i fantasmi su dalla terra dei campi.</p>



<p>Come ogni mattina da sei mesi, Rosa aspettava che emergesse dalla nebbia il ricordo di uno dei suoi fratelli. Ne trovava sempre almeno uno, che fosse quando usciva dalla sua cascina in riva al Lambro per girare i campi, o in questo caso, quando prendeva la strada che portava in centro.</p>



<p>Certe volte, camminava Anna al suo fianco in silenzio, raccogliendo fiori che sarebbero spuntati dalla neve a primavera. La sua sorella maggiore, all’alba della guerra, quando venivano affisse lunghe liste dei ragazzi che cadevano in Grecia, era stata sopraffatta da un’infezione ai polmoni.</p>



<p>Di solito il fantasma di Enrico era più loquace. Era quella voce in fondo ai suoi pensieri che le chiedeva cosa diavolo stesse facendo.&nbsp;<em>Dove stai andando? Sei sicura di te? Non vorrai mica finire nel buco insieme a me?</em>Lui non era mai stato un ragazzo prudente, anzi. Chissà se con gli anni sarebbe diventato davvero la voce della ragione. Dalla Russia era tornata una bara vuota.</p>



<p>Quella mattina, tuttavia, Rosa camminava da sola sul sentiero di fango.</p>



<p>Finora non le erano apparsi Tommaso e Giulio. Chissà dov’erano finiti, da settembre nessuno aveva notizie. L’esercito si era sciolto ed entrambi erano spariti nel nulla. Da allora, quando arrivavano notizie di ragazzi presi e ammazzati, Rosa si faceva prestare la bicicletta dalla zia e correva su e giù per le città della pianura. Cercava sembianze dei fratelli nei volti dei fucilati, nei corpi impiccati, nei seviziati che zoppicavano fuori da San Vittore o da Villa Reale.</p>



<p>Quei volti che già non erano più umani. Maschere di cera grigia, disfatte dall’orrore, dagli occhi ancora chiari di una vita troncata. A volte una cornacchia si riposava su un torace nero di sangue, girando la testa alla ricerca di un verme per colazione, inconsapevole dei fatti.</p>



<p>Ogni passo che l’avvicinava alla sede del comune le ricordava che magari la prossima preda sarebbe stata lei. Ogni faccia cupa che incontrava per strada allungava la fila di bestie destinate al macello. Pochi giorni prima, era saltato un carro tedesco diretto a Bergamo, nelle vicinanze del ponte. Qualcuno avrebbe pagato. Forse la signora anziana che andava in chiesa, china sul bastone. Forse quel ragazzo di quattordici anni che portava il latte su per le scale.</p>



<p>Il peso soffocante degli sguardi circostanti non era sbocciato dal nulla a settembre, era più anziano. Però qualcosa nel clima era cambiato. La scomparsa dei fratelli le aveva aperto gli occhi su una realtà solitaria. Sola in casa, nell’impossibilità di ripararsi dietro a due ragazzi più grandi, che di certo sapevano tutto meglio di lei. Sola in città dove una parola di traverso, un rifiuto troppo freddo, una scappata verso angoli isolati, un’associazione insolita, potevano finire con due uniformi che bussavano alla porta di casa. A messa, scambiando auguri e saluti, si stringeva la mano a vicini e delatori, nell’ignoranza totale della differenza fra i due.</p>



<p>Lasciandosi dietro i fantasmi della foschia e i macabri spaventapasseri delle rappresaglie, Rosa fece un passo avanti verso un mondo di tutt’altri mostri. La villa municipale costituiva ormai una delle teste del commando tedesco in città.</p>



<p>Quando incrociava uniformi, Rosa teneva lo sguardo fisso verso il pavimento. Era stata sua madre a dirle che la mente si ricorda dei volti di chi ci guarda negli occhi. In giro, di ragazze come lei ce n’erano tante, dalle guance arrossite dal vento, dai capelli nascosti sotto uno scialle per ripararsi dall’inverno. Di ragazze che venivano chiamate in urgenza dal segretario comunale Beretta… molto meno.</p>



<p>“Entri, entri. Chiuda bene la porta.”</p>



<p>Rosa fece appena in tempo a entrare nell’ufficio, prima che un guanto di pelle nera le apparisse davanti agli occhi, bloccando la chiusura della porta.</p>



<p>Puntò subito lo sguardo verso il basso. Vide solo passare tre paia di stivali dal passo marziale.</p>



<p>“Tenente, non l’aspettavo così presto!”</p>



<p>Rosa si riparò nell’angolo della stanza accanto alla libreria, con la speranza di potersi confondere con i mobili. Sarebbe stato più saggio scappare e tornare quando gli ufficiali avrebbero finito il loro intervento, però c’era un ostacolo fra lei e la porta. Due soldati tedeschi. Se si fosse mossa, stavolta non avrebbe salvato il suo anonimato. Meglio rimanere rigida e zitta… e pregare che nessuno dei tre ufficiali avesse l’occhio per le contadine fuori posto.</p>



<p>“Non sono venuto per gli aggiornamenti, Dottore. È arrivata la segnalazione di una riunione clandestina la notte scorsa alla Cascina Del Bosco, il comandante ne richiede l’ubicazione.”</p>



<p>Ed infatti, uno dei due ufficiali abbaiò frettolosamente un ordine in tedesco.</p>



<p>Beretta aggrottò la fronte.</p>



<p>“La Cascina Del Bosco?” ripeté. “Ma, tenente… Mi dispiace, non abbiamo nessuna Cascina Del Bosco nel nostro comune.”</p>



<p>Per un attimo, il tenente della GNR rimase in silenzio. Si girò verso i tedeschi, per tradurre l’informazione con voce cauta. Non era di zona. Chiunque fosse cresciuto andando in giro per i campi là intorno non avrebbe mai fatto quella domanda.</p>



<p>Però, Rosa tenne la bocca ben chiusa.</p>



<p>Lo scambio di sguardi fra gli ufficiali gelò la piccola stanza.</p>



<p>“Dottore.” il tono si fece molto meno formale. “La Cascina Del Bosco. Dove sta?”</p>



<p>Il volto del segretario non si scompose neanche un po’. Beretta era un uomo discreto, che andava d’accordo con i borghesi del centro e gli operai di periferia, con i ragionevoli e gli ubriachi, i bellicosi e i taciturni. Di lui si parlava tanto e si diceva poco. Rosa lo ricordava come una lontana conoscenza di famiglia, classe ’93 come uno dei fratelli di suo padre —uno era stato aldilà della terza elementare, l’altro no, però i loro cammini si erano ricongiunti sulle vette del Carso. Tommaso, se ancora vivo, sarebbe l’unico ad averne memoria di prima persona. Raccontava che a portare la bara dello zio Antonio fuori dalla chiesa nel ‘20, c’era proprio il Beretta.</p>



<p>“Tenente”, il segretario non abbassò lo sguardo. “La Cascina Del Bosco non esiste.”</p>



<p>Rosa si accostò più vicino ancora al muro, cercando di sparire dentro la pietra.</p>



<p>Il tenente non sembrò molto soddisfatto da quella risposta. Lanciò uno sguardo ai tedeschi alle sue spalle, senza tradurre.</p>



<p>Il labbro del comandante si mosse, una smorfia spazientita su una faccia già inflessibile.</p>



<p>In un lampo, la sua mano volò verso la pistola al suo fianco. Rosa fece appena in tempo a sobbalzare e chiudere gli occhi.</p>



<p>Se avesse alzato la testa, senza dubbi avrebbe fissato la canna dell’arma. Sentiva un odore di olio bruciato. Il metallo freddo le colpì la guancia e le arrivò all’orecchio il suono di una lingua che non conosceva.</p>



<p>“Dove sta la Cascina Del Bosco?”, le stava chiedendo qualcuno, senza la premura dovuta al segretario comunale.</p>



<p>Rosa tremò.</p>



<p>Negli ultimi mesi, andando su e giù per vari comuni, a vedere se fra i morti nelle scaramucce locali trovava un fratello, Rosa aveva scoperto cosa succedeva quando una pallottola di piombo incontrava la carne. E pur essendo stata a più funerali che matrimoni, non le era spesso venuto il pensiero della propria morte.</p>



<p>Forse per questo non le erano apparsi i fantasmi nella foschia. Dio aveva scritto questa giornata di febbraio con già in mente questo finale.</p>



<p>“Non c’è una cascina che si chiama Del Bosco”, riuscì a dire lo stesso</p>



<p>Il morso del metallo si fece più insistente.</p>



<p>Rosa aspettava solo lo sparo.</p>



<p>“Lasci stare quella ragazzina, Comandante”, intervenne Beretta con la stessa calma di prima. “Anzi, mi afferri uno di quei libroni sullo scaffale. Con i documenti del censo, ci sono le mappe catastali, prenda quella più recente.”</p>



<p>La pistola le rimase in faccia, facendo accelerare ancora la mitraglia del suo cuore in petto.</p>



<p>Il tenente, sospettoso, seguì le istruzioni del segretario, prendendo uno dei registri e aprendolo sulla scrivania di fronte a tutti.</p>



<p>Rosa tremava ancora con ogni gesto lento del dito che seguiva la traccia dei sentieri.</p>



<p>Sulla mappa, le cascine dovevano essere ben sette. A sud e a est, le più grosse, la Sant’Orsola e la Gioia. A nord quelle medie, la Teresina, la Vecchia e la Molina. A ovest quella dei bachi da seta, l’Alfieri. E a sudest, la più piccola, dove vivevano poche famiglie, la San Rocco.</p>



<p>Nessuna Del Bosco.</p>



<p>“I campi confinano con tanti altri comuni”, aggiunse il Beretta. “Magari il suo informatore si riferiva ad una cascina che non sta sul nostro territorio, converrebbe chiedere negli altri municipi.”</p>



<p>Informatore. Quella parola dal sapore amaro correva per la pianura da qualche tempo.</p>



<p>La mappa era formale. Se il tenente della GNR avesse aperto tutti gli altri registri, non avrebbe trovato il nome del luogo ricercato. Neanche le torture del carcere di Monza l’avrebbero fatto apparire. Era del tutto inutile proseguire con questa strategia.</p>



<p>Rosa non capì nessuna delle parole scambiate dai tedeschi, ma nello sguardo avevano una tale fredda determinazione che non tirò neanche un sospiro di sollievo quando la pistola le fu levata dalla faccia.</p>



<p>Il sollievo non apparve neanche quando i tre uomini lasciarono l’ufficio, tempestosi come un cielo di malaugurio, senza neanche un saluto. Ordini furono lanciati, udibili anche dietro alla porta richiusa.</p>



<p>La calma del Beretta sparì. L’uomo si teneva ormai davanti a Rosa, pietrificato e sbianchito come se avesse visto il diavolo in persona.</p>



<p>Quel rigido silenzio che avvolse l’ufficio aveva qualcosa di irrequieto. Come l’orizzonte boscoso prima che scoppiassero gli spari dei cacciatori.</p>



<p>Rosa trovò finalmente la forza di staccarsi dal muro.</p>



<p>“Perché mi ha chiamata, signor segretario?”, chiese</p>



<p>“Sì… Giusto… L’ho fatta venire.”</p>



<p>L’aria distratta del Beretta dava brividi.</p>



<p>“Il Chirico, non so se si ricorda di lui, quello che lavora all’ufficio di leva di Monza.”</p>



<p>La resto della frase svanì nel nulla.</p>



<p>Rosa alzò le sopracciglia, aspettando dettagli.</p>



<p>“Monza. Ecco, deve andare a Monza. È entrato in possesso di una lettera con notizie di un suo fratello, però la deve riporre al suo posto entro stasera se vuole evitare guai seri. Gliela può tenere da parte per alcune ore, ci deve andare adesso.”</p>



<p>Rosa si trovò con il cuore in gola. Avrebbe voluto chiedere di quale fratello si aveva notizie, ma che importanza? Era pur sempre una risposta.</p>



<p>Tuttavia, lo sguardo del segretario Beretta era ancora fisso sulla porta. La sua mente era altrove, le questioni che riguardavano Rosa erano diventate secondarie e lei poteva solo provare ad indovinare quale ragionamento lo facesse impallidire a tal punto.</p>



<p>“Ora andranno a rastrellare per tutte le cascine”, capì. “E alla fine, qualcuno che ci tiene un po’ di più alla vita gli dirà che la cascina del bosco è la San Rocco.”</p>



<p>Lo sguardo di Beretta le cadde finalmente addosso, con prudenza.</p>



<p>“E suppongo che se qualcuno non corre subito alla San Rocco, domani si parlerà di una strage.”</p>



<p>In sei mesi, nel comune non era ancora stato ammazzato nessuno. Arresti di famiglie di sbandati, di sospettati dissidenti, di operai rumorosi, tanti. Ma morti ancora nessuno.</p>



<p>Lei era sempre spettatrice. Arrivava sul posto quando i fatti erano già accaduti. Cosa ci fosse alla San Rocco, Rosa non se lo immaginava, però ci vivevano alcuni dei suoi coetanei, conoscenti… Come si abita nei teatri di tragedia?</p>



<p>“Signor segretario, tutti i corridoi fino al piazzale sono pieni zeppi di militari”, insistette. “Se appena interrogato vedono un funzionario comunale svignarsela verso i campi ad infangarsi le scarpe, faranno i calcoli.”</p>



<p>Mentre lei, dai campi era venuta e ci doveva pur tornare.</p>



<p>“Rosa, lei deve andare a Monza. Ha solo poche ore.”</p>



<p>“Questo lo sappiamo solo io e lei. Tanto mi serve la bicicletta se voglio arrivarci, è solo una piccola deviazione.”</p>



<p>Dopo un altro secondo di incertezza, i tratti del segretario si addolcirono.</p>



<p>“Sia prudente.”</p>



<p>Nessuno arrivava mai alla cascina San Rocco per puro caso. Chi non era cresciuto in zona o non ci aveva lavorato per tanti anni, spesso non ne veniva neanche a conoscenza. Sarebbe stato un luogo mitico se la realtà non fosse molto più scialba.</p>



<p>Per prima cosa, stava a casa di Dio. Per raggiungerla, bisognava attraversare per il lungo i campi di proprietà molto più estese, quasi fino ai confini del comune. Era un’odissea nel cuore di un mondo contadino che inquietava anche chi andava in giro con il mitra.</p>



<p>L’unico sentiero che ci portava seguiva un fosso di irrigazione. In apparenza era solo diretto verso un bosco selvatico. Quella era terra di cacciatori. Però, attraverso la corona di roveri, uno sguardo attento poteva scorgere l’angolo di un tetto di tegole rosse.</p>



<p>Le famiglie che ci lavoravano erano poche, però la prossimità delle loro terre con quelle della cascina Gioia, dove Rosa era cresciuta, aveva creato opportunità di incontri e familiarità in passato. Ed infatti, prima di arrivare all’altezza del sentiero del bosco, Rosa doveva passare davanti a casa sua.</p>



<p>Senza andare troppo di fretta. Un movimento fuori dall’ordinario destava sospetti. Rallentare il passo era necessario per arrivare a destinazione.</p>



<p>La prima cosa che le apparve sbucando fuori dall’angolo della sua cascina, fu la scia di fango lasciata dai furgoni tedeschi. Erano parcheggiati davanti al portone, circondati da un trambusto di contadini.</p>



<p>Rosa si fece piccola dietro al muro di pietra.</p>



<p>Se stavano rastrellando, fra poco avrebbero portato via gente. A caso, magari. Se qualcuno puntava il dito sulle famiglie che avevano figli sbandati, allora i suoi genitori sarebbero stati fra i primi presi di mira. Forse, prima di andare alla San Rocco, doveva passare ad avvisarli del pericolo.</p>



<p>Suo padre, quel taciturno dallo sguardo cupo, veterano di un’altra guerra che gli aveva concesso di tornare col corpo tutto d’un pezzo, ma con la mente infranta. Sua madre, che spegneva fuochi con le carezze e cuciva gli strappi come una pelle nuova. Immaginarli in quelle celle di tortura di cui si parlava a sottovoce da settembre, le apriva un vuoto nel petto, un abisso vertiginoso.</p>



<p>I minuti erano contati.</p>



<p>Afferrando una cesta di biancheria come copertura, come se fosse occupata da una semplice consegna, sgattaiolò verso i campi. Importava solo tenere la testa bassa, non incontrare sguardi, ignorare il rumore dei soldati che gridavano, litigando con contadini scontenti di essere interrotti nel loro lavoro. Tenere il passo rapido, ma discreto.</p>



<p>Ormai Rosa aveva fango fino alle ginocchia.</p>



<p>Ma dopo un po’, il portone arrugginito della San Rocco le apparve davanti.</p>



<p>A prima occhiata, i tedeschi non erano ancora passati. Uomini, donne, ragazzi lavoravano come al solito nel cortile fra stalle, granai e case. La scena era così tipica che, per un momento, Rosa si chiese se il segretario Beretta non si fosse sbagliato.</p>



<p>In tanti si fermarono, fissando l’intrusa alle loro porte.</p>



<p>“Stanno arrivando”, disse, sfiatata</p>



<p>Un particolare spiccava fuori dall’ordinario. I vestiti dei ragazzi. La camicia da contadino e la giacca da cacciatore, con le scarpe e i pantaloni da soldato.</p>



<p>Seduto sui gradini della cappella di San Rocco, ce n’era uno che rimontava pezzi di metallo nero. No. Pezzi di un fucile. Quel viso tondo, da bambino, aveva perso l’aria dispettosa con cui era partito al fronte. Quegli occhi, incrociando quelli di Rosa, divennero uno specchio del suo stesso stupore.</p>



<p>Non fece in tempo a correre ad abbracciare Giulio &#8211; da quando era in zona senza farsi vedere a casa? &#8211; che le apparve una figura. Lo chiamavano Turin. Il figlio dell’amministratore della San Rocco si era fatto un nome quando, a soli diciassette anni, era finito a San Vittore per attività di propaganda sovversiva fra la Falck e la Breda. Si diceva che dalla sua liberazione ad agosto tenesse un profilo basso.</p>



<p>“Chi sta arrivando?”, chiese, con voce calma e decisa.</p>



<p>“Tedeschi. Qualcuno ha denunciato una riunione ieri sera. Beretta li ha dispersi, stanno facendo il giro per trovare qualcuno che parli.”</p>



<p>Il Turin si girò verso una donna, sua sorella Elena, che Rosa conosceva perché avevano fatto la comunione lo stesso giorno. In quello scambio di sguardi passò una quantità di informazioni e intese. Qualcuno aveva un delatore da scovare.</p>



<p>I gesti seguenti del Turin contennero la stessa carica, silenziosi e diretti. Ragazzi, anche gente che non avrebbe dato nell’occhio, si dispersero per il cortile. Alcuni scattarono verso i granai, dove di sicuro erano nascosti altri.</p>



<p>Giulio si alzò dai gradini della cappella e si precipitò ad afferrare Rosa per mano, trascinandola nella sua corsa verso l’orlo del bosco.</p>



<p>“Ma da quando sei qui?”, gli urlò dietro Rosa</p>



<p>La fuga si fermò al vecchio pozzo. Giulio ne sollevò il coperchio di ferro, provando la solidità della corda.</p>



<p>“E tu? Da quando stai in mezzo alle cose del Beretta?”, ribatté con lo sguardo severo. “Se qualcuno mi prende, sono guai per mamma e papà. Se ti ci metti anche tu, chi rimane a proteggerli? Chi porta soldi in casa? Non ti puoi buttare nella mischia ad occhi chiusi, non si gioca con questa gente sanguinaria.”</p>



<p>Rosa strinse i pugni. Giulio la guardava dall’alto dei suoi soli due anni in più, nato al tramonto di una guerra che ormai pareva una fiaba.</p>



<p>“Ti ricordi lo zio Togn? Quand’ha fatto sciopero, hai mai sentito papà dire&nbsp;<em>e adesso chi darà da mangiare ai figli</em>? No, ha detto&nbsp;<em>quei bastardi hanno ammazzato mio fratello</em>”, disse. “Mi è caduta tra le mani l’opportunità di evitare un altro massacro. Come avrei guardato mamma negli occhi se sapesse che ho lasciato morire i figli di qualcuno? La guerra fa tragedie, non eroi.”</p>



<p>“Furgoni sul sentiero!” gridò qualcuno</p>



<p>Giulio afferrò la corda del pozzo, passando una gamba sopra il muretto. Prese per mano la sorella, un bagliore convinto negli occhi.</p>



<p>“Non restare qui. Se ti trovano, prenderanno anche te.”</p>



<p>Rosa strinse la cesta di biancheria contro il petto. Aveva altre domande, ma tempi crudeli lasciavano poca scelta. Abbracciò rapidamente il fratello e fuggì verso gli alberi.</p>



<p>Il cuore le martellava in gola. I rami le frustavano il viso. Non era mai entrata nel bosco, le dicevano sempre che non poteva, era il posto dei cacciatori. Non conosceva il cammino, seguiva solo la luce del cielo bianco che sovrastava i campi.</p>



<p>Sobbalzò quando sentì una mano afferrare la sua.</p>



<p>Era Elena, la sorella del Turin.</p>



<p>“Giù”, disse, tirando Rosa verso un cespuglio</p>



<p>Nascoste, immobili, con la bocca tappata, tesero l’orecchio verso il suono di motori in avvicinamento.</p>



<p>Voci si alzarono, alcune calme, altre più secche. Rosa sentì un brivido, anticipando uno sparo che non venne mai. Il tempo sembrava dileguarsi, con il solo ritmo del fiato che controllava.</p>



<p>Un cane abbaiò, troppo vicino.</p>



<p>A volte, Rosa si chiedeva se i mastini al guinzaglio dei tenenti della GNR riuscivano a capire il cane spelacchiato che faceva da guardia al pollaio.</p>



<p>Se Dio non aveva scritto una giornata in cui finiva con piombo in testa sul pavimento del comune, magari aveva in mente piuttosto di farla sbranare da un pastore tedesco.</p>



<p>Lanciò un’occhiata a Elena. Nessun timore si leggeva nei suoi occhi neri, solo una grinta di acciaio. Chissà come aveva vissuto gli ultimi sei mesi, che a Rosa erano parsi un continuo strangolamento.</p>



<p>Uno stridio di freni ruppe la quiete.</p>



<p>Elena le tirò il braccio.</p>



<p>“Vieni.”</p>



<p>Scattarono, ma nella direzione opposta alla San Rocco, verso la distesa ghiacciata dei campi.</p>



<p>Sul sentiero, la colonna tedesca tornava indietro, portandosi via chi era stato preso per gli interrogatori. Fra di loro, si riconosceva il Turin.</p>



<p>Il furgoncino si allontanava verso nord e Rosa avrebbe voluto corrergli dietro.</p>



<p>Le sue scarpe sprofondavano nel fango con ogni passo. Presto, la colonna sparì dietro una curva, ingoiata dalla nebbia.</p>



<p>Di certo li stavano portando alla Villa Reale.</p>



<p>Monza… Il Chirico. L’ufficio di leva, la lettera. Il sole era basso, Rosa doveva sbrigarsi se voleva arrivare prima del buio.</p>



<p>Elena però stava già camminando decisa verso il sentiero che portava alla Cascina Gioia. Voltava le spalle al destino di suo fratello o lo rimetteva in mani di fiducia? Giusto, c’era un informatore da stanare. Cosa fosse, nel silenzio, l’indizio che indicava a Rosa che questa missione era pure la sua, ancora non lo sapeva esprimere.</p>



<p>Magari l’unico indizio era la decisione che sentiva in fondo allo stomaco.</p>



<p>La Gioia fremeva ancora dopo la partenza della pattuglia di rastrellamento. Tuttora non era ricaduta la polvere sollevata dalle gomme nemiche.</p>



<p>Quella era casa sua, la sua comunità. C’era qualcosa di devastato, che non era mai apparso così chiaro, che risaliva lontano nel tempo. Rosa lo percepiva finalmente attraverso l’aria torbida.</p>



<p>La GNR e i tedeschi se n’erano andati, ma rimanevano gli sguardi attenti, che scrutavano ogni vicino come se fosse un sospetto. Di chi ci si poteva fidare? Di quello che teneva la zappa stretta in mano, come se fosse un’arma? Di chi spariva appena arrivava qualcuno in uniforme? Del prete che durante la messa chiamava per nome gli adulteri che si erano confessati in segreto?</p>



<p>La promessa di un fucile era eloquente. Chi diceva&nbsp;<em>unisciti a noi sennò…</em>&nbsp;non parlava mica di unione. E quella divisione che corrodeva la Gioia, la zona, il mondo era sinonimo di morte. Era il terreno fertile per il pensiero di chi si lasciava sfuggire il ruolo che ragazze come Rosa e Elena potevano rivestire. Quella divisione era il pericolo più grande. Però, chi di spada ferisce…</p>



<p>Sarebbe stato presuntuoso pensare che il sistema che le sottovalutava le proteggeva completamente dall’essere scoperte. Anzi, se Rosa decidesse di affiancare Elena, il rischio sarebbe di andare veramente incontro al finale tragico.</p>



<p>C’era cibo da portare in tavola. Le mani di una madre da stringere, le parole di un padre da ascoltare. Rosa non aveva mai pensato che si potesse essere confinati in un vocabolario. Ad una come lei, la parola&nbsp;<em>libertà</em>non si insegnava mica.</p>



<p>Sembrava una scelta radicale, quella di credere che nel buio potesse sorgere un solo gesto di concordia, di pura solidarietà, per sconfiggere un veleno che divide.</p>



<p>“Certi giorni saranno incubi, ci saranno scelte difficili da fare, e alla fine magari né tu né io vedremo il frutto di tutti questi sforzi”, disse finalmente Elena. “Dovremo avere pazienza e misura. Come hai detto, qui non si fanno eroi.”</p>



<p>Occhi puntati verso una meta incerta. Era una fede cieca, quella che infuocava tutto il corpo.</p>



<p>Il sole stava tramontando dietro il cielo bianco quando Rosa accostò finalmente la bicicletta all’ufficio di leva di Monza, trovandolo chiuso. Come se l’aspettava. C’erano tante battaglie all’orizzonte, quella doveva accettare di averla persa.</p>



<p>Peccato. C’era da sperare che la notizia riguardasse solo Giulio.</p>



<p>Spinse i pedali, riprendendo il cammino verso casa.</p>



<p>“Signorina Rosa! Signorina!”</p>



<p>Aveva raggiunto un incrocio. Un uomo frenò davanti a lei, porgendole un biglietto.</p>



<p>Aveva sui trent’anni e una costituzione gracile, pallida, di quelle che portano ad una vita in uffici piuttosto che campi, fabbriche o fronti bellici. Ormai non si vedeva spesso nella sua natia Cascina Gioia, il Gaspare Chirico.</p>



<p>“Ho dovuto riporre la lettera, ma le ho copiato l’indirizzo.”</p>



<p>Strappandosi dalla sorpresa, Rosa afferrò il biglietto.</p>



<p>Il nome del posto era in tedesco, una fabbrica magari. Un campo di lavoro.</p>



<p>Allora Tommaso era probabilmente stato arrestato al fronte. Aveva scritto chissà quante volte negli ultimi sei mesi per dire alla famiglia che era vivo, magari chiedendo scarpe nuove per l’inverno, ma nessuna lettera era mai arrivata a casa.</p>



<p>“Venivano intercettate dalla censura militare, continuava a chiedere notizie di suo fratello, che per l’esercito risulta ricercato. Se gli scrivete, non accennate a questo.”</p>



<p>Non era fede cieca. Era un ideale.</p>



<p>“Mi dispiace aver trovato notizie solo di uno dei suoi fratelli.”</p>



<p>Rosa sorrise. “È un inizio.”</p>



<p>La mattina dopo, la foschia era così spessa da cancellare l’orizzonte. Rosa, però, sarebbe diventata brava a fissare gli occhi su quello che ancora non si poteva vedere.</p>



<p class="has-regular-font-size"><strong>Nota</strong><br />Ispirato liberamente alle testimonianze del Comune di Brugherio:&nbsp;<a href="https://www.comune.brugherio.mb.it/citta/storia-e-tradizione/1943-1945-la-resistenza/">https://www.comune.brugherio.mb.it/citta/storia-e-tradizione/1943-1945-la-resistenza/</a></p>



<div style="height:60px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-regular-font-size"><strong>Chiara Cassaghi</strong> <em>è nata in Francia nel 1998 da un padre italiano e una madre portoghese. Dopo aver conseguito una laurea in sceneggiatura nel 2018, lavora nel cinema e la televisione come assistente allo sviluppo e alla produzione di documentari. Ultimamente, si è dedicata alla regia con Homenagem, un documentario sullo spopolamento della frontiera più antica d’Europa. È spesso co-sceneggiatrice dei film di suo fratello, la collaborazione più recente essendo Healing Hope (2025)</em>.</p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="CkEhJgnMjs"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/embed/#?secret=CkEhJgnMjs" data-secret="CkEhJgnMjs" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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		<title>Vattinne</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/04/20/vattinne/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Apr 2025 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STAFFETTA PARTIGIANA]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia giuliano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgia Giuliano</strong><br />Le chiama perevarenikabachky come se io non le vedessi. Zucchine stracotte. Dice che queste sono speciali. Mi annoda il bavaglino e copre il tubo della flebo; insieme al catetere sono due cavi dello stesso ordigno esplosivo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-112646" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>di <strong>Giorgia Giuliano</strong></p>



<h4>Racconto selezionato per la pubblicazione nell’ambito del concorso <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA</a>, promosso da <em>Nazione Indiana </em>per celebrare l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.</h4>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px">Le chiama <em>perevarenikabachky </em>come se io non le vedessi. Zucchine stracotte. Dice che queste sono speciali. Mi annoda il bavaglino e copre il tubo della flebo; insieme al catetere sono due cavi dello stesso ordigno esplosivo. Quando sono esplosa è caduta in ginocchio, scola i cocci più grandi nell’acqua dolciastra delle verdure. L’ultima immagine di Mariupol è stata un supermercato distrutto e due bambini che litigavano per un pezzo di carne cruda. Ho lanciato il piatto come se il Paese in guerra fosse il mio, lei ha spento subito il televisore. Al telefono ha dato la colpa al telegiornale. Si sistema il maglione pulito, la coperta che riceve chi si salva. Lei è già sopravvissuta. Spegnere il televisore, rompere un piatto: è la stessa cosa. Sullo schermo nero c’èun’altra bambina che non vuole mangiare. Vattinne, la guerra non c’è più. La guerra con Eva è tutti i giorni. <em>Bidna stara zhinka! </em>Questa frase la ripete ogni volta che perde. Ma il mio corpo non vuole più niente, guardarsi neanche. L’unico ancora affamato è il mare. Navi, bombe, persone. Ha mangiato tutto, ha sempre finito il piatto. Adesso è un campo di battaglia che si è cicatrizzato.</p>



<p style="font-size:17px">La mia non era sempre fame. Sembrava di più, oggi ha un nome. Tutti mi credevano in salute, mi toccavano come se non fossi vera in cerca del mio punto più sano. La gente non aveva più guance, la fronte spenta, il colore del grano arso sotto gli occhi. Dicono che adesso sono io così. Sulle loro facce c’erano le grandi ombre di uno stomaco rimpicciolito, camminavano con le gambe sottili aggrappate ai vestiti. Nessuno si reggeva più in piedi, reggersi in piedi era diventato più pericoloso della guerra. Un barcollare. Un brancolare. Per strada, l’odore delle cozze e della polvere da sparo erano un crocifisso alla parete: sempre lì, fermo e impietoso. I nostri respiri erano suppliche e ronzii, preghiere dette per far arieggiare una stanza, un cuore, la mia coscienza. Avevo scoperto che ogni mese la famiglia di Corso Trieste nascondeva delle scorte di cibo in una fossa tra gli scogli. La sabbia lì era più gonfia e ogni tanto un’onda passava a indicare quel punto. Prima mi regalavano i giochi e i vestiti delle figlie più grandi, poi smisero. Mio padre diceva che era per una tessera che noi non avevamo. All’inizio piangevo, poi capii di potermi scegliere i vestiti. La ricchezza di quella famiglia si era legata a qualcosa di sporco. Ricca ma sempre legata. Raggiungevo il nascondiglio all’ora del tramonto, quando in piazza si faceva il bilancio dei feriti. Io mi curavo da sola. Il cibo era una medicina, mi gonfiava, un cortisone. Scavavo alla svelta, ma non era rubare: era proteggere la vista dal sangue, l’udito dalle bombe. La verdura era più cruda del sangue e tra i denti faceva più rumore di cento fucili. Ingoiavo patate sabbia e zucchero. Farina a manciate. Provavo a impastarla con l’acqua del mare. A volte un granchio mi guardava. In poco tempo diventai come lui, scappavo, cercavo di esistere solo di lato. Quando tornavo a casa sapevo ma non ricordavo. Nell’incoscienza della fame mi comportavo come una sonnambula.</p>



<p style="font-size:17px">Il corpo di mio padre si era striminzito e poteva ripararsi dietro il mio. Mia madre continuava ad apparecchiare ogni giorno una tavola vuota. Sulla tovaglia c’era l’alone di una vecchia macchia di vino, la certezza che prima non avevamo preoccupazioni. La sera ci passava un dito sopra, la accarezzava, guariva il livido. Un grappolo d’uva durava tre giorni. La buccia si masticava, il chicco si succhiava per non avere sete. La mia pancia era piena rispetto alla loro, ma il suono di una sirena la svuotava. Non potevo più vivere senza il nascondiglio. Non m’interessava il sapore del cibo, solo forma e suono. Divoravo per costruirmi un riparo. In poco tempo, il mio corpo divenne un carro armato, robusto e sicuro, lo chiamavano&nbsp;<em>il miracolo</em>. Nessuno poteva immaginare che ero più distrutta di loro.</p>



<p style="font-size:17px">Ero sicura che le staffette di Bari Vecchia fossero la mia salvezza. Avevo capito da che parte stare. Un pomeriggio mi fermarono per strada, una di loro teneva la gonna stretta tra le gambe facendola sembrare pantaloni. Quando si avvicinarono, sotto le ascelle avevo un pezzo di formaggio e carote, ero troppo piena per mangiarli, provai un forte desiderio di lasciarli cadere.</p>



<p style="font-size:17px">«Quanti anni hai?»</p>



<p style="font-size:17px">«Dodici.»</p>



<p style="font-size:17px">Mi unii a loro per consegnare aiuti ai partigiani. Imparai ad andare in bicicletta, me lo aveva insegnato Gilda. Trasportavo cibo, non pensavo più a mangiarlo, mi dimenticai del nascondiglio. Passai da carro armato a staffetta. Avevo un po’ meno paura, il mio corpo agile combatteva la guerra giusta. Un giorno il mare trascinò a riva pesci già morti che avevano nuotato sotto le bombe. Chiamai le staffette e riempimmo tre secchi, qualcuno lo portai a casa mia, mamma non fece neanche in tempo ad apparecchiare. Era felice.</p>



<p style="font-size:17px">Il giorno dopo mi tornò la paura. La strada che conduceva al deposito era un viale alberato. La stavo percorrendo da sola, mosca in una stanza, c’era solo il ronzio delle mie ruote. Da lontano vedevo un lungo frutto appeso a un ramo, girava su sé stesso come ancora attaccato al picciolo. Somigliava a una danza. Frutto della mia immaginazione. Quando fui vicina i miei piedi rimasero immobili sui pedali, ma la bicicletta non si fermò. La mia testa passò sotto la suola di quelle scarpe nere ancora lucide, e continuò a pulsarmi come se le avessi sfiorate. Superai una donna impiccata. Ricordo di aver schiacciato i freni solo quando arrivai al deposito. Nel frattempo però i miei freni si erano rotti: iniziai a divorare gelatine e manciate di olive. A scongiurare il carro armato perché tornasse a proteggermi.</p>



<p style="font-size:17px">A poco a poco diventai più lenta. Consegnavo meno provviste. Gilda mi chiese spiegazioni, lungo il tragitto aveva trovato dei noccioli sputati. Fu Emma a vedermi. Lo disse a Gilda e a tutte, mi sorprese nel deposito con un boccone di sardine. Ne sputai una parte, l’altra la ingoiai. Così fu la mia fuga: da una parte istinto, dall’altra troppo tardi. Due soldati della Wehrmacht mi catturarono quando svoltai l’angolo del Palazzo delle Poste. Uno dei due tentò di chiudere la mano attorno al mio braccio, ma le sue dita erano tarate sui fucili.</p>



<p style="font-size:17px">La base militare era vicina al porto, ero isolata in una piccola stanza. Non volevo finire appesa. Sul soffitto non c’erano ganci, il muro era sottile. Fuori l’Adriatico ringhiava, allontanava le guardie, non venne nessuno per due giorni. In alcuni punti l’umidità aveva gonfiato l’intonaco, le bolle mi ricordavano dolcetti di Natale. La fame prese a vedere cibo ovunque, la paura rese la stanza commestibile. Scoppiai una bolla con il dito, l’indice dritto come se l’avessi scelta.&nbsp;<em>Quella.</em>&nbsp;L’intonaco era un’ostia, liscio sulla lingua e farinoso quando presi a masticarlo. Era freddo e sapeva di muffa. Piangevo perché non volevo avere né paura né fame. La bolla diventò un buco. La terza sera penetrò la luce di una torcia, fu uno schiaffo sul viso. Mi tolsero dalle labbra una briciola d’intonaco. La torcia puntò prima a terra e poi sul muro: il buco fluorescente, le ombre a mezzaluna delle bolle che avrei mangiato dopo. Il fascio di luce sferzò il pavimento e tornò violento a illuminarmi, ebbi l’istinto di coprirmi come per non farmi toccare. Non sapevo da chi. Vedevo solo un guanto di pelle che copriva una mano. Per tutta la notte, le labbra mi pulsarono nel punto in cui c’era l’intonaco. La vidi la mattina dopo. La cintura della divisa esaltava il punto vita, punto più stretto di un piccolo imbuto. Il corpo stonava con l’uniforme, il fisico prevaleva. Angelico ai lati, sembrava spiegarsi come due ali. Le braccia fiancheggiavano il busto come i braccioli di un trono. La giacca tra il verdone e il grigio con una fila di bottoni, una tonalità che non ho mai più rivisto, Eva non ha vestiti di quel colore. La visiera del cappello cancellava i connotati di quel viso: il mento era l’unico punto non annerito. Cercai il suo sguardo non appena sentii la sua voce. Per un istante credetti che una donna nemica potesse mettermi al sicuro, ma la sua eleganza era solo un presagio di quanto sarebbe stata crudele. Con Eva sembro io quella cattiva.&nbsp;<em>Schmeckt das gut?&nbsp;</em>La guardia tedesca diede una gomitata al muro e fece cadere un pezzo d’intonaco. Lo pestò sotto la scarpa per farmi capire che c’erano cose più buone.</p>



<p style="font-size:17px">C’è sempre una guerra in questa casa, la stessa che rimbombava in quella stanza. La mattina dopo mi svegliai per la puzza di marcio, un proiettile che bucava la pancia senza passare dal naso. La guardia tedesca ferma davanti a me con un sacco. Cibo che era stato ricchezza, arrivato da me come miseria. I tedeschi lo avevano manipolato: il pane, la carne e le verdure erano diventati quello che volevano loro. Prima prestigio, poi insignificanza. Pescai una coscia di pollo in parte già spolpata, all’interno la carne era sfilacciata e viola. La guardia mi spinse la testa e per poco un osso non mi finì nell’occhio. Mangiai trattenendo il respiro. Da quel momento mangiare diventò assenza di respiro, una tortura. Pescai un cavolo marcio e una crosta di formaggio, il rigurgito mi risalì dalla gola, caldo, dovetti masticare anche quello. Fui costretta a svuotare un sacco pieno di scarti dei soldati. Il sacco divenni io. Ebbi una vertigine: per loro il cibo era inesauribile. Caddi di peso sul pavimento, stesa con lo sguardo sul soffitto, stomaco inginocchiato al petto. Quella pienezza che sembrava pigrizia. Immobile, mi dissanguavo. Speravo che la guardia non tornasse più. Tornò con un sacco più grande, c’erano cipolle e bucce di patata. Mi dimenai,&nbsp;<em>D</em><em>as arme Mädchen will nicht essen, Bidna stara zhinka!</em>, due lingue collidono nel mio presente: una non dovrebbe essere qui, l’altra è pagata per restare<em>.&nbsp;</em>Mi porse una cipolla con una gentilezza che faceva terrore. Morsi, piansi, la pancia bruciava come gli occhi. Quando dissi la mia età, l’alito mi rimbalzò indietro. Me ne fece mangiare dodici. Prima di svenire guardai il buco. Quando mi svegliai, avevo l’addome calciato all’infuori. Sette giorni dopo il vestito si strappò su un fianco. La guardia stava facendo di tutto per togliermelo. Gli animali non portavano i vestiti.</p>



<p style="font-size:17px">Non usavo più le mani, erano legate. Mangiavo come se avessi fame. Potevo usare solo la bocca, così, quando riuscivo a immobilizzare il cibo, cercavo di finirlo al più presto. Un giorno mi scivolò un pomodoro, rotolò sul pavimento, lei lo pestò e me lo fece leccare. Un altro giorno mangiai cinquanta gambi di carciofi con le spine. Il mio corpo era il mio unico alleato, gli chiedevo di resistere e lui obbediente si gonfiava. Io non lo aiutavo: ogni volta che provava a ribellarsi, dovevo ingoiare. Ero una clessidra, il cibo cadeva dentro come sabbia. Mi dicevo che presto sarebbe finito anche quel tempo.</p>



<p style="font-size:17px">A girare la clessidra fu un’altra prigioniera. Aveva la faccia da Maria. Parlava con piccoli mugolii rinunciando spesso a qualche respiro. Il bavaglio le si appiccicava alla bocca come se volesse soffocarla, un triangolo bianco che le scopriva solo gli occhi. L’azzurro che cominciava ad annerirsi. Un corpicino di donna affamata che poteva essere mia madre, ma sembrava il contrario. Quando entrò nella stanza e mi vide così gonfia, mi mise subito una mano sulla pancia. Le dissi di no con la testa. In un occhio le vidi il sollievo, nell’altro la preoccupazione. Non mi sbagliavo quando pensai che Maria potesse essere mia madre. Quel giorno la guardia tedesca arrivò con un altro sacco, Maria all’inizio non capì, poi ringraziò di avere il bavaglio. La sua bocca cieca non guardava la mia, torturata. Nel sacco c’era una melma di verdure, code di pesce e tozzi di pane umidi e appiccicati. Mangiai quelle palle di cannone davanti a Maria che non smise di guardarmi. Sembrava esserci. Assistermi. Aiutarmi a finire gli avanzi. La guardia ce lo lasciò fare. Non ci restava nient’altro. Prima di andare via le annodò più stretto il bavaglio. Vidi i fori delle sue narici, i noccioli di una mela. La melma rimase ferma nella gola: se provavo a spingerla giù, la bocca si riempiva di saliva. Avevo un solo desiderio, ma le mie mani erano legate. La mia prima liberazione fu grazie a Maria. Mi portò in un angolo, mi mise una mano sulla fronte e poi due dita in gola. Ne uscirono giorni e giorni di torture. Il suo gesto aprì in me un passaggio segreto. Non avevamo niente per pulire, lei strappò un pezzo del suo vestito e ce lo mise sopra. Era un bel vestito a fiori.</p>



<p style="font-size:17px">Il suono delle onde nella stanza fredda mi dava il mal di mare, come una brutta sensazione. A volte però s’intrecciava alle ruote di una bicicletta o al coraggio della folla. Percepivo l’energia di una città ben difesa. L’acqua delle zucchine bollite è una risacca inodore, l’odore degli scarti vomitati era forte. La guardia se ne accorse. La treccia di Maria fu l’ultima cosa che vidi uscire dalla porta, non l’ho più incontrata da nessuna parte.</p>



<p style="font-size:17px">La pancia tremava di paura, coraggio, crampi. Dentro c’era un esercito di donne e di uomini pronti a combattere per la mia liberazione. La guardia non se ne accorse. Quando tornò, mi slegò i polsi per farmi raccogliere il disastro a mani nude. Placai una fitta con un colpo di reni. Mi ricordo le sue sopracciglia bionde, quasi trasparenti, a mitigare la sua cattiveria. Tirò fuori una pistola e iniziò a condurmi nell’angolo tessuto di fiori. Sentii il&nbsp;<em>click&nbsp;</em>dei fucili. Non perse sangue, ebbe solo uno spasmo. Smise anche di respirare. E adesso vattinne. Veloce presi la sua pistola e scappai con le gambe coperte di feci. Scendevano bollenti dall’interno coscia alle caviglie, colavano ripide, si seccarono sulla pelle come uno strato protettivo. Un soldato mi guardò inorridito al pensiero d’inseguirmi. Gli sparai facendo un favore al nemico, gettai la pistola e corsi più forte. Ero un maiale puzzolente e gonfio, pieno di fango, fuggito da un mattatoio. Poi lo vidi come adesso, sempre più azzurro, calmo, sempre più vicino. L’Adriatico. Corsi veloce e mi tuffai, le sue onde mi abbracciarono. Libertà e pulizia. Le mie feci sparirono nel mare, armi deposte.</p>



<p style="font-size:17px">Il vestito aggrappato alla pelle era la testimonianza di cosa mi avevano fatto. Urlava&nbsp;<em>Guardate.&nbsp;</em>Qualcuno mi sentì e mi venne incontro, un’altra onda: gente sfollata che mi accolse. Arrivava ogni giorno qualcuno, non era necessario sapere chi, raccomandati tutti dalla stessa guerra. Tra di loro ero l’unica robusta, mi diedero due travi di legno su cui dormire e un po’ di lana da mettere nel vestito, era l’imbottitura di una poltrona che avevano distrutto per strada. Non raccontai a nessuno cosa mi era successo, mi vergognavo, ero confusa. Il nostro rifugio era uno scantinato, noi una catena di montaggio, uscivamo a piccoli gruppi, saremmo usciti tutti insieme per annientare i tedeschi. Un giorno uno sfollato portò buone notizie. Pensammo tutti ai partigiani, invece tirò fuori dalla giacca pane nero e cereali. Gli altri iniziarono a toccarlo, gli accarezzavano testa e spalle.&nbsp;<em>Il benedetto.</em>&nbsp;Io maledetta feci un passo indietro, restando fuori da quel cerchio. La sera prepararono una zuppa, io tremavo a guardarla. Ognuno la raccoglieva dalla pentola usando un pezzo di pane come cucchiaio. Loro felici, io turbata. Il mio stomaco era ancora in quella stanza. Dicevo mangiatela voi, che il mio corpo resiste. Trovavo tante scuse. Quando iniziai a rimpicciolirmi, loro si preoccuparono. A volte insistevano.</p>



<p style="font-size:17px">«Non ho fame.»</p>



<p style="font-size:17px">«No Daria, tu non sai dire grazie.»</p>



<p style="font-size:17px">Ho lanciato una minestra di pomodoro, verze bollite, una sera anche un pesce arrostito. Per tutti ero&nbsp;<em>l’ingrata</em>. Aggressiva con il cibo. Avevo finalmente capito che tipo di rapporto tenere con lui. Persi gonfiore e carne sulle braccia, ho le cosce tutt’ora divise. Ero diventata la più minuta, ma ho saputo ugualmente combattere. Un’onda di insorti contro i tedeschi, gente di mare in tempesta fino a che non ci siamo liberati.</p>



<p style="font-size:17px">Dopo la guerra, sui fianchi ho visto risalire qualche smagliatura. Nuova vita che metteva radici. Alberto le ha percorse tutte con il suo ditino. Sembrava riattaccarmi la pelle. Ogni volta che l’ho preso in braccio è caduto dritto in una rientranza, gli dicevo che era un nascondiglio segreto creato solo per lui. Questo corpo è una facciata bombardata a cui mancherà per sempre un pezzo, se mi alzo dalla carrozzina crollerà del tutto.</p>



<p style="font-size:17px">Molti anni dopo, la guerra mi ha riportata in una stanza. C’era una finestra sigillata e odore di garze pulite. Ogni tanto i vetri riflettevano una luce blu che lampeggiava. Sono rimasta a letto molti mesi, l’infermiere mi chiamava&nbsp;<em>la guerriera</em>. Arrivava con un vassoio che mi tagliava il corpo in due. Appena si distraeva nascondevo il cibo sotto il cuscino e bevevo tanta acqua prima di salire sulla bilancia. I numeri che scendevano mi facevano pensare a quanta gente avevo visto cadere. Un giorno Alberto mi ha riportata a casa, dentro c’era un’altra donna. Si fida di lei perché Eva ha un grande corpo, è lei che non si fida di me. Sa sempre che lo rifarò. Ma se non ho fame, non posso neanche arrendermi. La carrozzina tende a destra, il mio corpo dalla parte opposta, il più vicino possibile alla finestra. Eva pensa al suo Paese, combatte, non vuole arrendersi neanche lei. Il pensiero è la sua resistenza. Alberto mi guarda, le lunghe ciglia infuocate dal sole, il dito che per me è quel ditino. Mi mette tra le labbra una capsula di megestrol. Vorrei dirgli che la bocca è l’ultima cosa da cui partire. Quando mi passa il bicchiere d’acqua io ho già sputato la pasticca. Questa città si è liberata da sola.</p>



<div style="height:60px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>Giorgia Giuliano</strong>, <em>1994, vive a Milano. Collabora da freelance con alcune testate, ha lavorato come copywriter in pubblicità. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati da Nazione Indiana, Micorrize, Altri Animali, Rivista Blam e Neutopia.</em></p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="0lw3KtpjUB"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/embed/#?secret=0lw3KtpjUB" data-secret="0lw3KtpjUB" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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		<title>Galline di montagna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Apr 2025 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STAFFETTA PARTIGIANA]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Rodolfo Sgro]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Rodolfo Sgro</strong><br />
Nuove galline sono entrate nel pollaio. Il babbeo le ha fatte entrare per prendergli le uova. Gionni dice che saranno guai con l’arrivo di queste galline di montagna. Secondo me Gionni non capisce mai niente: me ne fotto di chi arriva]]></description>
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<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-sgro.png" alt="" class="wp-image-112634" width="512" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-sgro.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-sgro-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-sgro-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-sgro-768x768.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-sgro-696x696.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/immagine-sgro-420x420.png 420w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></figure></div>



<p class="has-regular-font-size">di <strong>Rodolfo Sgro</strong></p>



<h4>Racconto selezionato per la pubblicazione nell’ambito del concorso <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA</a>, promosso da <em>Nazione Indiana </em>per celebrare l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.</h4>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px"><em>Pollaio di Collegno, 1945</em></p>



<p style="font-size:17px">Nuove galline sono entrate nel pollaio. Il babbeo le ha fatte entrare per prendergli le uova. Gionni dice che saranno guai con l’arrivo di queste galline di montagna. Secondo me Gionni non capisce mai niente: me ne fotto di chi arriva. Se non altro, meno uova devo fare io per il babbeo. Gionni dice che le galline di montagna porteranno tutte noi altre galline a scioperare. Io gli ho detto che gli scioperi li fanno solo i comunisti e che qui di comunisti non ce sono (a parte lui).</p>



<p style="font-size:17px">“Tu non ti rendi conto di cosa sta succedendo” mi ripete Gionni, come se fosse il più sveglio della baracca. “Queste arriveranno e ci costringeranno a fare come loro. Portano i loro slogan da comunisti e sai come finisce? Finisce che andiamo tutte a fare la fine di Lella e Gina. Io lo guardo e alzo le piume delle spalle. Lella e Gina sono sparite qualche settimana fa. Le ha portate via il babbeo, una mattina che non avevano deposto le uova. A mio modesto parere, se non fai le uova in questo posto, rischi di finire a terra, la “macchinetta” ti finisce. Qui tutti parlano ma nessuno ha mai davvero visto la macchinetta. E comunque, anche se la vedi poi perdi la memoria. Anche io sono passato dalla macchinetta: ha il suo tavolo, le cinghie e tutto l’occorrente per far deporre le uova. Prima una scossetta, poi una scossona e così via sempre più forte. Se deponi torni al pollaio, se non deponi ti buttano nella spazzatura. Io dico che è sempre meglio essere in tanti e dividersi il lavoro nel pollaio. Gionni, io voglio la mia razione di becchime. Se il babbeo me la dà, a me sta bene così. Meglio sopravvivere qui che essere macellata fuori. Mi scappa quasi un “a meno che…”, ma non lo dico. Ho i miei pensieri, però non voglio che Gionni si metta a fare il saputello come sempre. Che poi lui è un pollo avvocato erudito, il motivo per cui è qui non me l’ha mai voluto dire. Antonello, per gli amici Gesù Cristo, che fa sempre la morale a tutti, dice che andava a pollastrelli. Ma a “Gesù Antonello” non crede mai nessuno.</p>



<p style="font-size:17px">Tornando a noi. Le galline di montagna sono spuntate una mattina presto, con le piume ancora umide di rugiada (o sarà sudore? Chissà). Camminano dritte, guardandosi attorno come se niente potesse fermarle. Una, in particolare, ha la macchia nera sotto l’occhio sinistro: Tosca, la chiamano. La gente mormora che sia la “capa” di quelle galline. “Questa qua ci creerà solo casino” mi sussurra Gionni. “Magari ci porta una ventata di novità” ribatto io, fingendo noncuranza. Sono diverse, Gionni: noi ci siamo rassegnate a vivere nello sporco di questo pollaio. Tosca si avvicina alla rete di divisione tra il suo recinto e il nostro. Muove la cresta in modo strano, come se volesse farsi notare. “Ehi, pettorute!” dice con un tono che a me pare quasi di sfida. “Allora, siete pronte a dare una svegliata al babbeo o avete intenzione di continuare a farvi spennare?”. Gionni sbuffa, grattando il terreno con la zampa. “Lo sapevo… un’altra comunista che vuole scatenare polveroni!”. Io gli tiro un colpetto sulla schiena: “Taci un secondo, fammi sentire che dice”.</p>



<p style="font-size:17px">Intanto, il babbeo gira nella corte col solito sorrisetto bavoso. Quando si piega, gli cola il grasso dalla pancia fin sopra le braghe che gli scendono. Un bell’imbecille, se non fosse che ha sempre quell’aria di chi può farti male, e sul serio. “Allora, bambine mie, oggi quante uova mi fate?” urla. Alcune galline corrono e gridano “coccodè”, terrorizzate all’idea di finire come Lella e Gina. Io, di solito, vado e depongo in fretta. Ma stavolta non ci riesco: sono troppo concentrata su quelle nuove. “Laggiù in montagna si vive da galline libere” continua Tosca, rivolgendosi a me e a Gionni. “Dicono che non bisogna per forza obbedire alle regole di un babbeo qualsiasi. Anzi, se si fa squadra, magari si abbatte il pollaio e si vola via…”.</p>



<p style="font-size:17px">“Ah, volare… certo” sbotta Gionni, sarcastico. “E chi ci protegge dalla volpe schifosa? E dal freddo? Almeno qui hai un tetto, e se fai una decina di uova a settimana ti lasciano stare.” “Fino a quando, Gionni?” lo incalza Tosca. “Credi che Lella e Gina siano in vacanza alle terme?” aggiungo io.</p>



<p style="font-size:17px">Tosca ci studia con quei suoi occhi furbi. Poi abbassa il volume della voce, così bassa che quasi non la sento: “Ti dirò la verità: siamo arrivate qui per convincervi a ribellarvi. Vogliamo smettere di fare uova per il babbeo, scioperare, se preferisci chiamarla così. E poi scappare. Dobbiamo solo trovare il modo di forzare quella rete là in fondo, dietro il fienile. È arrugginita, potremmo bucarla con beccate notturne”.</p>



<p style="font-size:17px">Sento Gionni sbuffare. Io cerco di darmi un contegno: “E se il babbeo se ne accorge?” chiedo, lanciando un’occhiata al ciccione che adesso sta minacciando due galline per un paio di uova in meno. Tosca sorride, ma è un sorriso amaro. “Se se ne accorge, ci prepara la sua macchinetta, la… come la chiamate? Elettroqualcosa? Insomma, ci frega. Però se non ce ne andiamo, finiamo comunque spennate. Vuoi davvero vivere così?”.</p>



<p style="font-size:17px">Mi ritiro in un angolo del pollaio, stizzita. Gionni, dietro di me, scuote la testa e borbotta: “Te l’avevo detto, questi di montagna fanno solo casino. Tu credi che a loro importi di noi? Vogliono solo trascinarci in una follia che ci farà fare una brutta fine”. Chiudo un attimo gli occhi. La verità è che sono stanco di deporre uova a comando. Stanco di sentirlo urlare ogni giorno: “Allora, quante uova mi fate?”, come se fossimo macchine, e non esseri viventi.</p>



<p style="font-size:17px">“Magari Tosca ha ragione. Magari un po’ di casino ci serve, per smuovere le acque. Altrimenti siamo tutte già morte, solo che non ce ne rendiamo conto.”</p>



<p style="font-size:17px">“Parli da comunista” ribatte lui, alzando la cresta. “Ti avverto, non voglio finire come i tuoi amici sognatori.”</p>



<p style="font-size:17px">Quella notte, mentre Gionni dorme, esco dal mio recinto e giro intorno al fienile. Tocco con la punta del becco la rete arrugginita di cui parlava Tosca. Effettivamente, cede un po’. Basterebbe colpirla con costanza, in silenzio, per aprirci un varco abbastanza grande da infilarci le piume e scivolare via.</p>



<p style="font-size:17px">“Ehi, pettoruta, lo vedi? Ti dicevo la verità” mi sussurra una voce alle spalle. È Tosca, con altre due galline di montagna. Sembrano dure, coperte di lividi e graffi, come se avessero già vissuto battaglie.</p>



<p style="font-size:17px">“Allora, che si fa?” mi domanda. “Vuoi starci o vuoi continuare a obbedire al babbeo?”. Mi volto di scatto.</p>



<p style="font-size:17px">“Ci provo. Ma se va male…”</p>



<p style="font-size:17px">”Se va male, almeno avremo tentato” conclude Tosca, guardandomi con uno scintillio negli occhi.</p>



<p style="font-size:17px">Nel frattempo, il babbeo si è accorto che qualcosa non va. Il giorno dopo, mentre zampetto nella paglia, sento che grida contro un paio di galline: “Non avete fatto nemmeno un uovo! Che diavolo state tramando? Vi sistemo io!”. La sua risata si sente da un capo all’altro del cortile. Provo un brivido freddo quando lo vedo avvicinarsi a Gionni: lo afferra per le piume del collo, solleva la cresta e lo studia come fa un cacciatore con la preda. Poi lo lascia andare con uno spintone. Gionni mi guarda, terrorizzato, e credo che in quell’istante si stia rendendo conto che non si scherza. Qui finiamo tutti male, con o senza scioperi.</p>



<p style="font-size:17px">Io e Tosca ci diamo appuntamento la notte successiva. L’idea è semplice: beccare la rete arrugginita finché cede del tutto, poi sgusciare fuori e correre verso la montagna, dove le galline libere vivono senza babbeo. “È un piano da pazzi” mi dico ogni tanto, ma poi mi ricordo che siamo in manicomio e tutto torna coerente. Gionni dice che non se la sente di unirsi. “Se volete morire, fate pure” sussurra. “Io rimango. Almeno qui ho la ciotola di becchime.” Lo lascio perdere. Quando il buio avvolge il pollaio, e il babbeo sembra ronfare dentro la sua lurida baracca, io, Tosca e le altre due di montagna andiamo dietro al fienile. I nostri becchi battono sul metallo arrugginito, piano, cercando di non fare troppo rumore. Col tempo, uno squarcio si apre, un taglio netto che potremmo allargare con un altro paio di colpi. “Se ci becca, finiamo tutte sul tavolo del capanno” sussurra Tosca, guardando in direzione della casa. Lì dentro c’è la “macchina delle uova”, come la chiamiamo noi — la roba che ti fulmina la testa e ti lascia inerme. “Sì, ma se non agiamo, tanto vale farci spennare subito” ribatto.</p>



<p style="font-size:17px">Infiliamo la testa nello squarcio, una alla volta, aprendo un varco abbastanza grande. Io vado per prima. Mi taglio un po’ la zampa, ma riesco a passare. Tosca e le altre mi seguono. Cerco con lo sguardo Gionni, sperando che sbuchi all’ultimo momento. Ma niente. Adesso siamo fuori. L’erba umida sotto le zampe ha un odore nuovo, che non avevo mai sentito. Apro le ali, quasi per istinto, come se potessi davvero volare. Tosca mi fa cenno di andare avanti, verso il bosco. All’improvviso, sento un rumore alle nostre spalle. È il babbeo, che corre con un lanternino e urla come un pazzo: “Fermate quelle maledette! Vi sistemo io!”. Ha due aiutanti dietro di lui, grandi come buoi. “Correte!” grida Tosca. “Non fermatevi!”. Scattiamo in avanti, inciampando sui ciuffi d’erba, mentre i cani/infermieri si avvicinano. La lanterna del babbeo oscilla, gettando ombre deformi su di noi. Penso di essere spacciato. E invece, con uno sforzo disperato, raggiungo la fila di cespugli e mi tuffo dentro.</p>



<p style="font-size:17px">Corriamo per un’eternità finché non ci ritroviamo in un piccolo avvallamento, coperto da alberi e rovi. Ci accucciamo lì, senza fiato, il petto che sale e scende a ritmo forsennato. Tosca mi guarda e fa un breve cenno di soddisfazione. “Ce l’abbiamo fatta” sussurra. “Siamo fuori. Ora dobbiamo proseguire. La montagna è più in là, ci vuole una notte di viaggio.” Io annuisco, Gionni, avevo ragione, idiota. Mi domando se si sia pentito o se, dopotutto, preferisce il pollaio. Affari suoi.</p>



<p class="has-text-align-center" style="font-size:17px">*</p>



<p style="font-size:17px">Ricordo ancora la notte in cui varcammo la recinzione arrugginita e ci inoltrammo nel bosco, quasi incapaci di credere d’essere davvero usciti dal maledetto pollaio. Per un po’, vagammo fra i campi, nascondendoci dai buoi del babbeo che ci braccavano. Alla fine, grazie all’aiuto di chi ci considerava trovammo un rifugio dove altre galline di montagna ci accolsero con affetto. Avevamo fregato il babbeo e la sua “macchina per le uova”, e nessuno ci avrebbe mai più costretti a subire le scariche elettriche. Quel vigliacco di Gionni alla fine è scappato anche lui, lo ritrovammo due giorni dopo che tremava come una foglia dietro dei rovi. Tosca sembrava più viva che mai, con quel fuoco di ribellione negli occhi. Gionni, invece, era teso e silenzioso; a volte lo vedevo piangere, quando pensava che nessuno lo guardasse. Io? Io mi sentivo come se avessi iniziato una nuova vita, finalmente libera dall’odore di pollaio e dalla paura dei corridoi. Nei mesi successivi, mi accorsi che non eravamo più galline: stavamo perdendo le piume. Tosca scomparve quasi subito: mi disse che voleva continuare a far casino insieme ad altri compagni di montagna. “Se vogliono arrestarmi, che ci provino” mi aveva detto, prima di sparire all’alba con uno zainetto di stracci. Gionni rimase nel rifugio ancora per un po’, ma si muoveva inquieto, come se non riuscisse a trovare pace. Io cercai di adattarmi. Nessuno venne a cercarci per un po’. Scoprii solo più tardi che il babbeo era stato fatto fuori e che la volpe schifosa si era avvelenata insieme alla moglie e ai cani a Berlino. Dopo qualche tempo, cominciarono a diffondersi voci su processi, vendette e ritorsioni. Non tutti quelli che avevano lottato contro il babbeo erano considerati eroi; alcuni avevano compiuto azioni violente, e adesso le istituzioni volevano fargliela pagare. Fu così che seppi che Tosca, ricercata, s’era rifugiata in città, sotto falso nome. Lavorava come domestica presso una famiglia di borghesi. Viveva nascosta in casa altrui, per non finire dentro. Mi hanno detto che ogni tanto sgattaiola via per parlare ai giovani di quanto sia importante non piegarsi mai. Gionni, invece, era sparito nel nulla. Ci vollero mesi prima che scoprissi cosa gli fosse successo. Venni a sapere che, durante le perquisizioni, era stato fermato non solo perché sospettato di tradimento (sembra che non fosse davvero un pollo ma un fagiano), ma anche perché l’avevano scoperto mentre andava a pollastrelli. “Lo hanno costretto a una cura ormonale”, mi raccontò qualcuno con gli occhi bassi, come se fosse una vergogna da riferire. “Poi… poi s’è tolto la vita in una stanza d’albergo”. Mi chiesi se avesse passato la malattia anche a me, anche se mi sono sempre sentito uguale al solito insieme a lui. Secondo me i nostri medici non hanno capito niente di polli, galline e fagiani. Una mattina, mi svegliai e mi ritrovai circondato da facce conosciute, con camici bianchi e siringhe pronte. Mi dissero: “La tua testa non funziona bene, dobbiamo riportarti nel manicomio”. Volevo urlare che stavo solo cercando di vivere, che non avevo più un pollaio, che non ero più una gallina. Ma non mi ascoltarono. In pochi istanti, mi ritrovai di nuovo legato a un lettino, con un sosia del babbeo col suo stesso sguardo vacuo che mi girava attorno, farneticando di terapie. La macchinetta del pollaio era più viva che mai. Tosca, buon lavoro con i tuoi borghesi. Gionni, sei morto come un citrullo.</p>



<p style="font-size:17px">Mi applicavano gli elettrodi alle tempie. Loro continuavano a parlarmi e a invitarmi a non agitarmi. Ma io non sentivo più nulla. Nella mia mente, non ero più una gallina. Alla faccia loro. Poi la corrente elettrica attraversò le mie ossa, trasformandomi in un grottesco ammasso di tremiti. “Chissà se so deporre ancora uova” mi chiesi, dato che non ero più gallina.</p>



<p style="font-size:17px">Sono di nuovo qui, nel reparto 5, con quelle luci fredde sul soffitto. Ho imparato a deporre di nuovo. Quantomeno non mi hanno macellato. Nelle orecchie un gallo canta all’alba. E allora sorrido: Gionni, maledetto fagiano, sei ancora qui a rompermi l’anima?</p>



<div style="height:60px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>Rodolfo Sgro</strong>. <em>«Sono nato a Torino nel 1994 e dal 2002 al 2025 ho vissuto a Collegno. Sono medico, specializzato quest&#8217;anno in Psichiatria, da gennaio lavoro nel reparto di Psichiatria dell&#8217;ospedale di Rivoli. Nei ritagli di tempo, sono anche chitarrista della band cantautoriale &#8220;Spaghetti Spezzati&#8221;. La città di Collegno rappresenta lo sposalizio più bello fra i miei due mondi: la Resistenza da un lato (pensate che ho abitato fino a gennaio di quest&#8217;anno in via staffette partigiane, 18) e la salute mentale dall&#8217;altro (il famoso manicomio di Collegno). Non potevo non partecipare alla vostra chiamata, proprio perché queste due realtà fanno parte della mia vita. Visito spesso l&#8217;ex manicomio, oggi museo, con i suoi padiglioni in cui venivano suddivisi gli utenti in base ai loro trascorsi (fra essi, c&#8217;era anche un&#8217;area dedicata ai dissidenti politici, nonché agli omosessuali). Subito ho pensato di poter ambientare un racconto in quel manicomio. Per una questione di libertà espressiva, ho fatto in modo che tutto fosse visto dagli occhi di uno psicotico delirante che si credeva gallina in un pollaio. Vorrei infine ringraziare tanto la scrittrice Benedetta Tobagi, che non conosco ma che vorrei tanto incrociare, perché con il suo libro &#8220;La Resistenza delle Donne&#8221;, letto a luglio 2024, mi ha aperto un mondo. L&#8217;idea di ambientare questo racconto in manicomio è sicuramente nata grazie ai suoi resoconti.»</em></p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="IFaDfMzFAk"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/embed/#?secret=IFaDfMzFAk" data-secret="IFaDfMzFAk" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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			</item>
		<item>
		<title>Nun si parti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/04/18/nun-si-parti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Apr 2025 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STAFFETTA PARTIGIANA]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Sofia Rigoli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Sofia Rigoli</strong><br />
Palidda non sapeva leggere né scrivere. La sua maestra veniva dal nord, dove i bambini imparavano entro i sei anni, diceva. Lei invece di anni ne aveva nove, quasi dieci, e ogni volta che doveva mettere le lettere in fila su un foglio per dargli senso si confondeva e finiva per distrarsi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image alignfull size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Foto-Sofia-Rigoli-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-112624" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Foto-Sofia-Rigoli-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Foto-Sofia-Rigoli-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Foto-Sofia-Rigoli-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Foto-Sofia-Rigoli-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Foto-Sofia-Rigoli-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Foto-Sofia-Rigoli-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Foto-Sofia-Rigoli-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Foto-Sofia-Rigoli.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>di <strong>Sofia Rigoli</strong></p>



<h4>Racconto selezionato per la pubblicazione nell’ambito del concorso <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA</a>, promosso da <em>Nazione Indiana </em>per celebrare l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.</h4>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px">Palidda non sapeva leggere né scrivere. La sua maestra veniva dal nord, dove i bambini imparavano entro i sei anni, diceva. Lei invece di anni ne aveva nove, quasi dieci, e ogni volta che doveva mettere le lettere in fila su un foglio per dargli senso si confondeva e finiva per distrarsi. La maestra le diceva che era svogliata, che se non avesse imparato sarebbe tornata a dover lavorare la terra come i suoi nonni. Allora lei si era impegnata, vedendo che sua madre ci rimaneva così male nell’avere una figlia babba e con la testa nta l’aria. Alla fine per farla contenta aveva imparato a scrivere il suo nome: non Paola, ma Palidda, come la chiamavano tutti. Aveva capito presto che c’erano tante cose che lei non riusciva a fare e gli altri bambini sì. Per esempio, non riusciva a memorizzare le preghiere. Ne recitavano sempre una prima delle lezioni, appena arrivati a scuola. Lei non aveva una buona memoria, non riusciva a ricordarsele. Finiva per balbettare e farsi rimproverare. Allora aveva imparato a muovere la bocca senza produrre alcun suono, in modo che la maestra non si accorgesse che stava sbagliando tutte le parole. Fingere di saper leggere, invece, era più difficile. Aveva provato anche quello, cercando di indovinare cosa potesse esserci scritto nei libri ogni volta che le veniva chiesto di leggere un testo ad alta voce. Anche se si vergognava faceva finta di ignorare le prese in giro degli altri bambini e i rimproveri della maestra, che tanto alla fine aveva ragione lei: la scuola non era cosa sua. Del resto a Palidda non era mai interessato saper leggere o scrivere, non le sembrava importante.</p>



<p style="font-size:17px">Poi suo fratello era partito e tutto era cambiato. Nessuno sapeva dove sarebbe andato, si sapeva soltanto che un giorno lo avevano caricato su un camion dell’esercito e se lo erano portato via. C’era la guerra, questo glielo avevano detto più volte. A quel punto le risate dei suoi compagni e lo sguardo deluso della sua maestra ogni volta che faceva scena muta davanti ai libri non le importavano più. Continuava a pensare a suo fratello Viru, che era salito sul camion mentre lei era a scuola senza neanche un saluto. Palidda aveva passato ogni notte a domandarsi perché nessuno volesse dirle dove era andato, e soprattutto perché non era potuta andare con lui. Allora aveva deciso di chiederlo a suo padre, che era sempre buono con lei.</p>



<p style="font-size:17px">“Picchì tu sì fimmina, e poi sei piccola”, le aveva spiegato pazientemente. Palidda non si era convinta. Su quegli autocarri aveva visto salire bambini di tutte le età, pure poco più grandi di lei, e se avesse potuto sarebbe salita anche lei senza pensarci due volte.</p>



<p style="font-size:17px">Un giorno aveva visto un militare fuori da casa loro e gli aveva chiesto se poteva partire anche lei. Vedeva spesso i camion, fermarsi alla prima casa di una strada e percorrerla tutta finché non erano pieni.</p>



<p style="font-size:17px">Sua madre si era voltata, sconvolta, e l’aveva guardata a lungo negli occhi prima di parlare.</p>



<p style="font-size:17px">“Una cosa così non la devi dire mai più”, le aveva detto infine. Poi si era scusata con il militare e l’aveva trascinata dentro casa.</p>



<p style="font-size:17px">Sua mamma provava a renderla partecipe, le diceva che lei era una bambina intelligente anche se non sapeva leggere, che era importante che capisse.</p>



<p style="font-size:17px">Si stavano portando tutti i loro ragazzi, le diceva, stavano privando la Sicilia di tutte le braccia forti che dovevano sorreggerla e lo stavano facendo per combattere una guerra e neanche sapere per chi la stavano combattendo. Anche Viru era partito senza essere sicuro di dove lo avrebbero spedito, e tutta la famiglia stava ancora aspettando sue notizie. Sua mamma usciva di casa a controllare la cassetta della posta più volte al giorno, anche quando sapeva che a quell’orario i postini non lavoravano o non sarebbero passati di lì.</p>



<p style="font-size:17px">“E non puoi chiedere aiuto agli americani?”, aveva domandato a un certo punto la bambina.</p>



<p style="font-size:17px">A Palidda gli americani facevano simpatia. Con lei erano sempre gentili, anche se a volte la intimorivano. Le faceva paura che non sapevano parlare la sua lingua, e lei la loro. Cominciano sempre i problemi, quando non ci si capisce. Un po’ come quando tutti i suoi compagni recitavano a memoria le preghiere che lei non sapeva. Ogni volta che vedeva i soldati confabulare o ridere tra loro, voleva chiedergli cosa avessero da dirsi, voleva sapere cosa ci facevano lì. E poi voleva chiedergli se sapevano dove fosse suo fratello Viru.</p>



<p style="font-size:17px">Sua madre, in ogni caso, le diceva di non stargli vicino troppo a lungo. Le diceva “nun ti fidari mai di nuddu”, e Palidda se lo ripeteva ogni volta che un soldato americano le rivolgeva un sorriso per strada.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px">Poi le scuole vennero chiuse per un po’. Quando riaprirono, sua mamma si rifiutò di mandare la figlia.</p>



<p style="font-size:17px">“Ci sono cose più importanti da fare qui, Palidda.”</p>



<p style="font-size:17px">Lei non si era opposta. La scuola non le piaceva, e poi così si sarebbe potuta concentrare meglio sul suo obiettivo: raggiungere suo fratello. Nel frattempo era arrivato gennaio del 1945 e c’era sempre sole. A Palidda sarebbe piaciuto uscire per strada a giocare, andare a bussare alla porta dei vicini di casa per chiedere delle loro figlie. Tutti però sembravano distratti da qualcos’altro, pure sua mamma, che di quei tempi era sempre nervosa.</p>



<p style="font-size:17px">“È meglio se te ne stai a casa, per ora.”</p>



<p style="font-size:17px">Palidda si annoiava, e ogni volta si rimproverava quando si sorprendeva nel pensare che le mancavano perfino le lezioni, con tutte le prese in giro dei suoi compagni. A un certo punto aveva deciso che se non era riuscita a imparare a leggere seduta dietro i banchi di scuola, avrebbe imparato da sola. A casa sua non c’erano molti libri, ma Palidda sapeva che sua mamma teneva sempre una bibbia sul comodino. Una mattina aveva aspettato che lei andasse fuori a controllare la posta, e poi era corsa nella sua stanza per prendersi la bibbia. Era un po’ ingiallita e alcune pagine sfuggivano alla rilegatura, ma era un bel libro, su quello non c’era dubbio. Palidda se l’era portata nella sua stanza, e l’aveva nascosta sotto le coperte. Sapeva che sua mamma la prendeva in mano solo la sera, quando era a letto e la sfogliava distrattamente prima di dormire. Per qualche giorno aveva tentato e ritentato di dare un senso a quello che vedeva sulle pagine senza alcun risultato. Le lettere si confondevano tra di loro, sovrapponendosi l’una all’altra. Un pomeriggio, mentre sua madre riposava, Palidda era silenziosamente andata a rubare la bibbia accanto a lei. Un bigliettino ben piegato era scivolato giù. Palidda lo aveva raccolto da terra, lo aveva aperto ed era rimasta inorridita. Cosa ci fosse scritto dentro non poteva saperlo, ma la calligrafia di suo fratello l’avrebbe riconosciuta tra un milione. C’era anche il suo nome, proprio in cima al foglietto, ed era l’unica cosa che Palidda poteva decifrare del suo contenuto. Era corsa nella sua stanza a piedi scalzi, dimenticandosi che non doveva fare rumore. Palidda si era sentita stupida tante volte nella sua vita, ma quella fu la peggiore di tutte. Aveva creduto a lungo che leggere e scrivere fosse inutile, aveva creduto che non le sarebbe servito mai in tutta la sua vita e aveva sostenuto non le interessasse. Era riuscita a superare le prese in giro e i rimproveri a testa alta, solo per scoprire che le parole erano importanti per davvero e lei non avrebbe mai saputo farle sue. La vergogna bruciava nella sua gola e nel suo stomaco, ma Palidda non voleva piangere. Aveva pensato, per un momento, di andare a svegliare sua madre per farsi dire cosa ci fosse scritto dentro quel biglietto. Poi aveva deciso di non farlo, un po’ perché si vergognava a dover chiedere e un po’ perché se lo sentiva, che quello era un segreto. Se Viru avesse voluto, quel biglietto lo avrebbe potuto poggiare sul tavolo della cucina, e invece lo aveva nascosto dentro una bibbia. Qualcosa le diceva che neanche sua madre sapesse che era lì. L’idea che suo fratello avesse lasciato qualcosa indietro per lei le dava speranza, le faceva pensare che forse lo avrebbe rivisto davvero.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px">I giorni seguenti erano stati peggio dei precedenti. Se prima Palidda si annoiava e basta, adesso l’attesa era un’agonia. Non aveva niente da fare, se non ripassarsi quel pizzino tra le mani, cercando di immaginare cosa suo fratello avrebbe potuto dirle. Sapeva che per le strade la gente si stava agitando, vedeva i suoi genitori più tesi che mai. In parte si chiedeva cosa stesse succedendo là fuori, per causare tutto quel casino. In realtà, però, le interessava solo di Viru e delle sue ultime parole. La bibbia la rubava ancora, di tanto in tanto. Ma sapeva che era inutile, tanto non sapeva leggerla. Avrebbe voluto fare quello che le diceva la maestra e affidarsi a Dio e alla sua volontà. Avrebbe voluto saper credere a quello che diceva, quando sosteneva che tutti i ragazzi che erano partiti lo avevano fatto per la patria e anche per lei. Avrebbe voluto convincersi che ci fosse un piano e un motivo, ma non riusciva a togliersi le parole di sua madre dalla testa. Si ricordava ancora le sue grida e i suoi pianti, quando era tornata da scuola e l’aveva trovata accasciata sul pavimento della cucina, aggrappata al piede del tavolo.</p>



<p style="font-size:17px">“U figghiu miu, si pigghiaru!”, urlava. “Quei bastardi me lo ammazzano, io lo so!”.</p>



<p style="font-size:17px">Tutto il vicinato gli aveva fatto visita nelle ore seguenti. Era venuta Lina, quella della casa di fronte, e sua figlia, Carmela, con cui Palidda aveva giocato a mosca cieca fino a pochi mesi prima. La madre non le aveva parlato per tre giorni interi. Non aveva parlato a nessuno, a dire la verità. Siccome suo padre doveva andare a lavorare e sua madre stava tutto il giorno a letto come se si fosse ammalata, spesso veniva lo zio a trovarla. La portava a fare una passeggiata quando poteva, oppure le teneva compagnia con storie di ogni tipo. Palidda lo sapeva che se le inventava, ma lui giurava fossero vere e le raccontava così bene che finivano per crederci entrambi. Le aveva detto di un bambino che si chiamava Giufà — era un po’ un crastuni e viveva per strada. Giufà era solo un picciriddo ma era intelligente, le aveva spiegato, anche se tutti dicevano che in realtà era uno scimunito che non era mai andato a scuola. Si cacciava sempre nei guai, ma riusciva a tirarsene fuori ogni volta. Lo zio aveva detto di averlo conosciuto personalmente, anche se Giufà sapeva nascondersi bene. Un pomeriggio avevano deciso di andare a cercarlo insieme. Prima di uscire, Palidda aveva messo i panni bagnati sopra la fronte di sua mamma come aveva chiesto lei, “così mi do una calmata”.</p>



<p style="font-size:17px">Per strada i militari americani li guardavano con sospetto, ma lo zio aveva detto a Palidda di non farci caso. Giufà non lo avevano trovato, però nel vederla così delusa gli americani avevano offerto a Palidda una tavoletta di cioccolato.</p>



<p style="font-size:17px">“Forse hanno portato via anche lui, sui camion dei soldati”, aveva ipotizzato la bambina.&nbsp;<br />“Forse”, aveva detto lo zio.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px">Quando si poteva, Palidda accompagnava la madre a casa della vicina, per distrarsi. Si assicurava che il biglietto di Viru fosse ben nascosto sotto il cuscino, e poi la raggiungeva in cortile. Le due si facevano compagnia mentre pulivano la verdura. Quel giorno Palidda si era seduta su un gradino mentre sua madre sbucciava i piselli. Di politica di solito si cercava di non parlare, per non litigare. Di quei tempi era proprio impossibile, soprattutto perché sua madre era sempre arrabbiata.</p>



<p style="font-size:17px">“Hai fatto la cosa giusta, a farlo partire”, le aveva detto Lina.</p>



<p style="font-size:17px">“Nun mi lassaru scègghiri.”</p>



<p style="font-size:17px">“Quando una madre offre un figlio alla causa bisogna ricordarlo con orgoglio”, aveva continuato quella, imperterrita.</p>



<p style="font-size:17px">Sua madre era andata su tutte le furie. Si era alzata di scatto, rovesciando tutte le bucce dei piselli a terra. Le aveva detto che non era giusto, che suo figlio morisse così. Non era giusto che morisse lontano da casa.</p>



<p style="font-size:17px">“La patria nostra è questa isola qui, e puru idda va liberata dai fascisti e dagli oppressori!”. Era l’ultima cosa che aveva detto, prima di tornarsene dentro casa sbattendo la porta e lasciando Palidda fuori, ancora seduta a terra.</p>



<p style="font-size:17px">In quei giorni la Sicilia era in confusione come un formicaio. Ma era un disordine necessario: i siciliani si stavano organizzando, si stavano preparando a lottare. A Catania avevano bruciato il municipio perché i militari avevano sparato a un giovane sarto senza motivo. A Ragusa una donna incinta si era distesa davanti alle ruote del camion diretto al distretto militare e si era rifiutata di muoversi. L’avevano arrestata insieme ai suoi concittadini e l’avevano accusata di aver istigato la sommossa. In seguito l’avrebbero condannata e spedita a Ustica, dove avrebbe partorito lontana dalle rivoluzioni.</p>



<p style="font-size:17px">Palidda queste cose le aveva sentite dai suoi genitori, da suo zio, dai vicini di casa. Sapeva che stava succedendo qualcosa di importante, di molto più grande di lei che era solo una bambina testarda.</p>



<p style="font-size:17px">“Nun si parti, ma darreri nun si torna”, si sentiva urlare dalle piazze. I siciliani dicevano che non avrebbero accettato un altro ventennio, non sarebbero tornati indietro. Erano stanchi di mandare i loro figli a morire, ma ancora di più erano stanchi di saperli morti non appena li vedevano partire per la guerra. Avevano organizzato cortei, erano scesi in piazza e non si erano nascosti per scappare ai militari. La guerra l’avevano guardata negli occhi e l’avevano rifiutata. Si erano difesi come potevano, donne e uomini, e ne stavano pagando il prezzo. La risposta non era stata positiva: li avevano accusati di essere criminali separatisti e fascisti solo perché gli faceva paura che si stavano ribellando. Poi avevano arrestato ognuno di loro. Per difendere la loro terra dai fascisti e dai monarchici, avevano imparato che la violenza era un diritto di tutti. Palidda, tutte quelle cose, le guardava da lontano senza capirle come avrebbe voluto. Sospettava che sua madre partecipasse anche lei a quelle manifestazioni, ogni volta che la vedeva uscire tutta trafelata con una scusa. Suo padre faceva finta di non farci caso, si impegnava nel rimanere fuori quei dieci minuti in più per darle il tempo di rincasare prima di lui, come se non se ne fosse mai andata. Palidda li guardava mentirsi a vicenda, ma non diceva mai niente.</p>



<p style="font-size:17px">L’unica cosa che le era chiara era che tutti stavano facendo qualcosa, tutti stavano combattendo. E suo fratello? Chi combatteva per lui, quando se lo erano portato via prima che nessuno potesse fare qualcosa? Di aspettare, Palidda non ne poteva più. Allora aveva deciso che avrebbe sfruttato la distrazione di sua madre per scappare, e qualcosa lo avrebbe fatto lei. Così aveva messo qualche vestito dentro la sua cartella di legno che una volta usava per andare a scuola e aveva riposto il biglietto di suo fratello nella tasca della sua giacca. La gente si affollava per le strade, i militari con i fucili in mano si agitavano e urlavano cercando di sovrastare la folla. I giovani siciliani combattevano per scendere da quei camion, lei per salire.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px">Era sgattaiolata fuori poco dopo l’ora di pranzo, quando suo padre era ancora a lavoro e sua madre era fuori a fare chissà cosa. Aveva paura di incontrarla, e quindi faceva attenzione ogni volta che voltava un angolo. Tanto sapeva bene dove stava andando: nei giorni precedenti aveva osservato i militari e i loro camion, aveva capito da dove partivano e si era appostata proprio dietro uno, in attesa di poter salire. C’erano quattro uomini, lì davanti. Avrebbe aspettato che si distraessero per scivolare dentro e nascondersi. Palidda aveva atteso con pazienza per più di venti minuti, cercando l’occasione giusta. Quando le sembrò il momento adatto, mentre i soldati erano impegnati a chiacchierare tra di loro con la sigaretta in mano, si fece strada silenziosamente verso il camion. Era diventata brava, a forza di rubare la bibbia e poi rimetterla al suo posto più volte al giorno. La bambina si arrampicò aggrappandosi a tutto quello che trovava, impaziente di trovarsi dentro il camion come tante volte aveva desiderato. Per un momento immaginò che dentro quell’autocarro ci avrebbe trovato suo fratello. Ancora non sapeva cosa ci fosse scritto dentro quel biglietto che le aveva lasciato, ma le piaceva pensare che le stesse chiedendo di seguirlo. Aveva paura che sua madre l’avrebbe trovata, aveva paura che le avrebbe impedito di vederlo. Avrebbe dovuto nascondersi per bene come Giufà, avrebbe dovuto essere intelligente come lui. Un piede dopo l’altro era quasi arrivata in cima. Poteva quasi vederlo, Viru, sorriderle da dentro il camion, orgoglioso di lei. E poi si era sentita tirare indietro, e poi in basso e sempre più in basso, verso la terra. Allora aveva sperato fosse sua madre, ma le mani che sentiva pressare sulle sue costole erano troppo grosse, troppo callose, troppo decise. Erano stati gli americani a trovarla. In qualche modo erano sempre dietro l’angolo, a supervisionare ogni movimento. Palidda si era agitata e aveva cercato di divincolarsi. Il soldato la teneva per un braccio, l’aveva costretta a stare ferma e a guardarlo negli occhi. Era solo un ragazzo anche lui, alla fine. Aveva i capelli biondi e gli occhi di un colore che Palidda non aveva mai visto, e la mettevano a disagio.</p>



<p style="font-size:17px">“What are you doing here?”, le aveva chiesto.</p>



<p style="font-size:17px">“Devo andare da mio fratello”, rispose lei, cercando di indovinare cosa il soldato le avesse chiesto come indovinava i testi dei suoi libri di scuola. “Si chiama Viru, è partito due settimane fa.”</p>



<p style="font-size:17px">“Go back to your parents”, aveva detto quello. “You shouldn’t be here.”</p>



<p style="font-size:17px">“Voglio salire sul camion anche io”, insisteva Palidda.</p>



<p style="font-size:17px">“Go away.”</p>



<p style="font-size:17px">Palidda non aveva intenzione di muoversi. Appena il ragazzo aveva allentato la presa, forse sperando che se ne sarebbe andata davvero, lei era scattata di nuovo in avanti verso il camion.</p>



<p style="font-size:17px">“Hey!”, urlò un altro soldato. “Get off the truck!”.</p>



<p style="font-size:17px">La acchiapparono da dietro, le tirarono i capelli. Palidda si mise a urlare come una bestia ferita, attirando l’attenzione di tutti i passanti.</p>



<p style="font-size:17px">“State fermi!”, intervenne una voce familiare. Palidda non riusciva a vedere perché aveva gli occhi pieni di lacrime e i capelli davanti alla faccia, ma smise di gridare.</p>



<p style="font-size:17px">“La conosco io, questa crasticedda. Datela a me.”</p>



<p style="font-size:17px">I soldati si guardarono tra di loro, poi con un cenno di intesa la lasciarono andare. Palidda corse tra le braccia dello zio.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px">Per diversi minuti non era stata in grado di parlare, il viso paonazzo e la gola bloccata. Aveva smesso anche di piangere, ma non riusciva a guardare suo zio negli occhi. L’aveva portata lontano dai soldati, camminando a passo svelto.</p>



<p style="font-size:17px">“Cosa pensavi di fare? Eh?”, l’aveva ripresa lui appena si erano fermati, poco lontano da casa.</p>



<p style="font-size:17px">Palidda non aveva risposto, aveva tenuto gli occhi bassi e aveva sperato che il solito senso di vergogna sarebbe passato da solo.</p>



<p style="font-size:17px">Quando si convinse ad alzare il mento abbastanza da incrociare lo sguardo dello zio, vide che non era così arrabbiato come pensava lei. Anzi, le stava quasi sorridendo.</p>



<p style="font-size:17px">“Dimmi la verità, Palidda. Cosa stavi facendo, su quel camion?”</p>



<p style="font-size:17px">Palidda non rispose per qualche altro minuto, ma suo zio aspettò senza insistere.</p>



<p style="font-size:17px">“Volevo andare da Viru”, confessò infine tornando a fissare le sue scarpe.</p>



<p style="font-size:17px">Solo a quel punto lo zio sembrò tranquillizzarsi. Allora si sedette a terra, in modo da guardarla negli occhi.</p>



<p style="font-size:17px">“Ti spiego una cosa, piccirì”, le aveva detto. “In parlamento ci chiamano fascisti, ma noi fascisti non siamo. Ci chiamano accussì picchì nun ci piace che noi la nostra terra la vogliamo libera dalle monarchie e dalle armi. Per lei moriremmo mille volte, ma neanche una per Mussolini o per Umberto II. E&nbsp;<em>stiamo</em>&nbsp;morendo per le nostre idee, stiamo morendo per liberare la Sicilia dai feudatari e dai fascisti.”</p>



<p style="font-size:17px">Lo zio le sorrise di nuovo, come a volerla incoraggiare.</p>



<p style="font-size:17px">“E se ti posso dire la verità, se si può solo scegliere dove morire, allora meglio morire a casa propria. Tuo fratello ha fatto una cosa coraggiosa, ma so che se avesse potuto scegliere sarebbe rimasto qui. U capisti?”</p>



<p style="font-size:17px">Palidda annuì, di suo zio si fidava.</p>



<p style="font-size:17px">“Tu sì ntiliggenti, e chiaramente u curaggiu nun ti manca. Adesso anche tu devi fare la tua parte: t’ha stari ccà.”</p>



<p style="font-size:17px">Avevano camminato in silenzio verso casa. Lo zio non aveva raccontato niente a sua madre, e lei non aveva chiesto. Palidda aveva ricominciato ad andare a scuola, e aveva tenuto quel foglietto nella tasca del suo giubbotto per mesi. Poi un giorno si era toccata la tasca e il biglietto non c’era più. Si era disperata, aveva rivoltato la cartella e tornata a casa aveva smontato tutta la sua stanza, ma non lo aveva trovato. Ormai si era perso e insieme a lui si erano perse le ultime parole che suo fratello aveva voluto dedicarle. Palidda aveva pianto e pianto tutta la notte. Non avrebbe mai saputo cosa volesse dirle Viru.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px">Poi la guerra era passata, e Palidda era cresciuta. Aveva imparato a leggere e a scrivere come tutti gli altri, ma una bibbia non l’aveva presa mai più in mano per paura di cosa avrebbe potuto trovarci dentro. Le dissero che suo fratello neanche ci era arrivato, al fronte. Lo avevano ammazzato prima, mandandolo nelle trincee. Era morto come tutti gli altri, solo e senza motivo. Non avevano neanche trovato il cadavere per poterlo restituire alla famiglia. Suo zio aveva detto che era una disgrazia che tutti questi ragazzi fossero morti per la causa sbagliata. Palidda non trovava un senso a quella frase. Suo fratello era morto e lei non lo avrebbe rivisto mai più, non avrebbe mai saputo cosa voleva dirle. Era quella, la vera tragedia. Anni dopo, lo avrebbe capito. Ai siciliani veniva sempre chiesto di partire, mai di restare e lottare. Suo fratello e i suoi coetanei avevano lasciato tutta la loro vita per le bombe e le mitraglia e non avevano saputo perché. Però erano andati via comunque, e i loro familiari e concittadini avevano lottato comunque per chi era partito e per fare in modo che non ne partisse più nessuno. Aveva capito cosa intendeva suo zio quando diceva che “U curaggiu nun servi, per morire. Quello lo potevamo fare pure a casa nostra.”</p>



<p style="font-size:17px">Non era sempre coraggio, anzi, non lo era quasi mai. Era la paura di morire ammazzati ed era la voglia di resistere a ogni violenza e ogni tirannide per proteggere la propria terra e la propria famiglia.</p>



<p style="font-size:17px">Lei aveva cercato di costruire un futuro per sé stessa e per i suoi genitori. Era pure andata all’università e aveva studiato filosofia, visto che poi tanto babba non era. Quando aveva ventidue anni le era stato offerto di proseguire gli studi a Trento. Palidda era stata la prima della sua famiglia a laurearsi e sarebbe stata la prima a trasferirsi così lontano per studiare. Il pensiero la intimoriva ma la incuriosiva pure. Più volte aveva pensato a cosa poteva aver provato, Viru, quando era partito anche lui. Si chiedeva se era spaventato come lo era lei, e sperava che la loro terra li avrebbe perdonati entrambi.</p>



<p><strong>Note bibliografiche&nbsp;</strong><br />La maggior parte della ricerca necessaria per la scrittura di questo racconto è stata svolta negli anni tramite la connessione e il dialogo con persone che hanno vissuto gli eventi qui riportati (in prima persona o attraverso i racconti dei parenti). Il sito dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia),&nbsp;<a href="https://www.anpi.it/">https://www.anpi.it</a>, è stato la mia fonte primaria di informazioni e mi è stato molto d’aiuto tramite articoli come questo:&nbsp;<a href="https://www.anpi.it/una-storia-di-resistenza-dimenticata-i-moti-del-non-si-parte-sicilia">https://www.anpi.it/una-storia-di-resistenza-dimenticata-i-moti-del-non-si-parte-sicilia</a>. Mi sono servita anche delle foto, dei video e dei documenti dell’Archivio Storico Luce disponibili online.</p>



<p><strong>Sofia Rigoli</strong> <em>è nata a Palermo nel 2003, dove adesso studia all’università nel corso DAMS. Vive vicino al mare, per fortuna. Cerca di raccontare agli altri quello che sa e a volte anche quello che non sa. Quando non sta scrivendo sperimenta con i diversi tipi di arte visiva come la fotografia e il videomaking</em>.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="TuahAtTEwX"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/embed/#?secret=TuahAtTEwX" data-secret="TuahAtTEwX" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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		<title>Nascondino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/04/17/nascondino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Apr 2025 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STAFFETTA PARTIGIANA]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Maria Fioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Nicola Maria Fioni</strong><br /> Fra le campagne che costeggiano le anse del grande fiume, proprio lì dove l’Arda s’allarga per esserci  risucchiata, un’eco risuona. «Sarà scappato sull’argine…» sussurra Mancini a Bianco, culo stretto, appoggiati al muro.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image alignfull size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/terra-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-112614" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/terra-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/terra-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/terra-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/terra-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/terra-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/terra-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/terra-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/terra.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/sarch-4368360/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4797886">Ercole Sartori</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4797886">Pixabay</a></figcaption></figure>



<p>di <strong>Nicola Maria Fioni</strong></p>



<h4>Racconto selezionato per la pubblicazione nell’ambito del concorso <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/09/staffetta-partigiana-gli-esiti-del-concorso/">STAFFETTA PARTIGIANA</a>, promosso da <em>Nazione Indiana </em>per celebrare l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.</h4>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px"><br />Fra le campagne che costeggiano le anse del grande fiume, proprio lì dove l’Arda s’allarga per esserci risucchiata, un’eco risuona.<br /><br />«Sarà scappato sull’argine…» sussurra Mancini a Bianco, culo stretto, appoggiati al muro.<br /><br />«<em>Sei still!»&nbsp;</em>tuona il tedesco medagliato quasi fosse una salva di rivoltella: «<em>Wenn wir ihn nicht finden, bringen wir euch alle um.»</em><br /><br />Dalle nostre parti si direbbe: «Fa zitto, che se&nbsp;<em>lo truverem miä, ad massarem tüt</em>!»<br /><br />Eppure nessuno lo trova, Cudicini.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px">Quando quel furbone del tedesco si è girato per appicciarsi una sigaretta, lui ha fatto ciao con la mano da mercante, è saltato giù dalla finestra e se l’è svignata chissà dove.</p>



<p style="font-size:17px">Eh già, dove? Perché, che si passi da Cignano, come da Soarza o da Busseto, le vie d’accesso a Villanova d’Arda son bloccate: i partigiani di&nbsp;<em>Castelveder</em>&nbsp;hanno avuto la bella idea d’ammazzare un qualche tenente per fregargli una motoretta e ora, per far tornare i conti, ne han fermati venti dei nostri.<br />Poco importa che i documenti siano tutti a norma, i primi venti che c’avevano il nome o la faccia da partigiano li han presi tutti.</p>



<p style="font-size:17px">C’è Bazzana che ha solo&nbsp;<em>quindic’anni</em>, ma il torto di chiamarsi come quel combattente che in Val Padana si fa chiamare il Biscia; Torelli che è vecchio e buono a far ubriacare di vino e di parole le persone; Sanfelici che ha fatto le scuole dei dotti e Parisi che ha la sola sfiga di essere emigrato da queste parti nel momento sbagliato.</p>



<p style="font-size:17px">Ci sono Mancini e Bianco che li abbiam già visti e son sempre&nbsp;<em>insema</em>, poi Goretti, Bosio, che è un po’ troppo bruno, il piccolo Marinelli e altri di cui, non s’offendano, ma in questa sede non varrebbe la pena raccontarne.</p>



<p style="font-size:17px">I venti, ora diciannove, son tutti prigionieri in quell’obbrobrio che han fatto diventare il palazzo del Comune. Tutti che rischiano la vita. Sul serio. Mica da ridere.</p>



<p style="font-size:17px">La Maria, la signora che fa da interprete (si dice che se la fa con più di un qualche repubblicano lombardo), fa che se Cudicini non salta fuori gli brucian la casa, giusto da monito. Aggiunge anche che se non torna per i sei rintocchi della campana, faran cascare qualche testa.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Ma in dove s’è ficcato quel matto del Cudicini?&nbsp;</p>



<p style="font-size:17px"><em>Cudicini</em>. In paese c’è chi lo chiama vile, chi scaltro, chi Boeri perché è biondo come i coloni olandesi, e infatti di nome di battesimo gli hanno dato Albino.</p>



<p style="font-size:17px">È figlio della Grande Guerra e mentre fugge diretto non so dove per i campi, fischietta un motivetto che potrebbe essere&nbsp;<em>se non ci ammazza i crucchi</em>, che non serve essere certo comunisti né cattolici per esser anarchici e antifasci. Basta esser coraggiosi.</p>



<p style="font-size:17px">Cammina Cudicini, cammina erto nella piana e continua a inneggiare una qual canzone partigiana che magari se l’è addirittura inventata da lui, di sana pianta.</p>



<p style="font-size:17px">Ha gli stivali chiusi nella molta di ottobre, e a ogni passo fa un chaf che si sente solo nella terra d’autunno o fra la merda delle vacche che ci han pascolato.</p>



<p style="font-size:17px">«Cudicini, guarda che se ti va bene ti mettono dentro, sennò t’ammazzano direttamente.»</p>



<p style="font-size:17px"><em>Ara</em>&nbsp;la Viliana. Sta passando in bicicletta sulla strada che più che bianca è color polvere. Robusta ma bella, ha sedici anni e quando non tesse la tela, consegna giornali con dentro, pinzati di qua e di là, messaggi criptici e criptati.</p>



<p style="font-size:17px">Cudicini è basso in mezzo al campo, e per farsi sentire urla come chi non soffre la morte, o chi la soffre troppo.</p>



<p style="font-size:17px">«Viliana, io di farmi prendere da un tedesco, non c’avevo mica voglia. E t’assicuro che ne ho ancora meno ora che son almeno&nbsp;<em>do óre</em>&nbsp;che mi trascino in bel mezzo del fango.»</p>



<p style="font-size:17px">Ha un sorriso stanco. Stanco delle guerre, stanco del fuggire, stanco pure un po’ di fare il bravo.</p>



<p style="font-size:17px">La Viliana fa silenzio, pedala a passo d’uomo che schiacciare la ghiaia&nbsp;<em>troppo irruenta</em>, sarebbe come schiacciare il cuore del Cudicini.</p>



<p style="font-size:17px">«Albino, te ci hai mai giocato a nascondino?»</p>



<p style="font-size:17px">«Da&nbsp;<em>pütel</em>, perché te no?»</p>



<p style="font-size:17px">«Io non son mica come te che pensi solo a te stesso… io a nascondermi, ci gioco tutti i giorni.&nbsp;<em>Tüt el dè</em>.»</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px">Alle quattordici di tedeschi di guardia ce ne sono cinque, che aspettano solo di muovere quelle MG che portano, chi nel fodero, chi già in mano.<br /><br />Di colpi in pancia i nostri non ne hanno ancora presi, ma c’è qualcuno che non si sente un granché di stomaco. Stan “chiamandoli dentro”, a uno a uno, per farsi dire dove potrebbe essere finito quell’altro là.<br /><br />Bianco, secondo solo ad Agliardi e Bazzana, è appena uscito. Sta ancora ammanettato, che guai se qualcun altro prova a fare il furbo, dice uno dei due “carabinieri italiani” sul posto.<br /><br />Bianco Giovanni marcia accompagnato, diritto quanto può e non ha segni di percosse. Tiene gli occhi sbarrati come chi, in strada, segnala un posto di blocco con i fari, sperando che l’amico fraterno sia allerta. Dovrebbero andare in ordine alfabetico, eppure tocca già a Mancini, adesso. È il&nbsp;<em>dilemma del prigioniero</em>.<br /><br />Mancini si caga addosso, che vorrebbe piangere.<br /><br />I tedeschi, uno per lato, lo prendono per le asce, sudate come agli adolescenti che hanno appena scoperto l’amore.&nbsp;<br /><br />Quello a sinistra ha un naso lungo da cane, gli strattoni di quello di destra invece sono quasi timidi: forse è un fifone o forse nemmeno a lui piace dover stare lì.<br /><br />Mancini ora è riverso per terra e per rispondere all’interrogatorio tocca stargli mezzo sulle ginocchia. Tra lui e l’inquisizione corre un vuoto che sembra occupare tutto lo stanzino. A dividere Mancini dal tenente, che pare si chiama Von Mayer, c’è solo una scrivania, teutonica nella tempra quanto lui.<br /><br />Di fianco c’è la Maria. Guarda Mancini con occhi da puttana che si è venduta per chissà quale prezzo incommensurabile e traduce.<br /><br />«Col Cudicini siete amici voi, no?»<br /><br />Come se quella là non lo sapesse.<br /><br />«Abbiam fatto le scuole insieme, fino alla seconda.»<br /><br />Elementare s’intende.<br /><br />«Dove potrebbe essersi nascosto il suo amico?»<br /><br />Mancini non parla: per prima cosa non è mica un infame, e poi lui davvero con Cudicini ha poco da raccontarsi, da quella volta che gli ha ciuffato duemila lire giocando a pinella.<br /><br />«Guarda che non è mica mio amico… non saprei.» La voce di Mancini esce lenta e a scatti come il piscio dall’uretra dei vecchi.<br /><br />Quella della Maria serpeggia fra un tedesco imbastardito e un italiano perentorio, ma dettato da qualchedun altro.<br /><br />«Bianco… ce l’ha detto della bisca.»<br /><br />Mancini, che già pareva un cadavere caldo, prende il colore del cognome del compagno. È davvero il dilemma del prigioniero.&nbsp;<br /><br />Il corpo genuflesso si fa rigido come i pensieri, che in quei momenti lì la testa è vuota come alla lavagna davanti a una divisione.<br /><br />Non è che Bianco abbia nominato degli affari che succedono nel retrobottega? E si che di solito è una tomba…<br /><br />«Perché? È illegale giocare a carte?»<br /><br />La Maria indica, con gli occhi più che coll’indice, il plico di scartoffie che tiene sulla scrivania germanica. Non serve nemmeno che il tedesco della Foresta Nera parli.<br /><br />«Lo dite voi, Signor Mancini… e lo dice il Regio Decreto Legge del 19 gennaio 1931, n. 773.»&nbsp;<br /><br />Per farsi più seria e convincere sé stessa quanto il prigioniero, la Maria sfoglia tra le carte e prende un foglio che per via della miopia del Mancini, per lui potrebbe anche esserci scritto “va al diavolo”.<br /><br />Ma Mancini non è mai stato un gran pensatore, di solito ragiona col cuore. Fa un respiro forte che sembra abdicare: «Andate a casa di Cudicini. Entrate dalla porta dello stufone, magari lo trovate che conta i soldi… di certo c’è qualcosa che v’interessa.»&nbsp;</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px">Il sole di ottobre seppur parco scalda le guanciotte di Cudicini, che ora è tutto solo nei campi in maggese.&nbsp;<br /><br />Lo sfrigolio della dinamo della Viliana, insieme alle sue parole di staffetta, oramai si perdono tra i bianchi pioppi maculati della golena.<br /><br />«Me durante il&nbsp;<em>dè g’ho de laourà</em>. E chi glielo dice a lei che anche io, magari, non nascondo qualcosa.» Balbetta Cudicini, che pensa che sarebbe anche l’ora di rientrare a ca’, oppure passar per la bottega, per vedere se sotto il suo tetto stanno tutti bene.<br /><br />Ormai passeggia come chi ha da pensare Cudicini, che conosce quei campi come nessun altro. Ha fatto finta per una vita di fare il bracciante e mentre intortava i caporali, ne studiava i gesti e le frottole.<br /><br />Al bivio che porta alla ferrovia, l’<em>Albino&nbsp;</em>svolta a destra che sennò c’è il pericolo di scivolare giù dal campo del Pedroni e di non riuscire a tirarsi più su dal fosso.<br /><br />Passate le ortiche e i gerani ormai marci, il biondo boero riprende quella sorta di asfalto che parte dal curvone dove sorge casa sua, prende il viale e va. Va verso la sua seconda casa.</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p style="font-size:17px">Il tenente Von Mayer ha ordinato a qualche soldato di basso rango di andare a bussare alla porta di Cudicini, che se nessuno apre, di sfondarla a suon di pugni, o di entrare dal retro, proprio come suggerito da quello che definisce&nbsp;<em>il traditore</em>, Mancini.<br /><br />Dal Comune son partiti in due, quello feroce con il muso da cane e quell’altro che si vergogna di sparare. Non son più fieri ed eretti come un tempo.<br /><br />E nemmeno così svegli che se avessero fatto più attenzione avrebbero visto che il Boeri, nascosto fra i bagolari schiacciasassi, spirava verso di loro come il vento che vien su, dalla parte opposta alla loro marcia.<br /><br />A differenza dell’inquilino, la casa di Albino Cudicini non la si può mancare: è la seconda che si vede entrando in paese da Cremona.<br /><br />È rosso mattone, ma diventa più rosina man mano che ci si avvicina al porticato che la affossa in una conca. Non appena era fuggito la mattina, sperando di trovarlo in panciolle impoltronato, le guardie avevano già suonato lì dal biondo Boeri ma non avevano trovato nessuno, nemmeno i fratelli; e se in mattinata erano stati avari coi toc toc, ora bussano ostinatamente con le nocche e col battente.<br /><br />È un bussare convinto ma sordo, come se la porta fosse fatta di cartapesta.<br /><br />Insiste il cagnaccio ma la porta non viene giù.&nbsp;<br /><br />«Entriamo da dietro» dice in lingua madre a quello che non è propriamente un “compagno”.<br /><br />Nel giardino di Boeri c’è un recinto che suggerisce che prima della guerra lì ci dormisse un bastardo.<br /><br />Facendo attenzione non sia elettrizzato, i tedeschi lo tagliano abbastanza da farci un buco da passarci senza rimanerci impigliati col bavero della giacca o secchi, fulminati.<br /><br />Dentro al recinto è pieno di buche e avvallamenti che il cane c’ha scavato per farsi la fossa o lì dentro c’è esplosa una qual mina.<br /><br />Man mano che ci si avvicina alla basculante che scorre, chiusa da un lucchetto da armadietto del dopolavoro, si sentono dei respiri forti, bestiali; anche l’odore al naso è animalesco. Il tedesco che comanda esorta il giovane a darsi una mossa che lì c’è sicuro qualcuno, o meglio qualcosa, vista la razza. Obbedisce.</p>



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<p style="font-size:17px">Poco prima delle quindici e trenta, c’è un timido sole che è già sulla via del tramonto e Cudicini ha deciso di costituirsi. Ha la scusa già bella che pronta da pronunciare, onesto, alla Maria e a quello che se la fotte: «Dovevo andar da mangiare alle bestie, a quei cinque capi che mi son rimasti. Che ci vuole tempo e sennò in tempi di guerra, anche quelle mi muoiono. Che già è morto il mio fratello Gino, che se l’è portato via il tifo o qualche altro malanno che inizia con la lettera “t”».<br /><br />Se la ripete lungo il viale dove ha visto quegli arroganti dei tedeschi passare, questa storia.<br /><br />«Mi manca giusto passare dalla bottega.»<br /><br />È un paio di anni che il boero Cudicini si è messo a vendere le bovine per quanto gli è permesso.<br /><br />In paese, proprio di fianco a Musetti, che aggiusta le biciclette e sta imprigionato anche lui, tiene una bottega in cui stocca i mangimi, per non far impuzzolentire nella casa rossiccia dove dorme senza più il papà.&nbsp;<br /><br />Cudicini si avvicina furtivo, manco dovesse scassinarlo quell’ufficetto o se volete magazzino, che dovrebbe essere di sua proprietà.<br /><br />Le serrande sono giù. Non è giorno di lavoro.<br /><br />Girato l’angolo, passa per la servitù del Musetti, pregando che nessuno gli abbia fatto del male. La portoncina verde del retro bottega si apre con chiavi da scrigno, fuori misura.</p>



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<p style="font-size:17px">«State tutti bene?», la voce supersonica di Cudicini, stavolta è un bisbiglio. Ha il dito davanti al naso a far segno di non fiatare troppo forte.<br /><br />Uno zingaro di nome Ardit, circondato dai suoi bimbi, fermi come dopo un girotondo, gli fa segno con il pollice che è tutto ok.</p>



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<p>I tedeschi arricciano il naso, che non han trovato né tartufi né uomini.<br /><br />«<em>Es sind nur Kätzchen</em>!», esclama il giovane con occhi di sollievo, mentre piangono, piangono, piangono quei quattro gattini che dormivano nello stufone della casa rossiccia che oggi, come allora, apre le porte di Villanova. E che, grazie a chi ha avuto coraggio, fa come civico il 64, di Viale Martiri per la Libertà.</p>



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<p><strong>Nicola Maria Fioni</strong> <em>è nato a Cremona nel 1996. Dopo una laurea in International Management e un biennio creativo alla Scuola Holden, ha firmato per brandstories i podcast “Dire Fare Curare” e “Così Vicini”, mentre per INinfluencer media ha scritto il programma “Motors” in onda su MotorTrend. Oggi lavora per il Branded Entertainment Department della casa di produzione Fremantle dove inserisce prodotti e servizi non troppo occultamente su “X Factor” e altri format. Di recente, ha vinto il premio Città di Cremona con il racconto “Il banco di Tazio”, mentre con Affiori Editore ha pubblicato “Verrà l&#8217;estate”, il suo unico romanzo</em>.</p>



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