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	<title>alice &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Alice &#8211; un racconto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2020 05:00:22 +0000</pubDate>
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<figure id="attachment_85507" aria-describedby="caption-attachment-85507" style="width: 643px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-85507" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/935521_533696450006947_507052210_n.jpg" alt="" width="643" height="407" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/935521_533696450006947_507052210_n.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/935521_533696450006947_507052210_n-300x190.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/935521_533696450006947_507052210_n-250x158.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/935521_533696450006947_507052210_n-200x127.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/935521_533696450006947_507052210_n-160x101.jpg 160w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption id="caption-attachment-85507" class="wp-caption-text">ph. Fred Herzog</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Giulia Sara Miori</strong></p>
<p>Non ci voleva tanto, per capire che Alice non ci stava con la testa. Innanzitutto era grassa, e quando sei così grassa c’è qualcosa che non va. Ci deve essere per forza, altrimenti ti prenderesti cura del tuo corpo e saresti magra. Infatti io mi prendo cura del mio corpo e sono magra. Chi non si prende cura del corpo è malato: su questo non ci sono dubbi. È una questione di salute, nient’altro che una questione di salute. E Alice era grassa, e dunque non gliene importava niente della salute, e visto che non gliene importava niente della salute, era malata. Io non ho niente contro le persone malate, intendiamoci. Ma essere grassi non è proprio come avere un tumore. Quello, non lo scegli. Invece scegli di ingozzarti fino a diventare un quadro di Botero. Con tutto il rispetto per Botero, s’intende.</p>
<p>Io le persone grasse proprio non le capisco, e quindi non capivo Alice. Arrivava a scuola con un paio di jeans sformati, sempre gli stessi, e un dolcevita nero che sembrava un sacco. Almeno il maglione se lo cambiava, ma il modello era sempre lo stesso. Anche il colore era sempre lo stesso, e cioè nero, e cioè un non colore. Di sicuro credeva di sembrare più magra, vestita di nero. Ma quando si è grasse come Alice, non c’è nero che tenga. Comunque, almeno il maglione se lo cambiava. I jeans invece non li lavava mai, perché quando si lavano si restringono e allora bisogna indossarli due o tre volte prima che tornino normali. Cinque o sei volte, nel caso di Alice. Non so dove avesse trovato un paio di jeans della sua taglia, a dire il vero, perché sopra la quarantadue nei negozi normali non si trova quasi niente. Sopra la quarantadue c’è poco da fare: bisogna dimagrire. E anche la quarantadue non è proprio una bella taglia. Io porto la trentotto e a volte anche la trentasei: dipende dal modello. Il metabolismo ce l’ho veloce per natura: anche mia madre è così. Per il resto, faccio danza tutti i giorni e mangio come si deve, e cioè insalata, petto di pollo, fiocchi di latte. Poco olio, niente dolci. L’importante è seguire un’alimentazione sana e fare sport. Voglio dire, non mi sembra difficile. Ma lei niente: durante l’intervallo, si portava un panino col salame e lo mangiava davanti a noi. Alice a me non faceva pena, devo ammetterlo. Mi faceva rabbia. Era grassa e pretendeva di uscire con noi. Questo non me l’ha mai detto, sia chiaro. Ma era ovvio che ci sperava. Se almeno si fosse truccata un po’, se almeno si fosse lavata i capelli, sarebbe stato diverso. Cioè, era grassa e sembrava che non le importasse, ma la cosa peggiore era la sua faccia. Aveva i brufoli, gli occhiali e i capelli unti. Capisco la faccenda dei brufoli, ma non del tutto. Anche Melissa aveva l’acne, ma sua madre l’ha portata dalla ginecologa e da quando ha iniziato a prendere la pillola ha sistemato tutto. Ha la pelle liscissima, ora. Se hai un problema, cerchi di risolverlo. Ma Alice no. I brufoli se li teneva. Per non parlare di tutto il resto, e cioè degli occhiali e dei capelli unti. Gli occhiali li portavo anch’io, una volta, ma adesso mi metto le lenti a contatto, altrimenti non posso truccarmi gli occhi come si deve: problema risolto. I capelli unti, basta lavarli. Oltretutto, puzzava. Non voglio essere cattiva, ma è un dato di fatto. Puzzava di vestiti non lavati, e quando aveva il ciclo non era neanche possibile avvicinarsi. Nessuno si sedeva nel banco con lei, questo è vero, ma cosa pretendeva? Non ti lavi: cosa ti aspetti? Abbiamo cercato di farglielo capire, e anche questa è stata descritta come una cattiveria. Per il suo compleanno, le abbiamo regalato un bagnoschiuma dell’Erbolario. Pensavo che avrebbe capito, e invece non solo non ha capito, ma ha rincarato la dose. Sembrava che facesse apposta, a non lavarsi.</p>
<p>Poi è successa la cosa del mio diciottesimo. Io vorrei vedere voi, che cosa avreste fatto. Era il mio compleanno: avevo pure il diritto di invitare chi volevo io, o no? Ecco, perché è facile parlare, col senno di poi. È facile dire che sono una stronza. Ma non è vero. La stronza era lei. Era lei, quella che non ci stava con la testa. Era lei, quella che non ha mai fatto il minimo sforzo, non dico per essere come noi, ma almeno per integrarsi. Comunque no, Alice non l’ho invitata. Ho invitato tutta la classe, ma non Alice. E sì, lei l’ha saputo. Fosse stato per me, mica gliel’avrei detto. Ma la voce le è arrivata. Non so da chi, ma le è arrivata. Si deve essere lamentata con sua madre, sua madre è andata dai professori, i professori se la sono presa con me. Capite? Se la sono presa con me perché alla mia festa non ho invitato Alice. Poi, non si sa come, è saltata fuori anche la storia del bagnoschiuma. Non poteva stare zitta, quella serpe: no. Doveva proprio raccontare anche la storia del bagnoschiuma. Che poi, a ben vedere, voleva essere una cosa carina. Okay, tornando indietro non l’avrei fatto, ma insomma: se avesse capito che l’intenzione era buona, se avesse capito che noi volevamo soltanto aiutarla, allora l’avrebbe usato, quel bagnoschiuma, invece di andare dritta da sua madre. Lamentarsi non ha mai risolto nessun problema. E Alice di problemi ne aveva parecchi.</p>
<p>Comunque, dopo la cosa della festa, anche i miei si sono incazzati. Mi hanno detto sei stupida, devi farti furba, cosa ti costava invitarla?  Cosa te ne frega di quella grassona, ha detto mia madre, chiedile scusa e basta. Quella è una stronza. Va in giro a dire che tu e le altre la bullizzate. Io quando ho sentito la parola bullismo, sono saltata sulla sedia. Voglio dire, proprio non ci credevo. Da quando in qua cercare di aiutare una persona significa bullizzarla? Allora mi sono incazzata. Ammetto che mi sono incazzata. Non l’ho presa bene, ma proprio per niente. Insomma, mettetevi nei miei panni. Io Alice non la odiavo mica: semmai era il contrario. Non era colpa mia, se ero una bella ragazza. Non era colpa mia, se lei era brutta e grassa. Non era colpa mia se non si lavava. E mi toccava anche sentire le lamentele dei professori. Io non avevo fatto niente. Non c’entro niente, io. Non c’entra niente, Thomas. Le altre, nemmeno. Ma devo dire che sembrava una buona idea, in quel momento. Non dico che lo sia stata – avremmo dovuto capire che Alice non ci stava con la testa – ma sembrava una bella idea. Quando gliel’ho proposto, Thomas ha detto di sì. Neanche lui la sopportava, Alice, perché aveva detto alla Corradini che la chiamava cessa, scaldabagno e roito, e la Corradini lo aveva fatto sospendere. Thomas non vedeva proprio l’ora, anche se da un certo punto di vista non ne aveva affatto voglia. Si capisce, del resto: chi avrebbe avuto voglia?</p>
<p>E non è stato facile, non è stato facile convincere Alice, non è stato facile convincerla che Thomas voleva uscire con lei. All’inizio era diffidente, diceva non ci credo, all’inizio diceva non ci penso neanche, ma poi ha detto non lo so, magari posso dargli una mano coi compiti, magari posso dargli una mano, visto che è stupido, è proprio un asino, e magari grazie a me è la volta che prende sei in latino, perché no, vediamo cosa posso fare. Era diffidente, la stronza, ma alla fine si è lasciata convincere, alla fine ha ceduto alla vanità, la stronza, alla fine ci ha creduto. E lo ammetto, tornando indietro non lo rifarei, ovvio che non lo rifarei e anzi, a ripensarci era uno scherzo di cattivo gusto, era proprio uno scherzo di merda, ma un’altra ci avrebbe riso su, io ci avrei riso su, chiunque ci avrebbe riso su, Thomas è un bel ragazzo, chiunque avrebbe pensato: ma quando mi ricapita? Chiunque tranne Alice.</p>
<p>Lei no. Lei ci ha creduto. Lei ha creduto che uno come Thomas potesse guardarla e desiderarla e dirle ti amo. Bisogna essere proprio matti e ciechi e fuori di testa come Alice per credere all’impossibile. Non è colpa di nessuno se l’ha presa così. Nessuno l’ha costretta a fare quello che ha fatto. Poteva dire no, grazie, Thomas, vai via. E invece no. Ha fatto tutto quello che lui le ha chiesto, la vacca, l’ha fatto senza battere ciglio. E quando il video è girato, quando ha saputo che tutti l’hanno visto, sembrava che non le importasse niente. Noi ridevamo e a lei non importava. Noi la chiamavamo troia, e a lei non importava. Io mi son detta: non gliene frega niente. L’ho quasi invidiata, a un certo punto. Era superiore, lei. Era migliore di me, di Thomas, di tutti noi. Era grassa e non le importava; aveva i brufoli e non le importava; aveva i capelli unti e non le importava; nessuno si sedeva accanto a lei, e non le importava; quel video lo aveva visto tutta la scuola, e non le importava.</p>
<p>Durante l’intervallo, ero in bagno a fumare. Parlavamo del video, e ho sentito un botto. Tutti l’abbiamo sentito, ma io ci ho pensato subito. Non so perché, ma lo sapevo che era lei. Allora mi sono affacciata e l’ho vista. Ho visto il rosso dei capelli mischiato al sangue. Ho spento la sigaretta e sono tornata in aula.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Abitare il mondo con stupore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2017 05:18:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Ai bambini e alle bambine di Camerino e a Tullio. Con affetto e gratitudine. &#160; Tentando di fermare su una mappa un’estate infinita e densa come lo era solo nell’infanzia, nominerò per primo il luogo, Camerino, immerso nelle colline dell’Italia profonda che scivolano l’una nell’altra con i girasoli, le stoppie, il bestiame [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Ai bambini e alle bambine di Camerino e a Tullio. Con affetto e gratitudine.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-69701" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727.jpg 1500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tentando di fermare su una mappa un’estate infinita e densa come lo era solo nell’infanzia, nominerò per primo il luogo, Camerino, immerso nelle colline dell’Italia profonda che scivolano l’una nell’altra con i girasoli, le stoppie, il bestiame e i borghi abbandonati, dove fra giugno e luglio un team multidisciplinare di cui ho fatto parte, composto da una psicologa, artisti e documentatori provenienti da Toscana, Umbria ed Emilia, ha abitato e lavorato al progetto artistico <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/21/geo-grafie-dellambiente-intorno/"><strong>IO SONO QUI</strong></a>, coinvolgendo quattro gruppi di ragazzi fra i sei e i tredici anni. Perché l’arte come parametro educativo? Abbiamo più volte sottolineato che l’approccio artistico è laterale, si sposta verso l’inconsueto, i margini dove spesso si annidano nuove possibilità. Vorrei aggiungere che per sua natura l’artista è costantemente a caccia di storie, si allena a scovare il potenziale, a trasformare poeticamente ciò in cui si muove, e dunque è pronto anche a spezzarsi, essere contraddetto, restare in attesa con una pazienza molto simile alla fede, stupirsi. Anzi l’artista vuole tutte queste cose: vuole non sapere, stare un po’ nel vuoto, lasciarsi sorprendere, essere l’approdo e non l’origine delle storie.  Sapevamo di essere arrivati a Camerino a causa del terremoto, della frattura creata in un paesaggio che è al contempo interiore ed esterno, ma sapevamo anche che la parola “terremoto” non poteva venir fuori da noi: è stata lì durante i giorni trascorsi coi bambini, visibile e in attesa di rivelarsi, di trovare un senso altro rispetto all’immediato o più semplicemente di dirsi com’è – ma la semplicità è ardua da definire.</p>
<p>Cosa è accaduto in queste settimane? In modo progressivo siamo entrati insieme ai bambini nel tempo e nello spazio come se non fossero affatto dimensioni scontate e quell’<em>io sono qui</em> è diventato la risposta enigmatica e aperta alla più importante delle domande: non <em>chi sei?</em>, ma <em>dove sei?</em> Dove abiti, cosa ti abita quando dirigi l’occhio alla vita intorno e siete parte l’uno dell’altra: carne, mura, sogni, fili d’erba,  colline, ossa, linfa, acqua, pietre, ricordi.</p>
<p>Per primo è venuta l’esplorazione della settimana di <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=308092476315846"><strong>S-GUARDO</strong></a>, in cui i bambini hanno percorso i luoghi della città in compagnia delle loro macchine fotografiche per riprendere il brutto e il bello, il piccolo e il grande, il vicino e il lontano, il naturale e l’artificiale, scoprendo che l’atto del guardare è regolato dalle prospettive, dal “come” più che dal “cosa” si guarda.  Da vicino, ad esempio, anche il piccolo diventa grande. E accade perfino il contrario, perché lo sguardo consapevole richiede la lentezza in cui il panorama si allarga: un albero è grande per noi, ma rimpicciolisce quando l’occhio sale alla montagna. Osservare così conduce a selezionare e poi ritrovare qualcosa che procede sempre al nostro fianco, ma non la si riconosce abbastanza finché non facciamo attenzione ovvero iniziamo a  “camminare con uno scopo”. Può accadere allora che anche il bello e il brutto subiscano variazioni a seconda del nostro stato d’animo e anche il grigio del cielo non pesa, se sotto di lui giochiamo insieme. Mutano le domande: non <em>cosa vedi</em>, ma <em>che sensazione provi?</em> Muta il senso della parola <em>armonia</em>, si fa personale e inclusiva, e allora qualcuno scrive che guardare una cosa bella fa sentire “energico, commosso, emozionato”, perché la bellezza ha radici forti nella memoria e la risveglia. Memoria di luoghi dove si è stati, perfino memoria di quanto ancora non c’è, una  appartenenza radicale che ci riguarda. Alcuni dei bambini sono ritornati alla Rocca, il punto più alto di Camerino, proprio accanto alla zona rossa e davanti alle montagne, per la prima volta dopo il terremoto, forse compiendo un primo piccolo passo nella riappacificazione col tutto dopo la <em>disarmonia</em> &#8211; quel qualcosa che si interrompe e crea uno spasmo nelle sensazioni come nelle parole. È stata realizzata una mappa percettiva della città, con tutti i posti del cammino e delle future giornate di laboratorio: il D’Avack, sotto gli alberi, la Rocca, l’orto botanico, la foresteria e per ogni posto si è mescolato il bello e brutto, seguendo il cuore e la mente, oltre che l’occhio. Abbiamo preso confidenza col posto, iniziando a riconoscerlo.</p>
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<p>Nella seconda settimana lo sguardo è diventato gioco nel laboratorio <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=312110529247374"><strong>+ SPAZIO</strong></a>, ribaltando le categorie, provando a misurare il tempo con lo spazio, rispondendo a strani quesiti senza soluzione: quanto dura il poco? Quanto dura il tanto? Un’ora dura sempre nel solito modo? E di domanda in domanda ci siamo detti che “un bambino può essere un posto piccolo, ma dentro di lui può entrarci tanto”; o che la pioggia che ci ha sorpreso mentre eravamo in giro con i più grandi è la materializzazione del “tempo nello spazio”. Ci siamo estesi come i monti e ridotti a sassolini o a creature che stanno nei buchi, abbiamo liberato l’idea di spazio con tutto quello che ne viene – allargamento, costrizione, straniamento, sopravvivenza; abbiamo giocato con le parti dei nostri corpi, componendo statue umane un po’ ridicole, un po’ provocatorie, ci siamo rifugiati su una zattera immaginaria dove l’aria a disposizione diminuiva velocemente e dove quindi siamo stati spinti a cercare vie di fuga, utilizzare altre parti della nostra persona oltre alle gambe e le braccia; ci siamo trasformati in tribù di animali ciechi, che tentavano riunirsi tramite i versi caratteristici: ruggiti, cinguettii, nitriti, miagolii, fuori dal linguaggio umano e dal più abusato dei sensi – la vista. Quando le possibilità di movimento e interazione si riducono si attivano altre risorse, la nostra fantasia è in fermento per arginare il disagio, ma anche semplicemente per accettare la sfida. Alla fine Tempo e Spazio sono venuti a trovarci quali personaggi di una fiaba a cui però mancava il finale. Perché? Certo, perché il finale dovevano scriverlo i ragazzi, ognuno con la sua sensibilità e senza il timore del giudizio, ma, più in profondità, perché il vero finale di qualsiasi storia è nel lettore. Le storie, infatti, si scrivono almeno in due &#8211; chi le inizia e chi le interpreta, portandole nel suo quotidiano. È un po’ quanto accade con le memorie che non aderiscono mai al fatto in sé: cambiano, si fanno fluide a seconda delle stagioni. L’immaginazione crea, riporta in superficie frammenti che non sembrano importanti per l’approvazione della massa, ma lo sono quando ci si ascolta uno a uno. I bambini hanno scritto, imparando che nessun ricordo e nessuna fantasia sono sbagliate, ma è difficile, come scriveva W.B.Yeats in una sua poesia, andare fra gli altri senza magnifici mantelli – <em>ci vuole più coraggio a camminare nudi</em> – ovvero vestiti delle cose perdute e ritrovate, dei palloncini che un giorno sono scappati di mano e dimorano per sempre in qualche casa di vento.  Stare nel <em>qui</em> vuol forse dire mirare all’essenziale, smettendo di pensare “il tempo nemico dell’uomo e lo spazio sempre insufficiente”, lasciando andare i pesi inutili, ancorati dentro di noi nei nomi e nei pezzi di passato. Vuol dire ripetersi che “ci vuole tempo per guadagnare spazio”, un tempo di cammino, osservazione, crescita; questo è l’insegnamento del gioco e nelle frasi dei bambini anche Gioco è un personaggio del girotondo di Spazio e Tempo, perché “pure la fantasia gioca”: perfino le storie dicono la verità giocando, prendono per mano paure e desideri.</p>
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<p>Siamo giunti così alla terza settimana e all’incontro con Alice, la bambina saputella che precipita nel paese delle stramberie, dove i discorsi non hanno capo né coda, si aprono scuole sotto il mare e i conigli bianchi, come è noto, sono in ritardo. Alice cade in un buco, desidera ardentemente raggiungere il giardino che intravede da una serratura, cerca di esprimere un senso in un universo che ne è privo, diviene consapevole dei confini fra il mondo del sogno e della veglia e di come entrambi partecipino della realtà. Nei laboratori di <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=315616115563482"><strong>ALICE IN 4 TEMPI</strong></a> i bambini hanno inseguito un animale chiudendo gli occhi e affidandosi alla visione interiore; sono caduti in luoghi scomodi, larghi, familiari, strani, senza poter parlare per via della “terra in bocca”; atterrando su “ un prato di trifogli con il vento che soffiava”;  vincendo “l’ansia” e trovando la “felicità” per l’incontro con la ragazzina letteraria. Dove sperimentavano la caduta? Quale il luogo reale &#8211; quello del nostro appuntamento quotidiano o quello della loro esplorazione fantastica? Dove il qui e l’ora? Restano domande aperte perché in un’esistenza sola sono molte le vite che immaginiamo, che addirittura viviamo popolando il solito prato di sensazioni molto diverse a seconda di quando ci andiamo, con chi, con quale stato d’animo. Riempiamo il posto con noi stessi e poi impariamo che <em>il mondo esiste</em> come in un verso di Montale, anche quando noi siamo altrove. Ma se non si cade, se non ci si arrende una prima volta al potere del luogo nel nostro cuore non possiamo nemmeno desiderare, che significa alla lettera <em>sentire la mancanza delle stelle</em>, di quelle luci che guidano, così serene e fredde, mentre ci troviamo al buio e tendiamo il viso al cielo. Ai loro desideri i bambini hanno dato una forma nuova, realizzando un piccolo disegno che li rappresentasse restando tuttavia misterioso, non didascalico, segreto. Come è lunga la strada da un buco nel suolo agli astri, anche per toccare i propri desideri c’è da colmare un tragitto segnato con il pennarello e di volta in volta simboleggiato da una linea tortuosa, elegante, ingarbugliata, colorata, dritta, interrotta, che dà al percorso la sua dimensione emotiva. Alcuni desideri appaiono facili, altri impossibili, alcuni si avverano solo nella fantasia: l’importante è mettersi in moto per avverarli, anche se cambieranno o si scorderanno. Dopo il desiderio viene l’apprendimento e siamo entrati con la fantasia in scuole particolari, una per ogni bambino che ha descritto la propria, raccontando dove si trova, di cosa è fatta, quali sono le materie di studio, incoraggiati dall’episodio assurdo e irriverente della Tartaruga d’Egitto e della sua scuola nelle onde dell’oceano. Per qualcuno la scuola ha coinciso con la propria camera, per un’altra era di gelato, zucchero filato e senza mal di pancia; al suo interno si può imparare a “diventare più piccolino”; “a portare fiducia in se stessi”; a “volare e inseguire i propri sogni”. Certo alcune fantasie e insegnamenti colpiscono di più l’attenzione dell’adulto, ma tornando ai bambini e alla generosità con cui si sono donati, tutto quanto è stato detto ha un valore speciale: diventare piccolini, per esempio, è riuscire a nascondersi e rammentarsi dei dettagli che rendono unico il vissuto. Per qualche bambino la scuola deve essere trasparente e antisismica e magari sorge proprio nel centro storico di Camerino. Piano piano ci siamo avviati in una fiaba vera e prossima &#8211; la finzione ci ha permesso di rimuovere l’imbarazzo o il timore; piano piano siamo usciti nell’espressione e con sorpresa di tutti ci siamo diretti proprio verso la zona rossa, che per giorni abbiamo costeggiato, raggiungendo la recinzione di legno che protegge la chiesa di San Venanzietto. È lì che abbiamo scritto i messaggi al mondo traendoli fuori dalla scuola immaginaria, fuori dalla scatola di tempo che sono i bambini; abbiamo scritto un libro di gesso, legno e precarietà, di sole acceso e un po’ solenne sul primo rientro per alcuni nei pressi del centro storico, e anche noi, le traghettatrici, siamo state  trasportate da loro nelle parole. “Capire gli animali”; “condividere la felicità”; “prendersi cura delle piante”; “cercare sempre ciò che si è perso”, sono solo alcuni dei messaggi, ma vorrei che un attimo riusciste a scorgerli anche voi, mentre percorrono la breve salita, scelgono il colore, alcune bambine si commuovono e si abbracciano. Una volta dato voce al nostro muro, siamo scesi via dalla zona rossa per l’ultimo incontro con Alice e come lei eravamo ormai prossimi al risveglio. Con il blocchetto e un pennarello i bambini hanno scovato oggetti di qualsiasi tipo, da una foglia a una grata di ferro, nei quali identificarsi attraverso tre aggettivi con cui hanno composto una poesia di tre versi sul sonno, il sogno e ciò che siamo. Abbiamo scritto veloci, seduti su un muretto o su una panchina, accanto all’albero di susino su cui qualcuno avrebbe voluto arrampicarsi per cogliere i frutti scuri: la scrittura è il nostro sogno lucido: mentre il corpo dorme, se ne anima un altro plastico e sottile che riflette tutto quello che vede.</p>
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<p>Un corpo come proiezione emotiva e mentale di sé è stata la linea guida della quarta settimana, dedicata al laboratorio <strong><a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=319022511889509">IMMAGINE CORPOREA</a></strong>.  Siamo partiti dalla Rocca cercando la sintonia con l’ambiente: davvero il nostro corpo finisce nella punta delle dita o dei piedi, sulla cima della testa, nei fili dei capelli? Cosa significa toccare qualcuno o qualcosa, possediamo, noi, mani invisibili che accorciano la distanza? I bambini hanno vagato per il parco verso le montagne all’orizzonte o il tetto della cattedrale, sperimentando un contatto nuovo e abbracciando le cose con lo sguardo. Sempre sono lì i crinali, le case, il verde, e perché allora solo guardando tutto con intenzione, come riemergendo a se stessi dal gioco delle scorse settimane, si manifestano nella loro novità, ci stupiscono? Ci siamo stretti agli alberi e qualcuno ha raccontato che accade spesso di toccare questi fratelli maggiori; abbiamo abbracciato i pali dei lampioni e il muro di una casa; abbiamo riconosciuto un altro elemento del paesaggio, umano, ma quasi assorbito dalla città: i militari con la loro camionetta. Chi ha voluto quindi è andato loro incontro, stringendo la mano, avventurandosi all’interno del mezzo, perché gli accadimenti traumatici sconvolgono e portano mutamento nei luoghi e nelle persone e il vero rischio è abituarsi al presente senza conoscerlo, senza scoprire che ciò che ci protegge &#8211; una fronda, la mano di un soccorritore, un’arma, un muro, un cielo aperto e saldo – è ciò che ci espone. Molti bambini si sono sentiti tristi o strani abbracciando la chiesa o un palazzo, identificando tra i monti un’abitazione divenuta inaccessibile, eppure erano pronti per accogliere il sentimento, qualsiasi esso fosse: abbiamo fatto un passo nella riconciliazione.</p>
<p>Ho scritto all’inizio che il terremoto è una frattura ambivalente – fisica e spirituale. Quello che posso aggiungere ora, è che una frattura è anche lo spazio che nel dramma lascia filtrare la luce. La distanza fra i bambini e le montagne, la ruvidità fra corteccia e pelle, le lacrime e le finestre spezzate sono tutte manifestazioni di frattura e di vuoto in cui ci rialziamo dopo la caduta. Protetti prima, poi esposti alla forza delle nostre emozioni, infine, con le parole di una bambina, aiutanti: “ho sentito di voler aiutare e proteggere la mia città”. Con una passeggiata siamo arrivati al muro solido del cimitero, lo abbiamo guardato, toccato, sentito, ci siamo appoggiati per gettare gli occhi più lontano possibile davanti a noi, abbiamo sostenuto la pietra antica in silenzio. Nel pomeriggio a ogni bambino è stato assegnato un grande foglio: lavorando a coppie hanno tracciato le sagome gli uni degli altri e dopo hanno riempito il ritratto con due colori contrastanti – il più e il meno amato. Ospitiamo differenze dentro di noi, quanto ci piace e quanto non ci piace là fuori si radunano nelle nostre varie parti – le gambe, il busto, la testa, la sinistra o la destra, le braccia. Lasciando vuoti gli spazi degli occhi e del cuore, i ragazzi hanno elaborato stili soggettivi di disegno e decorazione all’interno dei confini corporei. Poi con un pennarello hanno scritto le cose che portano negli occhi e nel cuore e ciò che li sostiene lungo la spina dorsale. Negli occhi “gli alberi che fanno stare bene” , “quiete”, “stranezza”, “tranquillità”, “un muratore”, “il vivere bene”; nel cuore “libertà”, “ricordi”, la sorella o la mamma, “la natura”, uno sport, “il canto”, “il mio cane”, i nomi degli amici, “l’affetto per quasi tutti”, una passione. E lungo la spina dorsale a sostenerci “io”, “ la lealtà”, “la fiducia in me stessa”, “le grandi amicizie” “delle pietre molto, molto resistenti da non crollare per la paura”.  Le sagome erano tutte a terra nel tendone, ognuna con un bambino e un paesaggio dentro, e noi sul finale con un bel po’ di magone e silenzio, perché abitare un posto è abitare se stessi, il più straniero dei luoghi, il più imprevedibile, il più nascosto, mentre lo si esibisce fra gli altri.</p>
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<p>Nell’ultima settimana, dedicata alla preparazione dell’evento finale con tutti i suoi materiali, ma anche alla decorazione delle scatole personali dei ricordi, ci siamo raccontati le sensazioni rimaste dai laboratori, il significato di IO SONO QUI, che si è rivelato vicinanza, aiuto, sostegno reciproco, attesa. <em>Io sono qui</em> perché ciò che provo non può essere sciolto mai da ciò che mi accoglie, da ciò che si anima attorno.</p>
<p>Quello che resta, a poche settimane dalla conclusione e dall’arrivederci, sono alcuni dettagli, perché è troppo presto per raccontare o sapere tutto, se mai lo sapremo, e i semi piantati hanno bisogno di pazienza per crescere e ramificare. Penso, pensiamo, alle bambine e ai bambini che sono stati i nostri compagni in tutti questi giorni e li vediamo fra anni ritornare con la memoria, magari sorridere, sentire che non ci siamo perduti nonostante la lontananza, come non si perde chi condivide un momento di verità. Li vediamo schiudersi alla speranza fino alla fine. Ora, pescando nella sfera brillante dei giorni d’estate, ecco che escono certi occhi vivaci, le teste che si immergono sotto la fontana e le risa mentre camminiamo dalla Rocca al D’Avack, dei fiori di malva e di cicoria che ci spiano e a volte raccogliamo, delle mani, delle magliette e delle gambe d’improvviso azzurre, verdi, gialle per il colore a tempera che si è sparso ovunque, uno zaino efficientissimo, dove c’è quanto serve per cavarsela in ogni stagione, un primo amore, della pioggia che ci mette in difficoltà e poi ci rende più vicini. Ci ricorderemo che le nuvole vanno velocissimo quando ci si prende il tempo per sdraiarsi in un prato e guardarle, a qualsiasi età, in qualsiasi posto &#8211; recuperiamo il tempo e lo spargiamo nel cielo. E che il cielo dell’amicizia fra noi, voi, le indimenticabili colline di quest’Italia centrale, si può frangere, turbare e piangere a dirotto, ma che poi trova un suo modo, si ricompone.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-69675" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-1024x683.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS.jpg 1500w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><strong>IO SONO QUI – geografie del sé e dell’ambiente intorno a sé</strong></p>
<p><strong>Presentato da Zappa! Ideato, curato e condotto da Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi.</strong><br />
<strong> Realizzato con il patrocinio del Comune di Camerino, in collaborazione con Istituto Comprensivo Ugo Betti e Sistema Museale di Ateneo &#8211; Orto Botanico Carmela Cortini.</strong><br />
P<b>rogetto selezionato dal bando <em>Progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto</em>, sostenuto da MIUR, IPSSEOA Costaggini Rieti, Ripartiamo dalla Scuola.</b></p>
<p><strong>Fotografie di Guido Mencari.</strong></p>
<p><strong>Video di Lorenzo Bernardini e Michele Manuali</strong></p>
<p><strong>Grafica di Marino Neri.</strong></p>
<p>INFO SUL PROGETTO:<br />
<strong><a href="http://www.zappalab.com/io-sono-qui-2/">pagina web/sito zappa<br />
</a><a href="https://www.facebook.com/iosonoqui.lab/">pagina FB IO SONO QUI</a></strong><br />
<strong> <a href="https://www.youtube.com/channel/UCRN8w0nDXVaHRoRyMZQsX_w">canale YOUTUBE IO SONO QUI </a></strong><br />
<strong><a href="https://www.instagram.com/iosonoqui.lab/">Instagram</a></strong></p>
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		<title>IO SONO QUI. Geo-grafie di sé e dell’ambiente intorno a sé</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/06/21/geo-grafie-dellambiente-intorno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jun 2017 05:15:32 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-68477" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy.jpg" alt="copertina_facebook_iosonoqui copy" width="1772" height="656" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy.jpg 1772w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy-300x111.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy-768x284.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy-1024x379.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1772px) 100vw, 1772px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Progetto a cura di Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi, in collaborazione con Associazione Zappa! e Istituto Comprensivo Ugo Betti, con il patrocinio del Comune di Camerino.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>IO SONO QUI </em>è un progetto artistico-formativo rivolto a bambini e ragazzi tra i sei e i dodici anni, che si snoderà tra le strade e le piazze di Camerino tra Giugno e Luglio. Si compone di più interventi a carattere laboratoriale, con modalità esecutive e strumenti diversi, ma con una unica finalità: fare sperimentare ai partecipanti il mondo che li circonda e trovare in esso una dimensione di appartenenza e identità.</p>
<p style="text-align: justify;">La proposta s’incentra sul valore dell’arte che trasforma grazie alla sua energia creativa, che permette di superare ostacoli e di convertire limiti in potenzialità ed ha come presupposto il principio che il mondo dipende da come lo guardo. Durante le attività verrà quindi presa in considerazione la relazione col reale, e la sua soggettività, in base alla qualità delle esperienze vissute e agli stimoli percepiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Accompagnati per 5 settimane in un  viaggio di presa di consapevolezza, dove il processo di apprendimento è mirato a esperire la creatività come strumento di libertà individuale e di rielaborazione del vissuto, gli studenti vivranno un’esperienza di consapevolezza a più livelli, emotivo/emozionale, intellettuale/didattico e fisico/performativo, in cui sperimenteranno attraverso diverse pratiche artistiche la propria capacità espressiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto è composto da <strong>4 macro attività</strong> collegate tra loro: quattro laboratori con diversi registri espressivi, dalla scrittura al disegno, dal gesto performativo al disegno. In particolare: S-GUARDO, un percorso di educazione all’immagine attraverso la fotocamera; +SPAZIO, una esplorazione delle misure e dei concetti di spazio e tempo; ALICE IN 4 TEMPI, lettura e rielaborazione di un classico per immaginare nuovi scenari possibili; IMMAGINE CORPOREA, rielaborazione dell’ambiente che ci circonda attraverso l’empatia.</p>
<p style="text-align: justify;">I partecipanti saranno protagonisti di un micro processo formativo sia individuale che collettivo, al termine del quale “torneranno a casa” con nuovi sguardi, nuovi valori, nuovi significati che convergono tutti in una ricerca verso il cuore delle cose, un essenziale, un riferimento valoriale da condividere con la collettività. Gli interventi faranno leva sulla curiosità dei bambini verso l’esplorazione, la scoperta e la conoscenza, passando attraverso l’osservazione del mondo che ci circonda, la relazione con i luoghi e il tempo, l’immaginazione di nuove possibilità, l’azione in empatia con l’altro, infine la crescita e la comunicazione del vissuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il percorso si concluderà il 22 luglio, con un <strong>evento finale</strong> di restituzione pubblica, in cui i bambini e le bambine condurranno gli adulti attraverso l’esperienza vissuta. Tutto il processo sarà documentato ed i risultati saranno narrati in un video, una pubblicazione ed un piccolo percorso espositivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto è curato da uno staff di artisti e professionisti della formazione che condividono il valore evolutivo delle pratiche artistiche e riconoscono le arti come esperienze che trasformano, in particolare quando svolte in modo collettivo e partecipato. Le metodologie condivise dalle operatrici del progetto hanno carattere partecipato e sono volte al coinvolgimento dei vari soggetti all’interno di un processo formativo, creativo e artistico, tenendo conto delle varie caratteristiche dei partecipanti. In particolare si farà riferimento a un approccio <em>learning by doing</em> (imparare facendo) e alla condivisione delle pratiche proposte in una maniera trasversale e non giudicante, ma che accoglie le risposte di tutti alle varie proposte e che include così ognuno con le proprie attitudini e disponibilità a mettersi in gioco.</p>
<p style="text-align: justify;">IO SONO QUI è uno dei progetti selezionati dal bando <em>Progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto</em>, sostenuto da MIUR, IPSSEOA Costaggini Rieti, Ripartiamo dalla Scuola.</p>
<p style="text-align: justify;">Info su pagina facebook IO SONO QUI</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.zappalab.com">www.zappalab.com</a></p>
<p><a href="mailto:iosonoqui.lab@gmail.com">iosonoqui.lab@gmail.com</a></p>
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		<title>150 anni di Alice: Alice disorientata</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/07/26/150-anni-di-alice-alice-disorientata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jul 2015 05:12:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[150 anni di Alice]]></category>
		<category><![CDATA[alice]]></category>
		<category><![CDATA[Alice disambientata]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Celati]]></category>
		<category><![CDATA[Licia Ambu]]></category>
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					<description><![CDATA[150 anni fa veniva pubblicato Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. Ho chiesto a scrittori, studiosi, appassionati di pensare un loro contributo personale per celebrare questo capolavoro del linguaggio e dell’immaginazione. I post si susseguiranno a cadenza irregolare fino all’autunno e saranno contraddistinti dal tag: 150 anni di Alice, presente anche nel titolo. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>150 anni fa <a href="http://aliceinwonderland150.com/">veniva pubblicato Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll</a>. Ho chiesto a scrittori, studiosi, appassionati di pensare un loro contributo personale per celebrare questo capolavoro del linguaggio e dell’immaginazione. I post si susseguiranno a cadenza irregolare fino all’autunno e saranno contraddistinti dal tag: </em>150 anni di Alice<em>, presente anche nel titolo. I post già pubblicati si possono trovare <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/150-anni-di-alice/">QUI</a></strong>.  </em><em style="line-height: 1.5;">(NDF)</em></p>
<p>di <strong><a href="http://www.griseldaonline.it/autori/Licia-Ambu.html">Licia Ambu</a></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un tale mi disse che risvegliandosi la mattina presto è meraviglioso trovare, almeno in complesso, tutte le cose allo stesso posto dove erano la sera […] il momento del risveglio è il più rischioso della giornata; una volta superato senza essere trascinati via dal proprio posto, si può stare tranquilli per tutto il giorno<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>.</em></p>
<figure id="attachment_55609" aria-describedby="caption-attachment-55609" style="width: 472px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-55609" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/1.-Dautremer_alice-300x178.jpg" alt="Rebecca Dautremer" width="472" height="280" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/1.-Dautremer_alice-300x178.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/1.-Dautremer_alice-1024x607.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/1.-Dautremer_alice-900x533.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/1.-Dautremer_alice.jpg 1600w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /><figcaption id="caption-attachment-55609" class="wp-caption-text">Rebecca Dautremer</figcaption></figure>
<p>Alice è un frattale.</p>
<p style="text-align: justify;">Frattale è quella figura geometrica dove un elemento ripete se stesso su scale diverse e sempre più piccole, all’infinito. Alice è un frattale del disorientamento. <em>Alice</em> è un frattale del sovvertimento. Una bambina senza sottrazione di possibilità,</p>
<p style="text-align: justify;"><em>fiduciosa, pronta ad accettare le cose più folli e impossibili con tutta quella fiducia totale che solo i sognatori conoscono; e infine, curiosa, follemente curiosa, e con l’avido godimento della Vita che viene solo nelle ore felici dell’infanzia, quando tutto è nuovo e bello.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><strong>[2]</strong></a></em></p>
<p>e composta da una testa, un corpo, linguaggio, nozioni e molta immaginazione. Tutti elementi che concorrono a formarne l’identità e che, cadendo nel buco, attraversano metamorfosi e mutazioni tali da fargliela perdere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alice che cade nel buco sognando: è proprio andare via da un’altra parte con la testa restando qui col corpo. Una fuga da fermi. Alice resta sul prato […] Quello che ti fa andare da un’altra parte con la testa è qualcosa che senti, sempre molto fisico. […] dov’è che sei tu? Nella testa o nel corpo? […] Come se il corpo richiamasse a sé la testa passando in rassegna il suo sapere per rimetterla a posto, per ritrovare un’identità: chi sono? Che ora è? Dove sono? Alice non sa più chi è. Dove ha lasciato il suo corpo e dove va con la testa?<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><strong>[3]</strong></a></em></p>
<p style="text-align: justify;">Il buco è incipit di un altrove costellato di buffe creature, un luogo basato sull’armonia universale del non senso e zeppo di roseti da ridipingere dietro cui si ordinano continuamente decapitazioni. L’immaginazione di Alice apre le danze, partendo senza riserve al seguito di un coniglio sbucato dal nulla. La sperimentazione del disorientamento ne investe tutte le parti: il suo corpo cessa di essere statico e inizia a mutare, ad allontanarsi da lei, a comprimerla, a renderla microscopica o gigante. Improvvisamente il collo si allunga talmente da farla scambiare per un serpente, e i piedi sono così lontani da farle prendere in considerazione l’idea di iniziare con loro una corrispondenza scritta. Corpo che si plasma all’evenienza esterna, ma con una regolazione senza possibili previsioni e attraverso curiosi espedienti. Una domanda di metamorfosi che serve ad appagare il desiderio ambientale: una minuscola serratura, una casa, una chiave da raggiungere. Di fronte a questo disorientamento fisico bisogna correre ai ripari, dunque la testa, come unico mezzo di salvezza, inizia a mandare a memoria le filastrocche per capire bene se le cose sono in regola. Richiamare il sapere di proprietà personale per restare ancorati, per ridefinire una realtà, per avere la certezza di non essersi persi. Si muove la testa se il corpo è fermo, si ferma la testa quasi se il corpo si muove. Ma nemmeno i versi stanno al loro posto, c’è un coniglio bianco vestito di tutto punto e <em>Piccol’ape </em>tutta scombinata. Le cose che Alice sapeva, e sapeva di sapere, non sono più nel posto in cui le aveva lasciate e questo può solo portare alla logica conclusione che nemmeno lei stessa si trovi più lì.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sta a vedere che alla fin della suonata sono proprio Mabel, e mi toccherà far trasloco in quella sua baracchetta sciatta sciatta e avrò si e no uno straccio di giocattolo e, oh, quante cose che dovrò imparare daccapo! No, qui bisogna prendere una decisione: se sono Mabel non mi sposterò di un millimetro! Inutile che ficchino dentro la testa per convincermi ‘Vieni su, tesoro! Mi limiterò a guardarli dal basso in alto e dirò: ‘Ma allora chi sono? Prima me lo dite e poi, se mi andrà di essere quella persona, ritorno su, altrimenti sto qui finché non sono diventata qualcun altro… ma, oh cielo!<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><strong>[4]</strong></a></em></p>
<p style="text-align: justify;">La piccola vittoriana si ritrova ad abitare un corpo senza possibile controllo, con una testa apparentemente inutile alla causa, e viceversa. Lo stesso smarrimento si gioca anche sul piano del linguaggio, stordito anche lui rispetto ai canoni. Nelle parole di questa storia, nell’impianto stesso della lingua, il suono prevale sul senso così che il significante cambia di forma, di corpo: la <em>butterfly</em> ha le ali fatte di burro e il racconto del topo si confonde con una coda molto lunga,</p>
<p>Mine is a long and a sad tale!<br />
It is a long <em>Tail</em>, certainly</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-55610" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/2.-Filastrocca-topo_alice-216x300.jpg" alt="2. Filastrocca topo_alice" width="338" height="469" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/2.-Filastrocca-topo_alice-216x300.jpg 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/2.-Filastrocca-topo_alice.jpg 600w" sizes="(max-width: 338px) 100vw, 338px" />La dilatazione del suono è un ventaglio di possibilità che disorienta il senso. La certezza del racconto, e del sapersi narrare, come risoluzione vacilla di fronte all’incertezza data dalla perdita di senso. Il linguaggio non è più collante ma diventa lui stesso una possibilità, una realtà alternativa. I segni che sono la convenzione vigente si bagnano, anzi sono immersi, nel suono e ne consegue un necessario negoziato costante per riportarli a casa, per ricalibrare le conoscenze al grado zero della propria verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parole che significavano una cosa ora ne abitano un’altra, riempite di una pertinenza diversa. Il linguaggio, forma di controllo e determinazione della realtà, strumento di definizione del sé per assonanza o differenza, è completamente mutato nella sostanza e dunque la percezione del reale tutto cambia. La struttura crolla, le parole non sono più loro, hanno altre identità. E se le parole che avevo per raccontarmi non sono più quelle, allora come mi racconto adesso? Mi racconto un’altra? Mi racconto Mabel o matta o serpente? Alice è proprio come una parola che deve rispondere a innumerevoli significati. Lei stessa diventa un suono pieno di possibilità di essere. In questo luogo dell’immaginazione non ci sono le stesse prove del mondo reale, l’immaginazione partorisce all’occorrenza le evidenze che le servono a darsi plausibilità e così la libertà può manifestare se stessa all’infinito, alimentando al contempo un proprio equilibrio.</p>
<p><em>Mi dici per piacere che strada devo prendere?</em><br />
<em>Dipende più che altro da dove vuoi andare, disse il Gatto</em><br />
<em>Non mi interessa tanto dove…, disse Alice</em><br />
<em>Allora una strada vale l’altra, disse il Gatto</em><br />
<em>…basta che arrivi da qualche parte, soggiunse Alice a mo’ di chiarimento.</em><br />
<em>Oh, questo è garantito al limone, disse il Gatto, basta che metti un piede dopo l’altro e ti fermi in tempo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La testa ci prova. Corre sul binario della convenzione, della regola grammaticale delle rime per contenere un corpo che segue suoni che ne mutano la forma, sovvertono la sostanza e plasmano. E mentre il corpo dorme, invece, la testa gioca liberamente a credere che sia possibile, al <em>facciamo finta che</em>, Alice ci sta alle carte che non sono solo carte, al Cappellaio, ai funghi, alla quadriglia, al coniglio. La percezione del qui e ora rende l’esperienza infinita anche per ciò che dura un solo attimo, non c’è prospettiva evolutiva, ma una sorta di ripetizione del tè delle cinque e perciò il luogo in cui sei esiste nel momento in cui lo concepisci possibile, lo inventi, lo senti, lo leggi,</p>
<p><em>Perché io ho la dimensione di ciò che vedo</em><br />
<em>E non la dimensione della mia altezza.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><strong>[5]</strong></a></em></p>
<figure id="attachment_55611" aria-describedby="caption-attachment-55611" style="width: 337px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-55611 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/3.-tenniel_alice.jpg" alt="3. tenniel_alice" width="337" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/3.-tenniel_alice.jpg 337w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/3.-tenniel_alice-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 337px) 100vw, 337px" /><figcaption id="caption-attachment-55611" class="wp-caption-text">John Tenniel</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Ma è anche una signorina centrata, Alice. Il suo disorientamento pare conoscere bene la differenza tra la realtà e l’immaginazione qualche volta, sa quando accettare che un mazzo di carte può sì ridipingere delle rose e giocare a croquet, senza scordare del tutto che resta sempre un mazzo di carte quando si perde la pazienza. Il gioco è bello ma poi deve anche finire a un dato momento.</p>
<p style="text-align: justify;">Alice non si può far altro che seguirla, non si può fissare mai perché è mutazione, movimento costante. Il disorientamento è chiave, bottiglietta, risveglio, unico modo per cadere come si deve. Dietro un coniglio che è una serendipità continua, si snoda il viaggio di un’eroina che esiste per noi come una carta, o come una bimba, o come una storia in cui ci piace cercarci.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il buco di Alice non è mai dove pensi che sia. Un buco stabile, che sai già dov’è, è solo spettacolo, finzione teatrale o turistica. Le strategie di controllo ti propongono buchi stabili che sono li per portarti lontano. Ma la questione sta nell’avvenimento che ti passa vicino; non ti accorgi neanche che sta per succedere, poi succede, allora lo vivi o niente. Inutile stare a fare la critica dell’avvenimento; e non puoi neanche tenerlo come modello una volta che l’hai vissuto. Per questo il buco di Alice non è un modello, è soltanto un movimento di caduta. Alice che cade nel buco sognando: è proprio andare via da un’altra parte con la testa restando qui col corpo. Una fuga da fermi.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><strong>[6]</strong></a></em></p>
<p><em>Alors, qu&#8217;est-ce que t&#8217;as fait? </em><br />
<em> J&#8217;ai vieilli</em><a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Franz Kafka, <em>Il processo</em>, Mondadori, 1980.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Lewis Carroll, <em>Alice on the stage</em>, The Theatre, Aprile 1887.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Gianni Celati (a cura di), <em>Alice Disambientata</em>, L’erba voglio, 1978.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Lewis Carroll, <em>Alice nel paese delle meraviglie</em>, Feltrinelli, 2005, testo originale a fronte, trad. it di Aldo Busi.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Fernando Pessoa, <em>Il libro dell’inquietudine</em>, Feltrinelli, 2001.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Gianni Celati (a cura di), <em>Alice Disambientata</em>, edizioni L’erba voglio, 1978.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Raymond Queneau, <em>Zazie dans le métro</em>, Gallimard, 1959.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>150 anni di Alice: Mio padre il Giabbervocco</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/07/03/mio-padre-il-giabbervocco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2015 05:18:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[150 anni di Alice]]></category>
		<category><![CDATA[alessandra schiaffonati]]></category>
		<category><![CDATA[alice]]></category>
		<category><![CDATA[baffigiani]]></category>
		<category><![CDATA[Corrado Premuda]]></category>
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		<category><![CDATA[giabbervocco]]></category>
		<category><![CDATA[illustrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Lewis Carroll]]></category>
		<category><![CDATA[pipistrani]]></category>
		<category><![CDATA[tove jansson]]></category>
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					<description><![CDATA[150 anni fa veniva pubblicato Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. Ho chiesto a scrittori, studiosi, appassionati di pensare un loro contributo personale per celebrare questo capolavoro del linguaggio e dell&#8217;immaginazione. I post si susseguiranno a cadenza irregolare fino all&#8217;autunno e saranno contraddistinti dal tag: 150 anni di Alice, presente anche nel titolo. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>150 anni fa <a href="http://aliceinwonderland150.com/">veniva pubblicato Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll</a>. Ho chiesto a scrittori, studiosi, appassionati di pensare un loro contributo personale per celebrare questo capolavoro del linguaggio e dell&#8217;immaginazione. I post si susseguiranno a cadenza irregolare fino all&#8217;autunno e saranno contraddistinti dal tag: </em>150 anni di Alice<em>, presente anche nel titolo. Quindi: cominciamo! (NDF)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Corrado Premuda</strong><br />
<img loading="lazy" class="alignright wp-image-55051" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/CORRADO_IMMAGINE-169x300.jpg" alt="CORRADO_IMMAGINE" width="300" height="534" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/CORRADO_IMMAGINE-169x300.jpg 169w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/CORRADO_IMMAGINE-575x1024.jpg 575w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/CORRADO_IMMAGINE-900x1602.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/CORRADO_IMMAGINE.jpg 1456w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Non sapevo ancora leggere ma riconoscevo i libri dal dorso. Per dire la verità riuscivo a leggere lentamente alcune parole, come tutti i bambini che hanno imparato da poco, ma preferivo di gran lunga ascoltare le storie che mi venivano lette, guardando le pagine per gustare le immagini, i titoli in grassetto e l&#8217;avventuroso sfogliare della carta. Il libro di “Alice” era facilissimo da individuare nello scaffale: aveva un dorso più grosso degli altri (perché conteneva anche “Attraverso lo specchio”) e in copertina campeggiava la testa di un enorme leone che, felinamente infastidito, scrutava una leggiadra Alice in primo piano che portava un vassoio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni volta mi domandavo cosa c&#8217;entrasse un leone nella storia. Ma di quella domanda mi dimenticavo presto quando mio padre selezionava un punto del libro e cominciava a leggere. A lui “Alice” piaceva molto. Probabilmente erano i tanti piani di lettura ad affascinarlo e il <em>nonsense</em> della narrazione; ma di certo subiva il fascino della costruzione matematica del testo, dei riferimenti all&#8217;antimateria e alle teorie della fisica, delle possibili conseguenze dell&#8217;inversione temporale. Essendo una storia lunga e complessa, non me l&#8217;ha mai letta tutta: di volta in volta sceglieva un pezzo, ispirato da un personaggio, dal titolo di un capitolo, o dall&#8217;illustrazione che per prima colpiva la mia attenzione.</p>
<p><em>Seratinava e patti e pipistrani</em><br />
<em>sfarfagliando succhievano i tresetti,</em><br />
<em>sbufulavano tutti i baffigiani,</em><br />
<em>e stralunavan druci fra vottetti.</em><br />
<em>«Guardati, figlio mio, dal Giabbervocco,</em><br />
<em>che t&#8217;azzanna e t&#8217;artiglia atrocemente! &#8230;»</em></p>
<p>Questo è il punto del libro che amavamo maggiormente. È nel primo capitolo della seconda parte: nella Casa dello Specchio tutto funziona al contrario, anche la poesia che Alice sbircia nel libro è scritta con le lettere poste in modo speculare.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;adattamento italiano di Alessandra Schiaffonati (autrice della traduzione integrale del testo di Carroll per le Edizioni Accademia, 1976), i neologismi sincratici di questa celebre poesia sono evocativi e spiritosi e io li trovavo, da bambino, proprio avvincenti. «Cosa vuol dire seratinava?», domandavo a mio padre. «Cosa sono i pipistrani e i baffigiani?» Lui rispondeva con calma, mescolando le informazioni che aveva letto nel romanzo con delle deduzioni logiche: «Seratinava significa che stava scendendo la sera. I pipistrani sono dei pipistrelli strani, i patti assomigliano ai tassi, mentre i baffigiani sono uccelli molto magri, col becco all&#8217;incontrario e grandi baffi. Sfarfagliare vuol dire volteggiare come una farfalla e sbufulare invece è sbuffare ululando&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">La parola che in assoluto piaceva di più a mio padre era Giabbervocco (il mitico Jabberwock nell&#8217;originale). Carroll, quando lo fa descrivere ad Alice alla presenza del saccente Humpty Dumpty, ne parla come di “una specie di drago al giulebbe con l&#8217;aggiunta di un po&#8217; di mucca maschio”. Quel mostro ridicolo, che nel corso della poesia viene vinto e ucciso, colpiva a tal punto la fantasia di mio padre che, complice la sua autoironia, “Giabbervocco” era il soprannome che si era scelto. Parlare di sé come di un drago sfortunato lo divertiva molto, e per me lui era diventato, a quei tempi, il Giabbervocco.</p>
<p style="text-align: justify;">In genere ricordo che gli adulti tendevano a correggere le mie storpiature nell&#8217;uso della lingua. Anche mio padre lo faceva ma ogni tanto assecondava la mia voglia di inventare parole. Lui era l&#8217;unico che mi leggesse “Alice” e si perdesse insieme a me nei meandri insidiosi e affascinanti di quel mondo assurdo governato da regole illogiche o buffe e da personaggi che nella maggior parte dei casi non hanno, agli occhi degli adulti, molte caratteristiche edificanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Io amavo farmi condurre da lui tra le spiazzanti filastrocche. Le porte dietro cui si muove Alice e che varca, dopo aver tentato di curiosare dal buco della serratura cambiando nel frattempo la sua taglia e diventando minuscola e gigante, erano come le porte con doppie maniglie – una ad altezza di adulto e una ad altezza di bimbo – della mia scuola materna alle quali mi accostavo sempre con trepidazione se ero da solo, sperando e temendo che dall&#8217;altra parte si aprisse un altro mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Storpiare i nomi, o inventarne di nuovi, era diventato uno dei miei giochi preferiti. Le storie che inventavo, e che qualche anno dopo avrei cominciato a scrivere sotto forma di temi non sempre apprezzati dalla maestra, erano popolati da pentole e suppellettili di cucina che si animano e preparano il pranzo da sole, o da lumache combina-guai e pigri vermi con bombetta e sigaretta impegnati in avventure da giardino.</p>
<p style="text-align: justify;">A causa del Giabbervocco e di quel promettente “Seratinava&#8230;” è l&#8217;aspetto linguistico in “Alice” quello che preferisco. Lei pone un sacco di domande ai diversi personaggi che incontra: quasi mai le risposte soddisfano davvero la protagonista, e il lettore. E allora a quelle domande Alice dà una sua interpretazione, e così fa il lettore. Che grande libertà, per un bambino, inciampare in un libro così e trovare un adulto che lo accompagna nel suo salto nel buco. “Alice” è un testo che va letto ad alta voce, magari coinvolgendo generazioni diverse, perché, nella condivisione, i giochi logici e verbali e le innumerevoli sorprese della lingua svelano con ironia le assurdità e le incoerenze della vita adulta. Questa scoperta avviene proprio grazie alla protagonista, dotata di quella capacità, tipica dei bambini, di osservare la realtà con perfetto candore.</p>
<p style="text-align: justify;">La “budesprussione” è un male leggero, un&#8217;indisposizione, mentre la “slozia” è una forma di pigrizia cronica, la voglia di non fare niente. Ecco due neologismi inventati da mio padre per minimizzare i miei capricci infantili; qualche anno fa ho deliberatamente rubato queste due parole, e tutto il bagaglio di implicazioni personali che comportano per me, per inserirle in un romanzo (dal titolo eloquente: “Prematurità”). La lettura di “Alice” è una palestra per la creatività, diventando compagni di gioco della protagonista è inevitabile farsi prendere dall&#8217;entusiasmo di donare un nuovo nome alle cose: chi è che azzecca il termine più calzante? Non ha importanza, tanto come nella corsa di comitiva, non c&#8217;è un solo vincitore: vincono tutti. Di recente ho tradotto dal francese un romanzo surreale e fantastico scritto dall&#8217;artista Leonor Fini, <a href="http://www.glieccentrici.com/murmur-fiaba-per-bambini-pelosi-di-leonor-fini.html"><em>Murmur. Fiaba per bambini pelosi</em></a>, e per trasformare in italiano alcuni giochi di parole e rendere al meglio certi nomi inventati sono ricorso a quel laboratorio costante di scrittura creativa che sono le avventure di Alice con il prezioso carico di immagini identiche e diverse della realtà.</p>
<p>Forse per sdebitarmi del regalo ricevuto da mio padre quando ero piccolo, ho cominciato a regalargli, in occasione delle classiche feste del calendario, edizioni insolite e originali del libro di Lewis Carroll. L&#8217;ultima versione in ordine di tempo è illustrata da Tove Jansson, la mamma di Mumin, altra grande passione che mio padre è riuscito, senza fatica, a trasmettermi. Mio padre, il Giabbervocco.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>cinéDIMANCHE #02 JAN ŠVANKMAJER &#8220;Qualcosa di Alice&#8221; </title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/26/cinedimanche-02-jan-svankmajer-qualcosa-di-alice/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Oct 2014 13:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[alice]]></category>
		<category><![CDATA[cinéDIMANCHE]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[jan svankmajer]]></category>
		<category><![CDATA[Qualcosa di Alice]]></category>
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					<description><![CDATA[<br />"Usa l’animazione come fosse un’operazione magica. Animare non significa far muovere cose inanimate, ma infondere loro la vita. O meglio ancora: risvegliarle alla vita. Prima di infondere la vita in qualche oggetto del film, prova a comprenderlo."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<table border="0" cellspacing="25" cellpadding="25" width="100%" style="border:0px solid #7F7F7F;">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="20%" style="border:0px solid #7F7F7F;">
<p class="MsoNormal">
<p style="text-align: right;"><strong>JAN ŠVANKMAJER </strong> <em>Decalogo</em></p>
</td>
<td width="80%" style="border:0px solid #7F7F7F;">
<p class="MsoNormal">
<blockquote>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;"><span style="font-size:10pt;">Usa l’animazione come fosse un’operazione magica. Animare non significa far muovere cose inanimate, ma infondere loro la vita. O meglio ancora: risvegliarle alla vita. Prima di infondere la vita in qualche oggetto del film, prova a comprenderlo. A comprendere non la sua funzione utilitaristica, ma la sua vita interiore. Gli oggetti, soprattutto quelli vecchi, sono stati testimoni di azioni diverse e di destini diversi che si sono impressi su di loro. Sono stati toccati da persone nelle più diverse situazioni, in preda ad emozioni diverse e che hanno impresso su di loro i propri stati psichici. Se vuoi rendere visibili attraverso la cinepresa questi loro contenuti nascosti, devi stare ad ascoltarli, talvolta anche per diversi anni. Devi prima diventare un collezionista e solo più tardi un cineasta. Il processo di infondere la vita con l’animazione deve avvenire in modo del tutto naturale. Deve partire dagli oggetti non dalla tua volontà. Non usare mai violenza sugli oggetti! Non raccontare le tue storie con l’aiuto degli oggetti, ma le storie loro.</span></p>
</blockquote>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;<br />
<center><div style="width: 520px;" class="wp-video"><!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('video');</script><![endif]-->
<video class="wp-video-shortcode" id="video-49163-1" width="520" height="386" poster="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/alice.jpg" preload="auto" controls="controls"><source type="video/mp4" src="http://www.suave-est-nus.org/alice.mp4?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/alice.mp4">http://www.suave-est-nus.org/alice.mp4</a></video></div></center><br />
&nbsp;</p>
<table border="0" cellspacing="25" cellpadding="25" width="100%" style="border:0px solid #7F7F7F;">
<tbody>
<tr>
<td style="border:0px solid #7F7F7F;" width="50%" >
<p class="MsoNormal">
<p style="text-align: left;"><strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>Gli oggetti che prendono vita in questo film sono animali assemblati da stracci e ossa, calzini e uova da rammendo, pezzi di carne e chiodi, cadaveri tassidermizzati. Anche Alice quando rimpicciolisce diventa una bambola dagli occhi semoventi. Ciò che da bambini si recupera nella casa o per strada e ci si mette in tasca o nella borsa a tracolla, perché &#8220;non si sa mai&#8221;, diventa qui la dimora dell&#8217;anima. Nei libri di Alice avviene un rovesciamento, giù per la buca del coniglio, che fa perdere il senno. Così nel capolavoro di Švankmajer il vivo si ribalta in ogni cosa morta, ogni scarto o segno di un tesoro infantile, inservibile. Questa è la magia di cui parla il regista: trovare la forza residuale, la memoria in quello che ci appare muto come un osso. Le parole sono ridotte al minimo, gli occhi della bambina invece si sgranano continuamente di stupore. Lei tuttavia non è ingenua né sprovveduta. Avanza come un colpo di forbice nel mondo.</em></p>
</blockquote>
</td>
<td width="50%" style="border:0px solid #7F7F7F;">
<p class="MsoNormal">
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/alice-cookies.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/alice-cookies-300x225.jpg" alt="alice-cookies" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-49399" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/alice-cookies-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/alice-cookies.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/2alice.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/2alice-300x225.jpg" alt="2alice" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-49400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/2alice-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/2alice.jpg 340w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>
</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;<br />
<center><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/cinedimanche/" target="_blank"><big>⇨ <strong>cinéDIMANCHE</strong></big></a></center><br />
&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/cd.gif"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49116" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/cd.gif" alt="cd" width="100" height="94" /></a>Nella pausa delle domeniche, in pomeriggi verso il buio sempre più vicino, fra equinozi e solstizi, mentre avanza Autunno e verrà Inverno, poi &#8220;<i>Primavera, estate, autunno, inverno&#8230; e ancora primavera</i>&#8220;, riscoprire film rari, amati e importanti. Scelti di volta in volta da alcuni di noi, con criteri sempre diversi, trasversali e atemporali.
</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
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			</item>
		<item>
		<title>Libro dei sogni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/04/libro-dei-sogni/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/04/libro-dei-sogni/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 09:50:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alice]]></category>
		<category><![CDATA[fiabe]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[Lewis Carroll]]></category>
		<category><![CDATA[Madeleine dorme]]></category>
		<category><![CDATA[Sarah Shun-Lien Bynum]]></category>
		<category><![CDATA[sogno]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40247</guid>

					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Per quanto ne sa la mamma, la sua non è l’unica famiglia a cui capitano le disgrazie. Figlie che spariscono nei boschi, figlie che cadono nel giro della prostituzione, figlie che s’innamorano di marinai, figlie che finiscono nelle fauci di lupi. Da piccola, la mamma venne a sapere di una fanciulla graziosissima [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875801525/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8875801525&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-40248" title="Bynum_madeleine" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Bynum_madeleine-200x300.jpg" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Bynum_madeleine-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Bynum_madeleine.jpg 276w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>Per quanto ne sa la mamma, la sua non è l’unica famiglia a cui capitano le disgrazie. Figlie che spariscono nei boschi, figlie che cadono nel giro della prostituzione, figlie che s’innamorano di marinai, figlie che finiscono nelle fauci di lupi. Da piccola, la mamma venne a sapere di una fanciulla graziosissima che fu strappata via dalla vasca da bagno da un grosso uccello pidocchioso; la afferrò con gli artigli e poi, gracchiando allegramente, la portò su in cielo. I genitori della fanciulla lasciarono la vasca da bagno fuori casa, accanto al fienile, nella speranza che l’uccello si annoiasse della compagnia della loro figlia e la riportasse indietro. Ma col passare del tempo la vasca cominciò ad arrugginirsi e a sferragliare nel vento, e qualche volta si vedevano i topolini zampettare lungo il bordo e affogarci dentro. <span id="more-40247"></span><br />
Ma le sventure delle altre famiglie sembrano sempre implicare scomparse o rapimenti. Della fanciulla si sente la mancanza, la fanciulla viene compianta, la fanciulla viene ricordata come bella, servizievole e leggiadra. Che perdita! Che vergogna! Le madri si stringono al petto le proprie figliole e sussurrano nelle loro orecchie cose mostruose: Tenebre. Libidine. Alberi. E nemmeno uno spicchio di luna a rischiararti la strada.<br />
E poi c’è Madeleine che non va mai da nessuna parte; che occupa spazio; che attira l’attenzione di tutti; che giace lì, sospirando voluttuosamente, mentre la mamma suda sul fuoco.</em></p>
<p>La bella addormentata si chiama Madeleine. Non abita rinchiusa in qualche torre, circondata da una foresta di rovi centenari; non ha da temere arcolai, fate offese, suocere cannibali né tantomeno attende un principe che la risvegli con un bacio, dopo aver ampiamente approfittato del suo corpo disteso. Anzi se arrivasse un principe, animato dalle più nobili intenzioni, resterebbe assai stupito di ritrovarsi una principessa di panbiscotto, e pezzi del suo volto come briciole attorno alla bocca. Una principessa cotta a puntino, appena uscita dal forno materno. No, Madeleine vive in un paesino della Francia, in un Ottocento surreale, non aspetta nessuno, piuttosto sogna. <em>Dormire, forse sognare</em>. E dai suoi sogni crescono figure-specchio: una donna obesa a cui spuntano le ali; la bella Charlotte maritata ad un enorme Barbablù le cui vittime non sono più spose in carne ed ossa, ma strumenti musicali che del femmineo hanno le forme; un uomo flatulento, capace di un formidabile controllo sui muscoli dell’ano, grazie a cui modula diversi suoni e spenge candele a grandi distanze; una cantante d’opera che ama impersonare ruoli maschili, rovinata dalla ribalta di un castrato; una vedova, contraltare della madre; un fotografo maldestro. E crescono infine nel mondo dei vivi, degli svegli, frutti in grande quantità, pomi delle Esperidi d’improvviso maturati nei campi dietro casa, da cui la madre di Madeleine ricava buonissime confetture. Strutturalmente e tematicamente affine al sogno, <a href="http://www.transeuropaedizioni.it/dettaglio_libro.php?id_libro=139">il libro di <strong>Sarah Shun-Lien Bynum</strong> </a> è costruito per brevi capitoli impressionistici, attraverso cui come nelle fiabe, si compie il rito dell’adolescenza &#8211; una bambina diventa donna. A farle da coro uno stuolo di fratelli e sorelle minori che si muovono divisi tra la loro stessa brama di andare nel mondo, e la fedeltà all’idolo magnifico della madre. Tuttavia la tradizione fiabesca è sovvertita, le visioni si dipanano in immagini erotiche, grottesche, ai limiti dell’osceno e della pedofilia, le convenzioni sociali vengono sistematicamente messe alla berlina. E soprattutto i confini tra il sonno della protagonista e la realtà si mescolano, lasciando al lettore un senso di affascinato deragliamento – ogni via è smarrita, la matassa non ha bandolo, ma è un insieme variopinto di fili, vagamente riconducibili ad una stessa sostanza. Il lettore deve forse ricordarsi che non sta leggendo, ma spiando, dal buco della serratura di un vecchio baule, lo svolgersi di un’avventura onirica. Forse proprio la sua. Varie sono le fiabe che sembra di riconoscere e varie sono le piste da seguire, ma qualcosa alla fine non torna, il vecchio Destino viene travolto dagli umori di Morfeo . Questa può essere la storia di una punizione e di un riscatto: la madre della protagonista le immerge le mani nella liscivia bollente, dopo la scoperta dei suoi giochi sessuali con lo scemo del villaggio; come ne <em>La ragazza senza mani</em>, aspetteremo un aiuto soprannaturale e misericordioso, ma la guarigione comporterà la saldatura delle dita in due bizzarre palette e condurrà Madeleine lontana dal convento delle suore, al seguito di un circo di zingari. Ed è anche la storia dell’amore impossibile per Monsieur Pujol, il petomane, che Madeleine sculaccia con le sue mani-muffole, in parallelo a quella di un matrimonio infelice, in cui la donna va alla ricerca del proprio viso perduto; o la storia antica di un conflitto madre-figlia, ma alle scarpe di ferro-rovente in cui la matrigna di <em>Biancaneve</em> è costretta a danzare fino alla morte, qui si sostituisce il fallimento economico, il biasimo dei benpensanti ed il risveglio da qualche parte di una Madeleine che non è più la bella dormiente, al sicuro nella sua stanza infantile. O infine, perdendo la direzione e il senno in questo proliferare caleidoscopico di individui curiosi, è nel bel mezzo della ricerca esplicita di un’identità sessuale e personale, scevra da ogni condizionamento e stereotipo, che si ritrova il lettore e Madeleine è un’ ulteriore Alice, stufa e incurante delle norme della società adulta. La consonanza con Alice va oltre il personaggio letterario: si ricorderà che Lewis Carroll amava ritrarre le sue giovani amiche, tra cui la stessa Alice Liddell ispiratrice dei libri, in fotografie ambigue in cui la bellezza delle bambine non spicca certo per pudicizia e innocenza. Madeleine non sfigurerebbe affatto in un simile album. Promiscua, irriverente e soprattutto gioiosa, lei fa a modo suo, ed è sempre qualcun&#8217;altra, qualcosa che non si afferra, che è in procinto di cominciare, emergere dalla marmellata del sogno, come da una lastra fotografica, in cui si passa dal nero per sortire alla luce.</p>
<p><em>Adrien, dando in pasto la lastra alle nere fauci della sua macchina, dice: Ti sto semplicemente facendo una foto.<br />
Quella nella foto non sono io, incalza Madeleine. È il fantasma di Madeleine, immortalato qui sulla carta.<br />
Adrien barcolla pericolosamente; la sua apparecchiatura ondeggia: Sei pronta?<br />
Ma il suo soggetto non è per nulla soddisfatto: Chi è<br />
quella nella foto?<br />
Uno, due, tre, Adrien conta.<br />
Non è che c’è un’altra bambina là fuori, crudele e ingrugnata, che hai fotografato per sbaglio e che si chiama Madeleine?</em></p>
<p>*****</p>
<p><strong>Recensione a <em>Madeleine dorme </em>di Sarah Shun-Lien Bynum (Transeuropa, 2011).</strong></p>
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		<title>Le terre di Alice. Dal sottosuolo alla deliranza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 08:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[alice]]></category>
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					<description><![CDATA[Francesca Matteoni F.: Alice nel Paese delle Meraviglie, la conosci? Nonna: No, non ci ho mai giocato insieme. L’Alice di Lewis Carroll è circondata da una campagna estiva – acqua, siepi, margherite, quando fa la sua comparsa il coniglio. Lo segue giù per il buco, un passaggio stretto e impossibile, scoprendo un mondo rovesciato, dove [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<blockquote><p>F.: Alice nel Paese delle Meraviglie, la conosci?<br />
Nonna: No, non ci ho mai giocato insieme.</p></blockquote>
<p>L’Alice di <strong>Lewis Carroll </strong>è circondata da una campagna estiva – acqua, siepi, margherite, quando fa la sua comparsa il coniglio. Lo segue giù per il buco, un passaggio stretto e impossibile, scoprendo un mondo rovesciato, dove gli animali si vestono come gli umani, le parole non sono più ciò che erano solite essere. Il linguaggio non è più un mezzo, ma qualcosa di vivo, emotivamente malleabile o soggetto a una logica tanto ferrea quanto priva di significato concreto, svuotato infine di ogni conoscenza specifica, ma impiegabile come oggetto materiale, fragile e potente.<br />
<span id="more-38621"></span><br />
L’esperienza più importante di un bambino non è la perdita dei sogni o la loro realizzazione, ma il suo divenire gradualmente consapevole delle lingue, dei vocabolari, che causano il mondo e ne sono causati. “Secondo Lewis Carroll – scrisse W.H. Auden -, ciò che un bambino desidera più di ogni altra cosa è che il mondo nel quale si trova coinvolto possa avere un senso ”. Il sottosuolo (<em>Underground</em>) della prima versione del libro, o il paese delle meraviglie (<em>Wonderland</em>) o la scacchiera oltre lo specchio, sono tutti luoghi disordinati, sebbene retti da personaggi assurdamente formali e arroganti, dove Alice stessa rischia di venir messa a soqquadro: le sue dimensioni corporee cambiano in modo grottesco e difficilmente controllabile; l’educazione ricevuta è del tutto inservibile; deve mantenersi sana di mente, fuggire, svegliarsi.</p>
<p>“Giù, giù, giù. Finirà mai questa caduta?” Non lo sappiamo davvero. L’ordine non deriva dal raggiungimento di una meta, dall’identificazione di nuovi confini sociali, ma dalla capacità della ragazzina di osservare tutto, in un viaggio sospeso nel sogno, dove sovvertimento e rivelazione non sono che uno la superficie riflettente dell’altro.</p>
<p>Nel film <strong><em>Alice</em> (1987)</strong> di <strong>Jan Svankmajer</strong>, la bambina getta sassi dentro una tazza di tè; la stanza in cui siede è riempita di oggetti strani, che evocano un universo residuale, terra di cose dimenticate, come insetti morti, piccoli, teschi di animali, una trappola per topi, una bambola di porcellana con le fattezze di Alice stessa. Il parlato è quasi del tutto assente, cosicché il linguaggio è, in questo caso, un’esperienza prevalentemente visiva. In questo contesto domestico, per quanto bizzarro, si anima il coniglio bianco, senz’altro il più impressionante dei personaggi: un animale tassidermizzato, che rompe la teca di vetro in cui “abita” con un lungo paio di forbici nere. È uno psicopompo che guida Alice in un altromondo instabile, familiare e allo stesso tempo ambiguo e decadente. La scena che segue è indice del passaggio che sta per avvenire: Alice corre dietro al coniglio attraverso un vecchio tavolo al centro di uno spazio aperto, una terra di nessuno fatta di pietre e macerie.</p>
<p><code><iframe loading="lazy" title="YouTube video player" src="http://www.youtube.com/embed/bGLWtXlGiAA" frameborder="0" width="480" height="390"></iframe></code></p>
<p>Questa è la soglia da attraversare, seguendo l’animale giù per un cassetto, ma è anche l’inizio di una serie di tentativi fallimentari di aprire cassette e porte: la bambina finisce sempre col trovarsi in mano il pomello, e col ferirsi le dita con oggetti appuntiti come punte di compasso o spilli a balia. Sanguina. Le cose che la circondano sono impossibili e acuminate, sono chiodi che spuntano da pezzi di carne cruda, filoni di pane. Si trova in “un mondo di ambiguità, che riempie la falla tra le creature viventi e gli oggetti inanimati ”. Spargendo il suo sangue o allarmata da ciò che vede su questa possibilità, Alice “sa” che il mondo “normale” è in qualche modo cambiato in un luogo di pericolo, dove l’esistenza è sopraffatta da presagi mortali. Ma la morte stessa prende una forma inusuale, grottescamente ribalta le carte del gioco, trasformandosi nella vita di oggetti inanimati o che furono vivi un tempo – nessuno dei quali è in grado di sanguinare come la bambina. Così gli Animali sono fatti di ossa e stracci; il Bruco si anima da una serie di materiali diversi – un calzino, un fungo di legno per il rammendo, una dentiera, del filo, due sfere di vetro come occhi; la Lepre è un pupazzo rotto che ha bisogno di essere continuamente ricaricato a molla per muoversi; il Cappellaio è un manichino di legno dalla schiena cava per cui scorre via visibilmente il tè; il coniglio infine deve rammendarsi con filo, ago, quando si ferisce perdendo la segatura che ne riempie il corpo. Nonostante sembri spaventato da Alice, scappando come si incontrano, è tuttavia lui stesso connotato da caratteristiche aggressive: i denti lunghi che tagliano di netto il ferro, le forbici, le biglie di vetro degli occhi, le spille che tengono insieme pelliccia e panciotto – una forma ostinata di vita-in-morte. Ogni cosa è comune e contemporaneamente disturbante: la casa del coniglio, posta su una scrivania, si mostra come una graziosa abitazione per bambole, fatta di mattoncini, ma entrando Alice scopre una gabbia, con escrementi animali sotto il materasso. Se la dinamica del rovesciamento dell’ordinario nello straordinario, senz’altro accomuna il film ai libri di Carroll, c’è un aspetto fondamentale che l’opera di Svankmajer sottolinea con più forza: l’assenza di regole e governo, nonostante la regina e il re, i cavalieri rappresentati sulle carte, mentre combattono un duello insensato tra grandi lenzuola bianche, pendenti come tendaggi e sipari, in una delle ultime scene. Un mazzo di carte quale vertice (la stanza in cui si trovano è presumibilmente una soffitta), di questo casamento bizzarro, fuori dal tempo e dallo spazio. È il coniglio ad aver il ruolo di tagliatore di teste, senza nessuna particolare ragione, se non quella del caso, della precarietà di ogni esperienza visiva, di ogni illusione. Ovvero infine: questo è un luogo senza confini solidi, è la crudezza di vita e morte, non ancora inscritte in un discorso sociale, è l’ancora mancante differenziazione tra ciò che Alice vede e ciò che dovrebbe vedere, il taglio che farà di lei un’adulta consapevole della divisione tra esperienze accettabili e inaccettabili, capace di un equilibrio che non la sbalzi su con la testa contro il tetto e arti serpenteschi, o la rivoluzioni a creatura minuscola. La bambina conosce in questo universo parallelo l’insensatezza, la vacuità su cui tutto è costruito. Nella casa oltre la casa, come nei libri originali, beve da bottiglie e mangia sassolini-biscotto che la fanno crescere improvvisamente o diminuire alle dimensioni di bambola dagli occhi semoventi, perdendo il suo stato umano. La sua natura è labile, ma questo non sembra sconvolgerla più di tanto. Cosa sappiamo davvero dei suoi sentimenti? Le sue reazioni emotive sono per lo più indecifrabili, o si fermano ad un serio, appena accennato, stupore o ad un leggero fastidio. È un canale per lo spettatore che osserva con il suo sguardo apparizioni ed eventi incredibili, ma sembra impossibile una piena interpretazione dei suoi stati interiori. L’infanzia è, in questo senso, non la terra sempre ricercata dalla memoria, ma uno spazio di dimenticanza: non saremo mai più bambini, non avremo più a che fare così intensamente con “l’altro” contenuto in ogni normale esistenza, non saremo più, infine, capaci di accettare l’estrema fragilità di un simile stato, la sua arte nell’inventare e percepire la vita come qualcosa di appuntito e crudele che fuoriesce dalla polvere del mondo quotidiano.</p>
<p>Un’altra casa in rovina è al centro di <strong><em>Tideland</em> (2005)</strong>, film di <strong>Terry Gilliam </strong>basato sul romanzo omonimo di <strong>Mitch Cullin</strong>. La protagonista, Jeliza Rose, una ragazzina di circa undici anni, è chiusa in una terra profondamente influenzata dal potere degli adulti, in cui deve riuscire a sopravvivere. L’Alice di Svankmajer e Jeliza Rose imparano entrambe il linguaggio nascosto della marginalità, ma mentre per la prima deriva dalla vita ordinaria come una primordiale realtà sotto la realtà, per la seconda questo è ascrivibile a una condizione sociale che lei non ha scelto. Le maree vanno e vengono, attratte dalla luna. In questa storia la marea, attratta dalla bambina, è fatta da adulti prevaricati e a loro volta prevaricatori, che la tengono in una sorta di apnea, intrappolata in una tana di coniglio, finché il mare non si sia ritirato, e lei sia in grado di raccogliere le cose lasciate sulla riva: la sua infanzia, la sua adolescenza. L’universo della ragazzina è meraviglioso e perturbante, onirico e smembrato. Quando la madre muore per overdose, Jeliza e Noah, il padre lui stesso tossicodipendente, vanno a vivere nella fattoria abbandonata della madre di Noah, da qualche parte in Texas, ma quasi immediatamente anche l’uomo muore, dopo un’iniezione letale di droga. Abituata ai lunghi periodi di sonno e incoscienza dovuti all’eroina, Jeliza non comprende che il padre è deceduto e sta marcendo sulla sedia, dietro le lenti scure degli occhiali. Selvaggia, privata dei più elementari beni, dal cibo all’acqua pulita, comincia a costruirsi il suo proprio posto immaginario, leggendo le avventure di Alice, esplorando la natura circostante, giocando con le sue teste di bambola Barbie che Jeliza indossa sulle dita e che sono in grado di parlare, impersonificando voci fuori dalla sua mente, come personalità differenti e complementari. Le parti dei corpi di plastica delle bambole, uno scoiattolo parlante, il coniglio nel buco alla radice di un grande albero, sono gli unici compagni di Jeliza, incapaci di aiutarla davvero. Cade, come Alice, senza potersi fermare, via da perdita, solitudine, fame, dentro un paese marginale.</p>
<p><code><iframe loading="lazy" title="YouTube video player" src="http://www.youtube.com/embed/7-lK1pg_i4o" frameborder="0" width="480" height="390"></iframe></code></p>
<p>Come nell’opera di Svankmajer, lo spazio che lei abita è composto da sostanze residuali, camere sporche e stracolme di oggetti, rifiuti animati dalla fantasia e dal linguaggio di Jeliza Rose. Il suo parlare con i giocattoli è un modo di salvarsi dall’esistenza traumatica che ha imparato ad esperire. Due adulti strampalati, e, con il proseguire del film, sempre più inquietanti, diventano le sue guide attraverso questa terra moderna di morte e squilibrio. Dickens, un uomo-bambino, con un ritardo mentale, persuaso che il treno notturno sia un mostro marino, uno squalo da distruggere con massicce cariche di dinamite; e Dell, la dispotica sorella maggiore, terrorizzata dalle api che le hanno accecato l’occhio destro, ed esperta nell’arte della tassidermia. Convinta che la morte possa essere fermata, che i cari defunti possano essere tenuti vicino, e non immeritatamente nel sottosuolo, ma anche ossessionata da manie distruttive verso altre forme di vita, ha un capanno colmo di animali imbalsamati e, come scopriremo nel crescendo finale, il corpo rinsecchito, per sempre conservato, della madre nella sua camera da letto. Dell è una donna-strega, ed è la Strega dell’Ovest di Dorothy, così come appare nel film di Fleming, <em>The Wizard of Oz</em> (1939), a cui il suo abbigliamento nero fa subito pensare, che tuttavia sovverte ulteriormente questo stesso stereotipo: non guasta la salute o l’esistenza, ma cerca di superare i suoi limiti necessari, di far ammalare la morte, inchiodandone gli effetti in una parvenza di lungo sonno, stato catalettico degli esseri da quest’ultima ingiustamente affetti.<br />
I due personaggi richiamano in molti modi gli eccentrici abitanti del Paese delle Meraviglie – I discorsi incoerenti della Lepre Marzolina e del Cappellaio Matto, il Coniglio pusillanime e la lamentosa Finta Tartaruga o Tartaruga d’Egitto  , la Regina di Cuori arrogante e a suo modo terribile – tuttavia queste ultime creature parodizzano la società, portando l’applicazione letteraria di convenzioni e “buone maniere” all’estremo di comportamenti senza senso. Diversamente Dell e Dickens ricavano la loro propria follia dal loro bagaglio di vita, la loro incapacità di essere adulti completi che ne fa freak potenzialmente pericolosi e violenti. Eppure sembra impossibile immaginarli in altri momenti, nel passato, siamo stupefatti come Jeliza, davanti alla Dell giovane delle fotografie, fidanzata a Noah. La loro pazzia annulla lo sviluppo delle loro storie. Sono cristallizzati in riti che sospendono il mondo mentale di Jeliza, conducendola dentro le loro stesse ossessioni. La follia che la circonda è fisica: il monocolarismo di Dell, che ne fa una profetessa ostile allo scorrere del tempo, la cicatrice che corre per tutta la testa rasata di Dickens, i corpi morti, verniciati e cuciti a fil di ferro; solo Jeliza conserva la sua normalità corporale, la sua pericolosità di bambina che può ancora immaginare uno scenario non catastrofico o malato, trasformarsi nel futuro. Dickens, parzialmente stigmatizzabile come vittima della sorella e della nonna di Jeliza che si presume ne abbia abusato quando era un bambino, e la ragazzina diventano alleati, perfino amanti disturbati, che non sanno gestire né comprendere appieno i loro impulsi sessuali, mentre Dell provvede a loro, ed è sia temuta che ammirata dalla bambina. Ogni volta che i rituali di Dell vengono infranti, si scatena la sua violenza e Jeliza Rose deve correre, ma anche combattere, ribellarsi contro questa donna pazza e morbosa.</p>
<p>Ci ricorderemo che durante le fasi del processo di Alice nel Paese delle Meraviglie, il Ghiro protesta vivamente, schiacciato dalla taglia “irragionevole” della ragazzina:<br />
“Non posso impedirlo,” disse Alice docilmente, “Cresco”.<br />
“Non hai alcun diritto di crescere qui,” rispose il Ghiro.<br />
L’infanzia è qualcosa che non può essere fermato; è un gigante di paure e desideri. Come Alice, che ha infine raggiunto le sue proprie dimensioni ed è semplicemente stanca, annoiata dalla Regina di Cuori &#8211; “A chi importa di voi?”, “Non siete altro che un mazzo di carte”-, Jeliza rompe l’incantesimo, la forzata immobilità di un mondo dove la morte, il cambiamento, la luce della ragionevolezza e della speranza sono negate. Lei non è un animale imbalsamato, dopo tutto. L’esplosione finale, in cui Dickens presumibilmente riesce a sconfiggere lo squalo (ma scompare lui stesso), è il picco emotivo: Jeliza può finalmente uscire dal buco. Scopre, dopo le storture che ha conosciuto, l’esistenza corrotta dall’uso di droghe o da dolori e perdite mai metabolizzate che le hanno trasmesso gli adulti attorno, un presente concreto di precarietà, i corpi offesi delle vittime dell’incidente ferroviario, ma anche le <em>altre</em> persone, una possibile vita a venire. C’è una conclusione delicata e aperta: la bambina ed una donna, che la crede una delle vittime sopravvissute, condividono una fantasia infantile di fate che danzano verso il cielo notturno tra le fiamme. Come a indicarci che la grande speranza dei bambini sta anche in questo: poter dividere il loro straordinario, talvolta spaventoso, universo emotivo da pari a pari con un adulto.</p>
<p>Un altro tipo di discorso va riservato all’ultimo adattamento cinematografico delle avventure di Alice, <strong><em>Alice in Wonderland</em></strong> di <strong>Tim Burton</strong>. Sebbene visivamente parlando, il film sia impressionante (anche troppo), e abbastanza fedele alle storie di Alice, presentando un’ampia varietà di personaggi e locazioni dai libri, la prospettiva infantile, la capacità di Alice di vedere l’alterità nascosta nella vita, nella natura, nella società, è assente. Virginia Woolf ha scritto “i due libri di Alice non sono testi per bambini: sono gli unici libri nei quali diventiamo bambini  ”.<br />
Al contrario in questo film Alice cresce, diventa una ventenne, che si ritrova suo malgrado imprigionata e protagonista di una festa di fidanzamento. Il Paese delle Meraviglie, <em>Wonderland</em>, non è frutto di meraviglia affatto: è <em>Underland</em>, in italiano “Sottomondo”, non un sogno ma un ricordo, una terra reale sotto quella a cui siamo normalmente abituati, che Alice ha visitato da bambina. Ciononostante, escluso l’apparire di “cose straordinarie” (Alice, come suo padre le ha insegnato, conta sei cose impossibili, tutte esistenti a Sottomondo), niente qui viene sovvertito. Il linguaggio è strano quanto potrebbe esserlo una lingua straniera o un dialetto ostico, mentre le relazioni di potere ripetono quelle che si attuano nel mondo superno, concentrandosi nella sfida tra uno strambo tiranno, la Regina Rossa, combattuta tra il desiderio impossibile di essere amata e la necessità di essere temuta, che minaccia la libertà del paese, e la sorella, la dolce Regina Bianca. La versione adulta di Alice non cerca affatto di trarre un senso da qualcosa, ma deve solo comprendere che questo posto esiste e di conseguenza seguire il sentiero verso la sua autodeterminazione.<br />
Le ripetute, piuttosto noiose, domande sulla sua identità o sulla sua perduta <em>muchness</em> “moltezza”, non riguardano lo stato ambiguo dell’infanzia, ma il suo avere fiducia in se stessa, fare le sue proprie scelte, incurante dei giudizi esterni. Sottomondo è una metafora perfetta e affidabile, e pateticamente grigia, nonostante gli effetti speciali, dell’ordine sociale perseguito nel mondo quotidiano: i confini sono netti, i cattivi distinti dai buoni, la vita è la vita e la morte è la morte, senza possibilità di fraintendimento; si tradiscono, infine, i paesi distopici di Carroll, Svankmajer e Cullin/Gilliam. Così, ad esempio, le teste dei condannati galleggiano nell’acqua del fossato, intorno al castello della Regina Rossa, rispondendo alla lettera al famoso ordine elargito nel libro generosamente a ogni sbalzo d’umore: “Tagliategli la testa!”. E, per di più, la follia ha una spiegazione, i personaggi un background psicologico: il Gatto del Cheshire tende a svanire poiché non interessato alla politica, o in altre parole è, o era durante il primo viaggio di Alice a Sottomondo, troppo egoista per rischiare alcunché; il Cappellaio è impazzito dopo che la Regina Rossa ha preso il potere, spargendo il sangue degli innocenti e di altri cappellai. È, per chiunque abbia tentato di prendere un tè con la Lepre e il Cappellaio in quelle pagine in cui Alice non riesce a berne nemmeno un cucchiaino, difficile da sopportare il Cappellaio-Johnny Deep occhi smeraldini, con il suo rigurgito di memoria e coscienza. Ci si aspetta, quasi con apprensione, che avvenga un atto di sabotaggio con palloncini colmi di mercurio  lanciati sull’insostenibile personaggio. L’unico momento di assurdità viene con la Deliranza, <em>Futterwacken</em>, la breve danza gioiosa del Cappellaio, in cui i suoi arti si muovono indipendentemente l’uno dall’altro, dubbio incrocio tra Michael Jackson, una contorsionista russa e un centrifugatore. Non molto per la terra madre del nonsense. I capricciosi, perfidi, anaffettivi, squilibrati universi dell’Alice originale, del personaggio di Svankmajer e di Jeliza Rose, sono qui sommersi dall’irruzione dei sentimenti: sembra che il regista Tim Burton non fosse in grado di tollerare una trama senza trama, ovvero senza Amore, Vendetta, Libertà, Frustrazione, Gioia, intesi come i valori (o disvalori) maiuscoli, le verità capitali del tutto dismesse o nemmeno prese in considerazione dalle altre “Alice”. La storia prosegue verso la sua meta che si fa sempre più chiara, è un <em>bildungsroman</em> lineare, dove le identità sono già stabilite e non indeterminabili. Quel vago senso di crudeltà naturale del mondo, perdita e melanconia, quelle speranze che si alzano, fragili come ali di fate che sfuggono al fuoco, sono una cosa del passato, fuori moda come l’infanzia stessa: iniziate a comportarvi da adulti, il lieto fine è garantito.</p>
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