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	<title>Aggiungi nuovo tag &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>IL SOGNO DI EVADERE TUTTO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2009 05:04:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Aggiungi nuovo tag]]></category>
		<category><![CDATA[Cecilia Bello Minciacchi]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Patrizia Vicinelli]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questi frammenti critici sono tratti dal volume: Patrizia Vicinelli, Non sempre ricordano. Poesia Prosa Performance, a cura e con un saggio di Cecilia Minciacchi Bello, introduzione di Niva Lorenzini, con illustrazioni in b/n, antologia multimediale in dvd a cura di Daniela Rossi e con la partecipazione straordinaria di Paolo Fresu, Firenze, Le Lettere, Collana “Fuori [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Questi frammenti critici sono tratti dal volume: Patrizia Vicinelli, <em>Non sempre ricordano. Poesia Prosa Performance</em>, a cura e con un saggio di Cecilia Minciacchi Bello, introduzione di Niva Lorenzini, con illustrazioni in b/n, antologia multimediale in dvd a cura di Daniela Rossi e con la partecipazione straordinaria di Paolo Fresu, Firenze, Le Lettere, Collana “Fuori Formato”, 2009].</p>
<p>di <strong>Cecilia Bello Minciacchi</strong></p>
<p><em>per creare dei fuochi che durino, visibili anche in lontananza<br />
Patrizia Vicinelli</em></p>
<p>In qualche rara immagine di letture o incontri del Gruppo 63 Patrizia Vicinelli è ritratta con un tubino nero e un filo di perle: è il 1967, lei siede con eleganza accanto a Giorgio Celli intento a leggere <em>Il parafossile</em> . Di famiglia borghese, di buone letture e buoni studi, Patrizia Vicinelli, non ancora ventitreenne, al convegno di La Spezia del giugno 1966 aveva letto i suoi testi e stupito l’uditorio, meritando, per le sue doti vocali e interpretative, le lodi immediate e spassionate di Cathy Berberian. Il suo impatto sugli ascoltatori è stato forte fin dalle sue primissime prove pubbliche e quell’energia, quell’intensità comunicativa dimostrate agli esordi non cesseranno mai, negli anni successivi, di caratterizzarne scrittura e performance. Nel giro di poco il <em>bon ton</em> del filo di perle scompare, tanto da essere per noi, oggi, una curiosità iconografica: l’immagine fisica di Patrizia Vicinelli sarà poi legata, piuttosto, a esperienze di cinema underground, a letture di testi poetici in cui non erano certo né la misura né l’aurea medietà a dominare, e neppure il rispetto delle convenzioni o il risparmio di sé.<br />
<span id="more-20457"></span><br />
Eccola, allora, sempre diretta, mai schermata, col volto e il collo totalmente esposti dai capelli cortissimi e biondi, con gli zigomi alti che sembrano scolpiti e la pelle segnata dalle cicatrici di un incidente d’auto in cui, per proteggere la figlia Anastasia poco più che neonata, non si era riparata il viso con le mani. Corpo e parola poetica per Patrizia Vicinelli erano non solo complementari ma inscindibili. Entrambi portatori, testimoni di esperienze biografiche filtrate, sì, ma molto intense. Al corpo silenzioso poteva essere affidata anche l’eco di versi non detti: in una sequenza di <em>La Nott’e ’l Giorno </em>(1973-’76) Gianni Castagnoli riprende lentamente Patrizia che fuma stando seduta, in silenzio; ne riprende il corpo dal piede alla testa, con inquadrature che insistono sui dettagli – occhio, fronte, braccia, dita – e la mostrano a poco a poco, per frammenti, come per frammenti aveva inquadrato alcuni riflessi della <em>Gioconda</em> su pezzi di specchio. Tanto in questa suggestiva sequenza quanto nelle letture poetiche il corpo di Patrizia è da intendersi come mezzo e come stendardo dell’esperienza. Di un’esperienza da comunicare attraverso una triplice contemporanea mediazione fisica: della parola, della pura voce, del gesto. In effetti si trattava, per lei, di comunicare oltre che di esprimere. L’effusione dell’io non poteva interessarla, la interessava invece una capacità di coinvolgere che la portasse «al cuore degli uomini», che instaurasse una condivisione: «Più che la parola è il suono la radice dell’essere. È anche un concetto filosofico. Non è importante ciò che il poeta pensa ma ciò che dice e che fa. La persona è tutt’uno con l’opera e non è possibile essere dei grandi creativi se non si vive creativamente rischiando. I grandi – Artaud Genet Alighieri – hanno avuto una vita dolorosa e in qualche modo epica avendo alla base un bisogno di eticità. È verità assoluta da portare agli uomini che ne valuteranno l’autenticità. [&#8230;] Solo l’energia e la forza del poeta con la lettura delle sue opere possono andare al cuore degli uomini» . In queste dichiarazioni compaiono alcuni dei suoi convincimenti basilari: importanza del suono (fino ai singoli costitutivi fonetici delle parole); unione di parola e azione (oralità e gestualità); identità tra autore e opera (vita e scrittura in rapporto di reciprocità); legame tra rischio esistenziale e bisogno di eticità (dolore e autenticità); necessità di energia comunicativa. Il profilo che se ne ricava, ammettendo alcuni tratti eroici in odore di romanticismo, è quello di un autore che teoricamente lega e non teme di compromettere insieme, in un nucleo coerente, biografia, scrittura e comunicazione diretta.<br />
[&#8230;]<br />
Su «questa coscienza dell’essere e conoscenza del mondo» sembra fondata l’opera forse maggiore di Patrizia Vicinelli, l’unica opera da lei edita in vita in volume, <em>Non sempre ricordano. Poema epico</em>.<br />
[&#8230;]<br />
Del suo «poema epico» Patrizia diede qualche anticipazione a stampa in periodici e in antologie – in <em>Poesia degli anni settanta </em>Antonio Porta incluse <em>H. is my life </em>– ma soprattutto diede letture pubbliche e performance. Quando poi Patrizia Vicinelli rinunciò alla parte visiva e policroma compresa nei tazebao, troppo complicata e dispendiosa da riprodurre, e pubblicò il testo in volume, l’opera si presentò subito come marcata deviazione rispetto al panorama poetico coevo. Nanni Balestrini parlò di «spezzone incandescente» che si imponeva sulle grigie sedimentazioni della poesia dei primi anni ’80, parlò di «poesia del dissenso, della rottura, dell’innovazione» e la definì un «ottimo antidoto»  contro la normalizzazione. Francesco Leonetti, che ne scrisse la prefazione, aprì i giochi convocando senza mezzi termini Dino Campana a raccordare i «canti struggenti e selvaggi di Patrizia» con certi espressionisti italiani, in particolare vociani. Anni più tardi, anche Guido Guglielmi, in accordo con Leonetti, parlò di Campana e di espressionismo soprattutto per la dimensione del viaggio e per la relazione io-mondo: «Potremmo parlare di illuminazione; o di comunicazione di esistenza. [&#8230;] Per la Vicinelli la manifestazione del mondo coincide con la manifestazione di sé. Il viaggio nel mondo è un viaggio nella mente; e viceversa» . In uno scritto dedicato a Chagall e Campana appena rinvenuto fra gli inediti – <em>Su Marc Chagall, in contemporanea a Dino Campana. O il misfatto dell’essere</em> –, una sorta di cortocircuito interpretativo sui due artisti, Patrizia Vicinelli parla di «effluvio di un inconscio imploso», di «memoria anamnestica». In entrambi, Chagall e Campana, la questione basilare riguarda la conoscenza delle cose e di sé, attinta per via privilegiata attraverso l’affioramento dei sogni e le proiezioni artistiche “eccedenti” rispetto alla norma. In uno stile acceso, esso stesso ai limiti del visionario, Patrizia scriveva: «Per entrambi la notte è la grande profondità in cui cercare, scorgere fiamme nell’onirico, esserne presi o prigionieri, in ogni caso è di conoscenza che parlano, le immagini del mondo in parallelo, il misterioso l’istigato dal desiderio viene rivelato». Ed è la stessa Patrizia, poco oltre, a parlare di viaggio sia per Chagall che per Campana: «punto più oscuro del viaggio dentro la propria luce e l’ombra, che in punti eccelsi si fondono in Chagall, e sfumano ai limiti di un eremo immerso nella nebbia alla fine del percorso, in Dino». La dinamica che più le interessa è proprio quella che si istituisce tra l’io e le cose, quella attinta per forza di indagini oniriche e visioni trascorrenti ma palpabili.</p>
<p>Nella sua interpretazione di <em>Non sempre ricordano</em>, Guglielmi molto insisteva, e con ragione, sul rapporto con le cose: «la Vicinelli si incontra, incontrando la fisicità delle cose. L’apertura al mondo è apertura su se stessa. Difficilmente potremmo isolare la voce di chi parla dal mondo frammentato di cui parla. Le circostanze dell’io fanno parte della sua costituzione: lo invadono, gli lasciano tracce e ustioni, trapassano il linguaggio. L’io non è che un’occasione per le cose di rivelarsi, e questa rivelazione è tutto il loro senso».</p>
<p>Oltre a Campana, che pur agendo come suggestione importante – non ultimo movente la compresenza di lirismo e di desublimazione – non basta però a spiegare tutti i meccanismi compositivi del poema epico, occorre chiamare in causa altri autori di autentico snodo: l’«amico re» Emilio Villa, e poi Eliot e Pound, e insieme D’Annunzio che lei molto amava per l’opulenza delle immagini e della lingua, unitamente alla lezione sperimentale dei Novissimi. A queste componenti letterarie Patrizia aggiungeva il suo naturale virtuosismo nell’uso dei toni, nel riuscire a “reggere” con la voce (nel duplice senso dell’emissione sonora e della voce poetica) flussi ininterrotti eppure spezzati, bagliori della memoria privata, frammenti di esperienze altrui, datità fenomenica basilare e funambolici salti immaginativi.</p>
<p>La sostanza del poema epico è tutta oggettiva, materica, e giustamente e dichiaratamente narrativa; pone in questione l’io, ne prende le distanze, ma a tratti lo avvicina e lo trapassa con lampi folgoranti, con immersioni a capofitto nell’universo psichico privato. Il carattere primario del libro rimane quello del suo incedere narrativo, non continuo, beninteso, né appagante come una pura storia, ma tuttavia innegabilmente narrativo, e coinvolgente. Questa poesia è piena di cose, di fatti, di fatti <em>rivelati nell’io</em>, per tornare a Guglielmi. Eventi inquadrati da tagli obliqui, dettagli messi di colpo in luce nitida e intensa, sequenze narrative disarticolate tra loro ma in sé compatte, giustapposte o fluenti l’una sull’altra. I toni mutano: all’empito eroico e al tono irrevocabile delle sequenze iniziali, aperte in levare dal fragore del tuono – «TUONAVANO» – e dall’annuncio di un «ULTIMO VIAGGIO» e di «un’avventura con la morte», rispondono contrastivamente sezioni più crude e quotidiane: i morti necessari a finire in prima pagina – «CI VOGLIONO / DEI MORTI STIRATI AMMAZZATI» –, il ragazzo che infila «i suoi tozzi ditoni nei buchetti bianco-grigi / dell’apparecchio telefonico», e il «sergente / del 113» e subito «la prima pattuglia VOLANTE / avvertita per radio».<br />
[&#8230;]</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>due passi (fare)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2009 15:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Aggiungi nuovo tag]]></category>
		<category><![CDATA[anna maria papi]]></category>
		<category><![CDATA[francesco forlani detto il furlen]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo galbiati]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[Anna Maria poesia per un lorenzo anche stanotte il cielo ci ha tradito delle stelle promesse neanche una soltanto una lampara disattenta e un semaforo giallo permanente questo è il nostro paesaggio o meglio era nel perchè dalle sedie addormentate guarda è l&#8217;azzurro sotto la cabina e il gabbiano di tutti i mezzogiorno in pausa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Anna Maria</strong></p>
<p><em>poesia per un lorenzo</em><br />
anche stanotte il cielo ci ha tradito<br />
delle stelle promesse neanche una<br />
soltanto una lampara disattenta<br />
e un semaforo giallo permanente<br />
questo è il nostro paesaggio<br />
o meglio era<br />
nel perchè dalle  sedie addormentate<br />
guarda è l&#8217;azzurro sotto la  cabina<br />
e il gabbiano di tutti i mezzogiorno<br />
in pausa pranzo e arriva la controra.<br />
C&#8217;era quel tetto forse albero o forma<br />
c&#8217;era l&#8217;impertinenza della vita<br />
angolo retto lumaca o formica<br />
ecco un veliero con la meridiana<br />
guarda sul ponte è ferma la clessidra<br />
è giorno già da tempo intorno a noi.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/scarpe-boogie-woogie-uomo-copy1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/scarpe-boogie-woogie-uomo-copy1-300x281.jpg" alt="scarpe-boogie-woogie-uomo-copy1" title="scarpe-boogie-woogie-uomo-copy1" width="300" height="281" class="aligncenter size-medium wp-image-20337" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/scarpe-boogie-woogie-uomo-copy1-300x281.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/scarpe-boogie-woogie-uomo-copy1.jpg 540w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Lorenzo</strong></p>
<p>Il vaso si è infranto<br />
e livide schegge impazzite<br />
corrono urtandosi<br />
lungo pavimenti di pietra<br />
resi tremanti<br />
dall’incombente bufera<br />
che tutto scardina<br />
 e divora<br />
avvampando di fuoco<br />
i sensi reclusi<br />
sotto fitta coltre di terra<br />
che ora brama ardere<br />
bruciare svanire<br />
e scintille come lame<br />
si conficcano nella pelle<br />
scavano la carne<br />
che sgretola lenta<br />
penetrano fiamme<br />
entro densi tessuti<br />
fendono muscoli e nervi<br />
consumato il corpo<br />
si purifica il pensiero<br />
si fa anima  la carne.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>Note per una PhenomeNoilogy: II parte</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/31/note-per-una-phenomenoilogy-ii-parte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2009 10:28:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Aggiungi nuovo tag]]></category>
		<category><![CDATA[bob marley peter tosh]]></category>
		<category><![CDATA[deleuze bordieu]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[little tony bobby solo]]></category>
		<category><![CDATA[lotta continua potere operaio]]></category>
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		<category><![CDATA[mazzola rivera]]></category>
		<category><![CDATA[phenomeNoilogy]]></category>
		<category><![CDATA[Rolling Stones Beatles]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8221;Permettetemi di essere il teppista che sono, signori vivi a sbafo, vivi inutilmente&#8230; e tu che ti permetti?&#8230; Vieni fuori dallo studio, vieni a dirmelo in faccia cosa hai detto&#8221;. &#8221;Vieni fuori che facciamo un po&#8217; di letteratura con le mani&#8230;&#8221;. &#8221;La mia è un&#8217;invettiva, ossia l&#8217;unica letteratura che in questo momento io sento di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/lavagna-1-copy.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/lavagna-1-copy.jpg" alt="lavagna-1-copy" title="lavagna-1-copy" width="500" height="592" class="aligncenter size-full wp-image-19821" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/lavagna-1-copy.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/lavagna-1-copy-253x300.jpg 253w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p><em>&#8221;Permettetemi di essere il teppista che sono, signori vivi a sbafo, vivi inutilmente&#8230; e tu che ti permetti?&#8230; Vieni fuori dallo studio, vieni a dirmelo in faccia cosa hai detto&#8221;. &#8221;Vieni fuori che facciamo un po&#8217; di letteratura con le mani&#8230;&#8221;.  &#8221;La mia è un&#8217;invettiva, ossia l&#8217;unica letteratura che in questo momento io sento di fare&#8221;. &#8221;Parlo al plurale a un singolare stronzo<br />
perche&#8217; se ne risentano in parecchi&#8221;. &#8221;Con te ci vediamo fuori  perche&#8217; io sono un teppista e vado fiero della tua imbecillita&#8221;&#8217;.</em><br />
Lettera di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/01/27/augh-danger-poesia/">Pasquale Panella</a> indirizzata a Gianni Boncompagni e  pubblicata su Repubblica (11 Settembre 1998)<br />
Replica di Boncompagni: <em>&#8221;Che antipatico!&#8221;.</em></p>
<p><strong>Bueno Noy Bueno, ovvero per una teoria del double bind applicata al pop </strong></p>
<p>Diciamo subito che la forza del Pop si esprime attraverso l&#8217;identificazione a un gruppo rispetto all&#8217;altro, con l&#8217;esplicitarsi di un&#8217;appartenenza a una visione del mondo, a un orizzonte che immediatamente si contrappone a un altro, suo <em>alter Nos</em>, in una dialettica che potremmo definire neo bizantina. Il riferimento storico va ovviamente al celebre Ippodromo di Costantinopoli in cui, per il prestigio che aveva- poteva ospitare dai 30.000 ai 50.000 spettatori- si acclamava l&#8217;Imperatore ma soprattutto dove il pubblico si divideva in demi (fazioni), inizialmente quattro poi diventate due, gli Azzurri (conservatori) e i Verdi (progressisti). Qualcosa di simile a quanto accaduto alle nostre città più importanti in cui si dividono stadio e pubblico due squadre, con un&#8217;attribuzione non sempre chiara seppure accertata da fatti storici incontrovertibili al punto che se la cosa appare semplice in alcuni casi (vd tifosi della Lazio di destra, quella della Roma di sinistra) in altri sembra più difficile l&#8217;attribuzione come nel caso della Juve e del Toro o delle stesse Milan e Inter i cui presidenti sembrano esprimere idee differenti dalle proprie tifoserie.<br />
<span id="more-19789"></span></p>
<p>Nel Pop (e qui si intenda la categoria più vasta di cultura ovvero comprensiva anche di generi considerati altri dal pop come la musica Rock, il pensiero filosofico, usi e costumi delle società contemporanee) vediamo come, da una quarantina d&#8217;anni a questa parte, ogni nuovo fenomeno, politico o musicale si presenta al pubblico con una doppia anima, ovvero da una parte quella buona  e dall&#8217;altra quella cattiva. Così negli anni sessanta si decideva per i Beatles o per i Rolling Stones secondo iconografie più simili a un <em>fermo immagine</em>&#8211; ma le immagini non se ne stanno mai ferme!- che non a rappresentazioni in divenire seguendo l&#8217;evoluzione o involuzione delle storie dei singoli gruppi. Al pari di una perenne Marilyn eternamente sospesa sulla griglia e il soffio d&#8217;aria della metropolitana, le due formazioni appaiono (immagini prese pari pari da wikipedia) così:<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/220px-the_fabs.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/220px-the_fabs.jpg" alt="220px-the_fabs" title="220px-the_fabs" width="220" height="220" class="aligncenter size-full wp-image-19803" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/220px-the_fabs.jpg 220w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/220px-the_fabs-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 220px) 100vw, 220px" /></a><br />
<strong>Immagine Uno</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/348px-mick_jagger_and_ron_wood_-_rolling_stones_-_1975.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/348px-mick_jagger_and_ron_wood_-_rolling_stones_-_1975.jpg" alt="348px-mick_jagger_and_ron_wood_-_rolling_stones_-_1975" title="348px-mick_jagger_and_ron_wood_-_rolling_stones_-_1975" width="348" height="599" class="aligncenter size-full wp-image-19804" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/348px-mick_jagger_and_ron_wood_-_rolling_stones_-_1975.jpg 348w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/348px-mick_jagger_and_ron_wood_-_rolling_stones_-_1975-174x300.jpg 174w" sizes="(max-width: 348px) 100vw, 348px" /></a></p>
<p><strong>Immagine Due.</strong></p>
<p>Gli sporchi e cattivi Rolling Stones si contrapponevano ai puliti Beatles a prescindere dalle origini, borghesi quelle degli Stones e proletarie del quartetto di Liverpool, o dalla &#8220;ricerca&#8221;, sicuramente più sperimentale e avanguardistica quella di Lennon e compagni, come quando elaborarono uno dei primi concept album della storia del Pop, ovvero <em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=O5gaIXI2Mn4">Sgt. Pepper&#8217;s Lonely Hearts Club </a>Band.</em> La maggiore pericolosità (cattiveria)  dei Beatles è peraltro testimoniabile dai boicotti subiti sia nella storia del gruppo che nei destini delle singole carriere, con il tragico epilogo dell&#8217;omicidio di John Lennon. ma esistono altri innumerevoli esempi di questo tipo. Nel pieno boom del Reggae giamaicano, per esempio, il pubblico ancora una volta doveva decidere se abbracciare la chitarra dell&#8217;azzurro Bob Marley o afferrare la (verde) canna di Peter Tosh. Al di là della fascinazione subita dagli Stones verso questo interprete così oltre le righe, tanto nella vita privata, costellata di arresti e vere e proprie torture da parte del potere, quanto nella creazione linguistica avendo inventato una poetica che tanto sarebbe piaciuta alla banda di André Breton , e che consisteva nel condensare, diramare, trasformare parole attingendo ad ogni tipo di gergo possibile.<br />
<em>&#8220;Buckingham&#8221;</em> che diventa <em>&#8220;Buk-In-Hamm&#8221;</em>, &#8220;Christopher Columbus&#8221;  <em>&#8220;Christ-t&#8217;ief Come-rob-us&#8221;,</em> <em>&#8220;City&#8221;</em> vs <em>&#8220;Shitty&#8221;,&#8221;Marco Polo&#8221;</em> in &#8220;<em>Marc O. Polio&#8221;</em>, <em>&#8220;Prime Ministers&#8221;</em>  &#8220;<em>Crime Ministers&#8221;</em>.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/3o4Fgh0KW_4&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p> Una contrapposizione, quella tra Bob Marley e Peter Tosh che ricorda molto un&#8217;altra, ben anteriore,  tra Martin Luther King e Malcom X, con quest&#8217;ultimo a fare la parte del puro e duro rispetto al pacifista, dunque buonista, pastore di Atlanta.<br />
A volte alla cattiveria corrisponde una maggiore incomprensione da parte del pubblico ed ecco che tanto più si è genialmente cattivi e incompresi, quanto più il &#8220;Noi&#8221; che si affilia ai loosers sarà ancora più Noi di quegli altri che si sa sono sempre buoni a saltare sul carro dei vincitori. </p>
<p><strong>Pop up</strong><br />
In Italia allora, come altrove, sembra che si debba cedere al ricatto, e decidere (decedere) come rispondere a chi ti dice, Noi, (e intanto pensa a Voi) del primo Wittgenstein, quello del Tractatus, Marx si ma quello delle &#8220;Grundrisse&#8221;, gruppo 63, vabbè però Spatola e Porta, certo non Sanguineti, amnistia per gli anni di piombo, ovviamente sì, però evidente per Adriano Sofri certo non per Cesare Battisti, Libero (il giornale) uno schifo ma le pagine culturali poi non sono male, Mina (Beatles) Patti Pravo (Stones), Piero Ciampi (Peter Tosh)o  Gino Paoli (Bob Marley)?, Repubblica (Milan) Corriere (Inter), Vino Rosso (Guelfi)? Vino Bianco (Ghibellini)?. Poeti sperimentali (Verdi) e Giallisti (Azzurri).<br />
Mah! o Bah! Fra o tra? Lucio Battisti, sì, ma quale? Io dico questo.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/VVeJi-ooy4U&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p>Facile a dirsi, no? Infatti te (ve) lo dico.</p>
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		<title>Estratti : Giovanni Nuscis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 16:13:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Aggiungi nuovo tag]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Marotta]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni nuscis]]></category>
		<category><![CDATA[marco scalabrino]]></category>
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					<description><![CDATA[da: La parola data di Giovanni Nuscis Cade in una nicchia e tace. Dalla parete vitrea d’una nursery se non tu, altri lo attendono nuovo lo sconosciuto che dopo un poco a qualcuno somiglia. * Rivoluzioni tra la calma e il sopore di anni senza tracciati né aiuole. Potresti adesso dire tuoni o voci senza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/lotto.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/lotto.jpg" alt="lotto" title="lotto" width="354" height="354" class="aligncenter size-full wp-image-18929" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/lotto.jpg 354w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/lotto-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/lotto-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 354px) 100vw, 354px" /></a></p>
<p>da: <strong>La parola data</strong><br />
di<br />
<strong>Giovanni Nuscis</strong></p>
<p>Cade in una nicchia<br />
e tace. Dalla parete<br />
vitrea d’una nursery<br />
se non tu, altri<br />
lo attendono nuovo<br />
lo sconosciuto che<br />
dopo un poco<br />
a qualcuno somiglia. </p>
<p>*</p>
<p>Rivoluzioni tra la<br />
calma e il<br />
sopore di<br />
anni senza<br />
tracciati né aiuole.<br />
Potresti adesso dire tuoni<br />
o voci senza trasalire.<br />
Nuotare in un bicchiere<br />
giurando il mondo<br />
d’averlo visto tutto.</p>
<p><span id="more-18927"></span></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/laparoladata-1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/laparoladata-1.jpg" alt="laparoladata-1" title="laparoladata-1" width="250" height="357" class="aligncenter size-full wp-image-18928" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/laparoladata-1.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/laparoladata-1-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a></p>
<p>La festa di chi è vivo non ostante.<br />
La festa di un potere bardato<br />
di nomi e di speranze d’altri.</p>
<p>Cambiare un dado a una macchina ferma<br />
è roba di leggi e anni e molte mani<br />
e convegni e scritti e sangue e rabbia.</p>
<p>Andremmo tutti volentieri a piedi<br />
come si va infatti anche se è lunga<br />
la strada e piove e ci si bagna e affama.</p>
<p>Altri testi si possono trovare da Francesco Marotta, <a href="http://rebstein.wordpress.com/2009/05/22/la-parola-data-di-giovanni-nuscis/">qui</a></p>
<p><strong>Nota critica</strong><br />
di<br />
<strong>Marco Scalabrino</strong></p>
<p>Ben oltre gli aspetti evidenti, la sobrietà dell’edizione, le due sezioni, la prima più ampia della seconda la quale per converso di metro mediamente più lungo, la totale assenza dei titoli, mi è parso di rilevare alcuni versi-chiave in questa terza silloge di Gianni Nuscis:<br />
<em>Si è smorzata la musica / di anni ritenuti straordinari;<br />
Il passato lo si trova ormai / pressato in pochi bytes;<br />
i tavoli camminano / sotto altri gomiti / verso altre epoche,</em></p>
<p>note che insistono su un recente passato che dissoltosi si è raggrumato in un minuscolo frantume di silicio, su un presente inimmaginabile appena la generazione prima col quale raffrontarsi, su un futuro che del tutto incurante di noi ci taglia fuori e profila altri protagonisti e altre sfere. </p>
<p>Nel precedente <a href="http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=254221"><strong>In terza persona</strong></a>, del 2006, si era ragionato dell’“<em>arrembante imbarbarimento sociale, culturale e politico</em>”, e del “<em>tramonto di ogni illusione, del declino di ogni idealità, del dissolvimento di un planetario disegno di società costellata dei valori universali dell’amore, della pace, della libertà</em>.”</p>
<p>Con <strong>La parola data</strong>, quello stadio è stato valicato: nella tecnologia, <em>il mondo è franto in pixel</em>, nello sfaldamento della società, <em>carcassa, da anni, ad arrugginire,</em> nel disfacimento dell’individuo, <em>Ti scorpori / a poco a poco</em>.   </p>
<p>La realtà di oggi, <em>delirio d’aria / che ti avvicina di un morso / all’osso del tramonto</em>, è stata non accettata ma, di necessità facendo virtù, inghiottita d’un sol boccone, digerita, metabolizzata, <em>Non si arrende il quadro alla cornice,</em> l’avversione ad essa accusata e <em>dribblata, gli angoli, / da acuti si fanno ottusi</em>.<br />
L’unico suo irrefutabile retaggio: <em>Ciò che tenevi stretto / l’hai perso</em>. </p>
<p>Cosa rimane? In cosa credere? Da cosa ricominciare?<br />
Non al denaro non all’amore né al cielo, di deandreana memoria.<br />
A guardarsi attorno, <em>lo sguardo lento nel viso di carrubo,</em> c’è poco di consolatorio.</p>
<p>E allora? Allora, Gianni Nuscis, <em>Colpi di tosse / brevi / e vai avanti</em>, riesce ancora a raccapezzarsi e avanza una proposta di resistenza: egli invoca e ci suggerisce la parola. Di più: è pronto a scommettere sulla parola del poeta e sulla sua, addirittura, a giocarsi la faccia. Anzi, ecco, la sua parola è data.<br />
Data perché deputata al Poeta che ne è custode e latore, perché munificamente da questi donata all’umanità intera, perché nell’odierno consorzio sociale le parole assumono il senso e sono valori, dati telematici, data; da raccogliere, elaborare, veicolare organicamente.</p>
<p>La Poesia organizza il cosmos epèon, il perfetto universo di parole; ma, Gianni Nuscis lo sa bene, come per ogni seria disciplina, e la Poesia non sfugge alla regola, occorrono studio, applicazione, consapevolezza.<br />
D’altronde, la parola, la Poesia sono, per lui, prassi necessaria, indifferibile; urgenza di “scovare” una sua propria originale espressione che coniughi il sentire delle “cose” e il dire le stesse in maniera sempre inattesa.<br />
La scommessa è la medesima da migliaia di anni. E la ricerca della parola nuova, da migliaia di anni, è percorso accidentato, faticoso, che impone passi progressivi, che si perlustra in solitaria malgrado tutti e tutto e la cui meta … la cui meta allorché raggiunta, alla luce del poiein, la creazione, è motivo di vivissimo stupore, di indicibile felicità, edifica il Poeta.<br />
E poco importa se qua, nel mondo, egli non raggiungerà mai la “gloria” (appannaggio di pochissimi eletti) ; là, nel Parnaso dei Poeti, uno scranno gli è già stato riservato. </p>
<p>Fatti salvi i contenuti, ciascun poeta si misura sul campo degli esiti concreti, da conquistare individualmente.<br />
Con tali premesse, gli esiti a mio avviso più felici di questa silloge si ritrovano alla pagina 20, <em>Cade in una nicchia / e tace. Dalla parete / vitrea d’una nursery / se non tu, altri / lo attendono nuovo / lo sconosciuto che / dopo un poco / a qualcuno somiglia</em>; alla pagina 35, <em>Se fossimo uniti / i pochi condomini che siamo / sarebbe una battaglia vinta. / Ma non c’è grido che si somiglia. / Un’auto abbandonata nel cortile. / Le ruote, prima, poi il motore / rubati, spariti. Rimane / la carcassa, da anni, ad arrugginire / tra proteste continue. / Nessuno che chiami un carro attrezzi / cerchi il proprietario, l’amministrato- / re, spariti chissà dove</em>, e alla pagina 40, <em>Nella periferia di una città / lontana, dura sulle reni, / nella saccenza di mani e voci / sarà dato riconoscerti. / In un tempo che allunga / code e denti taglia / orecchie / la coperta del cielo / tirata via da rondini</em>, là dove l’impianto, i motivi sociali ed esistenziali, la suggestione determinata dalla parola e in sé e in relazione al suono e alla posizione, convincentemente si combinano con gli slanci lirici.<br />
La scrittura, specchio del contesto convulso che la produce, è singultante, strutturata per accumulazione, accentuata dal ricorso al verso libero.</p>
<p><em>Non c’è aria che non sia stata respirata</em>. Ma, vivaddio, la sintassi rivisitata l’arricchisce di vitale ossigeno e <em>Nei giorni di festa ci si conta.</em></p>
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		<title>Il coraggio dimenticato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2009 05:09:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Aggiungi nuovo tag]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[castelvolturno]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[pacchetto sicurezza]]></category>
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					<description><![CDATA[foto di Luigi Caterino di Roberto Saviano Chi racconta che l&#8217;arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/litorale-domitio-4.jpg" alt="litorale-domitio-4" title="litorale-domitio-4" width="400" height="267" class="alignnone size-full wp-image-17677" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/litorale-domitio-4.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/litorale-domitio-4-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><br />
foto di <strong>Luigi Caterino</strong></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Chi racconta che l&#8217;arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull&#8217;onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti.<br />
 <span id="more-17675"></span></p>
<p>Manifestazioni spontanee. E sono stati africani a farle. Chi ha urlato: &#8220;Ora basta&#8221; ai capizona, ai clan, alle famiglie sono stati africani. A Castelvolturno, il 19 settembre 2008, dopo la strage a opera della camorra in cui vengono uccisi sei immigrati africani: Kwame Yulius Francis, Samuel Kwaku e Alaj Ababa, del Togo, Cristopher Adams e Alex Geemes della Liberia e Eric Yeboah del Ghana. Joseph Ayimbora, ghanese, viene ricoverato in condizioni gravi. Le vittime sono tutte giovanissime, il più anziano tra loro ha poco più di trent&#8217;anni, sale la rabbia e scoppia una rivolta davanti al luogo del massacro. La rivolta fa arrivare telecamere da ogni parte del mondo e le immagini che vengono trasmesse sono quelle di un intero popolo che ferma tutto per chiedere attenzione e giustizia. Nei sei mesi precedenti, la camorra aveva ucciso un numero impressionante di innocenti italiani. Il 16 maggio Domenico Noviello, un uomo che dieci anni fa aveva denunciato un&#8217;estorsione ma appena persa la scorta l&#8217;hanno massacrato. Ma nulla. Nessuna protesta. Nessuna rimostranza. Nessun italiano scende in strada. I pochi indignati, e tutti confinati sul piano locale, si sentono sempre più soli e senza forze. </p>
<p>Ma questa solitudine finalmente si rompe quando, la mattina del 19, centinaia e centinaia di donne e uomini africani occupano le strade e gridano in faccia agli italiani la loro indignazione. Succedono incidenti. Ma la cosa straordinaria è che il giorno dopo, gli africani, si faranno carico loro stessi di riparare ai danni provocati. L&#8217;obiettivo era attirare attenzione e dire: &#8220;Non osate mai più&#8221;. Contro poche persone si può ogni tipo di violenza, ma contro un intera popolazione schierata, no. E poi a Rosarno. In provincia di Reggio Calabria, uno dei tanti paesini del sud Italia a economia prevalentemente agricola che sembrano marchiati da un sottosviluppo cronico e le cui cosche, in questo caso le &#8216;ndrine, fatturano cifre paragonabili al PIL del paese. </p>
<p>La cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, come dimostra l&#8217;inchiesta del GOA della Guardia di Finanza del marzo 2004, aveva deciso di riciclare il danaro della coca nell&#8217;edilizia in Belgio, a Bruxelles, dove per la presenza delle attività del Parlamento Europeo le case stavano vertiginosamente aumentando di prezzo. La cosca riusciva a immettere circa trenta milioni di euro a settimana in acquisto di abitazioni in Belgio. </p>
<p>L&#8217;egemonia sul territorio è totale, ma il 12 dicembre 2008, due lavoratori ivoriani vengono feriti, uno dei due in gravissime condizioni. La sera stessa, centinaia di stranieri &#8211; anche loro, come i ragazzi feriti, impiegati e sfruttati nei campi &#8211; si radunano per protestare. I politici intervengono, fanno promesse, ma da allora poco è cambiato. Inaspettatamente, però, il 14 di dicembre, ovvero a due soli giorni dall&#8217;aggressione, il colpevole viene arrestato e il movente risulta essere violenza a scopo estorsivo nei riguardi della comunità degli africani. La popolazione in piazza a Rosarno, contro la presenza della &#8216;ndrangheta che domina come per diritto naturale, non era mai accaduto negli anni precedenti. </p>
<p>Eppure, proprio in quel paese, una parte della società, storicamente, aveva sempre avuto il coraggio di resistere. Ne fu esempio Peppe Valarioti, che in piazza disse: &#8220;Non ci piegheremo&#8221;, riferendosi al caso in cui avesse vinto le elezioni comunali. E quando accadde fu ucciso. Dopo di allora il silenzio è calato nelle strade calabresi. Nessuno si ribella. Solo gli africani lo fanno. </p>
<p>E facendolo difendono la cittadinanza per tutti i calabresi, per tutti gli italiani. Difendono il diritto di lavorare e di vivere dignitosamente e difendono il diritto della terra. L&#8217;agricoltura era una risorsa fondamentale che i meccanismi mafiosi hanno lentamente disgregato facendola diventare ambito di speculazioni criminali. Gli africani che si sono rivoltati erano tutti venuti in Italia su barconi. E si sono ribellati tutti, clandestini e regolari. Perche da tutti le organizzazioni succhiano risorse, sangue, danaro. </p>
<p>Sulla rivolta di Rosarno, in questi giorni, è uscito un libretto assai necessario da leggere con un titolo in cui credo molto. &#8220;Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l&#8217;Italia&#8221; di Antonello Mangano, edito da Terrelibere. La popolazione africana ha immesso nel tessuto quotidiano del sud Italia degli anticorpi fondamentali per fronteggiare la mafia, anticorpi che agli italiani sembrano mancare. Anticorpi che nascono dall&#8217;elementare desiderio di vivere. </p>
<p>L&#8217;omertà non gli appartiene e neanche la percezione che tutto è sempre stato così e sempre lo sarà. La necessità di aprirsi nuovi spazi di vita non li costringe solo alla sopravvivenza ma anche alla difesa del diritto. E questo è l&#8217;inizio per ogni vera battaglia contro le cosche. Per il pubblico internazionale risulta davvero difficile spiegarsi questo generale senso di criminalizzazione verso i migranti. Fatto poi da un paese, l&#8217;Italia, che ha esportato mafia in ogni angolo della terra, le cui organizzazioni criminali hanno insegnato al mondo come strutturare organizzazioni militari e politiche mafiose. Che hanno fatto sviluppare il commercio della coca in Sudamerica con i loro investimenti, che hanno messo a punto, con le cinque famiglie mafiose italiane newyorkesi, una sorta di educazione mafiosa all&#8217;estero. </p>
<p>Oggi, come le indagini dell&#8217;FBI e della DEA dimostrano, chiunque voglia fare attività economico-criminali a New York che siano kosovari o giamaicani, georgiani o indiani devono necessariamente mediare con le famiglie italiane, che hanno perso prestigio ma non rispetto. Altro esempio eclatante è Vito Roberto Palazzolo che ha colonizzato persino il Sudafrica rendendolo per anni un posto sicuro per latitanti, come le famiglie italiane sono riuscite a trasformare paesi dell&#8217;est in loro colonie d&#8217;investimento e come dimostra l&#8217;ultimo dossier di Legambiente le mafie italiane usano le sponde africane per intombare rifiuti tossici (in una sola operazione in Costa D&#8217;Avorio, dall&#8217;Europa, furono scaricati 851 tonnellate di rifiuti tossici). </p>
<p>E questo paese dice che gli immigrati portano criminalità? Le mafie straniere in Italia ci sono e sono fortissime ma sono alleate di quelle italiane. Non esiste loro potere senza il consenso e la speculazione dei gruppi italiani. Basta leggere le inchieste per capire come arrivano i boss stranieri in Italia. Arrivano in aereo da Lagos o da Leopoli. Dalla Nigeria, dall&#8217;Ucraina dalla Bielorussia. Gestiscono flussi di danaro che spesso reinvestono negli sportelli Money Transfer. Le inchieste più importanti come quella denominata Linus e fatta dai pm Giovanni Conzo e Paolo Itri della Procura di Napoli sulla mafia nigeriana dimostrano che i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo. Persino i disperati che per pagarsi un viaggio e avere liquidità appena atterrano trasportano in pancia ovuli di coca. Anche loro non arrivano sui barconi. Mai. </p>
<p>Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell&#8217;eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana. Nessuna di queste organizzazioni vive senza il consenso e l&#8217;alleanza delle mafie italiane. </p>
<p>Nessuna di queste organizzazioni vivrebbe una sola ora senza l&#8217;alleanza con i gruppi italiani. Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l&#8217;assistenza legale. E non si tratta di interpretare il ruolo delle &#8220;anime belle&#8221;, come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi &#8211; insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo &#8211; è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d&#8217;Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L&#8217;Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in se la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra.</p>
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		<title>25 aprile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2009 05:00:34 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Roma città aperta, di Roberto Rossellini, 1945.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<figure id="attachment_17091" aria-describedby="caption-attachment-17091" style="width: 400px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/romacittaaperta1.jpg" alt="Roma città aperta" title="romacittaaperta1" width="400" height="286" class="size-full wp-image-17091" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/romacittaaperta1.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/romacittaaperta1-300x214.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption id="caption-attachment-17091" class="wp-caption-text">Roma città aperta</figcaption></figure>
<p><strong>Roma città aperta, di Roberto Rossellini, 1945.</strong></p>
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		<title>do you remember Eternit? &#8211; Tryptiqe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 16:55:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Aggiungi nuovo tag]]></category>
		<category><![CDATA[Con la faccia di cera]]></category>
		<category><![CDATA[Eternit di Casale Monferrato]]></category>
		<category><![CDATA[Girolamo de Michele]]></category>
		<category><![CDATA[Rosalba Altopiedi]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho conosciuto Rosalba Altopiedi qualche tempo fa, a Torino. E&#8217; una &#8220;femmina tosta&#8221; che lavora nel campo della sicurezza sul lavoro. Sei anni fa ha discusso la sua tesi in Sociologia della Devianza . Titolo: Né colpevoli, né vittime.Crimini d’impresa, analisi di un caso: l’Eternit di Casale Monferrato. In questi giorni ci sarà il processo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/fibres_amiante.gif"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/fibres_amiante.gif" alt="fibres_amiante" title="fibres_amiante" width="600" height="415" class="alignnone size-full wp-image-16619" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/fibres_amiante.gif 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/fibres_amiante-300x207.gif 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p>Ho conosciuto Rosalba Altopiedi qualche tempo fa, a Torino. E&#8217; una &#8220;femmina tosta&#8221; che lavora nel campo della sicurezza sul lavoro. Sei anni fa ha discusso la sua tesi in <em>Sociologia della Devianza </em>. Titolo: <strong>Né colpevoli, né vittime.</strong>Crimini d’impresa, analisi di un caso: l’Eternit di Casale Monferrato.<br />
In questi giorni ci sarà il processo relativo. Per NI le ho chiesto di rispondere ad alcune domande. Alla breve intervista segue un documento estratto dalla sua tesi dove a parlare era l&#8217;allora presidente dell&#8217;Associazione delle vittime di Casale Monferrato. In chiusura di Post ho pensato di proporre un passaggio del romanzo di Girolamo De Michele, <a href="http://blog.verdenero.it/2008/10/07/con-la-faccia-di-cera-intervista-a-girolamo-de-michele/">Con la faccia di cera</a> (Edizioni ambiente) che ruota intorno alle vicende della Solvay di Ferrara.<br />
<span id="more-15282"></span></p>
<p><strong>Uno</strong></p>
<p><a href="http://torino.repubblica.it/dettaglio/eternit-guariniello:-prevenzione-e-risarcimenti-ecco-perche-servono-i-processi/1614839">Eternit, al via il processo dei record.</a> titolano i giornali. <em>A Palazzo di giustizia almeno mille tra familiari delle vittime e appartenenti a associazioni di lotta alla lavorazione dell&#8217;amianto che hanno promosso un presidio.</em></p>
<p><strong>Il procuratore Caselli soddisfatto scrive: &#8220;Logistica perfetta&#8221;. Cosa vuol dire esattamente?</strong><br />
<em>Caselli intendeva riferirsi all&#8217;organizzazione relativa all&#8217;accoglienza delle parti lese (aule, percorsi guidati, ecc.)</em></p>
<p><strong>Quando affrontasti il tema all&#8217;epoca nella tua tesi si insisteva sull&#8217;enorme ostacolo costituito dalla decorrenza dei termini. In realtà gli effetti &#8220;ritardati&#8221; dell&#8217;amianto , trenta quarant&#8217;anni di incubazione del male, rendevano nullo il principio di colpevolezza  nonostante la responsabilità. Oggi, come ieri, ci troveremo di fronte alla stessa situazione?</strong><br />
<em>Rispetto alla problema della decorrenza dei termini il discorso è più complesso ed è un pò difficile renderlo in poche righe. Il problema è che questo tipo di processi (dove gli imputati sono dirigenti d&#8217;azienda, politici, ecc. &#8220;persone rispettabili e per bene&#8221;) spesso vedono i tempi allungarsi in modo disastroso per la capacità della difesa tecnica di sfruttare tutte le possibili vie per allungare i tempi&#8230;ma questo è solo un aspetto.<br />
</em></p>
<p><strong>Tu hai lavorato a lungo con le associazioni che idea te ne facesti? Sei rimasta in contatto con loro? Cosa ci si aspetta da questa sentenza?</strong><br />
<em>L&#8217;associazione di Casale ha rappresentato un luogo (fisico ma anche metaforico) essenziale per costruire e definire questa vicenda pazzesca come un vero e proprio crimine. Per capirci esistono altre situazioni con analoghe caratteristiche (di gravità anche in rapporto al numero di morti, vedi Monfalcone, Petrolchimico ecc.) che non hanno saputo leggere gli accadimenti nello stesso modo. Ciò ha consegunze rilevanti: se io ritengo ciò che mi è successo come l&#8217;esito di un destino infame o al più di sfortuna ecc. non chiedo <strong>giustizia</strong>. Ho ancora rapporti diretti e affettuosi con molte persone dell&#8217;associazione di Casale.<br />
</em></p>
<p><strong>Quanto è cambiata la situazione in Italia rispetto all&#8217;uso dell&#8217;amianto (nuove regolamentazioni, applicabilità delle leggi) e soprattutto confermi quanto affermato da altri secondo cui il peggio ha da venire?</strong><br />
<em>Esiste una legge che vieta l&#8217;estrazione e l&#8217;impiego dell&#8217;amianto dal 92..il peggio non credo debba ancora venire (soprattutto se le bonifiche proseguiranno in modo adeguato) ma ahimè confermo che almeno sino al 2025-20230 continueremo a contare i morti per le esposizioni pregresse&#8230;</em></p>
<p><strong>Due</strong></p>
<p>Intervista rilasciata in data 25/02/03 presso la Camera del Lavoro di Casale Monferrato dalla  signora B. R. in <em>Né colpevoli, né vittime.Crimini d’impresa, analisi di un caso: l’Eternit di Casale Monferrato.</em> di <strong>Rosalba Altopiedi.</strong></p>
<p><strong>Mi racconta la storia di suo marito?</strong><br />
<em>Inizio da quando si è ammalato? Da qualche mese si lamentava di un dolore al fianco destro  e , molto probabilmente visto che aveva già visto ammalarsi e morire dei compagni di lavoro, cercava di far finta di niente, ma era comunque un dolore piuttosto insistente e quasi opprimente; un giorno ha insistito a tal punto da obbligarlo a recarsi dal medico e purtroppo in seguito ad una lastra si è notato che il polmone sinistro era visibile mentre quello destro non si vedeva già più; bisogna precisare che lui aveva già l’asbestosi con un riconoscimento di 44 punti di invalidità, era il febbraio del 1982 ed immediatamente gli hanno riconosciuto un aggravamento con il 100% di invalidità. Quando  è successo tutto questo era pochi anni che mio marito era potuto andare in pensione in seguito al raggiungimento dell’anzianità contributiva, noi avevamo avuto appena un nipotino e ce lo godevamo…è stato un periodo bellissimo, particolarmente bello specialmente tra noi due perché godevamo di un momento molto bello, lui stava bene almeno apparentemente, aveva molto coraggio molta forza, era anche più aperto più disponibile in un certo qual modo e invece- purtroppo- ci è capitata…lui ha intuito anche se ha sperato che non fosse così e io finché ad Alessandria non ci hanno detto chiaramente che si trattava di mesotelioma  … lui faceva di tutto per non farci vedere la sua angoscia e noi uguale nei suoi confronti, tan’è vero che negavamo a tutti la gravità delle sue condizioni. Da quando si era ammalato una volta al mese andavamo ad Alessandria al Borsalino per la chemio, orribile il Borsalino : c’erano nove letti di fronte a nove letti e andandoci lui vedeva il peggioramento di chi era arrivato prima di lui, e ad un certo momento si è rifiutato di andarci.  </p>
<p>Successivamente è stato seguito all’ospedale, andava di tanto in tanto per fare la chemio; bisogna però dire che mentre ad Alessandria c’era il professor Morea che probabilmente era già un esperto, aveva una sensibilità maggiore verso le persone affette da questa patologia, e quando ha iniziato a stare male gli ha somministrato prima blandi antidolorifici ed infine la morfina e non bastava ancora.  Guardi è stato molto doloroso perché ha sofferto veramente moltissimo, nel suo caso non si era formata acqua nella pleura (n.d.i. come normalmente avviene nei casi di mesotelioma della pleura) da estrarre, e questo –a detta dei medici- comportava che la sua malattia fosse particolarmente dolorosa. Triste anche perché aveva già avuto una vita molto sacrificata essendo del ‘22 aveva avuto anche la guerra era orfano…quindi il matrimonio era stato una serenità nella sua vita, due figli che senza essere niente di particolare per noi erano importanti non ci avevano mai dato problemi, era un momento della vita che poteva svolgersi con serenità tra noi due, con tranquillità invece… questa è una cosa che ci tengo a dirla, ogni volta che me la chiedono lo dico, non con rabbia ….io mi sono rifiutata di piangere per non far vedere a mio marito quanto era grande la mia disperazione, mi sono imposta e ci sono riuscita, anche se adesso quella imposizione che mi sono fatta mi impedisce di piangere ancora oggi, ed è molto dolorosa a volte…ma ero arrabbiata e lo sono ancora, proprio arrabbiata, perché non trovavo giusta e non la trovo ancora, la cosa una persona nell’avere il diritto al lavoro per dare tranquillità alla famiglia debba ammalarsi e morire sul lavoro e soprattutto nella maniera come è avvenuto, c’è stata indifferenza, menefreghismo, poca responsabilità in ciò che succedeva; può essere che nei primi tempi non lo sapevano però piano piano lo sapevano, avevano preso qualche piccolo provvedimento (filtri/mascherine agli operai) ma erano una cosa assurda o quasi.<br />
</em></p>
<p><strong>Come parlava suo marito dei suoi ex datori di lavoro?</strong><br />
<em>E’ una questione di carattere..quando è successo, già altri compagni di lavoro avevano contratto questa malattia e tra compagni di lavoro ho scoperto che esisteva una solidarietà molto particolare , e quando hanno iniziato ad ammalarsi e a morire tra di loro si guardavano ,si scrutavano  e solidarizzavano e questo è stata una esperienza molto bella , ancora oggi dopo 20 anni che mio marito è mancato ho scoperto che molti suoi compagni vanno al cimitero; mio marito aveva sentimenti molto particolari mali nascondeva (questo anche per rispondere alla sua domanda) era un “orco” ma era un modo di difendere la propria sensibilità, la propria delicatezza; io in seguito alla morte di mio marito mi sono rifiutata di accettare i soldi del risarcimento perché ho pensato che mio marito valeva molto di più di quanto poteva venirmi dato. </em></p>
<p><strong>Cosa l’ha portata a divenire Presidente dell’associazione vittime e famigliari?</strong><br />
<em>Avevano bisogno di una persona che magari confermasse ciò che sentiva, anche per formare un gruppo per poter lottare, anche perché sono state fatte molte iniziative anche raccolta di firme da portare a Roma e far varare la legge contro l’amianto; elencare tutte le iniziative che sono state fatte è impossibile, ogni dopo tanti anni non è ancora stato fatto abbastanza, perché c’è ancora molto da fare….quando mi è stata offerta questa carica ho detto io non sono in grado, ma se mi date una mano per dimostrare ciò che io sento, la rabbia che ho dentro di me per questa situazione io accetto, e così abbiamo il comitato che all’inizio rappresentava sono gli operai della Eternit e i loro famigliari ma in seguito ha visto coinvolti anche i cittadini di Casale. Dopo tanti anni io sono ancora veramente arrabbiata e sono contenta di aver ricevuto da parte di ex colleghi di Mario il riconoscimento per l’impegno che ho messo e tuttora metto perché quello che è stato affinché non si dimentichi. Purtroppo mancano ancora molte testimonianze da parte di persone che dovrebbero darle…per esempio avevo chiesto ad una signora di venire a parlare con lei; ha perso il marito due anni fa molto giovane 47 anni non lavorava alla Eternit, con due bambini piccoli, ma lei ha rifiutato perché il dolore è ancora troppo intenso e piangerebbe solo e non può testimoniare forse un domani…sa parlarne è molto doloroso anche se sono passati anni; io però più che addolorata sono arrabbiata , io ho reagito così e in tante occasioni che mi è stato chiesto di testimoniare la mia esperienza non ho mai pianto e di questo ne sono quasi fiera perché mi sembra la cosa abbia un po’ più valore che il piangere, trovo giusto il combattere…se noi che sappiamo di avere un diritto lo pretendiamo le cose possono cambiare con un po’ più di facilità.<br />
</em></p>
<p><strong>Da 20 anni  ad oggi nella popolazione della sua città c’è stata un’elaborazione di quanto era avvenuto?</strong><br />
<em>Negli anni abbiamo fatto molte manifestazioni, io stessa ha distribuito in piazza a Casale molti volantini per sensibilizzare la gente su queste tematiche, io ricordo che un giorno consegnando uno di questi volantini a dei compagni di lavoro di mio marito e altri amici, uno di loro ma ha detto: basta con questo amianto, non se ne può proprio più, è ora di finirla; io ho detto se mio marito fosse ancora vivo avrebbe lottato anche per voi e questa persona mi ha detto ha ragione me lo dia, però poi questa persona non è venuta all’assemblea. Vede c’è comunque un atteggiamento di negazione legato alla paura, e questo atteggiamento è più presente negli ex operai che nei cittadini, forse perché loro hanno visto, hanno avuto il contatto diretto; purtroppo però nei cittadini si sta allargando così tanto che…(n.d.i. i casi di decessi per patologie amianto correlate di persone che non hanno mai lavorato alla Eternit ed hanno avuto solo un’esposizione “ambientale”)<br />
</em></p>
<p><strong>Chi sono i responsabili e come li può definire in questa vicenda?</strong><br />
<em>Io una volta ho chiesto a mio marito quando era già ammalato- perché lui era un delegato di fabbrica con un grande intuito e coraggio anche nel denunciare situazioni che gli apparivano ingiuste- come mai si è arrivati a questo punto senza accorgersi prima della gravità delle cose? Lui mi ha detto non ne voglio parlare, non me lo domandare…Sul fatto dei responsabili io mi sono interrogata molte volte, e quando c’è stato il processo mi ricordo che mi sono arrabbiata perché sono stata “disgustata” dal modo utilizzato dagli avvocati della difesa, ricordo una frase di uno di questi che ha detto: ma immaginarsi se il direttor Vezzani che aveva moglie e figli pover uomo avesse portato qui la famiglia conoscendo il pericolo che potevano correre , insomma erano delle “povere vittime “. Io poi ho ricevuto anche da uno dei responsabili (Reposo) una lettera dove lui mi diceva che non si sentiva colpevole, che il giudizio che emergeva dal processo non era giusto nei suoi confronti e che lui non si sentiva colpevole; allora io ho risposto che il suo punto di vista era totalmente diverso dal mio. Ci sono state solo piccole condanne , proprio limitate ….<br />
</em></p>
<p><strong>Quale potrebbe essere una pena equa?</strong><br />
<em>Guardi se si parla di responsabilità in linea generale ci andrebbero anni di galera per conto mio, se soprattutto c’è stata consapevolezza in quello che si faceva il pensiero che un uomo per poter condurre una vita dignitosa debba morire di lavoro… questo non è pensabile, non si può pensare di lasciar morire delle persone… Se però poi parlo del mio carattere, del mio modo di pensare – ci ho riflettuto in molte occasioni- io penso che , visto specialmente le condizioni delle carceri oggi , mi chiedo ma perché non farli pagare materialmente o altre alternative alle prigioni, per comprendere quello che può dare la fatica del lavoro, il cercarlo…<br />
</em></p>
<p><strong>Il suo discorso sulle pene alternative al carcere lo applicherebbe a tutti i tipi di reati o no?</strong><br />
<em>Lo applicherei in senso generale perché non credo che la galera possa insegnare, a volte anzi in quei luoghi credo sia negata la possibilità di migliorare mentalmente, di recuperare la persona; infatti quando io sento discorsi sulla pena di morte sento come un pugno nello stomaco.. </em></p>
<p><strong>Potremmo definire criminali le persone che si sono rese responsabili di questi reati?</strong><br />
<em>È dura rispondere…sa criminale è una definizione pesante, però se si pensa ai tanti morti e alle tante conseguenze, se si pensa che ne erano consapevoli..allora sì forse criminali che agiscono per interessi economici.<br />
</em></p>
<p><strong>Tre</strong></p>
<p>Estratto dal romanzo di Girolamo De Michele, <a href="http://blog.verdenero.it/2008/10/07/con-la-faccia-di-cera-intervista-a-girolamo-de-michele/">Con la faccia di cera</a> (Edizioni ambiente)</p>
<p><strong>Ferrara, giovedì 22 maggio 2008</strong><br />
<em><br />
«NON per dire, giovanotto, ma certe sfumature possono determinare l’orientamento di un intero testo.»</em><br />
L’addetto alle relazioni commerciali sorride mentre mi spiega perché i testi del libro sulla storia dell’industria ferrarese saranno forniti dall’ufficio marketing.<br />
<em>«Prenda ad esempio queste pagine che lei ci ha già illustrato. Il design in Moplen. Lei magari non ha l’età per ricordarselo, ma <a href="http://www.youtube.com/watch?v=hUGcaVDbCvw">la pubblicità del Moplen</a> era popolarissima. Quelle bacinelle che cadevano e rimbalzavano senza spaccarsi: lo sente nella parola stessa – Moplen – il suono del rimbalzare? Quel comico, ha presente, Gino Bramieri: era uno di casa, dal televisore ti entrava nel salotto, ti potevi fidare. Lui ti faceva divertire col Carosello, e tu avevi voglia di offrirgli un liquorino, mentre gli compravi i prodotti in Moplen. Era un’epoca fondata sulla fiducia tra produttore e consumatore, c’era il miracolo italiano. Moplen è una parola  amica, familiare: come la Cinquecento, le canzoni del Cantagiro, Mazzola e Rivera, gli spettacoli al Piper e alla Bussola di Viareggio, gli occhi e il – se permette – fondoschiena della Sandrelli, e il clacson dello spider di Gassman. Invece senta come suonano ostiche, persino ostili parole come “polipropilene”  “polimerizzazione”, “policloruro”&#8230;<br />
Non convincono, allontanano, destano sospetto. “Poli” di qua, “poli” di là&#8230; Cosa sarà mai questo “policloruro”, pensa il lettore diffidente. Fa pensare agli anni Ottanta, Novanta: diffidenza, individualismo, disgregazione&#8230; In un libro storico è importante che il lettore si senta parte del quadro, che sia messo a suo agio, si senta parte di una storia condivisa. Ecco perché abbiamo tanto apprezzato la sua ricerca iconografica, questi colori da primi anni Sessanta che ci ha riproposto: quella felice nostalgia per un tempo passato, quando eravamo tutti più sereni!»</em><br />
Sarà per questo che dietro le spalle, sotto il gagliardetto della squadra di Ferrara, l’efficiente amministratore amante dei buoni tempi antichi ha la foto della Spal degli anni Sessanta?<br />
«<em>Piuttosto, Belli: proprio per questo spirito di solidale cooperazione tra produttori che ci anima, fatichiamo a capire il perché di questa foto d’epoca.</em>»<br />
«<em>La foto d’epoca è un ritratto del chimico, industriale e ministro belga Ernest Solvay: è il fondatore della Solvay»</em> sottolineo. «<em>Pensavo che in un libro di storia dell’industria&#8230;</em>»<br />
«<em>Ma no, ma no, Belli, guardi: lasci perdere. Così indietro nel tempo&#8230; Noi ci limitiamo alla creazione del Polo, senza esagerare. E poi, diciamocela tutta: questo nome, Solvay, è un’altra di quelle parole che suonano ostili, che dividono. Piena di pregiudizi, fors’anche offensiva verso alcuni autentici galantuomini che hanno amministrato quell’azienda&#8230;Noi in verità preferiremmo non nominarla nel volume: Montecatini, Montedison sono nomi familiari, restiamo sul familiare: lei che dice?</em>» </p>
<p>Che dice David Belli? Che i committenti sono loro, di questo lavoro ne ho bisogno, e comunque&#8230;<br />
«<em>E comunque</em>» conclude l’addetto alle relazioni commerciali mentre il fotografo ripone foto, testi e contratto siglato nella borsa, «<em>non si tratta di pura e semplice nostalgia: questo sguardo al passato è un po’ il nostro ritorno al futuro, Belli! E siamo sicuri che saprà essere compartecipe di questo nostro spirito d’intrapresa!</em>».<br />
Io, per la verità, sono rimasto ai tempi in cui bastava dire “impresa”.<br />
Stringo la mano sorridente, intasco l’assegno con l’anticipo per le spese e, per non essere troppo diffidente, mi premuro di incassarlo nell’arco di una mezz’ora. Una volta comprati i rullini e il materiale per lo sviluppo, forse<br />
riesco anche a pagarmi un cappuccino, ma insomma: sempre meglio di un calcio in culo&#8230; </p>
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		<title>Il ritorno della munnezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 04:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[acerra]]></category>
		<category><![CDATA[Aggiungi nuovo tag]]></category>
		<category><![CDATA[campania]]></category>
		<category><![CDATA[inceneritore]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Braucci]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
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					<description><![CDATA[Questo video che documenta il primo carico di rifiuti tal quale finito nell&#8217;inceneritore di Acerra, mi è stato segnalato da Maurizio Braucci. Il movimento campano Rifiuti Zero da appuntamento per il 25 e 26 marzo affinché la truffa non si consumi in silenzio. hj]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/qPSWQq3e8S4&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p><em>Questo video che documenta il primo carico di rifiuti tal quale finito nell&#8217;inceneritore di Acerra, mi è stato segnalato da Maurizio Braucci. Il movimento campano <a href="http://www.rifiutizerocampania.org">Rifiuti Zero</a> da appuntamento per il 25 e 26 marzo affinché la truffa non si consumi in silenzio. hj</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Quattro poesie (da un&#8217;antologia poetica)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/un-mondo-che-non-puo-essere-migliore-unantologia-poetica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2008 09:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Aggiungi nuovo tag]]></category>
		<category><![CDATA[Damiano Abeni]]></category>
		<category><![CDATA[john ashbery]]></category>
		<category><![CDATA[poesia statunitense]]></category>
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					<description><![CDATA[John Ashbery è uno dei maggiori poeti statunitensi viventi. È attivo dalla metà degli anni Cinquanta (del 1956 è la sua prima raccolta Some Trees). Personalità estremamente autonoma, difficilmente inquadrabile in correnti e scuole, Ashbery è il poeta metamorfico e sperimentale per eccellenza. La sua scrittura si muove costantemente tra la l’assunzione delle forme ereditate [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>John Ashbery è uno dei maggiori poeti statunitensi viventi. È attivo dalla metà degli anni Cinquanta (del 1956 è la sua prima raccolta </em>Some Trees<em>). Personalità estremamente autonoma, difficilmente inquadrabile in correnti e scuole, Ashbery è il poeta metamorfico e sperimentale per eccellenza. La sua scrittura si muove costantemente tra la l’assunzione delle forme ereditate e la pressione verso l’informe. La sua esplorazione dell’identità avviene per itinerari ellittici, enigmatici, ambigui, ponendosi agli antipodi del filone “confessionale” della poesia statunitense e del suo capostipite Robert Lowell. </p>
<p>In Italia apparve nel 1983, per Garzanti, </em>Autoritratto in uno specchio convesso<em> con un&#8217;introduzione di Giovanni Giudici e traduzione di Aldo Busi. Oggi è finalmente disponibile in Italia un’antologia curata da Damiano Abeni con Moira Egan, alla cui selezione ha collaborato lo stesso autore. Si tratta di </em><a href="http://www.lucasossellaeditore.it/arte_poetica/un_mondo.html">Un mondo che non può essere migliore. Poesie scelte 1956-2007</a><em>, Luca Sossella, 2008.</em></p>
<p>di <strong>John Ashbery</strong></p>
<p>da <em>Your Name Here</em> [Qui il vostro nome], 2000</p>
<p><strong>This Room </strong></p>
<p>The room I entered was a dream of this room.<br />
Surely all those feet on the sofa were mine.<br />
The oval portrait<br />
of a dog was me at an early age.<br />
Something shimmers, something is hushed up.<br />
We had macaroni for lunch every day<br />
except Sunday, when a small quail was induced<br />
to be served to us. Why do I tell you these things?<br />
You are not even here.<br />
<span id="more-8194"></span><br />
<strong>Questa stanza</strong></p>
<p>La stanza in cui entrai era il sogno di questa stanza.<br />
Certo tutti quei piedi sul sofà erano miei.<br />
Il ritratto ovale<br />
di un cane ero io in piú tenera età.<br />
Qualcosa riluce, qualcosa viene azzittito.<br />
A pranzo mangiavamo pastasciutta tutti i giorni<br />
tranne la domenica, quando una quaglia veniva indotta<br />
a esserci servita. Perché ti dico questo?<br />
Nemmeno sei qui. </p>
<p>*</p>
<p>da <em>Shadow Train </em>[Treno ombra], 1981 </p>
<p><strong>Paradoxes and Oxymorons </strong></p>
<p>This poem is concerned with language on a very plain level.<br />
Look at it talking to you. You look out a window<br />
Or pretend to fidget. You have it but you don’t have it.<br />
You miss it, it misses you. You miss each other.<br />
The poem is sad because it wants to be yours, and cannot be.<br />
What’s a plain level? It is that and other things,<br />
Bringing a system of them into play. Play?<br />
Well, actually, yes, but I consider play to be<br />
A deeper outside thing, a dreamed role-pattern,<br />
As in the division of grace these long August days<br />
Without proof. Open-ended. And before you know it<br />
It gets lost in the steam and chatter of typewriters.<br />
It has been played once more. I think you exist only<br />
To tease me into doing it, on your level, and then you aren’t there<br />
Or have adopted a different attitude. And the poem<br />
Has set me softly down beside you. The poem is you. </p>
<p><strong><br />
Paradossi e ossimori </strong></p>
<p>Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.<br />
Guardala che ti parla. Guardi da una finestra<br />
o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.<br />
Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.<br />
La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.<br />
Cos’è un livello piano? È quella cosa e altre,<br />
e ne mette in gioco un sistema. Gioco?<br />
Beh, di fatto, sí, ma io ritengo che il gioco sia<br />
una piú profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,<br />
come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane<br />
senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga<br />
si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.<br />
È stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo<br />
per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei<br />
o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia<br />
mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.</p>
<p>*</p>
<p>da <em>A Worldly Country</em> [Un paese mondano], 2007 </p>
<p><strong>Thrill of a Romance </strong></p>
<p>It’s different when you have hiccups<br />
Everything is—so many glad hands competing<br />
for your attention, a scarf, a puff of soot,<br />
or just a blast of silence from a radio.<br />
What is it? That’s for you to learn<br />
to your dismay when, at the end of a long queue<br />
inthe cafeteria, tray in hand, they tell you the gate closed down<br />
after the Second World War. Syracuse was declared capital<br />
of a nation in malaise, but the directorate<br />
had other, hidden goals. To proclaim logic<br />
acasualty of truth was one. </p>
<p>Everyone’s solitude (and resulting promiscuity)<br />
perfumed the byways of villages we had thought civilized.<br />
Isaw you waiting for a streetcar and pressed forward.<br />
Alas, you were only a child in armor. Now when ribald toasts<br />
sail round a table too fair laid out, why the consequences<br />
are only dust, disease and old age. Pleasant memories<br />
are just that. So I channel whatever<br />
into my contingency, avein of mercury<br />
that keeps breaking out, higher up, more on time<br />
every time. Dirndls spotted with obsolete flowers,<br />
worn in the city again, promote open discussion.</p>
<p><strong>Il brivido di un’avventura d’amore</strong> </p>
<p>È diverso quando hai il singhiozzo.<br />
Tutto è – cosí tante mani con secondi fini si contendono<br />
la tua attenzione, una sciarpa, uno sbuffo di fuliggine,<br />
o solo un boato di silenzio da una radio.<br />
Cos’è? È una cosa che saprai<br />
con sconcerto quando, alla fine di una lunga coda<br />
al self-service, vassoio in mano, ti dicono che la porta ha chiuso<br />
dopo la seconda guerra mondiale. Siracusa fu dichiarata capitale<br />
di una nazione malconcia, ma il direttorato<br />
aveva altri, reconditi scopi. Proclamare la logica<br />
vittima della verità era uno di questi. </p>
<p>La solitudine di tutti (e la conseguente promiscuità)<br />
profumava i vicoli di paesi che avevamo pensato civili.<br />
Ti ho visto che aspettavi il tram e sono passato di fretta.<br />
Ahimé eri solo un bimbo con l’armatura. Ora quando brindisi ribaldi<br />
fanno vela attorno a un tavolo troppo bene imbandito, ecco le conseguenze<br />
sono solo polvere, malattia e vecchiaia. I bei ricordi<br />
sono solo ciò che sono. Cosí io convoglio qualsiasi cosa<br />
nella mia eventualità, una vena di mercurio<br />
che continua a disperdersi, piú su, piú puntuale<br />
ogni volta. Dirndl maculati di fiori obsoleti,<br />
indossati di nuovo in città, promuovono un dibattito aperto.</p>
<p>*</p>
<p>da<em> Houseboat Days</em> [I giorni della casa galleggiante]1977</p>
<p><strong><br />
And Ut pictura poesis Is Her Name</strong></p>
<p>You can’t say it that way any more.<br />
Bothered about beauty you have to<br />
Come out into the open, into a clearing,<br />
And rest. Certainly whatever funny happens to you<br />
Is OK. To demand more than this would be strange<br />
Of you, you who have so many lovers,<br />
People who look up to you and are willing<br />
To do things for you, but you think<br />
It’s not right, that if they really knew you&#8230;<br />
So much for self-analysis. Now,<br />
About what to put in your poem-painting:<br />
Flowers are always nice, particularly delphinium.<br />
Names of boys you once knew and their sleds,<br />
Skyrockets are good—do they still exist?<br />
There are a lot of other things of the same quality<br />
As those I’ve mentioned. Now one must<br />
Find a few important words, and a lot of low-keyed,<br />
Dull-sounding ones. She approached me<br />
About buying her desk. Suddenly the street was<br />
Bananas and the clangor of Japanese instruments.<br />
Humdrum testaments were scattered around. His head<br />
Locked into mine. We were a seesaw. Something<br />
Ought to be written about how this affects<br />
You when you write poetry:<br />
The extreme austerity of an almost empty mind<br />
Colliding with the lush, Rousseau-like foliage of its desire to communicate<br />
Something between breaths, if only for the sake<br />
Of others and their desire to understand you and desert you<br />
For other centers of communication, so that understanding<br />
May begin, and in doing so be undone.</p>
<p><strong>E lei si chiama Ut pictura poesis</strong></p>
<p>Non puoi dirlo piú cosí.<br />
Preoccupato della bellezza devi<br />
uscire allo scoperto, in una radura,<br />
e riposare. Certo, qualsiasi cosa strana ti succeda<br />
è OK. Chiedere di piú non sarebbe<br />
da te, tu che hai cosí tanti amanti,<br />
gente che ti ammira ed è pronta<br />
a fare cose per te, ma tu pensi<br />
non sia giusto, che se ti conoscessero davvero&#8230;<br />
Basta cosí con l’autoanalisi. E adesso,<br />
su cosa mettere nella tua poesia-quadro:<br />
i fiori sono sempre belli, specie i delphinium.<br />
I nomi di bambini conosciuti un tempo e le loro slitte,<br />
i razzetti vanno bene – esistono ancora?<br />
Ci sono un sacco di altre cose con le stesse proprietà<br />
delle sunnominate. Ora si devono<br />
trovare alcune parole importanti e molte di basso profilo,<br />
dal suono fiacco. Lei mi contattò<br />
perché comprassi la sua scrivania. D’improvviso la strada fu<br />
follia pura e clangore di strumenti giapponesi.<br />
Prosaici testamenti vennero sparpagliati tutt’attorno. La sua testa<br />
s’allacciò alla mia. Eravamo una biciancola. Qualcosa<br />
andrebbe scritto su come ciò ti condizioni<br />
quando scrivi poesia:<br />
l’estrema austerità di una testa pressoché vuota<br />
che si scontra con il rigoglioso fogliame Rousseau-simile del suo desiderio di [comunicare<br />
qualcosa nelle intermittenze del respiro, anche se solo nell’interesse<br />
d’altri e per il loro desiderio di capirti e disertarti<br />
per altri centri di comunicazione, cosí che la comprensione<br />
possa avere inizio, e cosí facendo essere disfatta.</p>
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