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	<title>Adelelmo Ruggieri &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Prati generali #2</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/31/prati-generali-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jul 2025 08:55:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Renata Morresi</strong><br />Da qualche giorno assistiamo a una bolla di commenti, da parte di chi scrive romanzi, su quanto sia frustrante e inutile e pure dispendioso andarsene in giro per l’Italia a presentare i propri libri a un pubblichetto di una manciata di persone a dir tanto. Noi che facciamo poesia ci siamo fatti due risate]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>Da qualche giorno assistiamo a una bolla di commenti, da parte di chi scrive romanzi, su quanto sia frustrante e inutile e pure dispendioso andarsene in giro per l’Italia a presentare i propri libri a un pubblichetto di una manciata di persone a dir tanto. Noi che facciamo poesia ci siamo fatti due risate, memori delle decine di passaggi su gomma e rotaia rubati al sonno per arrivare in piazzetta a Roccacannuccia a ‘presentare’ ‘la’ ‘poesia’ a tre signore fermatesi a mangiare il gelato. Va così, i libri si stampano, magari si scrive bruciando, le poesie avvampano. Ma il peso specifico di quest’arte è diventato quello della neve. Non ci importa granché della querimonia annosa circa l’irrilevanza del genere o dei suoi praticanti. Anzi, spesso abbiamo pensato che va proprio bene così: non essere cooptati da nessuna forza. Guadagnare un’altra tacca alla nostra (a volte imperscrutabile) esperienza. Senonché, questa desertificazione fa il gioco dell’ideologia della GPU (Grande Poesia Universale), tutta ornamento e salvezza, grandi ego ipertrofici e vacue sfide nell’acquario. Mentre si fa strame di forme di vita, scuola, quartiere, studio, incontro, complessità, pensiero critico, progetti, esperienze divergenti o sotterranee, sensibilità sommesse, memorie di luoghi, corpi imprevisti, voci nuove, dissenso, legami tra culture, amicizie, stranezze senza marketing e altre cose da poter immaginare, del passato, nel futuro, mica solo questo. Quanto ancora potremmo allungare questa lista?</div>
<p>&nbsp;</p>
<div dir="auto">&#8220;Cosa possiamo fare?</div>
<div dir="auto">Come vogliamo farlo?</div>
<div dir="auto">Chi dovrebbe ascoltarci?</div>
<div dir="auto">Che dobbiamo aspettarci?&#8221;</div>
<p>&nbsp;</p>
<div dir="auto">Sono le domande che ci eravamo posti ai <a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/09/12/prati-generali/" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.nazioneindiana.com/2024/09/12/prati-generali/&amp;source=gmail&amp;ust=1754036636728000&amp;usg=AOvVaw2rOrWX8Sy9BhjMJ6Qt3kYk">prati generali</a> dello scorso anno, il 15 settembre 2024 a Fermo. Non c’era/c&#8217;è un che di irrimediabilmente fuori dal tempo in queste domande? Domande altissime in un reale così greve che sembrano quasi domande improprie. Il bello era farcele &#8211; una ventina di poeti ‘vicini di casa’ &#8211; consapevoli di essere al di là di ogni istituzione, centro, potere. In un parco di provincia, senza patrocini, finanziamenti, pubblicità. Neanche un volantino. Scambiandoci idee, dunque, stando in ascolto, provando a leggere e dialogare in modo multiforme. Non si può dire che ci somigliamo, né per formazione, né per età, occupazione, posizioni ma neanche scritture. E allora? <i>Qualcosa </i>da dire e fare ci è rimasta, a ogni modo. Siamo in procinto di riaprire il prato.</div>
<p>&nbsp;</p>
<div dir="auto">Adelelmo Ruggieri, Alessio Alessandrini, Mariagiorgia Ulbar, Renata Morresi</div>
<p>&nbsp;</p>
<div dir="auto">L&#8217;invito è dunque a:</div>
<div dir="auto"><i><b>Prati generali, Incontro di poesia</b></i></div>
<div dir="auto"><em>(secondo di cinque)</em></div>
<p>&nbsp;br></p>
<div dir="auto">Pianoro di Colle San Marco, <b>Ascoli Piceno</b></div>
<div dir="auto"><b>3 Agosto 2025</b>, dalle 15,30 in poi</div>
<p>&nbsp;</p>
<div dir="auto"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-114805" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cartolina-prati-generali-2025_page-0001.jpg" alt="" width="1755" height="1241" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cartolina-prati-generali-2025_page-0001.jpg 1755w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cartolina-prati-generali-2025_page-0001-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cartolina-prati-generali-2025_page-0001-1024x724.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cartolina-prati-generali-2025_page-0001-768x543.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cartolina-prati-generali-2025_page-0001-1536x1086.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cartolina-prati-generali-2025_page-0001-150x106.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cartolina-prati-generali-2025_page-0001-696x492.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cartolina-prati-generali-2025_page-0001-1068x755.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cartolina-prati-generali-2025_page-0001-594x420.jpg 594w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/cartolina-prati-generali-2025_page-0001-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 1755px) 100vw, 1755px" /></div>
<p>&nbsp;</p>
<div dir="auto"><em>(Una lettera di Lorenzo Mari, che l&#8217;anno scorso ha aperto i lavori)</em></div>
<p>&nbsp;</p>
<p align="RIGHT"><b>CIP E CIOP </b></p>
<p align="LEFT"><b>Una lettera</b></p>
<p align="RIGHT">Car* amic*,</p>
<p>e già questo inizio potrà fare storcere il naso a qualcuno, ma va bene così…</p>
<p align="RIGHT">Scrivo a voi e insieme scrivo a me stesso – e, proprio per questo motivo, rivendico intanto di poter prendere una forma, per quanto provvisoria – <strong>una lettera che cerca di cogliere il senso del laboratorio iniziato sui <i>Prati Generali</i> di Fermo, nel tentativo di mantenerne vivo un potenziale trasformativo</strong> – per tutt*, a partire in primo luogo da me stesso: ne avevo bisogno, e voi avete risposto a questo mio bisogno; ne ho ancora bisogno… – che rimanga sempre aperto verso esiti imprevisti.</p>
<p align="LEFT">Gli interrogativi posti – <i>Cosa possiamo fare? Come vogliamo farlo? Chi dovrebbe ascoltarci? Che dobbiamo aspettarci? </i>– mi portano, innanzitutto, a interessarmi di nuovo al <i>noi</i> che viene postulato in ciascuna e in tutte e quattro le domande suggerite da Renata Morresi e Adelelmo Ruggieri.</p>
<p align="RIGHT">Ora, pensare in termini di noi non risolve di per sé il problema dell’ego ipertrofico, del problema dell’autore-personaggio, sempre esistito, eppure modificato e amplificato in modi nuovi da un uso più <i>social</i> che sociale. Pensare a noi, pensare-noi, non è una panacea: ogni incontro può ridursi a una riunione di tanti io ipertrofici. (O tante monadi, per fare teoria della lirica.) Un’impressione che può benissimo uscire anche da uno specifico lavoro in termini di <i>noi</i>, ossia dalla lettura di <a href="https://www.leparoleelecose.it/?tag=poesia-prima-persona-plurale" target="_blank" rel="noopener">tutti i contributi</a> finora pubblicati nell’ambito dell’indagine che Gianluca Rizzo e io abbiamo inaugurato nel 2022 su <i>Le Parole e Le Cose</i>, con un <a href="https://www.leparoleelecose.it/?p=45566" target="_blank" rel="noopener">questionario sul pronome di prima persona plurale in poesia</a>.</p>
<p align="LEFT">Chi leggerà potrà trarre le proprie conclusioni su questo lavoro, che resta in fieri, e sulle varie declinazioni di <i>noi</i> che ne sono finora emerse. Gianluca e io abbiamo maturato, nell’ultimo anno, l’intenzione e il progetto di una pubblicazione cartacea che segni un ulteriore passo in questa elaborazione individuale/collettiva: non una (ennesima) antologia di poesia, ma una selezione di testi – non necessariamente “poetici”… – di chi ha già dato il proprio contributo; testi che diano ascolto ai tanti <i>noi</i> già espressi, non solo al proprio, e cerchino di dedurne qualcosa d’altro.</p>
<p align="RIGHT"><i>Ascolto</i> è, in fondo, una parola chiave per <i>noi:</i> sembra banale, ma talvolta non lo è. Non lo è nemmeno la parola <i>progetto</i>, o <i>progettazione</i>, come si può leggere in questa citazione da “Per una definizione di avanguardia” (1966) di Elio Pagliarani apportata da Gianluca al nostro testo introduttivo per il questionario, e dove alla parola “nuovo” si può facilmente sostituire la parola “noi”, per i nostri scopi:</p>
<p><span style="font-size: small;">Molti fra i più impegnati dell’avanguardia […] ritengono […] che la finalità e/o funzione dell’arte sia quella dell’</span><span style="font-size: small;"><i>opposizione</i></span><span style="font-size: small;"> […] Ma qui preme far rilevare che l’opposizione è una </span><span style="font-size: small;"><i>modalità</i></span><span style="font-size: small;"> e non una finalità. […] Allargando l’orizzonte, […] la negazione si è specificata come contestazione. Contestazione dei significati, dei significati precostituiti, che lo scrittore trova nella lingua […]. Contestazione dei significati precostituiti e usurati della </span><span style="font-size: small;"><i>langue</i></span><span style="font-size: small;">, e </span><span style="font-size: small;"><i>progettazione</i></span><span style="font-size: small;"> di nuovi significati. Progettazione e non fondazione di nuovi significati, perché la fondazione di nuovi significati relativamente alla lingua è opera della collettività, della società nella storia […]. Progettare il nuovo, perché non basta negare […].</span></p>
<p align="LEFT">Progettare, progettare continuamente – così come studiare, studiare continuamente… – sono parole d’ordine (o di disordine) che per me risuonano con tutt’altro autore e posizione teorica: Fred Moten, in <a href="https://tamuedizioni.com/tproduct/467310025-475502958311-undercommons" target="_blank" rel="noopener"><i>Undercommons</i></a>, e nella raccolta poetica <a href="https://www.neroeditions.com/product/la-sonora-reticenza/" target="_blank" rel="noopener"><i>La sonora reticenza</i></a>, alla cui traduzione ho avuto la fortuna di collaborare (in una sua poesia, i <i>projects</i> sono “progetti” e “proiezioni”, ma anche, grazie alla polisemia del termine nell’inglese statunitense e vernacolare, anche le “case popolari”). Non sono due imperativi categorici né ideologici – l’accusa di ideologismo è talvolta la più ideologizzata di tutte, non sapendo nemmeno di esserlo – sono piuttosto due “modalità”, affinché l’opposizione non sia la “finalità” ultima, e riposante in sé stessa, dell’agire, anche poetico.</p>
<p align="RIGHT">E sull’opposizione, o la resistenza (parola ormai fuori tempo massimo?), mi vorrei soffermare a lungo, ma non lo farò, anche perché nel corso dell’incontro si è cercato a più riprese di smontare la contrapposizione destra-sinistra – talvolta, e con buone ragioni, in favore della scrittura, dello “scrivere bene”…. Pur ricordando che i <i>Prati generali</i> nascono anche da un’idea di politica culturale diversa da quella in atto a livello locale e regionale (ma anche nazionale, trans/locale, ecc.), anche io ho cercato di svicolare dalla polarizzazione destra/sinistra. È verissimo, in fondo: oggi quella dicotomia sembra una cosa del Novecento, buona per i dazebao degli anni Sessanta/Settanta (e bisognerebbe dire, a tal proposito, che alcuni “dazebao” erano e continuano ad essere poeticamente eccellenti), eppure un fare poetico che si intreccia con una determinata politica culturale – sia essa di “destra” o di “sinistra”, a livello partitico – corre alcuni rischi, primo fra tutti quello di confermare un io ipertrofico ai danni non solo di sé, o di noi, ma anche di una latente “domanda di giustizia” come quella formulata esplicitamente, a un certo punto, da Renata.</p>
<p align="LEFT">E anche io mi sono inserito nella scia della decostruzione di questo binarismo ricorrendo ai lavori collettivi – curati insieme a Rosaria Lo Russo e Luciano Mazziotta – portati avanti tra il 2023 e il 2024, tra Firenze e Bologna, sull’opera di Furio Jesi. Se oggi rileggiamo <i>Cultura di destra</i> (1979) non lo facciamo soltanto per tracciare con maggior nettezza la genealogia culturale e politica – perlopiù nota, salvo il caso rumeno – dei fascismi e neo-fascismi europei, ma anche per vedere nella cultura di destra – assai presente anche, e soprattutto, in quella che superficialmente si auto-considera come “cultura di sinistra” – la cristallizzazione e l’assolutizzazione di valori che invece sono immersi nella storia e nelle sue contingenze. Fra questi, c’è la Poesia con la P maiuscola, così come dev’essere scritta ogni volta che la si invochi come territorio puro da contaminazioni (ideologiche, ad esempio… ma non solo!), intrinsecamente divergente e costitutivamente resistente: invocazione che spesso può nascondersi, in modo anche molto subdolo, dietro quella della “scrittura buona” (che invece, ripeto, è il primo orizzonte del fare poetico, per sé e per noi; primo, perché è quello più vicino al nostro naso). La poesia può morire, in un certo senso deve morire, se vogliamo fare festa – altro concetto-cardine, per Furio Jesi – e portare una traccia di quella festa dentro la nostra – buona – scrittura. Altrimenti rifaremo la Poesia con la P maiuscola, che è “cultura di destra” e, soprattutto, qualcosa di diverso da quello di cui ho, forse abbiamo, bisogno.</p>
<p align="RIGHT">Portare una traccia della festa dentro al lavoro della poesia è come portare il silenzio dentro la voce, o l’invisibile dentro il visibile. (Dentro, o forse fuori: la questione, comunque, è dialettica…) Se ci preoccupiamo dell’invisibilità e della mancanza di ascolto, non è il “dare voce a chi non ha voce” – così paternalista! – che risolverà le nostre preoccupazioni: al contrario, si può più produttivamente dare voce a chi ha già avuto voce – magari flebile, o una voce che non ci è giunta, per vari motivi, in una lingua e con un volume che potessimo udire – traducendola. Tradurre poesia, ma tradurre anche le pratiche di ascolto che hanno luogo fuori dagli incontri di poesia, e che superano le linee di esclusione che la pubblicazione di poesia o l’organizzazione di eventi poetici continua a perpetuare, essendo chiaramente marcata la Poesia, ancora oggi – e lo si può dire per una semplice osservazione empirica, fuori di ogni posizionamento <i>woke</i> o <i>anti-woke</i> – come territorio bianco, borghese, maschio, cis, abile, non-animale, ecc.</p>
<p align="LEFT">Non basta, insomma, fare le quote rosa agli incontri o nelle pubblicazioni antologiche, non è mai bastato ed è anche un po’ peloso (pelo di bianco, borghese, maschio&#8230;). Né bastano le traduzioni esistenti di poesia – non basteranno mai, com’è ovvio, se ci si mette di fronte all’immane prolificità della letteratura-mondo… Perché continua a esserci un mondo fuori dalla porta del nostro circuito poetico – circuito che talvolta assomiglia così tanto, e così disperatamente, alla “terra e bar” convocata da Jacopo Curi.</p>
<p align="RIGHT">Molte di queste faccende ruotano attorno alla presa di parola, sulla quale è forse opportuno interrogarsi ogni qual volta ci si para un microfono davanti per una lettura di poesia.</p>
<p style="text-align: left;" align="RIGHT">D’altro canto, però, non è nemmeno un problema da prendere troppo sul serio: in fondo, si potrebbe migliorare la nostra posizione rispetto alla politica culturale, come proponeva Marco Di Pasquale a tavola, creando un sindacato di chi scrive poesia (una <em>Confederazione Italiana dei Poeti</em>), che chieda, ad esempio, la dignità di rimborsi e compensi per lo spostamento delle persone, e un sindacato di chi organizza poesia (<em>Confederazione Italiana Organizzatori di Poesia</em>), per liberarsi dall’assillo di chi non è stat* invitat*…</p>
<p align="RIGHT">Io mi iscriverei immediatamente a entrambe, ma conviene ricordare che si ha comunque a che fare con due sindacati, con CIP e CIOP… E questo fa – anche – molto ridere.</p>
<p align="LEFT">Al di là di questo, e uso un noi esortativo che riguarda soprattutto me e i mei bisogni: ascoltiamo, progettiamo, interroghiamoci sulla presa di parola.</p>
<p align="RIGHT">Forse non vale nemmeno la pena di farlo per la Poesia, ma contro di essa.</p>
<p style="text-align: left;" align="RIGHT"><i>Lorenzo Mari</i></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Prati generali</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/09/12/prati-generali/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Sep 2024 19:56:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<strong>Incontro di poesia<br />
[primo di cinque]</strong>
<br />
<br />
<strong>Girfalco di Fermo, Marche – domenica 15 settembre 2024</strong><strong></strong>
<br />
<br />
[...] le nostre scritture stanno insieme a questo tempo di emergenza programmatica, di perpetua crisi della democrazia, di stato di guerra e di eccezione assurti a norma, di assalto ai diritti al lavoro e impoverimento economico dei più: possiamo dirlo? possiamo ragionare? su come le cose si tengono? su come le cose non si tengono? 

]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Incontro di poesia</strong></p>



<p><strong>[primo di cinque]</strong></p>



<p>Girfalco di Fermo, Marche – <strong>domenica 15 settembre 2024</strong></p>



<p><em>Cosa possiamo fare?</em><br /><em>Come vogliamo farlo?</em><br /><em>Chi dovrebbe ascoltarci?</em><br /><em>Che dobbiamo aspettarci?</em></p>



<p>Ci ha colpito molto quello che ha detto un&#8217;amica autrice, poeta e attivista culturale, Francesca Matteoni, A volte scriviamo per sapere qualcosa su di noi. Come postilla andrebbe aggiunto, Quasi sicuramente non lo scopriamo mai.</p>



<p>Chi sarebbero poi questi noi? Noi stessi singoli, una somma di uno che non fa la società ma tutt&#8217;al più cerca di dare una forma alla propria vita? O noi insieme, in rapporto a una idea di civiltà letteraria, di intellettualità che scrive e parla e anima – a un’idea di presenza culturale che, sì, dopotutto, fa la società?</p>



<p>Scrivere, pubblicare, diffondere poesia sono azioni che pongono il problema di chi può leggere, ascoltare, arrivare all&#8217;edizione divulgata – in stampa o altrimenti condivisa – in un tempo in cui non solo non esiste già un pubblico garantito da una conoscenza in comune, ma quella conoscenza diventa non distinguibile sotto le molteplici pressioni del presente – della comunicabilità popolare, per esempio, dell&#8217;elitismo, dell&#8217;arte come terapia palliativa o individualizzante, della estetizzazione del mondo e moltiplicazione degli stili, del sovradimensionamento delle attese.</p>



<p>Intuiamo che le nostre scritture stanno insieme a questo tempo di emergenza programmatica, di perpetua crisi della democrazia, di stato di guerra e di eccezione assurti a norma, di assalto ai diritti al lavoro e impoverimento economico dei più: possiamo dirlo? possiamo ragionare? su come le cose si tengono? su come le cose non si tengono? Oppure: Sai che c’è, così va il mondo &#8211; disse uno di passaggio -, prendere o lasciare.</p>



<p>Abbiamo pensato di chiamare i nostri vicini e vicine (per prossimità geografica, per capacità organizzativa e continuità di azione, per strada fatta insieme, ma non necessariamente per similitudine di poetiche e consonanza di politiche) a una giornata di <strong>incontro e confronto, visione e aggiornamento</strong>. È la prima, nelle intenzioni, di cinque, questa d’avvio a Fermo; le altre quattro, a scadenza annuale, negli altri capoluoghi delle Marche. E ogni volta saremo non tanti perché vi sia tempo di ascoltare e tempo di parlare. Saremo non tanti, ma non tanti per cinque divengono non pochi, divengono incontro. (<em>ar, rm</em>)</p>



<p><strong>Il programma</strong>:</p>



<p><strong>11:15</strong> &#8211; ritrovo all&#8217;ingresso del Parco del Girfalco, Fermo</p>



<p><strong>11:30</strong> &#8211; assemblea sotto i lecci</p>



<p><em>pranzo allo chalet del parco</em></p>



<p><strong>14:30</strong> &#8211; riflessioni e letture</p>



<p><em>In caso di pioggia l&#8217;incontro si terrà al Caffè letterario, in Piazza del Popolo</em></p>



<p>A questo primo incontro parteciperanno:</p>



<p>Alessio Alessandrini, Cristina Babino, Alessandro Catà, Valerio Cuccaroni, Jacopo Curi, Francesca Del Moro, Marco Di Pasquale, Lorenzo Fava, Andrea Lanfranchi, Antonio Malagrida, Danilo Mandolini, Lorenzo Mari, Renata Morresi, Davide Nota, Sandro Olimpi, Natalia Paci, Adelelmo Ruggieri, Simone Ruggieri, Jonata Sabbioni, Simone Sanseverinati, Riccardo Socci, Alessandro Seri, Mariagiorgia Ulbar</p>



<p>*</p>



<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="1223" height="730" class="wp-image-109731" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/prati_generali.jpg" alt="" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/prati_generali.jpg 1223w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/prati_generali-300x179.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/prati_generali-1024x611.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/prati_generali-768x458.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/prati_generali-150x90.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/prati_generali-696x415.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/prati_generali-1068x637.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/09/prati_generali-704x420.jpg 704w" sizes="(max-width: 1223px) 100vw, 1223px" /></figure>
</div>



<p>&nbsp;</p>
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			</item>
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		<title>Sotto il vulcano ma fuori luogo con Andrea Bajani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/06/09/sotto-il-vulcano-ma-fuori-luogo-con-andrea-bajani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jun 2022 05:00:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong><br />
La geografia è la nostra cattiva coscienza. E ogni confine è una spartizione
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="614" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-1024x614.jpg" alt="" class="wp-image-97966" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-1024x614.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-300x180.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-768x460.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-150x90.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-696x417.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-1068x640.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-701x420.jpg 701w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Immagine di <a rel="noreferrer noopener" href="https://pixabay.com/users/yuri_b-2216431/" target="_blank">Yuri_B, da Pixabay</a></figcaption></figure>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p style="font-size:16px">È uscito da poche settimane il terzo numero della rivista &#8220;Sotto il Vulcano&#8221;. Il trimestrale diretto da Marino Sinibaldi ospita in ogni numero una parte monografica curata da uno scrittore. Qui è il turno, con &#8220;Fuori luogo&#8221;, di <strong>Andrea Bajani</strong>, che ha deciso di ragionare e far ragionare di <strong>geografia</strong>. «Pensare a un numero geografico di una rivista come “Sotto il Vulcano”, nel 2022 &#8211; osserva Bajani introducendo il dossier -, significa rimettere al centro la geografia, cioè la Terra e cosa ne stiamo facendo. La geografia è la nostra cattiva coscienza». Tra gli interventi: un’intervista dello stesso Bajani ad <strong>Abdulrazak Gurnah</strong> sul tema del colonialismo e una di Marino Sinibaldi a <strong>Franco</strong> <strong>Farinelli</strong> sulla geopolitica, un reportage di <strong>Maurizio Pagliassotti</strong> sulle rotte dei migranti e uno di <strong>Angelo Ferracuti</strong> sui suicidi assistiti in Svizzera. <strong>Mircea Cărtărescu</strong> racconta Bucarest, mentre l&#8217;autrice messicana <strong>Jazmina Barrera</strong> rievoca l’Inghilterra, anche attraverso gli occhi del proprio piccolo figlio. <strong>Dubravka Ugrešić</strong> affronta il tema dei falsi miti, mentre <strong>Jhumpa Lahiri</strong> riflette sulla geografia in Ovidio. Inoltre: due racconti, uno di <strong>David Szalay</strong> e uno di <strong>Maylis de Kerangal</strong>. I testi poetici sono di <strong>Cees Nooteboom </strong>e <strong>Adelelmo Ruggieri</strong>. Il graphic novel è di <strong>Davide Reviati</strong>. Abbiamo rivolto qualche domanda a Andrea Bajani.</p>



<h4 class="has-text-align-center">***</h4>



<p style="font-size:18px"><em>Hai chiesto a un gruppo di scrittori, poeti, illustratori di disegnare mappe con le parole, di raccontare scene forse &#8220;fuori luogo&#8221;, ma senz&#8217;altro non fuori dalla storia e dalla memoria. Introduci il numero chiedendo dove sia il limite tra ciò che sappiamo e quanto non conosciamo, dove inizi il territorio dell&#8217;invenzione nella cartografia narrata del nostro tempo. Dopo avere letto i testi che hai raccolto, questo limite, il punto in cui &#8220;sono i leoni&#8221;, per te si è spostato? In altri termini, quanto sei rimasto sorpreso dai materiali che hai ricevuto, e per quali ragioni?</em></p>



<p style="font-size:18px">Quello della geografia è un rovello che rimane in qualche modo inudibile per anni, nella vita delle persone, ma che poi a poco a poco si fa sentire. Tollerata a scuola, percepita come esornativa e fuori moda, finisce poi per &#8211; paradossalmente &#8211; diventare una forma di coscienza politica. Se a scuola la geografia sembra soltanto una specie di organizzazione degli spazi del pianeta, via via comincia a essere evidente quanto abbia a che fare con la gestione del potere. I confini tra gli stati nazionali, che apprendiamo disciplinatamente come fossero un fatto di natura, si rivelano nel loro tratto negoziale. Ogni confine è una spartizione, ci sono forze in campo, denaro, eserciti. Mentre scrivo queste parole ce n&#8217;è un&#8217;evidenza drammatica ai confini tra la Russia e l&#8217;Ucraina. I confini, ci dicono queste ore devastanti, li decide e li sposta a piacimento il più forte. Che questo si armonizzi poi con le persone, le lingue, le religioni, la conformazione geofisica di un territorio, importa poco. L&#8217;intervista che ho fatto a Adbulrazak Gurnah, mi pare particolarmente rappresentativa, da questo punto di vista: l&#8217;Africa, dice l&#8217;autore Premio Nobel, ha confini che sono ferite mai completamente rimarginate inferte dalla violenza coloniale del nostro continente &#8211; l&#8217;Europa. Ecco, quando ho coinvolto gli autori e le autrici che ora firmano i testi del terzo numero della rivista avevo chiaro questo quadro. Conoscevo bene il lavoro di ciascuno di loro &#8211; con ciascuno ho concordato il tema, discusso, ragionato &#8211; per cui più che la sorpresa c&#8217;è stato un lavoro collegiale. Che è il bello di una rivista, come sai, che ognuno porta il suo, ma la tavola è la stessa.</p>



<p style="font-size:18px"><em>Ci sono motivazioni autobiografiche nella scelta del tema? In fondo sei uno scrittore, da quanto mi sembra di capire, piuttosto errante.</em></p>



<p style="font-size:18px">Credo che il mio nomadismo, se così si può chiamare, mi abbia aiutato a vedere, o forse ancora meglio, a fare esperienza della geografia. Che significa la lingua, la cultura, l&#8217;educazione, la geografia, l&#8217;economia. Altro che manuale delle scuole medie. Il fatto che io abbia vissuto in Germania, in Francia e ora sia a Houston, in Texas, mi ha fatto vedere in maniera politica l&#8217;incrostazione politica di ogni metro della Terra. Guidare verso il golfo del Messico per andare al mare e vedere i pennacchi di fuoco delle raffinerie, non è solo un paesaggio industriale texano: ha a che fare con l&#8217;America, con la geopolitica, con l&#8217;Iraq, con le guerre in corso, con la gestione del conflitto attuale &#8211; e dunque anche con l&#8217;Europa, con le bollette, con chi si ferma a fare rifornimento a una pompa di benzina sulla via Emilia, o nel centro di Palermo. Il sindaco afroamericano di Houston &#8211; e quello che significa per gli Stati Uniti &#8211; fa visualizzare immediatamente le navi dall&#8217;Africa, la schiavitù, la subordinazione geografica, la repressione &#8211; e poi da lì il passo è breve a sentire quante morti ci sono sul fondo del mar Mediterraneo, e sentire quanto questo ci riguarda. Insomma, il mio muovermi sul planisfero sono solo state delle lenti buone per i miei occhiali. Ma tutto questo è riscontrabile anche senza spostarsi troppo da casa, è sufficiente saper leggere il contesto. Le città, le case, le infrastrutture, la viabilità, sono libri sufficientemente chiari da poter essere letti da tutti. I quartieri cosiddetti dormitorio, i ghetti marginalizzati, i palazzoni in cemento armato, le strade dissestate, i centri pedonali rifiniti e ripuliti con sovvenzioni pubbliche, sono lì a rivelare una storia politica. Basta prendersi il tempo per alzare gli occhi a guardare. L&#8217;architettura è politica, l&#8217;urbanista è politica. Bisognerebbe pubblicare i piani regolatori, gli atti di acquisto delle case, per avere il grande romanzo di ogni epoca.</p>



<p style="font-size:18px"><em>Alcuni dei testi in “Fuori luogo” mi sembrano sorprendentemente affratellati, come a segnalare dei dialoghi a distanza. Una di queste coppie &#8211; ma non so se sei d’accordo &#8211; mi pare comprendere la tua intervista a Abdulrazak Gurnah e quella di Marino Sinibaldi a Franco Farinelli. Da entrambe emerge una riflessione comune sulle mappe come specchio deformato di una volontà politica, statuale nel ragionamento di Farinelli o postcoloniale in quello di Gurnah. Quando si parla di mappe e geografia, non si scappa dal confronto col potere.</em></p>



<p style="font-size:18px">È vero, lo sono, e per questo dicevo che c&#8217;era una forma di collegialità. Forse dovrei dire una piccola comunità, per usare una parola cara a Franco Farinelli, che è in fondo il nume tutelare di questo numero, e tra le persone che oggi con più acume sta leggendo la crisi della modernità in cui siamo sprofondati. Quella comunità nasce dai legami &#8211; ecco un&#8217;altra parola chiave, senza la quale è impossibile capire la geografia &#8211; intellettuali, e umani. Molti degli autori e delle autrici coinvolti sono amici e amiche, e l&#8217;amicizia è una cosa seria che si costruisce sull&#8217;ammirazione e la dialettica di percorsi che a volte si tangono, a volte si scontrano, a volte scorrono paralleli. Sì, ne parlavo poco sopra, del rapporto tra le mappe e il potere. Le potenze dominanti hanno i cartografi col diritto di parola e di veto sui cartografi delle potenze subordinate. Gurnah ha dedicato un saggio molto bello a Fra Mauro, e un mappamondo disegnato a metà del 1400. Non a caso riflette la visione del mondo della Repubblica di Venezia.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-777x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97971" width="583" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-777x1024.jpg 777w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-228x300.jpg 228w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-768x1013.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-1165x1536.jpg 1165w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-1553x2048.jpg 1553w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-150x198.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-300x396.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-696x918.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-1068x1408.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-1920x2532.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-319x420.jpg 319w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-scaled.jpg 1941w" sizes="(max-width: 583px) 100vw, 583px" /></figure></div>



<p style="font-size:18px"><em>Un’altra coppia la trovo nei due reportage di Maurizio Pagliassotti e Angelo Ferracuti. Molto diversi per tema, ma affini nel proporre una scrittura “pragmatica” della realtà. Sono quasi un controcanto alle pagine oniriche o fiabesche di Mircea Cărtărescu e Jazmina Barrera.</em></p>



<p style="font-size:18px">Pagliassotti e Ferracuti sono due reporter puri, pur con storie differenti, quasi opposte. Ferracuti ha scelto il reportage dopo aver constatato una sorta di scacco della ‘finzione’, abbattendo per certi versi lo steccato che almeno in teoria divide il racconto della realtà da quello per così dire di immaginazione &#8211; e in definitiva innovando entrambi. Pagliassotti invece è un reporter naturale, non tanto nel senso che arriva dal giornalismo &#8211; cosa che nei fatti è vera &#8211; ma che è mosso da un istinto naturale. Fiuta, e prima di decidere è già in volo verso la sua preda. I loro due interventi sono centrali, e hai ragione, sono il perno materico del numero. Quello di Pagliassotti è il più letterale, il più direttamente geografico. È impegnato nella ricognizione, per la maggior parte a piedi, della rotta cosiddetta balcanica dei migranti, quelli verso i quali profondiamo retorica e divieti, buonismo e odio mai esperito così ferocemente prima d&#8217;ora (come ricorda anche Gurnah nell&#8217;intervista). Quando stavamo per chiudere il numero l&#8217;ho chiamato ed era in Polonia, al confine con l&#8217;Ucraina. Era il giorno dell&#8217;incendio alla centrale nucleare di Zaporizhzhia. Sentiva che doveva farlo, perché il suo scrivere fosse completo. Un low cost da Torino, ed era a due passi dall&#8217;inferno. Il pezzo di Ferracuti indaga invece un confine molto più vicino a noi, ma per certi versi incolmabile. Geograficamente si tratta del confine tra Italia e Svizzera, ma il suo sguardo ci porta dentro quel confine tra la liceità di stabilire della propria morte &#8211; o del proprio fine vita &#8211; e l&#8217;impossibilità di farlo. È un testo toccante, disarmante, quel cercare di oltrepassare una dogana per potersene andare, congedarsi definitivamente dalla propria sofferenza.</p>



<p style="font-size:18px"><em>Il mio pezzo preferito, lasciando da parte Cărtărescu che fa storia a sé, è proprio il racconto di Jazmina Barrera, che si muove con fascino e delicatezza in una Inghilterra utopistica e immaginaria, attraverso gli occhi e le memorie dell’autrice e poi di suo figlio. Anche le riflessioni di Jhumpa Lahiri sulla geografia delle </em>Metamorfosi<em> di Ovidio sono sorprendenti, e confermano una vocazione a viaggiare in terre incognite. Lahiri mi sembra avere un raro talento nel rendere il “fuori luogo” la propria casa. Tu hai dei contributi prediletti? Forse i testi poetici?</em></p>



<p style="font-size:18px">Mi piace questo tuo procedere per abbinamenti. Cărtărescu è visionario, la Bucarest che racconta è un corpo che cambia, e il suo viaggio è inarrestabile pur non spostandosi in tutto il racconto che di pochi chilometri. Jazmina Barrera è un talento naturale &#8211; mi dispiace usare un&#8217;espressione così retorica, ma tant&#8217;è, la penso esattamente con queste parole. Le sue ricognizioni del mondo sono diari di viaggio e racconti, travolge qualsiasi distinzione tra fiction e non fiction ma senza intenzione, superando una volta per tutte regole posticce e invecchiate. Lo fa come fosse un respiro. Jhumpa Lahiri ha fatto una specie di gioco di prestigio, scrivere in italiano della traduzione di Ovidio in inglese: già il solo progetto è vertiginoso. Quanto ai miei preferiti, non credo ce ne siano di preferiti in assoluto, ma certo la poesia &#8211; dici bene &#8211; è quella che sento più vicina in questo momento della mia vita. E il racconto per immagini, in questo caso firmato dal ravennate Davide Reviati, un poeta che disegna, oltre che scrivere. La poesia di Cees Nooteboom è una piccola epifania. Il poemetto di Adelelmo Ruggieri dedicato alle colline a sud di Fermo è in qualche modo una specie di segreto sussurrato dentro questo numero così nomadico. La dignità, la mitezza, la cura che il suo verso e il suo sguardo hanno sono l&#8217;unico antidoto alla violenza del presente finanziario, bellico, così spaventosamente incurante del clima, delle altre specie e, checché se ne dica, della nostra.</p>



<p style="font-size:18px"><em>Quanto tempo e impegno ci sono voluti, per mettere insieme “Fuori luogo”?</em></p>



<p style="font-size:18px">Ci sono voluti alcuni mesi. Le prime volte sono state chiacchiere con Marino Sinibaldi, che dirige il complesso della rivista, Federico Bona &#8211; il direttore responsabile di “Sotto il Vulcano” -, e Laura Cerutti, editor di Feltrinelli. Avevo le idee molto chiare, forse fin troppo, temevo di finire per essere troppo impositivo. Ma quando c&#8217;è ascolto reciproco, non si corrono di questi rischi come sai. Ho iniziato in <em>Nazione Indiana</em> &#8211; cosa di cui sono orgoglioso -, e insomma la dinamica di una rivista mi piace, anche se poi ogni organismo fa caso a sé. Ad ogni modo, è un tema che mi batteva e mi batte in testa da molto, e sapevo chi erano esattamente le persone che avrei voluto coinvolgere. Per me sarebbe stato impossibile un numero del genere senza David Szalay, il più cosmopolita degli autori in attività e altro &#8220;talento naturale&#8221;, Dubravka Ugrešić, una delle voci più importanti della letteratura mondiale, Maylis De Kerangal, che con <em>Nascita di un ponte</em> ci aveva fatto sentire il mappamondo in una storia corale di infrastrutture e sogni di dominio degli esseri umani sul mondo. Questo soltanto per citare alcuni degli autori e delle autrici che ancora non erano finiti nella ricognizione di questa nostra conversazione. Dialogare con loro, ascoltarli, concordare gli argomenti, e poi ricevere, leggere avidamente, constatare tutto lo scarto che c’è tra le idee dette a voce e poi quel risultato sbalorditivo che ogni volta la scrittura produce di per sé. Quell&#8217;unico modo che abbiamo veramente di pensare, noi malati di quel gioco pericoloso che è far interagire le parole con il mondo.</p>
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		<title>una rete di storie STORIE DEL TRAUMA DEL TERREMOTO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Oct 2017 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<br /><b>Storie del trauma del terremoto</b><br />
di <b>Renata Morresi</b><br />
La catastrofe ha questo potere: di mostrare come la questione non è tanto quella della lotta ‘contro la natura’, ma della costituzione di una comunità consapevole. Quella, insieme alle case, da ricostruire. Ci siamo rimessi a pensare, a litigare, a discutere, ma con tutte le facoltà politiche atrofizzate, con tutte le decisioni affidate altrove. Abbiamo scoperto persino di amarli i posti, solo ora, dopo averli usati fino all’estenuazione. E che sia nessuna regola che la pletora di regole a poco valgono senza la fiducia. Che persino ad amarlo un posto dobbiamo reimparare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png" alt="" width="156" height="156" class="alignleft size-full wp-image-70478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" /></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>una rete di storie</strong></a><br />
STORIE DEL TRAUMA DEL TERREMOTO<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong><br />
<em>Sala Ipogea</em><br />
⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mediateca Montanari di Fano [PU]</strong></a><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 170px;">di <strong>Renata Morresi</strong><br />
Venerdì non è successo niente. Eravamo in classe, parlavamo di come si fanno le domande in inglese. C’erano le finestre aperte, si sentivano le ruspe e i camion lavorare lì accanto, dove sorgeranno le ‘casette’ per chi è sgombrato da Camerino quasi un anno fa. I ragazzi del quarto durante la prima ora scherzavano sul compito di filosofia, compito scritto, proprio come l’anno scorso nel giorno della scossa grossa – non sarà mica la prof che ce la tira, ecc.  Scherzavano un po’ per scaramanzia, un po’ per nervosismo. Un anno è lungo, e l’allerta dei primi tempi, quella che ci teneva pronti, mobilitati, solidali, si è trasformata in una specie di abitudine, una tensione cronica sempre sull’orlo del cortocircuito. Quasi nessuno di chi ha perso tutto l’ha ritrovato. Ma tutto è tanto da ritrovare, e nel frattempo siamo cambiati, è cambiata la nostra vita, siamo andati altrove, fatti altri progetti, e via così. Abbiamo scoperto delle cose: che una terra che si abita non è solo un luogo neutro, vuoto, e poi pieno e poi svuotato e poi riempito. Un luogo non è una scatola. E che persino uno dei luoghi più antropizzati d’Italia com’è questo si può rivelare poco pensato, vissuto acriticamente. La catastrofe ha questo potere: di mostrare come la questione non è tanto quella della lotta ‘contro la natura’, ma della costituzione di una comunità consapevole. Quella, insieme alle case, da ricostruire. Ci siamo rimessi a pensare, a litigare, a discutere, ma con tutte le facoltà politiche atrofizzate, con tutte le decisioni affidate altrove. Abbiamo scoperto persino di amarli i posti, solo ora, dopo averli usati fino all’estenuazione. E che sia nessuna regola che la pletora di regole a poco valgono senza la fiducia. Che persino ad amarlo un posto dobbiamo reimparare.<br />
&nbsp;<br />
Un anno è lungo a vedere i militari che presidiano la zona rossa, le macerie e i detriti ancora sparsi sui sampietrini. Un anno è breve: venerdì non è successo niente di importante, ma a un tremolare dei vetri, a un sussulto fioco, i ragazzi si erano già infilati sotto i banchi, qualcuno di quelli rimasti sulla sedia era sbiancato, un altro si sentiva svenire. In brevi attimi siamo scivolati fuori, in silenzio, per lo più in fila indiana, qualcuno si teneva per mano. Poi fuori, al sole, dopo le telefonate di rito, hanno cominciato a cantare.<br />
&nbsp;<br />
Domenica 29 ottobre, alle dieci e trenta alle mediateca di Fano ci ritroviamo a parlare con artiste, autrici, attivisti, poeti, di terremoto, dei suoi traumi, e dei nostri compiti.</p>
<p>&nbsp;<br />
Con<strong> Emanuela Baldi, Lidia Massari, Renata Morresi, Adelelmo Ruggieri, Anna Tellini</strong><br />
&nbsp;<br />
*<br />
&nbsp;<br />
<strong>Emanuela Baldi </strong>è un&#8217;artista che considera l’arte come uno strumento per promuovere lo sviluppo e la trasformazione sociale, valorizza le differenze e facilita lo scambio cross-culturale.  Esperta di dialogo interculturale, networking e dinamiche di gruppo nel settore pubblico e privato, idea progetti artistici per il dialogo tra le culture, conduce laboratori sulla condivisione di processi collettivi e iniziative “making together”. Utilizza la creatività manuale come mezzo di dialogo ed espressione collettiva, coinvolgendo persone di ogni età ed origine, accorciando le distanze tra i vari target sociali e  valorizzando l’espressione del singolo nel collettivo. Viaggiatrice e sperimentatrice ricerca continuamente nove collaborazioni e scambi con artisti e professionisti di altre discipline, poiché crede nella ricchezza delle differenze e della molteplicità di sguardi.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Lidia Massari</strong>, nata nel paese leopardiano circa mezzo secolo fa, si laurea con una tesi sperimentale sulla malattia d&#8217;amore nella poesia latina. Da allora vive tentando di insegnare lingue morte a giovani teste vive ideando curiosi esperimenti didattici, con risultati alterni. Accanita lettrice, fece voto di non tediare gli altri con i propri scritti, ma negli ultimi tempi sta venendo meno alla promessa. Fra le altre cose, collabora saltuariamente alla rivista &#8220;Artapartofcul(ure)&#8221; e gestisce due pagine Facebook che usa a mo&#8217; di blog, “Diverso viaggiare” e “Cronache mesopotamiche”, quest&#8217;ultima dedicata al territorio maceratese duramente colpito dal recente terremoto.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Renata Morresi</strong> vive e lavora nel maceratese, si occupa di poesia, traduzione e letteratura anglo-americana. Sue poesie sono apparse in rivista (<em>Poesia</em>, <em>Semicerchio,</em> <em>Il Caffè illustrato</em>, <em>Alfabeta2, Il nostro Lunedì, </em>ecc.) e<em> </em>nelle raccolte <em>Cuore comune</em> (peQuod 2010), <em>Bagnanti</em> (Perrone 2013), <em>La signora W</em>. (Camera verde 2013). Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (<em>Dieci bozze</em>, Vydia 2012); nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Quest’anno ha scritto una serie di poesie, ancora inedite, che ha chiamato “anti-smismiche”, ispirate alle retoriche aberranti del post(?)-terremoto.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Adelelmo Ruggieri</strong> (1954) abita a Fermo, nelle Marche. Per peQuod ha pubblicato le raccolte di poesia: <em>La Città lontana</em>, 2003; <em>Vieni presto domani</em>, 2006; <em>Semprevivi</em>, 2009 e 2010. Del 2016 è il fascicolo <em>Habitat</em>. Le sue prose sparse sono raccolte nei libri <em>Porta Marina &#8211; Il Poggio</em> (peQuod, 2008); <em>I tetti sono semplici a Sali</em> (Capodarco Fermano Edizioni, 2012); <em>Subito o domani. Non è la stessa cosa</em> (Italic, 2013). Dal 2011 collabora al sito letterario “Le parole e le cose”.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Anna Tellini </strong>ha insegnato letteratura russa presso l&#8217;Università de L&#8217;Aquila, e considera sua somma fortuna l&#8217;essere stata allieva di Angelo Maria Ripellino. Si è occupata prevalentemente del Novecento, con una particolare predilezione per la tragica figura di Vs. E. Mejerchol&#8217;d, di cui ha curato l&#8217;edizione italiana de <em>Il Revisore </em>(Monteleone, 1997) e de <em>Il ballo in maschera </em>(Bulzoni, 2003). Dopo la distruzione della sua Facoltà ad opera del terremoto ha continuato l&#8217;insegnamento in posti di fortuna. Fa parte del Centro Antiviolenza per le donne de L&#8217;Aquila, che quest&#8217;anno festeggerà il suo decennale, e che, insieme alla rivista “Leggendaria” e altre associazioni della sua città nell&#8217;ottobre 2010 ha costituito il Comitato TerreMutate (<a href="http://www.laquiladonne.com/">www.laquiladonne.com</a>), che ha organizzato nel maggio 2011 un grande incontro nazionale di variegate realtà femminili &#8220;perchè potessero vedere L&#8217;Aquila con uno sguardo diverso – lo sguardo delle donne, appunto -, creare una rete solidale e recare semi di ricostruzione e di rinascita, da gettare nella terra tutte insieme&#8221;.<br />
*<br />
&nbsp;</p>
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		<title>una rete di storie festa di Nazione Indiana 2017</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Oct 2017 05:00:42 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png" alt="" width="351" height="501" class="alignleft size-full wp-image-70247" style="float: left; margin: 10px;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png 351w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie-210x300.png 210w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></a> Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni <strong>Nazione Indiana</strong> ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La <strong>Redazione</strong>, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, dal 2010 ogni anno sente il bisogno di organizzare un evento festa-convegno, per calarsi nella realtà, guardarsi in faccia, sentire le voci, suscitare dibattiti dal vivo. Quest&#8217;anno ha scelto la moderna cornice della ⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Mediateca Montanari di Fano</strong></a>, che <strong>sabato 28</strong> e <strong>domenica 29 ottobre 2017</strong> le ha aperto i suoi spazi con grande disponibilità. L&#8217;evento <strong>UNA RETE DI STORIE</strong>, realizzato grazie alla collaborazione dell&#8217;<strong>Assessorato alla Biblioteche del Comune di Fano</strong> e della <strong>Mediateca Montanari-Memo</strong>, storie raccontate in rete, che “fanno rete” tra di loro e con il mondo, si articotla fra appuntamenti più specificamente letterari e temi di attualità. Dei numerosi redattori parteciperanno <strong>Gianni Biondillo, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Renata Morresi, Orsola Puecher, Jan Reister, Giacomo Sartori, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta.</strong><span id="more-70180"></span><br />
&nbsp;<br />
<strong>Sabato 28 ottobre</strong> alle <strong>ore 16</strong> in<strong> RACCONTARE LA STORIA</strong> si discuterà dei rapporti fra letteratura e Storia con letture, performance e interventi multimediali e, dopo un <strong>Buffet</strong> per gli intervenuti, alle <strong>ore 21</strong> in <strong>CALUMET VOLTAIRE cabaret letterario</strong> si avvicenderanno letture e performance, con accompagnamento e improvvisazioni musicali di <strong>Ettore Mazzoli </strong>e <strong>Fabio Strinati</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong> si parlerà de <strong>IL TRAUMA DEL TERREMOTO</strong>, un tema anche geograficamente molto vicino, dal punto di vista della storie e delle esperienze individuali, con <strong>Emanuela Baldi, Lidia Massari, Adelelmo Ruggieri e Anna Tellini</strong>.<br />
&nbsp;<br />
Al pomeriggio alle <strong>ore 15</strong> in <strong>STORIE DI EMIGRAZIONE</strong>, sul tema dei <strong>minori migranti non accompagnati</strong>, l&#8217;anello piu&#8217; debole e indifeso della attuale crisi, dopo la proiezione del Documentario UNICEF, <strong>“Invisibili. Non è un viaggio, è una fuga”</strong>, ci sarà un dibattito. Il giornalista <strong>Giuseppe Acconcia</strong>, esperto di Islam e Medio oriente e il giornalista francese <strong>Olivier Favier</strong>, che racconterà della sua pluriennale esperienza accanto ai migranti e della situazione in Francia riguardo all’affido di questi bambini e ragazzi, si confronteranno  con <strong>Andrea Nobili</strong>, <strong>Garante per i diritti dei minori delle Marche</strong>, regione che ha avviato da poco un progetto sull’affido.<br />
&nbsp;<br />
In contemporanea. sempre alle <strong>ore 15</strong>, ci sarà <strong>STORIA DI UN SOGNO</strong> un evento gioioso e divertente con l’attore clown giocoliere <strong>Filippo Brunetti</strong>, dedicato ai bambini dai 3 anni in su.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70316" aria-describedby="caption-attachment-70316" style="width: 688px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg" alt="" width="688" height="983" class="size-full wp-image-70316" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg 688w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 688px) 100vw, 688px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70316" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70189" aria-describedby="caption-attachment-70189" style="width: 635px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png" alt="" width="635" height="907" class="size-full wp-image-70189" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png 635w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer-210x300.png 210w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70189" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<center><big><strong>CONFERMATE LA VOSTRA PRESENZA!<br />
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&nbsp;<br />
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&nbsp;</p>
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&nbsp;</p>
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		<title>I tetti sono semplici a Sali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jul 2013 23:01:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[edoardo albinati]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Adelelmo Ruggieri   Agosto. Se digiti solitudine nella rete, alla data di oggi, i link sono 2.880.000. Una piccola nazione di solitudini. Il primo si chiama Risultati illustrati per solitudine. Ce ne sono 119.000. Il decimo è l&#8217;immaginetta elettronica di una canzone di Laura Pausini che si chiamerà, evidentemente, Solitudine. Ora vedo. No, si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right">di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></p>
<p> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/pile-of-old-computers.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-46134" alt="pile-of-old-computers" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/pile-of-old-computers.png" width="640" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/pile-of-old-computers.png 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/pile-of-old-computers-300x93.png 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Agosto. Se digiti solitudine nella rete, alla data di oggi, i link sono 2.880.000. Una piccola nazione di solitudini. Il primo si chiama <i>Risultati illustrati per solitudine</i>. Ce ne sono 119.000. Il decimo è l&#8217;immaginetta elettronica di una canzone di Laura Pausini che si chiamerà, evidentemente, <i>Solitudine</i>. Ora vedo. No, si chiama <i>La solitudine</i>. In pratica racconta di un ragazzo che se n&#8217;è andato e non ritornerà più: <i>Il treno delle 7:30 senza lui / è un cuore freddo di metallo / senza l&#8217;anima</i>. La citazione appare lampante. Il treno di Battisti partiva alle 7:40. Dieci minuti prima parte Pausini, e in breve arriva al cuore della faccenda: <i>La solitudine fra noi / questo silenzio dentro me / è l&#8217;inquietudine di vivere / la vita senza te</i>. C&#8217;è anche il video. Pausini canta in coppia con Fabian a Trinità dei Monti, con il pubblico che fa la ola, ma senza le candeline. Ora la regia stringe. Lì, sul lato destro, dove stavano di casa Keats e Shelley. Poco fa aveva stretto sulla <i>Barcaccia </i>di Pietro Bernini. Pare che gli diede quella forma perché in quel punto vi era <i>un acquitrino insanabile</i>, e allora pensò di fare la sua fontana con la forma di una barca che affonda e <i>fa acqua da tutte le parti</i>. <span id="more-46119"></span>Da un&#8217;altra parte ho letto che lo scultore ideò quella forma di barca <i>semisommersa posta leggermente al di sotto del piano stradale</i> perché la pressione dell&#8217;acquedotto dell&#8217;Acqua Vergine era troppo bassa e non permetteva <i>zampilli o cascatelle</i>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><b>Era, aveva</b></p>
<p style="text-align: justify">Sono parecchi anni che veniamo per Ferragosto nel Sannio Matese, ospiti con mio figlio di una piccola brigata di amici. Quando era più piccolo andavamo più vicino, a Santa Vittoria in Matenano. Da che si viene mi sono assegnato il compito di uscire la mattina di Ferragosto per prendere le paste. La pasticceria è sulla provinciale 158, al bivio per Prata Sannita. Accanto c&#8217;è un giardinetto che occupa uno spicchio di terra. È completamente arido e se non fosse per i buffi torciglioni che lo arredano uno non capirebbe che è un giardino. I torciglioni sono fatti con dei vasetti in cotto, disposti uno sopra l&#8217;altro ed empiti di cemento. Il migliore, così mi è parso, è fatto di sei vasetti sovrapposti con le concavità rivolte tutte verso l&#8217;alto. Qualcuno ha costruito questi arredi dimessi con intenzione e passione. Era un anziano che aveva molto tempo, mi ha detto la signora della pasticceria. C&#8217;era una grande amarezza in quei due imperfetti accostati: era, aveva.</p>
<p style="text-align: justify">Ho preso le paste: brioches e sfogliatelle e anche babà napoletani. Napoli non è lontana. Ho letto che la sfogliatella l&#8217;inventò Pasquale Pintauro nel 1818. È la versione povera della sontuosa Santa Rosa, ma più adatta, la sfogliatella, per le passeggiate domenicali. Per quanto al babà pare che unisca insieme culture profondamente dissimili: la Polonia del primo settecento, le brume della Lorena, il rhum delle Antille, Parigi e i monsù, gli chef delle aristocratiche famiglie partenopee.</p>
<p style="text-align: justify">Fatto. Eccomi di ritorno. La piccola brigata è in terrazzo che aspetta, o meglio: che aspetta brioches, sfogliatelle e babà. Sono le nove passate da poco. Ci siamo messi a parlare dei fuochi di stamattina. Erano più fragorosi del solito. L&#8217;apertura della festa, è così che li chiamano i fuochi mattinieri di Ferragosto. A un certo punto si forma un gran silenzio. Verboso come non poche volte mi accade di essere, purtroppo, anziché starmene zitto anche io, chiedo se c&#8217;è qualcuno che sa dirmi di questa festa di oggi. E allora Antonella prende a dire: <i>Oggi è l&#8217;assunzione in cielo di Maria&#8230; Maria non è morta&#8230; Maria non ha peccato originale&#8230; Il fatto che Giuseppe&#8230;</i> e intanto che lei dice di Maria inizio a pensare a qualcosa di molto lontano ma per niente astratto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><b>La nuvola ci renderà felici</b></p>
<p style="text-align: justify">Ho appena letto su Repubblica.it un articolo di Jaime D&#8217;Alessandro, s&#8217;intitola: “La nuova ci renderà felici”. Pare che stiamo per entrare in “un avvenire luminoso che non ha precedenti”, ma “velato appena da qualche ombra”. Pare che “In due o tre anni sarà impossibile dimenticare, perdersi, annoiarsi, restare soli. Vivremo in un mondo più felice, più trasparente, conosceremo persone nuove e avremo più tempo da dedicare a noi stessi.”, e tutto questo grazie agli smartphone e ai super computer e a quanto altro, le quali cose, tutte insieme, fanno il “cloud” &#8211; “ la nuvola digitale”. Pare che (con il nostro permesso) ci saranno date informazioni così dettagliate da lasciarci stupefatti sempre. Sono perplesso, quasi spaventato in verità, eppure sono un ingegnere, non dovrei. Mi è venuta nostalgia del paleolitico – delle pitture rupestri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><b>Sogno</b></p>
<p style="text-align: justify">Capì che aveva perso la cognizione dello spazio. E l&#8217;aveva persa in un attimo, come in un attimo si può perdere la vita. E ora camminava, totalmente dimentico, in una città a dir poco sconcertante. Una specie di consuntivo di molte città e innumerevoli vedute. Ma il piano della visione non era lo stesso piano dei pensieri, né, tanto meno, dei gesti. Non capiva questa cosa, ma la cosa era questa. Portava una giacca blu di rovescio. Aveva un sorriso leggero. Si toccò le tasche. C&#8217;era tutto. Anche il telefonino. Lesse l&#8217;ultimo messaggio: <i>Dormi?</i> Dalla città affastellata raggiunse un lungomare. Era stipato di persone. A un tavolo qualsiasi – in primissimo piano – c&#8217;era una donna molto bella. Alzò lo sguardo. Le domandò che città fosse quella. Lei biascicò piano qualcosa, ma il coperchio del sogno non si aprì. Tutto era fatto da un tutto sconcertante. Era questo che contava capire. Le chiese se poteva aiutarlo a uscire da lì. Lei non poteva. Lei stava lì. Sarebbe rimasta a quel tavolo, priva di corrispondenza. Allora lui prese ad allontanarsi con un fiume di persone che si allontanavano. C&#8217;era il buio dei lungomare. Nessuna consolazione. C&#8217;era una doppia fila di tribune. I tribuni arringavano. <i>Andate di là. Venite di qua. Andate su. Scendete sotto. Dunque! Dunque! Dunque!</i> La donna al tavolo teneva il volto basso. C&#8217;era un monitor. Stava guardando un video da una esposizione che si chiamava Karma. Karma: gesto, atto. Ma non voleva che quel video fosse nella trascrizione del sogno. Ma era necessario che ci fosse. Copiò e incollò il video nella trascrizione del sogno. Cliccò per guardarlo di nuovo. Non si era incollato nulla sul monitor. È che stava sognando. Rispose il messaggio: <i>Sto sognando</i>. C&#8217;erano dodici riquadri. Poi ne sarebbero apparsi altri dodici. E altri dodici. Doveva scegliere l&#8217;ultimo senza passare per le scelte precedenti. Iniziarono a dispiegarsi panorami ancestrali di rocce e rocce. Poi tutto prese a schiarire. Il tessuto del sogno era il tessuto di una disillusione. Azzurro pallido. Verde acqua. Fece il gesto del pittore nel video. Spinse con forza il primo riquadro e tutti gli altri caddero ordinatamente, in cerchio. Tutto era chiaro, ora. Stavano in tre amici. Si fermano un attimo per un saluto. Le parole che dicono si assomigliano. Si sentiva aprile che stava passando il testimone a maggio. La bacchetta era il sentore delle colline. Era l&#8217;ora in cui si distinguono le risposte elusive da quelle trasparenti e affidabili. Fra meno di quattro ore cominceranno i rumori. La sveglia la darà il carro compattatore. Le parole erano prodigi che ci plasmavano. C&#8217;era un pioppeto. Le cortecce lisce. Le foglie alterne. <i>Gli speculatori! Gli speculatori!</i> si udì a un tratto per le sale. La folla dai lungomare si riversò fra gli alberi. Fece chiaro. Da quel chiaro si aprì una salita che a metà teneva un luogo raccolto. Di forma pressoché circolare due anelli concentrici di tronchi in pietra forte dividevano la parte centrale da un deambulatorio periferico, oltre il quale i pioppi crescevano fitti. I tronchi legati a due a due dagli architravi in sommità reggevano le arcate che limitavano l&#8217;ambulacro e avevano sicuramente sostenuto il tamburo di base di una cupola. Era stato manipolato tutto. Tutto, tranne il senso letterale delle costruzioni. Tentò in ogni modo di svegliarsi. Stava correndo un pericolo reale. Soffiava freddo nel pioppeto. C&#8217;era il silenzio delle ore lontane. Il futuro era del tutto privo di ogni fondamento. Il sole prese a fiammeggiare tra le colonne binate. Era una luce momentanea, effimera. C&#8217;era uno striscione. C&#8217;era un altro striscione: Ogni frase è un&#8217;equazione che cerca in chi legge le soluzioni mentali che la verificano. Erano le quattro del mattino. Era il sei di maggio. Si sentiva il respiro notturno della città. Le flebili scie. Avrebbe aspettato che facesse giorno. Era il giorno del voto in Francia e delle Amministrative in Italia, del voto in Grecia e in Serbia e nel Land tedesco dello Schleswig-Holstein. L&#8217;Europa si risveglia a un altro maggio. Rivide nella mente la costruzione del pioppeto. A pancia in già, il braccio fuori penzoloni, guarda nel monitor il finale del Fantasma della libertà. Lo struzzo che si guarda intorno. Appena prima i due questori che conversano: Vuole sedersi là. <i>No, qui va bene. </i>Bene, lei lì, io qui. <i>È ingrassato un pochino.</i> Anche lei. <i>Tutti quei pranzi ufficiali, poterne fare a meno. </i>Sì, sempre bere, sempre mangiare, bisogna negarsi. <i>È difficile.</i> Che cosa fa stamani? <i>Stamani, come lei sa. </i>Ah, sì, lo zoo, all&#8217;una. <i>Temo i tafferugli ma mi sono cautelato.</i> Ho fatto piazzare dieci pullman di uomini, Ma non tutti insieme, sparsi, a ogni modo l&#8217;essenziale è impedire ai giovani di arrivare alle gabbie. Le serrature sono state scrupolosamente controllate. Dopotutto, se qualche animale viene abbattuto, pazienza. La vita di un nostro uomo vale più di quella di una zebra. <i>Alla salute. </i>È buio. Si sente un piccolo gufo che sta dicendo qualcosa: uh – uh – uh. Tutta la complessità del mondo in tre uh in fila indiana. Rivide le rocce nel sogno di alcune settimane prima. I lungomare stipati. Le tribune rovesciate per terra. Gli venne incontro la donna dal volto chino: <i>Che succede?</i> Ho fatto troppo tardi; mi sono perso; mi può aiutare? <i>Resti qui; non darò fastidio. </i>La ringrazio, non è il caso. <i>E perché non è il caso? Non darà fastidio; abbiamo molte camere vuote-, domani mattina apre la porta, e se ne va via. </i>Non è così semplice. C&#8217;erano due assi ad angolo retto. Cercò l&#8217;interruttore. Vide le luci dei lampioni che si spegnevano. Era il farsi del mattino. Si accese la luce – la luce che si accende.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Da Adelelmo Ruggieri, <em>I tetti sono semplici a Sali</em>, con la postfazione di Edoardo Albinati, Capodarco Fermano Edizioni, Fermo, 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Per Luigi Di Ruscio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 10:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Di Ruscio]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Adelelmo Ruggieri tutto questo fuori è anche dentro Cristi polverizzati pag 68; Le Lettere, Firenze, 2009 Venne stampata nel mese di giugno 1953 dalla Maestri Arti Grafiche per conto di Schwarz Editore, Via San Martino 9, Milano. L’edizione originale era composta di cinquecento esemplari numerati da uno a cinquecento su carta uso mano; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/dr-small.jpg" alt="" /></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: 13.8pt; font-family: Garamond;">tutto questo fuori è anche dentro</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: 6.8pt; font-family: Lucida Sans Unicode;"><em>Cristi polverizzati</em> pag 68;<br />
Le Lettere, Firenze, 2009</span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">Venne stampata nel mese di giugno 1953 dalla Maestri Arti Grafiche per conto di Schwarz Editore, Via San Martino 9, Milano. L’edizione originale era composta di <em>cinquecento esemplari numerati da uno a cinquecento su carta uso mano</em>; quello da cui ho appena trascritto queste parole appena sopra è l’Esemplare Numero 64. Apparteneva “All’amico Alvaro Valentini/  alla nostra amicizia/ alla sua poesia”. Ora è custodito presso la Biblioteca Civica Romolo Spezioli, Piazza del Popolo n. 63, Fermo, Fondo Valentini, INV 4297. <span id="more-38388"></span>È fatto di 32 pagine, le prime quattro non numerate, le altre sì. Il titolo della raccolta è “Non possiamo abituarci a morire”. Sulla prima facciata il titolo sta da solo. Sulla terza viene ripetuto con in alto il nome dell’autore: Luigi Di Ruscio. Da pagina 5 a pagina 7 c’è la “Prefazione” di Franco Fortini con una premessa contro “l’effusione generica ed informe”, ma non è certamente il caso dei versi del “giovane operaio” e non lo è, scrive Fortini, per due motivi: il “Primo, perché questi versi sono un documento umano delle aree depresse, di quella parte di noi stessi depressa che chiede, da generazioni, il riconoscimento iniziale del volto umano […]”; il “Secondo, perché la forma di queste poesie si inserisce nelle ricerche della nostra poesia contemporanea in una misura che dà buona testimonianza della autenticità loro […]”. È parecchio che non venivo in Biblioteca. Volevo vedere i libri che ci sono di Luigi, ne mancano solo alcuni. Fra di loro uno piccolo ma cruciale, le <em>15 Epigrafi con dedica</em> edite da “Battello stampatore” nel 2007; la dedicataria è l’amatissima nonna Cristina Nardinocchi, nata a Castignano nel 1878. Più avanti la ritroveremo Cristina. Le <em>15 Epigrafi</em> sono <em>a loro modo</em> il complementare della raccolta di esordio. Non manca invece l’ultimo libro dato alle stampe dall’editore Ediesse per la cura di Angelo Ferracuti, che fortissimamente ha voluto che ci fosse “il romanzo norvegese” di Luigi; si chiama “La neve nera di Oslo”, inventariato al N. 34773 C; porta in copertina un’immagine bellissima: Luigi con il primo figlio in una foto degli anni ‘sessanta. Dalla data di edizione di “Non possiamo abituarci a morire”, il 1953, l’anno della “legge truffa”, sono trascorsi cinquantotto anni. Adesso è il 2011, il tasso dei giovani senza lavoro è di 1 su 3. Sto guardando questi due libri. Ad essi appartengono le prime parole di Luigi rese pubbliche e le ultime sue pubblicate in vita. Ripenso a poco fa, quando ho preso la macchina c’era un foglietto piegato in due con la massima cura, riposto dove sta la chiave della portiera. C’era scritto “Io cerco un lavoro serio”, poi c’era il numero di cellulare. Da generazioni e generazioni e generazioni viene chiesto <em> il riconoscimento iniziale del volto umano</em>, ma la domanda resta sempiternamente inevasa. In una conversazione dell’anno scorso con Luigi, pubblicata su<em> Smerilliana</em> n. 11, in coda alla stessa,  gli chiesi: “Parlaci un po’ di Poesie operaie, la raccolta antologica del 2007; nella sua postfazione Massimo Raffaeli ricorda la povertà del Vicolo Borgia, a Fermo. Sai, ci passo delle volte. Di lì a trecento metri esatti iniziava la campagna. Ora non si capisce bene che cosa inizia: una sorta di immane falansterio impazzito che parte da lì per arrivare al polo nord e poi a quello sud e, visto che ci si trova, fa anche il giro degli oceani.” Luigi mi rispose: “Poesie operaio, certo. Ho lavorato in fabbrica dal 1957 al 1994 e questo lavoro mi ha dato la possibilità di mantenere una famiglia di figli quattro e mi ha dato la possibilità di scrivere […] posso assicurare che io non sono emigrato per vedere il mondo, se mi avessero dato lavoro a Fermo magari come scopino o guardiano delle latrine pubbliche sarei rimasto a Fermo per sempre, sono partito solo per trovare un lavoro che mi facesse scrivere in pace e questo lavoro l’ho trovato in una fabbrica di Oslo e devo essere grato alla socialdemocrazia norvegese che mi ha dato la possibilità di fare una vita dignitosa.” “La neve nera di Oslo” è fatta di 164 pagine fitte fitte e l’ultimo paragrafo comincia così: “È necessaria la massima resistenza quando le forze vengono meno. Ho sentito alla radio il più vecchio dei poeti scandinavi leggere le sue ultime poesie, un sussurro, una voce ridotta al minimo.” La prima poesia di “Non possiamo abituarci a morire è invece questa, la trascrivo esattamente come sta nella raccolta:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 80px;"><span style="font-size: 13.8pt; font-family: Garamond;">Avevo cinque anni<br />
una vecchia mi fece capire<br />
perché nessuno mi teneva sui ginocchi<br />
mia nonna che mi teneva per mano non mi<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;difese<br />
né per consolarmi mi strinse la mano<br />
per questo sono andato solo sui fiumi<br />
l’acqua non mi è servita per specchiarmi<br />
ritornavo a casa per non dormire sul greto<br />
a quell’età la fame fa essere pazzi<br />
fa divenire presto adulti<br />
e tutte le erbe che le capre hanno brucato<br />
ho imparato a cogliere<br />
ho preso il gusto del sapore amaro<br />
questo è stato il mio latte<br />
e perché rubavo con calma<br />
avevo i frutti più belli<br />
andavo solo per non essere scoperto<br />
al mio odore i cani non hanno abbaiato<br />
e nessuno può condannarmi<br />
se presto mi sono adoperato a negare iddio<br />
sulle mura che l’acqua gonfiava<br />
avevo visto solo le immagini di carta<br />
ho scoperto i libri nel mucchio dello<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;stracciaio<br />
ancora oggi mi incanto a guardarli<br />
cercavo tra le carte la pagina scritta<br />
ho gridato e mi hanno guardato come essere<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;vivo<br />
come qualcosa di più di un viaggiatore<br />
sono entrato nelle strade<br />
quale bambino non sogna di vestire da uomo<br />
io lo sono stato presto<br />
ho trovato ancora con i pantaloncini corti<br />
una donna che è rimasta contenta<br />
perché gli uomini le facevano male<br />
ho volato sui pensieri<br />
sognando per ogni foglia che ho<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;visto cadere<br />
erano le ore senza riposo<br />
le chiese servivano per rinfrescarmi<br />
giravo assetato delle donne<br />
che presto con soldi rubati ho pagato.<br />
Ora sento l’amore delle donne che sfiora il<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;viso di fiati<br />
stringo i capelli grassi<br />
e le mie labbra da negro mi portano fortuna<br />
gli occhi che non sanno riposare.</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">La locuzione che dà il titolo alla raccolta di esordio di Luigi Di Ruscio, “non possiamo abituarci a morire” appare in coda all’ultima poesia. Tre versi prima la stessa locuzione si presenta al modo che era ed è dei poveri cristi, dei “cristi polverizzati”:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 80px;"><span style="font-size: 13.8pt; font-family: Garamond;">Non possiamo abituarci a crepare<br />
neppure un asino che da noi si racconta l’ha<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;potuto<br />
siamo gente paziente<br />
ma non possiamo abituarci a morire<br />
noi vogliamo vivere<br />
perché la vita ci piace<br />
abbiamo il gusto della vita<br />
con le mani che hanno tirato su tutto.</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">Il titolo della raccolta fu scelto dallo stesso Franco Fortini. In origine questa raccolta si chiamava “Poesie per un vicolo”.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">Fermo, marzo 2011</span></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
[ si ringrazia <a href="http://www.ediesseonline.it/" target="_blank"><strong>EDIESSE</strong></a> per l&#8217;immagine tratta dalla copertina de <a href="http://www.ediesseonline.it/files/libri/1445-9%20La%20neve%20nera%20di%20Oslo.jpg" target="_blank"><strong>La neve nera di Oslo</strong></a> ]</p>
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		<title>LA NATURA DEI POETI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 15:46:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Mazzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Italianostra]]></category>
		<category><![CDATA[mariagrazia calandrone]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Gezzi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[Italia Nostra &#8211; sezione del Fermano La natura dei poeti VIII Edizione – a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri ALTIDONA (FM) &#8211; SABATO 12 MARZO 2011, ore 21.15 Teatro Comunale Incontro con FRANCO ARMINIO e GUIDO MAZZONI Presentazione di Massimo Gezzi LAPEDONA (FM) &#8211; SABATO 19 MARZO 2011, ore 21.15 Sala Suor Francesca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Italia Nostra &#8211; sezione del Fermano<br />
La natura dei poeti<br />
VIII Edizione – a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri</p>
<p>ALTIDONA (FM) &#8211; SABATO 12 MARZO 2011, ore 21.15<br />
Teatro Comunale<br />
Incontro con FRANCO ARMINIO e GUIDO MAZZONI<br />
Presentazione di Massimo Gezzi</p>
<p>LAPEDONA (FM) &#8211; SABATO 19 MARZO 2011, ore 21.15<br />
Sala Suor Francesca<br />
Incontro con MARIA GRAZIA CALANDRONE e RENATA MORRESI<br />
Presentazione di Adelelmo Ruggieri<br />
Al termine degli incontri avranno luogo le passeggiate guidate ai rispettivi centri storici</p>
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		<title>La natura dei poeti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 11:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Coacci]]></category>
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		<category><![CDATA[luigi socci]]></category>
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		<category><![CDATA[Massimo Gezzi]]></category>
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					<description><![CDATA[MONTE GIBERTO (FM)- DOMENICA 14 MARZO 2010, ore 10.30 PALAZZO COMUNALE – SALA DELLE VOLTE La natura dei poeti VII Edizione – a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri Incontro con Marilena Renda e Luigi Socci Introduce Massimo Gezzi &#160; Anche quest&#8217;anno La natura dei poeti, la rassegna di &#8220;Poesia e natura&#8221; curata da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/locandina-natura-2010.jpg" alt="" width="448" height="633" border=1/></p>
<p align="center"><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=841,height=1189,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://ilmareadestra.files.wordpress.com/2010/03/locandina-natura-2010.jpg" target="_blank" rel="nofollow"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/zoom.png"/></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>MONTE GIBERTO (FM)- DOMENICA 14 MARZO 2010, ore 10.30</strong></p>
<p style="text-align: center;">PALAZZO COMUNALE – SALA DELLE VOLTE</p>
<p style="text-align: center;"><big><strong>La natura dei poeti</strong></big></p>
<p style="text-align: center;">VII Edizione – a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri</p>
<p style="text-align: center;">Incontro con Marilena Renda e Luigi Socci</p>
<p style="text-align: center;">Introduce Massimo Gezzi</p>
<p><span id="more-31751"></span><br />
&nbsp;<br />
Anche quest&#8217;anno<em> La natura dei poeti</em>, la rassegna di &#8220;Poesia e natura&#8221; curata da Adelelmo Ruggieri e Massimo Gezzi per Italia Nostra sez. del Fermano e giunta ormai alla VII edizione, ospiterà poeti giovani e nuovi, molti diversi stilisticamente l&#8217;uno dall&#8217;altro: i due appuntamenti del 7 e del 14 marzo vedranno protagonisti, infatti, quattro giovani poeti italiani, due marchigiani (Luigi Socci e Barbara Coacci) e due provenienti da fuori regione (Marilena Renda, siciliana ma di residenza romana, e Fabio Franzin, veneto).<br />
&nbsp;<br />
La mattinata del 14 marzo, che si svolgerà a Monte Giberto con la cura di Massimo Gezzi, vedrà come ospiti Luigi Socci e Marilena Renda. Socci (1966), anconetano, ha pubblicato una prima silloge di versi in<em> Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano</em>, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos 2004), con un&#8217;entusiasta prefazione di Aldo Nove. Di recente uscita (2009) è la sua prima <em>plaquette Freddo da palco</em>, per le Edizioni d&#8217;If di Napoli.<br />
Marilena Renda (1976), originaria di Erice (TP), ha esordito nel 2001 con la raccolta <em>Ceneri minime</em> (Kepos), seguita da varie apparizioni in rivista. Oltre alla poesia, ha scritto racconti e saggi su Bassani, Levi, Rosselli e altri. Sta ultimando un poema intitolato <em>Ruggine</em>.<br />
&nbsp;<br />
Il 21 marzo sarà invece la volta di Barbara Coacci (1969) e Fabio Franzin (1963), a Ponzano di Fermo, con la cura di Adelelmo Ruggieri.<br />
Barbara Coacci, che vive ad Ancona, ha esordito quest&#8217;anno con un apprezzato libro di poesia, <em>Nessuna nuova</em>, per le edizioni La Camera Verde di Roma. Fabio Franzin, poeta soprattutto dialettale, ha pubblicato di recente <em>Fabrica</em> (Edizioni Atelier 2009), raccolta che si è aggiudicata il prestigioso Premio Pascoli per la poesia neo-dialettale.</p>
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		<title>Metropoli locali</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/02/23/metropoli-locali/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 11:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Ferracuti]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Maurizi]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;di Adelelmo Ruggieri &#160; &#160;&#160;&#160;&#160;È fatto di 8 reportages-racconti e 99 foto Il mondo in una regione, l’ottavo volume della collana “Carta bianca” (Ediesse , Roma, 2009). I racconti sono di Angelo Ferracuti, le foto di Daniele Maurizi. Fa da prefazione un dialogo degli autori con Mario Dondero che si chiama “L’arte dell’avvicinamento”. Questa locuzione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;È fatto di 8 reportages-racconti e 99 foto <strong>Il mondo in una regione</strong>, l’ottavo volume della collana “Carta bianca” (Ediesse , Roma, 2009). I racconti sono di <strong>Angelo Ferracuti</strong>, le foto di <strong>Daniele Maurizi</strong>. Fa da prefazione un dialogo degli autori con Mario Dondero che si chiama “L’arte dell’avvicinamento”. Questa locuzione – ‘l’arte dell’avvicinamento’ – viene fuori da una domanda ‘sulla fotografia’ [in particolare sulla differenza fra il bianco e nero con quel che “di poetico” che il b/n aggiunge alle foto, e una immagine ‘a colori’, ma priva “di qualsiasi valore aggiunto”] che Maurizi rivolge a Dondero, e alla quale egli risponde: “Le cose che riguardano la tecnica fotografica sono secondarie rispetto alla sostanza, che poi è l’arte dell’avvicinamento. Il senso più grande è introdursi in mondi che per noi sembrano impenetrabili.” In coda alla conversazione Ferracuti ricorda la prima delle epigrafi del libro: “Come epigrafe del libro ho messo una frase di Max Frisch che ti ho sentito citare tante volte.” E allora Dondero dice: “Aspettavamo delle braccia, e invece sono arrivati degli uomini”. E Ferracuti dice: “Proprio quella”.  “<strong>Il mondo in una regione</strong>” si “avvicina” e ci racconta – benissimo – molte cose che ci allietano e insicurezze drammatiche, individuali e comuni. E forse è proprio per questo che a pag. 74 Ferracuti trascrive queste parole di Robert Castel: “Una società di individui non sarebbe più, propriamente parlando, una società ma uno stato di natura, cioè uno stato senza legge, senza diritto, senza costituzione politica e senza istituzioni sociali, in preda a una concorrenza sfrenata degli individui tra di loro, alla guerra di tutti contro tutti.”<br />
<strong><span id="more-30590"></span></strong><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il primo racconto del libro si chiama ‘Babele House’. Siamo nelle Marche, a Porto Recanati, e nelle Marche resteremo con gli altri sette racconti. ‘Babele House’ è un palazzo conformato a Y: 17 piani, 480 mini appartamenti; “ci vivono in più di duemila”. In realtà il palazzo si chiama ‘Hotel House’, ‘Casa hotel’: “Il passaggio è continuo”, “trentadue etnie diverse, manca l’Oceania e poi ci sarebbero tutti i continenti.” Non tutto va nel migliore dei modi in questa ‘Babele House’, ma “Oggi è venerdì, è giorno di preghiera.” Ferracuti allora inizia a raccontarci di questa preghiera e del “silenzio cupo, profondo” che essa produce nel “grande garage sottostrada” dove i fedeli sono raccolti, “vecchi e giovani, barbuti e con i cappellini a visiera, pakistani e marocchini, nigeriani ed egiziani, bengalesi, senegalesi, tunisini.” In coda al racconto arrivano 21 foto, fra le quali quella di un bambino di <em>seconda generazione</em>. È ripreso contro una parete perfettamente pittata, con le braccia piegate ad L, appoggiate contro la parete e insieme alzate. Ha il viso mite di un bambino. Ha lo sguardo fulgido.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il secondo racconto è la storia di Bruno Cozzi “che di mestiere fa il barbiere a Sant’Elpidio a Mare”. Bruno da sempre ha la passione della boxe, “è un uomo semplice ma molto sensibile, dice le parole anche estremamente disarmate della vita senza nessuna vergogna”; “alla fine degli anni sessanta” Bruno mette su una società pugilistica. Fra gli atleti, dallo Zaire, arriva Kalemba Kumba. “All’inizio Kalemba Kumba non sa dove metterlo, poi lo piazza da una vecchia signora che gli offre un alloggio in cambio di compagnia, un <em>badante</em> ante litteram, e gli trova lavoro in una sala giochi.” Tra alti e bassi la storia della palestra di Bruno va avanti, ma “C’è un buco nero in questa storia”: “Kalemba Kumba, quello che lui [Bruno] chiamava ‘il nostro attore’ un giorno morì in circostanze drammatiche”. Era tornato intanto nella sua terra. Era nato il primo figlio che Kalemba aveva chiamato Yuri, come il figlio di Bruno, poi era accaduta la tragedia: ”Kalemba aveva trovato un diamante. È morto perché per portarglielo via gli hanno dato fuoco, bruciandolo vivo”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per terza arriva la storia di Dulal, Bangladesh, “ma sta ad Ancona da più di vent’anni”. Dulal è stato il primo rappresentante sindacale all’interno dei cantieri navali della città dorica, lo è stato per sette anni, poi ha aperto un ristorante che si chiama “L’India”. Ferracuti lo intervista proprio nel suo ristorante. Non tralascia nessuna delle parole che gli vengono dette e delle cose che intanto accadano intorno a lui. E chi legge così capisce quanto viene detto e quanto sta anche accadendo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La quarta storia è quella del sindacalista Muhammad. Il distretto è quello calzaturiero, ‘crisi produttiva e occupazionale’, ‘insicurezza sociale’. “Può succedere che all’improvviso uno possa perdere tutto, prima il lavoro, e poi la casa (…) Che poi se sei trasandato, se hai un aspetto da miserabile da fare schifo è anche difficile presentarsi ai colloqui e convincere i padroni a darti un altro posto di lavoro”. Ferracuti non ha nessun dubbio se dire parole ‘forti’ come queste sopra, no, perché sono queste le parole che magari staranno ‘non dette’ in quel ‘colloquio’, nel quale da una parte c’è una persona che deve guadagnarsi da vivere e dall’altra parte c’è una persona a cui non interessa questo fatto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel quinto racconto la prosa di Angelo Ferracuti si mette insieme alla poesia di Filippo Davoli, insegnante d’italiano di ragazzi stranieri “minorenni e clandestini, abbandonati a se stessi”. Per classe i divani all’aperto del Bar Mercurio o le stanze della sua stessa casa. “Una raccolta di Davoli, <em>Gli incendi</em>, è costruita proprio da queste voci”, “Il suo libro – scrive Ferracuti – è una specie di coro, un parlatorio, un insieme di voci. Alì la cosa che è scritta in questa poesia l’ha detta per davvero:<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;"><em>Un anno fa sono partito da casa<br />
e non posso chiamare se non ho soldi<br />
da mandare a mia madre. Che le dico?<br />
Ma non ci torno, non ci tornerò più<br />
a salutare i miei nonni – lei, che pensava<br />
che in tutto il mondo si parlava persiano.</em></p>
<p>&nbsp;<br />
Questo ha detto Alì, questo ha reinventato Filippo con una lingua <em>altra</em>, lui che è un poeta vero, con l’idioma della letteratura.”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quasi inevitabilmente il sesto racconto &#8211; siamo a Macerata, e il colle delL’infinito è lì, a due passi &#8211; si chiama “Sabato del villaggio”: “Siamo al centro di un grande parcheggio, dietro lo stadio comunale di Civitanova Marche, una periferia qualunque fatta di brutti palazzi di cemento che dire triste è poco. Un pezzo di mondo uguale a tanti altri.” Ma fra poco la tristezza passerà, sta per inziare la partita di cricket. Non lontano “sono parcheggiate in uno spazio vuoto” “Le roulotte di un gruppo nomade”, “Lungo il cordolo che delimita la parte sud, prima del canale fognario che corre verso il mare, scorgo una croce con in cima dei fiori variopinti”, “a tre quarti della croce scopro la targhetta col nome, Paul Caldares, nato nel novembre del ’93 e morto il 23 febbraio 1999”, “Già da sola, questa tomba povera in un posto così assurdo è qualcosa che fa accapponare la pelle”, ”E mentre vedo i giovani pakistani correre allegri lungo queste piste di asfalto, mi viene improvvisamente in mente una cosa: tornerò qui il prossimo 23 febbraio, devo tenere a mente questa data. Qualcuno dovrà pur raccontarmi la storia di Paul Caldares, vorrei proprio conoscerla.”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Le penultima storia del libro si chiama “Storie dell’altro mondo” e racconta della “scuola elementare di San Tommaso di Fermo, su due allievi che assistono alle lezioni uno è straniero. Fra i molti bambini tutti impeccabilmente <em>ripresi</em> nelle loro parole e nei loro gesti c’è anche Alex, “un moscovita vero”; andava a giocare fuori delle mura di Mosca, a fare il bagno nel Volga. ‘Ci stavano dei ponti, e dei campi dove potevamo giocare a pallone. Lì ho imparato a nuotare, da solo, insieme a un cane. I miei amici, siccome non sapevo nuotare, mi hanno buttato nell’acqua e mi hanno detto: adesso devi arrivare a riva. Allora siccome vicino a me ho visto un cane, ho guardato come nuotava, e ho provato a fare come faceva lui. È così che ho imparato. Era un pastore tedesco.’”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’ultimo reportage-racconto è sul ‘tempio dei Sik di Morrovalle’, ‘una casa colonica come tante spersa nella campagna, a pochi passi dalla strada’; ‘è il giorno della preghiera’; “C’è molto movimento perché dopo il rito si ritroveranno tutti insieme per mangiare, come una comunione, anche se non è una comunione, ma la condivisione dello stesso identico pasto.”; fra i ragazzi che accolgono Ferracuti e Maurizi c’è Harneck; “parla perfettamente italiano, anzi: dialetto marchigiano elpidiense”. Si chiama “Tu, prega” il racconto-reportage, e termina con &#8220;una frase bellissima&#8221; della Prima lettera ai Corinzi, la quale termina così: “L’amore non avrà mai fine”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questo racconto ci è data anche notizia che a Morrovalle si svolge annualmente il <em>Campionato nazionale dei giochi indiani</em>. Fra i giochi di cui Maurizi con le sue foto dà conto è il tiro alla fune. A pag 138 c’è una foto di un giovane che tira la fune, la foto taglia a metà la fune, non si vede chi è dall’altra parte, però in quella foto è rimasta per intero impressa ‘la tensione’ con cui quella fune è tratta. A pagina 171, l’ultima pagina &#8211; e dispiace molto a chi legge che il libro non continui ancora &#8211; c’è la foto di una danza tradizionale, a Macerata, un 28 di luglio, quando la comunità peruviana si riunisce per festeggiare l’indipendenza del paese d’origine.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 350px;"><em>febbraio</em> 2010</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
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