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	<title>albert camus &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Intervista a Yasmina Melaouah: ritradurre &#8220;La peste&#8221; di Camus</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/11/26/105719/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Nov 2023 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Yasmina Melaouah]]></category>
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					<description><![CDATA[a cura di <strong>Giulio Sanseverino </strong> <br />Il narratore usa subito la parola “cronaca”, sia perché erano cronache della peste quelle che Camus aveva letto come documentazione, sia perché la pone in antitesi alla parola “romanzo”: la cronaca è qualcosa di asciutto, neutro [...], a un resoconto dove non c’è ornamento, e quindi dove non si inganna]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-105722" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Lorandini-Bibbo_UnaconversazioneInfinita.jpeg" alt="" width="321" height="553" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Lorandini-Bibbo_UnaconversazioneInfinita.jpeg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Lorandini-Bibbo_UnaconversazioneInfinita-174x300.jpeg 174w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Lorandini-Bibbo_UnaconversazioneInfinita-595x1024.jpeg 595w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Lorandini-Bibbo_UnaconversazioneInfinita-150x258.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Lorandini-Bibbo_UnaconversazioneInfinita-300x517.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Lorandini-Bibbo_UnaconversazioneInfinita-244x420.jpeg 244w" sizes="(max-width: 321px) 100vw, 321px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[È uscito per Mucchi il volume <em>Una conversazione infinita. Perché ritradurre i classici</em>, a cura di Antonio Bibbò e Francesca Lorandini, nella collana &#8220;Strumenti nuova serie&#8221; diretta da Antonio Lavieri: si tratta di una raccolta di contributi firmati da Andrea Binelli, Ilide Carmignani, Franca Cavagnoli, Claudia Demattè, Massimiliano De Villa, Giulia Giorgi, Yasmina Melaouah, Luca Morlino, Elisa Aurora Pantaleo e Giulio Sanseverino. Pubblico qui di seguito, a mo&#8217; di anteprima, l&#8217;intervista di Sanseverino a Melaouah, a proposito della sua nuova traduzione di <em>La peste </em>di Camus. <em>ot</em>]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sanseverino</strong>: Dal momento che risulta difficile preconizzare la frequenza temporale delle ritraduzioni, che non seguono una cadenza sistematica, partirei proprio con una domanda sul perché ritradurre <em>La Peste</em> oggi, considerando la necessità di una traduzione meno datata di quella del 1948.</p>
<p><strong>Melaouah</strong>: Posto che non voglio neanche mettere la punta del piede sui massimi sistemi, sul perché si ritraducono i classici, mi domanderei piuttosto perché ritraduciamo. Io sono abbastanza renitente a quell’idea, che ormai mostra un po’ la corda, secondo cui i classici invecchiano e bisogna togliere la polvere. Proprio dopo aver lavorato a <em>La Peste</em>, che nel corso della mia vita avevo già incontrato spesso (a quindici anni la prima volta, nei panni di lettrice; poi laureandomi su Camus e in vari altri momenti successivi), mi sono resa conto che non siamo noi traduttori ad andare nel passato in veste di archeologi per dissotterrare, ma sono i grandi classici a trovarsi molto più avanti di noi e ad aspettarci, per così dire, nel futuro; bisogna rincorrerli. Capisco che possa sembrare solo un’immagine a effetto, ma ho davvero la sensazione che fra i vari traduttori che si susseguono sullo stesso testo è come se si instaurasse una specie di staffetta: ci passiamo il testimone, all’inseguimento di un testo che è più avanti di noi. Nel 2019 non eravamo ancora arrivati alla pandemia, eppure <em>La Peste</em> era già lì, per raccontarcela. Aprendo una parentesi personale, confesso che prima di ritradurlo io mi ero già paurosamente ritrovata in questo romanzo. Erano gli anni tra il 2015 e il 2017, in cui, soprattutto in Francia, la peste più virulenta era la cosiddetta <em>peste verte</em>, cioè il terrorismo islamico, per dirla in maniera un po’ rudimentale. Nell’estate del 2016 leggevo le pagine di Camus mentre i mezzi d’informazione raccontavano la strage della Promenade des Anglais di Nizza, avevano già raccontato Charlie Hebdo, e il Bataclan ancora prima. Sentivo che questa comunità di uomini, colpita nel romanzo dal flagello dell’epidemia, rappresentava anche una comunità sgomenta e spiazzata da un altro tipo di pestilenza (uso questa parola non a caso, perché sono proprio alcuni intellettuali algerini e altri politologi a parlare di <em>peste verte</em> come immagine del fanatismo islamico<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>). Quando poi siamo arrivati al 2020, ho sentito ancor più vivamente, senz’altro, come l’opera era capace di raccontarci la nostra pandemia. E tanto più confermava l’idea – poco nobile, scusate – che con i classici succede un po’ come quando ci si aspetta agli autogrill: noi lettori partiamo, con i nostri tempi, ma sono i classici ad aspettarci più avanti, e vanno raggiunti. Direi che proprio questa capacità di riformulare il mondo in una narrazione nuova, di essere testo aperto, è la dominante cruciale per un traduttore. La possibilità di continuare a dire diventa allora una bussola nel silenzio. La cosa che a me sta più a cuore quando traduco, infatti, è il non riempire mai i silenzi che un testo racchiude, non riempirli mai di un senso forzato che è frutto solo di una circostanza, di un’esperienza; come sarebbe stato, per esempio, riempire <em>La Peste </em>con la pandemia del 2020. A questo proposito è illuminante il saggio di Nicola Gardini<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a> sull’importanza dei vuoti e delle lacune nei testi letterari. Lasciare che il testo parli vuol dire fare un passo indietro, fare economia testuale, togliere perché il lettore possa giocare la sua parte e portare il suo senso dentro a quei vuoti. Chissà che ogni tanto non possa servire anche come giustificazione per qualche dimenticanza! Riguardo a <em>La Peste</em>, oltretutto, ritengo che la prima traduzione di Beniamino Dal Fabbro meritasse davvero una ritraduzione – e non lo dico solo perché me ne sono occupata io. Mentre per la prima de <em>L’Étranger</em> a cura di Alberto Zevi poteva bastare qualche ritocco, quella di Dal Fabbro era invecchiata troppo, o forse era proprio nata male. Peraltro, lui era anche scrittore, poeta, pianista, pittore, di tutto e di più, e questo la dice lunga su come talvolta rischino di essere ingombranti quelle personalità eclettiche che si prestano anche, ma non principalmente, alla traduzione. Nel proteggere i silenzi, appunto, la traduzione del ’48 non fa un gran lavoro: Dal Fabbro interviene massicciamente sulla punteggiatura andando verso la normalizzazione (un tic di molti traduttori non consapevoli), per esempio fondendo molte frasi, cioè eliminando dei punti, quando proprio il punto fermo è un momento di silenzio. Continuare a toglierli ossessivamente, nella fattispecie sostituendoli con i punti e virgola, significa sottrarre al testo i suoi spazi.</p>
<p><strong>S</strong>: Trovandosi davanti a un monumento letterario come <em>La Peste</em>, le scelte che si impongono a chi traduce si riducono sostanzialmente a due poli, con diversi gradienti nel mezzo: da un lato, prendere in considerazione, prima di avviare il lavoro, tutto o parte del bagaglio paratestuale che accompagna il romanzo (studi critici sull’opera, sull’autore, vicende bibliografiche, ricezione del testo originale, etc.); dall’altro, adottare quello che i New Critics chiamavano <em>close reading</em>, quindi isolare il testo da eventuali filtri esterni (storici, biografici, politici) per cercare di dar voce soltanto alle parole sulla pagina. Nel caso di una ritraduzione, a questo si aggiunge la presenza ineludibile, che la si interpelli o meno, delle traduzioni precedenti. Entrambi gli approcci comportano dei vantaggi, forse più lampanti nel primo caso, quello degli approfondimenti preliminari. In realtà anche una lettura ravvicinata e che si presume priva di influenze potrebbe mettere al riparo da quelle che Wimsatt e Beardsley definivano nei rispettivi saggi « intentional » e « affective fallacies »<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><em><sup><strong>[3]</strong></sup></em></a>, ovvero, da un lato, evitare di sovrapporre ciò che dice il testo con le intenzioni del suo autore (supponendo che si possano intercettare) e, dall’altro, non riuscire a distinguere il testo in sé dagli effetti che esso produce sul lettore. Nel caso de <em>La Peste</em>, quale linea di condotta ha seguito? E come ha pensato la strategia di traduzione prima di iniziare il lavoro, anche rispetto alla prima traduzione?</p>
<p><strong>M</strong>: Il guaio è che avevo già lavorato tanto su Camus alla fine degli studi universitari, per cui l’opzione “io e la pagina” era comunque impraticabile. Così ho letto il leggibile, esaurendo praticamente tutto ciò che ho trovato alla Bibliothèque nationale de France, a Parigi; con gran piacere, peraltro. Mi ha salvato e insieme frustrato, però, il fatto che in mezzo alla sconfinata bibliografia su Camus, tranne forse per <em>L’Étranger</em>, i testi che analizzano e trattano nello specifico la sua lingua e il suo stile sono pochissimi: ci si concentra piuttosto sulla sua figura di intellettuale, sui suoi temi. Questo mi ha aiutato nell’aprire una fase di faccia a faccia con la tenuta della parola sulla pagina, che poi è sempre l’approccio del traduttore: a un certo punto filtri e digerisci le letture, lasciandole fuori dalla porta.</p>
<p><strong>S</strong>: Considerati i due atteggiamenti evocati prima, quale grado di disciplina occorre adottare per mettere tra parentesi il proprio bagaglio di conoscenze al fine di ascoltare il testo e, al contempo, rispettarne i silenzi?</p>
<p><strong>M</strong>: Il traduttore è come se fosse, dicono i francesi, tra due <em>casquettes</em>. In prima battuta siamo lettori e, come tali, rispondendo al richiamo del testo letterario (più di quanto non accada con altri testi), portiamo il nostro processo interpretativo, riempiendo così i silenzi. Dopodiché togliamo la prima <em>casquette</em> e indossiamo quella d’autore – che si chiami autore in seconda, al quadrato o invisibile, poco importa. È a quel punto che va lasciato spazio affinché il nostro lettore, italiano, possa anche lui fare il gioco che abbiamo già fatto noi. Da qui forse tutte le derive in termini di nevrosi del traduttore, che è dilaniato tra i due ruoli. A me piace però lasciare che sia il lettore a fare la fatica di abitare quei silenzi. E occorre tanta disciplina, sì. Frequentando molti traduttori, un dato anche caratteriale lo ritrovo spesso: ci sono quelli a cui piace occupare la pagina, che vogliono lasciare in vista la propria autorialità; ad altri piace meno. Nel mio caso, mettermi al servizio dell’autore con tutta me stessa, fare un passo indietro, non mi sembra sminuisca il lavoro o lo renda di statuto secondario, perché in esso convoglio comunque le mie idiosincrasie. Poi noi traduttori siamo abituati ad essere funamboli tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, per cui rientra tra le nostre competenze la capacità di giostrarsi tra una parola apparentemente casuale ma che ritorna spesso, da un lato, e tutto ciò che sappiamo riguardo a quella parola dagli studi preliminari, dall’altro. È un equilibrio che si impara, o si spera di imparare, con il tempo.</p>
<p><strong>S</strong>: Qualche anno fa, sulla rivista Tradurre, mi capitò di leggere un articolo<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a> in cui parlava del suo primo incontro da lettrice con Camus, attraverso una certa reticella dorata. Oggi invece le chiedo qualcosa in più sul suo incontro con Camus da traduttrice, considerando anche la collaborazione con Bompiani. Com’è nata?</p>
<p><strong>M</strong>: Devo dire che li ho un po’ tormentati quand’ero giovane, perché Camus evidentemente è l’uomo della mia vita, con tutto il rispetto per i congiunti! Innanzitutto mi sono laureata con una tesi su Camus. Quando nel 1984, curato dalla figlia Catherine Camus, esce in Francia <em>Le premier homme</em> (che secondo me tra l’altro è il suo romanzo più bello, ancora inedito nella sua valigetta al momento dell’incidente d’auto in cui perse la vita, nel gennaio 1960), io lo leggo immediatamente. Poi, con un candore ancora da ragazzina, prendo il telefono per chiamare Bompiani e dire: « Ho fatto la tesi su Camus e questo voglio tradurlo io. » Ricordo che la Sgarbi<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a>, carinissima peraltro, rispose che le faceva molto piacere ma che avevano già affidato la traduzione a Ettore Capriolo. Mollo il colpo, ma qualche anno più tardi, per l’edizione completa dei Classici Bompiani – che è un po’ la loro versione della Pléiade francese – mi viene affidata la revisione redazionale delle traduzioni che stavano per mandare in stampa. Si erano accorti che in alcuni testi c’erano molti errori di traduzione, anche marchiani, e quindi mi diedero tutta l’opera di Camus da rivedere rapidamente, in due mesi, per scovarli. Probabilmente perché ero giovane e un po’ sprovveduta, ma anche a causa dei tempi strettissimi, qualcosa di quegli errori è rimasto ancora, soprattutto ne <em>Lo Straniero</em>. Errori peraltro in parte riportati anche nella nuova traduzione; ma pazienza. Quindi un filo conduttore c’è sempre stato. In realtà, il mio sogno era di tradurre <em>L’Étranger</em>. Nel 2015 invece accetto la proposta di ritradurre <em>La Peste</em>, all’interno di una precisa politica di Bompiani: Beatrice Masini, l’attuale direttore editoriale, con una bella definizione la chiama “manutenzione del catalogo”, ossia una rivalutazione dello stato corrente e una revisione periodica di quelle traduzioni, spesso molto vecchie, che riguardano autori stranieri fondamentali per la casa editrice. Su loro richiesta, ad esempio, io ho riguardato la traduzione di Capriolo de <em>Il primo uomo<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup><strong>[6]</strong></sup></a></em>, e quella è una traduzione che sta ancora in piedi. Ci sono invece delle traduzioni in commercio che richiedono un rifacimento. In questa manutenzione un ruolo preponderante lo hanno soprattutto gli eredi e gli agenti che curano i diritti di Camus, puntigliosi e attenti al destino dei suoi testi in traduzione. A ogni ritraduzione di Camus, infatti, gli eredi chiedono il mio curriculum, anche se la traduzione precedente l’ho fatta due mesi prima. Persino sulla scelta dei titoli il loro peso conta: ad esempio, tra poco uscirà il carteggio Camus-Casarès e Bompiani aveva proposto di non usare semplicemente “Corrispondenza” nel titolo, ma gli eredi erano in disaccordo<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup>[7]</sup></a>.</p>
<p><strong>S</strong>: A proposito del lavoro su <em>La Peste</em>, può dirci qualcosa riguardo al rapporto con il testo, facendo magari qualche esempio a partire dall’incipit?</p>
<p><strong>M</strong>: Come sempre gli incipit sono cruciali in quanto luoghi di ingresso per il lettore. Anche dal punto di vista editoriale, molto biecamente, nel momento in cui uno è in piedi in libreria a leggere le prime quattro righe di un libro, se non funzionano lo chiude e lo posa sullo scaffale. Ma non è questo il caso. Sulle prime righe de <em>La Peste<a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><sup><strong>[8]</strong></sup></a> </em>io sono tornata decine di volte, per diversi motivi. Innanzitutto, quel « qui font le sujet de cette chronique » mi faceva diventare pazza. Per la soluzione « descritti » sono debitrice alla traduzione inglese (che avevo e ogni tanto consultavo), che riporta « described »<a href="#_ftn9" name="_ftnref9"><sup>[9]</sup></a>. Gli inglesi vanno via molto più disinvolti nel tradurre, alle volte fin troppo. In italiano non avevo voglia di appesantire con “che sono oggetto”, “che fanno oggetto”, anche perché molto più importanti ritenevo altri due elementi, su cui deve cadere il peso della lettura: le parole <em>chronique</em> e <em>ordinaire</em>. Il narratore usa subito la parola “cronaca”, sia perché erano cronache della peste quelle che Camus aveva letto come documentazione<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><sup>[10]</sup></a>, sia perché la pone in antitesi alla parola “romanzo”: la cronaca è qualcosa di asciutto, neutro, anche un po’ noioso, simile a un verbale, a un resoconto dove non c’è ornamento, e quindi dove non si inganna. <em>La Peste</em> è la cronaca rigorosa di una comunità di uomini alle prese con il flagello. Il narratore, la cui identità si scoprirà solo alla fine, vuole dunque farsi il cronista di una città colpita da un flagello. Anche <em>ordinaire</em> creava problemi: non si parla solo di qualcosa di ordinario, ma di comunissimo, di grigio, comune nel senso di condiviso da tutta la comunità degli uomini, tema fondamentale dell’opera. Nell’incipit, il pasticcio per l’italiano era che il primo dei due « ordinaire » è un sostantivo, l’altro un aggettivo che non permetteva di conservare la stessa forma. Grazie a una di quelle intuizioni che arrivano durante le passeggiate, usare « fuori dal comune » e poi « comunissimo » mi era parsa una soluzione leggibile (per quanto io, della leggibilità, me ne infischi abbastanza) e che, nello stesso tempo, teneva insieme i sensi di <em>ordinaire</em>. Comunque credo che ci siano davvero delle parole chiave, in dialogo continuo. Più vado avanti, più cadono anche certe prese di posizione che avevo qualche anno fa a livello teorico (sull’essere una bermaniana di ferro, una <em>sourcière</em>). Più traduco e sprofondo nelle reti di parole, più diventano labili queste appartenenze categoriche. Per me ci sono piuttosto l’attenzione e l’ascolto alla pagina. Se essere una <em>sourcière</em> comporta un ascolto quanto più possibile scrupoloso della pagina e dei suoi silenzi, allora sono una <em>sourcière</em>, o forse una <em>sorcière<a href="#_ftn11" name="_ftnref11"><strong>[11]</strong></a></em>! A volte dico ai miei studenti, lasciandoli molto frustrati, che le versioni finali saranno sempre “il meno peggio”: ciò che importa davvero, è la voce da ascoltare. Se l’ascolto è ben fatto, la traduzione sarà buona. Ma l’attenzione posta all’esito è sempre maggiore, specialmente nei giovani traduttori, che corrono verso l’italiano.</p>
<p><strong>S</strong>: Su cosa le sembra di aver dovuto lavorare di più rispetto alla prima traduzione?</p>
<p><strong>M</strong>: Una delle dimensioni che mi sembrava mancasse di più nella vecchia traduzione, ma che io trovo sotterranea al testo, è quella del pathos che viene fuori in alcune scene. Dal Fabbro aveva schiacciato molto il pedale dell’aspetto cronachistico, di noia e grigiore, anche talvolta appesantendolo. Tuttavia, la forza di questo romanzo è che, accanto al rigore della cronaca e al rifiuto dell’ornamento, ossia accanto alla voce dell’intera città, ci sono poi momenti in cui erompe la voce dei singoli, la sofferenza e il senso dell’esilio, cioè quella nostalgia delle felicità individuali che – adesso lo sappiamo bene – bisogna mettere da parte nei periodi di flagello, e che viene tenuta a bada ma non eliminata, all’interno del romanzo. Nelle righe conclusive<a href="#_ftn12" name="_ftnref12"><sup>[12]</sup></a>, infatti, è come se l’emozione potesse finalmente emergere e, di conseguenza, il ritmo trova sintonia con il pathos. Ci sono alcuni momenti di vera e propria commozione, che credo colgano anche il lettore alla sprovvista, perché staccano rispetto al tono da verbale del romanzo. Stando lì a mettere in fila le parole, io ho sentito questa commozione fuoriuscire attraverso un senso davvero molto compiuto del ritmo; sul finale, appunto, come il fluire di una musica segreta, che chiude. È lì che mi è sembrato di dover lavorare maggiormente. Così pure in alcune scene delle parti interne, quando ad esempio il giornalista Rambert si aggira nella stazione vuota guardando i cartelli che invitano a una vita felice a Cannes o a Bandol: un’immagine che restituisce l’idea dell’esilio più di qualsiasi discorso già affrontato sull’esilio e sulla solitudine. Il ritmo è una bussola terribile, perché poco studiato per la prosa. Quindi bisogna un po’ navigare a vista, con il proprio metronomo interiore. Mi ricordo che alla mia primissima traduzione, un romanzo di Héctor Bianciotti, l’autore mi scrisse poi un biglietto molto carino, in cui diceva: «Madame, la cadence, c’est tout!».</p>
<p>_</p>
<p>Note</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Una definizione sintetica di <em>peste verte</em> si trova in Giniewski e Matteoli, <em>Israël, les islamistes extrémistes et les démocraties occidentales</em>, « Rivista di Studi Politici Internazionali », Vol. 71, No. 2, 2004, 231: « La &#8220;peste verte&#8221; désigne l&#8217;infime minorité des islamistes extrémistes qui se couvrent de la religion pour camoufler leurs buts politiques et tenter de justifier leurs activités criminelles sous le manteau du jihad, et dont l&#8217;opprobre rejaillit sur une majorité d&#8217;innocents. »</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Nicola Gardini, <em>Lacuna. Saggio sul non detto</em>, Einaudi, 2014.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Inclusi nella raccolta <em>The verbal icon: Studies in the meaning of poetry</em>, in W. Wimsatt e M. Beardsley (a cura di), Lexington, University of Kentucky Press, 1954, 3-18.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Y. Melaouah, La reticella dorata. Come sono diventata traduttrice, <em>Rivista Tradurre</em>, 15, 2018.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Elisabetta Sgarbi, direttrice editoriale di Bompiani fino al 2015.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Albert Camus, <em>Il primo uomo</em>, Milano, Bompiani, 1994.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Il testo è stato infine pubblicato da Bompiani nel 2021 con il titolo <em>Saremo leggeri. Corrispondenza (1944-1959)</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Per comodità di consultazione e confronto, riportiamo in nota l’incipit originale e le sue due traduzioni:</p>
<p>T<sub>0</sub> : Les curieux événements qui font le sujet de cette chronique se sont produits en 194., à Oran. De l’avis général, ils n’y étaient pas à leur place, sortant un peu de l’ordinaire. À première vue, Oran est, en effet, une ville ordinaire et rien de plus qu’une préfecture française de la côte algérienne. (Camus, <em>La peste</em>, Gallimard, 1947, p. 11)</p>
<p>T<sub>1 </sub>: I singolari avvenimenti che dànno materia a questa cronaca si sono verificati nel 194&#8230; a Orano; per opinione generale, non vi erano al loro posto, uscendo un po&#8217; dall&#8217;ordinario: a prima vista, infatti, Orano è una città delle solite, null&#8217;altro che una prefettura francese della costa algerina. (Camus, <em>La peste</em>, Bompiani, 1948, p. 5)</p>
<p>T<sub>2 </sub>: I singolari avvenimenti descritti in questa cronaca si sono prodotti nel 194. a Orano. Era opinione diffusa che capitassero nel luogo sbagliato, trattandosi di avvenimenti un po’ fuori dal comune. E Orano è invece, a prima vista, un posto comunissimo, una semplice prefettura francese della costa algerina. (Camus, <em>La peste</em>, Bompiani, 2017, p. 9)</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> La prima traduzione statunitense è di Stuart Gilbert: <em>The Plague</em>, pubblicata nel 1948 da Alfred A. Knopf.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Per un approfondimento sui documenti medici e storici da cui attinse l’autore, si rimanda a Marie-Thérèse Blondeau (1986, 1999) e Jacqueline Lévi-Valensi (1991, 1999).</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Cioè una strega, parola che in francese ha una pronuncia molto vicina a quella di <em>sourcière</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Che riportiamo di seguito: « Écoutant, en effet, les cris d’allégresse qui montaient de la ville, Rieux se souvenait que cette allégresse était toujours menacée. Car il savait ce que cette foule en joie ignorait, et qu’on peut lire dans les livres, que le bacille de la peste ne meurt ni ne disparaît jamais, qu’il peut rester pendant des dizaines d’années endormi dans les meubles et le linge, qu’il attend patiemment dans les chambres, les caves, les malles, les mouchoirs et les paperasses, et que, peut-être, le jour viendrait où, pour le malheur et l’enseignement des hommes, la peste réveillerait ses rats et les enverrait mourir dans une cité heureuse. » (1947, p. 279).</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Su &#8220;L&#8217;osso, l&#8217;anima&#8221; di Bartolo Cattafi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/03/su-losso-e-lanima-di-bartolo-cattafi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Oct 2023 06:11:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[albert camus]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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		<category><![CDATA[Raoul Bruni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese </strong> <br /> La scena ricorrente in Cattafi è quella di un programma razionale, di conoscenza o azione, che s’infrange puntualmente contro il mondo (o il proprio sé inconsapevole e animale); in questo la sua tragicità e l’”antiumanesimo integrale” di cui ha scritto Baldacci...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Questo articolo, dedicato al libro di Bartolo Cattafi, <em>L’osso, l’anima </em>(a cura di Diego Bertelli, Le Lettere, Firenze, 2022), è apparso sul numero n° 7/8 (luglio-agosto, 2023) de &#8220;L&#8217;Indice&#8221;.]</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Con la riedizione del suo libro più intenso, <em>L’osso, l’anima</em>, uscito per la prima volta nel 1964, e ristampato per Le Lettere nel 2022 a cura di Diego Bertelli, possiamo dire che Bartolo Cattafi ha cessato di essere un poeta dimenticato o sottostimato criticamente. A partire da <em>Spalle al muro</em> del 2003, una monografia critica di Paolo Maccari – anch’egli poeta – si è assistito a un crescente interesse per l’opera di Cattafi (1922-1979) soprattutto da parte delle più giovani generazioni di critici e autori, che ha avuto come importante coronamento la pubblicazione di <em>Tutte le poesie</em> nel 2019, sempre per Le Lettere e a cura di Bertelli, con introduzione di Raoul Bruni. Secondo quest’ultimo, il poeta siciliano va annoverato tra gli “irregolari” del Novecento, con Delfini, Landolfi, Morselli – ma la lista, lo sappiamo, sarebbe più lunga –, che non sono stati, per varie ragioni, considerati degni di adeguata attenzione critica. Innanzitutto, Cattafi ha mostrato una certa noncuranza nei confronti della corporazione poetica del suo tempo, e non si è prestato a una facile catalogazione nelle categorie critiche disponibili – a lui spettò, con una certa approssimazione, l’inclusione nella “linea lombarda”. A rileggere oggi <em>L’osso, l’anima</em> altre parentele sorgono, anche se inaspettate: con il Kafka dei racconti in forma di parabola, con l’anti-lirico Henri Michaux (<em>L’espace du dedans</em>, titolo di un’antologia ripubblicata nel 1966), con i romanzi surreali (ma non surrealisti) di Witold Gombrowicz. Il curatore, nel suo saggio introduttivo, esplora con attenzione le ragioni di questa mancata assimilazione della poesia cattafiana nel canone del secondo novecento, citando però anche coloro che, come Raboni o Luigi Baldacci, seppero cogliere la forza e l’originalità della sua opera, riconducibile “alla tradizione europea anziché al contesto nostrano”.</p>
<p>La diade lessicale del titolo c’introduce non tanto alla contraddittoria coesistenza tra mente e corpo, tra anima e carne, che tanto ha marcato la civiltà occidentale da un punto di vista filosofico e religioso, ma all’enigma della loro vicinanza, che potrebbe rivelare una forma di reversibilità: non l’osso <em>e </em>l’anima, ma l’osso <em>è </em>l’anima – “(…) è casomai in sequenza analogica e appositiva, scrive Bertelli, che dobbiamo interpretare i due termini”. Possiamo intenderlo in questo modo, allora, il titolo di Cattafi: lo spazio del di dentro è altrettanto opaco che lo spazio del di fuori; non solo la coscienza non fornisce all’essere umano nessun privilegio morale nei confronti della turpitudine cosmica, ma neppure le sue facoltà conoscitive le permettono un vero controllo sul destino. Accenti leopardiani attraversano la poesia di Cattafi, ma con una disinvoltura e un’ironia tutta novecentesca. D’altra parte, <em>L’osso, l’anima</em>, sembra eleggere come proprio osservatorio privilegiato la <em>soglia</em> tra soggetto e mondo, lo schermo della coscienza nel bilico che separa l’io dall’azione, il principio dalla sua messa in opera, l’enunciato dalla cosa a cui si riferisce.</p>
<p>Un’altra caratteristica della voce di Cattafi è la perentorietà degli attacchi e la versificazione martellante che li sviluppa. Evochiamone qualcuno: “Quanto secchi e squadrati / i nostri metri di mondo. / (…)”; “Lascia stare le fredde geometrie, / i faticosi conti della serva. / (…)”; “Giunse quindi il momento di buttarci / a capofitto, / ariete sprizzaschegge / che squassa scardina divelle. / (…)”; “Ti spiattello in faccia / come vanno le cose: / vanno male. / (…)”; “La tua grande bravura / infilare nel quadro colori / tesi, drammatici, scattanti. / (…)”. La brevità e la causticità dell’epigramma sono messe qui al servizio di un’intenzione allegorica, che inscena brevi parabole, micro-narrazioni, dialoghi interiori, che quasi mai fungono da espressione lirica diretta di un’esperienza. Un riferimento italiano pertinente, per questo e altri libri di Cattafi, è allora il Caproni allegorico del <em>Franco cacciatore</em>, ma già punti di contatto possono stabilirsi con il quasi coevo <em>Il muro della terra</em>, che è uscito nel 1975, ma include componimenti degli anni Sessanta. La differenza con Caproni è riscontrabile soprattutto nella più ampia mobilità figurativa di Cattafi, che pur funzionando anch’egli per “variazioni su tema”, rifiuta di confinare i suoi componimento entro una cornice allegorica unitaria e ben definita (la caccia, in Caproni).</p>
<p>Come già ricordato, la scena ricorrente in Cattafi è quella di un programma razionale, di conoscenza o azione, che s’infrange puntualmente contro il mondo (o il proprio sé inconsapevole e animale); in questo la sua tragicità e l’”antiumanesimo integrale” di cui ha scritto Baldacci. La parola poetica è una constatazione d’impotenza nei confronti degli eventi che circondano l’uomo, nonostante la sua presunzione di conoscere e controllare la realtà. E non vi sono zone di conciliazione (religiosa) o di riparazione (etico-politica) possibili. Nemmeno margini di montaliana saggezza. Ma vi è l’esistenziale energia, l’eros insopprimibile, che Albert Camus aveva visto nello sforzo vano di Sisifo, e che Cattafi celebra in questi fronteggiamenti con il mondo nella sua ambigua carnalità: ora calda e afferrabile, ora sfuggente e illusoria.</p>
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		<title>Quella violenza non la dimenticheremo mai &#8211; Peter Genito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 09:13:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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		<category><![CDATA[Covid]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Peter Genito</strong> <br />
Timore, paura, terrore. Ma siamo sicuri che la nostra paura sia del virus? Siamo sicuri che sia stato così sin dall'inizio? E non di chi, in quel momento e ora, comandava e comanda il gioco?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>&#8220;Mi rivolto, dunque siamo&#8221;</em> (A. Camus)</p>
<p style="text-align: center;">A quasi due anni dal primo lockdown. Senza esser complottisti né negazionisti.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-95213 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner-300x179.jpg" alt="" width="300" height="179" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner-300x179.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner-768x457.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner-150x89.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner-696x414.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner-705x420.jpg 705w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/runner.jpg 922w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: center;">di Peter Genito</p>
<p>Timore, paura, terrore. Ma siamo sicuri che la nostra paura sia del virus? Siamo sicuri che sia stato così sin dall&#8217;inizio? E non di chi, in quel momento e ora, comandava e comanda il gioco? Di chi, in quel momento e ora, faceva e fa la narrazione? Di chi da anni ci sorvegliava ed è pronto a braccarci oggi, se non ci crediamo? È la violenza del potere, che impaurisce. Per questo, siamo tutti ligi e obbedienti. Sull&#8217;attenti e pronti a battere i tacchi e signorsì all&#8217;ennesimo, demenziale decretino?</p>
<p>Fu forte, fortissima, quella violenza fin dall&#8217;inizio, fin dal primo lockdown totale. L&#8217;elicottero sopra la testa in piazza Duomo a Milano, che ti inseguiva mentre eri a piedi. Un clima di stato d&#8217;assedio, militari ovunque in anfibi mitra e tuta mimetica, camionette nelle stazioni in ogni città. È lì che si è capito che c&#8217;era in atto qualcosa di &#8216;grandioso&#8217;. La caccia ai runner sulle spiagge. La colpevolizzazione e criminalizzazione dei comportamenti più normali. Tanto più il potere è gratuito, tanto più grande è la sua forza. L&#8217;irrazionale ha preso il comando, perché solo l&#8217;irrazionale travolge, paralizza. Tutti, subito, abbiamo capito che quel potere di rinchiuderci, come delinquenti o appestati, viveva di una forza immensa, perché nessuno interveniva, nessuno diceva nulla, nessuno parlava, quando era evidente che tutto era folle. In fila ai supermercati, ricorderemo sempre quelle file immense, ore ed ore, e nessuno parlava con l&#8217;altro. Mascherine amuchina e guanti chirurgici. Nessuno respirava più libero. Dritti, sotto il sole, sotto la pioggia o al vento, ad aspettare il proprio turno. Oggi file interminabili alle farmacie per i tamponi. Imbavagliati, fermi, immobili. La finta liberta&#8217; dei social. I diritti compressi e negati, la Costituzione umiliata, la democrazia sospesa.</p>
<p>Questo è il potere, il vero potere, quello che può imporre tutto quello che vuole, nella consapevolezza di una resistenza paralizzata dal terrore. La forza di tutto quello che è accaduto è stata quella di un Leviatano minaccioso, mostratosi capace di un dominio puro fin dall&#8217;inizio. Un Leviatano immenso, duro, luccicante. Oggi ha gli occhi di drago. Chi parla di &#8216;cialtroni&#8217; non ha capito proprio nulla. Questa è un&#8217;organizzazione mondiale che è partita, quando era ben certa di avere tutti i tasselli al punto giusto, quando sapeva che avrebbe potuto compiere ogni violenza possibile, giuridica e fisica, nella totale impunità. Quando sapeva che doveva solo manifestare la sua forza &#8211; immensa -, per terrorizzare un&#8217;intera popolazione mondiale, e costringerla a sottomettersi, senza scampo.</p>
<p>Politici, giornalisti, medici, personaggi pubblici, intellettuali si sono schierati subito. Hanno capito, subito, quella violenza. Che non si poteva che saltare &#8211; al più presto, prima che fosse troppo tardi &#8211; da quella parte. Che non ci si poteva e non ci si puo&#8217; contrapporre alla violenza, se non esercitandola a sua volta.</p>
<hr />
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<p><strong>Peter Genito</strong> è narratore e poeta performer. Lavora come bibliotecario a Firenze. Tra le sue opere: <em>Dal buio al cuore. Poesie e pensieri 1999-2011</em> (Del Bucchia, 2011), <em>A fioca nen. Racconti</em> (A. Sacco, 2014) <em>Lecce Homo</em> romanzo (Robin Edizioni, 2016), <em>Fanfiuchè</em> poesie (Tracce, 2019). Ha curato l&#8217;antologia <em>Tredici. I poeti del Bandino</em> (Nerbini ed. 2020). Agguato al lago rosso (Porto Seguro, 2021) è il suo secondo romanzo.</p>
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		<title>Finitudine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Dec 2020 06:00:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani E’ uscito da qualche giorno il volume dal singolare titolo FINITUDINE, che l’autore, Telmo Pievani, definisce nel sottotitolo ”romanzo filosofico su fragilità e libertà” (Raffaello Cortina, € 16,00). Telmo ha ottenuto a Padova la prima cattedra italiana di “Filosofia delle scienze biologiche”, ha molti scritti, scientifici e divulgativi, alle spalle, ha collaborato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>E’ uscito da qualche giorno il volume dal singolare titolo FINITUDINE, che l’autore, <strong>Telmo Pievani</strong>, definisce nel sottotitolo ”romanzo filosofico su fragilità e libertà” (Raffaello Cortina, € 16,00). Telmo ha ottenuto a Padova la prima cattedra italiana di “Filosofia delle scienze biologiche”, ha molti scritti, scientifici e divulgativi, alle spalle, ha collaborato con Luigi Luca Cavalli Sforza (di cui ha <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/09/06/luigi-luca-cavalli-sforza/">qui </a>scritto un bel ricordo) e, lo si sente in ogni riga di quel che scrive, è un autentico appassionato della sua scienza, della ricerca e dei collegamenti della sua scienza con altri rami del sapere, più o meno adiacenti.<br />
<figure id="attachment_87110" aria-describedby="caption-attachment-87110" style="width: 180px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-180x300.jpg" alt="" width="180" height="300" class="size-medium wp-image-87110" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-180x300.jpg 180w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-768x1283.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-613x1024.jpg 613w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-250x418.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-200x334.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-160x267.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus.jpg 789w" sizes="(max-width: 180px) 100vw, 180px" /><figcaption id="caption-attachment-87110" class="wp-caption-text">Albert Camus ritratto da Antonio Molino</figcaption></figure><br />
Non è facile descrivere questo libro, data la sua densità e la ricchezza di prospettive che offre. Comincerò a raccontare la singolare maniera in cui è organizzato. Il 4 gennaio 1960 <strong>Albert Camus</strong> (Nobel 1957 per la letteratura) moriva tragicamente sul colpo in un incidente d’auto. Pievani si immagina questa finzione: Camus non muore sul colpo, ma, ricoverato in ospedale, gravemente ferito, rimane tuttavia lucido e in grado di conversare e argomentare. Il suo amico<br />
<figure id="attachment_87114" aria-describedby="caption-attachment-87114" style="width: 213px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" class="size-medium wp-image-87114" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-768x1083.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-726x1024.jpg 726w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-250x352.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-200x282.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-160x226.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod.jpg 962w" sizes="(max-width: 213px) 100vw, 213px" /><figcaption id="caption-attachment-87114" class="wp-caption-text">Jacques Monod ritratto da Antonio Molino</figcaption></figure><br />
<strong>Jacques Monod</strong> (che riceverà il Nobel “per la fisiologia o la medicina” nel 1965 insieme ai colleghi francesi <strong>François Jacob</strong> e <strong>André Lwoff</strong>, pure molto nominati nel libro) si precipita a trovarlo. Sia Camus che Monod stavano realmente scrivendo, al momento della loro scomparsa (quella di Monod nel 1976) ciascuno un libro, <em>L’ultimo uomo</em> quello di Camus e <em>L’uomo e il tempo</em> quello di Monod. Pievani si immagina che si tratti dello stesso libro, le cui bozze Monod comincia a leggere all’amico in ospedale: quindi tutto comincia con la lettura della bozza del primo capitolo; ne discutono, lasciano passare qualche settimana e Monod torna con la bozza del secondo capitolo e così via fino al sesto capitolo e alla chiusa finale, che sarà anche una chiusa per l’amico Albert. Dunque il testo del libro si finge sia stato scritto dai due amici e Pievani vi aggiunge i loro molto interessanti e spesso divertenti colloqui ospedalieri periodici. L’altra cosa fondamentale di questa scrittura è che l’autore immagina che il <em>De rerum natura</em> di <strong>Lucrezio </strong>sia una specie di filo conduttore: l’esergo all’inizio di ogni capitolo è un passo di quest’opera di venti secoli abbondanti fa, che peraltro si attagliano stupefacentemente al contenuto del capitolo.<br />
Tutto parte da questa strana parola del titolo: <em>Finitudine </em>è, così si comincia a capire, una proprietà di tutto quanto, l’umanità finirà, la Terra pure, il sistema solare, la galassia nella quale incessantemente giriamo e anche tutto l’universo andrà verso quella che i termodinamici fin dall’inizio del secolo scorso chiamavano la morte termica dell’universo. Non c’è ombra di trascendenza in tutto questo libro, Telmo è un darwinista convinto, gli dèi della Grecia sono morti e non si ha notizia di altri che li abbiano degnamente sostituiti. Ma la ricerca che spinge tutto l’argomentare del libro è quella di una scappatoia, di una luce in fondo alla strada, di qualche percorso che ci conduca a uscire dalla disperazione del finire, e io certo qui non voglio fare spoiling e dirvi chi è l’assassino, o, meglio, se e come qualcosa ci salva dall’assassino. I titoli dei capitoli da soli indicano questa strada: 1.<em> La finitudine di tutte le cose</em>, 2. <em>Sfidare la finitudine con la tecnica</em>, 3. <em>Sfidare la finitudine con il progresso</em>, 4. <em>Sfidare la finitudine con il DNA</em>. Ma il capitolo 5 ha un titolo diverso: <em>Diventare un coleottero alato</em>, e il sesto, poi, si chiama <em>Le virtù della finitudine.</em><br />
 Il libro non è sempre di immediata facilità, soprattutto quando Monod spiega all’amico Albert certe sottigliezze della genetica tirando fuori gli operoni e la allosteria (per carità, senza apostrofo), ma la sostanza dell’argomentazione si capisce sempre. I colloqui dei due poi, il genetista, colonna del prestigioso Istituto Pasteur di Parigi e l’amico Albert, già nume sacro dell’ambiente letterario francese, sono infarciti di altre vicende, grandi e piccole: i due hanno fatto entrambi la Resistenza antinazista nel loro paese e anche su ciò hanno ricordi comuni; Monod poi, sta cercando di liberare una collega genetista ungherese dalle durezze del regime (siamo nel 1960, ricordate?), cosa che poi nella realtà veramente riuscì. Ho molto apprezzato anche la competenza di Pievani che ha dovuto forzatamente limitarsi a quello che era noto sessanta anni fa, anche se una volta il termine “pandemia” è menzionato, dato che, dal punto di vista della genetica e della medicina in generale, sempre si tratta di una possibilità futura. Confesso che l’ho letto con grande piacere e non esito a consigliarlo, soprattutto poi di questi tempi in cui tutti abbiamo più tempo da dedicare alla lettura e a cercare di praticare quella che a un certo punto del libro, questo è l&#8217;unico indizio che vi fornisco, viene chiamata <em>etica della conoscenza</em>.</p>
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		<title>Su &#8220;La stanza di Therese&#8221; di Francesco D&#8217;Isa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/05/29/68429/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 May 2017 04:52:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[albert camus]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco D'Isa]]></category>
		<category><![CDATA[La stanza di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Tunué]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani J’ai de l’infini sur la planche J. Laforgue Si può vivere d’infinito, sfamarsi d’infinito, sulla terra e nelle sfere celesti c’è abbastanza infinito da saziare mille animi geniali, scriveva Antonin Artaud nel suo libro su Van Gogh. Potrebbe essere questa la risposta di Therese, la protagonista dell’ultimo romanzo di Francesco D’Isa, alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_68430" aria-describedby="caption-attachment-68430" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-68430" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/foto-dellautore_tre-chiese_elaborazione-digitale-300x200.jpg" alt="&quot;Tre chiese&quot;, elaborazione digitale di F. D'Isa, tratta dal libro" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/foto-dellautore_tre-chiese_elaborazione-digitale-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/foto-dellautore_tre-chiese_elaborazione-digitale-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/foto-dellautore_tre-chiese_elaborazione-digitale-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/foto-dellautore_tre-chiese_elaborazione-digitale.jpg 960w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption id="caption-attachment-68430" class="wp-caption-text">&#8220;Tre chiese&#8221;, elaborazione digitale di F. D&#8217;Isa, tratta dal libro</figcaption></figure>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>J’ai de l’infini sur la planche</em><br />
J. Laforgue</p>
<p>Si può vivere d’infinito, sfamarsi d’infinito, sulla terra e nelle sfere celesti c’è abbastanza infinito da saziare mille animi geniali, scriveva Antonin Artaud nel suo libro su Van Gogh. Potrebbe essere questa la risposta di Therese, la protagonista dell’ultimo romanzo di Francesco D’Isa, alla sorella che, dopo uno dei suoi «insulsi monologhi», le chiede quale sia la «giusta dose» d’infinito.<br />
Il romanzo si compone di una parte testuale intervallata da immagini – disegni dell’autore e non, schemi, diagrammi – e frammenti di citazioni “incollate” sulla pagina, che dialogano con la narrazione vera e propria creando un contrappunto funzionale, oltre ad offrirsi al lettore come un godibile repertorio da scoprire (Wittgenstein, Aristotele, Guénon, fra gli altri). <em>La stanza di Therese </em>è la rivisitazione contemporanea di un romanzo epistolare, in cui non c’è spazio né tempo per delle vere e proprie risposte, né si ha intenzione di inchiodare il lettore a una canonica alternanza di voci: così, alla lunga e frammentata lettera che Therese le scrive, la sorella risponde con degli appunti a margine, che risaltano graficamente in corsivo sul bordo della pagina; sono citazioni aggiuntive, domande, glosse, chiose. Il tono e la brevità di questi commenti – ironici, stizziti, pedanti o fastidiosi &#8211; restituiscono bene il colore del rapporto fra i due personaggi, «per vent’anni sorelle, per cinque amiche e per tre sconosciute»; sorelle diversissime, interpreti di un ruolo al quale forse sono state costrette anche dal riflesso che l’una proiettava sull’altra.<br />
L’infinito sul quale si apre il romanzo, vera e propria ossessione di Therese, nasconde un’incessante interrogazione della ragazza sull’identità, che non potrebbe trovare migliore interlocutrice se non nella figura della sorella, doppio genetico per antonomasia, «la più simile delle differenze», per giunta qui incarnata in una scienziata in carriera, solare, positiva, razionale, tutto l’opposto della narratrice. Per riflettere sull’infinito, Therese si rinchiude in una camera d’albergo per mesi: la reclusione appare così come la condizione fisica dell’indagine metafisica, che per rovescio comporta una profonda introspezione. Lei, che ha imparato a contare con le mele, percependo con esse la prima idea di infinito, sembra decidere di colpo di rinchiudersi nella mela stessa, e viene in mente Henri Michaux quando scriveva: «Je mets une pomme sur ma table. Puis je me mets dans cette pomme. Quelle tranquillité !».<br />
Therese però è tutt’altro che tranquilla. L’identità, le relazioni, il tempo la tormentano, tanto da diventare i tre poli intorno ai quali si costruisce il suo viaggio filosofico, senza dimenticare mai che ogni identità contiene una contraddizione fondamentale: «Perché esista qualcosa, questa deve essere diversa anche da ciò che non esiste, dunque esiste tutto. Se esiste tutto però, esiste anche che non esista tutto». Abbracciando dicotomie ontologiche classiche, il discorso si fa vertiginoso, evocando le astrazioni della geometria solida, tanto che in alcune pagine sembra di precipitare in un film d’animazione di Piotr Kamler (ad esempio in <a href="https://www.youtube.com/watch?v=9Hjq1EJqJio">questo</a>).<br />
«Sono portata ad accerchiare la verità più che a isolarne un aspetto», scrive ancora Therese nelle belle pagine finali; ma accerchiare una verità cangiante, che resiste soltanto finché non la si tormenta, avrebbe detto Dürrenmatt, è un compito che evoca l’eterna salita sulla montagna del Sisifo di Camus. L’assurdo, insinuatosi lentamente fra le righe, esplode nel finale in tutta la sua inevitabilità; nel momento in cui sembra scoprire il paradiso, «una luce oscura in cui si muore di una morte meravigliosa», la protagonista aggiunge: «ma il paradiso è comunque una prigione: se sia la ragione che la sua negazione mi portano alle stesse conclusioni, sono costretta a credere nell’assurdo».<br />
«L’assurdo mi persuade», afferma Therese poco prima di concludere. Seguendo le parole di Camus, l’assurdo nasce dal confronto «fra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo»; è una scissione che logora l’individuo, ma che al tempo stesso inaugura in lui il movimento della coscienza: nella frattura, l’uomo si desta. Tale frattura costituisce un punto di partenza, non già una conclusione, ed è per questo che alla fine, oltre la firma che sigilla questa lunga lettera-romanzo, non è azzardato immaginare Therese, con Sisifo, felice.</p>
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		<title>Il caso Meursault</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/08/27/il-caso-meursault/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Aug 2016 05:00:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[albert camus]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Kamel Daoud]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura algerina]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Kamel Daoud, Il caso Meursault, Bompiani, 130 pag, 2015, traduzione Yasmina Melaouah C&#8217;è un uomo, un algerino, che parla, in una bisca di Oran. E c&#8217;è un ragazzo che lo ascolta. Probabilmente uno studente francese, che ha nella sua borsa Lo straniero di Albert Camus. L&#8217;uomo ha voglia di raccontargli una storia. Lui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-63436" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/DAOUD.jpg" alt="DAOUD" width="472" height="296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/DAOUD.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/DAOUD-300x188.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/DAOUD-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/DAOUD-163x103.jpg 163w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><b>Kamel Daoud, </b><i><b>Il caso Meursault</b></i>, Bompiani, 130 pag, 2015, traduzione Yasmina Melaouah</p>
<p align="JUSTIFY">C&#8217;è un uomo, un algerino, che parla, in una bisca di Oran. E c&#8217;è un ragazzo che lo ascolta. Probabilmente uno studente francese, che ha nella sua borsa <i>Lo straniero</i> di Albert Camus. L&#8217;uomo ha voglia di raccontargli una storia. Lui è il fratello del morto. Sì, proprio “l&#8217;arabo” che muore nel romanzo di Camus. Romanzo geniale &#8211; secondo l&#8217;autore di questo contro-romanzo, Kamel Daoud &#8211; ma anche romanzo crudele, che non si degna neppure di dare un nome e una identità alla vittima. “L&#8217;arabo”, viene chiamato da Camus. Una funzione narrativa, non una persona.</p>
<p align="JUSTIFY">Sta in questa idea semplice e geniale il fulcro de <i>Il caso Meursault</i>. Un romanzo che vuole essere come un risarcimento per tutte le vittime dimenticate. Rileggere la storia dal loro punto di vista. Dare loro un nome, una identità, un passato.</p>
<p align="JUSTIFY">Il romanzo è una lunga e confusa confessione dove non si segue un preciso ordine cronologico. Molte delle riflessioni, politiche, filosofiche, religiose, della voce narrante sono evidentemente riflessioni dello stesso autore, cosicché personaggio e scrittore sembrano sovrapporsi. E, per aumentare la confusione dei piani narrativi, spesso, si cade nel paradosso di sapere che il morto di cui si parla è un personaggio letterario, morto solo sulla carta, ma che la voce narrante (personaggio tanto quanto) tratta come avesse vissuto e incontrato per davvero la morte su una spiaggia algerina per mano di un francese che ha fatto la sua fortuna letteraria grazie a quell&#8217;omicidio.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;idea potente che regge tutto il romanzo è però anche il suo limite. Senza conoscere il romanzo di Camus si perde molto del continuo dialogo filosofico che Daoud intesse idealmente con il collega francese. <i>Il caso Meursault</i>, essendo una controinchiesta, dà per scontata la lettura del romanzo a cui si ispira, perdendo così una autonomia che ogni opera dovrebbe pretendere per sé.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;"><span style="font-size: medium;">(</span></span></span><em><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;"><span style="font-size: medium;">pubblicato su</span></span></span></em><span style="color: #333333;"> </span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;"><span style="font-size: medium;">Cooperazione</span></span></span><em><span style="color: #333333;"> </span></em><em><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;"><span style="font-size: medium;">n° 48 del 24 novembre 2015</span></span></span></em><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;"><span style="font-size: medium;">)</span></span></span></p>
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		<title>Chi subisce la storia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/11/chi-subisce-la-storia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Jan 2015 06:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[albert camus]]></category>
		<category><![CDATA[Charlie Hebdo]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[responsabilità dello scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[C&#8217;est pourquoi les vrais artistes ne méprisent rien ; ils s&#8217;obligent à comprendre au lieu de juger. A. Camus &#8220;La missione dello scrittore è fatta di difficili doveri; per definizione, non può mettersi oggi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di chi la subisce&#8221; Qui la trascrizione integrale in francese. Qui la traduzione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>C&#8217;est pourquoi les vrais artistes ne méprisent rien ; ils s&#8217;obligent à comprendre au lieu de juger.<br />
A. Camus<br />
</em></p>
<p><iframe loading="lazy" src="//www.youtube.com/embed/g_QORUQPbj0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><em>&#8220;La missione dello scrittore è fatta di difficili doveri; per definizione, non può mettersi oggi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di chi la subisce&#8221;</p>
<p><a href="http://classiques.uqac.ca/classiques/camus_albert/discours_de_suede/discours_de_suede_texte.html">Qui</a> la trascrizione integrale in francese.<br />
<a href="http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/1957/camus-speech.html">Qui</a> la traduzione inglese<br />
</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-50496" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/camus.jpg" alt="camus" width="434" height="338" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/camus.jpg 434w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/camus-300x233.jpg 300w" sizes="(max-width: 434px) 100vw, 434px" /></p>
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		<title>Muro di Berlino, materiali per la comprensione di un crollo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/08/muro-di-berlino-materiali-per-la-comprensione-di-un-crollo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Nov 2014 18:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[[ Materiali per la comprensione di un crollo: 1) Un articolo di Alessandro Leogrande (2009, da uno speciale di Rassegna) sul dissenso nell&#8217;Europa Orientale. A metà degli anni settanta, dopo la repressione della Primavera di Praga e del &#8217;68 polacco, prese forma sempre più radicalmente l&#8217;idea secondo cui non può esserci un “totalitarismo dal volto umano”. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[ Materiali per la comprensione di un crollo:</em><br />
<em> <strong>1)</strong> Un articolo di <strong>Alessandro Leogrande</strong> (2009, da uno <a href="http://www.rassegna.it/speciali/207/muro-di-berlino-1989-2009-berlino-citta-aperta" target="_blank">speciale di Rassegna</a>) sul dissenso nell&#8217;Europa Orientale. A metà degli anni settanta, dopo la repressione della Primavera di Praga e del &#8217;68 polacco, prese forma sempre più radicalmente l&#8217;idea secondo cui non può esserci un “totalitarismo dal volto umano”. L’esperienza fondamentale del dissenso in Polonia.</em><span id="more-49649"></span><br />
<em><strong>2)</strong> Nel novembre del 1989, poche settimane dopo la caduta del Muro, Rassegna pubblicò questa intervista di Martina Seitz al deputato socialdemocratico, e scienziato, <strong>Peter Glotz</strong>. “Una della teste più brillanti della Spd”, secondo un giudizio pubblicato dal Corriere della Sera pochi anni dopo. Glotz avanzava previsioni che sarebbero state smentite dal processo storico: nella sua opinione le due Germanie non si dovevano riunificare e occorreva lavorare alla creazione di una forte socialdemocrazia nella DDR. Di lì a pochi mesi, in meno di un anno, Helmut Kohl avrebbe portato a casa la riunificazione. Glotz non aveva elementi sufficienti per poterlo prevedere. Non poteva immaginare un così rapido sbriciolamento del dominio sovietico sull’Europa dell’Est. E, al momento dell’intervista, Kohl non aveva ancora calato pienamente le carte del progetto di riunificazione. Proprio per questo motivo l’intervista è un documento di interesse storico. La testimonianza che ci arriva da un’epoca di confusione e prospettive incerte, sulla quale la sinistra democratica europea e tedesca non riuscì a incidere se non minimamente.</em><br />
<em> <strong>3)</strong> Una <strong>cronologia</strong> degli ultimi giorni del Muro.</em><br />
<em> Le foto sono mie. D.O</em>. ]</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-49652" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Muor-di-Berlino-1024x768.jpg" alt="Muor di Berlino" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Muor-di-Berlino-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Muor-di-Berlino-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Muor-di-Berlino-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p><strong>1) QUANDO INIZIO&#8217; A CADERE IL MURO DI BERLINO</strong><br />
<strong>Alessandro Leogrande, 2009</strong></p>
<p>Il Muro di Berlino è caduto ufficialmente il 9 novembre 1989. Con la riunificazione di Berlino, e della Germania, si chiude la “guerra fredda” e si apre la transizione verso la democrazia di quelle che Václav Havel aveva definito sistemi post-totalitari racchiusi nell&#8217;impero sovietico. Ma quando incomincia a cadere il Muro, veramente? Quando inizia a sgretolarsi un sistema sovranazionale, spersonalizzato, illiberale, fondato sulla menzogna e sulla “vita nella menzogna” – come diceva ancora Havel – che pareva andare avanti per autocinèsi, e quindi essere sempre lontano dal collasso definitivo? <strong>Adam Michnik, una delle più lucide figure del dissenso polacco</strong>, non ha dubbi. Intervistato da Enrico Franceschini per “il Venerdì di Repubblica”, ha detto:</p>
<blockquote><p>“Per me ha cominciato a cadere a Danzica (nell&#8217;estate del 1980, ndr), quando la protesta degli operai di Solidarnosc sancì la fine del comunismo: erano dei proletari che protestavano contro la dittatura del proletariato.”</p></blockquote>
<p>Ma forse si potrebbe fissare una data ancora precedente, più o meno a metà degli anni settanta. È allora infatti, dopo il riassestamento successivo alla repressione della Primavera di Praga e del &#8217;68 polacco, che prende forma sempre più radicalmente l&#8217;idea secondo cui <strong>non può esserci un “totalitarismo dal volto umano”</strong>: non è possibile cioè alcuna riforma del sistema socialista dall&#8217;interno del suo apparato politico-burocratico. D&#8217;altra parte, il pericolo concreto dell&#8217;ennesima invasione sovietica, aveva ormai caratterizzato come velleitaria e controproducente, oltre che irrealistica in regimi polizieschi, qualsiasi ipotesi rivoluzionaria o cospirativa in senso classico. È allora quindi che matura, per dirla con le parole di <strong>Jacek Kuron (insieme a Michnik l&#8217;altra grande figura del dissenso polacco)</strong> un&#8217;idea nuova:</p>
<blockquote><p>“La società deve cercare di darsi forme di organizzazione indipendenti dal potere, per imporre le proprie esigenze al potere stesso”. E ancora: “Si tratta di costruire un sistema nuovo senza negoziarlo con il potere, ma imponendolo; una rappresentanza sociale che si organizzi in misura da imporre un dialogo concreto al potere. (&#8230;) Rappresentanze di operai e di contadini, organizzazioni autonome delle scuole superiori, movimenti studenteschi indipendenti, una cultura indipendente, un ventaglio di associazioni d&#8217;iniziativa sociale”.</p></blockquote>
<p>Queste frasi sono tratte da <strong>una celebre intervista rilasciata da Kuron nel 1976 a “Mondoperaio”</strong>, la rivista che forse ha dato più spazio, in Italia, all&#8217;analisi del dissenso dell&#8217;Est. Proprio in quegli anni <strong>una riflessione simile venne svolta da Václav Havel</strong> nel suo pamphlet <em>Il potere dei senza potere</em>: la “vita nella verità” condotta da un numero sempre maggiore di persone (in un sistema che si fonda sulla menzogna e su frasi fatte cui non crede più nessuno, ma cui tutti dicono di credere per non essere bollati come “asociali” e “sovversivi”) avrebbe portato allo sgretolamento della fondamenta del regime.</p>
<p><strong>In Cecoslovacchia lo sbocco intellettuale e politico di quanto preconizzato da Havel fu Charta 77</strong>. <strong>In Polonia, invece,</strong> da sempre il ventre più molle del sistema comunista, quello che auspicava Kuron <strong>sarebbe sbocciato nella straordinaria esperienza del Kor, il Comitato di Difesa degli Operai</strong>, una alleanza radicalmente nuova tra intellettuali di sinistra laici e anti-totalitari e operai dissidenti. Nel <strong>1976</strong>, in Polonia, <strong>il malcontento causato dal brusco aumento dei prezzi agricoli sfociò in una ondata di scioperi</strong>. La protesta si estese a macchia d&#8217;olio tra gli operai di Ursus e Radom, e il regime vi rispose con arresti e licenziamenti. Come spesso accade nelle proteste operaie, la questione salariale ed economica diventa presto radicalmente altro da sé, investendo l&#8217;insieme delle relazioni sociali e il loro controllo politico. Abbandonando l&#8217;elitarismo del dissenso culturale, il Kor nacque per sostenere i lavoratori vittime della repressione, su iniziativa di Kuron, Michnik e di altri dodici intellettuali. Lo stesso Kuron trasformò la propria casa in una “casella di contatto”, un centro di raccolta delle informazioni sulle repressioni messe in atto contro il dissenso e contro gli operai, che poi venivano trasmesse in Occidente (tramite il canale dell&#8217;emigrazione polacca) e da qui comunicate – attraverso la Bbc e Radio Europa Libera – non solo nei paesi occidentali ma anche clandestinamente nella stessa Polonia.</p>
<p>Decisiva fu l&#8217;esperienza del Kor per la creazione del movimento operaio polacco, prima della nascita di Solidarnosc. Fu il Kor a lanciare lo slogan “Non incendiate i Comitati, create i vostri comitati”, sottolineando <strong>l&#8217;impostazione nonviolenta e improntata all&#8217;autodeterminazione dal basso</strong> della propria azione. Nel 1977, dopo l&#8217;amnistia degli scioperanti, il Kor si trasformò in Kss, Comitato di Autodifesa sociale, continuando la propria azione sotterranea. Prova ne è che, sul finire degli anni settanta, il giornale divulgato clandestinamente nelle fabbriche, “Robotnik” (L&#8217;operaio), aveva raggiunto la tiratura di 30 mila copie! Una dittatura del proletariato che si trasforma in dittatura sul proletariato (per usare le parole di Fejtö) non teme niente di più che la disaffezione degli operai, e la loro organizzazione al di fuori delle strutture d&#8217;apparato ideate per loro. La dissoluzione del regime polacco era appena cominciata. E Kuron, per tornare ancora una volta all&#8217;intervista di “Mondoperaio”, l&#8217;aveva capito perfettamente: “A prescindere dal nostro futuro come Comitato, il movimento di solidarietà tra operai e intellettuali si svilupperà, e permetterà di assolvere ai compiti propri degli intellettuali verso gli operai: l&#8217;elaborazione di un programma politico e l&#8217;educazione autonoma degli operai stessi nel senso più vasto.”</p>
<p><strong>Quanto è avvenuto dopo, nell&#8217;estate del 1980, non ci sarebbe stato senza il Kor</strong>, e senza la stretta alleanza tra il Kor-Kss e il Comitato unitario di sciopero di Danzica di Lech Walesa <strong>da cui sarebbe poi sorto Solidarnosc</strong>. E non ci sarebbe stato, nella seconda metà degli anni ottanta, dopo il noto colpo di Jaruzelski, un “sistema nuovo” dalle spalle larghe, in grado di condurre le trattative della “Tavola rotonda” per una <strong>transizione senza spargimenti di sangue</strong>. Tra gli anni sessanta e la metà degli ottanta, Michnik e soprattutto Kuron sono costantemente entrati e usciti dal carcere: a volte per poche settimane, altre per alcuni anni. Nonostante questo, alla fine il filo spinato è stato spezzato, e lo stesso Kuron è diventato ministro del lavoro e delle politiche sociali. Prima di morire nel 2004, si è impegnato a lungo per sostenere la democratizzazione dell&#8217;Ucraina, per promuovere lì un lavoro di base “come da noi”, e per favorire (lui che era nato a Leopoli nel 1934) l&#8217;instaurarsi di relazioni diverse tra Polonia e Ucraina, paesi a lungo divisi, a cominciare dalla creazione di una commissione parlamentare per il riconoscimento dei diritti della minoranza ucraina. La rivoluzione arancione sarebbe scoppiata dopo la sua morte.</p>
<p>Sarebbe errato però pensare che non ci siano state rivolte operaie nei paesi dell&#8217;Est, prima degli anni settanta. Benché bollate come sobillate da agenti provocatori e forze reazionarie, <strong>furono rivolte operaie quella di Berlino Est nel 1953 e quella di Budapest nel 1956</strong>. E lo fu <strong>anche quella di Poznan, sempre nel &#8217;56</strong>, quando <strong>Albert Camus scrisse</strong>, contro tutti coloro che pretendevano l&#8217;ubbidienza incondizionata nei confronti di Mosca e la fuga dalla realtà, parole che in questo contesto pesano come pietre:</p>
<blockquote><p>“Si è esclusa da sola dal movimento operaio e dal suo onore quella gente che, di fronte allo spettacolo di lavoratori che procedono spalla a spalla davanti ai carri armati per esigere pane e libertà, reagiscono trattando questi martiri da fascisti o dolendosi virtuosamente del fatto che essi non hanno avuto la pazienza di morire di fame in silenzio in attesa che il regime decida, come si dice, di liberalizzarsi.”</p></blockquote>
<p>Come può, si chiedeva ancora Camus, il sangue operaio portare la felicità?<br />
(<strong>Il Mese di Rassegna, novembre 2009</strong>)</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-49650" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Alexanderplatz-1024x768.jpg" alt="Alexanderplatz" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Alexanderplatz-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Alexanderplatz-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Alexanderplatz-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p><strong>2) L&#8217;ILLUSIONE SOCIALDEMOCRATICA<br />
Peter Glotz, 1989<br />
</strong></p>
<p>Riunifìcazione delle due Germanie, atteggiamenti della sinistra, nuovi assetti europei: ecco l&#8217;analisi di un testimone-protagonista. A Peter Glotz, deputato e teorico di maggior prestigio della socialdemocrazia tedesca, abbiamo chiesto di commentare gli avvenimenti che in questi giorni hanno cambiato il volto della Germania.</p>
<p><em>Lei ha assistito da vicino al crollo di un simbolo che ha segnato un&#8217;epoca di divisioni e di sofferenze. Quali sono i suoi sentimenti di tedesco occidentale e di socialdemocratico?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: II muro è stato una costruzione terrificante e capisco bene le dimostrazioni di giubilo che hanno accompagnato la sua demolizione. Bisogna sempre lottare per la libertà e per la libera circolazione attraverso le frontiere, in una nuova Europa. Naturalmente la Spd appoggia il movimento democratico all&#8217;interno della Rdt, e giudica decisamente positive le conquiste di libertà che esso ha ottenuto. Abbiamo subito instaurato buoni rapporti con il neonato partito socialdemocratico.</p>
<p><em>Quali saranno le ripercussioni degli avvenimenti odierni sul processo di integrazione europea?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Lungi dal rallentare, dovremo al contrario rendere più spedito il processo di integrazione della Comunità, come ha sostenuto Jacques Delors. Un&#8217;Europa più forte avrà un effetto trascinante sui paesi del centro Europa e dell&#8217;Est. Occorre però che non soltanto la Rdt, ma anche altri Stati come l&#8217;Ungheria e la Polonia ricevano energici aiuti. Questi aiuti non dovranno essere avviati dalla sola Repubblica Federale, ma dall&#8217;intera Comunità europea. Sarà necessario spingere tutti i paesi più lontani dalla Mitteleuropa, come la Spagna, l&#8217;Italia, il Portogallo e la Grecia, a fornire aiuti economici sistematici. Non si tratta solo di impegnare i bilanci dei singoli Stati o della Comunità, ma anche di stimolare gli investimenti privati: ciò significa che i paesi dell&#8217;Est dovranno introdurre elementi di economia di mercato. La costruzione di un&#8217;Europa più forte dovrebbe essere un compito prioritario per la sinistra europea. Certo, Occhetto e Delors sono europeisti convinti e sono molto contento che Neil Kinnock riesca passo passo a vincere le posizioni antieuropee nel partito laburista. Esistono però ancora incertezze, esitazioni, egoismo. La sinistra europea non è una forza unitaria, monolitica.</p>
<p><em>Secondo lei gli avvenimenti odierni costringeranno la sinistra a discutere e a modificare certe convinzioni legate al passato?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Personalmente non vedo alcun motivo per modificare le mie convinzioni. Quel che ha fatto bancarotta è non solo lo stalinismo, ma anche il marxismo-leninismo e io non vi ho mai aderito. Il socialismo democratico è sempre stato un&#8217;altra cosa. D&#8217;altra parte mi sembra che altri partiti, penso all&#8217;ex Partito comunista ungherese o al Partito comunista italiano, sentano una forte attrattiva per quella variante del socialismo democratico che è Bad Godesberg. Quando osservo la politica di Michel Rocard, di Ingmar Karlsson, di Felipe Gonzalez o di Oskar Lafontaine ho l&#8217;impressione che le loro scelte siano ragionevoli, del tutto capaci di soddisfare le maggioranze. A questo punto mi è indifferente definire tutto ciò socialdemocrazia o socialismo democratico. Certo, molta gente che ha vissuto per lungo tempo sotto il peso del marxismo-leninismo per qualche anno non vorrà più sentir parlare di socialismo. La capisco. Ma non vedo perché dovrebbe farmi cambiare idea.</p>
<p><em>Quali saranno le ripercussioni degli odierni avvenimenti nella vita dei tedeschi dell&#8217;Est e dell&#8217;Ovest?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Ora la gente avrà la possibilità di traslocare da Magdeburgo a Hannover, di andare all&#8217;opera da Dresda ad Amburgo, o di andare in vacanza a Kabeuz o Travemùnde, insomma di fare le cose più naturali. Vi saranno persone che attraverseranno la frontiera per lavorare qui da noi e altre che verranno per rimanerci; vi saranno ripercussioni in campo monetario perché questa gente porta i soldi e li cambia. Avremo bisogno di più linee telefoniche, di reti stradali e ferroviarie completamente differenti. E qualcuno dovrà investire: certo, alle sovvenzioni e alle spese infrastrutturali dovrà provvedere lo Stato, ma i rapporti economici si potranno sviluppare solo attraverso l&#8217;industria privata. Dovremo però stare attenti a non rendere troppo irrequieti, con tutti questi movimenti, i nostri vicini e amici occidentali.</p>
<p><em>Si riferisce all&#8217;ipotesi di una riunificazione delle due Germanie?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Questa ipotesi non è affatto realistica né augurabile. Rdt e Rft non sono mai state unite. Semmai si potrebbe pensare a una formazione del tutto nuova, ma anche questa in fondo non è una prospettiva concreta. Per fare un esempio, la Repubblica Federale fa parte — e continuerà a farne parte in futuro &#8211; della Comunità europea e della Nato. E non riesco a immaginare che l&#8217;Unione Sovietica possa accettare il passaggio della Rdt alla Nato. Tuttavia resto aperto a idee come quella di una confederazione, per cui la Repubblica Federale e la Rdt potranno concludere una serie di contratti relativi alla cooperazione economica. Ma anche questo dovrà essere concordato con gli altri Stati della Comunità, per restare in armonia con gli impegni assunti in ambito europeo. L&#8217;unione potrebbe diventare possibile nel contesto di una nuova Europa: ma ciò comporta la crescita dell&#8217;Europa occidentale e orientale, processo che sarà certamente lungo.</p>
<p><em>Queste posizioni sono condivise da tutto lo schieramento politico nella Rft?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Il governo è sorpreso dalla situazione nuova quanto lo è l&#8217;opposizione e il resto del mondo. Nessuno ha ricette pronte nel cassetto. Tuttavia nella Cdu-Csu si trovano molte persone ragionevoli che pensano in maniera simile a quella appena illustrata. Certo, esistono alcuni pazzi, ma si tratta di una minoranza, che speculano sul fatto che la Rdt dichiari fallimento, sostenendo che dovrà semplicemente unirsi alla Repubblica Federale, per fare, come dire, più massa. Ad esempio è quello che sostengono i Republikaner. Da parte mia non posso che mettere in guardia contro una prospettiva catastrofica di questo genere.</p>
<p><em>E nella Rdt cosa pensano secondo lei? </em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Le organizzazioni politiche sono impegnate a sviluppare l&#8217;identità della Rdt e a cercare un modello di socialismo democratico che non sia semplicemente quello della Repubblica Federale. Il mio sospetto è che la maggioranza dei cittadini consideri astratta questa prospettiva e che vi siano bisogni molto più concreti e urgenti: per questo vorrebbero semplicemente copiare le strutture della Repubblica Federale.</p>
<p><em>Quale sarà l&#8217;atteggiamento delle grandi potenze rispetto al futuro assetto europeo?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: La posizione dell&#8217;Unione Sovietica è molto chiara: non immischiarsi nei processi interni della Rdt. I soldati sovietici restano nelle caserme di quel paese, ma non escono appunto da lì. Per motivi di sicurezza Gorbaciov vuole certamente mantenere la Rdt nella propria anticamera, e non vuole che diventi quella degli Stati Uniti. Anche per questo è contrario alla riunificazione, ma non ai processi di democratizzazione. Gli Stati Uniti non si sono espressi in maniera univoca: essi sono in genere molto attenti e questo, attualmente, vale per tutti i palcoscenici nel mondo. A loro basta vedere indebolito il potenziale avversario, l&#8217;Unione Sovietica. Tirano un sospiro di sollievo, si mettono comodi, non sbagliano nulla ma neppure fanno qualcosa di veramente giusto. In questo momento, non riesco a individuare, negli Stati Uniti, un&#8217;idea dell&#8217;Europa veramente politica: forse esiste nei meandri dell&#8217;amministrazione, e non è ancora visibile dall&#8217;esterno&#8230;<br />
<strong>(Rassegna Sindacale, n. 43, novembre 1989)</strong></p>
<p><strong>Link su Peter Glotz<br />
</strong><a href="http://de.wikipedia.org/wiki/Peter_Glotz" target="_blank">Wikipedia Germania<br />
</a><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Glotz" target="_blank">Wikipedia in inglese<br />
</a><a href="http://archiviostorico.corriere.it/1996/febbraio/13/Peter_Glotz_Noi_tedeschi_gli_co_0_9602135110.shtml" target="_blank"><em>Corriere della Sera</em></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-49651" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Porta-di-Brandeburgo-Berlino.jpg" alt="Porta di Brandeburgo Berlino" width="667" height="506" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Porta-di-Brandeburgo-Berlino.jpg 667w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Porta-di-Brandeburgo-Berlino-300x227.jpg 300w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></p>
<p><strong>3) CRONOLOGIA DEL CROLLO</strong></p>
<p><strong>9 novembre 1989</strong><br />
<strong>9.00</strong>. Il Politbüro della Sed incarica quattro funzionari del ministero dell’Interno e della Stasi di riscrivere il progetto di legge sulla libertà di viaggio ed espatrio. Si concorda sulla necessità di abolire ogni restrizione, in futuro, sul varco dei confini tra DDR e Stati confinanti.<br />
<strong>15.00</strong>. Il progetto di legge è pronto.<br />
<strong>16.00</strong>. Egon Krenz presenta il progetto di legge al comitato centrale della Sed e convoca una conferenza stampa.<br />
<strong>18.00</strong>. Durante la conferenza stampa in diretta televisiva internazionale il portavoce della Sed, Günter Schabowski, annuncia la legge sulla libertà di espatrio. Il corrispondente dell&#8217;agenzia Ansa da Berlino Est, Riccardo Ehrman, gli chiede quando entrerà in vigore. Schabowski risponde: “Da subito!”<br />
<strong>19.05</strong>. L’Associated Press lancia la notizia: “La DDR apre le frontiere”.<br />
<strong>19.41</strong>. Lancio della Dpa: “La frontiera della DDR… è aperta”.<br />
<strong>20.15</strong>. I primi berlinesi dell’Est iniziano a varcare il confine a Bornholmer Strasse. Nel giro di un’ora passano da 80 a mille persone.<br />
<strong>22.28</strong>. La tv della DDR prova ad arrestare il flusso, annunciando che non si può varcare il confine senza autorizzazione documentata. Migliaia di persone si accalcano davanti alla dogana di Bornholmer Strasse. La folla preme contro le transenne, aggira i controlli doganali, corre verso il Muro ed entra a Berlino Ovest.<br />
<strong>01.00-02.00</strong>. Migliaia di berlinesi dell’Est e dell’Ovest scavalcano il Muro, passeggiano davanti alla Porta di Brandeburgo e nella Pariser Platz, ballano sul Muro, iniziano a distruggere il Muro con martelli e scalpelli.</p>
<p><strong>6 novembre 1989</strong>.<br />
La Sed rende pubblico il progetto di legge sulla libertà di viaggio. Sarà limitata a soli 30 giorni all’anno, e condizionata da non meglio specificate motivazioni. Nelle strade le proteste aumentano. Tra l’<strong>8 e il 9 novembre 1989</strong> oltre 40 mila tedeschi dell’Est entrano nella Germania Ovest passando per la Cecoslovacchia. Si apre una tre giorni di riunioni per il comitato centrale della Sed, inaugurata dalle dimissioni del Politbüro. Il Cancelliere della Germania Ovest, Helmut Kohl, prende la parola al Bundetsag e promette aiuti economici alla DDR se la Sed  convocherà libere elezioni.</p>
<p><strong>4 novembre 1989</strong>.<br />
Berlino. Mezzo milione di persone manifestano ad Alexanderplatz per la libertà di opinione, di informazione e di associazione. Dai palazzi del potere, assediati, i membri della Sed osservano. Truppe di “volontari” si schierano a difesa del palazzo assieme alla polizia di Stato e agli uomini della Stasi. Günter Schabowski, il membro del Politbüro più aperto al dialogo, prende la parola nella piazza ma viene fischiato. Migliaia di persone manifestano in tutto il paese. E a migliaia varcano i confini verso la Cecoslovacchia.</p>
<p><strong>26-30 ottobre 1989</strong>.<br />
Il ministero per la Sicurezza della DDR (la Stasi) calcola 145 manifestazioni in quattro giorni nelle città principali della Germania Est. Hanno partecipato oltre 540 mila persone. Il 27 ottobre il consiglio di Stato concede l’amnistia a tutti gli espatriati e a chi ha partecipato alle manifestazioni. Dal 1 novembre si riaprono i confini con la Cecoslovacchia: i cittadini della DDR muniti di passaporto potranno varcarli.</p>
<p><strong>23 ottobre 1989</strong>.<br />
Oltre 300 mila persone scendono in piazza a Lipsia. Decine di migliaia protestano per le strade di Halle, Dresda, Berlino, Magdeburgo, Schwerin e Zwickau. Il giorno dopo nel Politbüro della Sed si torna a discutere il progetto di legge per il diritto di espatrio dei cittadini della DDR.</p>
<p><strong>17 e 18 ottobre 1989.<br />
</strong>Lo scontro di potere nel Politbüro della Sed si conclude con la sconfitta e le dimissioni di Erich Honecker dalla segreteria generale del partito. Vince la linea “riformista” di Egon Krenz, che vuole aprire il dialogo con la società civile nella speranza di arginare la crisi del regime. “Tutti i problemi della nostra società si possono risolvere politicamente”, afferma il nuovo segretario generale del partito. Krenz annuncia un progetto di legge per l’apertura delle frontiere e la libertà di viaggio all’estero.</p>
<p><strong>16 ottobre 1989</strong>.<br />
Più di 100 mila persone manifestano a Lipsia in difesa del <em>Neues Forum</em> e per la scarcerazione dei suoi membri, per la libertà di viaggiare, per libere elezioni, libera informazione e libera opinione. Manifestazioni parallele si tengono a Berlino, Dresda, Halle e Magdeburgo.</p>
<p><strong>9 ottobre 1989</strong>. A Lipsia 70 mila persone scendono in piazza per chiedere riforme. A migliaia protestano anche a Halle e Magdeburgo. Il giorno dopo un movimentato Politbüro della Sed decide di aprire il dialogo con la società civile. Sul tavolo: apertura delle frontiere, libertà di movimento dei cittadini, riforme democratiche. E’ una vittoria di Egon Krenz. Ed è una sconfitta di Honecker.</p>
<p><strong>6 ottobre 1989</strong>. Mikhail Gorbaciov arriva a Berlino in occasione del quarantesimo anniversario della DDR. Lo scenario è surreale. Lo sfoggio di parate e celebrazioni non nasconde le crepe del regime. Dopo tre ore di colloquio riservato con Erich Honecker, Gorbaciov dichiara in un’intervista che “solo chi non sa reagire alla vita va incontro al pericolo”. Il suo ufficio stampa modificherà la frase così: “La vita punisce i ritardatari”. Il messaggio è chiaro. L’Urss nega l’aiuto militare necessario alla DDR per sopravvivere. Non ci sarà un altro ’68 praghese.</p>
<p><strong>3 ottobre 1989</strong>.<br />
La DDR chiude le frontiere. I tedeschi dell’Est non possono più entrare in Cecoslovacchia senza visto. Lo stesso varrà per Romania e Bulgaria. Le proteste aumentano. I tedeschi dell’Est vogliono viaggiare. Il Truman Show del regime ha smesso di funzionare.</p>
<p><strong>2 ottobre 1989</strong>.<br />
Ventimila persone partecipano alla dimostrazione del lunedì a Lipsia. La piazza inneggia a Gorbaciov (che tra pochi giorni arriverà a Berlino) e chiede libertà, fratellanza, uguaglianza. L’intervento della polizia provoca diversi feriti e una ventina di arresti. Il giorno prima il <em>Neues Forum</em>, l’associazione che organizza i “Montagsdemo”, ha pubblicato un documento chiarendo che tra i suoi obiettivi politici non c’è la riunificazione con la Germania Ovest.</p>
<p><strong>26 settembre 1989</strong>.<br />
Il capo della Stasi (la polizia politica della DDR), Rudolf Mittig, ordina ai responsabili territoriali del ministero per la Sicurezza di sabotare i gruppi di opposizione infiltrandosi al loro interno, alimentando “divisioni e disaccordi” e ostacolando la “politicizzazione” del movimento democratico. Lo stesso giorno Erich Honecker mette in allarme le forze armate in vista del 40mo anniversario della fondazione della DDR, nel quale dovrà “essere evitata ogni provocazione”. Il ministro della Difesa, Keßler, rafforzerà la presenza delle truppe a Berlino in vista delle celebrazioni del 6-9 ottobre. Quel giorno è atteso Gorbaciov.</p>
<p><strong>25 settembre 1989</strong>.<br />
Honecker rientra a Berlino dopo un&#8217;assenza per motivi di salute. L’ordine è stato eseguito? Pare di no. Anche questo lunedì, infatti, si tiene a Lipsia la “Montagsdemo” del <em>Neues Forum</em><strong>*</strong>. Partecipanti: dai 5 mila agli 8 mila. Richieste della piazza: riforme democratiche, <em>bitte</em>. Il compagno Erich alza il telefono: «Ehi, dico, non dovevamo reprimerli?».</p>
<p><strong>22 settembre 1989</strong>.<br />
I tedeschi della DDR sono in subbuglio. Il 10 settembre il governo ungherese ha aperto i confini con l’Austria per i cittadini della Germania Est: si sono precipitati a migliaia. Dall’inizio del mese, a Lipsia, è tutta una manifestazione anti-regime con epicentro nella Nikolaikirche. Repressione e arresti finora non hanno funzionato granché. Spazientito, Erich Honecker, Segretario generale del comitato centrale della Sed (il Partito socialista unificato di Germania) prende carta e penna e scrive ai segretari regionali del partito. Pochi ordini perentori: è tempo di farla finita con «provocazioni» e dimostrazioni. E’ tempo di «sradicare il germe di queste azioni ostili, e impedirne la diffusione tra le masse». Bisogna «isolare gli organizzatori dell’attività controrivoluzionaria». L’ordine sarà eseguito?</p>
<p>{ <strong>Una questione privata, la sconfitta del Neues Forum</strong><br />
In tutte le rivoluzioni arriva il momento in cui le cose prendono una brutta piega. Se ne accorsero i Girondini e i marinai di Kronstadt. Ma a Berlino, 25 anni fa, qualcosa andò storto sin dall’inizio. O meglio: non ci fu alcun inizio. Nel senso che non appena il Muro fu fatto a pezzi, la politica ammutolì con lui. Non la politica di Helmut Kohl, che cannibalizzò la storia. La politica della società, dei tedeschi dell’Est che fino al giorno prima si erano mobilitati per libertà, democrazia, partecipazione.</p>
<p>Questa è la storia del <em>Neues Forum</em>, <strong><a href="http://www.taz.de/20-Jahre-Mauerfall/!40292/" target="_blank">ricostruita dalla Taz</a></strong>. Cos’era il <em>Neues Forum</em>? Era la spina nel fianco della Sed. O meglio, lo fu per qualche mese. Fondato nel settembre del 1989 da un gruppo di artisti e intellettuali della DDR, tra i quali la pittrice Bärbel Bohley, all’insegna del motto “i tempi sono maturi”, arriva a portare in piazza migliaia di persone nella patria della Stasi e dei Vopos. Contestazione, cambiamento, lotta alla dittatura. Ma all’improvviso il fuoco si spegne. Il 9 novembre crolla il Muro e la partecipazione civile alle proteste evapora:</p>
<blockquote><p>«Fu sostituita dagli spot televisivi e dal modello occidentale», raccontano i fondatori del <em>Neues Forum</em> alla Taz. «Quella svolta epocale travolse le vite private delle persone. Per la partecipazione politica non ci furono più le forze».</p></blockquote>
<p>Le strade della contestazione lasciarono il passo alle strade delle vetrine. Così il <em>Neues Forum</em> finì in archivio. Kohl cucinò una riunificazione fast food. I tedeschi furono di nuovo un popolo. La società tornò liquida e silenziosa. La società rinunciò alla politica, non inventò nulla di politicamente nuovo. Ma: se non allora, quando? }</p>
<p><em>Fonti:</em><br />
<a href="http://www.ddr-im-www.de/Geschichte/1989.htm" target="_blank">www.ddr-im-www.de/Geschichte/1989.htm</a><br />
<a href="http://www.chronik-der-mauer.de/index.php" target="_blank">www.chronik-der-mauer.de</a></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Messico e Male; 2666 anni con Roberto Bolaño</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2014 08:49:53 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[stalinismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek L’invito a partecipare al vostro &#8220;Seminario sul romanzo&#8221; mi ha suggerito una scelta istintiva e immediata. 2666 di Roberto Bolaño era l’ultimo libro incontrato dove la fatica di attraversare la lettura coincideva con lo stupore infinito che il romanzo fosse ancora capace di rinnovarsi in modo tanto spericolato e necessario. So bene [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/juarez.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/juarez.jpg" alt="juarez" width="263" height="191" class="alignleft size-full wp-image-47302" /></a></p>
<p>L’invito a partecipare al vostro &#8220;Seminario sul romanzo&#8221; mi ha suggerito una scelta istintiva e immediata. <em>2666</em> di Roberto Bolaño era l’ultimo libro incontrato dove la fatica di attraversare la lettura coincideva con lo stupore infinito che il romanzo fosse ancora capace di rinnovarsi in modo tanto spericolato e necessario. <span id="more-47298"></span><br />
So bene di non trovarmi sola con questa percezione. Roberto Bolaño è diventato un autore cult con l’aureola dell’artista dalla vita irregolare e morte prematura, una rara primizia di maledettismo aggiornato dove la biografia è percepita come garanzia e giustificazione di un’eccentrica (e “autentica”) grandezza letteraria. Ma non è questo il cardine della passione che condivido con molti scrittori, la passione che fa di Bolaño uno <em>writers’ writer </em> secondo modalità più profonde e vincolanti di quanto il termine non implichi di solito: non una penna così ardua e innovativa oppure sottile e raffinata da farsi riconoscere in primo luogo dai propri simili, senza che tale riconoscimento costringa a un confronto con la propria concezione letteraria.<br />
Roberto Bolaño è uno scrittore che mette in crisi grazie a un’opera che scardina le nostre idées reçues; un “riapritore di giochi”, come lo chiama Nicola Lagioia nel saggio dedicato a <em><a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/uno-scrittore-per-il-ventunesimo-secolo/">Uno scrittore per il ventunesimo secolo</a></em> .<br />
“Mi trovo d’accordo sul fatto che Bolaño sia un riapritore di giochi, che rappresenti cioè, malgrado vi abbia sostato per soli tre anni, il primo vero grande scrittore del XXI secolo. Credo tuttavia che l’”apertura” verso qualcosa di diverso, di nuovo, di finalmente rivitalizzante per il mondo letterario giunto pieno di ansie sull’orlo estremo del Novecento, cominci non solo prima di <em>2666</em> ma anche prima de <em>I detective selvaggi</em>, come minimo da quei magnetici piccoli ambigui affascinanti manufatti che sono i racconti di <em>Chiamate telefoniche</em>. Se c’è qualcosa attraverso questi libri che Bolaño riesce invece a chiudere (crudelmente, inesorabilmente; non sappiamo nel futuro ma di certo per l’intero lunghissimo decennio che ci separa dall’11 settembre newyorkese) è il robusto predominio che la letteratura statunitense fin de siècle era riuscita legittimamente a esercitare. Tra il 1990 e il 2001 negli USA vengono pubblicati libri magnifici come <em>Il teatro di Sabbath</em>, <em>Underworld</em>, <em>Pastorale americana</em>, <em>Cavalli selvaggi</em>, <em>Oltre il confine</em>, <em>Infinite Jest</em>, <em>L.A. Confidential</em>, <em>La macchia umana</em>… A seguire, però, c’è un imprevisto crollo creativo trattenuto (e forse ancor più fragoroso per questo) su un altissimo e per certi versi inutile livello medio grazie alla rete di protezione intessuta dalle trascorse lezioni di maestri quali Roth, MCarthy, Pynchon, DeLillo. È proprio da questo vuoto improvviso che i più attardati di noi hanno cominciato a sentire l’eco (e la novità) che i libri di Bolaño stavano in realtà irradiando già da qualche anno, e che lo stavano portando a primeggiare grazie anche al fatto di muoversi proprio nei territori sui quali la narrativa nord-americana iniziava a mostrarsi più debole.”</p>
<p>Nell’incontro con gli studenti di Rovereto, anch’io ho voluto mettere a fuoco questo aspetto a partire da <em>2666</em>, il romanzo dove le riaperture si fanno più evidenti (e non solo rispetto all’orizzonte statunitense chiamato in causa da Lagioia).<br />
Sono anni che in Italia si dibatte su filoni di poetica intesi come alternativi, anzi vicendevolmente escludenti: l’opzione realista, aggiornata in formule come il “ritorno al reale” o “docufiction”, rivalutata come veicolo necessario di engagement, contrapposta a barocchismi postmoderni, filiazione libresca e citazionista, ma anche alla “restaurazione” del romanzo neo-borghese. Narrazioni che decidono di veicolare preoccupazioni contenutistiche attraverso le gabbie di noir o thriller si scontrano con la convinzione che la vera letteratura debba fondarsi sulla ricerca formale quasi sempre identificata con la scrittura e con lo stile.<br />
Ma applicate a Bolaño e soprattutto a <em>2666</em> queste dicotomie si sfarinano.<br />
Il romanzo si apre con “La parte dei critici”, fantasmagoria di un universo metaletterario e quasi parodia della “campus-novel”, per sprofondare nel nucleo centrale “La parte dei delitti”, dove finiscono fusi elementi di giallo, cronaca giudiziaria e docufiction.<br />
La “parte dei delitti”, l’enorme blocco centrale verso cui la narrazione converge come una materia siderale risucchiata verso un buco nero, possiede le dimensioni di un poderoso romanzo a sé stante. Il protocollo sempre uguale della scomparsa dei corpi usa-e-getta di donne e bambine vi funge da palinsesto. Discariche, deserto, grandi SUV dai vetri oscurati, <em>maquiladoras</em>. La rappresentazione della violenza sessuale estrema passa attraverso la ripetizione ad nauseam degli assassinii, facendosi mimesi quasi pornografica della disumanizzazione delle vittime seriali. I filoni narrativi che veicolano sviluppi di storia e quindi di senso non possono che presentarsi come presenze fossili dentro un’oscura colata lavica. Circondati dall’iperrealtà oscena e opaca di stupro e morte, i personaggi più corposi diventano fantasmatici; vuoi che siano frutto di palese invenzione come il ragazzo dal nome Lalo Cura (da la locura, la pazzia), vuoi che rimandino a persone esistenti come Sergio Gonzalez Rodriguez, l’autore di <em><a href="http://www.adelphi.it/libro/9788845920431">Ossa nel deserto</a></em> che per il suo lavoro d’inchiesta sul femminicidio ha rischiato a sua volta di finire ammazzato. La realtà messicana spinse Gonzalez Rodriguez a abbandonare una produzione romanzesca sulle orme del “real maravilloso” e mettersi sulle tracce di accadimenti che oltrepassano l’immaginazione. Roberto Bolaño, che è forse in primo luogo il liquidatore di un certo realismo magico latinoamericano, riscatta il coraggio dell’amico fattosi “detective selvaggio” riprendendo nella propria opera tutte le ipotesi esposte in <em>Ossa nel deserto</em> con il distacco e il rigore necessario del giornalismo di denuncia.<br />
In un romanzo non si può solo congetturare, ma mettere in scena tutto. Si può dare corpo all’ipotesi che forse dietro alla macelleria femminile ci sia l’industria sacrificale degli snuff-movies e soprattutto l’alleanza tra narcos e rappresentanti dello stato messicano. Ma questo passaggio dal saggio al romanzo comporta un rischio di depotenziamento di cui Bolaño è pienamente consapevole. Perché quelle trame conservino tutta la scandalosa oscurità del male, perché non si riducano a controstoria complottistica, confezionata a misura di thriller, (genere al quale, in una certa misura, appartiene persino un romanzo di straordinaria qualità come <em>Il potere del cane</em> di Don Winslow), bisogna sottrarle alla ricomposizione in un mistery-plot che finisca per offrire una soluzione, non importa quanto orrenda. All’interno di <em>2666</em>, le spiegazioni restano tracce che affiorano per finire nel vuoto, riproducono un’impotenza conoscitiva. Portano un peso strutturale assai minore dell’elencazione delle centinaia di donne morte senza né verità né giustizia.<br />
Nella composizione del buco nero, l’istanza del romanzesco deve fallire, la realtà continuare a superare la fantasia del verosimile: la realtà di un male irriducibile perché concreto, anzi reificato. Discariche, deserto, Suv, maquiladoras, cadaveri di donne violentate. Il male è qualcosa che trascende ogni convocazione finzionale di significato perché si incarna in quelle vite cancellate, in quella carne morta finita in spazzatura.<br />
Il male ha spostato la sua frontiera più avanzata nel luogo esemplare di Santa Teresa &#8211; Ciudad Juarez, la bordertown dominata dal capitalismo delle fabbriche che producono in condizioni di sfruttamento per il mercato statunitense e in balia del potere criminale e corrotto messicano.<br />
Il male in Bolaño non è riducibile a una lettura storico-politica: però non esiste al di fuori della storia, dell’economia, della politica. Bolaño è uno degli eredi legittimi di Borges (Danilo Kiš è l’altro nome che mi viene da affiancargli) che ribaltano l’inquietudine metafisica dello scrittore argentino riportando il male alla sua radice fisica e, così facendo, affermano un’istanza storico-politica tanto radicale quanto del tutto interna ai loro testi.<br />
L’impianto della “parte dei delitti” è modulato sulla casistica del femminicidio dal 1993 al 1997 e include la vicenda ricostruita in <em>Ossa nel deserto</em> del presunto serial-killer posto sotto processo alla stregua di un capro espiatorio, dato che le uccisioni continuano durante la sua detenzione. La licenza maggiore che Bolaño si prende rispetto ai fatti mutuati dall’indagine di Gonzalez Rodriguez, riguarda la nazionalità dell’imputato: da egiziano, quale era nella realtà, diventa un tedesco naturalizzato statunitense. Klaus Haas, nipote del misterioso scrittore Benno von Arcimboldi sulle cui tracce si muovono i critici della prima parte del romanzo, spicca sin dalla prima apparizione perché inconfondibilmente straniero: biondissimo, quasi albino, altissimo come lo zio con il quale il lettore, seguendo la “detection” dei critici, è invitato a confonderlo sino alla comparsa del vero Arcimboldi, ossia Hans Reiter.<br />
Lo straniero diventa perno della “parte dei delitti”, perché i delitti possono essere addossati solo a chi è estraneo alla città, ma lo è anche alla maniera dello <em>Straniero</em> di Camus, l’imputato di omicidio indifferente a ogni sentenza. Klaus Haas, al contrario, si difende in tutti modi, sia con conferenze stampa e avvocati, sia imparando la legge del carcere fatta di esercizio della violenza e protezione del boss più potente; ma con Meursault, il franco-algerino che ha ucciso un arabo, lo accomuna il legame tra l’estraneità fisica e sociale (il gigante ariano con passaporto Usa) e l’estraneità esistenziale e metafisica. Nell’arco della sua incarcerazione, Haas manifesta l’ambiguo carisma di chi diventa tramite di un’altrove: nel luogo chiamato Santa Teresa, dove l’ispettore di polizia Juan de Dios Martinez sembra rimandare a San Giovanni della Croce, il detenuto è travolto da visioni alla Hieronymus Bosch, visitato da sogni apocalittici che fondono il deserti messicani a quelli biblici. La sua figura trascende la domanda della colpa, però facendogli incarnare un’aporia da cui non c’è via d’uscita: i gringos, le “razze padrone”, c’entrano con il male che si manifesta nel femminicidio, ma è il male stesso che vuole presentarli come unici colpevoli. La vittima non innocente Klaus Haas, ponte tra due continenti, è invece in contatto mistico con una forza oscura che possiede storia culturale, tradizione iconografica, origine.<br />
I critici approdano a Santa Teresa per incontrare l’uomo nascosto dietro lo pseudonimo del veneratissimo scrittore e scoprirne la storia. “La parte di Arcimboldi”, la quinta e ultima parte di 2666, che comincia con la Prima Guerra Mondiale e attraversa una buona parte del Secolo breve in Europa, sceglie di affidarsi a un registro predominante burlesco-grottesco, impastato di detriti culturali che finiscono virati verso il kitsch o addirittura verso il trash: il castello di Dracula dove si celebra un festino di baronesse, generali, scrittori e poeti di regime, ma anche i villaggi breugheliani alla soldato Šveijk (per esempio, il “villaggio delle Ragazze Chiacchierone”) dove Hans Reiter trascorre la sua infanzia.<br />
La cultura tedesca e europea asservita al nazismo (e allo stalinismo) ne è stata contagiata e corrotta, quindi lo strumento appropriato per mettersi sulle tracce di quel male coincide a tratti con il cattivo gusto. In mezzo alla lugubre carnevalata, Hans Reiter, il bambino-alga, il soldato che sogna di annegare felicemente nell’abisso, mantiene caratteri di umanità non grazie a un maggiore “realismo” concesso al personaggio ma agli elementi fantastico-favolosi che lo qualificano come creatura di un altro mondo.<br />
Nel dopoguerra Hans sceglie il suo n<em>om de plume</em> ricordando un cenno a Arcimboldo nei manoscritti trovati in una casa ucraina dalla quale il loro autore era stato deportato verso lo sterminio nazista. Quell’atto di conservazione e, al contempo, appropriazione di una vita cancellata, rimanda anche alla storia di Ivanov, scrittore sovietico di libri di fantascienza eliminato da Stalin, il cui autore in realtà era proprio l’ebreo Ansky. Il passaggio da Boris Ansky a Benno von Arcimboldi non si compie casualmente nel segno di Arcimboldo. Come è noto, i ritratti del pittore milanese sono in gran parte composti da nature morte. L’opera più significativa nel nostro contesto è probabilmente la tela denominata “Il librario”, l’uomo fatto di libri. Esistono però altri dipinti che trattano alla stessa stregua non più oggetti, fiori, frutti o animali, ma corpi umani. I volti di Adamo e Eva brulicano di nudi infantili che simboleggiano la progenitura della specie umana. Quell’allegoria grottesca si proietta in avanti, mentre il Benno von Arcimboldi di Bolaño compie il moto esattamente contrario: raccoglie in sé, ponendoli sullo stesso piano, i libri e i corpi scomparsi degli scrittori annientati. <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/adamo.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/adamo-150x150.jpg" alt="adamo" width="150" height="150" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-47300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/adamo-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/adamo-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/libraio.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/libraio-150x150.jpg" alt="libraio" width="150" height="150" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-47299" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/libraio-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/libraio-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><br />
Il male del passato si dischiude dunque come una matrioska nel personaggio finalmente ritrovato di Hans Reiter. Ma ciò accade nel luogo emblematico del male presente, nella città di frontiera divenuta fabbrica di morte a cielo aperto. C’è una linea genealogica, un’eredità precisa che, attraverso lo scrittore Arcimboldi, passa dal soldato della Wehrmacht a suo nipote. In più, la composizione dei cerchi romanzeschi mette in forma che non può esservi nessuna “parte dei critici”, nessuno spazio in cui la cultura possa pensarsi al di fuori o al di sopra del male, se questo, attraverso le epoche e i continenti, continua ad agire fisicamente come reificazione degli esseri umani, come schiavitù, barbarie e violenza.<br />
“La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie.”<br />
Sono queste le parole che Theodor Adorno scrisse nel 1949, quelle pervenute a noi nella semplificazione del precetto “nessuna poesia dopo Auschwitz”.<br />
<em>2666</em> di Roberto Bolaño è anche questo: un poema in prosa di mille pagine sul legame indissolubile di cultura e barbarie con cui il male ha varcato la soglia del ventunesimo secolo.</p>
<p>pubblicato in<em> Avventure da non credere; Romanzo e formazione</em> a cura di Walter Nardon; Università di Trento, 2013.<br />
Foto di <a href="http://www.shaulschwarz.com/">Shaul Schwarz</a> da Ciudad Juarez e appartenente al ciclo &#8220;Narcocultura&#8221;, da cui il fotografo ha tratto anche un documentario.</p>
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		<title>Albert Camus, une valse à trois temps. Milosz, Micromega e Berardinelli (primo tempo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Sep 2013 15:05:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[albert camus]]></category>
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					<description><![CDATA[“Tu che hai offeso l’uomo semplice ridendo sguaiatamente sulla sua sventura con intorno una corte di buffoni per confondere bene e male (&#8230;) non sentirti al sicuro. Il poeta ricorda. puoi ucciderlo – ne nascerà un altro. Saranno messi a verbale atti e parole”. Czeslaw Milosz (1911-2004)   # dans un premier temps Questo valse [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_46381" aria-describedby="caption-attachment-46381" style="width: 188px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/447px-Brosen_MiloszPoemShipyardGdansk-1.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-46381  " alt="Il 16 dicembre del 1980 fu inaugurato davanti ai cantieri di Danzica il monumento ai caduti durante le proteste del 1970: tre altissime croci, alla base le parole del salmo “Il Signore benedice il Suo popolo, il Signore dona la libertà al Suo popolo” e di una poesia di Miłosz" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/447px-Brosen_MiloszPoemShipyardGdansk-1.jpg" width="188" height="252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/447px-Brosen_MiloszPoemShipyardGdansk-1.jpg 447w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/447px-Brosen_MiloszPoemShipyardGdansk-1-223x300.jpg 223w" sizes="(max-width: 188px) 100vw, 188px" /></a><figcaption id="caption-attachment-46381" class="wp-caption-text">Danzica. Monumento ai caduti durante le proteste del 1970:  una poesia di Miłosz</figcaption></figure>
<p style="text-align: right;">“Tu che hai offeso l’uomo semplice<br />
ridendo sguaiatamente sulla sua sventura<br />
con intorno una corte di buffoni<br />
per confondere bene e male</p>
<p style="text-align: right;">(&#8230;)</p>
<p style="text-align: right;">non sentirti al sicuro. Il poeta ricorda.<br />
puoi ucciderlo – ne nascerà un altro.<br />
Saranno messi a verbale atti e parole”.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Czeslaw Milosz (1911-2004)</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>#</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em><span class="st">dans un premier temps</span></em></p>
<p>Questo valse à trois temps comincia con un testo di Milosz che ho a lungo inseguito e finalmente trovato in rete e tradotto in questi giorni. Il secondo passo sarà una lettura ragionata del <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/micromega-62013-%E2%80%9Clintellettuale-e-limpegno%E2%80%9D-da-giovedi-5-settembre-in-edicola-e-su-ipad/?printpage=undefined">nuovo numero di Micromega </a>consacrato all&#8217;intellettuale Albert Camus. Il terzo, assai critico, lo dedicherò alla stroncatura che ne ha fatto <a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/19792">Alfonso Berardinelli</a> sul Foglio, qualche giorno fa. <em>effeffe</em></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Albert Camus e Il coraggio di dire delle cose elementari</strong></p>
<p> </p>
<p style="text-align: left;">di</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Czeslaw Milosz</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em>traduzione di Francesco Forlani</em></p>
<p>&#8220;Mi darò come compito quello di spiegare perché coloro che, come me, vengono dall&#8217;Europa dell&#8217;Est provano verso Albert Camus così tanta gratitudine. Era vicino a noi più di quasi tutti gli scrittori francesi contemporanei. Il fatto è che il parallelo storico non è un fattore trascurabile. Ora si sa, gli intellettuali francesi degli anni 1940 e 1950, in gran parte erano affascinati dalla storia. [&#8230;] Aspiravano a una sorta di saturazione personale attraverso la storicità, noi altri ne eravamo saturi fino al midollo. [&#8230;] Tutti i discorsi sulla storia sentiti in Francia ci sembravano sospetti, perché vi si invocava un&#8217;immagine, un&#8217;idea, e non quella realtà che abbiamo conosciuto nelle sue forme più crudeli, nazismo e stalinismo. Io non so cosa proteggesse Albert Camus da una moda diffusa tra gli intellettuali parigini, tanto conformisti.</p>
<p>Erano forse le spiagge dell&#8217;Africa, le sue origini popolari che lo preservavano dalla &#8220;cattiva coscienza&#8221; borghese? In ogni caso, trattava gli idoli del momento, con una diffidenza di cui pagava il prezzo, perché gli intellettuali non perdonano una tale mancanza di rispetto per speculazioni post-hegeliane .</p>
<p>Camus non sghignazzava. La moda è in quello scherno, ormai tradizionale, diretto contro le buone maniere delle classi irrigidite nella loro stretta morale [&#8230;] Per quanto mi riguarda, il sogghigno mi ha sempre infastidito . [&#8230;] Al contrario, avevamo bisogno di entusiasmo e slancio [&#8230;] Camus non scherniva, il che lo rendeva estremamente vulnerabile agli attacchi applauditi da un pubblico ben addestrato . [&#8230;] È per questo motivo che sono sempre stato dalla parte di Camus.</p>
<p>Quel che mi stupisce degli intellettuali francesi è questa loro fede nelle idee generali : basta, credono loro, che un uomo si chiuda a chiave nella sua cameretta e pensi a rigor di logica, per giungere a una comprensione assoluta di ogni cosa, per esempio dei conflitti che si verificano in Ghana, Ungheria, Polonia o in Russia. I risultati mi hanno quasi sempre fatto ridere [ &#8230; ] ho imparato, e non senza difficoltà, che è rischioso pronunciarsi sugli affari interni di un paese di cui non si parla la lingua [&#8230;] Mi sorprendevano la facilità e la cosiddetta competenza con cui si discuteva della Cina a Parigi [&#8230;]</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/albert-camus2.jpg"><img loading="lazy" class="alignright  wp-image-46382" alt="albert-camus2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/albert-camus2.jpg" width="290" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/albert-camus2.jpg 484w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/albert-camus2-193x300.jpg 193w" sizes="(max-width: 290px) 100vw, 290px" /></a></p>
<p>Avevo l&#8217;impressione che Camus appartenesse a una razza ben diversa da quella dei grandi specialisti con scienza infusa che tagliano corto sui problemi del Texas o dell&#8217;Indonesia , come se si trattasse di piccoli comuni di periferia. Questo tratto distintivo di Camus, considerato a Parigi come un difetto, lo si motivava con una mancanza di esercizio filosofico . [&#8230;]</p>
<p>Questo ci porta dritti alla questione algerina. Io non approvavo del tutto la posizione che aveva preso a riguardo. [&#8230;] La posizione di Camus mi ricordava certi strappi interiori che in tanti da noi avevano provato prima dell&#8217;ultima guerra . [ L&#8217;evocazione dei massacri di popolazioni polacche ad opera dei distaccamenti ucraini armati dai tedeschi ] Anche nel peggiore dei casi, e da entrambe le parti , esseri umani erano disperati dall&#8217;intensità dell&#8217;odio [&#8230;] <em>l&#8217;imbroglio</em> (in italiano nel testo) etnico dell&#8217;Europa orientale mi è servito a capire le difficoltà di Camus .</p>
<p><strong>Lo stile e i temi di Camus</strong>. Per quanto riguarda la sua opera letteraria , confesso che non ho mai amato il suo stile . [Note sul carattere concreto della lingua polacca e la sua tendenza a &#8220;un lirismo inquietante&#8221;] Ma già al primo contatto, l&#8217;opera di Camus aveva per me qualcosa di familiare. [&#8230;] Camus era affascinato da Dostoevskij, l&#8217;erede delle sette della cristianità orientale. E proprio come Dostoevskij, ha avuto il coraggio di affrontare temi di &#8220;cattivo gusto&#8221;. [&#8230;] La peste è il miglior libro sulle attitudini che si possono avere verso la piaga totalitaria dei tempi moderni. Ma in prima istanza è una meditazione sul dolore degli innocenti. [&#8230;] &#8220;Lui si prende gioco del dolore delle persone innocenti.&#8221; Chi? Jéhovah, il cattivo demiurgo dei manichei [&#8230;]<br />
In gioventù, presso l&#8217;Università di Algeri, Camus ha presentato una tesi di laurea su Sant&#8217;Agostino e mi chiedo se tutto il suo lavoro non fosse, in fondo, teologico. Volentieri interpreterei <em>La caduta</em> come un trattato sulla Grazia ( assente), la cui chiave sarebbe in questa frase : &#8220;Le colombe aspettano lassù, aspettano tutto l&#8217;anno. Volteggiano sopra la terra, guardano, vorrebbero scendere . [&#8230;] Ma non c&#8217;è nulla tranne mare e canali [&#8230;] &#8221; Credo anche che l&#8217;attaccamento commovente di Camus alla memoria di Simone Weil , che lui chiamava &#8221; l&#8217;unico grande spirito del nostro tempo &#8221; sorga dal fervore albigese dell&#8217;eretica .<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Czeslaw_Milosz_1998_by_Kubik.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-46383 alignleft" alt="Czeslaw_Milosz_1998_by_Kubik" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Czeslaw_Milosz_1998_by_Kubik.jpg" width="224" height="319" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Czeslaw_Milosz_1998_by_Kubik.jpg 320w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Czeslaw_Milosz_1998_by_Kubik-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></a><br />
<strong>La vergogna dell&#8217;impotenza</strong>. Non era facile per me accettare l&#8217;Occidente. [&#8230;] Mi dicevo, dopo la guerra: &#8220;Probabilmente non hanno imparato nulla, [&#8230;] ricominciano il loro stupido gioco, come se non fosse successo niente.&#8221; [&#8230;] Solo uomini come Albert Camus pesavano sull&#8217;ago della bilancia , perché si percepiva in loro un vero e proprio dolore . Nessuno di noi che siamo sopravvissuti alla vergogna dell&#8217; impotenza non ha potuto affrancarsi da quel senso di colpa espresso da un personaggio di Camus : &#8221; <em>Ah ! chi avrebbe mai pensato che il crimine non fosse tanto quello di uccidere quanto quello di non morire per mano propria! &#8221;<br />
</em><br />
Scopro solo ora cosa permettesse allo scrittore Camus di accogliere la sfida dell&#8217;epoca dei forni crematori e dei campi di concentramento. Aveva il coraggio di dire cose elementari .</p>
<p>Camus era uno di quegli intellettuali occidentali, poco numerosi, che mi hanno teso la mano quando ho lasciato la Polonia stalinista , nel 1951 , mentre altri mi evitavano come la peste [&#8230;] Abbastanza triste per un povero diavolo come me [&#8230;] venire presentato dalla stampa come un panciuto borghese in fuga dalla sua patria socialista. Non mi sono stati risparmiati complimenti di questo tipo [&#8230;] A destra, nessun linguaggio comune; a sinistra, un grosso equivoco, perché le mie idee politiche erano in anticipo di qualche anno su quella che sarebbe diventata moneta corrente dopo il 1956 .</p>
<p>In una tale situazione tanto scomoda, l&#8217; amicizia riscalda e dà quel minimo di rassicurazione, senza cui ci si esporrebbe da soli a tentazioni nichiliste . Mai gli intellettuali hegeliani capiranno quali conseguenze hanno potuto avere i loro cavilli in termini di rapporti umani , e quale abisso scavavano tra di essi e gli abitanti dell&#8217;Est europeo, conoscitori di Marx o meno . La filosofia è una cosa molto carnale : raffredda gli occhi o, come in Camus, introduce nell&#8217;uomo la cordialità di un fratello. [&#8230;]</p>
<p><a href="  http://melancolie-arts.blogspot.it/2013/05/luvre-dalbert-camus-aujourdhui.html">(Milosz «L’interlocuteur fraternel» in Preuves. Une revue européenne à Paris, n° 110, avril 1960, et Julliard, 1989, p. 385. Repris dans Philosophie Magazine, pp.139-141)<br />
</a></p>
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