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	<title>adolfo bioy casares &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il punto di vista di Dio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Dec 2019 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[1984]]></category>
		<category><![CDATA[adolfo bioy casares]]></category>
		<category><![CDATA[don de lillo]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Piero Fiorillo]]></category>
		<category><![CDATA[Pierre Thelliez]]></category>
		<category><![CDATA[Shoshana Zuboff]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gian Piero Fiorillo &#160; Non riesco a cogliere il tuo punto di vista, Bechterev. stiamo parlando di compatrioti! Qui non si tratta più di compatrioti, queste categorie non contano più niente. Ma… Qui si tratta di chi sopravvive e chi no. E sopravvive solo chi uccide. È terribile. Dunque, vuoi essere dalla parte dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Gian Piero Fiorillo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><em>Non riesco a cogliere il tuo punto di vista, Bechterev. stiamo parlando di compatrioti!</em></li>
<li><em>Qui non si tratta più di compatrioti, queste categorie non contano più niente.</em></li>
<li><em>Ma…</em></li>
<li><em>Qui si tratta di chi sopravvive e chi no. E sopravvive solo chi uccide.</em></li>
<li><em>È terribile.</em></li>
<li><em>Dunque, vuoi essere dalla parte dei morti o degli spietati?</em></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 1940 fu un anno tenebroso. La guerra più crudele entrò nel vivo e, cosa forse peggiore, si affermò l’idea che solo dominando il mondo si potesse essere sicuri nella propria dimora. L’idea stessa di pacifica convivenza fu spazzata via per sempre e la parola pace divenne sinonimo di colonizzazione universale. I vecchi del mio paese ricordano le due guerre mondiali con le espressioni “la guerra del 15-18” e “la guerra del 40”. La seconda non ha una data finale. E in effetti continua, non sempre e non dappertutto priva del rumore delle armi, che tuttavia tuonano solo in zone classificate come periferiche. Al Centro le armi tacciono minacciose e il conflitto è diventato freddo, perenne e senza nome.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1940, Buenos Aires. Inverno. Avvolto in un’elegante veste da camera, Adolfo Bioy Casares lascia cadere con noncuranza aristocratica una parentesi nel suo capolavoro, <em>L’invenzione di Morel</em>: <em>(credo che perdiamo l’immortalità perché la resistenza alla morte non ha subito alcuna evoluzione; ogni suo perfezionamento insiste sulla prima idea, rudimentale: mantenere vivo tutto il corpo. Bisognerebbe cercare soltanto la conservazione di ciò che interessa la coscienza).</em> Nel silenzio della biblioteca di famiglia Bioy si chiede se mantenere o cancellare quella incidentale che sembra una sincope. Decide di lasciarla. Nel tempo, come nel romanzo, si rivelerà una profezia. Non isolata, però: riflette lo spirito dell’epoca: visionario, delirante, criminale. Qualunque cosa intendesse Bioy Casares per coscienza, sappiamo oggi che l’immortalità e la costruzione di un mondo parallelo (l’altro tema dell’<em>Invenzione</em>) sono, insieme al dominio dell’Universo, l’ossessione dei potenti e l‘allucinato obiettivo della scienza. Prometeo non nasconde più l’aspirazione a diventare Dio. Non si accontenta di rubare il fuoco all’Altissimo ma punta ai meccanismi di accensione, creare dal nulla, e di conservazione, rendere eterne le cose che crea, viventi e no. Allucinazioni così potenti sono inevitabilmente accompagnate da paure altrettanto potenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2016: esce in tutto il mondo <em>Zero K</em>, di Don De Lillo. Ross Lockhart, ricchissimo, è sposato con Artis, malata e vicina alla fine. Decidono insieme di affidarsi a un’azienda che promette la conservazione criogenica del corpo e della coscienza fino a quando la medicina non sarà in grado di curare la malattia di Artis. Marito e moglie saranno allora risvegliati, i corpi riportati in vita e le coscienze, che nel frattempo sono state caricate su chip elettronici, potranno essere nuovamente trasferite nella loro sede naturale, il cervello. De Lillo non è uno scrittore di fantascienza e si limita a raccontare realisticamente la prima fase del processo e ispezionare gli stati d’animo dei protagonisti e del narratore, il figlio di Ross, alle prese con l’insondabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prima di arrivare all’immortalità programmata e alla resurrezione degli aspiranti frankenstein, si può prolungare la vita individuale fino a età impensate sostituendo via via gli organi malati o troppo vecchi. L’uomo come la nave di Teseo. Per facilitare le sostituzioni si possono coltivare cloni umani, in tutto simili a «noi» meno che per la capacità di procreare, e metterli al mondo con la sola ed esclusiva funzione di farne donatori di organi. <em>Non Lasciarmi</em> di Kazuo Ishiguro, 2005, racconta questa situazione: ancora una volta non stiamo parlando di fantascienza, ma di realtà, o quantomeno possibilità reale. Coltivare uomini, dare loro vita e cultura da college, persuaderli a morire pezzo per pezzo senza lamentarsi troppo. Ma era solo un esperimento malriuscito: queste creature dimostrano di avere sentimenti. Meglio allora allevarli nell’ignoranza, corpi utili e nient’altro. Non si allevano così anche i conigli?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1984">
<li>Avevo trentadue anni e cercavo di immaginare come sarebbe stato il mondo se l’utopia orwelliana si fosse <em>davvero</em> realizzata. Non sapevo che avrei dovuto aspettare poco tempo. Fin dai tempi di Bentham il Grande Fratello aveva lavorato alacremente per realizzare il Panopticon planetario e ora aveva lo strumento adatto, il computer. Bisognava svilupparlo e sviluppare una disposizione mentale favorevole di massa. Di più, bisognava che le popolazioni fossero ansiose di partecipare alla costruzione del Nuovo Mondo, api operaie solerti e canterine. Interfaccia amichevole e connessione a distanza furono la soluzione. L’idea fondamentale a sostegno dell’utopia era che il linguaggio, che finora aveva interpretato il mondo, ora doveva crearlo. Incominciando col crearne uno parallelo, un fac-simile. Proprio come l’invenzione di Morel, ma assai più pervasivo. Un tremendous Mondo 2, intangibile e potente. L’uomo di natura, opportunamente modificato, sarebbe stato l’animale ideale: padrone e schiavo, avrebbe realizzato il desiderio eterno di eternità inverando le teorie evoluzionistiche e le profezie nicciane del superuomo, insieme al sogno comunitario di una società di eguali. Perfetti, superuomini e immortali. Pochi, pochissimi, contati. Il resto, macchine.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2019">
<li>Franck Thilliez mi perdonerà questo lungo estratto dal suo romanzo più recente, <em>Luca</em>. È necessario al mio puzzle e non voglio mutilarlo troppo.</li>
</ol>
<p><em>– La plupart des pacemakers que vous trouverez sur le marché sont devenus des objets connectés, comme votre montre qui va vous demander de courir un kilomètre de plus ou un réfrigérateur capable de commander des yaourts a votre place lorsqu’il en manque. Nos produits communiquent sur une certaine fréquence radio avec une base fixe située chez le patient, pour transmettre des informations cryptées et presque en temps réel du patient à un système informatique et donc, au cardiologue […] c’est ce qu’on appelle une médicine ultra-personnalisée. Mais comme la plupart des objets connectés, les pacemakers peuvent être la cible d’attaques de pirates informatiques. Vous avez peut-être entendu parler du problème avec Dick Cheney, en 2013 ? </em></p>
<p><em>Lucie secoua la tête […] Existait-il encore un jardin secret que nous ne livrions pas aux bouches insatiable des machine ?</em></p>
<p><em> – Le vice-président américain a désactivé la fonction sans fil de son pacemaker pendant son mandat, de peur d’une attaque terroriste ou d’un cyber chantage sur son appareil. Ce n’était pas une phobie injustifiée, de nombreuses sociétés d’audit avaient décelé d’innombrables failles et montré qu’on pouvait contrôler un pacemaker à distance, comme augmenter artificiellement le rythme cardiaque d’une personne. En provoquant l’emballement d’un pacemaker, il est facile de faire exploser sa pile au lithium. L’issue, pour le patient, est fatale. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il sogno dell’immortalità e del dominio assoluto si avvicina pericolosamente all’incubo peggiore, l’<em>eterniente</em>. Cervelli numerosi e inutili, ciascuno nella sua vaschetta di ghiaccio, attendono un altro Big Bang. Sanno di attendere? O sono come quelle chiavi lasciate sotto il tappeto per l’ospite che non possiamo accogliere personalmente, ignari di sé e della propria funzione? Solo questo sappiamo: quello che si può fare verrà fatto. Pacemaker, chip che stimolano diverse zone cerebrali, diversi apparati percettivi, endocrini, ormonali. Superuomini, subumani, macchine: c’è solo l’imbarazzo di una programmazione efficiente. Si è vincitori o bambole telecomandate. Chi resta fuori dal gioco resta fuori.</p>
<p>Certo non è una bella prospettiva.</p>
<p>Rimorsi? Puah.</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Rimorsi? Continui a non capire, Goleman, queste sono discussioni obsolete. Niente ha più a che fare con l’etica o la coerenza. Il rimorso è pericoloso.</em></p>
<p><em>È forse vietato avere dei dubbi?</em></p>
<p><em>Questa domanda non merita neppure una risposta. </em></p>
<p><em>Bechterev, la nostra strada è stata fin dall’inizio la stessa, ma adesso… </em></p>
<p><em>Prendo nota.</em></p>
<p><em>Prendi nota? Tutto qui?</em></p>
<p><em>Non è poco, credi a me. </em></p>
<p><em>Le tue parole sono minacciose.</em></p>
<p><em>Attento, Goleman, non era il caposaldo del tuo teorema? Chi si sente minacciato lo è e chi è minacciato è già condannato. Non era così?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2017">
<li>Shoshana Zuboff pubblica <em>The age of Surveillance Capitalism</em>, in cui descrive il passo decisivo verso il 1984 realizzato. Invasivo, interattivo, amichevole. Smart e non solo panottico, il capitalismo della sorveglianza non si limita a sorvegliare ma studia il modo per decidere al posto nostro e renderci «felici<em>»</em> di delegare e «coscienti» di avere deciso in autonomia. Con un piccolo aiuto dell’assistente elettronico. Mentre si diffonde l’Internet delle cose, la nostra capacità di osservare, valutare, scegliere si affievolisce: lasciamo che a farlo siano le cose stesse e gli algoritmi per interposta cosa. Un robot delle pulizie ne sa sul nostro conto più di noi stessi e, forte di questo sapere, stabilisce <em>algoritmica</em>/<em>mente</em> il da farsi. Che male c’è, in fondo è solo un robot. Abbiamo sempre considerato umile l’attività delle pulizie e anche chi la svolge, non è difficile considerare umilissimo un piatto che ci spazza la casa. Ma quel piatto stupido e scatolare che ruzza sul pavimento ha molte più connessioni di quanta ne abbia mai avute Nostra Signora delle Pulizie e noi stessi con tutta la nostra presunzione relazionale. Quando lo scopriremo ci diventerà perfino difficile spegnerlo partendo per le vacanze, il poverino. Rumoroso e (in)discreto compagno della nostra intimità. A lui affidammo il compito ingrato di accendere la lavatrice, sbrinare il frigorifero, farci trovare qualcosa di scongelato al momento del rientro. Oh sì mio caro, <em>grande</em>, inappuntabile buon fratello, come farei senza di te, io che sono così distratto. A proposito, il giorno dieci ordina dei fiori per lei, ricordati, è il suo compleanno, non farmela arrabbiare. Ciao, fratello, ti voglio proprio bene.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il capitalismo della sorveglianza (in cui tutto sarà amichevole e confortevole e il mondo costruito su misura per-me-proprio-per-me; un mondo immateriale e solido che continuerà ad esistere quando il mio corpo avrà cessato di funzionare e <em>io</em> non ci sarò più, convivendo con miliardi di altri mondi su misura per miliardi di altri singoli individui, in una continua interazione e intersezione senza effetti fisici) non è la fine della storia. La storia non finisce con l’incubo del panopticon universale, della sensorizzazione di tutti gli ambienti del pianeta, liberi, pubblici e privati – no, la storia non finisce qui. La storia va «avanti»: non dicono così i dittatori? Ma se cerchiamo la verità scopriamo che «avanti» non va più neanche il tempo, figuriamoci la storia. Nel Mondo 2 della sorveglianza il tempo è sempre presente, sempre passato, sempre futuro – <em>hic et nunc</em> è un’espressione senza senso. Il tempo è una sfera di Rubik che ruota senza sosta intorno a una pluralità infinita di assi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ora consideriamo, dice Bechterev al riluttante compagno d’infamia Mark Goleman, il globo terrestre come un organismo vivente. A cosa servono tutti quegli esseri vivi sulla sua crosta? Essi hanno due funzioni fondamentali e contraddittorie: quella di parassitare il pianeta e quella di ripulirlo, tenerlo in ordine, aiutarlo a prosperare. Come gli animaletti che creano il proprio ambiente nelle pellicce degli animali: spazzini e parassiti. Devono sempre rimanere in equilibrio, un equilibrio dinamico naturalmente. Se sono troppi l’animale muore, se sono pochi la pelliccia viene invasa da entità nemiche e si deteriora uccidendo l’animale che protegge. Così è il pianeta. Gli uomini, se sono troppi, uccidono il pianeta. Se sono pochi lo lasciano andare, così che diventerà un luogo selvaggio, moribondo per troppo lussureggiare, per troppa vitalità. Se sono solo quelli necessari, potrà vivere a lungo, ed è giusto che vivano con esso coloro i quali concorrono alla sua sopravvivenza. Se l’equilibrio tende a spezzarsi gli esseri coscienti, che sono la sola coscienza del pianeta, hanno il dovere di intervenire. Drasticamente, se necessario. Bisogna salvare il salvabile. Se il salvabile è pochi prescelti, bene. Se è solo la coscienza di quei pochi, bene. Il male minore esige il suo prezzo. </em></p>
<p><em>Ma questo significa uccidere…</em></p>
<p><em>Non uccideremo nessuno, li lasceremo liberi.</em></p>
<p><em>Di morire, li lasceremo morire, non hanno altra chance. Lasciar morire miliardi di persone senza intervenire, restando a guardare… e poi?</em></p>
<p><em>Lottare per sopravvivere è la legge della natura. Qualcuno ce la farà. </em></p>
<p><em>… e poi, una volta che saranno morti tutti, a chi toccherà?</em></p>
<p><em>Una volta morti saranno morti, la memoria dei sopravvissuti è corta.</em></p>
<p><em>I morti vengono presto dimenticati.</em></p>
<p><em>E un buon chip attivato al momento opportuno affretterà l’oblio.</em></p>
<p><em>Miliardi di morti per prolungare la vita e il benessere di una piccola élite.</em></p>
<p><em>E del pianeta; se sopravvive l’élite sopravvive il pianeta, altrimenti muoiono tutti, uomini e mondi. </em></p>
<p><em>Sono miliardi, accetteranno la sparizione senza reagire?</em></p>
<p><em>Sono divisi e poveri. I poveri sono malleabili, dovresti saperlo, proprio tu, che in passato…</em></p>
<p><em>Lascia stare il passato, non voglio pensarci.</em></p>
<p><em>Mettiamoci all’opera, dunque, abbiamo perso già troppo tempo. </em></p>
<p><em>Quasi un secolo, e tutto per paura di uno spettro. </em></p>
<p><em>Avevamo iniziato bene cent’anni fa. Ci siamo dovuti fermare, ma adesso il mondo è libero e possiamo andare avanti. </em></p>
<p><em>Avanti, Bechterev? moriremo tutti, morirai anche tu, che senso ha?</em></p>
<p><em>Niente ha senso. Morirò anch’io, vivranno solo gli dei. Risorgeranno dalle loro ceneri. Ricordi la storia di Sansone? La sua morte è necessaria per annientare i filistei. Non ha senso, ma è il disegno di Dio e il prezzo non conta. La morte di Sansone è solo un effetto collaterale. </em></p>
<p><em>Sei molto ingenuo, Bechterev. Forse sono i filistei l’effetto collaterale. Non conosciamo il punto di vista di Dio. </em></p>
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		<title>Ognuno di noi crede di essere stato invitato davvero, e personalmente, all’amore &#8211; Un&#8217;intervista a Enrique Vila-Matas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Aug 2012 06:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Elena Stancanelli Mi piacerebbe riuscire a rendere con le parole tutti quei silenzi. Il modo in cui, alla fine di una frase, Enrique Vila-Matas si fermava e mi guardava senza parlare, con i suoi occhi grandissimi. E quando finalmente mi decidevo io a dire qualcosa, lui mi interrompeva e, dal profondo del suo semplice [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Elena Stancanelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=43310" rel="attachment wp-att-43310"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-43310" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/013-vila-matas.jpg" alt="" width="480" height="551" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/013-vila-matas.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/013-vila-matas-261x300.jpg 261w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
<p>Mi piacerebbe riuscire a rendere con le parole tutti quei silenzi. Il modo in cui, alla fine di una frase, Enrique Vila-Matas si fermava e mi guardava senza parlare, con i suoi occhi grandissimi. E quando finalmente mi decidevo io a dire qualcosa, lui mi interrompeva e, dal profondo del suo semplice stare, mi diceva una cosa sublime. Non si deve mai tornare su una storia d’amore finita, per esempio. Perchè se ti volti indietro, se rifai la strada al contrario la prima cosa che incontrerai, di quell’amore, è la sua morte.</p>
<p>Ci siamo incontrati a Firenze, in occasione del premio Von Rezzori che Vila-Matas ha vinto con la raccolta di racconti &#8220;Esploratori dell’abisso&#8221; (Feltrinelli). Nato a Barcellona nel 1948, ha scritto saggi, romanzi e racconti. E’ uno scrittore che scrive di letteratura anche quando racconta il mondo, che non conosce il peccato di realtà. Nel salotto di un albergo elegante, mentre fuori il caldo bruciava la città, gli ho chiesto di parlarmi d’amore.</p>
<p>È un argomento difficile. Vede, il tema dell’amore è strettamente legato a quello della verità. Nel 1939, uno scrittore francese scrisse un saggio, intitolato “L’amore e l’occidente” (Rizzoli).  Denis Rougemont, questo era il suo nome, sosteneva che nel nostro mondo l’amore fosse fondato su un’idea narcisistica. Partendo dal mito di Tristano e Isotta, spiega che ciò di cui noi fatalmente ci innamoriamo, non è l’altro, ma l’idea stessa di amore. Che appunto prescinde dalla persona amata, ed è invece un’auto-esaltazione di colui che ama, del suo coraggio nell’affrontare gli ostacoli. Un amore-martirio, infelice e non sensuale, che si esaurisce nella passione che brucia. Questo concetto, centrale nella poesia trobadorica e i romanzi medievali, è arrivato intatto fino ai nostri giorni.</p>
<p>C’è una scena bellissima ne “Il Grande Gatsby”  di F. S. Fitzgerald, ce ne sono tante in verità in quella che io considero forse la più perfetta storia d’amore mai raccontata. Ma quella a cui mi riferisco è il primo incontro tra Gatsby e Daisy, dopo cinque anni. Nick ha invitato la ragazza a prendere un the a casa sua, su suggerimento di Gatsby. Vuole andarsene, lasciarli soli. Ma loro insistono che rimanga. Perchè, si chiede Nick. “Forse”, scrive Fitzgerald, “la mia presenza li faceva sentire più piacevolmente soli”. È una frase sibillina. Siri Hustvedt, la scrittrice moglie di Paul Auster, ha parlato di questo momento in un suo saggio. Mi piace molto quello che dice: l’amore, scrive Hustvedt, per esistere ha bisogno di essere visto. È una coppia composta da tre persone. Forse essere innamorati, amare, è una condizione talmente ineffabile che solo un testimone può renderla credibile, reale. Forse Daisy aveva bisogno di Nick per “vedere” il suo amore per Gatsby.</p>
<p><strong>Si possono raccontare solo gli amori infelici?</strong><strong></strong></p>
<p><strong></strong>Non necessariamente. Nabokov per esempio è uno scrittore che ha saputo descrivere anche amori leggeri, compiuti. Però è vero che i più bei romanzi d’amore raccontano di passioni che spezzano la vita. Amori che sono malattie, come quello tra Heathcliff e Catherine, in “Cime Tempestose” di Emily Bronte. Eterni, indissolubili. Amori disperati, come quello di Adele H, la figlia di Victor Hugo, per quello stupido tenente francese, nel film di Truffaut. Il più sublime esempio di amore che trascende la vita stessa, è quello raccontato da Hitchcock in &#8220;Vertigo&#8221; (La donna che visse due volte). Il legame che unisce il protagonista, James Stewart a Kim Novak, nel doppio ruolo di Madeleine/Judy. Chi è la donna di cui davvero lui si innamora? Un fantasma del passato che lui ricostruisce con pazienza nel corpo di lei, trasformandola in quello che il suo desiderio sta cercando. Questo storia ci rivela la complessità e il mistero di quello che chiamiamo l’amore passionale. Che si contrappone all’amore quieto e razionale che costituisce la base dei cosiddetti matrimoni per convenienza. Fondati non sull’innamoramento ma su un contratto sociale, una logica economica. Chi può dire quale delle due condizioni garantisce maggiore durata e felicità? Quel che è certo è che l’amore, in qualsiasi forma, è l’unico sentimento che ci introduce all’idea dell’altro, che ci permette di uscire dalla condizione stringente dell’identità, dell’io nevroticamente arroccato in se stesso, e conoscere il mondo.</p>
<p><strong>L</strong><strong>’</strong><strong>amore  dunque fa male ma </strong><strong>è</strong><strong> necessario.</strong><strong></strong></p>
<p><strong></strong>È ineludibile. Come il dolore del resto. Miguel Delibes, uno scrittore spagnolo, ha scritto un romanzo il cui protagonista è un bambino. &#8220;La sombra del ciprés es alargada&#8221; si intitola, è un libro del 1947. Questo bambino perde improvvisamente il suo migliore amico e decide che mai più sentirà amore per qualcuno per non soffrire della sua perdita. È questo che pensiamo tutti quanti ogni volta che un amore finisce. Ma è assurdo, e infatti nessuno mantiene la promessa. E continuiamo a innamorarci, sbagliare, riprovare. Ricordo un racconto di Adolfo Bioy Casares, la storia di un uomo che amava un donna. A un certo punto però, decide di lasciarla. Il motivo è che si è reso conto che lei ha un difetto. Non spiega quali sia questo difetto, ma è sufficiente a fargli decidere di separarsi. Quell’uomo, dopo qualche tempo, incontra un’altra donna e se ne innamora. Si fidanza con lei, ma dopo un po’ scopre che questa donna ha un difetto. Lo stesso difetto della precedente. E la lascia. E così anche un terza volta. L’amore ci inganna, facendoci pensare che ci sia qualcosa oltre, qualcosa di meglio, di più bello. Un’altra persona più adatta per noi. Ma la verità è che il difetto è in noi, e lo ritroveremo sempre, in chiunque incontriamo.</p>
<p><strong>Il tema dell</strong><strong>’</strong><strong>amore e quello della bellezza sono legati?</strong><strong></strong></p>
<p><strong></strong>Credo proprio di sì. La bellezza è uno sguardo, e una percezione. Sophie Calle, l’artista francese, fece un giorno una performance riunendo un gruppo di persone cieche. Chiese loro, a turno, quale fosse la loro idea di bellezza. Mi ricordo di una ragazza che rispose Alain Delon. Che, ovviamente, non aveva mai visto. Perchè? La mia risposta è che la ragazza percepiva l’intensità della passione, dell’amore che quell’uomo suscitava nelle persone, e lei collegava appunto quel sentimento con l’idea di bellezza. I due temi sono strettamente legati anche in un’altra grande storia d’amore, quella di Stendhal per l’Italia. Lo scrittore si innamora di tutto, tutto gli sembra straordinario. Entra in una cucina, dove c’è una donna che sta dando da mangiare al suo bambino. Si innamora di quella donna, della placida bellezza che emana la scena. Ne parla Roland Barthes nell’ultima conferenza che stava scrivendo prima di morire. Barthes è alla stazione di Milano e deve prendere un treno notturno per Lecce. Scrive: “Lecce, il mistero di una città estrema”, e sta di nuovo parlando dell’amore.</p>
<p><strong>C</strong><strong>’è</strong><strong> un personaggio della letteratura di cui lei </strong><strong>è</strong><strong> innamorato?</strong><strong></strong></p>
<p><strong></strong>Certamente Anna Karenina. E in particolare nel capitolo 29, quando in treno, in viaggio da Mosca a San Pietroburgo, tira fuori dalla borsa una lanternetta, la attacca al bracciolo della poltrona e si mette a leggere un “romanzo inglese”. Sullo stesso treno viaggia anche Vronksij, ma lei non lo sa ancora. Lo scoprirà soltanto quando scenderà alla stazione. E’ una scena straordinaria: la donna, la lampada, il treno che corre nella notte, e le vicende del libro che scorrono parallele. Claudia Cardinale ne &#8220;La ragazza con la valigia&#8221; di Zurlini, è stato un altro grande amore per me. E anche Jeanne Moreau ne &#8220;La Notte&#8221; di Antonioni&#8230; molte, in verità.</p>
<p><strong>C</strong><strong>’è</strong><strong> uno scrittore del quale avrebbe voluto leggere una storia d</strong><strong>’</strong><strong>amore e invece non l</strong><strong>’</strong><strong>ha mai scritta? </strong><strong></strong></p>
<p>Patricia Highsmith<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>. C’è un’ultima cosa che vorrei dirle: le storie d’amore più belle sono quelle che ognuno di noi vorrebbe aver vissuto. L’ostinata ricerca di Fabrizio del Dongo ne “La certosa di Parma” di Stendhal, la devozione di Dante per Beatrice, la passione per Elena, l’invenzione di Dulcinea da parte di Don Chisciotte, ma soprattutto, come le dicevo, l’amore purissimo di Gatsby per Daisy. Ricorderà la scena in cui lui le mostra tutte le sue camicie e lei scoppia a piangere. In questo romanzo, ognuno inventa se stesso, il suo passato, la sua identità. Eppure una verità profonda percorre tutto il libro. “Sono veri, lo crederebbe mai?”, dice quello strano personaggio, “con gli occhiali da civetta” al cospetto dell’enorme quantità di libri raccolti nella biblioteca di Gatsby. Soltanto lui, di tutte le persone che riempivano le feste e la vita di Gatsby, si prenderà la briga di essere presente la funerale. Scompaiono tutti, come la luce verde. Da dove venivano, perchè erano lì, qualcuno li aveva invitati? “Io”, dice a un certo punto il narratore, “ero stato davvero invitato”. Non le sembra una perfetta metafora di quello di cui stiamo parlando? Ognuno di noi crede di essere stato invitato davvero, e personalmente, all’amore.</p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Mi è stato fatto notare da Chiara Valerio che in realtà Patricia Highsmith ha scritto una storia d&#8217;amore, &#8220;Carol&#8221;. La prossima volta che incontro Vila-Matas, persona squisita, glielo regalo.</p>
</div>
</div>
<p>[Questa intervista è stata pubblicata su <em>La Repubblica</em> il 30/7/2012. Lo stencil raffigurante Enrique Vila-Matas è tratto da <a title="stencil" href="http://pfdanado.blogspot.it/2009/08/dymostencil-013-enrique-vila-matas.html?utm_source=BP_recent">qui</a>]</p>
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		<title>A Granada, leggendo Bolaño</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 12:00:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Eravamo agli inizi della decade scorsa. In Italia quasi nessuno si era accorto di Bolaño, sebbene molti suoi libri fossero stati pubblicati da Sellerio. In Spagna e in Francia l&#8217;autore era già molto noto. Nella primavera del 2007 «Nuova prosa» (46), diretta da Luigi Grazioli, pubblicò un volume dedicato alla nuova narrativa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em>Eravamo agli inizi della decade scorsa. In Italia quasi nessuno si era accorto di Bolaño, sebbene molti suoi libri fossero stati pubblicati da Sellerio. In Spagna e in Francia l&#8217;autore era già molto noto. Nella primavera del 2007 «Nuova prosa» (46), diretta da Luigi Grazioli, pubblicò un volume dedicato alla nuova narrativa latinoamericana. Oltre a Bolaño (di cui si presentava lo scritto postato qui sotto e che ora si trova nella raccolta di scritti saggistici <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845924556/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8845924556&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Tra parentesi</a>, in uscita in questi giorni da Adelphi), appaiono molto nomi di sicuro valore: scrittori già classici come Sergio Pitol e Ricardo Piglia, i più giovani Volpi, Fresán, Angel Palou, Paz Soldán&#8230;<br />
Nel maggio del 2005, nel quartiere sufi di Granada, io e il «mio solo fratello» Miguel Gallego Roca leggevamo Bolaño e scoprivamo un&#8217;altra America Latina che stava reinventando l&#8217;Europa del XXI secolo, o almeno la sua tradizione romanzesca. Poi, la radiografia del mondo di Bolaño si trasformò improvvisamente in una sala operatoria dove un chirurgo si dilettava in esperimenti di crudeltà. Ci fu l&#8217;incontro con Osvaldo Lamborghini e la sua opera, di cui si dirà fra un po&#8217; di tempo&#8230;</em></p>
<p>Granada, 13 maggio 2005</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Massimo Rizzante: Quando ho letto i romanzi di Alan Pauls, Rodrigo Fresán, Jorge Volpi e di altri scrittori latinoamericani (spesso esuli volontari in Spagna, in Europa o negli Stati Uniti) mi sono detto: «Finalmente degli interlocutori!». «Finalmente degli scrittori-lettori che non hanno paura del passato, che dialogano con tutta la tradizione letteraria, europea, americana e latinoamericana, da Rabelais a Borges, da Dante a William Gaddis!».</p>
<p>Miguel Gallego Roca.: E poi, quando hai letto i racconti e i romanzi di Roberto Bolaño, ritenuto da costoro un fratello maggiore e un maestro, che cosa è successo?</p>
<p>M.R.: Nei confronti dell’opera di Bolaño non provo soltanto ammirazione, ma quella felicità attiva grazie alla quale ti senti sciolto da ogni obbligo morale, professionale, e perfino intellettuale. La vera letteratura ti mette le ali. Ti rende più coraggioso.<span id="more-29149"></span> Se non ti nutri del rischio e del fallimento delle grandi opere non potrai mai rischiare e fallire nel tentativo di emularle. Oggi, al contrario, vedo in Italia e in Europa «scrittori» di trenta, quarant’anni che non hanno mai imparato a imitare, a correggersi, quasi non avessero neppure il coraggio di trasformarsi in epigoni. Sfuggono all’epigonismo rincorrendo il feuilleton&#8230;</p>
<p>M.G. : Credo che questo coraggio, questa percezione del pericolo che ti rende sempre più libero appartenga alle nuove leve della letteratura latinoamericana. Ma, a mio avviso, c’è una spiegazione. Ti ricordi quando discutevamo dell’assenza in Europa di élites intellettuali e artistiche? «Senza élites, affermavi, niente democrazia, e poca vitalità anche nella più democratica delle arti, il romanzo».</p>
<p>M.R.: Sono sempre dello stesso avviso.</p>
<p>M.G.: Anch’io. Negli Stati Uniti la letteratura d’arte e la critica letteraria, ovvero le élites, copulano nei campus universitari producendo talvolta alcuni buoni frutti. Il rischio, semmai, è il «libro in provetta», il romanzo del professore o del critico ad usum delphini.</p>
<p>M.R.: Per fortuna, come dici, ci sono eccezioni alla regola. Chi insegna all’università, affermava Saul Bellow, non sempre è una testa di gesso che prende sul serio la nobiltà del proprio spirito.</p>
<p>M.G,.: In America Latina, invece, in particolare in Messico e in Argentina, esiste al di fuori delle istituzioni uno scambio concreto di esperienze di lettura tra diverse generazioni di scrittori. Mi dirai che sto idealizzando altrove l’esistenza di un dialogo che qui in Europa è scomparso da almeno due decadi.</p>
<p>M.R.: Non saprei. Ciò che mi sembra importante rilevare è che nozioni come «scambio», «dialogo» non significano né assenza di rivolta né di strategie di rivolta. In fondo, grazie a Bolaño e ai suoi ideali discepoli, esploriamo un’altra America Latina, non quella Kitsch, sciropposa, telecomandata da agenti pubblicitari in incognito, sempre tappezzata di tramonti tropicali, sentimenti assoluti e simpatiche canaglie che si incontra nei best-sellers di Isabel Allende, Luis Sepúlveda, Ángeles Mastretta. Direi che «l’altra America Latina» ha riscoperto la sua vocazione europea, o meglio si è immersa nuovamente nelle acque liberatrici dell’esilio e in quelle più torbide dell’emancipazione dal giogo ideologico, e come all’epoca dei grandi romanzi di Rulfo, García Márquez, Vargas Llosa, Cortázar, Onetti si è rimessa in cammino sulle strade di quella che Carlos Fuentes ha chiamato&#8230;</p>
<p>M.G.: La «tradizione della Mancha»!</p>
<p>M.R.: Precisamente. A differenza di quella di «Waterloo», realista, fondata su un contesto storico, sulla tranche de vie, sull’esperienza – e aggiungerei, per quanto concerne la seconda metà del XX secolo e gli inizi del XXI, comodamente pre-cinematografica, ovvero inutilmente devota a perseguire obiettivi che già la rappresentazione cinematografica persegue, la «tradizione della Mancha» è un invito al gioco, al sogno, al pensiero, all’inesperienza, alla finzione e alla celebrazione consapevole della finzione.</p>
<p>M.G.: Ma c’è dell’altro. Alfonso Reyes&#8230;</p>
<p>M.R.: Ti sei accorto di quante volte il nome di questo saggista e scrittore messicano, cosmopolita e stilista raffinato, pressoché sconosciuto in Europa, ritorni nelle pagine di Bolaño e Pitol?</p>
<p>M.G.: E nelle pagine di quasi tutti gli scrittori latinoamericani di valore. Era nato nel 1889 e morì nel 1959. Si racconta che qualche anno prima di morire, rischiando la bancarotta, abbia finalmente realizzato il suo sogno: abitare in una casa-biblioteca con più di ventimila volumi come silenziosi compagni di ventura. Pare tuttavia che il suo motto preferito sia sempre stato il goethiano: «Ricordati di vivere»! Bene. Stavo per dirti che Alfonso Reyes affermava in tempi non troppo lontani che «L’America Latina giunge sempre in ritardo al banchetto della civiltà». Come sai il ritardo storico, in arte, significa spesso essere in anticipo. In arte non esiste la nozione di progresso, che domina il sapere della scienza. Quel che continua ad accadere in America Latina ha smesso di avvenire in Europa: Pitol si richiama a Alfonso Reyes; Pedro Angel Palou si richiama a Pitol; Alfonso Reyes si richiama a Goethe; Gombrowicz, esule polacco in Argentina dal 1939 al 1963, si richiama a Rabelais; Ricardo Piglia si richiama a Gombrowicz; Bolaño si richiama a Gombrowicz, a Alfonso Reyes e afferma che bisogna «rileggere da capo Borges». Alfonso Reyes è l’altro Borges. Borges è l’anti-Gombrowicz. O meglio, Reyes, Borges e Gombrowicz continuano ad accadere nelle opere degli scrittori latinoamericani. A chi gli chiedeva notizie sulla sua nazionalità, Bolaño rispondeva di sentirsi europeo e latinoamericano. Io aggiungerei che oggi un autentico scrittore europeo dovrebbe sentirsi latinoamericano&#8230;</p>
<p>M.R.: A proposito di Borges, ho notato come il suo saggio intitolato «Lo scrittore argentino e la tradizione» (in <em>Discusión</em> del 1957) circoli continuamente nelle menti e nelle pagine di diversi romanzieri latinoamericani. Un po’ come il saggio «Tradizione e talento individuale» (in <em>The Sacred Wood</em> del 1920) di T.S. Eliot circolava spesso nelle interviste e negli interventi dei maestri della generazione nata negli anni Venti e Trenta. Bene. Il testo di Borges, scritto quando in tutta Europa imperversavano varianti più o meno ortodosse della tradizione di «Waterloo», se vogliamo usare la definizione di Fuentes, oltre a essere un perfetto e pacato anatema contro ogni nozione di «color locale», si concentra sul rapporto tra gli scrittori argentini e la tradizione.</p>
<p>M.G.: Hai ragione. Ti ricordi cosa scriveva T.S. Eliot? «Il sentimento dell’arte è impersonale».</p>
<p>M.R.: «La carriera di un artista è un continuo autosacrificio, una continua estinzione della personalità».</p>
<p>M.G.: Quello di Eliot era un invito alla persona dello scrittore a riconoscere il passato nel presente e il presente nel passato e ad abbracciare l’intera tradizione occidentale al di là di ogni colore locale. Borges, nel suo saggio del 1957, è sulla stessa linea: «Non so se è necessario dire che l’idea che una letteratura si debba definire in base ai tratti distintivi del paese che la produce è un’idea relativamente nuova; [&#8230;] Credo che Shakespeare si sarebbe stupito se avessero preteso di limitarlo a temi inglesi, e se gli avessero detto che, in quanto inglese, non aveva il diritto di scrivere Amleto, di argomento scandinavo&#8230;». Borges, poi, chiedendosi se esiste una «tradizione argentina», articola un ragionamento che è molto caro agli attuali scrittori latinoamericani: «Qual è la tradizione argentina? [&#8230;] Credo che la nostra tradizione sia l’intera cultura occidentale». Anzi, Borges afferma che gli argentini, proprio perché situati alla periferia, proprio perché non legati – come gli ebrei, o gli irlandesi rispetto alla tradizione inglese – con «devozione particolare» alla cultura occidentale sono meglio di altri in grado di rinnovarla. Chi si trova ai margini dell’Europa può trattare tutti i temi europei, «trattarli senza superstizioni, con un’irriverenza che può avere, e ha già, conseguenze felici».</p>
<p>M.R.: Guarda che esattamente negli stessi anni Gombrowicz, nel suo <em>Diario</em>, scritto quasi interamente in Argentina, affermava che la cultura polacca, per emanciparsi dalla propria «polonità», doveva abbandonare il culto della nazione e dei suoi grandi spiriti. Una nazione «matura» non si fa schiacciare dal peso del proprio passato né ha bisogno di innalzarlo liricamente davanti ai volti esterrefatti di uomini e donne di altre nazioni e culture. La «maturità» di un paese è riconoscere la propria immaturità!</p>
<p>M.G.: E non dimenticare che Borges ha scritto racconti memorabili su Averroé, Almotasim o si è inventato Emma Zunz, un’eroina ebrea. Voglio dire che, grazie a Borges, la tradizione islamica ed ebraica sono state rese più accessibili alla cultura latinoamericana, la quale aveva già un ventaglio molto ricco: l’influenza mediterranea attraverso la Spagna e il Portogallo, il retaggio antico, greco e romano, e, naturalmente, le culture precolombiane.</p>
<p>M.R.: Per questa ragione Borges termina il suo saggio del 1957 incitando gli argentini – e i latinoamericani – a non aver paura, a sperimentare tutti i temi, a non limitarsi al «color locale», a comprendere la propria nazionalità come una fatalità, non come un carcere: «Il nostro patrimonio è l’universo». È il richiamo a cui sono più sensibili gli autori come Pauls, Fresán, Volpi e molti altri. Essere uno scrittore argentino, cileno, messicano, latinoamericano è un’occasione, come un’altra, per sfuggire al folklore. E al feuilleton&#8230;</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p><strong>Roberto Bolaño<br />
Derive della letteratura canagliesca</strong></p>
<p>È un fatto curioso che siano stati degli scrittori borghesi a collocare il <em>Martín Fierro</em> di Hernández al centro del canone della letteratura argentina. Questo punto, naturalmente, è discutibile, ma è pur vero che il gaucho Fierro, paradigma del diseredato, del coraggioso (ma anche del fanfarone), si erge al centro di un canone, il canone della letteratura argentina, sempre più delirante. Come poema, il <em>Martín Fierro</em> non è una meraviglia. Come romanzo, invece, è vivo, pieno di significati da esplorare, in altre parole possiede un’atmosfera ventosa, o piuttosto turbolenta, l’odore degli uragani, la predisposizione giusta per i colpi del caso. Tuttavia, è un romanzo di libertà e lordura e non un romanzo sull’educazione e le buone maniere. È un romanzo sul coraggio, non un romanzo sull’intelligenza né, tanto meno, sulla morale.<br />
Ma se il <em>Martín Fierro</em> domina la letteratura argentina e si colloca al centro del canone, allora l’opera di Borges, probabilmente il più grande scrittore che sia mai nato in America Latina, è soltanto una parentesi.<br />
Ed è un fatto curioso che Borges abbia scritto così tanto e tanto bene del <em>Martín Fierro</em>. Non solo il Borges giovane, che talvolta, sul piano puramente verbale, è nazionalista, ma anche il Borges maturo, che a volte rimane estasiato (stranamente estasiato, come se contemplasse le espressioni della Sfinge) davanti alle quattro scene più memorabili dell’opera di Hernández, quello stesso Borges che scrive persino racconti svogliati e perfetti, tematicamente epigonali, dell’opera di Hernández. Quando Borges commenta Hernández non lo fa con l’affetto e l’ammirazione con cui si riferisce a Güiraldes, né con la sorpresa e la rassegnazione che adotta quando evoca quel mostro familiare che fu Evaristo Carriego. Con Hernández, o con il <em>Martín Fierro</em>, Borges dà l’impressione di recitare, seppure alla perfezione, in un’opera teatrale che sin dal principio gli pare, più che detestabile, equivocata. Eppure, per quanto detestabile o equivocata, gli pare anche indispensabile. In questo senso, la sua morte silenziosa a Ginevra è molto eloquente. Non solo eloquente, direi che la sua morte a Ginevra parla fin troppo.<br />
Con Borges vivente la letteratura argentina diventa ciò che la maggior parte dei lettori conosce come letteratura argentina. Vale a dire: c’è Macedonio Fernández, che a volte ricorda un Valéry di Buenos Aires; c’è Güiraldes, ricco e malato; c’è Ezequiel Martínez Estrada; c’è Marechal, che poi diventa peronista; c’è Mujica Láinez; c’è Bioy Casares, che scrive il primo romanzo fantastico e il migliore dell’America Latina, benché tutti gli scrittori latinoamericani si preoccupino di negarlo; c’è Bianco, c’è il saccente Mallea, c’è Silvina Ocampo, c’è Sabato, c’è Cortázar, che è il migliore; c’è Roberto Arlt, il meno considerato di tutti. Quando Borges muore tutto finisce di colpo. È come se fosse morto Merlino, sebbene i cenacoli letterari di Buenos Aires non fossero certamente Camelot. Finisce, soprattutto, il regno dell’equilibrio. L’intelligenza apollinea cede il posto alla disperazione dionisiaca. Il sogno, un sogno spesso ipocrita, falso, opportunista, vigliacco, diventa un incubo, un incubo spesso onesto, leale, coraggioso, che si muove senza rete di protezione: ma pur sempre un incubo e, quel che è peggio, letterariamente angoscioso, letterariamente suicida, letterariamente un vicolo cieco.<br />
Tuttavia, con il trascorrere degli anni, è legittimo domandarsi fino a che punto l’incubo, o la materia dell’incubo, fosse così radicale come sostenevano i suoi fautori. Molti di loro vivono molto meglio di me. In questo senso, posso permettermi di affermare che, mentre io sono un topo apollineo, loro assomigliano ogni giorno di più a gatti d’angora o a gatti siamesi spulciati a dovere grazie a un collare marca Acme o Dioniso, che a questo punto della storia è la stessa cosa.<br />
L’attuale letteratura argentina, purtroppo, possiede tre punti di riferimento. Due di essi sono di dominio pubblico. Il terzo è segreto. Tutti e tre, in qualche modo, costituiscono una reazione antiborgesiana. Tutti e tre rappresentano fondamentalmente un ritorno indietro, sono conservatori e non rivoluzionari, anche se tutti e tre, o almeno due di essi, si pretendono alternativi a un pensiero di sinistra.<br />
Il primo di essi è Osvaldo Soriano, che è stato un buon romanziere minore. Tuttavia, per pensare che con Soriano si possa fondare una corrente letteraria, bisogna avere il cervello pieno di materia fecale. Non voglio dire che Soriano sia un cattivo scrittore. L’ho già detto: è bravo, è divertente, è, fondamentalmente, un autore di romanzi polizieschi o vagamente polizieschi, la cui virtù principale, generosamente lodata dalla critica spagnola sempre molto acuta, fu la sobrietà dell’aggettivazione, una sobrietà che però egli cominciò a perdere dopo il suo quarto o quinto libro. Non è granché per dare inizio a una scuola. Sospetto che l’influenza di Soriano (a parte la sua simpatia e la sua generosità, che si dice siano state grandi) sia motivata dalle vendite dei suoi libri, dal suo facile accesso alle masse dei lettori, anche se parlare di masse di lettori quando in realtà ci riferiamo a ventimila persone è indubbiamente un’esagerazione. Con Soriano anche gli scrittori argentini si rendono conto di poter guadagnare. Non è necessario scrivere libri originali, come Cortázar e Bioy, né romanzi totali, come Cortázar e Marechal, e nemmeno racconti perfetti, come Cortázar e Bioy, e soprattutto non è necessario perdere tempo e salute in una miserabile biblioteca, senza mai ottenere, per colmo, il Premio Nobel. Basta scrivere come Soriano. Un po’ di umorismo, molta solidarietà, amicizia portegna, un po’ di tango, pugili suonati e un Marlowe invecchiato ma ancora saldo. Ma saldo dove? Mi domando in ginocchio, fra i singhiozzi. Saldo nell’olimpo o piuttosto nel cesso del tuo agente letterario? Razza d’idiota, ma credi davvero di avere un agente letterario, povero pezzente? E, per colmo di sventura, un agente letterario argentino?<br />
Se lo scrittore argentino risponde affermativamente a quest’ultima domanda possiamo essere sicuri che non scriverà come Soriano, ma come Thomas Mann, come il Thomas Mann del <em>Faust</em>. Oppure, ormai storditi dall’immensità della pampa, direttamente come Goethe.<br />
La seconda corrente è più complessa. Inizia con Roberto Arlt, anche se è molto probabile che Arlt sia totalmente estraneo a quest’equivoco. Diciamo, modestamente, che Arlt è Gesù Cristo. L’Argentina, naturalmente, è Israele e Buenos Aires Gerusalemme. Arlt nasce e vive un vita piuttosto breve. Se non sbaglio, quarantadue anni. È un contemporaneo di Borges. Questi nasce nel 1899 e Arlt nel 1900. Ma, contrariamente a Borges, la famiglia di Arlt è una famiglia povera e quando è adolescente, invece di andare a Ginevra, si mette a lavorare. Il mestiere più praticato da Arlt è il giornalismo, che ne rivela molte virtù, ma anche numerosi difetti. Arlt è rapido, audace, malleabile, un sopravvissuto nato, ma anche un autodidatta, sebbene non un autodidatta nel senso in cui lo fu Borges: l’apprendistato di Arlt si svolge nel caos e nel disordine, nella lettura di traduzioni pessime, nelle fogne e non nelle biblioteche. Arlt è un russo, un personaggio di Dostoevskij, mentre Borges è un inglese, un personaggio di Chesterton, di Shaw o di Stevenson. Talvolta, suo malgrado, Borges sembra persino un personaggio di Kipling. Nella guerra fra i circoli letterari di Boedo e Florida, Arlt sta con Boedo, anche se ho l’impressione che il suo fervore guerresco non sia mai stato eccessivo. La sua opera è formata da due libri di racconti e da tre romanzi, anche se, a onor del vero, i romanzi sono quattro e i racconti che uscirono su giornali e riviste senza mai confluire in una raccolta, e che Arlt era capace di scrivere mentre parlava di donne con i colleghi di redazione, bastano per almeno altri due libri. È anche autore di alcune Aguafuertes porteños (Acqueforti portegne), nella miglior tradizione impressionistica francese, e di alcune Aguafuertes españoles (Acqueforti spagnole), stampe di vita quotidiana della Spagna degli anni Trenta, con grande profusione di gitani, povera gente e persone generose. Cercò di diventare ricco con affari che non avevano niente a che vedere con la letteratura argentina di allora, bensì con la fantascienza: fallì sempre e sempre in modo irrimediabile. Morì a quarantadue anni e, come avrebbe detto lui, tutto finì.<br />
Ma non proprio tutto, perché come Gesù Cristo, Arlt ebbe il suo San Paolo. Il San Paolo di Arlt, il fondatore della chiesa, è Ricardo Piglia. Spesso mi domando: che cosa sarebbe successo se Piglia, invece di innamorarsi di Arlt, si fosse innamorato di Gombrowicz? Perché Piglia non s’innamorò di Gombrowicz e invece s’innamorò di Arlt? Perché Piglia non si dedicò a pubblicare la buona novella gombrowicziana e non si specializzò in Juan Emar, quello scrittore cileno che assomiglia a un monumento al milite ignoto? Mistero. Ma è Piglia che in ogni caso innalza Arlt disteso nella bara, mentre sorvola Buenos Aires, a un’immagine molto pigliana o molto arltiana, ma che in verità è solo frutto dell’immaginazione di Piglia e non corrisponde alla realtà. Non fu una gru a calare la bara di Arlt, la scaletta era abbastanza larga per la manovra e il cadavere di Arlt non era quello di un campione di pesi massimi.<br />
Con ciò non voglio affermare che Arlt sia un cattivo scrittore, anzi, è bravissimo; né pretendo di dire che lo sia Piglia, al contrario, Piglia mi sembra uno dei migliori narratori dell’America Latina oggi in circolazione. Il punto è che mi diventa difficile sopportare il delirio – un delirio canagliesco, miserabile – che Piglia tesse intorno ad Arlt, probabilmente l’unico innocente in tutta questa storia. Non posso in alcun modo approvare i cattivi traduttori dal russo, come disse Nabokov a Edmund Wilson mentre preparava il suo terzo martini, e non posso accettare il plagio come se fosse una delle belle arti. La letteratura di Arlt va bene se la consideriamo un armadio o un sotterraneo. Se la consideriamo il salotto di una casa è invece uno scherzo macabro. Se la consideriamo una cucina ci avvelenerà certamente. Se la consideriamo un lavandino finirà per attaccarci la scabbia. Se la consideriamo una biblioteca ci garantirà la distruzione della letteratura.<br />
In altre parole: una letteratura canagliesca deve esistere, ma se esiste solo questa, allora la letteratura è finita.<br />
È così anche per la letteratura solipsista, così di moda in Europa oggi che il giovane Henry James è tornato a imperversare. È naturale che debba esistere una letteratura dell’io, della soggettività estrema, ma se esistessero soltanto letterati solipsisti, allora tutta la letteratura finirebbe per diventare un servizio militare obbligatorio del mini-io o un fiume di autobiografie, di libri di memorie, di diari privati che non impiegherebbe molto a trasformarsi in canale di scolo, momento in cui anche la letteratura cesserebbe di esistere. Perché a chi diavolo interessano le vicissitudini sentimentali di un professore? Chi può dire, senza mentire spudoratamente, che è più interessante la quotidianità, per quanto solenne, di un triste professore madrileno degli incubi e dei sogni dell’insigne e ridicolo Carlos Argentino Daneri? Onestamente, nessuno. Ma attenzione: non ho nulla contro le autobiografie, a condizione che chi le scrive abbia un pene in erezione di trenta centimetri. A condizione che la scrittrice abbia fatto la puttana e in vecchiaia sia discretamente ricca. A condizione che l’inventore di un simile ordigno abbia avuto una vita singolare. Inutile dire che fra i solipsisti e i cattivi ragazzi io sto con questi ultimi. Ma solo come male minore.<br />
La terza corrente in gioco della letteratura argentina attuale o post-Borges è quella che ha inizio con Osvaldo Lamborghini. È questa la corrente segreta. Segreta come la vita stessa di Lamborghini, che morì a Barcellona nel 1985, se non ricordo male, nominando esecutore del suo testamento letterario César Aira, discepolo prediletto, in altre parole come se un topo nominasse esecutore testamentario un gatto affamato.<br />
Se Arlt, che come scrittore è il migliore dei tre, è la cantina di quella casa che è la letteratura argentina, e Soriano è un vaso nella stanza degli ospiti, Lamborghini è una scatoletta su una credenza abbandonata in cantina. Una scatoletta di cartone, piccola, con la superficie coperta di polvere. Ebbene, se si apre quella scatoletta, dentro ci si trova l’inferno. Scusatemi per questo tono melodrammatico, ma con l’opera di Lamborghini non riesco a evitarlo. Non c’è modo di descriverla senza cadere nel tremendismo. La parola crudeltà le calza come un guanto. Anche la parola durezza, ma soprattutto la parola crudeltà. Un lettore poco accorto può intravedervi un gioco sadomaso tipico dei laboratori letterari che le anime caritatevoli e con vocazione pedagogica organizzano nei manicomi. È possibile, ma non è abbastanza. Lamborghini è sempre due passi avanti (o indietro) rispetto ai suoi inseguitori.<br />
È strano pensare oggi a Lamborghini. Morì a quarantacinque anni, il che significa che io, ora, sono quattro anni più vecchio di lui. Talvolta apro uno dei suoi libri, pubblicati da Aira – si fa per dire, perché avrebbe potuto benissimo pubblicarli il linotipista o il portiere del palazzo dove si trovava la casa editrice Serbal, a Barcellona – e a mala pena riesco a leggerlo, non perché mi paia cattivo, ma perché mi fa paura, soprattutto il romanzo <em>Tadeys</em>, un romanzo insopportabile che leggo (due o tre pagine, non di più) solo quando mi sento particolarmente coraggioso. Di ben pochi libri posso dire che odorino di sangue, di viscere aperte, di fluidi corporei, di atti senza remissione.<br />
Oggi che è così di moda parlare dei nichilisti, sebbene quando si parla di loro la gente si riferisca ai terroristi islamici che di nichilista non hanno proprio un bel niente, non guasterebbe visitare l’opera di un vero nichilista. Il problema di Lamborghini è che aveva sbagliato mestiere. Gli sarebbe andata meglio se avesse fatto il sicario o la troia, oppure il becchino, mestieri meno complicati che dedicarsi a tentare di distruggere la letteratura. La letteratura è una macchina blindata. Non si dà pensiero degli scrittori. Talvolta non si accorge neppure se sono vivi. Il suo nemico è un altro, molto più grande, molto più potente, e alla fine finirà per sconfiggerla. Ma questa è un’altra storia.<br />
Gli amici di Lamborghini sono condannati a plagiarlo fino alla nausea, una cosa che forse renderebbe felice Lamborghini, se potesse vederli vomitare. Sono anche condannati a scrivere male, in modo pessimo, eccetto Aira, che possiede una prosa uniforme e grigia che talvolta, quando è fedele a Lamborghini, si cristallizza in opere memorabili, come il racconto <em>Cecil Taylor</em> o il romanzo breve <em>Cómo me hice monja</em> (Come mi feci monaca), ma che nella sua deriva neoavanguardistica e rousselliana (e totalmente acritica) è, il più delle volte, soltanto noiosa. Prosa che divora se stessa senza soluzione di continuità. Un dogmatismo che si traduce in accettazione, ovviamente non priva di sfumature, di quella figura tropicale che è lo scrittore latinoamericano di professione, sempre disposto a regalare un elogio a chi glielo chiede.</p>
<p>Di queste tre correnti, le correnti più vive della letteratura argentina, i tre punti di partenza della letteratura canagliesca, temo che vincerà quella che più fedelmente rappresenta la canaglia sentimentale, per dirlo con Borges. Quella canaglia sentimentale che non è più la destra (in gran misura perché la destra è dedita alla propaganda e ai piaceri della cocaina, nonché a pianificare la fame e a bloccare i conti correnti dei cittadini, e in materia di letteratura è un’analfabeta funzionale cui basta recitare i versi del <em>Martín Fierro</em>), bensì la sinistra, quella che ai suoi intellettuali chiede soma, esattamente ciò che riceve dai suoi padroni. Soma, soma, soma. Soriano, perdonami, tuo è il regno.<br />
Arlt e Piglia sono un capitolo chiuso. Diciamo che la loro è una relazione sentimentale e che è meglio lasciarli in pace. Entrambi, Arlt senza alcun dubbio, sono parte importante della letteratura argentina e latinoamericana e il loro destino è cavalcare in solitudine per la pampa popolata di fantasmi. Dove, comunque, non c’è scuola possibile.</p>
<p>Corollario. Bisogna rileggere Borges un’altra volta.</p>
<p>(traduzione di Francesca Saltarelli)</p>
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