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	<title>Alberto Rollo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I poeti appartati: Alberto Rollo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/11/30/i-poeti-appartati-alberto-rollo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Nov 2020 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Rollo]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[manni editori]]></category>
		<category><![CDATA[maria grazia calandrone]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alberto Rollo. da Ultimo turno di guardia. &#160; Cinque poesie con nota di Maria Grazia Calandrone &#160; &#160; &#160; 7. Così li riconobbe il vecchio, ancora, gli ultimi teatri. Poi fu sequenza di sale impedite, sgocciolii, cordami molli sulla scena, e poltrone divelte; e il “da capo” tossito, scartavetrato della memoria. Ora ho te [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di</p>
<p><strong>Alberto Rollo.</strong></p>
<p>da <a href="https://www.mannieditori.it/libro/lultimo-turno-di-guardia">Ultimo turno di guardia.</a><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-87064" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Capture-d’écran-2020-11-08-à-10.41.10-192x300.png" alt="" width="192" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Capture-d’écran-2020-11-08-à-10.41.10-192x300.png 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Capture-d’écran-2020-11-08-à-10.41.10-250x391.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Capture-d’écran-2020-11-08-à-10.41.10-200x313.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Capture-d’écran-2020-11-08-à-10.41.10-160x250.png 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Capture-d’écran-2020-11-08-à-10.41.10.png 307w" sizes="(max-width: 192px) 100vw, 192px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cinque poesie con nota di <strong>Maria Grazia Calandrone</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>7.</strong><br />
Così li riconobbe il vecchio, ancora,<br />
gli ultimi teatri.<br />
Poi fu sequenza di sale<br />
impedite, sgocciolii,<br />
cordami molli sulla scena,<br />
e poltrone divelte; e il “da capo”<br />
tossito, scartavetrato<br />
della memoria. Ora ho te<br />
che eserciti la scienza<br />
impietosa dell’assistenza<br />
e che cancelli, nolente, ogni residua<br />
parvenza di tempo. Benvenuto.<br />
Estingui con servile<br />
sapienza quel che resta.<br />
Sii scudiero, custode, vigilante<br />
notturno dei miei “tu”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>12.</strong><br />
Dicevano – così dicevano – che il vecchio<br />
avrebbe patito nostalgie.<br />
Balle. Immobile egli sta fra vetro e letto.<br />
Non ha tempo, né fame, né vergogna.<br />
Esili i polsi<br />
sfuggono al legno della gogna; nuda<br />
scivola la nuca, vedi il manto<br />
trasparente di peluria e il cranio.<br />
Secondino,<br />
invero ingiudicato, e senza accuse,<br />
accusa il vuoto.<br />
Cencio, la pelle sente, e non sente.<br />
Vecchio è sì tanto costui che non si pente<br />
di essere stato o di non essere stato.</p>
<p><strong>25.</strong><br />
Quella, laggiù, è una casa. Guarda.<br />
Io l’ho abitata, sappi, l’ho abitata.<br />
So un corridoio che cos’è, la stanza<br />
dei genitori maestosa, il bagno<br />
con la vasca, la domata<br />
attesa d’una festa, e, profumata,<br />
la cucina, le ombre sotto il tavolo:<br />
la conosco l’infanzia, cosa credi?,<br />
nel catalogo passo anche per un uomo.<br />
Ma non temere, piccino, altri argomenti.<br />
Io cresco carne che non può abitare.<br />
Il tuo mestiere solo può<br />
tollerarmi. Stammi al fianco.<br />
Eppure – è l’alba questo sgomento rosa? –<br />
eppure ecco laggiù le case, dio, le case,<br />
case d’inverno. E i cappotti<br />
e le sciarpe, le borse sotto il braccio,<br />
le figure che vanno, i fiotti bianchi<br />
dei fiati, il cane che attraversa<br />
– diagonale imprudenza –<br />
la coppa gialla ancora del lampione<br />
altissimo, e una donna<br />
– pallida, lunga, più operaia<br />
che commessa – il fuoco degli zingari.</p>
<p><strong>57.</strong><br />
Tu che non ascolti, tu che hai perso<br />
la fragranza e il dono, mi sprimacci<br />
il letto ad ammonirmi che ci sono.<br />
Come dirti invece “quanto” sono?<br />
Tu non pirati o sciti attendi in questo<br />
modesto albergo di lungodegenti:<br />
non l’opera degli uomini disfatta,<br />
né l’opera di Dio. Ma tieni d’occhio<br />
l’ora e il lento male sullo stesso<br />
orologio.<br />
L’elmo ti sta largo, e sulla lancia<br />
sonnecchi come me.<br />
Ultimo senza gloria, senza pianto,<br />
guarda gli onesti soldatini,<br />
le belle vivandiere, i capitani<br />
di quelle retrovie, laggiù, e i fuochi,<br />
e i vani bivacchi delle periferie.</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-87080" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/garitta-di-vedetta-272x300.jpg" alt="" width="272" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/garitta-di-vedetta-272x300.jpg 272w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/garitta-di-vedetta-250x276.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/garitta-di-vedetta-200x221.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/garitta-di-vedetta-160x177.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/garitta-di-vedetta.jpg 725w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" />Nota di lettura</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Maria Grazia Calandrone</strong></p>
<p>Il protagonista de<em> L’ultimo turno di guardia</em> di Alberto Rollo si presenta di vedetta. Come Agamennone, come un cane, come il sottotenente Drogo di Dino Buzzati. Anche qui la battaglia vitale e carnale è finita, ma il nemico immaginario non è fuori, è incluso in quella che non è fortezza, ma torre. Il libro inizia citando l’inizio della civiltà: il vecchio portato sulle spalle dal figlio. Chi parla, qui, è il vecchio, che affida alla pagina il proprio monologo anche stentoreo, anche teatrale, fatto di versi che vengono dal confine del tempo, da un osservatorio di vetro in cima a una torre, dove pulsa un presente quasi immobile e fatto tutto carne. Chi parla, è corpo decrepito che accumula in sé corpi trapassati, corpo che esiste e basta.</p>
<p>Accanto alla nostra sentinella immobile c’è un altro, una “torre gemella”. Le due torri gemelle, destinate senz’altro a crollare entrambe (chi, dopo il 2001, accosta la parola «torre» alla parola «gemella» sta evocando volontariamente una caduta rovinosa) sono corpi divisi, ma uniti nel comune destino mortale: il vecchio si riflette nel custode e lo guarda, con qualche scatto di rabbia e qualche tenerezza, affannarsi a far restare il corpo, a curarlo, a volte offenderlo involontariamente, favorendolo al gioco o esercitando su di lui «la scienza / impietosa dell’assistenza».Chi scrive esorta l’altro a depredarlo, piuttosto, ad approfittare della vita fin che c’è, perché «mai possesso fu più volatile» del tempo.</p>
<p>Quando la vita nella sua gran parte è evaporata – o meglio, quando la vita è ormai stata solo quel che è già stata e ogni altra possibilità è perduta – non rimane che tempo, non siamo che tempo che ancora dura nella carne e ogni tanto viene visitato da una scheggia di memoria inservibile o, peggio, da un desiderio infine solitario. Una tra le più belle immagini del libro è la Pietà formata dal vecchio sulle ginocchia dell’inverno. Freddo nel freddo, freddo sopra freddo senza morte, la mite morte, che pure s’aggira nella torre «vivacchiando» in attesa.</p>
<p>Il protagonista di quest’ultimo turno di guardia, pur avendo uno o più interlocutori, ha già collocato sé stesso oltre un confine invalicabile, si conserva dentro una solitudine riottosa, da stilita, abita un tempo impervio, un’altezza fisica e biologica dalla quale osservare e trascrivere la fine della storia, anzi di più: la fine del tempo lineare e l’impennarsi della linea del tempo nella sequenza di microfratture che altri chiamano vita.</p>
<p>Il vecchio però non ha rimpianti, né lezioni da dare: osserva, documenta quanto vede, con cura da scienziato. Perché lo fa, se non intende tramandare il passato? Lo fa per decifrare il presente e tramandare a sé stesso un presente vissuto come controluce, spesso, anzi, ustionato da una luce di cupola azzurra. Il presente acceca, ma la posizione di esiliato in altezza aiuta a comprendere nello sguardo molta pianura e molta circostanza, dunque il libro è una presa diretta dall’interno di una scelta luminosissima, ispirata, che punta lo sguardo alla briga degli affetti, del moto e del «brulicante / non amore», per infine concludere che, sì, valeva la pena. Vale ancora la pena.</p>
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<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Un&#8217;educazione milanese</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/08/14/uneducazione-milanese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Aug 2019 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Rollo]]></category>
		<category><![CDATA[memoir]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo Alberto Rollo, Un&#8217;educazione milanese, 320 pagine, Manni editori, 2017 Come si forma una persona? Grazie a chi o cosa? I genitori, gli amici, gli incontri fortuiti, gli ambienti frequentati, le strade percorse&#8230; non è tutto questo, in una parola, la città stessa dove si è vissuti? Il protagonista di questo libro &#8211; né [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-79936" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/rollo.jpg" alt="" width="286" height="397" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Alberto Rollo, <i>Un&#8217;educazione milanese</i></strong>, 320 pagine, Manni editori, 2017</p>
<p align="JUSTIFY">Come si forma una persona? Grazie a chi o cosa? I genitori, gli amici, gli incontri fortuiti, gli ambienti frequentati, le strade percorse&#8230; non è tutto questo, in una parola, la città stessa dove si è vissuti?</p>
<p align="JUSTIFY">Il protagonista di questo libro &#8211; né romanzo, né saggio, letteratura ibrida, che usa i ricordi personali per renderli condivisi – aspetta l&#8217;arrivo della metropolitana che lo deve riportare a casa. Questo frangente ctonio diventa la metafora di una condizione della memoria profonda, che scava nelle viscere del passato.</p>
<p align="JUSTIFY">Alberto Rollo, l&#8217;autore e protagonista di <i>Un&#8217;educazione milanese</i>, ritorna ai momenti necessari, formativi della sua infanzia e giovinezza. Trova nella città operaia delle fabbriche, dei cavalcavia, dei cantieri, delle periferie, nella Milano del dopoguerra e del boom il suo paesaggio interiore, la definitiva lezione esistenziale.</p>
<p align="JUSTIFY">Essere milanesi, in quegli anni, significava appartenere a una classe sociale, sentirsi parte di un progetto di emancipazione collettiva, guardare al futuro con ottimismo. <i>Un&#8217;educazione milanese</i> ha in molte pagine il passo del romanzo familiare &#8211; quello che rammenta i nonni emigrati dal sud, o i lavori umili dei genitori – in altre quello del romanzo di formazione &#8211; le nuove amicizie adolescenziali, l&#8217;impegno politico negli anni dell&#8217;università, la perdita tragica di amicizie fraterne.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma su tutto, è la condizione di milanesità che Rollo cerca di dimostrare. Giganteggia, in questo senso, la figura del padre, il metalmeccanico comunista dalla morale integerrima, dal quale per ribellione giovanile il protagonista cerca di emanciparsi. Rendendosi conto, ora, seduto su quella panchina della metropolitana, con gli anni di suo padre allora, quanto gli sia riconoscente. A lui e alla città che pullula sulla sua testa.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione<em> numero 37 del 12 settembre 2017</em>)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Su &#8220;Un&#8217;educazione milanese&#8221; di Alberto Rollo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/05/22/uneducazione-milanese-alberto-rollo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 May 2017 04:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Rollo]]></category>
		<category><![CDATA[lecce]]></category>
		<category><![CDATA[Marosia Castaldi]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marosia Castaldi “Ciò che perpetuamente scorre, costringe a una moralità” (Robert Walser). Con questo ex ergo si apre il libro di Alberto Rollo sulla “sua” e “su” Milano Perché, come dice l’autore, non esiste una ma mille Milano. Non una ma mille morti sperimentiamo ogni giorno ogni notte della vita, come diceva Shakespeare E [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-68024 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/cop-rollo-212x300.jpg" width="212" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/cop-rollo-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/cop-rollo-768x1086.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/cop-rollo-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/cop-rollo.jpg 856w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" />di <strong>Marosia Castaldi</strong></p>
<p>“Ciò che perpetuamente scorre, costringe a una moralità” (Robert Walser). Con questo ex ergo si apre il libro di Alberto Rollo sulla “sua” e “su” Milano</p>
<p>Perché, come dice l’autore, non esiste una ma mille Milano. Non una ma mille morti sperimentiamo ogni giorno ogni notte della vita, come diceva Shakespeare</p>
<p>E il nostro teatro è il paesaggio in cui viviamo che porta nelle sue viscere la nostra morte, le nostre morti, la nostra vita, le nostre vite<br />
<span id="more-68017"></span></p>
<p>Siamo costretti a darci una regola, una norma, un fine, una visione unitaria una ragione morale dal devastante flusso, dall’eterno relativo estenuante movimento di tutte le cose di tutti i paesaggi. Di campagne fiumi mari montagne paesi città. Dal devastante flusso del reale Kant diceva che l’unità è solo un’idea della ragione e morale. Che non esistono, in natura, né norma né ragione, né moralità. Su quest’onda kantiana si pare il romanzo di formazione, l’educazione sentimentale di un cittadino milanese che fin da bambino attirato e atterrito dal chiasso dalla folla dal via vai spleenetico sotto un cielo grigio si chiedeva se Milano lo avrebbe voluto Milano lo ha voluto</p>
<p>Un bambino che si muoveva tra due costellazioni dell’anima: Lecce e Milano. Il nord e il sud Italia Il nord e il sud del mondo Il nord e il sud di quello che in noi comunemente chiamiamo anima</p>
<p>Si srotolano nelle pagine le tappe i momenti di essere di un’educazione milanese operaia “Mio nonno materno ha lavorato tutta la vita come operaio – attrezzista alla Stigler, la fabbrica svizzera di ascensori di via Copernico, mia nonna alla Manifattura tabacchi di via Moscova&#8230; Mio padre cominciò a lavorare a dodici anni come apprendista metalmeccanico in un’officina di via Savona&#8230; Da noi si faceva il bagno in una tinozza di legno la domenica mattina o il sabato sera”</p>
<p>Attraversando i ponti di Milano e della periferia operaia e industriale, l’autore lancia un ponte verso la sua giovinezza “Ma giovani si po’ anche sparire per sempre, e allora chi resta deve vivere due volte”</p>
<p>Non una Non due Ma una nessuna e centomila vite Per tante e quante vite fino a cento passi dalla fine</p>
<p>*</p>
<p>Alberto Rollo, <a href="http://www.mannieditori.it/libro/uneducazione-milanese" target="_blank"><em>Un’educazione milanese</em></a>, Lecce, Manni, 2017</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Chi ha compagni non morirà&#8221;: per Franco Fortini a Torino (programma)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/30/chi-non-ha-compagni-non-morira-per-franco-fortini-a-torino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Nov 2014 17:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Rollo]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Toscano]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Alziati]]></category>
		<category><![CDATA[Davide dalmas]]></category>
		<category><![CDATA[enrico donaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Fortini/Cani]]></category>
		<category><![CDATA[franco fortini]]></category>
		<category><![CDATA[jean-marie straub]]></category>
		<category><![CDATA[Kommunisten]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Lenzini]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Kammerer]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Culturale Antonicelli]]></category>
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					<description><![CDATA[UNIONE CULTURALE ANTONICELLI Franco Fortini «Chi ha compagni non morirà» Dal 5 al 13 dicembre 2014 Via Cesare Battisti, 4 B – Torino ingresso libero e gratuito Ma voi che altro di più non volete se non sparire e disfarvi, fermatevi. Di bene un attimo ci fu. Una volta per sempre ci mosse. Non per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">UNIONE CULTURALE ANTONICELLI</p>
<p style="text-align: center;"><em>Franco Fortini «Chi ha compagni non morirà»</em><br />
Dal <strong>5</strong> al <strong>13 dicembre</strong> 2014<br />
Via Cesare Battisti, 4 B – <strong>Torino</strong><br />
ingresso libero e gratuito</p>
<p><em> Ma voi che altro di più non volete se non sparire e disfarvi, fermatevi. Di bene un attimo ci fu. Una volta per sempre ci mosse. Non per l’onore degli antichi dei, né per il nostro ma difendeteci.</em></p>
<p>A vent&#8217;anni dalla morte e a pochi giorni dalla pubblicazione della raccolta di <em>Tutte le poesie</em> di Franco Fortini (Mondadori), l&#8217;Unione Culturale organizza un ciclo di iniziative per far conoscere e ricordare uno degli intellettuali più coerenti e radicali del Novecento. Quattro appuntamenti con alcuni tra i massimi conoscitori e interpreti di questa figura. Letture, commenti, proiezioni, dialoghi e dibattiti. E la prima nazionale di <em>Kommunisten</em> (2014), l&#8217;ultimo film di <strong>Jean-Marie Straub</strong>, amico e ammiratore di Fortini. Per condividere idee, ricordi, speranze e domande di chi lo ha conosciuto o avrebbe voluto incontrarlo. Un viaggio attraverso le ombre e le luci del presente, guidato dalle parole di uno dei più grandi poeti del Novecento.</p>
<p style="text-align: center;"><em>“Nulla è sicuro ma scrivi”. Franco Fortini tra poesia e politica.</em><br />
Venerdì <strong>5 dicembre</strong> dalle 18.30<br />
<strong>ore 18,30</strong>: <strong>Cristina Alziati</strong> e <strong>Andrea Inglese</strong> leggono e commentano poesie di e ispirate da Fortini<br />
Introduce <strong>Davide Dalmas</strong><br />
ore 20: rinfresco<br />
<strong>ore 21</strong>: proiezione di <em>Scioperi a Torino</em> (1962) e <em>Dell’Arte della Guerra</em> (2012)<br />
Presentano Paola Olivetti e un rappresentante di Operai Contro di Milano<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ffffff;">.</span><br />
<em>“Proteggete le nostre verità”. Quel che resta di Franco Fortini</em><br />
Sabato <strong>6 dicembre</strong> alle <strong>10.30</strong><br />
Ricordi, dubbi, speranze e domande di chi ha conosciuto o avrebbe voluto incontrare Franco Fortini.<br />
Introduce <strong>Enrico Donaggio</strong><br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ffffff;">.</span><br />
<em>Fortini e Jean-Marie Straub. &#8220;I cani del Sinai&#8221; e &#8220;Kommunisten&#8221;.</em><br />
Venerdì <strong>12 dicembre</strong> dalle <strong>18.30</strong><br />
<strong>ore 18,30</strong>: proiezione di <em>Fortini/Cani</em> (1976)<br />
ore 20,30: rinfresco<br />
<strong>ore 21</strong>: proiezione di <em>Kommunisten</em> (2014) &#8211; PRIMA NAZIONALE<br />
Presentano <strong>Peter Kammerer</strong> e <strong>Alberto Toscano</strong><br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ffffff;">.</span><br />
<em>Non solo oggi. Sull’attualità di Franco Fortini.</em><br />
Sabato <strong>13 dicembre</strong> alle <strong>10.30</strong><br />
Intervengono <strong>Luca Lenzini</strong>, <strong>Alberto Rollo</strong>, <strong>Alberto Toscano</strong><br />
Introduce <strong>Enrico Donaggio</strong></p>
<p>*</p>
<p>Critico letterario, traduttore, saggista e poeta. <strong>Franco Fortini</strong> fu tutto questo. Ma, prima ancora, un intellettuale e un comunista intransigente. Anzitutto verso se stesso. Era la sua onestà intellettuale a non lasciagli alternativa, con lo stesso rigore con cui ai suoi occhi si imponeva la poesia, anche quella più apparentemente privata, purché chiamasse “in vita una parte della coscienza collettiva”.<br />
Per ricordarlo e presentarlo, non esistono parole migliori di quelle distillate con cura implacabile dallo stesso Fortini nel descrivere il senso del suo lavoro: «Scrivi mi dico, odia chi con dolcezza guida al niente gli uomini e le donne che con te si accompagnano e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici scrivi anche il tuo nome».</p>
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