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	<title>alessandro manzoni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un&#8217;estate con Manzoni #L&#8217;immaginario (Ghost Track)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/09/07/unestate-con-manzoni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Sep 2023 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Ghost Track]]></category>
		<category><![CDATA[L'immaginario]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Viscardi </strong> <br /> Secondo Giorgio Manganelli, Manzoni era il solo scrittore italiano paragonabile ai russi. Ed è vero, c’è tanta aria di famiglia con Dostoevskij, ma anche con altri creatori di mondi (...). In questi romanzieri, come in Manzoni, si sente il respiro del mondo, e il mondo non è un animale addomesticabile.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_104271" aria-describedby="caption-attachment-104271" style="width: 656px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-104271" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave.png" alt="" width="656" height="437" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave.png 865w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-300x200.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-768x512.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-150x100.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-696x464.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-630x420.png 630w" sizes="(max-width: 656px) 100vw, 656px" /><figcaption id="caption-attachment-104271" class="wp-caption-text">David Hockney, &#8220;A Bigger Wave&#8221;, 1989</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">[La rubrica &#8220;Un&#8217;estate con Manzoni&#8221; ci ha accompagnate/i per tutto il mese di agosto, ogni giovedì. Ecco oggi l&#8217;ultima puntata, non prevista: una Ghost Track. Per rileggere tutti i pezzi, basta seguire il tag <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/unestate-con-manzoni/">Un&#8217;estate con Manzoni</a>. <em>ot</em>]</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong> </strong></p>
<p style="font-weight: 400;">di<strong> Marco Viscardi</strong><strong> </strong></p>
<p style="font-weight: 400;">C’è un passaggio che, ad una lettura veloce del testo, può sfuggire. Siamo nel settimo capitolo e don Rodrigo sta progettando di rapire Lucia e chiudere così la partita. Per farlo, bisogna organizzarsi, così stila un piano di battaglia col Griso, che sa perfettamente dove poter stabilire il quartier generale di questa efferata azione:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Abbiam bisogno d&#8217;un luogo per andarci a postare: e appunto c&#8217;è, poco distante di là, quel casolare disabitato e solo, in mezzo ai campi, quella casa&#8230; vossignoria non saprà niente di queste cose&#8230; una casa che bruciò, pochi anni sono, e non hanno avuto danari da riattarla, e l&#8217;hanno abbandonata, e ora ci vanno le streghe: ma non è sabato, e me ne rido. Questi villani che son pieni d&#8217;ubbie, non ci bazzicherebbero, in nessuna notte della settimana, per tutto l&#8217;oro del mondo: sicché possiamo andare a fermarci là, con sicurezza che nessuno verrà a guastare i fatti nostri.</em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Lo sguardo del Griso è materialista: il casolare è abbandonato perché è andato a fuoco e, in tempi di carestia, non ci sono i soldi per rimetterlo in sesto. Pensiero puro e visione disincantata. Mentre il pensiero popolare è creativo e fa di una casa-rovina il luogo di un Sabba, il Griso ha una visione disincantata del mondo. La sua esperienza di uomo d’arme lo mette a riparo dalle credenze dei nullafacenti. Sull’immaginario dei villani cade la sua risata distruggitrice. Certo, se leggiamo con attenzione, il laicissimo Griso non è così convincente…<em> ma non è sabato, e me ne rido</em>, certo andarci in giorno di Sabba, di notte, lontano da tutti… quella sarebbe un’altra storia!</p>
<p style="font-weight: 400;">A quelle streghe, però, Manzoni doveva tenere, se il rapido accenno viene amplificato da questa stralunata vignetta di Gonin, che spezza il periodo e ci restituisce visivamente quelle che erano le paure di Renzo e Lucia:</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-104769 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.21.37.png" alt="" width="514" height="286" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.21.37.png 514w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.21.37-300x167.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.21.37-150x83.png 150w" sizes="(max-width: 514px) 100vw, 514px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Come pensano i personaggi dei romanzi? Conosciamo gli immaginari di alcuni, sappiamo quali sono i sogni di Chisciotte e quelli di Emma Bovary; Werther e Ortis ci hanno confidato chi sono i loro eroi e quanto costi non adeguarsi a loro, ma non usciamo dalla letteratura. Anzi, i loro sogni sono letteratura al quadrato: Chisciotte pensa ai cavalieri antichi, Emma Bovary alle eroine dei romanzi e del melodramma, Ortis legge Plutarco e Werther declama Omero e Ossian… si potrebbe tornare a Paolo e Francesca che capiscono qualcosa dei loro caotici sentimenti solo attraverso le azioni immaginarie di Lancillotto e Ginevra.</p>
<p style="font-weight: 400;">Non si esce dalla letteratura e, soprattutto, dalla parola scritta. Al contrario Manzoni ci porta in un immaginario illetterato e analfabeta. Ai margini della vicenda principale, il narratore si fa antropologo e investiga un mondo mentale dove non esistono confini netti fra il cielo e la terra, fra il giorno e la notte, ma ogni cosa è permeabile, aperta, modificabile.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’indagine storiografica del romanziere si allarga a nuove, sorprendenti regioni, il suo sguardo penetra nell’inconscio collettivo delle paure, dei deliri, in un momento storico in cui queste credenze non sono ancora elementi di un folclore oleografico, ma determinano concretamente le azioni degli uomini nelle vicende della piccola cronaca e della grande storia.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il Griso, da cui è cominciato questo discorso, è un galileiano inconsapevole. La grande rivoluzione scientifica stava modificando per sempre la comprensione del cosmo, mettendo il sole al centro di un universo meccanicista, svuotato da spiriti e fantasmi, ma colmo di materia in movimento. Era iniziato il tempo del movimento puro, senza bisogno di un Dio a costituirne l’origine: il tempo delle tassonomie e delle catalogazioni della realtà per quella che è.</p>
<p style="font-weight: 400;">Un nuovo modo di concepire il sapere che avrebbe lentamente ma implacabilmente distrutto le fantasie delle campagne e i deliri dei cittadini. Un mondo nuovo e piatto che poteva stare tutto in un foglio di carta, bastavano penna e inchiostro per metterlo insieme; e forse per questo Renzo è così diffidente (ma stavo per dire “inorridito”) dalla scrittura che voleva incasellare la bellezza e l’irregolarità della sua esistenza nelle colonne di un elenco da riempire di generalità e dati esterni all’anima.</p>
<p style="font-weight: 400;">Se il Griso deride le streghe, molti invece credono alla loro esistenza, e non solo fra la povera gente. Nei capitoli nei quali Manzoni descrive la diffusione della peste, egli parla dell’assalto della folla impazzita alla lettiga del protomedico Ludovico Settala, autorità medica del Seicento milanese, colpevole di non aver colluso con le politiche di quanti volevano occultare il morbo per tenere tranquilla la popolazione. La moltitudine che l’attacca ravvisava in lui «il capo di coloro che volevano per forza che ci fosse la peste; lui che metteva in ispavento la città, con quel suo cipiglio, con quella sua barbaccia: tutto per dar da fare ai medici». L’ingiuria e la violenza sono il premio che «gli toccò per aver veduto chiaro, detto ciò che era, e voluto salvar dalla peste molte migliaia di persone», ma</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>quando, con un suo deplorabile consulto, cooperò a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perché il suo padrone pativa dolori strani di stomaco, e un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei, allora ne avrà avuta presso il pubblico nuova lode di sapiente e, ciò che è intollerabile a pensare, nuovo titolo di benemerito.</em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">«Del pari con la perversità, crebbe la pazzia»:<em> I Promessi sposi </em>sono saturi di storia, e anche le fantasie della notte sono storiche. Per comprendere la portata del contagio, non basta il conto dei malati, dei guariti e dei deceduti, ma bisogna capire il valore simbolico che la malattia assume agli occhi dei contemporanei, indagare quali paure riattiva, quali sogni e, soprattutto, quali incubi vengono scambiati per avvenimenti reali. Possiamo immaginare il grande Manzoni intento a leggere le cronache di quel contagio e, in particolare, quelle del Ripamonti e del Tadino, con gli occhi attenti a cogliere ogni vibrazione di irrazionalità e di pazzia che poi, rimeditati nella sua pagina, diventano chiavi essenziali per accedere ad un mondo oramai perso.</p>
<p style="font-weight: 400;">Leggiamone uno:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Due testimoni deponevano d&#8217;aver sentito raccontare da un loro amico infermo, come, una notte, gli eran venute persone in camera, a esibirgli la guarigione e danari, se avesse voluto unger le case del contorno; e come al suo rifiuto quelli se n&#8217;erano andati, e in loro vece, era rimasto un lupo sotto il letto, e tre gattoni sopra, «che sino al far del giorno vi dimororno»</em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Sembrerebbe il racconto di una cattiva digestione, ma siamo all’anticamera dell’orrore. Gonin si diverte a declinare il tratto allucinato e luminoso di Füssli in un interno milanese: manca lo splendore del corpo stravolto dal tumulto della mente, sostituito dall’espressione strozzata di chi sente davvero un pericolo la sua esistenza, fra le coltri di una casa non miserabile. Il lupacchiotto sotto al letto rima con l’allucinato cavallo, i gattoni hanno la stessa espressione della scimmia, ma passata al setaccio delle fiabe dei Grimm, persino le coperte si richiamano. Il russare di questo poveruomo si contrappone al silenzio sublime della sua compagna di travagli.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-104770 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.23.21.png" alt="" width="988" height="409" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.23.21.png 988w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.23.21-300x124.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.23.21-768x318.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.23.21-150x62.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.23.21-696x288.png 696w" sizes="(max-width: 988px) 100vw, 988px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Anche un sogno può diventare documento, ora che tutto è storia, tutto è utile ad allargare la conoscenza sulla permanenza dell’umanità su questa terra.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’inconscio individuale comprende sempre le paranoie collettive. Non si delira mai da soli ma, nei momenti più atroci della storia umana, il delirio è sempre generalizzato e l’occhio di una moltitudine spaventata deforma la realtà fino a renderla inconoscibile.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il diavolo in persona passeggia in carrozza per le vie di Milano, sotto l’aspetto di «un gran personaggio, con una faccia fosca e infocata, con gli occhi accesi, coi capelli ritti, e il labbro atteggiato di minaccia». È arrivato in città per reclutare portatori di morte, i famigerati untori e, per meglio tentare le sue prede, li porta direttamente nella sua dimora, che sembra uscita da un delirio manierista:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Dopo diversi rigiri, erano smontati alla porta d&#8217;un tal palazzo, dove entrato anche lui, con la compagnia, aveva trovato amenità e orrori, deserti e giardini, caverne e sale; e in esse, fantasime sedute a consiglio.</em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">L’episodio è riportato dagli storici del tempo, è una notizia realmente diffusa ed è arrivata velocemente sino alle contrade lontanissime, se persino il vescovo di Magonza si è interessato presso il suo omologo milanese sulla veridicità della faccenda.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-104771 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.24.19.png" alt="" width="501" height="397" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.24.19.png 501w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.24.19-300x238.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.24.19-150x119.png 150w" sizes="(max-width: 501px) 100vw, 501px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Siamo davvero nel mondo di Ariosto, ma soprattutto di Tasso; nel palazzo diabolico gli estremi, più che fondersi, si contrappongono, quasi si rispecchiano. Indimenticabile il tratto d’orrore dei fantasmi seduti a consiglio; la vignetta ci fa vedere questa combinazione di natura e cultura, dove la facciata del palazzo sembra una furba copertura al buio spaventoso della grotta, in cui si intravedono spettri e figure indistinte. Ma il centro è occupato dal buio che tutto vuole inghiottire: l’oscurità verso la quale è attratto il lettore, con la paura che se avvicina troppo il naso alla pagina, possa venire inghiottito da quell’abisso assoluto e inconoscibile. Non ci stupiremmo se da quella grotta, oltre alle fantasime manzoniane, uscissero anche i pagliacci assassini della narrativa dell’orrore statunitense.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-104772 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.25.45.png" alt="" width="497" height="326" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.25.45.png 497w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.25.45-300x197.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Schermata-2023-09-05-alle-09.25.45-150x98.png 150w" sizes="(max-width: 497px) 100vw, 497px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Il lupo, il diavolo e i gattoni sopra al letto! Ci sarebbe da ridere, se da questo immaginario goyesco non scaturisse la cieca violenza. «Da principio, – scrive Manzoni – si credeva soltanto che quei supposti untori fosse mossi dall’ambizione e dalla cupidigia; andando avanti, si credette che ci fosse non so quale voluttà diabolica in quell’ungere, un’attrattiva che dominasse la volontà». Nella caldea dell’immaginario, l’untore è un messo diabolico, posseduto da una <em>voluttà</em>, da una <em>attrattiva</em>, che ne tengono in scacco la libertà dell’arbitrio. Sono uomini che agiscono sotto la deduzione di quello che Ezio Raimondi ha definito «eros stregato e delirante». Spargere morte genera il godimento. L’immaginario collettivo partorisce i suoi mostri. Il ricordo degli untori lacera il mondo finzionale del romanzo e porta nel testo la violenza di una giustizia amministrata per compiacere il ventre e i sensi grossi delle masse. Il famoso processo della Colonna Infame, quello a cui Pietro Verri aveva dedicato le <em>Osservazioni sulla Tortura</em> e Manzoni l’appendice storica al romanzo. Due uomini, due innocenti, Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza vengono torturati, giustiziati come untori, e le loro case vengono abbattute. Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune. Il cristiano esercita la propria libertà, dice Manzoni in quella pagina, non arrendendosi all’orizzonte comune, ma seguendo la ragione e la pietà. Il ripudio della libertà, della ragione e della pietà hanno portato all’uccisione di due esseri umani: «un olocausto di innocenti, attuato e subìto dalla società milanese-lombarda del secolo barocco», secondo le parole, bellissime e tremende, di Ezio Raimondi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Finora abbiamo visto il narratore affrontare il terreno dei sogni e delle fantasie come un campo estraneo, nel quale si muove col passo dell’antropologo che osserva senza partecipare, ma in una scena del <em>Fermo e Lucia</em> vediamo come persino lui, il narratore intriso di cultura illuminista, conservi nel fondo dell’anima un residuo delle storie e delle leggende popolari. Parlo di Rodrigo che, nei <em>Promessi Sposi, </em>chiude la sua esistenza nel disfacimento e nel delirio della peste; nel <em>Fermo</em>, invece, la sua vita si chiudeva con la sfida suprema all’ordine divino. Dopo aver riconosciuto, fra le ombre del lazzaretto, Fermo, Lucia e Cristoforo, nella «mente sconvolta» dell’appestato si era ridestato «l’antico furore», assieme al «desiderio della vendetta covato per tanto tempo». Moribondo, Rodrigo tentava la disperata affermazione di sé: balzato «su le schiene» di un cavallo lasciato libero dai monatti «e percotendogli il collo, la testa, le orecchie coi pugni, la pancia con le calcagne, e spaventandolo con gli urli, lo fece movere, e poi andare di tutta carriera» verso la chiesa del lazzaretto, fino a quando l’animale, «spinto dal demente, e spaventato da quei che tentavano di avvicinarglisi, s’inalberava, e scappava vie più verso il tempio».  La carriera del libertino si chiudeva coi toni esasperati dell’ordalia «“Giudizii di Dio!” disse il padre Cristoforo: “Preghiamo per quell’infelice”».</p>
<p style="font-weight: 400;">La fine di Rodrigo richiama la cavalcata dei morti del folclore europeo. Il romanticismo europeo, l’immaginario stravolto della Germania si stava facendo strada a Milano, sia grazie alle letture delle opere della baronessa de Staël, impareggiabile mediatrice culturale fra Europa gotica ed Europa latina, sia alle traduzioni e alle riflessioni critiche di Giovanni Berchet, traduttore dei versi di Bürger e teorico di una poesia che affondasse le proprie radici nell’immaginario dei popoli. In un saggio di qualche anno fa, Francesco de Cristofaro ha ricostruito i rapporti di Manzoni con queste idee, analizzandone le presenze e i rimaneggiamenti, le nuove declinazioni, le censure e le rimozioni del Manzoni romanziere rispetto ad un mondo letterario e poetico – quello del romanticismo nordico – che non lo lasciava indifferente, pur se in contrasto con le sue idee. La scena del <em>Fermo </em>appena letta va ad alimentare il dossier della storia notturna dei <em>Promessi Sposi</em>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Manzoni è uomo di complesse sintesi: illuminista e cristiano, ma allo stesso tempo romantico, nell’accezione milanese del termine, quindi lontano dagli eccessi e dai compiacimenti dei letterati d’oltralpe e interessato a raccontare le vite dei popoli, a investigare quanto gli storici avevano fino a quel momento trascurato. Nella sua <em>Storia dei Longobardi</em>, Manzoni eleva a suo modello ideale una fusione di Muratori e Vico, ossia della grande erudizione e della filosofia investigante e visionaria.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per quanto Renzo diffidi della scrittura, è proprio questa che permette al suo mondo di esistere e di arrivare fino a noi. Manzoni evoca di continuo l’immaginario dei suoi personaggi, a volte con tenerezza, ma più spesso con diffidenza e orrore, e lo fa consapevole del pericolo che la superstizione ed i falsi miti arrecano alla vita associata. L’uso della ragione e della pazienza, insieme all’esercizio della pietà e del perdono fanno disperdere le ombre che rattristano l’orizzonte. Ma nella periferia del racconto insiste un mondo di storie, di leggende, di consuetudini che rendono questo romanzo più ricco di altri testi del suo tempo. Secondo Giorgio Manganelli, Manzoni era il solo scrittore italiano paragonabile ai russi. Ed è vero, c’è tanta aria di famiglia con Dostoevskij, ma anche con altri creatori di mondi, come lo sterminato Tolstoj, il bizzoso Gogol e il notturno Leskov.</p>
<p style="font-weight: 400;">In questi romanzieri, come in Manzoni, si sente il respiro del mondo, e il mondo non è un animale addomesticabile.</p>
<p>___</p>
<p>Sound Track: Jean-Philippe Rameau, <em>Le rappel des oiseaux </em>-&gt; <a href="https://youtube.com/watch?v=3ZX_rkCJb2U&amp;si=uFhv-A8Ar8xXnndR">play</a></p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>Un&#8217;estate con Manzoni #5 — Tutta la vita</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/08/31/unestate-con-manzoni-5/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Aug 2023 05:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[I Promessi sposi]]></category>
		<category><![CDATA[marco viscardi]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Tutta la vita]]></category>
		<category><![CDATA[Un'estate con Manzoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Viscardi </strong> <br /> Qui le nozze sono l’inizio di una nuova vicenda, il narratore mago libera i suoi personaggi, ma quel mondo ci resta dentro, se l’abbiamo attraversato. E in quel mondo si rispecchiano la consolazione e la paura, la speranza e il disinganno di questo mondo qua. Il romanzo non finisce, e neppure la vita]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_104271" aria-describedby="caption-attachment-104271" style="width: 635px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-104271" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave.png" alt="" width="635" height="423" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave.png 865w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-300x200.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-768x512.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-150x100.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-696x464.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-630x420.png 630w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /><figcaption id="caption-attachment-104271" class="wp-caption-text">David Hockney, &#8220;A Bigger Wave&#8221;, 1989</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Ogni giovedì di agosto, <em>Un’estate con Manzoni</em>: qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/08/03/unestate-con-manzoni-1/">prima, </a>la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/08/10/unestate-con-manzoni-2-la-vita/">seconda, </a>la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/08/17/unestate-con-manzoni-3/">terza</a> e la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/08/24/unestate-con-manzoni-4/">quarta</a> puntata.]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">di<strong> Marco Viscardi</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong><em>I promessi sposi</em></strong><strong>, capitolo XXXVII: Tutta la vita </strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Inizio con una confessione: questa pagina mi ha sempre commosso. Siamo nel capitolo trentasette e Renzo, dopo aver ritrovato Lucia, torna al paese per preparare le nozze. La felicità è vicinissima, questione di passi. Intorno, il mondo si pulisce: con un brutto gioco di parole ‘il mondo si monda’. E ricordate il cognome di Lucia? Mondella!</p>
<p style="font-weight: 400;">Piove, la pioggia spazza via la peste, irriga i campi, inumidisce tutto quello che rischiava di morire, e Renzo corre, corre e non ci pensa:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Andava dunque il nostro viaggiatore allegramente, senza aver disegnato né dove, né come, né quando, né se avesse da fermarsi la notte, premuroso soltanto di portarsi avanti, d’arrivar presto al suo paese, di trovar con chi parlare, a chi raccontare, soprattutto di poter presto rimettersi in cammino per Pasturo, in cerca d’Agnese.</em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">C’è una energia traboccante, emozionante, in tutta la pagina. Renzo è vigore puro, vigore in cammino. Non gli interessa la strada, non conta più. Ora che si avvicinano le nozze, e con loro arriva la felicità, conta solo l’arrivare, solo la meta. Renzo ha attraversato mondi infernali: è stato nella rivolta, ha conosciuto l’inganno di chi serve il potere, le vie dell’esilio, si è scaltrito e, dopo essere guarito dalla peste, ha rivisto il suo paese stravolto dall’epidemia e dal passaggio delle truppe mercenarie imperiali; è stato coi monatti, quei demoni!, si è inoltrato nel lazzaretto, il regno della morte, alla ricerca della luce, di Lucia, che ha visto viva. Ora tutto è compiuto, il voto è sciolto. Si avvicina il giorno delle nozze che aspettiamo da trentasette capitoli. Trentasette! Anche se Renzo si è trovato spesso solo, la sua indole non è solitaria. Ha bisogno di un mondo degli uomini da cui si è sentito troppe volte esiliato. E alla comunità di cui fa parte vuole raccontare la sua storia, riviverla nelle parole e nei gesti, farla diventare parte di una più grande memoria collettiva. Lo farà davvero e, fra i suoi interlocutori, troverà anche l’anonimo autore del manoscritto alla base del romanzo. Ma ora i suoi discorsi sono ancora tutti mentali. Se li ripete sotto la pioggia che cade monotona e copiosa e rende incerti i contorni delle cose, e piene di fango le strade:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Andava, con la mente tutta sottosopra dalle cose di quel giorno; ma di sotto le miserie, gli orrori, i pericoli, veniva sempre a galla un pensierino: l&#8217;ho trovata; è guarita; è mia! E allora faceva uno sgambetto, e con ciò dava un&#8217;annaffiata all&#8217;intorno, come un can barbone uscito dall&#8217;acqua; qualche volta si contentava d&#8217;una fregatina di mani; e avanti, con più ardore di prima. Guardando per la strada, raccattava, per dir così, i pensieri, che ci aveva lasciati la mattina e il giorno avanti, nel venire; e con più piacere quelli appunto che allora aveva più cercato di scacciare, i dubbi, le difficoltà, trovarla, trovarla viva, tra tanti morti e moribondi! &#8220;E l&#8217;ho trovata viva!&#8221; concludeva. Si rimetteva col pensiero nelle circostanze più terribili di quella giornata; si figurava con quel martello in mano: ci sarà o non ci sarà? e una risposta così poco allegra; e non aver nemmeno il tempo di masticarla, che addosso quella furia di matti birboni; e quel lazzeretto, quel mare! lì ti volevo a trovarla! E averla trovata! Ritornava su quel momento quando fu finita di passare la processione de&#8217; convalescenti: che momento! che crepacore non trovarcela! e ora non gliene importava più nulla. E quel quartiere delle donne! E là dietro a quella capanna, quando meno se l&#8217;aspettava, quella voce, quella voce proprio! E vederla, vederla levata! Ma che? c&#8217;era ancora quel nodo del voto, e più stretto che mai. Sciolto anche questo.</em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Quando Renzo si scuote come un cagnone, zuppo e felice, siamo tentati di spostarci dal libro (o, nel vostro caso, dallo schermo) per non essere infradiciati. La sua è una storia di orrori, una storia tremenda, ingiusta e ingiustificabile eppure, sotto tutte le macerie, sotto ogni tristezza, c’è il pensiero della felice conclusione. Adesso, finalmente, la storia vissuta si converte in gioia. Renzo si rivede compiere tutte le ultime azioni: bussare alle porte della casa di donna Prassede per scoprire che Lucia si era ammalata, cercarla fra la folla del lazzaretto, poi nella processione dei guariti, sopportare la delusione di non ravvisarla, ed infine inoltrarsi alla ricerca di lei, col terrore di non trovarla fra i vivi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il ritmo della pagina è incalzante. Le parole dello scrittore trapassano senza interruzione in quelle del personaggio: magia della narrazione onnisciente, il racconto passa dalla terza alla prima persona, dallo sguardo esterno, che tutto conosce, all’interiorità, che vede le cose mentre si svolgono, ed ora, incredula, le rimette in ordine e si scopre ancora salva, alla fine di un simile naufragio. Renzo è un reduce, un sopravvissuto che ha toccato terra e non gli sembra vero. Sembra di stare in mezzo al mare: la pioggia toglie nettezza ai contorni, il visibile sfuma, il cammino lo fanno le gambe, e i pensieri sono onde che alternano i movimenti della perdita e del ritrovare. Trovare di nuovo, riappropriarsi di una felicità che la logica irrazionale dei potenti aveva vietato.</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>E quell&#8217;odio contro don Rodrigo, quel rodìo continuo che esacerbava tutti i guai, e avvelenava tutte le consolazioni, scomparso anche quello. Talmentechè non saprei immaginare una contentezza più viva, se non fosse stata l&#8217;incertezza intorno ad Agnese, il tristo presentimento intorno al padre Cristoforo, e quel trovarsi ancora in mezzo a una peste.</em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Così, ripercorrendo le vicende passate, Renzo torna a casa, torna verso il mondo originario, quello da cui tutto era partito, ma l’armonia del mondo ingenuo non esiste più. Don Rodrigo, il feudatario prepotente, è ora solo un malato reso demente dalla peste, un corpo fra i corpi che Renzo è finalmente riuscito a perdonare; il volto battagliero di Cristoforo si è fatto scarno per la malattia: annuncia la fine imminente. L’orizzonte è ferito, il pericolo e la morte fanno capolino dai lati della scena. Ma c’è nel nostro filatore qualcosa di egoista: il felice realizzarsi delle sue speranze l’assorbe completamente, e la malinconia non domina la mente.</p>
<p style="font-weight: 400;">Saltiamo ora qualche riga ed arriviamo qui:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>E dirò anche che non ci pensava se non proprio quando non poteva far di meno. Eran distrazioni queste; il gran lavoro della sua mente era di riandare la storia di que’ tristi anni passati: tant’imbrogli, tante traversìe, tanti momenti in cui era stato per perdere anche la speranza, e fare andata ogni cosa; e di contrapporci l&#8217;immaginazioni d&#8217;un avvenire così diverso: e l&#8217;arrivar di Lucia, e le nozze, e il metter su casa, e il raccontarsi le vicende passate, e tutta la vita. </em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">All’origine di tutta la storia c’era il desiderio di vita. Due giovani che volevano sposarsi e perpetuare la vita. La vita biologica, organica. Il mondo per andare avanti, per aprirsi a nuove fioriture, aveva bisogno di queste nozze, ma l’inverno non vuole cedere il suo posto alla primavera e i rappresentanti del vecchio mondo si sono opposti a tutti i costi, hanno disperso le energie vitali. Ma ora, le catastrofi che hanno scandito la vicenda sono tutte passate, non fanno più paura.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nella prima puntata abbiamo visto come il male conosciuto da Lucia era entrato a far parte della sua anima, come una patina che opacizza la bellezza del mondo. Renzo è tutto proiettato nel futuro. Il suo romanzo, il romanzo che abbiamo letto e amato, è solo un prologo a quello che veramente conta. A tutta la vita. E quando pensiamo a Renzo che si racconta tutta la vita, lo vediamo slanciarsi in un futuro che non conosce confini. Tutto è a-venire, tutto deve ancora compiersi. Il romanzo dell’Ottocento qui rompe per un attimo le sue strutture, si annienta nello slancio verso ciò che non si conosce. La vita, la furia, la speranza pervadono tutto, invadono gli spazi dell’immaginazione. In quel momento, noi siamo Renzo e con lui vediamo gli anni che verranno in una luce radiosa. C’è qualcosa in questa pagina manzoniana che fa pensare a quello strepitoso apologo di Kafka sul <em>Desiderio di essere un indiano: </em><em> </em></p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Se si potesse essere un indiano, subito pronto, sul cavallo in corsa, obliquo nell&#8217;aria, continuamente fremendo sul suolo fremente, sino a lasciare gli speroni, perché non ci sono speroni, sino a gettare le redini, perché non ci sono redini e appena si vede la terra di fronte a sé, come una landa rasata, già senza collo né testa di cavallo.</em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Così, in quel momento, per Renzo non esistono distinzioni fra sé e il suo narrare. Passato e futuro, avventura e necessità, interiorità e mondo, per un attimo di vortice coincidono, come l’indiano e il cavallo si fondono nella corsa. E il lettore sente la felicità di questo attimo perfetto e sente che questa felicità gli appartiene, almeno come possibilità. Possibilità che un giorno accada anche a lui.</p>
<p style="font-weight: 400;">E dopo il matrimonio? Solo le fiabe finiscono con le nozze e i <em>Promessi sposi </em>sono l’opposto di una favola. Romanzo senza idillio, l’ha definito il suo più grande lettore del Novecento: romanzo senza lieto fine, senza “e vissero felici e contenti”. E quindi sì, alla fine Renzo e Lucia si sposano, ma attorno a loro non cambia nulla. Il mondo resta irredento. Le grandi tragedie non sono del tutto passate, ma la peste è finita e nell’ultimo capitolo del romanzo si respira l’aria del dopoguerra. Il mondo deve rimettersi in piedi, la pietà per i morti deve lasciare il passo al lavoro, alla coltura, alla crescita. E anche la vicenda di fantasia deve finire, ma non può succedere di botto, nel culmine delle nozze, coi petardi e la banda municipale. No, bisogna defaticare, allentare, sciogliere. La prosa si rilassa senza perdere di tensione. Renzo e Lucia tornano nei territori del bergamasco, lasciano il paese natale per una personale inquietudine, più che per vera necessità, e i bergamaschi, che hanno orecchiato le vicende dei giovani, vanno a vedere Lucia. Ma sono delusi: volevano un’eroina, un personaggio, una maschera e trovano una donna. Qualcuno ne mette in discussione la bellezza, Renzo si arrabbia, cambia posto e i nuovi vicini sono più gentili. Il romanzo si allenta, diventa piccola cronaca, microstoria, racconto di modi di vivere e mentalità. Così vediamo Renzo, Lucia e Agnese smarrirsi nella folla del loro mondo seicentesco, ora che gli avvenimenti eccezionali sono passati. E ci sono i figli, e i guadagni, ci sono le esigenze di una nuova vita prosaica. E c’è Renzo che delira e dice di aver imparato a non cercare i guai, mentre Lucia sa che sono i guai a stanarci, a cercarci, a metterci a nudo. La fede, dice il narratore, ci aiuta a sopportarli. Non a risolverli, ma a sopportarli. Possiamo essere o meno credenti, possiamo decidere di mettere una legge morale laica al posto della fede, fare dell’etica, e non della trascendenza, la bussola in questo mondo dissennato, ma il romanzo non perde di forza. Le favole finiscono con le nozze. Qui le nozze sono l’inizio di una nuova vicenda, il narratore mago libera i suoi personaggi, ma quel mondo ci resta dentro, se l’abbiamo attraversato. E in quel mondo si rispecchiano la consolazione e la paura, la speranza e il disinganno di questo mondo qua. Quello che resta quando chiudiamo il romanzo è che il romanzo ci aiuta a vedere, a (non) capire. Il romanzo non finisce, e neppure la vita.</p>
<p style="font-weight: 400;">Sound Track -&gt; Jean Sibelius, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=FDVTHyPCMoQ"><em>Andante Festivo</em></a>, 1922</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Un&#8217;estate con Manzoni #4 — Le relazioni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/08/24/unestate-con-manzoni-4/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Aug 2023 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[I Promessi sposi]]></category>
		<category><![CDATA[Le relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[marco viscardi]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Un'estate con Manzoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Viscardi </strong> <br /> "Cammina, cammina", come nelle favole notturne, quando i personaggi bambini si perdono nel bosco e non sanno trovare la via del ritorno. "Cammina, cammina" è un punto di vista in movimento: ad ogni passo, il mondo si fa e disfa sotto gli occhi del protagonista che, come noi, non sa nulla di quello che ha davanti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_104271" aria-describedby="caption-attachment-104271" style="width: 629px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-104271" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave.png" alt="" width="629" height="419" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave.png 865w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-300x200.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-768x512.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-150x100.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-696x464.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-630x420.png 630w" sizes="(max-width: 629px) 100vw, 629px" /><figcaption id="caption-attachment-104271" class="wp-caption-text">David Hockney, &#8220;A Bigger Wave&#8221;, 1989</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Ogni giovedì di agosto, <em>Un&#8217;estate con Manzoni</em>: qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/08/03/unestate-con-manzoni-1/">prima, </a>la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/08/10/unestate-con-manzoni-2-la-vita/">seconda </a>e la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/08/17/unestate-con-manzoni-3/">terza</a> puntata.]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Marco Viscardi</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong><em>I Promessi sposi,</em></strong><strong> capitolo XVII : le relazioni</strong></p>
<p>Insomma, la storia è nota: i due fidanzati tentano di sorprendere il parroco per farsi sposare, ma don Abbondio ha un guizzo, capisce tutto e manda all’aria i piani. Nel frattempo, gli uomini di don Rodrigo tentano di rapire Lucia, senza riuscirci. Tira una pessima aria e fra’ Cristoforo organizza l’allontanamento dei Promessi dal paese. Con loro, anche Agnese, la madre di Lucia. Le due donne andranno a ripararsi dalle suore, mentre Renzo deve riparare in un convento di frati a Milano. Quest’ultimo arriva, però, in una città in rivolta, si implica negli avvenimenti, viene preso per un pericoloso capopopolo, ma sfugge con destrezza all’arresto. L’unica possibilità di salvezza è oltre confine, negli stati veneti, sotto la bandiera di San Marco. Bisogna trovare l’Adda, attraversarlo clandestinamente e nottetempo. «Cammina, cammina, o presto o tardi ci arriverò», dice il filatore, e quell’espressione – cammina, cammina – resta attaccata alla penna del narratore, che continua ad usarla.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-104511 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-23-alle-15.02.14.png" alt="" width="444" height="484" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-23-alle-15.02.14.png 444w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-23-alle-15.02.14-275x300.png 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-23-alle-15.02.14-150x164.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-23-alle-15.02.14-300x327.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-23-alle-15.02.14-385x420.png 385w" sizes="(max-width: 444px) 100vw, 444px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">‘Cammina, cammina’, come nelle favole notturne, quando i personaggi bambini si perdono nel bosco e non sanno trovare la via del ritorno. ‘Cammina, cammina’ è un punto di vista in movimento: ad ogni passo, il mondo si fa e disfa sotto gli occhi del protagonista che, come noi, non sa nulla di quello che ha davanti. Sembra, a una lettura superficiale, che Manzoni stia sminuendo Renzo, riportandolo alle sue angosce infantili. Ma Renzo non è un bambino e il narratore sta portando in superficie le paure profonde dell’anima, quelle che nascono da ciò che non conosciamo. La notte, il regno dei morti, il silenzio, le ombre. Tutto ciò che il mondo diurno non comprende e non spiega.</p>
<p style="font-weight: 400;">Renzo si sta dunque allontanando dal mondo umano e tutto attorno a lui si fa sinistro.</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose; l’annoiava l’ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che d’odioso. Le gambe provavano come una smania, un impulso di corsa, e nello stesso tempo pareva che durassero fatica a regger la persona. Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell&#8217;ultimo rimasuglio di vigore. A un certo punto, quell’uggia, quell&#8217;orrore indefinito con cui l&#8217;animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo soverchiasse. </em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Renzo sprofonda in una dimensione nella quale le cose gli sono familiari e ostili allo stesso tempo. Il paesaggio si rivela ai suoi occhi in inquietanti figure antropomorfe. Stiamo scivolando in quello che Freud, in suo famoso saggio, aveva chiamato <em>Unheimliche</em>, termine che in genere viene tradotto come ‘perturbante’, ma che significa qualcosa di differente. <em>Unheimliche </em>è letteralmente il non-familiare, il non consueto: il noto che mostra, come nel delirio della febbre, il suo lato sinistro, spaesante. Il corpo stanco si appesantisce, il torpore fa nascere visioni assurde nel cervello sconfortato. Renzo è in abito da sposo. Si muove in quella landa inumana, col vestito delle feste, quello scomodo, inospitale. Lui stesso è uno spettro: il fantasma della vita felice che non si è avverata.</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d&#8217;ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse.<br />
Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare; risolveva d&#8217;uscir subito di lì per la strada già fatta, d&#8217;andar diritto all&#8217;ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all&#8217;osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d&#8217;intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorìo, un mormorìo d&#8217;acqua corrente. Sta in orecchi; n&#8217;è certo; esclama: – è l&#8217;Adda! – Fu il ritrovamento d&#8217;un amico, d&#8217;un fratello, d&#8217;un salvatore. La stanchezza quasi scomparve, gli tornò il polso, sentì il sangue scorrer libero e tepido per tutte le vene, sentì crescer la fiducia de&#8217; pensieri, e svanire in gran parte quell&#8217;incertezza e gravità delle cose; e non esitò a internarsi sempre più nel bosco, dietro all&#8217;amico rumore</em>.</p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Durante tutta la sua parabola di ribelle, Renzo si è isolato sempre di più dal consorzio degli uomini, si è dato alla macchia, affidando al bosco e alla foresta il procedere della fuga. Si è fatto proteggere dagli stessi spazi nei quali gli animali trovano cibo e riparo. Ma ora che ha richiamato a sé stesso il vero Renzo, l’uomo si è riconciliato con sé stesso. Manzoni, per un attimo, sembra prendere la penna di Tasso e, dopo avergli fatto attraversare gli spazi della fiaba, porta Renzo nel territorio dell’epica. Ma di un’epica tormentata, drammatica, nella quale i personaggi conoscono l’amarezza della sconfitta, il disorientamento del venire meno e l’obbligo di ritrovarsi dopo la perdita. Così Renzo, per un attimo, si sovrappone a Tancredi, il cavaliere innamorato, l’uomo sottomesso alla passione che pure è chiamato a dominarsi, a compiere una missione. Renzo deve ricompattarsi, impedire alla disperazione di prendere il sopravvento, mantenere l’unità dell’anima e della volontà, senza scomporsi in mille frammenti contraddittori, senza cedere all’angoscia di un mondo insensato, stordito dalla paura.</p>
<p style="font-weight: 400;">La voce dell’Adda è la voce di un mondo, di una civiltà. Il mondo degli affetti, delle persone, dei volti concreti. Nella bellezza lirica dell’addio ai monti, Lucia aveva rimpianto lo spazio natio, descrivendolo come luogo della distinzione, del riconoscimento. Ogni cima, ogni torrente, ogni casa è da sempre nota, da sempre ha un suo significato. Mentre nell’ostile universo verso cui erano diretti, tutto era sconosciuto, ma perversamente omologato e indistinto, lì dove «le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade» danno il senso della nausea della ripetizione infernale, e gli enigmatici «edifizi ammirati dallo straniero» affaticano la vista, sforzandola a comprendere fasti e ornamenti innaturali. L’Adda era passato accanto a quel nido lontano: le acque, che Renzo ora sente nel silenzio notturno, hanno già toccato i luoghi delle origini. Per questo gli parlano e per questo lui può ascoltarle solo nel momento della riconciliazione.</p>
<p style="font-weight: 400;">Appunto, quel fiume è il suono di un mondo intero, un mondo che ora si stava smembrando, dove ciascuno era vissuto all’interno di una trama fitta di relazioni.</p>
<p style="font-weight: 400;">Se c’è qualcosa che il romanzo ottocentesco insegna, quasi un suo messaggio nella bottiglia, è che ogni vita conta. Ogni singola vita conta, e per ciascuna esiste un luogo, ma nessuna può vivere isolata. Il romanzo realista borghese racconta sempre una collettività, una comunità immaginata, spesso in acceso contrasto, dominata da logiche ferine. Italo Calvino ha definito <em>I Promessi Sposi</em> come il romanzo dei rapporti di forza: il romanzo dei grandi corpi sociali (l’Aristocrazia, il Clero, i Mercanti, etc.) e della loro continua tensione, sempre sull’orlo di uno scontro. Un mondo di corporazioni, più che di corpi: corpaccioni sociali che tentano in ogni modo di difendere i loro interessi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Indimenticabile l’episodio del colloquio fra il Conte Zio e il Padre Provinciale, entrambi apicali, l’uno nella società dei nobili, l’altro nel mondo dei cappuccini. «Due potestà, due canizie, due esperienze consumate si trovavano a fronte». Due poteri vecchi, consumati, scaltri. Due abili simulatori. Si dovrebbe leggere questa pagina con una scena del Don Carlo verdiano in sottofondo. Quella del colloquio fra il Re di Spagna Filippo II e il Grande inquisitore. La musica striscia, è sinuosa, viene da profondità sconosciute. È musica buia, senza aspirazione, senza domande. Un labirinto di suoni che ricorda l’andamento del serpente. Ma se Verdi racconta la violenza del potere col coraggio di guardare l’abisso, Manzoni ha abiurato alla tragedia, la sua parola è sempre ironica, straniante, grottesca.</p>
<p style="font-weight: 400;">Come grotteschi appaiono questi personaggi nelle vignette di Gonin. Teste deformi, gesti cerimoniosi, scarpe e piedi. Cervelli scaltrissimi, abilità simulatorie e dissimulatorie, ma corpi devastati, infelici, oppressi dall’esercizio del potere.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-104512 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-23-alle-15.06.10.png" alt="" width="702" height="476" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-23-alle-15.06.10.png 702w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-23-alle-15.06.10-300x203.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-23-alle-15.06.10-150x102.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-23-alle-15.06.10-696x472.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-23-alle-15.06.10-619x420.png 619w" sizes="(max-width: 702px) 100vw, 702px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Se guardiamo solo le mani, staccandole dall’insieme della scena, sembrano mani di innamorati che stanno finalmente per toccarsi la prima volta. In quella presa si sancisce un patto fra potentati, e a farne le spese sarà fra’ Cristoforo, mandato via dalle terre di Rodrigo, a Rimini, e nel <em>Fermo e Lucia </em>addirittura a Palermo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel <em>Discorso sulla storia longobardica in Italia</em>, Manzoni dice che la società è «quello stato così naturale all’uomo e così violento, così voluto e così pieno di dolori». In un mondo irredento, la vita collettiva non è mai pacificata, ma gli uomini vivono dentro un’interminabile lotta per la sopravvivenza, nella quale la loro natura associativa li spinge a coalizzarsi per non soccombere.</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>L&#8217;uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d&#8217;essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que’ tempi, portata al massimo punto la tendenza degl’individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l&#8217;individuo trovava il vantaggio d’impiegar per sè, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l&#8217;impunità. </em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Ne esce un maledetto imbroglio. Questa pagina del primo capitolo è quasi una desolata anti-<em>Ginestra</em>. Nel grande canto leopardiano leggiamo l’utopia dell’umanità compatta e pacificata; qui invece gli uomini si aggregano per tutelare il loro egoismo. Per tutto l’Ottocento, il secolo del barocco è stato considerato un’onta nazionale: l’età del servilismo compiaciuto verso lo straniero, del cattivo gusto nelle arti (e nel dire questo, non sapevano cosa si perdevano), della povertà economica e morale (anche se il ducato di Milano era la parte più ricca dei possedimenti spagnoli.). Guardare questa aberrazione, come fa Manzoni, vuol dire guardare alla radice della nazione, alla sua crisi insanabile, la ferita immedicabile.</p>
<p style="font-weight: 400;">Un romanzo sulle nostre vergogne, ma anche una storia in cui si mostra come gli uomini reagiscono ad un male diffuso, atmosferico. A come si possa praticare il bene in un cosmo ordinato al male. Allora, se i grandi si coalizzano spesso in base a logiche di interessi, a relazioni di potere, gli altri, la gente di nessuno, si legano con vincoli di amicizia e di aiuto reciproco. Lucia, dopo essere stata liberata dall’innominato convertito, trova una rete di protettori, anche se sgangherati, come donna Prassede e don Ferrante; quando Agnese ha bisogno di comunicare con Renzo trova chi può scrivere per lei; gli appestati a Milano non conoscono solo la violenza dei monatti, ma anche la sincera carità dei religiosi. Renzo è al centro di una rete di amicizie importanti. C’è il cugino Bortolo a Bergamo, ma anche Tonio e Gervasio, con la loro parabola. Tonio, all’inizio della storia, è il savio, mentre Gervasio lo scemo del paese, ma poi la peste fa saltare il banco e troviamo Tonio instupidito come Gervasio, il mondo travolto. E fra le macerie del piccolo mondo antico, reso irriconoscibile dalla peste e dalla guerra, Renzo incontra quel magnifico personaggio che Manzoni chiama semplicemente l’Amico:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>L&#8217;amico era sull&#8217;uscio, a sedere sur un panchetto di legno, con le braccia incrociate, con gli occhi fissi al cielo, come un uomo sbalordito dalle disgrazie, e insalvatichito dalla solitudine. Sentendo un calpestìo, si voltò a guardar chi fosse, e, a quel che gli parve di vedere così al barlume, tra i rami e le fronde, disse, ad alta voce, rizzandosi e alzando le mani: – non ci son che io? non ne ho fatto abbastanza ieri? Lasciatemi un po&#8217; stare, che sarà anche questa un&#8217;opera di misericordia. Renzo, non sapendo cosa volesse dir questo, gli rispose chiamandolo per nome.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>– Renzo&#8230;.! – disse quello, esclamando insieme e interrogando.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>– Proprio, – disse Renzo; e si corsero incontro.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>– Sei proprio tu! – disse l&#8217;amico, quando furon vicini:</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>– oh che gusto ho di vederti! Chi l&#8217;avrebbe pensato? T&#8217;avevo preso per Paolin de&#8217; morti, che vien sempre a tormentarmi, perché vada a sotterrare. Sai che son rimasto solo? solo! solo, come un romito!</em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Manganelli ha detto che l’unico fra gli scrittori italiani che si possa paragonare ai Russi è Manzoni. Manzoni che in poche parole crea uno spazio. Un mondo. L’Amico sta sulla soglia: è non-morto in un paese devastato, inacidito e reso scontroso da quello che ha visto, dalla routine del dolore a cui ha partecipato. Le sue prime parole sono insofferenti: teme di essere di nuovo chiamato al rito della sepoltura da Paolin de’ Morti. Chi sia questo Paolino non lo sappiamo, è il becchino? Lo era prima della peste? È sopravvissuto? Non sappiamo nulla, ma siamo catapultati in una quotidianità scandita dal rapporto coi cadaveri. Seppellire i morti è il fondamento della civiltà, ma in tempi di epidemia diventa un atto meccanico, irriflessivo, freddo. L’amico si è isolato. Solo, solo, solo – lo scandisce tre volte, come una ossessione. È un eremita fra le macerie, e il destino gli ha riportato il compagno di un’età che si credeva spenta per sempre. L’apparizione di Renzo è per lui l’arrivo di un amico, di un fratello, di un salvatore! L’amico passa il suo confine e torna alla vita reale, al cibo, alle relazioni. Quella che credeva essere la morte definitiva delle cose, era solo una stagione del mondo. Ora le cose si rimettono in cammino.</p>
<p style="font-weight: 400;">Soundtrack -&gt; Henry Purcell, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=2kFaVlNSpzg" target="_blank" rel="noopener"><em>Music for a While</em></a>, 1692</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Un&#8217;estate con Manzoni #3 — Il corpo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/08/17/unestate-con-manzoni-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Aug 2023 05:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[I Promessi sposi]]></category>
		<category><![CDATA[il corpo]]></category>
		<category><![CDATA[marco viscardi]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Un'estate con Manzoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Viscardi </strong> <br /> Il corpo è il campo di battaglia del romanzo. Tutto inizia dalla scommessa di don Rodrigo e del cugino Attilio sul corpo di Lucia. Il potere feudale è basato sul possesso: delle terre, delle anime, dei corpi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_104271" aria-describedby="caption-attachment-104271" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-104271" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave.png" alt="" width="650" height="433" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave.png 865w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-300x200.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-768x512.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-150x100.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-696x464.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-630x420.png 630w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /><figcaption id="caption-attachment-104271" class="wp-caption-text">David Hockney, &#8220;A Bigger Wave&#8221;, 1989</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Ogni giovedì di agosto, <em>Un&#8217;estate con Manzoni</em>: qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/08/03/unestate-con-manzoni-1/">prima</a> e la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/08/10/unestate-con-manzoni-2-la-vita/">seconda </a>puntata.]</p>
<p>di <strong>Marco Viscardi</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong><em>I Promessi sposi,</em></strong><strong> capitolo XIV : il corpo</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È bastata una notte. Una sola interminabile notte. Quella che San Giovanni della Croce avrebbe chiamato l’oscura notte dell’anima. Quella dell’incontro con l’Altro per eccellenza. Il Divino, in questo caso Cristo. Uno studioso magnifico, come il padre francescano Giovanni Pozzi, ha scritto un bellissimo saggio sul nome di Dio nei <em>Promessi sposi</em> e ci ha insegnato che mai, in tutto il romanzo, si pronuncia la parola Cristo, quindi anche io, da laico, la scrivo con rispetto e sottolineandola. In una notte, l’innominato ha riconosciuto, nella sua interiorità, la voce di Dio. È stata una notte interminabile, mostruosa. Al mattino, il suono del popolo festante, in marcia verso il cardinale Borromeo, in visita pastorale, l’aveva dissuaso dal suicidio. Era la voce della vita. Il resto si sa: dall’incontro con l’uomo santo, il peccatore prende l’impegno di cambiare vita, libera Lucia e arringa i suoi uomini dicendo loro che tutto è cambiato e che, da ora, la sua immensa energia vitale, la sua potenza, l’intelligenza del falco saranno orientate al bene.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ora leggiamo il brano:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;">E quando l’innominato, alla fine delle sue parole, alzò di nuovo quella mano imperiosa per accennar che se n’andassero, quatti quatti, come un branco di pecore, tutti insieme se la batterono. Uscì anche lui, dietro a loro, e, piantatosi prima nel mezzo del cortile, stette a vedere al barlume come si sbrancassero, e ognuno s&#8217;avviasse al suo posto. Salito poi a prendere una sua lanterna, girò di nuovo i cortili, i corridoi, le sale, visitò tutte l’entrature, e, quando vide ch&#8217;era tutto quieto, andò finalmente a dormire. Sì, a dormire; perché aveva sonno.</p>
<p style="font-weight: 400;">Affari intralciati, e insieme urgenti, per quanto ne fosse sempre andato in cerca, non se n’era mai trovati addosso tanti, in nessuna congiuntura, come allora; eppure aveva sonno. I rimorsi che gliel’avevan levato la notte avanti, non che essere acquietati, mandavano anzi grida più alte, più severe, più assolute; eppure aveva sonno. L’ordine, la specie di governo stabilito là dentro da lui in tant’anni, con tante cure, con un tanto singolare accoppiamento d’audacia e di perseveranza, ora l&#8217;aveva lui medesimo messo in forse, con poche parole; la dipendenza illimitata di que’ suoi, quel loro esser disposti a tutto, quella fedeltà da masnadieri, sulla quale era avvezzo da tanto tempo a riposare, l&#8217;aveva ora smossa lui medesimo; i suoi mezzi, gli aveva fatti diventare un monte d&#8217;imbrogli, s&#8217;era messa la confusione e l&#8217;incertezza in casa; eppure aveva sonno.</p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Cosa caratterizza un grande scrittore? Ognuno avrà la propria risposta, io credo sia la capacità di tenere il mondo nella sua scrittura, nella sua sintassi. Di tenerlo saldamente e poi, se vuole, di lasciarlo andare. Insomma, questa pagina per me è bellissima: commentarla è una sfida, bisogna contare le parole.</p>
<p style="font-weight: 400;">Qui Manzoni è concentratissimo: sta affrontando uno dei passaggi più ideologicamente delicati del romanzo. La conversione, che lui stesso, don Alessandro Manzoni, aveva conosciuto in un momento delicatissimo della sua esistenza.  Non è apologetica, non è dottrina astratta, è l’anima di un uomo che attua, o forse subisce, una torsione, cambia, ma cambia senza dimenticare chi è stato fino a quel momento. Getta all’aria la propria dittatura interiore, si apre ad un mondo nuovo di possibilità. Rileggiamo tutto:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;">E quando l’innominato, alla fine delle sue parole, alzò di nuovo quella mano imperiosa per accennar che se n’andassero, quatti quatti, come un branco di pecore, tutti insieme se la batterono. Uscì anche lui, dietro a loro, e, piantatosi prima nel mezzo del cortile, stette a vedere al barlume come si sbrancassero, e ognuno s&#8217;avviasse al suo posto. Salito poi a prendere una sua lanterna, girò di nuovo i cortili, i corridoi, le sale, visitò tutte l’entrature, e, quando vide ch&#8217;era tutto quieto, andò finalmente a dormire. Sì, a dormire; perché aveva sonno.</p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">L’innominato sta al centro della sala, eccolo:</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-104449 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.29.20.png" alt="" width="433" height="357" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.29.20.png 433w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.29.20-300x247.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.29.20-150x124.png 150w" sizes="(max-width: 433px) 100vw, 433px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Il suo è il gesto di un condottiero: i suoi uomini, abituati ad un mondo di violenza, «vedevano in lui un santo, ma un di que’ santi che si dipingono con la testa alta, e con la spada in pugno». Nel loro immaginario, la santità è una virtù energica, pronta alla battaglia. L’innominato li vede andare via come pecore e bastano davvero queste poche parole per darci il senso visivo della scena. Si sono sbrancati, hanno rotto le fila, nella penombra dei lumi, bellissimo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Rimasto solo, l’innominato procede all’ispezione degli spazi. Maledetto Manzoni, ancora una volta ci sono poche parole e, a noi, quel giro pare lunghissimo e allo stesso tempo consuetudinario. È il dovere del comandante, ma in questa scena c’è qualcosa del commiato, dell’addio a ciò che era prima. Ogni volta che la leggo, penso a Prospero nella <em>Tempesta </em>di Shakespeare che spezza la sua bacchetta e dice addio agli inganni, alle illusioni e ai trucchi. Qui il comandante attraversa per l’ultima volta gli spazi del male: d’ora in poi, la roccaforte darà rifugio e protezione a chiunque si senta in pericolo e perso fra le tragedie del mondo.</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Affari intralciati, e insieme urgenti, per quanto ne fosse sempre andato in cerca, non se n’era mai trovati addosso tanti, in nessuna congiuntura, come allora; eppure aveva sonno. I rimorsi che gliel’avevan levato la notte avanti, non che essere acquietati, mandavano anzi grida più alte, più severe, più assolute; eppure aveva sonno. L’ordine, la specie di governo stabilito là dentro da lui in tant’anni, con tante cure, con un tanto singolare accoppiamento d’audacia e di perseveranza, ora l&#8217;aveva lui medesimo messo in forse, con poche parole; la dipendenza illimitata di que’ suoi, quel loro esser disposti a tutto, quella fedeltà da masnadieri, sulla quale era avvezzo da tanto tempo a riposare, l&#8217;aveva ora smossa lui medesimo; i suoi mezzi, gli aveva fatti diventare un monte d&#8217;imbrogli, s&#8217;era messa la confusione e l&#8217;incertezza in casa; eppure aveva sonno.</p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Rieccolo, il grande scrittore: entra nella testa del personaggio senza dircelo. Ora, per l’innominato, il mondo assomiglia ad un caos, ad una matassa da sbrogliare, da rimettere in ordine. Un caos che lui stesso ha creato, come artefice principale, e che a lui tocca rimediare.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma non adesso. Dopo aver pacificato l’anima, il corpo si fa sentire. Scandisce la sintassi del romanzo, addolcisce i pensieri. È il sonno della riconciliazione, quello che la notte prima, e per chissà quante notti, gli era mancato. Il corpo sancisce il nuovo accordo che l’uomo ha stretto con sé stesso. Nel bellissimo italiano di Boccaccio, potremmo dire che l’innominato si è “rappattumato”. Verbo difficile da pronunciare, ma bellissimo, che deriva dal <em>pactum</em>, dal patto che sempre stringiamo con noi stessi, che spesso è un patto pavido, un po’ al ribasso, ma che, nelle grandi crisi, quando tutto crolla, a volte riusciamo a rinegoziare — e, in questo modo, a rinascere.</p>
<p style="font-weight: 400;">Aveva sonno, aveva sonno, aveva sonno.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’ingombro delle cose da fare, quelle che avrebbero messo a dura prova l’intelligenza, appartengono alla dimensione del domani. Ora il corpo consiglia la necessità superiore del sonno e del riposo. E l’ora di dimenticare il male, di cedere ad una saggezza delle membra, e non dei pensieri.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il corpo è il campo di battaglia del romanzo. Tutto inizia dalla scommessa di don Rodrigo e del cugino Attilio sul corpo di Lucia. Il potere feudale è basato sul possesso: delle terre, delle anime, dei corpi. Il potere feudale verticizza: il nucleo di quella morale sta tutto nelle parole che il Principe Padre rivolge alla figlia Geltrude, non ancora monaca di Monza, per spiegarle come va il mondo. Una volta badessa, le dice, farai l’«alto e il basso». Il cosmo mentale di questi personaggi è gerarchico, ogni cosa sta in una tassonomia, tutto è disposto secondo un ordine in cui si può solo obbedire o comandare. Più si va verso il basso, più l’unica sorte possibile è servire e tacere. Sono gente di nessuno, dice don Rodrigo di Renzo e Lucia, e vuol dire una cosa precisa: sono esseri umani senza protezione, non appartengono a corporazioni, non gravitano in campi di potere, valgono per sé stessi. Sono solo corpi. Corpi da possedere. Come si fa al bordello.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma il corpo non è mai controllabile, malgrado ogni diffusa fantasia al riguardo. Il corpo non segue le regole sociali, tira trabocchetti, non è affidabile. Si ammala, e così anche don Rodrigo si ammala di peste, va al lazzaretto, diventa corpo fra i corpi, cosa fra le cose.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-104450 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.30.00.png" alt="" width="475" height="364" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.30.00.png 475w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.30.00-300x230.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.30.00-150x115.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.30.00-80x60.png 80w" sizes="(max-width: 475px) 100vw, 475px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Nella notte in cui si ammala, fa un sogno che è uno degli incubi più perfetti della nostra letteratura. Si ritrova in una chiesa: «Guardava i circostanti; eran tutti visi gialli, distrutti, con cert’occhi incantati, abbacinati, con le labbra spenzolate; tutta gente con certi vestiti che cascavano a pezzi; e da’ rotti si vedevano macchie e bubboni». Nel delirio onirico, Rodrigo si trova nella messa dei morti. Dal fondo della coscienza, il tema folclorico della funzione, cui partecipano i defunti che da vivi non furono pii, diventa lo scenario perfetto per l’angoscia. In mezzo a quei volti deturpati, a quella folla che l’opprime, anche don Rodrigo è diventato nessuno. Ogni autorità, ogni distinzione si è persa.</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Largo canaglia! – gli pareva di gridare, guardando alla porta, ch’era lontana lontana, e accompagnando il grido con un viso minaccioso, senza però moversi, anzi ristringendosi, per non toccar que’ sozzi corpi, che già lo toccavano anche troppo da ogni parte. Ma nessuno di quegl’insensati dava segno di volersi scostare, e nemmeno d&#8217;avere inteso; anzi gli stavan più addosso: e sopra tutto gli pareva che qualcheduno di loro, con le gomita o con altro, lo pigiasse a sinistra, tra il cuore e l’ascella, dove sentiva una puntura dolorosa, e come pesante. E se si storceva, per veder di liberarsene, subito un nuovo non so che veniva a puntarglisi al luogo medesimo. Infuriato, volle metter mano alla spada; e appunto gli parve che, per la calca, gli fosse andata in su, e fosse il pomo di quella che lo premesse in quel luogo; ma, mettendoci la mano, non ci trovò la spada, e sentì in vece una trafitta più forte.</p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Sentiamo anche noi l’orrore di quei corpi sporchi: solo uno scrittore agorafobico poteva pensare una pagina come questa. Don Rodrigo si perde, quei corpi sparsi e oppressivi sono in realtà il suo corpo, il corpo che, in preda alla malattia, si fa enorme e straniero. Si fa ostile. La spada, il simbolo dell’orgoglio nobiliare, si trasforma nel male fisico, della piaga che genera dolore. Come per tutti gli altri appestati.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il corpo vince sempre.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma il corpo ha le sue esigenze. Nel suo <em>Romanzo per gli occhi</em>, Daniela Brogi ha immaginato che una copia delle caravaggesche <em>Sette opere di Misericordia </em>campeggiasse nelle sale del Lazzaretto di Milano.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-104451 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.30.42.png" alt="" width="337" height="489" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.30.42.png 337w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.30.42-207x300.png 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.30.42-150x218.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.30.42-300x435.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.30.42-289x420.png 289w" sizes="(max-width: 337px) 100vw, 337px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Il quadro fu completato nel 1607, a Napoli, per il <em>Pio Monte della Misericordia</em>, e da allora è ancora lì, sopra l’altare maggiore. Il <em>Pio Monte </em>era nato dal desiderio di alcuni giovani nobili napoletani di attuare misericordia per i bisognosi. Misericordia materiale, occuparsi dei corpi. Perché da soli, i corpi non sopravvivono.</p>
<p style="font-weight: 400;">La natura, nel romanzo, è spesso segnata dalla carestia e dalla privazione.  È un mondo povero, fragile, instupidito dalla fame. Mendichi, lavoratori stremati e sfiduciati, bambini stralunati e persi, animali macilenti. Il cibo è scarso, ma nel romanzo si mangia, tanto che lo si potrebbe leggere seguendo la traccia del cibo, dalla polenta minima di Tonio che sembrava «una piccola luna, in un gran cerchio di vapori», alle polpette che Renzo mangia all’osteria. Renzo è un eroe mangiatore, si nutre di continuo e quando arriva a Milano nei giorni della rivolta, si avvicina al grande avvenimento, mangiando dei pani che ha trovato per strada. Come un bambino al circo. Ma vediamo mangiare anche Lucia quando, libera dal suo prigioniero, trova riparo nella casa di quel meraviglioso personaggio che è il sarto, gran lettore di storie cavalleresche.</p>
<p style="font-weight: 400;"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-104452 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.31.16.png" alt="" width="527" height="339" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.31.16.png 527w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.31.16-300x193.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-16-alle-18.31.16-150x96.png 150w" sizes="(max-width: 527px) 100vw, 527px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Eccola, in un interno lombardo che, per pulizia e sobrietà, ricorda le case della pittura olandese. Il padrone di casa manda cibo ad una vicina afflitta dalla miseria. Il corpo è universale e nutrirlo è un atto collettivo, sociale, soprattutto in tempi di carestia. “Compagno” è chi divide il pane, che non è mai solo il pane. È il corpo di Cristo, ma è anche l’incontro con chi condivide il nostro destino. Può essere uno sconosciuto o un amico. E così, avvicinandoci alla prossima puntata, chiudiamo con Renzo che nel capitolo trentasette torna nel paese dopo aver ritrovato Lucia viva e ripara a casa di un amico – Manzoni lo chiama proprio così, l’amico – che gli offre un pasto.</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;">“Lascia fare”, disse l’amico; mise l’acqua in un paiolo, che attaccò alla catena; e soggiunse: “vado a mungere: quando tornerò col latte, l’acqua sarà nell’ordine; e si fa una buona polenta. Tu intanto fa&#8217; il tuo comodo”.</p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Il centro della frase mi sembra essere il biancore del latte, soprattutto associato alla trasparenza dell’acqua. Erich Auerbach ha messo al centro della rivoluzione culturale del romanzo la dignità con cui esso tratta gli aspetti più quotidiani e materiali dell’esistenza. La vita, anche quella organica e semplice, è seria, va rispettata. L’avevano già fatto i pittori olandesi, appunto, e ora lo fanno i narratori. Nei gesti dell’amico c’è la gioia della condivisione. E l’invito finale è commovente. Dopo tante che ne hai passate, adesso riposati un po’ e sbracati, che dopo si mangia. È la vita, la vita che tutti conosciamo nella totale uguaglianza del corpo, dei suoi bisogni e dei suoi desideri.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il romanzo iniziato col corpo braccato di Lucia termina coi figli degli sposi. Nelle nuove incarnazioni, la vita va avanti.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="d43hAb8yrI0"><iframe loading="lazy" title="Cheb Khaled   Didi Original" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/d43hAb8yrI0?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Un’estate con Manzoni #2 — La Storia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/08/10/unestate-con-manzoni-2-la-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Aug 2023 05:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[I Promessi sposi]]></category>
		<category><![CDATA[La Storia]]></category>
		<category><![CDATA[marco viscardi]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Un'estate con Manzoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Viscardi </strong> <br /> Non so se è mai stato detto, ma mi pare che si potrebbe dare il nome di “classico” ai testi in base alla luce della verità di cui sono portatori. Più un testo è saturo di verità, più investe il lettore con improvvise, subitanee, rivelazioni, più allora è un classico e merita di essere tramandato e studiato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_104271" aria-describedby="caption-attachment-104271" style="width: 671px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-104271" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave.png" alt="" width="671" height="447" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave.png 865w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-300x200.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-768x512.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-150x100.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-696x464.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-630x420.png 630w" sizes="(max-width: 671px) 100vw, 671px" /><figcaption id="caption-attachment-104271" class="wp-caption-text">David Hockney, &#8220;A Bigger Wave&#8221;, 1989</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Secondo appuntamento con la rubrica <em>Un&#8217;estate con Manzoni</em>. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/08/03/unestate-con-manzoni-1/">Qui</a> il primo.]</p>
<p style="font-weight: 400;">di<strong> Marco Viscardi</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong><em>I Promessi Sposi</em></strong><strong>, cap. XII: la Storia</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non so se è mai stato detto, ma mi pare che si potrebbe dare il nome di “classico” ai testi in base alla luce della verità di cui sono portatori. Più un testo è saturo di verità, più investe il lettore con improvvise, subitanee, rivelazioni, più allora è un classico e merita di essere tramandato e studiato. I <em>Promessi sposi </em>lo sono, e fra i tanti passaggi che stordiscono il lettore per la propria forza, questo è uno dei più affascinanti. Leggiamolo:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Questo [il popolo], dalla piazza, era già entrato nella strada corta e stretta di Pescheria vecchia, e di là, per quell&#8217;arco a sbieco, nella piazza de’ Mercanti. E lì eran ben pochi quelli che, nel passar davanti alla nicchia che taglia il mezzo della loggia dell’edifizio chiamato allora il collegio de&#8217; dottori, non dessero un&#8217;occhiatina alla grande statua che vi campeggiava, a quel viso serio, burbero, accipigliato, e non dico abbastanza, di don Filippo II, che, anche dal marmo, imponeva un non so che di rispetto, e, con quel braccio teso, pareva che fosse lì per dire: ora vengo io, marmaglia.</p>
<p style="font-weight: 400;">Quella statua non c&#8217;è più, per un caso singolare. Circa cento settant’anni dopo quello che stiam raccontando, un giorno le fu cambiata la testa, le fu levato di mano lo scettro, e sostituito a questo un pugnale; e alla statua fu messo nome Marco Bruto. Così accomodata stette forse un par d&#8217;anni; ma, una mattina, certuni che non avevan simpatia con Marco Bruto, anzi dovevano avere con lui una ruggine segreta, gettarono una fune intorno alla statua, la tiraron giù, le fecero cento angherie; e, mutilata e ridotta a un torso informe, la strascicarono, con gli occhi in fuori, e con le lingue fuori, per le strade, e, quando furon stracchi bene, la ruzzolarono non so dove. Chi l&#8217;avesse detto a Andrea Biffi, quando la scolpiva!</p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Siamo a Milano, nel cuore della rivolta per il pane. Il popolo assalta i forni perché è convinto che i fornai speculano sul prezzo della farina e tengono nascoste le scorte per far alzare il prezzo. La folla scorre per le strade della città. Si dirige verso l’abitazione del Vicario di Provvigione, il funzionario che si occupa degli approvvigionamenti alimentari della città. Chi conosce Milano, può immaginarsi i luoghi attraversati dal tumulto: le strade tortuose, il mattonato rosso della piazza dei Mercanti e, prima ancora, il Collegio dei Dottori o Palazzo dei Giureconsulti che, al tempo di Manzoni, comprendeva la porta di Peschiera che non esiste più:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Questo, dalla piazza, era già entrato nella strada corta e stretta di Pescheria vecchia, e di là, per quell’arco a sbieco, nella piazza de’ Mercanti. E lì eran ben pochi quelli che, nel passar davanti alla nicchia che taglia il mezzo della loggia dell’edifizio chiamato allora il collegio de’ dottori, non dessero un’occhiatina alla grande statua che vi campeggiava, a quel viso serio, burbero, accipigliato, e non dico abbastanza, di don Filippo II, che, anche dal marmo, imponeva un non so che di rispetto, e, con quel braccio teso, pareva che fosse lì per dire: ora vengo io, marmaglia.</em></p>
</blockquote>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-104352 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-03-alle-16.23.45.png" alt="" width="404" height="570" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-03-alle-16.23.45.png 404w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-03-alle-16.23.45-213x300.png 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-03-alle-16.23.45-150x212.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-03-alle-16.23.45-300x423.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-03-alle-16.23.45-298x420.png 298w" sizes="(max-width: 404px) 100vw, 404px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Ecco Filippo, il re di Spagna e signore di Milano. Sovrano dispotico, incarnazione suprema dell’assolutismo, del fanatismo e del mal governo, Filippo domina lo spazio dall’alto. La marmorea testa minaccia il popolo bambino, lo ammonisce a rigar dritto. Sin dalla fine del secolo precedente, Filippo ha incarnato il modello del padre e del monarca autoritario: così l’ha descritto Schiller nella sua tragedia dedicata a <em>Don Karlos </em>che Verdi avrebbe messo in musica facendone il suo capolavoro storico. Nell’opera verdiana, il personaggio di Filippo si mostra in tutta la complessità: alla faccia pubblica severa si contrapponeva tutta la solitudine del comando, la malinconia del corpo che invecchia, del potere che passa. Ma, se Verdi ne mostra aspetti umanissimi e nascosti, Manzoni l’attacca con gli acidi corrosivi del romanzo: ora vengo io, marmaglia!</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Quella statua non c&#8217;è più, per un caso singolare. Circa cento settant’anni dopo quello che stiam raccontando, un giorno le fu cambiata la testa, le fu levato di mano lo scettro, e sostituito a questo un pugnale; e alla statua fu messo nome Marco Bruto. Così accomodata stette forse un par d&#8217;anni; ma, una mattina, certuni che non avevan simpatia con Marco Bruto, anzi dovevano avere con lui una ruggine segreta, gettarono una fune intorno alla statua, la tiraron giù, le fecero cento angherie; e, mutilata e ridotta a un torso informe, la strascicarono, con gli occhi in fuori, e con le lingue fuori, per le strade, e, quando furon stracchi bene, la ruzzolarono non so dove. Chi l&#8217;avesse detto a Andrea Biffi, quando la scolpiva!</em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Ma il monumento di don Filippo, una volta ridotto a torso anonimo e consumato, diventa improvvisamente simbolo della follia e dell’instabilità generale. Negli anni della rivoluzione, i giacobini avevano riconvertito il corpo del sovrano in quello di Bruto liberatore. Quel corpo, dotato di una nuova testa, era diventato il portavoce di significati imprevisti, in linea con un’età inimmaginabile ai tempi di Andrea Biffi.  Adesso, il braccio teso è la minaccia al tiranno e non più al popolo!  Una nuova era si apriva e, come tutte le nuove ere, si credeva eterna, fino a quando il ritorno dei legittimi padroni non aveva istaurato un nuovo ordine, ovviamente provvisorio. Così il ritorno degli austriaci a Milano segna la fine ridicola di questa statua. Fatta cosa fra le cose. Il marmo che aveva glorificato il re assoluto e l’assoluto tirannicida si è smembrato: polverizzato in tocchi informi. E con lui, anche quelle idee si sono perse in frammenti senza memoria. Ciascun regime che si era posto sotto la protezione di quel gigantesco nume si era creduto immortale, ma il tempo aveva portato tutto via. Smarrito tutto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Manzoni non crede che la storia abbia una logica di progresso e le vicende turbolente di questo pezzo di marmo sono una metafora del continuo agitarsi tellurico che sta sotto alla vita degli uomini. Niente è stabile in questo vortice che chiamiamo storia. Modificare il senso di una figura, o ancora di più, abbattere un monumento è un’azione storica esattamente come erigerlo. Nessuna statua occupa uno spazio vuoto. Prima c’è stata sempre una civiltà dimenticata e vinta. E nel vuoto creato dalla sua scomparsa, nel silenzio delle sue lingue dimenticate, si sono innalzati nuovi effimeri monumenti. Così, il romanzo storico, più che celebrare la continuità fra presente e passato, ci ricorda la non razionalità delle azioni umane e lo fa senza giudizi morali, semmai mettendone in evidenza i lati ridicoli, diventando quasi – e che nessuno si arrabbi – un beffardo annuncio di <em>cancel culture, </em>quella <em>cancel culture </em>che a volte ci viene presentata nei suoi eccessi e nelle sue ridicolaggini, ma che porta istanze nuove di liberazione. E mi piace pensare che il vecchio Manzoni non avrebbe storto il naso di fronte alle ballerine che danzando sulla statua del generale Lee a Richmond, che non solo si riappropriano di uno spazio loro, ma incarnano splendidamente la superiore irrazionalità delle sorti umane e, incredibilmente, riescono a declinarla come liberazione e riappropriazione di senso e di spazi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><img loading="lazy" class="wp-image-104349 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-03-alle-16.19.22.png" alt="" width="606" height="391" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-03-alle-16.19.22.png 670w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-03-alle-16.19.22-300x193.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-03-alle-16.19.22-150x97.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/Schermata-2023-08-03-alle-16.19.22-651x420.png 651w" sizes="(max-width: 606px) 100vw, 606px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">La<em> Historia</em> è una illustre guerra contro il tempo. Così inizia il manoscritto da cui Manzoni finge di trarre i <em>Promessi sposi. </em>La Historia sottrae al tempo gli anni già fatti cadavere e li rivitalizza. Il narratore è un negromante, ma leggendo il romanzo sembra quasi che questa sia una guerra persa, perché il tempo procede instancabile e porta con sé gli uomini e il loro modo di pensare.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel <em>Fermo e Lucia</em> la scena della statua si chiudeva con una riflessione sulle sorprendenti somiglianze che Manzoni scorgeva fra l’assolutismo barocco e la violenza rivoluzionaria.</p>
<p style="font-weight: 400;">Filippo II e Bruto: «ebbero più punti di rassomiglianza che non appaja a prima vista. Tutti e due gravi e rigidi sermonatori l&#8217;uno di filosofia, l&#8217;altro di religione, tutti e due commisero senza rimorso, con giattanza, di quelle azioni che la morale comune, e il senso universale della umanità abbomina; tutti e due credettero che nel loro caso una ragione profonda, un intento di perfezione rendesse virtù ciò che è comunemente delitto». Entrambi si sentirono investiti di una missione irrinunciabile, entrambi si attennero a principi astratti di religione o di filosofia per compiere le loro azioni. L’uno fu accecato dal diritto divino e l’altro dalle leggi della politica. Entrambi, insomma, furono in qualche modo assoluti: sciolti dai legami umani e presi dalle loro azioni. Dietro il riferimento a Marco Bruto si vede un profilo assai più inquietante, quello di Maximilien de Robespierre.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel suo <em>Dialogo sull’Invenzione</em>, Manzoni dà un giudizio sorprendentemente positivo su Robespierre, quale «uomo eternamente celebre, non già per delle qualità straordinarie, ma per la parte tristamente e terribilmente principale» che ebbe nella rivoluzione. In quello che la posterità ha bollato come «mostro di crudeltà e d’ambizione», c’era anche «del mistero». In questa espressione si sente tutta la forza dello scrittore cristiano. Quello che pensa che ogni anima conta e che in ogni anima c’è la presenza del suo creatore. Né gli uomini, né la storia sono perfettamente conoscibili, così almeno sembra suggerirci Manzoni. E Robespierre, seguace e allievo ideale di Rousseau, nemico della corruzione, impiegò la sua intera esistenza nel tentativo di realizzare un «un novo, straordinario, e rapido perfezionamento»  della «condizione» e dello «stato morale dell’umanità», ma sulla base di una «astrazione filosofica», di una «speculazione metafisica» che predicava l’utopia semplicista dell’uomo che «nasce bono, senza alcuna inclinazione viziosa; e che la sola cagione del male che fa e del male che soffre, sono le viziose istituzioni sociali».</p>
<p style="font-weight: 400;">Così Robespierre si era autoassegnato il compito di rigenerare l’umanità, di riportarla alla sua prima e mitica bontà originaria, mentre «il catechismo gli aveva insegnato il contrario». La religione cristiana, la rivelazione trascendente, insegna che l’uomo è capace di devastanti cadute e di avventurose rinascite. Come è capitato a Napoleone nella storia e all’innominato nel romanzo. Le astrazioni di Rousseau e Robespierre spogliano l’umano della sua complessità, mentre il cristianesimo comprende le oscillazioni dell’anima, mette al centro il dramma eterno di crolli e redenzioni.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche il Manzoni teorico della letteratura rifiuta le teorie astratte della letteratura, che tanto piacevano ai classicisti, e mette al centro della sua opera di tragediografo e romanziere l’anima con le sue contraddizioni. Se fossimo perfetti non avrebbe senso la letteratura.</p>
<p style="font-weight: 400;">Già in una lettera spedita da Parigi all’amico Gaetano Giudici nel febbraio 1820, Manzoni aveva riflettuto sui due tipi di interesse che attraggono gli spettatori di un dramma. «Il primo è quello che nasce dal vedere rappresentati gli uomini e le cose in un modo conforme a quel tipo di perfezione e di desiderio che tutti abbiamo in noi», mentre «l’altro interesse è creato dalla rappresentazione la più vicina al vero di quel misto di grande e meschino, di ragionevole e di pazzo che si vede degli avvenimenti grandi e piccoli di questo mondo».</p>
<p style="font-weight: 400;">Si può rappresentare un mondo migliore, un mondo a-problematico, dove il bene e il male sono campi ben divisi e delineati, ma questa letteratura non tocca le questioni morali. L’uomo è un guazzabuglio e già nel 1816, in un appunto dei cosiddetti <em>Materiali Estetici</em>, Manzoni aveva scritto che «ogni finzione che mostri l’uomo in riposo morale, è dissimile dal vero»; ora, parlando a Giudici, aggiunge che l’unica rappresentazione ammissibile è quella che mostra il mistero caotico del cuore nel quale la grandezza e la miseria convivono in una mescolanza in cui non ci sono elementi puri, ma tutto si confonde. Rappresentare il caos è un atto di coraggio e risponde a quella «parte importante ed eterna dell’animo umano» che è «desiderio di conoscere quello che è realmente e di vedere più che si può in noi e nel nostro destino su questa terra».</p>
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		<title>Un’estate con Manzoni #1 — Il Male</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/08/03/unestate-con-manzoni-1/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Aug 2023 05:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Fermo e Lucia]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Delogu]]></category>
		<category><![CDATA[Il Male]]></category>
		<category><![CDATA[marco viscardi]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Un'estate con Manzoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Viscardi </strong> <br /> Lucia è ancora nel castello dell’innominato, ma il pericolo è scampato. Quello che è stato un terribile assassino, un eroe del male, ha iniziato il suo percorso di riconciliazione col bene]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_104271" aria-describedby="caption-attachment-104271" style="width: 651px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-104271" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave.png" alt="" width="651" height="434" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave.png 865w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-300x200.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-768x512.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-150x100.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-696x464.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/david-hockney-a-bigger-wave-630x420.png 630w" sizes="(max-width: 651px) 100vw, 651px" /><figcaption id="caption-attachment-104271" class="wp-caption-text">David Hockney, &#8220;A Bigger Wave&#8221;, 1989</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">[Comincia oggi <em>Un&#8217;estate con Manzoni</em>, una serie di cinque puntate a cura di Marco Viscardi, ogni giovedì di agosto, concepite come delle immersioni in brani scelti delle opere di A.M. e già idealmente anticipate dalla <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/07/30/manzoni-ha-ancora-qualcosa-da-insegnare-oggi/">riflessione</a> di Giulia Delogu apparsa qualche giorno fa. Leggere, raccontare, commentare: il piacere puro della letteratura. Buone letture, <em>ot</em>].</p>
<p style="font-weight: 400;">di <strong>Marco Viscardi</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Fermo e Lucia</em></strong><strong>, III, 3: Il male</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Lucia è ancora nel castello dell’innominato, ma il pericolo è scampato. Quello che è stato un terribile assassino, un eroe del male, ha iniziato il suo percorso di riconciliazione col bene. L’interiorità dell’uomo senza nome è in tumulto, ma anche l’anima di Lucia è ancora inquieta. Leggiamo il brano:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Ma quantunque per gli orrendi disagj del giorno e della notte antecedente il suo corpo avesse bisogno di quiete, pure Lucia non dormì, né cercò di dormire, e il riposo non consistette in altro che nella facoltà di trattenersi coi suoi pensieri senza quel battito continuo, senza sussulti, senza terrore, non però con giocondità</em>.</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>V’ha dei mali e dei pericoli ai quali succede la gioja in chi gli ha sofferti o veduti da presso: tali sono, le burrasche di mare, gli stenti e i rischi della guerra, la rabbia di Scilla, e i sassi dei Ciclopi, quelle cose di cui Enea disse benissimo: forsan et haec olim meminisse iuvabit, e che il Caro tradusse un po&#8217; lunghettamente: “E verrà tempo / Un dì, che tante e così rie venture / Non che altro, vi saran dolce ricordo. Il cuore si rallegra doppiamente nel paragone d&#8217;una quiete presente con una angoscia passata, le immagini della quale sono grandi, semplici, forti, e miste del ricordo di una certa fortezza</em>.</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Ma v’ha un&#8217;altra specie di mali e di pericoli, i quali dopo avere orribilmente tormentato con la presenza, restano nojosi anche nella memoria: quei mali e quei pericoli nei quali vi si è rivelato un grado ignorato di perversità umana, aumento di scienza molto tristo: nei quali si è conosciuta in sè una suscettibilità di profondo ed amaro patire, che diventa esperienza, che porta ad osservare, a distinguere in tutti gli oggetti, in tutti i casi ciò che potrebbero avere di penoso, e si associa così a tutte le idee: quei mali e quei pericoli, nei quali non v&#8217;è stato nessuno splendido esercizio di attività morale, che destano una pietà senza maraviglia, che non si possono sentire a rammemorare senza ribrezzo, e senza vergogna, persino da chi vi si è trovato e n&#8217;è uscito innocente; e i mali di Lucia erano di questa seconda specie. </em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Ora rileggiamolo spezzandolo:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Ma quantunque per gli orrendi disagj del giorno e della notte antecedente il suo corpo avesse bisogno di quiete, pure Lucia non dormì, né cercò di dormire, e il riposo non consistette in altro che nella facoltà di trattenersi coi suoi pensieri senza quel battito continuo, senza sussulti, senza terrore, non però con giocondità</em>.</p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Qui finisce la parte, per così dire, narrativa del brano, che si trova nel terzo capitolo della parte terza del <em>Fermo e Lucia. </em>La protagonista, Lucia Mondella (che ha cambiato nome in corso d’opera, nelle prime pagine era una ben più rustica Lucia Zarella) è scampata alla prigionia nel castello dell’innominato, che l’aveva rapita su commissione di don Rodrigo.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’innominato, in questa prima versione, si chiama ancora conte del Sagrato. Il soprannome gli deriva dal ricordo del primo atto di sangue commesso nello spazio sacro antistante ad una chiesa. Nel <em>Fermo</em>, il segno dell’infamia resta impresso sul personaggio anche dopo l’incontro con Dio e la conversione. In ogni suo gesto resta come un’ombra, il ricordo della radice di ogni male. Ma come per il cristiano, il peccato originale può essere perdonato e purificato, così nei <em>Promessi sposi</em>, il Conte diventa l’innominato, l’uomo senza nome: il suo anonimato è possibilità di redenzione e libertà.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ora il conte ha già incontrato il vescovo santo, ovvero il cardinale Federigo Borromeo che si è preoccupato di sapere e ha chiesto esplicitamente se a fanciulla è rimasta intatta, ovvero se è ancora vergine o se il suo corpo è stato oltraggiato. Una domanda troppo intima per l’edizione definitiva del romanzo, e quindi cancellata.</p>
<p style="font-weight: 400;">Torniamo al testo:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>V’ha dei mali e dei pericoli ai quali succede la gioja in chi gli ha sofferti o veduti da presso: tali sono, le burrasche di mare, gli stenti e i rischi della guerra, la rabbia di Scilla, e i sassi dei Ciclopi, quelle cose di cui Enea disse benissimo: forsan et haec olim meminisse iuvabit, e che il Caro tradusse un po&#8217; lunghettamente: “E verrà tempo / Un dì, che tante e così rie venture / Non che altro, vi saran dolce ricordo. Il cuore si rallegra doppiamente nel paragone d&#8217;una quiete presente con una angoscia passata, le immagini della quale sono grandi, semplici, forti, e miste del ricordo di una certa fortezza</em>.</p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">All’improvviso le cose si mettono a tremare, c’è del jazz nell’aria. Manzoni sembra impazzito: fino a un momento fa eravamo nella stanza buia che, appena una notte prima, era di fatto una cella; e ora parliamo di cose mitologiche, di ciclopi e il narratore si concede pure una citazione latina che, se non conosci le lingue morte, sei spacciato.</p>
<p style="font-weight: 400;">Qui Manzoni si comporta come Sterne: l’autore di uno dei capolavori della letteratura settecentesca, il <em>Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentlement</em>, che sin dal titolo aveva destabilizzato i lettori anglofoni e poi, attraverso la traduzione francese letta e amata anche da Manzoni, quelli di tutta Europa. Non più vita e avventure, ma vita e <em>opinioni</em>: non percorsi per le strade del grande mondo, ma viaggi interiori, dentro il labirinto serpentino dell’anima che sfugge di continuo alle tassonomie, che si ribella alla misurazione razionale del tempo e dello spazio  vivendo dentro una propria temporalità, una propria spazialità.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il ritmo narrativo di Sterne è aperto, nel <em>Tristram </em>l’autore fa continue digressioni che sfociano su altre digressioni che a loro volta digrediscono… e qui, appunto, Manzoni compie una digressione che ha quasi l’incipit di una massima rassicurante. <em>V’ha dei mali…</em>: ci sono dei dolori, dei fastidi che una volta superati ci fanno stare meglio.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il paragone fra le piccole sciagure quotidiane e il ricordo dei ciclopi è straniante. L’antico non è più convocato sulla pagina per esaltare le imprese dei moderni, ma per relativizzarle. Le parole di Enea si possono tradurre come: “un giorno il ricordo di queste sciagure ci gioverà”, e chissà se Manzoni ricordava che quello stesso verso era stato citato da Eleonora Pimentel Fonseca nel momento di salire al patibolo, dopo la gloriosa esperienza della rivoluzione del ’99, come testimonia il <em>Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana </em>di quel Vincenzo Cuoco, intellettuale centrale nei decenni dell’Italia napoleonica, che Manzoni incontrò a Milano quando era esule lì per sfuggire alla prima Restaurazione borbonica.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il ricordo di un eroe amatissimo come Enea è grottesco e la parola autentica di Virgilio è depotenziata dalla traduzione vezzosa di Annibal Caro. L’antico non è più un ideale a cui mirare al di sopra del caos dei moderni, non ci sono più i giganti sulle cui spalle faticosamente salire: l’antico è disintegrato, scoronato, gettato nella vita quotidiana. Il verso di Virgilio/Caro serve a dire una banalità: ci sono guai che non ti toccano nel profondo e, quando sono passati, non ti lasciano che una piccola soddisfazione, un dolce ricordo destinato in fondo ad essere dimenticato. Poca roba, ma qui è l’integrità di Lucia ad essere stata insidiata.</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Ma v’ha un&#8217;altra specie di mali e di pericoli, i quali dopo avere orribilmente tormentato con la presenza, restano nojosi anche nella memoria: quei mali e quei pericoli nei quali vi si è rivelato un grado ignorato di perversità umana, aumento di scienza molto tristo: nei quali si è conosciuta in sè una suscettibilità di profondo ed amaro patire, che diventa esperienza, che porta ad osservare, a distinguere in tutti gli oggetti, in tutti i casi ciò che potrebbero avere di penoso, e si associa così a tutte le idee: quei mali e quei pericoli, nei quali non v&#8217;è stato nessuno splendido esercizio di attività morale, che destano una pietà senza maraviglia, che non si possono sentire a rammemorare senza ribrezzo, e senza vergogna, persino da chi vi si è trovato e n&#8217;è uscito innocente; e i mali di Lucia erano di questa seconda specie.</em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">Dopo averci portato in giro come un romanziere del Settecento, Manzoni torna a guardare il cuore nero delle cose. La simmetria sintattica è perfetta: <em>V’ha dei mali…. Ma v’ha un’altra specie di mali e di pericoli</em>. Qui le cose si complicano, qui i fastidi sono diventati pericoli. Il pericolo è un dolore concreto, fisico, che non ha l’astrattezza del semplice fastidio e non accetta di farsi costringere dall’allegoria mitologica. Il pericolo riguarda sempre noi, la nostra fragilità. <em>Sono una creatura</em>: così Lucia si era presentata all’innominato: una cosa creata, una persona che porta dentro di sé l’immagine del suo Creatore, ma, allo stesso tempo, anche tutta la fragilità dell’umano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Davanti a questa creatura è svelata la realtà nella sua essenza più squallida. Il disordine morale è illimitato, corruttore, impone una collusione anche se non si vorrebbe. C’è un male di cui si partecipa anche semplicemente subendolo, un male che rapisce l’innocenza di chi guarda. Ai Ciclopi, l’eroe epico può sfuggire grazie alla sua capacità di distinguere. L’uomo e il mostro restano indipendenti e divisi. Alle deformazioni dell’anima, ciò è impossibile, soprattutto quando rivelano una crisi irrisolvibile perché connaturata all’essenza dell’uomo. Senza inizio e senza fine. E offusca persino gli occhi di Lucia, che letteralmente porta luce nelle vicende del romanzo. Lucia è l’unica a guardare negli occhi il male profondo, quello connaturato nell’uomo. A Renzo tocca il male storico: carestia, rivolta, pestilenza. Dolori atroci, ma dolori di tutti, come la strage degli innocenti, dei bambini portati via dal morbo. Il tremendo episodio della madre di Cecilia che, scrostato della retorica che gli ha buttato addosso un secolo e mezzo di conformismo, è una pagina sublime e inquieta del cristiano ai limiti della rivolta contro Dio e il suo ordine nascosto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per capire la grandezza di Manzoni, proviamo a confrontarlo con uno scrittore suo contemporaneo: prendiamo una pagina di Domenico Guerrazzi, scrittore di idee repubblicane, e democratiche che avrebbe avuto un ruolo importante nei fatti del 1848 in Toscana. <em>L’assedio di Firenze</em>, pubblicato a Parigi nel 1836, racconta della fine dell’esperienza repubblicana fiorentina del 1530 ed il ritorno dei Medici al potere, con l’appoggio del Pontefice e delle truppe imperiali. Guerrazzi racconta del traditore Giovanbattista da Recanati, al soldo degli stranieri, che insidia Lucrezia fino alla tentata violenza. La donna preferisce la morte al disonore e si suicida gettandosi in Arno. La scena è descritta così:</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><em>Ah! Signori, il pianto mi toglie facoltà di raccontarvi partitamente com’ella, spiccato un salto, si precipitasse nel fiume; come vedessimo ora apparire su le acque, ora scomparire sotto, la santissima donna, e tanta era in lei la voglia di presporre l’onestà alla vita, che quante volte l’impeto dei vortici la respinse a galla, tante ella mettendosi le mani sul capo si attuffava nel fondo.  </em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;">La Lucrezia di Guerrazzi è trasfigurata: non è solo una donna, ma una <em>santissima donna</em>. È andata oltre l’umano. Ma è difficile leggere questa pagina con ammirazione: tutto pare forzato, melodrammatico, falso fino al ridicolo. Indimenticabile la torsione che il corpo di Lucrezia fa per rigettarsi da sola in acqua quando <em>l’impeto dei vortici</em> la porta a galla. Non solo si è gettata a fiume, ma una volta in acqua si spinge la testa con le mani per immergerla meglio nei flussi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Una stupidaggine! Impossibile dal punto di vista fisico e neurologico, se è vero che non possiamo proibirci di respirare! Una stupidaggine che ha senso nel registro e nella retorica del melodramma, dove la contrapposizione fra il bene e il male è assoluta, dove i gesti devono essere eclatanti, plateali. Ma Lucrezia non è una donna: è un insieme di parole, mentre il terrore di Lucia è vero, sentito, intimo. Attraverso i suoi occhi, il lettore guarda il male, le mostruosità nate da una sopraffazione della morale.</p>
<p style="font-weight: 400;">Lei ha visto il male negli occhi e il male, una volta guardato, non ci lascia liberi. Offusca lo sguardo, rende opaca la bellezza delle cose. Il male subìto si può perdonare, ma non dimenticare.</p>
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			</item>
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		<title>Oggi Manzoni ha ancora qualcosa da insegnare?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/07/30/manzoni-ha-ancora-qualcosa-da-insegnare-oggi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jul 2023 05:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Delogu]]></category>
		<category><![CDATA[marco viscardi]]></category>
		<category><![CDATA[Oggi Manzoni ha ancora qualcosa da insegnare?]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Un'estate con Manzoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giulia Delogu </strong> <br /> La molla che muove Manzoni non è l’amore per l’ortografia e la grammatica, ma per la verità. Ciò che gli premeva era soprattutto dare vita ad una lingua che potesse comunicare il vero]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-104227" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/manzoni.jpg" alt="" width="176" height="265" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/manzoni.jpg 598w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/manzoni-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/manzoni-150x226.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/manzoni-300x452.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/07/manzoni-279x420.jpg 279w" sizes="(max-width: 176px) 100vw, 176px" /></p>
<p>[<em>Per una singolare, fortunata coincidenza (o forse per un disegno della Provvidenza) ho ricevuto nello stesso giorno due proposte relative al medesimo autore: il pezzo che segue, di Giulia Delogu, riflette sull&#8217;insegnamento che ci ha lasciato Manzoni e si presta splendidamente ad aprire, qui su NI, un&#8217;estate un po&#8217; manzoniana, che proseguirà a partire dal 3 agosto con una rubrica a cura di Marco Viscardi. Buone letture.</em> ot]</p>
<p>di <strong>Giulia Delogu</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Da appassionati manzoniani saremmo portati a rispondere, quasi senza pensarci, con un sicuro “certamente”. L’opera di Manzoni è studiata nelle scuole italiane di ogni ordine e grado da oltre un secolo. Diluita nei tredici anni di cui è fatto il nostro sistema scolastico. Riflettendo, tuttavia, ci si accorge che è tanto diluita da aver forse perso – agli occhi dei più – fascino e potenza. L’opera di Manzoni vuol essenzialmente dire i <em>Promessi sposi</em>, forse un po’ <em>Il Cinque maggio </em>e i cori delle tragedie. Altro difficilmente viene letto di prima mano e in modo diretto, anche nelle aule universitarie, dove Manzoni è guardato con interesse quasi solo da chi si occupa di studi letterari. Per decenni il compito principale di Manzoni si è ridotto a insegnare come si scrive in bell’italiano. Oggi, però, quell’italiano non offre più un modello da replicare: chi definirebbe una persona abile nella gestione delle finanze domestiche un “bravo massaio”? Dobbiamo quindi concludere, come i tanti detrattori del Manzoni, che è meglio dedicarsi ad altre letture?</p>
<p style="font-weight: 400;">I <em>Promessi sposi </em>sono indubbiamente un laboratorio linguistico e questo li ha resi per lungo tempo anche una palestra per imparare a scrivere. L’attenzione di Manzoni per la lingua ha però radici ben più profonde e obiettivi diversi dal semplice intento di insegnare l’italiano alle giovani, e meno giovani, generazioni. Per capire radici e obiettivi bisogna andare oltre i <em>Promessi sposi</em>, solo così si può rispondere alla domanda inziale: Manzoni ha ancora qualcosa da insegnare oggi?</p>
<p style="font-weight: 400;">La molla che muove Manzoni non è l’amore per l’ortografia e la grammatica, ma per la verità. In breve potremmo dire Manzoni non ha speso decenni a lavorare sulla lingua e a riscrivere le sue opere semplicemente per forgiare una lingua nazionale uniforme, né per comporre opere che poi servisse come testi scolastici: questi sono stati, per così dire, felici effetti collaterali. Ciò che gli premeva era soprattutto dare vita ad una lingua che potesse comunicare il vero, di qui la sua attenzione per i significati delle parole, che devono essere chiare e univoche, e per la forma, che deve essere precisa e comprensibile.</p>
<p style="font-weight: 400;">Lo stesso amore per la verità non ha, come si può essere indotti a credere da interpretazioni schematiche e affrettate, un significato religioso. Manzoni scrive di <em>santo vero </em>come principio guida per il poeta già nelle sue opere giovanili pre-conversione: “Il santo Vero mai non tradir: né proferir mai verbo, che plauda al vizio, o la virtù derida” afferma nel carme <em>In morte di Carlo Imbonati</em> del 1806. L’intellettuale deve consacrare la sua opera ad una missione civile, una missione di verità che conduca ad un perfezionamento individuale e sociale.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questa esigenza di verità rimane per Manzoni una costante. È ciò che lo porta a sperimentare nei diversi generi tra poesia e prosa, a riflettere costantemente sul rapporto tra verità e finzione, a interrogarsi sulla potenza (anche distruttrice) delle narrazioni vere e false. Di particolare impatto negli anni giovanili era stato l’eco degli eventi rivoluzionari che appartenevano ad un recente passato e ai quali, adolescente, aveva dedicato il poemetto <em>Del trionfo della libertà</em>, mai pubblicato in vita. Ad un entusiasmo inziale per le <em>cose di Francia</em>, infatti, erano presto subentrate una certa dose di disillusione e anche di angoscia: com’era possibile che il trionfo della libertà rappresentato dalle prime fasi della rivoluzione fosse poi degenerato nel Terrore e nel dispotismo napoleonico? Queste domande Manzoni se le sarebbe poste tutta la vita, fino all’incompiuta comparazione tra la Rivoluzione francese e il Risorgimento italiano, cui si dedicò nei suoi ultimi anni.</p>
<p style="font-weight: 400;">Come ha ben sottolineato Adriano Prosperi in un <a href="https://www.rivisteweb.it/doi/10.7375/90114">articolo</a> apparso sulla rivista <em>Studi storici</em> nel 2018, è proprio indagando il complesso legame instaurato da Manzoni con le rivoluzioni e con l’eredità del pensiero illuminista settecentesco che possiamo oggi meglio comprendere i lati più originali e innovativi della sua opera. A questo mi sembra utile aggiungere che si tratta di un’opera attraversata da una tensione conoscitiva e da un profondo rapporto con la storia, intesa come strumento e non come campo a sé stante. Indagare il passato, fare ricorso ad una prospettiva storica, ricostruire minutamente eventi passati, anche consultando documenti d’archivio, rappresentava un laboratorio per cercare risposte sull’attualità, per immaginare una verità che spiegasse l’agire umano.</p>
<p style="font-weight: 400;"><em> Fare storia </em>per Manzoni significava riflettere sul contenuto e in particolare sugli “attori oscuri” del passato che molto avevano da dire nel presente, al contempo significava un continuo lavorio sulla forma che, in ossequio al vero, doveva unire precisione linguistica ed efficacia narrativo-comunicativa. Manzoni voleva essere letto e capito, suscitare emozioni e pensieri. Voleva altresì far comprendere il potere delle parole e mettere in guardia dai pericoli di quelle che oggi chiamiamo <em>fake news</em>. Di qui il suo attraversare tanti generi, scrivere tragedie, carmi, odi, romanzi e reportage, mettendo nella tessitura dell’invenzione sempre anche i fili della storia.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il modo di fare storia di Manzoni (elogiato a inizio Novecento da Attilio Momigliano, demolito poco dopo dai crociani, rivalutato più di recente da Carlo Ginzburg) è ricco di riflessioni ancora molto attuali. Fin dalla bozza del <em>Fermo e Lucia</em>, lo scrittore milanese rifletteva sui limiti della storia come scienza, scrivendo che ciò che si può ricostruire è “la storia delle idee che hanno regnato nelle diverse età”. Il rifiuto delle pretese di assoluta scientificità asettica della storia e del documento d’archivio come feticcio immutabile e incontrovertibilmente vero non si traduce però in un relativismo epistemologico alla Hayden White; secondo Manzoni, la storia ha sempre una via d’uscita nella possibilità e nella congettura: “è una parte della miseria dell&#8217;uomo il non poter conoscere se non qualcosa di ciò che è stato, anche nel suo piccolo mondo; ed è una parte della sua nobiltà e della sua forza il poter congetturate al di là di quello che può sapere”. Queste erano le conclusioni di metodo cui giungeva interrogandosi su vero, verosimile e finzione in <em>Del romanzo storico </em>(1845)<em>.</em></p>
<p style="font-weight: 400;">Congettura non vuole mai dire distorsione. Manzoni, ad esempio, richiamava anche l’attenzione su un problema tutt’oggi molto dibattuto, quello dell’anacronismo. Se da un lato è legittimo utilizzare la storia come palestra per la comprensione del presente e come laboratorio per esercitarsi nel decostruire l’intrico di narrative confliggenti che circondano un evento (e qui Manzoni sempre pensava alle rivoluzioni), dall’altro è illegittimo leggere e giudicare le parole del passato secondo i nostri odierni significati.</p>
<p style="font-weight: 400;">Molto ci sarebbe da dire sui singoli testi e su quanto possano offrire a chi li legge oggi. Sul <em>Discorso sur alcuni punti della storia longobardica in Italia</em> (1822) come modello di metodo e come felice esempio di storiografia ideologica, politica e militante ha scritto Dario Mantovani in un’illuminante premessa al <a href="https://www.casadelmanzoni.it/content/5-discorso-sopra-alcuni-punti-della-storia-longobardica-italia">volume</a> V dell’Edizione Nazionale.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche sulla <em>Storia della colonna infame</em> (1842) vale la pena di soffermarsi, interrogandosi sull’attualità dell’opera manzoniana. Manzoni voleva fosse sempre stampata insieme ai <em>Promessi sposi</em>, di cui la considerava l’altra faccia. Tradizionalmente è stata interpretata come una risposta ai processi austriaci seguiti ai moti del 1821, recentemente però Prosperi ha mostrato come la sua genesi sia stata più antica. Si lega infatti al decennale tentativo di Manzoni di comprendere l’età rivoluzionaria, unendo dunque il Seicento al 1789 e oltre.</p>
<p style="font-weight: 400;">La <em>Colonna Infame </em>è il punto di arrivo e al contempo di svolta della riflessione manzoniana su verità e invenzione. Manzoni sceglie una <em>forma di verità </em>(la narrazione storiografica) per riflettere sugli effetti, nefasti, dell’invenzione e della manipolazione del vero nella sfera pubblica. Gli interrogativi da cui muove sono: come e se si possono combattere gli effetti di narrazioni fasulle e complottistiche, che possono sfociare nel Terrore… o appunto nella caccia agli untori della Milano afflitta dalla peste negli anni Trenta del Seicento. L’indagine storica, insomma, viene in questo caso preferita al romanzo o alla poesia perché rappresenta una sorta di antidoto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Già Pietro Verri nelle<em> Osservazioni sulla tortura</em> (1777) si era dedicato alla vicenda della <em>Colonna Infame </em>con un obiettivo politico, ideologico e riformatore specifico e per sensibilizzare l’opinione pubblica sul rinnovamento del sistema giudiziario e penale. Manzoni riprende la triste vicenda per farne – lo dice lui stesso – una “ricostruzione storica” che dia l’occasione per riflettere sulla potenza e i percoli della comunicazione e dell’annullamento dei confini tra vero e inventato.</p>
<p style="font-weight: 400;">Come abbiamo visto, il problema <em>comunicativo</em> era stato da sempre al centro degli interessi di Manzoni, saldandosi alla sua esigenza di verità. La sperimentazione di diversi generi e la riflessione sulla lingua ne sono gli esiti forse più evidenti e sono stati quelli più studiati e che più impatto hanno avuto sulla cultura e sul sistema educativo italiano. A fianco della riflessione su come meglio comunicare il vero, in Manzoni però si fa strada anche il problema molto attuale di come sfatare il falso, di quali argini mettere a complotti e deliri collettivi basati sulle false notizie. La storia e la scrittura, dunque, divengono strumenti per muoversi nei labirinti comunicativi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Vale dunque ancora la pena di occuparsi di Manzoni? Sì, ripartendo forse dal meno indagato <em>Manzoni storico </em>che ci può trasmettere l’importanza della dimensione narrativa e comunicativa della storiografia. Scrivere storia vuol dire sia mettere in campo un’attenta analisi testuale e linguistica sia prestare attenzione alla costruzione narrativa dei propri saggi che devono sapere comunicare. Ci porta poi a riflettere sulla centralità della verità, unita alla consapevolezza dei limiti conoscitivi dell’indagine storica, che non sfocia tuttavia in una sfiducia relativista ma in soluzioni creative e nell’uso di categorie come quella di possibilità. Ci porta ancora a riscoprire l’utilità della storia come strumento che salda il passato e il presente e che può dare vita e voce anche ai vinti e ai subalterni, al particolare, all’oscuro e all’eccezionale ed inserirli nel “quadro morale dell’umanità”.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ci insegna che forma e contenuto si saldano in un binomio inscindibile e che pertanto chiunque voglia creare o comprendere le produzioni culturali di ogni tempo deve saperli maneggiare entrambi. Storia, linguistica, analisi letteraria e teoria della comunicazione non possono essere universi separati. Ci mostra infine come l’indagine storica sia una preziosa risorsa per navigare il complesso oceano comunicativo in cui siamo immersi: sfatare il falso nel passato e capire come una narrazione ha potuto prendere il sopravvento sulle altre fino a generare impatti anche tragici permette di affinare le nostre capacità conoscitive e interpretative sull’oggi. Leggere Manzoni nel terzo millennio è, insomma, più necessario che mai.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>1922-2022:  tre piste di riflessione dopo il voto del 25 settembre in Italia # 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2023 06:13:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Levi]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
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		<category><![CDATA[Movimento Sociale Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe A. Samonà </strong> <br /> Ho vissuto in Italia i primi vent’anni della mia vita, e altrove i successivi quaranta: ma in Italia sono tornato regolarmente, almeno una volta l’anno, registrandone attraverso il tempo mutamenti più o meno significativi. È questa distanza partecipe che ha orientato le mie impressioni sul voto del 25 settembre...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p><span style="background-color: #ffffff; color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Ho vissuto in Italia i primi vent’anni della mia vita, e altrove i successivi quaranta: ma in Italia sono tornato regolarmente, almeno una volta l’anno, soprattutto per via di alcuni affetti preziosi che ancora ci vivono, registrandone attraverso il tempo mutamenti più o meno significativi. È questa distanza partecipe che ha orientato le mie impressioni sul voto del 25 settembre, sulla campagna elettorale che lo ha preceduto e sulle reazioni, o i silenzi, che ha provocato nelle settimane che lo hanno seguito, in particolare imponendomi all’attenzione questioni che nella discussione italiana sono meno o per nulla considerate, o comunque facilmente risolte con formule che a me, da questo mio punto di vista lontano-vicino, appaiono spesso come luoghi comuni. Vorrei condividere queste impressioni, questi abbozzi di riflessione, forse più antropologiche – o persino in parte sentimentali – che politiche, con gli amici italofili o italiani che come me non abitano in Italia, e con quelli che continuano ad abitarci.</p>
<ol>
<li><strong>Il fascismo</strong></li>
</ol>
<p>In Italia c’è da tempo un gran ripetere che non esiste più un pericolo fascista. Anno dopo anno sempre più forte e aggressiva nella società come nel parlamento, lo ha frequentemente ripetuto la destra radicale, dapprima suadente poi via via più sprezzante, fiera: <em>Non siamo fascisti</em>, volentieri precisando che non possono esserlo perché il fascismo non esiste più, non ha più senso (e dunque, va da sé, non ne ha più neanche l’antifascismo&#8230;). Ma, sia pur in una diversa prospettiva, lo han ripetuto non pochi dei loro avversari a sinistra, o per dir meglio, nel campo che si richiama al progressismo: <em>Non sono fascisti, il fascismo non può tornare</em>,<em> appartiene alla storia</em>, spesso precisando che la destra va combattuta, certo, ma il voto deve essere rispettato, la democrazia è solida, etc. Per i primi, si è trattato innanzitutto di un modo di farsi accettare, di rassicurare – più l’Europa che l’Italia, dove la parola <em>fascismo</em> oramai non crea più il rigetto di una volta – nella loro marcia trionfale verso il potere, e del resto il ritornello sta nel contempo mutando di colore e perdendo in intensità ora che al potere ci sono arrivati; per i secondi, viceversa, si è trattato di un modo di rassicurare se stessi, di addomesticare la possibile sconfitta, con il ritornello che si è intensificato nel mentre quella sconfitta assumeva i contorni dell’apocalisse, quasi che il negare il pericolo ne dissolvesse la realtà: un po’ come quando si evita di pronunciare il nome di una grave malattia, perché il semplice nominarla la renderebbe irreversibile, costringendoci a cambiar vita per combatterla.</p>
<p>Ora il pericolo, anzi, il fascismo, in Italia esiste, non è mai morto, e non è mai stato tanto florido come oggi – anche se certo non si tratta del fascismo storico, quello del manganello e dell’olio di ricino, perché la storia non si replica: e su questo ha buon gioco Giorgia Meloni a ridicolizzare l’accusa che le è, sempre di meno per altro, rivolta. Ma di cosa si tratta, allora?</p>
<p>Innanzitutto, a un livello più profondo, sotterraneo, va considerato quello che Carlo Levi ha definito &#8220;l’eterno fascismo italiano&#8221; [<a href="https://altritaliani.net/leterno-fascismo-italiano/">L’eterno fascismo italiano (altritaliani.net)</a>], e su cui hanno aggiunto del proprio tanti altri scrittori e artisti (Sciascia, Consolo, Camilleri, Fellini, etc. per non citare che quelli che ho avuto modo di riavvicinare negli ultimi tempi): il lungo Ventennio mussoliniano ne è stato solo uno straordinario momento di compiuta apoteosi; i molti anni di Berlusconi (di nuovo, più o meno un ventennio&#8230;) e quelli più recenti e meno numerosi di Salvini lo hanno prepotentemente riportato alla luce, con le sue pulsioni, i suoi tic, i suoi luoghi comuni&#8230; Il termine “eterno” tuttavia non deve trarre in inganno: non rimanda a una presunta italianità innata, quanto a un terreno, a una predisposizione culturale composita che si è formata in un largo movimento della storia e i cui tratti hanno finito con l’infiltrare – come se fosse appunto da sempre – la società italiana.</p>
<p>Del resto è Manzoni, con <em>I</em> <em>promessi sposi</em>, a offrirne una delle più acute e inalterabilmente attuali descrizioni, come se questo romanzo del XIX secolo (la versione finale è del 1840) che retrocede l’azione nella pre-Italia del XVII avesse acquisito, attraverso l’immortalante caratterizzazione dei personaggi che mette in scena, la capacità di navigare attraverso il tempo, anticipando il futuro: che si pensi fra i più significativi al mediocre tiranno Don Rodrigo e alla corte dei mediocri e cinici asserviti che gli gira intorno, dal frivolo conversatore cugino Attilio al cialtronesco avvocato Azzecca-garbugli, con l’incomprensibile intrico di <em>grida</em> leggi e pene che lo aiuta e aiuta in generale l’oppressore contro l’oppresso, affermando tutto e il contrario di tutto; o ancora al vanesio e ridicolo politicante Conte zio, gonfio del proprio vano prestigio, o al Griso, al Nibbio, allo Sfregiato e agli altri <em>bravi</em>, gli scherani del potente don Rodrigo o dell’ancor più potente Innominato; e soprattutto a Don Abbondio, il prete codardo e <em>arrangione</em>, disposto a sottomettersi a qualunque potente in cambio della sua piccola ed egoista tranquillità domestica (il cattolico – convertito – Manzoni è stato vicino al pensiero illuminista e al protestantesimo versione giansenista e non esita ad denunciare il vizio insito nella struttura ecclesiastica), non a caso è Alberto Sordi, vera e propria incarnazione della viltà furba e meschina della <em>piccola </em>Italia, a rappresentarlo nel celebre sceneggiato televisivo della fine anni Ottanta. (Ovviamente nei <em>Promessi Sposi</em>, come anche in Italia, oltre ai <em>vizi </em>ci sono le <em>virtù</em>: ma, nonostante il lieto fine, Manzoni è decisamente più abile nell’eternizzare i primi che le seconde: forse perché i primi esistono veramente, le seconde sono soprattutto delle aspirazioni.).</p>
<p>Anzi, pochi anni prima dei <em>Promessi </em>Sposi – o se se si preferisce parallelamente alle prime versioni del romanzo – alcuni di questi <em>vizi </em>insieme ad altri li aveva già descritti Leopardi, con identica capacità di navigazione attraverso le epoche, anche se su un piano più filosofico, nel<em> Discorso sopra lo stato presente del costume degli Italiani</em> (1824 – e si noti che sia Manzoni che Leopardi pensano e scrivono <em>prima </em>della nascita istituzionale dell’Italia&#8230;). Ora, appunto, non sono più i personaggi emblematici a parlare, ma lo scheletro stesso della nazione, in modo ancora più crudo, attraverso alcune sconvolgenti <em>generalità</em>: in primis, quella da cui derivano tutte le altre, la mancanza di <em>società stretta</em>, la società cioè considerata nel senso del rapporto <em>più intimo</em> che gli individui hanno fra di loro, nella quale ognuno tiene conto di tutti gli altri – e dietro appunto, di conseguenza, la generale assenza di centro, la poca cura che si ha verso il proprio onore, l’indifferenza all’opinione pubblica, il cinismo sociale, la forte predisposizione a ridere di tutto e di tutti che va insieme all’incapacità politica etc. Con una radicalità assoluta: le possibili <em>virtù</em> stanno infatti sullo sfondo, sono ombre che accompagnano i <em>vizi</em>, in un certo senso li definiscono, non hanno esistenza propria, non interessano comunque Leopardi; e in realtà non si dovrebbe neanche parlare di <em>vizi </em>e <em>virtù</em>, ma semplicemente di incurabili peculiarità, analizzate con l’impassibile occhio clinico del chirurgo, o dell’entomologo. Qui insomma non è previsto nessun lieto fine.</p>
<p>Andrebbero entrambi riletti, il romanzo di Manzoni e il <em>discorso </em>di Leopardi, insieme agli scritti storico-politici di Piero Gobetti, che interpretò il fascismo – per riassumerlo con la sua celebre formula – come l’<em>autobiografia della nazione</em>. Se dovessi molto liberamente, anche attraverso la griglia storica che mi viene dai miei studi, intrecciarli insieme tutti e tre (anzi tutti e quattro, con Carlo Levi), direi: l’Italia, arroccandosi  sulla Controriforma, o meglio, non essendo neanche sfiorata dalla Riforma – una Controriforma senza Riforma insomma! – è rimasta più o meno impermeabile alla modernità, immatura, strutturalmente dominata dall’ideologia piccolo-borghese, caratterizzandosi con una mancanza di autonomia, di vita libera, o più semplicemente di società autentica, nel senso del vivere insieme, anche per via di una disposizione (nel senso collettivo della <em>polis</em>, del vivere insieme) alla servitù volontaria e al cinismo, all’indifferenza per il bene comune – il che significa anche la preminenza del senso comico rispetto a quello civico – al quale sempre si preferiscono le diverse forme di famiglia&#8230; In questa direzione, il fascismo è una malattia soggiacente, cronica, una vocazione culturale prima ancora che politica, che come l’araba fenice sempre può rinascere dalle sue ceneri. E l’antifascismo la cura, l’antidoto – anch’esso per fortuna appartenente alla storia italiana! – l’unica possibilità di riscatto&#8230;</p>
<p>Va quindi considerato un secondo elemento, più drammaticamente concreto e squisitamente storico, nel senso della storia più vicina, breve. La Resistenza, che ha appunto permesso di riscattare la vergogna del Ventennio, ha di fatto, soprattutto ai suoi inizi, mobilitato un’esigua minoranza di italiani in una piccola parte del paese, facendosi più consistente solo dopo l’evidenza della disfatta. In questo senso, guardando indietro nel tempo attraverso quasi ottant’anni di vita nazionale (che in tutto, lo si ricordi, ne conta poco più di centocinquanta), non si può non constatare che questa gloriosa pagina della storia italiana è stata anche la foglia di fico che in qualche modo ha permesso di non vedere, di evitare un reale lavoro di memoria: l’Italia, vuoi per adesione vuoi per indifferenza, era stata globalmente fascista, e il fascismo, i suoi uomini, non si sono evaporati per magia dopo il 1945, ma – anche grazie a consistenti provvedimenti di amnistia – sono materialmente passati dentro gli apparati pubblici, la burocrazia, i luoghi di lavoro della nascente Repubblica italiana – ed è stata un’infiltrazione capillare, profonda. E poi c’è stato il Movimento Sociale Italiano (MSI), fondato da reduci della Repubblica Sociale Italiana e del Regime, Giorgio Almirante in testa, un partito consapevolmente, volutamente fascista, anti-democratico, anche se via via con qualche aggiustamento più di facciata che di sostanza, che <em>costituzionalmente</em>  sarebbe dovuto essere fuorilegge – ricordate? articolo 12 delle disposizioni transitorie e finali:  <em>È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista</em> – e invece è stato sin dall’inizio presente nel Parlamento, nonché dentro la società, più o meno oscuramente legato alle diverse trame nere che hanno avvelenato la vita del paese. Berlusconi ha avuto per così dire il merito di ridare legittimità, forza, blasone a questa destra radicale e a idee, gesti, simboli, che nella Prima Repubblica erano ufficialmente fuori dal cosiddetto arco costituzionale, e di annacquare il termine “fascista”, al suo posto trasformando “comunista” in insulto (i comunisti, lo ricordiamo, ebbero un ruolo fondamentale nella Resistenza, e poi nella scrittura della Costituzione). Quella che un tempo si chiamava maggioranza silenziosa è tornata, e rumorosamente, a parlare, è diventata la spina dorsale del paese. Ed ecco, come a compiere la parabola iniziata nel 1994 con la prima vittoria del Cavaliere, che oggi a vincere le elezioni c’è un partito che se, va ripetuto, non si richiama al Ventennio, si vuole esplicitamente diretto erede, financo in alcuni suoi elementi chiave, del MSI, a cominciare dall’assunzione come suo simbolo rappresentativo dell’infausta fiamma tricolore. Con un sintomatico rovesciamento: se un tempo il partito di Berlusconi ha guidato, come elemento principale, coalizioni di centrodestra in cui rappresentava la destra, oggi fa parte di una coalizione di cui rappresenta, come partitino comprimario, il centro moderato – di conseguenza sarebbe forse più chiaro parlare di coalizione di “estrema destra-destra”. E c’è anche, come emblematica ciliegina sulla torta, il ritorno in senato di Berlusconi in persona, nove anni dopo la sua decadenza per via della legge anti-corruzione detta Severino (che ora la destra a lui più vicina vorrebbe non a caso cambiare nella sostanza).</p>
<p>Insomma, il fascismo del 1922 non è tornato né sta per tornare, ma se questa destra governerà per qualche anno – e non vedo nell’immediato cosa potrebbe impedirglielo – la Repubblica nata dalla Resistenza, l’antifascismo con i suoi simboli, a partire da diversi nomi delle strade, delle piazze, dei ministeri, etc., i libri di testo nelle scuole, la Costituzione, e dietro tutte le battaglie per i diritti civili e sociali, saranno (già lo sono) oggetto di un attacco costante, e senza precedenti: anche se probabilmente tale attacco, considerando la notevole intelligenza politica e retorica di chi questa destra la dirige, non si farà in modo lineare e frontale, ma come dire, dal di dentro, localmente (i segni già si moltiplicano&#8230;) sotto la spinta di una subdola e questa sì senza mezzi termini riscrittura della Storia: cambiare il passato per regnare sul presente – il discorso di insediamente del(la) neo-nominat(a) Presidente del Consiglio è in questa prospettiva esemplare. L’Italia in altri termini non si avvia – probabilmente – a essere fascista, ma si avvia decisamente a non essere più antifascista, risvegliando valori, parole, gesti, simboli evidentemente soltanto sopiti, in totale antitesi con quelli che nei cinquant’anni successivi alla guerra hanno fatto, socialmente, civilmente, culturalmente, la forza di un paese avido di futuro, e sino a qualche anno fa ancora avvolti dalla vergogna. Il mutamento è epocale, antropologico, ben più che politico – si provi a immaginare, secondo scenari ovviamente molto diversi, se la Francia si svincolasse dalla Rivoluzione del 1789, o la Germania dalla pregiudiziale anti-nazista, o ancora gli Stati Uniti dichiarassero che la lotta al razzismo non ha più senso&#8230; – e come tale non è certo istantaneo, matura da tempo. Di fatto, quelle parole, quei gesti, simboli e valori circolano già da diversi anni, diventando più forti, più banali a ogni giro di calendario, e rivelandosi anche nei più piccoli dettagli: le esternazioni di un barista romano o palermitano, i malumori della gente al mercato, o in qualche luogo di lavoro, con ricche variazioni di esterofobia, gli scambi, le chiacchiere ad alta voce di sempre più numerosi turisti nel metro parigino, o in fila per prendere l’aereo che li riporti a casa o per salire al Partenone di Atene (cito a caso ricordando episodi di cui sono stato testimone e che negli anni si sono fatti sempre più frequenti). È come se l’immagine dell’italiano medio stesse cambiando colore – la leggendaria bonomia lascia gradualmente il posto a un livoroso incattivimento&#8230; – e il paese si isolasse sempre di più, si avvitasse su se stesso: nel senso di quell’<em>autobiografia della nazione</em> di cui dicevo prima. Tuttavia un paese non è mai un paese solo, ma molti: così, mentre la nuova-antica Italia si andava via via risvegliando, l’altra Italia, quella diciamo della <em>Repubblica nata dalla Resistenza</em>, o almeno dei suoi settori più a sinistra, ha via via perso la sua capacità collettiva di resistere, di manifestare il dissenso, di progettare il futuro, sino a cadere in una sorta di rassegnata letargia, se non direttamente a scomparire. Ecco, in questa prospettiva le ultime elezioni sono semplicemente il sigillo, la sentenza che rende ufficiale una situazione già esistente, come anche un’ulteriore, significativa scossa, un poderoso squillo di tromba, le cui conseguenze non sono ancora misurabili.</p>
<p>Questa <em>nuova destra al passo coi tempi </em>(formuletta&#8230;) ormai dichiara apertamente di voler cambiare in profondità l’Italia, anzi, la Nazione; molti suoi avversari sdrammatizzano dicendo – è una formula anche questa – <em>non cambierà nulla, come sempre! </em>E da un certo punto di vista è vero perché, come scriveva Giuseppe Pontiggia, l’Italia è il paese delle <em>Sabbie immobili</em> – anche nel senso di quel che scriveva nel <em>Gattopardo</em> Lampedusa: <em>Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi&#8230; </em>Si tratta tuttavia, per così dire, di un’immobilità dinamica e pericolosa, perché riafferma un’antica e radicata prospettiva della storia nazionale. Eh già&#8230;: <em>Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta&#8230; </em>(O anche appunto, per qualificare questo <em>risveglio </em>con un’epentesi: &#8230; <em>s’è dest</em><strong>r</strong>a&#8230;)</p>
<p><em>[Continua&#8230;]</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Fu vera gloria?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/10/14/fu-vera-gloria/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Oct 2018 05:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Saliceti]]></category>
		<category><![CDATA[Napoleone Buonaparte]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Ferrazzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani “Le sue vittorie in battaglia restano nella Storia, incancellabili; ma non si può negare che le petit caporal avesse un carattere incline a risolvere tutti i problemi con la violenza e a raggiungere i suoi scopi con la menzogna.” Così scrive Riccardo Ferrazzi nel capitoletto conclusivo di N.B. Un teppista di successo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/N.B.-Un-teppista-di-successo.png" alt="" width="200" height="243" class="alignleft size-full wp-image-76161" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/N.B.-Un-teppista-di-successo.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/N.B.-Un-teppista-di-successo-160x194.png 160w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p>“Le sue vittorie in battaglia restano nella Storia, incancellabili; ma non si può negare che le <em>petit caporal</em> avesse un carattere incline a risolvere tutti i problemi con la violenza e a raggiungere i suoi scopi con la menzogna.” Così scrive <strong>Riccardo Ferrazzi</strong> nel capitoletto conclusivo di <em>N.B. Un teppista di successo</em>, romanzo appena pubblicato da Arcadia, collana Eclypse. € 16.<br />
Romanzo? Ma sì, in un certo senso romanzo, perché la vita di <strong>Napoleone Bonaparte</strong> viene raccontata in modo romanzesco e perché del romanzo ha la vena e il potere avvincente.<span id="more-76160"></span></p>
<p> Però attenzione, non si tratta di una biografia di tutta la vita, non si raccontano Jena e Austerlitz, e neanche l’infelice campagna di Russia, ma si parla di quella scapestrata giovinezza, solitamente poco frequentata, poco nota, quella che non viene ritenuta importante dai manuali e dalle biografie usuali. Il racconto infatti si ferma al 1796, quando Napoleone sposa (ed è in occasione delle pubblicazioni del matrimonio che egli cambia il cognome da <em>Buonaparte</em> in <em>Bonaparte</em>) Marie Josèphe Rose Tascher de La Pagerie, vedova Beauharnais, che lui chiamerà sempre Joséphine; per partire poi subito per la campagna d’Italia, che sarà l’inizio dei suoi molteplici successi, fino all’insuccesso finale.<br />
La narrazione dei suoi primi  27 anni – il nostro era nato ad Ajaccio nel 1769 – è piuttosto sorprendente e mostra di questa parte della sua vita aspetti inaspettati. Si potrebbe dire che il libro racconta la sua scalata al potere, scalata tutta volta in una prima fase alla lotta per la libertà della sua amata Corsica, mentre poi, quando intravede la possibilità del potere vero, quello di comandare l’intera armata francese, e poi la Francia stessa, dapprima agli ordini del Direttorio e poi con piena autonomia, col titolo di imperatore, il nostro teppista dimentica la non abbastanza amata Corsica e si dedica al bersaglio grosso. </p>
<p>Non è facile smettere di leggere questo libro, anche perché la vita del nostro si svolge ovviamente negli anni cruciali della rivoluzione e Ferrazzi ha cura di riportarne gli avvenimenti principali, tutti più meno connessi con la sua vita, la presa della Bastiglia, le incertezze del re e della regina, le Tuileries, la Convenzione, la ghigliottina implacabile, sia con i reali che con esponenti di primo piano del Terrore e infine il Direttorio e la guerra con l’Austria.<br />
Eccovi ad esempio un non proprio confortante passo sulla difesa, da parte della repubblica, di Nantes dai ribelli realisti della Vandea:</p>
<blockquote><p>&#8220;Nell’atmosfera da ultima spiaggia che dominava la Francia in quegli ultimi mesi del 1793, fra i commissari inviati a organizzare la difesa di Nantes dai rivoltosi vandeani si diffuse la psicosi dello spionaggio. Nelle prigioni vennero ammassate dodici o tredicimila persone (uomini, donne e bambini) e in questa massa di disperati si sviluppò un’epidemia di tifo. Il commissario Carrier li fece sterminare senza neppure l’ombra di un processo. Le stragi avvennero prima con fucilazioni di massa, poi imbarcando i prigionieri – legati fra loro – su chiatte che nottetempo venivano fatte affondare nella Loira.&#8221;</p></blockquote>
<p>Per questa vicenda tra l&#8217;altro è molto utile leggere <em>Novantatrè</em> di Victor Hugo, splendida cronaca della rivolta in Vandea e della sua sanguinosa repressione.<br />
Un ruolo importante sembra poi giocare un altro còrso, Antoine Christophe Saliceti, sulla cui vera attività nulla si sa di preciso, salvo che durante tutta la prima fase della carriera di Napoleone, indossa una veste di consigliere molto rilevante: Ferrazzi trascrive lettere tra i due, per le quali attinge molto, oltre che a documenti storici, alla propria inventiva e fantasia, come egli stesso confessa alla fine del volume. Eccovene una, tanto per capire:</p>
<blockquote><p>&#8220;Caro Buonaparte,<br />
non perdetevi d’animo. Siamo in guerra con l’Austria e il ministero non può privarsi di un ufficiale di artiglieria. Però è necessario che veniate a Parigi. I vostri amici faranno tutte le pressioni necessarie ma bisogna che i funzionari del ministero vi vedano in volto e ascoltino dalla vostra voce i motivi del mancato rientro al reggimento. Non dubito che saprete essere convincente, magari caricando un po’ le tinte.<br />
Fidatevi della mia parola e venite! Ho parlato del vostro caso a Robespierre che, come sapete, ha grande influenza fra i Giacobini. Faremo il possibile anche per mantenervi il grado di tenente colonnello. Non posso garantire che ci riusciremo, ma abbiamo ottimi agganci al ministero e sapremo sfruttarli.<br />
In attesa di avervi qui con noi, vi saluta il vostro amico<br />
Antonio Saliceti&#8221;</p></blockquote>
<p>Vedete? Saliceti dice sempre “noi”, lasciando nel vago a chi si estenda questo pronome.</p>
<p>E poi il racconto comprende con cura anche la famiglia Buonaparte, il fratello maggiore Giuseppe, l’altro fratello Luciano e la sorella Paolina, ai quali Napoleone affida di volta in volta vari compiti che giochino in suo favore.<br />
Quello che ho provato io leggendo un po’ col fiato sospeso questo libro è stato un misto di stupore e di orrore per un personaggio che in verità non avevo mai particolarmente ammirato per le sue cosiddette imprese e la sua inestinguibile brama di conquista: così che la mia risposta alla domanda del titolo che, come tutti sappiamo, è quella che Alessandro Manzoni si pone nell’ode <em>Il cinque maggio</em>, rimandando ai posteri l’ardua sentenza, non è proprio positiva.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Pop Polar &#8211; Manzoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 15:31:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[piero manzoni]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl&#8217;anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl&#8217;illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d&#8217;Allori, rapiscono solo che le sole [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/manz.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/manz.jpg" alt="manz" title="manz" width="297" height="261" class="aligncenter size-full wp-image-26920" /></a></p>
<p><em>L&#8217;Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl&#8217;anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl&#8217;illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d&#8217;Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co&#8217; loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggj, e trapontando coll&#8217;ago finissimo dell&#8217;ingegno i fili d&#8217;oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito solleuarsi a tal&#8217;argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de&#8217; Politici maneggj, et il rimbombo de&#8217; bellici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione.<br />
<span id="more-26919"></span><br />
 Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie d&#8217;horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezi d&#8217;Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l&#8217;amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l&#8217;Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl&#8217;Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl&#8217;altri Spettabili Magistrati qual&#8217;erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d&#8217;atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dagl&#8217;huomini temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesoché l&#8217;humana malitia per sé sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij d&#8217;Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici emolumenti. Per locché descriuendo questo Racconto auuenuto ne&#8217; tempi di mia verde staggione, abbenché la più parte delle persone che vi rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, et il medesmo si farà de&#8217; luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Né alcuno dirà questa sij imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto agl&#8217;huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocché, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti&#8230;</em></p>
<p>&#8220;Ma, quando io avrò durata l&#8217;eroica fatica di trascriver questa storia da questo dilavato e graffiato autografo, e l&#8217;avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla?&#8221;<br />
Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno scarabocchio che veniva dopo accidenti, mi fece sospender la copia, e pensar più seriamente a quello che convenisse di fare. &#8220;Ben è vero, dicevo tra me, scartabellando il manoscritto, ben è vero che quella grandine di concettini e di figure non continua così alla distesa per tutta l&#8217;opera. Il buon secentista ha voluto sul principio mettere in mostra la sua virtù; ma poi, nel corso della narrazione, e talvolta per lunghi tratti, lo stile cammina ben più naturale e più piano. Sì; ma com&#8217;è dozzinale! com&#8217;è sguaiato! com&#8217;è scorretto! Idiotismi lombardi a iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica arbitraria, periodi sgangherati. E poi, qualche eleganza spagnola seminata qua e là; e poi, ch&#8217;è peggio, ne&#8217; luoghi più terribili o più pietosi della storia, a ogni occasione d&#8217;eccitar maraviglia, o di far pensare, a tutti que&#8217; passi insomma che richiedono bensì un po&#8217; di rettorica, ma rettorica discreta, fine, di buon gusto, costui non manca mai di metterci di quella sua così fatta del proemio. E allora, accozzando, con un&#8217;abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui: declamazioni ampollose, composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella goffaggine ambiziosa, ch&#8217;è il proprio carattere degli scritti di quel secolo, in questo paese. In vero, non è cosa da presentare a lettori d&#8217;oggigiorno: son troppo ammaliziati, troppo disgustati di questo genere di stravaganze. Meno male, che il buon pensiero m&#8217;è venuto sul principio di questo sciagurato lavoro: e me ne lavo le mani&#8221;.<br />
Nell&#8217;atto però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva male che una storia così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta; perché, in quanto storia, può essere che al lettore ne paia altrimenti, ma a me era parsa bella, come dico; molto bella. &#8221; Perché non si potrebbe, pensai, prender la serie de&#8217; fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura? &#8221; Non essendosi presentato alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco l&#8217;origine del presente libro, esposta con un&#8217;ingenuità pari all&#8217;importanza del libro medesimo.<br />
Taluni però di que&#8217; fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c&#8217;eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine dissipò tutti i nostri dubbi: a ogni passo ci abbattevamo in cose consimili, e in cose più forti: e, quello che ci parve più decisivo, abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, de&#8217; quali non avendo mai avuto notizia fuor che dal nostro manoscritto, eravamo in dubbio se fossero realmente esistiti. E, all&#8217;occorrenza, citeremo alcuna di quelle testimonianze, per procacciar fede alle cose, alle quali, per la loro stranezza, il lettore sarebbe più tentato di negarla.<br />
Ma, rifiutando come intollerabile la dicitura del nostro autore, che dicitura vi abbiam noi sostituita? Qui sta il punto.<br />
Chiunque, senza esser pregato, s&#8217;intromette a rifar l&#8217;opera altrui, s&#8217;espone a rendere uno stretto conto della sua, e ne contrae in certo modo l&#8217;obbligazione: è questa una regola di fatto e di diritto, alla quale non pretendiam punto di sottrarci. Anzi, per conformarci ad essa di buon grado, avevam proposto di dar qui minutamente ragione del modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo andati, per tutto il tempo del lavoro, cercando d&#8217;indovinare le critiche possibili e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente. <strong>Né in questo sarebbe stata la difficoltà; giacché (dobbiam dirlo a onor del vero) non ci si presentò alla mente una critica, che non le venisse insieme una risposta trionfante, di quelle risposte che, non dico risolvon le questioni, ma le mutano. Spesso anche, mettendo due critiche alle mani tra loro, le facevam battere l&#8217;una dall&#8217;altra; o, esaminandole ben a fondo, riscontrandole attentamente, riuscivamo a scoprire e a mostrare che, così opposte in apparenza, eran però d&#8217;uno stesso genere, nascevan tutt&#8217;e due dal non badare ai fatti e ai principi su cui il giudizio doveva esser fondato; e, messele, con loro gran sorpresa, insieme, le mandavamo insieme a spasso. Non ci sarebbe mai stato autore che provasse così ad evidenza d&#8217;aver fatto bene. Ma che? quando siamo stati al punto di raccapezzar tutte le dette obiezioni e risposte, per disporle con qualche ordine, misericordia! venivano a fare un libro. Veduta la qual cosa, abbiam messo da parte il pensiero, per due ragioni che il lettore troverà certamente buone: la prima, che un libro impiegato a giustificarne un altro, anzi lo stile d&#8217;un altro, potrebbe parer cosa ridicola: la seconda, che di libri basta uno per volta, quando non è d&#8217;avanzo.</strong></p>
<p>da i <a href="http://it.wikisource.org/wiki/I_promessi_sposi">Promessi Sposi</a>, Alessandro Manzoni<br />
in copertina opera di Piero Manzoni</p>
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