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	<title>Alcide Pierantozzi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>&#8220;Lo sbilico&#8221;: romanzo estremo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/10/29/lo-sbilico-romanzo-estremo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Oct 2025 06:21:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alcide Pierantozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Lo sbilico]]></category>
		<category><![CDATA[malattia mentale]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Giannino]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Giannino</strong><br /> Si sta parlando molto della nuova prova narrativa di Alcide Pierantozzi. È un libro che non salva nessuno. Non salva l'autore: “È da tempo che non mi sento più uno scrittore […] Posso solo raccontare la melma dei giorni (...)." Non salva il lettore. Vale la pena domandarsi se, quantomeno, riesca a salvare se stesso.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Giannino</strong></p>
<p><em>            </em>Si sta parlando molto della nuova prova narrativa di Alcide Pierantozzi. È un libro che non salva nessuno. Non salva l&#8217;autore: “È da tempo che non mi sento più uno scrittore […] Posso solo raccontare la melma dei giorni: continui episodi di dissociazione, allucinazioni, autolesionismo, corse al pronto soccorso, minacce e tentativi di suicidio che hanno annichilito la mia famiglia”. Non salva il lettore. Vale la pena domandarsi se, quantomeno, riesca a salvare se stesso.</p>
<p><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/lo-sbilico-alcide-pierantozzi-9788806266448/"><em>Lo sbilico</em></a> (Einaudi, 2025) prende le distanze da talune pratiche liberatorie di stampo psicoanalitico, presenti nell&#8217;opera di scrittori cui Pierantozzi si richiama (fra gli altri, Umberto Saba e Giuseppe Berto). Il lavoro sullo stile risulta notevole, in netto contrasto con quello asettico dei referti, che l&#8217;autore riporta fedelmente. Quello sul lessico sfiora le vette di uno scrupolo maniacale: “Sono sempre in cerca di parole assolute, che mettano il guinzaglio ai pensieri, che facciano un po&#8217; d&#8217;ordine nella scompagine che ho in testa”. Un passaggio chiave del romanzo è quello in cui si arrende alla malattia: “Ormai da cinque anni la mia malattia mentale ha raggiunto la sua acme […] È come se mi mancasse quell&#8217;intelligenza di fondo che induce ogni persona sana non tanto a scacciare un brutto pensiero, o ad andare dal dottore, ma a comprenderne l&#8217;infondatezza, la portata fantastica”. La disfatta, nondimeno, si accompagna alla decisione coraggiosa di dare la parola a tali gravissime distorsioni del reale; di lasciare esprimere i tormenti più dolorosi e profondi, che la malattia innesca nel proprio animo. Ne discende una determinazione che non sembra suggerire una via di fuga, tantomeno di salvezza nella scrittura. Emerge semmai un&#8217;urgenza di tipo espressivo, la quale non si abbandona al talento narrativo, ma si corrobora costantemente con una ricerca attenta e scrupolosa – spinta fino ai limiti dell&#8217;ossessione – che non è solo di tipo formale. L&#8217;attenzione posta nel rendere lo stile gelido e asettico dei referti si riverbera nella “voglia di impugnare la matita e riscrivere questi fogli da cima a fondo, con altre parole, con un&#8217;altra tensione drammatica. Per raccontare le cose come sono andate davvero dovrei dare alle frasi un nuovo effetto di senso, un diverso nitore di traiettoria”. L&#8217;intento dichiarato è “raccontare le cose come sono andate davvero”. La ricerca stilistica e lessicale, dunque, non è fine a se stessa ma si pone al servizio di un&#8217;urgenza espressiva, che permetta all&#8217;autore non già di fuggire la malattia, ma di penetrarla a fondo, al fine di svelarne i recessi più oscuri e inquietanti. Ne risulta un&#8217;opera che assume i tratti di una drammatica testimonianza. Il racconto in prima persona della malattia, reso con una tale dedizione comunicativa, si rivolge anzitutto a quanti affrontano la medesima solitudine. Ma non parla soltanto ai malati. Parla a chiunque vi riconosca, ricordando <em>Ludwig Binswanger, </em>una forma di <em>esistenza mancata</em>: ovvero, se la malattia psichiatrica è tale, una specie di solitudine estrema. Parla a tutti, malati e presunti sani.</p>
<p>Alberto Moravia disse che l&#8217;artista è un essere profondamente anormale. Vincenzo Guerrazzi sosteneva che lo scrittore è un monco, un albero spezzato, uno che non si è realizzato nella vita. Sono due le forme di esistenza mancata, nel romanzo, che si corroborano e a tratti si confondono, con esiti apprezzabili dal punto di vista letterario. Non vi è traccia di momenti liberatori e tantomeno salvifici, in questo libro. Non è un&#8217;opera che indica vie di fuga dall&#8217;inferno esistenziale che rappresenta. Tuttavia, colpisce la lucidità narrativa con cui è pensata e costruita: nella struttura, nel contenuto, nelle scelte lessicali e stilistiche. Sembra che vi sia una contraddizione con la grave patologia dichiarata dall&#8217;autore, ma è solo apparente. Quelle due forme di <em>anormalità</em> non sono estranee fra loro, bensì due volti della stessa anima tormentata, reietta, dilaniata dalla malattia, che ha deciso di esprimersi e raccontare dal di dentro il proprio mondo, gremito di fantasmi e allucinazioni terrificanti. Così, quell&#8217;esistenza negata, colpevolmente stigmatizzata ed esclusa nel mondo dei cosiddetti sani, reclama il diritto di piena cittadinanza in quello non meno reale della letteratura.</p>
<p>Una volta superato l&#8217;impatto con la realtà distorta e spaventosa che Pierantozzi svela dal di dentro, il lettore non può fare a meno di entrare in empatia con l&#8217;autore, nelle pagine in cui il racconto si apre ai momenti della vita quotidiana, alla rabbia, all&#8217;indignazione, alla speranza: “L&#8217;unico sollievo è pensare che Milano c&#8217;è ancora, che via Plinio 33, dove abitavo, esiste ancora, che a un certo punto per me potrebbe tornare la vita di prima”. In quelle pagine, Alcide non parla solo del proprio mondo: parla di tutti noi, della nostra vita, delle piccole e grandi solitudini che ci riguardano tutti, per la colpa che abbiamo di essere vivi. Il riaffiorare del tempo trascorso con la nonna in campagna, durante l&#8217;infanzia, può spiazzare il lettore. Sembra un capitolo a sé, quello di un&#8217;altra esistenza possibile, idilliaca e felice intravista dall&#8217;autore da bambino: “Il dolore e la voglia di morire sparivano solo mentre correvo da nonna […] Le galline razzolavano libere in mezzo alla strada, i contadini dormivano sulle sedie di paglia davanti agli uscioli, avvoltolati nell&#8217;ombra”. Appare troppo marcato il contrasto con l&#8217;urgenza che promana dai brani più sofferti e laceranti. Sennonché, quella rappresentazione bucolica idealizzata è infranta dal rito macabro dell&#8217;uccisione delle bestie, nel quale si insinua potente il pensiero della morte: “Il cortile si riempiva di strilli […] Gli occhi del coniglio andavano all&#8217;indietro fino a mostrare le sclere bianche e nude. Faceva un ultimo strillo, povero amico mio, e si contraeva in una quiete flemmatica […] La morte è un coniglio con i centri motori andati in panne, pensavo. Si muore sbaragliati da una pressione che schiaccia a terra tutte le cose, la stessa che sentivo anch&#8217;io, come un accento sopra la «o» della testa&#8221;.</p>
<p>Dunque <em>Lo sbilico</em> non salva nessuno: né l&#8217;autore né il lettore. Pierantozzi lo ribadisce nelle ultime pagine: “La scrittura, per me, non è un progetto di salvezza […] Io vivo un passo alla volta, una riga alla volta, resisto un&#8217;ora alla volta, vado da A a B”. Riesce almeno a salvare se stesso? Per quanto mi riguarda, la risposta va cercata in quei momenti di vita ordinaria, comune che fanno da sfondo al romanzo, ma che a ben vedere costituiscono la struttura portante dell&#8217;opera; il <em>fil rouge</em> che permette di comporre in un mosaico unitario i tasselli di una vita frantumata dalla malattia, che Alcide racconta senza filtri psicologici, espressivi e morali. È quello sfondo di “normalità” che rende credibile questa prova di scrittura e la giustifica dal punto di vista narrativo, oltre la prospettiva esasperata dell&#8217;io narrante, che si impone con prepotenza sulle altre figure minori lasciandole nell&#8217;ombra: il trasferimento dall&#8217;Abruzzo a Milano per studiare Filosofia, l&#8217;attività di scrittore, le speranze e i disincanti, i rapporti con i familiari: il legame con la madre a tratti simbiotico, morboso; l&#8217;incomunicabilità con il padre (il Negazionista, colui che si ostina a negare sia la malattia che l&#8217;omosessualità del figlio); la presenza discreta ma preziosa del fratello vivente; la figura del fratellino morto che aleggia nel racconto. È un quadro che si compone lentamente, tassello dopo tassello. Si completa nelle ultime pagine. Appare nitido e profondo, nel finale poetico e struggente che l&#8217;autore ci consegna.</p>
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		<title>Carlo Coccioli / Presenza dello scrittore assente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 04:30:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alcide Pierantozzi]]></category>
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					<description><![CDATA[[In occasione dell&#8217;uscita di Davide si riprende il pezzo pubblicato in vibrisse] a cura di Giulio Mozzi Parla una composita pattuglia di lettori di Carlo Coccioli: Franco Buffoni, Antonella Cilento, Giancarlo De Cataldo, Mario Fortunato, Bruno Gambarotta, Massimiliano Governi, Giuseppe Lupo, Marino Magliani, Sergio Pent, Alcide Pierantozzi, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta. &#8220;Quello con Carlo Coccioli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[In occasione dell&#8217;uscita di </em><em><a href="http://www.sironieditore.it/libri/libri.php?ID_libro=978-88-518-0114-4" target="_blank">Davide </a>si riprende il pezzo pubblicato in <a href="http://vibrisse.wordpress.com/" target="_blank">vibrisse</a>]</em><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"><br />
</span></p>
<p>a cura di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p><em>Parla una composita pattuglia di lettori di Carlo Coccioli: Franco Buffoni, Antonella Cilento, Giancarlo De Cataldo, Mario Fortunato, Bruno Gambarotta, Massimiliano Governi, Giuseppe Lupo, Marino Magliani, Sergio Pent, Alcide Pierantozzi, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta.</em></p>
<p>&#8220;Quello con Carlo Coccioli è stato un esemplare incontro mancato. Non siamo mai riusciti a stringerci la mano, eppure non potrei dire di non averlo conosciuto&#8221;. Comincia con queste parole il capitolo che dedica a Coccioli, nel suo bel libro <em>Quelli che ami non muoiono mai</em>, Mario Fortunato (Bompiani 2008). Mi ha colpito sentirmi ripetere più volte queste o simili parole &#8211; quasi un ritornello &#8211; quando ho provato a domandare a un po&#8217; di scrittrici e scrittori d&#8217;Italia chi sia per loro Carlo Coccioli. E, in effetti, <em>non l&#8217;ho mai conosciuto, ma è come se l&#8217;avessi conosciuto</em>, lo dico anch&#8217;io.<span id="more-13678"></span></p>
<p>Per molti più o meno della mia generazione, la via verso Carlo Coccioli è stata Pier Vittorio Tondelli. Che recensì con entusiasmo, nel 1987, <em>Piccolo Karma</em>; e inserì poi la recensione, ampliandola, in quel formidabile racconto degli anni Ottanta che è il volume <em>Un week-end postmoderno</em> (Bompiani 1987). &#8220;In nessun autore italiano contemporaneo&#8221;, scriveva Tondelli, &#8220;è presente una così grande tensione interiore, un&#8217;irrequietezza spirituale che poi si traduce in un nomadismo culturale e metafisico assolutamente originale, per non dire eccentrico&#8221;. Tuttavia &#8220;quello che si ama nell&#8217;opera di Carlo Coccioli non è solo, a ben guardare, l&#8217;incessante tormento teologico che lo ha spinto ora verso il cristianesimo ultraortodosso, poi verso l&#8217;ebraismo, quindi, fra gli Stati Uniti e il Messico, verso gli Hare Krishna della <em>Casa di Tacubaya</em> (1982), i riti indigeni, lo spiritismo, la psichedelia e gli Alcolisti Anonimi di <em>Uomini in fuga</em> (1973) e, finalmente, verso le filosofie e le religioni orientali, l&#8217;induismo e il buddhismo Zen [&#8230;] ma anche lo stile di vita appartato, l&#8217;amore per gli umili e i reietti, l&#8217;assoluta fedeltà alle ragioni della propria ispirazione e della propria scrittura che altro non sono, poi, che la ricerca ossessiva di una risposta, mai definitiva, alle ragioni del Bene e, più ancora, del Male. E poi, finalmente, la sensualità di molte sue pagine, l&#8217;erotismo, la predilezione omosessuale&#8221;.</p>
<p>In quell&#8217;articolo di Tondelli c&#8217;era anche lo zampino di Mario Fortunato. &#8220;Faceva un gran caldo a Milano, nell&#8217;estate del 1987&#8221;, racconta. &#8220;Pier Vittorio Tondelli e io eravamo stati a una festa. A ora tarda [&#8230;] Pier mi trascinò in uno dei bar che lui preferiva. Cominciammo a parlare fitto. [&#8230;] Scoprimmo di avere appena letto entrambi un libro strano, misterioso, misteriosamente bello: <em>Piccolo Karma</em>, di Carlo Coccioli. [&#8230;] Chiesi a Pier di scriverne per <em>L&#8217;espresso</em> e lui lo fece subito, [&#8230;] con la grazia misurata che aveva in dono&#8221;.</p>
<p>Quell&#8217;articolo, anche grazie al fascino che emanava, ed emana tuttora, la figura di Tondelli, fu importante per molti di noi, della nostra generazione (io sono nato nel 1960). Marino Magliani, scrittore ligure mio coetaneo che da più di quindici anni vive in Olanda a IJmuiden, sulla costa del Mare del Nord, racconta: &#8220;Ho capito meglio chi ero leggendo un saggio di Pier Vittorio Tondelli su Carlo Coccioli, dove Tondelli definiva Coccioli un <em>autore assente</em>. Ecco, chi sei anche tu, mi son detto. Certo lo sapevo da sempre, ma non avevo mai trovato la parola secca. Cosí cominciai a informarmi su questo scrittore che era andato via dall&#8217;Italia molto prima di me, anzi prima che io nascessi, aveva vissuto a lungo a Parigi e poi in Messico, scriveva brillantemente in francese e spagnolo, e ogni volta che appariva qualcosa in rete &#8211; poiché altre cose era difficile trovarle &#8211; qualche racconto o qualcuno che ne parlava, mi ci fermavo, come ci si volta quando ci chiamano per nome o con un nome che ormai ci appartiene. Autore assente. Presto vidi che non ero il solo, anzi mi fu chiaro che stavo interessandomi a Coccioli esattamente perché altri l&#8217;avevano cercato prima di me e lo stavano cercando mentre lo cercavo io. Per ultimo, mi accorsi che tutti quanti stavamo cercando l&#8217;autore che forse più di ogni altro e ovunque aveva cercato Dio&#8221;.</p>
<p>Dal Nord al Sud. Anche Antonella Cilento, scrittrice napoletana, è arrivata a Coccioli via Tondelli: &#8220;Scrivendo la tesi di laurea su di lui e leggendo gli articoli che lo riguardavano o che aveva scritto sugli autori che lo appassionavano trovai più volte il nome di Coccioli e mi incuriosì il fatto che in biblioteca potevo trovare a stento <em>Fabrizio Lupo</em>&#8220;. Ma perché a uno scrittore che può suscitare tanto amore in chi lo legge è spettato un destino di assenza, di marginalità, addirittura di scomparsa dalle biblioteche? &#8220;Coccioli&#8221;, dice ancora Cilento, &#8220;dichiarò spesso di aver lasciato l&#8217;Italia perché esisteva un <em>establishment</em> culturale moraviano che impediva la rappresentazione di altre scritture. Leggendone le poche pagine che ho potuto rintracciare ho riconosciuto almeno uno dei temi, la creaturalità, l&#8217;infinito e ossessivo amore per gli animali e i piccoli della terra che lo avvicinano ad altri autori, per lo più donne, che in Italia hanno vissuto negli stessi anni di Coccioli una <em>reductio</em> di lettura critica e di pubblica&#8221;.</p>
<p>Massimiliano Governi, autore di pochi e non allineati libri (ricordiamo <em>L&#8217;uomo che brucia</em>, 2000; <em>Parassiti</em>, 2005, entrambi per Einaudi) è il più secco e diretto: &#8220;Coccioli per me è il più grande scrittore italiano del Novecento&#8221;, dichiarò ancora anni fa. Alla domanda: perché?, oggi risponde: &#8220;Perché mi ha insegnato a dire la verità, tutta la verità&#8221;.</p>
<p>E anch&#8217;io, a proposito del dire la verità, in un articolo del giugno 2004 scrivevo: &#8220;La ragione del fascino di Carlo Coccioli, nonché la buonissima ragione per cercare i suoi libri e leggerli, è tutta qui. Coccioli parla di Dio con la massima impudicizia. Lo desidera, lo vuole. Mettendo in ordine i libri sul mio scaffale potrei ricostruire &#8220;le fasi della ricerca spirituale&#8221; di Carlo Coccioli: prima cattolicissimo (ma curioso delle culture orientali e mediorientali), poi in conflitto con il cattolicesimo (perché la Chiesa respingeva lui, innamorato di Dio e omosessuale), poi, dopo la fuga in Messico, [&#8230;] affascinato dal sincretismo messicano; poi fulminato da Sai Baba; poi folgorato a Disneyland (giuro: in <em>Piccolo Karma</em>, libro che andrebbe letto anche solo per questo, Coccioli vede Dio a Disneyland); poi quietato finalmente, credo, nell&#8217;immagine tenerissima e assurda del Dio-caramella: un Dio da tenere in bocca, da succhiare sempre, dolce, regressivo. Questa impudicizia è costata a Carlo Coccioli l&#8217;ostracismo&#8221;.</p>
<p>È Giorgio Vasta, che lavora da anni nell&#8217;editoria e che ha appena esordito con il molto lodato romanzo <em>Il tempo materiale</em> (minimum fax 2008), a legare i temi dell&#8217;impudicizia e del nomadismo. &#8220;Prima di cominciare a leggere i libri di Carlo Coccioli&#8221;, racconta Vasta, &#8220;non conoscevo l&#8217;esistenza di una tonalità espressiva, e siccome quello che di un libro mi interessa di più è la tonalità generata dall&#8217;amalgama di lessico sintassi e figure della narrazione, avere conosciuto una tonalità che ignoravo è stato ed è ancora importante. Liberatorio. La tonalità che ho trovato dentro i libri di Coccioli che ho letto ha a che fare con il pudore, o meglio con il crinale tra pudore e spudoratezza. È un pudore del linguaggio e una spudoratezza delle immagini messe in scena, una frizione continua tra il desiderare di dire e il non poterlo fare del tutto. Questo contrasto, assunto e sviluppato, credo abbia dato luogo in Coccioli a una specie di santa oscenità dello stile. Leggo le pagine di Coccioli e ho a che fare con un italiano impressionante, una lingua all&#8217;interno della quale esistono ancora, e con vigore, espressioni perdute che in Coccioli non risultano mai museificate ma sempre vive presenti e intense e classiche e stranianti. È come se la sua lunga permanenza all&#8217;estero avesse funzionato da agente di contrasto, come se vivere per anni immerso in un paese nel quale si parla spagnolo avesse generato un&#8217;esaltazione dell&#8217;italiano più bello. Un italiano &#8220;santo&#8221;. Usato per costruire narrazioni serenamente oscene&#8221;.</p>
<p>Eppure, anche quando i suoi libri venivano pubblicati in mezzo mondo (e in quattordici lingue in tutto), Carlo Coccioli era una sorta di intoccabile. &#8220;Negli anni Settanta&#8221;, conferma Mario Fortunato, &#8220;quando lo scoprii per quell&#8217;istinto primario che illumina tante letture adolescenziali, era quasi una vergogna possedere i suoi libri. Coccioli era omosessuale, molto religioso e per giunta conservatore. I suoi romanzi li pubblicava Rusconi, un editore non proprio <em>à la page</em>. Lessi <em>Fabrizio Lupo</em>, un romanzone alluvionale, sovrattono, gremito di aneliti mistici che non mi appartenevano né punto né poco. Eppure quanta sincerità nella sua scrittura. Un&#8217;onestà intellettuale che rasentava l&#8217;autolesionismo. E poi: che meraviglia quella storia di un amore gay così melodrammatico. Per anni, divorai i libri di Coccioli quasi di nascosto. Di lui non sentivo parlare mai. Mai sui giornali. Mai da nessuna parte. Un fantasma&#8221;.</p>
<p>La parola &#8220;fantasma&#8221; torna anche sulla bocca di Bruno Gambarotta: &#8220;Io sono nato nel 1937. Da ragazzo, nel primo dopoguerra, leggevo dalla prima all&#8217;ultima pagina <em>La Fiera Letteraria</em> e <em>Il Mondo</em>. In quelle pagine compariva di tanto in tanto il fantasma di uno scrittore italiano che viveva in Messico ed era pubblicato in Italia da Longanesi&#8221;. Un altro editore non certo progressista. &#8220;Non c&#8217;erano mai sue foto. Era un irregolare, non classificabile sotto una delle etichette che predispongono i critici. Era uno come Antonio Delfini o Sergio Ferrero. Pare che scrivesse in un modo diverso dagli altri, che le sue storie non avessero niente in comune con quelle che circolavano in Italia&#8221;.</p>
<p>Ma oggi, finalmente, con la ripubblicazione di <em>Davide</em>, Carlo Coccioli comincia a tornare in libreria. Ovviamente ci auguriamo che sia possibile restituire al pubblico italiano non solo questo romanzo, ma almeno la parte più solida e sicura dell&#8217;opera di Coccioli. Ed è bello vedere che questo ritorno in libreria &#8211; dopo anni di ostracismo, di assenza, di vita fantasmatica &#8211; è salutato con favore da scrittori e scrittrici di tutte le specie e di tutte le età.</p>
<p>Antonella Cilento: &#8220;È giunto il momento che l&#8217;Italia lo recuperi&#8221;. Bruno Gambarotta: &#8220;Ho sempre desiderato conoscere la sua opera e finalmente si presenta l&#8217;occasione di colmare il vuoto. Farò il possibile per far circolare la notizia che il fiume carsico Coccioli ritorna finalmente in superficie&#8221;. Alcide Pierantozzi: &#8220;Quella dell&#8217;uscita di Davide è una notizia splendida&#8221;. Giuseppe Lupo, che ha annotato i carteggi raccolti in <em>La storia dei &#8220;Gettoni&#8221; di Elio Vittorini</em> (a cura di Vito Camerano, Raffaele Crovi e Giuseppe Grasso, Aragno 2007): &#8220;È un&#8217;operazione molto importante, l&#8217;idea di recuperare e rilanciare un autore come Coccioli&#8221;. Giacomo Sartori, altro scrittore che vive la maggior parte della vita fuori dall&#8217;Italia (a Parigi): &#8220;Adoro &#8211; letteralmente &#8211; Coccioli, che avevo scoperto già molti anni fa da solo&#8221;. Sergio Pent: &#8220;Concordo sull&#8217;importanza di riscoprire il <em>Davide</em> di Coccioli e anche le altre sue opere ormai da tempo introvabili&#8221;. Giancarlo De Cataldo si proclama lettore di Coccioli &#8220;da tempi immemorabili&#8221;. E così via, ormai la mia casella della posta è tutta un fiorire di incoraggiamenti.</p>
<p>Ma la gioia per il ritorno in libreria di un autore così paradossalmente amato e dimenticato, e l&#8217;apprezzamento per la sua opera, non possono trasformarsi in acritica lode. Trovo molto interessante quanto mi ha scritto il poeta romano Franco Buffoni: &#8220;Saluto con gioia l&#8217;uscita di <em>Davide</em> nelle edizioni Sironi. Anche per ragioni anagrafiche sono un coccioliano <em>d&#8217;antan</em>. Naturalmente ritengo superata la posizione di Coccioli nei confronti del mondo abramitico (salvezza, eternità, afflato), ma ammiro sempre il suo coraggio per avere affrontato &#8211; in anni difficilissimi &#8211; la tematica omosessuale. Per questo ti invito a ripubblicare anche, per esempio, <em>Fabrizio Lupo</em>. Erano quelli gli anni duri democristiani, in cui Coccioli lavorava e pubblicava in Francia, in Messico. Mentre il Coccioli di <em>Davide</em> nel 1978 già venne accolto in un clima diverso, come testimoniano l&#8217;attenzione critica e i premi ricevuti. Ricordo però il commento del rettore di un noto liceo cattolico milanese: &#8220;Peccato, è il libro che darei in mano a tutti i nostri allievi. Non fosse per quella esplicita carica erotica omosessuale&#8221;. Ecco &#8211; seguendo l&#8217;esempio coraggioso di Coccioli &#8211; noi oggi lottiamo anche perché un liceale possa innamorarsi del compagno di banco senza doversene vergognare. Ma paradossalmente l&#8217;ostacolo che incontriamo è proprio in quell&#8221;ordine del Creato&#8217; tanto caro anche allo stesso Coccioli. Sono ormai convinto che una vera e profonda accettazione dell&#8217;omosessualità nelle nostre società non possa che conseguire all&#8217;affrancamento dal retaggio abramitico. Quel retaggio in virtù del quale si ritiene che un &#8220;creatore&#8221; abbia voluto generi e specie così come sono, immutabilmente. Da tale retaggio viene l&#8217;ottuso trincerarsi di molti dietro a un feticcio chiamato &#8220;diritto naturale&#8221;. Da qui i feroci attacchi da parte dei vari fondamentalismi abramitici &#8211; <em>in primis</em> quello vaticano &#8211; contro il movimento omosessuale. Dunque in <em>Davide</em> assistiamo a mio avviso a uno scontro paradossale: Coccioli <em>vs</em> Coccioli&#8221;.</p>
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