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	<title>America latina &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;onore dei poeti. Su Octavio Paz</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/06/20/lonore-dei-poeti-su-octavio-paz/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jun 2023 05:03:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Christopher Domínguez Michael]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura messicana]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[Ocatvio Paz]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzioni]]></category>
		<category><![CDATA[storia del Novecento]]></category>
		<category><![CDATA[totalitarismi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Massimo Rizzante</strong> <br /> Credo che "Octavio Paz nel suo secolo" di Christopher Domínguez Michael sia la prima biografia del poeta, saggista e premio Nobel (1990) messicano, nato nel 1914 e scomparso nel 1998, che esce in Italia.

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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[E&#8217; appena uscita per Mimesis</em> Octavio Paz nel suo<br />
secolo<em>, la prima biografia dedicata al poeta messicano a uscire in</em><br />
<em>traduzione italiana. L&#8217;autore è il critico letterario <strong>Christopher</strong></em><br />
<em><strong>Dominguez Michael</strong>, amico di Paz e membro della rivista &#8220;Vuelta&#8221; da lui </em><em>diretta. Il volume è curato da Massimo Rizzante, di cui pubblichiamo qui la postfazione. In un successivo post, proporremo un estratto dalla biografia.]</em></p>
<p>di <strong>Massimo Rizzante</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align: left; padding-left: 240px;"><em>Yo no escribo para matar el tiempo</em></p>
<p style="text-align: left; padding-left: 240px;"><em>ni para revivirlo </em></p>
<p style="text-align: left; padding-left: 240px;"><em>escribo para</em> <em>que me</em> <em>viva y</em> <em>reviva.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Poesia e storia</strong></p>
<p>Credo che <em>Octavio Paz nel suo secolo</em> di Christopher Domínguez Michael sia la prima biografia del poeta, saggista e premio Nobel (1990) messicano, nato nel 1914 e scomparso nel 1998, che esce in Italia.</p>
<p>Mentre stavo correggendo le bozze del libro di Domínguez Michael, a un certo punto mi è sorta una curiosità. Quali opere di Octavio Paz sono oggi disponibili in Italia? A parte <em>Il labirinto della solitudine</em>, di sicuro il suo saggio più noto e tradotto in molte lingue, praticamente nient’altro. Negli anni Ottanta e Novanta, in seguito al Nobel e alla sua morte, alcuni saggi, <em>L’arco e la lira</em>, <em>In India</em>, <em>La duplice fiamma </em>e un’antologia della poesia, <em>Vento cardinale e altre poesie</em>, erano ancora reperibili. Poi, il silenzio. Un silenzio editoriale rivelatore.</p>
<p>A chi importa oggi leggere uno dei tre o quattro (con Seferis, Yates, Eliot, Valéry) poeti-critici più importanti del XX secolo? A chi importa leggere le opere dell’intellettuale più influente dell’America Latina? A chi importa di un poeta messicano che ha attraversato tutte le tappe storiche del XX secolo, dalla Rivoluzione messicana alla Guerra civile spagnola, dalla Rivoluzione bolscevica alla Rivoluzione cubana, dalla Seconda guerra mondiale alla Rivoluzione culturale cinese, dai campi nazisti alle purghe staliniane, dalla dissidenza ai regimi militari dell’America Latina, dalla fine del comunismo alla rivolta neo-zapatista? Che ha vissuto in America Latina, in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone, in India interrogandosi, forse come nessun altro, sulle grandi civiltà concludendo che tutte le strade si incrociano in un punto che non è l’Occidente e la sua civiltà, “ma lo spirito umano che obbedisce ovunque e in ogni momento alle stesse leggi”? Che ha sperimentato, dal surrealismo alle derive dell’avanguardia, tutti gli splendori e le miserie della modernità artistica? A chi importa oggi la poesia del XX secolo? Oggi si preferiscono ricordare gli orrori storici del secolo scorso, ma si dimentica che quello che è stato definito il «secolo dei totalitarismi» non è stato segnato soltanto dai crimini provocati da quei regimi, ma anche dalla grande poesia, conseguenza diretta di quei regimi, che scrittori e artisti crearono perché noi, giunti dopo, non commettessimo l’errore di ridurre tutto un secolo ai suoi crimini. Se nel XXI secolo i ponti con il passato stanno crollando uno dopo l’altro è anche a causa di questa nostra memoria che fissandosi sui crimini della Storia ha smesso di accogliere l’arte come suo strumento di comprensione. Per comprendere la Russia di oggi, infatti, non basta lo <em>story-telling</em> di giornalisti, storici e politici. Servono i romanzi di Tolstoj e di Dostoevskij. Così come per comprendere l’America Latina dei <em>narcos </em>e dei <em>golpe</em> servono i saggi di Alfonso Reyes e di Octavio Paz.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Essere moderni</strong></p>
<p>Come tutti i grandi spiriti Octavio Paz non ha mai smesso di partecipare all’eterna <em>querelle</em> tra Antichi e Moderni. Eterna perché ogni epoca è, allo stesso tempo, sempre antica e moderna.</p>
<p>Figlio del XX secolo, e perciò erede della duplice radice illuministica e romantica, Paz, come scrive Domínguez Michael, pensava che “il poeta è critico perché moderno ed è moderno perché critico”. Si può perdonare a un poeta moderno di non disporre di tutti gli strumenti e perfino di riservare alla poesia solo i suoi stupori, offrendo un’immagine di sé che non può essere quella di nessuna persona viva. Quel che invece è difficile perdonare a molti artisti, bardi, romanzieri e uomini di scienza della generazione di Paz è come siano riusciti, scrive Domínguez Michael, “a vendere o affittare al potere totalitario un catalogo quasi infinito di alibi”, a mettersi un paraocchi, o a rimanere indifferente dinanzi a crimini di dominio pubblico. O ancora, a dare “ai tiranni la loro benedizione in nome di un Terzo Reich millenario”, o a pretendere la “sostituzione, nel caso del comunismo, del regno della necessità per quello della libertà”. La lista dei complici è lunga e contiene anche il nome di Paz che per un breve tratto credette nel matrimonio tra la Rivoluzione messicana e la Rivoluzione dei Soviet, ma che, grazie all’esperienza della Guerra civile spagnola, aprì ben presto gli occhi e non confuse mai la teoria marxista con la falsa realtà socialista di Lenin e di Stalin.</p>
<p>“C’è un difetto, una segreta spaccatura” nella coscienza del poeta del XX secolo, affermò Paz verso la fine della sua vita. Consapevole di ciò, dedicò un passaggio della sua opera a molti dei suoi maestri e amici accecati o resi miopi dalle loro stesse idee rivoluzionarie. “Quando penso ad Aragon, Neruda, Alberti e ad altri famosi scrittori e poeti stalinisti, sento lo stesso brivido che mi dà la lettura di certi passaggi dell’<em>Inferno</em>. Cominciarono in buona fede, senza dubbio”. Tuttavia il loro rifiuto di “chiudere gli occhi dinanzi agli orrori del capitalismo e ai disastri dell’imperialismo in Asia, in Africa e nella nostra America” e quella “spinta generosa di indignazione di fronte al male e di solidarietà verso le vittime, li intrappolò di causa in causa impercettibilmente, tanto che, avviluppati da una rete di menzogne, falsità, inganni e spergiuri, persero l’anima”. Costoro persero l’anima non perché fossero cattivi poeti, ma perché abbracciarono la Storia come una religione, ovvero come una marcia inarrestabile verso un futuro carico di redenzione.</p>
<p>Fin dai tempi di Rimbaud il poeta moderno si è considerato un veggente, qualcuno in grado di vedere il futuro. Ed è precisamente ciò, la sua ansia di futuro, che lo ha reso molte volte cieco di fronte al presente. Paz una volta ricordò a un gruppo di amici la figura di Farinata degli Uberti mentre confidava a Dante che dopo il Giudizio Universale i dannati avrebbero perduto il loro unico privilegio, la doppia vista. “Non potranno prevedere il futuro perché non ci sarà futuro”. Si tratta di un’idea insostenibile per un poeta moderno, secondo Paz, perché tutti i poeti moderni, anche quelli come lui che si erano inoltrati per lunghi periodi nelle antiche civiltà dell’Estremo Oriente, dell’India e dell’America precolombiana, avevano sopravvalutato il futuro. Che fare? Abbandonare ogni utopia, ogni volontà rivoluzionaria, ogni desiderio di cambiamento? Accettare il Giudizio Universale, la fine della Storia? Non credo che Paz pensasse, come Fukuyama, che il trionfo del liberalismo fosse la fine della Storia. Per lui si trattava della fine della visione hegeliano-marxista della Storia: “La Storia”, affermò in <em>Pequeña crónica de grandes días</em>, “non è un assoluto che si realizza, ma un processo che incessantemente afferma e nega se stesso. La Storia è tempo: nulla in essa è permanente. Accettarlo è l’inizio della saggezza”. Tale saggezza, tuttavia, non gli permise di rassegnarsi a quello “stato di insensibilità equanime” che la “società tecnologica distribuiva a tutti come una panacea”. Questa patologia non era stata diagnosticata da nessuno, tanto meno dai suoi maestri Marx e Tocqueville.</p>
<p>Non credo che Paz rinunciò mai a quella che una volta chiamò “la tradizione della rottura”: “voler essere moderni sembra una follia, ma siamo condannati ad esserlo, poiché il futuro e il passato ci sono preclusi. La modernità non consiste nel rassegnarsi a vivere in questo fantomatico presente che chiamiamo XX secolo. La modernità è una decisione, un desiderio di non essere come coloro che ci hanno preceduto e un desiderio di essere l’inizio di un altro tempo”. Certo, nel corso degli anni Ottanta, Paz si rese conto che tale movimento si era inceppato, che la rottura priva di tradizione non faceva che produrre “novità”, <em>news</em>. Non sapeva se stava vivendo la fine o il rinnovamento della modernità. Si accorse tuttavia che per continuare a essere moderni – un desiderio, una decisione e una condanna a cui non ci si può sottrarre – bisognava diventare antimoderni. Breton, il suo amico e maestro surrealista, aveva detto molto tempo prima che “<em>la véritable existence est ailleurs</em>”. Paz lo correggerà affermando che quell’altrove è qui. La vera vita, infatti, non si oppone alla vita quotidiana, ma è la percezione “di un bagliore di <em>alterità</em> in qualsiasi nostro atto, senza escludere i più banali”. Solo che, come scrisse in uno dei suoi ultimi libri, <em>La otra voz</em>, la poesia moderna del XXI secolo, se vorrà essere in grado di cogliere tale “alterità”, non potrà limitarsi ad ascoltare la voce del qui ed ora, ma quella più profonda e più antica, l’altra, quella dell’inizio: “Una poesia può essere moderna grazie ai suoi temi, al suo stile e alla sua forma, ma per sua natura è una voce antimoderna. La poesia esprime realtà estranee alla modernità, mondi e stratificazioni psichiche che non solo sono più antichi ma anche impermeabili ai cambiamenti della storia”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il disonore dei poeti</strong></p>
<p>Paz ritornò spesso a meditare su un libro di uno dei suoi più cari amici francesi, Benjamin Péret, un anarchico che aveva attraversato il trockismo e il surrealismo senza perdere la sua anima libertaria. Il libro si intitolava <em>Il disonore dei poeti</em> ed era uscito nel 1952, un anno dopo <em>L’uomo in rivolta</em> di Albert Camus e in pieno dibattito parigino sull’impegno politico che scrittori e poeti dovevano abbracciare se volevano incarnare i valori di libertà e giustizia che si trovavano per forza di cose nel popolo, in coloro cioè che non avevano voce in capitolo né i mezzi per esprimerla. Cosa diceva Péret? Due cose che oggi più di allora mi sembrano essenziali. In primo luogo che “<em>ogni poesia che esalti una libertà volutamente indeterminata cessa immediatamente di essere una poesia e, di conseguenza, costituisce un ostacolo alla liberazione totale dell’uomo, perché lo inganna mostrandogli una libertà che dissimula nuove catene”</em><em>. Poi, che </em>“non spetta al poeta alimentare negli altri un’illusoria speranza umana o paradisiaca, né disarmare gli spiriti infondendo loro una fiducia illimitata in un padre o in un leader contro cui qualsiasi critica diventa sacrilegio. Al poeta spetta invece pronunciare le parole sacrileghe e le blasfemie permanenti”. Al poeta onorevole spetta, in altre parole, un unico impegno: ascoltare qui ed ora, quale che sia la sua condizione storica e la sua volontà di cambiamento, “l’altra voce”, la voce che viene prima di ogni modernità, che è antimoderna perché è insensibile ai cambiamenti della Storia, che non nutre “nessuna illusoria speranza umana o paradisiaca” e che, per questa ragione, è in grado di pronunciare sempre “parole sacrileghe e blasfemie permanenti”.</p>
<p>La rivoluzione e la poesia, per l’ultimo Paz, nascono dallo stesso desiderio: sono tentativi di distruggere il tempo presente e di instaurare un <em>altro</em> tempo. Tuttavia il tempo della poesia non è il tempo della rivoluzione, il tempo della ragione critica, il tempo delle utopie: “è il tempo prima del tempo, il tempo della vita anteriore che riappare nello sguardo del bambino, il tempo senza date”. Per l’ultimo Paz il poeta è critico perché antimoderno ed è antimoderno perché critico.</p>
<p>*</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lezioni di assenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/26/lezioni-di-assenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2023 06:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alejo Carpentier]]></category>
		<category><![CDATA[America latina]]></category>
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		<category><![CDATA[biografia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Cocteau]]></category>
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		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione cubana]]></category>
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					<description><![CDATA[Un articolo del grande scrittore cubano <strong>Alejo Carpentier </strong> <br /> seguito da un estratto dell'introduzione al suo libro di saggi curato da <strong>Massimo Rizzante </strong><br />]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[L’età dell’impazienza <em>(Mimesis 2022)</em> <em>raccoglie per la prima volta in volume per il lettore italiano, a cura di</em> <strong>Massimo Rizzante</strong>, <em>parte del lavoro saggistico e giornalistico del grande scrittore cubano</em> Alejo Carpentier. <em>Presentiamo qui un suo saggio, e un brano dell&#8217;introduzione di Rizzante.]</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>di <strong>Alejo Carpentier</strong></p>
<p>Il diciannove maggio scorso, a mezzanotte, un immenso transatlantico olandese levava l’ancora da Rotterdam per fare rotta su New York&#8230; Faceva freddo. Le luci delle birrerie del porto pulsavano nella notte, provocando tristi iridescenze sulla superficie increspata dalle onde. Una sirena arrochita lanciava un segnale di addio sopra i cupi tetti della città – un segnale che andava a morire al di là dei sobborghi, sui canali d’acqua stagnante e i campi di tulipani.</p>
<p>Un cubano viaggiava a bordo della nave.</p>
<p>Nel bar <em>deserto</em>, davanti a un solitario <em>scotch and soda</em>, il passeggero assaporava l’istante solenne in cui si decide di cambiare vita&#8230; Una decisione il cui oggetto simbolico, in questo caso, era un’elica che girava a vuoto. Che cosa si lasciava alle spalle? Molti anni di lavoro. Una casa piena di ricordi nel più bel quartiere di Parigi. Amici. Affetti. I piaceri dell’arte. Abitudini. Libri in cantiere. Una cantata, scritta in collaborazione con il più grande compositore francese vivente, Darius Milhaud, di cui non avrebbe potuto assistere alla prima&#8230;</p>
<p>Le ragioni di tale diserzione?&#8230; Bisognava forse cercare pressioni di ordine esterno?&#8230; No. In quel momento la minaccia della guerra non era all’orizzonte. A Parigi le cose andavano bene. Si guadagnava facilmente. La capitale era sempre molto seducente. La vita era bella&#8230; E allora perché?&#8230;</p>
<p>Conoscete quella malattia incurabile che si chiama “noia di un continente”?&#8230;</p>
<p>Il cubano, tutto solo nel bar deserto del transatlantico, ne soffriva.</p>
<p>Quel cubano, ero io.</p>
<p>*</p>
<p>Jean Cocteau ha detto una volta che l’esibizione dell’intelligenza allo stato puro lo annoiava. E continuava domandandosi se in futuro le grandi opere sarebbero state quelle che avrebbero rivelato “un’intensità del cuore”.</p>
<p>Ovvero: un immenso potenziale di sentimenti, bontà, generosità&#8230;</p>
<p>O ancora meglio: una totale inclinazione all’entusiasmo proiettata sulle cose e gli uomini dal fondo del nostro essere.</p>
<p><em>Essere capaci di amare, senza alterare il nostro amore per il senso critico. </em></p>
<p>L’europeo è senz’altro l’uomo che per eredità e formazione è il più intelligente del mondo. Ma questa intelligenza, attraverso il continuo affinamento del senso critico – facoltà di controllo – ha alla fine neutralizzato le sue capacità emotive e ha distrutto in lui ogni slancio affettivo.</p>
<p>Stravinskij trascorre un anno a comporre una partitura geniale. Armand Salacrou crea il suo monumentale <em>Savonarola</em>. Picasso espone una sintesi degli ultimi cinque anni dei suoi lavori. Un film di Renoir prende vita sullo schermo. E sapete qual è la reazione del pubblico? Beh, mostra il sorrisetto scettico dei personaggi di Marcel Proust. “È tutto molto bello, ma&#8230;”. “Niente male, ma&#8230;”. Sempre “ma”: garanzia suprema dell’uomo intelligente, che non si lascia ingannare dai trucchetti del genio.</p>
<p>Il problema è che questo “ma” lo si ritrova anche nei sentimenti. Così come scoppiare a ridere è considerato dagli inglesi una mancanza di educazione, allo stesso modo per la maggioranza degli europei il fatto di amare sinceramente qualcuno significa non conoscere le buone maniere&#8230; Le grandi passioni non possono far parte delle società civilizzate. Gli amanti di buon lignaggio si danno del voi. Sacha Guitry tiene raffinate conferenze per mettere sotto accusa quella barbarie che va sotto il nome di gelosia. L’amore è un’ottima cosa, un passatempo gradevole – il migliore che si sia inventato fino ad oggi –, ma a condizione che non sconvolga la nostra vita quotidiana, facendoci cambiare abitudini o mettendo a rischio i nostri interessi. Ogni individuo se si trova in uno stato di “cristallizzazione stendhaliana” è considerato con sospetto dalla borghesia europea, come fosse un malato contagioso, poiché, a causa di questa “cristalliz- zazione”, può essere a volte messo di fronte al fatto compiuto&#8230; Infatti, di tanto in tanto, succede che l’istinto riesca a prendersi una rivincita sulla civiltà.</p>
<p>A forza di speculare sull’intelligenza, la maggioranza degli europei è stata colpita da impotenza sentimentale. Per gli europei le parole “amico”, “amante”, “donna” non hanno il senso assoluto che noi attribuiamo loro. L’amicizia è una pianta che il più del- le volte si coltiva per ragioni di convenienza reciproca&#8230; L’amore cessa di essere interessante se esige un minimo di sacrificio o di forza morale e fisica. E soprattutto non ci si deve dare mai completamente né a parole né per iscritto!&#8230; Conservare la propria indipendenza! Non rinunciare a nulla!&#8230;</p>
<p>Uno dei miei amici, che ha vissuto a lungo in Europa, mi ha spiegato perché preferisce Cuba con questa frase piena di buon senso: “Laggiù non si vive con i monumenti né con le opere d’arte. Si vive con le persone”.</p>
<p>E io vi confesso che oggi, lasciando il porto di Rotterdam, ne ho abbastanza degli europei.</p>
<p>*</p>
<p>Non vi azzardate mai a confidare qualcosa a un amico europeo. Non raccontategli le vostre preoccupazioni e non cercate il suo sostegno in un momento di abbattimento. Non otterrete che una mano sulla spalla e una vaga formula di solidarietà: “Mio povero amico&#8230;”.</p>
<p>A un certo punto della mia vita collaboravo a un programma radiofonico con un uomo che stimavo e per cui provavo affetto. Sentimenti, credo, reciproci&#8230; Un mattino, dopo una telefonata, l’ho visto impallidire. Con voce tremante mi ha pregato di sostituirlo e di terminare il lavoro. Di fronte al suo riserbo, non avevo osato porgli nessuna domanda. Ma nel pomeriggio, ritornato in ufficio, mi ha rivelato il contenuto della chiamata: “Mi hanno annunciato che mia madre era morta a causa di una crisi cardiaca”. Mi sono stupito che fosse di nuovo in ufficio. Ed ecco la risposta che mi ha dato, una risposta inconcepibile nel mio paese: “La società per cui lavoro non ha niente a che vedere con la mia vita privata!&#8230; Bisogna pur preparare il programma di questa sera!”. Che uomo! – mi direte. Mentre io direi: che mancanza di umanità! Ciò che è più grave è che a quell’uomo non si può rimproverare la sua insensibilità. Questa è il prodotto della vita dura e difficile che in Europa comporta il desiderio di conservare il proprio posto di lavoro e di guadagnare a tutti i costi. Almeno a Parigi, infatti, non esiste una via di mezzo tra vittoria e sconfitta. O si conduce una vita da miserabili o una vita piena di soddisfazioni&#8230; Se siete un perdente o qualcuno di inutile, avrete molto tempo. Nessuno, infatti, vi chiamerà. Ma se siete un vincente e avete un posto di responsabilità, le vostre attività vi proibiranno di godervi la vita. Non vi lasceranno in pace un solo momento. E dato che dovrà essere disponibile a date e a ore fisse, questo uomo fortunato – che, facendo parte di quella Parigi in cui si è ricchi e vincitori, è caduto nel diabolico ingranaggio – finisce per diventare schiavo dei suoi doveri. Non ha più tempo di amare, di distrarsi, di mangiare&#8230; Durante i miei ultimi quattro anni in Europa ho avuto giornate di lavoro che cominciavano alle nove del mattino e terminavano tra le dieci della sera e le due del mattino seguente!&#8230; Per tutto riposo sette ore di sonno e due pasti rapidi di circa venti minuti&#8230;</p>
<p>E tutto questo a Parigi, città dove le donne sono affascinanti, la cucina eccellente, i teatri meravigliosi, dove ci sono grandi stagioni liriche e nightclub di qualità! Che ironia della sorte!&#8230;</p>
<p>Che ci volete fare! Nei nostri paesi si gode ancora di un’esistenza a “misura d’uomo”, dal ritmo umano&#8230; Ci sono certamente meno opere d’arte per le strade, meno dipinti famosi nelle gallerie&#8230; Ma almeno abbiamo il tempo di riflettere, di leggere, di riempire le inevitabili lacune intellettuali tipiche di una civiltà nuova.</p>
<p>*</p>
<p>Alla Banca di Londra si osserva una curiosa tradizione. Ogni sera il custode del palazzo deve invitare a cena un granatiere della Guardia Reale accompagnato da un amico. Il pasto è composto da pollo arrosto e una bottiglia di champagne&#8230; Questa usanza dura da centinaia di anni, in ricordo dell’intervento eroico dei granatieri in difesa dei fondi statali.</p>
<p>Trovo che l’uomo europeo abbia ragione a conservare tradizioni di questa natura. Quel che trovo meno sano è che si lasci tiranneggiare ogni giorno da abitudini e istituzioni che non gli rendono nulla e che mettono direttamente in pericolo la sua in- dipendenza e il suo benessere.</p>
<p><em>Loge</em>, nella mitologia nordica, è il nome del dio del fuoco. <em>Loge </em>in francese appartiene al vocabolario del teatro&#8230; Ma questa parola, in francese, ha anche un altro significato: è il nome che si dà di solito a un piccolo appartamento che odora di cucina e che si trova a destra o a sinistra dell’entrata di ogni palazzo di Parigi. La persona che vi abita è un essere scorbutico, malpagato, sempre dipendente dalle mance, che si chiama “<em>Madame la concierge</em>”, la signora portinaia. L’utilità della portinaia è estremamente difficile da valutare. Del resto, non si trova in tutte le città dell’universo. Teoricamente dovrebbe curarsi del palazzo, fare le pulizie, prendere la posta, dare informazioni ai visitatori, consegnare le bollette e l’affitto e avvisare per tempo che l’ascensore – oh gli ascensori antidiluviani di Parigi! – non funziona “a causa di lavori di manutenzione”.</p>
<p>In realtà, in novantotto casi su cento, il suo ruolo è tutt’altro. Furiosa perché è stata costretta ad alzarsi in piena notte per aprirvi il portone, furiosa perché le mance del mese non erano di suo gradimento, la portinaia diventa a poco a poco vostra nemica instaurando nel palazzo un regime di terrore. Ogni vostro gesto è spiato, analizzato e spiattellato a tutto il quartiere. La posta comincia ad arrivare in ritardo. Ai vostri fornitori si danno false informazioni, etc., etc. Il geniale Max Jacob ha scritto interi romanzi sui diktat delle portinaie di Parigi, raccontandoci con umorismo la storia di quel buon uomo che “si appropinquava alla grandezza morale” grazie alle sofferenze che gli infliggeva la sua portinaia. Il cantautore Tre-ki ha composto più di cento canzoni sull’argomento. Theodore Dreisler ha trattato il tema in una celebre conversazione pubblicata nell’“Intransigeant”. E conosco un celebre accademico di Francia che non osa rientrare a casa dopo la mezzanotte per timore delle rimostranze della sua portinaia.</p>
<p>Attenzione, comunque, a contrariare le portinaie parigine! Sono una vera potenza. Un’istituzione. Sono miliardi e miliardi&#8230; E, inoltre, godono di un privilegio perfettamente immorale concesso loro da un decreto del diabolico Fouché, ministro della Polizia sotto Napoleone: sono tutte informatrici della polizia. Il che vuol dire che ogni abitante di Parigi ha un gendarme in casa.</p>
<p>E questo continua e continuerà per sempre nella città, spiritualmente parlando, più civilizzata del mondo! Le tradizioni! Le tradizioni!&#8230; Le tradizioni che, a lungo andare, distruggono i nervi degli uomini che come noi sono nati in paesi veramente liberi.</p>
<p>*</p>
<p>Non sono mai stato d’accordo con lo spirito della “Revista mundial”, né con le cronache di Gómez Carrillo&#8230; I collaboratori di Rubén Darío amavano troppo ciecamente l’Europa. La amavano al punto da rinnegare l’America. Tutta la loro esistenza era retta dall’angosciante preoccupazione di vivere il più possibile nel vecchio continente e temevano il ritorno in patria come una vera maledizione.</p>
<p>Per gli uomini della nostra America conoscere l’Europa è una cosa indispensabile, come conoscerne le idee e i costumi. Nessuno lo mette in discussione&#8230; Ma è anche vero che paesi con una profonda tradizione filosofica come la Germania, che cadono improvvisamente sotto il giogo di uno Streicher, finiscono per farci dubitare del vero valore della loro intelligenza&#8230; Se possono insegnarci molto, anche noi possiamo insegnare loro moltissime cose, soprattutto dal punto di vista dei valori umani.</p>
<p>La principale virtù di un lungo soggiorno in Europa dovrebbe essere quella di insegnarci a lavorare più efficacemente a favore del nostro paese. Il nostro celebre vinello può trasformarsi, grazie al nostro strenuo lavoro, in un eccellente vino alsaziano&#8230; Perché, alla fine, sono sempre più convinto che ormai solo in America si trovi quell’“intensità del cuore”, quella <em>facoltà di entusiasmarsi </em>che Jean Cocteau cercava nella grande opera d’arte dell’avvenire.</p>
<p>*</p>
<p>Ecco perché saluto con gioia l’inizio del 1940&#8230; Questa volta la notte di San Silvestro mi troverà in patria, immerso nel paesaggio della mia infanzia, stanco di viaggiare&#8230; E senza il minimo desiderio di abbandonare il mio paese!</p>
<p>“Carteles”, La Habana, 1940</p>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-101459" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/i__id13839_mw600__1x-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/i__id13839_mw600__1x-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/i__id13839_mw600__1x-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/i__id13839_mw600__1x-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/i__id13839_mw600__1x-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/i__id13839_mw600__1x.jpg 600w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p><em>La modernità di Alejo Carpentier</em></p>
<p>di <strong>Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Non è certo una novità. Almeno per i lettori che ancora frequentano quella <em>terra incognita</em> che è il nostro passato prossimo e remoto: la biografia di un autore non ha importanza, è l’opera che conta.</p>
<p>Lo affermava anche Alejo Carpentier (1904-1980), scrittore e saggista cubano, nelle sue <em>Confesiones sencillas de un escritor barroco</em> (1964). Tutti gli scrittori degni di questo nome, antichi e moderni, classicisti e barocchi, lo hanno sempre saputo.</p>
<p>Poi, improvvisamente, dagli anni ottanta del secolo scorso, la biografia dell’autore ha cominciato a diventare più importante della sua opera.</p>
<p>Che cos’è successo? Uno strano virus biofiliaco si è insinuato anche nelle menti più raffinate, tanto che, ad esempio, i diari, le lettere, perfino i disegni di Kafka, uno scrittore dalla vita assolutamente anonima, sono diventati più autorevoli dei suoi romanzi e dei suoi racconti. Per non parlare di autori come Hemingway, la cui vicenda biografica è stata a volte più romanzesca di quella dei suoi personaggi. In questo caso l’opera è stata sistematicamente sostituita dalla volontà biofiliaca – una sorta di <em>gossip</em> accademico – di conoscere l’uomo che si nasconde dietro l’artista.</p>
<p>Le cose non sono andate diversamente se l’autore aveva subito in gioventù il fascino di qualche regime politico, o se si era trovato invischiato in quella che tutti gli adepti della religione del progresso chiamano fieramente la parte sbagliata della Storia: le opere di Borges, Orwell, Malaparte, Cioran, Bellow, Kundera (la lista sarebbe lunga) invece di essere interpretate attraverso la lente estetica sono state spesso giudicate da un tribunale ideologico.</p>
<p>Come se il presente, in virtù del suo essere presente, avesse sempre ragione! Come se gli uomini venuti dopo fossero sempre più intelligenti di quelli venuti prima! Per caso qualcuno oggi conosce un uomo o una donna più intelligente di Platone? Un amico, un giorno, verso la fine degli anni novanta del secolo scorso, epoca in cui il tribunale emetteva dalle pagine dei giornali ogni mese una condanna a scrittori e pensatori del XX secolo (credo che in quel momento fosse il turno di Heidegger), mi disse che tutta quella gente aveva sbagliato mestiere: avrebbero dovuto fare gli aguzzini o scavare fosse nei cimiteri pubblici.</p>
<p>Carpentier, avendo appoggiato fino alla fine la rivoluzione cubana ed essendosi “macchiato” di una certa cecità rispetto a quello che, soprattutto nel corso degli anni settanta del secolo scorso, il suo amico Fidel Castro aveva cominciato a infliggere a scrittori e intellettuali che si opponevano ai suoi diktat, ha subito un po’ la stessa sorte: è stato da una parte fin troppo esaltato e dall’altra ostracizzato. Risultato: una valanga di pomposi studi accademici da parte degli specialisti latinoamericani e un silenzio da congiurati o una metodica ignoranza da parte degli scrittori e dei critici europei.</p>
<p>L’opera ha a che fare con la vita di chi la crea, certo. Ma da qui a leggere l’opera dopo aver compulsato i referti clinici, i registri della polizia segreta e le tendenze sessuali dell’autore&#8230; Negli ultimi tempi, poi, gli stessi scrittori sembrano essere stati contagiati dal virus che qualche decennio fa aveva infettato i loro lettori. Che quest’ultimi, con il passare del tempo, glielo abbiano trasmesso? Sta di fatto che succede che si ammalino gravemente e che mostrino il decorso della loro malattia in una serie di video; o che si innamorino e postino in rete le foto della loro nuova fiamma; o ancora che incappino in una depressione e scrivano nel loro blog allarmanti richieste di aiuto. Lo fanno per dovere di cronaca? Perché se non si mettono in mostra temono di non esistere? O forse l’esibizione dei loro peccati e delle loro debolezze fa parte di una strategia di mercato? I lettori biofiliaci hanno infatti, secondo le case editrici e i pubblicitari, il sacrosanto diritto di conoscere fin nei minimi dettagli la vita dei loro idoli. Si tratta di narcisismo all’ennesima potenza? O semplicemente la vergogna, il pudore e la discrezione non fanno più parte della scala dei sentimenti umani? […]</p>
<p>*</p>
<p>Qualcuno ha detto, giustamente, che la produzione saggistica e giornalistica di Carpentier è quasi tanto importante quanto quella romanzesca. E, inoltre, copre tutte le arti e tutte le letterature. Carpentier poteva scrivere di qualsiasi letteratura europea come se si trattasse della sua, ma senza mai dimenticare – e in ciò è stato più unico che raro – che per comprenderla in profondità bisognava compararla con le letterature degli altri continenti, in particolare di quello americano. Conoscitore di tutte le avanguardie e di tutti i modernismi del XX secolo, fu l’unico scrittore latinoamericano a vivere da vicino “la rivoluzione surrealista” e il primo a far conoscere sin dagli anni trenta del secolo scorso agli intellettuali parigini, come al solito riluttanti ad avventurarsi oltre i propri confini, “i punti cardinali” del romanzo latinoamericano senza il quale la storia del romanzo del XX e del XXI secolo sarebbe incomprensibile. In ogni suo saggio, come in ogni suo articolo, si respira qualcosa che si è quasi totalmente perduto: un vero cosmopolitismo, attento alla Storia, alle singole civiltà, alle identità culturali e ai <em>décalage</em> cronologici tra i diversi paesi. E qualcosa di ancora più perduto in questa nostra seconda Modernità – che nessuno ormai, dopo quarant’anni di equilibrismi filosofici e fulminanti carriere universitarie in suo nome, chiama più post-modernità – in cui al terrore e alla poesia del XX secolo sono subentrate nel XXI l’anestesia dei sensi e l’assenza di ribellione: una capacità di amare l’opera altrui senza alterare il proprio amore per il senso critico.</p>
<p>Mentre traducevo gli articoli, i saggi, le cronache e le interviste di Carpentier (una goccia nel mare della sua enorme produzione!) mi chiedevo se i temi, gli autori, le idee che vi sfilavano e perfino il modo in cui erano esposti facevano parte del mio mondo, o se invece erano stati seppelliti sotto un chilometro di “post-verità”, come oggi dicono quelli che la sanno lunga. Cioè, in pratica, di false verità. Di verità a cui si aggiunge il prefisso “post” perché non si è in grado di afferrare l’irruzione di una nuova realtà attraverso la creazione di un nuovo vocabolo o peggio, perché si desidera semplicemente intorbidare le menti. Che cosa avrebbe detto Carpentier di tutti i nostri “post”, “neo”, “trans” che dall’epoca della sua morte affibbiamo a qualsiasi parola? “Transavanguardia”, “post-umanità”, “post-letterario”, “post-comunismo”, “post-fascismo”, “neo-liberismo”, “neo-umanesimo”, “transculturalità” e così di seguito, <em>ad libitum</em>, fino alla fine della Storia… Ecco, lui, così attento a tutte le tappe storiche dell’umanità (dal Neolitico, in cui ancora vivevano molte tribù dell’America Latina negli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso, fino ai continui sconquassi e massacri degli anni sessanta e settanta provocati da qualche dittatore), tanto da farne costantemente il punto di partenza e materia narrativa di tutti i suoi romanzi, da <em>Il regno di questo mondo </em>(1948<em>) </em>fino a <em>L’arpa e l’ombra</em> (1979) passando per <em>Il secolo dei lumi</em> (1962) e <em>Concerto barocco</em> (1974)<em>,</em> avrebbe forse affermato che i nostri poveri suffissi posti davanti ad una moltitudine di parole note rivelano sì la necessità di qualcosa di nuovo, ma una necessità non supportata purtroppo da un vero coraggio di inoltrarsi nell’ignoto. Avrebbe affermato che, se non troviamo le parole per dire porzioni di realtà che ci sembrano nuove, ciò significa solo due cose: che non abbiamo rischiato abbastanza la pelle o che quelle porzioni di realtà sono state già scoperte e che stiamo solo rifacendo il verso a chi ci ha preceduto. Credo che, agli occhi di Carpentier, questo spreco di “post” e “neo” avrebbe rivelato anche un’altra cosa: la nostra resa, questa sì “post-storica”, a concepire come valore la continuità della Storia. Avrebbe rivelato la nostra totale perdita di fiducia nel passato come nel futuro e di conseguenza nella possibilità di ritrovare nell’uomo del XXI secolo caratteristiche e costanti dell’uomo non solo del XX secolo, ma di tutti i secoli precedenti.</p>
<p>*</p>
<p>Per Carpentier, grande conoscitore delle religioni e delle culture afrocubane e precolombiane e delle cosmogonie del suo continente, l’uomo è un essere storico in guerra contro il tempo, la cui aspirazione all’eternità, ovvero a un tempo atemporale in cui si troverebbero sincronizzati tutti i tempi storici, è asintotica, infinita. Anche per Carpentier <em>polemos</em> è il padre del mondo e l’uomo – come del resto i suoi <em>alter ego</em> immaginari, i personaggi romanzeschi – non può che accettare con “spirito prometeico” l’agone:</p>
<p>Si è detto che i miei personaggi mostrano di solito un atteggiamento pessimista perché non sembrano mai completamente soddisfatti di quello che hanno realizzato. Ma l’uomo <em>completamente soddisfatto di quello che ha raggiunto</em> e che non cerca <em>più in là</em>, si immobilizza. In altre parole, smette di vivere pienamente. La grandezza dell’uomo risiede nel suo “non riposare sugli allori”, per usare un’espressione popolare. Ogni giorno, una volta sveglio, deve entrare nella vita con spirito prometeico, dicendosi: “Fino a oggi non ho fatto nulla”, per quanti siano stati fino a quel momento i suoi apparenti successi…</p>
<p>Sorge la domanda: dove si manifestano questi istanti di sincronizzazione più o meno perfetta di tutti i tempi storici? Risposta di Carpentier: nelle pratiche magiche, nei riti religiosi, nella musica, nell’arte e, in tempi più recenti, nel romanzo e nel racconto, che l’autore ha sempre concepito in forma di microromanzo.</p>
<p>Non è un caso che la sua raccolta di racconti, pubblicata nel 1958 e poi di nuovo nel 1971, prenda questo titolo: <em>Guerra del tempo</em>. Al suo interno c’è un racconto, intitolato <em>Simile alla notte</em>, che mi è sempre sembrato contenere l’essenza non solo dell’estetica dell’autore, ma anche della sua concezione dell’uomo in relazione alla Storia e al tempo. Diviso in quattro brevi capitoli, il racconto narra di come, in una sola notte, un personaggio attraversi secoli e secoli di Storia: è allo stesso tempo un soldato greco che attende di salpare per Troia; un soldato spagnolo del XVI secolo in procinto di andare a conquistare il Nuovo Mondo; un soldato francese del XVII secolo che sta per raggiungere un esercito di colonizzatori nell’America del Nord; un soldato del XII secolo che, vittima di una malattia, non riuscirà ad aggregarsi ai suoi compagni in partenza per la quarta Crociata; un soldato che attende di partecipare alla Prima guerra mondiale; un soldato dell’esercito anglo-americano che si prepara allo sbarco in Normandia. Carpentier riunisce, in una sola notte, molte generazioni umane. Alcuni dettagli permettono di distinguere le diverse epoche. Tuttavia, tali dettagli non sono presenti per rendere realistica la narrazione, ma per mettere maggiormente in evidenza la stessa situazione che si ripete in ogni epoca. L’ambiente può ben cambiare, ma la situazione del soldato alla vigilia della sua partenza per la guerra è sempre la stessa: la paura, la speranza, il congedo dalla famiglia, l’ultimo saluto all’amata, il richiamo della vita, il destino di morte sono gli stessi. […]</p>
<p>Tutti noi siamo individui unici e irripetibili nella misura in cui siamo in grado di sopportare l’enorme peso della ripetizione. La seconda, la terza, la centesima volta in cui ci troviamo a letto con la stessa donna le nostre sensazioni non sono più così forti come quelle che abbiamo provato la prima volta. E così quando ci ritroviamo per l’ennesima volta davanti alla stessa porta di casa, allo stesso binario alla stazione, alla stessa strada da prendere. Dipende dalla nostra forza unica e irripetibile se non soccombiamo alla forza uniformante della ripetizione. Tuttavia siamo consapevoli che, senza la forza della ripetizione che ci opprime, non saremmo in grado di metterci a lottare contro il tempo allo scopo di vivere più intensamente, cioè liberi, apparentemente liberi, liberi per pochi istanti, dalla ripetizione. Perché, in realtà, dalla ripetizione non ci si può liberare. Una volta cambiata professione, donna o paese, la ripetizione, data la sua natura, dopo un po’, torna a farsi viva. Tuttavia questa impossibilità, per quanto sembri negare la nostra individualità e il nostro desiderio di cambiare, ci offre come contropartita una delle possibilità esistenziali più gratificanti: quella di entrare in dialogo con i nostri progenitori e con i nostri discendenti. Qualsiasi cosa accada, sia accaduta o accadrà, nella ripetizione di un gesto, di una parola, di un pensiero, perfino di un sogno, possiamo sentirci improvvisamente contemporanei a tutti gli altri uomini del passato e del futuro: è questa la solo forma di eternità concessa all’uomo storico in lotta contro il tempo. Con una postilla: che la ripetizione, vissuta con incanto e in modo solenne finché l’individuo ne conserva l’origine occulta e misteriosa (come spiegare altrimenti il valore della ripetizione nel rito, nelle religioni, nella musica, nella poesia, nella magia?) può mostrare il suo volto deforme e parodico, qualora l’individuo prenda atto che la Storia si è convertita in una ripetizione di avvenimenti privi di ogni legame con una fonte originaria, prelogica, prerazionale. […]</p>
<p>La grande sfida narrativa di Carpentier perciò non è quella di controllare la successione degli avvenimenti, ma di rivoltarsi contro la ferrea legge del tempo che passa: “L’angoscia – ha affermato – di fronte allo svolgimento del tempo e le modalità di questo svolgimento mi accompagnano da sempre”. Egli desidera rappresentare un personaggio andando al di là della costruzione psicologica. Perché? Perché pensa che la concentrazione di navi nell’<em>Iliade</em>, al momento dell’assedio di Troia, assomiglia, con le dovute proporzioni, a quella che ha avuto luogo prima dello sbarco in Normandia durante la Seconda guerra mondiale. Perché crede che un dialogo tra un calzolaio e una cliente facoltosa che desidera comprare un paio di stivaletti avvenuto in epoca ellenistica “è esattamente lo stesso” che avverrebbe oggi, nel XXI secolo. Desidera illuminare il presente attraverso il passato e illuminare il futuro avanzando <em>à rebours</em> verso le potenzialità inespresse del passato e del presente […]</p>
<p>*</p>
<p>Tuttavia Carpentier non sarebbe Carpentier, ovvero il padre fondatore del romanzo latinoamericano del XX secolo – romanzo barocco, epico, storico (“La Storia della nostra America pesa molto sul presente dell’uomo latinoamericano; pesa molto di più del passato europeo sull’uomo europeo”), realista e allo stesso tempo meraviglioso (“La realtà del nostro continente è naturalmente meravigliosa”), se non avesse, attraverso le sue opere romanzesche, soprattutto a partire dal viaggio ad Haiti del 1943 e dalla risalita del fiume Orinoco del 1950 che gli avrebbero rivelato la sua missione “americanista”, reclamato, rivendicato e imposto la presenza della natura, dei miti, delle religioni, delle culture dell’America Latina all’interno dei confini del tempo e della Storia, fino a quel momento patrimonio esclusivo del romanzo europeo. Per quanto oggi, perfino le generazioni più giovani di scrittori latinoamericani tendano a trascurarlo, non dimentichiamo il grande gesto inaugurale di Carpentier: è stato attraverso le sue opere romanzesche, soprattutto quelle degli anni quaranta e cinquanta, che l’universalismo europeo ha dovuto riconoscere per la prima volta l’identità americana con la sua natura, le sue razze, le sue religioni, i suoi miti, le sue culture; che l’Europa ha dovuto accettare, seppure spesso a malincuore, che il romanzo, la musica, le arti dell’America Latina non erano appendici esotiche ma parti integranti del suo corpo storico e culturale; che, infine, la parabola discendente del Vecchio Mondo, iniziato con la Prima guerra mondiale, aveva qualche possibilità di interrompersi solo se l’Europa si fosse resa conto delle profonde contaminazioni reciproche che dal 1492 avevano segnato le culture delle due sponde dell’Atlantico.</p>
<p>Non sono nello stato d’animo di chiedermi se dall’anno della morte di Carpentier il declino del Vecchio Mondo abbia subito qualche intoppo o abbia al contrario continuato a declinare. Ciò che invece mi chiedo è: la cultura europea nel corso di questi ultimi quarant’anni ha ascoltato, letto, meditato sull’opera di Carpentier? Ha davvero riconosciuto come suo patrimonio spirituale il tempo e la Storia dell’America Latina? Dopo Borges, Bioy Casares, Arlt, Marechal, Reyes, Rulfo, Paz, Alejandra Pizarnik, Nicanor Parra, García Márquez, Sabato, Mutis, Monterroso, Monsiváis Elizondo, Macedonio Fernández, Fuentes, Vargas Llosa, Cortázar, Onetti, dopo Saer, Pitol, Arenas, Lamborghini, Puig, Wilcock, Piglia, dopo Villoro, Daniel Sada, César Aira, Fresán, Volpi, Palou, Rey Rosa, Alan Pauls, gli scrittori europei, e in particolare quegli italiani, hanno fatto i conti con le scoperte del romanzo latinoamericano? Hanno compreso che cosa ha significato e significa per la storia del romanzo del XX e del XXI secolo?</p>
<p>Un giorno, negli anni novanta del secolo scorso, dopo aver letto <em>Notturno cileno</em> di Roberto Bolaño, ho scritto che oggi un autentico scrittore europeo dovrebbe per forza di cose sentirsi latinoamericano. Bolaño, infatti, diceva di essere sia l’uno che l’altro, avendo appreso in egual misura da Rabelais che da Borges. Non so se Bolanõ concepisse, come faceva Carpentier, l’America Latina come una proiezione utopica e rigeneratrice dell’immaginario europeo, o piuttosto come una sorta di manicomio, ricettacolo di tutte le follie, le crudeltà e i sogni deliranti che l’Europa riesce a esorcizzare arrogandosi il ruolo di paladina dei diritti umani. Ma, restando nel limbo, non si conosce l’inferno. Il fatto è che se la “vocazione europea” dell’America Latina è presente da Carpentier a Bolaño, l’appello latinoamericano è rimasto, a mio avviso, pressoché lettera morta in Europa e nel nostro paese. Il culto di Bolaño non basta. Un autore, avrebbe detto Carpentier, non è sufficiente a creare uno “stile romanzesco”, così come non basta a farlo conoscere. A meno che l’America Latina per il lettore e per lo scrittore europei e italiani non sia quella <em>Kitsch</em>, magico-realista, sciropposa, telecomandata dalle agenzie pubblicitarie, tappezzata da tramonti tropicali, sentimenti assoluti e simpatiche canaglie che si incontra nei best-sellers di Isabella Allende, Luis Sepúlveda e Ángeles Mastretta […]</p>
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		<title>«El comunismo no pasará». La destra latinoamericana alla prova della pandemia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Nov 2020 06:00:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di <strong>Camillo Robertini</strong></p>
L'America Latina, da almeno sei anni a questa parte, vive uno dei periodi di maggiore incertezza dalla fine delle dittature militari degli anni Ottanta]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-87087" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/cuba-1379112_1920.jpg" alt="" width="1920" height="1080" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/cuba-1379112_1920.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/cuba-1379112_1920-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/cuba-1379112_1920-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/cuba-1379112_1920-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/cuba-1379112_1920-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/cuba-1379112_1920-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/cuba-1379112_1920-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>di <strong>Camillo Robertini</strong></p>
<p>Le manifestazioni anti-Covid dei mesi scorsi, i raduni <em>no-mask</em> del 10 ottobre e le recenti insurrezioni napoletane non rappresentano un fenomeno locale e isolato, ma rispondono sempre più spesso a dinamiche che si sviluppano a cavallo tra gli stati e si rincorrono sui <em>social network.</em> Come la campagna elettorale statunitense ci ha insegnato, al momento giusto la <strong>negazione</strong> della pericolosità del virus o della necessità della profilassi può essere capitalizzata nelle urne. In questo modo l’apparizione e la sparizione delle mascherine in mano a Salvini o alla Meloni e le imprecazioni di Trump o Bolsonaro rispondono al calcolo politico e alla capacità simbolica che gesti così forti hanno sull’opinione pubblica.</p>
<p>Queste considerazioni, come visto, sono valide per innumerevoli paesi e assumono un significato ancora più preciso se le riportiamo all’<strong>America Latina che, da almeno sei anni a questa parte, vive uno dei periodi di maggiore incertezza dalla fine delle dittature militari degli anni Ottanta</strong>. Da quando le <strong>destre</strong> si sono <strong>affermate</strong> in diversi paesi per via elettorale (Cile e Argentina) oppure attraverso colpi di Stato più o meno palesi (Brasile e Bolivia) le lancette della storia sembrano essere tornate indietro, agli anni Settanta, quando i blocchi occidentale e sovietico si disputavano l’egemonia sull’area. Il contesto della <strong>pandemia</strong> sembra aver accentuato una <strong>polarizzazione</strong> tra i movimenti politici che propiziano una redistribuzione della ricchezza, sempre nella cornice degli ordinamenti liberali e delle destre rabbiose che presentano i timidi tentativi di redistribuzione come “pasos hacia Venezuela”, “vía al socialismo”.</p>
<p>Nel contesto continentale si sta manifestando con tutta la sua forza una <strong>egemonia delle nuove destre</strong> che, inaspettatamente, fanno ricorso a due antichi e potenti strumenti retorici: l’anticomunismo e la minaccia che i paesi della regione si trasformino in regimi comunisti e il rischio che i movimenti “populisti” pongano fine alla proprietà privata.</p>
<p>Rapidamente <strong>archiviata la fase progressista</strong>, che soprattutto fuori dall’America Latina aveva fatto sperare che dei governi riformisti potessero porre fine alle secolari ingiustizie di una delle porzioni più diseguali del pianeta, in diversi paesi le <strong>spinte reazionarie</strong> hanno assunto una forza inattesa. Così, dal 2015 in avanti uno ad uno sono caduti i governi di centro-sinistra, soppiantati da presidenti catechizzati al culto dell’individualismo e del governo supremo del libero mercato.</p>
<p><strong>Una “nuova” guerra fredda e il peso della storia</strong><br />
Nel contesto di emergenza attuale possiamo osservare come una vicenda su tutte abbia polarizzato la discussione e si sia trasformata in una referenza tanto per la destra come per la sinistra: il <strong>Venezuela</strong>. Lo scontro sempre più vivo tra sostenitori e detrattori del governo di Nicolás Maduro e la condanna da parte dell’Onu della repressione contro l’opposizione ha fatto sì che attorno al “caso Venezuela” si riaccendessero <strong>antiche retoriche</strong> e discorsi che sembravano oramai assopiti. A più voci è stato chiesto un intervento armato degli USA, e lo stesso Trump si è detto più volte disponibile a “difendere la proprietà privata” e pronto a “estirpare” il socialismo dall’America Latina. Il <strong>fantasma del comunismo</strong> viene adoperato dai mezzi di comunicazione e dalle destre per delegittimare anche il più timido tentativo di rompere con le regole del <strong>gioco neoliberale</strong>. Così, la decisione di nazionalizzare un’impresa privata che speculava sulle esportazioni di soia dall’Argentina all’estero o porre un freno ai licenziamenti in pandemia vengono recepiti come tentativi di “sovvertire” l’ordine (neoliberale) costituito.</p>
<p>L’anticomunismo che riemerge in questo periodo si basa anche sullo sforzo che <strong>le corporazioni dell’informazione</strong> giocano rispetto al complesso quadro internazionale. Non di rado il gruppo <em>Globo</em> in Brasile, <em>Clarín</em> o <em>La Nación</em> in Argentina e <em>Mercurio</em> in Cile hanno presentato uno <strong>scenario da guerra fredda</strong> nel quale le forze liberali si opporrebbero alla coalizione social-chavista. L’anticomunismo manifesto dei monopoli dell’informazione fa leva su un <strong>potentissimo strumento retorico: la storia</strong>. Negli ultimi anni si è fatta strada una ricostruzione del passato alquanto <strong>surreale</strong>, ma inaspettatamente capace di entrare nel patrimonio culturale della gente comune, secondo la quale i sussidi sociali, le politiche dei movimenti populisti e socialisti abbiano condannato la regione a una inevitabile decadenza. La fase dei <strong>governi della Izquierda del siglo XXI (2005-2015)</strong> viene additata e responsabilizzata per <strong>colpe</strong> che affondano invece le proprie origini nelle <strong>profonde disparità</strong> che si sono accumulate dalla <strong>colonizzazione</strong> delle Americhe in avanti. Così le responsabilità di cinquecento anni di <em>Vene aperte dell’America Latina </em>sono ricadute su quei governi che hanno provato, con evidenti limiti e con tutte le contradizioni del caso, a porre un freno all<strong>’ingiustizia sociale</strong>.</p>
<p>Un caso evidente di come l’uso del passato possa determinare il dibattito pubblico è rappresentato dal settantacinquesimo <strong>anniversario</strong> dalla nascita del <strong>peronismo</strong>. Il movimento di Juan Domingo Perón è stato festeggiato nelle principali piazze dell&#8217;<strong>Argentina</strong> dai sostenitori dell’attuale esecutivo Fernández, che hanno ricordato i progressi sociali compiuti dal proletariato argentino durante gli anni Cinquanta. In quell’occasione però è emersa una, non del tutto infondata, critica al <em>justicialismo</em> che, da diverse voci, viene considerato il perpetratore di alcuni problemi oramai strutturali dell’Argentina d’oggi: povertà, corruzione dei funzionari pubblici, Stato sociale “troppo generoso”, pressione fiscale fuori controllo e inflazione annua oltre il 50%. Per dirla con le parole di Agustín Laje, uno dei guru della nuova destra latina, i settantacinque anni di peronismo sono stati una fase di lunga <strong>decadenza</strong>. Per gli alfieri della nuova destra poco importa se tra la fondazione del peronismo e l’attualità l’Argentina abbia avuto <strong>cinque governi militari</strong>, il peso retorico dell’uso del passato è tale da non lasciare alcun dubbio: la causa di tutti i mali della regione è il populismo, in tutte le sue manifestazioni: peronismo, chavismo, lulismo e così via. Esso, secondo la teoria dei liberisti d’acciaio, avrebbe infettato una società sana e avviata verso un sicuro futuro di prosperità condannandola a una inevitabile povertà.</p>
<p>La storia è tornata a dettare l’agenda politica il <strong>12 ottobre scorso</strong>, in occasione dell’anniversario dell’uccisione del <strong>Che Guevara</strong> nella selva boliviana. Il presidente <strong>Bolsonaro</strong>, famoso per le sue uscite con le quali ha riabilitato la dittatura militare, è stato lapidario nel definirlo come un <u><a href="https://twitter.com/jairbolsonaro/status/1314618747039215618" target="_blank" rel="noopener">“delinquente comunista fonte di ispirazione dei drogati, feccia di sinistra”</a></u>. Dello stesso avviso è stata anche la presidenta dimissionaria della Bolivia, <strong>Jeanine Añez</strong>, che però si è spinta ancora più in là rendendo <strong>omaggio all’esercito boliviano</strong> che contrastò la <u><a href="https://twitter.com/camilateleSUR/status/1314748397899993088?s=20" target="_blank" rel="noopener">“miserabile invasione comunista del Che Guevara. La Bolivia ha dato una lezione a tutto il mondo: la dittatura comunista qui non trova terra feconda […] né l’invasione criminale e comunista del Che”.</a></u></p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="wp-image-87089 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/buenos-aires-508790_1920.jpg" alt="" width="1920" height="1440" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/buenos-aires-508790_1920.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/buenos-aires-508790_1920-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/buenos-aires-508790_1920-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/buenos-aires-508790_1920-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/buenos-aires-508790_1920-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/buenos-aires-508790_1920-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/buenos-aires-508790_1920-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/buenos-aires-508790_1920-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /> <em>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/matcuz-545267/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=508790">Matias Cruz</a> da <a href="https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=508790">Pixabay</a></em></p>
<p>Nel contesto attuale, con la <strong>pandemia</strong> che non sembra dare tregua ai paesi dell’America Latina, i governi al potere sono sempre più stretti tra la necessità di preservare la <strong>salute pubblica</strong> e le pressioni di quanti vogliono riaprire le proprie attività. Sulla scorta di un comprensibile malessere, quello di quanti vedono polverizzarsi la propria attività, si innestano le <strong>invettive delle nuove destre</strong> che con grande efficacia macinano consensi.</p>
<p>Nel giro degli ultimi mesi l’inseguimento da parte di molti politici liberali delle più fantasiose giustificazioni contro il <em>lockdown</em> li ha avvicinati d’un balzo alle <strong>posizioni più estremiste</strong> fino a poco fa condivise solamente da Bolsonaro e Trump. Un caso evidente è quello dell’ex presidente argentino <strong>Mauricio Macri</strong>, riconosciuto anche dai suoi rivali per il suo <em>aplomb,</em> che però dall’inizio della quarantena a oggi ha assunto posizioni <strong>al limite del negazionismo</strong>. In occasione del “banderazo nacional” del 13 ottobre che ha visto le principali piazze dell’Argentina riempirsi di negazionisti e oppositori all’attuale governo, Macri ha giustificato la violazione delle norme sanitarie indicando la disobbedienza civile come uno strumento irrinunciabile per salvare la costituzione “messa in pericolo” dall’autoritarismo dell’esecutivo.</p>
<p>Che si tratti dell’Argentina o della Bolivia, del Cile o del Brasile vi è un filo rosso che tiene assieme le emergenti destre latinoamericane: un <strong>fervente anticomunismo</strong> e una<strong> intolleranza nei confronti delle classi popolari</strong> che attinge a piene mani al <strong>repertorio</strong> di pratiche autoritarie ereditato dalle dittature <strong>degli anni Settanta</strong>. Oggi la lotta contro il “populismo”, contro la “demagogia” e contro il “socialismo” è portata avanti da novelli crociati le cui pratiche politiche sono la violenza verbale, l&#8217;intolleranza nei confronti degli oppositori, l&#8217;odio di classe.</p>
<p>Una <strong>battuta d’arresto</strong> della repentina crescita delle destre nella regione è rappresentata dalla <strong>vittoria in Bolivia</strong>, in ottobre, di <strong>Luis Arce</strong>, candidato del partito Mas di Evo Morales così come il <strong>massiccio voto dei cileni</strong> col quale ha mandato definitivamente al macero la carta costituzionale ereditata da Pinochet. Vi sono segnali che indicano che l’ascesa delle destre più conservatrici e reazionarie è, per dirla con Brecht, «resistibile». Ma il recente attentato contro il neo presidente boliviano e la pressione mediatica dei gruppi che ancora sostengono le destre testimoniano che la loro propulsione è lontana dal dirsi esaurita.</p>
<p>Così, mentre le proteste popolari contro il Covid-19 esplodono in diverse parti della regione, le “destre liberali” che fino all’altro giorno avevano mantenuto posizioni ragionevoli, oggi soffiano sul fuoco sperando di intercettare il malcontento popolare. In questo modo le destre “presentabili” sono perfettamente sovrapponibili alle destre nazionaliste, e questa non è una buona notizia per le fragili democrazie della regione.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><strong>Camillo Robertini</strong> (1987) è uno storico italiano, ricercatore e docente presso l’Instituto de Estudios Internacionales dell’Universidad del Chile. È autore per Le Monnier di <em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2019/12/06/quando-la-fiat-parlava-argentino-storia-di-operai-senza-eroi/">Quando la Fiat parlava argentino. Una fabbrica italiana e i suoi operai nella Buenos Aires dei militari</a></em> (2019).</p>
<p>La foto di copertina è di <a href="https://pixabay.com/it/users/peterkraayvanger-10776/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1379112">Peter Kraayvanger</a> da <a href="https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1379112">Pixabay</a></p>
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		<title>Colombia desplazados</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/06/01/colombia-desplazados/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2009 04:26:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Alvaro Uribe]]></category>
		<category><![CDATA[America latina]]></category>
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		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Valeria Zonca Bogota. In un centro commerciale, che ha poco da invidiare agli standard occidentali a cui siamo abituati, vengo avvicinata da una ragazza. Sta raccogliendo le firme per il referendum che potrebbe cambiare la costituzione e permettere ad Alvaro Uribe, attuale presidente della Colombia, di candidarsi per il terzo mandato. Non posso firmare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Valeria Zonca</strong></p>
<p>Bogota. In un centro commerciale, che ha poco da invidiare agli standard occidentali a cui siamo abituati, vengo avvicinata da una ragazza. Sta raccogliendo le firme per il referendum che potrebbe cambiare la costituzione e permettere ad Alvaro Uribe, attuale presidente della Colombia, di candidarsi per il terzo mandato. Non posso firmare perché sono straniera: il mio status mi permette di essere &#8216;diplomatica&#8217; e di non addentrarmi troppo in questioni delicate. La mia amica Ayda, colombiana, risponde che non è d&#8217;accordo e che non firmerà. Un&#8217;altra signora dice ad alta voce: &#8220;Certo che firmo, ma per metterlo in galera&#8221;. Dietro di noi, uomini e donne in tenuta elegante, invece, fanno la fila per fimare perché &#8220;questo è l&#8217;uomo che ha reso il Paese più sicuro e vivibile&#8221;. Qualche gorno dopo in una via centrale della città vengo avvicinata da due giovani. Stanno raccogliendo le firme per promuovere un referendum contro la privatizzazione dell&#8217;acqua. Le concessioni date alle imprese straniere con il placet del governo negli ultimi 5 anni hanno fatto triplicare le tariffe: ogni anno a migliaia di famiglie viene interrotta l&#8217;erogazione perché non possono più pagare la tassa, altri ricevono acqua non adatta al consumo umano.<br />
<span id="more-18072"></span><br />
Il referendum popolare a me sembra una delle espressioni più &#8216;vive&#8217; di uno Stato in salute. Ma in Colombia, quello che appare come normale svolgimento di una presenza democratica nasconde in maniera subdola un conflitto armato che in 40 anni ha trasformato questo paese in una enorme menzogna che continua a negare l&#8217;esistenza di problemi sociali e l&#8217;aggressione ai diritti umani.</p>
<p>Bogota è una moderna capitale con oltre 8 milioni di abitanti, situata a 2.600 metri di altitudine, dove la gente non dimentica mai di uscire con un ombrello. Non è vero che si rischia la vita o lo scippo a ogni angolo di strada. Gli investimenti del governo Uribe in tema di sicurezza negli ultimi sei anni hanno reso più &#8216;agevoli&#8217; ai passanti le necessarie attività quotidiane. Quartieri residenziali con eleganti palazzi o villette, tutte &#8216;difese&#8217; da un portiere o da guardie armate, si alternano a zone più depresse e periferiche. I fianchi delle montagne sono colonizzati da insediamenti della popolazione che giunge da ogni parte del Paese: baracche fatiscenti spesso senza elettricità, fognature o strade. Tutto questo è molto &#8216;sudamericano&#8217; e ricorda le metropoli di Messico o Brasile: i ricchi da una parte, i poveri dall&#8217;altra, in mezzo la borghesia. &#8220;Cosa c&#8217;è di nuovo da scoprire?&#8221; &#8211; mi domando &#8211; fino alla domenica trascorsa al Parco Nazionale con Jose, rappresentante di Minga, un&#8217;organizzazione locale che da decenni si batte per la difesa dei diritti umani. Al nostro arrivo ci attendono circa venti famiglie impegnate in varie attività: i più piccoli partecipano a lezioni di danza, i giovani preferiscono abbandonarsi ai ritmi delle percussioni, i genitori si confrontano sui problemi quotidiani e improvvisano un barbecue all&#8217;aperto. Parlano del Venezuela come di un miraggio perché molti hanno là qualche parente o amico e &#8220;da quando c&#8217;è Chavez i rifugiati colombiani sono trattati bene e trovano lavoro&#8221;. </p>
<p>Sono le voci dei &#8216;desplazados&#8217;, cioè gli sfollati. In Colombia ci sono 4 milioni di persone (su una popolazione di circa 46 milioni di abitanti) che hanno dovuto abbandonare la loro terra di origine a causa del conflitto armato. Non lo hanno fatto per sfuggire alla povertà, molti di loro conducevano una vita dignitosa e riuscivano a mantenere la famiglia, erano proprietari di una fattoria, allevatori, contadini che coltivavano caffè, yucca, platano, mais. Non tutti hanno atteso il momento di essere minacciati direttamente, ma hanno saputo quello che stava succedendo ai vicini, hanno assistito ai massacri o all&#8217;esproprio di intere aree e se ne sono andati. Alcuni di loro hanno, invece, vissuto direttamente sparizioni e uccisioni di familiari o ricevuto minacce continue. La paura di morire li ha spinti ad abbandonare tutto e a rifugiarsi nei sobborghi delle grandi città: a Bogotà ce ne sono un milione.</p>
<p>I desplazados sono una questione complicata, che a livello politico è considerata una &#8216;ciste&#8217; e che a livello sociale ha alimentato il disprezzo per chi è &#8216;diverso&#8217;. Per i cittadini sono dei paesani con cui non hanno nulla da spartire; per chi gestisce traffici illeciti o reclutamento per esercito e guerriglia sono un potenziale bacino d&#8217;utenza; per i più conservatori sono tutti guerriglieri. Del resto non è difficile, in Colombia, essere qualificato come sovversivo: basta solo alzare la voce per difendere dei diritti umani fondamentali, essere un sindacalista, un consigliere comunale o un insegnante. &#8220;Sono campesino al 99,9% &#8211; mi dice Ermes, che proviene dal dipartimento Tolima &#8211; ed ero un sindacalista, ho fatto cinque anni di carcere con accuse mai accertate. Poi sono venuto a Bogota. Nel campo uno è riconosciuto, è qualcuno, in città ci si sente discriminati&#8221;. &#8220;Nella mia città, Ocana, alla fine degli anni Ottanta arrivò l&#8217;esercito a installare una base per combattere la guerriglia delle Farc-EP e dell&#8217;Eln &#8211; racconta Noris, che viene dal Norte de Santander -. Ma quella era una scusa. A un certo punto imposero la fine della pluricoltura e iniziarono a piantare la coca. Dopo qualche anno arrivarono i paramilitari a controllare il commercio della coca, a spianare la via per l&#8217;esproprio di terre da parte di qualche criminale di turno, commettendo massacri contro la popolazione civile. </p>
<p>Per questo sono scappata, ma anche a Bogotà siamo soggetti alle stesse condizioni di sopruso e alla stessa privazione di diritti. Io non posso dire che sono desplazada quando cerco un lavoro, perché con questo &#8216;biglietto da visita&#8217; rischio di non trovarlo&#8221;. &#8220;Il nostro è un vivere alla giornata, non ci sono più sicurezze e dobbiamo inventarci un lavoro&#8221; dice Dora, anche lei del Norte de Santander. Dora e un&#8217;altra trentina di persone si sono riunite in cooperativa per creare un&#8217;impresa di catering. Raccontano orgogliose di aver preparato in un solo giorno 4.500 pasti per un evento. Ma non hanno uno spazio fisso dove poter ampliare l&#8217;attività e per ora cucinano in luoghi &#8216;prestati&#8217;.</p>
<p>Quasi ogni giorno nella capitale i desplazados improvvisano manifestazioni di protesta per ottenere un sussidio dallo Stato. &#8220;Noi non partecipiamo &#8211; continua Noris &#8211; perché non ci piace mendicare. Dallo Stato pretendiamo risposte ai problemi della salute, dell&#8217;alimentazione, della scolarità. Ad esempio i farmaci a cui abbiamo diritto spesso non contengono il principio attivo per combattere un sintomo. Bisogna pagare per avere i rimedi efficaci&#8221;. Il governo Uribe ha sviluppato programmi di aiuto alla popolazione sfollata che prevedono il riconoscimento ufficiale del loro status &#8211; salvo il caso in cui il desplazado è vittima della fumigazione di coltivazioni illecite -, il diritto all&#8217;accesso alla salute pubblica e, a Bogotà, il diritto all&#8217;alimentazione in mense pubbliche. Angela Ospina, che è responsabile dell&#8217;ufficio colombiano dell&#8217;ong Terre des Hommes Italia, spiega &#8220;che i programmi di governo sono di tipo assistenziale e le persone, dopo sei mesi di sfollamento in una città o nella stessa zona rurale da cui provengono, perdono lo status di desplazados&#8221;.</p>
<p> &#8220;E&#8217; assurdo &#8211; commentano all&#8217;unisono &#8211; ci hanno tolto la terra, il futuro, e senza l&#8217;appoggio di uno Stato un nuovo progetto di vita non si ricostruisce in sei mesi&#8221;. L&#8217;ultima discussione politica all&#8217;ordine del giorno è quella di introdurre per loro lo status di &#8216;migrante&#8217;. E&#8217; un termine coniato dal governo per evadere la responsabilità di aver provocato l&#8217;esodo.</p>
<p>Il deplazamento forzato ha origini antiche ed è stata una pratica sistematica dai vari governi che si sono succeduti. Dapprima sono state le imprese bananifere, caffettere, petrolifere o di estrazione di ogni risorsa naturale; poi le formazioni guerrigliere, nate inizialmente come movimento di difesa dei lavoratori che nel corso degli anni si sono assuefatte a regole di intimidazione e minaccia alla popolazione civile; poi l&#8217;esercito e l&#8217;Auc -Autodefensa Unida de Colombia (movimento paramilitare), giunti con la scusa di combattere la guerriglia, ma che si sono liberati di ogni &#8216;fastidio&#8217; facendo massacri, appropriandosi di case e averi dei civili.</p>
<p>La stampa colombiana, quasi tutta, elogia l&#8217;operato di Uribe per gli sforzi fatti per combattere la povertà, il narcotraffico, la guerriglia e il paramilitarismo. &#8220;Il paramilitarismo non è finito, ha solo cambiato faccia e metodologia &#8211; dice Dora -. Ex comandanti paramilitari, ormai sicuri dell&#8217;impunità, si sono riciclati nella gestione di attività commerciali o industriali&#8221;. In pratica, la &#8216;cultura paramilitare&#8217; continua a tenere in pugno la popolazione civile. Nel 2005 il governo ha varato la legge di &#8216;Justizia y Paz&#8217; che prevedeva la smobilitazione totale del paramilitarismo. Parte della popolazione la definisce la legge dell&#8217;impunità. &#8220;Perché non sta facendo realmente giustizia, non sta dicendo la verità e non sta riparando ai torti. Si considera che chi deve riparare è la società civile in generale, mentre non si puniscono i responsabili certi della politica e dell&#8217;esercito. Il conflitto non è finito, è una realtà che colpisce quotidianamente la popolazione&#8221;. Nel mese di agosto 2008 sono state trovate 20mila persone in fosse comuni, sono cifre rese note dalla stessa Fiscalidad Nacional, ma si continua a dire che in Colombia non è successo nulla, mentre aumentano i soprusi e la povertà. Per alcuni studi gli indicatori di povertà in Colombia sono cresciuti nel 2008 al 53% &#8211; per altri al 65% -, ma è chiaro che si tratta di una media perché in alcuni dipartimenti il tasso è molto più alto. Per il governo colombiano il superamento della povertà è una logica conseguenza dell&#8217;implementazione della sicurezza democratica. </p>
<p>&#8220;L&#8217;abbattimento della povertà può avvenire solo con la ridistribuzione delle ricchezze e con la totale garanzia dei diritti umani, economici, sociali e culturali. Uribe ha concepito la sicurezza attraverso la militarizzazione della vita quotidiana&#8221;, sostiene Noris. In  Colombia, infatti, i fondi stanziati per la difesa equivalgono alla somma di quelli per salute, educazione, ambiente e infrastrutture. Nel 2008 più dell&#8217;80% delle risorse è stato veicolato ai dipendenti pubblici assegnati a difesa, sicurezza e polizia.</p>
<p>Chi, tra i desplazados che trascorrono qualche anno di esodo in città, cerca di ritornare ai luoghi di provenienza spesso si accorge che non è cambiato nulla, perché di base mancano la volontà e l&#8217;interesse di risolvere il problema. &#8220;Il possibile ritorno dei desplazados dipende essenzialmente da una riforma agraria, ma il governo ha sempre aiutato i ricchi, non ha mai pensato di distribuire equamente le terre tra i contadini&#8221; dice Ermes. In effetti, 44 milioni di ettari di terra sono in mano a un esiguo 0,6% di proprietari. Le zone rurali sono abbandonate dallo Stato, ma sono un boccone appetitoso per gli investimenti stranieri perché ricche di petrolio, carbone, gas, smeraldi. Il liberismo di Uribe ha spalancato le porte del paese al capitale estero. &#8220;Ci aspettiamo a breve un&#8217;altra imponente ondata di desplazados, perché adesso nelle zone rurali lo sfollamento è alimentato dalla presenza delle multinazionali, giunte nel nostro territorio per gestire le risorse naturali, che sono  supportate da un nuovo &#8216;progetto paramilitare&#8217;, che ha cambiato i metodi per conquistare il territorio: attraverso le giunte di azione locale o comunitaria è riuscito a ottenere un nuovo controllo, ma questa volta legittimato&#8221;.</p>
<p>*</p>
<p>[<strong>Valeria Zonca</strong>: <em>giornalista professionista, lavora nel settore della comunicazione. Da 10 anni partecipa, come volontaria, a progetti di cooperazione internazionale nel Sud del Mondo &#8211; Kosovo, Guatemala, Argentina, Brasile, Nicaragua, Sri Lanka, Mali, Colombia &#8211; dove ha realizzato reportage pubblicati su VPS-Volontari per lo sviluppo, Liberazione, Galatea, Marie Claire, Latinoamerica. Nel 2008, in Colombia, ha realizzato un video per Terre des Hommes Italia.</em>]</p>
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