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	<title>aconcagua &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>In attitudine di combattimento e di sogno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Mar 2003 12:42:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[aconcagua]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco Cari amici, sono tornato da poche ore dall’Argentina e mi faccio vivo. Ho vissuto diversi giorni a Buenos Aires, in un quartiere di nome San Telmo, un tempo abitato dalle prime ondate di immigrati italiani e ora da quelle di boliviani e peruviani, in un piccolo, indescrivibile albergo fatiscente come quasi ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p>Cari amici,<br />
sono tornato da poche ore dall’Argentina e mi faccio vivo. Ho vissuto diversi giorni a Buenos Aires, in un quartiere di nome San Telmo, un tempo abitato dalle prime ondate di immigrati italiani e ora da quelle di boliviani e peruviani, in un piccolo, indescrivibile albergo fatiscente come quasi ogni cosa e ogni casa e ogni marciapiede di Buenos Aires, a parte alcuni grandi quartieri residenziali irti di grattacieli che ancora esistono, vigilati da poliziotti a cavallo in giubbotto antiproiettile.<br />
<span id="more-2"></span><br />
Un piccolo albergo che però è a suo modo meraviglioso e che, con i suoi patios e i suoi miseri cubicoli per cucinare e cagare disseminati qua e là lungo le ringhiere fa capire quale doveva essere la vita delle famiglie venute dall’Italia quasi un secolo fa e di cui vi darò l’indirizzo, se a qualcuno capiterà di andare là nel futuro. E che si trova in un quartiere che, se anche a noi può apparire miserabile, con le sue ondate di cartoneros che rovistano al buio nelle immondizie e le portano via a sacchi interi con i carrelli, è ancora un paradiso in confronto ad altri quartieri di Buenos Aires dove non consegnano neanche la posta se no i postini non uscirebbero vivi.</p>
<p>E poi sono stato a Santa Fe, sull’immenso, fangoso Rìo Paranà, largo fino a dieci chilometri, in una regione piena di isole e anse e paludi la cui geografia cambia dopo ogni inondazione, e poi a Còrdoba, a Mendoza, una delirante città vegetale in un’oasi in mezzo al deserto, e poi sulle Ande, fino a 3200 metri d’altezza di fronte all’Aconcagua, dove finiva l’impero incaico, entrando per alcuni chilometri, illegalmente, nel Cile. E poi a Montevideo, una città di impressionante tristezza e abbandono, di fronte alle acque gialle del Rìo de la Plata.</p>
<p>Ho conosciuto alcuni tra i più importanti scrittori e poeti argentini e uruguayani, di cui mi ha colpito la semplicità e l’intelligenza ma anche la malinconia e la situazione per molti versi bloccata in cui si trovano, e che mi ha fatto capire ancora di più che grande, originale, potenziale cosa potrebbe essere quella nazione indiana che stiamo cercando di mettere al mondo.</p>
<p>Questa piccola irruzione emotiva (sono appena uscito da quasi 15 ore di volo sui tropici e sull’equatore, da un’opposta stagione e da un’accecante estate e da un breve sonno per recuperare l’insonnia febbrile del viaggio e il fuso orario, durante il quale mi sembrava che il mio letto tremasse continuamente) per dire agli amici che sono vivo, emotivamente teso, in attitudine di combattimento e di sogno, e che dovremmo davvero cominciare a far nascere questa Nazione indiana di cui abbiamo cominciato a fantasticare, qualcosa che ancora non si è vista, senza vincoli di poetica e di altra natura, gelosi ciascuno della propria libertà e indipendenza eppure capaci, quando occorre e ne abbiamo il desiderio, di cavalcare insieme. Incontrarsi, allontanarsi, perdersi di vista, persino, incontrarsi ancora, seguire ognuno le proprie strade, senza lasciarci logorare nel tentativo di ricomporre e moderare le diversità tra di noi, nello sforzo di mediazione che caratterizza anche i gruppi e le tristi consorterie letterarie di piccolo potere che ogni tanto nascono qua e là nello spazio e nel tempo, ma con qualcosa di indefinibile e libero che ci unisce e che ha fatto sì che ci siamo potuti incontrare, allargandoci moltiplicatoriamente verso l’esterno ma senza perdere la nostra libertà e il nostro peso specifico e baricentro, in questo grande vuoto ed enorme spazio che ci circonda.</p>
<p>Scusate l’emotività e la natura infantile di queste righe.<br />
Un abbraccio,</p>
<p>Antonio<br />
20 febbraio 2003</p>
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