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	<title>altan &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ho due mamme</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Jun 2012 06:30:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[diritto di famiglia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Severino Colombo Tutte le famiglie normali si somigliano; ogni famiglia è speciale e si vuole bene, a modo suo. Quella di Maria Silvia Fiengo e Francesca Pardi lo è – normale e speciale insieme &#8211; perché loro sono due persone dello stesso sesso. Due donne che si vogliono bene, due mamme che hanno scelto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-42629" title="stampatello-altan" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/stampatello-altan.jpg" alt="" width="432" height="345" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/stampatello-altan.jpg 432w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/stampatello-altan-300x239.jpg 300w" sizes="(max-width: 432px) 100vw, 432px" />di<strong> Severino Colombo</strong></p>
<p>Tutte le famiglie normali si somigliano; ogni famiglia è speciale e si vuole bene, a modo suo. Quella di Maria Silvia Fiengo e Francesca Pardi lo è – normale e speciale insieme &#8211; perché loro sono due persone dello stesso sesso. Due donne che si vogliono bene, due mamme che hanno scelto di avere e di crescere dei figli insieme, a Milano.</p>
<p>«In Italia l’inseminazione eterologa non si può fare, né per i gay né per gli eterosessuali – spiega Francesca –; ci abbiamo pensato a lungo prima di questo passo, almeno un anno, poi siamo andate in Olanda». Margherita, Giorgio, Raffaele e Antonio &#8211; dieci anni la prima, tre l’ultimo, sei i gemelli di mezzo – sono stati concepiti lì. «Se lo vorranno, quando saranno maggiorenni, potranno sapere con precisione chi è il loro padre biologico. Ci sembrava giusto così».</p>
<p>Il problema maggiore delle famiglie omogenitoriali è l’accettazione sociale: «molti etero vanno all’estero per avere figli e nessuno lo sa». Per le famiglie gay la visibilità, invece, è un’esigenza legata a diritti: «Siccome da noi non si può fare, allora come famiglie non esistiamo» aggiunge Francesca. Invece esistono eccome, qualche giorno fa le Famiglie Arcobaleno, associazione di genitori omosessuali di cui le due mamme sono fra le fondatrici, si sono ritrovate nei parchi di nove città italiane per far festa insieme con tutte le altre famiglie.</p>
<p>A livello giuridico la questione dei diritti resta aperta. «Un genitore non biologico non ha nessun tipo di riconoscimento. Vive una condizione psicologicamente pesante». Significa, a esempio, che per andare a prendere alla scuola d’infanzia Antonio, partorito da Francesca,Maria Silviadovrebbe avere una delega e viceversa. «Nella pratica quotidiana questo non accade, perché c’è un riconoscimento di fatto della nostra unione». Capita, però, anche alle coppie gay di smettere di amarsi e allora è un guaio: «se qualcosa va male nel rapporto e ci si separa, tutto è nelle mani del genitore biologico che non ha nessun dovere di riconoscere la relazione dell’altro genitore con i figli». A rimetterci sono spesso bambini.</p>
<p>Giochi sparsi per terra, tazze della colazione nel lavello, odore di risveglio, Margherita (malata) che guarda la tv: la casa di Francesca e Maria Silvia, la mattina di un giorno feriale, è come tutte le case con bambini. Solo più incasinata, con il tavolo ingombro di libri visto che l’abitazione, a due passi da Porta Romana, è anche la sede della casa editrice che hanno fondato l’anno scorso. <a href="http://www.lostampatello.com">Lo Stampatello</a>  pubblica storie per bambini che parlano di famiglie come la loro. Storie per tutti, come “Piccolo uovo” &#8211; protagonista un uovo che prima di nascere è curioso  di sapere quali e quanti potrebbero essere i suoi possibili genitori &#8211;  che illustrato da Altan sarà premiato a fine maggio con il Premio Andersen.  Altrettanto routinaria e acrobatica la vita dei genitori fuori casa, tra riunioni scolastiche, corsi e attività pomeridiane, feste di compleanno e immancabili nonni a fare da salvagente per gli impegni di lavoro. «Li abbiamo fatti contenti. Una delle grandi paure dei genitori di figli omosessuali è di non poter avere nipoti. Per noi, come per tutti, i nonni, sono una risorsa preziosa» spiega Maria Silvia, di ritorno dall’accompagnamento del più piccolo alla materna. «Essere genitori è un percorso molto identitario. Per i gay, lo è ancora di più perché a noi non capita di fare figli per caso, dietro c’è una scelta ragionata. Quando lo diventi ti trovi a vedere e a fare le cose in maniera diversa. Ci siamo documentate, abbiamo letto molto, abbiamo parlato con psicologi e ci si siamo costruite degli strumenti per affrontare questo ruolo». Aggiunge Francesca: «L’aspetto dell’omosessualità che più turba è la relazione sessuale, ma se accompagni i bambini a scuola sei visto prima di tutto come un genitore, una mamma». In questo vivere in una grande città o altrove non fa la differenza: «magari in un paesino ci sono meno strumenti culturali – spiega Francesca &#8211; ma una volta che si esce allo scoperto c’è più umanità, i contatti sono più forti».</p>
<p>A proposito di scuola in quelle (pubbliche) frequentate dai figli, Francesca e Maria Silvia sono sempre andate a parlare con i presidi per illustrare il loro “stato di famiglia”, chiedendo  insegnanti che non avessero pregiudizi. Dopo in po’ hanno capito come interpretare le reazioni di chi avevano davanti: «se ci dicono: non c’è nessun problema allora il problema c’è; al contrario se ci chiedono di saperne di più e cercano un confronto significa che hanno un atteggiamento meno rigido e che mettono al primo posto il bambino e la sua serenità dentro la scuola». Con la prima figlia, alla scuola d’infanzia è capitato che un’educatrice si ponesse il problema «di come dirlo non ai bambini ma ai loro genitori!». Per fortuna la società, anche quella italiana, cambia in fretta e con i successivi figli Maria Silvia e Francesca si sono trovate con maestri che «per potere affrontare meglio il tema hanno seguito corsi di formazione sull’omogenitorialità». Così le diversità diventano non un motivo di discriminazione ma un valore e un arricchimento per gli altri. Compagni &#8211; e loro genitori &#8211;  compresi. Maria Silvia racconta di babycoppie formate per gioco in classe dove «la più bella ha snobbato i maschietti per “fidanzarsi” con una lei, e nessuno l’ha trovato strano». O di mamme che hanno superato iniziali diffidenze nei loro riguardi. Francesca confida di aver ascoltato un amichetto ospite per la notte (anche le mamme gay ascoltano di nascosto le confidenze dietro le porte) chiedere al figlio: «Ma tu non ce l’hai un papà?» e l’altro rispondere come se la cosa fosse normale «No, ho due mamme». «Perché?» «Perché si vogliono bene». Ogni famiglia è normale a modo suo; tutte le famiglie speciali, che si vogliono bene, si somigliano.</p>
<p>(<em>pubblicato sullo speciale</em> Famiglia<em> del Corriere della sera il 30 maggio 2012</em>)</p>
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		<title>Armand Gatti a Udine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2011 08:10:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[altan]]></category>
		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Armand Gatti]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo De Marco]]></category>
		<category><![CDATA[La parola errante]]></category>
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					<description><![CDATA[testo e foto di Danilo De Marco (+ un ritratto di Altan) Figlio di emigrati piemontesi, il padre Augusto anarco-pacifista &#8211; figura determinante a cui ha dedicato una pièce: «La vita immaginaria dello spazzino Augusto G.» &#8211; Armand Gatti rientra dagli Stati Uniti dopo aver assistito all&#8217;impiccagione dei fratelli Vittorio e Alfonso anarchici e immigrati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>testo e foto <strong>di Danilo De Marco</strong> (+ un ritratto di <strong>Altan</strong>)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Armand-Gatti341-copy-prova2.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-38981" title="Armand Gatti341 copy prova" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Armand-Gatti341-copy-prova2-300x177.jpg" alt="" width="300" height="177" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Armand-Gatti341-copy-prova2-300x177.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Armand-Gatti341-copy-prova2-1024x604.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Armand-Gatti341-copy-prova2.jpg 1300w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cid_37A8A3FB-2348-48E9-942B-D05527687787@fritz2.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-38984" title="!cid_37A8A3FB-2348-48E9-942B-D05527687787@fritz" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cid_37A8A3FB-2348-48E9-942B-D05527687787@fritz2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Figlio di emigrati piemontesi, il padre Augusto anarco-pacifista &#8211; figura determinante a cui ha dedicato una pièce: <em>«La vita immaginaria dello spazzino Augusto G.» </em>&#8211; <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Armand_Gatti">Armand Gatti</a> rientra dagli Stati Uniti dopo aver assistito all&#8217;impiccagione dei fratelli Vittorio e Alfonso anarchici e immigrati italiani, accusati come i più celebri Sacco e Vanzetti  (“il giorno in cui seppe della loro esecuzione  mio padre mi annodò un fazzoletto nero intorno al collo”) di essere responsabili di atti che non avevano commesso.  Di più: durante uno sciopero viene sequestrato<span id="more-38977"></span> da una squadra «Pinkerton», detective privati; chiuso in un sacco, pugnalato per 22 volte e gettato nel lago di <em>Khicago, </em>come usavano chiamarla gli emigrati italiani.  Le pugnalate strappano il sacco e Augusto si salva.</p>
<p>In Italia  non può tornare essendo ricercato dalla polizia del governo di Mussolini come pericoloso sovversivo. Si ferma a Monaco, nel Principato, dove Letizia, la madre, lo raggiunge con difficoltà dopo che i compagni  fanno colletta per pagarle il viaggio fino a Ventimiglia.</p>
<p>«Mio padre Augusto &#8211; dice Armand &#8211; a Monaco lavorava come spazzino, militando sempre  nelle fila anarchiche, in un gruppo dove c&#8217;erano anche dei sopravvissuti di Kronstad.  Aveva una  sua dimensione del mondo: lui era il vero poeta, l&#8217;inventore di immagini. Aveva idee a dismisura.</p>
<p>Per questo lo hanno ucciso. Lo hanno trovato una mattina presto con la testa fracassata accanto al   carretto delle immondizie. Dava fastidio perché difendeva la natura; piantava alberi attorno al casinò dove invece la speculazione edilizia voleva costruire e disboscava, per lasciare aria libera ai ricchi per il loro divertimento del tiro al piccione. Lui piantava alberi. Per questo lo hanno ucciso».</p>
<p>Fin dall&#8217;infanzia a Dante Sauveur Gatti, chiamato Armand, sua madre ricordava che doveva essere il più bravo della classe, soprattutto in lingua francese; essere meglio di loro sul loro stesso terreno. Così fin da piccolo la lingua diventa la sua arma di combattimento ma anche il suo primo amore.</p>
<p>«L&#8217;arma decisiva della guerriglia è la parola. Io ero figlio di emigranti poveri. Mi difendevo nelle strade e mi battevo. A scuola ho scoperto che la mia vera arma di combattimento doveva essere solo la parola, nella lingua francese, che io già divoravo in tutte le sue forme. Entrai in seminario, ma dopo una crisi mistica&#8230; via alla scoperta di Rimbaud. Scoperta che mi fece cacciare ben presto perché la parola, la poesia di Rimbaud, erano proibitissime.</p>
<p>Inizialmente fu una storia di ortografia e di grammatica ma poi fu quel mio tuffo tra la gente del porto&#8230; a inghiottire il verbo in quella dimensione totale, dove entrava di tutto: un&#8217;esperienza che nessuno aveva ancora esplorato.  E&#8217; così la lingua è diventata più che una famiglia, più che un paese, è diventata la mia esistenza stessa. Annotavo e annotavo sul mio quaderno blu; e poi io, il quaderno e la parola, naturalmente, non potevamo non entrare nel <em>maquis</em>, nella Resistenza”.</p>
<p>La casa di Armand è a Montreuil, un tempo periferia operaia di Parigi.  Più che una casa è il luogo della <em>Parola errante</em> dove fanno capo anche molte associazioni. Dietro la casa uno spazio di 800 mq &#8211; lo stesso spazio dove nel 1895 i fratelli Lumière proiettarono i primi secondi di un film in movimento «L&#8217;arrivo del treno» &#8211; risistemato e dedicato al teatro e alle esposizioni. Ma anche rifugio estremo durante le repressioni della polizia, o luogo di accoglienza per clandestini in difficoltà.</p>
<p>Nel corridoio d&#8217;ingresso della casa, subito due file dense di libri alle pareti. Salendo le scale per raggiungere Armand al secondo piano, dei fogli con frasi/citazioni che coprono completamente le pareti. Poi, un piano ancora sopra, una lunga frase &#8211; <em>Gatti è Mao che attraversa lo Tsé Kiang &#8211; </em>a mo&#8217; di fregio in alto alle pareti, ricordo degli anni &#8217;50, quando faceva il giornalista e incontrò due volte Mao in Cina. Poi inviato in America Latina; Guatemala, ma soprattutto Cuba, dove  incontra Fidel Castro agli inizi degli anni &#8217;60. Ma già aveva lasciato per strada la sua vecchia pelle diventando regista cinematografico. Il suo film «L&#8217;otro Cristobal» rappresentò Cuba al festival di Cannes del 1963, e lo accompagnava come fotografo di scena Paolo Gasparini, friulano di Gorizia partito per <em>le americhe</em> giovanissimo.</p>
<p>“Ti aspettavo” – dice Armand –  allargando e alzando le sue lunghe braccia; tentacoli che si staccano da una  figura massiccia e che potrebbero contenere una galassia. Anzi due.</p>
<p>Tutt&#8217;attorno libri, quaderni, fogli volanti, manifesti serigrafati: immagini di suo padre Augusto, di Gramsci, di Rosa Luxemburg, di Joyce, Cafiero&#8230; e in un apparente disordine totale, disegni, marionette, sculture di animali in legno coloratissime realizzate con vecchi strumenti di lavoro, un bellissimo orologio che segna il passare del tempo cinguettando come l&#8217;usignolo. Quegli stessi usignoli che Rosa Luxemburg e Karl Liebkneht ascoltavano  nel giardino botanico di Berlino la notte della rivolta spartachista.</p>
<p>I suoi libri sono editi, oltre che in francese, in spagnolo, tedesco&#8230; ma non in italiano. Alla parete una giacca di pelle nera; all&#8217;occhiello un distintivo con impresso il volto di Bonaventura Durruti:&#8230;è la giacca che aveva comperato e dimenticato per fretta Durruti nel suo ultimo viaggio a Parigi &#8211; dice con aria sicura ma da gran burlone Armand &#8211; quando, accompagnato dall&#8217;anarchico spagnolo Cipriano Mera e da quello ucraino Nestor Makno, dovette correre in Spagna richiamato dai primi sussulti di guerra.</p>
<p>Entrando nella grande stanza, si ha la sensazione di entrare in una fiaba, o dentro uno schizzo di matita impazzito; un mosaico d&#8217;oggetti e di idee del mondo. Tutto è possibile in quello spazio.</p>
<p>E&#8217; come camminare dentro un grande quadro di Paul Klee, al muro appeso l&#8217;Angelo Novus, dove tutte le direzioni sono possibili contemporaneamente.</p>
<p>Grande drammaturgo, Armand, si immerge e immerge la  parola nella poesia, nella fisica quantica, nella matematica, nella politica, nella filosofia che diventano assolutamente sinonimo di  amore, lotta, resistenza, libertà, ricerca, identità&#8230;Un tuffo nel tutto.</p>
<p>“Ti aspettavo” è una frase importante per Armand. E&#8217; legata alla sua fuga dal campo di concentramento di Linderman nel nord della Germania, vicino a Amburgo. Poi per sei mesi a camminare  per raggiungere Bordeaux.  «Si, io non lo sapevo, ma poi scoprii che feci lo stesso tragitto di Hölderlin quando era partito verso il sole, dal mar Baltico all&#8217;Atlantico. Lui non trovò il sole e io non trovai quello che cercavo. Con i miei 48 chili di carne sfiancata, non mi restava altro  che ritornare verso la fattoria di Berbeyrolle, in Corrèze; alla fattoria del père Elie. Tra quei boschi, dentro il nostro buco, la tana della nostra r-esistenza, avevamo la nostra biblioteca immaginaria. Leggevamo Michaux&#8230; e Antonio Gramsci agli alberi che ci ascoltavano sotto il peso della neve; e come armi una sola pistola 6,35 con sei pallottole&#8230; quando ci hanno preso.</p>
<p>Quando ritornai dal campo di concentramento il <em>père Elie</em> mi disse senza minimamente stupirsi:</p>
<p>«Ti aspettavo. Ora riposati e dammi il tempo di riprendere i contatti». Quel &#8211; <em>ti aspettavo</em> &#8211; dopo tutti i tormenti passati in prigionia, è stato per me come  ridare voce alle possibilità della parola. E&#8217; stato coscienza che zampilla dalla terra ».</p>
<p>Gatti ha messo la sua scrittura, il suo teatro a disposizione delle persone che si sono trovate forzatamente  in difficoltà escluse, imprigionate. Ed è proprio nel quadro dell&#8217;esclusione che il suo teatro ha un ruolo rivoluzionario: «Una società che consideri  finita ogni rivoluzione  mi sembra una società totalitaria. Se il linguaggio marcisce la rivoluzione marcisce».</p>
<p>Ridare speranza agli esclusi; rimetterli attraverso la loro stessa partecipazione sulla scena, in un processo di riabilitazione sociale, non sociologica, in quanto persone e ancor di più nel momento in cui queste persone ritrovano l&#8217;espressione su loro stesse e sulla società.</p>
<p>Un lavoro di intervento e interrogazioni certamente anche teoriche, ma sempre dentro, nella carne viva. Per questo a Gatti, San  Franceso d&#8217;Assisi è così caro: «&#8230;perché sempre dalla parte della vita. Anche in punto di morte ha chiamato Clara ed è morto in piena apoteosi».</p>
<p>Gatti allora si mette in azione nelle strade, con i diseredati; nelle fabbriche con Karl Marx; nelle prigioni con Ulrike Meinhof; negli ospedali psichiatrici con Carlo Cafiero. Un vero e proprio teatro di agitazione.</p>
<p>“Le parole mi leggono” dice sovente. Una parola non arriva per cancellare la precedente, ma per arricchirla. E&#8217; così che l&#8217;erranza continua. «Nella  parola, come nell&#8217;atomo c&#8217;è un&#8217;equivalenza: la particella (la sillaba) è la stessa cosa che la sua onda, nel senso che l&#8217;accompagna. La frase così diventa il legame tra la fisica quantistica e l&#8217;ideogramma&#8230;». Conclude dicendo «Non scrivo mai <em>su</em> qualcosa ma <em>con</em> qualcuno».</p>
<p><em>[questo testo è stato pubblicato, in versione più estesa, sul &#8220;Gazzettino&#8221; del 08.05.11]</em></p>
<p><em>[&#8220;La parola errante&#8221; di Armand Gatti sarà letta a Udine, in presenza dell&#8217;autore,  l&#8217;11 maggio alle 20,30, nell&#8217;ambito di &#8220;<a href="http://www.ilfriuli.it/uploads/ilfriuli/docs/15070.pdf">vicino/lontano 2011</a>&#8220;:</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/invito-Gatti_rid2.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-38988" title="invito-Gatti_rid" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/invito-Gatti_rid2-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/invito-Gatti_rid2-218x300.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/invito-Gatti_rid2.jpg 605w" sizes="(max-width: 218px) 100vw, 218px" /></a></p>
<p><em>Armand Gatti parteciperà poi al dibattito, assieme a Lucio Urtubia, &#8220;Tre anarchici: il rivoluzionario, il falsario, il poeta&#8221;, il 14 maggio alle 10, all&#8217;Oratorio del Cristo di Udine, con Marco Cicala e Vittorio Giacopini.]</em></p>
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		<item>
		<title>L&#8217;augusto servo dell&#8217;imperatore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/06/26/laugusto-servo-dellimperatore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 05:30:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[altan]]></category>
		<category><![CDATA[augusto minzolini]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[TG1]]></category>
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					<description><![CDATA[Leggendo un articolo di Repubblica di 15 anni fa scopro il pensiero illuminato di Augusto Minzolini, giornalista e attuale direttore del TG1, colui che è snobisticamente schifiltito e contrariato all&#8217;idea di dare nel suo TG notizie &#8220;di gossip&#8221; sulla vita privata del suo Presidente del Consiglio. Vi riporto qui la parte finale dell&#8217;intervista fatta all&#8217;epoca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/untitled1.jpg" alt="untitled1" title="untitled1" width="275" height="319" class="aligncenter size-full wp-image-18831" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/untitled1.jpg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/untitled1-258x300.jpg 258w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /><br />
Leggendo un articolo di <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/10/29/il-politico-non-ha-un-privato.html">Repubblica di 15 anni fa</a> scopro il pensiero illuminato di Augusto Minzolini, giornalista e attuale direttore del TG1, colui che è snobisticamente schifiltito e contrariato all&#8217;idea di dare nel <em>suo </em>TG notizie &#8220;di gossip&#8221; sulla vita privata del <em>suo </em>Presidente del Consiglio.<br />
Vi riporto qui la parte finale dell&#8217;intervista fatta all&#8217;epoca al <em>giovine </em>Minzolini:<br />
<span id="more-18832"></span><br />
&#8220;Le smentite a ripetizione rivelano solo che abbiamo una classe politica nuova che non ha ancora assimilato il fatto che un politico è un uomo pubblico in ogni momento della sua giornata e che deve comportarsi e parlare come tale. Il rinnovamento del Parlamento italiano è un fenomeno anche sociologico di cui la stampa deve dare conto: io non dimentico mai che il mio referente è il lettore e non il politico e che il mio compito è quello di rappresentarlo come è senza mediazioni&#8221;. Rappresentarlo anche nei suoi aspetti privati? E&#8217; giusto frugare nella vita intima di chi ci governa, è utile? &#8220;Quattro anni fa, e cioè in tempi non sospetti, scrissi che la nomina di Giampaolo Sodano alla Rai nasceva dai salotti di Gbr, la televisione di Anja Pieroni. Oggi penso che se noi avessimo raccontato di più la vita privata dei leader politici forse non saremmo arrivati a tangentopoli, forse li avremmo costretti a cambiare oppure ad andarsene. Non è stato un buon servizio per il paese il nostro fair play: abbiamo semplicemente peccato di ipocrisia. Di Anja Pieroni sapevamo tutto da sempre e non era solo un personaggio della vita intima di Craxi. La distinzione fra pubblico e privato è manichea: ripeto, un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico&#8221;. </p>
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		<title>Nazim Hikmet *</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Sep 2008 13:20:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[altan]]></category>
		<category><![CDATA[don Chisciotte]]></category>
		<category><![CDATA[mantova]]></category>
		<category><![CDATA[nazim hikmet]]></category>
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					<description><![CDATA[Don Chisciotte Il cavaliere dell&#8217;eterna gioventù seguì, verso la cinquantina, la legge che batteva nel suo cuore. Partì un bel mattino di luglio per conquistare il bello, il vero, il giusto. Davanti a lui c&#8217;era il mondo coi suoi giganti assurdi e abietti sotto di lui Ronzinante triste ed eroico. Lo so quando si è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/altan-1982-chisciotte.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/altan-1982-chisciotte-300x178.jpg" alt="" title="altan-1982-chisciotte" width="300" height="178" class="alignnone size-medium wp-image-8125" /></a></p>
<p><strong>Don Chisciotte</strong></p>
<p><em>Il cavaliere dell&#8217;eterna gioventù<br />
seguì, verso la cinquantina,<br />
la legge che batteva nel suo cuore.<br />
Partì un bel mattino di luglio<br />
per conquistare il bello, il vero, il giusto.<br />
Davanti a lui c&#8217;era il mondo<br />
coi suoi giganti assurdi e abietti<br />
sotto di lui Ronzinante<br />
triste ed eroico. </p>
<p>Lo so<br />
quando si è presi da questa passione<br />
e il cuore ha un peso rispettabile<br />
non c&#8217;è niente da fare, Don Chisciotte,<br />
niente da fare<br />
è necessario battersi<br />
contro i mulini a vento. </p>
<p>Hai ragione tu, Dulcinea<br />
è la donna più bella del mondo<br />
certo<br />
bisognava gridarlo in faccia<br />
ai bottegai<br />
certo<br />
dovevano buttartisi addosso<br />
e coprirti di botte<br />
ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati<br />
tu continuerai a vivere come una fiamma<br />
nel tuo pesante guscio di ferro<br />
e Dulcinea<br />
sarà ogni giorno più bella.</em><br />
<span id="more-8123"></span></p>
<p><strong>Lettera dal carcere a Munevver, 1942</strong></p>
<p><em>Il più bello dei mari<br />
è quello che non navigammo.<br />
Il più bello dei nostri figli<br />
non è ancora cresciuto.<br />
I più belli dei nostri giorni<br />
non li abbiamo ancora vissuti.<br />
E quello<br />
che vorrei dirti di più bello<br />
non te l&#8217;ho ancora detto.</em></p>
<p>*<br />
<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nazim_Hikmet">Nota biografica dell&#8217;autore</a></p>
<p>È uno dei primi poeti turchi ad usare i versi liberi. Hikmet è diventato, mentre era ancora vivo, uno dei poeti turchi più conosciuti in Occidente e i suoi scritti sono stati rapidamente tradotti in diverse lingue.<br />
Condannato per marxismo fu il solo scrittore d&#8217;importanza ad evocare i massacri ai danni degli armeni del 1915 e 1922.<br />
Nato a Salonicco (attualmente in Grecia) da una famiglia aristocratica turca, il nonno paterno Nazim Pascià era stato governatore di varie province, ma anche poeta e scrittore in lingua ottomana. Il nonno materno, figlio di un nobile polacco, era militare in carriera, ma anche filologo e storico. Hikmet era figlio del diplomatico Nazim Bey e dalla pittrice Aisha, amante di poesia francese e specialmente di Lamartine e Baudelaire. Nazim Hikmet studiò nel liceo francese di Galatasaray (Istanbul)passando successivamente all&#8217;Accademia della Marina militare, che dovette però lasciare per ragioni di salute[citazione necessaria].<br />
La sua prima pubblicazione avvenne a diciassette anni in una rivista. Il suo punto di riferimento letterario era il suo insegnante di letteratura e poesia, Yaya Kemal, e altri poeti turchi come Tevfiq Fikret e Mehmed Emin.<br />
Durante la guerra d&#8217;indipendenza, si schierò subito con Atatürk (Mustafa Kemal) in Anatolia e lavorò come insegnante a Bolu. Studiò poi sociologia presso l&#8217;università di Mosca (1921-1928) e diventò membro del partito comunista turco negli anni Venti, dopo aver scoperto i testi di Marx e della rivoluzione sovietica. Conobbe Lenin, Esenin e Majakovskij, che ebbe su di lui un&#8217;importante influenza.<br />
Dopo il suo ritorno clandestino in Turchia nel 1928, Hikmet scrisse articoli, sceneggiature teatrali ed altri scritti. Fu condannato alla prigione per il suo ritorno irregolare ma amnistiato nel 1935. Nel 1938, fu condannato a 28 anni e 4 mesi di prigione per le sue attività anti-naziste e anti-franchiste, scontandone 12 in Anatolia, nel corso dei quali venne colpito da un primo infarto. e per essersi opposto alla dittatura di Kemal Ataturk. Fu l&#8217;intervento di una commissione internazionale composta tra gli altri da Tristan Tzara, Pablo Picasso, Paul Robeson e Jean-Paul Sartre a favorirne la scarcerazione nel 1950.<br />
Si sposò con Münevver Andaç, traduttrice in lingua francese e in lingua polacca a cui dedicò diverse poesie. Nel 1951, a causa delle costanti pressioni, fu costretto a ritornare a Mosca (Russia) ma la moglie e il figlio non poterono seguirlo ed egli trascorse il suo esilio viaggiando in tutta Europa. Perse così la cittadinanza turca e divenne polacco. Nel 1960 si innamorò della giovane Vera Tuljakova e la sposò.<br />
Morì il 3 giugno 1963 in seguito ad una crisi cardiaca, uscendo dalla porta della sua casa al numero 6 della via Pesciànaya a Mosca.</p>
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