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	<title>alessandro trocino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Buena Vista Social: Alessandro Trocino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/06/21/buena-vista-social-alessandro-trocino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jun 2024 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro trocino]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[Janek Gorczyca]]></category>
		<category><![CDATA[Sellerio Editore]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Alessandro Trocino</strong> <br />Janek Gorczyca è uno scrittore. C’è il suo nome in calce alla copertina di «Storia di mia vita», appena uscito da Sellerio. Che effetto t'ha fatto? «Boh». È uno scrittore ma anche una persona che ha vissuto per anni per strada, dormendo nelle tende, sulle panchine, nelle strutture abbandonate.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa  rubrica è normalmente dedicata alle “cose belle” trovate sui Social, a dimostrazione del fatto che fare rete è oggi, più che mai, una risorsa. Oltre alle cose anche le persone attraversano talvolta le misteriose maglie delle reti, e sconfinano come pensieri liberi.</em>effeffe</p>
<figure id="attachment_108626" aria-describedby="caption-attachment-108626" style="width: 589px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-108626 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Capture-décran-2024-06-15-à-09.45.31.png" alt="" width="589" height="481" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Capture-décran-2024-06-15-à-09.45.31.png 589w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Capture-décran-2024-06-15-à-09.45.31-300x245.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Capture-décran-2024-06-15-à-09.45.31-150x122.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Capture-décran-2024-06-15-à-09.45.31-514x420.png 514w" sizes="(max-width: 589px) 100vw, 589px" /><figcaption id="caption-attachment-108626" class="wp-caption-text">A Clochard, Paris. 1928, André Kertész</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Su, in strada</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Alessandro Trocino</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Christian Raimo me lo passa al telefono: «Se vuoi parlargli è qui, è un po’ ciucco». Janek ha una bella voce squillante, anche se un po’ strascicata. «Sì, mi sto curando dall’alcolismo, ma senza alcol non riesco a vivere. Non lo so perché. Non lo so. Voglio smettere ma un po’ di vino o birra devo, sennò non funziono. Bevo da 50 anni. Ho fatto percorso di cure psichiatriche, ho fatto ricovero. Lì non bevevo ma poi davo soldi a infermiera e bevevo. Sì, anche a Rebibbia. Lì ti danno tre birre al giorno o mezzo litro di vino, ma poi paghi e bevi quello che vuoi».</p>
<p>Janek Gorczyca è uno scrittore. C’è il suo nome in calce alla copertina di «<a href="https://sellerio.it/it/catalogo/Storia-Mia-Vita/Gorczyca/15640">Storia di mia vita»,</a> appena uscito da Sellerio. Che effetto t&#8217;ha fatto? «Boh». È uno scrittore ma anche una persona che ha vissuto per anni per strada, dormendo nelle tende, sulle panchine, nelle strutture abbandonate. Quello che una volta si chiamava barbone, per i più raffinati «clochard» o «vagabondo», poi «senzatetto» e ora «senza dimora». Prima andava a farsi solo le lavatrici e qualche doccia, dal 2017 dorme a intermittenza a casa di Raimo, che è scrittore, insegnante, attivista e che alla militanza politica unisce una coerenza di vita. Insieme a Janek viveva la sua compagna di vita, Marta, anche lei senzatetto per molti anni.</p>
<p>«Perché se avevo tutte altre possibilità, alla fine ho scelto la strada peggiore da immaginare?».</p>
<p>A un certo punto, qualche anno fa, Gorczyca torna a Rebibbia. Per una di quelle assurdità giuridiche che perseguitano chi ha problemi con la legge, i magistrati fanno un ricalcolo della pena residua e si accorgono che deve scontare ancora qualche mese. Gorczyca torna in carcere. Forse per un furto di auto di qualche anno prima, forse per un’aggressione. Da Rebibbia scrive lettere all’amico Christian. Che le legge e pensa: qui c’è qualcosa, sì è sgrammaticato ma ha una forza narrativa incredibile. Durante il periodo del Covid, anche per sfuggire all’angoscia del lockdown, gli dice: «Janek perché non scrivi qualcosa? Perché non scrivi la storia della tua vita?».</p>
<p>Ci dice Raimo: «Mi ha sempre fatto incazzare che i poveri vengano scritti e descritti da altri. Già in politica mi infastidisce che sia impossibile la soggettivazione delle persone subalterne. E poi trovavo paradossale che ci fosse tutta questa retorica dei mille progetti sulla povertà e di fatto quello che vedevo in giro, non era solo indifferenza ma una forma di assistenzialismo, di moralismo, di paternalismo. Così gli ho detto, prova. Scrivi di te e di Marta».</p>
<p>Janek ci pensa un po’, poi comincia. Di giorno fa il muratore, di notte scrive a mano su dei quaderni, in stampatello, a caratteri grossi. Senza punteggiatura, con diversi errori di grammatica, senza articoli. È un periodo duro. Marta sta molto male. Beve, come lui, ma soprattutto ha un tumore, che tornerà più volte. Janek vive a Roma da 30 anni, conosce bene l’italiano ed è un tipo colto, anche se naturalmente ha una formazione disordinata, una cultura quasi schizofrenica. Quando gli chiedi se ha letto libri in italiano, si offende: «Questo mi prende per altro. Ha sbagliato persona. Io ho letto Faletti. Seneca. Puskin. Tolstoj. Posso citare a memoria mitologia latina e greca». Il suo scrittore preferito però è polacco: Adam Mickiewicz, scrittore e patriota, eroe dell’Ottocento. Giuseppe Mazzini lo definì: «La natura poetica più potente del secolo».</p>
<p>L’incipit del libro è folgorante.</p>
<p>«Questo sarà un breve racconto di mia esperienza sulla vita per la strada. Tutto comincia nel 1998 di ottobre, io sto in una stanza a Campo dei fiori, contratto di lavoro scaduto, permesso di soggiorno uguale, ho un milione e mezzo di lire in tasca, e penso come riprendere tutto, ma non è facile».</p>
<p>Janek racconta la sua storia come un cronista, attaccato ai fatti. Pochi aggettivi, pochi commenti, la sua vita rocambolesca, quella di Marta e dei suoi amici che trova per la strada. In quei giorni conosce Christian, che allora studiava all’università e frequentava la comunità locale come volontario.</p>
<p>Non è un capolavoro questo romanzo, eppure è un libro unico, originale, emozionante, da leggere tutto d&#8217;un fiato. Il sospetto di un’operazione commerciale ti coglie subito, sin dal titolo: «Storia di mia vita». «L’avevamo ben presente &#8211; dice Raimo &#8211; ma con Mattia Carratello di Sellerio abbiamo fatto un editing leggerissimo. Mi sono dato come codice quello di intervenire solo dove il testo non fosse comprensibile e dove ci fossero ripetizioni. Per il resto qualche correzione degli errori, sempre insieme a lui. Alcune sgrammaticature abbiamo deciso di lasciarle. Non tolgono nulla alla dimensione letteraria e alla qualità narrativa del testo».</p>
<p>Che non scade mai nel pittoresco, nel gratuito. Non sono, per capirsi, le frasi ad alto sospetto di manipolazione di «Io speriamo che me la cavo», con la loro sintassi sgarrupata. Qui l’italiano zoppicante dà ancora più forza al testo, lo rende più «vero» e più credibile. Anche perché la sua è un’operazione di pedinamento della realtà.</p>
<p>Nel ‘99, senza soldi e senza alloggio, Janek decide insieme a Marta di andare a vivere a Villa Farinacci, che fu un tempo rifugio del gerarca fascista e che era stata abbandonata.</p>
<p>«Dal primo giorno rinuncio di nascondermi. A distanza di anni mi domando che cosa mi ha spinto di fare questa scelta difficile. Sentimenti? Ne ho pochi. Carattere ribelle? Mancanza di senso della responsabilità? Più probabile voglia di vita un po’ sbandata».</p>
<p>È questa voglia di vita sbandata che lo porta a vivere con gli altri per strada, in situazioni di abbandono, sempre a rischio. Eppure lavora come fabbro, porta a casa soldi. Perché non si trova una casa? «E che ne so &#8211; dice lui &#8211; forse voglia di vita ribelle». Ma non è solo questo, dice Raimo. A un certo punto gli trova una casa lui, a Quartaccio: «Ma non ce la facevano a starci. Certo, è una casa, è un tetto, è un posto tranquillo, lontano dai pericoli. Ma quando ci sono condizioni di povertà estrema, quando sei alcolista grave, la cosa più intollerabile è la solitudine e la mancanza di solidarietà. Vivere per strada e con della gente, con cui magari mangi un panino, per loro è spesso preferibile rispetto a vivere da solo e isolati dal mondo. Rimedi un bicchiere e ti ributti con le ossa rotte su una panchina». Intorno c’è un’umanità, magari criminale o sbandata, magari folle o disperata, ma comunque persone che sono come te e sono lì con te.</p>
<p>«Io ho la benzina per il gruppo elettrogeno, me la rovescio sulla testa, prendo un accendino e domando a Marta: devo accendere?»</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-108627" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Capture-décran-2024-06-15-à-09.55.16.png" alt="" width="429" height="639" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Capture-décran-2024-06-15-à-09.55.16.png 429w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Capture-décran-2024-06-15-à-09.55.16-201x300.png 201w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Capture-décran-2024-06-15-à-09.55.16-150x223.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Capture-décran-2024-06-15-à-09.55.16-300x447.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/06/Capture-décran-2024-06-15-à-09.55.16-282x420.png 282w" sizes="(max-width: 429px) 100vw, 429px" /></p>
<p>La storia con Marta è straziante, raccontata con durezza e pudore, sin dal primo incontro: «Nasce un sentimento». Questo sentimento resiste a tutto, ai ricoveri, all’alcol, alle malattie, alle botte, ai tentati suicidi. Non c&#8217;è niente di stucchevole, di finto, c’è una vita come quelle che per strada non vediamo e che magari abbiamo letta raccontata da Victor Hugo e da chissà quanti altri. Ma leggerla nelle parole di uno di loro è un’altra cosa.</p>
<p>«Per me è un ricordo doloroso e mi sono posto una domanda, perché lei deve soffrire tanto, ma dopo mi sono reso conto che questo era destino suo e anche mio».</p>
<p>A un certo punto del libro, Janek racconta la sua prima vita, picaresca come l&#8217;altra. Il lavoro nelle centrali elettriche in Polonia e in quelle nucleari in Russia, il matrimonio con una russa e la separazione, le missioni folli durante il servizio militare, l’arrivo di Solidarnosc. La sua rabbia e la decisione di abbandonare la Polonia per sempre. Sta per andare in Finlandia quando qualcuno gli dice che è meglio l&#8217;Italia. E così arriva a Roma.</p>
<p>Janek ora farà le presentazioni del suo libro, come uno scrittore qualunque. Ha ricevuto i soldi dell&#8217;anticipo, che può anche usare, perché dopo molti problemi Christian è riuscito a recuperare il suo pin. Si gode questa popolarità inaspettata, a 62 anni, come scrittore. A noi racconta: «Quando ero in carcere ho conosciuto Valerio Giusva Fioravanti, che lì faceva lo scrivano. Siamo diventati amici. Quando sono uscito, sono andato a trovare lui e Francesca Mambro a casa loro. Lo so che sono stati condannati per strage, ma di questo non parlavamo mai. Nessuno è cattivo. Poi può succedere di stare in mezzo a cose sbagliate. Ma combattiamo. Un altro br, Vittorio Antonini, quando è uscito ha fondato una biblioteca, Papillon».</p>
<p>«Qui voglio finire mio racconto, perché ho sofferto troppo».</p>
<p>E ora? «Voglio scrivere ancora. Di persone che vivono per strada. Di chi è pagato per aiutarli e non fa nulla. Sapete quante persone stanno per strada? Le vedete?».</p>
<p>&#8220;Questo articolo è stato pubblicato originariamente nella <a href="https://www.corriere.it/newsletter/">newsletter del Corriere della Sera</a> Il Punto &#8211; La Rassegna&#8221;</p>
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		<title>Buena Vista Social Club: Zerocalcare, autobiografia di una generazione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/12/02/buena-vista-social-club-alessandro-trocino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2021 06:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro trocino]]></category>
		<category><![CDATA[andrea pazienza]]></category>
		<category><![CDATA[Zero Calcare]]></category>
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di
<strong>Alessandro Trocino</strong><br />


Repubblica ci ha fatto pure un delizioso dizionarietto (se fracica, «si bagna»), intitolandolo manuale for dummies (e forse serviva un dizionarietto inglese anche per il titolo, «per principianti»). La polemica è deflagrata in rete, per la gioia di Guia Soncini, che ci ha costruito un impero di carta, sulla suscettibilità. ]]></description>
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<div dir="auto"><strong>Me so’ ingarellato&#8230; dalla newsletter del Corriere</strong></div>
<div dir="auto">(spoiler alert)</div>
<div dir="auto">————————————————-</div>
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<div dir="auto"><strong><em>Zerocalcare, autobiografia di una generazione</em></strong></div>
<div dir="auto">di</div>
<div dir="auto"><strong>Alessandro Trocino</strong></div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Repubblica ci ha fatto pure un delizioso dizionarietto (se fracica, «si bagna»), intitolandolo manuale for dummies (e forse serviva un dizionarietto inglese anche per il titolo, «per principianti»). La polemica è deflagrata in rete, per la gioia di Guia Soncini, che ci ha costruito un impero di carta, sulla suscettibilità. Ha scritto che guardando la prima puntata della serie di ZeroCalcare &#8211; «Strappare lungo i bordi» &#8211; non ci ha capito una parola. Poi i romani, dice, «si sono offesissimi per il mio aver notato che, fuori Roma, ci vorranno i sottotitoli». E lei, che ha appena sfornato un libro sulla suscettibilità e su chi sbrocca («si arrabbia») e se pia male (ci resta male), ha scapocciato di piacere al flame (la fiammata web). Anche perché poi, quello che succede invariabilmente, è lo slittamento di senso. La sua critica ironica si è slabbrata in una valanga di commenti social e tutti sono accorsi a difendere l’onore infangato di ZeroCalcare e sono arrivate le truppe cammellate di indignados pronte ad accusare i milanesi bauscia di disprezzare la romanità, con tutto il seguito di trite polemiche campanilistiche e l’eterno dualismo Roma-Milano più o meno divertente («Milano è una Sutri che si crede Londra», «hanno solo un blocco di cemento ricoperto di muffe da presepe che chiamano bosco verticale», cit. Giacomo Giubilini).</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">C’è poco da dire sulla questione del dialetto, anzi della lingua. Come ha replicato lo stesso Michele Rech, 37 anni, in arte ZeroCalcare: «Madonna regà, ma come ve va de ingarellavve su sta cosa?». E’ come se avessimo contestato, perché incomprensibile, il biiv di Gomorra (bevi), il che casso de misure xe? del Pojana-Pennacchi a Propaganda, il Quaranta dì, quaranta nott, a San Vittur a ciapaa i bott di Jannacci, ma pure lo scappellamento a destra del Conte Mascetti e il gramelot di Dario Fo. Siamo tutti foresti in questa giungla di lingue, di slang e di supercazzole e non c’è da organizzare nessuna resistenza, solo provare a barcamenarsi e a uscire dall’analfabetismo funzionale e reale che ci attanaglia, oppure cambiare canale (anzi, programma o piattaforma). Poi è ovvio che la polemica sul romanesco ha senso solo per i telegiornali nazionali e per i doppiaggi di film girati in Piemonte o in Liguria, dove ci sono attori che dicono «borza» invece di «borsa» e dove il sempre ottimo Marinelli, nelle vesti però di Fabrizio De Andrè, parla come Totti.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Infine, in «Strappare lungo i bordi», in certi passaggi c’è davvero un problema di comprensione, ma è dato più che dalle espressioni gergali dal parlato rapido e trascinato, efficacissimo ma effettivamente a volte un po’ faticoso.</div>
<div dir="auto"><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-94195" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/zerocalcare-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/zerocalcare-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/zerocalcare-768x431.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/zerocalcare-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/zerocalcare-696x391.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/zerocalcare-748x420.jpg 748w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/zerocalcare.jpg 980w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></div>
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<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Insomma le chiacchiere stanno a zero, come diceva spesso Walter Veltroni nei suoi comizi, suscitando qualche perplessità nei non romanocentrici, l’arte è arte e il dialetto, lo slang, gli accenti, i modi di dire vernacolari sono strumenti meravigliosi se e quando si adattano al testo e al contesto e perché raccontano l’infinitamente piccolo con una precisione e una ricchezza che l’italiano ufficiale da Treccani se lo scorda. Ed è anche vero quel che dice Soncini sul romano, che «è inconsapevole di parlare romano, convinto che quella roba lì che parla lui, quello strascinamento fonetico, quello scempio della logopedia sia italiano corretto». Per il resto, il provincialismo del romano che ti dice «busta?» al supermercato è speculare a quello del milanese che ti dice «sacchetto?». Ed è anche vero che poi sotto il Cupolone prevale sempre il chittese…, il e fattela ‘na risata, lo stacce, perché il romano de Roma non sopporta gli accolli (i pesantoni) e gl’arimbalza (non gli fa né caldo né freddo) chi se la sente calla («chi ha un eccesso di fiducia in se stesso»). Zero permalosità, se non retorica, di posizionamento, ma l’eterna digestione nel grande minestrone plurisecolare, sin troppo saporito, di una città che non si stupisce di niente e assimila tutto.</div>
</div>
<div dir="auto"></div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Più interessante sarebbe invece parlare del fenomeno ZeroCalcare, glorificato lo scorso anno da un’imbarazzante copertina dell’Espresso, che lo sparava in prima con il titolo: «L’ultimo intellettuale». Lui è un campione di ironia e di autoironia e naturalmente all’epoca ci ha scherzato sopra, ma forse sarebbe il momento di chiedersi se questi nuovi monumenti che erigiamo poggino su fondamenta abbastanza solide da resistere nel tempo. Non è nostalgia da boomer degli intellettuali novecenteschi alla Eco e Pasolini, è solo perplessità per quando si sentono certe iperboli. Come quando leggi Rivista Studio e trovi il titolo: «Marracash è l’ultimo intellettuale?». E va bene, nell’ultimo album e nelle interviste cita Mark Fisher e Raffaele Alberto Ventura, ma poi scrive cose come «c’è sempre un maiale in mezzo come il McBacon», «la corruzione è l’unico vero made in Italy», che non sono proprio un capolavoro di profondità (al netto di una forma d’arte, il rap, che richiede anche questo linguaggio).</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Tornando a ZeroCalcare la sua serie è bella e divertente, piena di invenzioni e di citazioni, e mischia in un flusso di coscienza torrenziale il sentimento precario, nevrotico, ironico e pieno di sensi di colpa per i mali del mondo che è proprio di molti giovani (il suicidio di Alice è un’evidente metafora del suicidio di una generazione). Piace molto soprattutto a quei giovani che frequentavano i centri sociali (nella serie si vede La Strada della Garbatella) che un tempo si sarebbero detti di sinistra e ora forse solo antifascisti e contro le «guardie», culturalmente fluidi, tra Manu Chao e Tiziano Ferro. Ben lontani dalla Ztl, più vicini a Rebibbia e Pigneto, non hanno più una rappresentanza politica a sinistra, da quando Rifondazione ha perso smalto. E alcuni di loro, avendo preso una sbandata lampo per i 5 Stelle, hanno ripudiato da tempo il Pd o lo accettano malinconicamente, quasi vergognandosene.</div>
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<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Quella sinistra che non sa più bene cosa pensare, ha smarrito l’ideologia, è attratta dalla marginalità periferica perché non è riuscita a integrarsi nel centro o si è integrata ma fa finta di non esserlo. Non a caso il Rech campione della borgata romana, approdato sulla regina delle piattaforme borghesi post moderne, Netflix, un po’ se ne vergogna e ci scherza su, per lavarsi la coscienza e mostrarsi ancora un po’ disadattato e coraggiosamente irriverente. Ma ZeroCalcare non ha la forza nichilista e ribelle di Andrea Pazienza, del suo Zanardi. Il suo flusso &#8211; un po’ auto indulgente e consolatorio &#8211; si può definire (parafrasando Gobetti) l’autobiografia di una generazione, oltre che di una città. Di una generazione precaria, disadattata, che non ce la fa, che non trova una posizione nella società, che si è presa male e non ci sta dentro, per dirla in milanese.</div>
<div dir="auto"></div>
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<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Luca Valtorta su Repubblica dice cose piuttosto condivisibili, anche se un po’ enfatiche: «Zerocalcare coglie nel segno perché usa un nuovo linguaggio, potente per molti motivi ma soprattutto perché, prima di tutto, è sincero e poi perché coglie lo spirito dei tempi: parla ai depressi, agli schizzati, a chi soffre, a chi non ce la fa più, a chi è stanco, a chi vorrebbe un po’ di giustizia, di pace, di tranquillità. Parla a tutti noi. O almeno alla maggioranza di noi che fa sempre più fatica a riconoscersi in una categoria o in un partito. Ma quello di Zerocalcare non è qualunquismo: è il suo contrario. È sensibilità sociale, senso di responsabilità, voglia di cambiare le cose. In meglio. Una narrazione potente in cui c’è forza perché c’è innocenza, gioia, inconsapevolezza, dolore, rabbia. E c’è pietas».</div>
<div dir="auto"></div>
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<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Tutto vero, anche se ci sarebbe qualcosa da dire sulla parte finale del ragionamento. Prendi l’ultima striscia di ZeroCalcare pubblicata sull’Essenziale. Parla del green pass, con accenti critici, perché «è stato trasformato in uno spartiacque valoriale assoluto». Racconta della guerra santa che viviamo nella nostra società, tra gli amici, in famiglia. «Butta giù quella nazista bavosa di tua madre», dice un uomo al figlio, sopra una torre. Lui commenta: «Così me pare estremo». Poi spiega che quelli che «rompono er cazzo contro il Green pass» sono «le persone che hanno animato l’opposizione sociale in questo Paese in questi anni», «collettivi, reti antifasciste, sindacati conflittuali, femministe». Stiamo uscendo dalla pandemia, dice, «senza avere minimamente messo in discussione il modello con cui ci siamo entrati». Cioè «vi licenziano come cazzo vi pare» ed «eravate più tonici quando vivevate con l’ansia della terza settimana».</div>
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<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Rech è spaventato che «a questo appuntamento con la catastrofe si arrivi con questa spaccatura», dove l’unica soluzione pare «la pulizia dei kontatti» social. Il finale è questo: «Se dovessi rispondere alla domanda, perché non dici nulla su quello che succede vigliacco maledetto, le risposte sarebbero due». La prima: «Uno, perché non ce sto a capì un cazzo». «Due, perché in questa lacerazione profonda e orizzontale, io non penso di averci un ruolo come singolo. Ma se proprio me lo vuoi trova’, sono sicuro che non dovrebbe essere quello di spaccare ulteriormente il campo mio. E mi viene da chiedere, a chi questo ruolo se lo sta assumendo e smania per accollarmelo a me, quale campo pensa di stare aiutando. Bah».</div>
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<div class="o9v6fnle cxmmr5t8 oygrvhab hcukyx3x c1et5uql ii04i59q">
<div dir="auto">Lo diciamo anche noi «bah». Perché poi sarebbe triste se davvero l’autobiografia di una generazione fosse questa, gente confusa che non si vuole «accollare» la responsabilità di prendere una posizione su un tema fondante, come i vaccini e il green pass, e quindi l’altruismo, il rispetto della comunità e delle vittime che ci sono state e ci saranno. Sarebbe del tutto legittimo non esprimersi per un artista, che non è un politico. Ma Rech fa di più. Non solo non prende posizione, ma rivendica la necessità di non prendere posizione per non «spaccare ulteriormente» il campo suo. Che poi quale sia, il campo suo, non è chiaro. Come se la generazione che si sente rappresentata da lui fosse «un campo» unico. E come se «né con lo Stato né con i no green pass» fosse una posizione accettabile per «l’ultimo intellettuale».</div>
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		<title>Under Press</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 06:31:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro trocino]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[Ricevo Volentieri Pubblico (effeffe) Considerazioni sul giornalismo politico e non solo di Alessandro Trocino Quanto ti pagano per fare un’intervista? Ti senti libero? Scrivi davvero la verità? Domande comuni, quando sei un giornalista, per di più del settore politico, e chi te le fa è una persona che è al di fuori del circuito mediatico, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ricevo Volentieri Pubblico</em> (effeffe)<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/009219-free_press-copy.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/009219-free_press-copy.jpg" alt="giornali" title="giornali" width="432" height="278" class="aligncenter size-full wp-image-19930" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/009219-free_press-copy.jpg 432w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/009219-free_press-copy-300x193.jpg 300w" sizes="(max-width: 432px) 100vw, 432px" /></a></p>
<p><strong>Considerazioni sul giornalismo politico e non solo</strong><br />
di<br />
<strong>Alessandro Trocino </strong></p>
<p>Quanto ti pagano per fare un’intervista? Ti senti libero? Scrivi davvero la verità? Domande comuni, quando sei un giornalista, per di più del settore politico, e chi te le fa è una persona che è al di fuori del circuito mediatico, non ne conosce bene i meccanismi, ma immagina di conoscerli o ha ipotesi generiche ma ben sedimentate. La prima reazione, direi quasi chimica, è di spossatezza, incredulità. Come se, dopo essere arrivato non dico in cima alla montagna, ma comunque a un buon livello, spingendo il tuo macigno come puoi, lo vedi precipitare a valle in un secondo. Ti cadono le braccia. Sconforto, per il baratro che c’è tra il cronista, che pure scrive per lui, e il lettore.<br />
Ma credersi Sisifo è gratificante, troppo gratificante. La fatica inutile, lo spreco, la dissipazione voluttuosa, quale migliore sollievo intellettuale. Ma il macigno che credi imponente è un sassolino. Il senso delle proporzioni che ridesta l’autocoscienza, quella percezione di sé che è salvezza e insieme maledizione, provoca nel cronista un secondo choc, in senso diametralmente opposto. Ed eccoti giù dalla montagna, in dimensioni naturali, un onest’uomo che si ingegna per portare a casa la pagnotta ovvero, per restare in metafora, che si ostina a spingere pazientemente in alto il sassolino per il solo motivo che lo ritiene giusto. E lo fa, tentando fin dove è possibile di non macchiare troppo la coscienza.<br />
<span id="more-19928"></span><br />
E questo è il punto, come direbbe e dice infinite volte Antonio Bassolino, finendo con la sua balbuziente coazione a ripetere per trasformare la miriade di punti in una linea mossa che, a differenza di quella della Settimana enigmistica, non trova compimento e riposo in alcuna forma riconoscibile.<br />
Questo è il punto, dicevo, per il giornalista: trovare un equilibrio soddisfacente tra la sua auto asserita integrità morale e il realismo necessario perché la pagnotta-sassolino non gli venga sottratta prematuramente dalla natura matrigna, nelle vesti più prosaiche dell’editore-direttore. Proprio questo il giornalista politico prova ad argomentare a chi gli pone la fatidica domanda. Succede ogni volta che il discorso sul giornalismo non contempli adepti in grado di maneggiare, o ignorare consapevolmente, i concetti chiave di cui stiamo parlando. Dunque il giornalista chiarisce dapprima che no, non lo pagano gli intervistati. Né che lui paga per intervistare, concedendo che quest’ultima evenienza si dà talvolta in qualche rotocalco televisivo o nei settimanali di gossip. E poi rispondendo che sì, si sente libero. Parola che il giornalista avvezzo alla retorica, non potrà non far seguire da una pausa, prolungata a piacere.<br />
Libero. </p>
<p>Naturalmente, per sopire il senso di colpa incipiente che lo coglie dopo un’affermazione incompleta o un’omissione deliberata, il giornalista si affretterà ad aggiungere che la libertà di cui gode è comunque relativa.<br />
Come tutte le libertà, aggiungerà in conclusione.<br />
Con ciò provocando tre riflessi psicologici tipici nel domandante. Il primo &#8211; di diffidenza &#8211; all’asserita libertà di manovra del giornalista. Il secondo &#8211; di sollievo sarcastico &#8211; alla conferma che la libertà è relativa e quindi, si desume, non è vera libertà. Il terzo &#8211; di disappunto incredulo &#8211; all’aggiunta che tutte le libertà sono relative. Da quel momento comincia la difficile incombenza: convincere il domandante della bontà delle sue osservazioni e persuaderlo del fatto che i giornalisti non sono necessariamente servi del potere. Perché il querelante, se così si può dire &#8211; come si scopre subito, ma si sapeva in anticipo &#8211; non ha posto affatto una domanda neutra, per ottenere una risposta a una questione ignorata. Ha semplicemente messo alla prova il querelato, come accade spesso nelle conversazioni, per testare il suo grado di resistenza a una verità che egli crede già di possedere e che solo una straordinaria capacità di affabulazione potrà riuscire a confutare. </p>
<p>Perché è chiaro, a chi domanda, che il giornalista non è libero, scrive su ordinazione del padrone, nasconde la verità, la manipola per compiacere il potente di turno, è parte integrante del sistema o, come si usa dire ora (per colpa del duo Rizzo-Stella o più precisamente del loro editor), il giornalista è un membro a pieno titolo della Casta.<br />
E questo è il punto, direbbe don Antò. Il giornalista fa parte della Casta. Per diritto, per elezione, per vocazione, per convenienza, senza bisogno di nessuna dimostrazione particolare. Perché, come scriveva Roland Barthes, la gente ama la tautologia, pratica che introduce, per debolezza argomentativa o per mancanza di tempo, una frattura insanabile tra un’asserzione e il ragionamento che dovrebbe produrla.<br />
A quel punto diventa difficile, se non impossibile, opporsi con le armi della logica. Il nostro querelante diventa come Indiana Jones che, di fronte al tale che fende l’aria con la scimitarra producendo mulinelli paurosi e apparentemente efficaci, estrae placidamente la pistola e spara. Un duello ad armi impari. Ma arrendersi o, peggio ancora, denunciare la disparità, sarebbe snobismo intellettuale. Un imperdonabile atteggiamento di superiorità. Che, è questo il punto, finirebbe per confermare definitivamente all’interlocutore la sua appartenenza alla Casta.</p>
<p>Perché poi la Casta, come tutte le categorie metaforiche, è concetto vago, sfuggente, centrifugo, che tende ad allargarsi a una cerchia sempre più ampia di persone, che normalmente non coincidono con quelle conosciute, ma con quel magma indistinto che si muove misteriosamente fuori dal nostro controllo. E allora, se non si vuole cedere allo snobismo di Casta, non rimane che usare la dialettica, nel tentativo di smuovere il querelante dalla sua posizione apparentemente neutra, ma in realtà di granitica certezza.<br />
Tentativo improbo. Perché poi &#8211; si generalizza consapevolmente, ma solo perché è funzionale a un discorso &#8211; l’altro ostacolo da rimuovere, e non sono bastati secoli, è il manicheismo. Quella logica binaria che porta il querelante a prendere in considerazione l’ipotesi A, data come prevalente, della mancanza di libertà del giornalista, o in alternativa l’ipotesi B, del tutto implausibile, del libero arbitrio del notista, politico e non. Nessun’altra soluzione intermedia, nel vasto mare delle sfumature, è normalmente presa in considerazione. E ogni tentativo di inquadrare il concetto astratto e romantico della libertà nella cornice più angusta e dimessa della realtà finirà inevitabilmente nel nulla, spesso deriso come un modo per minimizzare o giustificare. </p>
<p>La serata, a quel punto, finirà per rabbuiarsi in un silenzio ostile o per virare su argomenti più facilmente condivisibili, come la crisi del Pd o l’incontinenza sessuale del premier. E il giornalista politico potrà finalmente smettere i suoi panni scomodi, uscendo da quella Casta che così poche soddisfazioni gli dà, per tornare a essere quel così bravo ragazzo che era sempre sembrato al querelante, prima che si intestardisse a dibattere di giornalismo.<br />
Solo che il giornalista, che ha la tendenza a esserlo e non solo a farlo di mestiere, finirà per rimuginare tutta la sera su quella frattura, alternando anatemi contro il berlusconismo strisciante che ci ha portato in queste condizioni, a improvvisi attacchi di pentimento, per l’inusitata superbia dimostrata. E gli tornerà in mente la desolante risposta di Franco Fortini a Goffredo Parise, con il rivendicato diritto all’oscurità e all’uso di “frasi complicate o parole inutilmente difficili”.<br />
Nel dialogo mancato, nella conclamata e assunta incapacità di farsi comprendere dall’interlocutore, il cronista vedrà con orrore materializzarsi la metafora della distanza siderale che separa ormai il giornalista dal lettore. Un’incomprensione radicale, quasi strutturale, che forse va oltre la ben nota, e straordinaria, analisi di Enzo Forcella, quelle confessioni di un giornalista politico scritte nel lontano &#8211; e vicinissimo &#8211; 1956. </p>
<p>Forcella concludeva allora traumaticamente la sua esperienza di notista politico alla Stampa, ormai consapevole di essere solo una comparsa nella recita della politica, un esecutore di ordini con il diritto al massimo a un inoffensivo frondismo. Il suo personale conto, a quell’epoca, prevedeva un prevalere dei dispiaceri sui piaceri e una disillusione professionale e umana che non aveva nulla a che vedere con il cinismo. Sfogo-pamphlet che indignò i molti irreggimentati nel clima da guerra fredda della politica di quegli anni, scarsamente sensibili agli scrupoli di una coscienza “borghese” e progressista. A Forcella fu ingiustamente rimproverata anche la resa, quasi il tradimento. Non però dai molti colleghi che gli scrissero in privato e che ben conoscevano quella sensazione di inutilità e di assurdità che coglie non appena si esce dal buco nero del Transatlantico e delle agenzie e ci si ferma ai margini a guardare (tra i molti non colleghi che gli scrissero, come non ricordare Luciano Bianciardi, l’autore del Lavoro culturale e dell’Integrazione).</p>
<p>Eppure, come spiegarlo all’interlocutore, il giornalista può essere libero, anche se sottoposto ai mille vincoli imposti dagli interessi materiali dell’editore, dai desiderata politici del direttore, dalle ugge psicotiche del suo caporedattore, dal contesto storico e ambientale, dalla sua formazione culturale, dalle sue capacità tecniche e dalle sue conoscenze. Può essere libero, e lo è davvero, solo se è consapevole dei limiti, endogeni ed esogeni, se li ammette e se è capace di muoversi nel sistema senza farsene intrappolare. Solo se quel (piccolo o grande) spazio di libertà lo usa ogni giorno e non dimentica che ne vale la pena, anche se non ne vale la pena.<br />
Inutile ricordare il narcisismo che spesso domina le piccole o grandi firme, il piacere di lusingare il potere ed esserne lusingati. Ma c’è anche il piacere di usarlo, il potere, a fin di bene. C’è l’onestà intellettuale di chi è costretto al piccolo compromesso quotidiano ma non cede sui principi generali, di chi sa qual è la barriera da non valicare, il fronte di resistenza dal quale non indietreggiare. E in questa battaglia quotidiana combatterà anche per svelare un dettaglio, magari insignificante, magari marginale rispetto al contesto. Non è facile immaginare quale gioia possa dare, gioia profonda, onesta, vitale, riuscire a sventare una falsità, a disvelare un trucco, a smascherare una bugia. C’è il senso di quel lavoro anche in quel dettaglio, portato alla luce dal cronista come un tombarolo di Cerveteri con un’anfora etrusca. Un dettaglio magari inutile, un’anfora priva di valore. Ma è nell’accanimento ossessivo e quasi patologico con il quale si combatte per portarlo a casa quel dettaglio, per renderlo nitido, in questo sta la forza e la libertà del giornalista. Che affida al lettore, quasi con disperazione, un messaggio chiuso nelle parole cifrate del testo, sperando che le colga, che riesca a leggere la verità dietro il peso inevitabile della sovrastruttura linguistica, della manipolazione anche involontaria e inconscia, dettata dalle condizioni materiali e ambientali della scrittura. Una bottiglia di onestà intellettuale nell’oceano della sopraffazione individuale. Il che non elimina nulla dello sconforto e del disincanto che colsero Forcella e che colgono tutti i giorni i giornalisti che si interrogano sul senso del loro mestiere e sulla manipolazione quotidiana del potere, dei poteri. </p>
<p>Anche scrivendo queste poche righe, di getto, non si può non sentire il peso terribile dell’inesattezza, dell’incapacità tecnica e, chissà, anche etica, di giungere a definire con precisione, con onestà, quel che si vuol dire. Il dubbio che coglie, poi, è se quel che si vuol dire sia geneticamente onesto, o se non sia anch’esso guastato ab origine, viziato da un peccato originale invisibile. E comunque nella volontà residua e animale di cercarla questa onestà, questa verità, sia pure prosaica e transitoria, sia pure parziale e viziata, sta la gioia e il senso dell’essere giornalista. E il confronto con il lettore, la disparità che denota il rapporto &#8211; la troppa consapevolezza e conoscenza del giornalista, che finisce per annullarsi, per diventare astrazione, e la maggior aderenza al reale e alla vita del lettore “ignaro” &#8211; è il terreno di gioco sul quale si combatte la partita.<br />
E, come in un match di tennis, se l’avversario è troppo debole, rinvia palle lente, alte, molli, si finisce per giocare male, per scendere drasticamente sotto i propri livelli. Anche questo è il problema. Ma il bravo giocatore si vede dalla capacità di adattarsi all’avversario, dall’abilità con il quale, come un maestro di tennis, sa rimandare la palla dall’altra parte del campo, senza enfasi, calibrando direzione e forza, per far sì che l’avversario-complice sia in grado di rispondere, in un dialogo che non può che migliorare, che diventare più veloce e poi trasformarsi in una partita, finalmente, ad armi pari, in una sfida vera.<br />
Sfida impossibile, certo, ma non per questo meno necessaria.</p>
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		<title>Alì en Rose</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 11:49:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro trocino]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio di una rosa]]></category>
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					<description><![CDATA[Alì di Alessandro Trocino Se provi a immaginare quanti anni ha, gliene dai 30 e anche 60. Potrebbe essere indiano o pachistano o bangladese. Lui non lo sa. O a me fa piacere immaginare che sia così, che non lo sappia davvero, chi sia. Tanti anni fa ero convinto che fosse marocchino. Mi sembrava che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/petali.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/petali.png" alt="petali" title="petali" width="600" height="575" class="alignnone size-full wp-image-16240" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/petali.png 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/petali-300x287.png 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a><br />
Alì<br />
di<br />
<strong>Alessandro Trocino</strong></p>
<p>Se provi a immaginare quanti anni ha, gliene dai 30 e anche 60. Potrebbe essere indiano o pachistano o bangladese. Lui non lo sa. O a me fa piacere immaginare che sia così, che non lo sappia davvero, chi sia. Tanti anni fa ero convinto che fosse marocchino. Mi sembrava che lui avesse annuito, quella volta, quando gliel&#8217;ho chiesto. L&#8217;altro giorno gli ho domandato se fosse del Bangladesh e lui ha annuito anche stavolta, cordiale. Ha un volto scarnificato, la pelle scura erosa dal tempo e pupille liquide che navigano dentro un sorriso. E&#8217; magro, di altezza media, vestito in modo sobrio, con scarpe robuste.<br />
Si esprime per lo più a gesti e il gesto che gli riesce meglio è l&#8217;abbraccio.<br />
<span id="more-16239"></span>Ti vede da lontano, nella folla della Casa 139 o tra i tavolini bagnati dei Navigli e si avvicina, allargando un braccio, la mano con il palmo aperto, sincero. L&#8217;altra parte del corpo abbraccia un mazzo di rose rosse, fresche e sgualcite, ancora invendute. Poi ti abbraccia, le rose di lato, e vuole sentire il tuo corpo. Mette la sua testa sulla tua, la fa riposare e come ondeggiare. Poi comincia a baciarti le guance, più volte. A destra e a sinistra. E&#8217; come una specie di rituale, ma rinnovato ogni volta nell&#8217;energia e nella passione. Io mi imbarazzo, ma ricambio l&#8217;abbraccio. Talvolta faccio un tentativo educato (non voglio che se accorga) e provo ad allontanarmi dalla morsa. Quando il movimento non ha effetto, e la morsa resta intatta, sollevo leggermente la testa, poggiata parallelamente alla sua, e mi guardo intorno. Ci sono facce che ci scrutano e indovino i pensieri, i sentimenti. Qualcuno sorride, qualcuno è  indifferente. Io me ne resto lì, sulla pista, mentre abbraccio un uomo di età e nazionalità indefinibile, con un mazzo di rose sgualcite. Quando finisce la stretta, mi sento sollevato. Lo guardo e lui adesso quasi ride, anche se non supera mai veramente il confine del sorriso. Mi dice &#8220;Cazzo, Alì&#8221;. Ed è il suo modo per sentirsi vicino, per sentirsi uguale. La prima volta che mi ha detto il suo nome, Alì, mi ha chiesto il mio. Alessandro, gli ho detto. Ha fatto una faccia come a dire, lo sapevo, e ha detto: &#8220;Alì cazzo!&#8221;. E poi è cominciato tutto un  movimento di mani per dire tu Alì, io Alì, tutti e due Alì. Siamo Alì, cazzo. Da allora lo saluto anch&#8217;io così, Alì cazzo, e ormai Cazzo sembra un cognome.</p>
<p>Alì è un alcolista. Entra nei locali, la Casa 139, Le Scimmie, e c&#8217;è sempre qualcuno che gli offre da bere. Chiede qualche moneta e loro gli danno una consumazione gratis. Beve tutto. Whiskey e rum e anche gin. A volte, quando nessuno gli dà niente, mi chiede un po&#8217; di birra. Indica il mio bicchiere pieno.<br />
Io gliela do, ma poi faccio finta di bere e lascio il bicchiere su un tavolino. Mi fa schifo. E penso, le malattie. Poi mi sento in colpa e penso, ma quali malattie. Allora adesso, per non sentirmi in colpa, per non guardare questo bicchiere quasi pieno abbandonato sopra un tavolino, quando mi chiede la birra ora gliene compro una nuova, al bancone. Così è diventato alcolista Alì. Lo so bene questo. Per scacciare anche questo senso di colpa, glielo dico spesso: Alì cazzo, non bere troppo che fa male. Lui annuisce e sorride.</p>
<p>Una volta l&#8217;hanno preso le ragazze e gli hanno ballato intorno. Non una cosa che lo prendevano in giro. Alì era contento e ubriaco e ballava. Alì ha dei figli o forse non ne ha. Non è ubriaco spesso, se con questo si intende spaccare le cose o urlare. Ha solo occhi più liquidi e oscilla più del solito. Una volta gli ho chiesto dove abita.<br />
Lui ha cominciato a parlare, non si capiva ma ho capito che vive con altri che vendono i fiori. Molti altri, dentro una stanza, fuori Milano. Poi mi ha detto: posso venire a stare da te? Non mi ricordo se le parole erano proprio queste, ma la faccia e i gesti e tutto quanto di lui mi ripetevano la domanda: posso venire a stare da te? Io gli ho detto che no, che non poteva ma lui ha insistito un po&#8217;, con gentilezza. Io gli ho detto che no e poi gli ho detto, Alì cazzo, no che non puoi. No.<br />
Io poi vivo con una ragazza.</p>
<p>Non so come mi è venuto in mente di dirla, questa cosa della ragazza, perché io la ragazza non ce l&#8217;ho. Io poi vivo con una ragazza. Al momento mi è parsa la maniera giusta per dare una risposta ferma ma educata. Ad ogni modo non lo so se l&#8217;ha capito cosa ho detto. Poi abbiamo parlato d&#8217;altro. In realtà ho parlato io. Ho fatto delle domande, mi sono interessato a lui, ho deciso di interessarmi a lui. L&#8217;ho pensato, anche, che lo avevo deciso. Comunque sia, non ne ho ricavato molto.</p>
<p>Perché non lo capisco Alì, quando parla.</p>
<p>Una volta avevamo pensato a lui per un cortometraggio. Si chiamava &#8220;Storia di una rosa&#8221;. Ci siamo messi al tavolo di una birreria e c&#8217;era anche Claudia. Le spiegavamo il progetto. Si comincia così, con la camera stretta a inquadrare una rosa in una pozzanghera. Poi la camera allarga il campo, si vede la mano della ragazza che lo getta, mentre già volta le spalle e si allontana. Poi il locale dove l&#8217;aveva comprata. Claudia non capiva. Noi ci siamo accaniti a raccontare. Facciamo un viaggio a ritroso, un&#8217;inchiesta. Si vede l&#8217;uomo che vende le rose nei locali, le ragazze che si schermiscono, i ragazzi che fanno gli spiritosi. Le comprano, non le comprano. Poi ancora indietro. Il gruppetto di stranieri che si riunisce la mattina presto e compra le rose dai caporali italiani. Questi che all&#8217;Ortomercato rubano le rose. Le rose che arrivano all&#8217;Ortomercato per via aerea. La serra olandese dove vengono coltivate le rose. E poi, in montaggio parallelo con il viaggio della rosa, il viaggio di Alì che torna a casa a piedi, lungo il Naviglio.</p>
<p>Poi sono andato via da Milano, sono andato via, e Alì ha continuato a camminare da solo, ad aggirarsi davanti al Capetown, alla Casa, alle Colonne, a sorridere con i denti da bambino invecchiato male, con i capelli bagnati e stopposi, ancora non completamente bianchi. Sapeva sempre di umido Alì, anche quando non pioveva. Mario, mi hanno detto, ha incontrato Alì l&#8217;altro giorno da Peppuccio e gli ha comprato un enorme mazzo di rose. Io me lo immagino Mario che lo abbraccia e gli dice Alì cazzo, ridendo. Poi Mario ha preso i fiori e li ha regalati alla ragazza Anna. Anna l&#8217;ho vista ieri al Pigneto. Non erano per me quei fiori, mi ha detto sorridendo. Mi sembrava un po&#8217; triste, ma forse no.<br />
Non erano per me davvero. Erano per Alì</p>
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