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	<title>alessandro piperno &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Uno tra i due</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Nov 2021 06:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro piperno]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Castellitto]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Paolo Mosco]]></category>
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					<description><![CDATA[Doppia lettura degli ultimi romanzi di Piperno e Castellitto  di Valerio Paolo Mosco Due libri italiani che vanno letti insieme. Il primo è l’ultimo di Piperno, Di chi è la colpa. Un racconto scontato, scritto benissimo. Scontato è il soggetto: il solito romanzo di formazione ebraico così come ce lo ha magistralmente già propinato Philip [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Doppia lettura degli ultimi romanzi di Piperno e Castellitto</strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="wp-image-93761 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Piperno.jpg" alt="" width="204" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Piperno.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Piperno-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Piperno-150x222.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Piperno-300x444.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Piperno-284x420.jpg 284w" sizes="(max-width: 204px) 100vw, 204px" /></strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="wp-image-93762 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Castellitto.jpg" alt="" width="205" height="287" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Castellitto.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Castellitto-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Castellitto-150x210.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Castellitto-300x420.jpg 300w" sizes="(max-width: 205px) 100vw, 205px" /></strong></p>
<p style="text-align: center;"><b> </b>di <strong>Valerio Paolo Mosco</strong></p>
<p>Due libri italiani che vanno letti insieme. Il primo è l’ultimo di Piperno, <em>Di chi è la colpa</em>. Un racconto scontato, scritto benissimo. Scontato è il soggetto: il solito romanzo di formazione ebraico così come ce lo ha magistralmente già propinato Philip Roth e lo ha messo più volte sullo schermo fino alla noia Woody Allen. Scontata anche la sottile causticità con cui l’autore descrive i personaggi che si muovono come in preda al loro stesso ruolo. I cliché sono bilanciati da una scrittura affidata ad un italiano compatto e scorrevole, cosparso di aggettivi smerigliati. Si sa, Piperno sa scrivere, ma saper scrivere non basta. Inoltre il suo saper scrivere è dedicato unicamente a persone misere, che vivono di sottili e costanti disturbi derivanti da cose o persone ancor più misere di loro e in tutto ciò, come il narratore, si crogiolano. Dietro la miseria il nulla: <em>ex nihilo nihil fit</em> e infatti questo è il risultato. D’altronde pagine e pagine di niente le ha potute scrivere solo Proust e le ha potute scrivere perché riusciva a mettere anche nelle pagine più sordide quella grazia che prelude alla compassione.</p>
<p>Di tutt’altra pasta l’ultimo libro dell’esordiente Pietro Castellitto. Un romanzo funambolico, pimpante e in alcuni momenti urticante. Castellitto ci racconta la storia di un gruppo di amici ricchi, annoiati, privi di valori se non la ricerca di un edonismo sempre e comunque sopra le righe. Una <em>lost generation</em> di questi giorni, anche se il tenore di vita a cui il gruppo di amici è abituato di certo non è facile da trovare. Sembrerebbe che anche in questo caso abbiamo a che fare con lo scontato, con il cliché. Invece no. Il dispositivo che Castellitto mette in atto per raccontare i suoi edonisti radicali è filosofico. Già dal titolo del libro lo capiamo: <em>Gli iperborei.</em> Nietzsche, con quelle sue poetiche immagini di pensiero, ci dice che coloro i quali sapranno porsi al di là del bene e del male entreranno in una nuova dimensione capace di sconvolgere la logica che passerà dalle deduzioni ad uno stato di continua inferenza con la realtà. Un vivere alla giornata denso, privo di qualunque pensiero che trascende, privo di fede e di metafisica, è questo l’eden degli Iperborei. Una dimensione, per Nietzsche, liberatoria, eroica e sublime. E iperborei sono l’io narrante del libro ed i suoi amici, ma iperborei ben diversi da quelli auspicati da Nietzsche. Gli amici straricchi e iperrealisti di Castellitto non sono affatto dei liberati, anzi vivono in una condizione talmente disperata da trascendere la disperazione stessa. Sono essi tristi? Non sembrerebbe. Sono nostalgici di un mondo deduttivo di valori? Per nulla. Sono solo innamorati del loro stile di vita, della vita così come gli si presenta. Degli indifferenti alla Moravia aggiornati all’epoca degli eventi, degli i-phone, del buon cibo e del buon vino e della musica già preselezionata dai programmi digitali. Degli indifferenti che vivono di passioni, non di sentimenti. Castellitto nel suo racconto confuta le tesi di Nietzsche e lo fa con maestria. La sua è un’operetta morale raccontata attraverso un romanzo picaresco, scritto con baldanza futurista e con una tecnica che rivediamo in molti scrittori contemporanei: quella del libro sceneggiatura. Una sceneggiatura però cha varia a seconda delle situazioni, che passa con disinibizione dal fracasso all’inquietante introspezione dell’io narrante, un certo Poldo, un personaggio che ci diventa familiare anche se probabilmente non abbiamo nulla a che spartire con lui.</p>
<p>Confrontando il romanzo di Castellitto a quello di Piperno scegliamo decisi quello di Castellitto. A Piperno l’onore delle armi di una magnifica scrittura che rimane comunque fine a sé stessa. Ci si chiede allora come si possa uscire dalla palude anni ’90 di una scrittura fine a sé stessa che abbiamo per non poche pagine sopportato in Piperno? Castellitto, come anche Houellebecq e Carrere e come in Italia Sandro Bonvissuto, sembrano averlo compreso: un romanzo, o un qualunque racconto, deve porsi quasi a priori, un quesito morale o filosofico. Per emendarsi oggi dalla inutilità o peggio dalla dimenticabilità deve avere il coraggio di investire l’immutabile dell’uomo, ovvero quel suo non risolto che ci accomuna a qualunque generazione passata o che verrà. In altre parole deve essere la testimonianza, diretta o indiretta, di una riflessione alta, collettiva, capace di porsi di fronte ai grandi quesiti spirituali di un’epoca i cui effetti sono sotto i nostri occhi quotidianamente, ma di cui ci sfuggono proprio quelle cause di cui si occupano religione e filosofia. Ci si chiede allora se questa riscoperta dell’immutabile e dell’inevitabile non sia il primo passo verso la chiusura della ormai lunga stagione postmoderna in cui per troppo tempo gli accidenti sono prevalsi sulle sostanze.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Immondi paralleli: Carlo Michelstaedter, Paolo Musìo, Alessandro Piperno e Silvia Avallone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Oct 2013 18:15:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro piperno]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[carlo michelstaedter]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Musìo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Avallone]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Idiòt]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani Ieri sono andato con Giulia a vedere lo spettacolo di Paolo Musìo. In una piccola sala, spazio teatrale Idiòt in zona Porta Palazzo a Torino. Si entra da un fatiscente portone dai muri scrostati, scenografia urbana involontaria che tanto sarebbe piaciuta a Luca Ronconi; si attraversa un terrazzo a ringhiera di vago [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Ieri sono andato con Giulia a vedere lo spettacolo di Paolo Musìo. In una piccola sala, spazio teatrale Idiòt in zona Porta Palazzo a Torino. Si entra da un fatiscente portone dai muri scrostati, scenografia urbana involontaria che tanto sarebbe piaciuta a Luca Ronconi; si attraversa un terrazzo a ringhiera di vago sapore siciliano, e da una porta si accede nelle tre salette, rigorosamente bianche su cui spiccano un vecchio lavacro di pietra, panche di legno, e un jukebox oracolare.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-46709" alt="LineaSeparazione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg" width="650" height="12" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-300x5.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-620x12.jpg 620w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p><em>Quando stamattina ho aperto davanti a me i due inserti, <strong>La lettura</strong> del Corriere, e il <strong>Domenicale</strong> del Sole 24 ore, ero indeciso da quale cominciare. <strong>La lettura </strong>corrisponde, in un immaginario meeting di atletica, a una corsa di 200 metri, fai in fretta a trovare in mezzo al chiacchiericcio generale proposto quell&#8217;un-due articoli in grado di giustificare la spesa. <strong>Il Sole</strong> ha quasi sempre il respiro ritmato e costante della maratona. Poche cose inutili, poco guizzo però.</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1385902_10152108206288814_1261261380_n.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-46705" alt="1385902_10152108206288814_1261261380_n" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1385902_10152108206288814_1261261380_n.jpg" width="259" height="181" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1385902_10152108206288814_1261261380_n.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1385902_10152108206288814_1261261380_n-300x209.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1385902_10152108206288814_1261261380_n-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" /></a></p>
<p><em>«Non chieder più nulla,<br />
sappi goder del tuo stesso dolore,<br />
non adattarti per fuggir la morte;<br />
anzi da te la vita nel deserto<br />
fatti – che sia per gli altri nuova vita;<br />
non disperare, ma rinuncia ai vani<br />
aspetti della vita, e nel deserto<br />
sarai tranquillo: dalla tua rinuncia<br />
rifulgerà il tuo atto vittorioso,<br />
APГIA sarà il tuo porto ΔI’ENEPГEIAΣ»</em></p>
<p>Il dialogo-intervista a cura di Cristina Taglietti, con Alessandro Piperno e Silvia Avallone si può trovare <a href="http://alfiosironi.wordpress.com/2013/10/20/i-libri-cambiamo-noi/">qui</a>, mentre i versi che avete appena letto, da una poesia di Carlo Michelstaedter, li potete ritrovare in un <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/10/31/una-ricerca-di-assoluto/">delicatissimo articolo</a> del nostro Sparzani, di qualche tempo fa.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-46709" alt="LineaSeparazione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg" width="650" height="12" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-300x5.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-620x12.jpg 620w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1380448_1419408191621290_243965741_n.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-46707 alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; cursor: default; float: left; border-width: 0px;" alt="1380448_1419408191621290_243965741_n" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1380448_1419408191621290_243965741_n.jpg" width="208" height="202" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1380448_1419408191621290_243965741_n.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/1380448_1419408191621290_243965741_n-300x292.jpg 300w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" /></a></p>
<p>Ieri sono stato a vedere lo spettacolo di Paolo Musìo, <strong>Eremos</strong>, per la regia di Theodoros Terzopoulos. Il testo, tratto dall&#8217;opera “La persuasione e la Rettorica” di Michelstaedter (Adelphi) è stato adattato dall&#8217;interprete. Sabato era la quinta data e la media di spettatori è di venti per rappresentazione. Venti spettatori disposti su due file di panche messe una di fronte all&#8217;altra. Un proiettore di luce ad altezza uomo è puntato sull&#8217;attore che ad esso si rivolge durante tutto il monologo. Noi spettatori siamo presi nel mezzo di questi due flussi, di luce e di parole, luce e parole che agiscono sul corpo dell&#8217;attore, lo scorticano, lo trasformano negli umori, sudore e saliva che modellano il terriccio stretto prima nei pugni e poi lasciato cadere ai propri piedi. Un&#8217;esperienza radicale, militante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-46709" alt="LineaSeparazione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg" width="650" height="12" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-300x5.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-620x12.jpg 620w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p>Avallone, libero, Piperno stopper, ci dicono qualcosa in difesa della letteratura. O almeno vorrebbero e per capire da chi o da cosa un&#8217;idea ce la danno sicuramente titolo e cappello introduttivo alla <em>chiacchierata</em>.</p>
<p><strong>La letteratura non è militante</strong><br />
<em>«I libri cambiano noi, non la società. Niente impegno politico, solo spazi liberi»<br />
</em><br />
Ma per entrare nel merito della questione riporto un passaggio che secondo me offre spunti interessanti, a proposito.</p>
<p>&#8220;Claudio Magris sostiene che l’utopia di Don Chisciotte, destinato comunque a essere sconfitto, è un movente per scrivere, che la letteratura ha il compito di far sentire, in qualche modo, questa necessità di migliorare il mondo.&#8221; recita il redazionale.</p>
<p>PIPERNO — <em>Per me no. Credo che la letteratura possa al limite migliorare chi legge e chi scrive, ma credo che contaminarsi sia anche un pericolo per l’arte stessa. Se pensi troppo a migliorare il mondo e non a fare un buon libro, non va bene. E un buon libro può anche peggiorare il mondo. Si dice sempre che nella Germania nazista c’era un gran consumo di musica classica, di cultura alta, di autori come Goethe. Ci sono società operaie che non hanno alcuna attitudine alla lettura e che sono tanto meglio della borghesia nazista. Pure la parola migliorare mi lascia perplesso.</em></p>
<p>AVALLONE — <em>Nel libro puoi essere impopolare, raccontare storie fastidiose, ma tutto questo è vitale. È fondamentale nella scuola: per diventare cittadini curiosi gli studenti devono imparare a esercitare questa libertà. Più che un impegno politico alla maniera di Sartre, è un impegno morale che, per me, significa non essere indifferenti. È un’altra virtù della letteratura: vivere le vite degli altri senza giudicare, benché siamo in una società violenta che, come in certi programmi televisivi, ama inchiodare una persona a un ruolo, a un reato. La letteratura complica l’esperienza, oltrepassa il giudizio e ti permette di vedere il mondo attraverso altri occhi. È un modo per prendersi cura delle vite degli altri.</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/unaltromare.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-46708" alt="unaltromare" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/unaltromare.jpg" width="129" height="198" /></a><br />
Perché questo passaggio? Forse perché Claudio Magris ha dedicato a Carlo Michelstaedter un posto privilegiato nel romanzo “Un altro mare”, (Milano, Garzanti- Gli Elefanti 2003) che ha per protagonista Enrico Mreule, insieme a Nino Paternolli, grande amico del giovane filosofo? Forse, più semplicemente perché è l&#8217;unico passaggio di tutta la conversazione, piacevole tutto sommato e nient&#8217;affatto &#8220;pretenziosa&#8221; espressamente dedicato alla questione, <em>affaire</em> di questi tempi classificato come <em>&#8220;intellò stronzi e peggio ancora se romanzieri intellò&#8221;</em>. Se la risposta di Piperno può sulle prime lasciare perplesso e sulle seconde pure, più precisa è Silvia Avallone quando ci ricorda che la parola impegno debba intendersi non necessariamente come politico, &#8220;alla Sartre&#8221; ma morale, alla Camus, aggiungiamo noi. Ma allora cosa è un impegno morale? Una professione da intellettuali, un mestiere da romanzieri o una vocazione da uomini e donne di cultura?</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-46709" alt="LineaSeparazione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg" width="650" height="12" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-300x5.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-620x12.jpg 620w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p>http://youtu.be/RQTbRVHmtmA</p>
<p>La voce dell&#8217;attore sorge da una parola doppia, biascicata, dionisiaca, incomprensibile e soltanto dai due toni riconducibile a due anime diverse. Anche il corpo, figura dell&#8217;interprete, è in dialogo costante con l&#8217;ombra che gli fa da controfigura sullo sfondo, <em>doublure</em>, in francese,  risvolto del personaggio, due volte defigurato. Sembra di essere nel mito platonico della caverna, e la ricerca di assoluto e di verità, di Michelstaedter\Musìo, tutta rappresentata in quella frontalità con la luce, le fiamme che generano dalle cose, dalla loro verità, soltanto l&#8217;ombra. Noi spettatori fissiamo allora il volto di chi vede in faccia le cose, la vita, la morte, ma soprattutto il tempo-immagine senza il quale nessuno e niente sarebbe possibile. In un dialogo impossibile tra il tutto, il troppo, e il niente come nell&#8217;epigrafe testamento del giovane filosofo, didascalia di un disegno di una lampada fiorentina.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/Lampada-fiorentina-3-Michelstaedter.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-46710 alignleft" alt="Lampada fiorentina 3 Michelstaedter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/Lampada-fiorentina-3-Michelstaedter.jpg" width="198" height="296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/Lampada-fiorentina-3-Michelstaedter.jpg 283w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/Lampada-fiorentina-3-Michelstaedter-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" /></a><br />
<em>La lampada si spegne per mancanza d&#8217;olio<br />
io mi spensi per traboccante sovrabbondanza</em></p>
<p>Il testo, le note di Carlo Michelstaedter si uniscono molecolarmente ai frammenti di Eraclito, recitati senza testo a fronte, arcaici, appena appena riconoscibili. Sembra accadere alle parole quanto viene &#8220;detto&#8221; poco dopo:</p>
<p><em>Due sostanze si congiungono chimicamente: cessano entrambe dalla loro natura, mutate nel vicendevole assorbimento. La loro vita è il suicidio. Per esempio il cloro è sempre stato così ingordo che è tutto morto, ma se noi lo facciamo rinascere e lo mettiamo in vicinanza dell’idrogeno, esso non vivrà che per l’idrogeno. L’idrogeno sarà per lui l’unico valore del mondo: il mondo.<br />
Per quell’atomo di cloro è questione di vita o di morte. Da quando, in qualunque modo, avvenuto alla vita mortale, ebbe coscienza clorosa, ha sperato disperatamente; il suo occhio guardava la tenebra e non vedeva cosa che fosse per lui: la sua vita è stata un dolore mortale. Se noi ora gli avviciniamo l’idrogeno, nell’oscurità gli apparirà una luce lontana, indistinta, ed esso si risveglierà nel crepuscolo a una più precisa speranza, finché giunto l’idrogeno nella data vicinanza, il cloro vedrà tutto chiaro l’orizzonte, ed affermerà la sua vita ormai certa – nel piacere mortale dell’amplesso. Ma soddisfatto l’amore, la luce anch’essa sarà spenta, e il mondo sarà finito per l’atomo di cloro. Cloro, idrogeno. I loro mondi diversi ma correlativi così che dall’amplesso mortale avesse d’attender poi e soffrir la sua vita: l’acido cloridrico.<br />
Nella lontananza dell’idrogeno, il cloro attende inerte. La condizione per il suo volere non è in lui, ma in ciò che è per lui mistero, infinita oscurità, contingenza delle cose, caso.<br />
– In questa attesa, per questo sentimento del tempo inutile il cloro nella lontananza dell’idrogeno s’annoia.</em></p>
<p>(Lo spettacolo si replica il 25-26-27 ottobre, ore 21, Spazio idiòt, via S.G.B. La Salle 16 A, 10152 Torino)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-46709" alt="LineaSeparazione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg" width="650" height="12" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-300x5.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/LineaSeparazione-620x12.jpg 620w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p>La sensazione che ho avuto, a lettura ultimata della discussione è stata non tanto quella di una vera e propria solitudine, autentica matrice di ogni creazione letteraria. Non solitudine, ma isolamento da intendersi qui nel suo significato medico di convalescenza. Ancora una volta, si ha come la percezione che il pensiero, la libera creazione, la cultura, non ne vogliano più sapere della battaglia, dell&#8217;ideologia, della comunità; basta i <em>J&#8217;accuse </em> ma pure Zola, il romanziere francese, mentre per Zola calciatore sardo si potrà soprassedere. Sembra, a conti fatti, permanere l&#8217;equivoco di fondo, sul senso da dare alla parola impegno. E una domanda, semplice quasi banale, sembra affacciarsi, timidamente, sulla questione: ma oggi dove e come l&#8217;impegno intellettuale sta monopolizzando la creazione? A me sembra che dalla fine degli anni settanta manchino, purtroppo, per fortuna, in Italia, parole d&#8217;ordine, partiti della cultura, obblighi politici per gli intellettuali, linee editoriali dettate dai partiti, anche perché i partiti pare che se ne siano andati da molto prima. Insomma mi sembra che tutti vogliano disertare la battaglia quando della battaglia non si hanno tracce da un bel po&#8217;. L&#8217;impegno, ha ragione Silvia Avallone, è morale, ricerca della verità, e la verità può a volte costare la vita, come nel caso dell&#8217;appena ventitreenne Carlo Michelstaedter. O la prova fisica e morale che un interprete come Paolo Musìo ha voluto dare in una piccola sala di teatro di ricerca, nel cuore del mercato di Porta Palazzo, l&#8217;unico mercato a mantenere qualcosa d&#8217;umano. In questo presente.</p>
<p><em>Né alcuna vita è mai sazia di vivere in alcun presente, ché tanto è vita, quanto si continua, e si continua nel futuro, quanto manca del vivere. Che se si possedesse ora qui tutta e di niente mancasse, se niente l’aspettasse nel futuro, non si continuerebbe: cesserebbe di esser vita. Tante cose ci attirano nel futuro, ma nel presente invano vogliamo possederle.<br />
Io salirò sulla montagna – l’altezza mi chiama, voglio averla – la ascendo, la domino; ma la montagna come la posseggo? Ben son alto sulla pianura e sul mare, e vedo il largo orizzonte che è della montagna; ma tutto ciò non è mio. Non è in me quanto vedo.<br />
Il mare brilla lontano. In altro modo esso sarà mio. Io scenderò alla costa, io sentirò la sua voce. Ma se mi tuffo nel mare, se bevo il salso, se esulto come un delfino – se m’annego – ma ancora il mare non lo posseggo: sono solo e diverso in mezzo al mare.<br />
Né chi cerchi rifugio presso alla persona ch’egli ama – potrà saziar la sua fame: non baci, non amplessi o quante altre dimostrazioni l’amore inventi li potranno compenetrare l’uno dell’altro: ma saranno sempre due, e ognuno solo e diverso di fronte all’altro. –<br />
Tutti lamentano questa loro solitudine, ma se essa è loro lamentevole – è perché, essendo con se stessi, si sentono soli: si sentono con nessuno e mancano di tutto.<br />
Ognuno vuole dalle altre cose nel tempo futuro quello che in sé gli manca: il possesso di se stesso: ma quanto vuole e tanto occupato dal futuro sfugge a se stesso in ogni presente.<br />
Così si muove a differenza delle cose diverse da lui, diverso egli stesso da se stesso: continuando nel tempo. Non sa ciò che vuole, non sa ciò che fa perché lo faccia: non ha se stesso: finché vive in lui irriducibile, oscura la fame della vita.<br />
Perciò è ognuno solo e diverso fra gli altri, ché la sua voce non è la sua voce ed egli non la conosce e non può comunicarla agli altri. </em></p>
<p><em>“La persuasione e la Rettorica”</em> di Carlo Michelstaedter (Adelphi)</p>
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		<title>Il feticcio del romanzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 14:10:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si ripropone l’articolo uscito sul «Corriere della Sera» il 30 agosto col titolo Se il romanzo è un feticcio. Del letterato è rimasto il fantasma di un prestigio sociale, in cerca esso stesso di conferma. Alla forma-romanzo è dedicata gran parte della produzione saggistica di Cordelli &#8211; raccolta al momento in quattro libri: Partenze eroiche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><small> Si ripropone l’articolo uscito sul «Corriere della Sera» il 30 agosto col titolo <em>Se il romanzo è un feticcio. Del letterato è rimasto il fantasma di un prestigio sociale, in cerca esso stesso di conferma</em>. Alla forma-romanzo è dedicata gran parte della produzione saggistica di Cordelli &#8211; raccolta al momento in quattro libri: <em>Partenze eroiche</em> (Lerici 1980), <em>La democrazia magica</em> (Einaudi 1997) e il dittico <em>La religione del romanzo</em> (volume dedicato ai romanzieri stranieri, Le Lettere 2002) e <em>Lontano dal romanzo</em> (sul contrastato rapporto, con la forma romanzo, degli scrittori italiani; ivi 2002). Disperso resta invece lo sterminato repertorio a tema teatrale (migliaia di recensioni e saggi pubblicati dalla fine degli anni Sessanta ad oggi).</small></p>
<p>di <strong>Franco Cordelli</strong></p>
<p>Due o tre note in margine alla discussione sullo stato attuale della letteratura prodotta dai meno che quarantenni. Penso a due articoli, uno di Nicola Lagioia e uno di Alessandro Piperno, questo secondo non già un «intervento» ma pur sempre una più o meno deliberata dichiarazione di poetica. A sé e ai suoi coetanei Lagioia rivendica il compito di restituire dignità ad un&#8217;Italia politicamente e moralmente devastata. Per ogni letteratura un senz&#8217;altro nobile e auspicabile proposito, ma comunque, nel quadro da lui delineato, una mera sollecitazione nei confronti di eventuali contenuti, ossia una gabbia. Nelle parole di Lagioia si coglie un&#8217;idea di romanzo che confina con l&#8217;indagine sociologica. Allora ci si chiede: cosa dividerà, sul piano della scrittura, la sociologia dalla letteratura, ovvero dalla poesia? A questa altezza entrano in gioco due parole chiave corse nella discussione: letterato e stile.<span id="more-36498"></span> La parola letterato, ormai impronunciabile, l&#8217;ho introdotta io stesso, con una punta di provocazione (quale scrittore non fu un letterato?). La riprende Piperno con evidente insofferenza, rilevando una moralistica demonizzazione dell&#8217;idea di felicità da quando i «letterati hanno spostato la loro austera attenzione su sediziosità sociologiche, miserabili constatazioni strutturali, facinorose dispute politiche». Qui siamo agli antipodi di Lagioia. Ma, in modo implicitamente generazionale, entrambi appaiono «uniti nella lotta», nei confronti di veri e propri feticci. Insomma, mi sembra riduttivo credere che il tema della felicità sia appannaggio di alcuni romanzieri, quelli citati da Piperno, ovviamente moderni. Di cosa parlava Platone nel Simposio? E di cosa Seneca nelle Lettere a Lucilio e Rabelais nel suo Gargantua? E poi: quelle che Piperno chiama «constatazioni» strutturali, addirittura miserabili, sono gli unici, veri rilievi degni di un&#8217;analisi critica per qualsivoglia opera. Il significato (il senso, il sentimento, la postura reale e inconfondibile di un autore, la possibilità dell&#8217;identificazione, tanto cara ai lettori trentenni, infine l&#8217;emozione che scaturisce dalla comparsa in scena della felicità ma anche del malessere) nasce dalla forma peculiare di un testo, non da ciò che esso dice, o in modo più o meno diretto ritiene di dire. In questo contesto di discorso rientra la disputa politica: uno scrittore che non abbia della comunità idea o sentimento, sia pure negato, che razza di scrittore è? Già san Francesco, nel suo Cantico, prefigurava una comunità – quella tra tutte le creature e Dio. Da ultimo la questione dello stile. Certo, se si nutre un&#8217;idea «autenticista», che quindi il letterato sia un individuo separato dalla vita vera, la parola stile apparirà come bello scrivere e non c&#8217;è dubbio che lo stile per lo stile è retorica, manierismo, risibile produzione di effetti locali. Scriveva Roland Barthes nel <em>Grado zero della scrittura</em> (1953): «Le immagini, il lessico, il periodare di uno scrittore nascono dalla sua natura fisica e dal suo passato e diventano gradualmente le stesse componenti automatiche della sua arte (&#8230;). Qualunque sia il suo grado di raffinatezza lo stile ha sempre qualcosa di bruto, è una forma senza uno scopo, il prodotto di una sollecitazione non di una intenzione». Ma poco dopo aggiunge: «Ogni forma è anche Valore; per questo tra lingua e stile c&#8217;è posto per un&#8217; altra realtà formale: la scrittura. In qualsiasi forma letteraria è richiesta la scelta generale di un tono, di un ethos se si vuole: ed è appunto dove lo scrittore si individua con chiarezza perché è dove si impegna». Il vero stile dunque è là dove si manifesta come scrittura, cioè assunzione di responsabilità – nei confronti di se stessi e dei propri temi e contenuti. Là dove esso è congruo all&#8217;oggetto: là appare ciò che in un altro intervento chiamavo potenza, un aspetto della quale è il suo (apparente) opposto, la sottigliezza. Sono qualità che, io credo, si vanno diluendo in ragione delle cattive intenzioni che le precedono, un&#8217;altra delle quali, corollario ed effetto delle prime, è la perdita di memoria – del luogo dove si è, o si vuole essere: la storia della letteratura e, più pacatamente, il «letterario». Perché tanti scrittori tutti insieme? Perché tanti autori di romanzi che nella propria vita (ma anche no) si sono dedicati a tutt&#8217;altro che alle lettere? Perché, mi sembra, il romanzo da molto tempo ha esaurito il suo ciclo vitale, come la sua stessa inflazione attesta. Non c&#8217;è più come arte. Ne è rimasto il fantasma del prestigio sociale. Ma quando tutti avranno scritto la propria memoria o (più affascinante) il proprio romanzo, quando tutti saranno stati promossi, toccati da quel prestigio, che ne sarà del prestigio? Dietro quale nuovo feticcio ci si mostrerà adoranti?</p>
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		<title>Diamo tutto il potere agli editor</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Apr 2007 14:25:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[alessandro piperno]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
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					<description><![CDATA[di Flavio Santi In questi ultimi mesi vari segnali ci invitano a riflettere sull’editoria moderna. Un romanzo (Il primo di Gaetano Cappelli, Marsilio), che racconta come un editor trasformi in oro tutta la “roba infame” che riceve; alcune dichiarazioni di Carla Benedetti dalle pagine dell’“Espresso” (“ci sono nell’aria inquietudini e vibrazioni che urtano contro i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/04/editor.jpg" alt="editor.jpg" />   di <strong>Flavio Santi</strong></p>
<p>In questi ultimi mesi vari segnali ci invitano a riflettere sull’editoria moderna. Un romanzo (<em>Il primo</em> di Gaetano Cappelli, Marsilio), che racconta come un editor trasformi in oro tutta la “roba infame” che riceve; alcune dichiarazioni di Carla Benedetti dalle pagine dell’“Espresso” (“ci sono nell’aria inquietudini e vibrazioni che urtano contro i formati impoveriti della narrativa, oggi spacciati per i soli possibili”); le riflessioni di Antonio Moresco e altri (Giuseppe Caliceti, Gianni Biondillo, ecc.) sul sito di Nazione Indiana. Una volta tanto parliamo del sistema che produce anziché dei prodotti, sembrano suggerire questi segnali. <span id="more-3688"></span>Un consumatore vuole sapere cosa c’è dietro una bottiglia d’olio, una confezione di mozzarelle, una scatola di acciughe, ecc.: non varrà lo stesso per un lettore? In soldoni: un mercato come il nostro che libri produce? Si può partire da un’impressione molto prossima alla certezza (già sottolineata da Moresco in un suo intervento in rete): oggi gran parte della letteratura dei secoli passati verrebbe rifiutata dai comitati editoriali delle case editrici. Si pensi soprattutto al secolo per eccellenza del romanzo, l’Ottocento, a capolavori inarrivabili. I romanzi di Balzac sarebbero giudicati troppo lenti e involuti da qualsiasi direttore di collana, così An<em>na Karenina</em> (“plot troppo lento, manca di dinamismo, sviluppa in ottocento pagine ciò che potrebbe economizzare in cento”) o i<em> Fratelli Karamazov</em> (“troppi fili lasciati sospesi, trama eccessivamente divagante”). Per non parlare di gente come Proust. Ci si trova in una situazione strana e ipocrita (aveva ragione Gramsci a dire che è il vizio italiano per eccellenza): si continua a legittimare – giustamente – la grandezza di questa letteratura, ancora in questi anni si è sentito parlare di nuovo Proust per Alessandro Piperno (!), senza però svelare l’ipocrisia che oggi un’opera come <em>La recherche</em> (che già all’epoca faticò non poco a trovare un editore) verrebbe rifiutata da chiunque. Eppure la collana della “Repubblica” dei classici dell’Ottocento ha funzionato bene. Quindi? Quindi forse il problema è nelle case editrici, ormai troppo atrofizzate in certi parametri, e non nei lettori che sono molto più svegli e intelligenti di come vogliono farceli passare. Tutto questo per ribadire che il lettore vuole libri necessari, e non preconfezionati da furbi (ma fino a che punto poi?) broker editoriali.<br />
Un recente successo, <em>Gli Schwartz</em> di Matthew Sharpe (Einaudi), è stato rifiutato in patria da ventitré editori. Anni fa in Francia una casa editrice aveva bocciato un libro di&#8230; una sua autrice di punta, Marguerite Duras. Era successo che un buontempone avesse inviato in lettura a nome suo un romanzo della Duras e che fosse calata inesorabile la mannaia degli editor. Ma si potrebbe andare indietro negli anni: che dire di André Gide che boccia senza appello <em>La recherche </em>per poi fare marcia indietro qualche anno dopo? Certo, si dirà: “Sono fatti naturali, importante che alla fine siano usciti!” Verissimo, ma non si può nascondere che tutto ciò significa che standard di giudizio troppo bassi e omogenei – solitamente quelli di molti attuali comitati editoriali – possono portare a errori madornali. Quelli stessi che stanno condannando la televisione italiana alla ripetitività mortale. Come sarebbe bello se solo si evitasse, almeno in letteratura, di toccare il fondo. Navighiamoci a vista, di quel fondo, ma per favore evitiamo di toccarlo! Quello che si legge è il risultato di una scrematura arbitraria, di cui non ci si può che fidare (ma a volte con che brividi&#8230;). Su questa vita di limbo dei libri c’è una bella ma tremenda considerazione di Antonio Franchini in <em>Cronaca della fine</em> (Venezia, Marsilio, 2003): “Così anche delle grandi opere si finisce con l’avere un giudizio diverso, quando le si è seguite nel loro farsi, come se, visti dattiloscritti, anche i futuri capolavori portassero sempre con sé le stimmate della debolezza, l’inerme fragilità che accompagna ciò che non è sempre esistito, ma un giorno è venuto al mondo, è nato”. Questa riflessione rende bene lo stato di incertezza che non risparmia niente e nessuno in quel lasso di tempo in cui, in effetti, un libro è ancora un “niente” gettato su una scrivania di radica di noce, che sia Tolstoj, Balzac o Bruno Vespa.<br />
A volte, insomma, si ha il terribile sospetto che siano gli editor a fare la letteratura anziché gli scrittori. Quindi, per semplificare le cose, ed evitare atroci dubbi futuri, ecco una soluzione: basta con gli autori! che siano gli editor d’ora in poi a firmare i libri! O che comunque si riconosca all’editor non più uno statuto secondario e all’ombra, ma di primaria rilevanza. Tanto per essere chiari: che risulti in copertina con l’autore e non negli stitici ringraziamenti finali.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Liberazione,<em> il 06.04.2007</em>]<br />
per l&#8217;immagine, consultate gli altri lavori di Peter Kuper, <a href="http://www.peterkuper.com">qui</a>.</p>
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		<title>Lo scrittore, il mercato, Piperno ovvero: del conformismo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/01/28/lo-scrittore-il-mercato-piperno-ovvero-del-conformismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jan 2006 13:18:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro piperno]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori &#8220;Ciò che io sono abituato a sentire subito in un testo non è, insomma, la vicenda romanzesca di un eroe, ma la qualità della pagina che la narra : la reale struttura di un romanzo non mi pare collocarsi nel suo campo semantico (adotto questa espressione per vaga analogia), ma nel suo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori<br />
</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/Watchmen.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/_Watchmen.jpg" height="87" width="150" /></a></p>
<p>&#8220;Ciò che io sono abituato a sentire subito in un testo non è, insomma, la vicenda romanzesca di un eroe, ma la qualità della pagina che la narra : la reale struttura di un romanzo non mi pare collocarsi nel suo campo semantico (adotto questa espressione per vaga analogia), ma nel suo campo linguistico.&#8221; Pier Paolo Pasolini</p>
<p><em>1. Lo scrittore</em></p>
<p>Io credo che uno scrittore è uno scrittore degno di interesse quando modifica e reinventa la lingua nella quale si esprime. <span id="more-1668"></span>La lingua intesa come sintassi, come costruzione grammaticale e/o come lessico, ma anche la lingua intesa come visione del mondo/filosofia/esperienza/sensibilità veicolata dai sintagmi linguistici propriamente detti. Ogni lingua, si sa, ha una sua tessitura emotiva e un suo gusto, in ogni lingua ci sono sentimenti e concetti che si riescono a esprimere più o meno bene, ogni lingua ha le proprie idiosincrasie: lo scrittore lavora anche su questi limiti. Forzando i confini e le barriere, cortocircuitando, sperimentando nuovi registri, o anche solo togliendo e semplificando, mettendo la sordina, reinventa la lingua. D’Annunzio e Svevo e Gadda e Montale e Fenoglio possono piacerci o no, ma hanno in comune il fatto di avere reinventato la lingua italiana, la trasposizione del mondo nella lingua italiana. Chi appunto lavorando sulla lingua vera e propria, chi più su aspetti meno strettamente linguistici, chi su entrambi. E, si può aggiungere, il paradosso dell’attuale epoca di furiosa globalizzazione è che le lingue e le culture letterarie relative a ciascuna di esse &#8211; come sa chiunque frequenti più lingue e più letterature &#8211; “resistono” egregiamente, molto di più di quanto ci si potrebbe aspettare.</p>
<p>Naturalmente la reinvenzione della lingua può essere ottenuta anche rimacinando stilemi e materiali letterari di periodi precedenti, perché no. I romanzieri postmoderni, ma prima di loro Cervantes, e Borges e Bioy Casares, e Queneau, e molti altri, lavorano prevalentemente su materiali pregressi. Resta pur sempre che lo scrittore postmoderno è interessante se è riuscito a dire qualcosa di nuovo, se il suo riassemblaggio è linguisticamente (in senso lato) originale. E questo indipendentemente dal fatto che la sua ideologia veicoli una lettura diversa (il “tutto è stato già detto” postmoderno).</p>
<p>In realtà non importano le motivazioni dell’autore, importa fino a un certo punto la sua poetica, importa ancora meno – e in questo dissento profondamente da Mozzi, che riprende Citati – la sua “anima profonda”. Conta solo il risultato, i testi, la loro eventuale novità (linguistica). Tanti capolavori, forse la maggior parte, sono nati da magnifiche nevrosi, più che dalle “anime profonde” che stavano dietro a queste ultime. Senza contare che alcuni grandi scrittori, come per esempio Calvino (a parte l’esordio de I sentieri), concentrano tutte il loro immenso talento per fare scomparire qualsiasi traccia della propria nevrosi che a sua volta nasconde “l’anima profonda”. 100 anni di psicanalisi qualcosa ce lo hanno insegnato, no? Naturalmente la lingua è un qualcosa di molto intimo/profondo, forse la cosa più intima/profonda dell’individuo, e quindi uno scrittore lavora con un materiale che è mescolato alle proprie viscere e da forma al proprio raziocinare e al proprio fantasmare, in qualche modo non può – il suo inconscio non può – prescindere dalla propria “anima profonda”. Ma le vie della psiche sono infinite.</p>
<p>Si potrebbe forse dire che uno scrittore è tanto più grande quanto più modifica la lingua. La lingua francese non è più la stessa dopo Céline (trasformazione di taglio più linguistico), o dopo Proust (trasformazione certo più legata al ritmo della frase, e a una visione della società). Il comune cittadino francofono può non aver mai letto una riga di Céline e Proust, o meglio può conoscerli solo – grazie a una cascata di infinitesime modifiche che le trasformazioni linguistiche originarie hanno determinato &#8211; attraverso i cantautori, i fumetti, la pubblicità, i film, i telefilm, la televisione, le frasi ascoltate aspettando il tram o dalla parrucchiera. Ma il terremoto c’è stato. Lo stesso vale naturalmente anche per l’Italia, anche se noi abbiamo un rapporto inspiegabilmente (per me) meno unanime con i nostri grandi sabotatori della lingua (per questo ho preferito fare due indiscussi esempi francesi).</p>
<p>Ci sono i grandi sabotatori della lingua francese come Céline e Proust, ma ci sono anche decine e decine di sabotatori medi (ma ciascuno di noi può benissimo ritenere alcuni di questi ultimi dei grandi: la differenza sta appunto solo nella minore unanimità dei giudizi, nella convergenza meno spettacolare), centinaia di sabotatori piccoli. Anche loro hanno cambiato la lingua francese, anche se certo in maniera meno spettacolare e meno radicale, anche loro sono (linguisticamente) importanti.</p>
<p>Questo vale anche per la lingua italiana. Non solo D’Annunzio e Svevo e Gadda e Montale e Fenoglio, anche altri scrittori nello stesso arco temporale hanno innovato la lingua, anche se magari in modo meno radicale. Ma anche alcuni scrittori molto più vicini a noi, hanno reinventato la lingua italiana, checché predichino molti critici. Mi astengo dal fare esempi, perché aborro le listine, sempre parziali e ingiuste, ma credo che molti di noi siano d’accordo su questo e &#8211; checché predichino molti critici &#8211; abbiano in testa dei nomi. Naturalmente giudicare il presente non è sempre facile, e ancor meno facile è raggiungere una unanimità. Ma non scoraggiamoci: il tempo &#8211; sebbene con le sue dimenticanze e le sue deformazioni e le sue ingiustizie &#8211; sedimenterà e chiarirà le idee e i giudizi. La sommatoria delle nostre opinioni personali, e la sommatoria di chi giudicherà dopo di noi, farà sì che alcuni scrittori contemporanei finiranno poi per essere considerati degni di nota, dei classici. Almeno, fino ad ora &#8211; che piaccia o meno alla nostra epoca tutta incentrata sul presente &#8211; è funzionato così.</p>
<p><em>2. Il mercato</em></p>
<p>La gente tende ad acquistare, e questo vale anche per i libri di narrativa e di poesia, prodotti che già in qualche modo conosce, di cui ha sentito parlare, che rappresentano un qualcosa di nuovo ma che nello stesso modo – grazie al sentito dire, alla pubblicità, all’osservazione diretta, o a altro &#8211; gli sono in qualche modo familiari. Anche le case editrici, se parliamo di narrativa, tendono a proporre prodotti che presentano una moderata dose di novità, ma che nello stesso tempo non disorientino il lettore/possibile acquirente. Il bestseller, si sa, risponde a queste due prerogative. La regolazione indotta dal mercato equivale quindi a una forma di conformismo, è inerentemente conservatrice. Si sa, la maggior parte dei capolavori del passato, anche se ci sono delle gloriose eccezioni, ha fatto molta fatica a imporsi.</p>
<p>Questo è tanto più vero nel nostro paese, dove un numero impressionante di capolavori è postuma, o quasi, e dove moltissimi grandi scrittori (= grandi sabotatori della lingua) sono stati per tutta la loro vita bistrattati, dileggiati, o semplicemente ignorati, ridotti alla fame, uccisi (non penso solo a Pasolini) direttamente o indirettamente. Questa prerogativa della nostra storia letteraria, è molto difficilmente concepibile per esempio da chi si occupa invece di letteratura francese, perché nel corso dell’800 e del 900 in Francia di solito (certo, qualche rara eccezione la si potrebbe trovare) gli scrittori hanno ricevuto in tempi brevi un riconoscimento (almeno da parte della fazione più illuminata dei critici, degli editori e dei critici). Ma non solo si tratta solo del passato, intendiamoci: chi si occupa, ed è il primo esempio (attuale) che mi viene in mente, del futuro grande classico Boris Pahor, chi va a intervistarlo a Trieste prima che muoia, chi lo filma, chi lo aiuta, chi lo pubblica? Poi, quando sarà morto, lo leggeremo tutti, naturalmente da Adelphi (ho sentito dire che stanno aspettando che muoia, ma non ho nessun elemento per dire se è vero), che è ormai specializzata in questo tipo di macabre riesumazioni di sventurati autori italiani.</p>
<p>Lasciamo stare, per semplificare, il fatto che negli ultimi anni nel mondo dell’editoria siano in atto delle profondissime e terrificanti trasformazioni (vedi il solito Schriffin), che rendono il mercato ancora meno aperto nei confronti delle novità, infinitamente più ben difeso nei confronti degli attacchi dei veri sabotatori (linguistici). Resta pur sempre il fatto che “il mercato” non è un’entità astratta, ma riflette il conformismo culturale di una data lingua (lingua in senso lato), ne è in un certo senso parte integrante. Il fatto che negli ultimi anni nel mercato della narrativa italiana gli elementi conformistici di tipo extraletterario (= extralinguistico), quali il tema, la tesi implicita o esplicita, la biografia dell’autore…. abbiano acquistato un rilievo così predominante, tanto per fare un esempio, non è un fatto casuale, né un puro effetto dell’inconsiderato agire delle trasformande case editrici (che certo una parte della responsabilità ce l’hanno), ma è lo specchio del conformismo culturale italiano, della sua evoluzione recente. L’attuale “buona” (= dotata di reali virtù sabotatrici) narrativa italiana si scontra contro questo nemico, che non è “il mercato”, che non è solo “il mercato”, ma che è il conformismo culturale italiano (= della lingua italiana). Conformismo che riguarda i lettori, gli operatori delle case editrici, i critici giornalistici, una parte dei critici universitari, gli insegnanti, i blogger… Conformismo che è un nemico storico della narrativa italiana. Non a caso tanta narrativa italiana, passata (perché questa non è una prerogativa del presente, checché ne pensino molti critici) e presente si è piegata a questo conformismo. Non a caso solo pochi “geni”, ed è questa un’altra nostra peculiarità, solo pochi veri e propri terroristi linguistici, a fronte di intere armate di scrittori poco interessanti (=essi stessi conformisti), sono riusciti ad avere veramente la meglio, nel corso dell’800 e del 900, su questo conformismo.</p>
<p><em>3. Piperno</em></p>
<p>Uno scrittore contemporaneo italiano che non inventa niente di nuovo rispetto alla lingua (in senso lato) italiana, non è uno scrittore interessante, e questo indipendentemente dal fatto che venda poco o tanto. I libri di Ammaniti mi hanno avvinto, perché sono delle macchine narrative molto ben costruite, molto efficaci. Ma chiuso un libro di Ammaniti io avverto una grossa e quasi dolorosa frustrazione, legata al fatto, all’inizio non riuscivo a dirlo meglio, di “saperne come prima”. Avevo l’impressione di aver perso del tempo, di essere stato in qualche modo raggirato. Sensazione che potrebbe essere appunto tradotta dicendo che Ammaniti non inventa niente di nuovo ovvero, guardano le cose più in profondita, ricicla anzi in modo assolutamente acritico tutta una panoplia di vecchiume ottocentesco (l’ottocento italiano di De Amicis e peggio). Un discorso simile vale anche per i libri di Baricco (a parte forse <em>Castelli di Rabbia</em>), leggendo il quale ho l’impressione di passeggiare per molto ben riprodotti viali di cartapesta, che imitano realtà che già conosco molto bene. Molti altri scrittori italiani di successo, e questo mi sembra un carattere molto specifico, hanno una notevole padronanza dei mezzi narrativi, alla quale corrisponde una lingua (in senso lato) desolantemente convenzionale. Si sa, siamo il paese (la lingua) dei creatori di moda e dei grandi designer di automobili, la sostanza spesso fa difetto.</p>
<p>[Le cose in realtà sono più complicate, perché chi non arriva a inventare, ricicla e rimacina, scientemente o meno, della farina linguistica non sua, e quindi un libro non inventivo necessariamente è “falso”, è una “impostura”, ha un maldestro aspetto di pastiche, o semplicemente è kitsch. Ma questo è un discorso che richiederebbe più spazio, e quindi mi limito a questo accenno.]</p>
<p>E, per venire al dunque: è interessante il ben venduto e incensato primo romanzo Piperno, è interessante il primo romanzo di Colombati, è interessante l’ultimo libro di De Luca? Credo che l’unico possibile metro di giudizio sia quello di analizzare, indipendentemente (almeno in un primo tempo) dalle loro vendite, il loro lavoro. Il che vuol dire entrare senza pregiudizi ideologici o estetici o altro nello specifico delle loro opere, delle loro costruzioni linguistiche. Confrontandole con quelle della tradizione italiana, con le opere recenti a esse più vicine, cercando eventuali relazioni o vicinanze o corrispondenze con il conformismo letterario (e più in generale culturale) italiano, cercando i legami con i pregi e i difetti e le pecche di altre opere (italiane) passate o recenti, ragionando sull’eventuale originalità linguistica (in senso lato). Evidenziando e ragionando sulle influenze che vengono da letterature di altre lingue alla luce del senso e dell’effettiva eventuale “innovatività” che assumono per la lingua (in senso lato) italiana, valutando la riuscita o meno dell’innesto. Le trasposizioni tra letterature diverse prendono spesso l’apparenza di novità (= di atti di sabotaggio linguistico), ma poi si rivelano, col tempo, e col senno di poi, molto meno interessanti di quello che erano sembrate all’inizio (viene a galla il lato conformistico dell’operazione).<br />
Questo in realtà lo fanno in pochissimi, e non lo fa certo la critica giornalistica. E’ rarissimo, tanto per fare un esempio, che le recensioni giornalistiche entrino nel merito, a parte qualche banalissima e prevedibilissima frasetta, della lingua. Ma in realtà non ci vuole molto spazio, non ci vuole molto tempo. Ci vuole intelligenza, serietà, libertà dai vincoli ideologici e libertà dalle reti di influenza (cosa molto difficile, visto il fittissimo imbricamento di interessi e di rapporti personali nel piccolo mondo letterario italiano). Ci vuole soprattutto molta distanza dal conformismo imperversante, appunto. Ma faccio un esempio: in <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/01/10/a-gamba-tesa-massimo-rizzante/">un testo riportato su Nazione Indiana</a> Massimo Rizzante riesce a “smontare”, nel senso che trova la “pecca di fondo”, e riesce a farlo in poche righe, di un libro del sopra citato Ammaniti e del bestseller della Mazzantini. Di valutazioni di questo genere sento atrocemente la mancanza.</p>
<p>[questo scritto è già apparso su &#8220;<a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/lo_scrittore_il.html#more">vibrisse</a>&#8220;, in cui è anche possibile commentarlo. a.r.]</p>
<p>***</p>
<p>L&#8217;indice della discussione alla quale questo articolo appartiene:<br />
&#8211; Massimo Rizzante, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/01/10/a-gamba-tesa-massimo-rizzante/">La patria dei luoghi comuni</a>, in Nazione indiana, 10.01.06.<br />
&#8211; Giacomo Sartori: <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/lo_scrittore_il.html">Lo scrittore, il mercato, Piperno: ovvero del conformismo</a>, vibrisse, 28.01.06.<br />
&#8211; Massimo Rizzante: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/a-gamba-tesa-massimo-rizzante-3/">Storia o geografia del romanzo?</a>, Nazione indiana, 01.02.06.<br />
&#8211; Giacomo Sartori: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/">La sciagura dei romanzieri italiani</a>, Nazione indiana, 10.02.06.<br />
&#8211; Andrea Inglese: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/02/20/la-lingua-provvisoria/">La lingua provvisoria</a>, Nazione indiana, 20.02.06.<br />
&#8211; Gianni Biondillo: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/02/22/una-lingua-che-dice/">Una lingua che dice</a>, Nazione indiana, 22.02.06.<br />
&#8211; Giacomo Sartori: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/02/24/la-rimozione-del-problema-della-lingua-ovvero-del-conformismo-che-qualcuno-preferisce-chiamare-restaurazione/">La rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno preferisce chiamare restaurazione</a>, Nazione indiana, 24.02.06.<br />
&#8211; Giuseppe Caliceti: <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/02/restaurazione_e.html">Restaurazione e conformismo</a>, vibrisse, 26.02.06.<br />
Vedi anche:<br />
&#8211; Ivan Roquentin: <a href="http://www.roquentin.net/archivi/gianni_biondillo_a_proposito_di_una_lingua_che_dice.php">Gianni Biondillo: a proposito di una lingua che <em>dice</em></a>, 23.02.06.<br />
&#8211; In Lipperatura, la <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2006/02/prima_la_musica.html">discussione in calce a uno stralcio dell&#8217;articolo di Biondillo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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