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	<title>Alberto Savinio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ponti vs muri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2015 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Giorgio Cassani]]></category>
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					<description><![CDATA[(Alberto Giorgio Cassani ha scritto un libro complesso e affascinante &#8211; Figure del ponte: Simbolo e architettura, Pendragon, Bologna, 2014 &#8211;  che sa spaziare, enciclopedico, dalla letteratura alla filosofia, dalla architettura alla storia, etc. Qui ci regala un testo inedito sull&#8217;argomento del suo saggio, e noi per questo lo ringraziamo. G.B.) &#160; Simboli e metafore di una figura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/copertina_Figure_del_ponte.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-56129" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/copertina_Figure_del_ponte-692x1024.jpg" alt="copertina_Figure_del_ponte" width="235" height="348" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/copertina_Figure_del_ponte-692x1024.jpg 692w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/copertina_Figure_del_ponte-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/copertina_Figure_del_ponte-900x1332.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/copertina_Figure_del_ponte.jpg 1114w" sizes="(max-width: 235px) 100vw, 235px" /></a>(Alberto Giorgio Cassani ha scritto un libro complesso e affascinante &#8211; <i>Figure del ponte: Simbolo e architettura, </i>Pendragon, Bologna, 2014 &#8211;  che sa spaziare, enciclopedico, dalla letteratura alla filosofia, dalla architettura alla storia, etc. Qui ci regala un testo inedito sull&#8217;argomento del suo saggio, e noi per questo lo ringraziamo. G.B.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Simboli e metafore di una figura architettonica</strong></p>
<p>di <strong>Alberto Giorgio Cassani</strong></p>
<p>Creare ponti e non alzare muri. Questo è l’aforisma newtoniano   – un altro segno dei cambiamenti epocali della Chiesa Cattolica? – lanciato al mondo da papa Francesco. E come sarebbe potuto non essere, venendo dal Ponti-fex Maximus, il costruttore di ponti? La società, invece, sta andando esattamente nella direzione opposta: i muri reali costruiti da Israele nei confronti dei Palestinesi, i muri virtuali che si levano alle frontiere per non far passare i migranti da un paese all’altro, i fondamentalismi di ogni genere che stanno fomentando gli od<span style="font-family: Cambria, serif;">î</span> fra i popoli. L’archetipo e la metafora del ponte come simbolo del collegare, del lanciarsi di là dall’ostacolo, nella volontà di unire e non dividere sembra sempre più un’immagine retorica e impopolare in questi tempi d’intolleranza, lacerazioni e paure.</p>
<p>Ma il ponte è davvero quella cosa che unisce due sponde opposte creando un legame che supera due polarità? O nel ponte si nascondono altri aspetti, celati nell’immagine apparentemente pacificante e di più scontata evidenza?</p>
<figure id="attachment_56131" aria-describedby="caption-attachment-56131" style="width: 721px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/2_Kipling.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-56131" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/2_Kipling.jpg" alt="English poet and novelist Rudyard Kipling poses in 1925." width="721" height="461" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/2_Kipling.jpg 721w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/2_Kipling-300x192.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/2_Kipling-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/2_Kipling-163x103.jpg 163w" sizes="(max-width: 721px) 100vw, 721px" /></a><figcaption id="caption-attachment-56131" class="wp-caption-text">Rudyard Kipling nel 1925.</figcaption></figure>
<p>Nel 1893, Rudyard Kipling pubblicò un formidabile racconto dal titolo <i>The Bridge-Builders</i>, <i>I costruttori di ponti </i> . In quel testo sono contenute tutta la profondità e tutte le aporie che ruotano intorno alla figura di cui stiamo ragionando.</p>
<p>Il ponte, qui, è la rappresentazione della Tecnica dispiegata dell’Occidente che pretende di conquistare il mondo e davanti alla quale niente può resistere: religione, tradizioni, miti, leggende; in una parola, tutto ciò che ha a che fare con il “sacro”. Il rappresentante di questo <i>Abendland</i> è l’ingegnere Findlayson. Inglese, padrone della propria scienza, basa la sua visione del mondo sulla sicurezza dei calcoli matematici. Non ha fatto i conti, però, con il sacro, l’“irrazionale”. Kypling sa bene che le acque sono sacre e che i ponti sono sacrileghi. Certamente non poteva aver letto il meraviglioso libro di Anita Seppilli, di là da venire, dedicato proprio a questo tema: perché il ponte «<i>non solo affonda i suoi piloni nel sottosuolo</i> [come fanno tutte le costruzioni dell’uomo, tutte profananti l’intangibilità del sacro e tutte, perciò, richiedenti un sacrificio compensatorio, NdA], <i>ma anche dissacra la corrente dei fiumi – delle acque, così cariche di valenze sacrali, e già esse stesse in comunicazione con l’oceano infero</i>, col mondo dei morti – le varca, le aggioga, e persino penetra a volte nella profondità del loro alveo»  .</p>
<p>È proprio ciò che fa il ponte di Findlayson (erede letterario dei tanti ponti che Isambard Kingdom Brunel costruì in Inghilterra nella prima metà del XIX secolo): ben ventisette piedritti di mattoni “profanano” le sacre acque del Gange, nel racconto chiamato Madre Gunga, e rappresentato, come animale totemico, dal Coccodrillo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/3_Khrisna.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-56133" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/3_Khrisna.jpg" alt="3_Khrisna" width="321" height="321" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/3_Khrisna.jpg 321w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/3_Khrisna-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/3_Khrisna-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/3_Khrisna-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/3_Khrisna-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 321px) 100vw, 321px" /></a>Findlayson, in questa sua opera creatrice, è come un dio: «con un sospiro di soddisfazione vide che la sua opera era buona» , con evidente rimando a <i>Genesi</i> I 10. Kypling, da grande scrittore, ci manda dei segnali inequivocabili: il ponte è «nudo e crudo come il peccato originale» , dunque ha commesso un sacrilegio che richiede un’espiazione e una vittima sacrificale. In una notte di tregenda, il sangue è proprio ciò che chiede Madre Gunga all’Assemblea degli dèi del pantheon Indù, riunita in seduta straordinaria. Dopo aver fatto ingrossare talmente le acque che persino il razionalista Fyndlayson si mette a pregare per la salvezza del suo ponte, Madre Gunga chiede infatti giustizia agli dèi suoi sodali per l’oltraggio subito. Krishna, alla fine di un’animata discussione, s’incarica di spiegare a tutti come andranno le cose con l’uomo bianco: «Troppo tardi, ormai. Avreste dovuto ammazzare all’inizio, quando gli uomini venuti di là dal mare non avevano insegnato nulla alla nostra gente. Ora che il mio popolo ha sotto gli occhi il loro operato, la cosa gli dà da pensare. E a tutto pensa meno che ai celesti. Pensa invece al carro di fuoco e alle altre cose che i costruttori di ponti hanno fatto, sicché, quando i vostri preti tendono la mano chiedendo l’elemosina, dà poco e a malincuore. Questo è solo l’inizio» .</p>
<p>Kypling non poteva immaginare che, un giorno, una parte del mondo non occidentale avrebbe rifiutato la Tecnica dispiegata – tranne quella della comunicazione mediatica – in nome di una Tradizione altrettanto pervasiva e massimalista, tagliando teste nel folle tentativo di ridisegnare il mondo secondo una lettura settaria del Corano. Kypling, ai suoi tempi, vedeva ancora (con quanto entusiasmo?) la vittoria dell’Occidente sui valori tradizionali del mondo orientale.</p>
<p>Ma Kypling non aveva inventato nulla. Nel testo che è all’origine della cultura occidentale, <i>I persiani</i> di Eschilo, il motivo della sconfitta di Serse contro i Greci è individuato unicamente nel peccato di arroganza (<i>hybris</i>) del Grande Re, come riconosce l’ombra del padre Dario: aver “aggiogato” con catene “da schiavo” il sacro Ellesponto: «E mio figlio, ignorando queste profezie, le ha portate a compimento per giovanile temerarietà [<i>thr</i><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>á</i></span><i>sos</i> i.e. <i>hybris</i>]: lui che pensò di trattenere con legami lo scorrere del sacro Ellesponto, la divina corrente del Bosforo, quasi fosse uno schiavo, e tentò di trasformare lo stretto, e chiudendolo in ceppi forgiati col martello creò un’ampia strada per un ampio esercito. Pur essendo mortale gli dèi tutti, e in particolare Posidone, credette di dominare, con mente non retta: come potrebbe non essere una malattia dello spirito questa che si è impossessata di mio figlio?» . Il ferro, il metallo, frutto del lavoro “demoniaco” del Fabbro, con cui Serse forgia le catene, si sa, non può venire in alcun modo in contatto col sacro. Ecco perché il ponte Sublicio, l’unico collegamento per secoli tra le due rive del Tevere, era costruito unicamente con travi di legno (<i>sublic</i><span style="font-family: Cambria, serif;"><i>æ</i></span>) e chiodi di bronzo e la sua cura era riservata al Pontifex Maximus. Ma anche tale ponte esigeva sacrifici, di cui è chiaro segno l’antichissimo rituale del 14 (o 15) maggio, ricordato anche da Ovidio ne VI libro dei <i>Fasti</i>, in cui le Vestali gettavano nel fiume <span style="color: #262626;">ventisette fantocci di giunchi, detti </span><span style="color: #262626;"><i>Argèi</i></span><span style="color: #262626;">, con i piedi e le mani legate: un inequivocabile gesto di “sacrificio”, di là dal vero significato, a tutt’oggi discusso dagli storici.</span></p>
<figure id="attachment_56135" aria-describedby="caption-attachment-56135" style="width: 718px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/4_George_Washington_Bridge.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-56135 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/4_George_Washington_Bridge.jpg" alt="4_George_Washington_Bridge" width="718" height="461" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/4_George_Washington_Bridge.jpg 718w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/4_George_Washington_Bridge-300x193.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/4_George_Washington_Bridge-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 718px) 100vw, 718px" /></a><figcaption id="caption-attachment-56135" class="wp-caption-text">George Washington Bridge di New York</figcaption></figure>
<p>Il ponte non è dunque quella semplice «strada fatta sopra dell’acqua»   come lo definisce il pur grande Palladio, o quella linea che mira al suo scopo, con riferimento al Washington Bridge di New York, dell’altrettanto grande Ludwig Mies van der Rohe .</p>
<p>È molto di più. Se ne era accorto, alle soglie del XIX secolo, il “rivoluzionario” architetto Claude-Nicolas Ledoux che, in una tavola illustrante il progetto dell’École rurale de Meillant ,<sup> </sup>aveva inquadrato quest’ultima attraverso l’arcata di un ponte progettato lì accanto. Un unico grande arco ribassato, vagamente ellittico, simile ad un occhio – diviso da colonne doriche a formare una grande finestra termale – inquadra il paesaggio e l’École. Il ponte di Ledoux sembra l’anticipazione, oltre un secolo prima, della figura (Heidegger scrive propriamente: «das Ding») filosofica del <i>Brücke </i>di cui parlerà Martin Heidegger: il ponte come riunione della Quadratura ; Cielo, Terra, Divini e Mortali sono qui ricongiunti dal ponte. In verità, nell’immagine di Ledoux non vediamo gli dèi; ma, essi sono presenti nella celebre planche 33 del suo trattato (1804) , e, dunque, è lecito presupporli nascosti da qualche parte.</p>
<figure id="attachment_56137" aria-describedby="caption-attachment-56137" style="width: 684px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/5_École-rurale-de-Meillant.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-56137" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/5_École-rurale-de-Meillant.jpg" alt="Claude-Nicolas Ledoux, École rurale de Meillant" width="684" height="461" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/5_École-rurale-de-Meillant.jpg 684w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/5_École-rurale-de-Meillant-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/5_École-rurale-de-Meillant-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 684px) 100vw, 684px" /></a><figcaption id="caption-attachment-56137" class="wp-caption-text">Claude-Nicolas Ledoux, École rurale de Meillant</figcaption></figure>
<p>Sono invece presenti le altre tre componenti della Quadratura: Cielo, Terra e Mortali. Il Cielo, in parte inquadrato dall’arco del ponte e in parte sullo sfondo al di sopra di esso, è esaltato dalla presenza di un arcobaleno, ponte celeste esso stesso e simbolo, in molte culture, dell’unione tra Cielo e Terra. L’arco del ponte scavalca il piccolo fiume, ma ben dodici piloni s’infiggono nella sua corrente. Nonostante questo, la Terra non pare essere perturbata dal “sacrilegio”: le acque del ruscello scorrono tranquille e, sullo sfondo, un paesaggio fatto di lievi colline, di arbusti e di verde rende quasi l’immagine di un piccolo idillio, di un <i>locus amœnus</i>. E i Mortali cosa fanno? Utilizzano il ponte in tutte le sue parti: una carrozza lo attraversa, senza notare nulla di ciò che accade sotto il ponte: che alcuni cavalieri portano ad abbeverare i loro cavalli lungo la riva del fiume; che delle donne lavano i panni nella corrente; che un barcaiolo attraversa lentamente il fiume; che, sullo sfondo, ci sono figure di donne con bambini. Il punto di vista ribassato, scelto da Ledoux, non fa altro che enfatizzare questa visione di ciò che accade <i>sotto</i> il ponte (e sappiamo quanta viva vissuta sotto i ponti sfugga ai nostri occhi che i ponti li usiamo solo per attraversarli). In verità c’è un altro personaggio un po’ eccentrico rispetto a questo quadro quasi di genere: è un giovane, fermo sul ponte, apparentemente agitato perché un colpo di vento gli ha fatto volare il cappello a larghe tese. Un unico momento di <i>pathos</i>, all’interno della perfetta Quadratura. Sappiamo che i ponti sono i luoghi prediletti per i suicidi-sacrifici.</p>
<figure id="attachment_56139" aria-describedby="caption-attachment-56139" style="width: 282px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/6_Munch_Friedrich_Nietzsche_1906.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-56139" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/6_Munch_Friedrich_Nietzsche_1906.jpg" alt="Friedrich Nietzsche ritratto da Munch nel 1906" width="282" height="353" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/6_Munch_Friedrich_Nietzsche_1906.jpg 282w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/6_Munch_Friedrich_Nietzsche_1906-240x300.jpg 240w" sizes="(max-width: 282px) 100vw, 282px" /></a><figcaption id="caption-attachment-56139" class="wp-caption-text">Friedrich Nietzsche ritratto da Munch nel 1906</figcaption></figure>
<p>Tra Otto e Novecento, la figura del ponte assume la sua piena consistenza “filosofica”, arricchendosi via via di nuove caratteristiche: dalla sua presenza come figura centrale nella filosofia nietzschiana – il ponte come figura di transito: <span style="color: #262626;">«L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo – un cavo al di sopra dell’abisso. Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino, un periglioso guardarsi indietro e un periglioso rabbrividire e fermarsi. </span>La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione» . Senza dimenticare, però, gli “esili ponti” che il filosofo di <span style="color: #1c1c1c;">Röcken</span> utilizza come immagine degli antichi valori che la corrente del fiume travolge e distrugge ; alla fondamentale riflessione di Georg Simmel, nel mai troppo ricordato saggio <i>Brücke und Tür</i> del 1909, in cui, per la prima volta, accanto alla funzione del collegare appare quella, inscindibile con essa, del separare: «Astraendo due cose dalla imperturbata situazione della natura, per designarle come “separate”, noi le abbiamo già nella nostra coscienza riferite l’una all’altra, le abbiamo distinte entrambe, insieme, nei confronti di tutto ciò che sta loro in mezzo. E viceversa: noi sentiamo come collegato, soltanto ciò che abbiamo in precedenza e in qualche modo isolato. Le cose devono essere prima divise l’una dall’altra, per essere poi unite. Dal punto di vista pratico come da quello logico, sarebbe senza senso legare ciò che non era diviso, ancor più: ciò che in qualche modo <i>non rimane ancora diviso</i>» ; alla già citata visione heideggeriana del ponte come quella cosa che «riunisce la Quadratura», e che crea un «luogo»: «Il luogo – infatti, per il filosofo di <span style="color: #424242;">Meßkirch</span> – non esiste già prima del ponte. Certo, anche prima che il ponte ci sia, esistono lungo il fiume numerosi spazi (<i>Stellen</i>) che possono essere occupati da qualcosa. Uno di essi diventa a un certo punto un luogo, e ciò <i>in virtù del ponte</i>. Sicché il ponte non viene a porsi in un luogo che c’è già, ma il luogo si origina solo a partire dal ponte» .</p>
<figure id="attachment_56141" aria-describedby="caption-attachment-56141" style="width: 252px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/7_Franz_Kafka_1906.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-56141" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/7_Franz_Kafka_1906.jpg" alt="Franz Kafka nel 1906" width="252" height="399" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/7_Franz_Kafka_1906.jpg 252w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/7_Franz_Kafka_1906-189x300.jpg 189w" sizes="(max-width: 252px) 100vw, 252px" /></a><figcaption id="caption-attachment-56141" class="wp-caption-text">Franz Kafka nel 1906</figcaption></figure>
<p>Ma, a distruggere parzialmente quest’idea così “pacificante” del ponte, aveva pensato nel 1916 un racconto di Kafka intitolato semplicemente <i>Die</i> <i>Brücke</i>: anche qui, all’inizio, il ponte sembra apprestarsi a svolgere il suo compito storico di condurre di là dell’abisso lo sconosciuto che lo attraversa: «Stenditi, ponte, mettiti all’ordine, trave senza spalletta, sorreggi colui che ti è affidato. Compensa insensibilmente l’incertezza del suo passo, ma se poi vacilla, fatti conoscere e lancialo sulla terra come un Dio montano» . Ma costui infligge inspiegabili torture al ponte con un bastone dalla punta acuminata e il ponte, dimenticando la sua rigidità strutturale, si volta sorpreso per vedere in viso lo sconosciuto, sancendo, in tal modo, la sua fine. Infatti, «una volta gettato, un ponte non può smettere di essere ponte senza precipitare» .</p>
<p>Il ponte Moderno è compreso tra questi quattro momenti: in una complessità di aspetti che include, insieme, la molteplicità delle forme dei ponti, dall’antichità ad oggi. Come non rimanerne “sommersi” ermeneuticamente? Come cercare un filo conduttore in mezzo a tante, apparentemente infinite, figure di ponti? Simmel ce ne ha fornito la prima, decisiva, traccia: un ponte collega ma, al tempo stesso, separa-divide. È necessario proseguire sulle orme del grande filosofo e sociologo berlinese. Il ponte unisce e divide, dunque, ma è anche sospeso – e, in tal caso, snon sacrilego, come afferma l’assistente di Findlayson, l’indigeno Peroo: «A me piacciono i ponti so-spe-si, che volano da una sponda all’altra, con un solo grande balzo, come una plancia. Allora non c’è acqua che può far danni»  –; è isolato e abitato; può crollare, o solo fingere il crollo (come il ponte berniniano di palazzo Barberini a Roma, o la <i>Teufel</i>s<i>brücke</i> di Friedrich Ludwig Persius a Potsdam (1838) ; può infine, addirittura, muoversi (come i viadotti di Paul Klee nel loro tentativo di <i>Revolution</i> (1937).</p>
<figure id="attachment_56143" aria-describedby="caption-attachment-56143" style="width: 628px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/8_Ludwig_Persius_Teufelsbruecke.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-56143" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/8_Ludwig_Persius_Teufelsbruecke.jpg" alt="Friedrich Ludwig Persius a Potsdam, Teufelsbrücke " width="628" height="335" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/8_Ludwig_Persius_Teufelsbruecke.jpg 628w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/8_Ludwig_Persius_Teufelsbruecke-300x160.jpg 300w" sizes="(max-width: 628px) 100vw, 628px" /></a><figcaption id="caption-attachment-56143" class="wp-caption-text">Friedrich Ludwig Persius a Potsdam, Teufelsbrücke</figcaption></figure>
<p>È quanto ho cercato di fare col libro <i>Figure del ponte: Simbolo e architettura</i>. Mantenendo intatta la complessità e singolarità di ciascun ponte, vedere quale aspetto predominasse, attraverso le griglie interpretative sopra ricordate. Scoprendo, naturalmente che uno stesso ponte può unire, ma anche dividere o tentare un (impossibile?) movimento, come il puente de la Mujer a Puerto Madero di Santiago Calatrava, col suo pilone inclinato come un ballerino di tango sulla sua <i>tanguera</i>.</p>
<p>«Allora io capisco […] – scriveva il grande Alberto Savinio – perché d’altra parte tanto amore io sento per il mondo ‘di là dal ponte’» .</p>
<figure id="attachment_56144" aria-describedby="caption-attachment-56144" style="width: 613px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/9_Puente_de_la_Mujer_2.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-56144 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/9_Puente_de_la_Mujer_2.jpg" alt="9_Puente_de_la_Mujer_2" width="613" height="355" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/9_Puente_de_la_Mujer_2.jpg 613w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/9_Puente_de_la_Mujer_2-300x174.jpg 300w" sizes="(max-width: 613px) 100vw, 613px" /></a><figcaption id="caption-attachment-56144" class="wp-caption-text">Santiago Calatrava, puente de la Mujer a Puerto Madero</figcaption></figure>
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		<title>le rire 3°: ZAMPIRONI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2009 10:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Savinio]]></category>
		<category><![CDATA[Gio Batta Zampironi]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Pellegrino Artusi]]></category>
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					<description><![CDATA[[ Alberto Savinio, OGGETTI NELLA FORESTA ] Alberto Savinio [ 1891 &#8211; 1952 ] Serenata per pianoforte &#160; di Alberto Savinio da NUOVA ENCICLOPEDIA ZAMPIRONI. Quei piccoli coni di polvere insettifuga che si bruciano la sera nelle camere per stupefare le zanzare e renderle incruente; gli zampironi, altrimenti detti “sonni tranquilli”, che si consumano in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">
<p align="center"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/alberto_savinio_oggetti_nella_foresta.jpg"/></p>
<p align="center"><small>[ Alberto Savinio, OGGETTI NELLA FORESTA ]</small></p>
<p><center></p>
<div style="width:270px;">
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</div>
<p></center></p>
<p align="center"><span style="color: #0066cc; font-size:8pt;"><strong>Alberto Savinio</strong>  [ 1891 &#8211; 1952 ]</span><br />
<span style="color: #0066cc; font-size:8pt;"><strong><em>Serenata per pianoforte</em></strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">di <strong>Alberto Savinio</strong></span></p>
<p align="center"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">da <em>NUOVA ENCICLOPEDIA</em></span></p>
<p><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><b>ZAMPIRONI</b>. Quei piccoli coni di polvere insettifuga che si bruciano la sera nelle camere per stupefare le zanzare e renderle incruente; gli zampironi, altrimenti detti “sonni tranquilli”, che si consumano in accensioni e fumate intermittenti e danno idea di minuscoli vulcani in istato di eruzione; gli zampironi si chiamano così dal nome dell’inventore Gio Batta Zampironi, che fondò nel suo laboratorio in Mestre nel 1862. Per venti anni e più dal 1922 al 1943, gli italiani furono educati all’ammirazione di ogni sorta di ammazzatori e al disprezzo di coloro che hanno operato per il bene dell’umanità; e il secolo decimonono, eccellentemente umanitario, fu chiamato con le parole stesse di Lèon Daudet lo “stupido secolo decimo nono”. <span id="more-19523"></span>I vent’anni sono passati e gli italiani possono tornare senza pericolo a disprezzare gli ammazzatori e a onorare i benefattori, compresi i minimi come Gio Batta Zampironi, il quale per averci salvati dalle punture delle zanzare in un paese così dovizioso purtroppo di questi ditteri crudeli, può a ragion veduta esser tenuto egli pure un benefattore dell’umanità: Due anni or sono un giornalista romano propose di abbattere alcuni monumenti “ottocenteschi” della capitale e fondere col loro bronzo dei cannoni, e fra i monumenti da abbattere metteva anche il monumento a Terenzio Mamiani che non è di bronzo ma di marmo. Quel giornalista credeva probabilmente che le palle dei cannoni sono ancora di pietra come quelle che da Castel Sant’Angelo sparava Benvenuto Cellini. A partire da quale grado di merito l’uomo è degno di essere perpetuato nel marmo e nel bronzo? Ora che i monumenti eretti dalla dittatura sono stati rimossi, si potrebbe sostituirli con monumenti a Gio Batta Zampironi e ad altri italiani modesti ma degni della nostra gratitudine. Un altro ‘ piccolo ‘ benefattore è Pellegrino Artusi, autore di quella <i>Scienza in Cucina e Arte di Mangiar bene</i> che negli scaffali delle librerie potrebbe vantaggiosamente sostituire i Discorsi del dittatore. Pellegrino Artusi è il nostro Brillat Savarin e il suo libro uno dei maggiori successi dell’editoria italiana, è scritto come naturale in un italiano molto saporito. Pellegrino Artusi salì in fama di grande cuoco a Firenze, ov’ebbe a rivale il grande Doney, ma era nativo di Forlimpopoli, in Romagna. Prima di morire, questo artista della culinaria lasciò una somma da destinarsi in premio al primo grande uomo che fosse nato nel raggio di alcuni chilometri intorno alla sua città natale. Mancano poche centinaia di metri perché entro il raggio del Premio Artusi sia inclusa anche Predappio.</span><br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">______________ ,\\&#8217; ______________</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">[ <em>fatto doverosamente un  monumento &#8211; seppur letterario &#8211; al mitico Gio Batta Zampironi &#8211; fra i pochi ad avere il suo cognome assurto all&#8217;onore di parola d&#8217;uso comune &#8211; insieme a Montgolfier e Guillotin &#8211; Birò e Béchamel &#8211; Pullman e Sandwich &#8211; ed eretto un bel busto al saporoso Artusi &#8211; di cui consiglio &#8211; senza se e senza ma &#8211; a pag. 450 della vecchia edizione Marzocco de</em> L’ARTE DI MANGIAR BENE &#8211; <em>la deliziosa ricetta della</em> Zuppa Inglese <em>&#8211; e di annotarsi la massima &#8211; quasi fondo pagina &#8211; quasi un consiglio letterario &#8211; </em><strong>“I savoiardi badate di non inzupparli troppo nel rosolio perché lo rigetterebbero.”</strong> <em>&#8211; si può parlare &#8211; non gastronomicamente &#8211; a proposito di </em>ZAMPIRONI <em>di </em> riso &#8211; <em>denti al posto dei chicchi bianchi &#8211; le </em>rire<em> severo di Bergson e un po&#8217; quello </em>jaune<em> &#8211; dei francesi &#8211; giallo come il risotto dei milanesi &#8211; nel caso un ridere a denti stretti &#8211; un ridere acuto e spillante vizi e mezze figure di cui Savinio è maestro di fioretto e fantasia &#8211; oltre ad essere artista a 360 gradi su 360 &#8211; pittura &#8211; musica e letteratura &#8211; introvabili simili &#8211; anche lontanissimamente &#8211; tra gli odierni &#8211; per non parlare poi di quel che smuove l’effluvio bruciaticcio di piretro naturale &#8211; non certo la sintetica alletrina &#8211; dei suddetti zanzarifughi &#8211; ai tempi di Savinio con la forma di piccolo cono di certi incensi e poi spiraliformi &#8211; come il disegno patafisico della Grand Gidouille sull&#8217;opima ventraglia del Père Ubu &#8211; ma ora non più molto in voga e sostituiti da elettroemanatori&#038;similia &#8211; piccoli punti rossi di brace di tante notti d’estate e giardini delle infanzie &#8211; dal sentore ancor più evocativo che addentar madeleinettes &#8211; di sicuro</em> ]</span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>Alberto Savinio</strong><br />
<span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">[ pseudonimo di <strong>Andrea Francesco Alberto de Chirico</strong>; Atene, 25 agosto 1891 – Roma, 5 maggio 1952 ]</span><br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>NUOVA ENCICLOPEDIA</em></span><br />
1977<br />
Adelphi</span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/08/le-rire-1%C2%B0-la-vita-del-filosofo-kant/" target="_blank"><strong>le rire 1°: La vita del filosofo Kant di Cesare Zavattini</strong></a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/08/21/le-rire-2%C2%B0-a-la-cage-water-walk/" target="_blank"><strong>le rire 2°: à la Cage [ Water Walk ] di John Cage</strong></a><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</div>
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