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	<title>Alcor &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Deus ex Makina: Maniak</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Mar 2024 06:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Forlani</strong> <br />Da un po'sto collaborando con Limina Rivista, con delle autotraduzioni dal francese di piccoli assaggi ( essais) letterari pubblicati in oltre vent’anni sulla rivista parigina l’Atelier du Roman diretta da Lakis Proguidis. Dopo Philip K Dick, Franz Kafka, Anna Maria Ortese, Charles Dickens è stata la volta di Boris Vian. Qui una nota a un libro indispensabile.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-107167" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x.jpg" alt="" width="443" height="696" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-652x1024.jpg 652w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-768x1207.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-978x1536.jpg 978w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-150x236.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-300x471.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-696x1093.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/i__id13400_mw1000__1x-267x420.jpg 267w" sizes="(max-width: 443px) 100vw, 443px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La nuova crociata dei bambini</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>di</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Sarà pur vero che oggi più che mai viviamo in un&#8217;epoca in cui solo la tecnica potrà finalmente offrirci la consapevolezza della fragilità nostra e del nostro pianeta, ma sarà ancora una volta la letteratura a renderne disponibile il racconto. Sentiamo da due anni almeno, come voci di Cassandra, gli uni e gli altri, raccontarci la&#8221;svolta&#8221; delle nostre vite con l&#8217;avvento dell&#8217;<strong>Intelligenza artificiale</strong>, in ogni campo dello scibile umano, in ogni parte dell&#8217;umano senza alcuna distinzione tra anima e corpo ma questo di Labatut è il primo libro, almeno per me, a tentare una genealogia appassionante di tale rivoluzione tanto cruenta quanta necessaria, per capire da dove si era partiti.</p>
<p>Dalle prime pagine di <a href="https://www.adelphi.it/libro/97888459383">questo romanzo </a>vivamente consigliatomi dall&#8217;amico Miguel Gallego, sentiamo una profonda tensione tra vita e tecnica, una guerra senza esclusione di colpi, combattuta da eroi, generalmente scienziati, alle prese con le scoperte che hanno cambiato la storia dell&#8217;umanità, con tanto di nome e cognome e fatti che potremmo definire storici.  <a href="https://www.scienzaefilosofia.com/2024/01/06/henri-bergson-e-lintelligenza-nelle-cose/#_ftn2" name="_ftnref2"></a></p>
<p><em>&#8220;Tutto ebbe inizio con un telaio meccanico, e devo dire che si trattava di un apparecchio mostruoso. Sembrava proprio la macchina sognata da Franz Kafka nel suo racconto Nella colonia penale, quella che incide sul corpo del condannato il comandamento che ha trasgredito: un gigantesco insetto metallico con diecimila zampe, che ingurgitava istruzioni e secerneva fili di seta come un vecchio ragno deforme. Papà l&#8217;aveva portato a casa per farcelo vedere.&#8221;</em></p>
<p>A pagina settanta di questo &#8220;curioso&#8221; libro di Benjamin Labatut si racconta della scoperta, fondamentale per il celebre matematico Von Neumann, di un telaio a schede perforate. Sono andato a riprendere l&#8217;incipit del racconto in questione e un dubbio non affatto inessenziale è sorto su come fosse stato tradotto in due versioni differenti. Poiché si trattava di un&#8217;opera in tedesco ho chiesto lumi alla mia amica Silvia Bortoli, germanista:</p>
<p><em>Silvia cara assai, mi servirebbe una piccola tua consulenza traduttoria. Nella colonia penale di Kafka, l&#8217;incipit in francese dice &#8220;c&#8217;est un appareil singulier&#8221;, in quella italiana, credo perché ho consultato una versione on line pirata: &#8220;&#8221;È una macchina veramente curiosa&#8221;, tu come l&#8217;avresti tradotto?</em></p>
<p><em>Io avrei tradotto &#8220;è un apparecchio singolare&#8221;. È una versione fedele. Cosi lo traduce anche Andreina Lavagetto (Feltrinelli), ma Anita Rho, grande traduttrice della generazione precedente, che traduceva con maggior libertà e maggiore attenzione all&#8217;efficacia narrativa, ha tradotto con &#8220;È veramente una macchina curiosa&#8221;, e ritmicamente è migliore di quella che hai trovato tu, che pure le assomiglia.</em></p>
<p><strong>Apparecchio</strong>, che come ci ricorda la Treccani è &#8220;nell’uso tecn. e scient., complesso di elementi di varia natura, meccanici, elettrici, ecc., coordinati in modo da costituire un dispositivo atto a un determinato scopo&#8221;.</p>
<p>Apparecchio dunque ma anche congegno narrativo, dispositivo, telaio, trama, ordito, filo, per rimanere alla &#8220;macchina&#8221; che strega una delle menti più brillanti del secolo breve,  come ci viene raccontato da Eugene Wigner, Premio Nobel per la fisica nel 1963.</p>
<p><em>Ho conosciuto Planck, von Laue e Heisenberg. Paul Dirac era mio cognato, Leo Szilard e Edward Teller sono stati fra i miei più cari amici, e anche Albert Einstein era un buon amico. Ma nessuno di loro aveva una mente rapida e acuta come quella di János von Neumann. L’ho affermato diverse volte in loro presenza, e nessuno mi ha mai dato torto.</em><br />
<em>Solo lui era del tutto vigile.</em></p>
<p>Leggendo capitolo dopo capitolo questa incredibile prova di Labatut non si può non pensare al grande Marcel Schwob, e in particolare a due opere. Sicuramente, <em>Vite immaginarie, </em>e a seguire <em>La crociata dei bambini. </em>Il primo per la dimensione programmatica della bio-fiction, vero e proprio manifesto su come &#8220;romanzare&#8221; la vita degli altri, famosi o meno che siano; il secondo per aver saputo come pochi illustrare quello strano episodio del 1212, all&#8217;insegna del frammento di Eraclito tra i più oscuri e sorprendenti: <em>Il tempo è un bambino che gioca, che muove le pedine; di un bambino è il regno</em>.</p>
<p>Scrive Schwob:</p>
<p><em>Ed è proprio su questo che si fonda l&#8217;arte del biografo: sulla scelta. Non deve essere vero; deve creare una congerie di tratti umani. Leibnitz dice che per creare il mondo, Dio ha scelto il migliore tra i mondi possibili. Come una divinità inferiore, il biografo è in grado di scegliere, fra i possibili umani, ciò che è unico. Non deve ingannarsi sull&#8217;arte, non più di quanto Dio si sia ingannato sulla bontà. È necessario che l&#8217;istinto di entrambi sia infallibile. Pazienti demiurghi hanno raccolto per il biografo certe idee, certi movimenti fisiognomici, certi fatti. La loro opera è sparsa nelle cronache, nelle memorie, negli epistolari e negli scolii. In mezzo a questo arruffio il biografo sceglie ciò che gli serve per dare vita a una forma che non somiglia a nessun&#8217;altra. Non serve che essa sia simile a quella che fu creata un tempo da un dio superiore, basta che sia unica, come qualsiasi altra creazione.</em></p>
<p>La sensazione che si ha leggendo Maniac, è che Benjamin Labatut abbia seguito alla lettera le indicazioni di Schwob, ovvero programmando la sua <em>makina</em> anagramma di <em>maniak</em> ben al di là della bibliografia proposta nelle ultime pagine, esplorando ognuno degli interstizi offerti in quell&#8217;immensa documentazione a disposizione.</p>
<p>In altri termini non commette l&#8217;errore di molti biografi di credersi storici privandoci, per quella strana ambizione alla scientificità del dato oggettivo, di quanto v&#8217;è di più essenziale nella vita e soprattutto nell&#8217;arte del romanzo:</p>
<p><em>E così ci hanno privato di mirabili ritratti. Hanno creduto che solo la vita dei grandi uomini potesse interessarci. L&#8217;arte è estranea ad analisi di questo tipo. Agli occhi del pittore il ritratto d&#8217;un perfetto sconosciuto, fatto da Cranach, ha lo stesso valore di quello di Erasmo. Non è grazie al nome di Erasmo se quel quadro è inimitabile. L&#8217;arte del biografo dovrebbe consistere, piuttosto, nel dare lo stesso risalto sia alla vita d&#8217;un povero attore che a quella di Shakespeare. È un bieco istinto che ci fa constatare con piacere la contrazione del muscolo sternomastoideo nel busto di Alessandro, o il ciuffo in testa nel ritratto di Napoleone. Il sorriso di Monna Lisa &#8211; per quanto ne sappiamo potrebbe anche essere un uomo &#8211; ha un che di ben più misterioso.</em></p>
<p><strong><em>Enfant prodige</em></strong></p>
<p>In ognuna delle tre parti che compongono il polittico immaginato da Labatut troviamo la parola Wunderkind.</p>
<p><em>&#8220;Quindi c’era un alieno in mezzo a noi, un vero Wunderkind, e a scuola tutti parlavano di lui. Dicevano che aveva imparato a leggere a due anni&#8221;.</em></p>
<p>Per il piccolo Von Neumann, che ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione della Bomba Atomica prima e nella rivoluzione informatica poi, risuona nel lettore il frammento eracliteo, del bambino preso dal suo stesso gioco, come quando, da adulto bambino è alle prese con il MANIAC, ovvero la loro macchina Mathematical Analyzer Numerical Integrator And Computer.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107194" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-03-à-22.15.36.png" alt="" width="731" height="190" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-03-à-22.15.36.png 731w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-03-à-22.15.36-300x78.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-03-à-22.15.36-150x39.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-03-à-22.15.36-696x181.png 696w" sizes="(max-width: 731px) 100vw, 731px" /></p>
<p>I protagonisti vengono descritti, raccontati, messi sovente a nudo, da quanti ne costituiscono il vero mondo di relazioni sociali e vitali: qui è la moglie che lo racconta, la prima o la seconda, un collega di laboratorio, un concorrente, l&#8217;amico anche se è il più delle volte dai nemici che arriva al lettore il tassello decisivo. Come nella Crociata dei Bambini di Schwob, il nudo fatto si veste delle narrazioni di ognuno dei protagonisti o semplici testimoni dei fatti: il goliarda, il lebbroso, i bambini, il Papa, il mendicante o la piccola Allys.</p>
<p>Sappiamo da Klára Dán Von Neumann, dopo un esilarante scambio di vedute del suo John con Albert Einstein e di cui lasceremo al lettore la scoperta, come per lui la vita fosse soltanto un gioco, un terribile gioco da prendere sul serio. Ed è grazie ad uno dei suoi eccessi che scopriamo la più insostenibile delle verità con cui uno scienziato deve misurare la propria coscienza. Non è allora questione di agire nel mondo con una doppia morale, come nella recente opera cinematografica dedicata a Oppenheimer da Christopher Nolan, ma di ammettere una volta e per tutte che quando si fa una scoperta non è possibile tornare indietro.</p>
<p><em> « Quello che stiamo creando» disse «è un mostro la cui influenza cambierà il corso della storia, sempre che una storia continui a esserci! Ma sarebbe impossibile non andare fino in fondo. Non solo per ragioni militari, ma anche perché non sarebbe etico, da un punto di vista scientifico, non fare quel che sappiamo di poter fare, per quanto le conseguenze possano essere terribili. E questo è solo l&#8217;inizio! ».</em></p>
<p>È un passaggio chiave a mio avviso perché permette di capire cose altrimenti insostenibili dal punto di vista etico. Ricordo perfettamente quando in una piacevole conversazione con un mio compagno di liceo diventato medico, in cui gli raccontavo dei miei studi sulla &#8220;questione della colpa nella Germania Nazista, mi parlò del suo manuale, credo di fisiologia, se non ricordo male- ma non ne ho trovato conferma in rete- del Favilli, che riportava a proposito delle conoscenze della medicina sull&#8217;ipotermia come queste fossero state acquisite sulla pelle dei deportati nei campi di concentramento.</p>
<p>Ricordo allora la stessa domanda &#8211; ma non le risposte- sulla legittimità di tali scoperte, su come si potesse &#8220;approfittare&#8221; di tale abominio. Non è affatto un mistero che il peggiore istinto dell&#8217;uomo, nell&#8217;esercizio dell&#8217;arte della guerra, abbia nella storia prodotto invenzioni micidiali, armi terribili, con il solo scopo di dominare la vita degli altri, ma un mistero rimane su come le stesse abbiano provocato come effetti collaterali beni preziosi per l&#8217;umanità. Le prime riprese cinematografiche dei Fréres Lumière, come ci ricorda la studiosa <a href="https://journals.openedition.org/rha/2983#ftn2">Violaine Challéat</a>  facevano riferimento a scene militari, così l&#8217;energia atomica o la stessa Rete Internet, inventata in piena guerra fredda. Von Neumann ci dice che sarebbe perfino non etico rinunciare alla verità di una scoperta, a prescindere dalle idee e azioni che l&#8217;hanno resa possibile. MANIAC è figlio delle menti di Los Alamos, l&#8217;IA la piena realizzazione dell&#8217;avventura.</p>
<p><em>«Con la creazione della bomba atomica i fisici hanno conosciuto il peccato, ed è una conoscenza che non possono più perdere». Questo aveva detto Oppenheimer.</em><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107196" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-04-à-00.01.08.png" alt="" width="683" height="521" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-04-à-00.01.08.png 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-04-à-00.01.08-300x229.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-04-à-00.01.08-150x114.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-04-à-00.01.08-551x420.png 551w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-04-à-00.01.08-80x60.png 80w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></p>
<p><strong>Un gioco da ragazzi</strong></p>
<p><em>&#8220;AlphaGo era il parto della mente di Demis Hassabis, un Wunderkind della zona nord di Londra che aveva quattro anni quando vide il padre – un cantautore nonché proprietario di un negozio di giocattoli greco-cipriota – giocare a scacchi con lo zio. Chiese loro se gli potevano insegnare a muovere i pezzi sulla scacchiera, e un paio di settimane dopo nessuno dei due era più in grado di sconfiggerlo.&#8221;</em></p>
<p>Grazie a Labatut scopriamo che a Los Alamos, coloro che avrebbero fabbricato il più grave assalto al cielo da che storia era storia, giocavano spesso a scacchi prima di lasciarsi sedurre da un altro gioco più antico e importato dall&#8217;oriente, il GO. E scoprirà il lettore l&#8217;incredibile storia della famosa partita dell&#8217;Atomica, quella giocata dall&#8217;allora campione in carica di GO, Utaro Hashimoto, contro lo sfidante Kaoru Iwamoto, il 6 Agosto del 1945 a Hiroshima.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107313" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-10.14.57.png" alt="" width="434" height="62" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-10.14.57.png 434w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-10.14.57-300x43.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-10.14.57-150x21.png 150w" sizes="(max-width: 434px) 100vw, 434px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_107199" aria-describedby="caption-attachment-107199" style="width: 945px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-107199 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38.png" alt="" width="945" height="564" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38.png 945w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38-300x179.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38-768x458.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38-150x90.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38-696x415.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-02-25-à-13.02.38-704x420.png 704w" sizes="(max-width: 945px) 100vw, 945px" /><figcaption id="caption-attachment-107199" class="wp-caption-text">Scena de &#8220;Il processo&#8221; di Orson Welles</figcaption></figure>
<figure id="attachment_107198" aria-describedby="caption-attachment-107198" style="width: 621px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-107198 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score.jpg" alt="" width="621" height="403" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-300x195.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-1024x665.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-768x499.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-150x97.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-696x452.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-1068x693.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/google-ai-outsmarts-human-champion-go-board-game-5-0-score-647x420.jpg 647w" sizes="(max-width: 621px) 100vw, 621px" /><figcaption id="caption-attachment-107198" class="wp-caption-text">Children play the popular East Asian board game Go, also known as Baduk in Korean, at the 11 World Youth Baduk Championship in Seoul, 2011( PHOTO REUTERS)</figcaption></figure>
<p>Nelle ripetute sfide tra giocatori in carne e ossa e macchine pensanti raccontate con estrema grazia da Labatut – splendidamente tradotto da Norman Gobetti- si rimane davvero incantati come quando si assiste ad un gioco che non si conosce affatto ma che ci coinvolge attraverso l’estrema precisione con cui i giocatori lo vivono. L’illusione- stare nel gioco, in ludum- sembra moltiplicarsi da sé, il gioco vivere di vita propria, come nel racconto poco noto di Walter Benjamin Rastelli racconta.</p>
<p>Rastelli è un mago che ha un solo numero, semplicissimo e meraviglioso che consiste nel far eseguire a una palla movimenti e volteggi con le sole note di un flauto dotato di poteri sovrumani. Quando viene presentato alla corte di un sultano che nulla perdona e molto offre a chi fosse stato in grado di divertirlo accade il fatto. Nessuno sapeva il trucco del mago che consisteva nel dirigere la palla grazie a un nano che in una simbiosi perfetta con la sfera e le note del suo padrone, invisibilmente creava quel gioco. La sera del tanto temuto spettacolo Rastelli, pur avendo percezione di qualcosa di terribile, esegue alla perfezione il suo numero riuscendo così ad avere salva la vita e ottenere un lauto premio dal committente.</p>
<p>Quando all’uscita del palazzo attende il complice nano per felicitarsi accade che al posto di questi si presentasse trafelato un messaggero che quasi lo assale in mezzo alle guardie <em>:</em></p>
<p><em>«Vi ho cercato dappertutto, signore, – gli disse. – Ma Voi avevate lasciato le vostre stanze anzitempo, e non mi è stato concesso di accedere al Palazzo». Ciò dicendo mostrò una lettera autografa del nano. «Caro maestro, non siate in collera con me, – c’era scritto. – Oggi non potete esibirvi dinanzi al Sultano. Io sono malato e non posso lasciare il letto».</em></p>
<p>Appassionante l’ultima sfida all&#8217;ultima pietra, tra il Wunderkind Lee Sedol e AlphaGo. Quando la macchina ha sfidato il bambino e ha vinto, quando abbiamo scoperto che Dio stava per tornare sulla terra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Alcor gentil rempaira sempre</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/06/24/alcor-gentil-rempaira-sempre-silvia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 07:43:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Alcor]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Bortoli]]></category>
		<category><![CDATA[Temperanza]]></category>
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					<description><![CDATA[«Cari, Alcor si è ricongiunta con me e insieme abbiamo costruito un libro con una parte dei vecchi pezzi del suo blog. Francesco e Gherardo sono stati così gentili da volerne postare qualcuno qui. Non sarà facile trovare questo libro, bisognerà volerlo molto e se qualcuno ci tenesse spero di facilitargli le cose indicandogli il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/bortolisilvia.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/bortolisilvia-200x300.jpg" alt="" title="Layout 1" width="200" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-39357" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/bortolisilvia-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/bortolisilvia.jpg 435w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a><br />
<em>«Cari, Alcor si è ricongiunta con me e insieme abbiamo costruito un libro con una parte dei vecchi pezzi del suo blog. Francesco e Gherardo sono stati così gentili da volerne postare qualcuno qui.</p>
<p>Non sarà facile trovare questo libro, bisognerà volerlo molto e se qualcuno ci tenesse spero di facilitargli le cose indicandogli il sito del suo editore. ( <a href="http://ciceroeditore.com/BortoliS.html">Cicero editore Venezia</a> ) »<br />
Baci<br />
Silvia</em></p>
<p>da<br />
<em>Come sono finita dove sono finita</em><br />
di<br />
<strong>Silvia Bortoli</strong></p>
<p><strong>traslocare</strong><br />
Bisognerebbe traslocare, ogni tanto.<br />
Ho letto che il trasloco e il divorzio sono gli eventi più traumatici nella vita di una persona, lutti a parte.<br />
Ma per gli ammucchiatori il trasloco è l’unico modo per liberarsi del passato, dei sensi di colpa, delle cose inutili che hanno accumulato negli anni, di quei fondi di cassetto di cui un poco si vergognano e che vorrebbero essere ripuliti, riordinati, sgomberati, e nessuno li ascolta.<br />
Io dovrò traslocare, tra poco.<br />
<span id="more-39356"></span><br />
Ogni tanto apro gli armadi e guardo i vestiti appesi cercando di decidere che cosa butterò. Ne ho alcuni che hanno trent’anni. Strani. Mi chiedo perché li ho comprati, come mai mi sono piaciuti, sempre che mi siano piaciuti, com’è possibile che mi piacessero quei colori, quei tessuti, quei tagli.</p>
<p>Le scarpe le butto con maggior facilità, viaggio prevalentemente con un vecchio paio di Nike color muffa che mi ha regalato il mio ex marito un giorno che l’ho incontrato mentre stava preparandosi ad andare in Cina, qualche anno fa.<br />
Abbiamo passato un paio d’ore a provare scarpe adatte a camminarci dentro dodici ore al giorno e per la mia pazienza sono stata premiata con il paio gemello delle sue. Il viaggio in Cina però non l’ho fatto.<br />
Ma i vestiti non li butto. Perché fatico tanto a liberarmene? mi chiedo. Sono una collezionista?</p>
<p>Quand’ero bambina i vestiti si passavano tra fratelli e cugini, dev’essere un ricordo di quell’educazione contraria a ogni spreco. I cappotti si rivoltavano e uscivano quei tessuti strani, anche belli, imprevisti. Il pranzo rifiutato te lo rimettevano davanti la sera e il vestito di tua cugina cresciuta toccava a te, anche se il verde ti faceva sembrare malata.<br />
Dev’essere questo.</p>
<p>Ho conosciuto un’americana, anni fa, che aveva traslocato venti volte e le sue case nascevano pronte al trasloco, semplificate, quasi scivolose, fatte per infilarsi automaticamente negli scatoloni, nei camion, nei containers.<br />
Le mie case no, ho traslocato solo sei volte, non sono ancora pronta, non mi sono ancora specializzata.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/cappello.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/cappello.jpg" alt="" title="cappello" width="300" height="300" class="alignright size-full wp-image-39359" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/cappello.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/cappello-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Ho grumi di cose che aspettano di essere “selezionate ed eliminate”, giornali, libri di scuola, guide Michelin degli anni ’90, due contenitori con tutte le ricette uscite sui magazine del Corriere e della Repubblica, ritagliate e ordinatamente inserite. Ne avrò trecento e non ne ho mai provata una. Un cappello con la veletta e un buco all’altezza del naso. Due foulard giganti che non si possono usare nemmeno come parei perché sono quadrati, e tutti e due hanno una scoloritura grande quanto un’unghia nello stesso punto. Cinture di impermeabili che non possiedo. Otto scatole di dischetti vecchi che il mio nuovo sistema non sa leggere, l’hard disk rotto del computer con dentro quattro anni di posta. Le matrici degli assegni di una banca in cui avevo un conto trentatrè anni fa.</p>
<p>Due scaffali pieni di contenitori e cartelline con “cose d’altri” cioè prevalentemente poesie e testi di amici in fase di avanzamento. Tre radiografie formato lenzuolo della mia spina dorsale più altre più piccole di altri pezzi di scheletro, una anche della testa. Numeri spaiati di riviste varie, Aut Aut, Quaderni rossi, Quaderni Piacentini, Per la critica, Verri di Anceschi e nuovo Verri, tre numeri di Angelus Novus. Fotocopie di materiali per la mia tesi. Una tesina di storia della Chiesa in età conciliare, scritta a macchina. Ogni tanto mi siedo davanti a mio marito e cerco di convincerlo a vendere tutti i mobili. Lui mi guarda e dice, <em>perché no? mi sembra una buona idea</em>.<br />
Il fatto che dica di sì, essendo lui un uomo tutt’altro che pratico, uno che se deve star via dieci giorni si porta dietro venti camicie, mi lascia perplessa.</p>
<p><strong>illuminazione</strong></p>
<p>Sul display del mio cellulare, sotto la scritta Vodafone, è comparsa la parola “Illuminazione”. Sarà un segno, mi dico, forse devo cercarla, del resto le cose si sono un po’ appannate, ultimamente.</p>
<p><strong>notturno</strong></p>
<p>Anni fa, ho avuto una breve passione cinematografica per Rüdiger Vogler.<br />
Rompevo parecchio, evidentemente, perché un giorno, alla Mostra del cinema, l’uomo con cui ero, vedendolo passare, gli è corso dietro e lo ha fermato. Scusi, gli ha detto, c’è una persona che vorrebbe conoscerla, e così io e Rüdiger Vogler ci siamo stretti la mano. E poi io ho picchiato l’uomo con cui ero.</p>
<p>Queste cinque futili righe, qui sopra, frutto dell’insonnia, non le voglio cancellare, nonostante la loro assurdità.<br />
A chi interessa infatti che io abbia stretto la mano a Rüdiger Vogler? A me certamente no, e tanto meno a voi.<br />
Tra l’altro non ci siamo detti niente di memorabile, com’è ovvio, prima di riprendere ognuno la propria strada.<br />
E neppure me lo ricordavo, ma la mente faceva il suo lavoro da galeotta, chiusa nella mia scatola cranica, e non riusciva a trovare la porta per entrare nel sonno, perciò frullava frullava frullava inutilmente finché non mi sono alzata, ho preso un sonnifero e mentre aspettavo che facesse effetto sono venuta qui a fumarmi una sigaretta e ho acceso il computer.</p>
<p>Ho un’amica che medita e ha cercato di insegnarmi.<br />
Lei chiama quel lavorìo della mente che distrae dal perfetto distacco, la scimmia.<br />
A me sembra invece che abbiamo nella testa un biliardo dove i pensieri – quelle bocce fatte di un agglomerato di immagini, percezioni e frammenti – schizzano urtandosi da una sponda all’altra della nostra percezione di noi che forse è dentro di noi o forse è noi.</p>
<p>Una delle ragioni per cui non sono stata una brava allieva è l’acuta diffidenza del mio ego che mi sussurra, ma se mi metti al bando, che cosa resterà? Insomma, ho paura del vuoto pneumatico della mente, non mi sembra salvifico.<br />
Se mai arrivassi al nulla perfetto, mi chiedo, sarei contenta felice placata? La mia attività cerebrale muterebbe?<br />
E con quali risultati? Quella stretta di gioia che mi viene a volte quando vedo una persona che amo, si stempererebbe in un amore generale, sì, ma più tiepido e flebile?<br />
Ho davvero voglia di lasciare le mie nevrotiche spoglie occidentali sulla sedia, come un vestito smesso?<br />
Me ne starei qui a chiacchierare?</p>
<p>Però la notte quel vuoto lo cerco, come tutti, e invece a volte le palle sbattono frenetiche contro la sponda e quanto più futili, tanto più numerose e implacabili, perciò, non so per quale traiettoria e uscito da dove, nel rettangolo del mio biliardo è schizzato Bruno Ganz e rimbalzando ha spinto verso di me il ricordo di Rüdiger Vogler, e io lascerò qui il brandello delle mie inutili fatiche notturne, per ricordarmi che quando non si riesce a dormire è meglio leggere che scrivere.</p>
<p>[Di Bruno Ganz mi era tornato in mente questo:<br />
Una notte d’inverno ero alla fermata del vaporetto ed è arrivato per l’appunto lui, avvolto in un cappottone. Ce ne stavamo lì nella nebbia ad aspettare, solo noi due, Bruno Ganz e io, e ci eravamo riconosciuti. O meglio, io avevo riconosciuto lui, e lui aveva riconosciuto la spettatrice di buona memoria. A un certo punto non mi è sembrato bello far finta di niente, come se avessi incontrato mia zia e fingessi di non vederla, perciò, se non altro per la Marchesa di O., gli ho sorriso e ho detto, grazie. Lui mi ha fatto un sorriso radioso e ha detto, prego. E poi è arrivato il vaporetto.]</p>
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