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	<title>amicizia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Intrecci di vite e di opere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/11/06/intrecci-di-vite-e-di-opere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Nov 2023 06:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[enrico terrinoni]]></category>
		<category><![CDATA[Italo Svevo]]></category>
		<category><![CDATA[James Joyce]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano</strong> <br /> Svevo, Joyce: un’amicizia geniale è il racconto di questa relazione. Enrico Terrinoni ricostruisce l’inedita amicizia tra questi due “mostri” della Letteratura del Novecento.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-105514" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/820a90b4735543059e60c5cb649a8e62-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/820a90b4735543059e60c5cb649a8e62-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/820a90b4735543059e60c5cb649a8e62-150x210.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/820a90b4735543059e60c5cb649a8e62-300x420.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/820a90b4735543059e60c5cb649a8e62-696x974.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/820a90b4735543059e60c5cb649a8e62.jpg 700w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></p>
<p>“Ne sono rimasto molto addolorato ma penso che i suoi ultimi cinque anni o sei anni siano stati molto felici”. Questo dice James Joyce alla Weaver quando viene a sapere della morte di Italo Svevo. Rendere felice un amico: questo è il senso del sostegno che mai gli fece mancare. È anche la firma di un rapporto umano e letterario intricato e generativo. La vita dell’altro. Svevo, Joyce: un’amicizia geniale è il racconto di questa relazione. Enrico Terrinoni ricostruisce l’inedita amicizia tra questi due “mostri” della Letteratura del Novecento. Joyce, in fuga dall’oppressione politica e culturale che a Dublino non gli permette di vivere, insegna inglese a Trieste. Svevo inizia a frequentarlo come allievo. Lo sosterrà economicamente, ricevendo in cambio un sincero sostegno al suo talento letterario.</p>
<p>L’intreccio delle loro vite e delle loro opere, che si scambiano, apprezzandole reciprocamente, costruisce una rara connessione, quasi un entanglement quantistico, tra biografie, tratti letterari, luoghi e coincidenze numeriche. Per esempio, l’ironia è un passaggio cruciale nell’incontro delle loro arti. “Riguardo all’Ulisse”, scrive Terrinoni, “possiamo esser certi che sarà proprio l’ironia l’architrave dell’Ulisse”. Ed ha ragione Brian Moloney, che fa risalire questo carattere proprio a Svevo, al suo modo di comportarsi e di scrivere. Un altro punto di contatto è la città: Trieste e Dublino, con le loro aree misteriose in cui la “distanza tra il corpo l’anima si dissolveva, e le contraddizioni tra la vita diurna e quella notturna si ricomponevano in un’unica esistenza fluida, nascosta e sognante”.</p>
<p>Ha ragione la moglie di Svevo, Livia, quando afferma che attraverso la conoscenza della sua vita si può penetrare maggiormente il suo mistero d’artista. Nessuna interpretazione dell’opera di questi due giganti può prescindere da una ricerca dentro la loro esistenza privata. Né sarà mai possibile inoltrarsi fino a svelare il segreto più intimo e riposto che costituisce il nesso profondo tra finzione e realtà, rappresentazione e vita vissuta. Anche perché “nel farsi vita narrata, una vita di sublima e si modifica”. Ci vengono svelati insieme due tra gli scrittori più autobiografici di sempre, autori non di narrative ma di “narravite”, come scrive Terrinoni, l’una la cartina di tornasole dell’altra.</p>
<p>Attraverso la narrazione di questi eventi, resoconti, impressioni, incroci, e simultaneità, questo libro ci accompagna dentro il mistero stesso della letteratura che germoglia oscuramente dentro le esistenze umane. Le vite e le opere di Joyce e di Svevo di riflettono le une nelle altre rimandandoci all’infinito il riflesso sorprendente di due esperienze uniche. Come lettori, per un verso, partecipiamo ad un’intensa e autentica storia d’amicizia “tra due geni di grande cuore”, la cui natura continua a mantenere per noi una natura segreta. Per altro verso, proviamo la sensazione di aver raggiunto il limite estremo delle possibilità conosciute fino ad allora. Ma superate queste colonne d’Ercole scopriamo che il mondo non è finito. Anzi, siamo approdati alla Modernità.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Storie di Fiorino: lago in collina</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/17/storie-di-fiorino-lago-in-collina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Nov 2021 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[fiorino]]></category>
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					<description><![CDATA[(l&#8217;ultima storia di Fiorino è qui) “Paolaaa!” “Sì, bestia?” Ecco, era quello che lo colpiva di lei, di quella ragazzina di tredici anni; come faceva ad essere già brava a rispondere così, con naturalezza, con voce discreta, con un piccolo insulto, leggero, affettuoso, che però metteva avanti le mani; era un dono di natura, pensava [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/asfodelo-1-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-94021" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/asfodelo-1-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/asfodelo-1-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/asfodelo-1-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/asfodelo-1-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/asfodelo-1.jpg 400w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /><br />
(l&#8217;ultima storia di Fiorino è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/05/autunno/">qui</a>)<br />
“Paolaaa!”<br />
“Sì, bestia?”<br />
Ecco, era quello che lo colpiva di lei, di quella ragazzina di tredici anni; come faceva ad essere già brava a rispondere così, con naturalezza, con voce discreta, con un piccolo insulto, leggero, affettuoso, che però metteva avanti le mani; era un dono di natura, pensava Fiorino. E poi era contento, perché quella risposta la Paola l’aveva data al suo amico che l’aveva chiamata, non a lui; era meglio che l’amico, che era poi l’amico del cuore di quegli anni, fosse tenuto un po’ a distanza, perché la Paola piaceva a lui, oddìo, piaceva, sì, come s’intende questo verbo a quell’età, oscura e deliziosa, ma d’estate, in riva al lago, deliziosa proprio, senza tante svenevolezze e rigiri del cuore.<br />
La Paola era figlia di una collega della zia, maestre erano entrambe nella scuola elementare di San Bruno, ma né Fiorino né l’amico del cuore Ernesto le avevano come maestre. Ernesto poi era due anni più vecchio e questo gli conferiva un’aura di autorità, inconfessata ma ineludibile, aveva più esperienza, aveva amici più grandi, faceva allusioni appena intuibili, e qualche volta lasciava cadere delle informazioni scottanti nelle orecchie di Fiorino, che ci doveva pensare un po’ per ricostruirne il senso oscuramente eccitante.<br />
Ernesto e Fiorino andavano tutti i pomeriggi, nei quali i compiti non li occupavano eccessivamente, a fare una passeggiata sulle colline che stavano alle spalle di San Bruno: le colline moreniche, così le chiamavano i maestri che insegnavano la geografia locale, dalle quali, più su si andava, meglio si vedeva il grande lago, sempre un po’ più lontano, fino in mezzo in mezzo. Erano, quelle passeggiate, un inizio certo di educazione sentimentale, una scoperta di libertà espressiva, una conquista lenta e piacevole di comunicazione di nuovo sentire. C’erano delle piccole scalate, dei passaggi che bisognava fare carponi, qualche casa abbandonata sulla quale congetturare chissà quali storie; e c’era il tracciato della vecchia ferrovia, quella che s’era dovuta costruire quando era stato bombardato il viadotto che collegava tra loro due colline vicine, un bel viadotto con arcate a sesto acuto, quasi fossero d’una enorme chiesa gotica, le cui macerie erano rimaste per anni a testimoniare sui prati sottostanti gli orrori della guerra. Tutto il tracciato provvisorio della ferrovia si snodava in mezzo a campi e boschetti, se mettevi l’orecchio sulle rotaie, col cuore in gola, potevi sentire l’avvicinarsi del treno già da lontano.<br />
Era Ernesto che guidava, accettando talvolta, con regale condiscendenza, qualche proposta di Fiorino. Fatto sta che accadeva molto spesso che quelle passeggiate avessero come punto d’arrivo, o comunque di sosta privilegiata, uno spiazzo arioso e piacevole, intorno ad un laghetto, di quelli non grandi, e tuttavia inaspettatamente profondi, che si trovano ad interrompere i pendii delle colline. C’erano tante piante, di cui i ragazzi non conoscevano i nomi e anche tanti fiori, in primavera, quando il piacere di quelle passeggiate acquistava un sapore nuovo e ogni anno diverso; diventava – questo piacere – meno acerbo, e anche più fatalmente maturo, mai del tutto distaccato dalla consapevolezza di una perdita. Anche i fiori cambiavano spesso, e Fiorino ed Ernesto non ci pensavano molto, avevan da confidarsi i loro primi pensieri, da guardare per aria, da fissare il tremolio di quel piccolo specchio d’acqua, che aveva un nome che sapeva un po’ del dialetto del paese e un po’ di oriente misterioso; un nome che poteva essere pronunciato con l’accento un po’ rude che prediligeva le o chiuse, ma che allo stesso tempo conteneva suoni che facevano pensare a famosi edifici orientali.<br />
Ci fu un periodo, tra aprile e maggio, nel quale però i ragazzi rimasero perplessi a guardare l’apparire di una macchia di fiori, che crescevano, nella parte più lontana dal lago, su un terreno arido e sassoso, dove non sembrava che altra erba riuscisse a spuntare. Come degli steli alti e instabili che cominciavano a produrre dei boccioli inspiegabilmente neri, o comunque molto scuri. Fiorino li guardava con una certa inquietudine, e anche la ben nota sicurezza di Ernesto non era più tanto solida.<br />
Fiorino però, che non era mai certo delle proprie conoscenze, non se la sentiva di parlare di piante, era un argomento troppo gentile, quasi fuori luogo, di cui oltretutto non era esperto, da non sottolineare, semmai da gustare di riflesso; era persino disposto a pensare che potessero esistere dei fiori neri. Non aveva forse letto, tra i primi romanzi d’avventura che stavano bene in fila nella sua cameretta, Il tulipano nero, che raccontava una complicata storia, e anche un po’ torbida, dello scatenarsi di straordinari interessi intorno alla creazione di uno speciale tipo di tulipano, dal colore sempre più scuro, fino ad essere nero. E perché poi avrebbe dovuto rivestire un così grande interesse un tulipano nero? Certo erano molto più belli quelli rossi, o gialli, che qualche volta regalavano alla zia maestra.<br />
Ma quelli lì, non lontani dal bordo del laghetto della collina, non dovevano essere tulipani, non avevano quella rigidezza metallica, quel carattere inossidabile del tulipano. Erano sì appesi a steli abbastanza rigidi, ma più alti e con foglioline più tenere e gentili, e portavano delle specie di pannocchie con tanti boccioli, che non sembravano poter dar luogo a un fiore così squadrato come quello del  tulipano. Ma Fiorino era possibilista, la zia avrebbe certo saputo di che fiori si trattasse. La zia? Forse, però anche la Paola l’avrebbe saputo, lei che aveva un giardino ben più grande di quello della famiglia di Fiorino, e che ostentava sempre tanta sicurezza sui fiori che capitava loro di vedere.<br />
Ernesto invece, che pure di fiori poco sapeva, aveva sentito dire da qualche parte che gli unici colori che un fiore non poteva avere erano il verde, perché se no si sarebbe confuso con una foglia, e il nero. E quindi quei fiori dello spiazzo arido lo turbavano un po’; quando le certezze sono più rigide, scuoterle può essere più inquietante. Ma mentre parlavano dei fiori, passò il treno, lento sul suo provvisorio tracciato, che per qualche minuto soffocava ogni cosa col suo rumore e col suo vapore bianco e soffice. Sul treno c’era sempre qualcuno che salutava due ragazzini a spasso nella campagna e in pochi attimi frulli di pensieri svolavano su per le rotaie e i due sognavano già di essere su quei vagoni, diretti lontano, a Brescia forse, ma anche a Milano, a Torino, chissà. Una volta Fiorino era andato con la sua mamma in vacanza in un paesino della Liguria, da un’amica di famiglia, e avevano dovuto cambiare molti treni, sbuffanti vapore bianco. Quei treni erano per Fiorino macchine straordinarie e paurose, che gli incutevano, così come altri oggetti della vita, un misto di turbamento e di ammirazione.<br />
Fiorino aveva pensato qualche volta a questa strana mescolanza di sentimenti, e gli era parso di intuire che il turbamento andava scemando a misura che aumentava la conoscenza, il che era naturale, succedeva però anche che questo scemare era un po’ penoso, in quel turbamento era sempre mescolata una qualche gioia.<br />
Ne aveva parlato qualche volta con Ernesto, di questa faccenda e l’amico, che frequentava già il liceo, aveva detto di credere che tutto fosse legato a una certa formula, che suonava <em>odi et amo</em> e che si trovava in un grande poeta latino. Questa formula riguardava il territorio quasi inesplorato dell’amore e sembrava garantire che sempre con quel grande sentimento che doveva essere l’amore, si accompagnava un po’ di odio. Fiorino non capiva come, visto che se vuoi bene a una persona, non puoi contemporaneamente odiarla, e tuttavia avvertiva un’oscura somiglianza con quella storia dei treni, e un po’ anche con quei fiori neri che però … insomma, bisognava aspettare. E doveva anche avere a che fare con quell’altra storia che gli aveva raccontato suo padre non tanto tempo prima, che il voler bene è una cosa e l’amare è una cosa diversa, perché coinvolgeva degli aspetti che Fiorino ancora non controllava.<br />
Ormai del treno che era passato non lontano dal laghetto non rimaneva che un sentore di vapore nell’aria e i ragazzi erano già sul sentiero che tornava verso il paese su un differente percorso.</p>
<p>La Paola non frequentava il liceo, ma “la ragioneria”, una scuola che era arrivata da poco a San Bruno e che aveva subito raccolto molti studenti, che per tante ragioni non volevano immergersi nel “classico”. E poi diceva che voleva andare a fare la segretaria. Quindi al liceo non la si vedeva, però Fiorino aveva imparato che strada faceva quando andava a scuola la mattina e appena poteva andava a scuola in bicicletta: così <em>come per caso</em> la incrociava, e l’accompagnava, con quella posizione di superiorità che la bicicletta, anche a passo d’uomo, dà a chi accompagna qualcuno che cammina.<br />
“Lo sai che ho visto un fiore nero?” le disse Fiorino quella mattina.<br />
“Ma va’, scemo, chissà cosa ti ga visto” rispose la Paola, che aveva la mamma veneta e che quindi nei momenti di spontaneità usava qualche espressione dialettale; del resto anche il papà di Fiorino era veneto puro sangue e quindi lui capiva benissimo. Fiorino nominò il luogo del ritrovamento, ma la Paola non lo conosceva e dunque non poteva negare recisamente, rimaneva tuttavia in quella posizione di scherno appena accennato che cominciava a dare una parvenza di concretezza a quell’idea del poeta latino.<br />
“Ti portiamo noi a vederli quei fiori” propose Fiorino, che non osava dire “ti porto io”, sembrandogli di un’audacia improponibile, e coinvolgendo così, senza averglielo domandato, Ernesto in quest’impresa. “Non se ne parla” rispose subito La Paola, che spesso giocava a fare la ragazza irreprensibile “Chissà poi dove vorreste andare voi”.<br />
Fiorino non poté evitare di arrossire, tuttavia si fece forza e provò ad insistere, raccontando la bellezza dei luoghi e l’emozione del lago e dei fiori. La Paola non promise nulla, disse che forse avrebbe provato a dirlo alla mamma.<br />
Passò una settimana. Non era facilissimo incontrare la Paola quando attraversava “lo stradone” che separava la sua casa dalla scuola e qualche mattina Fiorino si alzava troppo tardi per permettersi quel giro in più; il preside non era tipo da tollerare ritardi, con quel suo fare secco e la voce tagliente che non ammetteva repliche. Come quando Fiorino, che era appena entrato al ginnasio. aveva creduto bene di scrivere sul giornalino del liceo, giornalino da poco inaugurato come elemento di grande apertura verso gli studenti, che gli insegnanti di italiano cambiavano ogni anno; così infatti aveva sentito raccontare dai ragazzi più grandi. Il preside aveva convocato Fiorino, che pure a scuola se la cavava bene, e gli aveva detto due parole secche secche a proposito dell’infangare il nome della scuola. Il giornalino aveva dovuto ospitare una smentita, ancorché un po’ ironica, di penna dello stesso Fiorino.<br />
La zia di Fiorino aveva comperato da poco un apparecchio televisivo, uno dei primi, che funzionavano talvolta e talvolta mostravano invece righe nere orizzontali difficilmente addomesticabili. Ma tale era la novità dell’apparecchio e delle sue prestazioni, che qualche amica veniva la sera a vedere quella nuova meraviglia e a sentirsi Lascia o raddoppia o qualche analogo intrattenimento. Una sera arrivò la mamma della Paola con la Paola e una delle sue quattro sorelle, la Fiorenza; intanto perché non si doveva far vedere che si andava solo con la figlia interessata, e interessata a cosa, poi? Inoltre così si allargava il pubblico e tutto diventava meno ufficiale.<br />
La Paola fece una cosa assolutamente incredibile, che Fiorino mai avrebbe osato pensare, disse cioè, prima dell’inizio dei programmi, con la sua bella, e studiata, spontaneità, al padre di Fiorino, che suo figlio l’aveva invitata ad andare a fare una passeggiata in campagna con lui. Il padre non si commosse minimamente, si limitò a pensare che suo figlio era meno timido di quanto lui pensasse e in qualche modo anzi si compiacque del fatto. Sembrò che in quattro e quattr’otto tutto fosse combinato per l’indomani, che era un sabato e quindi anche il regime dei compiti era un po’ più rilassato.<br />
Ma quel sabato piovve a dirotto e non ci fu nulla da fare.<br />
Certo la storia dei fiori neri era una scusa, questo Fiorino lo sapeva bene, sapeva che gli sarebbe piaciuto mostrare alla Paola i sentieri e i segreti che lui ed Ernesto avevano scoperto un po’ alla volta, in tutte le loro passeggiate. Naturalmente non tutto si poteva raccontare o mostrare alla Paola, non certo quell’indumento femminile che avevano trovato una volta intorno a una casa disabitata e sul quale avevano costruito un bel castello di adolescenziali fantasie, e che avevano poi accuratamente nascosto. E neanche i passaggi più difficili della passeggiata standard, con quel terreno che smottava e sul quale si rischiava di scivolare continuamente sbucciandosi gambe e braccia. Però altre cose sì, l’entrata nascosta e senza lucchetto nella cantina abbandonata, piena di ciarpame vecchio e polveroso e di sedie spagliate e anche di qualche pelle di biscia che magari avrebbe prodotto un brivido persino nella Paola. E poi vediamo se adesso crederà a quei fiori neri, pensava Fiorino, che non aveva ancora trovato il coraggio di raccontare ad Ernesto che aveva invitato la Paola in quel loro luogo intimo, luogo della collina e del cuore, che facevano tutt’uno.</p>
<p>Glielo disse all’uscita di scuola il lunedì dopo; Ernesto abitava vicinissimo al liceo, quindi non si poteva fare un pezzo di strada assieme all’uscita da scuola, ma si poteva fermarsi sotto casa sua a parlar fitto. Fiorino spiegò che la Paola s’intendeva di fiori perché aveva la mamma col giardino grande, che lei stessa coltivava e che quindi era praticamente una spedizione di studio. Non fu difficile convincere l’amico, anche perché sotto sotto anche a lui la Paola non dispiaceva, anche se ogni tanto parlava con nonchalance di una certa Lorenza, una delle grandi che faceva già l’ultimo anno e non si sapeva che università sarebbe mai andata a scegliere; con quella grinta che già manifestava. Ernesto stava abbottonato quanto alle sue esperienze femminili, un po’ perché Fiorino era piccolo e non bisognava scandalizzarlo, come veniva talvolta pubblicamente – e spiacevolmente – dichiarato, un po’ perché c’era poco da raccontare, un po’ anche perché Ernesto temeva di incontrare la disapprovazione di Fiorino, al cui giudizio, comunque, teneva. Dunque si fissò per mercoledì, tempo permettendo, perché giovedì era il giorno leggero, c’era ginnastica e religione. Mercoledì splendeva un bel sole fin dal mattino, Fiorino faticò un poco a concentrarsi alla lezione di greco; era ancora al primo anno di questa materia nuova e affascinante e ancora bisognava allenarsi per leggere speditamente quei caratteri e quegli accenti e ancora non era in grado di capire quanto leggeva, se non in rarissimi casi di vocaboli semplici e studiati da poco. “Aretè timèn férei”, quella frase che stava in uno degli esercizi sulla prima declinazione l’aveva colpito molto fin da principio, la virtù porta onore, sarà vero si domandava Fiorino, che nella sua piccola vita del dopoguerra, non aveva visto molti esempi di virtù; salvo la sua mamma, naturalmente, che però aveva troppo presto perduta; e gli era rimasta quella frase, pensando che forse la si poteva dire solo in greco, che sarebbe stonata in qualsiasi altra lingua; perché l’onore poi che cos’era di preciso, dopo averci molto pensato Fiorino arrivava alla conclusione che era la stessa cosa della virtù, e allora la frase tanto bella però si svuotava di senso; ma non doveva essere neanche esattamente così, l’onore era qualcosa di cui suo padre parlava molto come di cosa sacra e irrinunciabile e quindi bisognava imparare un po’ alla volta a intuirne lo spessore.</p>
<p>Alle due del pomeriggio suonarono alla porta e Fiorino, col boccone in gola, si precipitò ad aprire: erano arrivati assieme, la Paola ed Ernesto, ma s’eran trovati casualmente sullo stradone e la piccola punta nel cuore di Fiorino si smussò subito. Lui era già pronto, col maglioncino sulle spalle e delle scarpe grosse e pesanti, così uscì senz’altro con i due amici.</p>
<p>L’inizio della passeggiata era sempre lo stesso; bisognava guadagnare l’inizio delle colline percorrendo un pezzo di strada asfaltata, ma il traffico non era asfissiante e il tragitto passava rapidamente. Appena cominciava il sentiero cominciava anche la salita, che non era molto erta, era però lunga e continua; Fiorino preferiva fermarsi spesso a guardarsi intorno; e lo faceva perché il suo fisico non era di quelli robusti che resistono solidamente a qualsiasi fatica, il suo fiato non era pronto come quello dei suoi compagni, e Fiorino intuiva che non sarebbe mai stato un atleta e un arrampicatore: avrebbe sempre dovuto tollerare quella sua situazione senza dolersene troppo, o almeno non troppo pubblicamente; si poteva forse parlarne a qualche amico in quei momenti di confessione totale che facevano poi stare così bene; ma pochi amici andavano bene per questo, ed Ernesto non era certo tra questi. Di fronte alla Paola, poi, figuriamoci.<br />
Si fermarono spesso, a guardare il grande lago, che da lì cominciava a mostrare la forma del suo bacino inferiore, un po’ arrotondata e svasata e anche le margherite e le violette, che i due maschi mai avevano notato, ma che la Paola immediatamente individuò con molti commenti istruttivi sulla capacità d’osservazione dei maschi.<br />
Passarono la casa disabitata, evitarono con un piccolo giro la scalata con la terra che smottava e d’un tratto si trovarono sullo spiazzo del laghetto, in uno dei suoi momenti migliori; la superficie dell’acqua appena marezzata e un fresco che mitigava il calore dell’emozione di quella intimità. Non si sentiva cinguettio  di uccelli, né latrato di cani; ci si poteva arrendere ad un momento di quieto godimento di una natura ferma; tutti e tre si lasciarono contagiare da questa sensazione e la assaporarono senza fretta. Era ancora presto per il passaggio del treno e il resto del mondo poteva aspettare.<br />
Accadde improvvisamente: la Paola volse lo sguardo verso lo spiazzo arido, culla dei loro fiori neri, ed emise un grido di gioia spontanea: gli asfodeli, gli asfodeli!! E rise poi, rise con quella sua voce inimitabile, calma ed insieme emozionante, una voce che non evocava mai la tragedia, ma che tendeva a comunicare sicurezza. In cima agli steli che appena ondeggiavano alla brezza, nella parte bassa di quelle pannocchie, erano sbocciati degli stupendi fiori bianchi; “gli asfodeli” gridò la Paola, “che la mia mamma ama tanto e fatica a far crescere. Così sarebbero questi i vostri famosi fiori neri?” Aggiunse con quella sua affettuosa ironia, “Questi sarebbero?” Fiorino ed Ernesto non sapevano che dire, ma avevano indubbiamente di che osservare: quei boccioli neri della settimana precedente avevano incominciato a schiudersi e allora appariva la loro vera natura: dei petali candidi e lucenti da abbagliare; <em>asphodelus albus</em> confermò la Paola, che ancora sorrideva di piacere.<br />
“Quel nero che avete visto voi dementi era quello dell’esterno del bocciolo, è per meglio conservare il bianco che c’è dentro.”<br />
Fiorino taceva.<br />
“Ah ecco perché” si intromise Ernesto, che era un dannunziano convinto, “ecco perché D’Annunzio dice &#8220;funebri come gli asfodeli dell&#8217;Ade&#8221;, parlando delle sue parole, nelle <em>Stirpi canore</em>, che è tutta una festa di parole e di suoni”.<br />
E giù a parlare delle parole di D’Annunzio e di che tipo doveva essere stato quel poeta così raffinato e così matto e forse così malato.<br />
Un’altra inquietudine svaniva nella testa di Fiorino, il fiore nero non c’era più, trapassava dal nero al bianco, una palpabile metafora del progredire della conoscenza, Fiorino perdeva un&#8217;altra fonte di turbamento. Anche la pena del vivere mutava forma rapidamente.</p>
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		<title>Amicizia, ricerca, trauma: leggere Elena Ferrante nel contesto globale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jun 2021 12:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[ann goldstein]]></category>
		<category><![CDATA[elena ferrante]]></category>
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		<category><![CDATA[global novel]]></category>
		<category><![CDATA[Kathrin Wehling-Giorgi]]></category>
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					<description><![CDATA[L'opera dell'autrice che ha messo al centro l'amicizia femminile è stata anche veicolo di amicizia tra le studiose.
<strong>Tiziana de Rogatis</strong>, <strong>Stiliana Milkova</strong> e <strong>Kathrin Wehling-Giorgi</strong>, le curatrici del volume speciale <em>Elena Ferrante in A Global Context </em>...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-217x300.png" alt="" width="217" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-91393" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-217x300.png 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-150x207.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-300x414.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-304x420.png 304w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg.png 510w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /> L&#8217;opera dell&#8217;autrice che ha messo al centro l&#8217;amicizia femminile è stata anche veicolo di amicizia tra le studiose.<br />
<strong>Tiziana de Rogatis</strong>, <strong>Stiliana Milkova</strong> e <strong>Kathrin Wehling-Giorgi</strong>, le curatrici del volume speciale <em>Elena Ferrante in A Global Context </em>della rivista <a href="https://www.press.jhu.edu/journals/mln/special-issues">MLN</a> dedicano l&#8217;introduzione al significato di questi legami.<br />
<strong>Tiziana de Rogatis</strong>, nel saggio in apertura del volume, mette poi in relazione la sua lettura della &#8220;global novel&#8221; di Ferrante con l&#8217;irrompere del trauma globale della pandemia. Grazie a &#8220;John Hopkins University Press&#8221; ne pubblichiamo un estratto. <em>(hj)</em><span id="more-91392"></span></p>
<p>Questo special issue in inglese è nato dall&#8217;intreccio delle nostre storie personali e professionali, all&#8217;incrocio di  diverse lingue materne e acquisite, patrie e formazioni disciplinari. Una studiosa italo-napoletana in Italia, una studiosa bulgara negli Stati Uniti e una studiosa tedesca nel Regno Unito &#8211;  noi tre  abbiamo trovato un terreno comune attraverso lo studio di Elena Ferrante e attraverso le pagine di un volume del 2016 della rivista accademica italiana Allegoria. Le nostre affiliazioni istituzionali sparse in tutto il mondo, le nostre identità nomadi a cavallo tra diversi paesi, regioni  e lingue e le nostre differenze culturali esemplificano in molti modi l’effetto globale della scrittura di Elena Ferrante.<br />
Questo effetto per noi è doppio. Grazie ad Elena Ferrante abbiamo stretto una forte amicizia basata sul profondo rispetto, sulla generosità d’animo e sull’affinità intellettuale. La nostra amicizia ha generato una svolta, o una metamorfosi, nelle traiettorie delle nostre ricerche già consolidate. Lo studio di Tolstoj e Dostoevskij, di T.S. Eliot e Montale, di Beckett e Gadda ha fatto posto ai contributi e alle intuizioni di un&#8217;autrice femminile e femminista, che sfida il canone accademico e letterario maschile radicato. Nonostante, e anzi, grazie alle nostre diverse identità nazionali, linguistiche e culturali, come studiose riconosciamo ed empatizziamo con l&#8217;emarginazione, la liminalità e la potente creatività delle donne rappresentate nei romanzi di Ferrante.<br />
La nostra amicizia è stata produttiva e gratificante in molti modi. Dopo aver organizzato un seminario di tre giorni alla convention dell’<em>American Comparative Literature Association</em> (ACLA – Utrecht, 2017), tre panel alla conferenza dell’<em>American Association for Italian Studies</em> (AAIS &#8211; Sorrento, 2018) e una conferenza internazionale all’Università di Durham (Inghilterra, 2019), siamo arrivate a questo numero speciale di <em>Modern Language Notes</em> dedicato a Elena Ferrante in un contesto globale. Nonostante abbiamo continuato a pubblicare individualmente su Ferrante, questa collaborazione a tre ha arricchito le nostre prospettive personali e generato in noi nuovi modi di vedere e interpretare l’immaginario e la letteratura.<br />
Mentre importanti contributi agli studi su Ferrante sono stati e continuano ad essere proposti anche da saggisti, questo volume include una polifonia di approcci e orientamenti che provengono esclusivamente da voci di studiose. Questa selezione non è stata in alcun modo programmatica, ma rispecchia la realtà attuale dei <em>Ferrante Studies</em>, che è per ora composta in maggioranza da donne.<br />
In questo spirito, l&#8217;amicizia femminile può essere una pratica innovativa e potente quando è adottata per includere e promuovere la voce delle altre. Questo numero speciale sintetizza diverse traiettorie accademiche individuali e collettive riunendo studiose di tutto il mondo. Questa lente diversificata e interdisciplinare fa già di per sé emergere la dimensione cosmopolita e transnazionale della scrittura di Ferrante. Tutte le autrici di questo numero si sono avvalse di un’estesa conoscenza delle loro discipline e dell’area di studi su Ferrante sia in inglese sia in italiano, e le citazioni dalla scrittrice sono sempre in entrambe le lingue.<br />
Quando si parla di Ferrante, siamo consapevoli del fatto che la sua scrittura e il suo anonimato non sono stati solo oggetto di grande entusiasmo ma anche di forte resistenza e intolleranza. Quando leggiamo o riflettiamo sulla sua opera, siamo sempre in relazione con il suo appello alle miriadi di esistenze femminili, alla loro capacità di lavorare in modo creativo attraverso il trauma della frantumaglia e della smarginatura. Ecco perché i discorsi più approfonditi e visionari su Ferrante sono stati articolati da voci ibride, capaci di conciliare esperienza vissuta e ricerca scientifica; voci che in alcune parti del nostro mondo accademico globale sono emarginate. E come queste voci, l’eredità dell&#8217;autrice è ibrida e trasversale. Ferrante è già un classico del nostro immaginario globale contemporaneo, e come tale possiede una straordinaria capacità inclusiva.<br />
<em>Elena Ferrante in a Global Context</em> apre con un saggio teorico programmatico di Tiziana de Rogatis, che fornisce la  cornice per inquadrare le opere di Ferrante in una prospettiva globale. Nella prima sezione &#8211; <em>Global Framework</em> &#8211; Emanuela Caffè studia la quadrilogia come una narrazione traumatica, ampliando la definizione e l&#8217;eziologia del trauma stesso. Stiliana Milkova mostra come Ferrante riveda il tropo postmoderno del labirinto, mentre Rebecca Walker discute la poetica globale della frattura in Ferrante e legge Lila ed Elena come soggetti frammentati. Enrica Ferrara utilizza la lente del realismo agenziale per definire i soggetti postumani di Ferrante. Nella seconda sezione &#8211; <em>Global Network</em> &#8211; i saggi di Katrin Wehling-Giorgi, Rossella di Rosa, Serena Todesco e Olivia Santovetti accostano i romanzi di Ferrante a quelli di scrittrici e scrittori contemporanei come Alice Sebold, Margaret Atwood, Slavenka Drakulić e Karl Ove Knausgård, creando così una mappa del nostro immaginario contemporaneo interconnesso. Nella terza e ultima sezione &#8211; Global Media &#8211;  gli articoli di Elisa Gambaro e Francesca di Bari, insieme all&#8217;intervista alla drammaturga e attrice Chiara Lagani, esaminano la rinascita transmediale globale della quadrilogia nella serie tv e nel teatro sperimentale.<br />
Siamo grate ad Ann Goldstein per il suo tempo e il suo talento; a Chiara Lagani per la sua visione innovativa e per averci permesso di utilizzare immagini (incluso quella di copertina) della performance teatrale della sua compagnia; all&#8217;editor di MLN Laura di Bianco per aver accolto con entusiasmo il nostro progetto e averlo portato a compimento; agli assistenti editoriali Sam Zawacki e Victor Xavier Zarour Zarzar per il loro aiuto esperto; a Evie Elliott per la sua elegante traduzione; a tutte coloro che hanno contribuito a questo numero per aver perseverato con i loro saggi in un momento difficile e spaventoso; e alle nostre famiglie per il loro incrollabile sostegno al nostro lavoro intellettuale e creativo.</p>
<p> <img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/download-8.jpeg" alt="" width="275" height="183" class="aligncenter size-full wp-image-91401" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/download-8.jpeg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/download-8-150x100.jpeg 150w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" />                   </p>
<p><em><strong>Prospettive globali, trauma e global novel.<br />
La poetica di Ferrante tra storytelling, realismo perturbante e smarginatura</strong></em></p>
<p>di <strong>Tiziana de Rogatis</strong></p>
<p>Questo mio saggio, pubblicato in lingua inglese, si articola in quattro sezioni. Nella prima &#8211; che qui presento ai  lettori di Nazione indiana in lingua italiana &#8211; individuerò brevemente il nesso tra la globalizzazione, il trauma e alcuni tratti delle scritture del trauma &#8211; come il global novel &#8211;  ed esaminerò determinati aspetti di quello che è destinato a imporsi come l’evento traumatico dell’inizio del nuovo millennio, vale a dire la pandemia da coronavirus, e i suoi contraccolpi sul concetto stesso di globalizzazione. Nella seconda introdurrò brevemente i tratti salienti dell’immaginario globalizzato quali emergono in relazione al global novel e ad altri generi di scrittura. Nella terza individuerò alcuni tratti specifici del global novel, del suo “traumatic realism” (Foster) e del suo “planetary realism” (Ganguly). Nella quarta parte, infine, definirò i tratti globali della poetica di Ferrante, mettendoli in relazione con quanto detto nelle parti precedenti. </p>
<p><strong>Prima sezione: Scrivere dall’interno del trauma</strong><br />
Questo saggio nasce a cavallo tra due diverse epoche della globalizzazione: prima e dopo l’emergenza coronavirus. Ho discusso una sua prima forma a Durham, in qualità di keynote speaker del convegno Elena Ferrante in a Global Context, il 7 giugno 2019, e ho poi rielaborato quel testo per la sua pubblicazione tra aprile e maggio 2020, durante il lungo periodo di lockdown globale necessario per contenere la diffusione del virus. Nel pieno quindi della tragedia che ha segnato l’Italia, dove mi trovavo, e il mondo. Nel corso di questa rielaborazione, mi sono stupita nel constatare quanto molti romanzi della contemporaneità cui facevo riferimento nel mio intervento, e tra questi la quadrilogia di Ferrante, avessero intercettato l’età del trauma che la pandemia ci ha pienamente svelato. In particolare, il global novel ha messo al centro della percezione il nesso tra le storie individuali, la Storia pubblica e il “traumatic realism” (Foster), che emerge come a “tendency to redefine experience, individual and historical, in terms of trauma” (Foster). I protagonisti del global novel sono infatti personaggi finzionali dotati di una coerenza e di una intensità tali da rendere per il lettore immediatamente percepibili e urgenti le emergenze contemporanee dell’ecologia o del terrorismo o delle violenze e diseguaglianze di genere che si intrecciano nei plot e modellano di volta in volta i loro destini. E tuttavia, nonostante questa capacità critica e profetica delle opere con cui dialogavo, i giorni del lockdown sono stati per me anche giorni di delusione nei confronti della letteratura. In quei giorni, un senso oscuro di tradimento mi ha portato spesso a sentire come debole il potere dello storytelling, di cui pure parlo a lungo in queste pagine. A poco a poco, ho capito però che dietro il tradimento si celava un’emozione più complessa. Come molti, in quel periodo, avevo paura di allontanarmi dalla realtà, di svincolarmi da essa, di abbandonarmi alla scoperta di un mondo finzionale. Magari un mondo narrativo non meno arduo e terribile di quello reale, ma alternativo ad esso. Interrogandomi su questa mia ansia, ho capito che – come molti insonni di quella lunga fase di isolamento &#8211; non potevo permettermi di perdere di vista il mondo circostante.  Sentendomi assediata da un senso imminente e diffuso di pericolo, mi legavo strettamente alla realtà perché avevo paura di perderla, di perdere cioè la mia capacità di decifrarla nel momento in cui essa si era fatta, all’improvviso &#8211; una fredda domenica di fine febbraio (all’annuncio sui media di una presenza incontestabile del contagio in Italia) &#8211; talmente spaventosa da diventare effettivamente imprevista, insondabile, incomprensibile. Questa mia ansia era appunto il trauma (o meglio, uno dei suoi tanti sintomi).<br />
Come sottolinea Laplanche, il trauma psichico invera il suo significato etimologico di ‘ferita’ in due tempi: prima l’io vive l’“implantation of something coming from outside” e solo dopo si avvia “the internal reviviscence of this memory” (Laplanche). L’evento traumatico – sottolinea Caruth – “is its future” (Caruth): si costituisce e si struttura progressivamente nel momento in cui il tessuto circostante della vita psichica e sociale non può metabolizzarlo e integrarlo nel proprio funzionamento preesistente. La sigla Post Traumatic Stress Disorder (PTSD), coniata da The American Psychiatric Association nel 1980, sottolinea ulteriormente questo nucleo di temporalità postuma e slogata che è il motore del trauma. Prende forma quindi uno scenario all’interno del quale il trauma ritorna continuamente come “deferred action” (Freud): fantasma, spettro, sopravvivenza assillante che orienta i passaggi successivi di un’esistenza o di una comunità sulla traccia nascosta dell’evento originario, spingendola a rivivere costantemente su di sé o sugli altri innumerevoli sintomi e varianti di quella paura, impotenza, coercizione, disorientamento. In modo analogo, come vedremo nella quarta parte di questo mio saggio, anche le scritture che &#8211; come la quadrilogia di Ferrante &#8211; mettono in scena il trauma mimano sul piano formale i funzionamenti del trauma, modellando analoghe strutture labirintiche e slogate (Nadal-Calvo).<br />
Ed è quindi dal trauma che voglio partire. Rivedere quanto avevo già scritto in questo saggio dalla prospettiva della nuova era storica che il coronavirus ha portato ad emersione significa avere la consapevolezza che non sto solo scrivendo sul trauma ma sto scrivendo dall’interno di un trauma, privato e collettivo. Questa cornice del trauma sta ridefinendo infatti sotto i nostri occhi, nelle ore e nei giorni che passano, le categorie storiche e i concetti che discuto in questo saggio. È importante quindi cercare di focalizzare in questa prima parte introduttiva la metamorfosi in atto intorno alla categoria di globalizzazione, in particolare. Come infinite rifrazioni sempre identiche e tuttavia variate nella quantità e nella qualità, abbiamo visto molte nazioni ripetere gli stessi errori, ispirare nei propri cittadini analoghe rimozioni e dissociazioni dalla realtà, lamentare le stesse carenze di personale medico e strumenti primari di cura. Questo fenomeno cumulativo assomma in sé tanti passaggi dell’epidemia e della sua diffusione, resi traumatici non tanto o non solo dalla gravità dell’evento originario, ma anche e soprattutto dal fatto che come ha sottolineato Arundhati Roy, le conseguenze concrete del trauma si ingigantiscono nel momento in cui le nostre menti si rifutano di “acknowledge the rupture”. Ma – continua Arundathi Roy – “the rupture exists” (Roy). Sarebbe banale dire che la “rupture” del trauma svela lati oscuri della globalizzazione, finora non rilevabili. Al contrario, il trauma svela un trauma retrostante e antecedente. Il trauma del trauma è scoprire che le società globalizzate possono diffondere un virus a velocità inusitata. Il virus si è potuto tramutare in pandemia e ha potuto causare così tante morti  perché la classe politica e l’immaginario collettivo globale sono stai incapaci di comprendere il trauma essenziale della globalizzazione: il suo costituirsi – con una intensità mai sperimentata prima nella storia umana &#8211; come rete e meccanismo di interdipendenza geopolitica che lega non solo i destini di individui lontani e diversi tra loro ma anche l’umano e il non umano (il paziente zero di Wuhan e il pipistrello, per esempio), tutti i viventi e l’ambiente. Il trauma del trauma è fare i conti con il fatto che le società globalizzate neoliberiste aumentano le riserve degli istituti bancari erodendo inversamente le riserve del welfare e dunque anche della sanità pubblica, in molte nazioni impreparata quindi a gestire l’evento (Hartford). Il trauma del trauma è scoprire che il fondamento delle società globalizzate neoliberiste è la delocalizzazione della produzione di qualunque tipo di prodotti. Da un giorno all’altro (e tuttavia di nazione in nazione in tempi diversi, a seconda del calendario della pandemia), il trauma invisibile della globalizzazione si è incarnato quindi nella vulnerabilità globale più diffusa e tangibile di questa emergenza: quella di essere privati non tanto di un baluardo della tecnologia e della scienza (un vaccino o un farmaco immediatamente risolutivi) ma  degli strumenti sanitari più elementari per combattere il virus, quelli che qualunque modernità preglobalizzata avrebbe garantito. Mascherine, disinfettanti, reagenti chimici per l’analisi dei tamponi (Ramonet).</p>
<p>(de Rogatis, Tiziana. &#8220;Global Perspectives, Trauma, and the Global Novel: Ferrante’s Poetics between Storytelling, Uncanny Realism, and Dissolving Margins.&#8221; MLN 136:1 (2021), 6-9. © 2021 Johns Hopkins University Press.  Reprinted with permission of Johns Hopkins University Press.)</p>
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		<title>Educazione sentimentale 1: Erich M. Remarque, Tre camerati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Mar 2016 06:00:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
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<p>Per quel che riesco a ricostruire oggi, la mia educazione sentimentale è cominciata, nella tarda adolescenza, con i libri di <strong>Erich Maria Remarque</strong> (1898–1970). Autore tedesco di Osnabrück, bassa Sassonia, notissimo per aver scritto quello che davvero fu un best-seller mondiale, e che gli permise di vivere tutta la vita di ricche royalties, <em>Im Westen nichts Neues</em>, tradotto spesso col titolo sovrabbondante di <em>Niente di nuovo sul fronte occidentale</em> e talvolta più sobriamente con <em>All’ovest niente di nuovo</em>.</p>
<p>Io non lessi subito questo, ma pescai, con criteri tutti miei, tra i libri di mia madre, che di Remarque aveva posseduto vari titoli, e scelsi per primo <em>Ama il prossimo tuo</em>, e poi, decisivo, <em>Tre camerati</em>. È di questo che voglio parlare, dato anche che di recente è stato riedito da Neri Pozza.<span id="more-60160"></span></p>
<p>Il romanzo uscì in Germania nel 1928 (<em>Drei Kameraden</em>) e fu, insieme con vari altri suoi, tra quelli che il nazismo bruciò nei vari insensati roghi dei libri del 1933. Nell&#8217;immagine potete vedere la placca commemorativa, nel <em>Römerberg</em>, la piazza centrale di Francoforte, del rogo di libri organizzato dagli studenti nazisti (<em>Deutsche Studentenschaft</em>) il 10 maggio 1933; il primo nome in alto a sinistra è proprio quello di Remarque, non ebreo, ma colpevole di pacifismo e antimilitarismo.<br />
<em>Tre camerati</em> &#8212; l&#8217;ho riletto tutto di recente per ricordarmelo bene &#8212; è il romanzo di tre ex soldati, che la comune esperienza della prima guerra mondiale ha reso amici per la pelle, nel senso più letterale possibile della parola, dato che in guerra si sono salvati la pelle a vicenda. Ed è ad un tempo il romanzo di un grande amore, vissuto dal protagonista, Robert, che narra in prima persona: gli altri due sono Otto e Gottfried. Conducono assieme un’officina meccanica in una città del nord della Germania, forse Amburgo, si consolano delle non dimenticabili sofferenze passate bevendo generosamente e facendo discorsi provvisori e senza speranza. Pesci che nuotano in un ambiente di semi-derelitti che vivono alla giornata, senza speranze appunto e forse con qualche illusione, e senza alcun interesse per la politica di una purtroppo inefficiente e divisa Germania di Weimar.<br />
Robert insperatamente in mezzo a tanta disillusione conosce una dolce ragazza, Pat, e tra loro si stabilisce una relazione che va sempre più intensificandosi, pur nella precarietà del tutto. </p>
<p>Senza ovviamente raccontare qui altro della trama, mi preme mettere in evidenza quello che mi aveva certamente più colpito allora, parliamo di mezzo secolo abbondante fa, e che inevitabilmente mi ha lasciato qualche duratura traccia per la vita. La cosa più importante che credo ricavai da quella lettura fu la scoperta della forza dell’amicizia (che già mi aveva molto colpito leggendo e rileggendo ossessivamente in anni precedenti <em>I ragazzi della via Pál</em>, di Ferenc Molnár, pubblicato per la prima volta nel 1906) forza della quale nel libro si dànno alcune non solo teoriche ma pratiche dimostrazioni. È tutto qui il cuore di questa storia, in mezzo all&#8217;infelicità generale, alle delusioni e alle amarezze di una vita condotta in un paese che non sa risollevarsi dai disastri della “grande” guerra, c’è una scintilla di umanità intensa e sicura che permette ad alcuni di avere almeno qualche <em>vicino </em>su cui contare, senza se e senza ma.<br />
Questa forza compare anche in altri romanzi di Remarque, nell&#8217;<em>Ultima scintilla</em> e in <em>Il cielo non ha preferenze</em>, titoli che già alludono a qualcosa, e anche in altri della dozzina che scrisse, nella sua movimentata vita: un grande amore con Marlene Dietrich (<em>Dimmi che mi ami</em>, Archinto 2002) e poi, nell&#8217;ultima parte della sua vita, con Paulette Goddard, che sposò nel 1958 (v. Julie Gilbert, <em>Opposite attraction</em>, Pantheon Books 1995). Una vita tormentata dall&#8217;ansia della “generazione perduta” e sempre a un disperato inseguimento di emozioni forti che tale vita rendano sopportabile.</p>
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		<title>Da &#8220;Settesette. Una rivoluzione. La vita&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/02/20/da-settesette-una-rivoluzione-la-vita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 12:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[1977]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[Settesette]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi Dal capitolo Freak Army. La violenza sulle cose contro la violenza delle cose Non sono i soggetti che impazziscono. È la realtà che impazzisce. Non mi chiedere perché. Non lo so perché. Dopo il settantasette è la realtà che è impazzita. È certo. E in una realtà impazzita non si può evitare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong></strong>Dal capitolo <i>Freak Army. La violenza sulle cose contro la violenza delle cose</i></p>
<p>Non sono i soggetti che impazziscono. È la realtà che impazzisce. Non mi chiedere perché. Non lo so perché. Dopo il settantasette è la realtà che è impazzita. È certo. E in una realtà impazzita non si può evitare di vivere la follia. Sopravvivere è impazzire. Continuare a fare il savio come pretendi tu è la follia vera. Solo uno già pazzo come te può pensare di rimanere savio. Io ero un freak. Ma un freak comunista. Non lo scordare. Un freak comunista non è un freak e basta. Né un comunista e basta. È un freak comunista. <span id="more-44951"></span>E un freak comunista non bada solo a spassarsela. A viaggiare e a fumare. A fare le danze della pioggia e a delirare di poesia. A fare l’amore di gruppo e stop. Un freak comunista sciala con tutto ciò. Ma non dimentica che il suo agire in condizioni di soggettiva libertà e la rottura dei ponti con tutte le inibizioni e le costrizioni che ci incatenano hanno senso solo se quelle condizioni di libertà sono condizioni universali. La libertà per ciascuno deve essere libertà per tutti. Solo in una società di eguali posso essere libero. Ciò non significava come pensano i comunisti non freak che le mie condizioni di libertà vanno posposte a quelle di tutti. Che accanto a tutti i freni che mi costringono in una realtà di merda debba aggiungere come additivo in più il freno di un’ipotetica società del futuro. L’unica società futura è quella che costruisco adesso. L’unico futuro è il presente che diviene. E nel presente i comunisti tristi non mi sono mai piaciuti. Il comunismo non è l’al di là della storia. Il comunismo è il di qua della vita. Le piaghe principali del comunismo. Anzi no. Voglio esagerare. Le piaghe principali dell’umanità sono i nemici della contentezza. I lamentosi i rancorosi i piagnoni i frignoni i depressi i critici critici. Tutti costoro hanno il comunismo sempre sotto i piedi. Se lo immaginano come un’apocalisse. Noi freak siamo per il comunismo della festa. Piuttosto che vedere una persona triste vorrei non vedere. Non dico che la tristezza non esista. No no. Ma la tristezza ciascuno di noi se la porta dentro. Quando partecipo la mia tristezza non affermo che sono triste. Pretendo che tu lo sia. Pretendo che tutti lo siano. E sapere che tu sei triste mi gratifica. Mi dà qualche soddisfazione. I comunisti per me devono essere amici della contentezza. E se uno è amico della contentezza come fa a smazzarsi decine di riunioni inconcludenti. Come fa a passare le sue giornate chiuso in una sezione di partito. Come si fa a discutere di linea quando tutti sono allineati da una tristezza infinita. Tu te lo immagini un comunista che sorride? Io si. Ma deve essere un po’ freak. I freak mirano a dare un po’ di libertà al comunismo. E un po’ di libertà ai comunisti. Libertà e uguaglianza ma anche festa. Contentezza e amicizia. Noi freak abbiamo portato l’amicizia nel movimento. Quando ero più freak che comunista difficilmente notavo comunisti fra di loro amici. Per essere amici bisogna essere comunisti m’ha detto un cretino. Cretino. Per essere comunisti bisogna essere amici. Per me quando si è comunisti si è sempre comunisti di qualcuno. Si è sempre comunisti di qualcosa. Il comunismo è un’amicizia particolare. Non si può essere comunisti in astratto. Comunista e basta non esiste. Io sono comunista tuo. Tu sei comunista mio. Siamo amici e l’amicizia deve essere un sentimento sacro per i comunisti. Un comunista che non fosse comunista mio io non l’ho mai concepito. E questo mi ha salvato. Senza un sentimento di amicizia non sono capace neanche di prendere il caffè con qualcuno. Figurati di fare la lotta armata. M’ha salvato perché i comunisti con cui ho fatto il freak erano comunisti miei. Anche gli autonomi con cui ho fatto il freak erano comunisti miei. E i combattenti con cui faccio il freak pure. Nessuno si è pentito di essere amico mio. Finora. Nessuno m’ha mandato in galera. Finora. Come si può trasformare il mondo con uno di cui diffidi. Come si può trasformare il mondo con uno che non stimi. I freak miei. Gli autonomi miei. I combattenti miei. Sono tutti miei amici. Ma per essere amico mio non devi essere per forza un freak o un comunista o un combattente. No no. Non è necessario. L’amico è quello che ti stima perché si stima. L’amico è quello che non diffida di te perché non diffida di lui. L’amico è quello che ti vuol bene perché si vuol bene. L’amico è quello che è sicuro di te perché è sicuro di sé. L’amico è quello che non ti tradisce perché si tradirebbe. L’amico sa che sei puro d’animo perché lui è puro d’animo. Il mio amico non la deve pensare come me. Io non la penso come lui. Il mio amico non mi può far male perché si farebbe del male. Il mio amico non è geloso perché dovrebbe essere geloso di se stesso. Il mio amico desidera la mia libertà perché lotta per la sua. Il mio amico non mi chiede mai ciò che non chiederebbe a se stesso. Se qualcuno ti chiede di fare lo stronzo non è un amico. È uno stronzo. Io ho tanti amici perché sono molto amico di me stesso. Quando vedo i miei amici mi guardo come sono. Bianco nero alto basso. Come loro. Come me. Magro o no. Maschio o no. Intelligente o no. Ricco o no. Comunista o no. Amico. Amico. Non si può essere amici se non si è uguali. Non si può essere amici se non si è uno libero dell’altro. Il vincolo dell’amicizia è impossibile scioglierlo perché non ha legami. È al di là dei legami di sangue. È al di là dei legami di parentela. Non ha legami di subordinazione. Non fa ricatti. Non fa clientele. Non fa favori a interesse. Fare qualcosa a interesse è la peggiore usura. E contrarre obblighi è la peggiore servitù. I legami costringono l’amicizia in una camicia di forza. L’amico può essere un compagno. Il compagno deve essere un amico. Non frequento molto i compagni. Molti compagni non sono amici. Cerca di capire. Non pretendo che siano amici miei. No no. Molti compagni non sono amici miei. Non sono amici tuoi. Non sono amici loro. Non sono amici di nessuno. Non sono amici e basta. Diffidano. Sparlano. Vedono sempre triste e truce. Chi guarda vede ciò che è. Guardalo e nelle sue sparole si dice. Ogni sparola che attribuisce ad altri devi sapere che riguarda sicuramente se stesso. Non so quanti compagni sanno essere amici. Anche la lotta armata la faccio solo con amici. Ma prima di friccheggiarti la mia lotta armata ti devo dire cosa ne penso della violenza. Per capire le ragioni della lotta armata in Italia devi sapere bene il crinale che la separa dalla violenza e dal terrorismo. Vuoi che dica a che età ho iniziato. Ho iniziato all’età dei rivoluzionari. E l’età dei rivoluzionari non importa mai. I rivoluzionari possono non avere età. Ciò che conta non è l’età dei rivoluzionari. Ciò che conta è l’età della rivoluzione. L’età della rivoluzione. Quella si che è importante. E la nostra rivoluzione è stata giovanissima. Il suo guaio? Essere sepolta da tutti i cascami del novecento. La nostra rivoluzione è stata sommersa in fasce da tutto il vecchiume del secolo. Del secolo ventesimo. Ma anche del decimonono. Anche di quello. Anche di quello.</p>
<p>*</p>
<p>Sono stato comunista. Ma il mio comunismo aveva ben poco della tradizione. Era un comunismo eretico e sincretico. Nutrito da Marx e dalla beat generation. Dai consiliari e da Rimbaud. Da Stirner e da Kafka. Dagli anarchici e dai Pink Floyd. Da Rosa Luxembourg e da Foucault. Da Maiakovskij e da Sartre. Un cocktail di comunismo che poteva shakerare tutti gli ingredienti assieme o uno per volta. Indifferentemente. Era un comunismo fatto più di poesia che di economia. Che si trovava a suo agio più con le dissonanze della vita che con le immutabili leggi della storia. Che amava più il tratto insondabile e intricato del segno rispetto alla prosopopea museale dell’opera. Era un comunismo che non combatteva per l’emancipazione del lavoro. Nel suo orizzonte non c’erano schiavi che lottavano per diventare schiavi più dignitosi. Se ne infischiava del lavoro. Non combatteva per aumenti salariali. E disprezzava il denaro perché amava la ricchezza. Avevo sempre da fare e ho lottato contro il lavoro. Contro qualsiasi attività che non comportasse una scelta radicalmente e indissolubilmente libera. Anche fare l’amore con il proprio partner può essere un lavoro. Studiavo chissà quanto e ho lottato contro la scuola e contro l’università. Ho combattuto il carcere perché mi sentivo recluso. Ma ho combattuto anche la medicina la psichiatria la vecchiaia la malattia e la tirchieria. La tirchieria. Sì. Perché i tirchi sono peggio dei borghesi. Perché i tirchi sono peggio dei fascisti. Dove c’è un tirchio in agguato la controrivoluzione è in cammino. Dove c’è un tirchio la morte è in arrivo. Ho odiato la paura. La paura di non riuscire a combattere contemporaneamente contro questo po’ po’ di roba. La paura di stancarmi. La paura di addormentarmi. Forse è per questo che sognavamo sempre senza dormire mai. Non sopportavo il pensiero dell’infelicità. Del degrado. Dei corpi per qualsiasi motivo impediti. Non tolleravo l’autorità. Il potere di qualcuno di assoggettare qualcun altro. Ed ero lacerato alla vista della sofferenza e del dolore. Attraversando la città ogni giorno coglievamo infiniti segni dei nostri incubi. Bisognava fare qualcosa. Subito. Avevamo la forza necessaria per non avere la pazienza di sopportare neanche per un solo giorno che tutto ciò potesse ancora accadere. Tutto ciò non implicava un programma politico da realizzare con il partito o con l’organizzazione. No. Implicava invece una scelta di vita. Riguardava l’azzardo di giocarsi la vita con un colpo di dadi. Dovevamo fare qualcosa. Subito. Con qualsiasi mezzo. Ho lottato con ogni mezzo. Con l’ironia e con l’haschish. Con la fantasia e con il sesso. Con l’amore e con le molotov. Con gli acidi e con i volantini. Con i libri e con le pistole. Un cocktail di mezzi che potevamo shakerare assieme o uno per volta. Indifferentemente. Ho utilizzato tutte queste armi. Contemporaneamente. Ma il proiettile più sensibile che ho scagliato nella mischia è stato il mio corpo. Il corpo. Una palla rotolante scagliata contro i birilli di un bowling. Ne ha colpito qualcuno. Ma più rotolava più la base del triangolo di birilli cresceva e si ispessiva e si innalzava come un muro. Non potevamo fare strike. Non ci sono più birilli nel nostro bowling. C’è solo un muro di potere contro cui questo corpo ha la coazione a rotolare. Fino a quando l’ultimo dei suoi compagni non tornerà dall’esilio e dalla galera. Poi finalmente quel settantasette sarà finito e potrò tornare a casa. A dormire e a mangiare. A gioire e a litigare. A vivere normalmente come pare facciano infelicemente tutti gli altri.</p>
<p>*</p>
<p>Pino Tripodi, <em>Settesette. Una rivoluzione. La vita</em>, Edizioni Le Milieu, Milano, Dicembre 2012</p>
<p>Manifesto dell&#8217;autonomia diffusa scritto in ven&#8217;tanni, rimasto inedito per altri quindici, letto come manoscritto cult da generazioni e movimenti differenti, questo romanzo corale ripercorre la stagione del movimento settantasette, ultima grande utopia rivoluzionaria italiana, senza mai cedere a tentazioni reducistiche, prima che la polvere della storia la seppellisca per sempre in verità precotte.</p>
<p>Spinoza e le P38, Pitagora e la lotta armata, i dadaisti e le femministe: storie, appunti e ricordi che si intrecciano in un mosaico sperimentale ricco e multiforme. Il settantasette è stato protagonista di diverse pubblicazioni di taglio storico e politico; qui quelle grandi passioni ritrovano vita in un contesto finalmente anche filosofico e letterario. Le pratiche, i sogni, gli slogan riprendono vivacità attraverso una scrittura che è colta e barricadera, profetica, assoluta come la rivoluzione, come la vita e al tempo stesso visionaria, proprio come il suo autore.</p>
<p>“Nessun’altra rivoluzione busserà alle porte prima che alle ragioni del 77 sia lasciato il campo aperto della possibilità”.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Sillabario indiano: A come amicizia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 06:20:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[a]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgia Fiorio]]></category>
		<category><![CDATA[libia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori (fotografie di Giorgia Fiorio) Andrea mi chiede della Corsica sta cercando un posto bello e alla mano per quest’estate nella veste di padre si prende per tempo e anche il piglio è più maschio io sciorino il poco che so nel nuovissimo cordless sforzandomi di presagire dove potrebbero essere felici lui e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong> (fotografie di <strong>Giorgia Fiorio</strong>)<strong><br />
</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_315D3A79-28D7-4082-BF2E-D621FDDA13CE_rid.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-38611" title="!cid_315D3A79-28D7-4082-BF2E-D621FDDA13CE_rid" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_315D3A79-28D7-4082-BF2E-D621FDDA13CE_rid-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_315D3A79-28D7-4082-BF2E-D621FDDA13CE_rid-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_315D3A79-28D7-4082-BF2E-D621FDDA13CE_rid.jpg 473w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>Andrea mi chiede della Corsica<br />
sta cercando<br />
un posto bello e alla mano<br />
per quest’estate<br />
nella veste di padre<br />
si prende per tempo<br />
e anche il piglio è più maschio<br />
io sciorino il poco che so<br />
nel nuovissimo cordless<br />
sforzandomi di presagire<br />
dove potrebbero essere felici<br />
lui e la meticcia dai fianchi larghi<br />
e la sfingettina dell’ospedale<br />
(a guardare bene<br />
qualche grinza restava)</p>
<p>Mentre parla Andrea fa strane pause<br />
anche in mezzo alle frasi<br />
anche molto brevi<br />
pozzi nei quali collasso<span id="more-38580"></span><br />
sempre e volentieri<br />
minute vacanze<br />
lui però raziocina sempre<br />
anche carezzando con gli occhi il silenzio<br />
è quel che si dice un intellettuale</p>
<p>Vorrei chiedergli di lui<br />
e cosa pensa della Libia<br />
insomma conversare<br />
ma sento che ha furia<br />
furia come i ragazzetti<br />
che devono tornare a giocare<br />
il suo svago è figurarsi<br />
l’acqua turchina<br />
sulla quale si staglieranno<br />
lui e la sua nuova donna<br />
liscia e tropicale<br />
e la bimba sottile<br />
assorta sfinge d’ospedale<br />
i sogni di tutto un giorno<br />
(il primo!)<br />
stretti nei pugnetti<br />
(non esenti come dicevo da grinze)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_84663CB5-6E53-4D11-8531-0EDF10F29D4B_rid4.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-38617" title="!cid_84663CB5-6E53-4D11-8531-0EDF10F29D4B_rid" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_84663CB5-6E53-4D11-8531-0EDF10F29D4B_rid4-298x300.jpg" alt="" width="298" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_84663CB5-6E53-4D11-8531-0EDF10F29D4B_rid4-298x300.jpg 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_84663CB5-6E53-4D11-8531-0EDF10F29D4B_rid4-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_84663CB5-6E53-4D11-8531-0EDF10F29D4B_rid4.jpg 926w" sizes="(max-width: 298px) 100vw, 298px" /></a></p>
<p>Andrea ha dieci anni meno<br />
e questo spiega certo molte cose<br />
certe intemperanze e sventatezze<br />
e gli ardori cerebrali<br />
le stesse aspettative politiche<br />
dieci anni sono dieci anni<br />
senza contare facebook e la blogosfera<br />
la frustata asettica della microelettronica<br />
povere arcaiche relazioni<br />
(miasmi di fiato e rozzezze omeriche)<br />
anche proprio maschili</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_41664E93-E3F3-4523-AD97-290245B16893_rid1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-38618" title="!cid_41664E93-E3F3-4523-AD97-290245B16893_rid" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_41664E93-E3F3-4523-AD97-290245B16893_rid1-295x300.jpg" alt="" width="295" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_41664E93-E3F3-4523-AD97-290245B16893_rid1-295x300.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_41664E93-E3F3-4523-AD97-290245B16893_rid1.jpg 473w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" /></a></p>
<p>Andrea non vuole parlare<br />
della rivolta in Libia o di sé<br />
e neppure di me<br />
(la Libia sarebbe in fondo un pretesto)<br />
gioca appagato al consorte<br />
(una esaltazione quieta e responsabile<br />
l’ansia scollina appena)<br />
e allora taccio<br />
e lui dopo un’ultima pausa<br />
strumentale o impacciata<br />
(di certo perentoria)<br />
mi dice che ci vedremo presto<br />
io lo saluto<br />
so che non mente<br />
su questo posso contarci<br />
(del resto io stesso sono cambiato<br />
non incrimino più gli altri<br />
o anche solo i frangenti:<br />
resisto meglio)<br />
infilo il cordless nella sua base:<br />
che si tengano compagnia<br />
in tecnologico amplesso!</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_F2763589-54BF-4BBC-8B27-E142BEB5B7EC_rid1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-38622" title="!cid_F2763589-54BF-4BBC-8B27-E142BEB5B7EC_rid" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_F2763589-54BF-4BBC-8B27-E142BEB5B7EC_rid1-295x300.jpg" alt="" width="295" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_F2763589-54BF-4BBC-8B27-E142BEB5B7EC_rid1-295x300.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/cid_F2763589-54BF-4BBC-8B27-E142BEB5B7EC_rid1.jpg 394w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" /></a></p>
<p>Impalato nella cucina<br />
permeabile a echi cinesi<br />
e acredini di fritti<br />
disseziono con gli occhi chiusi<br />
(espirando beninteso dalle narici)<br />
la mano lieve sul diaframma<br />
sollecita e assassina<br />
la stessa di una preistoria<br />
avvitata a un giroscale<br />
di obsoleta pietra rosetta<br />
proprio in cima<br />
l’ultima porta<br />
o molto più di recente<br />
nell’età per così dire del bronzo<br />
con un personaggio ben più evoluto<br />
del docente dietro la porta muta<br />
ahimè altrettanto inaffidabile<br />
e ora defunto<br />
(c’è inaffidabilità più giacobina?):<br />
nostalgie di futuro<br />
certo molto oppressive<br />
ma anche accoglienti<br />
materne</p>
<p><em>[i titoli delle fotografie </em><em> </em><em>di Giorgia Fiorio </em><em>© </em><em>sono: Gabbiani (2003), Scogliera (2003), Acqua-specchio-rocce (2009) e Marea (2009)]</em></p>
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		<title>UNA LINEA SOTTILE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 09:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[claudio piersanti]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[luca carrà]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[di Claudio Piersanti Un pomeriggio d’estate, ormai di tanti anni fa, andai a trovare Romano. Ci andavo spesso in quel periodo, forse avevo anche qualche appuntamento di lavoro a Firenze. Quel che conta è che andai, annunciandomi con una telefonata anche se Romano non usciva mai, verso le quattro come tante altre volte. Non c’era [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudio Piersanti</strong></p>
<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/bilenchi_luca-carrà4.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-30175" title="bilenchi_luca carrà" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/bilenchi_luca-carrà4-e1265665967603.jpg" alt="" width="320" height="208" /></a><br />
</strong></p>
<p>Un pomeriggio d’estate, ormai di tanti anni fa, andai a trovare Romano. Ci andavo spesso in quel periodo, forse avevo anche qualche appuntamento di lavoro a Firenze. Quel che conta è che andai, annunciandomi con una telefonata anche se Romano non usciva mai, verso le quattro come tante altre volte. Non c’era alcun bisogno di un motivo per andarlo a trovare quindi non dissi niente e mi sedetti sulla solita poltrona davanti a lui. Naturalmente dopo averlo baciato sulle guance, di solito piacevolmente ispide di barba e profumate di tabacco. “Scusa se non mi alzo” era la frase con cui mi accoglieva, e allungava la mano verso di me perché mi avvicinassi. Quel giorno Romano mi guardò a lungo un po’ di traverso, e quasi gli veniva da ridere per quello che vedeva. “Non voglio sapere dove sei stato, prima di venire qui, ma stai attento perché non perdonano” mi disse dopo il rapido esame, considerando chiuso lì l’argomento. Io non feci nulla per riaprirlo.<span id="more-30167"></span></p>
<p>Non voglio attribuirgli doti paranormali ma ho sempre desiderato sapere cosa era riuscito a vedere con i suoi occhi felini. Perché una cosa almeno so farla bene: nascondermi dietro la mia faccia. Mi hanno anche preso in giro per questo: nelle foto ho la stessa espressione da quando avevo un anno. In mezza pagina non si può parlare di Romano, ma si possono ricordare i suoi occhi. Romano scriveva con la punta aguzza degli occhi. Non a caso adoperava la bic ultrasottile, pur collezionando una bella cassettata di penne blasonate. I suoi biglietti sono vergati da una linea sottile. Nitida, chiara, come il taglio di una lametta. Ma nello stesso tempo esile, il segno più sottile possibile dopo il nulla. Una scrittura sottile per scavare più lontano, o alla maggiore profondità. C’è sempre un dentro ancora più dentro. Il suo sguardo era come la sua bic, o meglio il contrario: la sua bic era come il suo sguardo. Sezionava le apparenze, trovava il nervo. Forse sarebbe diventato chirurgo se non ne avesse incontrati di assassini. Romano riusciva a percepire sintomi e pensieri anche se non erano visibili. In un certo senso il suo sguardo acuto non vedeva, ma sentiva. Dopo, accendendo un’altra nazionale, poteva anche parlarti di calcio.</p>
<p>[Questo ritratto del grande Bilenchi che Claudio Piersanti ci ha gentilmente &#8220;prestato&#8221; è contenuto in:<em> Un uomo contro. Romano Bilenchi, biografia per immagini</em> (a cura di B. Centovalli), edizioni  Effigie, 2009, edito in occasione del centenario della nascita]</p>
<p>(la foto di Bilenchi è di Luca Carrà)</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
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		<title>Autismi 14 &#8211; Il mio migliore amico (2a parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2009 08:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[autismi]]></category>
		<category><![CDATA[choderlos de laclos]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Poi i nostri incontri hanno cominciato a rarefarsi. Io lavoravo all’estero, e lui frequentava persone che manco conoscevo: molti dei suoi nuovi amici erano bevitori professionisti come lui. Remava di lena verso il traguardo delle trecentoundicimila lattine di birra e delle centoquarantasettemila e cinquecento sigarette. Lo cercavo, ma lui rinviava, si presentava [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-25529" title="odilon_redon_mysticalboat-full;init_" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/odilon_redon_mysticalboat-fullinit_2-300x231.jpg" alt="odilon_redon_mysticalboat-full;init_" width="300" height="231" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/odilon_redon_mysticalboat-fullinit_2-300x231.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/odilon_redon_mysticalboat-fullinit_2.jpg 879w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Poi i nostri incontri hanno cominciato a rarefarsi. Io lavoravo all’estero, e lui frequentava persone che manco conoscevo: molti dei suoi nuovi amici erano bevitori professionisti come lui. Remava di lena verso il traguardo delle trecentoundicimila lattine di birra e delle centoquarantasettemila e cinquecento sigarette. Lo cercavo, ma lui rinviava, si presentava agli appuntamenti in compagnia di altri tizi, mi tirava dei bidoni. Qualche volta mi chiedeva dei soldi, e poi si dimenticava di restituirmeli. Non ero più in una posizione privilegiata, mi accorgevo. Ma non demordevo. Spesso tornavo nella nostra città solo per vedere lui, e aspettavo invano. Avevo fatto migliaia di chilometri per niente. Più spesso mi dedicava i dieci minuti prima che partissi, nel suo stile più economico, più sbrigativo. Dieci minuti molto intensi, quel tanto da tenermi al guinzaglio, da avere l’impressione di essere lui a gestire la cosa.<span id="more-25458"></span></p>
<p>Le cose che gli dicevo entravano pur sempre in circolo, irroravano tutto il clan. Soprattutto in fatto di amanti. Spesso era lui che me le aveva presentate, per non dire me le aveva messe nel letto, ma questo dettaglio si perdeva ogni volta per strada. Facevo più o meno le stesse cose che aveva sempre fatto anche lui, anche se certo in maniera più goffa, più autistica, ma a quanto pare mi presentava come un poco di buono, come un profittatore. Come un maiale. La sezione femminile del clan mi lanciava allora sguardi di puritana riprovazione, e lui gongolava come un cammello sazio. Il dubbio che facesse apposta era sempre più tenace.</p>
<p>A un certo punto ho dovuto strapparmi da lui. Come si sradica l’amo dalla bocca di un pesce, per ricuperarlo. Ci ho messo molto tempo a capire che dovevo estirparmi da quel suo bisogno di controllare la mia esistenza senza essere presente. Staccarmi da quella rete di ragno in cui mi teneva prigioniero, da quella necessità insoddisfatta e forse insoddisfabile che avevo di lui. Separarmi da quella parte di me stesso che non poteva vivere senza di lui. Accettare di non aver alcun puntello, di essere solo.</p>
<p>Nessuna separazione mi ha fatto così male. Mi svegliavo la mattina e pensavo che lui non c’era più, e quindi la mia vita non aveva senso, non valeva la pena di essere vissuta. La mia carne era rimasta saldata alla sua, come quando si incolla la lingua a una superficie metallica gelata. A volte riaffiorava l’illusione che forse mi avrebbe cercato, come una ferita ricomincia senza preavviso a sanguinare. Per mesi, per anni. Vivevo la mia esistenza come un esule, come un intruso. Ma lui non si faceva vivo. Era sempre più preso dall’alcol, dai suoi nuovi amici, da quelli vecchi, dalla fidanzata del momento, dalla passione laclosiana per la prima ex-fidanzata, dalla normale conduzione del suo gruppo. Dei suoi progetti artistici se ne parlava sempre meno. Era preso fino al collo dalla vita. Nello strappo della separazione la vita era restata dalla sua parte.</p>
<p>Avevo delle notizie indirette, perché vedevo saltuariamente alcuni membri del clan. Continuava a fare delle foto mediocri, delle foto pedisseque da pedissequa provincia, con sguardi però di scaltro fotografo di grido. Continuava a credere, o almeno a far credere, che il capolavoro prima o poi sarebbe arrivato. Continuava a dedicarsi con una laica abnegazione alle persone del suo giro, ai suoi apostoli. Continuava soprattutto a far girare il contatore delle birre e delle sigarette, con le tipiche defaillance del caso. Adesso gli ruotava attorno anche una ragazzaglia con velleità artistoidi, che lo venerava e al cospetto della quale indossava ambigui vestimenti paterni. Avevo l’impressione che ne ricavasse del riconoscimento non troppo impegnativo da ottenere, offrendo dell’affetto anch’esso a buon mercato. Come altre persone hanno bisogno di un cane. Ma beveva pur sempre a gran sorsi dalla coppa della vita, come aveva sempre fatto: ogni santo giorno beveva a sazietà dalla coppa della vita. Mentre io mettevo in atto stitiche strategie di sopravvivenza. Col tempo mi ero però abituato alla sua essenza. Come si viene a patti con un’amputazione, con il dolore del membro che non c’è più.</p>
<p>In realtà molte altre persone, visto con il senno di poi, hanno dovuto separarsi da lui. Le fidanzate, in particolare. La gattaccia itinerante, la prima, ma anche tutte le successive. Stavano con lui tre anni, cinque, dieci, e poi capivano che dovevano mettersi in salvo, che era questione di vita o di morte. Ci mettevano tre anni, cinque, dieci, a seconda del carattere e delle circostanze, a capire che dovevano svignarsela, ma alla fine lo lasciavano. La differenza era che loro rimanevano nella sua cerchia, nel girone anzi dei fedelissimi. Lui riusciva ogni volta a confondere le acque, a fare in modo che non si capisse bene chi avesse lasciato chi, evacuando ogni rancore, ogni tragicità. Molto del suo tempo lo dedicava proprio alle ex-fidanzate. Con commossa dedizione, con passione, con gioia. A ognuna dava o procurava dei lavoretti da fare, le aiutava nelle cose pratiche come amano essere aiutate le donne, diventava amico dei loro nuovi compagni. Forse alcune continuavano a essere sue amanti, ma non potrei dirlo con certezza. Quel che è certo è che tra loro erano di solito molto amiche: si frequentavano, andavano in vacanza assieme.</p>
<p>Gli anni passavano, e anche il passato passava, per effetto delle incessanti riverniciature impermeabilizzanti che operano gli anni. Restava pur sempre il mio migliore amico, ma non avevo più bisogno di vederlo. Ero anzi sollevato dal pensiero che non lo avrei visto. La mia cosiddetta vita aveva un minimo di senso e una minima possibilità di proseguire solo se non lo vedevo, se avevo la sicurezza di non vederlo. Avevo conosciuto altre persone, un po’ alla volta mi ero fatto altri amici. Degli amici con le loro parole enigmatiche e i loro mondi da scoprire. Degli amici non laclosiani, fedeli. E ero riuscito a dare spazio alla mia vocazione. Certo non vivevo nel vero senso della parola, certo ero più propriamente uno spettatore, un intruso in perenne attesa, un passante distratto, ma quella era pur sempre la mia vita. Se cercavo di immaginarmi come sarebbe stata la mia esistenza senza la separazione, vedevo solo cupezza e disgrazie. Vedevo il nulla della morte. Avevo fatto la mossa giusta al momento giusto, non avevo il minimo dubbio. Ma il mio migliore amico restava pur sempre lui. E la coppa della vita restava pur sempre saldamente nelle sue mani.</p>
<p>Continuava a fare girare a folle velocità il contatore dell’alcol e delle sigarette, come aveva imparato nel paesino in Alto Adige. Già le cifre marcate erano nell’ordine delle centinaia di migliaia. Con quei ritmi non poteva durare molto, era il primo a saperlo. Prima o poi doveva venire a patti con l’anziana falciatrice che aveva sempre preso per il fondelli.</p>
<p>Ha finito per scegliersi una morte dilazionata nel tempo, una morte che ha coinvolto anima e corpo tutto il suo clan. Una morte dolorosa, sempre più dolorosa, sempre più straziante, indossata beninteso con la sua abituale leggerezza, la solita lucidissima insolenza, la consueta signorile nonchalance. Si aveva anzi l’impressione che proprio lì desse il meglio di sé, che tutto quello che era successo prima fossero solo delle prove. I suoi adepti lo aiutavano e lo sostenevano, e lui sosteneva loro, proprio perché aiutandolo ad oltranza e soffrendo per lui avevano bisogno del suo sostegno. Sul cammino della propria autodistruzione il clan dava il meglio di sé stesso.</p>
<p>Il giorno che ho saputo che aveva un cancro alla gola mi è venuto un micidiale mal di gola. Mi trovavo a un paio di migliaia di chilometri, e l’inverno era già finito da un pezzo, ma mi è preso lo stesso un mal di gola lancinante. Di colpo. Non potevo deglutire, potevo a stento bisbigliare. Avevo male al cancro alla gola del mio migliore amico. Il mio migliore amico che non vedevo più da anni. Mi è durato forse una settimana, poi mi è passato.</p>
<p>Io sapevo che era molto malato, ma non andavo a trovarlo. Non potevo andare a trovarlo. Pensavo spesso a lui, però non riuscivo a andare a casa sua, e nemmeno a telefonargli. Ormai erano quindici anni che non ci frequentavamo più, ma era ancora troppo pericoloso, la ferita non era ben rimarginata. Anche con il solido pretesto del cancro era troppo compromettente. Non potevo rischiare di essere fagocitato di nuovo dalla sua cerchia, che era ancora lì, più temibile che mai. Reso agguerrita dagli anni, come una vecchia belva affamata e piena di cicatrici. Avevo bisogno di salvaguardare il mio estraniamento, il disastro della mia esistenza. Non mi sentivo ancora al sicuro.</p>
<p>Non lo vedevo, ma avevo delle notizie indirette. Sapevo che la chemioterapia gli aveva bruciato le ghiandole salivari e i tessuti della gola. E quindi poteva alimentarsi solo con una cannula. I suoi tessuti erano inconsistenti, da un momento all’altro potevano lacerarsi e inondargli il torace di sangue. Neanche parlarne di bere e di fumare. Il contatore s’era bloccato su trecentoundicimila lattine di birra e centoquarantasettemila e cinquecento sigarette. Mi dicevano però che ogni tanto si accendeva una cicca e se la teneva in bocca. Non poteva aspirare, ma la teneva tra le labbra. Continuava a bere dalla coppa della vita, quello che restava sul fondo della coppa della vita.</p>
<p>A un certo punto hanno dovuto operarlo d’urgenza, perché era cominciata un’emorragia. Alla fine dell’operazione il chirurgo, che aveva avuto modo di conoscerlo, e ne era stato conquistato, piangeva. Ho fatto quello che ho potuto, ma non era possibile, diceva. Non era proprio possibile, i tessuti erano tutti incollati, appena li toccavi si sbrindellavano, diceva. E invece è sopravvissuto. I tessuti dell’esofago si sono in parte ricostituiti, tanto che a un certo punto ha potuto ricominciare ad alimentarsi con degli alimenti liquidi o semiliquidi. I medici dicevano che non avevano mai visto una cosa del genere. Lui aveva ricominciato a lavoricchiare, a fare dei viaggi. Ad agitarla bene nella coppa restava ancora qualcosa.</p>
<p>Poi però è venuto fuori un altro tumore, questa volta all’esofago. Tutti sapevano cosa voleva dire quel cancro all’esofago. Lui per primo. Continuava però a mostrarsi tranquillo e fiducioso. Parlava del futuro, parlava di un lungo viaggio in India che intendeva fare. Si è fatto rinnovare il passaporto. Parlava di guarigione completa. Certo ogni tanto prendeva da parte qualcuno e dava delle disposizioni riguardo alle sue cose. Le macchine fotografiche, l’auto. Ma lo faceva come mettendo in conto un’eventualità tra le tante, una delle meno probabili. Se dovesse proprio andare male fai così e fai colà, diceva. Non era certo il tipo da trascurare gli aspetti materiali, complicando poi le cose alle persone alle quali voleva bene.</p>
<p>Una notte è venuto a salutarmi. È qui che volevo arrivare. È venuto lui, sua sponte. Sapeva che doveva muovere il culo lui, visto che era lui che mi aveva abbandonato. Mi si è avvicinato e ha appoggiato il suo petto contro il mio. Avevamo entrambi la testa china, come quegli uccelli dal collo lungo che si vedono da lontano nelle paludi. Non avevo mai provato una sensazione di pace così grande, così pervasiva. Non parlavamo, stavamo semplicemente lì appiccicati uno all’altro, assorti in quel contatto di carne e di anime. Un’intimità che aveva il gusto familiare delle nostre notti. Siamo rimasti così diverso tempo, o almeno così è parso a me. Senza parlare, solo respirando. Poi però si è raddrizzato, perché doveva andare. Doveva andare da qualche parte, come aveva sempre dovuto andare da qualche parte. Doveva andare a bere dalla coppa della vita. In una mano aveva una delle sue fiaschettine da superalcolico, con un collo però lungo e sottile, una forma bizzarra che la faceva assomigliare a una ricercata bottiglietta di profumo. Ma la pace di quel contatto s’era incistata in me. Era solo un sogno, però la pace era rimasta, anche da sveglio.</p>
<p>Quel mattino pensavo che mi avrebbero detto che era morto durante la notte. E invece non era morto, non ancora. Del resto a ripensarci non sarebbe stato da lui, passare a prendere commiato solo all’ultimissimo momento, fare una cosa tanto importante di fretta. Non avrebbe rinunciato al suo stile, fino alla fine sarebbe rimasto lui, era evidente. Ho poi saputo che molti altri suoi amici hanno avuto sogni dello stesso genere, e nell’identico periodo. Apparentemente aveva fatto il giro di tutti, come sempre dando a credere a ognuno di avere una relazione preferenziale. Come sempre aveva fatto le cose bene, di sicuro non aveva dimenticato nessuno.</p>
<p>Nelle ultime settimane i fratelli e gli intimi hanno dovuto erigere una barriera attorno al suo capezzale. Troppi amici e troppi conoscenti avrebbero voluto venire a trovarlo, insistevano per fare le notti al suo fianco, per dare una mano in qualche modo. Non era possibile, erano troppi. Erano persone alle quali lui voleva bene, ma proprio per questo non aveva le forze per accoglierli tutti, per essere se stesso con tutti, per dare a ognuno l’impressione di essere insostituibile. Lo avrebbero ucciso. Bisognava sfoltire. Bisognava limitare drasticamente l’accesso ai più intimi. Se però io avessi chiesto di vederlo mi avrebbero lasciato, perché tutti erano a conoscenza della relazione che avevamo avuto. Lo avrebbero anzi trovato normale. Ma non sono andato.</p>
<p>La metastasi aveva preso le ossa del bacino, le aveva ridotte a poltiglia. Schegge di ossa affioravano dalla pelle, e nonostante i cerotti di morfina e gli altri antidolorifici ogni movimento era una tortura. Per fargli i clisteri dovevano girarlo nel letto, era ogni volta una interminabile sevizia che lo faceva sgolarsi di dolore. Ma aveva ancora voglia di vivere, era determinato a battersi. Viveva due ore di tregua dal male come una eccitante avventura. E parlava ancora del viaggio in India che aveva intenzione di fare. Ogni tanto chiedeva che organizzassero un festino, che consisteva nell’avvicinargli alla bocca una sigaretta, dandogli l’impressione di fumare. Si godeva la vicinanza di quelle persone che lo amavano e che amava, quelle persone alle quali aveva dedicato la sua esistenza. La fidanzata del momento, le varie ex fidanzate, gli amici, i fratelli. A ognuno continuava a donare momenti struggenti, da ognuno prendeva amore, senza beninteso alimentare gelosie, rafforzando anzi la coesione della masnada. Continuava a vivere la sua vita. Beveva le ultimissime gocce della coppa.</p>
<p>Aiutatemi ad andare!, si è messo a urlare alla fine. Anche con le dosi massicce di morfina il dolore era insopportabile. Me lo avete promesso!, urlava. Non era più lui che tirava le fila. La coppa della vita era vuota. Implorava aiuto. Allora i fedelissimi lo hanno aiutato ad andare.</p>
<p>a Paolo B.</p>
<pre>(Immagine: O. Redon, Bateau mystique)</pre>
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		<title>Autismi 14 &#8211; Il mio migliore amico (1a parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 08:00:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Il mio migliore amico nel corso della sua esistenza ha fumato trecentoundicimila sigarette e s’è bevuto centoquarantasettemila e cinquecento lattine di birra. Naturalmente non ha bevuto solo birra in lattine, perché s’è scolato anche un’infinità di birre in bottiglia, e soprattutto alla spina, e poi vino bianco e rosso, whisky, grappa, bourbon, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-25517" title="blake_adam_naming_the_beasts" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/blake_adam_naming_the_beasts-150x150.jpg" alt="blake_adam_naming_the_beasts" width="150" height="150" />Il mio migliore amico nel corso della sua esistenza ha fumato trecentoundicimila sigarette e s’è bevuto centoquarantasettemila e cinquecento lattine di birra. Naturalmente non ha bevuto solo birra in lattine, perché s’è scolato anche un’infinità di birre in bottiglia, e soprattutto alla spina, e poi vino bianco e rosso, whisky, grappa, bourbon, slivowitza, vodka, sakè, martini, vermut, e vari altri alcolici puri o mescolati tra loro. Ma tradotti in lattine di birra il totale fa pur sempre centoquarantasettemila e cinquecento: i miei calcoli sono piuttosto precisi. Un po’ meno di cinquemila ettolitri di birra, pari a duecentocinquanta ettolitri di alcol puro.</p>
<p>Il mio migliore amico era fin dall’inizio quello molto brillante, io quello un po’ tarato. Capiva in qualche giorno le cose che io ci mettevo dei mesi, se non addirittura – potrei fare degli esempi precisi &#8211; degli anni. <span id="more-25455"></span>Lui a quindici anni frequentava gli intellettuali di sinistra della città, che lo stavano ad ascoltare come se fosse un loro pari, io me ne stavo per lo più da solo, e sapevo a stento parlare. Farfugliavo. Biascicavo e farfugliavo. Leggevo molti libri senza capirli. Fino a quel momento ero vissuto in campagna, con pochi compagnetti che sapevano sì e no qualche parola di italiano.</p>
<p>Quello che facevamo assieme era bere. Quasi sempre veniva l’alba, a furia di bere. E naturalmente mentre bevevamo parlavamo. Le frasi che diceva mi rovesciavano immancabilmente le idee nel cervello come si fa con una maglietta indossata storta. Ma anch’io con lui dicevo delle cose piuttosto intelligenti, o almeno così mi sembrava. Forse appunto per via dell’alcol. Adesso ti stai contraddicendo, se ne usciva lui ogni tanto. Io cercavo di capire in cosa diavolo mi ero contraddetto, però di solito non riuscivo a scoprirlo. Mi entusiasmavano quelle conversazioni, quelle ore dilatate e pregnanti. Una delle sue doti, ma lo avrei capito solo molto dopo, era far sentire le persone migliori di quelle che erano.</p>
<p>Il mio amico faceva parte di un gruppuscolo dell’estrema sinistra, e allora anch’io entrai in quel gruppo. Le idee rivoluzionarie mi avvincevano, riempiendo dei vuoti abissali dentro di me, ma mi ritrovavo ancora più inadeguato, ancora più solo, incerto. Lui invece parlava alle riunioni e alle assemblee, era conosciuto da tutti, veniva acclamato. Le strategie politiche extraparlamentari gli venivano naturali, ma erano le persone che lo intrigavano. I suoi legami erano sempre intensi, e sdilinquivano spesso in parole struggenti, in impudiche confessioni intime. Però tutto sommato in quanto a fidanzate ero messo meglio io.</p>
<p>Secondo mia madre mi plagiava, ma io alzavo le spalle. Del resto tutti quelli che gli stavano attorno imitavano quello che faceva lui, perché era il più intelligente, e faceva le cose più intelligenti: quelle provocazioni che nessuno avrebbe immaginato e che subito diventavano normali. Come telefonare che nella scuola c’era una bomba, attrezzarsi una camera privata nell’ospedale abbandonato, o anche solo rubare le candele nelle chiese. Chi non ne faceva parte lo chiamava il clan, il suo clan. Del clan facevano parte anche i suoi fratelli e sorelle, perché in famiglia erano molti. Per noi era semplicemente il nostro gruppo, ed era naturale che la posizione centrale fosse la sua, come era naturale che l’amico più amico fossi io.</p>
<p>Il mio migliore amico ha fatto il suo primo tentativo di suicidio a sedici anni. S’è tagliato i polsi. O meglio, un polso e mezzo. Poi un secondo tentativo qualche mese dopo: s’è buttato da un treno in corsa dopo aver trangugiato dell’acido muriatico. Uno di quei treni interregionali che fermano in quasi tutte le stazioni, che all’epoca non so perché venivano chiamati <em>diretti</em>. Aveva lasciato una scritta con il pennarello accanto al mio letto, che io però non avevo ancora notato: “Tanto ci sarò sempre”. E invece non è morto, anche se all’inizio sembrava che dovesse morire. Ma gli è rimasto un grosso buco nella testa, suppongo dovuto all’impatto contro una traversina. Come dire, c’era solo la pelle, e se si appoggiava un dito si sentiva il cervello. Agli intimi lo faceva toccare il suo grosso foro, ne andava fiero. Mi ricordo di essere andato a trovarlo all’ospedale di V.: era ancora imbesuito dai calmanti. Non mi ricordo cosa ho pensato.</p>
<p>Per allontanarlo dalle idee suicide suo padre lo mandò a lavorare per tutta l’estate in una falegnameria in Alto Adige. Pensava che lavorare il legno fosse un’attività che pacifica con l’esistenza. Anche lui era stato falegname, prima di prendere il diploma di geometra frequentando le serali. Forse l’idea non era malaccio, e sicuramente le intenzione erano ottime. E invece si è rivelato un imperdonabile errore. Tutti i lavoranti della falegnameria erano alcolizzati. Di giorno lavoravano, e la sera bevevano fino a cascare per terra, perché notoriamente nei paesini sperduti dell’Alto Adige l’unica cosa che resta da fare la sera è farsi saltare il cervello con l’alcol. Preferibilmente grappa fatta in casa. Quindi lui ha cominciato a bere come loro. E non ha più smesso.</p>
<p>Il nostro liceo era austero e rispettabile, come si poteva evincere dal militaresco manico di scopa nel culo della risorgimentale preside, ma lui nonostante i capelli unti incollati al cranio e l’alito da pavimento di osteria aveva buoni voti in tutte le materie. I professori lo trattavano con una deferenza mista a timore, anche i più reazionari, e non si formalizzavano per le numerosissime assenze. Spesso i temi in classe di italiano li scriveva in versi, o anche li corredava con dei disegnetti. Se lo poteva permettere. Io invece per la prima volta in vita mia qualcosa studiacchiavo, e continuavo a leggere molti libri, però riuscivo a stento a passare. Tutte le mie certezze e le mie esperienze erano chiaramente inservibili in quella nuova situazione, la mia stessa faccia non era adatta, diventata il capro espiatorio ideale per le frustrazioni dei retrivi professori. Mi era però difficile difendermi: anche quando avevo l’impressione di sapere cosa volevo dire non ero in grado di comunicarlo a parole. E allora tacevo.</p>
<p>Quando ci vedevamo bevevamo. Soprattutto grappa. E fumavamo sigarette senza filtro. Eroina quasi niente: la falcidia circostante non ci riguardava. Non saprei dire adesso con precisione di cosa parlavamo, ma parlavamo, e finiva sempre per spuntare l’alba. Di libri, di persone. Avevo l’impressione che quello stillicidio dei miei punti fermi fosse inevitabile, come si deve resettare un apparecchio elettronico quando va in tilt. Di quando in quando nelle sue frasi appariva una venatura di condiscendenza, ma mi ascoltava pur sempre con l’interesse con cui lo ascoltavo io. O almeno così mi sembrava. Io ci mettevo un bel po’ a rimettermi dai micidiali mal di testa con il quale mi svegliavo, lui invece ricominciava a bere già il mattino dopo. Quelli erano i suoi ritmi normali.</p>
<p>L’ultimo anno di liceo al suo fianco spuntò una ragazza con una bellezza arruffata da gatto randagio, che si riavviava pur sempre i capelli ribelli come un’attrice dei film americani in bianco e nero. Conosceva i poeti maledetti e i romantici inglesi a memoria, e si portava dietro come un’impalpabile velo funebre la reputazione di essere diabolicamente intelligente. Non parlava, strisciava contro i muri con passi appunto di felino scorticato, lanciando occhiate di appassionato ribrezzo. Lui la venerava. Nelle sue frasi affioravano i libertini mondi cerebrali che lei gli aveva dischiuso. Io assorbivo quelle sberle iconoclaste di seconda mano, ancora più malfermo sulle mie gambe. Ora la condiscendenza era più evidente, s’era tinta di sfumature laclosiane. Si beffava della fedeltà, dell’amore, della gelosia, delle buone intenzioni, orpelli che nella mia testa avevano ancora un certo senso.</p>
<p>Il clan nel frattempo si era espanso, includeva ex-fidanzati e ex-fidanzate, fidanzati di ex-amanti, sorelle di amici di amici. All’apice della piramide c’erano loro due. Naturalmente tutti erano stati con quasi tutti, eccettuata beninteso l’ape regina: all’epoca era considerato abbastanza normale. A ognuno lui dedicava il tempo che riteneva opportuno nelle forme che riteneva più adatte, erudendolo, elevandolo, commovendolo, dandogli l’impressione di essere insostituibile. Adesso non si interessava più alla politica, come continuavo a fare io, si dedicava a tempo pieno alle persone. Già allora tantissimi lo amavano, come l’avrebbero amato anche dopo, fino alla fine. Invece di buttarsi di nuovo da un treno ingurgitava grappa e ogni sorta di altri alcolici, attenendosi alla lezione altoatesina.</p>
<p>Lui frequentava un sacco di gente, sempre di più, e io perfezionavo il mio crepuscolare isolamento, ma eravamo lo stesso molto amici. Non saprei dire cosa ci trovasse in me. Per parte mia io apprezzavo quella sua dimestichezza baldanzosa con la morte, quel suo gusto insolente per le delizie della vita, quella sua sfacciata ma anche innocente perversità. Dire una cosa a lui era come dirla direttamente alla gatta selvatica, mi accorgevo. La confidenza passava sotto la lente d’ingrandimento della sua ombrosa erudizione filosofica e letteraria, e ne usciva con delle etichette che faticavo a decifrare. A me direttamente non parlava, mi fissava con una glaciale commiserazione appunto felina.</p>
<p>Per un paio di anni quando sono andato all’università ci siamo visti molto poco. Io avevo bisogno di dimostrare a me stesso che valevo qualcosa, avevo bisogno di allontanarmi dalla mia vera vocazione: facevo lo studentello. Lui conviveva con la gatta byroniana in struggenti abituri il cui minimo denominatore sembrava essere la puzza di cherosene. Sulla soglia di uno di questi c’era ancora la vasta chiazza di sangue dell’inquilino precedente, morto pugnalato da un ignoto amante. Si manteneva facendo il fotografo, però negli interstizi delle sue frasi baluginavano fulgide prospettive letterarie e cinematografiche. Erano iscritti anche loro all’università, ma lo consideravano un gioco esilarante. Quando dopo aver bevuto tutta la notte si presentava a un esame, discuteva con il professore da pari a pari, e immancabilmente il professore gli proponeva di fare la tesi con lui.</p>
<p>Poi ci siamo messi di nuovo a trascorrere le nostre notti a bere. Era passato del tempo, c’erano molte cose da dire. Lui non stava più assieme alla gattaccia, anche se lei restava pur sempre in cima alla piramide, con occhiate sfrontate da Madame de Merteuil, e io cominciavo a dubitare dei miei studi scientifici. In quanto a perversione avevo fatto qualche progresso: ero l’amante della ragazza con cui stava lui, lui lo sapeva, e io sapevo che lui sapeva. Le notti passate assieme mi apparivano tutte diverse, ma anche intrise da uno stesso sentore di rivelazione, di miracolo. Il miracolo della vita vissuta, non solo osservata. Io la vita ero abituato a spiarla, come traguardando sopra un fitto steccato.</p>
<p>Una notte in particolare mi è rimasta impressa: in una casa di campagna infossata tra le colline. Avevamo cominciato a bere mentre sopra di noi s’agglutinava una baluginante serenata invernale. Bevevamo i bottiglioni di vino bianco del vicino riattizzando regolarmente il fuoco del caminetto, perché appena le fiamme scemavano il freddo cominciava a mordere. Bevevamo e parlavamo. Ad un certo punto siamo usciti a prendere una boccata d’aria: il suolo era bianco e soffice, la strada era bianca, i fili della luce erano bianchi, perfino le colline erano bianche. Tutte le colline circostanti erano bianche, non riuscivamo a capire che cavolo gli fosse successo a quelle benedette colline. Erano diventate bellissime. La pipì disegnava barocchi ghirigori. Certo eravamo molto ubriachi, ma non poteva essere sola quella la causa. Quel bianco sfrigolava sotto le scarpe, e se ci chinavamo era leggero, immateriale. Poi abbiamo finito per capire che era nevicato. Era nevicato, e poi era tornate le stelle, più palpitanti e numerose di prima. E adesso verso est già s’insinuavano le primissime lattiginosità. Il miracolo della vita, appunto.</p>
<p>Ora quando gli dicevo una cosa mi accorgevo che poi non la sapeva solo l’ex fidanzata filosofa, ma la sapevano tutti, proprio tutti. In una versione anzi che mi metteva in cattivissima luce. Io però gli raccontavo sempre i miei segreti, perché non me ne rendevo tanto conto, o magari non volevo rendermene conto. Forse proprio per questo la gattona periodicamente situazionista mi chiamava Candidone, senza sapere che mio nonno si chiamava Candido davvero, come del resto anche una mia cugina e una costellazione di antenati. Del resto lui aveva una teoria anche per questo: i veri amici si riconoscono dalla maestria con cui ti piantano un affilato coltello nella schiena, diceva.</p>
<p>Tutti davano per scontato che poi avrebbe scodellato un grande romanzo o un grande film, e lui stesso lo sottintendeva, ma in realtà il tempo passava e non succedeva nulla. Beveva, e vedeva tutte le persone che conosceva, dando a ognuna quell’impressione di pregnanza di ogni istante che sapeva dare lui. Pilotava con tatto, nascondendo con autentico virtuosismo le tracce delle sue manovre. Il che era già un’attività a tempo pieno, una riuscita opera d’arte. Tutte le sue energie erano orientate a far sì di essere amato, e forse a amare a sua volta. Funzionava. Per pagare i colossali conti dei bar e le altre spese continuava a fare il fotografo. Dei lavoretti da città di provincia: pedissequi matrimoni, depliant un po’ mesti, improbabili pubblicità di squallide pizzerie, cose del genere.</p>
<p>Al suo funerale il prete non ha tirato fuori le trecentoundicimila lattine di birra e le centoquarantasettemila e cinquecento sigarette, ha parlato con sussurri intrisi di incenso del ruolo che ha avuto nella sua esistenza l’amore. Tutti i presenti erano tendenzialmente prevenuti contro le omelie funebri di appiccicaticcio stampo cattolico, ma erano molto commossi: era innegabile che quello che aveva saputo fare era farsi amare e amare. La quantità di facce lì presenti, la loro squassata emozione, il difficilissimo lutto che vi si leggeva di quello che avevano avuto da lui, ne erano una prova irrefutabile e concreta. Il prete suadente ha letto un bel passo del vangelo sull’amore, e tutti piangevano. Anch’io naturalmente piangevo.</p>
<p>(continua)</p>
<pre>(Immagine: W. Blake, <em>Adam naming the beasts</em>)</pre>
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		<title>Per Gianni Celati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Oct 2008 08:00:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante L&#8217;amicizia come forma del narrare «Oggi abbiamo imparato a sottomettere l’amicizia a ciò che chiamiamo le nostre convinzioni. E lo facciamo addirittura andando fieri della nostra rettitudine morale. Ci vuole in effetti una grande maturità per comprendere che l’opinione che difendiamo non è che un’ipotesi privilegiata, necessariamente imperfetta, probabilmente transitoria, che soltanto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/opereitaliane.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-9291" title="opereitaliane" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/opereitaliane-300x120.jpg" width="300" height="120" /></a><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>L&#8217;amicizia come forma del narrare</strong></p>
<p>«Oggi abbiamo imparato a sottomettere l’amicizia a ciò che chiamiamo le nostre convinzioni. E lo facciamo addirittura andando fieri della nostra rettitudine morale. Ci vuole in effetti una grande maturità per comprendere che l’opinione che difendiamo non è che un’ipotesi privilegiata, necessariamente imperfetta, probabilmente transitoria, che soltanto i veri ottusi possono far passare per certezza o verità. Al contrario della puerile fedeltà a una convinzione, la fedeltà a un amico è una virtù, forse l’unica, l’ultima». (Milan Kundera).</p>
<p>Posso tranquillamente dire che il poco che ho scritto, letto, tradotto fin qui, l’ho fatto per amicizia.<span id="more-9271"></span> Credo che tutti coloro che spendono la maggior parte della loro vita dedicandosi a quello che chiamiamo “letteratura”, sanno o almeno sospettano il significato di questa «virtù», che secondo Kundera è forse la sola a cui ci possiamo saldamente ancorare quando abbiamo il presentimento o la presunzione che le nostre convinzioni o quelle di un pubblico non meglio identificato ci invadono la testa. Si scrive per qualche amico, vivo, o in molti casi per qualche amico defunto, che non abbiamo mai conosciuto personalmente, ma da cui ci sarebbe impossibile separarci.<br />
Nel caso di Celati l’amicizia non designa soltanto una relazione umana, ma il suo stare al mondo e, di conseguenza, la forma del suo narrare.<br />
Quando dico che in Celati l’amicizia è la forma del suo narrare non intendo utilizzare nessuna categoria estetica, filosofica, teologica della parola amicizia. Non voglio dire, cioè, ad esempio, che i suoi racconti, i suoi saggi, le sue traduzioni riflettono un’idea del mondo fondata sul principio dell’amicizia. Voglio dire un’altra cosa: Celati si ispira all’amicizia, a una mutua simpatia degli elementi, per narrare.<br />
Quando narra, Celati cerca, in altri termini, di dare voce al suo nucleo affettivo, di essere amico di ciò che lo circonda, senza distinzioni né gerarchie. Di più: cerca di mantenere un legame di amicizia e simpatia con ciò che rende possibile questo stesso legame: quale altro modo di aprirsi all’incanto di ciò che c’è?<br />
Non c’è racconto se questo non trova alcuna risonanza in un altro essere umano. Nessuna forma narrativa, per quanto individuale, non diventa un’autentica scoperta se non ha le sue radici in una comunità, in una civiltà, in un “noi”, se non è il precipitato di ciò che ci precede. Prima di colui che narra e prima del suo racconto, esiste “un luogo” dove un essere umano incontra altri esseri umani. Celati, per me, è <em>il poeta dei luoghi</em> che rendono ancora possibile il racconto.<br />
Quanto ho detto, mi porta a un’altra considerazione. Nel corso del XX secolo, e in modo ancor più puerile in questo primo scorcio di XXI, due linee di condotta o se vogliamo due pratiche artistiche hanno continuato a coesistere: la ricerca del nuovo e il dialogo con il passato. Per la prima la novità è un imperativo non solo artistico, ma morale, politico. Per la seconda, il “mai visto” è frutto del “già visto”, la novità è qualcosa che nasce dalla relazione incessante con le forme del passato. La prima, di conquista in conquista, ha raggiunto la sua tomba: il cosiddetto postmodernismo. La seconda non avrebbe nulla da temere – in fondo sopravvive dalle nostre parti dai tempi di Omero – se non fosse che deve costantemente giustificarsi di fronte alle pretese della prima: deve dimostrare la necessità del costante ritorno, mentre colonie di avanguardisti di prima, seconda e terza generazione e cinici post-modernisti vorrebbero continuare la loro corsa in avanti. Il problema è che troppo spesso noi consideriamo il passato come qualcosa che ha prodotto il presente in cui viviamo. Invece, il passato, e soprattutto il passato dell’arte, è fatto di possibilità compiute e possibilità incompiute. Il presente che viviamo è solo una possibilità fra molte.<br />
La mia grande stima per Celati nasce anche da questo: è qualcuno che ama camminare nei cimiteri. È un modo molto umano di dialogare con il passato. Lo fa per respirare, per non rimanere preda di questo contagio riduttivistico, che riduce il presente ad attualità, che separa accanitamente il passato dal presente con lo scopo di rendere il passato qualcosa di morto affinché noi, gli uomini del presente attualizzato, possiamo credere di essere qualcosa di nuovo, di post-umano, di diverso, di meglio, come se il presente ci desse una patente di superiorità su quelli che ci hanno preceduto. Celati pratica quella che Carlos Fuentes, il grande scrittore messicano, ha definito una volta «la buona lezione» delle pietre: la rinuncia a sacrificare il passato, a «esiliarlo» dal presente, il quale diventa incomprensibile senza la sua relazione di amicizia, di mutua e simpatetica compresenza, con il passato.<br />
Ora, è chiaro che in arte, o in quel che vogliamo chiamare arte, non esiste il rispetto assoluto per ciò che è stato: non si può, in altre parole, dialogare autenticamente con il passato senza che questo non provochi una qualche forma ludica. Da qui, l’irriverenza rabelaisiana del narrare di Celati. I suoi numeri da saltimbanco dell’anima. Con Celati si ride. È un riso che viene prima di colui che narra e prima del suo racconto.</p>
<p>N.B.<br />
Il breve testo è stato letto il 3 ottobre alla Sala Guicciardini di Milano in occasione della presentazione del numero monografico di &#8220;RIGA&#8221;, 28, a cura di M. Belpoliti e M. Sironi (Marcos y Marcos, Milano 2008) alla presenza dell&#8217;autore. Per ogni ulteriore informazione andare al sito <a href="http://www.rigabooks.com" target="_blank">www.rigabooks.com</a></p>
<p><strong>Camminare nell’aperto incanto del sentito dire<br />
Due riflessioni su</strong><em> Verso la foce</em> <strong>di Gianni Celati</strong></p>
<p><strong>1</strong></p>
<p>Negli anni ottanta del secolo scorso Gianni Celati, come molto tempo prima il protagonista di <em>Der Spaziergang</em> (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845901866/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8845901866&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>La Passeggiata</em></a>, 1919) di Robert Walser, è preso da una smania vagabonda di uscire di casa, lasciando il suo «scrittoio» o «stanza degli spiriti».<br />
Se ne va in giro per la valle del Po con dei fotografi, più spesso da solo, quasi sempre a piedi, armato di penna e taccuini. Cammina nella nebbia, sotto il sole, quando piove: un viaggiatore che simile all’Henry David Thoreau di <em>Walking</em> (<em>Camminare</em>, 1851) non riesce più a starsene fra quattro mura a ricoprirsi di «ruggine».<br />
Non ama le spedizioni, le gite organizzate, l’incipiente turismo letterario. È un essere inquieto, malinconico, con le sue manie, le sue fissazioni, i suoi scatti d’umore, le sue infiammazioni.<br />
Conosce l’inappetenza del presente, ma non rimugina troppo sui suoi passi perduti. Preferisce avanzare verso l’ignoto, la qual cosa non significa esplorare un paese esotico o lontano. Ciò che è ignoto è vicinissimo: il problema è che spesso non riusciamo ad osservarlo.<br />
Nella Notizia che precede i quattro diari di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807812002/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8807812002&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Verso la foce</em></a> (1989), l’autore scrive:</p>
<p>I quattro viaggi qui presentati [&#8230;] Se hanno rilevanza, almeno per chi li ha scritti, questa dipende dal fatto che un’intensa osservazione del mondo esterno ci rende meno apatici (più pazzi o più savi, più allegri o più disperati).</p>
<p>Celati, grazie a «un’intensa osservazione del mondo esterno», scopre che l’amore per l’ignoto può nascere anche in luoghi relativamente famigliari: la valle del Po diventa così il «paese dei laghi» (<em>Seeland</em>) di Walser.<br />
Tuttavia, l’aspetto avventuroso di un luogo famigliare si può cogliere soltanto se l’intensità dell’osservazione produce una sospensione di giudizio a favore di un’assoluta ricettività che metta in gioco la vista, l’ascolto e gli altri sensi. Il passeggiatore, come afferma Walser, che tutti prendono per uno scioperato e futile ozioso o per un irresponsabile perdigiorno, in realtà è dotato di una solerzia in grado di fargli «sfiorare da vicino una scienza esatta». La «scienza» di cui parla Walser è «esatta» nella misura in cui ha il potere di aprirsi «con spirito fraterno» all’osservazione di tutte le cose:</p>
<p>Le cose più sublimi e le più umili, le più serie come le più allegre, sono per lui [il passeggiatore] egualmente care, belle e preziose. Neppure una traccia di ombroso amor proprio deve albergare nel suo animo, ma bensì egli deve lasciare che il suo sguardo sollecito erri e si posi dappertutto con spirito fraterno, deve saper aprirsi solo alla vista e all’osservazione, e viceversa essere capace di tenere a distanza i suoi propri lamenti, bisogni, mancanze, rinunce, come un valoroso e provetto soldato pieno di zelo e abnegazione [&#8230;] In ogni momento deve esser disposto a impietosirsi, a simpatizzare, ad entusiasmarsi, ed è sperabile che lo sia. Deve esser capace di esaltarsi nell’entusiasmo, ma altrettanto facilmente deve sapersi chinare verso le più minute esperienze quotidiane; ed è presumibile che sappia farlo. Ma il pieno, fiducioso abbandonarsi e ritrovarsi nelle cose, l’amore sollecito per ogni nuovo avvenimento, sono però anche, per lui, fonte di felicità&#8230;</p>
<p>Celati, sulle orme di Walser, scopre nel corso delle sue esplorazioni nella valle padana, la «scienza esatta» dell’incanto per l’infinita pienezza di ogni cosa, sia essa una «villetta geometrile», una bestia dal «grande sguardo» o un vecchio seduto in un bar di campagna che aspetta che il tempo passi.<br />
Da qui il fascino che in lui provoca l’instabile varietà del mondo, «le cose più sublimi e le più umili, le più serie come le più allegre», come scriveva Walser, superando così anche le fragili frontiere dell’umano. La «scienza esatta» dell’incanto, così come tiene a distanza «l’ombroso amor proprio», è umile ed entusiastica nei confronti delle cose fuori di noi che, come afferma Celati in un passaggio del primo diario di <em>Verso la foce</em>, ci «vengono agli occhi per la prima volta, toccandoci con le loro apparenze». È una scienza del «fiducioso ritrovarsi nelle cose», del sollecito aprirsi a ciò che appare e che ci tocca e che toccandoci ci permette di immaginare, di fantasticare (verbo caro a Celati), ovvero di raccontarci, di farci domande (domande che producono altre immagini e fantasticazioni) sul nostro comune essere qui, non tanto come individui in possesso di un sapere, quanto come esseri sofferenti e sensibili che condividono con gli altri esseri la vita in cui tutto è collegato e animato. L’uomo, per Celati, è un essere soprattutto «affettivo», cioè mosso da «attrazioni», «intensità», «umori», «estri» che cammina nelle nebbie del presente: è, inoltre, affecté, ovvero naturalmente condizionato dall’orizzonte esterno. Non cerca protezione in una visione razionale. Anzi, come lo stesso Celati ricorda in uno scritto sulla prosa dello <em>Zibaldone</em> di Leopardi, in quanto essere che procede «per squarci», per «onde di pensiero», la sua è una «visione naturale» nella misura in cui il suo sguardo non può mai abbracciare una volte per tutte «il suo campo» o «fissare in modi prescritti» quello che lo circonda. In fondo al dato osservabile per lui non c’è nessun noumeno, così come ciò che è anonimo e comune agli esseri viventi è per lui più importante di ciò che rende originale ciascuno di loro.<br />
Per questa ragione Celati non appartiene alla categoria dei viaggiatori o turisti che rincorrono il diverso da sé, ciò che è straordinario, il portentoso, il monstrum, né a quella dei nuovi pellegrini che girano il mondo alla ricerca di un exemplum, capace di rimpiazzare quello che Benjamin ha chiamato una volta «il lato epico della verità»: la saggezza. La saggezza della «visione naturale» di colui che cammina tra le nebbie di ciò che lo circonda è paradossalmente quella di darsi senza protezione. Il camminare di Celati non contempla il ritorno al focolare. Come contemplare davvero ciò che ci circonda se siamo afflitti dal desiderio nostalgico del ritorno? Camminare per Celati non è neppure un esercizio razionale, filosofico, peripatetico. Egli non cammina per risolvere problemi metafisici, per trovare il senso della Storia, per entrare nelle psicologie di chi incontra. Egli confida più nella cecità delle inclinazioni e degli appetiti che nella smania intellettuale trapassata dai riflessi dello scavo analitico del “voler veder chiaro”. La cecità dell’inclinazione è produttiva: sfugge ai miti della perspicuità e ciò facendo richiama l’uomo, essere vivente affecté da ciò che lo circonda, a produrre fantasmi capaci di metterlo in contatto con gli altri esseri.<br />
I diari o «racconti d’osservazione» di Celati tendono a un territorio lontano dalla consapevolezza critica. La sua attenzione è divagante, erratica, divertita, nel senso etimologico del termine latino divertere: sempre pronta a volgere lo sguardo altrove. Egli ama le apparenze. Non indugia sulle essenze.<br />
Il suo procedere nel paesaggio conserva talvolta la fatalità della <em>Wanderung</em> romantica che, per altro, Schiller, in una sua poesia del 1795, <em>Der Spaziergang</em>, aveva circoscritto, con un gesto artistico carico di futuro, nei limiti ideali di una «passeggiata». Ma ricordo un suo misconosciuto contemporaneo, Karl Gottlob Schelle, studioso di lingue classiche, morto non si sa quando in un manicomio, che in un libretto intitolato <em>L’arte di andare a passeggio</em> (<em>Die Spatziergaenge</em>), aveva affermato che la poesia di Schiller non è quella di un «libero passeggiatore», il quale, secondo Schelle, avrebbe dovuto possedere sensazioni e idee che «non sempre seguono una medesima direzione, ma piuttosto mutano come il luogo stesso muta».<br />
Non assomiglia molto alla <em>flânerie</em> baudelairaiana: in Celati non c’è nessun disinvolto distacco, nessun disprezzo, nessuna strategia di difesa nei confronti dell’uomo della folla. Semmai da Baudelaire, attraverso Poe, vengono le stimmate moderne del camminatore solitario, estraneo ai riti della maggioranza, estraneo perfino a se stesso, laconico fino al mutismo, che avrà molti esempi (spesso studiati da Celati) nella letteratura americana del XIX e XX secolo.<br />
Celati è più vicino a un altro poeta-camminatore: all’Hölderlin-Scardanelli delle <em>poesie della Torre</em>, tradotte dall’autore, che, non a caso, in epigrafe a <em>Verso la foce</em> appunta il primo verso di <em>Aussicht</em> (<em>Veduta</em>): «L’aperto giorno riluce per l’uomo di immagini». In questa poesia, ancor più che nella <em>Passeggiata</em> di Walser, ritrovo il codice genetico di quella disposizione poetica di Celati ad accogliere il mondo in tutta la sua infinita varietà come una fonte incessante di incanto. Ricopio le due quartine che formano la poesia:</p>
<p>L’aperto giorno riluce per l’uomo di immagini<br />
Quando in piana lontananza il verde appare,<br />
prima che volga la luce al tramonto<br />
e ceda ai tenui baglior la diurna face.</p>
<p>Spesso par chiuso, cupo il cuor del mondo,<br />
dubbioso e scosso il sentire dell’uomo:<br />
natura fulgida i suoi dì allieta<br />
e lungi è l’oscura domanda del dubbio.</p>
<p>Sappiamo, grazie alle testimonianze di vari visitatori, ricevuti con molte cerimonie nella Torre di Tubinga, come Hölderlin trascorresse molto del suo tempo suonando alla spinetta deliziose canzoncine. Quando non suonava, faceva lunghe camminate. Soltanto in queste due attività trovava pace. Camminando, l’ansia si placa. Le furie del cogitare smettono di dimenarsi. Subentra un profondo silenzio. Il mondo delle apparenze, la natura, «lo spazio esterno» di cui scrive Celati, diventa improvvisamente degno di essere osservato, ricordato, immaginato: memorabile. E l’uomo «dal dubbioso e scosso sentire» si apre, come afferma Hölderlin «all’aperto giorno» che, solo a questo punto, «riluce» di «immagini». Più spesso, anche dopo una lunga camminata, «il cuor del mondo» appare all’uomo «chiuso», indecifrabile. La chiusura del mondo non dipende dal mondo, dalla natura, che, nella sua infinita e «fulgida» varietà di colori e luci temporali «appare» per allietare i giorni dell’uomo. È il cuore dell’uomo che non è in grado di accogliere i suoi doni, le sue «immagini». Egli, infatti, molto spesso non riesce a distogliersi dall’«oscura domanda del dubbio»: invece di interrogare la natura, interroga se stesso, si fa cogitabondo, agita in sé il dubbio che quelle immagini possano essere fallaci, e cade così nella cupezza.<br />
A sollevarlo dall’intreccio angoscioso della consapevolezza esorbitante non potrà che essere un rinnovato stato di quiete, per ottenere la quale egli sarà costretto, camminando, ad andare incontro alla natura, ad aprirsi all’«aperto giorno». Solo così sarà di nuovo in grado di accogliere l’incanto di ciò che appare, di pensare attraverso le «immagini» che osserva: <em>Denken ist Danken</em>, pensare è dire grazie a quel che c’è.<br />
Questa gratitudine del pensiero, in quanto riconoscimento fantastico (per «immagini») dell’infinita, imprevedibile e sacra varietà delle cose, rappresenta quella che vorrei chiamare la funzione poetica Scardanelli, a cui il narratore-camminatore Celati attinge come a una fonte originaria ogni qual volta sente incombere su di lui «l’oscura domanda del dubbio», ogni qual volta la noia o la cupezza cogitativa con il suo corredo di ansie e agitazioni lo fa dubitare della duplicità della vita: chi esiste? Io con le mie immagini? O il mondo con le sue?<br />
La risposta di Hölderlin-Scardanelli – e di Celati – è che una volta conquistata la pace, che Bachelard avrebbe chiamato «primitiva», tipica dello stato di rêverie, vicina anche al lieto smarrimento di chi si perde in una città sconosciuta, di cui scriveva Benjamin, al poeta è richiesto di assimilare e di continuare le immagini della natura. Egli, in altri termini, immagina i fantasmi che vede. Per lui non esiste una vera separazione tra mondo immaginato e mondo reale.</p>
<p><strong>2</strong></p>
<p>Nei diari di <em>Verso la foce</em>, si rivela l’opposizione tra una coscienza razionalistica, che vuole sempre spiegare e incasellare la realtà e una «scienza esatta» del sentire (vedere, ascoltare), incapace di discriminare l’infinita varietà del mondo, la quale spesso si presenta con i caratteri «della vita normale di tutti i giorni», immersa nel «sentito dire».<br />
Che cos’è «il sentito dire» per Celati? È un valore? Coincide con la nozione di «ovvietà» oppure no?<br />
In un recente dialogo, l’autore, ricordando l’epoca in cui se ne andava a piedi per la valle padana, ha affermato:</p>
<p>Una delle attività che facevo era quella di piantarmi per interi pomeriggi nei bar di campagna e ascoltare tutto quello che si diceva. C’erano accenni a storie possibili a ogni frase, e di lì mi sembrava di capire come nascono i racconti. Ascoltando le conversazioni da bar, l’altra cosa che mi è veniva in mente è l’idea che noi viviamo dentro al «sentito dire» collettivo, ossia che tutto il mondo per noi sia come foderato dal «sentito dire». Ad esempio: cos’è l’America? Cos’era la prima guerra mondiale? Com’è stata la vita nei campi di concentramento? Non ne sappiamo granché, ma ne parliamo come di cose “note”, perché sono cose che immaginiamo in un modo o nell’altro attraverso un «sentito dire».</p>
<p>Chi è preso dalla smania di camminare all’aperto non si cura di avere una meta. È felice di essersi lasciato dietro la mestizia, i pensieri cupi, eventualmente le tetraggini davanti a un foglio bianco. Ha di fronte a sé «l’aperto giorno» colmo di «immagini» e di possibili incontri. È in ascolto, disposto a divertirsi e a farsi visitare dalle immagini altrui.<br />
Ora, questa attitudine, come avrebbe detto Walser, è un «ritrovarsi nelle cose», ma queste cose sono rivestite, «foderate», afferma Celati, dal «sentito dire» che riproduce, immaginandole «in un modo o nell’altro», le cose come se fossero «note» e di cui spesso non si conosce quasi nulla.<br />
Per Celati l’atteggiamento di chi va incontro all’«aperto giorno» non è quello di chi si nega al «sentito dire» del mondo, di chi pensa che l’umanità sia divisa tra coloro che sono costretti a razzolare nel fango dei luoghi comuni e coloro che invece possono sfuggirli grazie alla loro “cultura”. In lui non alberga nessuna volontà di smascheramento, nessuno scetticismo, nessun terror panico degli aspetti cerimoniali, pratici del vivere. Egli accoglie l’evidenza del «sentito dire» collettivo in quanto terreno costitutivo di un comune scambio di voci, notizie, suggerimenti, pensieri da cui, come afferma Celati, possono nascere i racconti.<br />
Il germe di ogni racconto, fin dalle origini, non nasce dalla tabula rasa della cupezza cogitante. Al contrario: ogni racconto è una sorta di rito celebrativo del «sentito dire», una festa di parole che passano di bocca in bocca, di esperienze già dette o vissute, che spesso, proprio in virtù della lunga catena di trasmissione, schiudono, al di là della loro fondatezza storica, repertori di meraviglia.<br />
Chi cammina e si inoltra nel flusso di ciò che lo circonda – tanto che ogni incontro diventa per lui qualcosa di narrabile – si rende ben presto conto che l’incanto di quanto osserva, accoglie e raccoglie, non è dato affatto dalla sua veridicità, dal suo paralizzante e nudo potere di evento avvenuto una volta per sempre, quanto piuttosto dalla sua infinita ripetizione: un fatto, di «sentito dire» in «sentito dire», ci si fa incontro in tutta la sua memorabilità, in quanto carico di tutti gli innumerevoli spazi immaginativi che, «in un modo o nell’altro», ha attraversato per giungere fino a noi.<br />
Siamo immersi nel «sentito dire» e camminiamo in un aperto spazio di «immagini» foderato dal «sentito dire». Ciò che rende originali e memorabili i nostri racconti è allora non la loro novità, quanto la loro apertura alla tradizione delle cose già dette, il loro ripetersi. L’originalità di chi narra sta nella sua variazione d’esecuzione e nella sua capacità di permettere a quanto eseguito un’ulteriore circolazione, un’ulteriore occasione di incanto.<br />
Ora, per colui che cammina nell’aperto incanto dell’infinita e instabile varietà del mondo, esiste una frontiera tra il «sentito dire» e «l’ovvietà»? E se sì, in che cosa consiste? Nel nostro modo di intendersi quotidiano, spesso così sfumato, le due nozioni tendono a confondersi. Per Celati non è così. Solo di recente, grazie a un suo saggio introduttivo a <em>Da un castello all’altro</em> di L. F. Céline, me ne sono reso conto forse per la prima volta.<br />
In un capitoletto, intitolato <em>La zona grigia e i confini dell’ovvietà</em>, l’autore afferma che il viaggio infernale nella Germania nazista che Céline compie lungo i tre libri che compongono l’opera, «l’esperienza non è più qualcosa di cui uno possa vantarsi». Essa può soltanto darsi in una forma grottesca, caricaturale. Céline fa del collaborazionismo francese una «pantomima da operetta» e di se stesso «la caricatura del complice sempre sulla difensiva», trasformandosi così nella «maschera» di chi ha capito che nella società bisogna sempre dire di sì, bisogna «sempre aderire a ciò che è dato per ovvio, alle chiacchiere comuni, alla dittatura delle idealizzazioni correnti, anche se demenziali». L’ovvietà è il regno delle «idealizzazioni correnti» che, come spiega Celati pochi passi più in là, sono prodotte dall’uso dei mezzi di comunicazione di massa, i quali concepiscono la vita quotidiana degli uomini come una «macchina, tutta per mosse o deduzioni scontate». Celati cita un passaggio di Céline:</p>
<p>L’essenziale [è] fare tutto come se “è ovvio”&#8230; mai urtare! &#8230; mai sorprese &#8230; sempre “è ovvio” &#8230; naturale! &#8230; [&#8230;] oh, ma estrema attenzione! &#8230; [&#8230;] hai detto una parola di troppo! Uscito dal grande incanto “è ovvio”!.</p>
<p>Si comprende come l’«incanto» dell’ovvietà non ha nulla a che vedere con l’incanto che proviene dal «sentito dire». Sono due forme dello smarrimento che si fondano sue due concezioni dell’esperienza completamente diverse.<br />
La prima è una condizione di resa alle regole e ai comportamenti imposti dalla macchina pubblicitaria e propagandistica, la quale, come nel caso estremo dell’opera di Céline, può diventare terroristica. A tal punto che l’ovvio finisce, afferma Celati, per coincidere con quella «zona grigia» di Levi in cui l’uomo, per disperazione, incapacità o stanchezza, non riesce più a difendere i fragili confini della propria umanità. In un mondo in cui «l’esperienza non è più qualcosa di cui uno possa vantarsi», in un mondo cioè in cui nessuno è più in grado di tradurre l’ovvio dell’esistenza quotidiana in materia prima del proprio racconto, ciò che resta è l’adesione obbediente a qualcosa che sta fuori della nostra esperienza. L’autorità, propria del racconto della nostra esperienza, si trasferisce nel “racconto” che la macchina pubblicitaria e propagandistica ci impone.<br />
La seconda si fonda su una nozione antica di esperienza, incompatibile con le leggi della conoscenza calcolante, e figlia del senso comune presente in ogni individuo. Tale nozione di esperienza, in un mondo incantato dal disincanto tanto razionalistico quanto pubblicitario o propagandistico in cui essa si dà ormai solo in modo caricaturale o come pantomima, riafferma la propria autorità non in relazione alla conoscenza calcolante, ma in rapporto al «sentito dire» collettivo in quanto incerto sistema di voci, notizie, suggerimenti, pensieri da cui scaturiscono i racconti, che a questo punto, diventano, per utilizzare il lessico di Celati, dei «rituali» di racconto, dei modi di intenderci al di fuori di ogni dicotomia razionalistica o scientifica: vero o falso, reale o irreale.<br />
Alla fine della Notizia che Celati appunta sulla soglia di <em>Verso la foce</em>, c’è scritto:</p>
<p>Ogni osservazione ha bisogno di liberarsi dai codici familiari che porta con sé. Ha bisogno di andare alla deriva in mezzo a tutto ciò che non capisce, per poter arrivare ad una voce dove dovrà sentirsi smarrita. Come una tendenza naturale che ci assorbe, ogni osservazione intensa del mondo esterno forse ci porta più vicino alla nostra morte, ossia ci porta ad essere meno separati da noi stessi.</p>
<p>L’esperienza che procede dal senso comune ha un’ulteriore caratteristica, che Celati definisce in questo passaggio «tendenza naturale». L’io dell’esperienza non possiede i tratti dell’io psicologico o cogitante, non assomiglia al “soggetto” della conoscenza moderna con tutto il suo corredo di astrazioni. Egli desidera dimenticare chi è, desidera dimenticare ogni esperienza “soggettiva” perché per lui, come per gli antichi (e tra i “moderni” soltanto per Vico) esiste un «intelletto collettivo» che agisce sui singoli individui, i quali, grazie alla loro facoltà fantastica (per immagini) vi possono accedere legandosi così gli uni agli altri. Egli perciò deve smarrirsi se vuole accogliere le «immagini» che lo circondano, se vuole intendersi immaginativamente con gli altri, se vuole allo stesso tempo liberarsi dai propri «codici familiari» e rendere meno estraneo il mondo che abita. L’io dell’esperienza, per quanto solo e separato, è con gli altri, sempre.<br />
L’arte di camminare come quella di narrare non consiste infine nel segnare una strada originale, quanto nel ripetere uno stato di incanto e meraviglia in cui i «sentito dire» si rincorrono formando un cammino comune, una tradizione. E tutta la perizia del camminatore-narratore non sta nel tracciare una strada, nell’inventare una trama, nel tessere un ordito in cui riconoscersi e identificarsi, ma nel seguire la sua «tendenza naturale»: osservare tanto intensamente l’infinita e instabile varietà del mondo al fine di avvicinarsi il più possibile al limite ultimo e invalicabile dell’esperienza, ovvero l’inesperibile, la morte. In ogni «rituale» di racconto di chi cammina nell’aperto incanto del «sentito dire» risuona lieta e grave, simile a un’eco nel vento, la massima: «Abituati a morire».</p>
<p>N. B.<br />
Il testo è il mio personale contributo al numero di &#8220;RIGA&#8221;, 28 dedicato all&#8217;opera di Gianni Celati.<br />
Rimando alla lettura del volume o, come sopra, al sito <a href="http://www.rigabooks.com" target="_blank">www.rigabooks.com</a></p>
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