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	<title>Adrian N. Bravi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il postino di Mozzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 May 2019 05:00:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>brani di <strong>Guglielmo Fernando Castanar </strong>(in corsivo) e <strong>Arianna Destito<br />
</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-79188" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png" alt="" width="200" height="243" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi-160x194.png 160w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></em></p>
<p><em>Cominciai questo lavoro di raccolta dopo il terzo o il quarto mese da impiegato delle Poste. Il materiale arrivava alle Centrali di Padova, prelevavo direttamente dagli scaffali di mia competenza, e i primi tempi facevo un setaccio veloce e mi mettevo sotto la giacca uno o due plichi destinati a lei e li andavo a nascondere nell’armadietto personale dove tengo l’impermeabile della divisa e lo zaino con la colazione. Poi temetti di dare nell’occhio o che, anche se dicevano di no, che ci fossero videocamere, il fatto è che si sentiva sempre di indagini tra i dipendenti, di crimini postali, e avevo paura. Così decisi di lavorare diversamente, individuavo e sistemavo i plichi da sottrarle nelle borse della bici, ma li mettevo in disparte in modo, in seguito, da trovarli subito, poi uscivo per la giornata di consegna. Non andavo subito nella mia zona di competenza, ma prendevo via Cavallotti, oppure una delle vie dell’area in espansione, verso Padova est, e là cercavo un cantiere, mi fermavo un istante, controllavo che non ci fossero testimoni, ometti col cagnolino o tossici (a un postino non si fa caso), e infilavo i due o tre plichi tra i pancali, sperando non piovesse. Poi mi dedicavo alla regolare consegna e magari, non di rado, giunto a casa sua, le mettevo nella buca una lettera dell’Accademia, una rivista, o le consegnavo la raccomandata di un istituto che le mandava il programma del nuovo corso di scrittura narrativa. Portandole una raccomandata provavo a sfruttare l’occasione, lei mi salutava, ma non parlavamo mai, solo un giorno che dopo averle strappato un giudizio sul tempo le chiesi come vanno i libri e lei (non mi permise mai di darle del tu) mi rispose: «mah, le dirò che mi dà più soddisfazione, almeno in questo momento, fare i libri degli altri che i miei».                                                                 </em><br />
<em>Non so se in quel periodo curasse già la collana di narrativa per Sironi, ma leggevo che molti editori si fidavano del suo giudizio, e gli autori, gli aspiranti, e pure gente affermata (anche se solitamente questi usavano altri canali) le mandavano cose da leggere, inedite o già pubblicate. </em><br />
<em>Poi, alla fine del giro ripassavo nell’area di espansione a prelevare il corpo. Bisogna dire che l’intenzione era sempre quella di sottrargliene addirittura tre o quattro per non essere costretto ogni giorno alla trafila del passaggio in cantiere. Purtroppo, a volte, accadevano degli imprevisti e, terminato il lavoro, tiravo dritto verso casa perché nel frattempo si era messo a piovere e allora il corpo si sarebbe rammollito, pagine incollate una all’altra, illeggibili ormai, oppure che ne so, passavo al cantiere, che a mio dire doveva essere deserto, e invece ci trovavo una coppietta e per non disturbare me ne andavo a casa senza corpi. Il vero guaio era quando riandando sul luogo a prelevare, sui corpi ci trovavo montagne di sabbia e cemento, betoniere e una squadra di manovali al lavoro.<br />
</em><em>Quanto a lei, lo sa, ho sempre fatto in modo che non si accorgesse mai di nulla. Ma a volte basta l’eccesso di zelo? Si parlava di una crescente sfiducia nelle poste, sebbene con me lei non si sia mai lamentato, quando sentiva i lamenti degli autori, strasicuri di aver mandato e rimandato. Ma permetta che glielo chieda: perché, Mozzi, lei che è scrittore e dotato di fantasia, del postino non sospettò mai?</em><br />
<em>Se di molti autori provvedevo a sottrarre anche le lettere accompagnatorie – soprattutto le seconde, quelle che seguivano l’invio, lettere di protesta, in primis, dapprima calme, poi, non di rado, piene di insulti, e alcune le strappavo dopo averle lette, e ad altre rispondevo con una lettera prestampata come quella usata dagli editori, oppure una lettera che andava dritta al merito: il romanzo in questione. «Gentile signore o signora, il suo romanzo è parecchio brutto. g», o la firma per intero, la sua, che tante volte le avevo visto fare sul bollettino delle raccomandate. Giulio Mozzi –, in somma, se le sottraevo tre o quattro corpi in una settimana, ma mai di più, con altrettante lettere, poi stavo un mese senza sottrarle altro. Certi periodi invernali non operavo proprio, specie da quando i corpi in casa cominciavano ad ingombrare la stanza, e leggerli tutti diventava impossibile. (Da un paio d’anni ho affittato il magazzino qui sotto casa: le cose della pesca, lo strano odore di alghe, due bici, due casse di vino che mi regalate voi clienti, e la quantità orrenda di corpi che stringe già anche le pareti del magazzino). Bene, ora che sono in pensione smaltirò i corpi accampati e man mano me ne libererò. </em><br />
<em>Tanta è letteratura scadente. Ma lo sa. All’inizio, agli autori poco bravi rispondevo che erano storie bellissime e li pregavo di mandare ad altra gente, amici suoi, scrittori, editori, e addetti ai lavori, suggerendo di farlo senz’altro a suo nome. </em></p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Ora voglio inserire un altro brandello di corpo. Sa, una voce femminile, dopo tante maschili, non guasta. Si ricorda di Arianna Destito? Forse sì, forse no… dipende da cosa è giunta tra le sue mani. Insomma, anzi, in somma, non ricordo perfettamente cosa ho sottratto o meno. Ma questo che segue, sicuramente, non l’ha mai letto.</em></p>
<p>Corpo 10</p>
<p>Arianna Destito</p>
<p>Il Maresciallo in pensione Adalgiso Maffeo trascorreva le giornate nel suo vecchio quartiere di Nervi a Genova. Un quartiere per modo di dire, nessuno lo chiamava così. Nervi era un paese, anzi, Nervi era semplicemente Nervi. Un posto che brillava di luce propria. Dove le palme svettavano, il sole era prepotente e l’aria frizzante del mare solleticava le narici come un bicchiere di champagne. Fu proprio lì che per molto tempo il Maresciallo Adalgiso Maffeo aveva vissuto e lavorato. Ora non gli restava che prendere il gelato da Giumin e passare di tanto in tanto dal vecchio commissariato a salutare i nuovi agenti. L’irreprensibile maresciallo era ben voluto da tutti. Per molto tempo si era distinto per il suo fiuto investigativo e qualche volta era anche finito sui quotidiani locali. Aveva partecipato alla cattura del famoso ladro della Costa Azzurra. Quello che ispirò il film Caccia al ladro con Cary Grant, per intenderci. Si diceva persino che in tempo di guerra avesse nascosto una famiglia ebrea nel suo ufficio sotto il naso degli ufficiali nazisti. A molti dava fastidio il suo modo di condurre gli interrogatori, con il piglio e la gentilezza delle buone maniere, in pratica faceva cantare i delinquenti, offrendogli il caffè e un sostanzioso pasto. Il risultato era quasi sempre garantito. Al Maresciallo Maffeo non la si faceva.<br />
Una mattina aveva deciso di portare ai Parchi di Nervi la nipotina Irene, di sette anni. Una bambina strana, pensava. Non ride mai. E guarda con certi occhi glaciali. Quando lo fissava lui si sentiva a disagio. Il Maresciallo osservava Irene giocare, sembrava che la bambina vivesse in un mondo tutto suo. Spesso evitava gli altri bambini, sembrava annoiarsi con loro. In compenso giocava con la terra, le foglie, i rametti, in un angolo che sembrava una casetta ricavata tra alberi e ponticelli di legno. Era davvero strana. Sia chiaro, il Maresciallo adorava Irene, ma qualcosa gli sfuggiva. L’istinto del poliziotto non lo abbandonava neppure in pensione. Soprattutto vedeva pericoli ovunque. E cercava di mettere in guardia la piccola nipote.<br />
“Irene, li vedi quei ragazzi lì? Sono dei drogati”, le sussurrò un giorno all’orecchio, indicando un gruppo di giovani euforici ai bordi del prato.<br />
“Ballano, nonno”.<br />
“E certo, sono sotto l’effetto della droga”. Non aggiunse altro. Fino a che, tra un pensiero e l’altro, quel giorno successe l’imprevedibile. Lui uscì dal vespasiano accanto al cancello dei Parchi e sua nipote non c’era più. In un attimo gli successe quello che non avrebbe mai immaginato. &#8230;</p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Giulio, sa che quando ho aperto il bustone e  ho letto la storia di Rocco mi sono pentito d’averglielo sottratto, non perché mi fosse sembrato così bello (è bello, ma lo è quanto altri scritti per cui non mi sono sentito in colpa) ma perché è necessario, lo è sì, far conoscere un partigiano del Sud che ha fatto la Russia, che ha fatto l’amore per togliersi il freddo, e sottrarre le parole al suo destino… Ma ci pensa, uno come me che non scambia una parola durante il giorno e la sera legge di un umano che ha fatto l’amore per togliersi il freddo per salvarsi… Come potrò io sciogliere il ghiaccio di questa esistenza?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questi brani sono tratti dall&#8217;anomalissimo &#8220;Il postino di Mozzi&#8221;, uscito da poco con Arkadia Editore (Cagliari). Guglielmo Fernando Castanar, l&#8217;autore della lettera a Giulio Mozzi riportata nel libro, è un postino in pensione, che intramezza alla sua lunga missiva un festival di frammenti, un mostruario sottratto in venticinque anni di lavoro: tutte lettere allo stesso Mozzi che lui non ha mai consegnato, e che si è tenuto. Le parti in corsivo sono tratte dal suo testo, mentre i frammenti delle missive non consegnate sono di Arianna Destito (quello riportato), Adrian N. Bravi, Alessandro Gianetti, Alessandro Zaccuri, Beppe Sebaste, Carlo Grande, Claudio Morandini, Amilia Marasco, Fernando Guglielmo Castanar, Francesco Forlani, Franco Arminio, Franz Krauspenhaar, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta, Giovanni Agnoloni, Marco Candida, Marco Drago, Mario Bianchi, Marino Maglian, Matteo Galiazzo, Mauro Baldrati, Nunzio Festa, Paolo Morelli, Riccardo De Gennaro, Riccardo Ferrazzi, Sergio Garufi, Stefano Zangrando, Valentina Di Cesare e Walter Binaghi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Il paese degli uomini umidi (e una prefazione di Adrian N. Bravi)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/11/21/letti-da-un-soldo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Nov 2018 06:00:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il paese degli uomini umidi è situato dietro il sole, in un angolo del mondo sbiadito dall’oblio. Vuoto e desolato dorme il suo metafisico male di abulia sotto un’eterna cappa di muschio verniciato da poco e fresco di rugiada. Rugiada: lacrima versata da un ricordo che respira nella buia alcova dell’anima come una farfalla di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-76782" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-250x375.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-160x240.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo.jpg 427w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>Il paese degli uomini umidi è situato dietro il sole, in un angolo del mondo sbiadito dall’oblio.<br />
Vuoto e desolato dorme il suo metafisico male di abulia sotto un’eterna cappa di muschio verniciato da poco e fresco di rugiada.<br />
Rugiada: lacrima versata da un ricordo che respira nella buia alcova dell’anima come una farfalla di luce.<br />
Nessuna geografia contiene il profilo del paese degli uomini umidi, perché il paese degli uomini umidi è uno stato dell’anima. Uno stato di tristezza senza rimedio dove i giorni appendono manifesti di noia e le ore dicono con la loro monotonia che la vita non vale la pena di essere vissuta.<br />
Terra senza orizzonte: paese degli esiliati, dei poveri diavoli ai quali il mondo ha voltato la faccia. Persino il sole&#8230;<br />
Complice del destino, che con un vento tragico ha spazzato via il baluginare dell’ultima speranza, il sole gli ha voltato le sue spalle ombrose, negandogli la profilassi spirituale dei suoi raggi.<br />
L’allegria è straniera nel paese degli uomini umidi, di quelli che hanno smarrito l’intatto serpeggiare della risata nel labirinto del dolore.<br />
Da quando è morta mia madre ho iniziato ad appuntarmi medaglie di amarezza per ottenere la cittadinanza nel paese degli uomini umidi.<br />
Sul confine della gioventù ho abbandonato il contrabbando di ingenuità e mi sono tuffato nell’acqua benedetta sulla cui superficie si rifletteva la mia infanzia.<br />
Prima ero un cittadino del mondo che si rinnova. Adesso sono un abitante della pozzanghera dimenticata. Del paese indifferente, della terra degli uomini umidi.<br />
La mia tristezza è autentica. E questo vale molto. Più ancora oggi, che il mondo si intristisce quando glielo ordina il calendario.<br />
Ora che le stelle si frantumano contro l’angustia che mi impicca l’anima, ascolto sorpreso il faticoso sospiro di un ricordo.<br />
Perché io un ricordo ce l’ho. L’ho esibito come un passaporto per diventare inquilino nel paese degli uomini umidi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: il racconto che precede è contenuto nel volume &#8220;Letti da un soldo&#8221; pubblicata da poco da Arkadia nella collana Xamaica 2, nella traduzione di Riccardo Ferrazzi e Marino Magliani, con una postfazione di Luigi Marfè; il volume comprende tutti i racconti della raccolta &#8220;Camas desde un peso&#8221;, e una selezione da &#8220;El alma de las cosas inanimadas&#8221; e da &#8220;La rueda del mulino mal pintado&#8221;;</em></p>
<p><em>qui di seguito la prefazione di Adrian N. Bravi:</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Durante gli anni Venti a Buenos Aires inizia un processo inedito di ristrutturazione e di ripensamento sociale. Sono gli anni in cui la città vive una crescita esponenziale della popolazione, in particolar modo dovuto alla migrazione. La periferia, quel fuori ampio e desolato, diventa più visibile; per certi aspetti, centrale e dominante rispetto al resto. È un processo iniziato alla fine del XIX secolo, ma nei primi del Novecento, in particolar modo dopo la Grande Guerra, subisce una grande intensificazione. Buenos Aires si trasforma in una città cosmopolita, cambia il profilo culturale e il tessuto urbano. La letteratura accoglie questo processo attraverso la lingua e le nuove estetiche che entrano nel panorama letterario. Nascono nuove poetiche e, allo stesso tempo, il suburbio, per conto suo, diventa lo scenario per eccellenza. Non più un’alterità che minaccia i costumi tradizionali, ma qualcosa che entra a far parte di un immaginario. Si potrebbe dire, scrive Beatriz Sarlo in Una modernità periferica, che «gli scrittori fondano il sobborgo a partire da particolari ibridazioni estetiche e ideologiche». Quindi, di conseguenza, prendono vita nuovi soggetti sociali: il migrante, il bordello, la malavita, i contrabbandieri, i vagabondi che dormono nei Letti da un soldo, come I cinque personaggi che Enrique González Tuñón descrive e affresca nel primo racconto che apre la raccolta.<br />
In questi anni la città vede confrontarsi nello scenario letterario due gruppi contrapposti: Florida e Boedo (entrambi prendono il nome da due strade rappresentative: Florida, centrica, lussuosa e cosmopolita; Boedo, invece, è una strada di sobborghi, di boliches, notturna). Alvaro Yunque, uno degli scrittori più rappresentativi di Boedo scriveva: «Quelli di Boedo volevano trasformare il mondo, a quelli di Florida, bastava trasformare la letteratura. I primi erano rivoluzionari, gli ultimi, avanguardisti». Erano due modi di vedere e di percepire la città e le sue trasformazioni. Gli autori di Florida guardavano all’Europa e a tutti i movimenti di avanguardia; gli autori di Boedo, invece, avevano come riferimento sia la Russia di Dostoevskij che quella di Gor’kij e Maiakovskij. Uno cercava una nuova espressione letteraria e l’altro parlava il lunfardo.<br />
In questo contesto sociale si inserisce Enrique González Tuñón, nato a Buenos Aires nel 1901 e morto prematuramente a 42 anni, fratello maggiore del poeta Raúl González Tuñón. È stato un narratore, un rinnovatore dello stile giornalistico, ha scritto per il teatro, ha scritto anche tanghi, tra cui Pa’l cambalache, registrato nel 1929 da Carlos Gardel. Il poeta César Tiempo, che era nato in Ucraina a inizio del ’900, ha detto di Enrique González Tuñón: «Preferirà circondarsi di ladri e di teppisti, dormire in alberghi orribili, quando ha un peso per il letto, o nei banchi delle piazze; cantare la Tosca nei più improbabili caseifici, visitare le compravendita dove si trafficano i vestiti dei cadaveri e, abbandonato da ogni pietà, sognare, dalle profondità dei porcili – come gli eremiti posseduti dal demonio – con la gloria fatta donna o viceversa». Basterebbe questa descrizione per poterlo immaginare come un personaggio uscito da un romanzo di Roberto Arlt o come un iconoclasta della bohème di Buenos Aires, con i tratti di un anarchico romantico. A metà degli anni Venti si era affermato nel panorama letterario porteño e nel 1927 il giovane Borges aveva recensito con entusiasmo il secondo libro pubblicato da Enrique González Tuñón, L’anima delle cose inanimate.<br />
Letti da un soldo esce nel 1932 da Manuel Gleizer, un emigrato russo che nel 1922 aveva fondato una casa editrice, la quale aveva pubblicato molti libri importanti, tra cui L’idioma degli argentini di Borges (prima di quella data Gleizer vendeva biglietti della lotteria a Villa Crespo, vicino al fiume Maldonado che stabiliva uno dei limiti della città). Letti da un soldo è uno dei libri più riusciti di Enrique González Tuñón ed è una fortuna che oggi veda la luce in quest’ottima traduzione. È composto da cinque racconti che si intrecciano tra di loro, di ispirazione dostoevskiana (tenendo conto che le traduzioni spagnole dei romanzi russi hanno fornito sistemi di riferimenti agli scrittori rioplatensi di quell’epoca). Racconta la storia di cinque cialtroni che dividono una stanza in un tugurio di Buenos Aires chiamato “La Pignatta Misteriosa”, sottosuolo di una città che accoglie i marginati a un centesimo. Si tratta di una sorta di locanda evocata anche dal fratello Raúl e da altri scrittori dell’epoca. Un luogo dove molti intellettuali, che non appartenevano a quell’ambiente, potevano incontrare i marginati del bassofondo porteño.<br />
Enrique González Tuñón ha nei confronti di questi personaggi uno sguardo privo di ogni sorta di giudizio, come quando introduce Il Mancino, uno dei cinque coinquilini: «Verso sera lasciava il ricovero e, con le mani nelle tasche di un soprabito nocciola, andava a piazzarsi all’angolo tra Corrientes e Talcahuano, o all’angolo tra Victoria e Salta, in attesa di un cliente disposto a strapagare la cocaina che lui e la Nucha avevano tagliato col bicarbonato». Il disagio sociale diventa il filo conduttore di tutte queste storie, in cui la vita è sempre in bilico e ogni giorno tocca lottare contro la miseria nella fatale ricerca di un piatto di zuppa o di un bicchiere di vino. La prematura morte di Enrique González Tuñón, però, ha contribuito a far dimenticare un po’ la sua opera, quella dello scrittore che conosceva meglio di chiunque la intimità della città, i suoi infiniti segreti e le storie che oggi fanno parte di quella mitologia che abbiamo imparato ad amare nel tempo.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>I Vladimir Kozlov</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/05/06/i-vladimir-kozlov/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 May 2018 05:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Adrian N. Bravi]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Comberiati]]></category>
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					<description><![CDATA[Adrián N. Bravi Georg Duperron, l’allenatore di calcio della nazionale russa dell’epoca presovietica, aveva un amico di nome Vladimir Kozlov che faceva parte della dirigenza della Federazione calcio di tutte le Russie e andava sempre a vedere le partite. Gli piaceva il calcio in un modo inaudito per quei tempi e discuteva con tutti su [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>Adrián N. Bravi</strong></p>
<p>Georg Duperron, l’allenatore di calcio della nazionale russa dell’epoca presovietica, aveva un amico di nome Vladimir Kozlov che faceva parte della dirigenza della Federazione calcio di tutte le Russie e andava sempre a vedere le partite. Gli piaceva il calcio in un modo inaudito per quei tempi e discuteva con tutti su come doveva essere formata la squadra. Se avesse avuto qualche anno di meno, diceva spesso, avrebbe voluto giocare anche lui o si sarebbe candidato. Nel 1912 aveva accompagnato la squadra di Georg Duperron in Svezia, alle Olimpiadi, la prima Olimpiade in cui aveva partecipato la Russia zarista. Era un mondo che stava crescendo, quello del calcio, senza sapere bene verso dove. Si racconta che Vladimir Kozlov, dopo l’ultima partita della Russia, giocata contro una Germania devastante che aveva massacrato i russi con sedici reti, era andato da Georg Duperron e gli aveva detto:</p>
<p>&#8211; Stammi a sentire, caro mio allenatore, hai visto quel tedescaccio di Fuchs che da solo ha segnato dieci reti? &#8211;</p>
<p>&#8211; Ho visto -, disse Georg Duperron.</p>
<p>&#8211; Be’, avresti dovuto guardarlo di più e farlo marcare meglio se non volevi prendere tutte quelle reti o pensi che puoi andare avanti così? &#8211;</p>
<p>Avevano giocato nello stadio di Tranebergs IP di Stoccolma, inaugurato l’anno prima per le Olimpiadi (oggi al posto dello stadio c’è un parco verde dove qualcuno ancora gioca a pallone) e Vladimir Kozlov, dopo la partita, aveva camminato per un paio di ore, attraversando ponti e strade alberate, fino ad arrivare alla vecchia città. Nel frattempo si fermava a ogni bar a prendere una vodka. Appena la finiva faceva una smorfia e ripartiva alla ricerca del prossimo bar che trovava lungo la strada. In uno di questi, dentro la città vecchia, la Gamla Stam, aveva incontrato un tizio dall’aria sofisticata. Portava una giacca impeccabile color panna, le scarpe tirate a lucido, la cravatta e beveva del cognac. Vladimir Kozlov aveva chiesto una vodka alle erbe, tanto per cambiare, e siccome alle erbe non c’era, aveva detto che andava bene una al coriandolo, ma non ce l’avevano neanche al coriandolo, allora aveva detto, giusto per non uscire a gola secca, che andava bene qualsiasi tipo di vodka, anche secca, purché fosse buona. Poi aveva cercato di spiegare al tizio sofisticato, quello con la cravatta che beveva cognac, che la sua squadra aveva perso di sedici reti contro la Germania del Kaiser e che solo un giocatore della Germania del Kaiser, il <em>maledetto</em> Fuchs, aveva segnato dieci reti. Il tizio sofisticato annuiva con la testa, senza parlare. Vladimir Kozlov continuava la sua lamentela, che non si era mai vista una squadra così scarsa, che se ci fosse stato lui in campo avrebbe saputo fare meglio di quegli undici russi grossolani. Alla fine, quando l’uomo aveva chiesto un altro cognac al barista, in svedese, Vladimir Kozlov si era accorto che aveva parlato in russo per tutto il tempo e quando aveva chiesto al tizio sofisticato se lo capiva, lui, come aveva fatto finora, aveva annuito con la testa, come farebbe uno che conosce molto bene la lingua in cui gli stai parlando e non ha bisogno di dimostrarlo; oppure, il gesto in questo caso coincide, come farebbe chi non ha capito nulla, che molto probabilmente era il caso del tizio sofisticato.</p>
<p>Undici anni dopo si era formata la nazionale dell’Unione Sovietica e nel 1958, per la prima volta, sempre in Svezia, aveva partecipato ai mondiali di calcio (era la sesta volta che si giocava il mondiale ed era un evento unico, memorabile per certi aspetti). Il nipote di Vladimir Kozlov, che si chiamava anche lui Vladimir Kozlov, era un tifoso dello Zenit, cresciuto insieme a suo nonno, perché suo padre lo avevano mandato a lavorare a Mosca, mentre lui era nato e cresciuto a Leningrado. Anche lui era andato in Svezia ad accompagnare la nazionale, come aveva fatto suo nonno quarantasei anni fa. Voleva compiere lo stesso viaggio, perché pare che Vladimir Kozlov, nonno di Vladimir Kozlov, avesse raccontato diverse volte quell’<em>avventura</em> in Svezia al nipote, anche se ripeteva sempre le stesse cose, che la sua squadra aveva perso sempre, che gli svedesi non sanno il russo e che sono tipi misteriosi, perché non ti dicono che non sanno il russo, o non lo vogliono dire perché temono che uno possa rimproverarli. Come il nonno, anche lui era andato alla città vecchia e aveva incontrato pure lui diversi tizi sofisticati che bevevano cognac e non sapevano il russo. E poi, bisogna aggiungere, era felice di vedere in campo il suo giocatore preferito, <em>Aleksandr Ivanovič</em><em> Ivanov, dello Zenit, che in quel mondiale aveva segnato due bellissime reti.</em></p>
<p>Anche il nipote di Vladimir Kozlov aveva un nipote che si chiamava Vladimir Kozlov, in onore al nonno, e anche lui, come suo nonno in Svezia e suo trisavolo in Svezia anche lui, 28 anni dopo, era andato a vedere la sua squadra, questa volta al mondiale di calcio in Messico. Era felice come una pasqua quando la Russia di Lobanovsky, nella prima partita, aveva vinto sei a zero contro l’Ungheria nello stadio di Irapuato, la città delle fragole. In quel periodo, Vladimir Kozlov abitava da più di dieci anni a New York, nel quartiere di Brooklyn. Nel 1972 lo avevano espulso dalla Russia con l’accusa di parassitismo. Frequentava l’Università di Leningrado e aveva iniziato a scrivere due trattati, uno sulle bugie che diventano vere, perché alla fine tutti ci credono; l’altro, invece, dove immaginava che in un futuro non lontanissimo gli uomini avrebbero potuto programmare i propri sogni, intesi come produzione onirica, a fini terapeutici. Quest’operazione, secondo la sua teoria, avrebbe aiutato l’umanità a riconciliarsi con il prossimo e con la natura in generale, perché il sogno, sosteneva Valadimir Kozlov, sapendolo guidare attraverso il linguaggio onirico, potrebbe sedare le manie di potere e di egemonia. Aveva sposato una paraguayana che era andata a vivere a Brooklyn anche lei. Si chiamava Concepción, ma lei voleva essere chiamata Panambi, che in lingua guaranì significa <em>farfalla</em>, perché così la chiamava suo padre da piccola. Aveva vissuto fino ai diciotto anni in un piccolo villaggio ai confini con il Mato Grosso. La sua famiglia era stata espulsa dal paese durante la dittatura di Stroessner e dopo una lunga peripezia tra il Brasile e il Venezuela era andata a finire negli Stati Uniti. Ballava la cumbia muovendo il bacino di qua e di là e beveva sempre il mate. Panambi e Vladimir avevano due pappagalli e tre figli, Ramona, Elizabeth e Vladimir Kozlov. Nessuno dei due, né Vladimir padre né Panambi, parlava bene l’inglese, ma era l’unica lingua che avevano a disposizione, perché lui parlava solo russo e francese, e lei solo spagnolo e guaranì. Quando Vladimir Kozlov aveva saputo della vittoria della Russia contro l’Ungheria e poi del pareggio contro la Francia di Platini e poi ancora della seconda vittoria contro il Canada, era andato sulla Cento-ottava Strada a casa di un suo amico russo, esiliato anche lui, e gli aveva detto:</p>
<p>&#8211; Dobbiamo stare qua a marcire a New York o vogliamo darci da fare per questi russi? &#8211;</p>
<p>&#8211; A me, di andare tra i messicani per vedere una partita di calcio, dopo che i russi ci hanno pure mandato via, non va più di tanto. Io stavo bene là, davanti alla Fontanka, vedevo i battelli che attraversavano il canale…, ma se vogliamo andarli a vedere, io ci sto, chiedo ad Andrejkin se mi presta qualche soldo per il viaggio. Quando giocano? &#8211;</p>
<p>&#8211; Tra cinque giorni -.</p>
<p>Si erano organizzati alla meglio ed erano partiti spendendo le ultime risorse economiche. La Russia era stata la prima classificata del girone e da lì a poco avrebbe giocato contro il Belgio, che si era classificato al terzo posto. Vladimir si era portato il colbacco di suo nonno Vladimir Kozlov, quello che era andato in Svezia nel 1958, nonostante fosse giugno e facesse molto caldo. Quel colbacco era passato di mano in mano, di generazione in generazione, e adesso doveva esibirlo davanti alla sua nazionale, anche se apparteneva al paese che lo aveva espulso. Colbacco e occhiali da sole, cosi si era presentato allo stadio León quel 15 giugno 1986. La partita era finita tre a tre, ma nei tempi supplementari i belgi hanno avuto la meglio.</p>
<p>&#8211; Cara Panambi -, aveva detto alla moglie quando le aveva telefonato, &#8211; ci hanno rubato la partita con due fuorigioco, colpa di uno svedese, un arbitro di nome Fredriksson, maledetto lui. Fino a quando questi svedesi continueranno a tormentarci? &#8211;</p>
<p>Vladimir Kozlov non solo era amareggiato perché la sua squadra aveva perso agli ottavi di finale, ma perché dopo che si era tolto il colbacco per protestare contro l’arbitro, e lo aveva lasciato accanto a sé, non lo aveva trovato più:</p>
<p>&#8211; Gerasin, Gerasin -, diceva al suo amico, &#8211; qualcuno mi ha fregato il colbacco di mio nonno Vladimir Kozlov che, oltre al nome, è l’unica cosa che mi è rimasta della mia famiglia -.</p>
<p>&#8211; Non è possibile -, rispondeva amareggiato Gerasin.</p>
<p>&#8211; Invece sì -.</p>
<p>Infine, e per concludere con la storia dei Vladimir Kozlov, raccontiamo solo che anche Vladimir Kozlov aveva un nipote di nome Vladimir Kozlov, figlio del Vladimir Kozlov nato a Brooklyn, che, come avevano fatto quasi tutti i Vladimir Kozlov della famiglia, anche lui era andato a vedere la nazionale russa, ma questa volta in Brasile, insieme al padre, e sembra che adesso l’ultimo Vladimir Kozlov, ormai ventenne, si stia organizzando per tornare in Russia, a vedere qualche partita del mondiale, la tomba e quel che è rimasto del primo Vladimir Kozlov che abitava a San Pietroburgo, che nel 1912 era andato in Svezia a vedere le Olimpiadi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>Da <em><a href="http://www.prosperoeditore.com/libri/I_compagni_non_perdono_mai_Daniele_Comberiati" target="_blank" rel="noopener">I compagni non perdono mai</a>. Storie di pallone dalla Russia sovietica a oggi</em>, a cura di Daniele Comberiati, Prospero Editore, 2018.</p>
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		<title>La gelosia delle lingue</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Oct 2017 04:40:47 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-70258 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/sunset-1024x519.jpg" alt="" width="720" height="365" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/sunset-1024x519.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/sunset-300x152.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/sunset-768x389.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/sunset.jpg 1515w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[È uscito ad aprile <a href="http://eum.unimc.it/it/catalogo/544-la-gelosia-delle-lingue"><em>La gelosia delle lingue</em></a> di Adrián N. Bravi (eum edizioni università di macerata), un piccolo libro sul rapporto che tutti gli esseri umani &#8211; e moltissimi scrittori &#8211; hanno con la lingua materna e, alle volte, con altre lingue d&#8217;adozione. Ogni lingua è una fata gelosa, sembra dire Bravi, che spesso mal sopporta di dividere un parlante con un&#8217;altra lingua; questa occasionale coesistenza provoca dei cortocircuiti che non si finisce mai di esplorare.<br />
Ne pubblico qualche estratto, ringraziando l&#8217;autore e l&#8217;editore.<br />
La composizione in apertura è <em>Suns from Sunsets from Flickr </em>di Penelope Umbrico. ot]</p>
<p>di <strong>Adrián N. Bravi</strong></p>
<p style="text-align: center;">La maternità della lingua I</p>
<div class="page" title="Page 27">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>È possibile, mi chiedo, abbandonare la propria lingua, dal momento che questa non è solo un modo di parlare, o meglio, non ha a che fare solo con un corpo grammaticale, ma anche con un punto di vista? Possiamo, per diverse vicissitudini, voltarle le spalle, abbandonarla o sostituirla, però forse non potremmo mai fare a meno della <em>maternità</em> di quella lingua, intesa come origine irrevocabile, anche quando vediamo il mondo alla luce di una nuova lingua. La maternità di una lingua non ci insegna solo a parlare, ma ci dà uno sguardo, un sentire, un punto di vista sulle cose. La sua sintassi è una prospettiva. Possiamo investire le nostre storie di altre lingue, ma la maternità che la nostra lingua d’origine rivendica su di noi, rimane; perché è un modo di essere, di vivere e di pensare, a prescindere da come la si esprime. È un’ermeneutica del mondo. Parliamo la nostra lingua madre in tante altre lingue.<br />
Silvia Baron Supervielle, autrice argentina che scriveva anche in francese, ha sempre riflettuto sul mutare lingua. Nel 1998 pubblica a Buenos Aires un libro dal titolo <em>El cambio de lengua para un escritor</em> e nel 2007 esce in francese, tradotto in italiano, <em>L’alfabeto di fuoco: piccoli studi sulla lingua</em>. In quest’ultimo libro, l’autrice argentina, fa il suo punto della situazione: «Più ci rifletto più ho la sensazione che la prima lingua non muoia mai: essa permane silenziosa, ma viva, in fondo all’anima» [1]. Questo significa che mentre cresciamo e cambiamo lingua resta in noi un <em>fanciullino</em> pascoliano che confonde la sua voce con la nostra e che continua a guardare le cose attraverso quella maternità nascosta «in fondo all’anima». Ed è quella voce silenziosa, quel timbro velato dalla nuova lingua, che a volte continua a parlarci dentro. Se metto insieme queste riflessioni, capisco quel che scrive Bachelard nel già citato, <em>La poetica della rêverie</em>: «passando da una lingua all’altra si ha l’esperienza di una femminilità perduta o di una femminilità mascherata da suoni mascolini» [2]. Ed è lo smascheramento di questa femminilità, attraverso i nuovi <em>suoni mascolini</em>, che la maternità della lingua svela. Ogni volta che parliamo scopre il suo occultarsi nella lingua acquisita.<br />
Nel primo trattato del <em>Convivio</em> (paragrafo XIII) Dante parla dell’amore per la lingua materna, che considera elemento di unione tra i genitori: «Questo mio volgare fu congiungitore delli miei generanti, che con esso parlavano, sì come ‘l fuoco è disponitore del ferro al fabro che fa lo coltello: per che manifesto è lui essere concorso alla mia generazione, e così essere alcuna cagione del mio essere» [3]. Una lingua che non rappresenta solo l’unione tra i suoi genitori, ma partecipa alla nascita ed è, allo stesso tempo, causa della sua esistenza. Una maternità, questa della lingua, che determina la vita e il rapporto con il mondo del figlio. La lingua dentro cui si nasce ci dà gli occhi con i quali continuiamo a guardare il mondo, anche quando non la parliamo più. Dice a tale proposito Italo Calvino in una nota biografica che si trova all’inizio di <em>Eremita a Parigi</em>: «Tutto può cambiare, ma non la lingua che ci portiamo dentro, anzi che ci contiene dentro di sé come un mondo più esclusivo e definitivo del ventre materno» [4].<br />
A me, personalmente, è capitato di dover fare i conti con l’italiano che parlo da più di venticinque anni, ancora con parecchi errori, e nel quale scrivo solo da tredici o quattordici anni circa. Durante i miei primi dieci anni di permanenza in Italia ho continuato a scrivere in spagnolo. Mi sentivo troppo legato a quel modo di parlare, anche se la mia idea, quando ero salito sull’aereo che mi avrebbe portato in Europa, era di lasciarmi il passato alle spalle. Per dieci anni ho vissuto un rapporto ambiguo e doloroso con entrambe le lingue che avevo a disposizione, quella di partenza e quella d’arrivo, quella materna e quella del paese in cui avevo scelto di stare, almeno per un po’. Da una parte mi attaccavo ai ricordi, alle parole, alle metafore, al modo di parlare della mia lingua materna; allo stesso tempo, però, volevo liberarmene, non dimenticare, ma far parlare i ricordi con una voce diversa. Si vive dentro una lingua più che in uno spazio geografico. Questo mi sembra di averlo capito quando l’italiano ha iniziato ad avere il sopravvento.<br />
Durante una conferenza del 1987, tenuta a Vienna, Brodskij dichiara che l’esilio è, prima di tutto, un evento linguistico. Chi si trova nella condizione di vivere <em>espatriato</em>, si ritira o si rifugia nella sua lingua; a quel punto «quella che era la sua spada, diventa il suo scudo, la sua capsula» [5], il luogo dove trovare un rifugio. La lingua madre come spada che nella lontananza diventa scudo, riparo, lo spazio dove potersi nascondere con i propri ricordi o con il proprio passato per trovare, in quel rifugio, l’intimità nascosta della nostra lingua. Un’intimità però che non riuscirà mai a rimanere nascosta come uno spazio chiuso, perché alla fine ci accorgiamo che quella <em>capsula</em> della lingua madre era un abitacolo pieno di finestre, aperte a tante contaminazioni.</p>
</div>
</div>
</div>
<p>[note]</p>
<p>1 Silvia Baron Supervielle, L’alfabeto di fuoco, traduzione di Anna Bertaccini, Capriasca, Pagina d’arte, 2010, p. 59.<br />
2 Bachelard, La poetica della rêverie, cit., p. 40.<br />
3 Dante Alighieri, Convivio, a cura di Franca Brambilla Ageno, Firenze, Le Lettere, 1995, vol. 2, 1, 13, pp. 56-57.<br />
4 Italo Calvino, Eremita a Parigi, Milano, Mondadori, 1996, p. vii.<br />
5 Iosif Brodskij, Profilo di Clio, a cura di Arturo Cattaneo, tradu- zione di Giovanni Buttafava, Gilberto Forti e Arturo Buttafava, Mila- no, Adelphi, 2003, p. 53.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p style="text-align: center;">L&#8217;ospitalità della lingua</p>
<p>Scrivo e parlo in italiano da molti anni, forse sogno anche in italiano, non lo so. Mi piace sentirmi ospite in questa lingua che ancora non riesco a padroneggiare come vorrei, anche se, fin dall’inizio, mi sono sentito accolto, come un invitato gradito. La lingua è sempre ospitale, aperta a ogni approdo. Non tollera muri divisori, non è proprietà di questo o quel gruppo. Appartiene a chi la parla, la legge, la scrive, senza distinzione di provenienza. Non tiene conto delle nostre origini. È la prima dimora che trova lo straniero, una specie di arco da attraversare. Un arco senza porte e sbarramenti, oltre al quale c’è una storia, una cultura, un’identità, che non sottraggono nulla alla diversità o alterità di chi lo attraversa. Ospitare significa accogliere l’altro nella sua singolarità.<br />
Nell’ultimo libro scritto da Edmond Jabès, <em>Il libro dell’ospitalità</em>, lo scrittore ebreo egiziano, che aveva scelto il francese come lingua, prima ancora del suo esilio parigino, dedica un breve capitolo al tema dell’ospitalità che s’intitola, appunto, <em>L’ospitalità della lingua</em>. È un dialogo tra uno straniero e un ospite, nel quale si parla dell’importanza dell’accoglienza, dell’<em>altro</em> come un <em>noi</em>, che è anche un modo di essere e di stare al mondo. A un certo punto l’<em>ospite ospitante</em> (mi piace specificarlo visto che in italiano la stessa parola designa sia colui che ospita sia colui che è ospitato) chiede la nazionalità allo straniero e questo, ponendo l’accento sul fatto che la lingua che lo accoglie diventa ogni volta il suo paese, risponde che ora, il suo posto, è la lingua che si trovano a parlare in quel momento. Entriamo, da bambini o da adulti, in questa <em>casa</em> che ci ospita e durante il soggiorno creiamo al suo interno i nostri percorsi immaginari, i nostri progetti, i nostri smarrimenti. Impariamo a scoprirla, ad amarla o a odiarla. Seguiamo i suoi spostamenti interni, le sue variazioni. Alla fine però ci accorgiamo che quella <em>casa</em> ci ha trasformato, così come noi, in un certo modo, abbiamo trasformato anche lei, perché l’italiano, nel quale mi trovo a misurare ogni parola, è una lingua flessibile che acconsente le variazioni e le contaminazioni che ogni volta le vengono suggerite.<br />
Dunque, l’ospitalità passa attraverso le parole. M’interessa segnalare il fatto dell’essere accolto, del sentirsi ospite in una lingua straniera, dell&#8217;essere uno straniero che piega la lingua che lo accoglie per dare un nuovo respiro allo sradicamento. L’accoglienza produce uno sdoppiamento nell’ospite che parla: da una parte, gli dà la possibilità di trovare una distanza rispetto alla lingua che lo ospita, riesce a vederla da fuori, capisce quante parole non trovano una diretta traduzione e quante altre gli aprono altri orizzonti linguistici; dall’altra, è questa stessa distanza a dargli la possibilità di entrare nella lingua, magari con pudore e in punta di piedi, ma entrarci, capirla, smarrircisi dentro. Crearsi una lingua straniera dentro la propria lingua: «I bei libri sono scritti in una specie di lingua straniera», scrive Proust. Deleuze usa questa frase come epigrafe a <em>Critica e clinica</em> e nelle sue <em>Conversazioni</em> con Claire Parnet precisa:</p>
<blockquote><p>Dobbiamo essere bilingui anche in una lingua sola, dobbiamo avere una lingua minore all’interno della nostra lingua, dobbiamo fare della nostra propria lingua un uso minore. Il plurilinguismo non significa soltanto il possesso di più sistemi ciascuno dei quali sarebbe omogeneo in se stesso; significa innanzitutto la linea di fuga o di variazione che intacca ogni sistema impedendogli di essere omogeneo. Non parlare come un irlandese o un rumeno in una lingua diversa dalla propria, ma al contrario parlare nella propria lingua come uno straniero [1].</p></blockquote>
<p>Sullo stare dentro la propria lingua come uno straniero Deleuze tornerà altre volte, insistendo sul movimento attraverso il quale ci si può aprire una linea di fuga nella propria lingua, come fa Bartleby con il suo enigmatico e agrammaticale «I would prefer not to», o lo scavo nei balbettii di Billy Budd.<br />
Un mio amico, Alberto Coppari, a proposito di linea di fuga, mi aveva scritto in una lettera: «credo che uno comincia a fare qualcosa di buono con le parole non quando diventa abile con esse, quando gli viene naturale scrivere bene, ma, al contrario, quando comincia ad avvertire come estranea la propria lingua. Una lingua, insomma, diventa nostra quando la si perde». Un’affermazione simile la trovo in Hugo von Hofmannstahl, che mi ha suggerito il mio amico, quando afferma che il «vero amore per la lingua non è possibile senza ripudio della lingua».</p>
<p>[note]</p>
<p>1 Gilles Deleuze, Claire Parnet, Conversazioni, traduzione di Giampiero Comolli, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 9.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p style="text-align: center;">Dal capitolo <em>Casi di autotraduzione</em></p>
<div class="page" title="Page 125">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: left;">Nel 1939 una compagnia di navigazione propone a Gombrowicz di partecipare al viaggio inaugurale della rotta Gdynia/Danzica-Buenos Aires. Durante il breve soggiorno a Buenos Aires scoppia la guerra e il suo soggiorno si prolungherà fino al 1963:</p>
<div class="page" style="text-align: left;" title="Page 126">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<blockquote><p>Solo, perduto, tagliato fuori, estraneo, sconosciuto, affogato. Allora avevo ancora i timpani straziati dal febbrile schiamazzo degli altoparlanti europei, mi tormentava ancora il ruggito bellico dei giornali, e già mi immergevo in un idioma a me incomprensibile e in una vita così distante dall’altra. Quel che si dice un momento incredibile [1].</p></blockquote>
<p>Scrive in uno dei suoi diari, considerati da molti un’opera fondamentale. Durante questi ventiquattro anni Gombrowicz, nonostante continuasse a scrivere in polacco, diventa uno dei maggiori scrittori argentini. Ricardo Piglia dirà, per esempio, che <em>Transatlantico</em> è uno dei migliori romanzi scritti in Argentina; il primo romanzo che l’autore polacco scrive dall’esilio, nella sua lingua madre, che oramai usa esclusivamente nella scrittura, come una sorta d’idioletto. Cosa sarebbe successo, si chiede Piglia, se Gombrowicz avesse scritto <em>Transatlantico</em> in spagnolo? Sarebbe diventato il Conrad argentino? Del rapporto che Gombrowicz ha stabilito con entrambe le lingue, il polacco e lo spagnolo, rimane una traccia importante nella traduzione di <em>Ferdydurke</em>, uscita nel 1947 a Buenos Aires. La prima edizione era uscita a Varsavia nel 1938 ed era stata ben accolta nell’ambiente letterario polacco per la sua originalità stilistica. Nella prima bozza del <em>Ferdydurke</em> argentino, invece, si sperimenta una nuova lingua, uno spagnolo slavizzato e portato ai limiti della lingua, con l’intento di forzare le parole e la sintassi fino a costringerle ad accettare altri significati e slittamenti. Dunque, per Gombrowicz non si trattava di una ricerca d’ipotetici equivalenti del testo originale, considerato definitivo, ma piuttosto di un’elaborazione ulteriore, di una rivisitazione alla luce di una nuova lingua, un <em>Ferdydurke</em> parallelo a quello polacco: un libro diverso, una nuova versione, scritta sulla base dell’edizione originale. Gombrowicz voleva dare un altro respiro al suo testo, a partire dalla nuova esperienza dell’esilio («Questa traduzione è stata fatta da me e solo lontanamente assomiglia al testo originale», scrive nella prefazione del 1947), senza considerare l’originale come un punto d’arrivo, anzi, l’originale diventa la base per la conquista dello spagnolo. Questa particolarità specifica lo differenzia dalla tecnica e dall’orizzonte di pensiero fatti propri da Wilcock, che, come abbiamo visto, scrive nella sua lingua madre e si autotraduce in italiano mantenendosi fedele al testo originale.<br />
Dentro questa traduzione c’è anche un’altra storia: nella sala degli scacchi del Café Rex di Buenos Aires, sull’Avenida Corrientes, si riuniva ogni giorno un «comitato di traduzione», di cui faceva parte anche il cubano Virgilio Piñera, che discuteva sulle varie versioni del testo, racconta Gombrowicz nella prefazione. Nessuno degli amici di Gombrowicz conosceva il polacco, però quando lo spagnolo non ammetteva più torsioni si passava al francese. L’eco di questa storia è raccolto e rilanciato da Piglia in <em>Crítica y ficción</em>: «Il romanzo argentino sarebbe un romanzo polacco: voglio dire un romanzo polacco tradotto a uno spagnolo futuro, in un caffè di Buenos Aires, da una banda di cospiratori capeggiata da un conte apocrifo» [2].</p>
</div>
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</div>
</div>
<p>[note]</p>
<p>1 Witold Gombrowicz, Diario. Volume I (1953-1958), a cura di Francesco M. Cataluccio, traduzione di Vera Verdiani, Milano, Feltrinelli, 2004, p. xxiv.<br />
2 Ricardo Piglia, Crítica y ficción, Buenos Aires, Siglo veinte, 1993, p. 51.</p>
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		<title>letteratura italiEna</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/05/25/letteratura-italiena/</link>
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		<pubDate>Mon, 25 May 2009 07:30:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Simonetta Bitasi Voi volete essere diversi. Vi crogiolate nel vostro stato di miserevoli stranieri! Vi ostinate ad aggrapparvi al vostro passato, a un tempo e un paese che non esistono più al di fuori della vostra fantasia. Che senso ha prendere lezioni d’italiano? Spaccarvi la testa per imparare la coniugazione dei verbi? Sforzarvi di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-17792" title="gli-stranieri-complementari" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/gli-stranieri-complementari-300x216.jpg" alt="gli-stranieri-complementari" width="341" height="237" /></p>
<p>di <strong>Simonetta Bitasi</strong></p>
<p><em>Voi volete essere diversi. Vi crogiolate nel vostro stato di miserevoli stranieri! Vi ostinate ad aggrapparvi al vostro passato, a un tempo e un paese che non esistono più al di fuori della vostra fantasia. Che senso ha prendere lezioni d’italiano? Spaccarvi la testa per imparare la coniugazione dei verbi? Sforzarvi di leggere I promessi sposi e andare al cinema a vedere Il postino? Se rifiutate le basi di una cultura, la sua cucina, …come intendete digerire la vita in questo paese?</em>.</p>
<p><span id="more-17789"></span></p>
<p>Laila Wadia in questo passaggio di <em>Amiche per la pelle</em>, il suo pluripremiato romanzo ambientato in un multietnico condominio di Trieste, racconta cosa può significare vivere in un paese diverso da quello d’origine. Ma la difficoltà di integrazione, anche se raccontata con ironia, non è l’unico tema di questa storia vivace e coinvolgente anche grazie a un italiano colorato e originale. Come molti autori cosiddetti migranti, Laila Wadia riesce infatti non solo a scrivere benissimo in quella che non è la sua lingua madre, ma anche ad arricchirla e usarla con un talento da sicura scrittrice.</p>
<p><em>Scrittori-immigrati</em>, <em>migranti</em> o <em>translinguistici</em> o <em>transculturali</em> o <em>italieni</em>: sono circa 300 gli scrittori stranieri che usano la lingua italiana e pubblicano in Italia (il 50% sono donne), e incontrano sempre più il favore della critica e dei lettori. E forse manca una definizione esatta dove collocarli perché sono semplicemente bravi scrittori, che ora scrivono in un italiano acquisito, ora invece hanno la nostra come lingua madre anche se hanno genitori non italiani.</p>
<p>I casi e le storie sono tanti, come variegate sono le loro prove letterarie che mostrano però senza dubbio una vitalità e una voglia e capacità di raccontare che gli scrittori cosiddetti <em>nostrani</em> sembrano aver perso. Saranno loro i grandi scrittori italiani del futuro?</p>
<p>I preamboli ci sono tutti, e quelli che vi segnalo lo dimostrano perché sono prima di tutto bei libri.<br />
Buona lettura!</p>
<p><strong><em>Amiche per la pelle</em>, Laila Wadia, E/O (2007)<br />
</strong>In un condominio, nel centro storico di Trieste, si consumano le vite di quattro famiglie di immigrati, cinesi, indiani, bosniaci, albanesi, ansiosi di integrarsi nella città d&#8217;adozione. Sono in particolare le donne che con fatica, ironia e amicizia cercano di migliorare la loro vita e insieme capire dove sono finite.</p>
<p><strong>Laila Wadia</strong>, nata a Bombay, in India, vive a Trieste dove lavora come Collaboratore Esperto Linguistico presso l&#8217;Università di Trieste. È inoltre traduttrice e interprete e da qualche tempo si dedica con successo alla scrittura in lingua italiana. È una delle quattro autrici pubblicate da Laterza nel 2005 ne <em>Le pecore nere</em>. Nel 2006 ha ottenuto il premio <em>Popoli in cammino, Opera inedita</em> per <em>Amiche per la pelle</em>, Laila Wadia collabora ad alcune riviste tra cui <em>Internazionale</em>.</p>
<p><strong><em>Le lezioni di Selma</em>, Sarah Zuhra Lukanic, Libribianchi (2007)<br />
</strong>Quando i militari serbi occupano la casa di Selma Coen, colta e raffinata donna ebrea sposata ad un medico mussulmano nella vivace e multietnica Sarajevo, assistiamo a uno spettacolo inaspettato e insieme estremamente plausibile: la giovane donna infatti di fronte alla violazione della sua casa e alla tortura inflitta al marito, sarà preda di un’irresistibile attrazione per il capitano a capo della rozza milizia serba. Lei, una donna istruita, amante dell’arte e della musica, si trova irrimediabilmente attratta da una diversità istintiva e violenta. A dimostrare come la guerra possa rivelare un lato nascosto del nostro essere più profondo.<br />
Un romanzo indimenticabile.</p>
<p><strong>Sarah Zuhra Lukanic</strong> è nata in Croazia nel 1960. Dopo gli studi classici si è laureata in Letteratura all&#8217;Università di Fiume. Nel 1974 ha ricevuto il <em>Premio Internazionale per i Giovani Poeti Europei</em>. Ha lavorato per il Teatro Nazionale di Spalato e per alcuni quotidiani di Spalato e di Fiume come critico teatrale. Nel 1987 si è trasferita a Roma dove tuttora risiede. Dal 2004 ha scelto di scrivere in lingua italiana e ha ottenuto diversi riconoscimenti in alcuni importanti concorsi letterari: nel 2005 <em>Trieste Scritture di Frontiera &#8211; Premio Umberto Saba</em>, nel 2006 il Premio <em>Io e Roma</em>, indetto dal Comune di Roma. Nello stesso anno vince il Premio Viareggio Letterario-Giornalistico <em>Mare Nostrum</em>, con la raccolta di racconti Rione Kurdistan, e il primo premio per la poesia nel Concorso Internazionale <em>Amico Rom</em>. <em>Le lezioni di Selma</em> è il suo primo romanzo.</p>
<p><strong><em>Oltre Babilonia</em>, Igiaba Shego, Donzelli (2008)<br />
</strong>Igiaba Scego è uno dei maggiori talenti della narrativa italiana e il suo romanzo più recente è, come dice il titolo, una vera Babilonia del terzo millennio con Howa, Bushra, Majid, la Flaca e i cento personaggi che la popolano. La scrittrice riesce a intrecciare storie, pensieri, eventi in un procedere narrativo che a volte fa perdere la bussola al lettore, che deve avere davanti a sé un po&#8217; di tempo per dedicarsi alla lettura dello straripante romanzo.</p>
<p><strong>Igiaba Scego</strong> è nata in Italia, a Roma, da una famiglia di origini somale. Dopo la laurea in Letterature Straniere presso <em>La Sapienza</em> di Roma, ha svolto un dottorato di ricerca in Pedagogia all’Università Roma Tre e attualmente si occupa di scrittura, giornalismo e ricerca avente come centro il dialogo tra le culture e la dimensione della transculturalità e della migrazione. Collabora con molte riviste che si occupano di migrazione e di culture e letterature africane tra cui <em>Latinoamerica, Carta, El Ghibli</em> e <em>Migra</em>. Nel 2003 ha vinto il premio Eks&amp;Tra di scrittori migranti con il suo racconto Salsicce e ha pubblicato il suo romanzo di esordio, La nomade che amava Alfred Hitchcock, a cui è seguito il secondo romanzo Rhoda (Sinnos). Collabora con <em>La Repubblica</em> e <em>Il Manifesto</em> e cura la rubrica d&#8217;attualità <em>I colori di Eva</em>, per la rivista <em>Nigrizia</em>.</p>
<p><strong><em>(Fanculopensiero)</em>, Maksim Cristan, Feltrinelli (2007)<br />
</strong>Fanculopensiero. Forse non si può dire. Forse somiglia più a uno slogan che al titolo di un libro. Forse dà fastidio. E poi quelle parentesi. Perché? Ma vi è mai capitato di inseguire un obiettivo e di scoprire che avete impegnato tutte le vostre forze invano, perché quello che cercavate era altrove? Vi siete mai aggrappati all&#8217;orgoglio e all&#8217;ambizione finendo per ferire voi stessi e le persone che amate? Quante volte avete dovuto ammettere che fuori dal cerchio del vostro io non capite granché e giurate, mentendo, di aver cercato una strada negli altri e con gli altri? Questa è la storia vera di Maksim, che da giovane manager in carriera in Croazia si è ritrovato a fare lo scrittore di strada a Milano.</p>
<p><strong>Maksim Cristan</strong> è nato nel 1966 a Pola, in Croazia. Cresciuto nella Iugoslavia comunista del maresciallo Tito e arricchitosi rapidamente dopo il crollo del regime e l&#8217;introduzione del libero mercato, Maksim a un certo punto ha mollato tutto, è scappato dal suo paese ed è venuto in Italia per ricominciare. Per strada.</p>
<p><strong><em>Allunaggio di un immigrato innamorato</em>, Mihai Mircea Butcovan, Besa (2006)</strong><br />
<em>Spesso gli amici mi chiedevano consigli su letture da fare per conoscere il mio paese. C’era molta curiosità per Dracula, entusiasmo per la Badescu. E poi, ogni volta che i giornali scrivono di romeni è per fatti di cronaca…e tutti telefonano per dirmi: Ho letto della Romania sul giornale…</em>. Ironica e malinconica la storia del giovane rumeno Mihai, arrivato in Italia per necessità e innamorato di una barista, è l’esempio di come la narrativa italiana possa contare per il futuro sulle voci e sul talento dei migranti.</p>
<p>Nato a Oradea, Transilvania, in Romania nel 1969, <strong>Mihai Mircea Butcovan</strong> è narratore e poeta. In Italia dal 1991, vive a Sesto San Giovanni e lavora a Milano come educatore professionale nell’ambito del recupero dei tossicodipendenti. Alcuni suoi testi sono inseriti nelle antologie <em>A New Map: The Poetry of Migrant Writers in Italy</em> (a c. di Mia Lecomte e Luigi Bonaffini, Los Angeles 2006), Ai confini del verso. Poesia della migrazione in italiano (a c. di Mia Lecomte, Firenze 2006), Nuovo Planetario Italiano. Antologia della letteratura italiana della migrazione (a c. di Armando Gnisci, Troina 2006) e sono stati pubblicati sulle riviste <em>Pagine</em>, <em>Sagarana</em>, <em>Kùmà</em> e <em>El Ghibli</em>. Vincitore nel 2003 del Premio <em>Voci e idee migranti</em>, ha pubblicato il romanzo Allunaggio di un immigrato innamorato (Lecce, Besa 2006) e con la raccolta di poesie Borgo Farfalla (Eks&amp;Tra 2006) ha vinto, nel 2006, la XII edizione del Premio “Eks&amp;Tra”. È nel comitato editoriale della rivista <em>El Ghibli</em> e del consiglio direttivo dell’Associazione Romeni in Italia – Milano. Collabora con <em>Il Manifesto</em> e <em>Internazionale</em>.</p>
<p><strong><em>I sessanta nomi dell&#8217;amore</em>, Tahar Lamri, Mangrovie (2007)</strong><br />
In arabo ci sono sessanta modi di dire <em>ti amo</em>. In questi racconti il grande scrittore di origine algerina declina la parola amore in tutte le sue varianti: amore per gli incontri, per la vita, per il mondo e i linguaggi (le culture) che lo interpretano; amore per la condivisione, lo scambio, il nuovo, il punto di vista spiazzante&#8230; Il dialogo che Lamri ci propone è una sorta di rapporto amoroso e la scrittura ne è un po&#8217; il certificato: se il linguaggio non produce ascolto, se non viene accolto, introiettato, resta sterile, non porta più la voce da nessuna parte, il pellegrino è fermo.</p>
<p>Nato ad Algeri nel 1958, <strong>Tahar Lamri</strong> inizia i suoi studi di Legge in Algeria, e li conclude poi in Libia. Nel 1979 infatti lascia l’Algeria e si stabilisce in Libia, dove lavora come traduttore al Consolato Francese a Beganzi. Nel 1984 per due anni gira l’Europa fino a che nel 1986 si stabilisce definitivamente in Italia, a Ravenna. Ha scritto parecchi testi teatrali, collaborando con Ravenna Teatro, racconti e canzoni. Ha vinto la prima edizione del premio <em>Eks&amp;Tra</em> con il racconto Solo allora sono certo potrò capire, pubblicato nella raccolta <em>Le voci dell’arcobaleno</em> (Fara, 1995). Nel 2006 pubblica per la casa editrice Fara, <em>I sessanta nomi dell’amore</em> il suo primo romanzo, scritto in italiano.</p>
<p><strong><em>La grande casa di Monirrieh</em>, Bijan Zarmandili, Feltrinelli (2004)</strong><br />
La storia della bellissima Zahra, dagli anni Trenta al conflitto Iraq-Iran. L&#8217;amore contrastato per un giovane ebreo, il matrimonio, la sfida dentro le mura della &#8220;grande casa di Monirrieh&#8221;. Attraverso Zahra e la ricerca di identità della figlia maggiore emerge un Iran insieme familiare e lontano, un mondo raccontato senza esotismo e senza cadere nei luoghi comuni. Un romanzo poetico ed evocativo.</p>
<p><strong>Bijan Zarmandili</strong>, nato a Teheran, dal 1960 vive a Roma. Giornalista ed esperto di politica mediorientale per il gruppo Espresso-Repubblica. Ha già pubblicato per Feltrinelli <em>L’estate è crudele</em> (Premio Isola d’Elba e Premio Vittorini 2007) e <em>La grande casa di Monirrieh</em>. Il cuore del Nemico, edito da Cooper nel maggio 2009, è la storia di uno shaid, un martire, deciso a sacrificare la propria vita in nome di Allah, per riparare a un torto antico e per porre fine alla sua solitudine popolata da demoni e incubi.</p>
<p><strong><em>È la vita, dolcezza</em>, Gabriella Kuruvilla, Baldini Castoldi Dalai (2008)</strong><br />
Una donna lascia l’India per raggiungere l’Italia, ma non trova nessuno zio ad aspettarla e risponde all’annuncio “Cerco badante, giovane e asiatica”. Il figlio di una coppia mista separata vive il disagio dell’adolescenza e ricerca la sua identità. Una ragazza, indossati sari e sandali, scende in strada e insulta la Barbie, bianca e bionda, rivale in amore. Il sogno di una casa a Trivandrum si arena in un quadro, nel ricordo di un padre che ascoltava Bob Dylan e tifava per l’Inter. Una bambina che sta imparando l’italiano sbaglia sempre le doppie e si esercita copiando le parole su pezzetti di carta. Un mosaico di racconti così vividi, caldi e vitali, senza giudizi morali o facili pietismi. Come la vita!</p>
<p><strong>Gabriella Kuruvilla</strong>, nata nel 1969 da padre indiano e madre italiana è laureata in architettura. Ha lavorato come giornalista per diversi quotidiani e riviste prima di dedicarsi interamente alle sue grandi passioni: la scrittura e la pittura. I suoi quadri sono stati esposti in Italia e all’estero. Con lo pseudonimo Viola Chandra ha pubblicato nel 2001 il romanzo Media chiara e noccioline, un estratto del quale è presente all’interno dell’antologia statunitense Multicultural Literature in Contemporary Italy (2007). Del 2005 è l’antologia Pecore nere che contiene i racconti Ruben e India. Documenti (da cui è tratto La casa), premiato al Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre, è pubblicato in Lingua Madre Duemilasette.</p>
<p><strong><em>La pelusa</em>, Adrian N. Bravi, nottetempo (2007)</strong><br />
<em>Nulla al mondo è così grande ed encomiabile che non possa diventare polvere. Ogni uomo alla fine diventerà polvere, anzi, il corpo stesso è già un ammasso grigio di polvere. Nessuna cosa è esonerata dal divenire uno strato pulverulento che il vento disperde e dissemina nell&#8217;atmosfera. Io sto combattendo una battaglia contro i brandelli del mondo</em>. Anselmo, il protagonista di questo esilarante e malinconico romanzo breve, fa il bibliotecario ed è ossessionato dalla polvere che implacabile si appoggia ovunque.</p>
<p><strong>Adrián N. Bravi</strong> è nato a Buenos Aires. Vive a Recanati dove lavora come bibliotecario. Nel 1999 ha pubblicato in spagnolo Río Sauce (Buenos Aires), nel 2004 ha esordito in Italia con Restituiscimi il cappotto (Fernandel). Con nottetempo ha pubblicato i romanzi <em>La pelusa</em> (2007) e <em>Sud 1982</em> (2008).</p>
<p><strong><em>Oggi forse non ammazzo nessuno</em>, Randa Ghazi, Fabbri (2007)</strong><br />
È giovanissima Randa Ghazy, ma rivela già un talento maturo. Che dimostra in questo romanzo breve che non ironizza solo sui pregiudizi che colpiscono chi è originario di una cultura diversa dalla nostra, ma diverte anche raccontando amori e amicizie delle ventenni d&#8217;oggi. Il racconto ha un bel ritmo, dialoghi riusciti e frizzanti e una scrittura giovane, ma non giovanilistica.</p>
<p><strong>Randa Ghazy</strong>, nata a Saronno nel 1987, da genitori egiziani, appena quindicenne, nel 2002, ha pubblicato con Fabbri <em>Sognando Palestina</em>, storia dell’amicizia tra un gruppo di ragazzi nei territori occupati: un grande successo con oltre ventimila copie vendute, traduzioni in quindici Paesi, dagli USA a Israele, all’Egitto. Il suo secondo libro, Prova a sanguinare, è uscito nel 2005. Con Oggi forse non ammazzo nessuno: storie minime di una mussulmana stranamente non terrorista, storia della ventenne Jasmine, conferma il suo talento letterario e propone una visione ironica sugli immigrati di seconda generazione, alla ricerca di un’identità riconosciuta.</p>
<p><strong><em>La mano che non mordi</em>, Ornella Vorpsi, Einaudi (2007)</strong><br />
L’artista, fotografa e scrittrice di origine albanese si distingue per i molti talenti e la scrittura raffinata e tagliente. Come in questo viaggio a Sarajevo, che rappresenta un tuffo nel cuore dei Balcani, generoso e polveroso come nei ricordi d&#8217;infanzia. Dove la morte e la guerra sono evocate con pennellate sapienti, caustiche, estremamente emotive.</p>
<p><strong>Ornela Vorpsi</strong> è nata nel ´68 a Tirana, a 22 anni è fuggita in Italia, ha raggiunto Milano dove ha frequentato l´Accademia di Belle Arti e ci è rimasta sei anni. Da 10 anni vive a Parigi ma, per ora, la sua lingua di scrittura rimane l´italiano. Fotografa di fama mondiale (ha esposto a Tirana, Tubinga, Milano, Basilea, Parigi, Vienna, ecc), ha esordito con Il paese dove non si muore mai, che ha riscosso un notevole successo. Ha poi pubblicato per nottetempo <em>Vetri rosa</em> che è uscito anche in edizione speciale per Skira (Ginevra), con le fotografie di Mat Collishaw. Nel 2007 con Einaudi ha pubblicato <em>La mano che non mordi</em>.</p>
<p><strong><em>Chi ha mai sentito russare una banana</em>, Paul Bakolo N&#8217;goi, Fabbri (2007)</strong><br />
Si può scoprire la vita dei ragazzi che vivono in Congo grazie a una banana? Se le banane sapessero parlare, che cosa potrebbero dirci? Furmi, dodici anni passati a cavarsela in un Paese difficile come il Congo, sta per scoprirlo. Tornando dal lavoro, una sera scopre che nel suo zainetto è finita una banana. Come può essere successo? Lui non è un ladro, ma se lo scoprono rischia di essere licenziato. Le sorprese però sono tutt&#8217;altro che finite. La banana infatti parla, discute, si arrabbia. Ha persino un nome: Justine. E fa capire a Furmi molte cose sui ragazzi, sull&#8217;Africa, sulla vita.</p>
<p><strong>Paul Bakolo Ngoi</strong> è nato a Mbandaka (Repubblica Democratica del Congo, ex-Zaire), nel 1962. Figlio di un ex diplomatico si è avvicinato alla scrittura grazie al nonno Bakolo Ngoi, scrittore di discreta fama. Unisce all&#8217;attività di scrittore quella di mediatore culturale. Dal 1999 lavora presso l&#8217;assessorato alla Cultura di Pavia dove si occupa di turismo e di promozione della sua città adottiva. La sua specializzazione letteraria è quella della narrativa per ragazzi. Nel 1995 ha vinto il 3° premio alla prima edizione del concorso Eks&amp;Tra ed è stato &#8220;Premio speciale della Giuria&#8221; nella IV edizione (1998) dello stesso concorso. Nel 1999 ha pubblicato Il maestro, il prete e lo stregone (Iucculano editore), Colpo di testa ( 2003, Fabbri), Il pallone come riscatto ha vinto il Premio “Gino Perrone”, San Donato di Lecce ( Marzo 2003) e il Primo Premio “Città di Bella” per la letteratura per l&#8217;infanzia ( Aprile 2005), ed è stato tradotto in francese dalla Gallimard- Folio Junior.</p>
<p><strong><em>Regina di fiori e di perle</em>, Gabriella Ghermandi, Donzelli (2007)</strong><br />
Debre Zeit, cinquanta chilometri da Addis Abeba, 1980; una grande famiglia patriarcale; un legame speciale tra l&#8217;anziano e la più piccola di casa. Lui la conosce meglio di chiunque altro: la guarda negli occhi, mentre lei divora le storie che lui le narra. Così, un giorno si mette a raccontarle del tempo degli Italiani, venuti ad occupare quella terra, e degli Arbegnà, i fieri guerrieri che li hanno combattuti, di cui lui ha fatto parte. Quel giorno la bimba fa una promessa: da grande andrà nella terra degli Italiani e si metterà a raccontare. Un lungo viaggio nel tempo e nello spazio, in cui scorrono la vita e le vicissitudini di una famiglia etiope nel periodo della dittatura di Mengistù Hailé Malram.</p>
<p>Italo-etiope, <strong>Gabriella Ghermandi</strong> è nata ad Addis Abeba nel 1965, e si è trasferita in Italia nel 1979. Da parecchi anni vive a Bologna, città originaria del padre. Nel 1999 ha vinto il primo Premio del concorso per scrittori migranti dell&#8217;associazione Eks&amp;Tra, promosso da Fara Editore, e nel 2001 il terzo premio. Ha pubblicato racconti in varie collane e riviste, tra cui Nuovo planetario Italiano. Mappa della nuova geografia di scrittori migranti in Italia e in Europa a cura di Armando Unisci (Ed. Città Aperta), L&#8217;Italiano degli altri: 16 storie di normale immigrazione (Einaudi scuola). Seguendo l&#8217;arte della metafora tipica della tradizione culturale etiope, scrive e interpreta spettacoli di narrazione che porta in giro sia in Italia che in Svizzera. E&#8217; fondatrice, assieme ad altri scrittori, della rivista online “El Ghibli” e fa parte del comitato editoriale.</p>
<p><strong><em>Salam Maman</em>, Hamid Ziarati, Einaudi (2006)</strong><br />
La Teheran di Reza Pahlavi, tra posti di blocco, polizia segreta e roghi di libri proibiti, vista dagli occhi del piccolo Ali alle prese con le grandi domande della vita. Come nascono i bambini? In quale istante esattamente inizia la primavera? E perché Mina è muta? E perché il pasticcere Mammad ha dodici dita? E perché i cugini non si possono sposare tra loro? Sembra ci sia una risposta a tutto finché il fratello maggiore Puyan viene arrestato.</p>
<p><strong>Hamid Ziarati</strong> è nato a Teheran nel 1966 e vive a Torino, dove lavora come ingegnere professionista e gastronomo dilettante. Si è trasferito in Italia nel 1981. Dopo la rivoluzione khomeinista infatti lascia l’Iran e si rifugia in Italia, dove vive ancora oggi. Con Salam maman, il suo romanzo di esordio, scritto in italiano, ha vinto i Premi Giuseppe Berto, Marisa Rusconi, Fortunato Seminara, Rhegium Julii. A maggio 2009 è uscito il suo secondo romanzo Il meccanico delle rose, sempre per Einaudi.</p>
<p><strong><em>Poema dell&#8217;esilio</em>, Gemid Hajdari, Fara (2005)</strong><br />
<em>L&#8217;Albania fa nascere i suoi cantori, poi li umilia, li manda in campagna per essere</em> rieducati<em>, li mettte in prigione, violenta le loro anime, li condanna all&#8217;esilio, alla povertà, li fa fucilare, li impicca, li tortura, li lascia senza tomba, per salvare in seguito il loro ricordo. L&#8217;Albania è una Medea: divora i propri figli</em>.</p>
<p><strong>Gezim Hajdari</strong> è nato nel 1957 a Lushnje (Albania), ha studiato all’Università di Elbasan e alla “Sapienza” di Roma. Dal 1992 vive come esule in Italia. La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in italiano e albanese. È poeta, narratore, saggista e traduttore. Ha pubblicato: Erbamara, Antologia della pioggia, Ombra di cane, Sassi contro il vento, Pietre al confine, Corpo presente, Stigmate, Spine nere, San Pedro Cutud. Viaggio negli inferi del tropico, Maldiluna, Poema dell’esilio, Muzungu. Vincitore di prestigiosi premi letterari, è cittadino onorario della città di Frosinone per meriti culturali. Attualmente è considerato tra i migliori poeti viventi. Ha vinto diversi premi di poesia, tra cui il prestigioso “Premio Montale” per la poesia inedita. Le sue poesie sono tradotte in greco e in inglese. Hajdari scrive sia in albanese che in italiano, rinnovando un’antica tradizione di poeti (da Seneca fino a Keats, Nabokov, Yeats, Celan) che hanno scritto nella lingua del paese ospitante.</p>
<p><strong><em>Desejo</em>, Rosana Crispim da Costa, EKS&amp;,TRA (2006)</strong><br />
La bella voce poetica di Rosana Crispim Da Costa, perchè di voce si tratta, nel senso che rimette concretamente alla densità di un corpo, fuori da ogni estraniazione, o delocalizzazione volontaria, pone in modo inconfondibile un luogo noto che tuttavia sovente dimentichiamo: ogni poeta porta dentro di sè &#8211; e dunque cerca di esprimere &#8211; davvero tutta la poesia del mondo.</p>
<p><strong>Rosana Crispim Da Costa</strong> è nata a San Paolo del Brasile. Vive da alcuni anni in Italia. E&#8217; stata premiata al concorso Eks&amp;Tra ed ha pubblicato la raccolta di poesie e prosa Il Mio Corpo Traduce Molte Lingue. Le sue poesie sono state raccolte in quattro antologie poetiche. Ha collaborato con radio e televisioni private, realizzando servizi di attualità e costume. Attualmente collabora con l&#8217;associazione Eks&amp;Tra come docente di giochi interculturali. Di recente ha iniziato l&#8217;attività di paroliere per diversi musicisti.</p>
<p><strong><em>Qui e là</em>, Christiana de Caldas Brito, Cosmo Iannone (2004)</strong><br />
Storie di ossessioni e visioni di donne e uomini solitari. Persone non esistenti partecipano del loro quotidiano. Un artista alla ricerca della propria identità; una vecchia che abita dappertutto; un oculista che vede una strana presenza in fondo all&#8217;occhio del suo paziente; una nonna che passa le giornate davanti alla finestra. In più: cosa succede quando per rispettare la legge Bossi-Fini seimila polpastrelli di immigrati si presentano alla questura di Roma? E che vuol dire francescata? Dove si trova Camuamu? Chi sono Eda Zarehs e Maroggia? Con i racconti di <em>Qui e là</em> ci rendiamo conto che i confini non sono rigidi. Talvolta neanche esistono.</p>
<p><strong>Christiana de Caldas Brito</strong>, nata a Rio de Janeiro, vive e lavora a Roma. Psicoterapeuta e scrittrice, ha iniziato a scrivere in Italia grazie al Concorso Eks&amp;Tra. In antologie e on-line ha pubblicato racconti e saggi. Sono suoi i libri di racconti: Amanda Olinda Azzurra e le altre (prima edizione: Lilith, 1998, esaurita; seconda edizione: Oèdipus, 2004); Qui e là (Cosmo Iannone, 2004); il libro per bambini La Storia di Adelaide e Marco (Il Grappolo, 2000); il romanzo 500 Temporali (Cosmo Iannone, 2006) e il saggio Viviscrivi, verso il tuo racconto Eks&amp;Tra, 2008. Diplomata alla Scuola di Arte Drammatica a San Paolo del Brasile, è anche autrice di testi teatrali. Un brano di Christiana de Caldas Brito ha fatto parte di una delle tracce dell&#8217;Esame di Maturità, anno 2005.</p>
<p><strong><em>Fogli sbarrati</em>, Yousef Wakkas, EKS&amp;,TRA (2002)</strong><br />
<em>Pur essendo in carcere, mi sento più libero, perchè sono sicuro che, in qualche parte, c’è sempre qualcuno che leggerà le mie parole</em>. E’ così che inizia la storia dello scrittore siriano Yousef Wakkas, chiuso nella sua cella a Busto Arsizio. Lo sguardo acuto e ironico dello scrittore e una sensibilità arricchita dal senso dell’umorismo, colgono, di episodi penosi, il lato talvolta comico, surreale. Ecco che la scrittura diventa un salvagente, un’ancora a cui aggrapparsi per non affondare nel proprio malessere. Scrivere vuol dire sognare, visitare luoghi lontani, fare compagnia a persone sconosciute, dialogare, abbattere i muri che ci dividono, superare gli ostacoli che ci impediscono di capirci l’un l’altro.</p>
<p><strong>Yousef Wakkas</strong>, nato in Siria (A&#8217;zaz) nel 1955 e immigrato in Italia nel 1982, ha scontato una condanna in carcere dal 1992 per traffico internazionale di stupefacenti. Proprio in prigione, nel 1995, ha iniziato a scrivere. Più volte è stato tra i vincitori del premio letterario per scrittori migranti Eks&amp;Tra con i racconti Io marokkino con due kappa (antologia Le voci dell&#8217;arcobaleno, Fara Editore, 1995), Una favola a staffetta (antologia Mosaici d&#8217;inchiostro, Fara Editore, 1996), Shumadija kvartet (antologia Destini sospesi, Fara Editore, 1998). Nel 1998 è stato insignito della medaglia al valor culturale dal Presidente della Repubblica. Ha pubblicato tre raccolte di racconti: Fogli sbarrati. Viaggio surreale e reale tra carcerati migranti (Eks&amp;Tra, 2002), Terra Mobile (Cosmo Iannone Editore, 2004), La talpa nel soffitto (Edizioni dell&#8217;Arco, 2005). Il suo ultimo romanzo è L&#8217;uomo parlante (Edizioni dell&#8217;Arco, 2007). La sua storia ha ispirato una fiction televisiva realizzata da RaiTre e un documentario prodotto dalla Televisione Svizzera Italiana.</p>
<p>[<a href="http://www.biblioteche.mn.it/LibriLettori.jsp">Ad ogni lettore il suo libro</a> ha proposto una bibliografia (di testi recenti), certo non esaustiva, ma indicativa, della produzione letteraria degli immigrati espressa in lingua italiana. L&#8217;immagine in apice viene da <a href="http://vesdan2.blogspot.com/2009_04_01_archive.html">qui </a>]</p>
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