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	<title>Amazzonia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Oro nero, ultimo nemico dell&#8217;Amazzonia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 20:57:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[Da «il Fatto Quotidiano» –  giovedì 5 agosto 2010 (versione integrale dell&#8217;articolo) di Evelina Santangelo Regione di Loreto. Perù Sono stati gli abitanti di Parinari a dare l’allarme a metà giugno, prima ancora del comunicato ufficiale della compagnia Pluspetrol: dalla chiatta Sanam III «assunta» dalla compagnia petrolifera argentina per il trasporto del greggio si sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da «il Fatto Quotidiano» –  giovedì 5 agosto 2010 (versione integrale dell&#8217;articolo)</p>
<p>di <span style="text-decoration: underline;"><strong>Evelina Santangelo</strong></span><br />
<em> Regione di Loreto. Perù</em></p>
<p>Sono stati gli abitanti di Parinari a dare l’allarme a metà giugno, prima ancora del comunicato ufficiale della compagnia Pluspetrol: dalla chiatta Sanam III «assunta» dalla compagnia petrolifera argentina per il trasporto del greggio si sono riversati nel fiume Marañón 400 dei 5000 barili del carico. L’incidente (l’ennesimo, visto che solo nel 2009 ce ne furono 8 a carico della stessa compagnia) sarebbe accaduto in quel tratto di fiume che costeggia una delle più grandi riserve nazionali del Perù: La Reserva Nacional Pacaya-Samiria (20.800 kmq, 40.000 abitanti circa).<br />
Di chiatte così, sui fiumi Ucayali e Marañón (che costeggiano la riserva) ce ne sono in quantità. Grandi pachidermi spesso decrepiti e stracarichi. L’unico mezzo disponibile per il trasporto merci nel bacino amazzonico nord orientale, l’unico mezzo di comunicazione per gli abitanti e i nativi dei villaggi e delle cittadine fluviali della regione di Loreto tra i porti di Pucallpa, Iquitos e Yurimaguas.<span id="more-36353"></span></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">L&#8217;ultimo incidente 400 barili nel fiume</span></strong></p>
<p>Incidenti del genere non possono accadere per una sfortunata casualità quando si viaggia sui fiumi amazzonici in questa stagione, navigando a vista tra le secche con carichi spropositati. Te ne rendi conto subito se, piuttosto che goderti la selva in pillole tra aerei, lodge e idrovolanti, decidi di affrontarla come la maggior parte dei residenti, imbarcandoti su una «lancia» per il trasporto di merci e di qualche centinaio di passeggeri impossibilitati a spostarsi diversamente. Proprio in una di queste lance o chiatte (la Henry VII) ho viaggiato proprio qualche giorno prima dell’«incidente» del 19 giugno, navigando sul rio Ucayali e sul Marañón, per arrivare da Pucallpa al villaggio di San Martin, nella riserva Pacaya-Samira, appunto. E, viaggiando così, non ci metti molto anche a intuire che prima del paradiso di natura incontaminata del mito amazzonico ci sarà un purgatorio che racconta la passione quotidiana di una selva aggredita e salvaguardata a malapena in riserve continuamente violate, non solo dai bracconieri e dai tagliatori di legname, ma dalle scelte stesse di un governo che, al di là di ogni trovata propagandistica, firma decreti legge, come la contestatissima «Ley de la Selva» (un complesso di decreti ora solo «temporaneamente» sospesi, dopo le proteste durissime dei nativi nel giugno del 2009 e la repressione violentissima dell’esercito  nota come «il massacro di Bagua») che, violando la Convenzione 169 per la salvaguarda dei diritti delle popolazioni native, legittima l’espropriazione e lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali del bacino amazzonico a favore delle grandi compagnie petrolifere.<br />
Questo purgatorio, dunque, che non ti saresti mai aspettato comincia già a Pucallpa (l’unica città dell’Amazzonia peruviana collegata a Lima da una strada asfaltata) nella zona del porto di segatura e fango, che, in una domenica qualsiasi di una grigia giornata d’afa di giungo, è un concentrato inverosimile di desolazione e degrado: topi che scorrazzano nella spiaggia del maleçon sotto un’anonima piazza tra un fervore di pentole o di pesce e pannocchie cucinati su fusti per il carburante; altoparlanti fortissimi che diffondono per tutto il litorale ritmi latinoamericani; baracche sul punto di accartocciarsi su se stesse; cani randagi scorticati da dermatiti croniche; file di capannoni di ferro e lamiera; file di camion; file di scaricatori di porto che vanno e vengono per interi giorni su passerelle fatte di assi malferme, le facce e le gambe deformate sotto pesi abnormi; qualche gru che, senza sosta, scarica tronchi di legno grandi come un nostro albero. E su tutto questo brulicare di uomini, animali e cose (che ricorda certi inferni di fabbrica della prima industrializzazione) il volo nero, occhiuto, degli avvoltoi in attesa.<br />
Anche il fiume, lo Ucayali, ha qui un’aria triste, giallognola e schiumosa. La selva «mitica» la vedi solo dopo un bel po’, lungo le sponde, come un miraggio lontano, mentre la chiatta si muove con una lentezza estenuante sull’acqua insidiosa, bassissima, che, nelle notti troppo buie, diventa impossibile da navigare. Le cose non accadono sempre per un caso sfortunato: anche noi abbiamo rischiato di incagliarci una notte che non ci siamo fermati, navigando più o meno alla cieca. Né cadono per caso sul fiume le bottiglie di plastica, le lattine di birra, gli scatolami vari. Un lancio dopo l’altro, dalla cucina, dalle mani dei passeggeri, come il più ordinario dei gesti. Come ovvio e ordinario è, nei villaggi in cui ci fermiamo, lavarsi in quello stesso fiume, pescarne i pesci da mangiare o da spedire nelle città, berne l’acqua che, nelle latrine e nei rubinetti della chiatta, sale nera.<br />
Una via di comunicazione lasciata all’incuria e una discarica a cielo aperto: montagne di segatura che sprofondano nell’acqua, nella cittadina fluviale di Requena.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>Si dorme sul ponte con il cellulare in tasca</strong></span></p>
<p>Questo è il rio Ucayali visto dalla Henry VII tra carichi di merci che sembrano arrivare da mondi ed epoche diverse: galline legate per i piedi, maiali trascinati come sacchi, blocchi di ghiaccio mantenuti per giorni dentro cumuli di segatura, caschi enormi di banane, moto fiammanti, frigoriferi incellophanati, casse di coca-cola, d’acqua minerale, grandi rotoli d’acciaio, materassi ortopedici. Mentre sulla Henry VII si dorme tutti indifferentemente in amache, ammassati in coperta o esposti agli scarafaggi e alle zanzare sul ponte; o al limite in qualche cabina che sa di galera. Si viaggia così, anche se si ha un cellulare in tasca (molti ce l’hanno) e un mp3 da cui, senza sosta, viene fuori una musica troppo melodica o qualche ritmo latino. La musica più ascoltata e trasmessa ovunque, almeno in questo spaccato di Perù, anche dal piccolo televisore con annesso videoregistratore o dvx che se ne sta perennemente acceso in coperta al punto che ti viene da pensarla, questa musica ineludibile, come una forma di quei miti consolatori e compensatori di cui parla Vargas Llosa (in Sueño y realidad de América Latina) elaborati dal Vecchio Mondo per  restituire, prima di tutto a se stesso, immagini fittizie del Sudamerica riprese di peso dagli stessi sudamericani in una generale attitudine alla rimozione. Rimozione che con molta probabilità, ad esempio, nel 2011 porterà al potere Keiko, la figlia dell’ex dittatore pluri-condannato Fujimori.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>La Pluspetrol «vuole» la riserva naturale</strong></span></p>
<p>Così, quando dopo tutto un viaggiare estenuante arrivi finalmente nel cuore della riserva Pacaya-Samiria, nel villaggio di palafitte di San Martín, dove l’acqua «negra» del fiume splende come granito, dove il sole accende davvero di un rosa-fenicottero cielo e acque al tramonto e la foresta incombe come un paradiso che non è dato violare, ti sembra impossibile che anche quel villaggio, nel 2001, sia stato colpito da un disastro ecologico dovuto alle stesse identiche ragioni: 5.500 barili di greggio riversatisi nel Marañón da una chiatta della Pluspetrol. Una contaminazione di acque e rive che provocò danni pesanti all’ecosistema, alla salute e all’economia dei Cocama e Cocamilla, le etnie che in questo spicchio di Amazzonia pacificamente vivono proprio della ricchezza di quelle acque: lì pescano, lì si bagnano, da lì prendono l’acqua da bere, lì, tra lagune popolose di pesci e piante acquatiche, fanno da guide ai viaggiatori intenzionati a seguire percorsi alternativi rispetto all’ordinario flusso turistico. E ti sembra impossibile che persino in un patrimonio di tale umana e biologica diversità possano arrivare e trovare una qualche legittimazione gli appetiti della Pluspetrol che da tempo preme sul governo peruviano per ottenere l’autorizzazione a sfruttare i giacimenti della riserva. Le cose, gli incidenti, non accadono mai per caso, se al governo stanno a cuore più gli interessi delle compagnie petrolifere che la sorte della foresta amazzonica e della sua gente, dove contro ogni mito e mistificazione non trovi tracce di primitivismo. Trovi piuttosto i segni di un’idea di progresso che può non essere necessariamente abuso sulla natura e su un’identità fatta di saperi atavici, di vita in simbiosi con la foresta. Lo capisci girando per il villaggio punteggiato di cestini di legno per la raccolta differenziata (anche delle pile), lo capisci dai piccoli  pannelli solari sistemati vicino ad alcune palafitte destinati ad alimentare una lampadina o l’unico telefono collettivo.</p>
<p><strong>I nativi?<br />
Sono bilingue e usano il computer</strong></p>
<p>Lo capisci dal tipo di educazione che chiedono e hanno ottenuto solo in parte i Cocama di San Martín: educazione interculturale bilingue; studio della lingua inglese, dell’informatica; mentre lì, nel villaggio, non arriva alcun segnale televisivo e il mezzo più moderno di comunicazione è un baracchino che gracchia tutto il giorno tra interferenze frustanti. Lo capisci soprattutto dal timore con cui guardano all’indifferenza che si fa strada tra la piaga dell’analfabetismo ancora molto diffuso e il bisogno di lavorare, nelle fabbriche di legname, nei pozzi petroliferi, nei porti, a qualsiasi condizione.<br />
«Queste terre sono la casa della flora e della fauna che la abitano: considerati come un ospite privilegiato», dice il biglietto di ingresso nella riserva. E l’attitudine, il gesto di cui sembra vadano più orgogliosi le nostre guide locali in quell’universo che eccede la misura umana è quel loro sapere nominare le cose (minerali, fauna, flora) e tramandarne la conoscenza in una sorta di ininterrotta alfabetizzazione-al-mondo difesa come l’unico modo forse per scongiurare il pericolo che tutto lì si trasformi in risorse da sfruttare: uomini e natura.</p>
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