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	<title>abdul salam guibre &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Abdul, diciannove anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Sep 2008 06:30:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Non è per le merendine. E neppure per la spranga, o il colore della pelle. È l&#8217;età. Non si può morire a diciannove anni, non c&#8217;è nessuna ragione valida, neppure fossimo in guerra. A diciannove anni sei immortale, uccidere un ragazzo è come sfidare gli dei. Temo il giudizio del cielo su [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/abdul.jpg" alt="" title="abdul" width="454" height="254" class="alignnone size-full wp-image-8701" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Non è per le merendine. E neppure per la spranga, o il colore della pelle. È l&#8217;età. Non si può morire a diciannove anni, non c&#8217;è nessuna ragione valida, neppure fossimo in guerra. A diciannove anni sei immortale, uccidere un ragazzo è come sfidare gli dei. Temo il giudizio del cielo su tutti noi, ho paura a concepire cosa siamo diventati.<br />
<span id="more-8702"></span><br />
Perché quello che ha fatto Abdul, quella sera, è la classica ragazzata che tutti noi alla sua età abbiamo fatto, ma a morire sotto i colpi della spranga &#8211; parola che di suo mi ricorda l&#8217;odio scatenato fra i giovani trent&#8217;anni fa &#8211; c&#8217;era lui. Non so neppure dire se è stato, in senso stretto, un omicidio a sfondo razzista. I giudici, con la fredda tassonomia della legge, dovranno sbrogliare la matassa. Di primo acchito sembra il classico omicidio d&#8217;impulso, anche se, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/variazioni-su-un-omicidio/">come è stato fatto notare</a>, laddove il colore della pelle di Abdul fosse stato differente, siamo sicuri che la reazione dei due baristi avrebbe avuto la stessa ferina violenza? </p>
<p>Perché è questo il vero non detto. Il razzismo è come una punta di sale che si scioglie lentamente nel bicchiere della società. Ogni giorno i giornali, la televisione, la politica, l&#8217;economia, ne aggiunge un pizzico. Non ce ne accorgiamo ma stiamo sempre più creando l&#8217;<em>humus</em> affinché attecchisca del tutto, affinché tutti noi si beva acqua inquinata come fosse di fonte, intossicandoci definitivamente. La Storia non insegna nulla: quello che sta accadendo in Italia è già accaduto in altre parti del mondo, ma noi non abbiamo saputo farne esperienza. Il corpo vivo della nazione ha bisogno di queste ferite, sempre più crudeli, per trovare il modo, la maniera di cauterizzarle. Ha bisogno del veleno per immunizzarsi. Ma attenzione a non esagerare: superata la soglia non c&#8217;è ritorno, c&#8217;è solo la barbarie. Lo dico con profonda tristezza, ma so già che dovremo aspettarne altre di notizie così. Sarà terribile, sarà ingiusto, sarà crudele. Oggi, forse un po&#8217; pelosamente, ancora ci si indigna. Ho timore di quando queste notizie passeranno in seconda categoria, di quando ci lasceranno indifferenti, quando diverranno trafiletti in fondo alla pagina. </p>
<p>Con Abdul il solito cinismo dei media non ha perso tempo: dopo tutti quegli extracomunitari assassini, che in fondo non sono una novità, la morte di un nero per mano di due italiani, quasi per <em>par condicio</em>, sembrava come quella dell&#8217;uomo che morde il cane. Una notizia. E quanto m&#8217;ha disturbato l&#8217;insistere sul fatto che Abdul fosse cittadino italiano, come a dire che che fosse stato straniero era, in fondo, meno grave. Ma il suo assassino non gli ha chiesto la carta d&#8217;identità mentre lo inseguiva, non l&#8217;ha riconosciuto come suo simile. E così avremmo fatto tutti noi: non vogliamo riconoscerli i nostri nuovi concittadini, non li vogliamo legittimare come tali. Preferiamo quasi accettare l&#8217;enormità di un omicidio per futili motivi &#8211; ché il furto in sé lo è, non solo quello di una merendina &#8211; quasi giustificandolo: i proprietari del bar credevano fosse stato rubato l&#8217;intero incasso, è stato detto. Come se questo potesse motivare la violenza cieca. </p>
<p>Ho pietà per i due uomini in carcere, vittime dell&#8217;odio inoculato, giorno dopo giorno sotto la pelle di tutti noi, là dove l&#8217;epidermide non ha colore e il sangue è rosso per tutti. Mi auguro che paghino, come è giusto. Ma non crediate che pagheranno anche per noi, non crediamoci immunizzati. Di Abdul, invece, non riesco neppure a parlare, ammutolisco di fronte alla sua gioventù perduta. “Mi sono sentita negra per la prima volta nella mia vita”, ha detto la sorella, in lacrime. Io, a leggere di Abdul, mi sono sentito bianco per la prima volta. Ed ho avuto paura.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Grazia <em> n. 39 del 29.09.2008</em>]</p>
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		<title>Variazioni su un omicidio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2008 05:42:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[abdul salam guibre]]></category>
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		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek 1) Adul Salam Guibre e i suoi amici John e Samir entrano all’alba al bar “Shining” di Via Zuretti, zona Stazione Centrale di Milano, e rubano una scatola di biscotti. I gestori, padre e figlio, se ne accorgono e li rincorrono urlando cose tipo “ladri, negri di merda”. Pensano a inseguirli col [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/este_14180144_58030.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/este_14180144_58030.jpg" alt="" title="este_14180144_58030" width="230" height="203" class="alignnone size-medium wp-image-8466" /></a></p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>1)        Adul Salam Guibre e i suoi amici John e Samir entrano all’alba al bar “Shining” di Via Zuretti, zona Stazione Centrale di Milano, e rubano una scatola di biscotti. I gestori, padre e figlio, se ne accorgono e li rincorrono urlando cose tipo “ladri, negri di merda”. Pensano a inseguirli col loro furgone bar, ma poi uno dice all’altro, ”lasciamo perdere, chiudiamo la baracca che è meglio, andiamo a dormire”.<br />
2)	Adul Salam Guibre e i suoi amici John e Samir entrano all’alba al bar “Shining” di Via Zuretti, che sta per chiudere, e rubano una scatola di biscotti. I gestori del bar li rincorrono al grido di “ladri, ladri”, prendono il furgone bar, li raggiungono e tirano fuori una spranga e un bastone. Anche i ragazzi di colore hanno un bastone, scoppia una rissa. Samir e John, quando capiscono che quelli del bar menano di brutto, si danno alla fuga, mentre “Abba” non ce la fa e rimane a terra, colpito più volte alla testa. Muore all’ospedale “Fatebenefratelli” qualche ora dopo.<span id="more-8464"></span></p>
<p>I gestori della prima variante ripetono insulti razzisti. I secondi no, ma uccidono un ragazzo. Nella realtà dei fatti, com’è stata fin qui ricostruita (ma è ancora molto da vedere), le due cose si combinano. Sul sito del <em>Corriere</em>, però, si legge:<br />
“Secondo quanto spiegato dagli agenti della Squadra Mobile, il giovane sarebbe stato aggredito nell&#8217;ambito di una lite in quanto, con due suoi amici, avrebbe rubato dei biscotti dal furgone bar di cui sono proprietari i due fermati. Non si sarebbe quindi trattato di un episodio a sfondo razzista (nonostante le ingiurie rivolte dagli aggressori ad Abdul come «ladro, negro di merda, etc»), ma di una lite per futili motivi poi degenerata.”</p>
<p>La domanda è: come lo individuiamo il razzismo? È più razzista colui che <strong>dice</strong> cose razziste o chi quelle cose le <strong>fa</strong> senza premeditazione e intenzionalità deliberata? In un clima culturale dove il razzismo sembra ubiquo e inafferrabile perché nessuno, tranne qualche ultrafascista marginale, dichiara più di essere razzista. “Io non sono razzista però…”è il refrain dei giorni nostri.<br />
Mi viene da pensare questo: i gestori di un bar che urlano  “negri di merda” oltreché “ladri” potrebbero essere razzisti come molti; abitati da un pregiudizio che non ha troppa importanza finché non arriva l&#8217;occasione che te lo tira fuori. Sono stanchi e arrabbiati e i ragazzi che hanno rubato i biscotti sono di colore, quindi a loro quell’ingiuria esce spontanea.<br />
E se avessero fatto quel che hanno fatto senza nemmeno una volta lasciarsi sfuggire un epiteto razzista, noi potremmo essere davvero certi che si trattasse solo di una “lite per futili motivi poi degenerata”? E questo &#8211; vale la pena di metterlo in chiaro &#8211; non secondo i principi sanciti dalla legge che riscontrano i &#8220;futili motivi&#8221; nella reazione spropositata a un piccolo furto, mentre su che cosa costitusca &#8220;l&#8217;aggravante dell&#8217;odio razziale&#8221; le sentenze, ovvero le interpretazioni del diritto, presentano divergenze considerevoli.<br />
Ma qui non serve la conoscenza del codice penale e delle sue possibili applicazioni. Proprio perché anch&#8217;esso è un testo aperto all&#8217;interpretazione, possiamo rivolgere a quell&#8217;omicidio una domanda di altro genere, ipotetica, e di natura culturale. Quegli uomini avrebbero cominciato un inseguimento con il furgone, armati di bastone e spranga, per una <strong>scatola di biscotti</strong>, se i ladri non avessero avuto tutti e tre la pelle scura? Avrebbero poi ingaggiato una rissa di quel genere? E soprattutto: avrebbero colpito un ragazzo alla testa con una spranga, ripetutamente, fino ad ucciderlo, se quel ragazzo non fosse stato nero?<br />
        Ovviamente non abbiamo prova del contrario. Sarebbe interessante sapere, ad esempio, se i gestori del Bar “Shining” (il nome non evoca sonni tranquilli) fossero noti come persone che passano facilmente alle mani. Ma anche questo non risolverebbe molto. Il primo essere umano che gli è capitato di uccidere rimane un ragazzo di colore.<br />
Il razzismo non è un opinione. Non è neanche innanzitutto un codice linguistico odioso e scorretto. Il razzismo è qualcosa che ti agisce dentro. E che, eventualmente, come temo sia avvenuto in questo caso, ti abbassa la soglia di inibizione. Per cui un ragazzo dalla pelle scura va a finire che lo ammazzi. Sfugge l&#8217;insulto razzista e sfugge il controllo della spranga che non si ferma in tempo. Il razzismo è un veleno che circola nell’aria e nel metabolismo.</p>
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