<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>albert dubout &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/albert-dubout/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 15 Jun 2021 05:06:22 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Allegro con Brio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/15/le-tre-c/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/15/le-tre-c/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jun 2021 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[albert dubout]]></category>
		<category><![CDATA[Martino Scacciati]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=91025</guid>

					<description><![CDATA[di Martino Scacciati A distanza di anni, ormai, sento ancora, addosso, il disagio che provai quando mi invitarono a prendere il thé da loro &#8211; ovviamente alle 5. Fin da piccolo, avevo visto quella casa solo da fuori. La consideravo una sorta di enorme grammofono. Qualunque fosse l&#8217;ora del giorno o la stagione, le sue [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>
<div class="" dir="auto">
<div id="jsc_c_5" class="ecm0bbzt hv4rvrfc e5nlhep0 dati1w0a" data-ad-comet-preview="message" data-ad-preview="message">
<div class="j83agx80 cbu4d94t ew0dbk1b irj2b8pg">
<div class="qzhwtbm6 knvmm38d">
<div class="kvgmc6g5 cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto"><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-91028" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Albert-Dubout-Statuette-en-Resine-Peinte-Main-Collection-Les-Chats-Le-Troisieme-Oeil-24cm-2-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Albert-Dubout-Statuette-en-Resine-Peinte-Main-Collection-Les-Chats-Le-Troisieme-Oeil-24cm-2-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Albert-Dubout-Statuette-en-Resine-Peinte-Main-Collection-Les-Chats-Le-Troisieme-Oeil-24cm-2-150x238.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Albert-Dubout-Statuette-en-Resine-Peinte-Main-Collection-Les-Chats-Le-Troisieme-Oeil-24cm-2.jpg 218w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" /></strong></div>
<div dir="auto">di</div>
<div dir="auto"><strong>Martino Scacciati</strong></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">A distanza di anni, ormai, sento ancora, addosso, il disagio che provai quando mi invitarono a prendere il thé da loro &#8211; ovviamente alle 5. Fin da piccolo, avevo visto quella casa solo da fuori. La consideravo una sorta di enorme grammofono. Qualunque fosse l&#8217;ora del giorno o la stagione, le sue finestre spalancate rovesciavano di sotto scrosci di musica sinfonica o lirica. E quella forma di colta prevaricazione mi aveva sempre colpito. Non ero mai riuscito, tuttavia, a vedere il viso del melomane che rompeva con tanta perseveranza i coglioni all’intero paese.</div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Toccò ai miei, una sera d&#8217;estate, potergli finalmente dare un volto. Se l&#8217;erano trovato seduto accanto a tavola, durante una cena di amici comuni. Il giorno seguente mi raccontarono tutto. Si chiamava Domenico ed era un avvocato molto affermato. Me lo descrissero piccolo, quasi deforme, in età da pensione e verboso come riescono a essere verbosi solo certi notabili meridionali: persone indubbiamente raffinate e brillanti ma con un invincibile bisogno di protagonismo &#8211; e per questo tendenti a sequestrare la conversazione. Era accompagnato dalla moglie, una donna spigliata, anche se pure lei relegata al ruolo di spettatrice. Eppure, almeno a giudicare dallo sguardo estatico con cui assisteva all&#8217;assolo del marito, quel ruolo sembrava non dispiacerle. Anzi.</div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">L&#8217;impressione che i miei si portarono a casa quella sera fu di due persone simpatiche, tutto sommato. Durante la cena c&#8217;era stata un&#8217;unica ombra. Abbandonato il fare sornione per una sorta di sordo furore, Domenico si era lanciato in una lunga tirata, violenta e circolare, contro quei maledetti che di notte battevano le viuzze del paese urlando &#8220;Brioooo! Brioooo!&#8221;. Aggiungendo che, se fosse stato per lui, Brio sarebbe stato già stato riempito di piombo. Ecco, davanti a quella specie di catilinaria anti-felina nessuno dei presenti, un po&#8217; disorientati, aveva reagito. Ma Brio era, a dire il vero, il nostro gatto.</div>
<div dir="auto"><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-91029" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/8914d324eaba8dd98dbc5f47590329b1-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/8914d324eaba8dd98dbc5f47590329b1-300x220.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/8914d324eaba8dd98dbc5f47590329b1-150x110.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/8914d324eaba8dd98dbc5f47590329b1-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/8914d324eaba8dd98dbc5f47590329b1.jpg 510w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Non ho mai capito bene perché, attraverso i miei, mi fecero arrivare l’invito per quel thé. L’appuntamento cadde in un tiepido pomeriggio primaverile. Qualche minuto prima delle 5, mi avviai verso la casa-grammofono. Dalla strada si vedeva solo la finestra da cui fuoriusciva la musica. Il resto dell’edificio era nascosto dalla vegetazione. Arrivato davanti al cancelletto marrone di ferro, premetti, un po’ titubante, il pulsante del campanello. Dalla bocchetta del citofono un vocione primordiale non chiese chi fossi né disse semplicemente &#8220;entra&#8221; ma, con termini scelti, si dilungò sul piacere che gli procurava mia visita. Alla fine del cerimonioso prologo, sentii lo scatto metallico della serratura elettrica. Salii qualche scalino, voltai a sinistra lungo il vialetto, poi a destra ma per quanto camminassi della casa non si vedeva nemmeno l’ombra. Anche se di rosmarino, di euforbia, di mirto invece che di pietra, le due pareti in cui era incassato il vialetto mi fecero pensare all’astuta strategia difensiva delle città portuali arabe. Oltre a tradire la diffidenza degli abitanti, quel giro labirintico e pretestuoso attraverso scalette, pendii artificiali, vialetti costituiva il perfetto presupposto per un’aggressione dall’alto. Dopo l’ennesima svolta, arrivai finalmente al curatissimo prato in fondo al quale si stagliava la facciata della casa, un elegante terra-tetto le cui rifiniture dal gusto inglese erano incastonate in una struttura medievale.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Lui mi aspettava accanto alla porta. Era un omino basso, con la testa e le mani sproporzionate, vestito in modo molto elegante con un girocollo blu da proprietario di yacht e pantaloni bianchi. La prima cosa che notai fu il contrasto tra l’espressione solenne, simile a quella di certi presidenti durante le visite ufficiali, e i piedi nudi. Mi strinse la mano con una forza gratuita e mi disse di precederlo.</div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Una volta all’interno, mi invitò a sedermi su una delle poltroncine di vimini ricoperte con una candida tela di cotone. Alle mie spalle, spalancata sul golfo, c’era una grande finestra. Domenico prese possesso della sua poltrona, piazzata al centro della stanza. Intanto, dalla parete opposta alla finestra, arrivavano i rimasugli di una imperiosa ramanzina della moglie a una domestica occulta. Qualche secondo e la moglie sbucò da dietro il muro, impegnata nel visibile tentativo di ricomporre sulla faccia il sorriso da ospiti. In mano reggeva un vassoio argentato su cui fumavano delle raffinatissime tazze di porcellana inglesi, circondate da una porzione &#8211; a dire il vero un po&#8217; micragnosa &#8211; di biscotti al burro. Mi salutò con calore e ci porse il thé.</div>
<div dir="auto"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-91030" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/albert-dubout-le-prince-des-humoristes-7-m-300x297.jpg" alt="" width="300" height="297" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/albert-dubout-le-prince-des-humoristes-7-m-300x297.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/albert-dubout-le-prince-des-humoristes-7-m-150x149.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/albert-dubout-le-prince-des-humoristes-7-m-424x420.jpg 424w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/albert-dubout-le-prince-des-humoristes-7-m.jpg 655w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Mentre riflettevo sul curioso contrasto tra lo sfarzo del servito e la povertà di dolciumi di contorno, anche lei si sistemò a sedere. Intanto, Domenico aveva attaccato un monologo identico a quello descritto dai miei genitori, iniziando dal tema che sapevo essere il suo prediletto: la politica. Si lanciò in un discorso che, per tempi, toni e accuratezza stilistica, sembrava rivolto non a due persone in un salotto ma a una moltitudine raccolta in una piazza o in un teatro. Lei, intanto, restava in silenzio, rigida. Il naso grifagno, gli occhi piccoli e inespressivi, i capelli corti sulla nuca ma rigonfi per il ciuffo bombato, la facevano sembrare una grossa civetta. Nella impertinente fissità di quello sguardo temevo di intuire come un’intenzione predatoria, quasi volesse ghermirmi con gli occhi. E non riuscivo a respingere fino in fondo l&#8217;impressione, fastidiosa, che la preda di quel pomeriggio, il topolino destinato a esser divorato, fossi io. Dubito che, preso con era a tornire le parole, se ne sia reso conto ma dentro di me sentivo crescere il disagio sia per la inevitabile noia suscitata dal monologo che per la nuvola severa sospesa sopra la mia testa e dalla quale, me lo sentivo, sarebbe presto saettato il giudizio della moglie. Non trovai di meglio che rifugiami nel sapore di quell’ottimo thé. Ogni tanto, però, muovevo la testa a caso come per gettare in quella bocca da cerbero, sempre aperta e famelica d’assenso, un pugnello di approvazione.</div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Forse avrei dovuto provare a mostrarmi entusiasta ma non ci riuscii. Seppur nascosta tra le volute barocche e gli arzigogoli del suo sermone, nei discorsi di Domenico spuntava una difesa sistematica di tutti i personaggi più stronzi dell&#8217;attualità e dell&#8217;intera storia umana.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Era chiaramente affascinato da figure che, non importava se con sperpero di vite umane, erano riusciti a raddrizzare una situazione di confusione e a riportare l’ordine. Nei momenti di particolare eccitazione oratoria, ricorreva sempre allo stesso gesto: si portava la mano vicino alla bocca e alzava il grosso indice, non si sa se per attirare l’attenzione, minacciare o imporre il suo potere virile. Come io assaporavo il thé, Domenico sorbiva, rapito, l&#8217;aroma distillato nelle sue stesse parole. Per meglio sentirne il sapore, faceva ruggire le erre, schiocchiare le ti, sciabordare le esse, allappare le pi e le emme, e insomma, indugiava con la lingua e tratteneva quanto più possibile i suoni di cui era produttore e gourmet.</div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">La concione sembrava, tra l&#8217;altro, un&#8217;eco fisica del mobilio. Tutta quella eterogenea profusione di parole ricercate, citazioni, frasi fatte, espressioni latine faceva da pendant alla congerie di ninnoli, argenti rilucenti, piatti, piattini, statuine, porcellane, medaglie, orologi da tavolo, la cui unica caratteristica comune era un gusto facile e un po&#8217; ostentato. Il vaso giallo cinese che torreggiava sul prezioso tavolo di rovere settecentesco nell’angolo opposto al mio, innalzandosi su un mare di aggeggi dalle fogge e materiali più disparati, equivaleva, per esempio, alla massima dantesca (&#8220;Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare&#8221;) che Domenico infilava qua e là appena possibile, spesso a sproposito. Per il mio disagio il disagio provocato dallo sguardo fisso della civetta, staccai gli occhi dalla tazza del thé per cercare dove fosse l’impianto che da chissà quanto tempo funestava la pace del paese. Mentre Domenico cercava di convincermi dei progressi compiuti dal Cile grazie a Pinochet, riuscii a voltarmi e perlustrare entrambi i lati della lunga parete alle mie spalle: lo stereo, però, non c’era. Con una certa delusione capii, così, che a meno che mi fossi intrufolato nelle altre stanze, quel mostro che vomitava fiumi di note sarebbe rimasto un mistero.</div>
<div dir="auto"><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-91031" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/albert-dubout-le-prince-des-humoristes-2-m-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/albert-dubout-le-prince-des-humoristes-2-m-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/albert-dubout-le-prince-des-humoristes-2-m-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/albert-dubout-le-prince-des-humoristes-2-m-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/albert-dubout-le-prince-des-humoristes-2-m.jpg 655w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Quando, con lo sguardo, tornai sul mio ospite, fui colpito da una sorta di sinistra epifania. Ebbi, osservandolo, una rivelazione che accrebbe il mio imbarazzo: in quel viso sommario, nella bocca larga, nel naso grosso e schiacciato, negli occhi tiroidei mi parve di riconoscere la testa di uno di quegli spaventosi pesci abissali, dalle forme di un’inesplicabile bruttezza che, riemerso all&#8217;improvviso dalle profondità preistoriche del tempo, s&#8217;imbatte in un sub sfortunato e lo uccide di terrore. Fui salvato dallo stato di ansia e confusione in cui mi aveva precipitato quella visione dall’unico intervento della civetta. Approfittò che il marito avesse appena terminato la sua nuova, turpe apologia (il beneficiario questa volta era Nerone, considerato un modello di razionalizzazione urbanistica), per disserrare le labbra &#8211; fini e premute l&#8217;una contro l&#8217;altra in un&#8217;espressione di permanente raccapriccio – e rompere il suo occhiuto silenzio. Mi chiese, insinuante: “E dimmi un po’, che tipo di persone frequenti, a Roma?”. Dai nomi di commendatori, contesse e principi snocciolati e buttati lì di seguito per sondarmi, intuii l’aspettativa che facessi parte degli unici giri d’amicizie per lei frequentabili. Forse le ero simpatico e quello era il suo modo di dimostrarmelo. O forse voleva rendere più prezioso, illudendosi sull&#8217;eccezionalità delle mie conoscenze, il suo pomeriggio.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Non appena riportai lo sguardo su Domenico, che aveva riguadagnato la ribalta con una vibrante protesta sul prezzo della benzina, notai un barbaglio luciferino nei suoi occhi. All’improvviso, sciolse la postura ostentatamente composta, si alzò e si avvicinò al grande mobile in stile marinaro-razionalista alla mia destra. Ne aprì un cassetto, ci infilò la mano e la tirò fuori impugnando una pistola. Poi, abbassato il tono della voce, mi spiegò: &#8220;Questa la uso per accogliere nelle dovute maniere i gatti che osano venire in giardino. Mi pisciano sul prato e io non lo posso tollerare&#8230;&#8221;. E rise, gongolante, di un riso in cui sembravano mescolarsi orgoglio e sollievo. Lo guardai sgomento e mi domandai quali gatti, mammoni e non, soffiassero in quella testa perché avesse bisogno di zittirli con una pistola. Almeno a giudicare dal modo in cui aveva riso, ebbi la certezza che sarebbe stato benissimo capace di usarla &#8211; se non l’aveva già fatto. Dopo quella esibizione, non riuscii a trattenermi oltre. Improvvisai una scusa, ringraziai e mi congedai.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Il mistero della casa-grammofono è rimasto inviolato. Dopo quel pomeriggio, fatta eccezione per la musica dalla sua finestra, non ho più sentito Domenico. Quell’invito a prendere il thé è rimasto isolato – e forse è meglio così. Alcuni mesi più tardi, però, mi chiamò sua moglie. Dopo una lunga e contorta premessa sull’importanza della coppia, annunciò di volermi presentare la sua estetista. La descrisse come una ragazza bionda, carina e sola da tempo. Io non sapevo bene come svincolarmi e balbettai qualche scusa ma non mi lasciò scampo. “Devi conoscerla!”, mi ordinò con il tono di chi non lascia scelta. Poi ci mise in contatto e, prima dell’incontro, mi impartì anche una lezione sulle norme fondamentali da seguire per un felice esito della relazione: “Devi tenere sempre presente la regola delle tre Ci”, mi disse. “Le tre ci…?”, ripetei, incerto. “Sì, le tre ci: cuore, cervello e cazzo”, confermò scolpendo le parole. Nonostante il suo insegnamento, la relazione si consumò nel tempo di un aperitivo: la ragazza era insipida e poco interessata non solo alla regola delle tre ci ma, forse, persino agli uomini. Dopo poco fu chiaro che lei non era minimamente attratta da me né io da lei. Non ce lo dicemmo ma c’eravamo presentati all’appuntamento solo per far contenta la civetta. Dopo quell’aperitivo, la ragazza sparì. Né io feci più nulla per ricercarla. Ma che m&#8217;importa, mi dissi.</div>
<div dir="auto"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-91032" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/plaque-metal-chats-dubout-gros-dodo-15-x-21-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/plaque-metal-chats-dubout-gros-dodo-15-x-21-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/plaque-metal-chats-dubout-gros-dodo-15-x-21-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/plaque-metal-chats-dubout-gros-dodo-15-x-21-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/plaque-metal-chats-dubout-gros-dodo-15-x-21-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/plaque-metal-chats-dubout-gros-dodo-15-x-21-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/plaque-metal-chats-dubout-gros-dodo-15-x-21.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Mi importò e molto, invece, del fatto che, poche settimane dopo quel thé, anche Brio, il nostro gatto, sparì. Le ricerche, notturne e non, si moltiplicarono. Tutta la famiglia si sgolò per chiamarlo – ed ebbi anche l’impressione che dopo ogni nostra ‘battuta’ in giro per il paese, la musica dalla casa uscisse anche più alta e rabbiosa – ma ogni tentativo fu inutile. Tappezzammo le vie del borgo con la foto del gatto, promettemmo ricompense, fermammo chiunque incontrassimo per strada ma non servì a nulla. Con il passare dei giorni la nostra speranza si affievolì e non potemmo che arrenderci a una desolata certezza: Brio non c’era più. Nel frattempo anche Domenico era sparito. In diverse occasioni mi sembro di intravedere la sua macchina ma ogni volta, appena comparivo all’orizzonte, accelerava, come volesse evitarmi. I miei erano certi di averlo visto a una pompa di benzina nei pressi del paese mentre litigava furiosamente e quasi veniva alle mani con il gestore. E memore della sue rabbiose lamentele, ipotizzai che il motivo della lite fosse proprio il prezzo del carburante. Ma a parte queste fuggevoli tracce, di Domenico non sapemmo più nulla.</div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Quando mi ero ormai convinto che sua esistenza si fosse ridotta al flusso musicale della casa-grammofono, una mattina d’estate, sbucò da dietro la porta marmorea del paese, così all’improvviso che quasi ci sbattei contro. Né io né lui, date le condizioni, potevamo sottrarci all’obbligo di una conversazione. Gli chiesi, dunque, come stesse e detti fondo a tutte le logore formule che si usano in questo genere di occasioni. Poi mi ricordai di Brio. Chissà, magari, lui lo conosceva e poteva averlo visto. Gli chiesi se ne sapesse nulla. La sua. però, fu una strana reazione. Per un momento guardò altrove come per sfuggire al mio sguardo, poi, fatta una lunga pausa, sussurrò con un’espressione che non riuscii a decifrare: “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”. Poi mi guardò con aria di sfida e aggiunse: “E più non dimandare”.</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/15/le-tre-c/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Les Insomniaques</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/12/26/les-insomniaques/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2012/12/26/les-insomniaques/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Dec 2012 11:04:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[albert dubout]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Luisa Putti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=44479</guid>

					<description><![CDATA[Non dormire di Maria Luisa Putti Questa notte non passa mai. Non riesco a dormire. È tanto tempo che il sonno mi sfugge come un’ombra inafferrabile. Riesco ad addormentarmi appena, ma dopo due ore ho di nuovo gli occhi aperti, per fissare il bianco del soffitto, la luce che filtra dalle finestre, le pareti e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_40772" aria-describedby="caption-attachment-40772" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/dubout.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/dubout-300x292.jpg" alt="" title="dubout" width="300" height="292" class="size-medium wp-image-40772" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/dubout-300x292.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/dubout.jpg 408w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-40772" class="wp-caption-text">Immagine di Albert Dubout</figcaption></figure><br />
<strong>Non dormire</strong><br />
di<br />
<strong>Maria Luisa Putti</strong></p>
<p>Questa notte non passa mai. Non riesco a dormire. È tanto tempo che il sonno mi sfugge come un’ombra inafferrabile. Riesco ad addormentarmi appena, ma dopo due ore ho di nuovo gli occhi aperti, per fissare il bianco del soffitto, la luce che filtra dalle finestre, le pareti e le tende immobili, che a forza di guardarle cominciano a ondeggiare, quasi potessero venirmi incontro.<br />
Sul muro mi sembra di scorgere il corpo di un uomo, racchiuso nella geometria perfetta di un quadrato, anzi no, di un cerchio, o di tutt’e due insieme. Mi pare di intuire le proporzioni esatte di un essere umano.<br />
Tutto quello che ho pensato, le cose che ho disegnato, i sogni che ho creduto di avverare fingendoli sulla tela ora sono lì, sulla pietra fredda che mi si stringe addosso. È come se l’intonaco si sgretolasse, e crollasse, un frammento sull’altro. È carta che si strappa, metallo che si scioglie.</p>
<p>Ora il suo sorriso si deforma. Vedo anche quello sul muro adesso. Si sgrana, si slarga, come una bocca che si spalanca, una ferita. Una frase dietro l’altra, me le rigiro tutte le parole che mi ha detto in questi anni.<br />
Come diceva? «Sei il mio amore». Non so se posso crederle. Sorrideva, e cercava qualcosa sul pavimento della mia stanza, frugando con quel suo sguardo da ragazzina, che sembra voler afferrare tutta la bellezza del mondo e catturarla per sempre. Allora si è chinata e ha raccolto una cosa così piccola che la teneva in un pugno. E poi ho visto che infilava la mano nella tasca della gonna. Mi prende in giro, sì. E poi cos’è che nascondeva in quella tasca? Ma io non faccio mai caso a nulla quando lei è così vicina. Dopo però, quando resto solo, ho la sensazione che si sia portata via la stanza intera, qualcosa di me stesso che arriva insieme a lei e con lei se ne va.</p>
<p>Sollevo appena la testa dal cuscino, e mi vedo riflesso nello specchio appeso alla parete di fronte al letto. Non sopporto più l’immagine della mia stanchezza, il viso segnato da anni di rovelli che mi tolgono il sonno. «Come sei bello», mi diceva. Ma forse anche quella era una bugia. Lei è bella, anche se non lo sa. Non sa nulla dei pensieri che mi tormentano, di quanto siano importanti per me tutte le sue parole, le cose che mi dice e quelle che non mi dice, e tutto ciò che immagino poi, quando non c’è, e i sogni che la riguardano, che non potrò mai dirle. Si muove e mi guarda con l’incertezza di una bambina, come se volesse chiedermi ad ogni passo una conferma: «Sei la più bella di tutte».</p>
<p>Si son fatte le tre. Devo cercare di dormire, fino alle sei almeno. Mi angoscia vedere le luci dell’aurora che rendono azzurra tutta la stanza. In quel momento, tra la notte e il giorno, sembra tutto finto, e ho sempre freddo, persino d’estate. Vorrei congelarmi nell’istante preciso in cui le prime luci del mattino filtrano dalla finestra, invece resto sveglio, cercando di afferrare il sonno per qualche ora, e mi abbrutisco avvitandomi sui ricordi, su dettagli insignificanti, perché i momenti che veramente voglio sono così rari che si riducono a pochi spiccioli, che conto e riconto mille volte per moltiplicarmeli dentro, e così li sbrano, li anniento, li perdo.<br />
Questa è la mia prigione; una gabbia d’oro dalla quale non so e non posso evadere. Vorrei tanto essere uno qualunque, partire per un viaggio in cui sentirmi libero, starmene da solo, o con lei. Ricordo da bambino tutti che dicevano: «Il ragazzo ha talento», e io avevo paura di deludere mia madre, mio padre, i miei maestri. Non riesco nemmeno a godermi il lato lieve di quello che chiamano successo, ché già sto pensando a ciò che dovrò fare, ancora e ancora, per continuare a essere me, a non deludere.</p>
<p>Dicono che ho tante donne. Non è vero. Sono fissato nel pensiero di lei, che non si rende conto di nulla. È un pensiero che non mi lascia mai, e che non mi dà pace.<br />
Mi ricordo che a un certo punto le ho fatto una carezza in pieno viso e lei è diventata rossa. «Nessuna donna arrossisce più ormai…». È stata questa la frase che le ho detto subito dopo, e il suo viso si è fatto più rosso ancora. Allora ha nascosto le guance tra le mani. Si vedevano solo gli occhi, e a me sembrava di ritrovare il volto di certe mie compagne di scuola.<br />
Un angelo, ma per me è un incubo, perché non posso mai vederla, e me la immagino continuamente avvinghiata al corpo di qualcun altro, qualcuno che non conosco.</p>
<p>Certe volte, quando sono nel mio studio, mi convinco che in qualche modo lei mi stia guardando, che sia dietro di me, alle mie spalle. Allora mi volto d’un tratto, la cerco, ma lei non c’è.<br />
«Tu sei mia. Tu sei la mia anima». Sono passati anni da quando le dissi questa frase, e ricordo il silenzio attonito del suo respiro. Lei se ne stava lì, incredula, immobile, sorpresa dalle mie parole. In quel momento potevo impazzire, e avrei voluto portarla via.<br />
Di colpo mi sembra di non sapere più niente di lei. Però conosco a memoria i tratti del suo viso, la forma delle sue spalle, il profilo dei fianchi, la linea delle sue gambe, che nella mente ho ritratto mille volte, quando sovrappongo i miei pensieri, e i sogni, ai visi e ai corpi che dipingo. Se chiudo gli occhi sento pure i suoi capelli che mi sfiorano. Il fatto è che quando mi racconta qualcosa di sé, io mi lascio cullare dal suono della sua voce e quasi non l’ascolto. Mi incanto a guardare il riflesso della luce nei suoi occhi.</p>
<p>A me rimangono impresse solo le frasi che svelano i suoi sentimenti. Perché quelle parole nutrono la mia anima, riempiono i miei vuoti e alimentano le paure che mi vengono quando il giorno dopo resto solo e tutto mi sembra falso e non riesco più a crederle. Sono bravissimo a deformare e a distorcere le parole d’amore più belle; a farmi male trasformando la luce nel buio che ho negli occhi, sporcandone il ricordo, l’immagine assente, i pensieri. Certo che lei, con le sue carezze, mi fa del bene, e io fra le sue braccia mi sento al sicuro, e mi addormento. Ma quando poi mi manca, così tanto, mi convinco che il suo amore non esiste, che non è mai esistito; che lei è solo un corpo falso che svanisce.<br />
Nei rari momenti che riesco a vederla, quando si stringe a me, sento che è tutto vero, che lei è mia solamente. Mi sfiora i capelli con le dita e mi guarda, piena d’amore, come se avesse sempre paura di deludermi. Invece sono io che deludo lei perché non riesco a darle niente. E quando resto solo, i pensieri mi scavano dentro, e io deformo la realtà fino a sgranarla, fino a quando tutti i miei demoni prendono forma e diventano vivi, e lei è uno di essi.</p>
<p>Eppure una parte di me lo sa che lei mi vuol bene veramente, per quello che sono, non per quello che rappresento. Un giorno, quando stava per uscire dalla mia stanza, ha provato a dirmelo, e in quel momento mi era sembrato bellissimo. Ma dopo sono riuscito ad abbrutire anche la purezza di quella frase e me la sono rigirata contro, fino a convincermi che in fondo non mi avesse mai capito. Non riesco a crederle, ma lei non c’entra. Sono io che non so più vivere come una persona normale.<br />
Tempo fa l’ho vista che chiacchierava e rideva mentre camminava per strada con suo marito. Non ebbi nemmeno il coraggio di chiamarla, né di farle un cenno da lontano per salutarla come un qualunque conoscente. Lei non mi vide.<br />
Nessuno può capire gli incubi che seguirono quell’incontro. Cominciai a immaginarla con quell’uomo. Credetti quasi di sentire la sua voce pronunciare parole d’amore per quello lì. Quell’estate fu un inferno, e così decisi che non l’avrei cercata più. Smisi di rispondere alle sue lettere e cominciai a farmi negare. Sapevo che le stavo facendo del male, ma era più forte di me. E così lasciai passare le settimane, i mesi, fino a ieri.</p>
<p>Ero andato a trovare certi amici che abitano dall’altra parte del fiume. Pioveva e mi ero fermato per ripararmi sotto un portico. Ho preso a camminare verso il negozio di fiori che sta proprio lì vicino, all’inizio del porticato, tra la tabaccheria e la vetrina del giornalaio, e d’un tratto me la sono trovata davanti. In un attimo i suoi occhi si sono gonfiati di lacrime, mentre cercava di sorridermi. Non ha detto nulla. Io non ho detto nulla. L’ho guardata soltanto, negli occhi, tanto, e poi ancora, negli occhi. E anche lei mi guardava. Era pallida in viso, come se dentro di sé, di nascosto, stesse combattendo una battaglia per sopravvivere, come se stesse cercando, disperatamente, di sconfiggere una malattia. Allora, d’un tratto, il ricordo delle sue guance arrossate mi ha dato una fitta di nostalgia. Mi sento in colpa. Prigioniero della mia insicurezza, intrappolato nei deliri della mia solitudine, ho fatto soffrire l’unica donna che mi abbia mai veramente amato. Ma forse non è tutto perduto. Ieri sera i suoi occhi sembravano volermi dire ancora «Sei il mio amore. Tu sarai sempre il mio amore». Sì, ne sono sicuro. E allora domani tornerò a cercarla. Domani, quando l’azzurro dell’aurora si sarà fatto chiaro, e ci sarà il sole. Sì, lei mi ama ancora ed io la cercherò di nuovo. Allora lei mi sorriderà, mi guarderà e mi stringerà più forte. Domani, lo farò domani.</p>
<p>Ora le pareti della stanza sembrano essersi fermate. Solo la tenda si muove appena. Le immagini che vedevo rincorrersi sul muro fino a un attimo fa lentamente si sbiadiscono. Il mio corpo pesa di una stanchezza antica. Lascio cadere le mani esauste e mi abbandono sul lenzuolo fresco di primavere insonni. Di colpo non penso più a niente, solo al momento in cui la stringerò di nuovo. La mia mente piano piano si svuota. Chiudo gli occhi. Le sue mani sembrano potermi toccare davvero. </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2012/12/26/les-insomniaques/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lettere a chiunque- Ivan Arillotta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/17/lettere-a-chiunque-ivan-arillotta/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/17/lettere-a-chiunque-ivan-arillotta/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 10:49:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[albert dubout]]></category>
		<category><![CDATA[Ivan Arillotta]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40771</guid>

					<description><![CDATA[Soffrire nei soliti posti di Ivan Arillotta Bisogna scrivere. Scrivere sempre. Provare a raccontare fino alla fine. Rendersi conto, in tutta onestà, di non essere riusciti a dire nulla. Bestemmiare e ricominciare da capo. Riuscire a dire esattamente niente. Rendersi conto, con la stessa onestà di prima e accresciuta tristezza, di non aver aggiunto altro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_40772" aria-describedby="caption-attachment-40772" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/dubout.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/dubout-300x292.jpg" alt="" title="dubout" width="300" height="292" class="size-medium wp-image-40772" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/dubout-300x292.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/dubout.jpg 408w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-40772" class="wp-caption-text">Immagine di Albert Dubout</figcaption></figure>
<p><strong>Soffrire nei soliti posti</strong><br />
di <strong>Ivan Arillotta<br />
</strong><br />
Bisogna scrivere. Scrivere sempre. Provare a raccontare fino alla fine. Rendersi conto, in tutta onestà, di non essere riusciti a dire nulla. Bestemmiare e ricominciare da capo. Riuscire a dire esattamente niente. Rendersi conto, con la stessa onestà di prima e accresciuta tristezza, di non aver aggiunto altro che una buona parola, una parola blasfema. Ricominciare da capo, persino più stanchi, umiliati come bestie: uomini, mai. Rendersi conto di essere muti e capire che tutto questo silenzio non è un caso, e se anche fosse un caso si tratterebbe di un caso estremamente fortunato. L&#8217;unico caso. Prendere la penna e ricominciare da capo, muti e immobili. Alla fine, in qualche modo e in qualche posto, ci siamo.<br />
<span id="more-40771"></span><br />
Una bestemmia ci definisce, trovata per strada. Siamo una maledizione che parla di sé, e che parla da sola. Ma nessuno si dà da fare, nessuno parla e nessuno scrive. Ci abbiamo provato. Rendersi conto di averci provato con la forza di mille muti. Bisogna scrivere sempre, non c&#8217;è altro da fare. Muoversi, e bestemmiare di nuovo. Ci torna la voce, la mano si scuote; si parla, più basso, si bestemmia, più piano, si scrive, peggio. Si vive così. Ma il senso del mondo ci aspetta. Rendersi conto di avercela quasi fatta. E chi lo vuole il senso del mondo. Sputare, bestemmiare e scrivere entrambe le cose. Finalmente scriviamo qualcosa. Riuscire a dire meno di niente. Ricominciare da capo. Invecchiare di dieci anni ogni volta e sperare in un uomo decrepito. La fatica si sente, l&#8217;inchiostro si vede: forse ci siamo. Ricominciare da capo. Scrivere. Perdere i figli, i capelli, le mogli, la penna, le speranze. Solo il dolore resta, nessuno lo tocca. Rendersi conto di essere soli. Ricominciare da capo. Provare a scrivere la paura, così com&#8217;è. Nessun problema, nessuno leggerà. Scrivere in silenzio, bestemmiare sulla carta e soffrire nei soliti posti. Rendersi conto di non avere aggiunto altro che un morto, ucciso dai crampi e dal troppo pensare. Rendersi conto, in piena coscienza, di essere morti. Ricominciare da capo. Capire l&#8217;errore, bruciare i fogli, abbellire il cadavere, rendersi conto di essere soli, un po&#8217; alla maniera di dio. Scrivere in silenzio, bestemmiare sui fogli bruciati e soffrire nei soliti posti.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/17/lettere-a-chiunque-ivan-arillotta/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>23</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>A gamba tesa/Louis Ferdinand Céline</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/05/27/a-gamba-tesalouis-ferdinand-celine/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2007/05/27/a-gamba-tesalouis-ferdinand-celine/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 May 2007 10:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[albert dubout]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[louis ferdinand céline]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2007/05/27/a-gamba-tesalouis-ferdinand-celine/</guid>

					<description><![CDATA[disegno di Albert Dubout per PANTAGRUEL, GARGANTUA Erano giorni, mesi, anni, e qualche settimana fa ne avevo parlato su, http://www.georgiamada.splinder.com/, che volevo ritrovare un testo di Céline. Letto anni prima sul Magazine Litteraire e che da solo sarebbe bastato a dare un calcio in culo alle finte polemiche critico letterarie che riempiono il vuoto delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/05/ill_1931_l4_p132_c16_460xh.jpg' title='ill_1931_l4_p132_c16_460xh.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/05/ill_1931_l4_p132_c16_460xh.jpg' alt='ill_1931_l4_p132_c16_460xh.jpg' /></a><br />
disegno di Albert Dubout per PANTAGRUEL, GARGANTUA</p>
<p>Erano giorni, mesi, anni, e qualche settimana fa ne avevo parlato su, <a href="http://www.georgiamada.splinder.com/">http://www.georgiamada.splinder.com/</a>, che volevo ritrovare un testo di Céline. Letto anni prima sul Magazine Litteraire e che da solo sarebbe bastato a dare un calcio in culo alle finte polemiche critico letterarie che riempiono il vuoto delle terze pagine dei nostri quotidiani, con altro vuoto. Del resto a colpi di vuoti la politica nostrana pretende di essere vestita di tutto punto, quando invece <strong>il re è nudo</strong>, e come se non bastasse non da affatto un bello spettacolo di sè. -Tutti a vuotare!- si dirà, dimenticando ogni centimetro di lotta, di sangue versato che sono stati necessari per esercitare un altro tipo di diritto, quello alla vita politica. E alla fine l&#8217;ho trovato, l&#8217;articolo, cercando tutt&#8217;altro &#8211; per i libri si sa è come in amore, conta l&#8217;odore e quello non lo programmi- alla librairie Voyelles di Torino. Si intitola <em>Le style contre les idées</em>(Editions Complexe,1987). Per Nazione Indiana farò una traduzione proponendone subito una versione  che editerò da me &#8211; perchè esiste anche l&#8217;autoediting e non è meno severo- nelle ore a seguire. Post post.<br />
ps<br />
<strong>Quella che segue è una versione leggermente editata, da me, grazie anche alla gentilezza e alla grazia di una commentatrice, tale Emma, che pur apprezzando la gratuità del gesto, del tradurre, segnalava alcune inesattezze particolarmente imbarazzanti ai fini della comprensione del testo e del pensiero celiniano. Invito allora la redazione di Libero, che  a mia insaputa l&#8217;ha pubblicato qualche giorno fa , a prendere i  provvedimenti del caso. Ringrazio, invece il commentatore Carlo che ha messo su la versione originale &#8211; avevo lavorato sulla versione cartacea &#8211;  permettendo ai francofoni di accedere senza alcuna mediazione al testo di Céline. <em>Vive Rabelais! </em> </strong></p>
<p><strong>Rabelais ha fallito</strong><br />
di<br />
<strong>Louis Ferdinand Celine</strong><br />
<em>traduzione di Francesco Forlani</em><br />
<span id="more-3930"></span><br />
Volete che vi parli di Rabelais? Bene, ho rovistato stamattina ancora tra le pagine dell&#8217;Encyclopédie, e adesso so. Tutto è laddentro, nella Grande Encyclopédie. Si possono fare carriere formidabili con quella. Ecco perché ho cercato alla  voce Rabelais.<br />
Capite, con Rabelais, si parla sempre di ciò di cui non si dovrebbe. Si dice, si ripete ovunque:<br />
&#8221; E&#8217; il padre delle Lettres françaises&#8230;&#8221; E poi c&#8217;è dell&#8217;entusiasmo, ci sono degli elogi, si va da Victor Hugo a Balzac, a Malherbe. <em>Il padre delle Lettres françaises</em>, ah la la! Mica semplice.</p>
<p>In verità Rabelais ha fallito. Si, ha fallito. Non ce l&#8217;ha fatta. Quel che voleva fare era un linguaggio per la gente, uno vero. Voleva democratizzare la lingua, una vera battaglia. La Sorbonne, era contro, i dottori e tutto il resto. Tutto quanto fosse acquisito e stabilito, il re, la chiesa, lo stile, lui era contro tutto.No, non è stato lui a spuntarla. E&#8217; Amyot, il traduttore di Plutarco : lui ha avuto, nei secoli che seguirono, molto più successo di Rabelais. E&#8217; su di lui, sulla sua lingua, che ancora oggi si campa. Rabelais aveva voluto far passare la lingua parlata nella lingua scritta. uno scacco totale. Mentre invece Amyot, la gente vuole ancora e sempre dell&#8217;Amyot, dello stile accademico. <strong>Questo è scrivere della m..: </strong>un linguaggio imbalsamato. Le colonne di un gran quotidiano nazionale, che si vanta di avere redattori che scrivano bene, ne sono piene. Ne risulta <em>una cloaca a verbi </em>ben condotti, a frasi ben intrecciate con, nel finale, una piccola astuzuia innocente. Affatto pericolosa, non troppo forte per non spaventare il pubblico. Qui sta lo scacco di Rabelais e l&#8217;eredità di Amyot. <em>Della vera m&#8230;</em>. Andiamo avanti.</p>
<p>Rabelais ha veramente voluto una lingua ricca e straordinaria. Ma gli altri, tutti, l&#8217;hanno castrata, questa lingua, al punto di renderla piatta. Così oggi scrivere bene, significa scrivere come Amyot, ma <em>sta roba </em>, non resterà che una lingua di traduzione.<br />
Uno quasi celebre  dei nostri contemporanei, ha detto una  volta leggendo un libro: <em>Ah che bello che è da leggere, la si direbbe una traduzione!- </em> tanto per intenderci. </p>
<p>Quest&#8217;è la peste moderna del francese: fare e leggere delle traduzioni (non la mia,NDT), parlare come nelle traduzioni. A me, c&#8217;è della gente che m&#8217;è venuta a chiedere se non avessi preso questo o quel passaggio dei miei libri, da Joyce. Ebbene sì, me lo hanno domandato! Ovvio, visto che l&#8217;inglese è di moda. Parlo inglese perfettamente, come il francese! Figuratevi, andare a prendere qualcosa da Joyce! No, come Rabelais ho trovato tutto nel francese.</p>
<p>Lanson dice: &#8220;Il francese non è molto artista&#8221;. Niente poesia in Francia, tutto troppo cartesiano.. Ovviamente ha ragione, Amyot, ecco un pre-cartesiano, ed è così che tutto è stato rovinato.Ma non era il caso di Rabelais; lui si che era un artista.<br />
Rabelais sì, ha fallito e Ayot ha vinto. La posterità di Amyot, sono tutti questi piccoli romanzi castrati che sono pubblicati ai nostri giorni nelle migliori case editrici. Migliaia all&#8217;anno. Però di romanzi così, io posso farne uno all&#8217;ora.</p>
<p>Ecco, non si pubblica che questo, e dove sarà finita la posterità di Rabelais, la vera letteratura? Sparita. La ragione è chiara. Bisognerà capire una volta per tutte ( basta con la pudibonderia)che il francese è una lingua volgare, da sempre, dalla nascita al trattato di Verdun. Solo questo, e non si vuole accettarlo e si continua a disprezzare Rabelais.<br />
Ah, è <strong>Rabelesien</strong>. si dice a volte. Il che vuol dire; attenzione, non è delicato, quella roba lì, manca di correzione. E il nome di uno dei nostri più grandi scrittori è servito a foggiare un aggettivo diffamatorio. Mostruoso! <strong>Perché</strong> era forte come tipo, Rabelais, scrittore, medico, giurista&#8230;ha avuto delle noie, il poveretto anche da vivo: passava il tempo a trovare il modo di non essere messo sul rogo.</p>
<p>No, la Francia non può più capire Rabelais: è diventata troppo delicata. La qual cosa è terribile se pensi che sarebbe potuto accadere il contrario, ovvero, che la lingua di Rabelais potesse diventare la lingua francese. E invece  non ci sono ormai che tirapiedi, che stanno a sentire il padrone e vogliono parlare come lui. Viva l&#8217;inglese, il piatto tono.<br />
Con Rabelais, mi direte, si sente un <strong>po&#8217;</strong> il sistema: si cosa?, <em>sto tipo</em>, è stato braccato dalla persecuzione cattolica, faceva breccia tra i potenti. Si si sentiva il sacchetto di m&#8230;, ecco quello che faceva subodorare.</p>
<p>Qui sta l&#8217;essenziale di quanto volevo dire. Il resto (immaginazione, potere di creazione, il comico ecc) tutto questo, non me ne frega niente. La lingua, nient&#8217;altro che la lingua. Ecco l&#8217;importante. Tutto quello che di diverso si possa dire si trascina ovunque.  Nei manuali di letteratura e poi leggete l&#8217;Encyclopédie. Se volete saperne di più andate a chiederlo a tutti questi grandi scrittori che , loro, hanno delle idee su Rabelais. Ah sapeste quanti ne conosco che si metterebbero la testa fra le mani per dirvi con tono serio: <em>Rabelais, che <strong>prodigioso </strong>inventore di parole!</em>Sono solo dei chiacchieroni.</p>
<p>Tenetevi piuttosto a quanto vi sia di più interessante in Rabelais: l&#8217;intenzione un <strong>po&#8217; </strong>demagogica di attirare il pubblico parlando come lui, questo lo capisco io, era medico e scrittore, come me. E si vede, la giusta crudezza. Era un buon anatomista, del resto e, cosa prodigiosa per l&#8217;epoca, operava già. Da vivo ha perfino inventato un apparecchio chirurgico.<br />
Non doveva credere troppo in Dio, ma non osava dirlo. Del resto, non gli è andata male, non ha avuto supplizi. Il supplizio è venuto dopo,  quando si è accademizzata la lingua francese che lui parlava per farne una letteratura da liceali, da licenza elementare.</p>
<p>Come dice Robert Poulet, si è fatto un francese smilzo quando c&#8217;era un francese grasso. Peggio: scheletrico. Nemmeno Balzac l&#8217;ha resuscitato. E&#8217; la vittoria della ragione.<br />
La ragione! Bisogna essere pazzi!  Non si può fare niente così, tutto effeminato. Mi fanno ridere. Guardate cosa li indispone: non si è mai riusciti a fare &#8220;ragionevolmente&#8221; un bambino. Niente da fare. Ci vuole un momento di delirio per la creazione.<br />
Ma no, in letteratura, bisogna restare puliti. Allora oggi si mettono delle file di puntini sospensivi quando sta per accadere qualcosa e poi continua molto tranquillamente: <em>l&#8217;indomani erano tutti e due invitati al ricevimento della duchessa</em>. </p>
<p>Oh! non è che raccomandi l&#8217;erotologia, la cosa mi disgusta ma la vera cosa terribile è un linguaggio troppo ben educato. Di buono in  Rabelais c&#8217;era  che metteva la sua pelle sul tavolo. Lui rischiava, La morte gli faceva capolino, il che ispira a morire! E&#8217; perfino la sola cosa che ispiri, lo so, quando lei è là, proprio dietro di te. Quando la morte è furibonda. Non era affatto un <em>bon vivant</em>, Rabelais, si dice ed è falso, Lui lavorava. E come tutti quelli che lavorano, era un forzato del lavoro.Lo avrebbero volentieri accoppato, condannato. Altre ristrettezze, quelle del papa, la cosa è successa, è vero. E allora, gente, bisognava che remassero, che ramassassero come direbbe M.Duhanel.<br />
Perfino Bardamu , il  protagonista del <em>Viaggio in fondo alla notte</em>, direbbe così. Ah gli imperfetti del congiuntivo!<br />
Ho avuto nella mia vita lo stesso vizio di Rabelais. Ho trascorso anch&#8217;io il mio tempo a mettermi in situazioni disperate. Come lui, non ho niente da aspettarmi dagli altri, come <strong>per</strong> lui non v&#8217;è nulla di cui possa pentirmi.</p>
<p><strong>Rabelais, il a raté son coup</strong><br />
di<br />
<strong>Louis Ferdinand Celine</strong></p>
<p>Vous voulez que je vous parle de Rabelais ? d’accord, j’ai fouillé ce matin encore l’Encyclopédie, alors maintenant je sais. Y a tout là-dedans, la Grande Encyclopédie. On fait des carrières formidables avec ça. Justement, j’ai cherché au mot “Rabelais”.<br />
Voyez-vous, avec Rabelais, on parle toujours de ce qu’il faut pas. On dit, on répète partout : “C’est le père des lettres françaises”. Et puis il y a de l’enthousiasme, des éloges, ça va de Victor Hugo à Balzac, à Malherbe. Le père des lettres françaises, ha là là ! c’est pas si simple. En vérité Rabelais, il a raté son coup. Oui, il a raté son coup. Il a pas réussi.<br />
Ce qu’il voulait faire, c’était un langage pour tout le monde, un vrai. Il voulait démocratiser la langue, une vraie bataille. La Sorbonne, il était contre, les docteurs et tout ça. Tout ce qui était reçu et établi, le roi, l’Église, le style. il était contre.<br />
Non. c’est pas lui qui a gagné. C’est Amyot, le traducteur de Plutarque : il a eu, dans les siècles qui suivirent, beaucoup plus de succès que Rabelais. C’est sur lui, sur sa langue, qu’on vit encore aujourd’hui. Rabelais avait voulu faire passer la langue parlée dans la langue écrite : un échec. Tandis qu’Amyot, les gens maintenant veulent toujours et encore de l’Amyot, du style académique. Ça c’est écrire de la m… : du langage figé. Les colonnes d’un grand quotidien du matin, qui se flatte d’avoir des rédacteurs qui écrivent bien, en est plein. Ça donne un cloaque à verbe bien filé, à phrases bien conduites, avec, à la fin de l’article, une petite astuce innocente. Pas dangereuse, pas trop forte, pour ne pas effrayer le public. C’est ça l’échec de Rabelais, c’est ça l’héritage d’Amyot. De la vraie m…., je continue.<br />
Rabelais a vraiment voulu une langue extraordinaire et riche. Mais les autres, tous, ils l’ont émasculée, cette langue, jusqu’à la rendre toute plate. Ainsi aujourd’hui écrire bien, c’est écrire comme Amyot, mais ça, c’est jamais qu’une “langue de traduction”.<br />
Une de nos contemporaines presque célèbre a dit une fois en lisant un livre : “Ah ! que c’est beau à lire, on dirait une traduction ! ” voilà qui donne le ton.<br />
C’est ça la rage moderne du français : faire et lire des traductions, parler comme dans les traductions. Moi, y a des gens qui sont venus me demander si je n’avais pas pris tel ou tel passage de mes livres dans Joyce. Oui, on me l’a demandé ! c’est logique, parce que l’anglais. c’est à la mode. Moi je parle l’anglais parfaitement. comme le français. Aller prendre quelque chose dans Joyce ! Non, comme Rabelais, j’ai tout trouvé dans le français même.<br />
Lanson dit : “Le français n’est pas très artiste”. Pas de poésie en France ; tout est trop cartésien. Il a raison, évidemment, Amyot, voilà un pré-cartésien, et c’est ainsi que tout a été gâché. Mais c’était pas le cas de Rabelais : un artiste.<br />
Rabelais, oui, il a échoué. et Amyot a gagné. La postérité d’Amyot, c’est tous ces petits romans émasculés qui paraissent de nos jours dans les meilleures maisons d’édition. Des milliers par an. Mais, des romans comme ça, moi j’en fais un à l’heure.<br />
Or, on ne publie que cela, où est la postérité de Rabelais, la vraie littérature ? disparue. La raison en est claire. Il faudrait comprendre une fois pour toutes (assez de pudibonderie !) que le français est une langue vulgaire, depuis toujours, depuis sa naissance au traité de Verdun. Seulement ça, on ne veut pas l’accepter et on continue de mépriser Rabelais. “Ah ! c’est rabelaisien ! ” dit-on parfois. Ça veut dire : attention, c’est pas délicat, ce truc-là, ça manque de correction. Et le nom d’un de nos plus grands écrivains a ainsi servi à façonner un adjectif diffamatoire. Monstrueux. Car c’était un type très fort, Rabelais, écrivain, médecin, juriste… Il a eu des embêtements, le pauvre, même de son vivant : il passait son temps à essayer de ne pas être brûlé.<br />
Non, la France peut plus comprendre Rabelais : elle est devenue précieuse. Ce qui est terrible à penser, c’est que ça aurait pu être le contraire, la langue de Rabelais aurait pu devenir la langue française.<br />
Mais il n’y a plus que des larbins, qui sentent le maître et veulent parler comme lui. Vive l’anglais, la retenue plate !<br />
Rabelais, me direz-vous, ça sent bien un peu le système : oui quoi, ce type, il a été traqué par la persécution catholique, il battait en brèche les puissants. Oui, ça sentait le fagot, ce qu’il faisait.<br />
Voilà l’essentiel de ce que je voulais dire. Le reste (imagination, pouvoir de création, comique, etc.) ça ne m’intéresse pas. La langue, rien que la langue. Voilà l’important. Tout ce qu’on peut dire d’autre, ça traîne partout. Dans les manuels de littérature, et puis lisez l’Encyclopédie. Si vous en voulez plus, allez demander à tous ces grands écrivains qui, eux, ont “des idées sur Rabelais”.<br />
Ah ! que j’en connais qui se prendraient la tête entre les mains et vous diraient avec sérieux : “Rabelais, quel prodigieux inventeur de mots ! ” Ce ne sont que des bavards.<br />
La raison ! Faut être fou. On peut rien faire comme ça, tout émasculé. Ils me font rire. Regardez ce qui les contrarie : on n’a jamais réussi à faire “raisonnablement” un enfant. Rien à faire. Il faut un moment de délire pour la création.<br />
Mais non, en littérature, faut rester propre. Alors on met aujourd’hui des lignes de points de suspension quand il se passe quelque chose et puis ça continue bien tranquillement : “le lendemain ils étaient tous deux invités à la réception de la duchesse”. Oh ! je ne recommande pas l’érotologie, ça me dégoûte, mais ce qui est terrible c’est ce langage trop poli.<br />
Ce qu’il y a en effet de bien chez Rabelais, c’est qu’il mettait sa peau sur la table, il risquait. La mort le guettait, et ça inspire la mort ! c’est même la seule chose qui inspire, je le sais, quand elle est là, juste derrière. Quand la mort est en colère.<br />
Il était pas bon vivant, Rabelais, on dit ça, c’est faux. Il travaillait. Et, comme tous ceux qui travaillent, c’était un galérien. On aurait bien voulu l’avoir, le condamner. Autres galères, celles du pape, ça a existé, c’est vrai. Et là, les gars, il fallait qu’ils rament, qu’ils ramassent, comme dirait M. Duhamel.<br />
Bardamu aussi, mon héros dans le Voyage, il dirait ça. Ah ! les imparfaits du subjonctif… J’ai eu dans ma vie le même vice que Rabelais. J’ai passé moi aussi mon temps à me mettre dans des situations désespérées. Comme lui, je n’ai rien à attendre des autres, comme lui, je ne regrette rien.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2007/05/27/a-gamba-tesalouis-ferdinand-celine/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>86</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-05 14:09:37 by W3 Total Cache
-->